mercoledì 2 luglio 2008

Legge 180: dai manicomi al silenzio

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 02 LUGLIO 2008

Pagina XIV
Sicilia senza strutture per i pazienti psichiatrici
FRANCESCO PALAZZO



Per alcuni operatori sanitari palermitani, quando svolgono il servizio di guardia, pare che l´unico strumento davvero indispensabile sia l´elenco telefonico. E ciò per l´insufficienza di posti letto per pazienti psichiatrici negli ospedali. L´elenco telefonico serve a capire rapidamente dove potere inviare il malato in crisi acuta. Può essere un altro ospedale siciliano, ma sino all´altro giorno qualcuno stava per finire a Reggio Calabria. Ciò significa anche spostamento delle famiglie, con disagi per le stesse. E nelle altre province siciliane non va molto meglio. I posti letto per acuti psichiatrici, previsti dalla legge 180 del 1978, quella che chiuse i manicomi, a Palermo dovevano essere settantacinque. Oggi, ascoltando chi lavora nel campo, ne rimangono poco più della metà. Ma non è solo una questione di posti letto. Sembra anche che i medici siano sotto organico, così come gli infermieri e gli assistenti sociali. Nei manicomi c´era personale in abbondanza. Prima c´erano gli sprechi, ora problemi di sicurezza. «Ma come si fa – sottolinea un addetto – ad affrontare persone in stato di agitazione con quel poco personale, che neanche fisicamente riesce a reggere e controllare pazienti che li sovrastano fisicamente?». Il tutto sovente si trasforma in un´emergenza di ordine pubblico, ci si trova cioè costretti a chiamare le forze dell´ordine. Peraltro, le strutture pubbliche sono le uniche, per legge, in cui si possono applicare i trattamenti sanitari obbligatori. Non va meglio per le Cta, le comunità terapeutiche assistite. Sono strutture residenziali extraospedaliere, in cui si svolge il programma terapeutico riabilitativo e socio-riabilitativo per gli utenti psichiatrici. A Palermo ci sono cinque moduli, già al di sotto della bisogna secondo gli addetti. In più, come denunciano i sindacati, è possibile una riduzione di posti letto, con l´accorpamento preventivato dei moduli 3 e 4. Pure le case famiglia, comunità di tipo familiare con sedi nelle civili abitazioni, presentano delle criticità. Queste realtà soffrono cronicamente di problemi legati ai finanziamenti che ritardano o che diminuiscono. Nei manicomi, affermano gli operatori, paradossalmente il malato poteva trovare un letto sicuro, il cibo e personale più che sufficiente a disposizione. In definitiva, un ambiente accettabile. Adesso, a trent´anni dalla 180, si registra quasi ovunque - poiché la situazione palermitana e siciliana riguarda anche il resto d´Italia, tranne poche isole felici, come ad esempio le province di Arezzo e Trieste - una difficile applicabilità di una legge che doveva umanizzare il rapporto della società con il paziente psichiatrico. Il cambiamento, culturale prima che sanitario, introdotto dalla norma fu accolto, tre decenni addietro, in maniera molto positiva. Da allora, riferiscono gli operatori, c´è stato un lento e incessante allontanamento dagli ospedali. Forse perché, pensano alcuni, il paziente psichiatrico non è un fiore all´occhiello, non permette di fare bella figura. La patologia psichiatrica, che era stata messa al pari delle altre malattie trattate nelle strutture pubbliche, adesso rischia, secondo coloro che lavorano nel settore, la marginalizzazione. Spesso, ribadiscono, non rimane che la famiglia. Quando c´è. In ultima analisi, il rischio che temono gli operatori è quello di una progressiva privatizzazione dell´assistenza. Ciò mentre l´Organizzazione mondiale della sanità prospetta che nel 2020 la sofferenza psichiatrica, in particolare la depressione, diventerà la seconda causa di disabilità fra tutte le condizioni morbose, seconda soltanto alle malattie cardiovascolari. Nel frattempo i medici che operano nel pubblico continueranno a essere fermati nei viali degli ospedali dai pazienti psichiatrici soggiornanti nelle panchine. La richiesta è sempre la stessa: «Dottore, quando si libera un posto?».

venerdì 27 giugno 2008

Sicilia: il 118 e un parto al buio allo ZEN

SETTIMANALE CENTONOVE
27 6 2008
COM'E' DIFFICILE NASCERE
Francesco Palazzo



Nella sanità siciliana può capitare di morire per una banalità o di venire alla luce in condizioni del tutto particolari. Quest’ultimo caso è l’esperienza di una coppia rumena abitante a Palermo, allo ZEN. Lei è gravida, quasi al nono mese, e sta male. E’ la notte tra domenica 22 e lunedì 23 giugno. Alle tre e quarantuno di mattina il marito Alexandru chiama il 118. La centrale manda un’ambulanza con medico, infermiera e due soccorritori. A quell’ora la corsa verso quel quartiere periferico è abbastanza veloce, il mezzo di soccorso è sul posto in pochi minuti. Il problema è che il rione si presenta tutto al buio, per un improvviso black-out che ha colpito una vasta zona di Palermo. La coppia abita in un palazzone al nono piano, tutto spento come un albero di natale dopo la festa. Gli operatori non sanno ancora il malessere preciso della donna, salgono a piedi al nono piano con tutto l’armamentario del caso, illuminando la salita con una torcia. Sembra la cronaca da un paese in guerra, ma siamo a Palermo. Arrivati nella casa dei due giovani, la dottoressa, per fortuna una ginecologa, si rende conto che il “malore” è in realtà la cosa più naturale di questo mondo, ossia un travaglio di parto in fase piuttosto avanzata. Sarebbe tutto semplice se ci si trovasse in un comodo ospedale, ma si deve operare al buio più pesto, col solo ausilio di una piccola torcia elettrica e di qualche candela. La donna non può scendere con l’ascensore, un trasporto per le scale al buio, dal nono piano, è altamente rischioso per una partoriente. Si chiamano i vigili, affinché con una pedana mobile facciano uscire la giovane dalla finestra. Nel frattempo il parto va avanti. La situazione si presenta subito più complicata di un normale parto spontaneo, anche perché, in realtà, ci vorrebbe un cesareo. Tuttavia, non c’è tempo. Solo quello di riuscire a divincolare il feto da due giri di cordone ombelicale che lo bloccano. Operazione che fatta alla “luce” di una torcia elettrica e di alcune precarie candele, diventa una manovra quasi alla cieca. Dopo qualche momento di difficoltà, grazie alla collaborazione tra due donne, una rumena, la signora Ramona Bianca, 30 anni, e un’italiana, la dottoressa del 118 Daniela Aquilino, la bimba riesce a vedere il mondo, pur venendo fuori con necessità impellenti di rianimazione. Le quali vengono espletate dal personale sanitario sempre al buio, con grande collaborazione della nuova arrivata, che senza l’aiuto in emergenza sarebbe morta soffocata. Non appena tutto termina felicemente, alle quattro e trenta del mattino, arrivano i vigili del fuoco, torna la luce e due ambulanze, la seconda rianimatoria nel frattempo giunta, partono per l’ospedale palermitano Vincenzo Cervello. Una porta la madre, l’altra la figlia. Potrebbe sembrare una storia di ordinaria sanità se provenisse dalla Norvegia, che possa accadere in Sicilia trasforma l’evento in un fatto abbastanza clamoroso. Sul quale va fatta almeno una riflessione. Il servizio sanitario regionale, certamente fonte di tanti sprechi, disservizi e clientelismi, presenta anche delle punte, pensiamo non poche, di ordinaria eccellenza. Che solitamente operano senza cercare la notorietà e che accettano la sfida di lavorare sul territorio, con tutte le difficoltà e gli imprevisti, come in questo caso, che ciò comporta. Tutte le disfunzioni della sanità siciliana, lo sappiamo, derivano dalla politica che cerca di spartirsi tutti i pezzi della torta in modo sempre più scientifico e brutale. Il nuovo assessore alla sanità, quindi, si occupi certo dei tagli e degli sprechi dove essi si verificano. Ma cerchi, soprattutto, di dare una netta sforbiciata, provando a tranciarli di netto, ai tentacoli dei partiti che infestano la scena pubblica siciliana nel suo settore più redditizio, la sanità. Solo apportando innanzitutto questi tagli si riuscirà a guarire il mondo sanitario pubblico siciliano. Solo così si potrà fare in modo che l’ordinaria eccellenza diventi normalità. La straordinaria normalità di un parto al buio allo ZEN.

domenica 22 giugno 2008

Palermo: Piazza Magione e Giovanni Falcone

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 22 GIUGNO 2008

Pagina XIV
A QUALCUNO NON PIACE LA PIAZZA PER FALCONE
FRANCESCO PALAZZO



Il clima si è notevolmente acceso. Si è arrivati alla petizione popolare. La controversia è partita dall´intenzione del Comune di intitolare piazza Magione a Giovanni Falcone. Le motivazioni dell´amministrazione, per la scelta del luogo, sono da ricercare nel fatto che il magistrato, nel cuore del centro storico, trascorse la sua infanzia. Parrebbe, dunque, una logica conseguenza quella di dare il nome del magistrato al posto dove egli trascorse la parte iniziale della sua, purtroppo non lunga, vita. Tale decisione ha però scatenato forti contrasti. Mossi, anzitutto, da quelli che ritengono non corretto il passaggio d´ufficio da piazza Magione a piazza Falcone. Sarebbe stato giusto, obiettano, sentire il parere dei residenti. Se questa è la difficoltà, si potrebbe mettere in campo, oltre alla petizione, perché no?, un vero e proprio referendum, con relativa campagna propagandistica dei contrari e dei favorevoli ed exit poll alla chiusura dei seggi. Tanto la macchina elettorale è ancora calda. Poi abbiamo chi si è messo di traverso sostenendo che la denominazione Magione, derivante dal francese maison, casa, sarebbe sinonimo di accoglienza e ospitalità. Come si farebbe, in futuro, a entrare in quella piazza senza più avvertire quell´atmosfera struggente di ritorno a casa che notoriamente pervade chiunque vi si rechi? Si propone, in alternativa, di imporre i nomi di Falcone e Borsellino ai quartieri Zen 1 e 2. Dimenticando che lo Zen, da anni, ha assunto il nome del fiorentino San Filippo Neri. Forse dobbiamo aspettarci un´ennesima petizione, questa volta da parte dei devoti del santo in questione?Infine, quella non manca mai, c´è una critica politica all´amministrazione comunale, che certamente ne merita tante e su aspetti strategici per lo sviluppo della città. Invece di intitolare strade, sostengono coloro che la buttano in politica, dovrebbe occuparsi delle emergenze cittadine: i disoccupati, i senzatetto, i quartieri periferici e via elencando. Per carità, giusti rilievi. Ma che sembrano aprire un nuovo filone dell´altrismo. Cioè l´innata capacità, diffusa in Sicilia, di guardare sempre da un´altra parte quando si discute di un argomento. Rappresenta la fatica, evidentemente insostenibile, di attenersi al tema posto all’ordine del giorno. A ben pensarci, allora, su Piazza Falcone, se proprio vogliamo allargare l’orizzonte critico, si possono contrapporre aspetti più importanti. A livello planetario c’è il problema irrisolto della fame nel mondo, che non dovrebbe farci dormire la notte, altro che occuparsi di piazze e targhe. In ambito regionale non si può non pensare, invece di perdere tempo a dedicare vie o slarghi a chicchessia, al dramma dei termovalorizzatori. Prima di realizzare i quali occorrerebbe, appunto, “altro”. Tipo la raccolta differenziata al 99,9 per cento. Inoltre, non possiamo non soffermarci sulla tragedia del ponte sullo stretto, che necessità di un capitolo a parte sul filone dell’altrismo. Prima di costruirlo, infatti, si vorrebbe una Sicilia perfetta, “altra”, completa d’infrastrutture e di quanto più meraviglioso può partorire la mente degli “altristi”. Insomma il Comune, nel porre in essere una decisione che in qualsiasi altra città sarebbe stata accolta senza alcuna discussione, si è imbarcato, senza rendersene conto, in una disputa che rischia di avere dimensioni immense. Finché è in tempo provi a rettificare, faccia un passo indietro. Lasci ai posteri piazza Magione. Solo un´avvertenza: aggiunga alla scritta "Magione" la traduzione in francese e il significato che il nome ha in quella lingua. In modo che gli abitanti del luogo possano respirare un clima internazionale, meglio conosciuto come aria del continente, che il suono del dolce accento transalpino non potrà che richiamare, oltre che ai residenti, anche agli occasionali visitatori. (La parte in rosso non è apparsa sul giornale).

mercoledì 18 giugno 2008

Provinciali siciliane 2008: la quasi scomparsa del centrosinistra

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 18 GIUGNO 2008

Pagina I
L´analisi
Tutte le cifre di una sconfitta
FRANCESCO PALAZZO

Qualche ora dopo la chiusura dei seggi un dirigente palermitano del Pd, con una certa malcelata soddisfazione, assicurava che il trend catastrofico del centrosinistra era in inversione di tendenza. Il riferimento era alla realtà di Palermo e provincia. Registravamo la rivelazione con incredulità, in attesa di dati più attendibili. Dati che poi hanno smentito la certezza granitica del dirigente in questione, che da quel momento non si è più visto nelle varie emittenti televisive che commentavano i risultati elettorali. Ma ormai la leggenda metropolitana era entrata nel circuito mediatico e politico. E, infatti, nei giornali di ieri si poteva leggere la seguente dichiarazione del candidato alla presidenza della Provincia di Palermo: «Sapevamo che la sfida era difficile, ma rispetto ad aprile la distanza abissale del 40 per cento tra centrodestra e centrosinistra alla fine si è accorciata». Purtroppo per lui, dati alla mano, le cose non stanno così. Alle regionali di qualche mese addietro, il centrodestra prese nel collegio provinciale di Palermo il 68,61 per cento, il centrosinistra si fermò al 28,57. Alle provinciali palermitane quest´ultimo si è fermato al 26,34 per cento, il centrodestra ha toccato quota 73,66. Basta avere una semplice calcolatrice per vedere che il baratro tra le due coalizioni è passato dal 40,04 al 47,32 per cento. Altro che distanza accorciata. Vediamo le altre sette province in cui si è votato. Prendiamo Agrigento. In questa provincia alle regionali il centrodestra arrivò al 67,55 per cento, il centrosinistra al 30,65. Alle provinciali di domenica e lunedì scorsi, il centrodestra è balzato al 76,72 per cento, il centrosinistra, diviso in tre, è arrivato al 21,83. Nell´Agrigentino dunque, rispetto alle regionali, l´abisso tra le due parti politiche, inteso come voti andati alle liste, l´unico metro di valutazione che ha una base strutturale nella misurazione del consenso, è passato in poche settimane dal 36,9 al 54,89 per cento. In provincia di Catania si continuano a raggiungere cifre iperboliche. Se alle regionali la differenza tra le due coalizioni era del 50 per cento, ora si è passati al 61,5. A Messina, intesa come provincia, si è traghettato dal 43,32 per cento in più a favore del centrodestra alle regionali al 56,52 di ora. Palermo, Agrigento, Messina e Catania sono da inserire per il centrosinistra, registrandosi un divario che va da più del 45 a più del 60 per cento, nella fascia della più nera e infernale disperazione. Poi ci sono tre province, Caltanissetta, Siracusa e Trapani, dove il centrosinistra sta dentro una striscia, che potremmo chiamare purgatoriale, meno umiliante, ma sempre pesante. Nel Nisseno si è comunque fatto peggio rispetto alle regionali, passando da un distacco del 30,6 al 32,03 per cento. Nel Siracusano quasi simili gli equilibri. Alle regionali il centrodestra aveva staccato il centrosinistra di 30,74 punti percentuali, adesso l´asticella è salita al 33 per cento. Il Trapanese è l´unica provincia di questa fascia dove si è registrato un lieve miglioramento rispetto alle regionali. Ad aprile la divisione tra centrodestra e centrosinistra si attestava al 37,39 per cento, oggi, sommando i tre pezzi del centrosinistra che erano in campo per le provinciali, si arriva al 36,24 per cento di scarto. L´unica provincia dove il centrodestra pur vincendo non si è limitato a passeggiare sugli avversari, ma ha dovuto in qualche modo competere, si conferma quella ennese. Qui, addirittura, le liste del centrosinistra dimezzano complessivamente lo svantaggio delle regionali, che passa dal 14,87 al 7,73 per cento. Rimanendo al tema dantesco, non sarà il paradiso ma, con l´aria che tira, è almeno una sconfitta che il centrosinistra può analizzare e raccontare senza arrossire di vergogna.

sabato 14 giugno 2008

Sicilia: morire di lavoro e lavoro utilizzato male

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 14 GIUGNO 2008

Pagina I - Palermo
L´analisi
Nell´esercito regionale pochi addetti ai controlli
FRANCESCO PALAZZO

Morire di lavoro, sette persone in pochi giorni, ieri l´ultima vittima, in una Sicilia con tasso di disoccupazione triplo rispetto alle regioni italiane economicamente più floride. Dopo le tragedie si cercano le responsabilità. Mai un mese o un giorno prima. C’è il solito appello alla presenza dello Stato. Ma nel frattempo si apprende che alla regione, cui spetta insieme alle Ausl la competenza dei controlli sulle quasi cinquecentomila aziende private e su tutti gli enti pubblici, il personale ispettivo è ridotto al lumicino. Solo 150 gli ispettori e altri duecento in formazione. Un piccolo plotoncino di trecentocinquanta addetti, che già avrebbe difficoltà a controllare, bene, una città come Palermo. Figuriamoci tutta la Sicilia. Si tratta di una goccia nel mare. Per un´infrazione scoperta, ne sfuggono migliaia. Basta poco per capire che questo settore dell´amministrazione regionale è uno di quelli più sguarniti, a fronte di tanti uffici dove invece c´è un esubero rispetto alle mansioni da svolgere. Insomma, siamo alle solite. Più di ventimila dipendenti, la Regione Lazio ne ha circa 3.500 a fronte di 5.493.308 abitanti, numero sovrapponibile ai residenti siciliani, e si lasciano sottodimensionate postazioni di primo rilievo. Si farà mai alla Regione una ricognizione completa di tutto il personale, per capire come meglio utilizzarlo e formarlo? Domanda retorica, capite bene. E non c´è rinnovamento, spesso più teorico che praticato, che tenga. Quanti assessori, tra quelli appena insediatisi, hanno fatto, o hanno intenzione di fare, una ricognizione a tappeto delle unità di personale in servizio? Non si tratterebbe, a ben pensarci, di un lavoro improbo. Basterebbero, a ogni assessore, alcune settimane di lavoro per rendersi conto se i singoli sono impiegati secondo le inclinazioni, i bisogni dei vari uffici, il sapere e voler fare, la cultura e il titolo di studio posseduto (alla Regione non si tiene assolutamente conto di tali aspetti). E se, oltre a un impiego quasi sempre non corretto delle persone, c´è una carenza o, al contrario, una dotazione eccedente di lavoratori. Parliamo di aspetti gestionali che dovrebbero essere assolutamente fisiologici, normali, ordinari. Invece, lo sappiamo bene, e accade ogni volta che entra in carica un nuovo governo in Sicilia, i capi delle amministrazioni, e se ci sono eccezioni le registreremmo volentieri, si limitano a un saluto più o meno partecipato alla truppa, senza rendersi minimamente conto, oltre la quantità, di che qualità dispongono. Un´amministrazione complessa come quella regionale non può fare passi in avanti se non utilizza le risorse umane che ha in abbondanza. E che per qualità non sono seconde a quelle di altre regioni storicamente meglio funzionanti. Quanti dei ventimila in organico alla Regione potrebbero diventare ispettori del lavoro, coprendo un settore dalla cui completezza dipende la salvaguardia di vite umane? La risposta è che, a oggi, è impossibile saperlo. Così com´è difficile che altri rami dell´amministrazione, anch´essi marcianti a ranghi largamente incompleti, possano essere portati alle giuste dimensioni se prima non si capirà, nel dettaglio, com´è fatta questa massa, al momento indistinta, dei dipendenti regionali. Facendo questo discorso non possiamo, tuttavia, nasconderci un altro versante critico. Anche ammesso che miracolosamente si riuscisse a sbrogliare la matassa, pensate che sarebbe facile fare andare tutti i tasselli al loro posto? Domanda, anche questa, retorica. Che ne richiama un´altra. Se, non diciamo diecimila, ma uno solo dei dipendenti regionali fosse trasferito d´ufficio, in un luogo più consono alle sue abilità e più utile per le necessità dell´amministrazione, ritenete che i sindacati faciliterebbero l´operazione?

sabato 31 maggio 2008

Incendi in Sicilia: piromani, emergenza, Stato. Il vocabolario dell'incapacità.


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 31 MAGGIO 2008

Pagina XV
SICILIA IN FIAMME NON È EMERGENZA
FRANCESCO PALAZZO

Lo scorso anno la fine della stagione degli incendi, che termina solo perché all´estate fortunatamente e regolarmente segue l´autunno, ebbe un momento preciso. Notammo che la quinta vittima del rogo sviluppatosi ad agosto nell´agriturismo di Patti, la signora Barberina Maffolini, era passata senza scuoterci sotto i nostri occhi distratti. Solo poche righe ben nascoste nei quotidiani. Eravamo a settembre e l´allarme fiamme già scemava. Nei giorni scorsi la solita ondata di scirocco, che sorprende i siciliani sempre disarmati e meravigliati come se quel vento afoso cancellasse ogni volta anche la memoria, ha fatto tornare il tema d´attualità. E puntualmente, i servizi televisivi e le pagine dei giornali, che c´informano sulle ultime devastazioni, risultano stranamente sovrapponibili a quelli che ci raccontavano le reazioni alla penultima ondata incendiaria. Ogni anno la stessa tiritera. Non si tratta, in questo caso, di un difetto del mondo dell´informazione. È il copione a essere sempre identico. E contiene tre capitoli: piromani, emergenza, Stato. Ogni volta gli esperti sentono l´esigenza di comunicarci la certissima matrice dolosa delle combustioni, dovute a folli o sin troppo lucidi piromani. Vorremmo rassicurare i conoscitori della materia. Quella dei piromani è ormai una certezza di fede. Dall´adolescenza non crediamo più al mito dell´autocombustione che fa fuori scientificamente pezzi consistenti di verde pubblico e di fauna pregiata. Perciò non ci ripetano più il ritornello. Vorremmo capire piuttosto, visto che si parla tanto di sicurezza, nove volte su dieci a sproposito, come possono la forza pubblica, la Regione, le province, i comuni affrontare seriamente, e neutralizzare, questi gentili nostri simili che mostrano uno spiccato interesse a che tutto vada in fumo. Il secondo capitolo del copione è la parola «emergenza». Ma come si fa a parlare di emergenza nei confronti di eventi che si ripetono sempre uguali a se stessi, talvolta colpendo le stesse zone? Eliminiamo, per favore, il concetto «emergenza incendi» e sostituiamolo con «attesi incendi». Così staremo meglio un po´ tutti e nessuno avvertirà la sgradevole sensazione di sentirsi preso in giro. Il terzo capitolo, il tormentone più gettonato perché toglie a tutti le castagne dal fuoco, in questo caso benigno, perché ci fa gustare un frutto delizioso, è quello dell´assenza dello Stato che non investe nel settore. Lo Stato che non c´è. Quante volte i siciliani hanno sentito ripetere questa litania, da destra, da sinistra, dal centro, da sopra e da sotto? Quando la classe dirigente regionale non sa risolvere un problema, una volta per negligenza, un´altra per incapacità, spesso per tutte e due le cose messe assieme, e ciò, converrete, è accaduto quasi sistematicamente in Sicilia, ecco che si alza il totem deresponsabilizzante dello Stato assente. Anche questa storia è ormai tempo che raggiunga gli archivi della memoria. Perché il problema è proprio il contrario. In Sicilia lo Stato, oggi come ieri, ha incanalato una valanga infinita di risorse economiche, che negli ultimi tempi sono anche giunte dall´Europa. Il punto è cosa se n´è fatto di quel denaro. Se ha creato sviluppo e sicurezza, quella vera, o se ha foraggiato clientele e potentati vari. Temiamo che la casella da sbarrare sia la seconda. Ai prossimi incendi, quindi, nel momento in cui, parlando con i mezzi di comunicazione, si sentirà di non potere fare a meno di pronunciare la parola «Stato», si faccia una breve pausa di riflessione. Un lungo respiro, se il fumo lo permette, e poi ci si dica cosa hanno fatto, non cosa devono fare con i fondi che già hanno a disposizione e con le iniziative politiche sul territorio che talvolta sono a costo zero, le amministrazioni comunali, provinciali e regionale. Che sono, sino a prova contraria, postazioni istituzionali di primo livello dello Stato italiano.

venerdì 30 maggio 2008

PALERMO, ACCOLTELLAMENTO OMOSESSUALE: NON UNA STORIA DI PERIFERIA

CENTONOVE
30 Maggio 2008
L'ANALISI
SIAMO TUTTI RESPONSABILI
Francesco Palazzo


La vicenda dell’accoltellamento familiare del giovane omosessuale palermitano potrebbe essere letta, com’è, di fatto, avvenuto nel classico modo. Ci troviamo in un quartiere periferico, Brancaccio, anche se la via dove si è verificata l’aggressione, a volere essere precisi, non ricade in quel rione. Ma tutto fa brodo e concorre a dipingere, presso la pubblica opinione, il quadretto del quartiere difficile dove è quasi normale che accada un fatto del genere. Possiamo vederla legittimamente così e archiviare l’evento nel settore “vite impossibili in sobborghi abbandonati”. Oppure si può provare a darne una lettura meno conformistica e, forse, più realistica, andando oltre il mero e certamente grave fatto di cronaca. Allora dovremmo cominciare dicendo che l’omosessualità non è accettata un po’ ovunque. Sia nei quartieri definiti come marginali, sia in quelli contrassegnati dai marchi della centralità geografica, della floridezza economica e della, presunta, apertura culturale e mentale. Sarà capitato anche a voi, come si cantava nell’omonimo film, di sentire, in ambienti diversi, che certo comprendono anche quelli popolari, ma che sovente coincidono con spaccati di vita borghesi, i risolini, le battute, le derisioni, l’avversione, quando la discussione tocca l’argomento dell’omosessualità maschile. Nel corso di conversazioni informali, anche durante incontri più che formali, possiamo vedere il professionista, l’alto dirigente, il medico, l’avvocato o il parlamentare, l’intellettuale impegnato e l’elenco, come sapete, potrebbe essere lungo, districarsi tra un’occhiata complice e un’implicita o esplicita dichiarazione di sarcastico ribrezzo. Il macho con giacca e cravatta, che abita ovunque, che può votare qualsiasi partito e che assume anche le sembianze dello studente universitario vestito come detta la moda e come possono i danarosi genitori o quelle dell’impiegato di fatica del grande magazzino, non accetta, molto semplicemente, che possa esserci un diverso orientamento sessuale. E allora, in determinati momenti, sente l’esigenza dell’espressione scherzosa, che sembra innocua nella forma, ma è corrosiva e violenta nella sostanza. A maggior ragione se viene pronunciata da persone che, per cultura e posizione sociale, sanno bene quanto le discriminazioni si nutrano di tali modalità relazionali e comunicative. Oltre la battuta si avverte l’urgenza di sbandierare la propria spiccata ed esagerata eterosessualità, peraltro molto spesso più raccontata, narrata nei palcoscenici ufficiali, che veramente vissuta. Insomma, dei machi più teorici che pratici, che intendono la sessualità solo in un unico senso. Ma che, in un numero di casi sempre maggiore, come ci dicono le statistiche, non riescono serenamente a vivere la loro dimensione affettiva con il sesso femminile. Detto tutto ciò, va chiarito che la responsabilità penale è sempre personale. E, pertanto, ogni padre che aggredisce e ferisce il figlio che dichiara la propria omosessualità, come accaduto a Palermo, ne risponde ovviamente di fronte alla legge. Tuttavia, lo sfondo dove collocare quanto avvenuto nel capoluogo, che si voglia ammetterlo o no, è ben più ampio di un quartiere di periferia. Ci rimanda a come siamo in quanto uomini, termine in questo caso non inteso nel senso di genere umano, ma nell’accezione di maschio. Non è da trascurare, infatti, che in questo, come in tanti casi, la mamma ha accettato la dimensione sessuale del figlio e abbia cercato di proteggerlo. Non è una regola, perché può verificarsi qualche eccezione. Ma le donne generalmente, al contrario di noi maschi, semianalfabeti in quanto a sentimenti e corporeità, generando la vita, ne conoscono bene la profonda complessità e ne custodiscono ogni espressione. Non ritenendone nessuna estranea alla libera e integrale realizzazione della persona.

mercoledì 28 maggio 2008

Amministrative 2008 in Sicilia: forti uniti, deboli divisi

LA REPUBBLICA PALERMO – MARTEDÌ 27 MAGGIO 2008

Pagina IX
SICILIA ALLE AMMINISTRATIVE CENTROSINISTRA ANCORA DIVISO
FRANCESCO PALAZZO


Il centrodestra vittorioso alle regionali, pur tra i «tormenti» delle tante espressioni che lo costituiscono, è arrivato a una sintesi eleggendo il presidente dell´Ars e componendo il governo della Regione. Due magistrati e nessuna donna al suo interno. Due segnali abbastanza chiari: da una parte si avverte un forte controllo di legalità amministrativa, che evidentemente la politica da sola non è in grado di garantire, dall´altra si evidenzia un´incapacità di valorizzare le competenze dell´universo femminile. Vedremo alla prova dei fatti il nuovo esecutivo. Il centrosinistra, che all´Ars è rappresentato dal solo Pd, adeguandosi alla linea decisa a livello nazionale, si prepara a formare un governo ombra. Può essere una buona idea. Nel prossimo futuro ne misureremo i tempi d´attuazione, che almeno potevano coincidere con quelli già abbastanza lenti della maggioranza, e le modalità d´azione. Anche se il centrosinistra, comprensivo delle parti rimaste fuori dal parlamento siciliano, non ha dato buona prova di sé nell´imminenza della prossima tornata elettorale. In vista delle amministrative di giugno, infatti, i più forti restano insieme e i più deboli si separano. Nel centrodestra si è ripetuto il solito schema. Sulle candidature alle presidenze delle otto Province in cui si voterà, e sulle nomination a sindaco nei tre comuni capoluogo le cui amministrazioni saranno rinnovate (Catania, Messina e Siracusa), Pdl, Mpa e Udc hanno sì litigato, trovando tuttavia alla fine un percorso condiviso e unitario sui nomi da presentare. Il tempo di sistemare tutte le pedine e poi, nelle piazze più importanti, in questo caso le otto province e i tre comuni capoluogo, il piatto di una maggioranza corazzata e coesa è stato servito regolarmente. Distratti come siamo stati dalle turbolenze interne al centrodestra, registratesi all´Ars e a Palazzo D´Orleans, c´è forse sfuggito questo dato politico abbastanza rilevante. Il centrosinistra, che pure avrebbe dovuto velocemente meditare sull´umiliante sconfitta alle regionali, approntando una reazione adeguata sul piano politico-elettorale, si è fatto trovare spiazzato. Più di un mese non è bastato al Partito democratico, a Rifondazione, ai Verdi, ai Comunisti Italiani, alla Sinistra democratica, ai vari partitini e alle espressioni politiche esterne, per trovare un sentiero comune in sei province su otto e in due dei tre importanti comuni prima citati. A parte Palermo e Siracusa, nelle sei province rimanenti e in due comuni di forte peso, il centrosinistra andrà frammentato in due, tre, quattro pezzi. Basta vedere le candidature a presidente nelle sei province. Ad Agrigento si presentano tre nomi. A Trapani troviamo pure tre candidati. Che a Enna salgono a quattro. A Caltanissetta si torna a tre, a Catania ci si divide in due. Così come a Messina. Stesso scenario di lacerazione se consideriamo i candidati a sindaco in due comuni come Catania e Messina. Manco in Emilia Romagna o in Toscana, dove i consensi per il centrosinistra viaggiano su alti numeri, si arriva a tanto. I risultati elettorali, quando i forti rimangono uniti e i deboli si dividono, non ci vuole una fatica sovrumana a rappresentarseli in anticipo. I perdenti, ancora una volta, sono sin troppo annunciati. Non che l´unità garantisca la vittoria, ma perlomeno è una condizione necessaria per provarci. Ma a tale situazione pare che nessuno voglia mettere un punto. Come notava Pippo Russo in un recente editoriale pubblicato da questo giornale, ci sarà sempre tempo per costruire nuovi soggetti politici e altre storie. L´importante è rimanere attaccati, tenacemente e orgogliosamente, ai banchi dell´opposizione.

sabato 17 maggio 2008

Niscemi, Sicilia, Italia: adolescenza oltre la fiction

REPUBBLICA PALERMO - SABATO 17 MAGGIO 2008

Pagina XII
La fiction casalinga degli adolescenti siciliani
FRANCESCO PALAZZO



Dall´omicidio di Niscemi ci tornano tre nomi. Quelli di tre ragazzi dei quali, essendo minorenni, vengono taciuti i dati anagrafici completi. E la foto di una ragazza, Lorena. Di cui viene divulgato pure il cognome. Quasi che la morte, pure quella più orribile, togliesse, una volta per tutte, i veli della discrezione e della protezione. Sono le regole del gioco. Del resto, come si dice in Sicilia, «quannu cc´è lu mortu bisogna pinsari a lu vivu». Atteniamoci, anche noi, a questa cinica massima e pensiamo ai vivi, dei quali conosciamo, appunto, solo i nomi. Ma non direttamente, bisogna farlo per vie traverse, parlando degli altri, di quelli che ora gridano, «via i mostri da noi». Se guardiamo bene, coloro che in un certo giorno potremmo trovarci luttuosamente a identificare come altro da noi, non sono che la risultante dei tanti tasselli della nostra quotidianità. Non è solo una storia siciliana, come è stato detto, riguarda ugualmente tante comunità italiane, molto più centrali economicamente e grandi geograficamente. Il mosaico dei pezzi sparsi, alla fine, si compone nel modo seguente. Gli adolescenti crescono in due mondi paralleli. Quello interno alla famiglia, dove emerge una piccolissima percentuale di ciò che essi sono, sia in termini di linguaggio che di comportamento. Dentro le mura domestiche ai grandi appare tutto sotto controllo, ma solo perché essi probabilmente vogliono credere che così sia. Basta aprire un diario segreto, ascoltare una telefonata da dietro la porta, «sentire» le risposte mute e sorde ai rimproveri, per rendersi conto che gran parte della loro vita, i ragazzi e le ragazze, non la mettono in scena sul palcoscenico familiare. Lì trovano solo il covo sicuro dove tornare, un pasto caldo, la roba stirata, la prima comunione fatta perché così fan tutti, i compleanni, le feste con i parenti e tanto altro che si sopporta. Una specie di fiction infinita. Che viene spezzata, le cui puntate momentaneamente s´interrompono, quando si varca l´uscio per entrare nell´altro mondo. Fatto di scuola, cinema, pizzeria, discoteca, motori e raduni oceanici, il sabato pomeriggio, al centro. In questi luoghi, per i nostri ragazzi, comincia il mondo reale. Cambiano subito il linguaggio. Il casalingo e timido «mi annoia», diventa subito «non me ne frega un c.». Ma accade anche il contrario. Tante volte capita che i professori, nei riguardi di figli o figlie ritenuti apatici perché assenti in casa, formulino giudizi eccellenti per ciò che riguarda il loro profitto e il loro stile relazionale. Non è vero, quindi, che fuori ci sia solo negatività, perversione, bruttezza. C´è chi, sempre in un ambito separato dalla famiglia, riesce a giocarsi al meglio, lontano da quello che ritiene l´oppressivo guinzaglio genitoriale, tutto il positivo che ha dentro. C´è chi, invece, si caccia in labirinti, dove alimenta, purtroppo a volte sino alla tragedia, tutti i lati oscuri della propria mente. Il compito dei grandi, che siano in famiglia, a scuola, in chiesa, nel mondo del volontariato o dove volete voi, è quello di capire che il mostriciattolo si nutre di questa divaricazione che gli adolescenti vivono tra il dentro e il fuori. La capacità dei grandi, ed è un compito presumiamo molto arduo, dovrebbe consistere non nell´abbattere completamente il muro, perché esso serve in una certa misura all´adolescente, ma nell´ammettere che esiste, trasformandolo in qualcosa di meno separante, escludente. Non adattando tutto alla fiction casalinga, che forse piace tanto agli adulti, ma facendo entrare parte di quell´universo esterno, in cui i figli vivono veramente se stessi, dentro il focolaio domestico. Perché se si mantiene la cortina di ferro non resta poi che chiedersi, atterriti: «Come mai i nostri figli sono stati capaci di questo?». Di spegnere, cioè, nel modo più terribile, una ragazza. Che ha capito, senza poter più tornare alla vita, che nel mondo di fuori non c´erano solo sogni e amore, ma anche la crudeltà di alcuni coetanei. I quali sono rimasti intrappolati, forse per sempre, oltre il muro della fiction.

martedì 13 maggio 2008

Nè con la mafia, nè con lo Stato. Uno slogan alla luce del sole.


LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ 13 MAGGIO 2008

Pagina XV
Uno striscione fuori luogo al corteo per Impastato
FRANCESCO PALAZZO


Al corteo del 9 maggio per il trentennale dell´omicidio di Peppino Impastato, nella strada da Terrasini a Cinisi, spiccava tra gli altri un mastodontico striscione di un centro sociale su cui c´era incredibilmente scritto: «Né con la mafia, né con lo Stato». Frase che ricorda quella tragica degli anni Settanta, «Né con lo Stato, né con le Br». Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, oggi nessuno si sognerebbe più di portare in piazza un simile pensiero. Ora, ci rendiamo conto che la questione principale sarebbe quella di capire perché dei ragazzi e delle ragazze pensino e innalzino alla pubblica visione una convinzione di questo tipo. Ma non ci facciamo illusioni, se provassimo a chiedere, difficilmente otterremmo risposte appena comprensibili a un´intelligenza media. Forse non lo sanno neanche loro il senso di quella frase. Suona bene, e siccome corrisponde a una certa visione manichea della politica che professano, ecco che il messaggio è pronto per ricordare una vittima di mafia come Impastato. Che trenta anni addietro versò il suo giovane sangue proprio per stare dalla parte dello Stato e della legalità. Ma a pensarci meglio, non è questo l´aspetto della vicenda che più preoccupa. Aspettando davanti la Casa Memoria di Cinisi, dove sino a qualche anno fa abitava Felicia, la mamma di Peppino, abbiamo visto arrivare migliaia di persone. Tra le quali c´erano parlamentari, sindaci, esponenti di associazioni, sindacalisti, scout e tantissime altri soggetti, da soli o in piccoli gruppi. Tutta gente che tra Stato e mafia sa ovviamente da che parte stare. Non c´è neanche bisogno di sottolinearlo. Come mai nessuno tra le migliaia di presenti, da Terrasini a Cinisi, cioè in un percorso abbastanza lungo, ha avuto la prontezza, o se volete il coraggio, di convincere quel gruppo di giovani che quel messaggio proprio non poteva trovare spazio? È vero che in una manifestazione pubblica ognuno deve essere libero di esprimersi come meglio crede, senza coercizioni e censure particolari. Ma c´è un limite a tutto. Sul perché a quello striscione è stato permesso di percorrere vari chilometri senza problemi, si possono avanzare due ipotesi. La prima, tanto banale quanto inverosimile, è che il messaggio impresso in quel lungo pezzo di stoffa non sia stato proprio visto dai partecipanti al corteo. L´altra ipotesi è che quasi tutti abbiano visto lo striscione e abbiano letto bene e capito perfettamente lo slogan che conteneva. Ma abbiano preferito, chissà per quali motivi, ognuno avrà avuto il suo, sicuramente con faccia sdegnata, di voltarsi dall´altra parte e di non intervenire. Tanto da permettere a coloro che propagandavano allegramente l´equidistanza tra mafia e Stato di arrivare alla porta dei Cento Passi.

sabato 10 maggio 2008

Quanto conta a Roma la Sicilia dei ministri?


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 10 MAGGIO 2008

Pagina XIII
Sicilia, tanti ministri poco peso politico
FRANCESCO PALAZZO


Molti osservatori hanno commentato favorevolmente la nomina nel governo Berlusconi dei ministri siciliani, oltre che la presidenza del Senato andata a un palermitano. Al quadro si aggiungono alcuni incarichi minori ma di peso all´interno dell´esecutivo, sempre riguardanti esponenti politici siciliani. Se ci fermiamo ai numeri, e all´importanza delle cariche, a prima vista appare evidente che rispetto al centrosinistra appena spodestato prima dalle proprie incapacità e poi dagli elettori, i parlamentari isolani siano stati trattati molto meglio. E ciò è valso pure per le liste della Camera. I nomi imposti da fuori regione in posizioni sicure sono stati molti nel Partito democratico, tanto da creare profondi malumori. Mentre nel Popolo delle libertà solo i leader nazionali hanno guidato, per fare da traino, le liste. Se però ci ragioniamo un po´ sopra potremmo vedere la situazione in maniera sensibilmente diversa da come appare. Per due ordini di motivi. Il primo riguarda la scelta delle persone, il secondo il peso politico generale che oggi la Sicilia rappresenta a Roma. La compagine siciliana che sta occupando posti di assoluto rilievo a Roma non è il frutto diretto della politica espressa nella nostra regione dagli esponenti politici prescelti. Si tratta di scelte effettuate esclusivamente nella capitale, che s´inseriscono in quello che molti hanno già battezzato come il governo del presidente Berlusconi. Il quale ha voluto, com´è giusto che sia in una repubblica che è ancora parlamentare nella forma, ma presidenzialista nella sostanza, tutta gente molto vicina al suo modo di pensare e vivere la politica. Vedremo come questi nostri conterranei sapranno espletare le loro funzioni. Sul peso politico generale della Sicilia dentro la cornice appena uscita dalle urne, le considerazioni devono essere svolte su due realtà: l´Udc di Cuffaro e il Movimento per l´autonomia. I quali, detto per inciso, nella nuova Assemblea regionale costituiscono, con ventisei deputati, una minoranza non in grado di fare la voce grossa. Torniamo al quadro politico nazionale. Per quanto riguarda l´Unione dei democratici cristiani, la buona percentuale conseguita nell´isola dalla forza elettorale cuffariana, in conseguenza del distacco di Casini da Berlusconi, conta ben poco in parlamento. Se le due coalizioni maggiori, come sperava l´Udc, fossero giunte quasi appaiate al traguardo, l´Udc poteva essere il famoso ago della bilancia. In tal caso il consenso siciliano dell´Udc sarebbe balzato in primo piano. Ma le cose sono andate diversamente. Stesso ragionamento si può fare per il movimento autonomista. Che, al contrario dell´Udc, si è imparentato con il Pdl, prendendo probabilmente più di quanto ha dato in termini di voti. Se prendiamo il Senato, possiamo vedere che i due seggi ottenuti dall´Mpa in Sicilia sono stati possibili solo grazie all´alleanza di Lombardo con Berlusconi. Infatti, lo sbarramento dell´8 per cento regionale previsto dalla legge elettorale, non sarebbe stato raggiunto dagli autonomisti se fossero andati da soli. Si sono infatti fermati al 7,86 per cento. A prescindere dai numeri, è pacifico che l´esecutivo nazionale sia a trazione leghista. L´Mpa non ha ottenuto, peraltro, il ministro che chiedeva. Ciò avrebbe segnato un punto a favore della Sicilia, più della nomina dei ministri siciliani targati Pdl. È vero che il presidente della Regione siede nel Consiglio dei ministri in certe occasioni. Non può però sfuggire che è ben diverso dall´avere un ministro autonomista in pianta stabile che parli a tutto il Paese. Insomma, nella forma la Sicilia adesso conta molto più di prima nel mondo politico italiano. Ma nella sostanza, che è poi l´unica che conta in politica, non sembra che i nuovi equilibri abbiano messo al centro la nostra regione. Forse nei due anni scarsi del governo Prodi c´erano meno lustrini e più attenzione, magari solo potenziale e comunque incompiuta vista l´interruzione molto prematura della legislatura, nei confronti dell´Isola.

venerdì 9 maggio 2008

Il tranquillo mercato siciliano dell'insicurezza

CENTONOVE
9 MAGGIO 2008
LA SICUREZZA? PASSA ANCHE DAI POSTEGGIATORI ABUSIVI
di Francesco Palazzo



Altrove, pure nella lontana Londra oltre che a Roma, si vincono le elezioni agitando, spesso strumentalmente, il tema della sicurezza dei cittadini. Al nord la Lega ha spopolato sulla questione alle recenti politiche. Le maggioranze, locali o nazionali, diventano minoranze anche perché ad esse vengono addebitate, a torto o a ragione, le paure percepite, vissute o indotte. In Sicilia la stessa parte politica continua a prendere il banco del potere nonostante la profonda insicurezza, molto concreta e palpabile, che caratterizza la nostra regione. Da noi l’ambito della sicurezza dovrebbe farla da padrone, vista la presenza invasiva della criminalità organizzata e l’esistenza di un tessuto sociale fortemente permeato d’illegalità, fenomeni che non stanno in cielo, ma che incidono giornalmente e direttamente sulla vita dei cittadini. Ma l’insicurezza non crea problemi alla stragrande maggioranza degli abitanti dell’isola. O, quantomeno, non al punto da incidere sui gusti dell’elettorato attivo e sulle proposte politiche di quello passivo. Dalle nostre parti, coloro che eleggono e quanti si propongono nelle gare elettorali, senza volere generalizzare ma pensando di cogliere un orientamento abbastanza ampio, è come se agissero nel posto più quieto del mondo. Si è come creata una sorta di assuefazione all’insicurezza. Che molti popolosi quartieri delle città siciliane siano ancora sostanzialmente sotto il controllo delle cosche, che impongono pizzi e sovrintendono ai normali flussi della vita, non è un fatto che mina la tranquillità della maggioranza dei siciliani. E ciò succede ora, che di morti per le strade ve ne sono di meno, ma si verificava pure nella prima metà degli anni ottanta del secolo scorso, quando invece il sangue scorreva a fiumi a causa della seconda guerra di mafia. I flussi elettorali in Sicilia, in quel periodo lontano come in questo vicino, andavano e vanno sempre in una direzione. Anche per quanto riguarda l’altro aspetto dell’insicurezza, quello meno legato all’azione dei mafiosi, si assiste al perpetuarsi dello stesso meccanismo. Due soli esempi. Palermo è invasa dai posteggiatori abusivi, che controllano tutte le zone dal loro punto di vista più lucrose. Prendete un ristorante tra i più in vista del capoluogo, frequentato dall’alta borghesia palermitana. Il parcheggio adiacente è ogni sera invaso da auto costosissime, da cui vengono fuori pezzi consistenti di classe dirigente del capoluogo. Pensate che percepiscano come un attentato alla loro serenità l’imposizione di sganciare il pizzo al parcheggiatore abusivo? Per niente, pagano, sorridono e s’intrattengono amabilmente col “professionista” con cappellino e fischietto. E’ un modo come un altro di fare dell’insicurezza uno stile di vita tacitamente condiviso, da non far pesare sulla bilancia delle scelte politiche. Tale esempio si potrebbe unire a quello che riguarda un’altra classe sociale, ben lontana dalla precedente, quella dei lavoratori in nero, spaccato molto ampio del mondo lavorativo regionale. Anche in tal caso, l’insicurezza dei lavoratori senza diritti è metabolizzata come un fatto quasi normale. Non sarebbe razionale attendersi che lo strumento primario per reagire dovrebbe essere quello del voto? Invece niente, nessuna ribellione è depositata dentro le urne. Anche da parte di coloro che un lavoro non riescono a trovarlo neanche in nero. A ben pensarci, quelli descritti, e la lista potrebbe essere molto lunga, sono spaccati di vita sociale ben più gravi, perché quotidiani e strutturali, dello stupro compiuto dallo straniero o del nervosismo dei lavavetri ai semafori. Possiamo ben dire che nell’isola si è creato nel tempo una sorta di mercato regionale dell’insicurezza. All’interno del quale ciascuno, evidentemente, riesce a ricavare quel tanto di personalissima, egoistica e clientelare sicurezza. La quale, lungi dal mettere in discussione il sistema, lo rafforza sempre più. Insomma, anche in questo fondamentale ambito della vita associata la nostra “specialità” si conferma ancora una volta.

sabato 26 aprile 2008

Centrosinistra in Sicilia: il timone ai più votati


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 26 APRILE 2008

Pagina XXIII
CANDIDATURE DEL PD, IN CAMPO I PIÙ VOTATI
Per le prossime amministrative il centrosinistra faccia compiere le scelte a coloro che sono già stati promossi alle urne
FRANCESCO PALAZZO


Il centrosinistra ricomincia dopo l´umiliante sconfitta alle regionali in vista delle elezioni di giugno. L´intendimento del Partito democratico, oltre che organizzare un´assemblea per meta maggio, è quello di candidare i dirigenti. Italia dei valori e l´ex Sinistra arcobaleno vogliono riaffidarsi alle primarie, per individuare i candidati presidenti e sindaci per le otto province e per i centoquarantacinque comuni in cui si voterà. Nel frattempo Rifondazione comunista e Comunisti italiani hanno deciso di rispolverare la falce e il martello, simbolo che, come sappiamo, in Sicilia trascina da sempre consensi a palate. Stesso ritorno al passato annunciano i Verdi. La Sinistra democratica, ossia il pezzo degli ex Ds che non ha aderito al Pd, si trova in mezzo al guado. Probabilmente molti di quelli che la compongono, svanita al momento la possibilità di costruire qualcosa a sinistra, torneranno alla casa madre. Rita Borsellino prosegue - almeno per ora - con il movimento "Un´altra storia" e con i cantieri. Esperienze assolutamente di spessore. Che però sia nel 2006 sia alle elezioni regionali appena concluse, non hanno dimostrato di essere la soluzione al vero problema del centrosinistra, costituito dal presentare sempre liste complessivamente molto deboli. Per tentare una qualche reazione c´è bisogno di incrementare da subito il bagaglio dei consensi. Ci vogliono i voti e per ottenerli il centrosinistra non può andare, come sta cominciando a fare, in ordine sparso. Non è facile, del resto, metabolizzare un tracollo come quello appena subito. Ci vorrebbe più tempo e di tempo non ce n´è. Già il Popolo delle libertà, l´Udc di Cuffaro-Casini e gli autonomisti, sicuri di rivincere con percentuali stratosferiche, hanno cominciato a spartirsi non le candidature, ma direttamente le presidenze delle province. Allora bisogna capire se i rimedi che i pezzi del centrosinistra siciliano mettono sul piatto della politica servono alla bisogna. Per rispondere a tale punto di domanda può servire una banale riflessione. Ormai i partiti sono dei contenitori elettorali. Più che gli iscritti, la cui mobilitazione propagandistica è circoscritta alle campagne elettorali, contano i candidati più accreditati e, ancor più, gli eletti nelle assemblee rappresentative. Nel recentissimo voto regionale, in ogni provincia, nel Partito democratico, nella Sinistra arcobaleno e in Italia dei valori, vi sono stati molti soggetti premiati dalle urne. Si trovano con le macchine elettorali ancora in movimento, diffusi contatti con la società siciliana, che li hanno portati a essere eletti o ad avere ottime affermazioni personali. Si affidino i partiti a questi individui. Facciano loro le liste e decidano le strategie migliori per la propaganda politica. Visto che sanno come fare, può essere che riescano a mettere in piedi dei percorsi elettorali, diversi per singola provincia, in grado di intercettare quello che in democrazia è il bene primario, ossia il gradimento del corpo elettorale. Per fare un´operazione di questo tipo non ci vuole molto, basta scorrere le liste per l´Assemblea regionale abbinate alle preferenze individuali, provincia per provincia e comune per comune. È un lavoro di qualche giorno, se non di poche ore. Dovrebbe essere chiaro a tutti, sia a coloro che saranno rappresentati a Palazzo dei Normanni, sia a quelli che ne sono rimasti fuori, che la dimensione della botta subita richiede provvedimenti urgenti e inediti. Per uscire dal baratro, non aiutano né le assemblee da psicoanalisi collettiva né il rispolverare vecchie strade. Non è utile nemmeno candidare i dirigenti di partito non in grado di portare valore aggiunto in termini di voti. Tantomeno serve agitare la carta delle primarie. Chi le propone dovrà convenire che già si sono svolte nei due giorni di aprile in cui si è votato, con una partecipazione che nessuna elezione primaria potrà mai eguagliare. Dal voto regionale va tratta la nuova classe dirigente. Solo coloro, e non sono pochi, che hanno il consenso dei siciliani hanno qualche chance per ricominciare. È molto probabile che con tale cambiamento di rotta si riesca a scorgere nella lunga notte del centrosinistra siciliano pure qualche alba.

venerdì 25 aprile 2008

Elezioni, come è andata in Sicilia

CENTONOVE
25 4 2008
SOS PER I COCCI DELLA SINISTRA
di Francesco Palazzo



Un manifesto del centrosinistra, apparso dopo le dimissioni di Cuffaro, diceva “Sereni, voltiamo pagina”. Non sappiamo se i siciliani siano oggi meno sereni, sicuramente non hanno voltato pagina. Siamo davanti ad una vittoria chiara del centrodestra, che per le regionali raggiunge dimensioni da cappotto. Il trionfo di Lombardo non ha precedenti. Neanche il voto disgiunto ha scalfito più di tanto la sua percentuale. In Sicilia ci sono tanti vincitori, e stanno tutti dalla parte del centrodestra. Con una legge elettorale maggioritaria avremmo registrato, come nel 2001, un altro 61 a zero. Alle politiche spopola il Popolo delle Libertà, che aumenta di molto i consensi che avevano AN e Forza Italia. Vince Salvatore Cuffaro, confermando il dato dell’UDC alla Camera e superando l’otto per cento al Senato. Non era scontato. Vince a metà il Movimento per l’Autonomia. Ottiene una discreta affermazione alla Camera, forse un po’ meno del previsto, e rimane non centrale il suo ruolo nel voto per il Senato. Il PDL avrebbe conseguito il premio in seggi anche da solo. E’ la Lega che condizionerà il governo di Roma, non il movimento autonomista. Alle regionali gli autonomisti non raggiungono lo sbarramento del 5 per cento per due delle tre liste presentate. Il voto siciliano ci da i vincitori e gli sconfitti. Al Senato perde rispetto alla volta scorsa Italia dei Valori. Alla Camera non raggiunge il risultato del 2006 in Sicilia occidentale e lo supera di poco in quella orientale. Perde il Partito Democratico. Nel 2006 era ripartito nelle due forze che l’hanno costituito, DS e Margherita, mentre viaggiavano a parte i radicali, che in queste elezioni erano dentro. Si può dire che il Partito Democratico al Senato, di fatto, pareggia la quota che due anni addietro raggiunsero separati DS, Margherita e Radicali. Stessa considerazione si può fare se guardiamo le due circoscrizioni siciliane della Camera, anche se PD e radicali tengono solo nella Sicilia occidentale, mentre nella parte orientale c’è un sensibile calo. L’elettorato siciliano non ha premiato il partito di Veltroni. Perde di brutto la Sinistra Arcobaleno. Al Senato e alla Camera lascia per strada due terzi di elettorato. Se teniamo in considerazione che oltre Rifondazione, Comunisti Italiani e Verdi, poteva contare sull’apporto di una grossa fetta di ex diessini siciliani non entrati nel PD, la sconfitta diventa davvero totale. Tornando alle regionali, il dato delle liste del centrosinistra è drammatico, con una percentuale complessiva ancora più scarsa delle regionali del 2001. Dovuta sostanzialmente, oltre che all’ennesimo arretramento della sinistra radicale, al fatto che il PD perde più di sette punti rispetto al 26 per cento che DS e Margherita presero nel 2006. Qui c’entra poco il candidato alla presidenza. E’ inutile fare confronti con il 2006, il quadro politico è completamente mutato. E’ fuorviante rimpiangere le primarie non fatte. Con Rita Borsellino al posto della Finocchiaro, l’esito finale non sarebbe mutato. Basta guardare la percentuale siciliana della Sinistra Arcobaleno. Pur rafforzata dal movimento Un’altra storia, che fa capo alla Borsellino, non arriva al cinque per cento. Cinque forze politiche, quasi cinque punti. Questo risultato testimonia pure una debolezza elettorale del movimento politico Un’altra storia. Sul voto regionale, più di tutti, sta riflettendo Anna Finocchiaro. Seppure legata a una coalizione anemica sino all’estremo, perde oltre ogni più nera aspettativa, non riuscendo a trainare neppure il consueto voto d’opinione, cosa riuscita nel 2001 a Orlando, nel 2006 alla Borsellino e oggi a Sonia Alfano. La Finocchiaro, se vuole costruire politica nella sua terra, dovrebbe optare per il seggio regionale, candidandosi a guidare il partito democratico nell’isola. Il centrosinistra in Sicilia, per sintetizzare, ha due enormi problemi. Dovrà rivedere la strutturazione del Partito Democratico, con una classe dirigente più capace di andare oltre gli angusti steccati che il PD ha piantato in Sicilia. Deve riprendere i cocci della sinistra estrema. Questo è un piano di lavoro ancora più complicato del primo. Il tutto diviene più difficile se si pensa che a giugno si voterà per otto delle nove province siciliane e in tantissimi comuni. Al centrodestra il governo della Sicilia, ancora una volta. Vedremo se proseguirà nel vecchio solco o se saprà porre qualche elemento di discontinuità rispetto al recente passato.

venerdì 18 aprile 2008

Elezioni Regione Siciliana 2001-2006-2008: debolezza cronica dell'estrema sinistra


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 18 APRILE 2008

Pagina I
L´analisi
Sinistra, le radici di una bocciatura
FRANCESCO PALAZZO



Le vittorie hanno molti padri, le sconfitte nascono orfane. Non sfugge a questa regola la disfatta del centrosinistra alle regionali. Che non giunge a sorpresa dopo altre vittorie stravolgenti, ma segue le sconfitte alle regionali 2006 e 2001. Le tre elezioni hanno presentato dinamiche diverse, pur concludendosi tutte con lo stesso epilogo. Tre personalità molto differenti tra loro, Leoluca Orlando, Rita Borsellino e Anna Finocchiaro, ci hanno provato, portando a casa ben poco, perché poco hanno ricevuto dalle liste che sostenevano le loro candidature. Certo, si può discettare all´infinito su chi ha perso meglio, così com´è giusto notare che le tre tornate regionali si sono svolte in periodi politici molto diversi. Il 2001 fu l´anno del 61 a zero in Sicilia per le elezioni nazionali. Il candidato Orlando scontò pesantemente tale quadro politico. Nel 2006 il pendolo, dopo cinque anni di governo del centrodestra, tornava verso il centrosinistra. Rita Borsellino si trovò ad avere dalla sua tale modifica del panorama elettorale e tuttavia perse comunque. Si deve notare che quello era il momento in cui si poteva concretamente sperare per il centrosinistra in un risultato diverso. Adesso la candidata Finocchiaro si è trovata a gestire un´elezione regionale successiva al tracollo politico del governo Prodi e della sua maggioranza. E alla Regione è andata come sappiamo, nessuno si aspettava un altro risultato. È ovvio che non c´è solo il panorama nazionale. Esso ha un peso importante, ma ci sono anche le dinamiche regionali che alla fine sono decisive. Vediamo cosa ci dicono i numeri elettorali principali del 2001, 2006 e 2008 relativamente al centrosinistra. Nel 2001 l´estrema sinistra (Partito dei comunisti italiani e Rifondazione) prese il 3,6 per cento contro un 22,6 per cento di Ds e Margherita. Nel 2006 Ds e Margherita arrivarono al 26 per cento e Uniti per la Sicilia, contenente tutta l´estrema sinistra, superò di poco lo sbarramento del 5 per cento. Se consideriamo che allora c´era dentro Italia dei valori, possiamo ben concludere che da quel 3,6 per cento non ci si era spostati. Nelle elezioni del 13 e 14 aprile la storia si è ripetuta, la Sinistra Arcobaleno giunge al 4,9 per cento, ma rafforzata dalla presenza di Rita Borsellino, dal suo movimento "Un´altra storia", che si aggira comunque su numeri molto scarsi, e dalla parte molto consistente dei Ds siciliani che non hanno sposato la causa del Partito democratico. A essere molto generosi, possiamo dire che quel 3,6 per cento viene confermato. Insieme, questa volta, a un mezzo flop del Partito democratico. Il quale, rispetto ai Ds e alla Margherita del 2006 e allo stesso voto per la Camera, lascia sul campo da sei a sette punti. Ora è abbastanza comprensibile che dentro il Pd si apra un ragionamento molto profondo e critico sul voto regionale. Ma è a tutti evidente che la gamba che è sempre mancata nelle tre elezioni regionali, svoltesi con la stessa legge elettorale e pertanto omogenee come dati elettorali, è quella della sinistra non riformista, il cui angusto orizzonte in Sicilia è costituito dal no al ponte e ai termovalorizzatori. Nessuno, né Orlando, né la Borsellino, né tantomeno la Finocchiaro, avevano molte chance con una delle due gambe che non arriva neanche al 4 per cento. Per capire meglio di cosa parliamo, basta mettere in evidenza che tra le liste del centrodestra nelle tre tornate regionali, i raggruppamenti che hanno raggiunto tale percentuale si sono posizionati al sesto posto nel 2001, al quinto nel 2006 e al quarto adesso. In altre parole. Ciò che nel centrosinistra costituisce la struttura portante della coalizione, nel centrodestra è composto da liste composte all´occasione, di secondaria importanza. Se così stanno le cose, è facile comprendere come il dato evidenziato sia di lungo periodo. E che non c´entrano niente il voto utile, il presunto cannibalismo del Partito democratico o l´inconsistenza odierna della Sinistra Arcobaleno. C´entra molto, invece, l´incapacità di una parte della società politica e partitica siciliana di costruire una forza che possa presentare stabilmente un conto elettorale a due cifre, intorno al 15 per cento. Sino a quando non ci sarà questa opportunità, primarie o non primarie, candidature prestigiose o meno, vi sarà poco da raccogliere nel centrosinistra e molto su cui polemizzare inutilmente.

domenica 13 aprile 2008

Elezioni 2008: Sicilia al voto con più disicanto del 2006

Il voto siciliano di oggi e domani sarà l’epilogo di una campagna elettorale che, almeno nell’isola, non ha molto entusiasmato. Nelle precedenti elezioni regionali e nazionali del 2006 il clima dei mesi precedenti il voto era molto diverso. Perché diverse e più radicali erano le sfide. Nel paese, il duello Berlusconi – Prodi, in assenza di altri contendenti (questa volta siamo arrivati a contarne quindici), fu visto anche dai siciliani, a torto o a ragione, e forse al di là dei contenuti programmatici, come una reale contrapposizione tra due modi di intendere la politica. La contrapposizione odierna Berlusconi-Veltroni, a parte che la ristretta cerchia di siciliani che vivono di politica e per la politica, non ci pare che abbia provocato in Sicilia forti scosse emotive. Se valgono alcune personali verifiche, la gente comune, giovane e anziana, istruita e colta, ha persino difficoltà a individuare nella scheda i simboli delle nuove formazioni maggiori, PDL e PD. Ma probabilmente l’annacquamento della campagna per il voto politico nella nostra regione è stato anche determinato dalla contemporanea, imprevista e inedita chiusura della legislazione regionale. Per la prima volta i portoni di Palazzo dei Normanni e di Palazzo D’Orleans hanno chiuso i battenti anzitempo. Un accadimento, a suo modo, storico. Se ormai alla politica si potesse applicare questa chiave di lettura e non invece quella della cronaca, che le è più congeniale, visti i fatti sin troppo ordinari che registriamo in Sicilia. E ciò lo diciamo perché abbiamo avuto la sensazione che tale soluzione di continuità rispetto al passato, che doveva a nostro avviso provocare uno scontro elettorale all’insegna del cambiamento epocale, sia stata subito metabolizzata. Ciò ha riguardato in primo luogo i partiti, che ormai non sono altro che la somma delle squadre che si raccolgono attorno ai più forti candidati. Non so se ricordate, nelle ultime settimane, qualche dichiarazione significativa dei segretari regionali delle formazioni politiche. I partiti scompaiono sempre più dalla scena, per far posto ai ras del voto e ai candidati alla poltrona più ambita, quella di presidente della regione. Ma anche in quest’ambito, non ce ne vogliano i cinque contendenti in lizza, ci è parso di registrare, soprattutto tra i due maggiori candidati, toni e argomenti che non sono stati in grado di mobilitare il cuore e il cervello dei siciliani. Che ormai si entusiasmano solo per i singoli candidati all’assemblea regionale, i quali, evidentemente, sono in grado più concretamente di dare risposte, come si diceva una volta, ad interessi immediati e personali, leciti o clientelari, e dunque illeciti, che siano. Ci sbaglieremo, ma abbiamo l’impressione che alla stragrande maggioranza dei siciliani importi poco se vincerà Lombardo, come molto probabile, o la Finocchiaro. Moltissimi festeggeranno se il loro onorevole ce la farà ad “acchianare” e a portare a compimento le promesse che immancabilmente avrà fatto, se non a tutti certo alla maggior parte dei suoi elettori. Del resto, per avere una conferma che tale sia la tendenza, bastava vedere venerdì sera la folla da stadio che in un locale palermitano stava in febbrile attesa di un candidato del centrodestra. Traffico bloccato, cori da curva e giochi di fuoco. Manco fosse Obama. Questa è una tendenza di lungo periodo. Tuttavia, nel 2006, più che adesso, molte attese si trasferirono sui due candidati, Cuffaro e Borsellino, molto più diversi, nella sostanza, di quanto non lo siano ora, in quanto ambedue provenienti da lunghe militanze politiche, Raffaele Lombardo e Anna Finocchiaro. Abbiamo, perciò, l’impressione che i siciliani che oggi e domani si recheranno alle urne per decidere sulla guida politica dell’Italia e della regione, lo faranno con molto più disincanto e meno attese dell’ultima volta.

sabato 12 aprile 2008

LEGGE ABORTO: L'IDEOLOGIA E LA REALTA'

Sebbene sia oggi un giorno di silenzio elettorale e di valutazione, anzi proprio per questo, può essere utile riflettere su un fatto accaduto negli ultimi giorni di campagna elettorale. Anche a Palermo il comizio di Giuliano Ferrara, leader della lista “Aborto? No grazie”, ha causato disordini. Con lanci di uova, pomodori, accensione di fumogeni e slogan di antico conio. L’incontro di martedì si è svolto grazie alle forze dell’ordine, che hanno tenuto a bada i manifestanti, non più di trenta. L’otto marzo, festa della donna, sempre nel capoluogo è accaduto un fatto simile. Alcune militanti del PD e della CGIL, che senza dubbio difendono pienamente la legge 194, sono state aggredite verbalmente. Torniamo a Ferrara. Che in una democrazia una persona non possa avere la possibilità di esprimersi liberamente, senza che sia costretto a muoversi in uno stato d’emergenza, è una cosa gravissima. E sarebbe ancora più grave se i trenta palermitani volevano rappresentare, come immaginiamo, pezzi della sinistra politica. Dove dovrebbe essere fuori discussione l’opportunità per tutti di potersi muovere serenamente nello scenario politico, soprattutto se ci si trova a pochi giorni dalle elezioni. Ogni forma di critica va salvaguardata. Ma un conto è esporre un cartello di protesta, un altro è volere impedire lo svolgimento di un incontro. Detto ciò, due considerazioni e una constatazione. In primo luogo, è giusto chiedersi per conto di chi si agitavano quei ragazzi e quelle ragazze che hanno preferito gridare piuttosto che confrontarsi civilmente. Avendone le occasioni, gli spazi e, speriamo, anche gli argomenti. Forse rappresentavano le donne che ricorrono dolorosamente all’aborto? Volevano per caso rendere evidente il disagio delle siciliane? Le quali, come riportato il 27 marzo su Repubblica Palermo da Vincenzo Borruso, si rivolgono, per un buon quaranta per cento delle interruzioni di gravidanza ufficiali, al mercato clandestino. Oppure passano lo stretto per affrontare questo momento delicatissimo in altre regioni. No, le persone che lanciano ortaggi hanno un approccio ideologico, fuori tempo massimo, a un problema serio. Un ideologismo che non porta a misurarsi, in concreto, con una legge che in Sicilia è applicata male. Tanto che, come riportato sempre da Borruso, le adolescenti e le donne in età feconda che si rivolgono ai consultori costituiscono una piccola minoranza, per insufficienza di strutture e carenza di personale sanitario. Seconda considerazione. Uno stato laico deve avere la forza di ridiscutere su tutto. Tanti sostengono che la legge regolante l’aborto andrebbe applicata in tutte le sue forme. Quasi nessuno mette in discussione la norma, che costituisce il male minore, e non si vuole calpestare l’autodeterminazione delle donne. Ma una cultura riformista, ha diritto di affermare che l’aborto non può essere concepito come un semplice metodo contraccettivo? Noi pensiamo di sì. Il concetto della laicità deve espandersi a tutto campo, non possono esistere santuari laici intoccabili. Infine, una presa d’atto. Diversamente da quanto accaduto altrove, leggendo i giornali che in questi giorni hanno dato conto dei fatti regionali, non ci è parso di notare dichiarazioni sull’accaduto da parte dei tantissimi candidati alle elezioni. I quali, tra un brunch e un party, hanno trovato il tempo di fare e dire tante cose. Niente hanno detto neppure i difensori, evidentemente a giorni alterni, della democrazia che albergano nella società che si muove fuori dai partiti. Come se per tutti fosse normale, e non lo è affatto, che una manifestazione elettorale possa svolgersi in un clima da guerriglia.

venerdì 11 aprile 2008

VIA DALLA SICILIA, CERVELLI IN FUGA

CENTONOVE
11 APRILE 2008
GOODBYE SICILIA INGRATA
Francesco Palazzo



La sua lettera è stata inviata ai giornali e ad alcuni siti dei candidati alle elezioni politiche e regionali. E’ apparsa sull’edizione nazionale di un grande quotidiano il 29 marzo. Il caso non è nuovo. Parla di un’ordinaria storia di fuga dalla nostra terra. Molti vanno via in silenzio, altri, come Rossella Amato, vogliono almeno lasciare una traccia pubblica del loro gesto, un po’ come gettare la classica bottiglia in mare con dentro un messaggio. Poiché siamo vicinissimi al voto, ci pare che questa vicenda dica molto di più dei tanti programmi elettorali scritti sulla sabbia e dei manifesti con i faccioni che parlano di lavoro, libertà e famiglia. Nella lettera dice di avere, oltre che un nome e un cognome, anche un compagno e un figlio, una laurea, un dottorato di ricerca e venti anni di esperienza. Ma “non basta per questa terra, la Sicilia, perché io non appartengo a nessuno”. Dove si trova adesso l’architetto paesaggista Rossella Amato che ama Gesualdo Bufalino? “In questo momento vivo a Parma – ci dice al telefono - ma ora andrò a Roma, sono in contatto anche con altre regioni, oggi ad esempio sono a Milano”. E se andasse male? “C’è sempre la possibilità di andare fuori dall’Italia, in Spagna, ad esempio ci sono molte possibilità”. Al nord non ci sono proprio problemi? ”No, non è così, se sei un operaio va bene, se esibisci una qualifica più alta è molto più complicato. Poi c’è la questione dell’età, io l’ho eliminata dal mio curriculum”. A 43 anni, età in cui in Sicilia si vive ancora con mamma e papà, al nord ti ritengono già vecchia. Guai poi ad avere un curriculum molto ampio, bisogna ridurre anche quello. “Solo che quì – sottolinea la Amato - almeno ì colloqui nel privato sono delle cose serie, il centro per l’impiego funziona, nessuno si permette di chiederti a chi appartieni”. Laureata a Palermo, ha fatto il dottorato in città, poi una serie di esperienze. Tra il 2001 e il 2003 lavora in Toscana e in Umbria, nasce un figlio. A Palermo restano i genitori e una sorella. L’altra è a Roma da parecchi anni. “All’inizio la criticai, ora ho capito il senso e la necessità della sua scelta”. Nel 2003 sente forte il richiamo della sua terra. “Ho cercato di riprendere i contatti con l’università ma è stato impossibile, ho ottenuto qualche consulenza, poi il buio”. Il suo compagno è umbro, adora la Sicilia, ma non vuole sentirne parlare più, verrà solo per le vacanze. “In realtà - rileva l’architetto - bisogna fare delle distinzioni tra le diverse parti della Sicilia. Nel modicano, a esempio, la realtà produttiva è ben diversa, ma ancora caratterizzata da assetti proprietari familiari troppo legati al locale”. Lei è specializzata nel settore dei programmi comunitari che riguardano il territorio: riqualificazione urbana, centri storici e sviluppo sostenibile. “In Sicilia se il privato guarda solo al contesto locale, senza misurarsi con la globalizzazione, è inutile che si lamenti. Altrove qualunque azienda guarda e interagisce almeno con il mercato europeo”. Assicura di averne incrociati tanti di colleghi che sono rimasti giù, che si arrabattano e non fanno il loro mestiere. “La Sicilia è una terra straordinaria, non si può lasciare in mano a poche persone, una risorsa di tutti è diventata un affare per pochi”. Afferma con sicurezza che la sua è una scelta definitiva, non tornerà più. “In Sicilia bisogna lottare anche per le cose normali. Non puoi fare finta che va tutto bene perché ci sono il sole e il mare. Da quando sono qui, non ho mai preso l’automobile per i miei spostamenti”. Una parte della lettera dice: “L'esilio di necessità trasmette tutta l’amarezza di un sud geniale e incolto. Il tempo umano non è bastato a migliorare il triangolo galleggiante, bisogna forse aspettare un tempo geologico, una nuova era glaciale che azzeri tutto per poi ricominciare”. E finisce. “A voi gente di cultura, che intendete dare un nuovo volto alla Sicilia, cercate tra la folla i nuovi emigranti, scovateli tra i mille sguardi appassiti sotto un sole cocente, e quando li troverete ponetegli una sola domanda: quali sono i vostri sogni? La loro forza e la loro intelligenza vi stupiranno e allora la rinascita sarà davvero possibile. Goodbye Sicilia”.

mercoledì 9 aprile 2008

IMPIEGATI REGIONE SICILIANA: TRA IPOCRISIE E FINTI SCANDALI


LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 09 APRILE 2008

Pagina XV
Le promozioni dei regionali
FRANCESCO PALAZZO


Quando si parla di impiegati regionali, ossia a ogni rinnovo di contratto, scatta il solito gioco delle parti, fatto soprattutto d´ipocrisia. Appena la notizia evapora, tutto rientra, sino alla prossima bolla di sapone travestita da emergenza. Alla regola non è sfuggita la questione riguardante la progressione economica all´interno delle fasce d´appartenenza per i dipendenti del comparto. Si è gridato alla vergogna, affermando che le somme per fronteggiare i passaggi decurterebbero il Famp, Fondo di amministrazione per il miglioramento delle prestazioni. Che peraltro prevede espressamente di finanziare tali progressioni economiche. Tuttavia il timore è che vengano meno fondi da destinare alla produttività dei più bravi. Ma è mai accaduto che il Famp abbia premiato qualcuno? Ovviamente no, se non in qualche sporadico caso. Se si va un attimo oltre la superficie della polemica elettorale, ci si rende conto che l´unico strumento che, teoricamente, è previsto dal Famp per premiare la produttività dei singoli, è il piano di lavoro. Un programma lavorativo che si aggiunge alla normalità, grazie al quale dovrebbero scattare delle valutazioni individuali e relative diversificate retribuzioni aggiuntive. Molto spesso, per non dire sempre, le attività elencate in questi piani non sono molto diverse dal lavoro normalmente retribuito con lo stipendio mensile. Ma la vera questione è che non c´è valutazione, tutte le somme dei vari piani sono distribuite, a pioggia, in relazione alle qualifiche. Le quali, alla Regione siciliana, servono a individuare un bel niente. La gestione delle risorse umane ha poca cittadinanza negli uffici regionali. La differenza sta solo negli stipendi, poi ognuno, in mezzo al groviglio del comparto, si ritaglia un ruolo a piacere. Spesso senza carichi di lavoro formali, sia per il lavoro routinario, sia per quello incasellabile in qualche modo nei piani di lavoro dipartimentali. Questi ultimi coprono una percentuale del Famp non irrilevante, visto che non può essere inferiore al 70 per cento. Ma il vero orizzonte del caso in questione è ben più ampio e rimanda ad altre responsabilità. Bisogna guardare la luna. E non solo il dito che la indica perché risulta più comodo. L´ultima legge di riforma dell´amministrazione, la numero 10 del 2000, voluta fortemente da un governo di centrosinistra, non ha fatto altro che disegnare, con una forte rottura all´interno della Cgil, il quadro che abbiamo innanzi. Si voleva rendere autonoma l´amministrazione dalla politica esaltando il ruolo della dirigenza. Si è finito per legare sempre più i due versanti, che ormai costituiscono le due leve possenti di un enorme schiaccianoci. In mezzo al quale il comparto, che corrisponde alla quasi totalità degli impiegati regionali, è stato relegato in una sorta di limbo. Dove non di rado c´è gente che avrebbe l´esperienza e i titoli per occupare, se veramente alla Regione contasse il merito, posizioni in grado di modificare radicalmente e in meglio l´amministrazione. E ciò accadrebbe per un unico semplice motivo: i ruoli non dirigenziali dell´amministrazione sono poco influenzabili dalla politica, di qualsiasi colore e tendenza essa sia. La Regione siciliana, non solo nel senso dell´amministrazione, veramente cambierà se un giorno si troverà il modo, che non potrà essere indolore per tutti i dipendenti, di premiare veramente i soli capaci e meritevoli. Pure tra i dirigenti e non solo nel comparto. Facendo in modo che chi non sa o non vuole non sia sempre uguale a chi vuole andare avanti e sa come fare. Questa sarebbe la vera rivoluzione siciliana. Ma chi avrà il coraggio di fare ciò? Sino a oggi, stando ai fatti e tralasciando le pie intenzioni delle campagne elettorali, compresa quella in corso, nessuno intende concretamente modificare tale aspetto fondamentale della vita pubblica regionale. Allora, e sappiamo d´essere facili profeti in patria, ci possiamo dare un sicuro e immancabile appuntamento al prossimo finto scandalo sugli impiegati regionali.

sabato 5 aprile 2008

LA POLITICA BLOCCATA NUOCE ALLA SICILIA

CENTONOVE
4 APRILE 2008
ALTERNANZA ANCHE IN SICILIA
di Francesco Palazzo
Tra pochi giorni sapremo i risultati siciliani delle elezioni politiche e regionali. I voti che usciranno dalle urne ci diranno chi sarà a guidare il governo della regione, come sarà composta la nuova assemblea regionale e quale sarà l’apporto che la Sicilia darà agli schieramenti in campo che, a livello nazionale, si sfidano per la guida del paese. Alle ultime politiche, sino al giorno prima del voto, pareva che la coalizione guidata da Romano Prodi potesse contare su parecchi punti di vantaggio. Invece la lunga notte dello spoglio ci consegnò un quasi pareggio. In Sicilia difficilmente si assiste a questo tipo di sorprese, almeno per quanto riguarda le elezioni politiche e quelle regionali. Nei comuni e nelle province talvolta s’insinuano, vuoi per i ballottaggi, vuoi per situazioni locali particolari, alcuni elementi di sorpresa. Ma stiamo a quello che ci attende nei prossimi giorni, avremo modo e tempo per ragionare sul voto amministrativo. La domanda allora è la seguente. E’ possibile sperare che nella nostra regione vi sia qualche inversione di tendenza rispetto alle politiche e alle regionali che, nel 2001 e nel 2006, hanno dato al centrodestra delle sicure e larghe vittorie? In altre parole. E‘ possibile che la nostra isola si possa avviare a essere, al pari di tante altre regioni, un luogo dove è possibile sperimentare l’alternanza? Capite bene che questo è un aspetto cruciale della vita pubblica di qualsiasi comunità. Soprattutto se questa, come la nostra, presenta problemi di portata storica che non ci permettono di fare sostanziali passi in avanti. Anzi, ci fanno restare costantemente al palo, se consideriamo indicatori fondamentali, contemplati costantemente nelle varie classifiche sulla qualità della vita. E’ abbastanza comprensibile a tutti i nostri lettori che un gruppo di partiti, che ha vinto le elezioni e che sa di potere essere scalzato dalla parte avversa alla prossima tornata elettorale, farà il possibile per impedire tale evenienza, governando al meglio e cercando di farsi confermare o aumentare il consenso dal corpo elettorale. Nelle democrazie normali funziona così. Ma come si comporterà quella maggioranza la quale ha capito che invece è indifferente per i cittadini il modo in cui governa, tanto sarà sicuramente sempre vincente? E’ chiaro che in essa presto prevarranno fatalmente le sole logiche di potere, dei meccanismi tendenti a far perdere di vista il bene pubblico e a far prevalere un sistema di spartizione, per fini personali o di gruppo, delle risorse che fanno capo ai pubblici poteri. Assisteremo, dunque, al continuo svuotamento delle assemblee rappresentative, degli stessi partiti, della società più diffusa, con gli interessi legittimi che la caratterizzano. Al loro posto, più o meno visibili, anzi spesso più che sommersi nelle loro reali intenzioni, conteranno i pochi che sapranno sempre più entrare nelle stanze dove si decide. Che siano eletti dal popolo, potentati economici, gruppi di pressione o altro, poco importa. Alla lunga costituiranno un sistema ben strutturato e difficilmente scalfibile. In esso cercheranno di trovare spazio i poteri mafiosi, alla ricerca di denaro fresco a buon mercato, proveniente dagli ambiti regionale, nazionale ed europeo. In un quadro siffatto, che ruolo si ricaverà un’opposizione destinata per lunghissimo tempo a restare tale? Prima o poi cercherà di entrare nel sistema o sarà costretta a partecipare al gioco, non essendovi altre possibilità per continuare ad esistere. E’ questa la situazione della politica siciliana di oggi e di ieri? E’ difficile sostenere il contrario. Sarà anche quella del dopo 13 e 14 aprile? Non bisogna essere dei veggenti per sapere che difficilmente i risultati delle regionali e delle politiche potranno modificare una contesto che conosciamo sin troppo bene. Quando la Sicilia diverrà una regione con due parti che si contendono di volta in volta la vittoria, avremo la possibilità di sperimentare le virtù della democrazia dell’alternanza. E conosceremo parti politiche che cercheranno di fare bene quando governano, perché sapranno che altrimenti altri saranno chiamati dal popolo a occupare il loro posto. Sino a quel momento non potremo che sperimentare una democrazia politica che, pur rispettando la lettera della Costituzione Repubblicana, che quest’anno compie sessanta anni, ne tradisce in maniera clamorosa e quotidiana la sostanza.

sabato 29 marzo 2008

Musica e Pizzo

CENTONOVE
28 Marzo 2008
PALERMO, CONCERTI CON IL PIZZO
Francesco Palazzo


Ebbene sì, anch’io sono un pagatore di pizzo. Non mi riferisco a quello che, “normalmente”, i posteggiatori abusivi ti chiedono per le vie della città a qualsiasi ora del giorno. E, in prossimità dei locali alla moda, anche della notte. Dove da certi macchinoni vedi uscire mani ben curate che consegnano l’obolo. Su queste vessazioni, dopo anni di esercizio, sono riuscito ad averla vinta. Dove ancora non ho mietuto successi apprezzabili, anzi possiamo parlare di completo fallimento, è in occasione dei concerti palermitani al palasport. Nell’ultimo anno, tra Guccini, Max Pezzali e, quindici giorni fa, Venditti, mi è capitato di recarmi lì almeno tre volte. Ed è stata sempre la stessa storia. Giovanotti aitanti, o adolescenti quasi bambini, coprono i chilometri di marciapiede a destra e a sinistra della struttura. Non c’è verso di sfuggirgli. Si avvicinano e chiedono se vuoi dare un contributo per il caffè (che è un argomento come un altro, equivale a domandare la quota mensile ai commercianti per i poveri carcerati). In questo caso, a differenza dei ristoranti, dei cinema o di altri locali pubblici, la tempistica è diversa. Se in quelle circostanze la convenzione è che si paga dopo, e all’inizio c’è solo il riconoscimento ufficiale dell’uomo col berretto e fischietto, per cui alla fine puoi simulare un’amnesia, un’ubriacatura, o semplicemente ignorare la cosa, per i concerti al palasport i soldi devono essere anche pochi (e qui devi quartiarti), maledetti (per chi li sgancia) e subito. Perché poi, all’uscita, non trovi più nessuno. Questo tipo di pizzo non riesco ancora a sopraffarlo. L’ultima volta, appunto due settimane addietro, pur provando sempre fastidio, avevo già preparato, prima di scendere dall’amata quattro ruote, i due pezzi da cinquanta centesimi in una tasca del jeans dedicata, per l’occasione, solo a questa funzione. In modo da evitare che dal buio serale uscisse fuori inavvertitamente un pezzo da due euro e i caffè diventassero quasi tre. La qual cosa avrebbe fatto ancora più male al mio fegato, pur non avendone bevuto neanche uno. Dunque, confesso, pago e, appena inizia il concerto, non ci penso più. E quel che scrivo appresso non serve a giustificarmi. Nel tragitto che dal posteggiatore mi porta al tempio palermitano della musica moderna, ci rimugino sopra. Allora cerco di puntare i rappresentanti delle forze dell’ordine per comunicare timidamente, sentendomi colpevole e senza alibi per aver sborsato l’euro, che lì fuori è tappezzato di gentili soggetti che pretendono il pagamento forzato. Facendoti capire, platealmente, con sottili doti di comunicatori non verbali, che tu vai, ma la tua auto rimane lì. Più in particolare ho cercato, sinora vanamente, di comprendere che bisogno c’è, invece di presidiare soprattutto il territorio esterno al luogo del concerto ingaggiando la battaglia con i posteggiatori, di militarizzare abbondantemente solo le immediate adiacenze di un posto frequentato, in larga parte, da quaranta-cinquantenni e da ragazzi. I quali, come impellenza irrinunciabile e imperativa, spentesi le voglie rivoluzionarie per grandi e piccoli, possono avere quella di andare in bagno. Se la prostata protesta o se il pargolo fa la cacca. Oppure di mandare messaggini innocui e costosi in continuazione. Tutte attività che difficilmente possono ricadere sotto le attenzioni dell’ordine pubblico. L’ultima volta, un omone in borghese e con un medaglione, forse un ispettore, mi ha consigliato di chiamare i carabinieri, che avrebbero arrestato i rei per pizzo. Addirittura! Aveva un accento napoletano, era simpatico e l’ho presa bene. Nel concerto precedente un altro uomo, questa volta in divisa, è stato almeno più diretto. Chiedendomi retoricamente e con un certo implicito sfottò, visto che il mio accento non è affatto sud tirolese, se vivevo a Palermo. E perché mai non avevo ancora capito, da siculo purosangue, come funzionano le cose a certe latitudini.

sabato 22 marzo 2008

POLITICA SICILIANA BLOCCATA


LA REPUBBLICA PALERMO – SABATO 22 MARZO 2008

Pagina I
L´ISOLA NELLO STAGNO
FRANCESCO PALAZZO



Le considerazioni che seguono si potrebbero fare a urne aperte e a risultati acquisiti. Avremo tempo per dilungarci su di essi. Nel frattempo un dato emerge, ancora una volta, in questa doppia campagna elettorale. Non è legato al momento presente o alle persone proposte oggi dal centrodestra e dal centrosinistra per governare l´Isola o per sbarcare a Roma. Il punto è che in Sicilia le regole dell´alternanza non riescono ad attecchire. Tale problema investe in pieno quella parte, il centrosinistra, che si trova perennemente a sostenere sfide impossibili. Dove il dilemma non è se si sarà sconfitti, ma come si perderà, se meglio o peggio dell´ultima volta. Alla Regione il centrosinistra ci ha provato e ci prova, nelle ultime tre tornate elettorali, compresa anche questa, con personalità molto diverse, come Leoluca Orlando, Rita Borsellino e Anna Finocchiaro. Il centrodestra può avanzare qualsiasi nome e gli va sempre bene, prima ancora che si incrocino le armi della dialettica politica e a prescindere da queste. A livello nazionale, dal 1994, i governi non sono mai riusciti a confermarsi la volta successiva. La Sicilia, tranne qualche aggiustamento, non si è accorta di niente, il centrodestra ha sempre brindato. Nelle regioni a noi vicine c´è stato il ricambio. È accaduto, per citare i casi più eclatanti, in Calabria, in Puglia e in Campania. Dove il centrosinistra è riuscito, oltre che a prevalere nel voto politico del 2006, cedendo soltanto il premio al Senato in Puglia, a imporsi alla guida di quelle Regioni. Parliamo sempre di società meridionali, luoghi dove, a differenza che da noi, la struttura del consenso è evidentemente mobile. Prendiamo la Campania. È amministrata da molto tempo dal centrosinistra. Pensate che, se votassero domani per la Regione, i campani non si ricorderebbero della questione rifiuti votando in massa per il centrodestra? Pare che lo faranno a cominciare dalle politiche.In Sicilia, se prendiamo il voto regionale e politico, tralasciando gli enti locali che meritano un discorso a parte, non c´è mai vera gara. L´abbiamo detto altre volte, pesa molto la debolezza strutturale dei partiti del centrosinistra. Ma detta così è sin troppo banale, bisognerebbe capire perché ciò accade sistematicamente soltanto per una parte. In fondo, tutti i partiti hanno problemi simili. Pure altri argomenti sono deboli, come quelli che si soffermano sull´esiguo reddito pro capite, sul basso tasso di occupazione, sul clientelismo o sulla presenza invasiva della criminalità. Forse che in Calabria, in Campania e in Puglia si è più ricchi, si lavora di più o c´è meno clientelismo? Si può affermare che in quei territori le mafie siano meno presenti?Del resto, è impensabile che, appena passato lo Stretto, i partiti del centrosinistra acquistino doti di acchiappavoti da noi irraggiungibili. A confermare il ragionamento c´è la cronaca politica recente. Le rovinose dimissioni del governo nazionale hanno dato una spinta verso l´alto, probabilmente quella decisiva, al centrodestra. Evento normale. Da noi neanche un´interruzione drammatica della legislatura, dopo le dimissioni del governatore per i noti motivi, riesce a produrre un calo di gradimento per la parte politica che ha subito l´evento. È come se niente fosse accaduto. Insomma, pure in questo aspetto della vita sociale siamo davvero speciali e poco comprensibili. A noi stessi, prima ancora che agli altri. Tale quadro bloccato è quello che genera, come sottoprodotti, le distorsioni che conosciamo e che si duplicano costantemente nelle viscere della vita pubblica regionale. Una società statica politicamente non può che crogiolarsi nei suoi peggiori difetti, i quali non appartengono solo alla maggioranza, ma anche all´opposizione. Che, stando così le cose, finisce per cadere in un fatale circolo vizioso. Solo un continuo ricambio nella gestione della cosa pubblica può fare intravedere le luci della buona amministrazione. Unica via d´uscita per far compiere ai siciliani, non retoricamente, passi in avanti. Ma per raggiungere tale fine è tutta una società, non solo quella partitica, che deve muoversi. Sinora le bocce sembrano ferme. Qualche onda che si muove di tanto in tanto si rivela, quando si contano i voti, solo una fugace e superficiale increspatura. In un mare che circonda l´Isola e che sembra essere sempre più uno stagno.

I VOLI DELLA POLITICA SICILIANA

CENTONOVE
21 3 2008
Pag. 2
SE LA POLITICA VOLA VIA
Francesco Palazzo




Una volta si diceva che il miglior medico per i malati siciliani di una certa gravità era l’aereo. Salirci su, verso traguardi terapeutici più efficaci, significava avere più speranze di guarigione. Non sappiamo se sia ancora così. Certamente questo è un rimedio ancora praticato, molto più che in passato, dalla politica siciliana d’ogni colore. Si prende l’aeroplano e si va nella capitale per capire chi devono essere i candidati alla presidenza della regione. Si passa dal check-in per farsi dettare le liste dei candidati per camera e senato. Ovviamente ciò serve poi, appena scesa la scaletta dell’aeromobile che riporta in “patria”, per dire che “sono stati loro”, “noi non c’entriamo niente”, “io gliel’avevo detto”, “era un errore”. E via scusandosi. Eppure concetti come autonomismo e partito federale sono utilizzati a piene mani, ma solo nei periodi in cui non c’è niente d’importante da decidere. Quando il momento si fa topico, si stacca il biglietto e si torna tra le nuvole verso la città eterna. E’ vero, di tanto in tanto, qualcuno giunge da Roma per portare il nuovo verbo. In questi casi tripudi di bandiere, gazebo, ovazioni e quant’altro si sprecano. Una volta è l’unità quella che conta, la volta successiva è l’andare da soli il nocciolo della questione. Prima si fa passare come vitale la scelta di non entrare in un partito più grande, dopo qualche mese contrordine, avevamo scherzato. Qui va bene l’una e l’altra cosa, il più e il meno, il bianco e il nero. Franza o Spagna, basta che se magna. Certo, questo modo ottocentesco di intendere la politica, grosso modo, varrà pure per le altre realtà regionali. Ma ci vuol poco a capire che in Sicilia, al di là del dato geografico, c’è un qualcosa in più che si aggiunge al quadro. Perché è da decenni che da noi non vengono fuori, dalla società più diffusa e dai partiti, persone in grado di porre qualcosa di particolare, di nuovo, di appena interessante, nell’agenda politica del paese in maniera duratura. In modo che qualcuno, da Roma, possa anche venire per apprendere. E quando in un passato, anche recente, è capitato, non è durato molto. Molto presto il centralismo, i personalismi, le incertezze, il clientelismo più sfrenato, hanno finito per prevalere su tutto, lasciando spesso il deserto. Tuttavia, è meglio comunque provarci, che stare sempre ad aspettare il momento dell’imbarco verso il continente, come gli studenti il suono liberatorio della campanella. Ma oggi non ci si prova più. Gli uomini e le donne siciliani che vivono di partiti e di politica passano, più che in Sicilia, molto del loro tempo nelle aerostazioni. E anche quando ottengono qualche incarico di un certo rilievo a livello nazionale, ciò non accade in forza di elaborazioni politiche originali nate nell’isola, ma in quanto sono riusciti ad attaccarsi a catene di comando che tengono altrove, ben lontano dalla Sicilia, l’anello attaccato al muro che tiene tutto in piedi. Dobbiamo anche rilevare che pure le esperienze che nascono inizialmente fuori dai partiti, sul territorio, finiscano per sciogliersi tra un volo e un altro. O tra una candidatura al senato e una alla camera. Volare, quindi, canterebbe il grande Modugno, come contrassegno e marchio di una politica isolana che solo così riesce a staccarsi da terra, dalla monotonia, dalla mediocrità. Non importa se si faccia parte dello schieramento vincente, o che ci si sbatta per anni la testa sul muro di sconfitte ripetute e sempre più rovinose. E non si tratta di questa o quella legge elettorale che riserva ai partiti, e quindi alle centrali romane, più o meno influenza. No, è un modo d’essere, una disposizione dell’anima. Talvolta un modo, l’unico, per continuare ad esistere. Immaginate solo quanti decolli e atterraggi hanno dovuto sommare coloro i quali si trovano inseriti nei posti giusti nelle liste di camera e senato. Chissà quanti anni di voli occorrano per ottenere un sicuro scranno parlamentare. La cui conquista forse nasconde, più che la voglia di entrare nei luoghi principali del potere, la certezza che per cinque anni si potrà continuare a volare.

venerdì 14 marzo 2008

Sicilia, Partito Democratico: quale rinnovamento nelle liste per Roma?

CENTONOVE
14 MARZO 2007
PAG. 46
LISTE DEL PD, SEMPRE PIU' FUSI E CONFUSI
di
Francesco Palazzo




Scorrendo i cognomi delle liste che il partito democratico ha ufficializzato per Camera e Senato, intendiamo dire le posizioni che prevedono una sicura o probabile elezione, giacché tutto il resto è ornamento, difficilmente si può contestare che si tratta di un’operazione ben lontana da quel modo diverso di fare politica che la neonata formazione aveva promesso di rappresentare in Sicilia. La percentuale degli esponenti dei due partiti che si sono fusi, DS e Margherita, è altissima, diciamo quasi totale. Ovviamente, un partito ha tutto il diritto di mettere in lista chi vuole. E noi non interverremmo se solo, lo stesso partito, non ci avesse nei mesi scorsi martoriato, un giorno sì e uno pure, sulla novità sconvolgente che avrebbe significato per la nostra regione. Dove sta, dunque, tale novità? E’ possibile che quando si lanciano slogan si è super bravi e nel momento in cui si deve quagliare, la musica cambia improvvisamente? Si pensa davvero che mettere un’operatrice di un call center in lista, che serve peraltro a coprire ben altre pratiche spartitorie, significa rinnovarsi o catturare il voto dei disoccupati e dei precari siciliani? Non siamo ingenui, immaginiamo quali umani appetiti, di corrente, di cordata, persino familiari, si scatenino intorno ad uno scranno parlamentare. Succede in tutti i partiti, a maggior ragione in una formazione appena formatasi dalla fusione di due grandi tradizioni politiche. Nel caso specifico, ipotizziamo, le liste avranno dovuto tenere conto delle diverse sensibilità, degli ambiti di provenienza dei singoli gruppi, che ancora, evidentemente, non si sentono un partito unico. E’ accaduto pure con l’elezione dei segretari regionali. In quella regione toccava alla Margherita, in quell’altra ai DS. Per la Sicilia la casella doveva essere occupata dai petali del delicato fiore e non dai rami della possente quercia. E così è stato. Una volta si chiamava centralismo democratico, che almeno aveva dei criteri di orientamento, adesso, che i partiti devono essere leggeri, non si sa come chiamarlo. Dovremmo dotarci di un nuovo vocabolario della politica. Nel frattempo sarebbe il caso che un partito come quello democratico, dopo un primo periodo di comprensibili incertezze seguite alla nascita, si avviasse ad essere qualcosa di meno sfuocato. Tale operazione, nella misura in cui avverrà, non sarà univoca su tutto il territorio nazionale, avendo ogni realtà la sua specificità. In Sicilia, dove spesso e volentieri ci sono da amministrare sconfitte, sarà più difficile che altrove. Nel governare l’abbondanza può essere che i cordoni della borsa si aprano, e riesca ad uscire fuori, o ad entrare dentro, qualche sprazzo di trasformazione sostanziale. Che non vuol dire affatto che la società civile è migliore di quella politica, questa è una banalità. Ma sta a significare che i due mondi, quello di coloro che fanno della politica una professione e quello di quanti fanno principalmente altro, ma vogliono impegnarsi nella gestione della cosa pubblica, riescono in qualche modo a parlare un linguaggio che si riconosca in alcuni fondamenti comuni. Non è proprio questo, in fondo, il compito che dovrebbe intestarsi, forse più in Sicilia che altrove, un partito come quello democratico? Ma fare i conti con una dote di consenso non proprio esaltante, ed è quello che accade da noi, e abbiamo l’impressione che tra regionali e politiche non assisteremo a sostanziali cambiamenti in positivo, significa che i posti sono sempre di meno, le opportunità poche, le certezze rare. Ecco, allora, ed è ciò che è accaduto nella composizione delle liste, che si ha la frenesia di occupare i pochi spazi che contano. Il Partito Democratico siciliano ci proverà la prossima volta a lanciare un concreto messaggio di cambiamento. Stavolta non è andata molto bene. I dirigenti siciliani del partito comprenderanno che, con queste liste, non daranno, a chi ha votato sinora centrodestra, molti motivi per cambiare rotta il 13 e il 14 aprile.