mercoledì 30 maggio 2007

Comunali 2007: Ballottaggi Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 30 MAGGIO 2007

Pagina I

L´ANALISI

Le differenze tra i poli nella tornata elettorale
FRANCESCO PALAZZO

Com´è andato il turno di ballottaggio di domenica e lunedì in Sicilia? Guardando i numeri si evidenziano alcune conferme e qualche novità. Intanto si può dire che il centrodestra si è attrezzato meglio per disputare i secondi turni. I quali, esprimendo in genere un voto più d´opinione e meno clientelare, non sono proprio lo scenario adatto per l´esibizione muscolare del consenso. Ad Agrigento al primo turno il centrodestra si è attestato oltre il 70 per cento e può adesso contare sull´apporto in Consiglio comunale di ben ventidue consiglieri su trenta. Basterebbe questo dato per ridimensionare di molto quella vittoria. Per l´Unione in Sicilia questo è stato presentato dai media come l´unico risultato positivo, anche se esso va preso davvero come un fatto molto anomalo e difficilmente replicabile. Va sottolineato tuttavia che quella di Agrigento è l´unica provincia dove il secondo turno è complessivamente favorevole al centrosinistra (29.375 voti all´Unione e 24.714 alla Cdl). Per il resto abbiamo il quasi pareggio nella provincia trapanese (Unione 49.046 voti contro i 51.900 del centrodestra) e di quella ennese (466 voti in più a favore della Cdl, che prende 9.189 consensi contro gli 8.723 dell´Unione). Nelle province di Ragusa, Messina e Siracusa si votava in un solo comune a testa, il dato complessivo non è quindi molto significativo e in due casi su tre (Pozzallo e Avola) difficilmente valutabile in termini di coalizioni contrapposte. I consensi ottenuti nelle tre province dal centrodestra sono certamente superiori di quelli conseguiti dall´Unione. Nella provincia nissena il vantaggio del Polo non è marcato, anche se la distanza tra le due coalizioni supera il 3 per cento. Il dato più significativo è invece quello dei due ambiti provinciali più grandi, il Catanese e il Palermitano. Nei due territori, ma questo è un evento ormai consueto, la distanza tra i due schieramenti assume dimensioni proibitive. Distacco che è molto vicino a quello registrato nella recente tornata elettorale palermitana, a quanto verificatosi nella più lontana elezione svoltasi nel comune di Catania, ed è molto simile ai dati usciti fuori alle regionali dello scorso anno in relazione alle due province. In provincia di Catania il centrodestra si attesta intorno al 68 per cento, il centrosinistra non arriva quindi al 33. Un po´ meglio va nel Palermitano, dove però si mantiene una distacco notevole tra la Cdl, che sfiora il 64 per cento, e l´Unione, che si ferma perciò leggermente sopra il 36 per cento. Viene, insomma, confermato, seppure con soli ventuno comuni al voto e tenendo in considerazione la particolarità elettorale dei ballottaggi, che l´Unione soffre molto nelle due grandi circoscrizioni elettorali che hanno come centro le due metropoli siciliane. Ciò vale anche, escluse in questi casi le comunità circostanti ricadenti nelle province, per altri centri medi quali Trapani e Messina e, come già detto, per Agrigento. E, paradossalmente, proprio nel capoluogo agrigentino, dove l´Unione è ai minimi termini come consenso trascinato dai partiti, ecco che riesce a vincere la sfida per il governo della città. Volendo, infine, fare un calcolo complessivo, viene fuori che tra centrodestra e centrosinistra il distacco a favore del primo è di circa quarantamila voti in tutto il territorio regionale. Se consideriamo che i voti validi sono stati in questo turno di ballottaggio 290.346, non è una differenza da poco.

giovedì 24 maggio 2007

Antimafia ruolo associazioni

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 24 MAGGIO 2007

Pagina I
LA PROPOSTA

Fronte comune delle associazioni per la legalità
FRANCESCO PALAZZO

Un altro 23 maggio di manifestazioni è alle nostre spalle. Parole, cortei, musica, messe, dichiarazioni di esponenti partitici e di figure istituzionali. E poi tutto il resto. Ogni anniversario è come quello dell´anno precedente. Diciamolo francamente, nel campo dell´antimafia niente più sorprende, gli anniversari si rincorrono con parole e azioni sempre uguali a se stesse. Si deve tuttavia ricordare, fare memoria, sappiamo quanto sia importante strappare le vittime all´oblio.
Ma ormai sembra una memoria inchiodata su uno spartito che non riesce più a suonare una musica che davvero costituisca un problema per le mafie. Certo, c´è la confisca e l´utilizzo delle risorse che prima erano mafiose. Tanta gente fa lavoro meritorio in questo campo e sempre più Cosa nostra minaccia e interviene. Ma il sottrarre alla mafia i beni e poi riutilizzare gli stessi per fini sociali, cosa che peraltro si fa con incredibili ritardi e omissioni, è un processo che interviene solo e sempre dopo che il danno è stato fatto. A parte il fatto che, se proprio vogliamo dirla tutta, è davvero risibile il volume di ricchezza che si riesce a togliere al potere mafioso rispetto a quello che già si è consolidato e legalizzato. Bisogna, quindi, intervenire prima. Lasciando stare per un attimo il modo di porsi delle pubbliche istituzioni e dei partiti nei confronti della mafia, è bene concentrarsi su quello che la cosiddetta società civile legata al mondo dell´associazionismo riesce a mettere in campo collettivamente. La somma delle tante, e pur meritorie, azioni singole, rischia di avvicinarsi drammaticamente allo zero. Ognuno va per proprio conto, mai si prospetta la possibilità di una sintesi, di un´azione comune, di momenti programmati di confronto e verifica. Del resto sarebbe pure molto complicato, se non impossibile, mancando un luogo fisico (presente in molte città del resto d´Italia) dove conoscersi e riconoscersi per mettere insieme tutto l´immenso bacino di saperi e pratiche in questi decenni accumulato da tanti. I mafiosi tra loro si conoscono, a volte si combattono e per ora non lo fanno, sono in grado di approntare strategie di media e lunga durata. Viste le ricchezze che hanno accumulato, pare non siano tanto scarsi nel raccogliere i frutti del loro operato. Gli antimafiosi che operano nella società non sono invece capaci di aggregarsi e continuano a dare alle mafie un vantaggio immenso. Capita, talvolta, alle persone che pure operano genericamente nell´ambito di quella che possiamo chiamare genericamente antimafia, di non vedersi per mesi. Quando si parla, nel corso di fugaci e occasionali incontri, si tocca con mano quanto sarebbe importante potere lavorare insieme. E non che nel frattempo ognuno stia con le mani in mano. Si organizza, si commemora, si studia, si marcia, si polemizza. Solo che ciascuno lo fa in solitudine. E non si sente il limite di tutto ciò. In una città come Palermo ogni protagonista dell´antimafia, singolo o collettivo che sia, spesso è polemico con gli altri schierati sullo stesso fronte. Tutto ciò fa comodo al potere mafioso. Di chi è la colpa di questa disgregazione? Forse della tanto vituperata politica? Forse è il destino cinico e baro? Che cosa impedisce all´associazionismo antimafioso palermitano di agire come forte lobby di pressione? Non ci sono colpevoli esterni. Bisogna attrezzarsi per costruire la politica sociale antimafia del prima e non sempre quella repressiva del dopo. Altrimenti, a lungo andare, anche le commemorazioni annuali saranno sempre più sterili. La mafia fa bene il proprio lavoro, l´antimafia che opera nella società dovrebbe fare bene insieme il suo. Solo allora potrà veramente presentare

domenica 20 maggio 2007

Centrosinistra siciliano e patti centrsiti

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA, 20 MAGGIO 2007

Pagina I
L´INTERVENTO
Il patto centrista indebolisce il Pd

FRANCESCO PALAZZO

Vi sono tanti modi per leggere in positivo una sconfitta elettorale. In Sicilia il centrosinistra, perdendo spesso, si è specializzato in analisi consolanti a urne aperte. Su Palermo, a esempio, si fanno paragoni con il 2001. C´è stato davvero questo recupero? A prima vista sembrerebbe di sì. L´Unione ha preso 17 punti in più. Tuttavia, questo 37,84 per cento è davvero un´altra cosa rispetto alla prima sconfitta contro Cammarata e compagni? Si può ritenere di no. Perché il numero sia raffrontabile vanno eseguite infatti due sottrazioni. Tolto il 13,57 per cento delle liste orlandiane, cifra elettorale occasionale e perciò già evaporata, si arriva al 24,27 per cento. Non è finita, bisogna togliere quelle piccole liste che non rivedremo più e che non hanno portato grandi consensi. Via un altro 1,3 per cento e arriviamo al 22,97. Volendo, è questo il numero da paragonare al 2001. Allora si arrivò al 20,55. Ci sarebbe un 2,42 per cento di scarto, su cui intavolare discussioni sul miglioramento rispetto al terribile anno. E qualcuno ci prova, non soltanto sotto i fumi stordenti della sconfitta, ma anche dopo alcune notti di sonno ristoratore. Bisogna però dire che, partendo dal rappresentare strutturalmente meno di un quarto dell´elettorato, neanche si fosse candidata Santa Rosalia in persona l´Unione sarebbe riuscita a cavare un ragno dal buco nel capoluogo. Non ci sono ricette miracolistiche per uscire da tutto ciò. Certo, fa specie che il giorno dopo la batosta partano «segnali» di fidanzamento nei confronti dell´Udc e del Movimento per l´autonomia. Ciascuno è libero di immaginare tutti gli accordi possibili. Però, quando fai delle avance da una posizione di forza puoi immaginare di essere al centro del gioco. Quando ti sbilanci da una situazione di debolezza, la cosa migliore che ti può capitare è quella di dirigere il traffico ritenendo che tutte le macchine in circolazione ti appartengano. Ma non è così, a meno di non avventurarsi, ancora una volta, in improbabili letture di avvenimenti elettorali e inaugurando un nuovo genere letterario. Non più sconfitte che cercano di trasformarsi in vittorie, ma vittorie che perdono di vista la politica. È stato fatto ad Agrigento e a Cefalù, che non sono esattamente due piccoli borghi, dove in genere si sperimentano tutti gli incroci possibili. Ad Agrigento, Ds e Udeur, insieme a tre liste civiche, distaccandosi da altri pezzi dell´Unione, hanno sostenuto un uomo sino a ieri nell´Udc e vanno al ballottaggio contro il candidato del centrodestra. Il centrosinistra che va al secondo turno non arriva al 18 per cento, mentre lo schieramento compatto del centrodestra che sostiene l´altro candidato supera il 70 per cento. Non capiamo dunque in che cosa esattamente consista la contentezza di andare al ballottaggio in queste condizioni di forza residuale. Analogo ragionamento si può fare per Cefalù, dove il candidato sostenuto da Ds e Udc ha vinto. Anche in questo caso festeggiamenti, ma in una situazione in cui i Ds, che superano di poco il 9 per cento, per giunta insieme allo Sdi, sono al seguito e non protagonisti, in un´alleanza che vede l´Udc superare pure Forza Italia, obiettivo mancato in tante realtà. Insomma, per il centrosinistra la via per uscire dal collo della bottiglia non può intravedersi minimizzando sconfitte politiche pesanti o brindando dove si è marginali e divisi, anche se vincenti o speranzosi di esserlo tra una settimana grazie ad alleanze improvvisate e spregiudicate. Su tali basi le fondamenta siciliane, già gracilissime, del Partito democratico e della Sinistra europea, non potranno che indebolirsi ancora di più.

sabato 19 maggio 2007

La fiaccolata per Peppino Impastato

Da Terrasini a Cinisi solo "stranieri"
Pubblicato su Centonove del 18 maggio 2007
A ventinove anni dall’omicidio di Giuseppe Impastato, si è svolta mercoledì 9 maggio la solita marcia da quella che fu la sede di radio aut, a Terrasini, alla Casa Memoria di Cinisi, dove ha abitato sino alla morte Felicia, la mamma del militante ucciso dalla mafia. La cosa davvero impressionante, a quasi trent'anni dal fatto, è l’indifferenza degli abitanti dei due paesi. Gli abituali frequentatori del consueto appuntamento annuale, dicono rassegnati che ormai è un fatto scontato, non ci fanno più caso. Anzi, prima dell’uscita del film “I cento passi”, ci raccontano, i partecipanti si erano davvero ridotti a poche decine. Solo sulla scia dell’opera cinematografica si è registrata una certa partecipazione giovanile. L’altro giorno c’erano ragazzi e ragazze di Bergamo, Lecce, Caltanissetta, Catania, ovviamente Palermo, ma neanche uno della zona, o se c’era si nascondeva bene. I pochi adulti del luogo partecipanti sono quelli che hanno conosciuto il militante di Democrazia Proletaria. Oltre c’è il deserto. Persiane che si chiudono come un effetto domino al passaggio della fiaccolata, occhi che spuntano furtivi dagli orifizi delle imposte, una signora chiusa in macchina con la sicura azionata. “Uno, due, tre…..cento passi”, cantano a squarciagola i giovani. Ma quanti passi in avanti sono stati realmente fatti in paesi come Cinisi o Terrasini da quel maggio del 1978? Eppure Palermo, con le sue mobilitazioni e indignazioni pubbliche, sicuramente adesso in ribasso ma sempre covanti sotto la cenere, non è molto lontana. Ancora più vicino è quel pezzo d’autostrada, dalle parti di Capaci, dove, sempre di maggio, quindici anni addietro, Falcone saltò in aria con la moglie e la scorta. “Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”, ci mettono tutto il fiato che hanno i giovani presenti. Slogan di forte impatto emotivo. Poi rifletti che è solo un grido di persone che dopo qualche ora saranno lontane. E allora non sai più cosa significa fare baldanzosamente, lontani dalle proprie contrade, la lotta alla mafia al posto di altri che rimangono a casa. Una dirigente del comune di Cinisi sussurra triste che l’indomani sarà un giorno amaro, in ufficio sarà silenziosamente ignorata o visibilmente sfottuta. Non sappiamo se esagera, ci racconta però della figlia che va alla scuola media del paese. Lo scorso anno andava in seconda, è rimasta in classe quasi da sola a difendere Peppino, tutti gli altri compagnetti e compagnette sostenevano che era uno spostato. Ci chiediamo come fanno ad esprimere un giudizio così brutale e ingiusto dei bambini, la risposta potrebbe essere che l’hanno appreso dagli adulti e lo ripetono meccanicamente. “Una mattina mi son svegliato…bella ciao, bella ciao”, con pugni chiusi ormai deposti negli scaffali della storia, i giovani proseguono la loro litania civile. Sono persone sveglie, avvertite, molte di loro scattano foto dappertutto, chissà se guardandole a casa riusciranno a valutare meglio la giornata e a smorzare il loro entusiasmo. “Oggi e sempre resistenza” esce fuori dalle casse. Certo, tuttavia sono passati più di sei decenni da quella lotta di liberazione, forse si dovrebbe contestualizzare un attimino meglio. La concretezza ci viene dal Sindaco di Anzola dell’Emilia in provincia di Bologna, da tre anni presente alla fiaccolata. Hanno dato la cittadinanza onoraria a mamma Felicia e le hanno dedicato un giardino pubblico. Ma non porta solo parole e bei gesti nel percorso che si snoda da Terrasini a Cinisi. Il paese che amministra conta poco più di undicimila anime e registra mille imprese, ossia un’unità produttiva ogni undici abitanti. Ecco il suo biglietto da visita. A lui che sa cos’è stata la resistenza, perché dalle sue parti non è un sentito dire come in Sicilia, preme solo segnalare la solidità economica della città che rappresenta. Per il resto, va dritto e silenzioso con la sua bella fascia tricolore in mezzo al deserto siciliano.

martedì 15 maggio 2007

Comunali Palermo 2007

LA REPUBBLICA MARTEDÌ, 15 MAGGIO 2007
Pagina I
L´ANALISI
Dalla "primavera" a oggi troppe stagioni di sprechi
FRANCESCO PALAZZO

Il risultato delle amministrative palermitane si poteva già registrare domenica mattina facendo un giro davanti ai seggi elettorali nei quartieri periferici della città. Dappertutto pizzini elettorali di candidati del centrodestra, galoppini che invitavano a votare candidati del centrodestra alle circoscrizioni e al Comune. Segni evidenti di forza della macchina elettorale della Cdl. Segni che non devono certo far perdere di vista il risultato che viene fuori dalle urne. Orlando e il suo schieramento denunciano brogli elettorali. E certo nei seggi si saranno verificate criticità. Tuttavia i brogli - a meno di clamorosi esiti delle inevitabili e doverose indagini - non bastano a spiegare il risultato elettorale. Si tratta per l´Unione di una sconfitta che deve indurre a riflessioni approfondite, senza superficialismi o isterie. Come il tentativo di volgere tutto al positivo, facendo un confronto con il risultato disastroso del 2001. Quando i due candidati del centrodestra, Cammarata e Musotto, arrivarono quasi al 75 per cento. I dati definitivi li conosceremo meglio e su essi rifletteremo nelle prossime ore. Quello di cui già abbiamo contezza va detto. Intanto si può sottolineare che questa sconfitta parte da lontano. E cioè dalla capacità del centrosinistra di buttare al vento quell´onda gigantesca di consenso che, dal 1993 al 2000, gli consentì di governare Palermo con numeri bulgari. Il capitale di quella stagione è stato dilapidato. Si diceva in campagna elettorale che dalla "primavera" si sarebbe passati all´estate dopo l´inverno del centrodestra. In realtà, la brutta stagione è iniziata quando, nel 2001, il centrosinistra non pose le pur minime basi per non interrompere bruscamente la stagione degli anni Novanta. Leoluca Orlando, che va ringraziato per aver dato ai palermitani una concreta alternativa di scelta, aveva promesso di riaprire, se vincente, quel portone di Palazzo delle Aquile, rimasto a suo giudizio chiuso durante la legislatura passata. Ma quel portone si era già chiuso da tempo e il lucchetto lo aveva proprio messo il centrosinistra sbattendo fortemente la porta del passato, così pregiudicandosi il futuro. Se vuole trovare la combinazione per riaprire quell´ingresso, l´Unione deve essere capace di inaugurare una stagione profondamente diversa. Sul risultato elettorale, pare che la coalizione di centrosinistra possa sfiorare il 40 per cento, ossia un dato che alla vigilia era ritenuto una soglia più che accettabile. Tuttavia è quasi certo che una parte consistente di tale consenso sia da attribuire alle liste che Leoluca Orlando ha messo in pista, le quali si attesterebbero intorno (con Italia dei valori) al 16 per cento. Se così fosse i partiti «storici» dell´Unione, non arrivando neanche al 25 per cento, confermerebbero la forte anemicità strutturale che li caratterizza da tempo e dalla quale non accennano a guarire. Il voto disgiunto, apparentemente, pare attestarsi intorno al 6 per cento, di poco superiore a quello che premiò la Borsellino alle regionali del 2006 e leggermente sotto di quello che lo stesso Orlando ottenne alla regionali del 2001. Va tuttavia sottolineato che anche le liste messe in campo dallo stesso Orlando sono da conteggiare come un valore aggiunto comparabile al voto disgiunto. Sintetizzando, si può dunque affermare che Orlando ha avuto un´eccellente affermazione, donando con le liste circa sedici punti al suo schieramento e togliendo sei punti al suo avversario. Un´enormità. Per ciò che riguarda Diego Cammarata, egli alla vigilia era accreditato, da parte di ambienti vicini al centrodestra, di un risultato di poco superiore al 50 per cento, dunque vicino al rischio ballottaggio che l´avrebbe visto quasi sicuramente soccombente. Invece l´elettorato palermitano ha espresso un sostanziale assenso verso l´amministrazione uscente. La distanza a favore del concorrente della Casa delle libertà, mediamente nove punti netti, e quella ancor più ampia che divide i due schieramenti, circa venti punti, non lasciano spazio ai soliti distinguo del giorno dopo. Peraltro, pare che lo stesso Orlando sia stato battuto da Cammarata proprio nei quartieri popolari, dove sembrava che il primo andasse a vele spiegate. Gestire una vittoria è assai più semplice che amministrare una sconfitta. Quest´ultimo è il compito arduo che attende il centrosinistra. Ci vorrà del tempo per leccarsi le ferite, questa sconfitta per i partiti dell´Unione pesa forse più di quella del 2001. C´è da augurarsi che l´Unione prosegua con speditezza nella costruzione dei due poli, Partito democratico e Sinistra europea, in grado di costituire una doppia forza d´attrazione capace di trovare la via per non soccombere sistematicamente sotto i colpi del centrodestra siciliano. Non più però guardando al passato, seppure glorioso, ma cercando di aprire nuove strade, con nuove biografie e una rinnovata comprensione della società palermitana.

lunedì 14 maggio 2007

Voto a Palermo: come potrebbe andare

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 12 MAGGIO 2007

Pagina I

L´ANALISI

La variabile popolare nella partita delle liste
FRANCESCO PALAZZO

Tecnicamente il giorno che precede le elezioni è il momento della riflessione e del silenzio, prima che il corpo elettorale decida come comportarsi alle urne. Ma è anche la giornata in cui più convulse si succedono le telefonate, gli sms, le mail e gli incontri. Nel tentativo di tirare su la rete del consenso lanciata - in modo più o meno legittimo - nelle settimane precedenti. Per chi ha puntato sulla compravendita del voto - l´indagine della Digos è in corso e ne sapremo presto i risultati - è facile immaginare che oggi è il momento dell´ultimo richiamo, o magari quello dei pagamenti, della messa a punto dei meccanismi pur collaudati del controllo delle schede. Dopo la defezione televisiva di Cammarata lo si può dire ufficialmente: questa campagna elettorale nel capoluogo si è svolta senza confronti diretti tra i due candidati maggiori, né tantomeno sono stati affrontati in un qualunque contraddittorio i temi cruciali che ancora attanagliano Palermo. Sono prevalse le accuse e le invettive. Sembra che per questa città, o forse per la Sicilia tutta, le tornate elettorali debbano sempre essere uno scontro quasi tribale tra il bene e il male. Non c´è spazio per altro. Non c´è stata neanche una pur formale legittimazione reciproca tra Orlando e Cammarata, come avviene in tutte le democrazie mature. C´è da credere che difficilmente vi sarà il classico scambio di telefonate distensivo tra il perdente e il vincitore. Perché alla fine ci sarà un perdente e un vincitore. E Palermo riprenderà a vivere la sua problematica quotidianità. Per tornare all´agone elettorale, in questo momento, pare si vivano in due modi contrapposti le ultime ore nel centrosinistra e nel centrodestra. Nell´Unione circola un certo ottimismo. E molti si dicono convinti che si vada al ballottaggio. Se il candidato a sindaco dell´Unione vuole essere competitivo deve attestarsi attorno al 48 per cento, cioè prendere sette o otto punti in più del miglior risultato della sua coalizione, atteso intorno al 40-41 per cento. Il voto disgiunto - basandosi sui precedenti «storici» - può anche arrivare a lambire i sette punti in più per il candidato del centrosinistra. Dalle parti del centrodestra ci sarebbe invece viva preoccupazione, non tanto per il risultato delle liste, che appare scontato con la vittoria della Cdl, ma per quello del candidato sindaco. Diego Cammarata, anche se non ce la farà a passare al primo turno, dovrebbe attestarsi non al di sotto del 49 per cento, ossia prendere sette punti in meno rispetto al risultato meno favorevole della sua coalizione, che viene stimato attorno al 56 per cento. Per esperienza di precedenti elezioni, sappiamo che lo scostamento al negativo di un candidato del centrodestra, rispetto alle liste che lo sostengono, può andare, anche se di poco, oltre gli otto punti. Se questo è lo scenario la disputa è sul filo di lana. Un secondo schema, forse più realistico, potrebbe portare l´Unione a rimanere dentro la forbice che va da 37 al 39 per cento, mentre la coalizione di centrodestra potrebbe muoversi tra il 58 e il 59 per cento. In tal caso a Orlando, per arrivare alla soglia competitiva del 48 per cento, occorrerebbero mediamente 10 punti netti in più. E Cammarata, per scendere sotto il 50, dovrebbe perderne mediamente altrettanti. Cosa non impossibile ma più complicata. Questo scenario statistico, chiamiamolo così, non tiene tuttavia conto del fatto che nelle elezioni fanno talvolta irruzione eventi inattesi. E in questo caso l´elemento difficilmente valutabile, che in qualche modo potrebbe far saltare il banco, è proprio il candidato Orlando, visto ancora soprattutto tra le fasce popolari come il sindaco di Palermo. In questi mesi Orlando si è mosso fuori dai partiti che lo sostengono e viene percepito, da sinistra a destra, come un valore aggiunto, nelle condizioni di determinare sorprese in grado di sgretolare tutti i dati consolidati. Vedremo, a urne aperte e a voti contati uno per uno, se è corretta l´impressione di coloro che ritengono aperta la partita o se sono nel giusto quanti pensano di non dovere registrare sostanziali novità rispetto al recente passato.

Voto nelle circoscrizioni

Pubblicato sul numero di maggio della Rivista Maredolce

Francesco Palazzo

Il 13 e 14 maggio si voterà a Palermo. Si eleggeranno il sindaco e i consiglieri comunali. Si rinnoveranno pure i consigli circoscrizionali, un tempo consigli di quartiere. Come si sa, dai venticinque piccoli parlamenti si è passati alle attuali otto porzioni di territorio che dovrebbero assicurare il decentramento. Decentrare, in questo caso, dovrebbe coincidere con l’avvicinare l’istituzione comunale ai cittadini, con conseguente accrescimento di partecipazione e di pronta soluzione dei problemi specifici che ogni fetta di territorio cittadino presenta. Ma nel corso degli anni non si è mai dato corpo a queste strutture intermedie. Attualmente le circoscrizioni non hanno sostanzialmente nessun potere, né in termini di possibilità di spesa, né in termini di deleghe, cioè di tematiche su cui lavorare autonomamente senza dovere chiedere favori quando si tratta di aggiustare un marciapiede o riattivare un lampione spento. E’ opinione diffusa che, così come attualmente sono strutturati, i consigli circoscrizionali servono a poco, se non a spendere soldi pubblici, e non pochi, per il loro funzionamento. Il Comune di Agrigento ha afferrato il toro per le corna, con una delibera votata dal consiglio comunale ha recentemente cancellato le cinque circoscrizioni esistenti. A maggio, pertanto, gli agrigentini non voteranno per le circoscrizioni. Fuori dalla nostra regione, città come Roma sono andate avanti, istituendo le municipalità, veri e propri comuni dentro la città, in grado di funzionare perfettamente come la struttura amministrativa centrale. A Palermo, come dicevamo, invece si andrà al voto per le circoscrizioni senza poteri. E nella seconda, quindi quella in cui ricade l’azione informativa di questo giornale, ogni cittadino e ogni cittadina in possesso dei requisiti, cioè il corpo elettorale, dovrà scegliere, tra centinaia di facce, quella verso cui indirizzare la propria preziosa preferenza unica. Compito non facile. Se a livello comunale le pressioni che si riceveranno saranno grandi, in ambito rionale la caccia al voto assume dimensioni quasi familiari, essendoci in quasi tutti i nuclei di parentela almeno un candidato o una candidata. Come orientarsi? Innanzitutto, si dovrebbe valutare la possibilità, da non considerare mai remota in qualsiasi consultazione elettorale, di un impegno in prima persona nello schieramento più vicino alle proprie idee politiche e all’interno della lista che più direttamente si percepisce prossima al proprio modo di intendere la vita pubblica. Questo aspetto è molto importante. La politica si vive spesso assegnando deleghe in bianco a gente che vediamo solo per il voto e poi mai più. Dobbiamo sempre aver presente che le elezioni non sono soltanto l’esercizio legittimo del voto, ma possono rivelarsi anche un momento in cui assumersi una responsabilità personale e diretta. Se scartiamo tale ipotesi, non possiamo che orientarci verso uno dei tantissimi candidati in campo nella circoscrizione. I criteri di scelta possono essere diversi. Mettiamo in evidenza quelli che, a nostro avviso, sono i più importanti. Per cominciare, non bisognerebbe nemmeno lontanamente considerare coloro che hanno avuto o intrattengono dei rapporti con la mafia, oppure che frequentano senza problemi persone legate a quel mondo. E non solamente per un ragionamento etico, già in sé molto importante. Ma perché non conviene essere governati da eletti che non fanno gli interessi di tutti, ma quelli delle cosche mafiose che li hanno assoldati e alle quali rispondono in ogni parola e in ogni gesto politico che compiono. Poi, non sono molto appetibili i candidati e le candidate che vi promettono qualcosa di personale, tipo un posto di lavoro, un sussidio una tantum, una banconota di cento euro o altre cosette di questo tipo. Perché anche in questo caso, prescindendo dal fatto che quasi sempre si tratta di promesse fondate sul nulla e che valgono sino al giorno del voto, non c’è convenienza, queste persone infatti non lavorano per l’interesse di tutti, ma solo per favorire pochi. Solo se si lavora per l’interesse collettivo c’è possibilità per tutti. A cominciare dai giovani, i quali, pur studiando con impegno e raggiungendo spesso titoli di studio prestigiosi, sono poi costretti ad andare via dalla Sicilia per trovare un lavoro dignitoso. C’è un altro criterio, che riguarda chi si ricandida. Bisogna chiedere a questi soggetti cosa hanno fatto nei cinque anni precedenti per il territorio della circoscrizione e quali azioni politiche abbiano intrapreso per chiedere con forza, e non solo con i lamenti, una modifica strutturale delle circoscrizioni stesse. Se hanno fatto poco o niente è meglio indirizzare altrove il voto. Ma anche per quelli che si presentano per la prima volta, occorre informarsi della loro vita, chi sono, cosa hanno fatto, perché si candidano. Inoltre, poiché tutti i candidati nelle circoscrizioni appoggiano almeno una candidatura al consiglio comunale, bisogna capire chi sono questi loro referenti cittadini. Senza dimenticare che, pur votando per la persona a livello di quartiere, bisogna avere presente il quadro complessivo della città. E allora, se si voterà per il candidato a sindaco di una determinata parte politica, occorrerà anche preoccuparsi, nei limiti del possibile, di muoversi coerentemente con tale scelta. A questo punto i nostri lettori si chiederanno perché ci accaloriamo tanto per un voto responsabile nelle circoscrizioni se poi sono inutili. Ed è qui che scatta il criterio più importante per orientarsi. Si dovrebbero premiare quelle persone e quella coalizione che più seriamente s’impegneranno, con progetti concreti già in mano, nel trasformare le circoscrizioni da insignificanti, come attualmente sono, a utili, come dovrebbero diventare per migliorare la vita di tutti. E questo è forse l’aspetto più complesso della questione. In quanto tutti, candidati a sindaco, al consiglio comunale e alle circoscrizioni, diranno che certamente si prodigheranno per fare diventare i consigli circoscrizionali degli organismi rappresentativi veri. L’unica strada è informarsi bene per formarsi un’opinione precisa sull’argomento. In modo da poter capire chi vuole fare sul serio e chi intende continuare a perdere tempo su questa fondamentale questione della vita di una città come Palermo.

martedì 8 maggio 2007

Leoluca Orlando al Palasport

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 08 MAGGIO 2007

FACCE NUOVE ALL´ORLANDO DAY

FRANCESCO PALAZZO

Al comizio di Leoluca Orlando domenica al palasport non era possibile avere bandiere di parte. Quelle poche che sventolavano poco prima dell´inizio poi sono scomparse, essendo presenti anche elettori della Casa delle libertà. Un palco pieno di uomini con qualche spruzzo di rosa ha accolto il candidato sindaco del centrosinistra. Segretari di partito muti, sorridenti e applaudenti, facevano corona, insieme ai candidati, all´oratore unico. Il pubblico ha interrotto numerose volte Orlando durante il suo appassionato intervento. Non c´è più il clima delle due tornate elettorali cittadine degli anni Novanta, che videro Orlando trionfare nel 1993 e nel 1997. Molte facce sono scomparse, c´è stato un ricambio: uno spostamento - si dice - verso le fasce popolari della città. I ragionamenti innovativi non mancano. Come quello di adottare una politica policentrica che metta in primo piano non solo il centro storico conosciuto, ma anche quelli dei quartieri periferici. Chiedendo in giro si ricavano timide o baldanzose speranze. La speranza di andare al ballottaggio e quella, molto meno gettonata, di una vittoria al primo turno. L´analista dei voti vicino a Orlando ci mostra delle tabelle, dallo studio delle quali, dice, si evince che si va certamente al secondo turno. Enzo fa il farmacista, prevede una buon risultato di Orlando ma non una vittoria, dalla sua postazione continua a registrare una massiccia tendenza verso il centrodestra. Un esponente dell´Arciragazzi è convinto che vi siano sacche di trenta o quarantamila voti che possono essere comprate all´ultimo momento. Lamenta anche un clientelismo dalle parti del centrosinistra. Pare che molti propongano la creazione di cooperative per la raccolta di cartone. In ogni caso si augura di avere una coalizione unita, capace di portare avanti un progetto anche in caso di sconfitta. C´è Mariella, un´impiegata comunale, che è molto preoccupata, spera soltanto in uno scatto d´orgoglio della parte migliore della città. Un candidato della Margherita al consiglio comunale ci racconta che a Brancaccio un voto si vende a 50 euro, lì le parrocchie hanno avuto molto e sarà molto difficile arrivare al ballottaggio. Un rappresentante di un´associazione del centro storico, con una smorfia dolorosa, rivela che all´inizio era più fiducioso, adesso teme una sconfitta. Una candidata di Italia dei valori riferisce che alla Marinella i prezzi sono un po´ più alti di Brancaccio, evidentemente trattasi di una piazza difficile. Un voto costa 75 euro. Lei si dichiara convinta del fatto che gli elettori prendono i soldi e poi votano con la loro testa. Sarà. Una commerciante ci presenta suo genero, candidato nella lista di Italia dei valori e banconista nella salumeria di un grande magazzino. La sua analisi atterra su una vittoria secca dell´Unione a primo turno su tutta la linea. Un candidato al Comune della lista Udeur lamenta il fatto che in città si vedono solo facce del centrodestra, pensa sia dovuto al fatto che l´Unione sta spendendo pochi soldi per la pubblicità elettorale. Per Simona e Marco, due esponenti di Addiopizzo, il confronto è alla pari, ma dall´altra parte ci sono più soldi e questi alla fine saranno decisivi. Uno della lista Orlando ritiene impossibile un ballottaggio, chi vincerà lo farà al primo turno. In generale le persone meno politicizzate si lasciano trasportare dal sentimento speranzoso, quelle più navigate guardano a quanto realmente può accadere. Dappertutto si raccolgono risposte sulla frase provocatoria di Berlusconi, che il giorno prima ha definito infermi mentali quanti non voteranno Cammarata. Con la sanità che abbiamo, vallo a trovare, sussurra Anna, un posto per ricoverare tutti.

lunedì 7 maggio 2007

Scontrino fiscale come conquista civica

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 05 MAGGIO 2007

Odissea del consumatore dal barbiere al pollivendolo

Se il commerciante si offende alla richiesta dello scontrino

FRANCESCO PALAZZO

Forse è la reazione irrazionale alla possibile chiusura degli esercizi commerciali nei casi di infrazioni. Certo è che farsi rilasciare lo scontrino fiscale o una ricevuta di pagamento a Palermo è diventato davvero arduo. O meglio, se chiedi poi ottieni. Ma se va bene devi sopportare l´occhiataccia di certi esercenti. Se va male devi pagare di più perché in nero non si calcola l´Iva. È il ragionamento di un meccanico che ha rimesso a nuovo un´auto. Un venditore di polli allo spiedo, già arrivato a dieci euro alla faccia dell´influenza aviaria, utilizza un metodo niente male. Lo scontrino effettivamente esce dalla cassa, ma quasi sempre rimane lì svettante, lui dà soltanto un pezzo di carta con la quantità di ciò che ti spetta. Per molti parrucchieri per signora è prassi rilasciare una ricevuta di importo molto inferiore alla spesa effettiva. Dal barbiere la cosa può ripetersi, in modo leggermente più fastidioso, essendo quello un luogo dove si va pure per rilassarsi un attimo. Dopo la classica spazzolata finale, il capo cerca di capire che tipo sei e mentre da il resto si prepara a ogni evenienza. Quando dici la frase, per favore la ricevuta, ecco che improvvisamente si ricorda, con un plateale gesto che mima una dimenticanza occasionale. In due secondi ottieni ciò che hai chiesto. Insieme ai silenziosi insulti che il nostro artigiano del capello ti starà certo indirizzando e che ti pare di sentire in stereofonia. Anche in certe pescherie non si sfugge al giochetto. Scegli ciò che desideri, gentilmente il pescivendolo incarta, ti pare che tutto fili liscio. Ma al momento di incassare devi «ricordargli» che l´operazione si può dire conclusa con una piccola aggiunta di buona volontà da parte sua. Ti accontenta senz´altro, ma quando giri le spalle ti porti dietro uno strano sguardo gelido che ti fa sentire un verme e che ti accompagnerà sino a sera. E dei bar, cosa possiamo dire? Ne conosciamo uno dove in certi momenti della giornata, quando c´è poca gente e tutto è sotto controllo, il cassiere chiama le ordinazioni senza impegnare più di tanto la cassa, prende i soldi e avverte in viva voce che hai pagato ciò che stai mangiando e che hai diritto al caffè. Ti soffermi un attimo, neanche parli perché hai la bocca impegnata con il cornetto, guardi con compassione, lui capisce e sgancia l´agognato pizzino. Anche nel campo della ristorazione con servizio ai tavoli si può allestire una certa rispettabile casistica. Qualche giorno addietro all´uscita dal Massimo, nelle vie adiacenti, si è consumato il rito del kebap. Al momento del conto ti si presenta il classico anonimo foglio di carta sventolato dal ragazzo impegnato in sala. Ogni volta la solita, e quasi isolata, richiesta del documento ufficiale, che in genere arriva dopo minuti di incomprensibile attesa. In questo caso c´è stata una variante sul tema. «Se vuole lo scontrino vada alla cassa». Al nostro perché, nessuna risposta: in fondo non stiamo chiedendo i documenti a nessuno. Dall´esigua coda che umilmente attende, capisci che il gestore a uno a uno vuole conoscerli quei pochi screanzati che non hanno la serietà civica di uniformarsi al comportamento della massa, che paga senza fare tante storie. L´elenco potrebbe essere lungo, ma qui ci fermiamo. Dicendo che non si vuole fare di tutta l´erba un fascio, tanti commercianti si comportano bene. Tuttavia il gruppo dei furbi è bello grosso. Ed è anche difeso, non tanto per l´evasione sfacciata che tende a umiliare chi acquista, ma per gli aumenti sconsiderati dei prezzi seguiti all´introduzione dell´euro. Che è poi l´altra faccia della medaglia, in cui a perderci è sempre chi consuma. Qualche settimana addietro, in una dichiarazione televisiva, un esponente cittadino della categoria degli esercenti, giustificava la forte lievitazione dei prezzi al consumo con il fatto che è alla filiera, cioè nel percorso che dal produttore porta al venditore, che si determinano gli aumenti spropositati. E quando c´era la lira, avremmo chiesto, perché gli importi delle merci al consumo non aumentavano in maniera così galoppante? Ma i giornalisti, si sa, spesso non fanno la seconda domanda, si perde troppo tempo.

Don Puglisi e Don Diana

Giornale Centonove del 4 maggio 2007

La fede contro la mafia

Francesco Palazzo

Si chiamavano tutti e due Giuseppe, il primo inteso Pino o 3P, il secondo Peppe. Il primo di cognome faceva Puglisi, il secondo Diana. Erano due sacerdoti del sud, di generazioni diverse e di regioni diverse. Quando morì, don Puglisi aveva cinquantasei anni, don Diana trentasei. Tutti e due uccisi, il primo dalla mafia, l’altro dalla camorra. Il parroco palermitano di Brancaccio nel giorno del suo compleanno, il 15 settembre 1993, il sacerdote di Casal di Principe nella giornata del suo onomastico, il 19 marzo 1994. Sul sacerdote campano è uscito per i tipi delle Paoline (€ 12 – pagg. 203) un libro di Rosario Giuè , “Il costo della memoria – Don Peppe Diana il prete ucciso della camorra”. Un lavoro da cui emerge la figura di don Diana, un uomo che ha combattuto la camorra e che per questo è stato ucciso. Questa potrebbe sembrare un’ovvietà. Così non è stato nel corso delle vicende processuali, descritte negli ultimi capitoli. E proprio da qui partiamo per leggere parallelamente le due biografie. Nel processo di primo grado, Don Diana è descritto come un soggetto che sì ha combattuto la camorra, ma che per ingenuità si è trovato a custodire un carico d’armi di uno dei due clan che si contendevano, agli inizi degli anni novanta, il potere camorristico nella zona. Un fatto non provato, che poi sarà smontato in appello e in cassazione, ma che negli anni ha gettato una coltre d’opacità sul giovane prete. Nel caso di Puglisi, invece, è emersa sin da subito nelle aule di tribunale il suo spessore di pastore. Tuttavia, a ben conoscere i fatti, anche per don Pino si tentò di mettere in giro voci su vicende passionali o peggio, che fortunatamente non trovarono terreno fertile. La stessa cosca di Brancaccio volle far apparire l’assassinio come un fatto non riconducibile a sé. Per questo utilizzò il silenziatore, un’arma con un calibro diverso rispetto al solito e tentò di fare apparire l’agguato come la degenerazione di uno scippo. Se in Sicilia fu semplice capire di cosa si trattava, forse fu determinato dal fatto che nella nostra regione, a differenza che in Campania, si era tristemente abituati a delitti di un certo tipo. Dal lavoro di Giuè si rintraccia l’atteggiamento della chiesa nei confronti della giustizia, uguale a quello tenuto per Puglisi. In un caso come nell’altro non si è costituita parte civile, avanzando la tesi che solo ai fatti di fede è interessata. L’autore ricorda che la chiesa, quando si tratta di difendersi in sede giudiziaria per fare valere quelle che ritiene le proprie ragioni su argomenti di carattere economico, non esita ad adire le vie legali. Sulle posizioni assunte dalla chiesa, Giuè stesso rammenta con disappunto il diverso trattamento questa volta attribuito da una parte a Puglisi, di cui si persegue con convinzione la beatificazione, e dall’altra a Diana, sostanzialmente dimenticato dalla chiesa, prima e dopo i processi. Probabilmente, ci pare ipotizzi Giuè, in questo comportamento opposto ha influito l’essere in qualche modo critico nei confronti della sua stessa chiesa di Don Diana e, al contrario, la dimensione più “canonica” di don Puglisi. Un altro dato parallelo che riguarda le due vicende è il ruolo di coloro che materialmente portarono a termine gli omicidi. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due collaboratori di giustizia. Ma qui le somiglianze si fermano. Il killer reo confesso di Puglisi, con la sua testimonianza, ha contribuito a rafforzare l’immagine positiva del parroco palermitano, oltre che svelare il contesto del fatto delittuoso. Invece, quello che la cassazione indica come l’esecutore materiale dell’omicidio di don Diana, ha contribuito in prima persona a distorcere in negativo la sua immagine. Non ammettendo direttamente, peraltro, il ruolo centrale avuto nell’azione di morte, che solo la giustizia ha infine sanzionato. L’autore del libro smonta un luogo comune, ossia che le sentenze non si commentano. Invece, proprio la lettura critica delle motivazioni della sentenza di primo grado, che prende per buono il ruolo incerto di Diana, fa venire fuori le contraddizioni delle stessa, poi capovolte in appello e in cassazione. Da dove viene fuori tutta la dimensione anticamorra del parroco napoletano. Con una differenza sostanziale rispetto al percorso di Puglisi. Dove quest’ultimo è sostanzialmente isolato nel territorio in cui si muove, non trovando (e forse non cercando) la collaborazione degli altri parroci delle parrocchie vicine, don Diana invece cerca (e trova) una complicità dei suoi confratelli. Sul sacerdote campano tante cose si potrebbero ancora dire, chi vorrà potrà approfondirne la conoscenza leggendo di persona il lavoro davvero interessante e ben scritto di Giuè. Noi, proseguendo, in questo viaggio parallelo, altri tre aspetti. Il primo. Le dinamiche mafiose che portano ai due crimini sono diverse. Nel caso di Pino Puglisi la cosca di Brancaccio si muove senza altri fini, vuole stroncare definitivamente l’operato del parroco e dare una lezione alla chiesa italiana dopo il grido contro la mafia di Giovanni Paolo II del maggio 1993 ad Agrigento. Per don Diana la cassazione ha definitivamente stabilito che il parroco viene eliminato nell’ambito della lotta tra le due cosche che in quel momento si contendono il governo criminale di Casal di Principe. Il clan perdente progetta ed esegue l’omicidio di un parroco impegnato tenacemente a combattere la camorra per creare problemi d’ordine pubblico al gruppo criminale egemone. Un altro tema parallelo riguarda le testimonianze successive al delitto. A Casal di Principe coloro che hanno visto testimoniano senza difficoltà e danno un aiuto decisivo alle indagini, soprattutto nell’individuazione dell’esecutore materiale. A Palermo, considerato che l’omicidio è avvenuto in una zona popolare e in una serata calda di metà settembre, non sono mai giunte testimonianze oculari decisive. L’ultimo accostamento sono i luoghi diversi dove sono stati commessi i due omicidi. Don Diana è ucciso dentro la sua chiesa. Con Puglisi Cosa nostra non è entrata nel tempio. Ha preferito inondare di sangue un marciapiede qualunque di un’anonima e problematica periferia palermitana.

mercoledì 2 maggio 2007

Quella ragazza dello ZEN che parla alla politica

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 01 MAGGIO 2007

L´ANALISI

Quella baby lucciola parla alla politica
FRANCESCO PALAZZO

La vicenda della ragazzina dello Zen costretta a prostituirsi, che pare allargarsi ad altri uomini e ad altre giovanissime obbligate a vendersi, più che motivarci a esprimere inutili sanzioni morali, ci interroga amaramente sullo stato in cui versano le periferie più disagiate e i rioni popolari di Palermo. Con una premessa, utile a constatare un disarmante dato di fatto. Forse ci è sfuggito qualcosa. Ma, a fronte di una notizia per giorni in bella evidenza sui mezzi d´informazione, non ci pare che i candidati e le candidate alle prossime amministrative palermitane abbiano sentito il bisogno di dire qualcosa, di sinistra o di destra non importa, di recarsi sul luogo, di prospettare un seppur discutibile ventaglio di soluzioni a tale stato di degrado. Che non ricade soltanto sulle persone invischiate nel drammatico fatto di cronaca, ma investe pesantemente tutta la comunità cittadina. E ci dice, innanzitutto, dell´abbandono, ammesso che vi sia mai stato un vero interessamento, di certe periferie e dei quartieri popolari da parte della politica. Porzioni consistenti di territorio ridotti a non luoghi, dove tutto può accadere. Possiamo raccontarcela in tanti modi, sappiamo però bene che la mala politica, talvolta stretta parente della criminalità organizzata, trova in quei posti inesauribili stazioni di facile rifornimento. Allora è corretto condannare la borghesia mafiosa e chiamare a raccolta la borghesia antimafiosa. È giusto affermare che alla mafia vanno tolti i soldi e i patrimoni, cosa che peraltro si fa con incertezze e ritardi incredibili. Ma sino a quando non si comincerà a togliere a Cosa nostra e alla mala politica la più importante ricchezza in loro possesso, ossia l´infinito esercito umano disposto a sostenerle nei non luoghi senza diritti, avremo tempo di parlarci addosso. In tal senso, una ragazzina che dona il suo corpo senza amore ci dice molto di più di quanto siamo disposti ad ammettere. Probabilmente si archivierà il tutto come un problema di ordinaria o straordinaria cattiveria umana. I candidati in corsa per il Comune, nelle ultime e decisive settimane di campagna elettorale, serreranno i ranghi, con più forza continueranno a battere tutte le vie non illuminate dai bagliori del centro città per chiedere voti. Sanno che in quelle zone sta la vera cassaforte del consenso, è lì che si vince o si perde. Moltissimi, certo non tutti, se ne usciranno candidi come gigli, scrollando i calzari pieni di polvere o sporchi di fango. Tanto, finché certe zone rimarranno deserti umani, culturali ed economici, per tanti sarà sempre possibile ripetere l´operazione comprando il consenso. Dare in cambio denaro o illusioni, o tutte e due le cose insieme, in fondo è lo stesso.Chissà cosa ne sarà di quella ragazzina quattordicenne non appena si saranno spente le luci dei riflettori. Chissà quale sarà il futuro della giovane madre se davvero è stata lei a venderla per pochi euro. Se ha agito così, prima ancora di fare violenza sulla figlia l´ha fatta a se stessa. Prescindendo dal caso specifico, in un mondo dove l´unica cosa che veramente ti appartiene è il tuo corpo o quello degli affetti più cari, non ti rimane altro da mettere all´asta, anche se si tratta del tuo sangue. Comportamento colpevole, certo, così come le azioni delle belve di sesso maschile pronte ad approfittarne. Tuttavia, non sono meno responsabili coloro i quali, senza sporcarsi le mani, hanno lasciato che una ragazzina arrivasse a quattordici anni senza offrirle una sola pur piccola possibilità di crescere in un luogo dignitoso e libero da ricatti e paure.Ci diranno che le persone devono avere anche la capacità di liberarsi dalle catene, senza farsi complici di quanti vogliono usarne i corpi e le coscienze. Perché anche questo accade, e va detto senza buonismi. Quando verrà quel giorno, la nostra regione sarà molto diversa. Il fatto è che mentre i compratori della carne sono, tutto sommato, facilmente individuabili, i cinici accaparratori di futuro non hanno tute da meccanico ma cravatte e vestiti costosi. Da loro è veramente difficile difendersi. Soprattutto se sei poco più di una bambina e davanti hai una vita che potrebbe essere bellissima. E invece è già un immenso baratro di dolore, dal quale sarà molto arduo risalire per vedere la luce del sole.

giovedì 26 aprile 2007

Il voto disgiunto a Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO GIOVEDÌ, 26 APRILE 2007

Pagina XV
La corsa al voto disgiunto flop dei partiti dell´Unione
FRANCESCO PALAZZO

In vista delle amministrative palermitane il centrosinistra ci riprova con il voto disgiunto, invitando apertamente gli elettori e le elettrici a praticare questa modalità di espressione del proprio consenso. In sé la cosa è tecnicamente corretta, la legge elettorale consente di esprimere due voti diversi, uno per il Consiglio comunale e uno per il sindaco, è perciò comprensibile che si usi questo strumento di persuasione insieme a tanti altri. Resta da comprendere che senso ha politicamente tale pratica e prima ancora bisogna capire da dove nasce l´esigenza di portare il corpo elettorale a esprimere un consenso di questo tipo. È chiaro a tutti, e lo confermano a ripetizione i sondaggi di questi ultimi giorni, che la coalizione di centrodestra a Palermo viaggia mediamente con un vantaggio di almeno diciotto punti sullo schieramento di centrosinistra. È ormai un dato di lunga durata, che, solo per rimanere agli eventi elettorali più conosciuti, ha fatto perdere l´Unione nelle amministrative catanesi e alle regionali del 2001 e del 2006. La malattia è quindi stata già diagnosticata da tempo. I partiti che contendono il campo al centrodestra in Sicilia sono molto deboli. Fatta la diagnosi bisognerebbe approntare una cura che risolva alla radice la patologia strutturale e non episodica. Diciamo subito che non è semplice nella nostra regione invertire il senso di tale situazione, tuttavia qualche timido e parziale ragionamento si può fare. Su due versanti. Intanto occorrerebbe registrare, certo non sotto elezioni, la capacità dei partiti dell´Unione di essere radicati sul territorio di una città come Palermo. Se ciò è più semplice nel centro borghese del capoluogo, diviene un compito di lunga lena nei quartieri periferici, dove spesso, certo non in tutti i luoghi, assistiamo a un´assenza delle strutture di base, quelle che una volta si chiamavano sezioni. Alcuni partiti del centrosinistra nei luoghi non centrali della città si vedono soltanto quando è ora di raccogliere il consenso: il quale, viste le premesse, non potrà certo essere confortante e infatti non lo è quasi mai. Cominciata questa operazione, ci rendiamo conto per niente facile, si potrebbero affrontare le varie tornate elettorali cercando di mettere in campo il meglio che si ha e non facendo liste che garantiscono gli uscenti e qualche probabile entrante. In assenza di questi due momenti è fisiologico che la coalizione di centrodestra, più abituata a raccogliere il voto porta a porta, risulti sempre lontana e irraggiungibile. Allora, così stando le cose, ci si rifugia nel voto disgiunto, che pur legittimo per chi volesse esercitarlo, non ci pare il trionfo della politica per coloro che esplicitamente lo chiedono. In una città come Palermo significa, infatti, accettare senza combattere la sconfitta politica, prepararsi, bene che vada, a essere minoranza nel Consiglio comunale e cercare di governare una città complessa solo con le armi, certo importanti, della giunta che si formerà in caso di riuscita dell´operazione voto disgiunto. Diciamo pure, peraltro, che la prassi non è per niente semplice. Prendere una decina di punti in più del proprio schieramento, tanti grosso modo ce ne vorrebbero per vincere a Palermo per il candidato a sindaco dell´Unione, può sembrare un gioco da ragazzi. Ma solo a urne ancora chiuse. Perché poi, in tal senso abbiamo già una nutrita casistica, tale vantaggio in più del candidato del centrosinistra rispetto alla sua coalizione rischia di non colmare il divario. È accaduto, solo per ricordare l´ultima vicenda elettorale, nelle regionali dello scorso anno, quando pareva che Rita Borsellino fosse in grado di prendere parecchi punti ricorrendo al voto disgiunto. Ciò che poi rimane in mano è molto poco. Si perdono le elezioni sul fronte del Consiglio e su quello del governo e si ricomincia un altro giro. Perdendo altri cinque anni senza assumere l´iniziativa politica e poi presentandosi regolarmente alla successiva scadenza elettorale con una ancora più anemica forza elettorale e con un candidato alla carica più alta che invita, immemore di quanto già accaduto nelle votazioni precedenti, a votare in maniera strabica. A questo punto è chiaro a tutti che il leader può servire, come valore aggiunto, per cementare e valorizzare una forza elettorale e politica che già c´è. Non può essere utilizzato da solo come testa d´ariete per sfondare il muro del centrodestra: perché appunto è molto difficile che l´assalto vada a buon fine.

sabato 14 aprile 2007

Il rebus dei Ds sul Partito democratico in Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 14 APRILE 2007
Pagina XVII

FRANCESCO PALAZZO
Il congresso regionale dei Democratici di sinistra, che si terrà oggi e domani a Palermo, segue quello della Margherita e segna un altro passo verso il partito democratico. Sappiamo bene che il dibattito sulla nuova formazione partitica è influenzato notevolmente da quanto avviene oltre lo stretto. In una regione come la nostra, dove il centrosinistra riformista deve fare i conti con consensi non maggioritari, il rischio è che si ripropongano in fotocopia, senza un minimo d´originalità locale, le divisioni in correnti che registriamo a livello nazionale. Per la costruzione del partito democratico ciò, per la verità, accade più nei Democratici di sinistra che nella Margherita. In quest´ultima, in ambito regionale, al di là delle dispute interne sui posti di comando, non c´è parso di registrare divisioni nette circa la nascita del nuovo partito. Al contrario di ciò che accade nella Quercia siciliana, come riflesso appunto di quanto avviene altrove: qui la porzione di partito che si oppone al matrimonio con i moderati ha addirittura la sua roccaforte, e quella che senz´altro aderisce al nuovo percorso presenta numeri minori rispetto a quanto accade in altre regioni. Un fatto del genere potrebbe essere fisiologico in una regione con un partito robusto. Accade invece in un contesto che vede i Ds oscillare dal 14 per cento delle regionali del 2006 al 12,7 per cento delle ultime politiche. Numeri non certo fallimentari, ma sicuramente non entusiasmanti. Allora, il pericolo di questo congresso regionale che va ad aprirsi è di guardare più a Roma e agli equilibri in formazione nella capitale che a Palermo e alla Sicilia. Eppure, la nascita di un nuovo partito potrebbe dire e dare tanto in una regione nella quale l´asse del consenso di massa è quasi costantemente sul centrodestra. Non è di grande rilievo sapere se il nuovo partito vedrà la luce nel corso di una fusione a freddo tra gruppi dirigenti. Questa, peraltro, è una lettura parziale, essendosi svolti tutti i congressi e i dibattiti intermedi con la partecipazione degli iscritti. Poi c´è da rilevare che l´appuntamento storico tra le due eredità politiche, lungi dall´apparire una forzatura, come taluni vorrebbero far credere, giunge con un ritardo di almeno dieci anni rispetto a ciò che negli ultimi tempi è accaduto nella base dei due partiti e nella consapevolezza dell´elettorato di riferimento. Quindi, è forse anche un processo a freddo in alcune sue parti, ma è connotato geneticamente della calda e pressante esortazione a fare presto che giunge dal basso. Ora occorre trasformare quella che sino a oggi è stata una precaria ed episodica alleanza elettorale, in un progetto politico forte e aperto a quanto di meglio si esprime nella società. Questo lo chiede, soprattutto, una regione come la Sicilia. Nella quale, più che il muro di divisioni ideologiche, si stagliano quelli ben più spessi e visibili di altre situazioni strutturali e quotidiane. Un consenso malato di favori e ricatti, una politica che non sa spogliarsi della connivenza con la sfera criminale, un territorio che viene utilizzato per fini personali o di gruppo e non per farne motore di sviluppo, un mondo giovanile che può solo staccare il biglietto d´andata verso un lavoro dignitoso e non clientelare, periferie abbandonate per farne facili serbatoi di voti in cambio di elementari diritti. Su tutte queste cose, e su tanto altro, c´interessa sapere cosa si propongono i futuri azionisti di maggioranza del Partito democratico siciliano e, in primo luogo, un grande partito come i Democratici di sinistra. Tutto il resto, ci perdonino coloro che s´interessano d´alchimie partitiche e posizionamenti individuali vari, c´importa poco. Come singoli e come popolo siciliano.

venerdì 6 aprile 2007

Elezioni Palermo 2007 - Cuore, passione, amore sentimenti in cambio di voti

LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ, 06 APRILE 2007
Pagina I
LA CURIOSITÀ
FRANCESCO PALAZZO
In questa campagna elettorale sono pochi quelli che ci mettono sobriamente solo la faccia. Per tutti gli altri, su manifesti e gonfaloni al vento, è stato difficile sottrarsi alla frase a effetto, al motto da tramandare, al programma personale condensato in poche parole. Ce n´è per tutti i gusti. C´è chi addirittura, come fa un candidato del centrosinistra, mette in campo il Vangelo, il quale condannerebbe chi si arricchisce sul lavoro degli altri. Mancano le citazioni circa la pagina e il versetto dove rintracciare tale monito, ma ci fidiamo senz´altro. Anche dall´altra parte dello schieramento qualcuno non si è fatto mancare il riferimento al versante etico-religioso. Il manifesto di un giovane esponente del centrodestra richiama, infatti, addirittura i Dico. Affermando, manco a dirlo, il valore universale della famiglia. Almeno una volta, seppure nella finzione, c´era il candidato sindaco Isidoro che prometteva case popolari per tutti. Forse era un po´ troppo, ma almeno si trattava di un impegno concreto e misurabile. Oggi, invece, trionfa lo slogan generico, utilizzabile a Palermo come a Oslo.
Certo, alcuni assicurano pubblicamente di amare la propria città. Ma di che genere d´amore si tratti, se platonico o concreto, non è dato sapere. Eppure sono tanti i nodi problematici di una metropoli su cui promettere un impegno continuo e verificabile, nel caso si riuscisse a mettere insieme il consenso sufficiente per accedere a Palazzo delle Aquile. Traffico, aria, acqua, verde pubblico, decentramento, politiche culturali e per le associazioni, lavori pubblici, politiche giovanili, mafia, antimafia e via elencando. Sui manifesti ci si poteva sbizzarrire. Invece trionfano le frasi stile Baci Perugina. Come «Uniti si vince», e vorrei vedere. Oppure il più filosofico e impegnativo «La forza della verità». C´è anche il genere che mette in rilievo le virtù personali dei candidati, sulle quali, non conoscendoli, occorre esercitare un atto d´incondizionata fiducia. E allora, via con l´impegno, la serietà, l´esperienza, la correttezza, il servizio del bene comune e storie simili. Non manca la parola passione. C´è quella naturale (cosa vorrà mai dire?) e quella degli autonomisti. Esattamente «Autonomisti per passione», ed è, nel suo piccolo, una buona notizia: sino a oggi avevamo conosciuto una marea di autonomisti per calcolo. Di tanto in tanto lo sguardo si posa su facce non collegabili con le prossime elezioni. Un´occhiata più attenta e ti rendi conto che sono resti propagandistici di tornate elettorali passate, rimasti intatti come certi corpi senza vita che si tirano fuori dopo anni dalla scomparsa. Non dobbiamo dimenticare il cuore. Ed è normale che nel cuore ci sia Palermo. Anche la parola futuro è molto gettonata. C´è il candidato che invita a guardare al futuro senza se e senza ma, c´è chi più saggiamente si limita solo a quello prossimo. Di tanto in tanto, da lontano, scambiamo un manifesto pubblicitario per propaganda elettorale. Una ditta, con un solo misero euro in più, ti regala un televisore Lcd. Non c´entra niente con la politica, ma ecco cosa significa parlare chiaro. Visto che di elezioni comunali si tratta, sono comprensibili, benché non originalissimi, i calembour con la parola «comune». Da un amico comune a una storia comune, da un comune amico a un progetto comune, a voi la scelta. Ma la politica è anche partecipazione, non si può negare. Forse è esagerato accostarla esclusivamente con la propria faccia, come fa un candidato in un gonfalone. Chiaramente la casistica aumenterà man mano che ci avvicineremo al 13 maggio, abbiamo fornito solo un primo e parziale assaggio. Siamo sicuri che i messaggi delle prossime settimane faranno impallidire, per singolarità e iperbolicità politica, quelli che abbiamo sommariamente citato. E forse avremo la gradita sorpresa di qualcuno che prometterà, semplicemente, di piantare un albero in un determinato, piccolo e ben identificabile fazzoletto di terreno. Magari non ci emozioneremo più di tanto, però dopo potremo almeno andare a vedere se davvero l´albero c´è. Dimenticavamo una parola d´ordine fondamentale che non può mancare assolutamente da una campagna elettorale: il centro. È lì, lo sospettavamo e lo conferma un manifesto, che stanno i valori.

mercoledì 4 aprile 2007

La mafia senza la borghesia

LA REPUBBLICA PALERMO MARTEDÌ, 03 APRILE 2007

Pagina I
LA POLEMICA


FRANCESCO PALAZZO

Discutendo di mafia ci è ormai noto il concetto di borghesia mafiosa. Che sarebbe, se abbiamo ben capito, quella parte di classe dirigente variamente dislocata che garantisce a Cosa nostra protezione, consentendone l´azione nei campi che essa ritiene essenziali per i suoi affari al di là della sua azione militare. Ovviamente la borghesia mafiosa non presterebbe tale supporto in maniera gratuita e disinteressata. In cambio ne avrebbe a sua volta arricchimenti facili, consenso elettorale e potere a palate. Anzi, viene evidenziato il fatto che tale borghesia mafiosa sia sempre stata alla guida dello spaccato di società che ha prodotto e produce mafia. La mafia, come sappiamo, è un sistema di potere, militare, economico, politico, sociale che taglia trasversalmente la società in cui vive. Perciò è abbastanza comprensibile che nella classe borghese si possano rintracciare soggetti pronti a sostenerla in vari modi. Sarebbe strano se ciò non avvenisse. Così come è talvolta possibile che alcuni esponenti della borghesia si trovino alla guida diretta di famiglie mafiose o siano in esse organicamente inseriti: medici, avvocati, eletti nelle istituzioni, gruppi imprenditoriali. Chi parla di borghesia mafiosa afferma sostanzialmente che, essendo la mafia un´espressione delle classi dirigenti, sta nel fondamentale contributo di queste ultime il vero nocciolo duro che ha permesso alle cosche di diventare un potere strutturale e di lunga durata. Ma siamo sicuri che la mafia sia stata generata e si nutra soltanto dell'apporto decisivo e consapevole delle classi dirigenti? Oppure, in prospettiva storica e attuale, è da considerare d´eguale importanza, se non maggiore come estensione numerica e pratiche quotidiane, il consenso sociale e il sostegno che Cosa nostra raccoglie tra gli strati popolari. Probabilmente molti risponderebbero di sì e senza difficoltà alla domanda. Per tutti è pacifico che senza il consenso tra la gente che non corrisponde alla definizione di classe dirigente, difficilmente Cosa nostra riuscirebbe a trovare nutrimento e forza. Così come è un dato di fatto che anche tra le classi popolari, così come nella borghesia mafiosa, si possano identificare capi militari e teste pensanti. Solo che quando si parla delle classi popolari come uno dei corollari non marginali del sistema mafioso, ci si riferisce a esse attraverso analisi che mettono in evidenza la loro subalternità quasi incolpevole. A fronte di una borghesia mafiosa volutamente responsabile dei propri atti, il popolo agirebbe in stato di necessità, preso per la gola dalla mala politica che genera il bisogno non facendo per intero il proprio dovere e dai sodalizi criminali che danno risposte drogate e illegali. Difficilmente si ammette, forse per un ben dissimulato atteggiamento ideologico, che anche una grossa fetta del popolo spicciolo può, al pari della borghesia mafiosa, deliberatamente e con convinzione meditata, ritenere di dovere costituire il cuore pulsante del supporto territoriale ed economico di cui Cosa nostra dispone. C´è una lunga teoria di ricerche, trasmissioni televisive e interviste giornalistiche che dimostrano quanto sia ancora maggioritario in Sicilia il blocco sociale popolare che assicura alla mafia, alle varie mafie, una legittimazione senza se e senza ma. In termini di qualità e quantità di gran lunga superiore a quella che le forniscono le parti della borghesia vicine o interne ai sodalizi criminali. Basta farsi una passeggiata nei quartieri distanti dal centro per capire che se l´antimafia seguita ai grandi momenti emergenziali è caduta in un lungo sonno, il percorso culturale mafioso dì ampi strati popolari è stato solo minimamente intaccato. Anche se ci si vuole illudere che così non sia. Non in base a ricostruzioni scientifiche o ricerche sociologiche. Ma solo convincendosi che l´ottimismo della volontà, un atteggiamento pedagogico ed educativo verso le masse, presunti e improbabili cambiamenti politici e un generico richiamo alla legalità bastino per affrontare tale nodo strategico. Prima o dopo, tuttavia, se si vorrà vedere la luce nella lotta al crimine organizzato, si dovranno fare duramente i conti con le fasce popolari per le quali la mafia non è mai stata e non è un problema: senza giustificarne, per debolezza o incapacità d´analisi, tutte le manifestazioni mafiose o mafiogene.

mercoledì 21 marzo 2007

Sos da Brancaccio "Apriamo il parco Maredolce"

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 21 MARZO 2007

Pagina I
LA CITTÀ
Progetti faraonici, lavori fermi. Appello agli amministratori

Sos dal quartiere Brancaccio "Apriamo il parco Maredolce"
FRANCESCO PALAZZO
Già trent´anni addietro si parlava a Brancaccio, periferia di Palermo, del rifacimento del Parco di Maredolce o della Favara, realizzato dai normanni. Il parco attualmente esiste solo come ricordo storico e come modo di dire, visto che nessun documento pubblico esecutivo e contemporaneo lo definisce tale. Di progetti sulla carta ve ne sono, anche faraonici, ma sinora solo chiacchiere. E, nei decenni, parlando parlando, si sono consolidate e stabilizzate le costruzioni, un tempo abusive adesso chissà, che impediscono ai passanti la visuale sul Castello della Favara, gioiello arabo-normanno che sorge proprio dentro il parco che fu. All´interno del castello hanno vissuto sino a quaranta famiglie. Con situazioni paradossali, ossia con abitazioni registrate pure al catasto. Quando si possono fare le cose in regola, non ha senso in Sicilia vietarsi il piacere tutto pirandelliano della correttezza formale. L´area dell´ex parco è grosso modo misurabile in 11 ettari, sette dei quali definitivamente espropriati nel 1989. Sul territorio ricade la chiesa di San Ciro, che ammiriamo in tutta la sua decadenza quando stiamo per imboccare la Palermo-Catania. Oggetto, la chiesa, tanto tempo addietro, di un tentativo di recupero e adesso completamente abbandonata. Vicino alla chiesa sorgono due significativi archi romanici, oggi ricettacolo di rifiuti vari. Se, entrando in autostrada, si guarda invece a sinistra, sempre nell´area di Maredolce, scorgiamo ancora svettante, anche se vandalizzata, la villa che appartenne a un esponente di Cosa nostra, adesso collaboratore di giustizia. Scrutando meglio, vicino alla villa, possiamo vedere anche un deposito di giostre, dopo che è stata in extremis scongiurata la creazione di una sorta di luna park dentro al territorio del parco. Il terreno e il castello sono sotto la giurisdizione della Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Palermo, dunque sono di proprietà della Regione. Si possono visitare solo nei giorni feriali, previa autorizzazione della soprintendenza stessa. Adesso c´è un appello partito dal Giornale dei Quartieri "Maredolce", operante da anni nella seconda circoscrizione, il quale è riuscito a sensibilizzare i cittadini sfusi e associati (per informazioni giornalemaredolcevirgilio.it). La proposta è semplice. In attesa dell´attuazione dei progetti stratosferici, tipo quelli che prevedono anche il ripristino del preesistente lago Maredolce, si chiede più ragionevolmente di ripulire i sei o sette ettari di parco già di proprietà demaniale e aprire giornalmente e normalmente, senza autorizzazioni particolari, il castello e il vastissimo terreno al pubblico. Coinvolgendo saperi e capacità operative locali già disponibili. «Come si è fatto – afferma Carmelo Prestipino, direttore del giornale Maredolce – con lo Spasimo o il Teatro Garibaldi, utilizzati man mano che si andavano recuperando». Al contrario, sinora lo stile è quello che possiamo definire "Teatro Massimo", chiuso per venti anni a causa di lavori che in tutto il resto del mondo si eseguono continuando a svolgere le consuete attività artistiche. Per il Castello della Favara e per il non ancora parco Maredolce, un giorno magari si realizzerà tutto il meglio possibile. Future generazioni potranno passeggiare in riva al lago, farsi lunghe escursioni in canoa e vedere scivolare le papere sulle acque placide. Ma intanto ci sono i cittadini contemporanei di Brancaccio, che chiedono normalità e non straordinarietà, proprio quella di cui domenica parlava Nino Alongi nel suo editoriale. Il candidato del centrosinistra, Leoluca Orlando, ha partecipato nei giorni scorsi a un incontro con i cittadini proprio nello spazio vicino al castello, sposando la tesi dell´apertura immediata. Probabilmente andranno lì anche gli altri candidati a sindaco. Nel frattempo una regola di governo per i prossimi amministratori cittadini possiamo definirla con nettezza. Nell´attesa dei rivolgimenti sensazionali postdatati, si può utilizzare adesso e al meglio quello che si ha davanti agli occhi. E non è poco. Sia in centro, sia, come vediamo, in periferia.

venerdì 16 marzo 2007

DICO, l´arcivescovo ascolti i fedeli

LA REPUBBLICA - GIOVEDÌ, 15 MARZO 2007
Pagina I
L´INTERVENTO

Unioni civili l´arcivescovo ascolti i fedeli
FRANCESCO PALAZZO

Il sì alle unioni civili che non siano etichettabili come matrimonio da parte dei fedeli di due parrocchie, è un altro colpo che batte le chiesa palermitana e va accolto, così come avvenuto per l´interessamento dei vescovi sul ticket per i farmaci, con l´attenzione che merita. Questa volta il messaggio non giunge esclusivamente dai vertici gerarchici, cosa in sé già importante, ma da quella che con un linguaggio politico potremmo definire la «base», ossia il popolo dei cattolici praticanti. Addirittura nella rettoria di San Francesco Saverio all´Albergheria si è proceduto a una specie di referendum consultivo tra i fedeli che frequentano quella comunità. Su quasi quattrocento schede consegnate, circa trecento sono tornate indietro con un parere favorevole. Che non è una negazione del matrimonio tradizionale, ma un serio tentativo di accogliere anche il molto altro che vive al di fuori di esso. Chissà cosa accadrebbe se a un´intera diocesi fosse concessa la possibilità di esprimersi serenamente su temi così importanti. Le unioni civili, ma anche l´eutanasia, la fecondazione assistita, la comunione ai divorziati e tutto ciò che attiene alla sfera relazionale che riguarda la sessualità: argomento, come sappiamo, molto frequentato nei documenti dei vertici religiosi romani. Accadrà? Non c´illudiamo. Tuttavia, sarebbe questo un naturale sviluppo dell´intervento dell´arcivescovo di Palermo teso a far tornare sui suoi passi il governo regionale sulla questione del ticket. Diciamo questo perché, così come il governo della Regione non è stato sordo ai richiami vescovili, allo stesso modo il nuovo arcivescovo di Palermo non dovrebbe rimanere impassibile di fronte a questa matura presa di posizione sulle unioni civili da parte delle due parrocchie palermitane. Altrimenti si spezzerebbe un filo logico iniziato con l´intervento dei vescovi della settimana scorsa. E il ragionamento è il seguente. È corretto richiamare altri ai loro doveri verso i più indigenti: questo, insieme a tanti altri, è uno dei compiti peculiari della chiesa. Ma se il monito ai governanti rimane solo un fatto esterno, senza che si abbia la capacità di riformarsi all´interno, allora ecco che il percorso appena intrapreso dai vescovi siciliani si spezza subito, perde di significato, rimane un gesto poco comprensibile, ancorché significativo. Per i laici che non frequentano le sacrestie queste non sono questioni interne alla chiesa, così come vorrebbero coloro che con la sciabola intendono mettere da una parte il trono e dall´altra l´altare. Le comunità religiose, a qualsiasi confessione appartengano, fanno parte della società in cui operano, la influenzano e ne sono influenzate. E ciò avviene sempre, anche a prescindere delle nostre opinioni che intravedono spaccature nel tessuto sociale, dove invece gli studiosi c´informano che tutti gli strati che interagiscono nella società sono gli uni con gli altri legati a rete, senza che ci siano, nella sostanza, e talvolta anche nella forma, forti ed evidenti soluzioni di continuità. Saprà il nuovo arcivescovo essere pubblicamente conseguente e accogliere, con la stessa forte motivazione etica e spirituale con la quale si è speso per gli indigenti, la richiesta di confronto aperto su temi per tutti importanti che gli proviene dal suo popolo? Siamo certi che, a fronte di due comunità parrocchiali che espressamente si confrontano e dicono come la pensano, tante altre vorrebbero farlo. E non è per dire sì alla regolamentazione legislativa delle unioni civili, ma anche per esprimere delle forti perplessità o dei palesi rifiuti. Se dalla diocesi di Palermo partisse un confronto alla luce del sole tra i cattolici a partire da questa tematica, incoraggiato e sostenuto dagli ambienti curiali, per tutti noi sarebbe un fatto d´enorme rilievo. Ci rifletta il nuovo primate di Sicilia Paolo Romeo. Metterebbe a segno, dopo qualche mese dal suo insediamento, e successivamente alla sua presa di posizione sulla beatificazione di padre Puglisi, indicato non come santino ma esempio da seguire, e all´intervento sui ticket, un terzo tassello che farebbe capire meglio a tutti noi verso dove sta indirizzando il suo episcopato nel capoluogo.

mercoledì 14 marzo 2007

Pino Puglisi esempio e non santino

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 03 MARZO 2007
Pagina XV

La svolta del nuovo vescovo Puglisi esempio e non santino
FRANCESCO PALAZZO

Il nuovo arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, ha affrontato di petto e con una certa sostanziale discontinuità un argomento molto visitato dal suo predecessore Salvatore De Giorgi. Parliamo del processo canonico che dovrebbe portare alla beatificazione di Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Il suo sacrificio è stato l´altro giorno ricordato nientemeno che dal palco di Sanremo. Segno che una biografia può lo stesso essere veicolata con forza e coinvolgimento, come hanno fatto molto bene Ficarra e Picone durante una puntata del festival della canzone italiana, senza che vi sia il bollo ufficiale della beatificazione e il conseguente nome immortalato sui calendari. Questo mostra di averlo capito il nuovo arcivescovo quando dice che la Chiesa palermitana è più interessata a veicolare e far conoscere l´esempio di Puglisi che a innalzarlo agli onori degli altari. Una presa di posizione da accogliere certamente con favore. È un primo segno di un episcopato che evidentemente vorrà badare più alla sostanza di ciò che veramente si è che alla forma di ciò che virtualmente si diventa col bollo di santità della Santa sede. Del resto la svolta fa tesoro dei timori dei più avvertiti conoscitori della vita e delle opere del parroco di Brancaccio. Ciò che infatti non si capiva era questa incomprensibile fretta di fare della figura di don Pino un santino buono per tutti, senza peraltro preoccuparsi dell´effettiva continuazione della sua eredità. In quel di Brancaccio e, più in generale, nella diocesi palermitana e nella Chiesa siciliana. Bisognerà adesso capire come il nuovo arcivescovo vorrà passare dalle più che condivisibili parole ai fatti. Per il momento la concretezza fattuale ci dice che Puglisi non è, se non in maniera molto fumosa e impalpabile, un riferimento di vita ecclesiale e di scelte pastorali per le comunità cristiane. Diciamocelo francamente, molta acqua è passata dall´omelia del settembre 1982 su Sagunto-Palermo espugnata che Salvatore Pappalardo pronunciò in occasione dell´eccidio di Dalla Chiesa. Così come pare si sia molto lontani dall´anatema contro gli "uomini d´onore" che Giovanni Paolo II lanciò ai piedi del Tempio della Concordia, nel maggio del 1993.
È probabile che ambedue le circostanze siano state sopravvalutate. Ma siccome nel mondo imperante della comunicazione si vive anche di messaggi, e la mafia ha antenne molto competenti per coglierli, non c´è dubbio che la Chiesa in quei frangenti si pose come un macigno sulla strada di Cosa nostra. Che, difatti, rispose a Pappalardo disertando la messa per i detenuti all´Ucciardone, nell´aprile del 1983, e reagì più violentemente, nel luglio del 1993, al grido del Papa con gli attentati ai simboli romani della cristianità.
L´opera fu poi completata con l´uccisione di Puglisi, nel 1993, e con l´eliminazione, nel 1994, del sacerdote campano Beppe Diana. Da allora, a parte la continua richiesta di santificazione, la Chiesa palermitana, certamente senza volerlo in maniera consapevole, sembra essere rientrata nei ranghi. Dall´omicidio di Puglisi sono quasi trascorsi quattordici anni, e non si è trovato il tempo per predisporre e attuare una specifica pastorale quotidiana nelle parrocchie, nei gruppi cattolici, nelle confraternite. Su come farla basterebbe guardare proprio l´esempio di Pino Puglisi. Ed è probabilmente quello che intende fare il nuovo presule. A nessuno può sfuggire il peso e l´importanza che avrebbe un´azione attenta, informata e continua della comunità cattolica dell´Isola contro il potere mafioso. Certo, ci vuole coraggio, lo stesso che ebbe Puglisi. Non è un percorso semplice, e il fatto che non sia battuto da gran parte degli esponenti della politica siciliana sta a dimostrare quanto non ci si possa più limitare a enunciazioni formali a favore della legalità oppure a omelie infuocate, ma che si debba osare qualcos´altro. Il nuovo arcivescovo è uomo d´esperienza e non ha bisogno dei nostri consigli. Tuttavia, se proprio vuole uscire dal ruolo di Alice nel paese delle meraviglie che lui stesso onestamente si è attribuito in questa prima fase palermitana, potrebbe farsi una passeggiata a Brancaccio e dintorni per vedere con i suoi occhi e valutare attentamente cosa ne è oggi dell´eredità sociale e pastorale di Puglisi. Potrebbe forse misurare, ma è solo un´ipotesi, quanto sia grande il baratro che si può creare tra la beatificazione implorata a Roma e l´azione quotidiana praticata a Palermo.



Professione volontariato in Sicilia

La Repubblica Palermo - VENERDÌ, 05 GENNAIO 2007
Pagina I
L´ANALISI
Professione volontariato
FRANCESCO PALAZZO


È stato recentemente diffuso dall´Istat il rapporto sul volontariato in Italia (www.istat.it/istituzioni). È la quinta relazione sulle organizzazioni iscritte, a tutto il 2003, nei registri delle regioni e delle province autonome. Dopo le analisi generali c´è una sezione composta di tavole statistiche che forniscono dati regionali e per singola provincia. La Sicilia ha il più basso numero di volontari ogni diecimila abitanti (41,6). Il Trentino è in cima con 933,4. Il Mezzogiorno tocca il 74,5 (la media italiana è il doppio), molto meno del Nord-Ovest (154,3), del Nord-Est (239,2) e del Centro (158,9). Le associazioni siciliane rilevate sono 642. Nel Sud veniamo abbondantemente superati dalla regione a noi più paragonabile, cioè la Campania, che presenta 964 associazioni. La partita insulare va anche peggio, la Sardegna con 1.068 associazioni è una regione dove tutti i parametri sono altissimi. La realtà geografica dove c´è un fortissimo radicamento associativo è sempre il nord (Lombardia 3.499, Emilia Romagna 2.180, Toscana 2.144, Veneto 2.018). Vi sono delle costanti che toccano tutto il volontariato italiano. Il numero di volontari per organizzazione è in calo. In Sicilia si va dai 62 del 1997, ai 44 del 1999, passando per i 36 del 2001 per arrivare ai 32 del 2003. C´è una prevalenza, quindi, di piccole dimensioni. I settori più gettonati sono la sanità e l´assistenza sociale, seguono, molto distaccati, la ricreazione, la cultura e la protezione civile. Nettamente prevalenti i volontari puri rispetto ai dipendenti a tempo pieno o parziale. In ogni caso l´impegno è sistematico e non episodico. Prevalgono le associazioni specializzate in un solo campo d´attività. L´età che va dai 30 ai 54 anni riguarda poco più del 40 per cento dei volontari, sino ai 29 anni troviamo quasi il 23 per cento, dai 55 ai 64 rintracciamo un dato superiore di poco al 23 per cento, mentre il 13,5 per cento sono i soggetti oltre la soglia dei 64 anni. Scendendo nello specifico siciliano focalizziamo un indicatore significativo, ossia il numero di organizzazioni per diecimila abitanti. Enna si situa al primo posto con 1,9, Agrigento al secondo con 1,4 e Siracusa al terzo con 1,6. Caltanissetta è ultima con 0,9. Il valore medio siciliano è di 1,3 (il più basso in Italia insieme a quello di Puglia e Lazio), raggiunto da Palermo e Catania e sfiorato da Trapani e Ragusa (1,2 a testa). Trapani tocca l´1,0. I volontari siciliani recensiti sono 20.824. In Italia, gli uomini (449.715) fanno più volontariato delle donne (376.240), in Sicilia la mela di genere si spacca quasi a metà. Prevalgono i volontari con il diploma, seguono quelli che hanno un titolo di studio inferiore e poi i laureati. In Sicilia si registrano 11.316 diplomati, 6.385 possessori di titolo di studio inferiore e 3.123 laureati. Nel territorio siciliano, come nelle altre regioni, è più facile fare volontariato se si è occupati, al secondo posto al Nord ci stanno coloro che si sono già ritirati dal lavoro, nel Mezzogiorno invece questi ultimi sono superati da coloro che non hanno ancora un´occupazione. Nella nostra regione si rivolgono alle strutture di volontariato 144.264 persone. La fascia più gettonata riguarda i malati e i traumatizzati (45 per cento), seguono, molto distanziati, anziani autosufficienti, minori, immigrati, poi tutto il resto, anche se 12.032 sono utenti senza disagi particolari. Si tratta di una rilevazione alla quale sfugge, soprattutto al Sud, un certo numero di associazioni non presenti nei registri. Sembra che al Nord i numeri sono molto più alti anche (ma non solo) perché le pubbliche amministrazioni destinano al volontariato una fetta consistente di risorse, per cui tantissimi sono spinti a iscriversi. In tema di finanziamenti pubblici va segnalato, tuttavia, un fatto stranoto. Nelle regioni meridionali il volontariato foraggiato dal pubblico è spesso un parcheggio per i disoccupati, che sperano così di entrare negli organici delle pubbliche amministrazioni. A Milano o a Firenze la gestione dei volontari non incide molto sui costi complessivi, che invece sono destinati al funzionamento delle strutture e alla realizzazione dei progetti. Nel Mezzogiorno molte risorse vanno via per il pagamento di coloro che prestano servizio nelle associazioni. Senza contare poi le modalità incredibili, opache e clientelari che, a esempio in Sicilia, presiedono all´assegnazione dei finanziamenti pubblici nel settore. Tornando alla rilevazione Istat, gli esperti dicono che, a fronte di 642 associazioni censite, il numero reale in Sicilia arriva quasi a mille. Dando per buona tale stima sommaria, una rilevazione che copre più del 60 per cento dell´esistente e che posiziona comunque la Sicilia come fanalino di coda per ciò che concerne importanti indicatori, pure se raffrontata soltanto alle altre regioni meridionali o all´altra regione insulare, disegna una mappa abbastanza rappresentativa. Un lavoro di questo tipo dovrebbe essere conosciuto e studiato dal mondo del volontariato siciliano, anche per integrarlo dei dati mancanti. Le passioni e le motivazioni sono importanti, ma di tanto in tanto confrontarsi con i numeri non può fare che bene, per capire cosa si è (e non cosa si pensa di essere) e dove si vuole andare. Non solo con il cuore, ma anche, e soprattutto, con la testa.

Primarie a Palermo: sconfitto il partito degli astensionisti

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 06 FEBBRAIO 2007
Pagina I
IL PUNTO
Sconfitto il partito degli astensionisti
FRANCESCO PALAZZO

Alla fine nelle primarie palermitane - che hanno visto il trionfo dell´ex sindaco Leoluca Orlando - è stato sconfitto l´avversario che più si temeva, cioè l´astensionismo. Partiti e candidati guardavano infatti con timore alla montagna dei 22.299 votanti che si presentarono sotto i gazebo nel dicembre 2005 per votare in massa Rita Borsellino. Non si è arrivati in cima e non siamo certo ai 35 mila elettori delle primarie genovesi. Ma l´afflusso definitivo dei quasi ventimila votanti dimostra che il popolo dell´Unione si è affezionato allo strumento e lo sa usare bene. Anche quando, come in questo caso, i partiti arrivano trafelati all´ultimo momento a diffondere una campagna di sensibilizzazione al voto. Che l´elettorato del centrosinistra sia ormai più che consapevole dell´importanza di questa forma di partecipazione e va dritto al seggio sapendo cosa vuole, è dimostrato dall´esiguo numero di schede nulle e bianche. Nessuna protesta o disinteresse dentro l´urna, solo voglia di scegliere. Anche al di là delle indicazioni dei partiti. Ciò che infatti emerge è la forza dei candidati di trascinare consenso. Quanto hanno pesato i Democratici di sinistra nei quasi quattromila voti raccolti da Alessandra Siragusa? Probabilmente poco. Ma anche gli stessi Leoluca Orlando e Giusto Catania hanno un po´ fatto tutto da soli.
Il dato interessante di questa tornata interna è - se saranno confermati i primi dati, anzi le prime impressioni - un marcato ricambio di votanti. In periferia, dove il corpo elettorale è aumentato di quasi novecento unità, i presidenti di seggio giuravano di aver visto molte persone nuove. Calano molto invece, quasi quattromila unità, gli elettori e le elettrici del centro borghese, il cosiddetto ceto medio riflessivo. Ma anche in questo caso, quelli che si sono presentati, in larga parte, sempre secondo i componenti dei vari seggi, sembra che non siano gli stessi che già erano accorsi in massa per Prodi e la Borsellino. È un fenomeno, quello delle primarie, che andrebbe studiato nel lungo periodo e ancora non si è fatta molto esperienza per potere trarre conclusioni certe. Sarebbe a tal proposito utile analizzare le schede delle tre tornate che finora ci sono state a Palermo. Ma, come sappiamo, le scatole con dentro le schede con i riferimenti anagrafici dei votanti alle primarie nazionali e regionali del 2005, risultano ancora chiuse e ben sigillate. Faranno la stessa fine le ventimila presenze della prima domenica di febbraio? Dal punto di vista organizzativo c´è una forte criticità. Ventisei gazebo per una città come Palermo sono pochi, basti pensare che a Genova, con un numero di abitanti leggermente al di sotto rispetto al capoluogo siciliano, i luoghi dove si poteva votare erano ben settantadue. Garantire la partecipazione vuol dire anche dare la possibilità di esercitarla a tutti nello stesso modo. Chi scrive ha dovuto accompagnare i genitori al gazebo assegnato che si trovava ad alcuni chilometri, non è una distanza facilmente colmabile da tutti, soprattutto dagli anziani. Un successo ha avuto la rilevazione sui quesiti programmatici promossa da Demosfera, un laboratorio palermitano di sperimentazione politica. Sono state raccolte più di settemila schede. È stata un´iniziativa pensata ed attuata nelle ultime settimane, ed anche in questo caso si sono dovuti affrontare problemi organizzativi, non in tutti i gazebo infatti sono giunte le schede per votare. Sarebbe importante che i partiti registrassero il successo di questo esperimento e lo inserissero, non solo in Sicilia, in pianta stabile nel palinsesto delle primarie. È chiaro, però, che un po´ tutto il sistema primarie andrebbe regolamentato con più precisione, rendendolo un percorso politico e non esclusivamente il giorno della verità al quale poi non segue niente, neanche una cartolina di ringraziamento ai partecipanti. Detto tutto ciò, la Palermo del centrosinistra ha scelto. Orlando ha vinto senza discussioni e senza ombre, dimostrando di avere ancora un forte diffuso radicamento, in centro e in periferia. All´apertura delle urne si poteva vedere la platea trasversale dei suoi sostenitori che sorrideva soddisfatta. Sembravano gli stessi sorrisi di quanti erano felici dell´affermazione di Rita Borsellino su Ferdinando Latteri. Poi sappiamo come sono andate le elezioni regionali e come la contentezza si è trasformata in delusione e riflusso. Anche alle amministrative palermitane di maggio si ripeterà tale percorso per l´Unione? In una città l´elezione primaria non costruisce o sostituisce la politica e non trasforma le liste dei candidati per il consiglio comunale e le circoscrizioni da deboli in forti. A partire da oggi vedremo dunque se il centrosinistra a Palermo sarà in grado di lavorare come una vera coalizione sul fronte politico e su quello elettorale.

Il rito elettorale del codice antimafia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 14 FEBBRAIO 2007
Pagina I
L´ANALISI
Il rito elettorale del codice antimafia

FRANCESCO PALAZZO

In vista di ogni tornata elettorale c´è una tappa obbligata nella quale soffermarsi, una sorta di stazione di transito dove la coscienza politica scende un attimo per «rinfrescarsi» se non le idee almeno l´anima, per poi ripartire come se nulla fosse. Le amministrative di primavera si prestano bene a quello che già si preannuncia come il solito coro trasversale allo schieramento politico. E siccome è un dovere quasi istituzionale, ascoltiamo l´ennesimo appello - ieri lo ha lanciato il senatore Carlo Vizzini di Forza Italia - sul codice etico di autoregolamentazione che i partiti dovrebbero darsi. Per evitare che nelle liste dei candidati finiscano personaggi che hanno legami con il potere mafioso o siano, come più spesso accade negli ultimi anni, direttamente espressione delle cosche. Sappiamo che il problema più da vicino riguarda le regioni meridionali, ma fermiamoci alla nostra regione. Ricordando intanto che a quasi un anno dall´inizio della nuova legislatura l´Assemblea regionale non ha avuto il tempo e la voglia di istituire la commissione regionale Antimafia. Si dice che per com´era strutturata e quello che è stata capace di fare non servisse a niente. E siccome il nulla è amico del niente, ecco che i partiti del centrosinistra, invece di farne una battaglia parlamentare e sociale, ne chiedono addirittura la soppressione. Così siamo tutti più contenti. Il centrodestra siciliano, dopo qualche dichiarazione d´obbligo, ha finito per non parlarne più e la cosa sembra per il momento archiviata. Diciamo che la strada gli è venuta in discesa. In tale contesto parlare in Sicilia di una procedura di autoregolamentazione antimafia per le elezioni prossime appare veramente un´esagerazione. Entrando poi nel merito della questione, non si capisce bene cosa dovrebbe esserci scritto in questo benedetto codice per mutare il corso delle cose. Scartiamo l´ipotesi più immediata, cioè quella di non candidare soggetti sorpresi armi in pugno a commettere omicidi o persone colte mentre incassano il pizzo dai commercianti e dagli imprenditori. Per queste fattispecie di reati c´è già il codice penale. Forse ai partiti potrebbe bastare che una persona, a cui è stato notificato un avviso di garanzia per mafia, possa fermarsi un giro? Certamente no, in questo caso i garantisti imbraccerebbero la scimitarra della civiltà del diritto e si opporrebbero al codice. Allora si può prendere, così, per puro dileggio dialettico, in considerazione l´opportunità di non mettere in lista gente che è stata rinviata a giudizio per mafia, cioè soggetti la cui posizione è comunque già passata a un primo giudizio della magistratura. Ma come si fa, pensiamo noi, a ragionare intorno a un simile scenario e poi difendere durante i comizi proprio gli stessi politici sotto processo? Anche questa opzione non è molto percorribile. Restano i condannati per mafia. Qui forse potrebbe essere più semplice. Vediamo, però, che essi vengono regolarmente candidati ed eletti. E notiamo anche che si ritiene ammissibile frequentare riunioni politiche pubbliche con i suddetti condannati ad arringare i possibili elettori. È accaduto a Palermo alle ultime elezioni politiche. Non è un reato, ma se un parlamentare non ritiene di disertare autonomamente luoghi del genere o se ci va e si astiene dal denunciare pubblicamente l´ingombrante presenza, quale codice potrà mai prescrivergli di fare il contrario? Del resto, anche le stesse sentenze definitive, passate cioè dalla Cassazione, si prestano a interpretazioni le più benevoli per chi fa finta di non capire e sentire. Quale codice politico potrà mai essere più cogente di una sentenza della massima Corte? I lettori, a questo punto, potranno rimproverarci di aver fatto solo riferimento a questioni giudiziarie. A nostra parziale giustificazione possiamo dire che i partiti, gli uomini e le donne che li compongono, se ne infischiano di inutili codici politici scritti sulla sabbia. Altrimenti la storia della Sicilia, che dall´Unità a oggi ha visto frequentemente la commistione del potere istituzionale con quello mafioso, potrebbe bastare più di qualsiasi norma. E se non bastasse la storia, forse il sangue versato per le strade della nostra regione potrebbe segnare un utile punto di riferimento. Ma se dopo tutto ciò si possono ancora, nel 2007, rivendicare e far passare per buone frequentazioni più che ambigue e accettabili fatti politicamente gravissimi e più che concreti, quale codice può modificare l´esistente? Allora è meglio non perdere tempo ulteriore, ognuno candidi chi vuole, perché questo poi è quello che avviene. Lo sappiamo e lo vediamo. Sarà il corpo elettorale poi a decidere. Se la maggioranza dei siciliani e delle siciliane un giorno deciderà di votare chi si oppone veramente alla mafia, vorrà dire che la politica e la società saranno riusciti a cambiare qualcosa. Senza codici di carta approntati qualche minuto prima che si aprano i seggi e poi cestinati. E soprattutto senza ipocrisie.