lunedì 21 settembre 2026

Palermo-Padova. Santa Rosalia ha la meglio su Sant'Antonio

ROSALIO

19 Set 2026

Palermo - Padova, la solidità che fa il risultato

Francesco Palazzo

https://www.rosalio.it/2026/09/19/palermo-padova-la-solidita-che-fa-il-risultato/



Oggi al Barbera la quinta di campionato. Rosa in testa con 10 punti e sfida tra Sant’Antonio da Padova e Santa Rosalia da Palermo. Vissuti entrambi nello stesso periodo storico, visto che Antonio nacque nel 1195 e Rosalia muore nel 1170, ed entrambi lasciano questo mondo non superando i 40 anni. In queste ore ci ha lasciato a 83 anni un campione del football come Sandro Mazzola. Legato a Palermo, leggiamo, dal fatto che il suo vero esordio nerazzurro avvenne sotto Monte Pellegrino contro il Palermo. Correva l’inizo degli anni sessanta del secolo breve.

Alcune centinaia di tifosi padovani presenti a testimonianza dello storico gemellaggio che unisce le due tifoserie sin dai primi anni Ottanta. Pare che questo rapporto di amicizia rappresenti uno dei legami di tifo organizzato più longevi e solidi del calcio italiano. Nato all’inizio degli anni ’80 da un incontro casuale in Sicilia tra tifosi padovani e ragazzi palermitani ed ufficializzato nel corso degli anni dai rispettivi gruppi. In realtà, non ci dovrebbe essere nulla di eccezionale nel buon rapporto tra sostenitori di colori diversi. Semmai è profondamente incivile, oltre che pericoloso per l’ordine pubblico, quando accade, ed è purtroppo la norma, al contrario. E infatti già fuori dallo stadio il grido mononeurone, «Chi non salta insieme a noi cos’è un catanese pezzo….» si fa sentire e si tramanda come mentalità violenta anche ai figli e alle figlie che si portano allo stadio.

Il Padova si presenta al Barbera, in un pomeriggio settembrino di pioggia e di nebbia almeno nel prepartita, che richiama più orizzonti veneti che siculi, con una buona striscia di 7 punti che, sommata ai tre possibili punti oggi a disposizione, potrebbe portarli nell’olimpo cadetto. Abbastanza momentaneo per tutti, va detto, visto che sempre di inizio stagione parliamo. Si inizia con gli spalti non pienissimi. Padova in completo bianco, Palermo in classico rosanero. Minuto di silenzio per Mazzola e via. Al minuto 2 e 4 Padova vicino al gol dopo svarioni difensivi dei rosa. All’ottavo un lungo VAR su un gol del Padova certifica il vantaggio dei veneti. Al 16mo e al 17mo ancora i bianchi sotto, Palermo non pervenuto se non con un tiro sopra la traversa e un altro sulle mani del portiere. Al 20mo l’estremo difensore padovano fa un quasi miracolo e i rosa restano a zero. Il Palermo, adesso più convinto, sposta in avanti il baricentro e in più occasioni impensierisce i padovani, che però non disdegnano folate in avanti. A cavallo del trentesimo lunga pausa per intervento dei sanitari sul capitano Bani. Che rientra con la testa fasciata. Al 35mo i rosa ci riprovano. Ma sinora manca la precisione in tutti i reparti. Quando le cose vanno male i commissari tecnici sugli spalti iniziano a gridare consigli. Palermo ancora impreciso sotto porta al 41mo. Sul finire del primo tempo i rosa recuperano attenzione sotto porta e fanno 1 a 1 con Vavassori. Nei sei minuti di recupero i padroni di casa provano a far ballare i bianchi, che però vanno vicinissimi all’1 a 2.

Tanti bevono birra in continuazione. Costerà meno della benzina, evidentemente. Al 50mo prime due mosse al Palermo in avanti con altrettanti tiri verso la porta padovana. Al 60mo il Padova gonfia ma dall’esterno la rete dei rosa. Al 62mo i padroni di casa vicinissimi al 2 a 1, ottima parata in risposta. Al 65mo ci riprovano. Al 68mo e al 75mo Padova quasi a meta. Al 72mo i rosa. Partita molto equilibrata. All’83mo Vavassori riceve un buon pallone in una delle poche azioni in verticale del Palermo e fa la doppietta. All’86mo va vicino alla tripletta. Il Padova finisce in 10 per un espulsione. Il Palermo sale a 13 in vetta, può essere raggiunto solo dal Mantova che gioca domani.

Al di là di qualsiasi rilievo tecnico-tattico, una squadra che riesce a capovolgere una partita simile rivela una solidità neppure paragonabile agli ultimi anni di B. E in un torneo come quello cadetto, la solidità, accompagnata da una rosa ad alto tasso tecnico, non possono che prefigurare cose buone.

Finiamo dando conto di un’iniziativa intelligente della curva nord inferiore, la vedete nella foto a corredo di questo articolo. Lo striscione, purtroppo subito ritirato, recita: gioca d’anticipo, fai prevenzione al colon. Segno che pure dentro uno stadio tutti i neuroni possono andare nel verso giusto.

mercoledì 16 settembre 2026

Il 33mo anniversario dell'omicidio mafioso di don Pino Puglisi nella lettura di otto presbiteri

 Porta di Servizio

Testata giornalistica di ispirazione cattolica 

Notizie Chiesa Locale e universale

15 settembre 2026

Nel segno del beato Pino Puglisi: le voci di alcuni presbiteri di Palermo

Francesco Palazzo

 https://www.portadiservizio.it/2026/09/15/nel-segno-del-beato-pino-puglisi-le-voci-di-alcuni-presbiteri-di-palermo/



La sera del 15 settembre 1993, don Pino Puglisi, dopo aver fatto una telefonata dalla cabina che si trovava a pochi metri dalla parrocchia di San Gaetano a Brancaccio, dove era parroco dall’ottobre del 1990, stava tornando a casa. Era pedinato dal commando mafioso che doveva studiare le sue abitudini.

Decisero di agire subito e lo attesero sotto casa. Da quel colpo alla nuca sono trascorsi 33 anni. Per questo anniversario PortadiServizio ha sentito otto presbiteri dell’arcidiocesi di Palermo.

Preti del Vangelo

Rimanendo saldi con i piedi nel fondamento roccioso della fede, bisogna imparare a osare e ad andare oltre ciò che avevamo programmato, proprio come ha fatto don Pino. Per Sergio Ciresi, parroco di San Gaetano a Brancaccio, l’eredità di don Puglisi non è un ricordo pietoso né memoria celebrativa.

La domanda per don Ciresi è la seguente. Cosa significa oggi essere pastori in un territorio segnato dalla cultura della prepotenza, del silenzio e della rassegnazione? Don Puglisi, per lui, non ha mai voluto essere il “prete antimafia”, ma semplicemente il prete del Vangelo.

Non partiva dalle ideologie, ma dalle persone: dai bambini di Brancaccio, dai ragazzi già a rischio, dalle famiglie schiacciate dall’omertà e dalla miseria. Aveva capito che la mafia si nutre di vuoto educativo e assenza di prospettive. Per questo ha risposto con la presenza paziente, con le catechesi, con la scuola, con il gioco, con la dignità restituita a chi sembrava destinato solo a diventare manovalanza.

Ha mostrato che la mafia non si combatte soltanto denunciandola, ma costruendo un’alternativa concreta: una comunità capace di legami veri, di legalità illuminata dalla fede, di speranza che non si arrende. La preghiera del Padre Nostro, per lui, era già un’alternativa radicale al “padrino”.

La sua vera vittoria non è stata l’uccisione – che pure ha svelato fino in fondo l’odio della mafia verso chi annuncia un Dio di vita – ma i frutti che da allora non hanno smesso di crescere. Tante comunità, in Sicilia e non solo, hanno ritrovato il coraggio di non abbassare lo sguardo. La Chiesa ha riconosciuto in lui un martire, cioè qualcuno che ha testimoniato con il sangue che il Vangelo e la cultura mafiosa sono incompatibili.

Attualizzare questo lascito nella nostra parrocchia significa, anzitutto, non rassegnarsi all’idea che “tanto non cambia niente” e smettere di ridurlo a un anniversario. Significa tornare a investire sulle periferie esistenziali e geografiche, sui ragazzi, sulle famiglie ferite. Rifiutando ogni forma di collusione, anche quella silenziosa del “non disturbare”, e costruendo spazi dove i giovani non siano solo “utenti” di qualche attività, ma protagonisti di un cammino di crescita.

Don Ciresi continua sottolineando l’importanza di farsi carico del territorio, costruendo relazioni di fiducia che spezzino la solitudine e la rassegnazione, avendo il coraggio di dire, anche a costo di essere scomodi, che certi modi di fare e di pensare non hanno nulla a che vedere con il Vangelo.

In fondo, prosegue il parroco di Brancaccio, significa recuperare lo stile di don Pino: discreto, perseverante, sorridente, ma assolutamente intransigente sulla verità del Vangelo. Con lui bisogna credere ancora che la parrocchia possa essere un luogo generativo di umanità nuova: non con grandi progetti, ma con la fedeltà quotidiana, una catechesi seria, un’attenzione vera ai poveri, uno stile di vita sobrio e coerente, la capacità di sorridere anche di fronte alle difficoltà. Come lui, che fino all’ultimo ha risposto con un sorriso. Perché sapeva che la speranza cristiana non è ingenuità, ma resistenza.

Annunciare nelle nuove piazze

Per don Dario Chimenti, parroco della parrocchia Sant’Alberto Magno, la memoria del beato Pino Puglisi interpella i presbiteri sulla sostanza del loro ministero e sulla reale efficacia dell’annuncio. Il suo lascito più grande è la radicale coerenza di vita: con il suo Vangelo vissuto fino in fondo ha insegnato che non si scende a compromessi.

L’essere di Gesù Cristo, continua don Dario, non è un abito che si indossa soltanto nella liturgia, ma una scelta che deve informare ogni singolo ambito dell’esistenza. Da questa fedeltà senza sconti scaturisce l’unica vera autenticità della testimonianza e, di conseguenza, quella credibilità che la gente percepisce subito.

In un tempo in cui la Chiesa rischia di perdere autorevolezza e di non essere vista come un punto di riferimento, evidenzia il presbitero, don Puglisi ricorda che la credibilità non deriva dal ruolo ma da una presenza incarnata e trasparente.

Per rendere vivo il suo esempio oggi, per don Dario, le comunità parrocchiali devono avere il coraggio di una profonda revisione di metodi e linguaggi. Spostarsi dove la gente vive e si forma. Non si possono continuare a proclamare cose bellissime rimanendo nel posto sbagliato. Oggi i giovani formano la loro mente sulle piattaforme digitali, sui social.

Per don Chimenti occorre stare lì dove si trovano realmente, abitando le nuove piazze con autenticità. Non si tratta di buttare nulla, ma di sviluppare un’agilità pastorale meno rigida.

È necessario tradurre la Buona Novella in un linguaggio comprensibile e vivo per giovani, adulti e anziani e in ambienti parrocchiali che ascoltino e accompagnino davvero. La presenza concreta e costante di un pastore nel proprio territorio è incisiva solo quando è libera da ogni logica di convenienza o di facciata e può salvare delle vite.

Il suo augurio, per la Chiesa di Palermo e tutta la Chiesa universale, è di avere più coraggio, più umiltà e più entusiasmo nello svolgere la propria missione. Senza cedere alla tentazione di ancorarsi a strutture che, per quanto storicamente belle, oggi rischiano di non dire più nulla a molta gente e a intere categorie di persone.

Pino Puglisi e santa Rosalia

Per Don Natale Fiorentino, parroco del Santuario di Monte Pellegrino, Rosalia e Pino Puglisi sono due scelte diverse, due modalità complementari per liberare e salvare una città da quelle pesti fisiche e morali, come la mafia, che portano morte e uccidono la speranza, soprattutto nei giovani.

Ogni palermitano, per don Fiorentino, è Rosalia, è Pino Puglisi. Una comunità di chiamati a fare qualcosa per la città, dalla preghiera all’azione concreta, nella Chiesa e nella società. Perché, conclude il reggente del Santuario, come diceva don Pino, “Dio ama e agisce sempre tramite qualcuno”.

Una traccia per la Chiesa di Palermo

Padre Giovanni Giannalia, parroco nella Parrocchia di San Filippo Neri, allo Zen, ritiene che Il coraggio e lo stile della sua testimonianza siano una splendida traccia per la Chiesa diocesana che deve confrontarsi e operare nella nostra sofferta attualità, senza perdere la sua identità e il buon profumo del Vangelo.

Don Giannalia, nella comunione dei santi che ci lega e per l’amore di Puglisi verso la sua Chiesa palermitana, implementerebbe nelle comunità intanto il suo culto e la sua conoscenza, affinche ispiri e aiuti nel quotidiano e arricchisca tutti con i doni che il Signore ha voluto elargirgli, suggerendo i cammini, le risposte e aiutando ad attuarli.

Buoni cristiani, buoni cittadini

Don Francesco Di Pasquale, parroco a Sferracavallo presso la parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, riflette sul fatto che Palermo sta vivendo una fase molto delicata in diversi quartieri per i fatti violenti che osserviamo. Con giovani senza regole e spudorati nell’inneggiare la mafia.

La Chiesa cerca di essere presente nei territori attraverso le parrocchie e gli oratori, questo bisogna farlo sempre meglio, anche pensando al Centro Padre Nostro voluto da don Puglisi. In questo momento tutte le capacità e le energie della diocesi dovrebbero confluire in una pastorale che riguardi le nuove generazioni. Don Puglisi ci ha insegnato a lavorare insieme. La sua esortazione “Se ognuno fa qualcosa si può fare molto”, deve spingere tutti ad essere buoni cristiani e onesti cittadini.

Spesso i cittadini, per don Francesco, non si prendono l’impegno che gli spetta, ma delegano. Don Puglisi ci ricorda che dobbiamo fare qualcosa insieme, lottando sopratutto contro la mentalità mafiosa che spesso alberga nei cittadini e non solo nei mafiosi. La Chiesa di Palermo deve abitare i territori. Il parroco deve vivere la parrocchia, abitarci, le parrocchie devono essere aperte.

Da ragazzo frequentava il Centro Odigitria in zona Cattedrale, abitando da quelle parti. Ricorda che Don Puglisi arrivava con il suo stile sobrio e la sua umiltà che già erano testimonianza di vita. La sua eredità per lui si vanifica se non comprendiamo la gravità del momento. Tutte le comunità parrocchiali dovrebbero investire, sulla scia di don Puglisi, nella formazione degli animatori.

Il piccolo seme che si fa dono

Fra Mauro Billetta, parroco a Danisinni presso la Parrocchia di Sant’Agnese, ci dice che Don Pino ha mostrato la via del quotidiano, poche parole e costanza nell’agire sui territori. La sua prospettiva è quella del piccolo seme che si fa dono sino alla fine. Da parroco e da animatore giovanile ci ha insegnato cosa significa educare, abitando la complessità delle periferie esistenziali. Una scelta di campo in cui prima di tutto bisogna lasciarsi attraversare dal travaglio umano che segna il territorio per imparare a muoversi, sempre più spogli di sé, verso l’altro.

Il contrasto alla criminalità e ad ogni tipo di corruzione, è possibile se il lavoro quotidiano mantiene il contatto con la gente, fatto di ascolto e di presa in carico concreta. Don Pino, conclude, ci ha consegnato inoltre lo sguardo e il sorriso proprio della meraviglia, quello di chi si muove verso l’altro uscendo dall’indifferenza autoreferenziale per lasciarsi stupire. Don Pino ha favorito l’emersione di sogni e progetti di vita di una generazione e anche lui si ritiene testimone di questa fecondità.

Senza compromessi

Don Giosuè Lo Bue, parroco e rettore del Santuario della Madonna della Milicia, precisa di essere entrato in seminario appena qualche anno dopo la barbara uccisione di don Pino. I formatori che ha incontrato gli hanno fatto conoscere aspetti non solo della sua santità, ma anche della sua umanità.

Le nuove generazioni di preti e le comunità loro affidate sono, prende atto, dentro società in cui ancora la mafia opera. Cercano di esserci, presbiteri e comunità di fede, senza compromessi, ipocrisie e commistioni, perché lo chiede il Vangelo, quei valori che da esso scaturiscono e che stanno alla base del martirio di don Pino. Sentono, prosegue don Giosuè, il bisogno di un riscatto per i giovani, i quali nelle “periferie” esistenziali, morali, culturali e sociali sono prede indifese.

Per lui l’impegno delle comunità cattoliche è diretto a formare credenti adulti. Per farlo, conclude, è necessario che gli uomini e le donne siano liberi e libere.

Liberi, chiosiamo quasi alla fine di queste riflessioni e testimonianze, come “u parrinu chi cavusi” (con i pantaloni), cosi veniva chiamato a Godrano, dalle mani e orecchie grandi e dalla immensa capacità di leggere nelle vite e nei bisogni degli altri.

Abitare il territorio

Don Cosimo Scordato ritiene che la testimonianza di don Pino sia un dono aperto, da testimoniare con coerenza di parole, vita, promozione umana delle persone e dei quartieri e resistenza a prassi di opacità sociale, culturale e politica. Tutto questo dovrebbe convergere in una pastorale che crei comunità autentiche di persone dove nessuno primeggi.

Aggiunge che coinvolgere la comunità in scelte che prendano visibilità nella vita dei quartieri favorisce una occupazione pacifica e benefica del territorio. La partecipazione di tutti fa emergere soggettualità libere e responsabili, che prendano il gusto dell’impegno diretto.

Don Scordato sottolinea anche la dimensione dell’accoglienza, intesa come apertura a chi è in difficoltà anche economica. Con le risorse di ogni parrocchia rese disponibili in una mensa aperta. Mettendo in campo iniziative di promozione di famiglie e ragazzi in difficoltà in loco ma anche aiutando qualche villaggio del cosiddetto Terzo Mondo.

Si tratta, per don Cosimo, di coltivare uno stile di vita comunitario segnato dalla presenza nel territorio vissuto come luogo di relazioni e di gesti di solidarietà permanente.

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mercoledì 9 settembre 2026

Palermo Samp, salutate la capolista

 ROSALIO

7 Set 2026

Palermo – Sampdoria, rosa primi in solitaria

Francesco Palazzo 

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Palermo-Sampdoria, terza di campionato nella settimana delle acchianate di massa verso il Santuario di Santa Rosalia nel Monte Pellegrino che guarda tutto dall’alto. Numeri delle grandi occasioni. Pure il caldo umido ha ritenuto, visto che ci perseguita da maggio, di essere presente.

I blucerchiati presentano numeri di alto lignaggio. Uno scudetto 35 anni fa, 66 campionati di A, quattro Coppe Italia, una coppa delle coppe, una finale di coppa dei campioni e una Supercoppa Uefa. Il Palermo 29 campionati di A, miglior piazzamento, tre quinti posti. Ma il passato non scende sempre in campo e stasera i rosanero possono perdere sì o pareggiare, tuttavia il metronomo della B li vede in pole position e stasera potremmo forse dire, ma solo alla fine, “salutate la capolista solitaria”. Del resto il grande allenatore Doriano, Boskov, quello che guidò la squadra dello scudetto, diceva che rigore c’è solo quando arbitro fischia. E vittoria c’è solo se al momento in cui l’arbitro soffia al vento il triplice fischio hai fatto un gol in più degli avversari.

I soliti fischi incivili durante la lettura della formazione ospite e si parte. Rosanero contro Bianchi, la maglia blucerchiata dei nostri ricordi stasera rimane in soffitta. Tre calci d’angolo di fila per i genovesi si concludono al quinto con un tiro sopra la traversa. Seguito da un’analoga conclusione. Ma sono i rosa che al nono con un’azione da sinistra vanno dentro la rete con Strefeza. Al 21mo esce il goleador per infortunio ed entra Vavassori. La Samp si presenta insidiosa più volte. Al 30mo e al 31mo il Palermo vicino al raddoppio. La Samp replica rendendosi pericolosa. Ma al 33mo Pohjanpalo mette il 2 sul pallottoliere. L’imbecillità delle offese ai catanesi si propaga dai padri ai figli. Primo tempo Palermo brioso e concreto dalla cintola in su, un po’ confuso e vulnerabile dietro. Ma i liguri non riescono a mettere la sfera dietro il portiere di casa. Adesso il vento fresco ha preso il posto del caldo umido. Segno di un autunno, finalmente, alle porte.

Si scalda nell’intervallo Palumbo pronto ad entrare ad inizio ripresa. Al 58mo difesa rosa in bambola, una prodezza del numero 1 evita l’1 a 2. Che viene rinviato di poco con la difesa rosanero inguardabile e l’ex nazionale Insigne che mette dentro da par suo. Primi 18 minuti della ripresa rosa assenti, doriani in cattedra. Due cambi per il Palermo. Al 66mo, al 78mo e 87mo Palermo vicino al gol. Secondo tempo di contenimento e attesa per i rosa, con decine di passaggi indietro al portiere. Con la Samp tenuta in partita quasi sino alla fine. Ma proprio all’ultimo giro di orologio Palumbo gonfia per la terza volta la rete dei doriani. 

Ora lo possiamo dire: «Salutiamo la capolista solitaria». Il campionato è ancora lunghissimo, sono soltanto tre giornate in fondo, ma le premesse per i rosa sembrano abbastanza promettenti, se dietro si giocherà meglio e se si sapranno gestire meglio le situazioni di vantaggio chiudendo prima le partite. Cinque vittorie tre in campionato e due in Coppa Italia. Non è poco, non è tutto. Vedremo il seguito. La gente grida «la capolista se na va». Esagerato stasera. Ma chi lo può escludere per il futuro?

venerdì 4 settembre 2026

La Santuzza, l'ascensione al monte e il reggente del Santuario

 Porta di Servizio

Testata Giornalistica di ispirazione Cattolica 

Notizie Chiesa locale e universale

3 settembre 2026

Santa Rosalia, il giorno dell’acchianata e don Natale: il santuario apre le porte ai pellegrini

https://www.portadiservizio.it/2026/09/03/santa-rosalia-e-il-giorno-dellacchianata-il-santuario-apre-le-porte-ai-pellegrini/

Francesco Palazzo 



Don Natale Fiorentino, Fdp (Figlio della Divina Provvidenza), così si firma, da Geraci Siculo, attuale reggente del Santuario di Santa Rosalia di Palermo, dove fervono i preparativi per le acchianate legate al giorno in cui si festeggia la Santuzza.

A 10 anni già voleva farsi prete. Con un gruppetto di 25 ragazzi, cosiddetti probandi, per verificare la vocazione arriva al Villaggio del Fanciullo di via Ammiraglio Rizzo a Palermo. Poi la continuazione delle medie a Paternò, il liceo a Roma, da lì passa alla Congregazione per il noviziato a Velletri; poi, dopo due anni di università a Tortona, dove si trova il corpo di San Luigi Orione, fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, il tirocinio in Calabria e altri anni di teologia a Roma, quindi l’ordinazione a Geraci.

Sulla scia di un cugino prete e di una zia suora. Ma la vocazione ce l’hai dentro, chiosa don Natale. È stato insegnante a Roma, poi varie tappe. Calabria, Pescara, Palermo, Anzio, Messina e infine Santa Rosalia con il provinciale che lo indica al vescovo.

Gli orionini a Palermo

La “acchianata” (salita, per chi non è palermitano) in massa sarà, come da tradizione, stasera 3 settembre, sino all’alba. Ma, precisa don Natale, tutto il mese sarà un’acchianata continua sino ad ottobre.

Nel 1946 il cardinale Ernesto Ruffini individua l’opera di don Orione per la reggenza del Santuario, imprimendo un segno di carità, avendo molti piccoli poveri e orfani. Una trentina di piccoli trovano spazio nei locali sovrastanti il Santuario, frequentano la scuola in una ex caserma di carabinieri, sino al 2000.

Gli orionini vengono prima sul monte e poì giù in via Ammiraglio Rizzo, anche lì c’è stata attività assistenziale verso i giovani sino al 2010. Adesso ci sono la parrocchia, l’oratorio, la scuola professionale e una casa per ferie. Nel dicembre 1946, in pieno dopoguerra, nel momento in cui Ruffini affida a loro il Santuario, la gestione era di un laico. Allora, ci racconta don Fiorentino, il Santuario apriva solo per le funzioni. I fedeli potevano guardare dentro da due finestre che sono state nel tempo murate.

Al momento tra Santuario e parrocchia del Don Orione, con oratorio annesso, sono in sei i religiosi presenti. Lui vive al Santuario, scende a valle solo per il pranzo ed è stato nominato l’1 settembre del 2023, cioè il giorno in cui facciamo questa chiacchierata è reggente esattamente da tre anni. Il rettore del Santuario è invece l’arcivescovo Lorefice, che darà il via alle 21 di stasera all’acchianata.

Il rapporto con la Santuzza

Chiediamo del suo rapporto con la Santa vissuto ogni giorno. Ricorda che a 10 anni, da probando, veniva qui quando era in prima media, poi da liceale torna da volontario per un paio di mesi, ha pitturato le stanze di sopra con delle vesti vecchie da preti.

Adesso, riflette, è un privilegio avere questa possibilità; si è creato, ammette, un rapporto viscerale con Santa Rosalia, quasi di parentela. C’è la preghiera, lo studio, l’indagine su ogni singola pietra. Ama pensarsi come in un condominio, lui sta al piano di sopra e lei al pianterreno. Ma ci sono pure i rapporti orizzontali con i fedeli che vengono da tutte le parti del mondo, anche islamici e buddisti, per chiedere, ringraziare o solo per pregare.

I racconti dei fedeli

Don Natale ci elenca una serie di esperienze. Ci sono le due donne cinquantenni che fanno la scala che dalla piazza porta al Santuario in ginocchio per ringraziare delle loro posizioni lavorative riconquistate dopo due licenziamenti, con la possibilità di andare presto in pensione.

C’è l’uomo che dopo un’operazione per una grave malattia si presenta a Santa Rosalia con un mazzo di 100 rose di prima qualità, tanto che hanno riempito ogni angolo del Santuario.

Poi la storia del piccolo figlio di palermitani, in coma dopo una rovinosa caduta; vive fuori dall’Italia, la mamma incarica dei parenti di recarsi subito al Santuario per chiedere a Rosalia la guarigione. Prima della gravidanza aveva chiesto alla Santa di avere un figlio. I parenti vanno da  don Natale per la benedizione. Giorni dopo i cugini lo chiamano e raccontano che il bambino sta meglio.

Un popolo di pellegrini

Quasi sempre, testimonia il parroco, il pellegrino quando arriva in cima si apre e si racconta. Ma cosa vuole comunicare il parroco della chiesa che sta sul Monte Sacro dei palermitani alla folla interminabile che per una notte e per settimane acchianerà nel ricordo della morte di Rosalia, avvenuta il 4 settembre 1170 a Monte Pellegrino?

Ci pensa, don Natale, ma prima ci racconta la storia di un ex “acchianatore” seriale che a 88 anni non ce la fa più e ha investito del denaro per realizzare un progetto che prevede la sistemazione di Qr code lungo la salita che aggiungano informazioni per chi sale.

Dal 26 agosto c’è la novena che si conclude il 3 settembre, animata, ed è una novità degli ultimi anni, da nove parroci dei nove vicariati dell’arcidiocesi. Rispetto al viaggio del Festino di luglio si invertono le posizioni. Lì le processioni, civile e religiosa, scendono verso il mare, qua si “acchiana” per giungere ad un solo piccolo punto dove si trova la Santa.

La santa ci chiama ogni giorno

E allora, don Fiorentino, cosa dire agli “acchianatori” di fine estate e cosa comunica la Santuzza a loro e alla città?  Chi sale, per don Natale, ricerca qualcosa di importante, di interiore, che sente dentro. Guarda la città dall’alto, un po’ distante, lì dove ci sono il  lavoro, la famiglia, la casa e capisce tutto questo meglio guardando da lontano e venendo qua dove c’è un’attrazione particolare, dove si percepisce un’energia unica anche se non sei cattolico, cristiano.

Chi viene, prosegue il reggente del Santuario, afferma che qui è magico perché queste rocce non stillano solo acqua ma soprattutto spiritualità, presenza. Chi acchiana, per don Natale, anche se non dovesse pregare in senso stretto, per il fatto che muova dei passi verso la meta, verso il Santuario, verso Santa Rosalia, è già in preghiera, in ascensione, che è un andare al di là di ciò che ogni giorno ti circonda, ti lega. La Santuzza, conclude, ti chiama ad un impegno personale, ti esorta a centrarti su ciò che è veramente importante, ciò che resta. E invita tutti e tutte  a diventare nuovi e nuove e a fare divenire nuova e sana la città delle donne e degli uomini.

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