venerdì 5 febbraio 2010

Regione Siciliana: aggiungi un posto a tavola

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 5 del 5/2/2010
Pag. 10
Se i numeri non tornano
Francesco Palazzo


Il concetto di probabilità ha al suo attivo più di cinquecento anni. Ad esso si riferisce la teoria dei grandi numeri. Basata sulla probabilità matematica che a un maggior numero di tentativi corrisponda un aumento delle possibilità di successo. Questo metodo è diventato il punto di riferimento di diverse scienze. Potrebbe applicarsi anche in altri ambiti. Se noi abbiamo un'amministrazione pubblica, mettiamo la regione siciliana, con più di ventunomila addetti, tra cui più di duemila dirigenti, ai quali presto si aggiungeranno qualche migliaio di vice dirigenti, si può essere ragionevolmente certi che nell'area dirigenziale potremmo trovare tutto quello che serve per guidare strutture di massime dimensioni? La risposta, pure se siamo minimamente dotati di logica ragionevolezza e non vinceremo mai il Nobel, non può che essere positiva. C'è bisogno di scomodare pareri legali e commissioni di valutazione per porre un quesito al quale un bambino delle elementari potrebbe agevolmente rispondere? Basterebbe formare una graduatoria per titoli e, se la cosa non offende nessuno, per esami e procedere alla bisogna. Stesso ragionamento si può fare per i quasi diciannovemila del comparto. Un numero esorbitante. In Sicilia c'è un impiegato regionale ogni 239 abitanti, in Lombardia, uno ogni 2500. Pure il numero dei dirigenti strutturati è assolutamente spropositato. Nel 2008 ve ne era uno ogni 8,4 impiegati. Tenendo conto dei precari la media scendeva a 5,9. Pare che nel 2009 ci sia stata un'infornata di cinquecento unità. Ma, ad essere sinceri, ce li siamo persi per strada. Se la cosa fosse andata a buon fine, il rapporto tra istruttori e funzionari, da un lato, e dirigenti, dall'altro, avrebbe fatto un bel balzo, andando ancora giù sempre più vertiginosamente. A questo quadro complessivo va aggiunta l'ultima infornata dei 3.400 precari che la Regione ha appena imbarcato. Presto li vedremo in prima squadra, assunti con tutti gli onori. Si chiamano ex-PIP. Sigla che nel sito del comune di Pavia indica il Piano per gli inserimenti produttivi, e si rivolge all'imprenditoria, a Palermo è l'acronimo di Piano d'inserimento professionale. Leggasi creazione di lavoro a vita, dal nulla, con fondi pubblici. Nessun'altra regione ci supera in fantasia e non possiamo che esserne contenti. Eppur si muove. Eppure siamo ancora costretti a fare i conti con decisioni politiche da parte di chi, pur conoscendo meglio e prima di noi il quadro descritto, continua ad affermare che alla regione ci vogliono gli esterni. Che dirigono semplici servizi, che guidano dipartimenti, che affollano uffici di gabinetto e quant'altro dio solo lo sa. Va chiarito un aspetto. Non ci confrontiamo con uno di quei governi che in passato hanno perseguito scientificamente la politica clientelare e l'ingrassamento degli organici pubblici. Siamo al cospetto di una classe dirigente, quella adesso in sella, ovviamente si fa per dire visto quello che accade, al cavallo regionale, che sta facendo del riformismo e del controllo della spesa pubblica i propri indiscutibili punti di riferimento. E cosa ci sarebbe di più riformista di utilizzare correttamente questa carrettata di operatori, istruttori, funzionari e dirigenti, e precari subentranti, mensilmente a libro paga di mamma regione? Il tutto si potrebbe realizzare facilmente. Non con le promozioni indistinte che riguarderanno coloro che approderanno alla vice dirigenza. Ma con una precisa ridefinizione di tutta la pianta organica, promuovendo la gente, se è il caso, per quello che sa fare e per i titoli di studio che possiede. Passando, ovviamente, da una vera selezione per esami. O le riforme che costano niente dal punto di vista economico, ma molto da quello politico, non rientrano nella bibbia del buon riformista? L'opposizione, che adesso sta studiando per diventare maggioranza senza passare dal voto, ma non si deve dire in giro, aveva timidamente avanzato la proposta di togliere, almeno, gli esterni dagli uffici di gabinetto. Strutture a diretta dipendenza degli assessori. I quali, per carità, è corretto che si circondino di gente su cui riporre la massima fiducia. Ma volete che non ne trovino, sempre per la teoria dei grandi numeri, nella grande massa dei quasi ventiduemila soggetti, numero costantemente in divenire, che formano il comparto e la dirigenza? Impossibile. Eppure si è risposto che, facendo il massimo sforzo, si procederà soltanto a ridurre. Poi si vedrà. Ma non sarebbe stato un radicale segnale politico, iniziare con decisione e nettezza proprio su questo fronte? Niente da fare. Ma forse non siamo abbastanza riformisti per capire.

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