mercoledì 24 ottobre 2007

La lezione del Pastore Valdese Pietro Valdo Panascia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 24 OTTOBRE 2007

Pagina I

IL DIBATTITO

Il ruolo della Chiesa sul fronte antimafia

FRANCESCO PALAZZO

Chissà che impatto potrebbe avere un manifesto contro la mafia se l´autore fosse non un partito o un´associazione, ma la chiesa cattolica. Ci sono gesti che segnano le persone, la vita di una comunità, e entrano dritti nella storia. Il pastore valdese Pietro Valdo Panascia, morto a 97 anni sabato scorso, è per esempio una figura che rimarrà nella storia siciliana perché il 7 luglio 1963 scrisse stampò e divulgò sui muri di Palermo un appello contro la violenza mafiosa. Che una settimana prima, il 30 giugno, si era manifestata in tutta la sua violenza con la strage di Ciaculli. A rileggerle, quelle poche righe conservano tutta la forza di allora. Soprattutto quando invitano le autorità civili e religiose a prendere opportune iniziative per prevenire ogni forma di delitto. L´appello si concludeva con un non uccidere, richiamo alla legge divina, al codice penale e all´umanità di tutti. Sono trascorsi più di quarantaquattro anni. Quel manifesto, che dall´allora cardinale Ernesto Ruffini fu considerato poca cosa, tanto da rispondere stizzito persino alla Santa Sede, che gli chiedeva se per caso anche lui non potesse prendere una simile iniziativa, è rimasto uno stimolo che la chiesa palermitana e siciliana non ha saputo cogliere per intero. Anche nel dopo Ruffini. Dopo la stagione di Salvatore Pappalardo, la morte di don Pino Puglisi, l´impegno di tanti sacerdoti e laici, potrebbe sembrare un´affermazione infondata. Quando, tuttavia, la chiesa siciliana si è mossa coralmente ed efficacemente contro la mafia come allora fece la chiesa valdese? La lotta al potere mafioso è fatta pure d´iniziative simboliche. Da sole non bastano, d´accordo. Immaginate, però, se entrando in tutte le chiese cattoliche, che sono infinitamente di più dei luoghi di culto valdesi, i fedeli si trovassero di fronte a un messaggio, semplice ed esplicito, contro le cosche. Non solo intese come criminalità presente e visibile sul territorio, ma anche declinate nelle forme che esse assumono nei legami con la politica e l´economia. Non mettiamo in dubbio e non sottovalutiamo i documenti che la Conferenza episcopale siciliana ha licenziato sull´argomento negli ultimi anni. Sono certamente importanti e pieni di spunti. Ma quanti li hanno letti, a parte la ristretta cerchia di teologi, critici e commentatori? Pochi, senza dubbio. Nelle chiese non sono arrivati neanche per sbaglio, figuriamoci se c´è stato dibattito su di essi nelle assemblee parrocchiali. I mezzi comunicativi più diretti sono meglio accessibili alla stragrande maggioranza dei fedeli, i quali, non ce ne vogliano i vescovi, forse neanche sanno cosa è e se esiste la Conferenza episcopale regionale. Giusto alcune settimane addietro Rosario Giuè, dalle pagine di Repubblica Palermo, avanzava una proposta e si poneva un interrogativo. Si chiedeva perché nelle chiese si fanno raccolte domenicali per tutte le sacrosante cause e non si pensa anche a promuoverne qualcuna i cui proventi siano destinati, a esempio, ai commercianti che si ribellano al racket delle estorsioni. Non sappiamo se la proposta sia caduta nel vuoto. Quanti dotti documenti varrebbe un´iniziativa di questo tipo? Qualcuno non entrerebbe più in chiesa? E non sarebbe, quello, un segno che si è sulla strada giusta? Se avesse voluto riempire il tempio valdese di folle, il compianto Pietro Valdo Panascia si sarebbe disinteressato, insieme alla sua comunità di fede, al sangue che in quel momento scorreva a Palermo. Invece se la pensò nel senso che sappiamo e che ancora oggi ricordiamo. Forse per la chiesa cattolica siciliana è giunto il tempo, non fosse altro che per onorare la memoria di un grande uomo, di colmare quel ritardo e rispondere a quel documento pubblico, che il tempo trascorso non ha mandato per niente in archivio, facendone affiggere, finalmente, uno simile e aggiornato ai fatti di oggi su tutti i portoni delle parrocchie e sui muri delle città.

lunedì 22 ottobre 2007

Contratto Impiegati Regionali

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 20 OTTOBRE 2007
Pagina I
L´ANALISI
Contratto dei regionali la rivoluzione impossibile
FRANCESCO PALAZZO





Si riapre per i dipendenti regionali la battaglia per il rinnovo del contratto. In genere il governo si muove in ritardo, in questo caso siamo alla soglia dei due anni dalla scadenza. L´esercito dei 12.500 dipendenti strutturati, più i 2.500 degli enti collegati, più i 5 mila precari stabilizzati, fanno la bella somma di 20 mila persone. Spesso si è paragonato tale numero a quello di regioni simili alla nostra per estensione e popolazione, dove gli impiegati sono molti di meno. In Lombardia gli impiegati non sono più di tremila. Si dice, a giustificazione, che essendo la Sicilia a statuto speciale, molte delle funzioni che nelle regioni «normali» sono svolte dallo Stato, da noi le assicura la Regione. Per questo motivo c´è bisogno di tanti impiegati. La scusante tiene sino a un certo punto e comunque non giustifica una cifra così alta. Alla quale, se aggiungiamo i 2.150 dirigenti (in Lombardia sono 213), uno ogni sei-sette dipendenti - anche questo un record mondiale - ci rendiamo immediatamente conto di cosa esattamente si dovrebbe intendere quando si parla di costi della politica. Perché è chiaro che dalla nascita dell´istituto autonomistico a oggi, il grande calderone degli uffici regionali è servito anche da ammortizzatore sociale, pozzo senza fondo per clientelismi vari, fattore d´innalzamento sostanzioso del reddito regionale pro capite. La Regione nel corso dei decenni si è trasformata in un mega stipendificio. Tutto ciò ha fatto aumentare a dismisura la spesa, senza peraltro che la Regione si sia mai dotata di strumenti di verifica veri, sia per il comparto sia per la dirigenza. Per carità, la carta viaggia in dimensioni stratosferiche, tutte le dimensioni lavorative sono percentualizzate con precisione svizzera. Ma i controlli di carta sono atti meramente formali, in cui ognuno si compiace del proprio lavoro, giudicando di fatto se stesso. In realtà, lo sappiamo sin troppo bene, negli uffici regionali chi vuole lavorare può accomodarsi, chi non intende muovere un muscolo o attivare un neurone può accomodarsi lo stesso. C´è spazio per tutti e per tutto. Coloro che fanno il proprio dovere, non di rado in misura maggiore di quanto sarebbe richiesto, non sono pochi. Vi sono collaboratori, contrattisti, borsisti, istruttori, funzionari e dirigenti che danno tanto. A volere essere onesti, si dovrebbe tuttavia ammettere che con la metà del personale, quindi con 11 mila impiegati compresi i dirigenti, si potrebbe lo stesso far marciare la macchina regionale. In fondo gli addetti sarebbero ancora quasi il quadruplo di quelli della Lombardia. È scomodo dirlo, nessun sindacato, rivoluzionario o integrato nel sistema, lo ammetterà mai. E anche quando qualche coraggioso lo ammettesse, lo stato dell´arte non si modificherebbe di un pelo. L´operazione più saggia sarebbe quella di chiamare a raccolta sindacati, partiti, impiegati e amministrazione affinché si possa iniziare un nuovo corso. Non parliamo di quei contratti giuridici in cui c´è tutto e poi non cambia niente, come accaduto negli ultimi anni. Ma di una vera e propria rivoluzione copernicana all´interno dell´amministrazione. Dove finalmente contino i meriti, ci siano controlli, si possa pervenire a effettivi avanzamenti di carriera, non dati a pioggia o perché spetta di diritto - non esiste un diritto alla carriera - ma per la ragione che il singolo ha prodotto molto e lo ha fatto con un alto livello qualitativo e professionale. Che motivazioni può avere un dipendente se vede coloro che fanno pochissimo prendere lo stesso stipendio scaricandosi, peraltro, da qualsiasi responsabilità? Oggi un funzionario o un dirigente che si impegnano godono di una considerazione e un trattamento identici a quelli di coloro che non si spendono molto. Non parliamo di bazzecole, non è una questione irrilevante. Non siamo di fronte a una piccola azienda familiare. Un corretto e virtuoso funzionamento della macchina regionale è la condizione, necessaria e sufficiente, perché si possano introdurre, nel vivo del tessuto connettivo isolano, elementi profondi di cambiamento. In questo senso i sindacati storici per primi, Cgil Cisl e Uil, e quelli nati dopo, insieme ai partiti siciliani, a cominciare dal neonato Partito democratico, dovrebbero capire che questa è una frontiera prioritaria per la Sicilia. Che non è più tempo di difendere l´indifendibile. A essere sinceri, temiamo che da tutte le parti in commedia, per vari motivi, non ci sia l´interesse a scoperchiare il pentolone. E così si va avanti, da un contratto a quello successivo e da un ritardo all´altro. Fino a quando il sistema garantirà ogni appetito si proseguirà così. Ma un giorno, e forse è già successo guardando le magre finanze regionali, la campana suonerà un po´ per tutti.

martedì 16 ottobre 2007

Partito Democratico le Primarie in Sicilia


LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 16 OTTOBRE 2007

Pagina I

IL PUNTO

La vittoria elettorale del popolo dei gazebo

FRANCESCO PALAZZO





Nei processi politici, infine, contano i numeri. E questi, anche in Sicilia, danno ragione a quanti credevano che il Partito democratico, pure con tutte le cariche più importanti già assegnate, avrebbe fatto a ogni modo presa sulla gente. E danno torto a quanti pensavamo che così non sarebbe andata. Il dato siciliano, 180 mila votanti circa, è sorprendentemente positivo. Alla vigilia avevamo scritto che non sarebbe stato possibile paragonare l´affluenza di questa consultazione a quella delle primarie del 2005. Oggi dobbiamo registrare che coloro i quali sono entrati nei gazebo sono di poco inferiori ai 198 mila che incoronarono Prodi due anni addietro e quasi eguagliano i 188 mila che, sempre nel 2005, decisero la candidatura di Rita Borsellino alla presidenza della Regione siciliana. Se scendiamo nello specifico vediamo che qualitativamente quello di domenica è un risultato migliore. Nel 2005, alle primarie nazionali, la Sicilia contribuì al risultato finale dei votanti con un 4,5 per cento, ora incide con circa il 5,5 per cento. Un risultato che non lascia spazio a molte interpretazioni, la cui importanza si può scorgere in maniera più chiara facendo un semplice raffronto. Le liste dei Democratici di sinistra e quelle della Margherita alle regionali del 2006 presero quasi 650 mila voti. Riuscire a richiamare quasi il 30 per cento di quell´elettorato senza i voti di preferenza personali, che invece costituivano la struttura portante del consenso alle regionali, significa aver centrato in pieno l´obiettivo della partecipazione diffusa. Certo, c´è da mettere nel conto che comunque nelle varie liste si contavano 1.500 nomi che hanno spinto al voto una fascia che forse si sarebbe astenuta. Sono però dettagli. Quello che conta è che il popolo del centrosinistra ha preso confidenza con i gazebo e non si tira mai indietro. Anche quando non c´è molto da decidere. Il dilemma, infatti, non era l´esito della consultazione. Walter Veltroni per la segreteria nazionale e Francantonio Genovese per quella regionale erano superfavoriti. Il dato politico da trarre da questo appuntamento era il confronto tra quanti se ne sarebbero stati a casa e quanti sarebbero scesi a votare pagando. Chissà che partecipazione ancora maggiore se, negli ambiti nazionale e regionale, ci fosse stata gara vera. Questo va rilevato, perché fare uno sforzo organizzativo di tale portata, chiamare a esprimersi milioni di persone solo per ratificare quanto già stabilito altrove, conferisce a questi avvenimenti uno spessore di pura testimonianza. Se non si supererà questo limite le primarie rischiano di ridursi a meri momenti consultivi di democrazia centralistica protetta, il cui patrimonio può essere messo nel cassetto o tirato fuori quando serve e se serve. Detto questo, la geografia politica italiana e, ancor più, quella siciliana è da ieri modificata nel profondo. In Sicilia inizia per il nuovo partito un cammino diverso e inedito. Fatto di tante difficoltà, non c´è dubbio, ma che alla fine dovrà sempre fare i conti con i numeri elettorali. E già c´è un primo scoglio, che riguarda la tornata elettorale più vicina, ossia le amministrative a Messina. Dove proprio il neosegretario regionale, Francantonio Genovese, sembra intenzionato a riproporsi, speriamo passando da nuove primarie da celebrare insieme al resto della coalizione. Per rendere l´idea di ciò che il Partito democratico siciliano ha di fronte citiamo solo due numeri, anche questi abbastanza eloquenti e recenti. Alle ultime regionali ai partiti del centrodestra andarono più di 1 milione e 500 mila voti, il centrosinistra non arrivò neanche a 888 mila, pur con lo straordinario contributo di Rita Borsellino. Ecco qual è la sfida che accomuna il nuovo partito alla parte che sta alla sua sinistra, al momento anch´essa in fase di riorganizzazione per costruire un altro soggetto politico omogeneo. Essere il cuore pulsante riformista di una forte alternanza al centrodestra è il vero compito del Partito democratico in Sicilia. Come lo farà e se ce la farà lo sapremo nel futuro immediato e medio. Intanto prendiamo atto che quanto accaduto domenica nelle piazze siciliane è una buona notizia per tutti.

lunedì 15 ottobre 2007

Sicilia: primarie a confronto


LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 10 OTTOBRE 2007
Pagina XII
La partecipazione elettorale alle primarie del 14 ottobre
FRANCESCO PALAZZO




Quanti andranno a votare per le primarie del Pd in Sicilia? I precedenti raffrontabili, molto parzialmente, hanno fornito numeri di tutto rispetto. Ci riferiamo alla grande mobilitazione che, nell´ottobre del 2005, confermò anche nella nostra regione la candidatura di Romano Prodi quale premier designato a concorrere per la guida del Paese. E pensiamo alle primarie di qualche mese dopo, che a dicembre proclamarono Rita Borsellino quale sfidante di Cuffaro per il governo della Regione. Prima di procedere, lunedì, alle comparazioni del giorno dopo, è necessaria qualche considerazione preliminare. Va evidenziata, intanto, la differenza qualitativa dei due eventi del 2005 rispetto a quello che si celebrerà tra pochi giorni. In quei casi c´erano elezioni imminenti, le regionali e le nazionali pochi mesi dopo. Le primarie quindi rivestivano il ruolo che di solito a esse si attribuisce, ossia individuare il candidato della coalizione per la sfida delle urne. Domenica, non essendoci scadenze elettorali immediate, ci si troverà di fronte a delle vere e proprie elezioni dirette dei segretari regionali, di quello nazionale e delle assemblee costituenti del partito democratico. Chiamarle primarie è forse eccessivo. Quando si voterà per la Regione e per le Politiche, e ancor prima per le provinciali del 2008, si dovrà procedere a una nuova conta interna che dovrà riguardare tutto il centrosinistra. In quel momento potremo tornare a parlare di elezione primaria. Se quello di domenica sarà qualitativamente un appuntamento diverso rispetto ai precedenti che hanno riguardato l´intera regione, stessa cosa si può dire se consideriamo l´aspetto quantitativo. Il 15 ottobre, infatti, sarà impossibile paragonare i quasi 400 mila che inondarono le primarie del 2005 al numero che conosceremo dopo le operazioni di spoglio. E sarà impossibile per almeno due motivi: il primo numerico, il secondo politico. Quello più convincente è rappresentato, banalmente, dal fatto che nel 2005 erano tutti i partiti dell´Unione a essere chiamati in causa. La mobilitazione fu dunque maggiore di quella che Democratici di sinistra e Margherita saranno in grado ora di mettere in campo. Peraltro nei Ds mancherà un pezzo di partito che si è chiamato fuori dal Pd, e la Sicilia in tal senso ha stabilito un record. Il secondo motivo, più politico, riguarda la circostanza che alle primarie del 2005 si arrivò sulle ali di un entusiasmo partecipativo di massa. Che domenica mancherà o sarà presente solo in parte e riguarderà in sostanza lo zoccolo duro dell´elettorato di riferimento dei due partiti, più qualche folata di società esterna. E l´entusiasmo non ci sarà, se guardiamo alla Sicilia, ma non costituiamo un´eccezione, non tanto per la composizione delle liste bloccate, ma per le modalità escludenti con cui si è arrivati alle due candidature per la segreteria regionale. In questi giorni esponenti di Ds e Margherita tentano giustamente di motivare in extremis la fascia più affezionata di elettorato. E questo appare certo un compito difficile. Abbiamo l´impressione che l´intero processo, pur in ritardo di una decina d´anni, si sia infine attivato in una maniera abbastanza verticistica e fulminea, difficilmente comprensibile per i fedelissimi dei due partiti. Che magari varcheranno in maggioranza i gazebo, ma li immaginiamo più storditi che persuasi. I tantissimi esterni che potevano sentirsi attratti dal nuovo percorso, navigano invece in un misto di diffidenza e disillusione. Il rischio è che questi ultimi disertino l´importante appuntamento. In alcuni, a quanto risulta, comincia a farsi spazio un´idea particolare di esercizio del voto. Consistente nell´andare, sì, a votare, per sottolineare comunque la condivisione di massima dell´intera operazione. Ma segnando nella scheda il proprio nome, per sottolineare che dal 15 ottobre è necessario cambiare registro nel coinvolgimento diffuso e vero di quanti vogliono avere piena cittadinanza nel Pd. Al di là delle valutazioni su questa possibile protesta, un fatto è certo. Dopo le primarie il Pd siciliano dovrà affrontare il problema di un maggiore coinvolgimento degli elettori nelle sue scelte.

venerdì 5 ottobre 2007

Partiti e Cittadini, se ne discute a Petralia Sottana


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ, 05 OTTOBRE 2007
Pagina I
L´ANALISI
Come avvicinare partiti e società
FRANCESCO PALAZZO




In un periodo di grillismo imperante, in mezzo alle mille riserve che anche in Sicilia stanno caratterizzando la costituzione del Partito democratico, non è semplice parlare di partiti. L´organizzazione partito suscita, sempre più, forme immediate di rifiuto. Non è un bel vedere. Ne perde la vita politica e, in ultima analisi, la democrazia. Talvolta il rifiuto nasce dal qualunquismo, più spesso le critiche sono fondatissime. E non giungono, i mugugni, soltanto da fuori. Basta sentire quanto gli stessi protagonisti impegnati nel Partito democratico siciliano dicono, più o meno sottovoce, delle procedure che stanno portando alle primarie del 14 ottobre. Forse gli scontenti sono più tra gli interni a Margherita e Ds che non tra le soggettività che osservano esternamente. Stesso ragionamento di problematicità si può formulare guardando alla parte politica situata a sinistra del Partito democratico. Se quest´ultimo, a ogni modo, è in fase di partenza, la sinistra democratica e quella europea sono ancora in mezzo al guado, e non è facile, al momento, intravedere sviluppi, almeno scrutando le cose dalla Sicilia. Nel centrodestra siciliano la situazione è cristallizzata nella mera gestione del potere, senza spazio per altro. Nei partiti che lo compongono si prospettano o si simulano, è vero, rotture e alleanze, ma solo per misurare i rapporti di forza. L´unico scopo è quello di non perdere quanto i risultati elettorali hanno già consegnato nei diversi livelli di rappresentanza. Questo è il quadro generale, certo non entusiasmante. Tuttavia, per dirla con Romano Prodi, non è detto che la società sia migliore dei partiti che la rappresentano. Anzi, sappiamo bene che il ventre molle di una terra come quella siciliana è lo specchio fedele, se non peggiore, di quanto poi i partiti esprimono. Tenuto conto che la società diffusa non è ancora riuscita a mettere in campo qualcosa che funzioni meglio, e quando ci prova copia il peggio dei partiti, non è banale porsi due domande. Qual è il vero rapporto che i cittadini hanno con i partiti per come sono, ossia abbastanza mediocri? Quale livello qualitativo di cittadinanza politica sono in grado di mettere in campo i pezzi di società esterni alle formazioni partitiche, a parte il diffusissimo sport nazionale di lamentarsi dell´universo mondo? Punti attorno ai quali, dalla mattina di domani al tardo pomeriggio di domenica, si rifletterà a Petralia Sottana nel corso di un seminario. "Cittadini mediamente onesti e partiti politici: confronto tra delusi, possibilisti e soddisfatti", è il titolo del convegno, promosso dall´associazione scuola di formazione etico-politica "Giovanni Falcone" e dal Comune di Petralia Sottana (info www.petraliasottana.net e 3386132301). Sono state chiamate a confrontarsi e a interagire con i presenti individualità che hanno seguito traiettorie diverse. Ci sarà Simona Mafai, la quale, dopo essere stata per lungo tempo distante dai partiti, ha scelto generosamente d´impegnarsi nel Partito democratico, rappresentando in Sicilia la candidatura di Veltroni. È previsto un intervento di Vittorio Villa, filosofo del diritto, che invece ha preferito defilarsi rispetto ad un impegno organico nei Ds. Ci saranno poi dei contributi significativi degli amministratori del comune di Petralia, a cominciare dall´attuale sindaco Santo Inguaggiato. Persone, queste ultime, non solo militanti nei partiti, anche se con molti distinguo, ma che si sono addirittura caricate sulle spalle la fatica di rappresentarli nel governo di un ente locale. Con tutte le difficoltà, in primo luogo finanziarie, che tale scelta comporta. Insomma, un appuntamento per riflettere, se è possibile in questo momento, a bassa voce. Sapendo che i torti e le ragioni, in una società complessa come la nostra, non stanno mai da una sola parte. E che la virtuale cesura tra società civile pulita e società partitica sporca è sbagliata, nella forma e nella sostanza, e non serve a nessuno

giovedì 27 settembre 2007

Partito Democratico, candidato ma non troppo

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 27 SETTEMBRE 2007
Pagina VIII
Metamorfosi di un elettore candidabile alle primarie
FRANCESCO PALAZZO




È inutile girarci intorno. Sono stato trombato agli albori della mia carriera politica all´interno del costituendo Partito democratico. Avevo deciso da qualche giorno di non andare a votare alle ennesime primarie senza sorprese possibili che, ecco, mi viene chiesta la disponibilità a entrare in lista per cercare di diventare uno dei 360 costituenti regionali del partito. A un mezzo no era seguito un sì. Avevo pensato: perché non andare a vedere le carte di un percorso politico che grida ai quattro venti di volersi aprire a esponenti esterni ai partiti? I parenti e gli amici, che avevano letto sul giornale il mio nome tra i papabili, già si erano informati a quale scranno di potere ero destinato. Cominciavano a guardarmi con occhi indagatori, per capire cosa ci avrei guadagnato. Dissolta con rassicuranti parole la diffidenza, avevo cominciato a spiegare, entrando nella parte e dimenticando le critiche che io stesso avevo pubblicamente formulato, l´importanza di un partito che fa votare i propri iscritti affinché eleggano i segretari politici nazionale e regionale. Certo, il solito nipote, un po´ arrogantello, che si sente chissà chi perché sfoglia qualche giornale, aveva obiettato che non era una grande prova di democrazia far votare la gente dopo aver imposto i candidati sicuri vincenti. Lo avevo licenziato su due piedi sottolineando la «complessità» della politica. Erano cose che non poteva capire alla sua tenera età. Incredibile, riflettevo durante il silenzio notturno che precede il sonno. Già era in atto la mia trasformazione in uomo di partito che tutto capisce, tutto sa e tutto giustifica sull´altare dei compromessi e degli accordi. Ma ormai il dato era tratto. Nel frattempo mi giungevano notizie di altre metamorfosi, simili o peggiori della mia. Erano altri uomini della cosiddetta società civile, contattati come me e ora anche loro «trombati». Potremmo costituire un club. Oppure formare una corrente di aspiranti democratici dentro il democratico partito. Ce ne sono già tante, una in più o in meno non scandalizzerebbe nessuno. Tranne un mio zio, che mi vuole un gran bene. Non riusciva a capire perché mai avrei accettato, contraddicendomi platealmente, di essere inserito in liste bloccate. Per intenderci le stesse della legge elettorale nazionale con la quale abbiamo votato nel 2006, turandoci il naso e tappandoci la bocca. Quella stessa che fa scegliere gli eletti ai partiti e poi chiama alle urne gli elettori e le elettrici. Ecco la critica che mi giungeva da sinistra, c´è sempre qualche saputello che pensa di scavalcarti e di fare il rivoluzionario. Sull´argomento, credetemi sulla parola, ho sfoderato tutto il mio estro riformista. Meglio fare piccoli passi, sentenziavo, mentre già si completava la mutazione genetica, che tentare invano di rovesciare il mondo da un giorno all´altro. Oggi vi facciamo votare per scherzo, domani vi faremo scegliere il colore dei gazebo, dopodomani anche quello delle schede. Poi, col tempo, si vedrà. Un passo dopo l´altro, senza premura. Ormai mi ero del tutto trasfigurato, la sera mi addormentavo tranquillo, senza più sensi di colpa. Poi, improvvisamente, il giorno successivo alla scadenza per la presentazione delle liste, mi viene comunicato che l´apertura alla società civile nel Partito democratico era prevista, per il genere maschile, solo nei giorni dispari. Per le donne anche in quelli pari, ma solo perché era un´imposizione. Malauguratamente, il giorno in cui si definivano le liste era il 22 settembre. Niente da fare. Per quel giorno i posti nelle prime file riservati agli uomini nella lista veltroniana erano stati prenotati da onorevoli nazionali e regionali, dai consiglieri comunali, dai dirigenti dei partiti e via elencando in una lista che non finiva più. È andata così. Però mi sono salvato. Da qualche giorno ricomincio ad avere sembianze umane. Ho contattato parenti e amici e ho spiegato che niente era cambiato. Non diventerò democratico. Così imparo, a 43 anni suonati, a credere ancora alle favole.

lunedì 24 settembre 2007

Commissione Antimafia Regionale, vorrei ma non posso

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 22 SETTEMBRE 2007
Pagina XII
Come rilanciare l´Antimafia regionale

FRANCESCO PALAZZO




L´Udc, è notizia di ieri, minaccia di non partecipare più ai lavori d´aula all´Assemblea regionale e di disertare pure le sedute delle commissioni, se non si costituirà la commissione Antimafia regionale. Stesse pressioni giungono da Alleanza nazionale. Il presidente dell´Ars vorrebbe una commissione riformata, con nuovi e più incisivi poteri. Che a oggi non ha mai avuto. E non solo perché non sono scritti sulla carta. L´antimafia seria la si fa anche con poco. Quando parliamo di gente come padre Puglisi o Giuseppe Impastato, per fare solo due esempi, ci rendiamo conto di come si possa incidere su tessuti sociali molto difficili, e il quartiere Brancaccio dei primi anni Novanta o la Cinisi degli anni Settanta lo erano senz´altro, con la forza della volontà accompagnata da una precisa scelta sociale, politica o religiosa. Puglisi e Impastato non hanno aspettato che una legge imponesse loro di fare antimafia. Allo stesso modo, spostandoci nel campo istituzionale e partitico, hanno agito Piersanti Mattarella da presidente della Regione e Pio La Torre da segretario regionale dell´allora Partito comunista.Non è insomma la carta che fa l´antimafioso, così come non è la Bibbia, faceva notare ieri Michele Serra su Repubblica a proposito di Provenzano, che fa il cristiano. L´Antimafia regionale, se davvero avesse voluto, avrebbe trovato, come succede quando le cose veramente interessano, i mezzi e le risorse per diventare il luogo istituzionale più importante nella regione per la lotta alla mafia, in particolare per ciò che concerne i rapporti mafia-politica-economia. Senza i quali Cosa nostra non sarebbe mai diventata un problema enorme, che da un secolo e mezzo è capace di evolversi passando dall´Italia liberale a quella fascista, viaggiando tra la Prima e la Seconda repubblica.Detto questo, ci rendiamo conto che una modifica legislativa può essere utile per aggiornare l´impianto dell´Antimafia regionale. È un´attività parlamentare, visto che siamo in Sicilia e non in Norvegia, che doveva iniziare sin dal primo giorno della legislatura, cominciata da quasi un anno e mezzo. Uno strumento sul quale si può lavorare c´è già. È stata infatti presentata da Rita Borsellino una proposta di legge (la numero 547 del 14 marzo scorso - leggibile per esteso dal sito dell´Ars). Non sappiamo che fine abbia fatto. Si propone di inserirsi in un testo che manterrebbe molte parti dell´attuale normativa.Il primo punto che introduce è che la commissione deve essere rinnovata a ogni inizio di legislatura entro novanta giorni dalla prima seduta del Parlamento regionale. La legge attualmente in vigore prescrive solo che può essere rinnovata, senza limiti di tempo. Limiti che l´attuale Assemblea regionale ha inteso sinora nel senso più largo e infruttuoso possibile. Viene aggiunto un comma che impedirebbe di essere eletti nella commissione a quei parlamentari sottoposti a procedimenti giudiziari per reati connessi all´associazione mafiosa e contro la pubblica amministrazione o che svolgano incarichi professionali per conto di soggetti indagati o con processi penali in corso per i medesimi reati.Poiché sinora non è stata mai presentata alcuna relazione al Parlamento regionale, tale proposta la rende obbligatoria entro il 31 marzo di ogni anno. In caso di inadempienza, trascorsi i trenta giorni, il presidente dell´Assemblea dichiarerebbe sciolta la commissione nominandone un´altra entro trenta giorni. Secondo la proposta della Borsellino, non può essere una relazione che parli d´aria. Deve comprendere un´attenta valutazione a livello regionale dello stato d´attuazione della legislazione nazionale e regionale sull´utilizzazione dei beni confiscati alla mafia, sulla lotta al racket e all´usura. Per ciò che riguarda le collaborazioni esterne, il disegno di legge prevede di stipulare convenzioni con centri studi, fondazioni e associazioni antimafia. È una novità anche in questo caso: la legge in vigore parla in maniera generica di collaborazioni esterne. Le quali, per quanto è a nostra conoscenza, non sono mai state attivate.Quindi, se si vuole davvero, si può iniziare a discutere anche da domani. Ricordandosi sempre che non è la norma che sorregge o crea l´antimafia nei singoli, quando questa non c´è o è carente

sabato 15 settembre 2007

Pino Puglisi a 14 anni dall'omicidio


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 15 SETTEMBRE 2007

Pagina I

L´ANALISI

Il metodo padre Puglisi una rivoluzione tradita
FRANCESCO PALAZZO





Molti palermitani che pure conoscono bene i fatti riguardanti la vita e la morte di padre Puglisi, si interrogano ancora sulle vere motivazioni dell´omicidio, del quale oggi ricorre il quattordicesimo anniversario. Le risposte, dopo la chiusura dei processi a carico di mandanti ed esecutori, possono apparire scontate. Il parroco di Brancaccio è morto perché faceva antimafia. Questo il primo, ovvio, responso. Se però si pensa che all´epoca dei fatti, nei primi anni Novanta, altri preti in maniera più eclatante svolgevano pubbliche azioni antimafiose, si può dedurre che la prima motivazione non spiega molto. Si può aggiungere che don Pino toglieva i bambini dalla strada. Ma, anche in questo caso, parliamo di un´attività che le parrocchie svolgono da sempre. La mafia ha poco da temerne, considerata la circostanza che moltissimi mafiosi sono frequentatori abituali di sacrestie. Un aspetto che invece apparirebbe più circostanziato è quello che porta al sospetto, infondato, che i mafiosi avrebbero avuto circa l´infiltrazione di investigatori nel Centro Padre Nostro, fondato dal sacerdote nel gennaio 1993 e già operante dal 1991. Tuttavia, visto che il potere mafioso riesce spesso a svelare questi movimenti, soprattutto in quartieri periferici dove tutti si conoscono, è davvero improbabile che Cosa nostra non sia venuta a capo dell´inesistente pericolo prima di premere il grilletto. Ma di padre Puglisi, certamente, la cosca mafiosa operante a Brancaccio aveva di che temere. Per come può leggerla uno come me, che è nato e vissuto nel rione, Puglisi mette in campo a Brancaccio, e porta sino in fondo, qualcosa che il quartiere aveva cominciato a conoscere attraverso l´esperienza di Rosario Giuè. Che lo aveva preceduto come parroco dal 1985 al 1989. Si tratta di un doppio percorso, pastorale e sociale. Un messaggio cristiano pulito, vissuto lontano dai palazzi del potere, frequentati casomai solo per chiedere diritti e non per officiare i riti dei potenti. Nei tre anni che Pino Puglisi sta a Brancaccio, dall´ottobre del 1990 al settembre 1993, il tratto che più colpisce è la povertà di mezzi. Non ci sono soldi eppure si mette su un centro d´accoglienza. E lo si fa non per dare i classici pacchi di pasta, che chissà quanto costano alle casse pubbliche, ma per dire a un quartiere intero che un´altra strada era possibile. Lontano dalla mafia e da coloro che politicamente e socialmente la coprono, anche se nelle ricorrenze si vestono strumentalmente d´antimafia. Ed era percorribile quella strada contando sull´apporto di alcune semplici suore poste alla guida del centro, che sposano subito la semplicità francescana e la gratuità che don Pino stava dando a tutta la sua esperienza. A cominciare da quella più prettamente presbiteriale e parrocchiale. Piena anch´essa di fede genuina, preparazione teologica, spessore cristiano. E non solo. Puglisi si avvicina al territorio politicamente. Non legandosi a cordate partitiche per fare carriera o trovare un posto al sole, ma valorizzando ciò che nel vivo del territorio nasceva, cioè il comitato intercondominiale Hazon. Formato da un gruppo di cittadini che chiedevano diritti elementari e non erano disposti a modificarli in favori, da ricevere su un piatto d´argento in cambio d´appoggi elettorali. Lo ricordo, da capogruppo dell´opposizione in quello che allora era il consiglio di quartiere, fermo e risoluto alla testa di quel gruppo di persone. Ecco la rivoluzione della normalità, della semplicità, della coerenza, della sobrietà, tentata in quel quartiere. Ecco gli ambiti da indagare se si vuole comprendere, al di là dei processi, perché don Pino è stato fatto fuori. Ciò serve più per affrontare l´oggi che per darsi ragione del passato. Di una chiesa di questo tipo sentiamo fortemente il bisogno. Di comunità cristiane siffatte necessitano sia le borgate periferiche sia le zone centrali. Il resto, tutto il resto, rischia di rivelarsi acqua fresca. A 14 anni dalla sua morte dobbiamo purtroppo rilevare che la dimensione, sociale e pastorale insieme, del piccolo prete di Brancaccio si è come sbiadita. Forse persa del tutto.

mercoledì 12 settembre 2007

Le donne e le piazze siciliane

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 12 SETTEMBRE 2007

Pagina VIII


L´assenza delle donne nelle piazze dei paesi siciliani

FRANCESCO PALAZZO






Nel periodo estivo, vuoi per qualche settimana di vacanza in Sicilia, vuoi per spostamenti prolungati nei luoghi di villeggiatura, capita spesso di attraversare molti paesi della nostra isola, dell´entroterra o costieri. Ogni paese, piccolissimo, medio o più grandicello che sia, dispone, almeno, di un corso principale e di una piazza centrale. Punti di riferimento quasi forzati della vita comunitaria, scenari sociali in cui si va per guardare e farsi vedere. Ebbene, passando di corsa o soffermandosi per una breve pausa, non importa la provincia, che tutte sono comprese, hai la sensazione che il tempo si fermi. Il fotogramma che passa nelle memorie di aggeggi elettronici o quello che rimane impresso nell´umano e personale ricordare, è sempre uguale a se stesso. Si tratta di un´immagine antica. Un copione tuttora invariato, che viene da lontano. Evidentemente condiviso sia dai protagonisti, tanto è rappresentato con naturalezza, sia dai casuali osservatori, i quali ormai lo considerano parte del paesaggio e probabilmente si sorprenderebbero se un bel giorno tutto mutasse. Il fatto è presto detto. Nelle piazze e nei viali principali, davanti ai bar e nei locali di svago, nei circoli e nei dopolavori troviamo uomini e solo uomini. A meno che non si tratti della passeggiata festiva domenicale nella via centrale o siano in corso i festeggiamenti per la ricorrenza del santo patrono. In questi casi il mondo torna a ricomporsi nelle sue naturali proporzioni di genere. Ma nelle mattine o nei pomeriggi dei giorni feriali, vale a dire nella normale vita quotidiana, nel palcoscenico pubblico la mela di genere torna a mostrarsi con una sola faccia, spaccata a metà come se fosse stata tranciata. Quindi solo maschi. Una volta erano solo con la coppola, assisi in quelle sedie dei circoli che potrebbero raccontare storia. Adesso di coppole se ne vedono meno, il bianco e nero di pantaloni, camicie, bretelle e copricapi resiste ancora. Trovano però sempre più spazio le magliette colorate e altre varianti, marchi del consumismo imperante. Sono, tuttavia, solo dettagli, niente di fondamentale si è trasformato. Per dirla tutta, anche in alcuni quartieri popolari di una grande città come Palermo si può assistere al fenomeno. Nei paesi la cosa è più eclatante. La scena di una piccola cittadina, al confine tra Messina e Catania, dove qualche settimana addietro si andava per prendere i giornali e per gustare superlative granite accompagnate da soffici e sproporzionate brioscine, era la seguente: uomini che giocavano a carte già alle nove del mattino sui tavolini disposti all´esterno del bar principale, di femmine neanche l´ombra. Solo alcune donne, a distanza di sicurezza, si occupavano di lavorare ai ferri, di schiacciare noci per preparare qualche dolce, di sovrintendere alla gestione del tabacchi edicola e di stare appresso ai pargoli. Ci diranno che oggi molte donne siciliane fanno carriera e che riescono a sfuggire a questi meccanismi. Osservazione vera quanto trascurabile, trattandosi di numeri davvero minimi. Resta il fatto che una larghissima percentuale di donne sicule sta dentro lo schema divisorio e fortemente discriminate prima accennato. Che non spiega tutto, è chiaro, ma che è un simbolo, una traccia, la punta di un iceberg del molto che c´è dietro. Il sintomo apparente di una malattia profonda. Leonardo Sciascia, se non ricordiamo male nel libro intervista "La Sicilia come metafora", rifletteva sul fatto che i figli dei contadini da un certo momento in poi cominciarono a farsi "vedere" con il vestito buono per le vie dei paesi alla pari dei figli dei benestanti. Lo scrittore di Racalmuto considerava tale cambiamento non una rivoluzione, ma, ancor di più, una fondamentale premessa perché cambiassero anche tanti altri aspetti della vita associata verso una sempre maggiore uguaglianza e giustizia. Anzi, diceva che forse proprio quella novità era il simbolo che tante cose stavano cambiando o erano già mutate. Che le donne, dunque, comincino nei vari paesi delle nostre contrade a comparire ai visitatori casuali e feriali, mescolandosi alle coppole nei bar, nei circoli, sedendosi sulle sedie disposte sui marciapiedi parallelamente alle strade, oppure inventandosi qualcos´altro, ma apparendo, potrebbe già essere un passo verso cambiamenti più profondi. O la spia, per dirla con Sciascia, che quelle trasformazioni sono già avvenute o stanno già verificandosi.

lunedì 10 settembre 2007

Partito Democratico Siciliano, candidati (non) cercasi



LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 08 SETTEMBRE 2007

Pagina XII

Quali primarie per il Partito democratico


Non sappiamo se la candidatura di Giuseppe Lumia per la guida del Partito democratico siciliano andrà in porto. Vediamo che si sta comunque concretizzando attraverso una rete di contatti politici che la stanno caratterizzando in senso diffuso. Prima i ragionamenti e poi i nomi. Pare che siano questi i connotati della discesa in campo dell´esponente diessino. La cosa sta sparigliando le carte di quanti erano già in fase di decollo con un metodo diverso. Consistente nel fare prima il nome, uno solo e benedetto da Roma (che novità), per poi avviare una discussione che, per forza di cose e con queste premesse, si stava già muovendo su uno spartito da elettroencefalogramma quasi piatto. Verrebbe da chiedersi che senso ha tentare la costruzione di una nuova soggettività politica in tal modo. Peraltro in una regione in cui invece il centrosinistra ha bisogno di una forte scossa politica, che possa richiamare alla partecipazione masse di cittadini e cittadine che molto si attendono dal nuovo partito e tanto possono fare per esso e al suo interno. Pure non si comprende la logica che sta dietro all´elezione primaria, visto che poi si fa il tiro al bersaglio sui concorrenti che vogliono proporsi. Lo si sta facendo con Lumia, ci stanno provando con il primo ad avere ufficializzato la candidatura, cioè Ferdinando Latteri. È davvero uno strano modo di procedere. Elezioni sì, dunque, ma con un solo nome. I fautori della candidatura unica hanno il problema di non rompere il noto accordo ratificato in sede nazionale. Che attribuisce il segretario politico del Partito democratico nella nostra regione alla Margherita, anzi ad una parte di essa. Senza discussioni e senza confronti. Tanto che, appunto, ci si preoccupa vivamente che con due o tre candidature «si dia un segnale conflittuale e poco costruttivo». Parole lette con sgomento in un resoconto giornalistico e attribuite a un esponente siciliano di primo piano dei Ds. Insomma, le primarie siciliane del 14 ottobre non dovrebbero essere un vero e serio passaggio elettorale, ma una banale presa d´atto di un´investitura già ruminata e servita fredda nei gazebo elettorali. Niente di nuovo e sconvolgente, per carità. Questa terra è stata abituata, nei sei decenni dell´Italia repubblicana, a dover fare i conti con prassi e metodi pensati al di là dello Stretto e poi interpretati fedelmente dalle classi dirigenti locali come fatalità immodificabili. Senza contare che talvolta, o molto spesso, vi sono quelli che si rivelano più realisti del re. I quali riescono a mettere in scena rappresentazioni monocromatiche in cui non si lascia il minimo spazio alla creatività e alla fantasia, pur possibili anche in presenza d´indicazioni provenienti dall´alto. Allora occorre che scenda nell´agone la forza del singolo, preceduto e accompagnato da un progetto politico capace di motivare un elettorato siciliano di centrosinistra, stanco delle mezze misure, dei calcoli, della mancanza di coraggio. Di una politica che pare muoversi avendo costantemente sotto il sedere la rete protettiva del già sperimentato e consolidato. È inutile plaudire al coraggio antimafioso dei dirigenti siciliani di Confindustria se poi politicamente, come partiti, non si è in grado di perseguire strade che aprano nuovi orizzonti di senso e d´impegno. In grado di fare i conti con tutto il male e con tutto il bene che questa terra è in grado d´esprimere. Ci dicono che fare bene un partito è difficile, e noi ci crediamo. Abbiamo però la vaga impressione che farlo male sia, al contrario, abbastanza facile. La possibile candidatura di Lumia, e quella già avanzata dello stesso Latteri, se non renderanno semplice il difficile, sono quantomeno in grado di diradare, da subito, le false partenze. Queste ultime, sì, davvero evitabili.

Racket mafioso, tra imprese che si svegliano e politica assente


LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 04 SETTEMBRE 2007
Pagina I
LA POLITICA IN RITARDO
FRANCESCO PALAZZO




La decisione di voler mettere fuori dall´associazione degli industriali chi paga il pizzo alla mafia è rivoluzionaria. La nostra regione è tornata a porsi in primo piano. Non per un omicidio, non per i lavavetri ai semafori e neanche per una classe produttiva che non vuole pagare le tasse. Non c´è tornata per merito di una lotta alla mafia rimessa in campo dai partiti e dalle istituzioni rappresentative. Queste due entità, grosso modo, dormono sonni tranquilli, tranne che per esternare solidarietà alle vittime e applaudire le forze dell´ordine quando concludono brillanti operazioni. Rimane in mezzo al guado l´Assemblea regionale siciliana. Che ancora, senza più scusanti, vergognosamente possiamo ben dire, tarda a formare una commissione parlamentare antimafia che non sia solo un dovere istituzionale, com´è stata sino alla passata legislatura, ma il primo presidio regionale della politica nella lotta alla mafia. Questa sarebbe la risposta da fornire agli imprenditori che vogliono scrollarsi di dosso il giogo mafioso. Il dibattito che si annuncia, in occasione della probabile seduta straordinaria dell´Ars sull´argomento racket, rischia soltanto di riversare su tutti noi fiumi d´inutile retorica, che serviranno soltanto a coprire formalmente il vuoto sostanziale che la politica siciliana mostra di avere sulla questione mafiosa. L´opposizione all´Assemblea regionale, se ricordiamo bene, dispone di una delegazione parlamentare che supera abbondantemente le trenta unità. Possibile che non riesca a pressare, anche ricorrendo a una simbolica occupazione dell´aula, al fine di giungere alla composizione della commissione? Non possiamo sottacere il messaggio rassicurante che la politica siciliana, la sua massima istituzione, in tal caso manda alla mafia e quello poco confortante che invia a tutti noi e alla classe dirigente imprenditoriale siciliana. Quest´ultima riconduce, come dicevamo, la Sicilia al centro del dibattito nazionale. Sicindustria non chiede agli imprenditori di fare gli eroi, ma prospetta un maturo cammino collettivo per uscire fuori dalle tenaglie del racket mafioso. È una mutazione di prospettiva e non ha importanza che in questo momento ci si limiti alle parole, perché s´introduce nel vivo del tessuto imprenditoriale siciliano una soluzione di continuità che seminerà parecchio e in profondità. A questo punto, però, va posta onestamente una questione molto delicata. Affermare che saranno messi alla porta dell´associazione degli industriali le imprese e i relativi imprenditori che versano il pizzo e non denunciano l´aggressione che subiscono, ma anzi talvolta la cercano per lavorare «sicuri», in un regione in cui più dell´80 per cento delle imprese paga tranquillamente, significa poi agire di conseguenza. La rivoluzione annunciata dagli industriali non deve restare dunque una affermazione di principio. Quando sarà accertato che un imprenditore ha pagato il pizzo alla mafia, Confindustria dovrà indicargli la porta d´uscita, nel rispetto di regole e garanzie che al momento sono ancora da definire. In caso contrario la «rivoluzione culturale» appena iniziata comincerebbe a ripiegarsi dolorosamente su se stessa, nel riflusso che tanti momenti d´emergenza di lotta alla mafia hanno a un certo punto fatalmente conosciuto. Speriamo che così non vada, ma il rischio, come i nostri lettori possono ben comprendere e come ben sanno i dirigenti attuali di Confindustria in Sicilia, non è campato in aria. Quello che vogliamo dire è che ci si trova di fronte a un primo passo. Adesso il difficile sarà camminare con coerenza nel quotidiano, non appena si saranno spente, e accadrà presto, le luci dei riflettori.

domenica 26 agosto 2007

Partito Democratico Siciliano: accordo o primarie

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 25 AGOSTO 2007

Pagina X

Guida del Partito democratico l´ambiguità del caso siciliano
FRANCESCO PALAZZO



Sarà che disponiamo di un vocabolario politico limitato, ci pare tuttavia che tra un accordo politico fra pochi su un nome e un´elezione aperta a molti per decidere proprio quel nome, passi la stessa differenza che c´è tra la notte e il giorno. Sono due modi di agire certamente legittimi entrambi, ma che si escludono a vicenda. Eppure è proprio questa la strada che si sta perseguendo per stabilire chi dovrà essere il segretario regionale del nascente Partito democratico. Da una parte si cerca l´intesa su un candidato (per ora solo uomini, niente donne) gradito a tutti, chiudendo di fatto la questione. Dall´altra si confermano le elezioni primarie del 14 ottobre, che proprio quel candidato dovrebbero scegliere. Nessuna persona di buon senso potrebbe condividere un simile percorso. Già l´insolita procedura della ricerca di accordi preelettorali c´è stata regalata prima delle primarie regionali del 2005 e nel periodo che anticipò le primarie palermitane di quest´anno. Anche in quei due casi l´indecisione sino all´ultimo momento sui nomi da proporre venne prolungata sino allo sfinimento, impegnati come si era nel trovare una concordia perfetta, inattaccabile, che non facesse rischiare nessuno. Si deve però ricordare che in qualsiasi consesso, anche nelle rispettabili riunioni di condominio, il contarsi serve proprio a dirimere questioni controverse, della massima importanza. E quando ci si conta, in primo luogo bisogna rispettare le persone a cui si chiede il consenso, ponendole di fronte ad almeno due possibilità di scelta veramente diverse. Se così si procedesse nel caso del Partito democratico, sarebbero poi i votanti a decidere quale è la migliore biografia tra quelle proposte e chi potrà diventare la guida siciliana del Pd in questa difficilissima fase d´avvio. Si ha la sensazione che tale procedura si voglia evitare. Trasferendo peraltro la stanza dei bottoni dal territorio isolano, esattamente a Roma. Nel suo piccolo è un record, un partito che si trova commissariato già prima di nascere. Ma non si era formato in Sicilia un parlamentino di più di cinquanta saggi che dovevano portare alle primarie del 14 ottobre? Cosa pensano di tutto ciò le persone che lo compongono? Si spera che almeno a loro siano chiari i termini della questione. Se l´elezione primaria per la guida del partito democratico siciliano deve solo essere la presa d´atto di un patto già messo in cassaforte, allora questo partito sarà nuovo solo nel nome. Nascerà già vecchio e segnato dalle peggiori abitudini della politica politicante. Se, al contrario, per la scelta della massima carica regionale ci si affiderà davvero con fiducia alla volontà del popolo del centrosinistra, sapendo che il rischio è l´anima della politica, ecco che dell´aggettivo nuovo potrà davvero fregiarsi a pieno titolo la nuova formazione politica in Sicilia. Del resto, se si persegue l´idea di un´elezione primaria genuina, ci sono le condizioni per celebrarla sul serio. I Democratici di sinistra hanno avanzato la possibilità di mettere in campo il segretario regionale Tonino Russo. Non sappiamo che cosa li trattenga. L´attuale segretario regionale dei Ds è giovane e con ciò si garantirebbe il ricambio generazionale, conosce bene il suo partito per averne curato l´organizzazione, pare che sia un gran lavoratore. Ha perciò le doti per unire quanto il Partito democratico ha deciso di mettere finalmente insieme. Candidando il proprio segretario alla segreteria regionale del partito democratico, i Ds mostrerebbero di attribuire un´importanza notevole alle primarie. Non potrebbero, infatti, che sostenere con forza il loro esponente attualmente più significativo. Ciò porterebbe anche la Margherita a un rapido confronto interno, anche in questo caso scegliendo il miglior candidato tra quelli sinora apparsi in maniera ufficiale o ufficiosa. In tal caso si attiverebbe una democratica, normalissima e trasparente prassi elettorale, con almeno due contendenti veri. Non capiamo, e vorremmo che qualcuno ce lo spiegasse, cosa ci sia di sconvolgente in questo.

sabato 18 agosto 2007

Primarie vere nel Partito Democratico Siciliano

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ, 17 AGOSTO 2007
Pagina I
LA POLEMICA

Al Partito democratico serve una competizione vera
FRANCESCO PALAZZO


Il dibattito sulla costruzione del Partito democratico, dopo una partenza che sembrava orientata verso un qualche approfondimento contenutistico, si è ormai avvitato decisamente e noiosamente sui nomi. A metà ottobre in Sicilia, così come nelle altre regioni, è previsto il voto che sceglierà il segretario regionale della nascente formazione politica e parallelamente concorrerà a esprimere la leadership nazionale, che vede Walter Veltroni come candidato ampiamente favorito, praticamente senza rivali. In questo fatto non è arbitrario intravedere un rilevante e ripetuto punto di criticità. Criticità, sostanziale e formale, che riguarda pure la Sicilia e molto probabilmente le altre realtà regionali. Il problema consiste nel prendere atto che le conte interne allo schieramento unionista si presentano ormai abitualmente con un risultato già preconfezionato e certo prima della celebrazione del momento elettorale. Niente di nuovo per noi. Già le primarie regionali del 2005 e quelle palermitane di quest´anno, con le scontate vittorie di Rita Borsellino e Leoluca Orlando, nonché la stessa elezione primaria nazionale, che nell´ottobre del 2005 incoronò incontrastato Romano Prodi pure in Sicilia, ci hanno fatto assistere a competizioni zoppe, senza mordente. Tenute in piedi più dai mezzi d´informazione che da stimolanti gare tra contendenti dello stesso peso politico ed elettorale. Restando alla Sicilia e avendo sempre come riferimento il voto che designerà la guida del Partito democratico siciliano, apprendiamo che la nostra regione, in ossequio a una banale spartizione, davvero "innovativa" e senza precedenti nello scacchiere politico nazionale, andrà alla Margherita. Alla faccia del tanto sbandierato assetto regionalistico o federativo del partito nuovo o nuovo partito che sia. Quindi a ottobre, quasi sicuramente, avremo un forte candidato dell´area centrista e uno o due avversari, che ovviamente saranno tali soltanto sulla carta: serviranno infatti soltanto a giustificare e mettere il bollo su un risultato che già si conoscerà prima dell´apertura delle urne. Gli esponenti regionali e nazionali dei Ds, nelle ultime settimane, si stanno specializzando in una disciplina particolare ed evidentemente appagante. Consistente nell´individuare quale può essere il miglior petalo della Margherita per la segreteria del partito nell´Isola. Francamente è un esercizio politico curioso, di cui non è facile capire la razionalità. Si intravede solo la fredda obbedienza alla ripartizione già stabilità a livello nazionale: il segretario generale a me, questa regione a te, quest´altra tocca a me. Senza offesa per nessuno, sembrano più pratiche da vecchia Democrazia cristiana che grandi trovate utili per un futuro che si vorrebbe disegnare migliore e diverso dall´oggi. Non hanno i Democratici di sinistra siciliani nomi di peso da spendere per l´elezione d´ottobre? Per un partito che dice di credere fermamente al ruolo importante che il Pd può avere nella politica siciliana, non pare una conseguente e coerente assunzione d´impegno. Lo stesso ragionamento si potrebbe estendere alla terza componente del partito ancora in fasce, ossia la società civile. Margherita, Ds e società civile non organica ai due soggetti stanno lavorando al fine di traghettare un grande pezzo di politica regionale al di là del guado. E allora, perché non è possibile una sfida, non segnata dal risultato già acquisito in partenza, fra tre esponenti di prima grandezza delle rispettive aree? Sarebbe un inizio di un certo interesse per un partito che, avendo scelto di chiamarsi democratico, della democrazia rappresentativa deve cercare di incarnare sino in fondo gli aspetti sostanziali e non, ancora una volta, i vuoti simulacri di procedure elettorali buone soltanto per l´occhio delle telecamere.

martedì 14 agosto 2007

Chi determina la politica nelle città

LA REPUBBLICA MARTEDÌ - 14 AGOSTO 2007

Pagina I
L´ANALISI

I partiti comandano il sindaco obbedisce

FRANCESCO PALAZZO





Dopo la definizione della giunta comunale, è utile fare qualche riflessione. I partiti l´hanno modellata secondo i loro più intimi desideri, dopo mesi di liti. Che non si sono consumate sulle migliori politiche da adottare per la città, ma per «dare risposte» ai grandi elettori e alle varie correnti del centrodestra. La città è rimasta sullo sfondo, indistinti i suoi mille problemi.La campagna elettorale, corredata di slogan improbabili, è ormai lontana. Chi se ne ricorda più? Tanto che ci si potrebbe chiedere a cosa è servita la stessa procedura che ha portato all´elezione diretta del sindaco. Se la politica i cittadini non riescono a determinarla neanche con un voto diretto, ma la decidono e la plasmano in ogni sua parte altri, davvero il meccanismo del suffragio universale per l´elezione dei primi cittadini comincia ad avere più di qualche crepa. C´è stata una stagione, negli anni Novanta, in cui i sindaci, forti del consenso popolare ricevuto, riuscivano a proporre governi delle città che cercavano di volare alto. Da allora sembra trascorso un secolo. Adesso i partiti, importanti quanto si vuole, hanno ripreso il sopravvento in maniera così oppressiva da togliere il respiro. Di fatto neutralizzando, nella sostanza, la portata innovativa di un meccanismo elettorale che aveva ricongiunto le amministrazioni civiche ai cittadini. E non accade solo nelle municipalità. Lo stesso meccanismo è in atto alla Regione e nel governo nazionale. Anche in quei casi non è bastata l´elezione diretta dei vertici per garantire governi autorevoli e dotati di una certa autonomia dalle formazioni politiche e dai giochi parlamentari. Occorre senz´altro pensare ad alcune modifiche. Restando ai Comuni, si potrebbero obbligare i candidati a sindaco a fornire una vera lista completa degli assessori prima del voto, in modo che il corpo elettorale sappia con certezza di votare quella squadra che sarà al lavoro il giorno dopo la tornata elettorale. Sì, certo, prima delle elezioni ogni candidato a sindaco, così come vuole la legge, nomina metà della giunta. Sappiamo però che è solo un modo per rispettare e nello stesso tempo aggirare la norma. A Palermo, almeno per il centrodestra, quasi tutti i nominativi tirati fuori in un primo momento (ben sette su nove) servivano soltanto a riempire caselle. Occupate ora dagli uomini nominati assessori. E quando diciamo uomini, letteralmente vogliamo sottolineare che neanche una donna è presente in giunta. Alla faccia delle pari opportunità e di quote rosa sbandierate durante i comizi. Ci sarebbe da chiedersi che ne pensano e perché restano mute quelle associazioni di donne che incontrarono i candidati durante la campagna elettorale. Sulle deleghe, poi, si è inscenato un vero parapiglia. Le cronache ci informano che un neo-assessore ha storto il muso di fronte a quelle assegnategli, ossia il decentramento e le circoscrizioni, considerandole di serie B. Le circoscrizioni, in particolare, al momento organismi vuoti, dovrebbero essere ritenute ambiti d´impegno politico di primo livello, per trasformarle finalmente in istituzioni davvero operanti e vicine al popolo. Così non è. Il peso politico di una delega, evidentemente, si misura con quanto consenso si riesce a portare a casa. Insomma, se eleggere un sindaco direttamente deve ormai significare soltanto consegnare tutto, come ai vecchi tempi, esclusivamente e non parzialmente, nelle mani del sistema partitico, a tutto interesse di appetiti e personalismi vari, allora sarebbe meglio non prendersi in giro. Senza tanti giri di parole, si potrebbe tornare ai sindaci e alle giunte scelti dai Consigli comunali, dai partiti, dai capibastone e dai rappresentanti dei più influenti interessi economici. Da tutti coloro che, in buona sostanza, governano veramente le città e per i quali il voto democratico è solo un dettaglio da mettere subito in soffitta. Almeno ci sarebbe più chiarezza per tutti. A meno che prima la legge e poi la volontà dei singoli non consentano esiti diversi. Durante il periodo delle primarie, Leoluca Orlando affermò che i partiti, se avesse vinto le elezioni, avrebbero conosciuto i nomi degli assessori dai giornali. Per tale dichiarazione fu criticato aspramente dai suoi alleati. Adesso dobbiamo ammettere che il metodo di mettere un attimo da parte i partiti nella formazione della giunte, scegliendo per il bene delle città quanto di meglio esse esprimono, non è poi tanto da buttare. È forse l´unica maniera per salvare lo spirito dell´elezione diretta, se non si vuole ancora svuotarla internamente, mantenendone intatte soltanto le apparenze formali.

mercoledì 8 agosto 2007

Rodolfo Guajana, un borghese anomalo

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 08 AGOSTO 2007
Pagina I

L´ANALISI

Un borghese anomalo
FRANCESCO PALAZZO



Lunedì, in un´intervista televisiva, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha indicato come modello di palermitano l´imprenditore Rodolfo Guajana, la cui impresa una settimana addietro è stata distrutta dal fuoco appiccato dal racket delle estorsioni. A caldo il titolare dell´azienda annientata dichiarò di avere la consapevolezza di essere una persona diversa, in quanto gli sembra normale non pagare il pizzo alla mafia. Adesso Rodolfo Guajana lancia un appello, dove spiega le ragioni del suo essere «diverso», mostrando le sue profonde radici di credente cattolico, praticante e fortemente impegnato nella sua comunità cristiana come ministro straordinario dell´eucaristia e volontario all´azienda ospedaliera Villa Sofia. Nello stesso tempo il suo è un robusto invito alle chiese a prendere posizione dai pulpiti, a non essere tiepide. Siamo di fronte a una novità per la Chiesa palermitana e siciliana. Un semplice credente chiede conto e ragione ai cristiani, alle gerarchie che li guidano, del loro porsi nei confronti della signoria mafiosa. Non si può, egli scrive, finanziare la criminalità e prendersi la comunione la domenica. Alla luce di ciò possiamo integrare la considerazione del procuratore, affermando che Rodolfo Guajana non è solo da prendere a riferimento come modello di cittadinanza laica, ma è anche un credente come dovrebbero esserlo tutti in terra di mafia. Il punto è, purtroppo, che tra i cittadini, laici o credenti che siano, non si intravedono molti esemplari umani anche vagamente simili all´imprenditore palermitano. Gli ambiti civili e quelli religiosi, a parte una ristrettissima cerchia di persone, sono in realtà permeati dalla cultura del lasciarsi vivere senza esporsi più di tanto. Si accetta qualsiasi forma di appropriazione illegale del territorio e, in definitiva, della propria libertà. Gli esempi possono essere tanti, sia in ambito civile sia in quello religioso. Quando si assiste al comportamento di professionisti i quali non solo non trovano disdicevole pagare i posteggiatori abusivi sotto casa, che spesso sono le vedette sul territorio delle cosche in quanto da esse autorizzati, ma che con loro intrattengono rapporti più che amichevoli, quasi di fiducia, si capisce quanto lontano possiamo essere da una classe dirigente che si muova secondo i criteri trasparenti di Guajana. Il vero guaio non è costituito dalla cosiddetta borghesia mafiosa, ma da quella fascia molto più ampia di borghesia, che attraversa trasversalmente tutti i settori pubblici e privati, la quale sta semplicemente a guardare e si schiera silenziosamente, ma molto concretamente, con i sistemi di potere illegali. Di qualsiasi natura essi siano, in primo luogo quelli mafiosi. Spostandoci, poi, sul versante religioso, se solo riflettiamo che dai pulpiti delle omelie domenicali vengono talvolta pressanti richiami a evitare quelli che sarebbero le piaghe dell´umanità - nell´ordine aborto, divorzio e omosessualità - o, bene che vada, si esortano i fedeli a votare quei partiti che non vanno contro la Chiesa, come ancora continua ad accadere, ci accorgiamo che la comunità di fede palermitana si muove complessivamente a distanza di anni luce da come la vorrebbe l´imprenditore nella sua lettera aperta. La quale, molto probabilmente, sarà ignorata dalle parrocchie. Dovrebbe invece essere riprodotta in milioni di copie dalla Curia palermitana, distribuita con la stessa meticolosità del foglietto contenente le letture domenicali e mandata a memoria come una litania. Ciò che spesso fa problema ammettere, soprattutto a quanti si beano dell´antimafia dei pochi, è che l´affermazione che Cosa nostra in Sicilia è composta di circa cinquemila affiliati organici che soggiogherebbero più di cinque milioni di siciliani puri come gigli non corrisponde minimamente alla verità per come la conosciamo. Perché prima bisognerebbe dimostrare che almeno altri cinquemila cittadini e cittadine, credenti e no, in tutta l´Isola abbiano lo stesso spessore etico, civile o religioso dell´imprenditore Rodolfo Guajana. Cinquemila, pur violenti, contro altri cinquemila, pur pacifici, già sarebbe un punto di partenza. Ma tale inizio è ben lontano dall´essere raggiunto.

giovedì 2 agosto 2007

Se la politica facesse il test sul tasso di onestà e buona amministrazione

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 02 AGOSTO 2007
Pagina I
LA POLEMICA
E se facessero il test sul tasso di onestà?
FRANCESCO PALAZZO




Eravamo sicuri che la politica siciliana, con qualche timido distinguo, si sarebbe accodata al controllo antidoping per gli eletti. Gli strali che provengono, più da destra che da sinistra, contro l´uso di droghe e sulla negativa influenza che esse possono avere nell´azione politica, sono encomiabili. In effetti, da tempo sospettavamo che il popolo siciliano sentisse come impellente la necessità di sapere quanti dei loro rappresentanti fanno uso di droghe e, se possibile, anche le loro abitudini sessuali e il conseguente ménage familiare. E poi, perché fermarsi a questo? Anche il tasso alcolico potrebbe costituire ostacolo a una sana e corretta azione politica. Quindi, che so, prima di entrare a Palazzo delle Aquile o all´Assemblea regionale si potrebbe sottoporre tutti alla prova del palloncino. In modo da verificare lo stato d´ebbrezza o la totale astemia di quanti si apprestano a mettersi al volante della macchina politica. Chi risulterà pulito e in regola su tutti questi fronti sarà senz´altro in grado di rappresentare degnamente il popolo siciliano. Il quale si sentirà molto più sicuro, avendo la certezza di essere guidato da simili rappresentanti, i quali, lontani dai fumi dell´alcol, distanti anni luce da cocaina e simili, con famiglie ufficialmente sane, stile Mulino bianco, sapranno legiferare e mettere in atto tutte le azioni di governo utili per fare finalmente migliorare questa terra. Che stiamo parlando d´aria fritta non c´è bisogno di sottolinearlo. Ma è proprio perché si parla del nulla, senza alcun rischio vero per nessuno, che si registra questa sorta di campagna moralistica contro i "vizi" dell´umanità. Ben altre reazioni, ovviamente, ci sarebbero se ci si proponesse di verificare il tasso reale, vissuto esistenzialmente e politicamente, non quello parlato, di antimafiosità. Difatti ancora oggi, così come nel passato recente e remoto, accade che di fronte a quadri politici più che imbarazzanti, che talvolta diventano anche gravi configurazioni giudiziarie o condanne definitive, si gridi al garantismo a squarciagola quando si vorrebbe impedire ad alcuni di entrare dentro le istituzioni o si pretenderebbe che taluni ne uscissero perché impresentabili. In questi casi la campagna inquisitoria, che vorrebbe combattere i vizi e i peccati privati, miseramente svanisce di fronte a colpe che hanno pesantissime rilevanze pubbliche.
In futuro potrà quindi capitare che un deputato regionale, un sindaco, un assessore, un consigliere comunale, un presidente della Regione, siano messi alla berlina per qualche spinello o per notturni incontri amorosi fuori dai canoni. Mentre invece, facile previsione, continuerà a non accadere niente se i soggetti di prima si impegneranno in non casuali e accertate frequentazioni con gente al di sotto di ogni sospetto. Ancora più complicato sarebbe un altro tipo di controllo, ossia quello sulla buona o cattiva amministrazione. Il nero diventa bianco sovente in quest´ambito, soprattutto in campagna elettorale, quando si deve dare conto di quanto già fatto e si deve prospettare quanto si vorrà fare. Dopo le elezioni tutto sfugge e torna a farsi impalpabile, proprio come la cattiva aria che respiriamo a Palermo. Che ha il pregio, rispetto agli stupefacenti, di essere smerciata gratuitamente per tutti e di avere quasi lo stesso effetto. Non ci illudiamo, quindi. In Sicilia non troveremo, sull´antimafia non di facciata e sulle capacità amministrative, cioè su quegli aspetti della vita associata che veramente interessano i cittadini, folle di classe dirigente disposte ad afferrare la scimitarra di serrati e seri controlli, come oggi si vuole fare per questioni che attengono solo ed esclusivamente alla sfera personale e intima del singolo. Per parte nostra continueremo senz´altro a preferire un politico magari un po´ vizioso, ma onesto e preparato, a uno apparentemente virtuoso ma disonesto o mafioso.

venerdì 20 luglio 2007

Pubblico e Privato

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ, 20 LUGLIO 2007

Pagina I

IL CASO
L´esempio di Cinisi: due lidi attigui, due destini opposti

La spiaggia si pulisce soltanto se è privata
FRANCESCO PALAZZO



Il dibattito sui beni comuni, consistente nel capire se tali risorse debbano rimanere in mani pubbliche o possano transitare, almeno per la gestione, in quelle dei privati, va condotto caso per caso. Evitando gli ideologismi fini a se stessi e confrontandosi con la concretezza degli eventi per come vengono percepiti e vissuti dai comuni mortali. Per orientarsi meglio è forse utile partire descrivendo piccole storie. Non eccezionali prese singolarmente, ma abbastanza diffuse e quotidiane come tipologia e perciò indicanti un modello che appare abbastanza sperimentato. Una è questa. L´ultima uscita dell´autostrada prima di raggiungere l´aeroporto Falcone e Borsellino indica l´attraente meta di "Marina di Cinisi". Due spiaggette pubbliche si trovano appena usciti a sinistra, divise dalla Torre Pozzillo. Struttura, quest´ultima, esternamente integra e abbandonata, quando invece potrebbe essere meta di bagnanti e turisti per la vista invidiabile che si scorgerebbe dalla sua sommità. Nello spazio a destra della torre troviamo due piccole calette davvero spettacolari e un mare cristallino. Ma con un arenile pieno d´immondizia, dove è possibile catalogare tutti i tipi di rifiuti. Non solo: basta girarsi un attimo, ed ecco che il rudere di una villa abbandonata e ormai vandalizzata fa bella mostra di sé. Questo lo spettacolo che si presenta giornalmente. Ovviamente non c´è neanche l´ombra di un contenitore per i rifiuti. Spettacolo deprimente, se non fosse che le calde e pulite acque e un bagno ristoratore attenuano per qualche minuto la consapevolezza che, pure con una natura così benevola, riusciamo a fregarci con le nostre mani. Cambiamo scenario. A sinistra della torre si apre un altro spazio balneabile, sempre molto bello, anche se spesso battuto sino a riva dalle alghe. A un certo punto, sembra quasi un miraggio, scorgiamo un ragazzo che pulisce accuratamente, e allora quasi ci pentiamo di aver pensato male. Ecco il Comune di Cinisi all´opera con un suo operatore. Prima questa spiaggia e poi quella di prima, pensiamo ingenuamente. Ci avviciniamo e ricacciamo in gola la soddisfazione: il ragazzo è un impiegato della struttura attrezzata e privata che sorge sulla spiaggia. I cui gestori, evidentemente, hanno tutto l´interesse a pulire non solo lo spazio di loro competenza, ma anche tutto il resto, in modo da rendere gradevole la zona a più gente possibile e così realizzare un guadagno maggiore. Una convenienza economica spinge quindi costoro a tenere il territorio accogliente. Il fine è comunque quello auspicabile, ossia il miglioramento della qualità della vita per tutti e il rispetto scrupoloso dell´ambiente. Il ragazzo ci dice che il Comune si fa vedere poco. Non sappiamo se è veramente così. Certo, guardando l´altra spiaggia, che ha la "fortuna" (per gli ecologisti duri e puri) o la "sfortuna" (per i cittadini normali) di non essere curata da privati, abbiamo la conferma della scarsa presenza dell´ente locale. E non finisce così. Il giovanissimo addetto si spinge pure, con scopa e paletta, a pulire la strada carrozzabile oltre lo spazio sabbioso, guadagnandosi la nostra definitiva ammirazione. Ci spostiamo di qualche centinaio di metri verso Villagrazia di Carini, a ridosso di un albergo. I cui proprietari, sempre seguendo un ragionamento strettamente imprenditoriale, curano molto bene la zona costiera di loro competenza, altrimenti i turisti non li vedrebbero più neanche con il cannocchiale. Anche in questo caso un´altra incantevole caletta pubblica si porge alla vista dei visitatori. Peccato sia occupata da montagne d´alghe secche e putrescenti che si depositano durante i mesi invernali. Sino allo scorso anno e per circa un biennio il Comune, questa volta quello di Carini, aveva rimosso le alghe e attrezzato il luogo con sdraio e bagnini. Quest´anno ha deciso che l´operazione non doveva essere ripetuta. Ci rendiamo conto che questi fatti non spiegano il mondo. Tuttavia, ci appaiono esemplari. Lo slogan "pubblico bello-privato cattivo" può essere, più o meno acriticamente, agitato nelle manifestazioni di piazza. Bisogna però vedere se poi ha rilevanza tangibile, in termini di efficacia ed efficienza, nella vita di tutti i giorni.


mercoledì 18 luglio 2007

L'allarme di Paolo Borsellino venti anni dopo

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDI’ 18 LUGLIO 2007 – PAG. XI
Quel grido di Borsellino e l´allarme del procuratore
FRANCESCO PALAZZO




Alla vigilia dell´anniversario in cui si ricorderanno Paolo Borsellino e la sua scorta, Francesco Messineo, procuratore della Repubblica di Palermo, ossia il vertice dell´ufficio giudiziario più esposto in Italia nella lotta a Cosa nostra, viene sentito dalla commissione Antimafia nazionale, in visita in città. Non da quella regionale, perché ancora, a più di un anno dell´insediamento dell´Ars, è ingiustificatamente inesistente. L´alto magistrato dice, senza giri di parole, che tra qualche mese il suo ufficio potrebbe essere decapitato. La causa è una norma transitoria contenuta nel nuovo ordinamento giudiziario in fase d´approvazione, che prevede la variazione d´incarico per quei magistrati che prestano servizio da più di otto anni nelle stesse funzioni. Una previsione molto preoccupante proprio perché fondatissima. Il giorno dopo ci si aspetterebbero prese di posizione a raffica, almeno dello stesso tenore di quelle che hanno accompagnato l´esilarante e innocua, a dire il vero, battuta siculo-pakistana del ministro dell´Interno. Invece silenzio, tranne una vaga rassicurazione dai membri della commissione Antimafia. Non è la prima volta che da Palermo giunge un segnale di questo tipo. Proprio Paolo Borsellino, il 20 luglio del 1988, da procuratore di Marsala, lanciò un allarme fortissimo sul fatto che c´era il pericolo di una demolizione del pool antimafia istituito da Rocco Chinnici e poi perfezionato e portato alle sue massime potenzialità da Antonino Caponnetto. «Ci sono tentativi seri - rivelò il magistrato a l´Unità e a Repubblica - per smantellare definitivamente il pool antimafia dell´ufficio istruzione e della Procura di Palermo. Stiamo tornando indietro come dieci o venti anni fa». L´intervista suscitò scalpore in tutto il Paese, e Borsellino rischiò pure un procedimento disciplinare. Ci volle un intervento del presidente della Repubblica per aprire una procedura d´approfondimento su quanto stava accadendo o rischiava di succedere all´interno degli uffici giudiziari palermitani. Poco prima di morire, il 25 giugno del 1992, alla Biblioteca comunale, nel suo ultimo incontro pubblico, Borsellino spiegò perché aveva rilasciato quell´intervista: «Rischiai conseguenze professionali gravissime. E forse questo lo avevo messo nel conto. Mi dissi che l´opinione pubblica almeno doveva sapere e conoscere. Il pool doveva morire davanti a tutti». Sono trascorsi quasi vent´anni da quegli eventi, ricordarli oggi serve non tanto per giudicare il passato ma per guardare al presente. Quasi due decenni addietro, davanti a un forte monito lanciato da un magistrato, si mosse tutta l´Italia sino al capo dello Stato. Palermo faceva notizia. Oggi il procuratore capo di Palermo può affermare tranquillamente che tra alcuni mesi il suo ufficio sarà costretto a fare a meno di quasi tutte le professionalità più significative, e ciò "scatena" solo qualche riga di cronaca sui quotidiani e non smuove dalla quiete tombale la cosiddetta società civile. le istituzioni e le formazioni politiche d´ogni risma e colore. I tempi che cambiano, si potrebbe dire. Evidentemente non in meglio. Per finire, una banale considerazione. Che la commissione Antimafia venga a Palermo è un evento sicuramente positivo. Un po´ meno lo è la circostanza che senta soltanto il bisogno di verificare il lavoro degli apparati giudiziari e investigativi. Ma una commissione che nasce dal Parlamento, e che quindi è espressione a tutto tondo della politica, non doveva in primo luogo prendere perlomeno un caffè con i vertici della politica regionale e con i rappresentanti dei partiti? Perché così non facendo dà l´errata impressione che la lotta alla mafia sia circoscrivibile all´azione giudiziaria e a quella delle forze dell´ordine. Mentre invece è la politica che una simile commissione deve centrare sempre più nel mirino. Sarà per la prossima volta.

lunedì 9 luglio 2007

CENTONOVE DEL 6 LUGLIO 2007 - Pag. 38

L'omosessualità e la scuola in castigo
di Francesco Palazzo



A bocce ferme è forse utile tornare sul caso dello studente palermitano, punito dalla professoressa perché ha offeso e discriminato un compagno etichettandolo come omosessuale. Se bastasse far scrivere come castigo “sono un deficiente” su un quaderno, come accaduto in questo caso, per risolvere i problemi della scuola, e di conseguenza quelli della società, avremmo fatto tutti un passo in avanti dopo l’assoluzione della docente. Quest’ultima era stata accusata dai genitori del ragazzo, pensiamo un tipo abbastanza normale, che tanti se ne possono incontrare fuori e dentro gli istituti scolastici. Ragazzi che, pur volenterosi nello studio e magari anche rispettosi dei propri simili in quasi tutti i contesti esistenziali, si lasciano andare in alcuni momenti a parolacce e insulti quasi per gioco, volendo in questo imitare gli adulti, che consegnano loro esempi di deficienza a palate. Volendo contestualizzare l’argomento specifico, terreno dell’offesa del ragazzo al suo compagno, ossia l’omosessualità, come non dire di quanto la tematica sia, in tutti gli spaccati sociali, oggetto di battutine e derisioni feroci, soprattutto da parte del settore mascolino dell’umanità siciliana? Quante ammissioni di deficienza dovrebbero essere trascritte fuori dalle aule scolastiche? Non basterebbero i quaderni di tutte le cartolerie presenti nella regione. E come non rilevare che la stessa chiesa cattolica ha un atteggiamento di biasimo nei confronti degli omosessuali? Nel migliore dei casi addolcito con sospirata misericordia, come se ci si trovasse di fronte a degli appestati da capire e compatire. Deficiente anche la chiesa? Se ne può discutere. Chissà se mai troverà qualche insegnante che la metta per questo dietro la lavagna. Possiamo fortemente dubitare che ciò accadrà e se si verificasse già si possono immaginare le critiche che pioverebbero addosso ad un simile atto pedagogico, altro che la solidarietà espressa nei confronti dell’insegnante in questione. Con i forti è più conveniente essere deboli e chinare la testa. Più agevole per l’opinione pubblica mettere al centro un ragazzo, l’ultimo anello, il più debole della catena, sul quale quindi si può essere forti. In fondo, definire bullo un adolescente è la cosa più facile di questo mondo, ormai è quasi una moda, praticata in massa perché mette tutte le cosiddette agenzie educative con la coscienza a posto. Prendersela con i genitori è poi ancora più semplice. Immaginate, però, se vostro figlio tornasse a casa con un quaderno pieno di “sono un deficiente”. Parola che significa anche lacunoso, carente, d’accordo, ma nel linguaggio comune, come sappiamo, vuole dire principalmente cretino. Volendo, comunque, prescindere dal caso specifico, ci pare che, nella sostanza e nella forma, si potrebbero approntare metodi diversi per affrontare vicende simili. Sulla sostanza si è già detto prima. Non si può far pagare ad un ragazzo tutta la cultura omofobica che pervade la società e l’istituzione religiosa più rappresentativa del paese. Per quanto riguarda la forma si dovrebbe, invece di procedere a interventi sanzionatori diretti, individuali e bruschi, attivare tutti i meccanismi collettivi e democratici interni alle scuole. Nel rapporto con i ragazzi non si può pensare che i fini giustifichino i mezzi. Fini e mezzi devono essere condivisi il più possibile da tutta la comunità scolastica, comprese ovviamente le famiglie. Perché se il mezzo è sbagliato, e far scrivere cento volte la frase “sono deficiente” lo è, il fine della convivenza civile difficilmente si potrà raggiungere. Il ragazzo, se proprio è una sua convinzione, continuerà a ritenere che un gay non possa entrare nel bagno degli uomini (torna alla mente l’uguale divieto, brandito per motivi opposti, contro l’onorevole Luxuria alla Camera dei Deputati). L’adolescente oggetto dell’insulto, la prossima volta, in assenza di regole certe e solo in presenza di reattive azioni personali, non saprà a che santo rivolgersi. La fine auspicabile di questa storia, se ci pensiamo bene, doveva essere quella di far riavvicinare i due adolescenti in modo che si potessero parlare e, se possibile, chiarire. E questo si può sempre fare, ed è compito della scuola e delle famiglie impegnarsi in tal senso. Per il momento si brinda ad una sentenza d’assoluzione che, pur corretta in termini di diritto e condivisibile in quanto al buon senso, non permette a nessuno di fare anche un minimo passo in avanti.

sabato 7 luglio 2007

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 07 LUGLIO 2007
Pagina XV
La grande incognita siciliana del nuovo Partito democratico
FRANCESCO PALAZZO


Il segretario regionale dei Democratici di sinistra, Tonino Russo, nel commentare ieri il fresco e deludente sondaggio che darebbe il Partito democratico in Sicilia al 21 per cento, oppone argomenti assolutamente condivisibili: trattasi, afferma, di un partito che ancora non c´è e del quale, per giunta, non si conosce a tutt´oggi il simbolo. C´è da aggiungere che anche a livello nazionale il partito che non c´è viaggia su numeri bassi, giungendo appena al 24 per cento. Bisogna però dire che il Pd ha davvero ampi margini di crescita, soprattutto adesso che è sceso in campo Walter Veltroni. Da noi, al contrario, quella frontiera del 21 per cento rischia di essere più che un punto di partenza una montagna difficilmente valicabile. Va tenuto in grande considerazione il fatto che in Sicilia la fetta di Ds che sta per approdare nella Sinistra democratica è più consistente che in altre regioni. Se a questo si aggiunge che ciò avviene in un contesto elettorale quale quello siciliano, che vede il centrodestra sempre con il vento in poppa, ci rendiamo conto che il Partito democratico in salsa siciliana dovrà fare sforzi ulteriori per raggiungere quel 30 per cento che pure qualche altro sondaggio gli assegna. La verità è che questo partito non è ancora riuscito a scaldare i cuori e le teste delle persone che non si occupano tutti i giorni di politica. Certo, questa considerazione non riguarda solo la Sicilia, ma qui da noi vale ancora di più. Se non riesci almeno a intiepidire chi non ha mai votato per te, anzi addirittura fai raffreddare o allontanare chi sino a questo momento aveva ritenuto di assegnarti il consenso, retrocedendo da tre a più di cinque punti rispetto ai risultati fatti registrare nelle due circoscrizioni siciliane per le politiche del 2006, qualche problema, al di là dei sondaggi ballerini, c´è. E il problema è capire cosa significa un nuovo partito come quello democratico per le donne e gli uomini della nostra terra, cioè quale percorso specifico potrà far intravedere nel quotidiano quando il dibattito uscirà all´esterno dei luoghi quasi sacrali, seppure necessari, della politica come professione. Al momento sappiamo che in Sicilia 52 persone si occuperanno delle fasi iniziali che porteranno alla nascita del partito vero e proprio. La composizione del parlamentino è stata fatta nel rigido rispetto di quote suddivise tra Ds, Margherita e soggetti esterni alle due formazioni. Il metodo attraverso il quale si è giunti alla nomina dei 52 non è sembrato ai più comprensibile. Ma poco conta, il rischio è che non siano visibili elementi di novità in grado di motivare le masse e determinare uno spostamento significativo della lancetta elettorale. Vorremmo ascoltare idee, analisi e proposte concrete che rompano gli schemi. Per far questo potrebbero tornare utili gli esterni ai partiti inseriti nel gruppo dei 52. Ma anche in tale operazione la sensazione è che si sia pescato in un mondo già fortemente politicizzato, con codici culturali e linguaggio simili, e in alcuni casi uguali, a quelli dei due partiti prossimi allo sposalizio. Sarà capace il nuovo partito di produrre idee originali e trascinanti? Lo si vedrà nei prossimi mesi. Il rischio è che ci si limiti a «copiare» il dibattito sul Partito democratico che si andrà sviluppando a livello nazionale, navigando a vista nel mare più o meno agitato della politica regionale. Sperando, oltre ogni speranza, che un realistico 21 per cento si trasformi come per magia in un portentoso 30 per cento.






mercoledì 4 luglio 2007

I tempi della politica tra Palermo e la Francia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 04 LUGLIO 2007

Pagina I

L´INTERVENTO

La fumata nera a Sala delle Lapidi
FRANCESCO PALAZZO


Sono trascorsi quasi due mesi dalle elezioni e lo spettacolo al quale i cittadini palermitani assistono in questi giorni è davvero pessimo. Proteste anti Tarsu a parte, si è arrivati appena all´insediamento del nuovo Consiglio e per giunta con il sindaco assente. Non abbiamo un governo completo, un presidente e i vicepresidenti di Sala delle Lapidi, non si vede nemmeno l´ombra del bilancio. Nel centrodestra vincente si litiga a tutto spiano sul vicesindaco, su chi dovrà guidare l´assemblea consiliare, sulla guida di qualche municipalizzata e chissà su quanto altro ancora che ai poveri mortali non è dato conoscere. In effetti c´è da spartirsi molto. Non per servire la città, questo sembra l´ultimo dei problemi. Il primo è quello di accontentare tutti i singoli appetiti, le infinite correnti ricorrenti d´ogni formazione politica, la pletora dei vari parlamentari regionali e nazionali sponsor di questo o di quell´eletto. Del resto, ormai la campagna elettorale è abbastanza lontana. I gonfaloni e i mega poster sono in soffitta, compresi le inutili frasi e i falsi sorrisi che ci hanno accompagnato e torturato per mesi. Giusto per fare un paragone spropositato, si potrebbe guardare ad altre elezioni avvenute due mesi fa, le presidenziali francesi. In Francia dopo poco più di una decina di giorni dal ballottaggio per le presidenziali erano già stati nominati il presidente del Consiglio e il governo, composto quest´ultimo per quasi metà dei quindici designati da donne. Ma ci rendiamo conto che il paragone con Palermo non è proponibile. Anche all´interno dell´Unione c´è un certo travaglio. C´è poco da spartire, ma ci si accapiglia comunque. In questo caso lo strapuntino è una delle due vicepresidenze del Consiglio comunale, quella che spetta all´opposizione. È davvero così importante quella poltrona per gli elettori del centrosinistra? Forse no, sarebbe meglio che l´opposizione desse di sé un´immagine più sobria, più unita. Tuttavia, a leggere le cronache che davano conto della prima seduta, si fa per dire, del Consiglio comunale, si registrano almeno tre posizioni sulla questione, tante quante sono le parti in cui si è diviso il centrosinistra all´interno dell´assise cittadina. Abbiamo un candidato del Partito democratico, uno dei consiglieri orlandiani e un altro della parte radicale dello schieramento, in cui si giura che si voterà per una donna. Vedano loro. Come prima botta unitaria non c´è male. Insomma, per non tradire una tradizione ormai largamente consolidata, il primo Consiglio comunale si è concluso con un nulla di fatto. Una fumata nera che si proverà a schiarire lunedì prossimo, data della prossima, si fa sempre per dire, seduta pubblica. I gettoni di presenza per i consiglieri comunali, ma questo è solo un dettaglio, saranno già due. E non sarebbe peregrina l´innovazione di non assegnare alcun compenso per le convocazioni che vanno sostanzialmente a vuoto. Torniamo un attimo alla Francia - forse il paragone serve solo a mostrare quanto siamo lontani dall´Europa - e ricordiamo che, mentre noi a Palermo siamo bloccati sul nome di un possibile presidente della ex municipalizzata dei rifiuti urbani, si sono svolte pure le legislative, primo turno il 10 giugno e secondo il 17. Per la verità anche noi disponiamo di certezze assolute, non dobbiamo buttarci così in basso. Dal 9 al 15 luglio, caschi il mondo, si deve festeggiare da par sua Santa Rosalia. Alla faccia dei francesi e di chi ci vuole male.

giovedì 28 giugno 2007

Via Matteo Bonello

LA REPUBBLICA - GIOVEDÌ, 28 GIUGNO 2007

Pagina XIV

LA POLEMICA

LA STRADA INTESTATA A UN OMICIDA
Il protagonista: Via Matteo Bonello ricorda il capopopolo che uccise il Gran Cancelliere Maione
Il contesto: Il fatto è accaduto per contrasti tra nobili nel XII secolo ai tempi di Guglielmo il Malo

FRANCESCO PALAZZO

A proposito di strade palermitane intestate o meno per vari motivi, nei giorni scorsi "Repubblica" ha ricordato la campagna di stampa per non fare intitolare una via a Giuseppe Maggiore (rettore fascista propugnatore delle leggi razziali, che aveva sottoscritto la cacciata dall´Ateneo di cinque docenti ebrei) e ha sottolineato invece che ad Alfredo Cucco è andata meglio, non si capisce per quale motivo. Per lui un posticino nello stradario si è trovato. Sull´argomento, alcuni mesi addietro, si è appreso che, per decisione della commissione toponomastica del Comune, duecento strade e piazze palermitane, vecchie e nuove, stanno cambiando denominazione o sono in procinto di avere un nome nuovo di zecca al posto di molte incomprensibili sigle anonime. Giovanni Paolo II ha già impalmato la piazza antistante lo stadio scalciando lo statista Alcide de Gasperi, che però ancora gode di un posto al sole nella strada vicina. Tra i nuovi arrivati avremo anche il cardinale Pappalardo, il filosofo Norberto Bobbio, madre Teresa di Calcutta e altri personaggi più o meno noti. È nota e già archiviata la giusta polemica di alcuni familiari di vittime della mafia, che non hanno gradito la periferica dislocazione delle vie assegnate ai loro cari. In qualche caso il Comune ha già fatto marcia indietro. Parlando di strade, credo sia interessante riflettere su un altro caso, non so se unico, ma certamente molto raro. Una delle vie più conosciute di Palermo è dedicata a chi una sera di tanti secoli addietro, con tutti i dubbi che una ricostruzione storica di un fatto così lontano nel tempo presenta, avrebbe pugnalato a morte una persona. Parliamo della Via Matteo Bonello, che scorre non in una landa desolata del territorio palermitano, ma in un luogo centralissimo, ossia tra il palazzo arcivescovile e la cattedrale. I fatti sono (o sarebbero) questi. Siamo nel dodicesimo secolo, capo del regno normanno di Sicilia è Guglielmo I, asceso al trono dopo la morte di re Ruggero II. Passa alla storia come "Il Malo", chiamato così dai baroni ai quali limita i privilegi feudali. Per perseguire tale obiettivo politico da carta bianca al suo Gran Cancelliere, Maione da Bari, di estrazione plebea. Quest´ultimo per un periodo è primo ministro e quindi la persona più potente dopo il re stesso, al quale si suppone volesse subentrare. Su di lui gravano le accuse, non si sa quanto fondate, di tirannia e malgoverno. Avvia comunque varie riforme che colpiscono economicamente i baroni. Tutto questo sfocia in un rivolta, guidata da Matteo Bonello e progettata dai nobili nel castello di Caccamo. Il 10 novembre 1160, come capro espiatorio della crisi, Maione è assassinato in pubblico. Una tradizione popolare vuole che sia stato ucciso proprio dal Bonello davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi, sul portone d´ingresso, si troverebbe infissa l´elsa della spada del suo giustiziere. L´impugnatura nel portone c´è davvero, non coinciderebbe tuttavia con quelle in uso al tempo dei fatti. Sulla vicenda storica c´è, inoltre, da dire che Bonello è imparentato con Maione, questi infatti gli ha promesso la mano della figlia. Sembra pure che l´agguato mortale avviene con il silenzio, forse complice, dell´arcivescovo di Palermo Ugo. Il quale, poco prima dell´uccisione di Maione, pare intrattenga con lui un dialogo molto duro, accusandolo di non proteggere i baroni. In ogni caso la vittima è malvista sia alla nobiltà che dal clero. In qualsiasi modo siano andate le cose, pare dunque che il "merito" più grande per il quale è ricordato Matteo Bonello, a torto o a ragione, è quello di aver ucciso un esponente delle istituzioni, amato o odiato non è questo che importa. Ed è davvero singolare che, non solo gli sia stata dedicata una via, ma che questa ricada proprio nel luogo dove s´ipotizza sia avvenuto il delitto, sottolineando di fatto il motivo dell´intitolazione. Forse è ormai giunto il tempo di rimediare, magari intestando la strada che passa nel cuore della cattolicità palermitana proprio al Cardinale Salvatore Pappalardo. In quanto all´elsa ancora piantata nel portone dell´arcivescovado, pur non essendo riconducibile a quell´agguato, ma ricordando a tutti un eclatante omicidio politico (oggi, forse, diremmo anche mafioso), non sarebbe male che dalla curia partisse l´iniziativa di estirparla definitivamente.

martedì 26 giugno 2007

Abolire l´ergastolo scelta sbagliata

LA REPUBBLICA PALERMO MARTEDÌ, 26 GIUGNO 2007
Pagina IX
Abolire l´ergastolo la scelta sbagliata
Cosa nostra ne trarrebbe un vantaggio non tanto nell´impunità quanto nell´immagine
FRANCESCO PALAZZO


I rapporti tra Cosa nostra e lo Stato vivono anche di segnali e di percezioni. Quasi sempre questi ultimi incidono, in positivo o in negativo, soltanto all´interno della sfera emotiva di entrambi i soggetti, altre volte generano sostanziali modifiche. Non sappiamo in quale versante collocare la proposta dell´abolizione dell´ergastolo, che potrebbe inserirsi nella più generale riscrittura del codice penale. Che l´argomento sia sensibile non ci vuole molto a dimostrarlo. Si sostiene che i mafiosi non hanno mai avuto problemi a stare in cella. Non si può negare, tuttavia, che se qualche decina d´anni può addirittura costituire una medaglia al valore, quando il tempo reclusivo è senza fine la cosa comincia a farsi seria anche per le pelli più dure. Del resto, che il numero dei collaboratori di giustizia sia stato notevole proprio nel periodo in cui lo Stato è riuscito ad attuare un giro di vite sulla situazione carceraria e repressiva in generale, qualcosa vorrà pur dire. L´argomento cancellazione ergastolo, insomma, è di quelli sensibili e potrebbe essere interpretato dalla mafia, a torto o a ragione, come una risposta a esigenze non secondarie. E ciò a prescindere dalla volontà e dalle motivazioni della politica, sicuramente adeguate e convincenti in punta di diritto. L´abolizione del 41 bis e dell´ergastolo, oltre che la revisione dei processi per cancellare appunto le pene più pesanti, stavano in cima al famoso papello che Cosa nostra avrebbe agitato sotto il naso delle istituzioni repubblicane dopo le stragi di Capaci e di via D´Amelio. Papello firmato platealmente con gli attentati dinamitardi dell´estate del 1993 sull´asse Roma-Firenze-Milano. Le altre emergenze per il governo mafioso erano la confisca dei beni e la delegittimazione dei collaboratori di giustizia. Sullo stato dell´arte concernente questi due ultimi temi ognuno può farsi l´opinione che vuole, a un occhio profano sembra che non si navighi nell´oro. Tornando all´ergastolo, che comunque nell´ipotesi di riforma sarebbe sostituito con la pena di 38 anni, è giusto pure soffermarsi sull´impatto che la sua cancellazione può avere su un comune cittadino, magari nato in un quartiere periferico ad esclusiva signoria mafiosa. Vedere tornare i mafiosi che contano a spadroneggiare nel territorio, dopo che ci si era affrancati definitivamente almeno della loro presenza fisica, può motivare e giustificare nel popolo minuto, il quale pure esso vive di segnali e percezioni, la consapevolezza, grezza ed errata finché si vuole, che alla fine vincono sempre loro. Avranno tempo i giuristi a spiegargli che oggi l´ergastolo non se lo fa più nessuno e che dopo 26 anni si può ottenere la libertà condizionata. Ci sarà pure modo di tirare in ballo la Costituzione nel punto dove parla di rieducazione del condannato, affermando che la frase "fina pena mai" non prevede nessun tipo di recupero del reo. Ma alla fine prevarrà il ragionamento spicciolo, il capomafia era in carcere e adesso è di nuovo tra i piedi, non tanto per redimersi, ma per riacciuffare il potere e guadagnarne ancora. Capiamo che una riforma di questo tipo non può essere letta solo attraverso le deformanti e deformate lenti siciliane o meridionali. Inoltre, ci paiono discutibili le ragioni di coloro che ipotizzano una nuova guerra di mafia dopo un´eventuale revoca degli ergastoli. Di guerre di mafia ve ne sono state in abbondanza, sostengono alcuni, anche in presenza del carcere a vita. Detto tutto questo, non si può eludere una questione politica generale, che va al di là dei codici. Da un governo di centrosinistra, pur se azzoppato in uno dei due rami del parlamento, ci si attende molto contro le mafie. Che si esordisca mettendo sul piatto del confronto politico la forte pietanza dell´abolizione dell´ergastolo non è un buon segno. Nelle intercettazioni i mafiosi si dichiarano contrariati degli effetti seguiti all´indulto. Possiamo star certi che questa discussione sull´abrogazione della massima pena detentiva li stia rendendo un po´ più contenti e meno contrariati.