venerdì 11 dicembre 2009

Sanità tra privato e pubblico

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 47
11 - 12 - 09
Pag. 54
Quant'è "paziente" chi aspetta un'esame
Francesco Palazzo


Fare degli accertamenti sanitari in Sicilia può essere semplice o snervante. In un'ora, senza neanche pagare tantissimo, intorno ai cento euro, con rispetto più che svizzero dell'orario pattuito, una donna può fare mammografia, ecografia e visita. Tutto condito da strette di mano calorose e sorrisi anche esagerati, tanto non ci si è abituati frequentando le strutture pubbliche. Sì, perché questo miracolo accade presso un poliambulatorio privato. Ambienti gradevoli, pochissime persone ad attendere. Una sanità a misura di paziente. Basta una semplice telefonata e nel giro di qualche giorno sei nelle condizioni di completare i tuoi accertamenti. Con il pubblico, dove per chi paga i ticket per gli esami e la visita, il costo complessivo supera comunque i cento euro, è meglio cambiare registro. Una signorina gentile ti risponde che può fare tutto quello che vuole, esami diagnostici e visita. Ma non ora, tra sei mesi. Un'eternità se non si tratta di un controllo di routine, ma c'è un sospetto diagnostico. E chi è in grado di resistere mesi se teme qualcosa di grave? E se qualcuno lo fa, perché nella struttura pubblica godrà di tutte le esenzioni possibili, riducendo a zero la spesa, ecco che il sistema sanitario si trasforma in qualcosa di profondamente ingiusto. E non è finita qui. Perché, anche ammesso che si possa attendere, si dovrà fare i conti con diverse prenotazioni e code interminabili. Nel privato trovi tutto quello che ti occorre in pochi metri quadri. Quindi, tra due esami e visita devi segnarti sull'agenda tre giorni diversi. Sappiamo che il muro dei sei mesi può sgretolarsi se trovi la strada giusta per farti inserire clandestinamente. Ma, anche provandoci in tal modo, oltre a subire le giuste maledizioni di chi ha seguito il percorso legale, devi accontentarti di cose fatte in fretta, per non dare nell'occhio. Può capitare, quindi, che sfugga qualcosa di importante al sanitario “amico”. Che, ovviamente, viste le condizioni “carbonare” in cui ti ha ricevuto, non può rilasciarti un regolare referto. E sino a quando sei giovane e forte puoi cercare di affrontare il tutto con gagliardia. Mettetevi, però, nei panni di un anziano che ha superato le otto decadi. Ci raccontavano di un signore al quale la diagnosi, la prognosi e la cura per un problema prostatico sono state fornite, in un ospedale pubblico, dopo sette mesi dal sospetto diagnostico del medico di famiglia. Non c'è neanche bisogno di dire che la prostata del nostro anziano poteva trovare subito il responso. Bastava un colpo di telefono per andare in quel rinomato studio privato, dove hanno tutto a portata di mano per farti sbrigare, sborsando, piccolo particolare, sei o sette carte da cento euro. E’ superfluo dire che il nostro anziano arriva al traguardo solo perché sostenuto dalla famiglia, da solo si sarebbe scoraggiato di fronte a procedure incredibili e ingarbugliate. Occorre aggiungere che, spesso, il luminare che ti valuta rilassato nel privato nel giro di pochi giorni, è lo stesso che nel pubblico non può farlo in tempi umanamente accettabili. Tutto legale e alla luce del sole, sia chiaro. Nel pubblico, se hai la sventura di essere malato, i problemi non sono mica finiti. Ogni visita di controllo è un'avventura. Ti programmano per le nove di mattina ed entri alle tredici. L'infermiere sorride, dice che gli orari sono orientativi. Anche se in cinque ore l'orientamento rischi di perderlo e, se sei anziano, pure quel po' di salute che rimane. La casistica delle disavventure è ampia. Una visita, che deve svolgersi entro il gennaio del 2010, perché altrimenti non possono prescriverti un importante farmaco che devi prendere ai primi di febbraio, viene fissata a metà aprile. All'ufficio prenotazioni il paziente rimane a bocca aperta. Scusi, ma che me ne faccio di un controllo per quella data se non posso prendere il farmaco quando mi spetterebbe secondo il piano terapeutico? Giusta osservazione, ti dicono dall'altra parte della vetrata, veda se può autorizzarla il medico. Torni da quest'ultimo, capisce il problema, ma hanno ridotto i finanziamenti e loro hanno dovuto diminuire i giorni delle visite. Insisti, vedi che sta cedendo, del resto è già ora di pranzo. Alla fine mette l'autorizzazione e si torna all'accettazione. Di corsa, perché sta chiudendo. Ce la fai e ottieni quasi come un favore quanto ti era dovuto. Vorresti uscire dall'ospedale con le dita a forma di V, ma non trovi le forze per questo gesto di esultanza.

1 commento:

  1. E' deprimente ammetterlo: ma è proprio così. La mia voglia latente di scappare da Palermo è dovuta anche alla consapevolezza dell'inefficienza dei servizi pubblici erogati: so che se mi ammalassi, a Padova e a Udine avrei un trattamento sanitario migliore. E, considerato, che ho superato il mezzo secolo, comincio a considerare l'idea....

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