domenica 14 agosto 2011

Province cancellate, anzi defunte.

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 14 AGOSTO 2011
Pagina XIX
IL PASTICCIO SICILIANO DELL´ABOLIZIONE DELLE PROVINCE
Francesco Palazzo

La rivoluzione della cancellazione delle Province che doveva partire dalla Sicilia, non si farà. La Costituzione non lo permette. La notizia è stata diffusa dal governo regionale come un passo in avanti. Una specie di rilancio. Per il momento al buio. Delle Province siciliane si annuncia, infatti, addirittura la morte. Non subito, si faranno fuori spontaneamente, per lenta consunzione, si tratterà quasi di eutanasia istituzionale. Parallelamente vengono battezzati, come realtà antagoniste delle Province, ma vedremo meglio la proposta che verrà licenziata dalla giunta, i liberi consorzi dei Comuni. Che la legge, del 1986, istitutiva dell´ente territoriale intermedio tra Regione e Comuni, voleva promuovere chiamandoli Province. I consorzi sono previsti dall´articolo 15 dello Statuto siciliano, che comanda la soppressione delle circoscrizioni provinciali e delle propaggini pubbliche collegate. Questa parte dello Statuto, scritto da gente che aveva una qualche idea della Sicilia, ha una sua coerenza. Prima si sopprime un ente e successivamente se ne crea un altro. Invece, nel 1986 si è fatto una sorta di pasticcio lessicale e normativo, mischiando insieme ciò che lo Statuto divideva, ossia i consorzi e le Province. Il riformismo siculo odierno ci va al contrario. E rischia di peggiorare la situazione. Vorrebbe separare quanto la legge del 1986 aveva unito, senza abrogare però le Province, facendo semplicemente spazio, se si passerà dalle parole ai fatti, ai consorzi. Ciò pone, intanto, problemi di natura finanziaria, visto che lo Stato trasferisce finanziamenti alle Province e non ai consorzi. Ci vuol poco a immaginare la guerra istituzionale e l´impasse amministrativa che ne seguiranno, se davvero i due enti dovessero coesistere per un tempo indeterminato. Ci chiediamo, poi, come si fa ad affermare che un´istituzione passerà a miglior vita da sola. Voi ci riuscite a immaginare le sedi amministrative e istituzionali delle Province che, pian piano, visto che nessuno più busserà alle loro porte, abbandonano lentamente e inesorabilmente il campo? E se non lo facessero, si dovrà arrivare pure al punto di convincere, ad uno ad uno, gli elettori e le elettrici, dissuadendoli dal recarsi ai seggi quando, ogni cinque anni, verranno regolarmente convocati per rinnovare le amministrazioni provinciali? Inoltre, vanno segnalati due aspetti non secondari. Primo. Si dice che questi consorzi saranno a costo zero in quanto a personale, visto che dovrebbero usufruire di trasferimenti da altri enti, in primis le Province attuali. Ma, a parte il fatto che le nove Province avrebbero comunque sempre bisogno di addetti, qualcuno crede davvero che in Sicilia i liberi consorzi di comuni non diverrebbero altri carrozzoni catalizzatori di precariato poi da stabilizzare? Basterebbe citare l´esperienza degli Ato rifiuti, dove si è proceduto all´assunzione clientelare di un numero spropositato di operatori, i cui costi hanno reso ancora più disperati i bilanci di molti comuni. Secondo aspetto. Gli enti provinciali, attualmente, quando devono assegnare e realizzare un appalto per una strada, lo fanno secondo procedure già consolidate. Ma se domani un Comune, appartenente a un consorzio, non onorasse finanziariamente la propria partecipazione, cosa si farebbe? Si annullerebbe l´opera pubblica magari fondamentale per quel territorio? Si escluderebbe quel comune dal percorso della strada? Sia chiaro, l´idea di trasferire ai Comuni, e alle loro aggregazioni, sempre più competenze e risorse, è condivisibile. Ma è una riforma che va iniziata, rispettando forma e sostanza dell´ordinamento esistente e affrontando con gli attori interessati i problemi, all´inizio della legislatura, non quando è già suonata la campanella dell´ultimo giro. Perché se si vuole trovare una scorciatoia di questo tipo, ossia creare dal nulla i consorzi e tenere in vita le Province, più che un atto di vero decentramento verso le comunità locali, questa operazione rischia di apparire come un´azione dirigista di un potere centralistico. Con le idee piuttosto confuse.



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