giovedì 27 maggio 2010

Perchè è un problema non seguire il proprio leader

Il messaggio della pubblicità contestata, apparsa per le vie di Palermo, è abbastanza chiaro. Cambiate stile. Non seguite il vostro leader. Perché, appunto, il leader, soprattutto se vuole fare fuori un del po' di umanità come Hitler, che compare nei cartelloni con un cuore impresso sul braccio al posto della svastica, non è proprio un bell'esempio da seguire. Discorso chiuso? Se si fosse dato il significato corretto alla parole, la querelle non si sarebbe neanche aperta. E, invece, alte si sono levate le proteste, arrivate sin dentro le stanze della presidenza della repubblica. Ora l'azienda che ha ideato la campagna di comunicazione, riuscendo a farne parlare l'Italia intera, annuncia altri manifesti simili con al centro il grande timoniere Mao. Si prepari, il presidente Napolitano, a ricevere altre missive di protesta. Eppure, se l'invito a non seguire il leader ed a cercare un proprio stile è rivolto ai giovani, come pare che sia, non può che essere accolto con favore. E ciò vale anche per gli adulti. Che in politica, nella società, nel posto di lavoro, in chiesa, non attendono altro che di trovare un punto di riferimento da seguire e di cui innamorarsi in maniera acritica. La strada che porta a far scattare tale meccanismo è abbastanza visibile. Guardiamo, per cominciare, un attimo la vita politica siciliana. Cosa è, al momento, al di là dell'opinione che ciascuno può avere sulla sostanza delle cose, se non un valzer ballato da poche persone che stanno decidendo ciò che è buono e ciò che non lo è per tutti. Voi vi ricordate delle elezioni? Roba passata, conta soltanto la volontà di alcuni, che, giorno per giorno, ci dicono, e quasi dobbiamo ringraziarli, cosa è meglio per la Sicilia. E' un liderismo che sorge nel vivo del tessuto democratico e perciò fa meno paura. Tanto che ci siamo abituati a considerarlo come assolutamente fisiologico. Spostiamoci un attimo in un ambiente completamente diverso. Vi sarà certamente capitato in questo periodo di assistere in qualche chiesa ad affollatissimi riti di prima comunione. Decine di ragazzini e ragazzine, in chiese spesso piccole, riempiono con centinaia di parenti, molti ovviamente in piedi o fuori dalle chiese, ogni angolo interno ed esterno. Gli unici che parlano, che ha decidono, che orientano cose e persone, sono i parroci. Nessun tipo di interazione, se non un ascolto distratto, visto che i luoghi di culto sono pieni all'inverosimile, è richiesto. Anche qui nessun problema. Gente adulta, anche studiata, che segue il leader di turno, senza che senta l'esigenza di partecipare o di modificare un minimo quanto già predisposto dal ministro di dio. Tutto normale? Certo, poiché questi meccanismi di massificazione e di trasferimento verso l'autorità sono ormai entrati nel metabolismo culturale di tantissimi, non ci si pone alcuna domanda. Perché è come se per le nostre strade campeggiasse costantemente un'altra campagna pubblicitaria, con lo slogan “seguite il vostro leader”. E se davvero comparisse domani, per pubblicizzare un altro marchio, magari senza la foto poco rassicurante dell'uomo con i baffetti, ma con l'immagine di un santo, pensate che qualcuno si preoccuperebbe? No, ormai c'è l'assuefazione a correre dietro qualcuno. Lo si può vedere anche nel corpo vivo della società di questa città e di questa regione. Basta che un tizio qualsiasi indichi una rigenerazione politica, contro i partiti e contro tutto, magari ricopiando il peggio del peggio dei partiti, in termini di propaganda e di pressapochismo, ecco che trova subito audience e tifoserie pronte all'uso. Insomma, il problema non è quel manifesto che tanto, incredibile e ingiustificato, scandalo sta creando. Ma il fatto che quel messaggio, non seguire il tuo leader ma ragiona con la tua testa, fa scattare la veemente copertura di un'abitudine che oramai si è cristallizzata e non si vuole mettere in discussione. Cambiarla sarebbe un trauma. Francesco Palazzo

domenica 23 maggio 2010

Cosa ci poteva dire una magnolia nuda

Oggi è forse il caso di riprendere la vicenda dell’albero di via Notarbartolo. Certo. Se non oggi, quando? Vi ricorderete. Ci siamo buttati a corpo morto su quella povera magnolia prima di capire cosa fosse successo. Era stata la mafia o una ragazzata? Inquietanti entrambi le ipotesi. No, era stata una persona sofferente, una delle tante che vediamo in giro per la nostra città. Che ignoriamo e che ci ignorano. E che probabilmente con questo gesto sconsiderato ci ha voluto dire, ci sono anch'io. Forse si poteva evitare tutto quel parapiglia, bastava che funzionasse la telecamera piazzata davanti a quella che fu l'ultima dimora terrena di Giovanni Falcone. Strano, no? Quel luogo è uno dei simboli più gettonati, nel panorama nazionale e mondiale, della lotta alla mafia e non c'è uno straccio di video sorveglianza funzionante. Non è la prima volta che accade e non è questo il punto. Ormai l'allarme era partito e molta gente si è recata a riempire nuovamente l'albero. Tantissimi, bambini, giovani, adulti, animati dai più buoni propositi, non c'è dubbio. Ma tanti anche mossi dalla possibilità di fare bella figura a buon mercato. Come dice la pubblicità: ti piace vincere facile? E che ci vuole, quasi un gioco da ragazzi, fare l'antimafia in questo modo, non ci si sporca neanche il vestito della domenica. E oggi è proprio domenica. Soprattutto se si rappresentano istituzioni che non si fanno funzionare come dovrebbero. Sarebbe questa la vera antimafia? Certo, lo sanno pure le pietre, ma è meglio evitare. Questo è un campo dove è difficile, molto complicato, vincere facile. E, infatti, ci perdiamo un po' tutti. Eppure quell'albero svuotato, qualcosa voleva pur dire. Non soltanto a quelli che hanno subito cercato oscenamente visibilità gratuita sotto i suoi rami. Ma pure a quello che una volta si definiva movimento antimafia e che oggi non saprei come chiamare. Disperso, com’è, in mille rivoli, l'un contro l'altro armati o, se va bene, non comunicanti. Le cose difficilmente accadono per caso, o a volte la casualità si fa carico di scoprire qualcosa che, per tutta una serie di motivi, alcuni nobili, altri meno, si preferisce tenere ben nascosta. E cosa voleva comunicare quella magnolia denudata? Difficile rispondere adesso. E' stata, da subito, ricoperta. In fretta, prima che sorgesse qualche domanda e ci si dovesse dare qualche risposta. Seria, onesta, non retorica. Subito ho avuto la sensazione che stava accadendo come quando si ha vergogna di qualcosa verso la quale ci si sente, in fondo, corresponsabili e perciò si tende a rivelare, ossia a velare nuovamente, ricoprire, nascondere, occultare. Quando invece si dovrebbe avere la forza di svelare, ossia di rendere visibile a tutti la sostanza, tralasciando di occuparsi della forma, affinché questa torni, pulita e candida, al suo posto e plachi le coscienze. Si doveva avere la forza di lasciare quell'albero così com'era stato ridotto. Malconcio, nudo, pieno di ferite. Non per sempre, sia chiaro. Sarebbero bastate alcune settimane, magari sino all'anniversario di oggi, 23 maggio 2010, il diciottesimo. Mettiamo che l'albero sofferente sia la lotta alla mafia, condotta nella politica e nella società. Cosa ci poteva dire in questa domenica quella grande magnolia denudata, violata, se solo gli avessimo dato il tempo di parlarci? E' un punto di domanda che ciascuno, se vuole, può portarsi appresso sino a lunedì. Oppure, se infastidito, può scaricare immediatamente con una scrollata di spalle. Magari mentre apprende, proprio oggi, domenica di passione, con una dolorosa, per l'albero, puntina di metallo il suo bel cartello sul tronco dell’albero Falcone. Sì, forse quella povera signora, come il bambino della favola, ci ha voluto indicare che il re è nudo. Ma abbiamo avuto troppa paura. E subito l’abbiamo rivestito. Francesco Palazzo

venerdì 21 maggio 2010

Casa ai Rom, quando la politica insegue le paure

Francesco Palazzo

Dunque il Comune ci ha ripensato. L’attico di via Bonanno, a Palermo, non andrà più alla famiglia rom. Le proteste dei residenti hanno convinto l’amministrazione a fare dietro front. Non è la prima volta, e non solo su quest’argomento, che l’esecutivo alla guida di Palermo, si fa per dire, fa marcia indietro. I nostri amministratori, tuttavia, in questo caso hanno dato il meglio. Cercando di porre una pezza all’insurrezione popolare, che non c’era stata quando l’attico apparteneva alla mafia, non si sono resi conto che hanno creato un pericoloso precedente. Come fanno ad essere sicuri che pure gli abitanti dello stabile di corso Calatafimi, nuova destinazione della famiglia rom, non scenderanno in piazza? Nessuno si potrebbe meravigliare, meno di tutti il Comune, se ciò accadesse. E, del resto, perché non dovrebbero farlo, visto che il governo cittadino si è già abbassato come il famoso giunco la prima volta? E se anche nella nuova destinazione si verificasse una sollevazione popolare simile a quella di via Bonanno, verrebbe forse trovata un’altra casa, e poi un’altra ancora? Sempre più in periferia, magari come tappa finale il campo rom. E non è finita qui. La vicenda suggerisce, tra le altre, pure una preoccupante sottolineatura. Per dirla chiaramente, con questa scelta senza criterio si sancisce, ufficialmente, che la città è composta di aree di serie A, che basta che alzino il sopracciglio affinché l’amministrazione se la dia a gambe, e zone di serie B, che si pensa, ma chissà se andrà così, di poter controllare meglio. In parole povere, ciò che non può essere accolto nel salotto affrescato di via Libertà, può benissimo trovare accoglienza nel vecchio ripostiglio di corso Calatafimi. Insomma, da qualsiasi parte si guardi questa pietosa vicenda, davvero fa acqua da tutte le parti. E abbiamo l’impressione che ne sentiremo ancora parlare. Ciò avviene proprio nel momento in cui allo Zen è in corso la guerriglia per lo sgombero degli abusivi che hanno occupato illegalmente case già assegnate ad altri. Da una parte si sposta, come una pedina inanimata sulla scacchiera del disagio, chi ha ottenuto una casa nel rispetto di una graduatoria, mettendosela, di fatto, sotto i piedi, dall’altra si allontanano coloro che hanno occupato case non tenendo conto di una lista d’attesa. Circostanze che ci dicono tanto circa l’assenza di una politica sull’emergenza abitativa da parte di questa amministrazione. Ma non c’è solo questo e non riguarda solo l’oggi. La politica residenziale e urbanistica popolare degli ultimi decenni, che ha creato dei veri e propri ghetti dove trasferire tutto il disagio sociale, ha prodotto vere e proprie enclave di illegalità. Non ha diminuito, anzi aggravato, il disagio e ha reso più difficile la vita in quartieri già problematici. Tale politica abitativa, che ancora allo Zen e in altri posti si continua a perpetrare, creando dei non luoghi, deve essere del tutto abbandonata. Perché si continuano a costruire e assegnare case allo Zen? Quale poteva essere e qual è l’alternativa percorribile? Si può dire in due parole. Se le persone bisognose di una casa si fossero integrate singolarmente nel tessuto cittadino, nei luoghi dove già esisteva una socialità in grado di rendere migliore la loro vita, la storia di questa città sarebbe stata diversa e migliore. Si sarebbero tolti alle cosche dei serbatoi sempre pieni di manovalanza e di consenso. Ma è una politica che ha bisogno di una mano ferma. Non quella tremolante che cerca di trovare il muro basso di corso Calatafimi cui affibbiare ciò che il muro alto di via Bonanno non vuole. Un’amministrazione forte del primato della politica e del consenso, aspetti che evidentemente difettano a chi guida da un decennio la nostra comunità, avrebbe avuto la forza di far rispettare la propria scelta ai protestanti di via Libertà. Non è andata così.

venerdì 7 maggio 2010

Come è facile prenotare una TAC

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 07 MAGGIO 2010
Pagina XV
L´odissea di un cittadino nella sanità riformata
Francesco Palazzo

Sì, va pure bene la riforma della sanità, di cui è appena stato festeggiato il primo genetliaco. Anche se ancora è presto per vedere i risultati e spegnere candeline. Ma mettete che un anziano debba, oggi, prenotare una Tac e decida di farlo contattando la nuova azienda Villa Sofia-Cervello. Prova a telefonare al numero che gli hanno dato, dopo alcuni giorni capitola, non riesce a mettersi in contatto. Forse con la mano tremante sbaglia a comporre il numero, oppure l´ha scritto male. Passa al piano d´emergenza. Consistente nel chiamare il figlio, quello studiato, affinché affronti la delicata questione. E il figlio, giovane e aitante, pensa sia una bazzecola. Prova, in giorni diversi, a fare tre volte il numero del centro di prenotazioni di Villa Sofia. Non si formalizza, in fondo ha fatto centro al terzo tentativo, manco Miccoli ha questa media. Solo che il Cup, che è il centro unico per le prenotazioni, proprio unico non è. Perché, dicono, che la tac va prenotata chiamando la radiologia. Non c´è problema. Una voce ti dice che telefonicamente non si può, occorre presentarsi lì, di mattina, con la prescrizione e prenotare di persona personalmente, come direbbe quel personaggio del commissario Montalbano. Cosicché, bisogna recarsi due volte presso il nosocomio. Una volta per fissare la data, un´altra per effettuare l´esame. Per un anziano solo e sofferente, non è una passeggiata. Certo, il figlio può prendersi un permesso dal lavoro per andare a prenotare. Si tratta di prendere l´auto, intasare ancora di più la città, consumare carburante, spendere soldi per il posteggio, quando tutto si potrebbe risolvere con una telefonata. O, sia detto senza offesa, per via telematica. Si prova a cambiare direzione rivolgendosi al Cervello, l´altro partner della fusione. Può essere che telefonicamente si riesca a risolvere. Occorre, per inciso, rilevare che è incomprensibile come ancora non vi sia un numero unico di prenotazione all´interno della stessa azienda, ma ben tre, anzi quattro come poi scopriremo. O forse di più. Pensa che, pure in questo caso, occorra chiamare la radiologia. Sta scherzando?", rispondono. Da loro, diversamente da Villa Sofia (ricordiamoci sempre che sono da mesi la stessa azienda) è il Cup che prende anche le prenotazioni per le Tac. Bene, anche questo ulteriore numero viene segnato. Ma non è quello vincente. Si torna sul sito dell´azienda e si prende il numero lì indicato. Risponde una voce professionale: "Sono N. come posso esserle utile"? Gratificante, ma non può risolvere il problema. Bisogna chiamare il call center del Cervello, dice, informandoci che il tempo d´attesa per l´esame è di due settimane. Il call center lavora dalle 8 e 30 alle 17. Lui è in gamba e da una dritta. Meglio non chiamare prima delle 14 e 30, si rischia di fare un buco nell´acqua. Cosa facilmente riscontrabile. A questo punto si verifica se alla radiologia di Villa Sofia, con cui almeno può esserci un contato fisico, i tempi sono gli stessi del Cervello. Siamo nell´ultima settimana di aprile. Ebbene, se la Tac è senza mezzo di contrasto se ne parla a fine maggio, informano, se ci vuole il mezzo di contrasto si deve attendere un mese. Non si capisce la differenza, in entrambi i casi sempre di un mese di attesa si tratta. Ma non è il caso di insistere più di tanto. Ora rimane la scelta. Continuare a chiamare il call center del Cervello, dopo le 14 e 30, o recarsi con il corpo e lo spirito a Villa Sofia? Si opta per la seconda soluzione. Il primo sabato mattina, unico giorno libero, il giovane figlio va alla radiologia generale di Villa Sofia. L´addetto è attonito. Non è lì che si prenota, lo sanno tutti. Loro fanno solo gli esami. «Occorre recarsi alla radiologia di geriatria». Altra rampa di scale, consulto rapido, sotto la pioggia, con almeno tre operatori sanitari e finalmente ci s´introduce nella stanza giusta. C´è una signora che pare aspetti te. Rapida e premurosa. Tutto si risolve in meno di un minuto. L´esame è per i primi di giugno. Missione compiuta. C´è solo un piccolo strascico. Occorre, il giorno dell´esame o anche prima, ma bisognerebbe impiegare un´altra mattina, bollare la ricetta passando dallo sportello apposito. Si prospetta, quindi, una bella coda. Ma questa è un´altra storia.

lunedì 26 aprile 2010

Riformite cronica, una brutta malattia

Se il caffè è pure riformista
Francesco Palazzo
LiveSicilia
26 4 2010

Il bilancio regionale troverà la maggioranza se dentro vi saranno le riforme. Ormai è un mantra della politica siciliana, un tormentone senza sosta. Da quando sono nato l’orizzonte riformista è entrato prepotentemente nella mia vita. Nella nostra vita. E’ un malanno dal quale è difficile liberarsi. Per dire. Non appena al telegiornale c’è una parola che comincia con la r, una fitta alla ferita sempre fresca si fa sentire. Per poi risolversi in una liberazione quando la lettera iniziale è l’inizio di altri vocaboli, tipo ricordo, rimessa, riletto, rifatto e via andando. Durante la visita militare avevo capito che riformato non era poi un bel complimento, si trattava di persone che avevano qualche difetto e perciò non potevano servire, beati loro, la patria armi in mano. E sino a quando si discute di riforme a Roma, puoi tentare di schivare le frecciate mediatiche. Lì, poi, proprio non ci sanno fare, si vede lontano un miglio che è un gioco di società, un risiko dell’improvvisazione, una tombola della banalità. A volte, devo ammettere, mi diverto anch’io. Per la verità, pur volendo essere comprensivo, non ho mai capito cosa significhi esattamente la parola riforma applicata alla politica. Sino a un certo punto mi pareva che bastasse e avanzasse la parola politica. Quella normale, trasparente, senza additivi. Ma il punto è che ormai il focolaio è vicino. Nella nostra regione non si parla che di riforme. L’epicentro è proprio sotto casa. Ad ogni riunione, nel bus, al bar, in chiesa, in ufficio, al supermercato, dovunque, puoi trovare un tifoso delle riforme. Un ultrà riformista della curva sud travestito con giacca e cravatta. L’altro giorno quel signore in salumeria sembrava tanto tranquillo. A un certo punto mi ha guardato in un certo modo, mentre il banconista affettava il prosciutto mi lancia il guanto di sfida. “ Riformiamo il turno, io che sono venuto dopo passo prima di lei”. Pur di non farmi scoprire, ho aderito alla richiesta. Inizialmente, ho pensato che quando in Sicilia si è cominciato a parlare di riforme, fosse solo per un tic nervoso, un rigurgito del passato. Mi sono detto, vabbè, passerà. Ma poi la cosa non si è fermata. Prima che succeda l’irreparabile, occorre farsene una ragione e cominciare a mutare lo stile di vita. Io ho già iniziato. Consiglio anche a voi di fare lo stesso. Cose piccole all’inizio. Io, ad esempio, ogni mattina, al bar, accetto che il caffè possa fare anche schifo, ma deve contenere almeno, per farlo diventare una bevanda succulenta, un pizzico di riforma. Il solo odore basta e avanza, non mi formalizzo più di tanto. Poi mi perfezionerò. Datemi tempo. Qualche speranza, è ovvio, rimane. Quando sento che si procede, proprio con il bilancio, a una nuova infornata industriale di stabilizzazioni e all’assegnazione a pioggia, come da nobile tradizione, di contributi a enti, associazioni e quant’altro, torno a rivivere. Mi rendo conto, ma è presto per dirlo, bisogna stare in campana, che dentro il cappello delle riforme ci siano le solite belle consuetudini. E qui mi rilasso un po’.

venerdì 23 aprile 2010

Centrosinistra in Sicilia, il muro del 30 per cento.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
23 APRILE 2010 - n. 16
Pag. 2
Il PD e le strade che non spuntano
Francesco Palazzo

Generalmente, quando una parte politica attraversa un momento di crisi, e il centrodestra in Sicilia sta vivendo molto di più che un frangente di faide intestine, chi se ne avvantaggia è l'altra parte dello schieramento. Per restare al sud, alle recenti regionali, in Calabria e in Campania, dove il centrosinistra è alla frutta, il centrodestra ha vinto. In Sicilia, invece, il baratro della dissoluzione della maggioranza più che vittoriosa nel 2008, sta diventando il buco nero in cui tutti si stanno andando a cacciare. Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, il dibattito che si sta svolgendo dentro il centrosinistra, o meglio nel Partito Democratico, lascerebbe intendere a un visitatore ignaro di cose siciliane, che proprio i democratici siano il punto debole della convulsa fase politica regionale. Quando, al contrario, dovrebbero esserne i primi beneficiari. I continui viaggi sull'asse Palermo-Roma dei maggiori dirigenti democratici e adesso questa sorta di commissariamento, descrivono un tira e molla che ormai sta iniettando dentro il partito il virus dell'incomunicabilità e dell'incertezza assolute. Ognuno dice la sua, tra interventi sui quotidiani, sui blog e sui social network. Dalle primarie è uscita una situazione che non è né carne né pesce. Non hanno vinto coloro che più tendevano a un rapporto stretto con Lombardo e hanno perso coloro che più volevano tenersene lontani. Ha prevalso una linea incerta, che guarda un po' di qua e un po' di là, non decidendosi se prendere una strada anziché un'altra. A conferma di ciò giunge l’ultima salomonica decisione della direzione regionale del partito. Che, cercando di accontentare tutti, finisce probabilmente per scontentare tutti. Questo stato di cose, se non siamo lontani dal vero nel rappresentarlo, può rivelarsi esiziale per qualsiasi formazione politica. A maggior ragione se riguarda un partito che non ha, almeno in Sicilia, numeri tali da potere sopportare scosse di un certo grado. Va detto, per avere un quadro più completo e veritiero, che al momento il Partito Democratico, a prescindere di cosa si possa pensare delle sue scelte, è l'unico soggetto del centrosinistra che tenti comunque di battere qualche colpo. Le altre forze navigano a vista, quasi scomparse, oltre che dal parlamento regionale, anche dal dibattito politico. Se non per dire che non sono d'accordo col Partito Democratico, o con quella sua parte fidanzata con Lombardo. Troppo poco come prospettiva. Per fare un bagno di sano realismo, bisogna tenere fermi i dati delle ultime tre elezioni regionali, un decennio di politica. Nel 2001 il centrosinistra si fermò al 30,3 per cento, nel 2008 si è tornati esattamente allo stesso dato, sommando anche Italia dei Valori che andò da sola. E' vero che c'è la parentesi del 2006, dove il centrosinistra raggiunse la “portentosa” cifra del 36,3 per cento. Se però togliamo la percentuale della lista legata alla Borsellino, voti non strutturali e presto evaporati, non ci si allontana molto dal 30 per cento. Dunque, questo è il dato di partenza, una colonna d'Ercole difficilmente valicabile, un quadro ormai abbastanza stabile e consolidato. Né si può pensare di cercare e trovare ogni volta il candidato che fa il miracolo di portare alla vittoria una coalizione che vistosamente non ha il consenso per farcela. E' strada che non spunta. Chiariscano, allora, i democratici che strada intendono prendere come partito e non come singoli l'un contro l'altro armati. Non soltanto per quanto riguarda la votazione, o meno, del bilancio regionale. Ma prospettando come vogliono giungere, ossia con quali alleanze, al prossimo voto regionale. Lo facciano con un referendum, un congresso regionale, come vogliono, ma non possono rimanere più del dovuto in mezzo al guado aspettando chissà che. Perché mentre si attende, può essere il partito a frantumarsi. E, dall'altro lato, le formazioni a sinistra del PD, dicano qualcosa in più delle critiche ai democratici. Prendano, anche loro, quel 30,3 per cento e vedano cosa farne. Se contemplarlo all'infinito, sconfitta dopo sconfitta. O se farne una base di partenza per costruire anche in Sicilia, finalmente, la democrazia dell'alternanza.

domenica 18 aprile 2010

Sul PDL in Sicilia. Alfieri o Cavalli?

LiveSicilia
18 aprile 2010

Squadra che vince si cambia. La traiettoria non è coerente con la regola aurea del mondo sportivo. Ma è ciò che è accaduto al Partito delle Libertà in Sicilia e quanto sta succedendo a livello nazionale. Anzi, la presa di posizione dei finiani prende proprio a pretesto la situazione del partito in Sicilia. La nostra regione nuovamente anticipatrice di ciò che accade poi nel resto del territorio italiano? Difficile dirlo adesso. Di sicuro è accaduto che, dall’indomani della fulgida vittoria del centrodestra alle regionali del 2008, non ci sia stato un momento di tregua dentro quel contenitore dove sono confluiti Forza Italia e Alleanza Nazionale. Se qualcuno vuole capire a che punto è la lotta, e quanto sangue scorra nel campo di battaglia, basta che vada a vedersi, o rivedersi, il dibattito all’assemblea regionale seguito alle dichiarazioni di Lombardo. La parte del Pdl che si definisce lealista, pur essendo uscita dalla maggioranza iniziale, parla come neanche la più agguerrita delle opposizioni farebbe. Solo parole? Non sembrerebbe. Loro si sentono gli alfieri legati al progetto pidiellino. Poi c’è l’altra parte del partito nato, primo caso nella storia, sul predellino di un’auto. Si chiamano, o li chiamano, ribelli. E’ il Pdl Sicilia a trazione autonomista. Rimasto fedele al governo, pare partecipi alla gestazione del Partito del Sud, che un giorno nasce e un giorno muore, e mantiene un rapporto “cordiale” con il Partito Democratico. O con quella sua parte che appoggia il nuovo assetto politico alla regione. Il Pdl Sicilia si muove come il pezzo più estroso degli scacchi, il cavallo. Vicini e lontani da Berlusconi, flirtano con il Pd ma non andrebbero con i democratici al governo, almeno così affermano, vogliono dare vita al partito del Sud ma non si capisce come e quando. Un bel rebus. Sostengono un esecutivo di minoranza e affermano di non essersi mossi da dove gli elettori li hanno posti. Per la verità, la stessa cosa, ossia la coerenza, sostengono di non averla persa pure i pidielini lealisti. Sono gli altri, gridano, che non rispettano il programma e lo schieramento consacrato nei seggi. Adesso, comunque la pensiate, la situazione, sulla scia di quanto sta accadendo a Roma, potrebbe conoscere ulteriori sviluppi. Qualche domanda. Quando Fini indica la situazione siciliana come l’esempio più evidente della crisi del partito, da che parte sta? Se gli avvenimenti sono per come li conosciamo, non dovrebbero esserci dubbi che difende i ribelli autonomisti. Visto che in Sicilia i suoi si sono schierati con la svolta che ha portato al Lombardo ter. A questo punto è anche semplice inserire l’ultima tessera del mosaico, rappresentata dalla recente missiva che il Pdl Sicilia ha fatto pervenire al capo del governo nazionale. La lettera si conclude con la speranza che il presidente voglia apprezzare coloro che magari sono un po’ rompiscatole ma fedeli al progetto. Pare, a tutti gli effetti, “anche” una difesa della terza carica dello Stato e un tentativo di legittimare, proprio nel momento in cui la nave imbarca acqua, il percorso del Pdl siciliano con le impronte della trinacria impresse sul cuore. E del resto, se non fa piacere ai finiani un Pdl a trazione leghista, ancor meno, è quasi banale dirlo, può rendere contenti coloro che hanno fondato il Pdl Sicilia. Insomma, dalla Sicilia possono partire due mosse, forse non secondarie per dipanare l’inghippo. La prima è la mossa degli alfieri, i pezzi più vicino al re, rappresentati nel nostro caso dal Pdl lealista . Se vincono loro, il Pdl resterà così com’è. Chi si vorrà allineare, bene. Agli altri sarà indicata la porta o il contrito rientro nella casa del padre. L’altra è la mossa dei cavalli, i pezzi nella scacchiera un po’ più lontani dal re, quelli che muovono saltando gli ostacoli e cercando di sorprendere, non solo gli avversari ma anche la propria parte. Sono i pidiellini targati Sicilia. Se prevarranno loro, ma sembra difficile, qualcosa cambierà. Nel senso, intanto, di una legittimazione del percorso siciliano.Si può dire che i due partiti che avrebbero dovuto rappresentare il bipolarismo in Italia, non attraversano mari tranquilli. Con una piccola differenza. Il Pd perde ed è tornato a difendere il fortino delle regioni rosse. Il Pdl, pur scosso dalle tensioni che leggiamo, continua a vincere. A sud, al centro e, grazie alla Lega, al nord. Non è esattamente lo stesso tipo di crisi gestire l’abbondanza o la disperazione.

domenica 11 aprile 2010

PD in Sicilia: partito o torre di babele?

LiveSicilia
Domenica 11 Aprile 201o
Ma è ancora un partito?
Francesco Palazzo

http://www.livesicilia.it/2010/04/11/ma-e-ancora-un-partito/

Nel dibattito lacerante che si è aperto nel Partito Democratico, più o meno commissariato, più o meno autonomo, vi sono alcune questioni che meritano qualche riflessione. Intanto questa storia delle riforme. Da che mondo è mondo, le opposizioni presenti nelle aule parlamentari dialogano con le maggioranze e cercano di inserirsi per migliorare, dal loro punto di vista, i testi che passano all’esame delle assemblee elettive. Che il Pd siciliano abbia avuto bisogno di un congresso per stabilire quella che è, ci scuseranno, una banalità, possiamo registrarla come un frutto di questa incerta stagione politica regionale, ma non aggiunge nulla a quanto si sapeva già. Un altro aspetto riguarda la votazione, o meno, del bilancio regionale per l’anno 2010, che giungerà, e ciò non è segno di buona politica, in estremo ritardo. Il bilancio è un provvedimento che attiene, o atterrebbe, visto che non c’è più, alla maggioranza uscita dalle urne regionali nel 2008. La minoranza può inserire aspetti migliorativi, e si è sempre fatto, anche in tal caso si scopre l’acqua calda. Ma se vota in blocco il provvedimento, è chiaro che si autodenuncia come maggioranza. C’è poco da discutere. Anzi, l’approvazione della legge di bilancio è più pregnante, da un punto di vista politico, di un eventuale ingresso in giunta. Cosa che peraltro, è inutile giocare con le parole e con i fatti che abbiamo dinanzi, è già avvenuta.Sul bilancio, poi, è abbastanza vano dire che si voterebbe solo se contenesse “innovazione e sviluppo”. Avete mai visto un partito che affermi che il bilancio appena approvato ha in se “vecchiume e sottosviluppo”? Innovazione e sviluppo sono le parole più vecchie e abusate del vocabolario politico. I democristiani ci facevano colazione, pranzo e cena. E, quando avevano più fame, anche lo spuntino notturno. Su riforme e bilancio, l’incontro al calor bianco con l’inviato da Roma niente poteva aggiungere e niente ha aggiunto. Per dirla tutta, anche il mandare qualcuno da Roma, che deve mediare e concludere, è un rito della prima repubblica che ormai è tempo, con tutto il rispetto, di mandare in soffitta. Una liturgia che obbedisce a regole novecentesche, cadute e sepolte insieme al muro di Berlino. E’ il partito siciliano, i suoi dirigenti, gli iscritti, quella che molto retoricamente si chiama base, che deve decidere sul da farsi. Cercando di interpretare le speranze e gli intendimenti del corpo elettorale di fede democratica. Magari cercando di non disperdere gli elettori che già ci sono e tentando di conquistarne degli altri. Ma quello democratico è un partito o un insieme di persone, uomini e donne, che coltivano ognuno una propria prospettiva della politica e della Sicilia? E’ una domanda alla quale è venuto il tempo di dare qualche risposta. Perché vanno bene il dibattito interno, la democrazia, il discutere sino a sfinirsi. Va bene anche che ormai i partiti sono passati dalla fase solida della nostra infanzia a quella liquida della nostra maturità. Tuttavia, liquidità, elasticità, non vogliono affatto dire scomparsa di scelte e responsabilità univoche e chiare. Alla fine, soprattutto in frangenti delicati come quello che sta vivendo la nostra regione, un partito deve potersi, e sapersi, esprimere, in forma unitaria, con parole chiare e comprensibili. Nel nuovo testamento c’è scritto “il vostro parlare sia sì, sì, no, no”. Nessuno pretende questa nettezza evangelica, ma nemmeno si può sostenere come azione politica la torre di Babele veterotestamentaria, dove ognuno parla una lingua compresa solo dai discepoli più affezionati. Né si può accettare che una formazione politica sia l’espressione di una serie di associazioni, fondazioni e via discorrendo, che dall’esterno si sostituiscono alle vecchie correnti di un tempo. Nemmeno è concepibile che si voglia, all’infinito, stare con un piede dentro e uno fuori. Chi deve decidersi si decida e dia il suo prezioso contributo partecipando in pieno alla vita dei democratici. Non vorremmo che il termine partito, più che indicare un’unità politica, si declini sempre più nella sua accezione verbale. Partito in senso di andato, non ancora arrivato, in ritardo, fermo chissà in quale stazione. Si decidano i democratici e ci facciano sapere. Si chiudano in una stanza e poi informino tutti noi quale direzione vogliono prendere. O l’una o l‘altra. Tertium non datur.

martedì 6 aprile 2010

Su LiveSicilia: consenso e governo, i due problemi del centrosinistra siciliano.

LiveSicilia
6 aprile 2010
Ma il PD tenta di rompere la democrazia bloccata
Francesco Palazzo

http://www.livesicilia.it/2010/04/06/ma-il-pd-tenta-di-rompere-la-democrazia-bloccata/

Circa il tentativo del Partito Democratico di inserirsi nel vivo della battaglia politica siciliana, va anche messo in luce, oltre le legittime e condivisibili critiche, un aspetto. Non proprio irrilevante. Al momento il centrosinistra rappresenta una minoranza che non riesce ad andare oltre il 30 per cento. Alle ultime provinciali ha perso otto province su nove, guida un solo capoluogo di provincia. Ciò nell’ultimo decennio ha significato una mancanza di ricambio e quindi la possibilità per i soliti vincitori alle elezioni di permettersi di tutto, tanto poi le urne li avrebbero premiati sicuramente. La posta in gioco è quella di rompere questa sorta di democrazia bloccata. Che non è più, come un tempo, una caratteristica delle regioni del Sud. Solo in Sicilia il quadro politico-elettorale è così statico. In Calabria, Puglia, Basilicata, Campania, Molise le competizioni elettorali vedono fronteggiarsi due schieramenti veramente in competizione. Che danno vita ai fisiologici ricambi di una democrazia dell’alternanza. In Sicilia la storia è diversa. Ed è uno stagno che in qualche modo va smosso. Non perché bisogna fare il tifo per qualcuno. Ma per la semplice ragione che l’amministrazione regionale e tutti gli enti locali siciliani, nel caso di avvicendamenti possibili alla guida delle istituzioni, non potrebbero che funzionare meglio. Ovviamente lo scopo deve essere raggiunto con l’azione politica diffusa sul territorio e non attraverso manovre di palazzo. Ogni cambiamento di prospettiva, soprattutto se radicale, va sottoposto al vaglio del corpo elettorale. Il solo in grado di decidere maggioranze e opposizioni. L’operazione che il Partito Democratico sta mettendo in atto alla regione, oltre ad essere appunto una mera fusione di ceti dirigenti, presenta dei limiti evidenti. Sia sul piano del metodo, cioè entrare in maggioranza senza passare dalle urne, sia per quanto concerne il merito, ossia spacciare per riforme provvedimenti che si configurano come normali atti di governo. Che dovrebbero essere approvati dalla maggioranza uscita dalle urne. Tuttavia, lo sforzo di modificare il quadro politico, mettendo in campo alleanze che superino gli steccati tradizionali del centrosinistra, è una strada obbligata. Sempre che non ci si voglia condannare a una partecipazione elettorale quasi di testimonianza o ad essere opposizione a vita. Coloro che ritengono, all’interno del centrosinistra isolano, gli allargamenti all’area moderata un errore, dovrebbero caricarsi l’onere di indicare una diversa soluzione. Cosa che si guardano bene dal fare. Per la lampante evidenza che non esistono altre vie percorribili Semmai, bisogna capire se la convergenza verso la parte centrale dello schieramento politico regionale sia nel palinsesto di tutto il Partito democratico. Si ha l’impressione, infatti, che al momento si muovano soltanto alcuni singoli con appresso le loro ristrette aree politiche di riferimento. Gran parte del partito vive, con più o meno evidente disappunto, le scelte di pochi. Sarebbe auspicabile che il partito, tutto intero, dicesse se condivide o disapprova l’allargamento verso altri lidi. Se ci si presenta incerti e divisi sulle proprie scelte, con un rosario di dichiarazioni giornaliere una contraria all’altra, è abbastanza improbabile che si convincano gli altri sulla bontà di una proposta politica. Per quanto riguarda, invece, gli altri del centrosinistra siciliano, Italia dei Valori, Sinistra e Libertà, il movimento che fa capo a Rita Borsellino e le sigle più piccole, sarebbe utile, per tutti noi elettori interessati a vere sfide alle urne, che ci facessero capire cosa vogliono fare da grandi. Considerato che ormai il dato largamente minoritario del centrosinistra duro e puro è abbastanza consolidato e impossibile da spostare in avanti. Non discutiamo qui più dell’appoggio da parte del PD al governo Lombardo, situazione che prima o dopo avrà un suo epilogo. Meglio prima che dopo. Ma di una prospettiva di medio-lungo periodo. Rispetto alla quale il cammino, intrapreso da una parte del PD, non ha molte alternative. A meno che qualcuno non le voglia nascondere gelosamente alla nostra vista.

domenica 4 aprile 2010

Su LiveSicilia - La Resurrezione a Palermo

LiveSicilia
4 aprile 2010
La città dei vizi e dei favori
Francesco Palazzo

La domenica di resurrezione trascina con sé vari aspetti, tutti abbastanza pregnanti, anche se non si è credenti. Per una città del sud, per Palermo, alcuni di questi significati indicano qualcosa che potrebbe essere e intanto non è. Pasqua come liberazione. Certo, dal potere criminale. E sin qui è troppo semplice. In teoria, si capisce. Perché poi, in pratica, dietro lo slogan che la mafia fa venire il voltastomaco, rimane l’intreccio dei rapporti con il potere criminale. Ma liberazione anche della mala politica che non amministra, spreca, perde tempo. Attenta solo agli interessi dei singoli, dei partiti o delle sottocorrenti che rappresentano. Resurrezione tutta laica, fine della passione per Palermo, quindi, se si riuscisse a tagliare i vincoli che a qualsiasi livello ancora legano il capoluogo alla mafia e se, al contempo, alla guida politica e amministrativa andassero persone che amano questa città. E ancora. Pasqua che, per gli antichi, era anche passaggio dai vizi alle virtù. E quanti vizi ha Palermo? Ci vorrebbe un’enciclopedia per enumerarli tutti. Sia che riguardino la dimensione pubblica, sia che si riferiscano alla sfera privata, almeno quella che incide pesantemente sulla vita collettiva. Il vizio del trovare un favore prima di cercare un diritto. Il vizio del saccheggiare continuamente il territorio. Quando percorro le strade della città, cerco di attraversare sempre sulle strisce pedonali, anche se allungo il percorso. Cerco di non parcheggiare mai in seconda fila, non pago i posteggiatori abusivi, adopero i mezzi pubblici per non incasinare ancora di più il centro. Mi sembra un modo, se volete banale, minimo, di mettere ordine in me stesso e nel rapporto con Palermo. Ebbene, fine della passione per la nostra città se cominciamo dalle piccole cose. Poi Pasqua come continuità. Solo a un certo punto i cristiani aggiunsero alla Pasqua domenicale quella annuale. Per conservare, credo, un percorso fatto di un progetto continuo non confinabile in un solo giorno di festa. Infine, perciò, un ultimo, tra i tanti, orizzonti di resurrezione per Palermo, potrebbe essere quello di abbandonare le finte emergenze e programmare un futuro migliore. Vivendolo e costruendolo, sia a livello pubblico che personale, insieme, tutti i giorni.

venerdì 2 aprile 2010

La storia è nota

LiveSicilia
2 aprile 2010
La solita litania
Francesco Palazzo


La litania è nota. Lasciamo lavorare i magistrati, cui va, of course, tutta la fiducia. Vedremo, quando conosceremo le carte decideremo. Ciò significa, papale papale, che l’attività giudiziaria guida partiti e istituzioni. Ma poi le carte non le legge nessuno. Perché va a finire che se i giudici archiviano, o non rinviano a giudizio, tutto si chiude con una pacca sulle spalle. Un ci fu nienti. Pigghiamunni u cafè. Se si va a processo e si arriva a condanna, i garantisti duri e puri della prima ora non li vedi più neanche con il binocolo. Liquefatti. Restano in campo solo il giudice, e, mischinu, l’imputato. Se la cosa è grossa, ma dev’essere proprio gigante, può scivolare la poltrona da sotto quell’affare che per somma decenza non nominiamo. Anche in tal caso, ma che ve lo dico a fare, è sempre la magistratura a decidere chi, quando, e perché, deve lasciare la carica. Vi sembra un buon metodo? Non importa la vostra risposta, prendete atto che le cose stanno così. Se l’imputato è potente e non uno scassapagghiara, leggasi piccolo malavitoso, una volta che esce con le stimmate di un’assoluzione strappata con i denti o di una prescrizione agguantata per i capelli, viene beatificato. Santo subito. Vi pare, quello descritto, un uso politico della giustizia? Domanda retorica. Se non è uso politico delle determinazioni del potere giudiziario questo, vuol dire che non siamo in grado di vedere il sole a mezzogiorno in piena estate. E quella bella parola che chiamiamo politica? Non pervenuta. Vale come il due di coppe quando la briscola è a bastoni. Il suo primato, da molti osannato, non vuol dire un bel nulla. La politica si muove soltanto, in maniera convulsa, quando ode il tintinnio delle manette o dopo le decisioni della magistratura. Sino ad allora attende e tranquillizza. E tu, caro lettore, così rassicurato, dormi tranquillo. Come la sera consigliavano i più anziani durante il servizio militare. Poi, di notte, puntuale, arrivava il gavettone di acqua gelata.

Concorsi da esterni

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDI' 02 APRILE 2010
Pagina XXIII
I NODI DEL CONCORSO ESTERNO, SERVONO NORME PER I POLITICI
Francesco Palazzo

Può il disvelamento dei rapporti tra politica, società e mafia essere affidato esclusivamente ai singoli pronunciamenti della magistratura? Questi ultimi, trattando necessariamente di casi specifici e di responsabilità personali, non fanno altro che sottoporci a un ondeggiamento a seconda di come si pronunciano i tre gradi di giudizio. Se c´è assoluzione, la convinzione dell´opinione pubblica, e della politica, è che quel processo, a prescindere da ciò che si trova scritto nelle carte, non si doveva fare. C´è chi addirittura si fionda verso improbabili riscritture della storia recente. Si arriva sino al punto di spacciare per assoluzioni complete pesanti prescrizioni. Al contrario, se qualcuno incappa in una condanna, ecco che si ridà fiato ai tifosi della parte avversa e si intravede la conferma che il connubio mafia-politica-società è ancora vivo e vegeto. Cosa della quale è difficile dubitare.Ma il punto non è questo. Ci si può limitare al ruolo di osservatori e commentatori di vicende giudiziarie senza affrontare mai di petto il problema? Il modo più diretto per farlo sarebbe quello di far partire un dibattito diffuso sul concorso esterno in associazione mafiosa, che porti a una norma di legge specifica. Che serva pure a dare contorni più certi, oltre che sulle fattispecie del reato, alle conseguenze circa le candidature alle elezioni, le dimissioni dalle cariche e le sospensioni o le radiazioni dagli ordini professionali. Ormai pure i magistrati più diffidenti danno segni d´apertura in tal senso. Sinora il concorso esterno è un reato demandato all´esclusivo convincimento delle corti giudicanti e alla bagarre polemica che si scatena nella pubblica opinione a corrente alternata. Per decidersi di mettere nero su bianco il reato relativo alla organizzazione mafiosa, il 416 bis, il Parlamento ci ha messo un bel po´. Nel 1982, sulla scia dell´uccisione di Pio La Torre, che proprio per questo perse la vita, e del generale Dalla Chiesa, la partecipazione all´associazione mafiosa divenne reato in sé. Da allora è stato più semplice perseguire gli organici a Cosa nostra. Fatto questo primo passo, ci si è fermati sostanzialmente lì. Nel senso che tuttora la lotta alla mafia viene vista dal mondo politico e dall´opinione pubblica come una caccia al superboss di turno. Preso l´ultimo, si parla di mafia in ginocchio, poi si scopre che quello era sempre e solo il penultimo.I rapporti della mafia con la politica, con il mondo delle professioni, ma anche con le fasce popolari che nei quartieri danno sostegno concreto alle cosche (e di quest´ultimo aspetto si parla troppo poco) rimangono sullo sfondo. A meno che, appunto, la magistratura non batta un colpo. Del resto, non ci si può affidare ai codici etici che si mettono in campo da parte dei partiti a ridosso delle elezioni, né possono bastare i codici deontologici che regolano la vita degli ordini professionali, come d´altra parte è davvero difficile pensare che il popolo delle periferie si faccia convincere spontaneamente dagli appelli antimafia. Lo vediamo, non si hanno scrupoli a candidare e votare rinviati a giudizio per mafia e condannati per questo reato. Allora, se proprio si vuole dare uno strumento certo a tutti noi, abbandonando le chiacchiere, visto che ormai si risponde soltanto al codice penale, si apra una discussione nella società, in Parlamento e si delinei al più presto cosa si deve intendere per concorso esterno in associazione mafiosa. Sia chiaro, non è soltanto una questione di codice penale. Attualmente ci sono norme che consentono di sanzionare il concorso nella commissione dei reati: tra questi, ovviamente, anche quello di mafia. Tuttavia, non si può non rilevare come il concorso esterno alle associazioni mafiose, che è poi il nocciolo duro dell´esistenza del potere mafioso, che altrimenti già sarebbe solo un ricordo del passato, investa tutta una serie di argomenti che hanno a che fare con il largo consenso che le cosche ancora hanno in larghi strati, borghesi e popolari, della società siciliana.

domenica 28 marzo 2010

Quei frati troppo moderni

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 28 MARZO 2010
Pagina XII
QUEI PICCOLI FRATI MESSI ALL´INDICE
Francesco Palazzo

La curia di Caltanissetta, dopo averli accolti in alcuni locali adiacenti alla cattedrale, ha allontanato i "Piccoli frati e suore di Gesù e Maria", ordine religioso nascente e ancora non ufficializzato dalla Chiesa. Le forme di comunicazione che predilige sono leggermente diverse da quelle in uso normalmente nelle chiese cattoliche. Basta dire che il fondatore ha assunto il nome di Fra´ Volantino. E sono proprio questi modi innovativi di rapportarsi con l´esterno che hanno creato problemi. Alcuni fedeli hanno scritto al vescovo, e la storia delle comunità cristiane è piena di fedeli che scrivono anonimamente ai vescovi, lamentando la modernità di questi sei francescani. L´accusa viene da lontano. Il modernismo fu una corrente culturale e religiosa negli ultimi due decenni dell´Ottocento e nei primi due del Novecento. Il tentativo era quello di portare il cristianesimo alla sua essenza originaria e di conciliarlo con il mondo moderno. I principali esponenti furono scomunicati o sollevati dagli incarichi di insegnamento. Ovviamente i tempi sono così diversi che è ardua ogni comparazione. Anche se era da tempo che non sentivamo affibbiare il rimprovero di modernità a qualcuno. Ma cosa si contesta ai giovanissimi religiosi? Pare che cerchino di avvicinare i giovani frequentando discoteche e pub. Tali approcci, evidentemente, sono stati ritenuti eccessivamente disinvolti e poco consoni all´abito che indossano i giovani religiosi. Leggiamo che si è intimato ai frati (ci sono anche suore?) di cambiare atteggiamento e di attenersi a «disposizioni inderogabili» che non vengono specificate. Solo che Fra´ Volantino, a nome della piccola comunità cristiana di stanza a Caltanissetta, non le ha accettate, e la questione si è chiusa con la fuoriuscita dei religiosi dall´alloggio curiale. La notizia ci permette di fare alcune considerazioni sui rapporti tra i giovani e la Chiesa cattolica. Come ben sappiamo, prima da neonati, con il battesimo, poi da bambinetti con la prima comunione, quindi con la cresima, ci si trova intruppati in un´esperienza religiosa che si vive come un´imposizione o con indifferenza. O, addirittura, senza consapevolezza alcuna quando si hanno pochi giorni o mesi di vita. Ai genitori, più che l´intimo convincimento dei figli e delle figlie, interessa aggiungere al medagliere dei pargoli alcune medagliette, qualche festa con i parenti, regali e così via. Il risultato è che i ragazzi e le ragazze, non appena varcano la soglia dei tredici anni e approdano alla scuola superiore, ma spesso anche prima, non vogliono più saperne della dimensione religiosa. E dobbiamo dire che è una grossa perdita nella loro vita. Non già perché le chiese si svuotano, ma perché rinunciano troppo presto a qualcosa senza avere avuto la possibilità di conoscerla veramente. Per tenersi almeno i bambini, alcuni parroci attuano forme di controllo incredibili e ossessive. Come fornire una tessera da bollare ogni qual volta si va a messa la domenica. Ora, non sappiamo se andare nei pub per incontrare i giovani sia il modo migliore per tentare di riallacciare il discorso religioso e affrontare tematiche diverse dal bere come spugne o dal possedere l´ultimo palmare. Ma la scelta dei "Piccoli frati e suore di Gesù e Maria", anche a un non credente, può apparire di un qualche significato, proprio perché agita, speriamo con discrezione, nei luoghi privilegiati dai giovani per socializzare. Non capire questo, e tacciare di modernità, intesa come un disvalore, una semplice azione di approccio verso le fasce giovanili, significa davvero condannarsi a ospitare nelle chiese bambini presenti per costrizione e adulti che rischiano di essere né moderni né antichi. Ma semplicemente banali.

giovedì 11 marzo 2010

Palermo, una violenza che viene da lontano

LA REPUBBLICA PALERMO
Giovedì 11 Marzo 2010 – Pagina XIX
Ma Palermo non è mai stata una città senza violenza
Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa
Francesco Palazzo

Dopo l´omicidio di Enzo Fragalà, che è difficile inquadrare nella vendetta di un singolo, visto che la missione di morte è stata perseguita con lucida e criminale determinazione, hanno colpito le dichiarazioni di coloro che non riconoscono più Palermo dopo un fatto così grave. Si è anche parlato di una città serena prima della mortale aggressione. Si tratta di reazioni che vorremmo condividere. Poiché, però, dobbiamo fare i conti con ciò che viviamo oggi, e abbiamo vissuto nel passato, e non con quelli che possono essere i nostri desideri o il legittimo orgoglio di una città nuovamente ferita, ci troviamo costretti a fare un´analisi diversa sul capoluogo siciliano. Quando, negli ultimi decenni, Palermo è stata una città serena, pacificata? Potremmo partire dal 1959, quando venne abbattuta, in una sola notte, Villa Deliella, che possiamo prendere come simbolo di quello che fu il sacco di Palermo. Ossia il deturpamento violento del territorio cittadino. Negli stessi anni si svolgeva la prima guerra di mafia, che vedeva la mafia di campagna di Ciaculli, alleata già con i corleonesi, combattere contro le cosche del centro di Palermo. Decine di morti e giuliette al tritolo. Una mafia, quella, che se ne uscirà assolta da ben due processi, alla fine degli anni Sessanta. Non cominciarono con minore ferocia gli anni Settanta, con l´assassinio, nel 1971, del procuratore Scaglione e con una mafia che diventava sempre più ricca e sottovalutata. Non è il caso di fare il lungo elenco di morti violente che ognuno di noi conosce bene. Sono stati uccisi preti, magistrati, figure istituzionali, segretari di partito, giornalisti, bambini, imprenditori. Città serena? Ma di cosa stiamo parlando? Possiamo solo dire che era mafia, ma non solo mafia. Ossia che questa città ha prodotto, e continua a produrre, veleni, compromissioni, connivenze, silenzi, che hanno aumentato il tasso di imbarbarimento della vita pubblica. Cosa sono state, infatti, le biografie di due uomini come Falcone e Borsellino, se non il risultato di un tessuto urbano dove ha prevalso la violenza? E non parliamo di quella mafiosa, abbastanza visibile, ma di quella, sia dei colletti bianchi che della cultura popolare, che ha consentito ai due magistrati di restare isolati e, forse, consegnati ai boia di cosa nostra. Il modo in cui sono morti, ancora coperto di misteri per quanto riguarda i mandanti esterni, le cointeressenze che portarono a quelle stragi, rimandano infatti a un mosaico omertoso e criminogeno, di cui l´esercito criminale mafioso è solo un tassello, abbastanza visibile a chi abbia occhi per vederlo. Negli ultimi due decenni il potere mafioso ha trovato nuovi equilibri e rapporti con la politica. E non ci riferiamo alle sentenze di condanna, che pur ci sono state insieme a quelle di assoluzione. Ma a un giudizio politico e storico, su cose e persone, che è abbastanza evidente a tutti noi. Non c´è stata solo la criminalità politico-mafiosa a rendere angosciata Palermo. C´è stata anche la politica, intesa come pura gestione dell'amministrazione. Cosa è oggi, questa, se non una città disgregata, che ha perso, se mai l´ha avuto, un minimo senso comune di cittadinanza condivisa, che permette di riconoscere l´altro come appartenente alla mia stessa comunità? Oggi ognuno di noi ha la sue idee, e soprattutto la sue pratiche, di Palermo. Le periferie sono lande desolate, il centro è composto da mille egoismi che, proprio perché tali, vanno ognuno per proprio conto. La politica, nel luogo istituzionale dove è rappresentata in conseguenza di libere elezioni, dovrebbe fornire questo riferimento comune. Ma è a tutti evidente che non ce la fa. No, questa non è una città serena. Non lo era ieri, non lo è oggi. Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa. Non sappiamo se sia vera la frase attribuita a un politico palermitano di lungo corso, il quale avrebbe dichiarato che questa è la Palermo di sempre, una città di accoltellatori. Siamo però abbastanza convinti che l´uccisione di un brillante avvocato e uomo politico, avvenuta di fronte a uno dei palazzi di giustizia più presidiati d´Italia, non ha a che fare esclusivamente con la ricerca di una vile mano assassina. Ma pone i palermitani, ancora una volta, di fronte a tutta la loro storia recente.

venerdì 5 marzo 2010

Palermo città serena?

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 9 del 5/3/2010
Pag. 2
Fragalà e l'inferno Palermo

Francesco Palazzo

Dopo l'omicidio di Enzo Fragalà, che è difficile inquadrare nella vendetta di un singolo, visto che la missione di morte è stata perseguita con lucida e criminale determinazione, hanno colpito le dichiarazioni di coloro che non riconoscono più Palermo dopo un fatto così grave. Si è anche parlato di una città serena prima della mortale aggressione. Si tratta di reazioni che vorremmo condividere. Poiché, però, dobbiamo fare i conti con ciò che viviamo oggi, e abbiamo vissuto nel passato, e non con quelli che possono essere i nostri desideri o il legittimo orgoglio di una città nuovamente ferita, ci troviamo costretti a fare un'analisi diversa sul capoluogo siciliano. Quando, negli ultimi decenni, Palermo è stata una città serena, pacificata? Potremmo partire dal 1959, quando venne abbattuta, in una sola notte, Villa Deliella, che possiamo prendere come simbolo di quello che fu il sacco di Palermo. Ossia il deturpamento violento del territorio cittadino. Negli stessi anni si svolgeva la prima guerra di mafia, che vedeva la mafia di campagna di Ciaculli, alleata già con i corleonesi, combattere contro le cosche del centro di Palermo. Decine di morti e giuliette al tritolo. Una mafia, quella, che se ne uscirà assolta da ben due processi, alla fine degli anni sessanta. Non cominciarono con minore ferocia gli anni settanta, con l'assassinio, nel 1971, del procuratore Scaglione e con una mafia che diventava sempre più ricca e sottovalutata. Non è il caso di fare il lungo elenco di morti violente che ognuno di noi conosce bene. Sono stati uccisi preti, magistrati, figure istituzionali, segretari di partito, giornalisti, bambini, imprenditori. Città serena? Ma di cosa stiamo parlando? Possiamo solo dire che era mafia, ma non solo mafia. Ossia che questa città ha prodotto, e continua a produrre, veleni, compromissioni, connivenze, silenzi, che hanno aumentato il tasso di imbarbarimento della vita pubblica. Cosa sono state, infatti, le biografie di due uomini come Falcone e Borsellino, se non il risultato di un tessuto urbano dove ha prevalso la violenza. E non parliamo di quella mafiosa, abbastanza visibile, ma di quella, sia dei colletti bianchi che della cultura popolare, che ha consentito ai due magistrati di restare isolati e, forse, consegnati ai boia di cosa nostra. Il modo in cui sono morti, ancora coperto di misteri per quanto riguarda i mandanti esterni, le cointeressenze che portarono a quelle stragi, rimandano infatti a un mosaico omertoso e criminogeno, di cui l'esercito criminale mafioso è solo un tassello, abbastanza visibile a chi abbia occhi per vederlo. Negli ultimi due decenni il potere mafioso ha trovato nuovi equilibri e rapporti con la politica. E non ci riferiamo alle sentenze di condanna, che pur ci sono state insieme a quelle di assoluzione. Ma a un giudizio politico e storico, su cose e persone, che è abbastanza evidente a tutti noi. Ma non c'è stata solo la criminalità politico-mafiosa a rendere angosciata Palermo. C'è stata anche la politica, intesa come pura gestione dell'amministrazione. Cosa è oggi, questa, se non una città disgregata, che ha perso, se mai l'ha avuto, un minimo senso comune di cittadinanza condivisa. Che permette di riconoscere l'altro come appartenente alla mia stessa comunità. Oggi ognuno di noi ha la sue idee, e soprattutto la sue pratiche, di Palermo. Le periferie sono lande desolate, il centro è composto da mille egoismi che, proprio perché tali, vanno ognuno per proprio conto. La politica, nel luogo istituzionale dove è rappresentata in conseguenza di libere elezioni, dovrebbe fornire questo riferimento comune. Ma è a tutti evidente che non ce la fa. No, questa non è una città serena. Non lo era ieri, non lo è oggi. Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa. Non sappiamo se sia vera la frase attribuita a un politico palermitano di lungo corso, il quale avrebbe dichiarato che questa è la Palermo di sempre, una città di accoltellatori. Siamo però abbastanza convinti che l'uccisione di un brillante avvocato e uomo politico, avvenuta di fronte a uno dei palazzi di giustizia più presidiati d'Italia, non ha a che fare esclusivamente con la ricerca di una vile mano assassina. Ma pone i palermitani, ancora una volta, di fronte a tutta la loro storia recente.

venerdì 26 febbraio 2010

Ponte sullo stretto: no, sì, forse.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 8 del 26/2/2010
Pag. 55
Ponte, non parliamo di fondi
Francesco Palazzo

Sulla realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, di cui si cominciò a discutere nel secolo diciottesimo, si sono catalizzate nel tempo varie prese di posizione. Se cercate sulla rete ne troverete una rassegna infinita. C'è chi sostiene che il ponte rimarrebbe chiuso per lunghi periodi dell'anno ai treni, c'è chi addirittura afferma che, a causa dei venti, la chiusura sarebbe totale per almeno tre mesi l'anno. Non manca chi sottolinea una grande spaccatura tettonica proprio sotto la zona dove sorgerà uno dei pilastri portanti. Si potrebbero aggiungere tanti altri punti interrogativi, più o meno attendibili. Ma, per qualsiasi certezza assoluta, troverete una spiegazione esattamente opposta, un qualcuno che bolla come incompetente qualcun altro. Mi guardo bene, da assoluto inesperto in questioni tecniche, dal prendere posizione su tematiche davvero di ardua comprensione e di così accesa disputa. Forse qualcosa si potrebbe chiosare riguardo ai costi. Pare che alla fine, ma non mi impiccherei sulla notizia, lieviteranno molto rispetto a quanto inizialmente preventivato. Non è questione da poco. Dopo le autostrade d’oro, gli ospedali di diamante, non vorremmo avere il ponte di platino. Anche su questo, agli esperti delle contrapposte tifoserie, l'ardua sentenza. Ciò che da profano mi da un certo fastidio, ma cercherò di sopravvivere pure a questo, è l'assoluta divergenza su tutto senza che si arrivi a un punto di vista comune. E non parliamo mica di metafisica, ma di argomenti sui quali qualche punto fermo dovremmo averlo. Su due aspetti più generali, però, azzardo qualche opinione. Il primo accarezza un vecchio pretesto ideologico, ormai logoro e inutile. Si dice, da più parti, che al posto di quest’opera si potrebbero realizzare tante altre infrastrutture di cui la Sicilia e la Calabria risultano gravemente carenti, ove non del tutto sprovviste. Questo tipo di argomentazione, al di là del contesto in cui viene utilizzata, mi ha sempre convinto decisamente molto poco. Se la Sicilia e la Calabria navigano in brutte acque anche sul versante delle infrastrutture strategiche, cosa indubitabile, non è stato certo per la mancanza di fondi, che nei decenni precedenti non sono affatto mancati. Forse sono stati spesi male, dilapidati. Togliamo il forse. Ma questo chiama in causa, più che il ponte, la classe dirigente meridionale, di ieri e di oggi. I soldi che lo stato spenderà per il collegamento in questione c’entrano ben poco. Per dire. Che fine hanno fatto in Sicilia i fondi europei di agenda 2000? E quale sarà il destino di quelli relativi al periodo 2007/2013? Parliamo sempre di miliardi di euro. Con i quali si potevano realizzare e si potrebbero fare cose strabilianti. Altro che chiacchiere. Se a questi finanziamenti sommiamo quelli che hanno raggiunto e raggiungeranno la Calabria, ci rendiamo conto che il problema non è avere i quattrini, ma saperli spendere nel verso giusto. Dire, allora, dateci i soldi del ponte per altre opere urgenti e prioritarie, a volere essere onesti, non è proprio una buona argomentazione. Il secondo aspetto su cui è possibile intervenire, pur non essendo esperti di niente, è quello ambientale. Molti pongono, legittimamente, problemi di carattere paesaggistico sulla realizzazione dell’opera. Ma qui va detto che le grandi opere, in tutte le parti del mondo dove sono state costruite, hanno generato le veementi proteste, rispettabilissime, di quanti preferiscono lasciare invariate le condizioni che gli eventi naturali hanno disegnato per noi. Va aggiunto, tuttavia, che anche la natura, che muta come tutto ciò che ci circonda, ha un suo decorso storico, è situata nel divenire, non è mai uguale a se stessa nei tempi lunghi. Dunque, si può senza dubbio suonare l'allarme su quello che oggi è il concetto di natura sullo stretto di Messina e sull'impetto ambientale che avrebbe il ponte sullo scenario paesaggistico che abbiamo imparato a conoscere tra Scilla e Cariddi. Ma non può sfuggire che i concetti di natura, di ambiente, di salvaguardia, si inseriscono in un codice culturale dinamico ed evolutivo, mai uguale a se stesso una volta per tutte. Insomma, anche sull'impatto ambientale si può discutere. Senza maledire coloro che, sempre tenendo conto dell'ambiente e della natura, ritengono il ponte qualcosa in grado di migliorare l'habitat complessivo, e l'economia, della zona in cui sorgerà.

domenica 21 febbraio 2010

Puglisi e lo scantinato di Via Hazon dopo 17 anni

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 21 FEBBRAIO 2010
Pagina XXV
IL SOGNO DI PUGLISI REALIZZATO A METÀ
Francesco Palazzo

Don Pino Puglisi spese gli ultimi tre anni di vita, a Brancaccio, cercando di guidare la parrocchia che gli era stata affidata, San Gaetano, in modo che la sua azione pastorale non restasse chiusa dentro le mura della piccola chiesa. Se si fosse limitato a generiche prediche contro il malaffare, come tante se ne sentivano allora, probabilmente non avrebbe trovato la morte il 15 settembre del 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Volle fare di più, uscì dalla sacrestia e incontrò il territorio, la politica. E facendo ciò trovò sulla sua strada un gruppo di persone, costituenti l'Associazione intercondominiale Hazon, che si battevano affinché la parte più sofferente del rione avesse una fognatura funzionante, servizi non da Terzo mondo che potessero consentire una normale convivenza civile. Sia l'Associazione che Puglisi puntarono subito, come simbolo di un quartiere che da lì poteva rinascere, sul recupero degli scantinati abbandonati di un palazzo della via Azolino Hazon. Non parliamo di un aspetto secondario dell'opera di Puglisi. Se provate a digitare su Google l'accoppiata Puglisi-Hazon, vi compariranno centinaia di notizie al riguardo. Allora quel luogo era un ricettacolo di criminalità, di illegalità, deposito di refurtiva rubata e zona franca per la mafia. Che proprio in quella zona trovava, a buon mercato, manovalanza sempre fresca da impiegare nelle incombenze quotidiane. Pare che lì le cosche nascondessero armi e droga. In quei locali don Pino voleva che sorgesse un distretto socio-sanitario. Ma quelle stanze, per lungo tempo dopo l'omicidio del parroco, rimasero murate, anche se non terminò il loro uso privato e, forse, criminale. A metà degli anni Novanta tutto era pronto per acquistarli, ma l'amministrazione cittadina dell'epoca e il movimento antimafia del quartiere si opposero. Si temeva che i soldi finissero in circuiti finanziari equivoci. Insomma, un sacerdote viene ucciso e le istituzioni da una parte murano, dall'altra hanno paura di affrontare la questione con il coraggio e la determinazione necessari. Un doppio errore. Da quel momento quei locali divennero sempre più discarica. Poi il Comune decise di comprare. Nel 2003 rassicurava che, a parte gli spazi esterni che sarebbero diventati un parco auto per la polizia municipale, avrebbero ospitato centri di aggregazione, servizi sociali e un presidio sanitario. Contemporaneamente l'amministrazione si impegnava a dare proprio in quel luogo una sede al Comitato intercondominiale Hazon. Ora, dopo quasi diciassette anni, quei locali sono stati ristrutturati. Come dire, la mafia colpisce velocemente, l'antimafia e la legalità camminano come le tartarughe. Merito a chi ha comunque risolto la vicenda. Il problema è che per quella struttura adesso il Comune non parla più di centri di aggregazione o presidi sanitari. È stata assegnata e consegnata alla polizia municipale. Apprendiamo pure che la stanzetta promessa al Comitato intercondominiale non è più disponibile. Si provvederà cercando qualche altro immobile a Brancaccio. Campa cavallo. In quell'edificio, per primi, dovevano entrare questi collaboratori di Puglisi. Al quale, se ancora fosse tra noi, diventerebbero le orecchie rosse come il fuoco. Come quando si incavolava.

venerdì 19 febbraio 2010

Tifosi in fuga

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 7 del 19 2 2010
Pag. 54
Palermo, quegli strani tifosi
Francesco Palazzo

Si può essere tifosi sfegatati, di quelli che mai al mondo si perderebbero la partita interna della squadra del cuore, andando allo stadio col solleone e con la tempesta, e disinteressarsi del risultato finale? Per quanto riguardi solamente lo sport e non i massimi sistemi, l’enigma deve essere in qualche modo affrontato. Almeno da quanti, come me, abitano nei dintorni dello stadio palermitano. Perché già subiamo l’inconveniente di non vivere le sorprese legate allo sviluppo dei momenti più avvincenti. Guardi un’azione importante in televisione e cinque secondi prima, a causa del lieve ritardo con cui giungono le immagini, sai come finisce. Un boato assordante e prolungato vuol dire che i nostri hanno segnato. Uno secco e brevissimo, sottolinea un tiro che non si è insaccato nella porta avversaria. In mezzo vi sono tanti rumori gutturali che descrivono, prima ancora che il video rimandi le immagini, un fallo non fischiato, un’azione capovolta e via dicendo. Sino ad arrivare al silenzio assordante che fa capire, sempre anzitempo, al malcapitato telespettatore che dimora nei pressi dello stadio, che la squadra avversaria ha fatto gol. Tanto che nell’ultimo quarto d’ora, visto che l’acustica precede la visione diretta, preferisco affacciarmi in balcone e percepire da quella postazione come sta andando a finire nel catino del Barbera. Ed è proprio in quel frangente finale della partita, dove in genere la tifoseria si scalda tantissimo, soprattutto se il risultato è in bilico, che vedo uscire dallo stadio almeno un migliaio di persone. Non tutte insieme, ma è un flusso costante. Si allontanano senza girarsi, alcuni sveltissimi, sembra che fuggano dal luogo del delitto. Ora, posso capire se lasci un cinque a zero contro e mandi tutti a quel paese. Oppure se ti basta un tre a zero a favore e non vuoi più umiliare gli avversati. Lo capisco, ovviamente, sino a un certo punto. Perché per un tifoso doc, per il quale i colori rosanero, o di qualsiasi altra formazione, sono qualcosa che si avvicina alla religione, la partita è qualcosa da assaporare sino all’ultimo nanosecondo. Come il ghiacciolo che si è soliti consumare sugli spalti succhiando pure il legnetto e che il venditore-titatore scelto ti fa planare sulle mani, a molti metri di distanza, non sbagliando mai mira. Ma una partita, e ve ne sono tante, quasi tutte, il cui esito è in bilico sino all'ultimo secondo, che non ti fa respirare sino all’ultimo, come si fa ad abbandonarla sul più bello? Ci vogliono motivi più che seri. Può essere che i nostri circa mille tifosi, (saranno, poi, sempre gli stessi?), si ricordino improvvisamente che a loro del destino calcistico dei rosanero non gliene può fregare di meno. Sono lì per caso (il nipote o il cognato cui non si poteva dire di no, ma che a un certo punto si abbandonano furtivamente avanzando poi malori incontenibili) o per abitudine familiare, di quelle che si tramandano di generazione in generazione. Che il Palermo vinca, perda o pareggi, non importa loro più del buco nell’ozono. Oppure, seconda ipotesi, tra le tante possibili, un sms perentorio della consorte comanda il rientro precipitoso perché la suocera aspetta. Forse questi sono quelli che vengono fuori dal campo sportivo a testa china, visibilmente frustrati. C’è anche da considerare, come terza possibile supposizione, che i mille in fuga non escano affatto dallo stadio. Potrebbero essere i posteggiatori abusivi, presenti in massa e in alta uniforme per onorare l'evento. Nell’attesa che i possessori dei mezzi, lasciati in loro custodia dietro pagamento del pizzo, vengano a riprendersi quanto di loro proprietà, tornano alle loro postazioni di lavoro dopo la consueta riunione sindacale quindicinale. Tutte queste domande, ovviamente, non ho motivo di farmele quando il Palermo gioca lontano dal Barbera. Nessun boato, proveniente dallo stadio, che spezza un’emozione, che anticipa la traiettoria di un tiro in porta, di un cross. Ogni azione è una sorpresa, sino alla conclusione dell’incontro. A meno che non decida, così, improvvisamente, per vedere l’effetto che fa, di spegnere tutto un quarto d’ora prima della fine.

venerdì 12 febbraio 2010

La doppia scheda e l'elettore sdoppiato

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 6 del 12 /02/2010
Pag. 2
DOPPIA SCHEDA DAL CILINDRO
Francesco Palazzo

Il Partito Democratico siciliano chiederà, con il supporto dell'UDC, l'introduzione della doppia scheda per l'elezione di sindaci e presidenti di provincia, adesso eletti, in tutta Italia, in un'unica scheda insieme ai consigli comunali e provinciali. Tale iniziativa, così è stato detto, è ritenuta una delle riforme più ambiziose che il partito si propone. Per i democratici, la legge attuale mortifica la volontà degli elettori. Sotto c'è la convinzione, che sino ad oggi attribuivamo solo al credo berlusconiano, che l'elettore medio abbia la cultura di un bambino undicenne neanche tanto intelligente. Al momento di votare, infatti, non si renderebbe conto che la preferenza per il candidato al consiglio comunale e provinciale, ove non esprima una scelta per un candidato sindaco o presidente di provincia, vada direttamente al candidato alla carica di primo cittadino o presidente di provincia legato automaticamente alla lista del candidato consigliere prescelto. Sembra uno scioglilingua, in realtà sta a significare che, per beata ignoranza, l'elettore finisce per mandare sugli scranni più alti delle amministrazioni gente che mai voterebbe se avesse a disposizione una seconda scheda. Ma è proprio così? La nostra ipotesi, al contrario, è che il corpo elettorale sappia moto bene quello che fa e che se il centrosinistra perde, per fare un esempio, otto province su nove, come accaduto nell'ultima tornata elettorale, si deve non già alla mancanza della doppia scheda, ma ad una scarsa appetibilità politica presso l'elettorato. Le leggi elettorali non possono surrogare un consenso deficitario. La questione, a volerla esaminare nella sua completezza, investe non soltanto la possibilità di scelta dell'elettore, cui si lancia il messaggio dissociante del voto disgiunto come regola fissa, ma essenzialmente la politica. In sostanza, si vogliono sempre più sganciare sindaci e presidenti di provincia dalle maggioranze che li portano alla vittoria. Il momento è quello giusto. Cosa sta accadendo alla regione, garante il PD, se non una prova generale di quella che si immagina dovrebbe essere la vita in comuni e province se dovesse passare la norma della doppia scheda? C'è lo spappolamento della maggioranza uscita dalle urne e la permanenza del presidente che da quella maggioranza è stato eletto con la stessa scheda elettorale. E meno male che sinora c'è la scheda unica anche alla Regione. Perché il PD vuole lo sdoppiamento pure in questo caso. Chissà cosa avremmo visto con un capo dell'esecutivo regionale eletto con una scheda tutta sua. Se così siamo “solo” al terzo governo di legislatura, con un presidente della regione del tutto autonomo dai partiti saremmo ai governi settimanali. E' questo che si vuole per gli enti locali? Avremmo in giro per la Sicilia tanti sceriffi, sindaci o presidenti di provincia, che cambierebbero esecutivi e maggioranze come la mattina noi ci cambiamo la camicia. E ciò delineerebbe un maggiore rispetto della volontà popolare e più stabilità nella gestione della cosa pubblica? Ci pare strada che non spunta. C'è invece bisogno, proprio per garantire meglio il cittadino-elettore, di un più stretto rapporto tra i partiti, le liste, gli eletti nelle assemblee rappresentative e le cariche monocratiche, siano esse quelle di sindaco, presidente di provincia o di regione. Senza fare di questi ultimi, come già in qualche caso comincia ad avvenire, variabili impazzite, che a tutto rispondono, tranne che al cittadino elettore. Se proprio si vuole favorire l'elettorato attivo, si dovrebbero inserire, casomai, dei paletti legislativi più stretti. Due proposte. Presentare subito, in campagna elettorale, la squadra degli assessori al completo, eventuali sostituzioni dovrebbero essere dei fatti straordinari, non la norma, come ormai è diventato. Con azzeramenti progressivi di giunte e stravolgimenti completi delle coalizioni premiate nei seggi. Per evitare quest'ultima evenienza, seconda proposta, si dovrebbe inserire nella legge elettorale una piccola postilla, semplice e lineare: se perdi la maggioranza si torna al voto. L'elezione diretta ad una carica non è affatto un mandato divino, da difendere con i denti qualsiasi cosa accada. Ovunque in Italia negli enti locali, per ultimo a Bologna, si torna a votare quando non vi sono più le condizioni per andare avanti. Non ci pare che sino a oggi siano successi cataclismi.

sabato 6 febbraio 2010

Chiesa e mafia. Fermi a Giovanni Paolo II?

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 06 FEBBRAIO 2010
Pagina XIX
SE LA CHIESA PASSA DALLE PAROLE AI FATTI
Francesco Palazzo


La chiesa italiana, per bocca del siciliano Mariano Crociata, segretario generale della CEI, torna ad affermare solennemente che i mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa e che a loro deve essere rivolto l'invito a ravvedersi e a cambiare vita. Molti osservatori, a ragione, vedono in questi pronunciamenti dei vescovi una continuità con il monito lanciato da Giovanni Paolo II da Agrigento. Era il maggio del 1993 e si era all'indomani delle stragi. Dal 1993 sono trascorsi ben diciassette anni e la Chiesa italiana sul tema della lotta alle mafie - nonostante il sacrificio di preti eroici come don Pino Puglisi - è ancora ferma alle dichiarazioni di principio. Affermare, come fa monsignor Crociata, che "l'atteggiamento della Chiesa verso i mafiosi è l'invito al ravvedimento e alla conversione", significa tutto e niente. Nel senso che si tratta di un generico appello, un mero auspicio, che non sposta di un millimetro l'azione della pastorale ecclesiastica sulla lotta al potere mafioso. Così come mi pare del tutto ovvio sottolineare, ancora una volta, che i mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa. Eppure si continuano ad amministrare i sacramenti anche a persone che hanno alle spalle sentenze per mafia passate in giudicato. Siano esse appartenenti alla mafia militare, che facenti parte di quanti appoggiano e aiutano le mafie con l'attività politica e professionale. Anche per la Chiesa è tempo di lasciare al loro destino le reprimende generiche contro le cosche e passare a un'azione quotidiana di contrasto. Fatta magari non di dichiarazioni astratte, ma di tangibili e concreti segnali da incarnare nelle parrocchie. Perché è facile sostenere da Roma tesi condivise. Più complicato è mettere in atto nelle comunità parrocchiali alcune iniziative più incisive. Due proposte potrebbero essere subito attuate, una sul piano della comunicazione e un'altra nell'ambito della liturgia. La prima. Provi la chiesa a comporre un manifesto di condanna alle mafie e lo faccia esporre, bello incorniciato, quindi in pianta stabile, all'ingresso delle chiese. Non è difficile immaginare l'effetto che una simile iniziativa potrebbe avere sull'opinione pubblica e su quanti frequentano i luoghi di culto cattolici. Una seconda, palese e duratura, presa di posizione potrebbe arrivare sin dentro le celebrazioni liturgiche. Sappiamo che durante le messe sono promosse raccolte per i fini più svariati e nobili. Bene. Se ne potrebbe aggiungere un'altra. Si faccia girare un cestino in tutte le chiese, promuovendo una raccolta di denaro il cui ricavato andrà a quelle associazioni che si oppongono al pizzo e a quei commercianti e imprenditori che hanno trovato la forza e il coraggio di denunciare. Sono solo due esempi, tra gli altri, di cose che la Chiesa potrebbe subito fare. Piccole cose, mi rendo conto. Ma che varrebbero, a mio avviso, molto di più di una condanna verbale dei mafiosi. Dalla durata sui portoni delle chiese di quel manifesto incorniciato, soprattutto nei quartieri periferici e nei paesini, e da quanto si riempirebbero quei cestini antipizzo potremmo capire se davvero i mafiosi sono fuori dalla comunione con i cattolici.

venerdì 29 gennaio 2010

La sfiducia è una cosa seria, anzi impossibile

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 4 del 29/1/2010 - Pag. 13
Come ti azzero la sfiducia
Francesco Palazzo

A proposito di particolarità sicule, vale la pena segnalare una chicca che il legislatore regionale, bontà sua, ha voluto regalarci. Partiamo da un esempio abbastanza noto. A Palermo, tutti lo sappiamo, la maggioranza che ha vinto le elezioni da tempo è andata a farsi benedire. Niente di anomalo, sia chiaro. Se accade allegramente alla regione, perché non può verificarsi negli enti locali? Del resto, per mandare a casa un sindaco che ha perso di vista la sua coalizione, è prevista la mozione di sfiducia. Nel capoluogo se ne è tornato a parlare recentemente. Dopo la bocciatura della manovra di assestamento al comune di Palermo, venticinque voti contro l'amministrazione, diciassette a favore, dal centrosinistra è stata rispolverata, appunto, l'opportunità di tale mozione. L'unico elemento in grado di fare chiarezza in una situazione divenuta, e da tempo, praticamente all'indomani delle elezioni, ingovernabile e ingestibile. Se non facendo pagare un caro prezzo ai palermitani. Al momento la mozione, già presentata dal Partito Democratico, Italia dei Valori e Un'Altra Storia, è arrivata a diciannove firme, che non bastano a metterla in discussione. A tal fine, infatti, ne occorrono venti, i due quinti dell'assemblea, composta da cinquanta eletti. Ma non è questo il punto, la ventesima firma pare che ci sia. D'altra parte, attualmente, gli anti Cammarata sono i quindici consiglieri del centrosinistra, PD, IDV e Un'Altra Storia, i cinque lombardiani dell'MPA e i sei del PDL Sicilia, facenti capo a Miccihé. Ventisei voti su cinquanta sono un blocco consistente, una maggioranza assoluta in grado di chiudere la partita e permettere che si faccia chiarezza. Cosa che solo nuove elezioni, e non solo al comune, possono determinare. Il problema è che la regione siciliana nella legge del settembre 2004, che contiene “Disposizioni concernenti l'elezione dei consigli comunali e provinciali”, all'articolo 31 ha confermato la modifica ad una legge del 1997, che era già stata variata nel dicembre del 2000. In poche parole, la soglia di approvazione della mozione di sfiducia ai sindaci e ai presidenti di provincia è fissata al 65 per cento dei consiglieri assegnati. Quindi, fermandoci alle città, per mandare a casa un sindaco siciliano, questa è la sostanza della norma, occorre molto di più del suo pari grado che si trovi in un'altra città italiana. Dove, al contrario, con una maggioranza assoluta, 50 per cento più uno, secondo la legge nazionale dell'agosto 2000, varata quattro mesi prima di quella dell'ARS, un primo cittadino può essere messo, democraticamente s'intende, alla porta. A Palermo il numero, invero proibitivo, è di 33, i due terzi del consiglio comunale. La regione, nel dicembre 2000, poteva adeguarsi a una norma appena esitata a livello nazionale. Ha preferito proseguire per la sua strada. Questo serve a farci capire come, talvolta, e sicuramente in casi come questo, la legislazione regionale, a regime autonomistico, crea più problemi di quanti invece ne risolva. Non si capisce davvero la razionalità di una tale disposizione. Se non quella d'incollare un sindaco su una sedia, qualsiasi cosa combini. Tra l'altro è davvero strano che a un sindaco per essere eletto, e prevalere sui suoi concorrenti, basti la maggioranza assoluta dei votanti al primo turno, che scende qualitativamente e quantitativamente nell'eventuale ballottaggio, e che invece si debba prevedere la maggioranza dei due terzi per sfiduciarlo. In tal modo si consente che un primo cittadino possa perdere allegramente pezzi della sua maggioranza iniziale, come sta accadendo nel capoluogo e altrove in Sicilia, e rimanere sempre in sella. Si capisce bene che in tal modo la democrazia rappresentativa negli enti locali siciliani viene stravolta. A questo punto l'Assemblea Regionale Siciliana, non appena si ricorderà di essere un parlamento legislatore, oltre che un teatro di guerra, dovrebbe porsi il problema di fare rientrare tale incomprensibile anomalia rispetto al resto d'Italia. In questo momento, applicando la legge che c'è, paradossalmente, un sindaco che a Milano o a Roma dovrebbe dimettersi avendo contro la maggioranza semplice su una mozione di sfiducia, a Palermo o a Catania potrebbe addirittura trarne nuova forza. Prevalendo sugli oppositori che, pur essendo in maggioranza, anche larga, non riescono a raggiungere la proibitiva vetta del 65 per cento.

venerdì 22 gennaio 2010

Numeri e politica

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 3 - Pag. 13 - 22/1/2010
Quelle virtuose taroccate
Francesco Palazzo

Una delle prime notizie di quest'anno ha sorpreso un po' tutti. Se eravamo ad aprile si poteva pensare al classico pesce che tradizionalmente apre il mese. Ma è tutto rigorosamente vero. I conti del comune di Palermo e Catania, riferiti al bilancio del 2008, sono tra i più virtuosi, come certificato da un decreto ministeriale. Si tratta di un provvedimento che notifica dei bonus di spesa che il governo ha ricevuto dall'Europa in deroga al patto di stabilità. Opportunità che Roma ha trasferito ai comuni. Stilando una graduatoria su chi può spendere più e chi può farlo in misura minore. Vediamo di ragionarci su un attimo. Le valutazioni sui bilanci degli enti pubblici, come dimostrano le proteste dei sindaci di Reggio Emilia e Bergamo, premiate incredibilmente, insieme a Firenze e a Bolzano, in misura minore rispetto a Catania e a Palermo, risultano, almeno nel caso specifico, abbastanza controverse. Pare che, infatti, ad esempio, il comune palermitano si sia classificato ai primi posti perché gli è stato consentito di non inserire le somme stanziate per i tremila precari stabilizzati. Ma, in ogni caso, così come le classifiche sulla qualità della vita, che spesso ci penalizzano, e che commentiamo in tal senso, pur esponendosi anch'esse a valutazioni critiche circa i parametri utilizzati, anche quest'ultima graduatoria va presa per come ci si presenta. Comprendiamo, quindi, il fatto che l'amministrazione del capoluogo di regione, (e possiamo supporre anche quella catanese), sia contenta di tale attestazione. Ma lo sono allo stesso modo i palermitani? Domanda non oziosa. Visto che chi guida l'amministrazione ha dovuto ammettere che, a fronte di improbabili virtuosismi sui numeri, “le nostre disponibilità finanziarie ci hanno costretto a ridurre i fondi destinati alle attività sociali, alla cultura, alle manutenzioni”. Cioè il comune di Palermo si trova talmente messo male in quando a disponibilità finanziare che è stato costretto a penalizzare quelli che sono i tre motori principali di ogni ente locale. Scommettiamo che a Bergamo, Reggio Emilia, Bolzano e Firenze ciò non è avvenuto? Se i tre ambiti vengono sacrificati, la comunità soffre nelle fasce più deboli, non cresce quel bene immateriale, ma fondamentale, che è la cultura, in qualsiasi forma si possa essa intendere, e non si mette mano, per come si dovrebbe, a interventi ordinari di manutenzione. I conti dei bilanci, più o meno taroccati, e quelli della politica dovrebbero procedere di pari passo. Se c'è un allineamento tra i primi e i secondi, allora c'è ragione di essere contenti della propria azione. Ma se si butta a mare la politica, cioè se si mortificano aspetti essenziali della comunità che si governa, i conti non tornano più. Nel senso che se il comune di Palermo avesse tenuto il livello delle attività sociali, di quelle culturali e delle manutenzioni, per tacere d'altro, in una posizione non diciamo eccellente, ma appena discreta, ecco che i conti della politica avrebbero affogato nella disperazione i conti di carta. Può essere che questa sia un'ipotesi di lavoro utile anche per il comune di Catania? Se io ho solo qualche euro al giorno per campare, e non spendo nulla neanche per nutrirmi, per paura di rimanere completamente al verde, posso ben dire di avere i conti a posto, ma posso anche candidarmi per occupare un bel loculo al cimitero. A questi ragionamenti è legato un altro problema politico, che, pur essendo basilare, non trova posto nel dare e avere dei bilanci. Palermo e Catania sono metropoli in cui, nell'ultimo decennio, è tornata a prevalere la sommatoria, confusa e predatoria, di tanti egoismi personali. Non c'è un'idea condivisa di città. Se un visitatore prova a farsi una passeggiata, nei vari salotti dei due centri, così come nelle tante periferie, vedrà tanti soggetti che si riconoscono solo in se stessi. Ora, chi governa deve indicare quale città ha in mente. Deve trasmettere questa idea e farla capire a tutti. E', questo, un contributo importante affinché un insieme indistinto di persone diventi una comunità viva, unita. Anche, e soprattutto, in questo si misura la presenza di quanti sono chiamati ad amministrare. Possiamo essere ragionevolmente sicuri che a Reggio Emilia, Bolzano, Firenze e Bergamo i conti della politica e quelli finanziari vadano di pari passo. E che non si cerchi di apparire in regola con i bilanci a scapito dei diritti elementari di cittadinanza. E che, soprattutto, nelle città citate esiste un tessuto di condivisione urbana collettiva che è il vero identikit di una comunità. A noi rimane soltanto, quando ci riesce, tappare, attraverso equlibrismi di bilancio o piani di rientro, le falle di una spesa pubblica in perenne bolletta. E' quello che ci resta. Perché i buchi della politica, ormai, sono talmente compromessi che neanche li mettiamo più nel conto.

sabato 16 gennaio 2010

Mercati e mercanti

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 16 GENNAIO 2010
Pagina XXIII
LA BANDIERA DELL´AUTONOMIA NON CI SALVERÀ DAL TRACOLLO
Francesco Palazzo

L´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, stavolta da Detroit, è stato più chiaro e meno caustico dell´ultima volta. Qualche settimana fa aveva chiosato che tutto si poteva risolvere spostando la Sicilia e portandola vicino al Piemonte e alla Lombardia. Adesso ci dice che spesso i produttori non fanno sino in fondo i conti con la crisi, al posto di chiudere gli impianti li tengono aperti in cambio di fondi pubblici. Ha parlato di nazionalismo economico. Nel caso della Regione siciliana, che ha già sventolato sotto il naso della Fiat un assegno da quattrocento milioni di euro, da investire in infrastrutture, per scongiurare la chiusura dello stabilimento di Termini, si può parlare di regionalismo economico guidato dalla mano pubblica. Su questo la politica regionale si trova sempre tutta d´accordo. Ne è una prova l´ordine del giorno che dà mandato al governatore di andare a Roma e provare a fermare le intenzioni, pare definitive, che provengono da Torino. Sembra l´ennesima puntata della fiction sulla Sicilia offesa e umiliata dal Nord, dopo che noi abbiamo dato braccia e menti negli anni dell´emigrazione. Che per la verità non sono finiti. E certo non per colpa della Fiat. Un flusso inarrestabile di giovani che vanno via, spesso con percorsi scolastici eccellenti. A quante fabbriche chiuse equivale tutto questo? Difficile fare una stima, si tratta di numeri comunque elevatissimi. Solo che siccome il fenomeno avviene goccia a goccia, e non in maniera traumatica come nel caso di Termini, nessuno se ne fa carico. Quando i nodi verranno tutti al pettine, perché prima o poi accade qualcosa, un punto di non ritorno, come il niet di Marchionne, e ci ritroveremo sempre più lontani dalle regioni più produttive, potremo sempre affermare che da Roma, dal Nord, da chissà dove, siamo sfruttati e lasciati a noi stessi. Ora abbiamo ritirato fuori dalla soffitta la nostra bella bandiera autonomistica. Che se ne faranno gli operai di Termini e le ragazze e i ragazzi che vanno via, di questo particolarismo anacronistico, retorico e sprecone, è facile immaginarlo. Non gliene può importare di meno. La politica siciliana, ovviamente, fa finta di non accorgersene, come quei passeggeri che ballavano mentre la nave affondava. Se ne esce tirando fuori la moneta sonante e non capisce che non possono essere risolti sempre così i problemi. Lo puoi fare per decenni e affondare le casse pubbliche per salvare questo e quello, ma principalmente per salvare una politica indecente. Il gioco riesce quasi sempre. Tuttavia, a un certo punto ti trovi davanti uno che ragiona da imprenditore e ti dice, né più né meno, che non può sostituirsi alla mano pubblica nel creare o conservare il lavoro. Ma la politica siciliana non vuole sentire ragioni. Sbraita, si sbraccia, protesta, si appella, marcia a fianco dei lavoratori. Come se fosse la spettatrice e non la causa di questo deserto. Dall´altra parte ancora niente. Insomma, ogni tanto qualcuno ci ricorda che stiamo affondando. Oggi è Marchionne a farlo, domani accadrà qualcos´altro, dopodomani ancora un´altra sberla di questo tipo. Abbiamo l´impressione che, d´ora in poi, accadrà sempre più spesso. E la classe dirigente di quest´isola, come quel pugile dal volto tumefatto dai cazzotti che non vuole ammettere la sconfitta, rimarrà sempre sul ring. Progettando Partiti del Sud, Pdl Sicilia, Pd a vocazione regionalista e quant´altro occorre a fare di noi, più che un laboratorio, quasi macchiette nel panorama politico nazionale. Maggioranze che si sciolgono, opposizioni che ondeggiano, governi che passano, senza problema alcuno, dalla fase uno a quella due per approdare a un bell´esecutivo di minoranza che cercherà di sopravvivere qualche mese. Non è vero che tutto ciò avviene per salvaguardare gli interessi della Sicilia. Perché, come dimostra la chiusura di Termini, gli interessi della nostra regione stanno andando a farsi benedire. Quello di cui abbiamo bisogno non è più Sicilia, ma più Italia e più Europa. Poiché, però, sul ponte di comando la festa deve continuare, nessuno si rende conto che la bandiera della Sicilia vittima ormai è un inutile passatempo di società. Che serve a raccogliere qualche voto e a far appassionare ancora molti ingenui. Ma che alla fine è il lacero vessillo della nostra inadeguatezza sociale, economica e politica.

venerdì 15 gennaio 2010

Attenzione, piovono riforme.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 2 del 15 gennaio
Pagg. 10 e 11
Se il riformismo è una scialuppa
Francesco Palazzo

Quando non si riesce a fare politica ci si appiglia alle riforme, come il naufrago al pezzo di legno che forse lo salverà o il malato al simulacro del santo protettore. Da decenni il riformismo delle parole è un’arma formidabile, utilizzata per distrarre le masse. Chi è incapace di affrontare i settori essenziali della vita pubblica, per rendere efficienti i quali già ci sarebbero tutti gli strumenti ordinari, basterebbe volerli e saperli applicare, rivernicia tutto con rivoluzioni copernicane. Le quali, nove volte su dieci, non risolvono proprio un bel niente e si sostanziano, basta non farsi distrarre dai giochi di prestigio, in un aumento di costi, un peggioramento dei servizi e nuovo clientelismo. Ora l'orizzonte riformistico sta colorando la crisi in cui agonizza l'amministrazione regionale, giunta al terzo governo di legislatura, e non è finita qui. Roba che fa impallidire la prima repubblica. Periodo che si è aperto all'indomani delle elezioni. Con un presidente delle regione e una maggioranza non in grado di gestire i numeri sovrabbondanti di cui disponevano. Se le parole e i comportamenti di questi ultimi mesi avessero un minimo senso condiviso, si sarebbe già spenta la luce e convocate le elezioni. Le regole sono queste, ma in Sicilia valgono altri parametri. Non si capisce, peraltro, come una parte consistente di coloro che non sono stati capaci di svolgere un compito preliminare a qualsiasi azione politica, ossia tenere unita una coalizione, possano presentarsi come gli alfieri del riformismo in salsa siciliana. Lo scacchiere riformista è ormai affollato all'inverosimile, come i bus nelle ore di punta. Infatti, pure l'UDC e il PDL lealista, rimasti fuori dai giochi, si dichiarano devoti alle riforme. Poiché noi non ci facciamo mai mancare niente, sotto il nostro cielo accade anche un'altra stranezza. L'opposizione, che in qualsiasi altro posto al mondo chiederebbe di tornare al corpo elettorale, vuole aiutare, e lo ha fatto, come diremo, una prima volta già in campagna elettorale, il governatore siciliano senza maggioranza. Cosa che in una democrazia, anche la più scalcagnata, può creare problemi insormontabili. Per realizzare, of course, le riforme che occorrono alla Sicilia. Ma un conto è discutere con una maggioranza in grado di badare a se stessa, un altro è farlo con una minoranza. Perché, in tal caso, si tratta di un pieno sostegno politico-parlamentare. E del resto proprio tale viene considerato dal presidente Lombardo, che ha già incorporato pubblicamente il PD, arruolandolo senza se e senza ma. I democratici possono utilizzare tutti gli eufemismi possibili, ma, se non vogliamo girare intorno alle parole e cadere nel ridicolo, la sostanza politica è che ormai la maggioranza comprende anche loro. Il punto è capire se il gioco vale la candela. Il terzo esecutivo regionale ricorda i governi balneari del bel tempo andato, quando la DC litigava con tutti e con se stessa, mettendo in campo governicchi e cercando poi in parlamento i voti per sopravvivere qualche mese. In questo caso, visto che la bella stagione è alle spalle, si tratterebbe di un esecutivo inverno-primavera. Giacché esponenti del Partito Democratico hanno fatto capire che a giugno si procederà con un ingresso organico in giunta di chi ha perso le ultime elezioni con un cappotto di proporzioni gigantesche. E con una candidatura alla presidenza inconsistente e senza reali motivazioni. Ed ancora il presidente ringrazia di questo primo grazioso contributo alla causa. Resterebbe da capire, rimarrà un mistero, gaudioso o doloroso fate voi, perché mai i democratici si sono tanto accapigliati nel congresso che è seguito alle primarie, se adesso le due principali aree che hanno incrociato le armi sono d'accordo nel lanciare questa ciambella di salvataggio a Lombardo. Che è stata infiocchettata, il periodo era quello giusto, come un pacco regalo di natale, con dentro la solita invocazione retorica che si perseguono gli interessi dei siciliani. Che, però, non hanno bisogno di un riformismo prêt-à-porter, ma di un governo e una maggioranza stabili. Che, dopo aver vinto le elezioni, sappiano realizzare, semplicemente, i punti programmatici esposti in campagna elettorale. Il Partito Democratico intende allearsi strutturalmente con gli autonomisti e con altri pezzi di ceto politico vicini a Lombardo? Lo faccia pure, ma presentandosi al più presto alle urne. Chi sostiene che il voto sarebbe una sciagura, ha davvero uno strano rapporto con la democrazia. Coloro che affermano che tornerebbe a vincere il centrodestra, hanno pure tormentati rapporti con se stessi. E non capiscono che se il centrodestra vince sempre alla grande, probabilmente è perché quando si sbaglia la prima, la seconda, la terza campagna elettorale, magari è il caso di farsi un attimino da parte. O la Sicilia potrà tornare al voto quando il centrosinistra sarà pronto a vincere? Non vorremmo che la situazione politica siciliana trovasse descrizione nella famosa battuta del cabarettista Makaresko. “Molti dei nostri uomini politici sono degli incapaci. I restanti sono capaci di tutto”.