sabato 29 novembre 2008

Rifondazione Comunista in Sicilia, due per cento diviso cinque

CENTONOVE
28 novembre 2008
Pag. 2
Sinistra, facciamoci del male
Francesco Palazzo
Dunque, Rifondazione Comunista siciliana esce dal congresso regionale, svoltosi lo scorso fine settimana a Pergusa, divisa in cinque. Per una formazione politica che, per citare un dato elettorale vicino e significativo, non è andata oltre la media del 2,095 per cento in occasione delle provinciali siciliane del 2008, nelle sei province dove ha presentano una lista autonoma, è una sorta di record assoluto. Tale frammentazione, è bene dirlo, non è figlia delle discussioni siciliane interne al partito, ma è la fotocopia, precisa, senza nemmeno un’imperfezione, di quanto accaduto a livello nazionale nell’ultimo congresso di fine luglio. Ma con un peggioramento rispetto al quadro nazionale. Perché almeno lì si è riuscito a eleggere un segretario. Da noi l’individuazione della guida regionale è stata demandata a un organismo politico, suddiviso in cinque, nominato dai congressisti. Per intenderci sullo spessore quantitativo di Rifondazione in Sicilia, diciamo subito che i voti ottenuti dalla falce e martello rifondarla alle ultime provinciali, sempre nelle sei province in cui è andata da sola, risultano essere 32.573. Lo stesso ordine di grandezza che, alle regionali del 2006, in una sola provincia, quella di Palermo, ha totalizzato il candidato più votato, Antonello Antinoro, che ha intercettato 30.302 preferenze. Lo stesso si è poi quasi ripetuto alle ultime regionali, superando ventottomila voti. Facciamo questo riferimento comparativo per mostrare quale è la dimensione del confronto politico siciliano. Un solo candidato, di una sola provincia, di un partito, l’UDC, il terzo, non il primo, per dimensione di consenso, della maggioranza che governa alla regione, equivale, pressappoco, alla diffusione regionale del secondo partito della coalizione di centrosinistra. Chissà se ci hanno pensato i protagonisti delle cinque mozioni che hanno incrociato le armi dialettiche a Pergusa. Eppure, basterebbe una semplice calcolatrice, e non l’elaborazione di chissà quali geniali tesi politiche, per capire quanto sia improduttivo, dannoso, arduo trovare il termine giusto, guardarsi l’ombelico minoritario scavandosi la fossa con lacerazioni interne sino a scomparire in esse o cercare di trovare la risultante perfetta di cinque pezzi di un microscopico due per cento. Lo diciamo da tempo. La possibilità di un’alternanza in Sicilia, oltre che dalla solidità del Partito Democratico, che certo al momento non naviga in buone acque, anzi pare proprio segnato dalla burrasca, passa dalla consistenza numerica, non inferiore al 15 per cento, di una gamba sinistra che torni a farsi capire, e soprattutto a farsi votare, dal corpo elettorale siciliano. Al momento tale parte di centrosinistra, composto, oltre che da Rifondazione, dalla Sinistra Democratica, il cui leader nazionale è un siciliano, Claudio Fava, dal Movimento un’Altra Storia di Rita Borsellino, dai Comunisti Italiani e dai Verdi, pare non interrogarsi, unito, su ciò che occorrerebbe alla Sicilia. Se non da prospettive troppo parziali, sovente, come il caso di Rifondazione mostra, dilaniate e polverizzate oltre ogni ragionevole e comprensibile misura. Il punto è che qui ci va di mezzo non tanto il destino del centrosinistra, che può interessare solo chi lo vota, ma la stessa qualità della democrazia in Sicilia. Senza alternanza vincono sempre gli stessi. La maggioranza di centrodestra che oggi cerca di governare (e di non litigare) alla regione, costituisce, da sola, una forza autoreferenziale. Nel senso che incorpora, basta guadare gli scontri all’arma bianca sul comparto sanità, sia la maggioranza sia l’opposizione. Osservando ciò, ci perdonino gli amici siciliani di Rifondazione, non riusciamo proprio a capire l’utilità, per la nostra regione, dell’ultimo congresso che li ha visti protagonisti.

sabato 22 novembre 2008

Intellettuali e società in Sicilia

CENTONOVE
21 11 2008
A che servono gli intellettuali
Francesco Palazzo


Da più parti torna a farsi viva la questione del silenzio degli intellettuali in Sicilia. Qualcuno ha detto chiaramente di non credere al ruolo di trascinamento degli intellettuali. Tra questi, gettando uno sguardo al passato, potremmo citare Sciascia. Tuttavia, molti pensano, e scrivono, che se questo silenzio finisse, si potrebbe porre mano ai tanti guai in cui siamo immersi. Il dibattito, è bene ricordarlo, è abbastanza ciclico e non riguarda ovviamente la sola società siciliana. Ogni tanto spunta fuori questa storia degli intellettuali, per alcune settimane s’incrociano le “armi” del pensiero e della parola scritta. Poi si torna al quotidiano. Senza che niente sia cambiato. E del resto non può che essere così. E ciò accade perché si sconta, con tutto il rispetto per chi la pensa diversamente, un ritardo culturale antico. In sostanza, si continua a pensare che la società abbia bisogno di qualcuno che pensi per tutti, che formi le coscienze, che suoni la sveglia, che indichi le risposte alle più spinose domande. Abbiamo ancora bisogno di persone siffatte? E quando abbiamo pensato di averne bisogno, ed esse si sono rivelate in carne e ossa, hanno contribuito forse a spostare di qualche centimetro la comprensione e il cambiamento della realtà quotidiana? Con tutta evidenza, pare di no. E se ciò è accaduto ha riguardato una cerchia ristretta di soggetti e non il tessuto vivo di una società come quella siciliana. Il problema è che si ha ancora una visione elitaria, minoritaria, aristocratica, della cultura. Con questo termine s’intende, infatti, un sapere (che spesso non è un saper fare) circoscritto a poche individualità e staccato dal resto del mondo. Che cosa è in questo momento la cultura siciliana, che fattezze presenta? Sta nelle stanze degli intellettuali, sia che parlino sia che stiano in silenzio, o la troviamo in una sommatoria infinita, sempre da ricomprendere, di mille sfaccettature difficili da vedere? Le città delle nostra regione, la Sicilia intera, non stanno mai silenti. Parlano in continuazione, comunicano sempre qualcosa, in un flusso ininterrotto di decisioni e di modi di essere e di fare. Bisognerebbe intendere meglio le une e gli altri. Non auspicando la nascita o la scoperta di una o più guide intellettuali, oppure di quartieri generali da dove emanare direttive al popolo bue, ma spalmando la parola cultura, democraticamente, su tutta la società, per afferrare quale è la risultante, sempre provvisoria, del ragionamento complessivo. O meglio, cercando di scoprire quante culture ha un popolo come quello siciliano, in quali luoghi e in che maniera si esprimono. Cosa lasciano nel terreno della storia e della società negli anni e cosa trattengono. Forse, dopo aver fatto tale operazione, ci si renderà conto che non sono gli intellettuali (o gli scrittori) a produrre cultura, ma un intero popolo. E allora gli intellettuali (o gli scrittori), o il ceto medio riflessivo, apprenderanno cultura dalla parte restante della società siciliana. E non se ne sentiranno una parte staccata che deve far finta di capire tutto, standosene in silenzio o parlando, fate voi, anche quando niente hanno compreso. Se deve esserci cambiamento in questa terra, e certamente tanto va nel verso sbagliato, questo non può prefigurarsi trainato da presunte menti illuminate. Ma deve fare i conti con la società siciliana così com’è. Cercando di trovare in essa, e insieme con essa, i frammenti culturali, cioè schegge di vita vissuta, per mettere insieme qualcosa di diverso e di più civile. Se si farà il contrario, come sinora sempre accaduto, cioè se si penserà che pochi devono pensare e decidere per tutti, perché hanno letto più libri o sono più intelligenti, ecco che gli intellettuali, ammesso che esista ancora questa figura ottocentesca, potranno anche parlare sino a sfinirsi e a sfinirci. La storia andrà dove decideranno il 99.9 per cento dei siciliani. Che sono, piaccia o meno, i veri produttori di cultura, in quanto sono loro che hanno il timone dell’oggi e del domani tra le mani. Chi si vuole mettere in ascolto, che si senta un intellettuale o meno, cominci a farlo. Senza assumere atteggiamenti pedagogici verso chi si pensa non elabori pensieri e visioni del mondo e che invece, con nostra grande sorpresa, potrebbe donarci gli occhiali per guardare meglio.

giovedì 20 novembre 2008

La chiesa logorroica sul sesso degli altri, in silenzio su se stessa


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 20 NOVEMBRE 2008

Pagina X
I PRETI DELLO SCANDALO NEL SILENZIO DEI CATTOLICI
FRANCESCO PALAZZO


Possibile che un uomo di chiesa per dare risposta alle proprie normali pulsioni amorose e sessuali, debba essere costretto a percorsi clandestini? La vicenda del sacerdote siciliano che ha denunciato la sua presunta ricattatrice, al di là dei risvolti penali che interessano solo il versante giudiziario, investe ancora una volta un problema che la chiesa, ovviamente non solo quella siciliana, finge di non vedere. Quanti uomini e donne di chiesa, religiosi, parroci, suore e quant´altro, vivono la dimensione sentimentale e affettiva in segreto, nel terrore di essere scoperti? C´è chi sostiene che sono moltissimi. C´è chi, se la cosa resta in un ambito ristretto, viene dissuaso nelle segrete stanze. Le conseguenze sono praticamente nulle sul piano ecclesiale o personale. Ci dicevano tempo fa che si può anche arrivare, senza che quella «macchia» passata crei problemi, al soglio vescovile, pure di grandi diocesi: basta che non si sappia in giro e che, soprattutto, non ne scrivano i giornali. C´è chi continua cercando di non farsi scoprire. Con mille, possiamo facilmente ipotizzare, sotterfugi, precauzioni, ansie, sensi di colpa. Quale serenità e realizzazione personale possano avere, in tali casi, un uomo o una donna che hanno fatto della fede il loro unico motivo di vita, è facile immaginare. Ma non tutti ce la fanno. La sofferenza non più sopportabile può portare alla scelta deliberata di rompere con una vita impossibile e fa allontanare molti dalla vita religiosa consacrata. In questi ultimi casi si tratta di veri legami. Molti nomi ci vengono in mente di conoscenti che hanno lasciato per questo motivo. Talvolta sono i migliori. Uomini e donne di chiesa che non avrebbero avuto nessuna difficoltà a continuare la loro vita di fede nell´istituzione chiesa e, contemporaneamente, senza togliere niente a nessuno, come avviene nelle chiese protestanti, avere una famiglia, dei figli, una vita propria. Per alcuni, pochi (ma costituiscono solo la punta di un gigantesco iceberg) prima o dopo la vicenda balza fuori nel modo peggiore, senza che loro lo vogliano o l´abbiano scelto. In questi casi la situazione può presentare, oltre alla sanzione ufficiale dei vertici cattolici, qualche complicazione. La donna può essere a sua volta sposata, può trattarsi di sesso mercenario, di relazioni omosessuali che la chiesa continua a mettere al bando. Oppure la pulsione sessuale repressa può anche prendere strade che portano a circuire minori. Cioè quei soggetti con i quali può essere più semplice, in ambito religioso, venire in contatto. Cose risapute. Tuttavia sorprende il silenzio (possiamo chiamarla omertà?) che ogni volta c´è negli ambiti ecclesiastici. Nessuno, diciamo nessuno, zero, tra i parroci, le suore, i vescovi, i diaconi, i seminaristi fa sentire la propria voce in proposito. Pensate che dopo quest´ultimo episodio qualcuno dirà cosa pensa dell´argomento in generale? Siamo facili profeti in patria. Non ascolteremo niente. Possiamo solo dire che abbiamo pena di chi vive in un contesto simile. In cui non è concesso, pena l´epurazione, l´allontanamento definitivo o la punizione, dissentire pubblicamente, e non clandestinamente, su temi cruciali quali l´amore e la sessualità.

domenica 16 novembre 2008

Palermo-Berlino: andata e ritorno


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 16 NOVEMBRE 2008

Pagina I
La polemica
Capi e capetti litigano mentre la città affonda

FRANCESCO PALAZZO


Il mugnaio prussiano che si rivolse all´imperatore e fu trattato con sufficienza, nel salutarlo gli disse: «Ci sarà pure un giudice a Berlino». E il giudice a Berlino c´era, ed era giusto. Noi potremmo parafrasare, leggendo della trasferta bipartisan nella capitale tedesca, appena conclusa, dei sette consiglieri comunali palermitani, scrivendo: «Ci sarà pure un amministratore a Berlino». E l´amministratore a Berlino c´è, ed è evidentemente capace, se si va da lui per imparare Le cronache ci informano che i sette rappresentanti istituzionali sono stati intrattenuti sul trasporto pubblico berlinese, sulla finanza e sull´ordinamento degli enti locali e sullo smaltimento dei rifiuti. Insomma, su aspetti fondamentali e strategici del governo locale. Che da noi, con evidenza solare, funzionano in maniera pessima da tempo, senza che si intraveda una qualche luce. Le uniche due competenze in cui sembrano, invece, esperti e rodati i governanti palermitani sembrano essere il valzer degli assessori e le liti perenni nella maggioranza bulgara (o siciliana) di cui dispongono. Bisticciano per trovare le migliori soluzioni ai tanti incancreniti problemi della città? Sostituiscono, alla velocità della luce, gli assessori perché, via via, individuano personalità sempre più preparati nei vari settori? Ciò accadrà certamente a Berlino. A Palermo primeggiano le faide tra i partiti, nei partiti, tra le singole correnti, tra capi e capetti soggiornanti tra Roma e la Sicilia. Qualche giorno fa pure i lavori del Senato si sono bloccati per alcuni minuti a causa delle turbolenze palermitane. Possiamo supporre che i sette consiglieri, dei quali lodiamo la volontà di apprendere e praticare in teoria percorsi virtuosi, saranno tornati come quei turisti, cioè come tutti noi, che lodano gli altri tornando dai viaggi estivi, per poi ricominciare e continuare con le solite abitudini quotidiane, utili per sopravvivere nella giungla palermitana. Dubitiamo che sette amministratori berlinesi, parigini o londinesi, fate voi, potrebbero trovare interesse a trascorrere, se non per un´esaltante vacanza di sole e mare, alcuni giorni a Palermo al fine di importare qualche buona pratica nelle loro realtà territoriali. Una volta eravamo il caso Palermo, sperimentavamo inedite e apprezzabili, seppur controverse e criticabili, configurazioni politiche. Ci si scontrava e si polemizzava sulla città. Oggi stiamo diventando un caso patologico. Oppure grottesco. Basta pensare alla vicenda delle zone a traffico limitato. Possibile che in otto anni di governo non si sia ancora in grado di predisporre provvedimenti, un minimo funzionanti, nel settore della mobilità che non siano le solite, estenuanti, estemporanee e perciò inutili soluzioni tampone? I consiglieri comunali berlinesi, su questo e altri aspetti della vita pubblica palermitana, rimarrebbero a bocca aperta. Lo stesso farebbero quelli parigini e londinesi. E dopo il prolungato stupore, come si fa per tutti i casi anomali, comincerebbero ad analizzarci attentamente. Per studiarci bene e capire cosa va evitato accuratamente quando si governa una grande città. «Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: ecco il titolo che politici stranieri, ma anche solo emiliani, toscani o lombardi, potrebbero dare a un loro eventuale (e improbabile) stage nella Palermo che affonda.

giovedì 13 novembre 2008

Antimafia differente tra Comiso e Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 13 NOVEMBRE 2008

Pagina XV
SOCIETÀ CIVILE SILENZIOSA SUL FRONTE DELL´ANTIMAFIA

FRANCESCO PALAZZO

C´era un tempo in cui il sostegno della società civile palermitana, organizzata o meno, ai magistrati antimafia era scontato e palesato con partecipatissime manifestazioni di piazza. Bastava un minimo accenno di attacchi alla Procura perché si mettesse in moto la macchina organizzativa. Negli anni successivi alla morte di Falcone e Borsellino ci è capitato molte volte di assistere a eventi del genere organizzati davanti al palazzo di giustizia, soprattutto, ma non solo, in occasione degli anniversari delle due stragi del 1992. Nel corso di quest´anno due appelli accorati e allarmati del procuratore Francesco Messineo sembrano invece caduti nel vuoto. Il primo a gennaio: il procuratore si chiedeva, parlando di «genocidio giudiziario», come si potevano mandare avanti gli uffici con una riforma dell´ordinamento giudiziario che stava facendo decadere uno dietro l´altro buona parte dei magistrati che avevano già maturato, come procuratori aggiunti, otto anni sempre nello stesso posto. Con, in più, una stretta alle risorse che per il 2008 avrebbe decurtato del 90 per cento i fondi destinati allo straordinario del personale. E tenendo conto che ai giovani magistrati - freschi vincitori di concorso - il nuovo ordinamento impediva di chiedere come prima sede la procura. Per la verità, già nel luglio del 2007, il procuratore Messineo aveva parlato di una procura che nel giro di pochi mesi sarebbe stata decapitata. Il mese seguente aveva lamentato che il disegno di legge del centrosinistra, che riduceva a tre mesi le intercettazioni ambientali utilizzate nelle indagini antimafia, dava una mazzata alle indagini che invece arrivano anche a oltre i due anni. Leggendo un articolo di questo giornale del 6 novembre abbiamo appreso che i pericoli previsti dal procuratore hanno infine preso corpo. In procura sempre più stanze restano vuote, solo uno dei dieci posti vacanti è stato assegnato. Nessuno vuole più venire a Palermo. Quelli che c´erano, a parte i limiti posti dall´ordinamento, sono andati via sfiduciati. Ci pare una circostanza di un peso enorme. Perciò è ancora più pesante il silenzio, pubblico ma anche privato, di quella che un tempo era la società civile impegnata sul fronte dell´antimafia. Possibile che nessuno senta il bisogno di chiamare pubblicamente a raccolta associazioni, movimenti e singoli? Come mai non si vedono, come in passato, striscioni, cortei, fiaccolate? E non è che, per altre questioni, si sia persa la forza della mobilitazione. Recentemente si è svolta a Comiso una sacrosanta manifestazione affinché l´aeroporto della cittadina torni a chiamarsi Pio La Torre. Se sia più pesante il deserto attuale della procura, o la condannabile reintroduzione del vecchio nome all´aeroporto di Comiso in sostituzione di quello di Pio La Torre non lo sappiamo. Certo lo stesso La Torre se oggi vedesse lo svuotamento degli uffici giudiziari palermitani preposti a perseguire Cosa nostra, dopo essere andato a protestare a Comiso, correrebbe di corsa a Palermo per tentare di affrontare l´emergenza antimafia.

sabato 8 novembre 2008

Mafia e politica: quando la seconda scompare

CENTONOVE
Settimanale regionale di politica, cultura ed economia
7 novembre 2008
Mafia e politica, binomio in crisi
Francesco Palazzo
Bisogna capirlo una volta per tutte. Oppure processo dopo processo. Come vi torna più semplice. Il rapporto che lega la mafia alla politica si risolve e si affronta esclusivamente nei tribunali. Quando si è assolti, vince la politica, quando si è condannati, hanno la meglio le toghe. Che poi le sentenze contengano verità tecniche, ossia che si muovano in una sfera del tutto diversa da quella della politica, nel cui ambito conta più la sostanza che la forma, passa in secondo piano. Quando c’è il bollo della giustizia, non c’è spazio per nessun’altra riflessione, che non sia la beatificazione dell’assolto o la discesa agli inferi del condannato. Ma non sempre, in quest’ultimo caso. Perché si può sempre gridare al complotto giudiziario pur dopo pesantissime condanne. O leggere le sentenze, anche dopo l’ultima parola della cassazione, secondo quanto conviene alla politica. Stando così le cose, non ci rimane che leggere e registrare passivamente, da parte della politica, le calorose dichiarazioni di plauso, che non mancano mai, dopo ogni operazione di polizia contro le cosche. Oppure la solidarietà, anche questa sempre presente, nei confronti di coloro che subiscono minacce. Ultimo, il caso Saviano. Poi la vita prosegue, come sempre. Con la politica, e con essa, non dimentichiamolo, tutta una società, borghese e popolare insieme, che ne elegge i rappresentanti, più attente a non incappare nelle grinfie, nel mirino, della macchina giudiziaria che a sciogliere veramente e autonomamente il nodo, importante, fondamentale, decisivo, che lega le mafie alla politica. Ogni tanto qualcuno, soprattutto se si avvicinano le elezioni e di entrambi le coalizioni che si fronteggiano, tira fuori l’amuleto del codice di autoregolamentazione. Mai usanza fu più inutile, ipocrita e retorica. Perché i codici, cui i partiti dicono sorridendo di aderire, ma solo per non fare brutta figura con il mondo intero, sono come le preghiere di penitenza che il nostro buon parroco una volta, non so se ancora è così, perché è da molto che sono fuori esercizio, ci appioppava dopo la confessione come espiazione dei nostri piccoli e grandi peccati. Con il tacito accordo, tra peccatore appena perdonato e sacerdote assolvente, che all’uscita della chiesa si azzerava il contatore e tutti peccatori come prima. E così è per buona parte dei partiti e per quasi tutto il corpo elettore. Una cosa sono le roboanti parole, delle quali ormai l’antimafia teorica del giorno dopo è satura sino alla nausea. Un’altra è l’antimafia praticata del giorno prima, quella quotidiana, fatta di frequentazioni non sospette, limpide azioni amministrative, cittadinanze responsabili, sulla quale dovrebbero esercitarsi, ma non lo fanno quasi mai, la politica e la società che la esprime. Poiché bisogna pragmaticamente fare i conti con ciò che si ha davanti e non con il migliore dei mondi possibili, che alberga nei nostri migliori sogni notturni, prendiamo atto che ormai il legame mafia politica non esiste più, se non, appunto, nelle aule giudiziarie, ma con le conseguenze aberranti che assegnano paradisi eterni agli assolti e inferni temporanei, e sempre riducibili, ai condannati. Non c’è molto altro. Uno dei due termini della relazione mafia-politica, il secondo, è sparito come in un gioco di prestigio. Riappare unicamente durante le udienze, stringendo in mano qualche portafortuna per scongiurare pronunciamenti ostili da parte delle toghe. Le quali, supponiamo, da rosse diventano bianche quando liberano la gioia degli imputati. Ci rimane in mano, sola e sconsolata, l’altra parte del binomio, la mafia, Cosa nostra. Che per l’opinione pubblica si riduce a mera criminalità organizzata, quella che piace tanto a tanta parte di società politica, cui tutti apparteniamo, di ogni tempo, risma e colore. I cattivi, ladri, assassini, estorsori che, prima o dopo, cadranno nella rete della repressione. Tirati fuori, magari, da covi situati in quartieri degradati, in modo che il quadretto sia completo. Il resto, ossia tornare a far vedere e sanzionare quella parte di società politica che sostiene le cosche al di là delle vuote parole, è nelle mani degli elettori. Le lancette del rinnovamento della politica passano dal tribunale del consenso. Che sinora, in Sicilia, sembra emettere sempre la stessa sentenza. Senza, al momento e chissà per quanto ancora, possibilità di alternanza tra i due schieramenti in campo.

sabato 25 ottobre 2008

ARS, seggio vacante e appelli

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 25 OTTOBRE 2008

Pagina XVI
La legge e gli appelli sul seggio vacante dell´Ars
FRANCESCO PALAZZO


In genere gli appelli, sottoscritti da personalità conosciute, si fanno prima del voto a sostegno di uno dei candidati in competizione. Fanno molto rumore, ma non spostano consenso. In questi giorni c´è un appello per contestare il parere reso dalla Commissione verifica poteri del parlamento siciliano. Che attribuisce il seggio di deputato, libero dopo le dimissioni di Anna Finocchiaro, a un candidato del Partito democratico e non invece alla Borsellino, che era seconda nella lista regionale guidata dalla stessa Finocchiaro, candidata alla presidenza. La legge elettorale siciliana prevede due tipologie di liste. Vi sono quelle provinciali, con le quali ogni partito cerca di concorrere all´assegnazione di ottanta seggi. Due seggi sono assegnati al candidato presidente vincente e a quello che arriva secondo. I restanti otto seggi, che servono per arrivare a novanta, possono essere presi, tutti, in parte o nessuno, dalla coalizione vincente, ricorrendo alla seconda tipologia di lista, che è quella regionale. Che vede, per ogni schieramento, il presidente candidato quale capolista. Nell´appello si legge che la decisione è offensiva e mortificante per tanti siciliani. Ma qui non è in discussione la figura di Rita Borsellino. Si tratta di valutare le argomentazioni a fondamento della questione. Nel disegno di legge elettorale, originariamente, era in effetti previsto che nell´ipotesi in cui restasse vacante il seggio di un deputato eletto nella lista regionale, la carica sarebbe stata assegnata al primo dei candidati in lista. Il legislatore siciliano ha modificato tale punto. Per un motivo. Tenuto conto che la lista regionale è espressione di un´alleanza e quindi i candidati appartengono a forze politiche differenti, si è voluto evitare che, attraverso sostituzioni, potesse modificarsi la consistenza dei vari gruppi parlamentari e potessero mutare i rapporti di forza politici all´Ars. Perciò, ogni candidato della lista regionale, nell´atto di accettazione della candidatura, eccetto i candidati alla presidenza, deve dichiarare la lista provinciale collegata alla coalizione e il collegio provinciale in cui si candida. Di conseguenza, in caso di sostituzione, non c´è alcun meccanismo di scorrimento della lista regionale, ma il seggio vacante è attribuito nel collegio e alla lista provinciale indicati. Cioè resta alla medesima forza politica. Peraltro, occorre dire che le liste regionali sono lo strumento per attribuire, se necessario, deputati in più alla coalizione risultata più votata, qualora i seggi conseguiti nelle province non dessero la maggioranza. Completata tale fase, la lista regionale della compagine più votata (cioè quella che esprime il Presidente della Regione) non ha più alcuna rilevanza. Ancor meno può averne la lista regionale dei perdenti, ancorché secondi. Se già la coalizione vincente ha ottenuto dagli elettori la maggioranza di 54 seggi, ed è il caso delle ultime regionali, i posti restanti vanno alla minoranza, facendo riferimento alle liste provinciali di quei partiti che hanno superato lo sbarramento a livello regionale. Quest´ultimo è del cinque per cento, confermato dai siciliani nel referendum del maggio 2005. Con questo meccanismo già il Pd ha ottenuto diversi seggi. L´obiezione è che ciò non riguarda l´ipotesi in cui si renda vacante il seggio attribuito al capolista della lista regionale risultata seconda, com´è avvenuto nel caso concreto delle dimissioni della Finocchiaro. La legge non prevede questa evenienza. Occorre però dire che la Borsellino, pur essendo seconda in lista, non era candidata alla vicepresidenza. La legge elettorale non contempla tale figura. Quindi, anche in questo caso, non c´è alcun automatismo. Ciò che, invece, si è determinato è che, tra i perdenti, un unico partito, quello Democratico, ha conseguito rappresentanza. Tutte le altre liste non hanno raggiunto il cinque per cento, perciò non possono accedere al riparto dei seggi assegnati alle minoranze. Chi reclama oggi il seggio per la Borsellino, vorrebbe, in ultima analisi, rimettere in discussione la soglia di sbarramento. Tuttavia, che la si condivida o meno, la si deve rispettare. Sino a quando non sarà abbassata o cancellata. Più dell´indignazione, e degli appelli, conta la legge e la sua corretta interpretazione logica e politica.

Democratici siciliani ancora in alto mare

CENTONOVE
24 10 08
IL PARTITO DI CARTA
Francesco Palazzo


Il governo regionale, come da più parti sottolineato, ha dietro di sé una maggioranza litigiosa ancorché vastissima. Guardando però meglio, tali divisioni su ambiti importanti disegnano un quadro in cui i partiti del centrodestra, vincenti alle regionali con percentuali bulgare (o siciliane), rappresentano sia la maggioranza che l’opposizione. Alcuni esempi. Da un lato si afferma che gli impiegati regionali sono troppi, dall’altro ci si appresta a imbarcare più di tremila precari. Una parte di assessori voleva tenere in vita l’ESA (Ente di Sviluppo Agricolo), un’altra lo depenna. Per non parlare, poi, dello scontro per la recente sostituzione della figura apicale che guiderà la gestione dei fondi europei. Non possiamo non citare la sanità, dove le misure per affrontare il piano di rientro fanno registrare una profonda e palese spaccatura nella maggioranza. Potremmo anche ricordare il dissidio insorto intorno alla designazione dei dirigenti dei dipartimenti regionali. Un emendamento affida al presidente della regione e non più a tutta la giunta il potere di nomina. Se questo è quanto abbiamo di fronte, e si potrebbe continuare citando altri casi simili, a cosa si riduce la minoranza? Ne abbiamo avuta dimostrazione durante la recente festa del partito democratico a Palermo. Il doppio confronto tra due esponenti del governo (il Presidente della regione e l’Assessore alla sanità) e due rappresentanti siciliani di punta del Partito di Veltroni, si è svolto all’insegna di una minoranza, l’unica all’ARS, che si limita a criticare i limiti dei provvedimenti più importanti del governo, aggiungendo come contorno alcune timide contro proposte. In altre parole, prova a infilarsi dentro le crepe prodotte dalle lacerazioni esistenti nella parte avversa. Senza che però ci sia, o sia in preparazione, o almeno non la vediamo, un’alternativa credibile, autonoma, fatta d’idee concrete e persone, da presentare ai siciliani. Ci si limita, senza aver fatto i conti con la sconfitta della Finocchiaro, a un galleggiamento senza meta. Il rischio è che il partito democratico si dissemini, pur con qualche guizzo personalistico, senza una sua chiara identità, nel paesaggio monocromatico colorato a tutto tondo dal centrodestra, dai suoi partiti, dalle sue correnti, da coloro che ogni volta portano regolarmente a casa carrettate di voti. Coltivando una dimensione minoritaria costruita su numeri rispettabili, vista la scomparsa dall’Assemblea regionale, e comunque la forte crisi sul territorio, della sinistra radicale. Di cui ci giungono poche e frammentarie notizie. Non tali da far intravedere una, seppur minima, ripresa. Del Partito Democratico, invece, sappiamo alcune cose. Dovrebbe essere già avviata da mesi la fase del tesseramento. A occhio e croce, non ci pare che l’iniziativa sia decollata. Pure i circoli, i quali dovrebbero costituire il radicamento territoriale del PD, sono ancora realtà riguardanti i più stretti affezionati o i funzionari del partito. Lo statuto è in alto mare. Per carità, aprendo il sito siciliano del partito, i documenti si sprecano. Le buone intenzioni pure. D’inchiostro sinora ne è stato seminato parecchio. Di carta se n’è sprecata tanta. Ma questo partito, in Sicilia, sembra non volerci essere. Un partito di carta che viaggia nei mari tempestosi della politica siciliana. Dove il centrodestra spopola così ampiamente da riuscire a dare garanzie a tutti. A destra e a manca, in alto e in basso. Le spaccature che esso presenta, paradossalmente, sono più una forza che una vera debolezza. Ricorderete come funzionava la Democrazia Cristiana. Agganciarsi a questa barca che corre veloce, pur con vistose contraddizioni, sperando di capitare qualche giornata di vento buono per riemergere, serve soltanto, al partito democratico, per certificare l’esistenza in vita e non a predisporre una possibile alternanza. Che dovrebbe contemplare una ripresa del dialogo con la parte più a sinistra dello schieramento. Ammesso che quest’ultima riesca a trovare una sintesi. Ma, chiediamo: sarà stato un caso o un segno dei tempi, se nel programma della festa palermitana del PD, tra incontri “governativi” e la presenza di molti esponenti di primo piano del centrodestra, non si è trovato un buco, uno soltanto, per confrontarsi con quanti si trovano a sinistra del Partito Democratico?

sabato 18 ottobre 2008

Centri sociali e quartieri popolari: quando il cerchio si chiude

CENTONOVE
17 10 2008
PAG. 2
Quei figli di papà dei centri sociali


La manifestazione nazionale di sabato scorso dei centri sociali, svoltasi a Palermo nei dintorni del quartiere Albergheria, ha in qualche modo chiuso il cerchio rispetto alla guerriglia urbana contro gli “sbirri”, provocata, nello stesso rione, alcuni giorni prima dopo la morte di due ragazzi che fuggivano contromano dalle forze dell’ordine. Molti sottolineano che nei quartieri marginali le persone sono sostanzialmente incolpevoli, non avendo molte alternative di vita. Sabato, ciò è stato gridato per le strade. La mafia non abita qui, si urlava, ha la giacca e la cravatta. La vera mafia sta nei palazzi del potere, all’Albergheria c’è solo fame. E le divise sono servi di tale sistema. Mentre ascoltavo, avevo in mente la docufiction della RAI, che il giorno prima aveva mostrato il lavoro massacrante e rischiosissimo, pagato poco, degli investigatori per scardinare i clan. Scrutando le facce del servizio d’ordine che seguiva il corteo, venivano alla mente le frasi con cui Pasolini commentò gli scontri fra studenti e forze dell'ordine nel '68. "Avete facce di figli di papà – scriveva - io simpatizzo con i poliziotti perché sono figli di poveri". Anch’io, nel mio piccolo, solidarizzavo con le forze dell’ordine insultate. Tornando a noi, è chiaro che gridare frasi inneggianti al vittimismo innocente, in un quartiere popolare, è come sfondare una porta aperta. Ma non vorremmo caricare i trecento ragazzi di sabato di eccessive responsabilità. Al di là di quest’ultimo episodio, c’è in giro un giustificazionismo abbastanza esteso. Che viene da lontano. Si sostiene che gli abitanti dei quartieri periferici sono vilipesi, maltrattati, derisi e repressi. Dalle istituzioni e dalla politica, dalla polizia e dai carabinieri. Dalla mafia e dall’antimafia. Non si considera minimamente che il popolo possa agire con piena consapevolezza e deliberato consenso. Innocente è il popolo. Colpevole e corrotta solo la classe dirigente, il potere. Pare lecito chiedersi, perciò, non il motivo per cui non ci si fermi davanti ad uno stop delle forze dell’ordine, ed è accaduto ai due ragazzi, ma perché le volanti tallonino chi scappa. Inseguendo, senza saperlo, secoli di umiliazioni. Come si fa a braccare il dolore innocente tartassato dai cattivi? La colpa è esclusivamente della casta. Oppure della mafia. Che quest’ultima riceva un appoggio sterminato e cosciente dalle classi popolari, viene perdonato. Appoggiano le cosche per necessità. Se un giorno la Sicilia diventerà la terra più bella del mondo, smetteranno. Nel frattempo non li si può accusare d’intelligente collaborazionismo. I peccati mortali, si sa, sono un marchio di fabbrica esclusivo della borghesia criminale. Che poi gran parte della popolazione siciliana, che certo borghese non si può definire, viva con un solo magro stipendio per famiglia, mandi i figli a scuola sino alla laurea, paghi affitti onerosi, si spezzi la schiena per assicurarsi una vita dignitosa, spendendosi pure nel volontariato, senza vittimismi di sorta, questo non importa. Perché la sofferenza, quella vera, deve potersi vedere, irrompere platealmente sulla scena pubblica. Senza che la si possa incalzare. Né con i ragionamenti, né a sirene spiegate. Poiché non la si può acchiappare. E quando si tenta di farlo, ecco dietro l’angolo tragedie simili a quella dei due ragazzi. E allora giù con la polizia infame. Perché la forza dello stato, questo è il concetto ripetuto in queste settimane, si è fatta sempre sentire dal popolo, candido come un giglio, soltanto con la repressione. Quindi, l’unica risposta possibile è la rivolta, sorda e quotidiana o esplicita e violenta. Seguendo tale logica, perché bloccare uno spacciatore che campa la famiglia, un rapinatore che deve comprare il latte al bambino, un fiancheggiatore popolano delle cosche che cerca un posto di lavoro? Per quale motivo affrontare, con decisione, l’illegalità diffusa e plateale che, da decenni, è prassi in certi quartieri di città grandi e medie della Sicilia? Perché farlo, se alcuni modi di vivere sono la risultante dolorosa dei patimenti inflitti dalla storia? Non si può processare la storia. La sofferenza innocente, lo dice la parola stessa, non si può mettere di fronte alle sue evidenti responsabilità. Fugge via. Insieme allo strazio per due giovani vite. Perdute anche perché, quelli che la sanno lunga, avevano fatto capire loro che il disagio sociale può pure andare di notte, contromano e salvarsi lo stesso.

mercoledì 8 ottobre 2008

Il voto siciliano verso il centrodestra


LA REPUBBLICA PALERMO
MERCOLEDÌ, 08 OTTOBRE 2008

Pagina XV
QUESTA ANOMALA SICILIA CHE VOTA SEMPRE A DESTRA
FRANCESCO PALAZZO


Giovedì scorso, su queste colonne, Salvatore Butera, partendo dall´esempio di Catania e Palermo, si chiedeva come mai l´elettorato siciliano continua a votare in stragrande maggioranza, dalla stessa parte, pur trovandosi a fare i conti con amministrazioni carenti o fallimentari. Egli ne dà una spiegazione proiettata sullo scenario nazionale. L´Italia, tranne pochi e brevi periodi storici, non ha mai smesso di tifare per la destra. Ma il persistente voto siciliano verso il centrodestra, soprattutto quello del decennio iniziato nel 2001, si può spiegare soltanto in tale modo? Per dare una prima risposta bisogna allargare il quadro alle altre regioni del Mezzogiorno, dove i meccanismi del consenso dovrebbero avvicinarsi molto a quello siciliano e confermare, eventualmente, l´andamento storico nazionale, di lunga durata, evidenziato da Butera. Il punto è che nelle altre regioni del Mezzogiorno il panorama che attualmente si presenta è del tutto diverso da quello siciliano. Con un centrosinistra che ha numeri tali da averlo fatto prevalere alle ultime regionali del 2005 in Calabria, Puglia, Campania, Basilicata e Abruzzo. E anche dove perde, come accaduto nel Molise alle regionali del 2006, la sconfitta avviene con percentuali che disegnano distacchi normali, facilmente colmabili la prossima volta. Così come la prossima volta, e già probabilmente si comincerà con l´Abruzzo tra qualche mese, ci sarà il verosimile ritorno del centrodestra in alcune di quelle Regioni (Calabria, Campania, Puglia). Niente di sconvolgente, normale alternanza. Stesso quadro, abbastanza monocromatico, ma non nel senso che ci aspetteremmo, nei comuni capoluogo delle stesse regioni. A Bari il sindaco è del Partito democratico, così come a Napoli, a Potenza, all´Aquila e a Campobasso. Se consideriamo anche la Sardegna, Regione autonoma come la nostra, facente parte del Mezzogiorno, anche in questo caso il governatore è di centrosinistra. Infine non si può dimenticare la lunga stagione di Italo Falcomatà, amatissimo sindaco di centrosinistra di Reggio Calabria, che vinse le elezioni dal 1993 al 2001, unico eletto per tre volte consecutive. Perché in tali realtà meridionali, non parliamo di Emilia-Romagna, Toscana o Umbria, il voto non conferma sempre, anzi nell´ultimo decennio smentisce, la vocazione verso destra dell´Italia? L´analisi andrebbe fatta caso per caso, ma il dato che emerge è molto chiaro. Se può essere verosimile che il nostro Paese, nelle sue linee generali sociali e politiche, è polarizzato verso il centrodestra, la Sicilia sfugge a qualsiasi comparazione con altre realtà, anche con quelle a essa più vicine, dove invece è facile che si verifichi l´alternanza tra i due schieramenti. E la cosa riguarda non solo il voto comunale o regionale, ma anche quello politico. Se infatti osserviamo i dati della Camera delle ultime elezioni, scopriamo che nelle altre regioni meridionali il centrosinistra, inteso come Partito democratico e Italia dei valori, va dal 32,7 per cento del collegio Campania 2 al 45,6 del collegio molisano. Vince in Basilicata e Molise, arriva vicinissimo al centrodestra in Sardegna e Abruzzo. E anche dove perde con numeri consistenti, non fa mai registrare il quadro siciliano. In Sicilia la stessa coalizione più rappresentativa del centrosinistra ottiene, come dato più alto, un 29,7 per cento nel collegio occidentale e un ancor più deprimente 28,1 per cento in quello orientale. Mentre il centrodestra, che nelle altre regioni del Sud ottiene una media vicina al 45 per cento (dal 37,6 per cento della Basilicata al 51,6 per cento del collegio Campania 2), in Sicilia raggiunge quota 56,9 per cento (collegio Sicilia 2). Mi pare che ce ne sia abbastanza per continuare a riflettere sulla "particolarità" dei comportamenti elettorali del popolo siciliano. Difficilmente spiegabili affermando che l´Italia è un Paese innamorato della destra.

venerdì 19 settembre 2008

Sicilia: impiegati regionali in salute


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 19 SETTEMBRE 2008

Pagina XXIII
RUOLO E SALUTE DEI REGIONALI
FRANCESCO PALAZZO


Non c´è dubbio che l´effetto annuncio, in qualsiasi campo agisca, basta da solo a modificare lo stato di qualsiasi aggregato sociale. Se poi all´annuncio segue qualche impulso tendente a confermare il senso dell´operazione, ecco l´impressione che l´iniziativa in questione sia riuscita. Almeno per quanto riguarda la superficie del problema, perché in realtà, come in tutte le cose, ciò che importa davvero è la sostanza. L´annuncio che i dipendenti regionali si ammalino di meno, dopo la giusta stretta legalitaria messa in campo dal governo regionale, offre agli occhi dell´opinione pubblica, che si abbevera copiosamente e distrattamente dei soli titoli dei giornali, un fatto. Che, preso fuori dal contesto di riferimento, appare estremamente positivo. Il punto è capire cosa se ne faranno i siciliani di tanti impiegati sani come pesci. Questo dovrebbe dircelo la politica. È compito preminente dell´azione politico-amministrativa il volgere qualsiasi condotta, dalla fase della repressione emergenziale - una precondizione che pure ci vuole ma che rinvia la soluzione dei problemi - a un altro momento, che dovrebbe divenire strutturale. Quello in cui i cittadini hanno la certezza che un apparato amministrativo risponda stabilmente, senza sprechi e buchi neri, e al di là della buona volontà dei singoli, a criteri di efficienza e competenza. Sull´argomento, purtroppo per noi, la politica ha sinora avuto poco da dire e da proporre. Ora pare, ma siamo ancora alle dichiarazioni d´intenti e non è la prima volta che le sentiamo, che si voglia ricorrere a incentivazioni economiche e di carriera. Ci auguriamo non a pioggia per tutti e nella speranza che si abbia la consapevolezza che certe riforme non sono a costo zero. In periodo di vacche magre, forse sarebbe meglio dire prima dove si prenderanno i soldi e poi promettere modifiche. A ogni modo, il vero schiaffo per gli assenteisti malati immaginari, per coloro che usufruiscono allegramente di vari istituti, sui quali pochi controlli sono effettuati, o semplicemente per quelli, pur presenti, che non ne vogliono sapere di lavorare, non è quello di soggiornare per forza in ufficio o di stare più attenti nell´avere le carte formalmente in regola. Ma di vedere, concretamente, con effetti immediati sulla busta paga, che i più bravi e meritevoli, valutati magari da organismi esterni alla Regione e misurati in base a quanto hanno prodotto negli anni qualitativamente e quantitativamente, vanno avanti, scalano i gradini dell´amministrazione, guadagnano di più. Questa sì che sarebbe una rivoluzione. Perché, diciamolo francamente, quale soddisfazione può avere chi fa il proprio dovere tra gli impiegati regionali, quando continua a vedere che, pur in mezzo a controlli serrati che dichiarano tutti abili e arruolati, non c´è nessuna soluzione di continuità al livellamento verso il basso che regola la vita di impiegati e dirigenti? Quelli o quelle che s´impegnano all´interno degli uffici, e che notano tuttavia che uguale trattamento economico e giuridico è riservato anche a coloro che aspettano solo lo stipendio a fine mese e il compimento dell´orario a fine giornata, si sentiranno forse meglio nel sapere del calo in termini percentuali dei congedi per malattia? E come si sentiranno i siciliani quando qualcuno dirà loro, se agli annunci seguirà il nulla, che sinora poco è cambiato, andando alla polpa e lasciando stare l´osso, dentro la struttura elefantiaca rappresentata dall´amministrazione regionale? Prendiamo atto delle intenzioni dell´amministrazione. Vedremo in futuro. Ci si aspetterebbe una risposta di livello dei sindacati, che incoraggi fattivamente tale percorso, scoprendo le vere intenzioni del governo su tale cruciale tema. A oggi non sembrano giungere consistenti e omogenei segnali positivi, tranne la polemica sterile sull´attendibilità o meno delle statistiche governative riguardanti le assenze. A tutte le parti in causa deve però essere chiaro che il vero cambiamento passa dall´abbattere quel clientelismo scientifico, di massa, perciò senza meritocrazia, annidato spesso anche nella composizione degli uffici di gabinetto, della più grande industria siciliana.

venerdì 12 settembre 2008

Seminare disagio, raccogliere brutta politica e criminalità


LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 12 SETTEMBRE 2008
Pagina XIII
LE CASE SBAGLIATE DELLA PERIFERIA
Francesco Palazzo

Sul versante emergenza casa apprendiamo, dopo un mese e mezzo di occupazione, degli sgomberi degli abusivi allo Zen 2 e, contemporaneamente, della difficoltà di assegnare un alloggio degli undici in questione, rimasto vuoto perché nessuno vuole abitarvi. Alla fine, se capiamo bene, le abitazioni dovrebbero essere 122. Immaginiamo la guerra che si scatenerà, tra assegnatari e irregolari, quando anche le altre 111 case cominceranno a essere definite. Sembra quasi un fatto normale e invece è incredibilmente insopportabile che si consegnano, a lavori ancora da ultimare, i dieci appartamenti alle famiglie assegnatarie, affinché queste evitino altre occupazioni. Infine c´è chi, tra gli sgomberati, afferma con rabbia che «vogliono la legalità, ma allo Zen tutto ha un prezzo, anche le case popolari sono in vendita con prezzi in nero che arrivano fino a quarantamila euro». Un quadro abbastanza desolante. Il quale è appeso a un´unica domanda: perché si continuano a costruire case in quartieri come lo Zen, e in altri posti simili, accrescendo situazioni d´illegalità diffusa e palese che ben conosciamo? A Palermo, ma il discorso vale per altre medie e grandi città siciliane, i siti dove è davvero difficile vivere una vita che abbia, almeno, i minimi connotati di civiltà e di sicurezza necessari, non sono pochi. Una politica attenta, prendendo atto di questo stato di cose, dovrebbe tentare, piuttosto che aggravare situazioni già pesantissime con nuovi insediamenti abitativi, un recupero del già esistente con programmi a media e a lunga scadenza. Prendendo atto, per le nuove esigenze di edilizia popolare, degli errori commessi in passato. Quando si è pensato, seguendo chissà quali criteri urbanistici, che poteva rivelarsi una buona soluzione quella di creare dei quartieri, belli magari sulla carta, ma che presto si sono trasformati, e non ci voleva molto a prefigurarselo, in non luoghi. Quest´ultima affermazione fatta con tutto il rispetto umano verso le persone che si trovano a vivere in determinate condizioni. Le quali persone non sono peggiori di altre. Avevano e avrebbero solo diritto, soprattutto le giovani generazioni, ad ambienti dove fare uscire il meglio di sé. Ottengono, al contrario, palestre di marginalità, dove è più bravo chi riesce a mettere in scena ciò che di più brutto riesce a esprimere. Ma una politica disattenta - ed è, lo capite, un pietoso eufemismo - non solo ha creato e continua a incrementare situazioni che non possono sfociare in nulla di buono. È stata anche capace di aggravare condizioni già molto difficili di altri quartieri storici periferici. Nei quali, sempre sull´onda di un´emergenza abitativa che viene da lontano, non si è riflettuto molto sulle conseguenze fatali che potevano scaturire dall´impiantare, dentro interi palazzoni, sfrattati dei centri storici, in rioni dove già le cosche mafiose facevano, per intero, il loro dovere. Un esempio, solo uno tra i tanti, è quello del quartiere Brancaccio. Dove, all´inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, furono inviate tantissime famiglie disagiate. Creando di fatto, al di là delle colpe individuali e nel rispetto delle famiglie che vivono dignitosamente, un´ulteriore e sicura sacca di riserva per la manovalanza delle cosche mafiose del luogo e un innalzamento del traffico di droga e della criminalità spicciola dedita a vari reati. Dentro questa tenaglia, fatta di grande criminalità e di ordinaria delinquenza, presenti anche allo Zen e in altri spazi al margine di questa città, rimase infine stritolato don Pino Puglisi. Che proprio a Brancaccio, segnatamente per il recupero di quella zona degradata, svolse gli ultimi anni del suo presbiterato. Il 15 settembre ricorderemo il quindicesimo anniversario del suo omicidio per mano mafiosa. Anche se ormai dovrebbero essere chiaro che le mani mafiose colpiscono dopo che altri hanno ben dissodato il terreno. E il terreno si prepara, anche, creando e alimentando non luoghi. In cui l´esistenza diventa presto non vita. Che la mafia militare e la mafia politica comprano a prezzi stracciati.

domenica 24 agosto 2008

Sicilia: politica con mani e piedi legati


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 23 AGOSTO 2008
Pagina I
Le idee
Chi lega le mani e i piedi ai politici

FRANCESCO PALAZZO


Una delle frasi di commiato del questore Giuseppe Caruso, che lascia Palermo per Roma, sarebbe da incorniciare per come, in maniera sintetica, descrive la situazione politica siciliana. Commentando gli indubbi successi repressivi contro Cosa nostra degli ultimi tempi, nel riferirsi all´azione politico-amministrativa della maggior parte delle istituzioni rappresentative siciliane, afferma che «ci sono politici che hanno mani e piedi legati: devono avere più coraggio e agire in assoluta libertà». Chi lega la politica siciliana e le impedisce di fare per intero il proprio dovere? Si potrebbe facilmente rispondere che sono i legami con la mafia, visibili e meno palpabili, quelli che frenano, imbrigliano, ritardano, paralizzano molti uomini e donne, certi partiti o frange consistenti di determinate formazioni politiche, un buon numero di istituzioni e governi locali. E, in piccola parte, ciò corrisponde al vero. Ma c´è, e secondo noi è la porzione più consistente, una politica siciliana che ha le mani e i piedi legati, o vuole mostrare di averli, per trovare alibi all´inconsistenza amministrativa che la caratterizza, all´incapacità di governo che manifesta, alla scarsa progettualità politica che riesce a mettere in campo, in quest´ultimo caso, sia che governi sia che si trovi all´opposizione, per motivi più interni alla stessa azione politica e amministrativa. Abbiamo, in sostanza, sempre più l´impressione che l´azione politica, certo non di tutti ma della maggior parte degli eletti ai diversi livelli di governo nell´Isola, sia caratterizzata dall´incanalamento, a volte legittimo, spesso abbastanza ambiguo se non illegittimo, delle risorse pubbliche a vantaggio dei pochi che riescono ad afferrare il mantello di questo o quel potente. Che ha il potere di aprire e chiudere i cordoni della spesa, di conoscere la via per arrivare a un posto di lavoro foraggiato dal pubblico e non sempre essenziale alla collettività. Se questi sono i principali obiettivi della politica in Sicilia, vuol dire che il tempo per amministrare la cosa pubblica in maniera virtuosa e trasparente sarà sempre meno, il coraggio e la libertà auspicati dal questore latiteranno sempre più. Tutte le migliori energie mentali e fisiche verranno indirizzate a privilegiare, in termini di accesso ai santuari della spesa pubblica, la vera cosa che conta a certi livelli, il proprio pezzo di tribù politica, la propria corrente, la corte più o meno nutrita che gira intorno a questo o a quel deputato, consigliere provinciale, comunale o semplicemente circoscrizionale. Allora è normale apprendere, e dovrebbe invece creare scandalo, che questo o quel vertice della burocrazia regionale, sanitaria, comunale, provinciale è legato a questo o a quel potente. Ci chiediamo: se un alto dirigente dovrà rispondere del proprio operato a chi è in grado di salvaguardarne la carriera, avrà o no le mani e i piedi legati nell´attività amministrativa che dovrebbe svolgere a solo esclusivo vantaggio della collettività? E se il politico che lo garantisce, e può o meno rimuoverlo, non dovrà guardare all´efficacia e all´efficienza del suo operato, ma soltanto alla sua fedeltà alla casacca politica che indossa, avrà o no anch´egli mani e piedi legati? La risposta alle due domande è scontata. Il questore uscente ha individuato il nodo cruciale della vita pubblica siciliana: una politica e un´amministrazione dalle mani legate, non solo per il rapporto con la mafia, è la vera palla al piede della Sicilia. Come fare a sciogliere questi nodi tragici che legano tante mani e tanti piedi non è purtroppo all´ordine del giorno della stragrande maggioranza dei siciliani. I quali vogliono, è bene dirselo senza ipocrisie, che quelle mani e quei piedi rimangano legati. Ciò serve a rispondere meglio ai bisogni clientelari di un popolo che continua a non chiedere altro alla politica.

Turisti e mafia: lupare o libri?


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 17 AGOSTO 2008

Pagina XVI
COPPOLE E FICHIDINDIA LA MAFIA PER I TURISTI
FRANCESCO PALAZZO


Passeggiando per Erice, ma accade anche in altri luoghi strategici del turismo siciliano, non ci si fa quasi caso. Tuttavia capita di distogliere lo sguardo dalle bellezze urbanistiche, artistiche e paesaggistiche e di notare che quasi tutti gli esercizi commerciali vendono una miriade di souvenir aventi come soggetto la mafia. Non sappiamo che mercato abbia tale merce, che presa possa avere sul viaggiatore americano, inglese o danese o sugli stessi italiani non siciliani. Difficilmente ci è capitato di vedere negozianti incartare questi ricordi "particolari" della Sicilia. Se ne trovano per tutti i gusti. Le statuette della mafiusa e del mafiusu, con l´immancabile lupara sotto il braccio, sono offerte in tutte le salse, pure dentro le classiche boccette di vetro, quelle che capovolte danno la romantica percezione della neve che scende a fiocchi. Sulle magliette, poi, si possono leggere scritte di tutti i tipi. Si va dal rinomato «non vedo, non sento e non parlo», alla frase «lupara, tecnologia sicula è», passando dagli immancabili «omu di panza sugnu» e «baciamo le mani». La donna sicula, in tale iconografia, è rappresentata con il seno grosso, baffuta, il sedere superdimensionato e il grembiule casalingo. L´uomo in divisa da combattimento con la coppola d´ordinanza. Alle spalle dei soggetti il ficodindia, simbolo eterno della Sicilia che non cambia. Tanto che, negli anni Cinquanta, uno storico fotocronista palermitano, constatando la propensione dei quotidiani a pubblicare foto di omicidi solo se sullo sfondo c´era un ficodindia, se ne portava sempre uno di cartapesta nel bagagliaio dell´auto, tirandolo fuori quando arrivava sulla scena del delitto.Anni lontani. Vicina rimane l´esigenza di vendere un´Isola fatta di immaginette, dove della mafia non sono fornite chiavi di lettura che possano far capire al turista di cosa si parla, ma soltanto visioni stereotipate. Le quali, più che mettere ironicamente alla berlina i mafiosi e quanti ci vanno appresso, imbalsamano un´istantanea sempre uguale a se stessa: il mafioso è solo chi spara, colui che si esprime in un certo modo vestendo determinati abiti, che si accompagna a una consorte fotocopia, brandendo il fucile a canne mozze da mattina a sera. Insomma, al visitatore si suggerisce che basta guardarsi dal fucile puntato in mezzo agli occhi e poi può andare tranquillo, la mafia non potrà più scorgerla in alcun luogo. Tale raffigurazione è impressa nell´oggettistica più varia. Troviamo il tamburello, il guantone, l´adesivo, l´apribottiglia e via seguendo. Si può ipotizzare che dietro tali proposte di acquisto non ci sia in fondo un vero interesse commerciale, ma proprio una predisposizione culturale degli stessi siciliani o della maggior parte di essi. A chi viene da fuori si vuole comunicare che la mafia non è quella cosa terribilmente seria, complessa, strutturale, non emergenziale che abbiamo imparato a conoscere meglio negli ultimi trent´anni. Ma un fatto di pura folkloristica violenza, che si può proporre negli scaffali tra un vaso di ceramica e una collanina di perle. Mentre argomento mentalmente queste idee, entro in una libreria e vedo l´opuscoletto di Augusto Cavadi (dell´editore trapanese Di Girolamo) "La mafia spiegata ai turisti", tradotto in sei lingue. Il senso dell´operazione è esattamente l´opposto. Quasi al prezzo di uno solo dei tanti ricordini che dicono niente sulla criminalità organizzata siciliana, si danno poche ma fondate informazioni sulla mafia e sull´antimafia. Souvenir inutili o un piccolo utile libretto. Due modi profondamente diversi per ricordarsi dell´Isola quando si tornerà a casa. I primi continueranno ad alimentare l´ignoranza, il secondo contribuirà a far capire un po´ di più la Sicilia e i siciliani.

venerdì 8 agosto 2008

La Palermo provinciale alla corte del sultano

LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ 08 AGOSTO 2008
Pagina I
LA SANTUZZA SURCLASSATA
FRANCESCO PALAZZO

Dunque, il grande evento dell´estate palermitana è l´arrivo del sultano dell´Oman. Il carro di Santa Rosalia, appena festeggiata, è stato surclassato dallo sfarzo del panfilo reale. I palermitani, pratici come sono, alla Santuzza chiedono il grande miracolo, sapendo che difficilmente si verificherà. Ma al ricco monarca rivolgono più prosaiche e immediate istanze. Su tutte spiccano le richieste di lavoro. Eppure ci sono state recentemente le elezioni regionali. Evidentemente queste persone non hanno sostenuto i candidati giusti. Ve n´erano alcuni che sul mercato del lavoro in Sicilia contano, con tutto il rispetto, più di un sultano. C´era chi addirittura si aspettava che il re, come nelle fiabe che si raccontano ai bambini per farli addormentare la sera, non appena arrivato al porto si prodigasse a lanciare sulla folla banconote e regali. Non c´è solo l´ingenuità popolare. Pure il mondo del commercio ha sentito fortemente il richiamo del grande evento. Le cronache raccontano di molteplici doni giunti sino al porto e rispediti ai mittenti. C´è pure chi ci ha provato, invano, con gli ormai pericolosissimi cannoli. Tuttavia i titolari degli esercizi commerciali che vendono le marche più prestigiose si dicono contenti degli incassi di questi giorni. Lievitati sensibilmente per lo shopping delle centinaia di persone al seguito del sovrano omanita. Come se Palermo non fosse la quinta città di uno dei Paesi più industrializzati al mondo, dove l´economia non dovrebbe attendere lo zio d´America (in questo caso d´Arabia), ma uno dei più poveri centri abitati del Corno d´Africa. Deve essere davvero grave la situazione economica a Palermo, se anche in pieno periodo di sconti il commercio delle vie centrali si trova ad aspettare con trepidazione e speranza, a quanto pare ripagate, gli acquisti generosi dei ricchi arabi. Che dire poi dei politici che rappresentano le pubbliche istituzioni? Anche loro attendono e auspicano omaggi in favore della Sicilia. Ci si spinge a chiedere cavalli di razza bianca che servirebbero a ripopolare l´istituto ippico regionale. Ma la Regione non ha i soldi per comprarli, questi cavalli, se sono davvero utili? O deve attendere il grande benefattore? Insomma, da qualsiasi parte si guardi la cosa, i diversi ambienti della nostra città, quello popolare, quello commerciale e quello politico-istituzionale, stanno facendo a gara per dare un´immagine davvero provinciale della nostra terra. Come se fossimo, appunto, l´ultima provincia del mondo e non un luogo che per storia, tradizioni, cultura e, perché no, democrazia vale molto di più di un panfilo, pur megagalattico, e di un certo numero di lussuose automobili messe in bella mostra ai suoi piedi. Ma tant´è. Questo passa il convento. E se non c´è di meglio in città, va bene pure divertirsi come un tempo. Quando le giostre e i venditori ambulanti soggiornavano per giorni nei paesi dell´interno durante le feste patronali. In quei momenti si poteva vivere diversamente, immaginando una realtà meno grama di quella quotidiana. Una volta, a Palermo, in questo periodo si poteva apprezzare la programmazione estiva messa su dalle istituzioni pubbliche, Comune in testa. Oggi non rimane che guardare da lontano, dietro le transenne, come tanti improvvisati mendicanti, il lusso esagerato che una democrazia non può e non deve permettersi. Quando il monarca sarà lontano, l´ultimo pezzo d´estate palermitano scivolerà via nella consueta routine. Dopo che il panfilo salperà assieme al sovrano e alla sua corte, non ci rimarrà che scegliere, questa volta non dietro le transenne ma in diretta, tra il cantiere delle case popolari in costruzione occupato allo Zen e la cattedrale che rischia di cadere a pezzi.

lunedì 4 agosto 2008

Palermo: ZTL, Londra, Cavour e Garibaldi


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 02 AGOSTO 2008

Pagina I
La polemica
Il tramonto delle Ztl, la politica indecente
FRANCESCO PALAZZO


I cartoncini delle Ztl, ormai teoricamente inutili dopo la sentenza del Tar ma ancora in grado di tornare fondamentali a seguito del pronunciamento settembrino del Cga, non sono spariti dalle auto dei palermitani. Molti li tengono ancora incollati sui parabrezza, ben protetti nel loro involucro di plastica, come se niente fosse accaduto. Forse sono i più saggi. Qualcosa ci dice che la storia non si è ancora chiusa. Altri hanno preferito una sistemazione più sobria, meno vistosa ma sempre attendista, e li hanno spostati nel vano portaoggetti, dentro l´involucro che contiene libretto e documenti assicurativi. Quelli più ansiosi li hanno sistemati nel risvolto interno del parasole, lato autista, più a portata di mano per ogni evenienza operativa. A occhio e croce, coloro che hanno fatto abbandonare le macchine ai preziosi tagliandi di un tempo recente non dovrebbero essere molti. Il siciliano ormai sa che niente è più eterno dell´incerto e del momentaneo, anche quando è messo in discussione o cancellato dall´autorità costituita. Anzi, forse è proprio in quel momento che comincia a vivere vita vera. Nel frattempo il comune annuncia rimborsi e c´è pure un sito (www.rimborsoztl.com) dove gratuitamente vengono fornite indicazioni per rientrare in possesso dei soldi spesi per il mitico cartoncino.Chi non si pone nessun problema è quella fascia, non vasta ma rappresentativa, di palermitani automuniti che non si è fatta travolgere dalla frenesia del mettersi a posto e non è incappata nelle insostenibili code che ancora ricordiamo. Questi hanno atteso la sentenza del Tar e per qualche settimana, dopo la fine (chissà) della storia, hanno preso bonariamente in giro amici, conoscenti, colleghi e familiari che non avevano saputo resistere alla tentazione di dotare il proprio bolide dell´ultimo ritrovato in grado di farlo transitare più fiero e sicuro di sé. Ironia a parte, questa delle Ztl può sembrare una cosa seria se guardiamo soltanto il nostro brodo di coltura, che dovrebbe essere quello di una delle più grandi città italiane e invece, nella sostanza, è talmente provinciale da non fare più notizia oltre lo Stretto. Te ne accorgi quando varchi i confini nazionali per immergerti nel clima di una grande capitale europea come Londra. Per una settimana vedi una città sterminata piena di autobus che passano ogni tre minuti, un fiume di taxi, tanta gente in bici e pochissime auto private. Ti chiedi: sono cose dell´altro mondo o si potrebbero fare anche da noi? E pensi anche che lì, dal punto di vista amministrativo, poco importa se siano i laburisti o i conservatori a governare. A quelle latitudini la cosa pubblica è sganciata dagli interessi delle tribù, dalle correnti politiche fameliche, dagli appetiti personali smodati e dagli interessi privati, palesi e occulti, che girano intorno alla spesa pubblica. Ripiombati a Palermo, ci pare che nulla sia cambiato dal 20 giugno scorso. Quando leggevamo la notizia della protesta di un sindacato. Denunciava che i mezzi dell´Amat circolanti erano passati da 330 a 230. Piuttosto, in un ambito più generale ma fortemente significativo, si aggiunge un altro tassello. Solo dopo un estenuante braccio di ferro, il bilancio del Comune ha passato il vaglio della consistente maggioranza politica che governa Palazzo delle Aquile. Le diverse anime che la compongono non trovavano l´accordo perfetto sui posti da spartirsi. Dalla giunta provinciale a quella comunale, sino ad arrivare alle società partecipate. Forse, più che le Ztl, da noi ci volevano e ci vorrebbero le Zpd: zone a politica decente. Ma siccome siamo furbi, per parlar d´altro, ce la prendiamo con Garibaldi e Cavour. Pensavamo da tempo che i mandanti occulti della brutta politica siciliana fossero notissimi insospettabili.

mercoledì 30 luglio 2008

Legalità e percorsi collettivi


REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 30 LUGLIO 2008
Pagina I
L´analisi

Attenti a non ammainare la bandiera della legalità
FRANCESCO PALAZZO

Quando una parola diventa d´uso comune in un determinato e ristretto contesto sociale, rischia di diventare, dopo anni che la si usa in tutte le salse, solo un vuoto simulacro. Per decenni corre in bocca a tutti gli esponenti di quello spaccato socio-politico. Ecco che allora c´è chi comincia a denunciarne, dall´interno di quel gruppo, il suo superamento, il logoramento, quasi la banalità. È questo il caso della parola legalità? Può essere. In effetti la parola, dalle stragi del 1992, ha trovato cittadinanza. Ne parlano alcuni parroci nelle omelie, quasi tutti i rappresentanti di partito, tanti insegnanti nelle scuole, un discreto numero di donne e uomini eletti nelle istituzioni rappresentative, determinati vertici del mondo imprenditoriale, l´associazionismo, altri settori della vita pubblica e un nutrito plotoncino di singoli. A voler essere generosi, oltre le parole, non più di cinquemila persone su cinque milioni di siciliani ne hanno fatto uno stile convinto di vita. Anche nei convegni, frequentati a turno dai cinquemila e non dalla massa, la legalità viene da tanto tempo celebrata in varie forme. Pure da chi se ne tiene sistematicamente ben lontano. Effettivamente questa sbornia della parola può provocare legittimamente, in alcuni che girano nel mondo dei cinquemila, quasi la nausea nei confronti di un concetto più teorizzato che praticato. E dunque, così stando le cose, pare che della parola ci si possa facilmente sbarazzare, cambiandola con nuove denominazioni. Una di queste è l´educazione alla cittadinanza. È ciò che suggerisce Giovanni Fiandaca da queste colonne in un articolo pubblicato sabato scorso, che aveva come sfondo l´educazione antimafia da proporre nelle scuole. Nell´interessante e stimolante intervento, egli si chiede se basta la mera osservanza delle leggi, ossia un comportamento basato sul rispetto giuridico della norma, a fare un buon cittadino. La sua risposta è no, nel senso che legalità e moralità personali non sempre coincidono. Personalmente a questa posizione, che da un po´ di anni si fa spazio nel dibattito pubblico, ho sempre risposto con una domanda: ma siamo sicuri che almeno la sola idea di legalità sia stata così bene assorbita dal popolo siciliano, tanto che se ne può proporre il suo superamento? La risposta è scontata: un larghissimo strato della società siciliana, a volere essere ottimisti potremmo parlare del 95 per cento, non considera, neppure per via teorica, il semplice rispetto delle norme come un valore in sé, cioè come un elemento costitutivo della propria esistenza in questa regione. Perciò ci si può chiedere: è conducente abbandonare, introducendo l´idea più complessa ed evoluta di educazione alla cittadinanza responsabile, un concetto, quello della legalità, condiviso solo da una piccolissima minoranza di siciliani? Io credo che sia un errore. Anche se, facendo parte di una minoranza che già ha percorso molta strada partendo dal semplice ragionamento legalitario, può sembrare quasi logico e necessario farlo. Ma dobbiamo pensare che la Sicilia potrà migliorare solo facendo ricorso a frange minoritarie che sono già al di là del guado? Oppure, prima di proporre altri schemi, ci deve interessare che quasi tutti i siciliani facciano un utilizzo quotidiano di tutto ciò che attiene al rispetto delle regole della civile convivenza? Credo che ci debba importare, esclusivamente, la risposta positiva a quest´ultimo interrogativo. In quanto al resto, dibattiamo pure, ma con i piedi ben piantati per terra. Tenendo presente che nei quartieri periferici e degradati della Sicilia non si è cominciato neanche a parlare di legalità. Come si fa a proporre il suo superamento a chi non è ancora arrivato a una tappa? Quando ci troveremo di fronte a una regione in cui il rispetto delle regole minime sarà pane quotidiano per la stragrande maggioranza (e da ciò passa molto della lotta alla mafia), potremo iniziare a spostare gli orizzonti verso nuove e più che condivisibili conquiste di civiltà sostanziale.

venerdì 18 luglio 2008

Commissione Antimafia Siciliana: cosa non è mai stata e come potrebbe diventare


LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ 18 LUGLIO 2008

Pagina XIV
PALAZZO DEI NORMANNI A CHE SERVE L´ANTIMAFIA
FRANCESCO PALAZZO


La scorsa legislatura regionale, iniziata nel 2006, è stata particolare per tanti avvenimenti, primo tra tutti lo scioglimento anticipato dell´Assemblea regionale. Un altro record è stato determinato dall´assenza della Commissione parlamentare antimafia. All´inizio la presidenza fu offerta all´opposizione. Che rifiutò. Poi si assistette a un valzer di nomi di esponenti del centrodestra. Chi non aveva avuto un assessorato o un incarico di peso doveva essere accontentato. Poiché quelli da accontentare erano parecchi, ci s´incartò per alcuni mesi. Poi, nella evidentemente implicita considerazione che la mafia non costituisce in fondo un problema per questa regione, calò il silenzio. Quindi il buio. Per tanti motivi. Non ultima la circostanza che la Commissione antimafia è vista come sostanzialmente inutile. E tale si è, in effetti, dimostrata nel tempo. Principalmente perché è mancata la volontà politica per farla diventare qualcosa di significativo. E quando una cosa rasenta l´inutilità, piuttosto che migliorala è meglio cancellarla. E la proposta c´è pure stata. Per dirla tutta, nei due anni della legislatura precedente qualche disegno di legge, che tendeva ad una radicale modifica dei compiti e del funzionamento della commissione, è stato presentato. Ma il parlamento regionale non ebbe il tempo, oltre che la voglia, di andare oltre. Nella legislatura appena iniziata si è invece, almeno dal punto di vista temporale, partiti con il piede giusto. La commissione è già formata dall´inizio di luglio e la presidenza è stata proposta nuovamente a un esponente dell´opposizione. Che questa volta, secondo noi opportunamente, ha accettato. Non vorremmo sbagliarci, ma dovrebbe essere la prima volta che l´opposizione riveste tale carica. Ne abbiamo avuto notizia attraverso brevi di cronaca nei maggiori quotidiani. Segno che tale istituzione è ridotta davvero ai minimi termini. Non sappiamo il perché questa volta la situazione si sia sbloccata al sorgere della legislatura. Se c´era qualcosa da rivedere profondamente nella concezione di un simile organismo, era logico procedere alle modifiche, coinvolgendo nel percorso anche la società siciliana, e poi nominarne i membri. O forse è in previsione una discussione parlamentare a breve sull´argomento? Non sappiamo. Notiamo, intanto, dal sito dell´Assemblea regionale, che la commissione è relegata nel novero di quelle «speciali» (sono due, oltre l´antimafia abbiamo quella che si occupa della revisione e attuazione dello statuto regionale). Il termine speciale rimanda, intuiamo, al fatto che la mafia è vista non come un fatto strutturale e di lunga durata della storia siciliana, tale perciò da meritare una commissione permanente e di primo livello nel luogo istituzionalmente più importante della politica siciliana, ma come un fenomeno anch´esso evidentemente speciale, quasi un accidente della storia siciliana. Del quale ogni cinque anni va riverificata l´esistenza in vita, per capire se merita ancora la sgangherata commissione che sinora abbiamo conosciuto. Cambieranno le cose a partire dalla legislatura appena iniziata? Vedremo. Vorremmo sperare che la nuova commissione senta subito l´esigenza di mettere in calendario una serie di audizioni che coinvolgano partiti, associazioni, singoli studiosi, centri studi, chiese, scuole e quant´altro si muove, o dovrebbe muoversi, nell´ambito dell´antimafia. Che allacci, insomma, contatti non episodici con la società siciliana. Il mandato dell´organismo, apprendiamo dal sito dell´Ars - che dedica uno spazio striminzito all´antimafia, che meriterebbe almeno un sito a parte - con il poco storico che c´è consultabile da tutti, è quello di «vigilare e indagare sulle attività dell´amministrazione regionale e degli enti sottoposti al suo controllo, sulla destinazione dei finanziamenti erogati e sugli appalti e di assumere ogni altra iniziativa di indagine e proposta per il migliore esercizio delle potestà regionali in ordine al fenomeno mafioso in Sicilia». Come si vede, un compito sterminato. Che attende solo chi ha voglia di mettersi al lavoro, con la volontà di trasformare, se sono veri i proclami antimafia del mondo partitico siciliano, una cenerentola istituzionale in una postazione di prima grandezza della politica siciliana.

venerdì 4 luglio 2008

SICILIA: L'OPPOSIZIONE DISPERSA CHE SI ACCONTENTA

CENTONOVE
4 LUGLIO 2008
Pag. 55
CENTROSINISTRA E BALLOTTAGGI
di Francesco Palazzo

C’è una sorta di ciclicità, quasi un eterno ritorno direbbe il filosofo, nelle dinamiche del centrosinistra siciliano quando si tratta di reagire alle batoste elettorali. Lo schema è pressappoco il seguente: si perde alle amministrative e si spera nel secondo turno attendendosi chissà quale metamorfosi. Nei ballottaggi, com’è facile che capiti poiché spesso ci si trova di fronte ad alleanze locali anomale, che politicamente valgono poco a livello regionale, si vince in alcuni comuni. Come sabato e domenica scorsi. Ed ecco che subito si parla, da parte di esponenti di punta del Partito Democratico, di “segnali di ripresa” e di “orientamento che fa ben sperare”. Se andate a guardarvi le cronache giornalistiche delle elezioni passate, troverete lo stesso canovaccio. Cambiano gli interpreti, c’è qualche variazione nelle parole, ma nella sostanza il copione non cambia. Ma come si fa a parlare di ripresa in una regione che presenta un’opposizione ridotta ai minimi termini? Avremmo capito qualche sussulto speranzoso se il Partito Democratico e le formazioni politiche dell’ex Sinistra Arcobaleno avessero approntato una reazione, immediata nei proponimenti e a medio/lungo termine negli aspetti operativi, in qualche maniera visibile, palpabile. Ci saremmo accontentati, vista l’aria che tira, anche di un timido sussulto. Invece niente o quasi. Dei pezzi siciliani che hanno costituito la fallimentare e ormai chiusa esperienza della Sinistra Arcobaleno, non giungono notizie apprezzabili e in qualche modo commentabili. Del Partito Democratico abbiamo appreso, per la verità con più di qualche sorpresa, che per la sconfitta di metà giugno, otto province su otto e tre comuni capoluogo al centrodestra con percentuali umilianti, la colpa è di nessuno. Nel senso che, a partire dalla provincia più grande e finendo al più piccolo comune, nessuno ha sentito il bisogno di rimettere il mandato e di mettersi in discussione. Potevano essere piccoli segnali, certo non risolutivi, tuttavia indicativi di una qualche risposta in un momento davvero cupo. Al contrario, si tengono tenacemente tutte le posizioni personali. Se è il caso litigando senza ritegno. Come avvenuto al comune di Palermo la settimana scorsa attorno alla nomina del nuovo capogruppo. Si attende, pare, un chiarimento in ambito regionale che però è già stato rimandato. Mentre c’è chi ha pure parlato di un possibile commissariamento romano del partito siciliano. Che, da parte sua, sempre attraverso esponenti di punta, rimanda sostanzialmente la pratica al mittente. La colpa del tracollo sarebbe di Roma, perché in occasione delle politiche ha infarcito le due liste regionali per la camera di eletti provenienti da fuori regione. Motivazione che non riusciamo a comprendere. Si pensa davvero che con qualche eletto siciliano in più alla camera, si poteva evitare o contenere la scoppola delle amministrative? Semmai, se proprio vogliamo dirla tutta su quelle liste, ci sarebbe molto da obiettare su alcuni nomi siciliani piazzati in pole position. Ma quando si perde nel modo in cui è accaduto al centrosinistra siciliano, la cosa peggiore che si può fare è quella di accampare scusanti improbabili. Le motivazioni del tracollo sono molto più profonde. Bisogna vedere se si vuole capirle o se s’intende vivacchiare, amministrandolo da postazioni personalistiche, con quel venticinque per cento che è al momento la cifra elettorale dell’opposizione siciliana. Sembra, da quel che ne capiamo, che la strada sia quest’ultima. Che si unisce a un’evidente difficoltà di spiegarsi ciò che succede quando ci si conta alle urne. A tal proposito, basta registrare, a dimostrazione che il cliché post elettorale, come dicevamo all’inizio, è sempre il solito, la ben conosciuta analisi ripetuta dopo le sparute vittorie al secondo turno in alcuni comuni siciliani. Si afferma, ancora una volta, che nei ballottaggi “dove non c’è l’effetto di trascinamento delle liste, il voto è più libero da ogni condizionamento”. Il punto è che la robustezza di uno schieramento si misura proprio dalla forza di trascinamento delle liste. Che dicono tutto, o moltissimo, sul radicamento territoriale delle formazioni politiche. Recuperare quel consenso, invece che snobbarlo, ritenendolo voto non libero, è proprio il compito arduo, la montagna, che il centrosinistra in Sicilia ha davanti.

mercoledì 2 luglio 2008

Legge 180: dai manicomi al silenzio

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 02 LUGLIO 2008

Pagina XIV
Sicilia senza strutture per i pazienti psichiatrici
FRANCESCO PALAZZO



Per alcuni operatori sanitari palermitani, quando svolgono il servizio di guardia, pare che l´unico strumento davvero indispensabile sia l´elenco telefonico. E ciò per l´insufficienza di posti letto per pazienti psichiatrici negli ospedali. L´elenco telefonico serve a capire rapidamente dove potere inviare il malato in crisi acuta. Può essere un altro ospedale siciliano, ma sino all´altro giorno qualcuno stava per finire a Reggio Calabria. Ciò significa anche spostamento delle famiglie, con disagi per le stesse. E nelle altre province siciliane non va molto meglio. I posti letto per acuti psichiatrici, previsti dalla legge 180 del 1978, quella che chiuse i manicomi, a Palermo dovevano essere settantacinque. Oggi, ascoltando chi lavora nel campo, ne rimangono poco più della metà. Ma non è solo una questione di posti letto. Sembra anche che i medici siano sotto organico, così come gli infermieri e gli assistenti sociali. Nei manicomi c´era personale in abbondanza. Prima c´erano gli sprechi, ora problemi di sicurezza. «Ma come si fa – sottolinea un addetto – ad affrontare persone in stato di agitazione con quel poco personale, che neanche fisicamente riesce a reggere e controllare pazienti che li sovrastano fisicamente?». Il tutto sovente si trasforma in un´emergenza di ordine pubblico, ci si trova cioè costretti a chiamare le forze dell´ordine. Peraltro, le strutture pubbliche sono le uniche, per legge, in cui si possono applicare i trattamenti sanitari obbligatori. Non va meglio per le Cta, le comunità terapeutiche assistite. Sono strutture residenziali extraospedaliere, in cui si svolge il programma terapeutico riabilitativo e socio-riabilitativo per gli utenti psichiatrici. A Palermo ci sono cinque moduli, già al di sotto della bisogna secondo gli addetti. In più, come denunciano i sindacati, è possibile una riduzione di posti letto, con l´accorpamento preventivato dei moduli 3 e 4. Pure le case famiglia, comunità di tipo familiare con sedi nelle civili abitazioni, presentano delle criticità. Queste realtà soffrono cronicamente di problemi legati ai finanziamenti che ritardano o che diminuiscono. Nei manicomi, affermano gli operatori, paradossalmente il malato poteva trovare un letto sicuro, il cibo e personale più che sufficiente a disposizione. In definitiva, un ambiente accettabile. Adesso, a trent´anni dalla 180, si registra quasi ovunque - poiché la situazione palermitana e siciliana riguarda anche il resto d´Italia, tranne poche isole felici, come ad esempio le province di Arezzo e Trieste - una difficile applicabilità di una legge che doveva umanizzare il rapporto della società con il paziente psichiatrico. Il cambiamento, culturale prima che sanitario, introdotto dalla norma fu accolto, tre decenni addietro, in maniera molto positiva. Da allora, riferiscono gli operatori, c´è stato un lento e incessante allontanamento dagli ospedali. Forse perché, pensano alcuni, il paziente psichiatrico non è un fiore all´occhiello, non permette di fare bella figura. La patologia psichiatrica, che era stata messa al pari delle altre malattie trattate nelle strutture pubbliche, adesso rischia, secondo coloro che lavorano nel settore, la marginalizzazione. Spesso, ribadiscono, non rimane che la famiglia. Quando c´è. In ultima analisi, il rischio che temono gli operatori è quello di una progressiva privatizzazione dell´assistenza. Ciò mentre l´Organizzazione mondiale della sanità prospetta che nel 2020 la sofferenza psichiatrica, in particolare la depressione, diventerà la seconda causa di disabilità fra tutte le condizioni morbose, seconda soltanto alle malattie cardiovascolari. Nel frattempo i medici che operano nel pubblico continueranno a essere fermati nei viali degli ospedali dai pazienti psichiatrici soggiornanti nelle panchine. La richiesta è sempre la stessa: «Dottore, quando si libera un posto?».

venerdì 27 giugno 2008

Sicilia: il 118 e un parto al buio allo ZEN

SETTIMANALE CENTONOVE
27 6 2008
COM'E' DIFFICILE NASCERE
Francesco Palazzo



Nella sanità siciliana può capitare di morire per una banalità o di venire alla luce in condizioni del tutto particolari. Quest’ultimo caso è l’esperienza di una coppia rumena abitante a Palermo, allo ZEN. Lei è gravida, quasi al nono mese, e sta male. E’ la notte tra domenica 22 e lunedì 23 giugno. Alle tre e quarantuno di mattina il marito Alexandru chiama il 118. La centrale manda un’ambulanza con medico, infermiera e due soccorritori. A quell’ora la corsa verso quel quartiere periferico è abbastanza veloce, il mezzo di soccorso è sul posto in pochi minuti. Il problema è che il rione si presenta tutto al buio, per un improvviso black-out che ha colpito una vasta zona di Palermo. La coppia abita in un palazzone al nono piano, tutto spento come un albero di natale dopo la festa. Gli operatori non sanno ancora il malessere preciso della donna, salgono a piedi al nono piano con tutto l’armamentario del caso, illuminando la salita con una torcia. Sembra la cronaca da un paese in guerra, ma siamo a Palermo. Arrivati nella casa dei due giovani, la dottoressa, per fortuna una ginecologa, si rende conto che il “malore” è in realtà la cosa più naturale di questo mondo, ossia un travaglio di parto in fase piuttosto avanzata. Sarebbe tutto semplice se ci si trovasse in un comodo ospedale, ma si deve operare al buio più pesto, col solo ausilio di una piccola torcia elettrica e di qualche candela. La donna non può scendere con l’ascensore, un trasporto per le scale al buio, dal nono piano, è altamente rischioso per una partoriente. Si chiamano i vigili, affinché con una pedana mobile facciano uscire la giovane dalla finestra. Nel frattempo il parto va avanti. La situazione si presenta subito più complicata di un normale parto spontaneo, anche perché, in realtà, ci vorrebbe un cesareo. Tuttavia, non c’è tempo. Solo quello di riuscire a divincolare il feto da due giri di cordone ombelicale che lo bloccano. Operazione che fatta alla “luce” di una torcia elettrica e di alcune precarie candele, diventa una manovra quasi alla cieca. Dopo qualche momento di difficoltà, grazie alla collaborazione tra due donne, una rumena, la signora Ramona Bianca, 30 anni, e un’italiana, la dottoressa del 118 Daniela Aquilino, la bimba riesce a vedere il mondo, pur venendo fuori con necessità impellenti di rianimazione. Le quali vengono espletate dal personale sanitario sempre al buio, con grande collaborazione della nuova arrivata, che senza l’aiuto in emergenza sarebbe morta soffocata. Non appena tutto termina felicemente, alle quattro e trenta del mattino, arrivano i vigili del fuoco, torna la luce e due ambulanze, la seconda rianimatoria nel frattempo giunta, partono per l’ospedale palermitano Vincenzo Cervello. Una porta la madre, l’altra la figlia. Potrebbe sembrare una storia di ordinaria sanità se provenisse dalla Norvegia, che possa accadere in Sicilia trasforma l’evento in un fatto abbastanza clamoroso. Sul quale va fatta almeno una riflessione. Il servizio sanitario regionale, certamente fonte di tanti sprechi, disservizi e clientelismi, presenta anche delle punte, pensiamo non poche, di ordinaria eccellenza. Che solitamente operano senza cercare la notorietà e che accettano la sfida di lavorare sul territorio, con tutte le difficoltà e gli imprevisti, come in questo caso, che ciò comporta. Tutte le disfunzioni della sanità siciliana, lo sappiamo, derivano dalla politica che cerca di spartirsi tutti i pezzi della torta in modo sempre più scientifico e brutale. Il nuovo assessore alla sanità, quindi, si occupi certo dei tagli e degli sprechi dove essi si verificano. Ma cerchi, soprattutto, di dare una netta sforbiciata, provando a tranciarli di netto, ai tentacoli dei partiti che infestano la scena pubblica siciliana nel suo settore più redditizio, la sanità. Solo apportando innanzitutto questi tagli si riuscirà a guarire il mondo sanitario pubblico siciliano. Solo così si potrà fare in modo che l’ordinaria eccellenza diventi normalità. La straordinaria normalità di un parto al buio allo ZEN.

domenica 22 giugno 2008

Palermo: Piazza Magione e Giovanni Falcone

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 22 GIUGNO 2008

Pagina XIV
A QUALCUNO NON PIACE LA PIAZZA PER FALCONE
FRANCESCO PALAZZO



Il clima si è notevolmente acceso. Si è arrivati alla petizione popolare. La controversia è partita dall´intenzione del Comune di intitolare piazza Magione a Giovanni Falcone. Le motivazioni dell´amministrazione, per la scelta del luogo, sono da ricercare nel fatto che il magistrato, nel cuore del centro storico, trascorse la sua infanzia. Parrebbe, dunque, una logica conseguenza quella di dare il nome del magistrato al posto dove egli trascorse la parte iniziale della sua, purtroppo non lunga, vita. Tale decisione ha però scatenato forti contrasti. Mossi, anzitutto, da quelli che ritengono non corretto il passaggio d´ufficio da piazza Magione a piazza Falcone. Sarebbe stato giusto, obiettano, sentire il parere dei residenti. Se questa è la difficoltà, si potrebbe mettere in campo, oltre alla petizione, perché no?, un vero e proprio referendum, con relativa campagna propagandistica dei contrari e dei favorevoli ed exit poll alla chiusura dei seggi. Tanto la macchina elettorale è ancora calda. Poi abbiamo chi si è messo di traverso sostenendo che la denominazione Magione, derivante dal francese maison, casa, sarebbe sinonimo di accoglienza e ospitalità. Come si farebbe, in futuro, a entrare in quella piazza senza più avvertire quell´atmosfera struggente di ritorno a casa che notoriamente pervade chiunque vi si rechi? Si propone, in alternativa, di imporre i nomi di Falcone e Borsellino ai quartieri Zen 1 e 2. Dimenticando che lo Zen, da anni, ha assunto il nome del fiorentino San Filippo Neri. Forse dobbiamo aspettarci un´ennesima petizione, questa volta da parte dei devoti del santo in questione?Infine, quella non manca mai, c´è una critica politica all´amministrazione comunale, che certamente ne merita tante e su aspetti strategici per lo sviluppo della città. Invece di intitolare strade, sostengono coloro che la buttano in politica, dovrebbe occuparsi delle emergenze cittadine: i disoccupati, i senzatetto, i quartieri periferici e via elencando. Per carità, giusti rilievi. Ma che sembrano aprire un nuovo filone dell´altrismo. Cioè l´innata capacità, diffusa in Sicilia, di guardare sempre da un´altra parte quando si discute di un argomento. Rappresenta la fatica, evidentemente insostenibile, di attenersi al tema posto all’ordine del giorno. A ben pensarci, allora, su Piazza Falcone, se proprio vogliamo allargare l’orizzonte critico, si possono contrapporre aspetti più importanti. A livello planetario c’è il problema irrisolto della fame nel mondo, che non dovrebbe farci dormire la notte, altro che occuparsi di piazze e targhe. In ambito regionale non si può non pensare, invece di perdere tempo a dedicare vie o slarghi a chicchessia, al dramma dei termovalorizzatori. Prima di realizzare i quali occorrerebbe, appunto, “altro”. Tipo la raccolta differenziata al 99,9 per cento. Inoltre, non possiamo non soffermarci sulla tragedia del ponte sullo stretto, che necessità di un capitolo a parte sul filone dell’altrismo. Prima di costruirlo, infatti, si vorrebbe una Sicilia perfetta, “altra”, completa d’infrastrutture e di quanto più meraviglioso può partorire la mente degli “altristi”. Insomma il Comune, nel porre in essere una decisione che in qualsiasi altra città sarebbe stata accolta senza alcuna discussione, si è imbarcato, senza rendersene conto, in una disputa che rischia di avere dimensioni immense. Finché è in tempo provi a rettificare, faccia un passo indietro. Lasci ai posteri piazza Magione. Solo un´avvertenza: aggiunga alla scritta "Magione" la traduzione in francese e il significato che il nome ha in quella lingua. In modo che gli abitanti del luogo possano respirare un clima internazionale, meglio conosciuto come aria del continente, che il suono del dolce accento transalpino non potrà che richiamare, oltre che ai residenti, anche agli occasionali visitatori. (La parte in rosso non è apparsa sul giornale).

mercoledì 18 giugno 2008

Provinciali siciliane 2008: la quasi scomparsa del centrosinistra

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 18 GIUGNO 2008

Pagina I
L´analisi
Tutte le cifre di una sconfitta
FRANCESCO PALAZZO

Qualche ora dopo la chiusura dei seggi un dirigente palermitano del Pd, con una certa malcelata soddisfazione, assicurava che il trend catastrofico del centrosinistra era in inversione di tendenza. Il riferimento era alla realtà di Palermo e provincia. Registravamo la rivelazione con incredulità, in attesa di dati più attendibili. Dati che poi hanno smentito la certezza granitica del dirigente in questione, che da quel momento non si è più visto nelle varie emittenti televisive che commentavano i risultati elettorali. Ma ormai la leggenda metropolitana era entrata nel circuito mediatico e politico. E, infatti, nei giornali di ieri si poteva leggere la seguente dichiarazione del candidato alla presidenza della Provincia di Palermo: «Sapevamo che la sfida era difficile, ma rispetto ad aprile la distanza abissale del 40 per cento tra centrodestra e centrosinistra alla fine si è accorciata». Purtroppo per lui, dati alla mano, le cose non stanno così. Alle regionali di qualche mese addietro, il centrodestra prese nel collegio provinciale di Palermo il 68,61 per cento, il centrosinistra si fermò al 28,57. Alle provinciali palermitane quest´ultimo si è fermato al 26,34 per cento, il centrodestra ha toccato quota 73,66. Basta avere una semplice calcolatrice per vedere che il baratro tra le due coalizioni è passato dal 40,04 al 47,32 per cento. Altro che distanza accorciata. Vediamo le altre sette province in cui si è votato. Prendiamo Agrigento. In questa provincia alle regionali il centrodestra arrivò al 67,55 per cento, il centrosinistra al 30,65. Alle provinciali di domenica e lunedì scorsi, il centrodestra è balzato al 76,72 per cento, il centrosinistra, diviso in tre, è arrivato al 21,83. Nell´Agrigentino dunque, rispetto alle regionali, l´abisso tra le due parti politiche, inteso come voti andati alle liste, l´unico metro di valutazione che ha una base strutturale nella misurazione del consenso, è passato in poche settimane dal 36,9 al 54,89 per cento. In provincia di Catania si continuano a raggiungere cifre iperboliche. Se alle regionali la differenza tra le due coalizioni era del 50 per cento, ora si è passati al 61,5. A Messina, intesa come provincia, si è traghettato dal 43,32 per cento in più a favore del centrodestra alle regionali al 56,52 di ora. Palermo, Agrigento, Messina e Catania sono da inserire per il centrosinistra, registrandosi un divario che va da più del 45 a più del 60 per cento, nella fascia della più nera e infernale disperazione. Poi ci sono tre province, Caltanissetta, Siracusa e Trapani, dove il centrosinistra sta dentro una striscia, che potremmo chiamare purgatoriale, meno umiliante, ma sempre pesante. Nel Nisseno si è comunque fatto peggio rispetto alle regionali, passando da un distacco del 30,6 al 32,03 per cento. Nel Siracusano quasi simili gli equilibri. Alle regionali il centrodestra aveva staccato il centrosinistra di 30,74 punti percentuali, adesso l´asticella è salita al 33 per cento. Il Trapanese è l´unica provincia di questa fascia dove si è registrato un lieve miglioramento rispetto alle regionali. Ad aprile la divisione tra centrodestra e centrosinistra si attestava al 37,39 per cento, oggi, sommando i tre pezzi del centrosinistra che erano in campo per le provinciali, si arriva al 36,24 per cento di scarto. L´unica provincia dove il centrodestra pur vincendo non si è limitato a passeggiare sugli avversari, ma ha dovuto in qualche modo competere, si conferma quella ennese. Qui, addirittura, le liste del centrosinistra dimezzano complessivamente lo svantaggio delle regionali, che passa dal 14,87 al 7,73 per cento. Rimanendo al tema dantesco, non sarà il paradiso ma, con l´aria che tira, è almeno una sconfitta che il centrosinistra può analizzare e raccontare senza arrossire di vergogna.

sabato 14 giugno 2008

Sicilia: morire di lavoro e lavoro utilizzato male

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 14 GIUGNO 2008

Pagina I - Palermo
L´analisi
Nell´esercito regionale pochi addetti ai controlli
FRANCESCO PALAZZO

Morire di lavoro, sette persone in pochi giorni, ieri l´ultima vittima, in una Sicilia con tasso di disoccupazione triplo rispetto alle regioni italiane economicamente più floride. Dopo le tragedie si cercano le responsabilità. Mai un mese o un giorno prima. C’è il solito appello alla presenza dello Stato. Ma nel frattempo si apprende che alla regione, cui spetta insieme alle Ausl la competenza dei controlli sulle quasi cinquecentomila aziende private e su tutti gli enti pubblici, il personale ispettivo è ridotto al lumicino. Solo 150 gli ispettori e altri duecento in formazione. Un piccolo plotoncino di trecentocinquanta addetti, che già avrebbe difficoltà a controllare, bene, una città come Palermo. Figuriamoci tutta la Sicilia. Si tratta di una goccia nel mare. Per un´infrazione scoperta, ne sfuggono migliaia. Basta poco per capire che questo settore dell´amministrazione regionale è uno di quelli più sguarniti, a fronte di tanti uffici dove invece c´è un esubero rispetto alle mansioni da svolgere. Insomma, siamo alle solite. Più di ventimila dipendenti, la Regione Lazio ne ha circa 3.500 a fronte di 5.493.308 abitanti, numero sovrapponibile ai residenti siciliani, e si lasciano sottodimensionate postazioni di primo rilievo. Si farà mai alla Regione una ricognizione completa di tutto il personale, per capire come meglio utilizzarlo e formarlo? Domanda retorica, capite bene. E non c´è rinnovamento, spesso più teorico che praticato, che tenga. Quanti assessori, tra quelli appena insediatisi, hanno fatto, o hanno intenzione di fare, una ricognizione a tappeto delle unità di personale in servizio? Non si tratterebbe, a ben pensarci, di un lavoro improbo. Basterebbero, a ogni assessore, alcune settimane di lavoro per rendersi conto se i singoli sono impiegati secondo le inclinazioni, i bisogni dei vari uffici, il sapere e voler fare, la cultura e il titolo di studio posseduto (alla Regione non si tiene assolutamente conto di tali aspetti). E se, oltre a un impiego quasi sempre non corretto delle persone, c´è una carenza o, al contrario, una dotazione eccedente di lavoratori. Parliamo di aspetti gestionali che dovrebbero essere assolutamente fisiologici, normali, ordinari. Invece, lo sappiamo bene, e accade ogni volta che entra in carica un nuovo governo in Sicilia, i capi delle amministrazioni, e se ci sono eccezioni le registreremmo volentieri, si limitano a un saluto più o meno partecipato alla truppa, senza rendersi minimamente conto, oltre la quantità, di che qualità dispongono. Un´amministrazione complessa come quella regionale non può fare passi in avanti se non utilizza le risorse umane che ha in abbondanza. E che per qualità non sono seconde a quelle di altre regioni storicamente meglio funzionanti. Quanti dei ventimila in organico alla Regione potrebbero diventare ispettori del lavoro, coprendo un settore dalla cui completezza dipende la salvaguardia di vite umane? La risposta è che, a oggi, è impossibile saperlo. Così com´è difficile che altri rami dell´amministrazione, anch´essi marcianti a ranghi largamente incompleti, possano essere portati alle giuste dimensioni se prima non si capirà, nel dettaglio, com´è fatta questa massa, al momento indistinta, dei dipendenti regionali. Facendo questo discorso non possiamo, tuttavia, nasconderci un altro versante critico. Anche ammesso che miracolosamente si riuscisse a sbrogliare la matassa, pensate che sarebbe facile fare andare tutti i tasselli al loro posto? Domanda, anche questa, retorica. Che ne richiama un´altra. Se, non diciamo diecimila, ma uno solo dei dipendenti regionali fosse trasferito d´ufficio, in un luogo più consono alle sue abilità e più utile per le necessità dell´amministrazione, ritenete che i sindacati faciliterebbero l´operazione?