mercoledì 27 aprile 2011

Molti cento e pochi stranieri

LA REPUBBLICA PALERMO
MERCOLEDÌ 27 APRILE 2011
Pag. X
                                                                        
NUMERI

SICILIANI E NAPOLETANI

Francesco Palazzo


Diplomati con il massimo dei voti (100): 28.809. In Campania 3.960, in Sicilia 3.248. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: seconda. Studenti non italiani nelle scuole superiori: 130.012. In Lombardia 28.292, in Sicilia 3.156. Posizione della Sicilia: tredicesima.

martedì 26 aprile 2011

Una morte senza nome tra resurrezione e liberazione

LiveSicilia
martedì 26 aprile 2011
Morire di non lavoro

 Francesco Palazzo


Il Vangelo del giorno dopo la festa pasquale, ci racconta che le donne, recatesi al sepolcro, ricevono la notizia che Gesù è nuovamente vivo. Cristo senz’altro è resuscitato dappertutto. Nelle società opulente e in quelle dove si muore di fame. E’ risorto pure in Sicilia, nelle case di chi sta bene e in quelle di chi non sa più come andare avanti. Non è resuscitato per niente, invece, il giovane padre di famiglia, nativo di Milena, che si è buttato, alla vigilia di Pasqua, dal cavalcavia che collega Agrigento e Porto Empedocle. Aveva due figli e una moglie. Questo è quel che sappiamo. Si è lanciato nel vuoto della disperazione perché da tempo non riusciva a trovare lavoro. Non ne abbiamo conosciuto neanche il nome. In fondo è quasi un dettaglio. La notizia già c’è tutta e non abbiamo bisogno d’altro. Tanti nomi, infatti, potrebbero sostituirsi al suo, in questa terra, dove molti senza lavoro muoiono civilmente, giorno per giorno, ancor prima che anagraficamente. E anche quando uno straccio d’impiego si trova, è perché si riesce a entrare alla corte di qualche santo molto terreno, inserendosi nell’ennesimo carrozzone di precariato che non crea lavoro. Genera prima sudditanza e poi un qualche ingresso senza senso in qualche ufficio pubblico. Si muore di noia, ma almeno si porta a casa uno stipendio. Al quarantenne di Milena non è, evidentemente, riuscito neanche questo. Non ci sarà nuova vita per lui, né liberazione da niente, visto che abbiamo appena festeggiato la libertà dall’oppressore di ieri, anche se non abbiamo ben chiari gli oppressi e gli oppressori di oggi. Fine della corsa per il giovane siciliano. Non si può chiedere a tutti la grandezza divina, per chi ha fede o dice di averla, di rialzarsi dal proprio letto di morte. Il percorso dei comuni mortali è ben diverso. Quando si muore cala il sipario. Ma questa volta non è stata una tragedia venuta chissà da dove. Non c’è dietro la malattia inattesa che scioglie la carne o un casuale incidente che la disintegra. Oppure la cattiveria plateale dei carnefici che issano un corpo sulla croce. Le cause di un gesto come questo stanno tutte nel vivo della società siciliana. Ci interpellano tutti e in primo luogo chiamano per nome e cognome la politica, qualsiasi sia il significato che ciascuno attribuisce a questa parola e se è ancora possibile evocarla per nome e cognome. Perché, se non sono le istituzioni a creare le precondizioni per il lavoro vero, nel privato e nel pubblico, e non nero e non regalato, tanto pagano le casse pubbliche, chi deve farlo? Chi deve porre le basi affinché i tantissimi che sono dovuti andar via, la maggior parte con titoli di studio e intelligenze eccellenti, possano, ovviamente se vogliono, tornare nella loro terra? Le istituzioni rappresentative, i partiti che portano al loro interno le loro donne e i loro uomini, talvolta ras del voto con l’anima del galoppino, presentano sempre più persone che lavorano per la prossima campagna elettorale e mai per le prossime generazioni. La citazione proviene da una riflessione di un grande della politica italiana, Alcide de Gasperi. Difficile fare resuscitare anche lui. Il problema è che nel nostro paese di persone così ve ne sono sempre meno. Non parliamo della nostra regione. Qui siamo dibattuti tra chi dice, prendendoci per i cosiddetti, che non farà più alcun precario e tra chi poi, di tanto in tanto, impugna la ramazza moralizzatrice per fare pulizia. Che non si fa mai. Mai che si esca da questo circolo vizioso a forma di collo di bottiglia, creando sviluppo e occupazione veri. Un imbuto collettivo ed esistenziale nel quale è rimasto affogato stavolta, e non è la prima volta, e non sarà purtroppo l’ultima, il giovane di Milena. Difficile festeggiare la liberazione, o dirsi buona resurrezione, di fronte ad una morte così. Se non con una massiccia dose d’ipocrisia o una quantità smisurata di speranza.



venerdì 22 aprile 2011

Come ti smonto un casello autostradale.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
22 aprile 2011
Pag. 45
Autostrade, chi ci marcia sul pedaggio
Francesco Palazzo

Come si smonta un casello autostradale? E' una domanda che i siciliani dovranno cominciare a porsi da subito. Dal governo regionale, infatti, hanno comunicato che se nella nostra isola, come è stato stabilito dall'esecutivo nazionale, si dovessero davvero iniziare a pagare tratti autostradali sinora gratuiti, come ormai appare certo, un esercito di centomila siculi scenderà in strada e provvederà a smantellare caselli, telepass e fotocamere. Anzi, di più, c'è la certezza che la gente inferocita butti pure a gambe all'aria chi sarà mandato a montare le infrastrutture. E già alcune manifestazioni vi sono state. Tutti i politici siciliani, che ve lo dico a fare, come un sol uomo, trasversalmente, sono impegnati in questa battaglia campale contro il governo centrale. La motivazione è semplice. Come si fa a chiedere di pagare per transitare sopra pezzi d'asfalto ridotti malamente e su cui si continua a contare vittime? Il ragionamento non fa una piega. Uno a zero e palla a centro. Insomma, Roma ladrona e pure ingiusta. Il piatto non è nuovo, fa parte della cucina rivendicazionistica più classica. Ma è una pietanza che fa sempre un certo effetto in qualsiasi menù. Fa muovere ed emozionate le masse e riesce a far dimenticare sempre un piccolo dato essenziale. Cioè la responsabilità delle classi dirigenti locali. Perché, non so se mi spiego, è difficile capire come mai le autostrade da Roma in su sono delle cose decenti e da noi sono ridotte a mulattiere. Colpa della capitale, del nord che ci sfrutta, del destino cinico e baro? La nostra nomenclatura politica, per decenni, su quelle autostrade ci ha macinato chilometri per raccogliere voti e, spesso, per mantenere clientele foraggiate con i fondi pubblici. Chissà cosa guardavano e pensavano quando le vedevano sempre più scassate e ridotte a brandelli. Ora che il nodo viene al pettine, ecco lo squillo di tromba, l'incitazione alla mobilitazione popolare, il richiamo non più ai mille dell'Unità d'Italia, che secondo il vangelo degli autonomismi di ogni specie e colore tanto danno ci hanno arrecato, ma ai centomila smontatori di caselli e quant'altro. E' già pronto lo slogan, che non può mancare in qualsiasi crociata. Smontatori di tutta l'isola, unitevi! Sì, va bene, questa dello sciame di distruttori che si riversa sulle autostrade è una battuta. Ma la politica, ormai, è fatta al novanta per cento di storielle e al dieci per cento di provvedimenti concreti. E allora stiamo sul pezzo e proseguiamo col babbio seguendo lo stesso filo logico. Se in Sicilia non dovessimo scucire un euro per tutti i servizi che si presentano al livello scarso delle autostrade, e in questi casi, dalla sanità, ai mezzi pubblici, alla raccolta dell'immondizia, alla scuola e la lista sarebbe lunga, la colpa ricade tutta sulle spalle delle istituzioni siciliane, le casse della regione, e degli enti locali, starebbero in condizioni più disperate di quanto già non lo siano. Per dire. Mi presento in ospedale e quell'esame gratuito, ma programmato sfortunatamente dopo sei mesi, lo posso fare, nella stessa struttura pubblica, dopo due giorni pagandolo a fior di quattrini? Resto calmo, faccio un fischio e raduno presso il nosocomio un valoroso drappello dei centomila caselloclasti a darmi manforte. Obbligo i sanitari a farmi subito il controllo diagnostico e non scucio l'ombra di un euro. E, se insistono col torto, scassiamo pure l'apparecchiatura. Tanto, ad occhio e croce, dovrebbe costare meno di un casello autostradale.

martedì 19 aprile 2011

Politica e giustizia, due piani diversi

LiveSicilia
martedì 19 aprile 2011

Francesco Palazzo


Dobbiamo prendere atto che, dopo la riconsiderazione circa l’appoggio al governo regionale, “consigliata” caldamente da Roma, da cui è venuta pure una mezza marcia indietro, il Pd siciliano continua a mescolare, confusamente, la questione penale e quella politica. Si tratta di due aspetti che devono seguire canali diversi. Il primo, quello penale, riguarda il singolo. Esso ha tutto il diritto di difendersi. Può dichiararsi innocente sino a prova contraria e addirittura, pure dopo una sentenza passata in giudicato, ritenersi intimamente esente da errori e considerare ingiusto il risultato finale dell’iter giudiziario. Ad ognuno deve essere concessa la possibilità di un’irriducibile difesa del proprio onore, anche se è rinchiuso in una cella. Diritti da indagato, da imputato, da condannato e da carcerato. E’ questo il garantismo che deve essere assicurato a tutti. Se, però, in qualsiasi grado delle indagini o del giudizio ci si trovi, si vuole costringere una vicissitudine giudiziaria nell’alveo della politica, cominciano le dissonanze tra due linguaggi che non sono fatti per stare insieme. L’attività politica è composta, in estrema sintesi, da consenso, rappresentanza e governo. Questi assi fondamentali della vita pubblica hanno come esclusivo partner il corpo elettorale e mai le aule di giustizia. Quando nel Pd si afferma che se finisce la loro avventura alla regione, a causa di vicende giudiziarie, brinderanno i berlusconiani e i nemici di questa esperienza, si attua una somma di due generi diversi. La procura etnea non si sta affatto occupando della qualità più o meno antimafiosa, dei provvedimenti del governo. Opporre questa, molto presunta, ma non è questo il tema, bontà delle azioni dell’esecutivo ai provvedimenti della magistratura, che riguardano necessariamente le persone, è quanto di più sbagliato si possa fare. E non fa bene né alla legge penale né a quella della politica. Se davvero i democratici ritengono di avere operato nel verso giusto, il loro unico pensiero deve essere rivolto non al giudice, ma all’elettorato. Se temono che la magistratura possa smontare la debole impalcatura politica che hanno messo in piedi, ciò è dovuto al fatto che hanno disatteso proprio le dimensioni del consenso e della rappresentanza, le uniche che danno diritto al governo della cosa pubblica. La loro casa è stata quindi, evangelicamente, costruita non sulla roccia, ma sulla sabbia della vittoria elettorale altrui. Nei prossimi, presumiamo caldi, e non solo per l’estate che si avvicina, simposi di partito, provino a lasciare le toghe nel cassetto, e indichino alla Sicilia una prospettiva di governo, che a questo punto non può che essere elettorale e a breve scadenza. Cercando questa volta di entrarci, nella stanza dei bottoni, dalla porta principale e non da quella di servizio. Perché quando si segue la via maestra si può anche fallire, ma se ne può sempre uscire a testa alta. Adesso, invece, il Pd in qualche modo sortirà fuori dal vicolo stretto, ma ha perso talmente tanto tempo che rischia di farlo a capo chino, trovando macerie a destra e a sinistra e sin dentro lo stesso partito. Per carità, in politica, come nella vita, ogni giorno si rinasce e niente è mai pregiudicato per sempre. Ci vorrà, certo, un po’ di rieducazione fisica e mentale. Governare con il consenso degli altri è piuttosto semplice, un gioco da ragazzi, ma può far smarrire la consapevolezza che i suffragi devi averceli tu. E non è semplice ottenerli. Soprattutto con un partito ormai lacerato e con un elettorato di riferimento che ha cominciato a guardare altrove, come rivelato da un recente sondaggio. E’ inutile allora che i democratici rinviino assemblee e referendum. Li trasformino, semmai, da sanguinose rese di conti, in momenti utili per proporsi come una grande forza, quale in fondo sono, di cambiamento. L’elettorato sempre lì attende, sull’uscio del seggio elettorale. Rimandare l’incontro per paura, nascondendosi sin dentro i tribunali, non serve a nulla.



venerdì 15 aprile 2011

Ausiliario, attento che ti becco.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
15 aprile 2011
Pag. 46
Automobilisti indisciplinati
Francesco Palazzo

Un'automobilista siciliana, secondo quanto stabilito recentemente dalla cassazione, ha diritto non solo all'annullamento della multa e al ritorno indietro della somma impiegata per riprendersi la macchina rimossa, ma anche al risarcimento per lo stress subito dal doversi cercare il mezzo. La motivazione? L'operazione è stata posta in essere da un ausiliario del traffico. Il quale, non avendo i titoli per elevare la contravvenzione e quindi per far togliere forzatamente l'auto, è stato lui beccato in flagranza di infrazione. Le regole prima di tutto, non si discute. Dalla conclusione giudiziaria della vicenda possiamo, però, dedurne che se la multa, e il conseguente prelevamento del veicolo, fossero avvenuti per mano di un vigile originale, il disagio psicofisico non ci sarebbe stato e la sanzione non poteva essere impugnata. Perché comunque la macchina non era parcheggiata bene. Stava, almeno così abbiamo letto, sulle strisce pedonali. Sia chiaro, chi non ha mai peccato in tal senso, scagli la prima pietra. La casistica, lo sappiamo bene, è molto ampia. In pratica, si posteggia ovunque. Di più, si ritiene di avere non solo il diritto costituzionale, ma anche l'alibi morale di arrestarsi dappertutto. Siamo in Sicilia, lo Stato non c'è, i parcheggi latitano, sta pure piovendo, c'è afa. E che posso fare l'eroe? Schiacciati da secoli di storia, nessuno ci può negare i metri d'asfalto per adagiare le nostre casse metalliche. E, soprattutto, come dice la canzone, nessuno ci può giudicare. Chi si crede di essere un ausiliare del traffico per capire che sulle strisce pedonali non si può. Ci vuole un ingegnere, un astrofisico, uno con i titoli giusti. Altrimenti si fa come dico io. Devo prendere il pane? E' un'emergenza, dunque il mondo deve tirare il freno a mano. In particolare, quelle due macchine che devono attendere la fine dell'operazione bellica. In alcune strade, molto frequentate e centrali, la seconda fila è molto più che un credo religioso. Ho visto automobilisti togliersi per fare uscire auto che avevano bloccato e poi non occupare il posto libero, risistemandosi in seconda fila. Non parliamo della ressa che si crea davanti le scuole di ogni ordine e grado. Dove i genitori, se non arrivano a cinque centimetri dal portone con i loro bolidi, non sono contenti. Una mattina ho chiesto ai due, dico due, vigili che controllavano l'ingresso di una scuola elementare, come mai facevano mettere gli autoveicoli in modo tale da bloccare la vita di tutti. Mi è stato risposto che i signori e le signore non avevano parcheggiato a vita, tecnicamente sostavano temporaneamente. C'è una bella differenza, ci vuole poco a capirlo. Per temporaneamente, è inutile che ve lo spiego, si deve intendere il tempo che ci vuole per creare code di centinaia di metri. Senza contare gli scivoli previsti per le carrozzelle, abitualmente tappati da gente che forse cura così i propri nervi, ma se ne frega di quelli degli altri. Non parliamo, poi, dei Niki Lauda che sfrecciano, senza averne il diritto, sulle corsie preferenziali. Attenzione, ausiliari del traffico. Lì c'è quasi un diritto divino. Se li vedete, badate bene a non farvi travolgere dalla tentazione civica di intervenire, travalicando i compiti a cui siete stati assegnati, fischiettate e guardate dall'altra parte. Una parola si deve spendere sulla motivazione principale della suprema corte. Che si rifà alla comune esperienza della burocrazia farraginosa nel meridione. Cosa c'entra, con il posteggiare sulle strisce, non si capisce. Ma è il bollo definitivo sulla filosofia stradale dei siciliani. Come dire, benvenuti al sud.

lunedì 11 aprile 2011

Mafia e politica: aspettiamo la sentenza e poi vediamo

LiveSicilia
lunedì 11 aprile 2011



Francesco Palazzo



Il pendolo dell’antimafia oscilla sensibilmente ad ogni sentenza o provvedimento della magistratura che riguardi un colletto bianco. Quando vincono i giudici, cioè se i tre gradi di giudizio condannano, o anche se c’è un rinvio a giudizio, si torna a parlare del rapporto mafia politica. Se la condanna è definitiva, ci si cosparge il capo di cenere e si plaude, eventualmente, alla correttezza del condannato nell’accettare il verdetto. Facendo diventare eccezionale una cosa del tutto normale. Quando i giudici perdono, cioè nel momento in cui ci scappa l’assoluzione o una qualche archiviazione, pare che il rapporto cosa nostra e mondo politico istituzionale sia rimesso in discussione. Non importa se si è in primo o secondo grado o se dai documenti, pure dopo un’archiviazione, risultano comportamenti altamente censurabili per qualunque cittadino, a maggior ragione se è preposto a gestire la cosa pubblica. Si procede dritti verso la santificazione del soggetto interessato. Se poi il bollo è della Cassazione, non ne parliamo, è come quando allo stadio segna la squadra del cuore, il boato è incontenibile. Se il tribunale, di primo o secondo grado, formula una condanna, i garantisti a corrente alternata ricordano, invece, che bisogna aspettare il compimento del percorso giudiziario e che non si è colpevoli prima che la sentenza passi in giudicato. Normalmente, non si ha neanche la pazienza di leggere le motivazioni delle sentenze. Sulla questione, ci sono due punti che vanno dipanati. C’è, innanzitutto, quella che chiamiamo responsabilità politica. Non tutti i rapporti che gli eletti dal popolo hanno con esponenti del mondo criminale possono essere sanzionati dall’autorità giudiziaria. Ma non tutto ciò che è giuridicamente non appurato in via definitiva, o provvisoria, è politicamente accettabile. Questo elementare concetto, che ci portiamo a spasso da alcuni decenni, i partiti non vogliono intenderlo. Rimangono aggrappati ai pronunciamenti dei tribunali. Tutto è ridotto a quest’ambito, dando alla magistratura un ruolo che non ha e non può avere. I codici etici di autoregolamentazione non servono a molto, come dimostrato dai dati sulle ultime amministrative recentemente diffusi dalla commissione antimafia. Il secondo punto riguarda gli strumenti che i tribunali hanno per procedere. Si possono contestare singoli reati, ma è una strada molto tortuosa. A meno che non si proceda per via legislativa a qualche opportuna modifica. Che senso ha, ad esempio, la distinzione tra l’aver favorito un singolo mafioso o l’intera organizzazione? L’aggravante, prevista nel secondo caso, dovrebbe scattare già nel primo. Se proteggo un mafioso, mi pare abbastanza evidente che voglio difendere l’intero sodalizio. Tutto sarebbe più semplice se il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, ancora oggi, dopo 150 anni che si straparla di mafia, non normato in maniera esplicita, fosse disciplinato in modo specifico dal parlamento. È ormai chiesto da più parti. Ciò fornirebbe a tutta, magistratura, politica e opinione pubblica, uno strumento certo cui riferirsi. Basti pensare a cosa abbia significato, nel 1982, l’introduzione del 416/bis, che punisce la mafia in quanto tale, a prescindere dai reati individuali commessi. C’è materiale su cui dibattere. Al momento non è sufficiente che il concorrente esterno aumenti la possibilità di realizzazione del reato mafioso. Ci vuole almeno un fatto concreto. Mentre si dovrebbe riflettere sul fatto che una disponibilità palese, se accertata, dovrebbe già bastare a configurare l’appoggio esterno. Non può essere che per venire qualificati come mafiosi basta soltanto l’appartenenza alla ditta, e per essere bollati come amici dei mafiosi occorra molto di più che una consapevole vicinanza. Su questo, e altri aspetti, il parlamento dovrebbe confrontarsi. Sarebbe una chiara assunzione di responsabilità della politica, che farebbe luce su un nodo fondamentale nel contrasto alle mafie. Altrimenti, non ci resterà che commentare sentenze, o atti processuali, d’indirizzo diverso, assistere a improbabili santificazioni o a parossistiche, quanto inutili, flagellazioni pubbliche.



mercoledì 6 aprile 2011

Formazione e lavoro giovanile: pagare e sorridere

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 06 APRILE 2011
Pagina XI

NUMERI

FORMAZIONE E OCCUPAZIONE

Francesco Palazzo


Spesa pubblica regionale per formazione e istruzione: in Sicilia il 7,33 per cento, in Lombardia il 2,67. Occupazione giovanile: in Sicilia il 14,2 per cento, in Lombardia il 28,8.

lunedì 4 aprile 2011

PD, referendum o ..niente.

LiveSicilia
lunedì 4 aprile 2011


Francesco Palazzo


C’è qualcosa di più grave, all’interno di un partito, che rendere problematico lo svolgimento di un referendum previsto dallo statuto e non avere approvato, dopo più di due anni dall’approvazione dello statuto stesso, il relativo regolamento. La cosa più grave è non accontentarsi di questo e fare un passo ulteriore. Consistente nel raccogliere le firme degli iscritti per indire l’iniziativa dentro i gazebo, avente per oggetto il sostegno, o meno, al governo Lombardo, racimolarne più di cinquemila e poi utilizzarle come merce di scambio nel mercato della trattativa interna tra fazioni contrapposte. E’ quanto sta avvenendo nel Partito Democratico in Sicilia, tanto che non si capiva più a cosa doveva servire l’assemblea regionale dei delegati. Che infatti è stata annullata. In un partito tale non soltanto di nome, visto i marosi che lo agitano proprio su tale questione, il regolamento del referendum, e la data in cui svolgerlo, doveva essere il primo e unico punto all’ordine del giorno. Inserendo pure, tra le varie ed eventuali, un bel confronto sulla questione morale, visto quanto è appena accaduto al deputato regionale più votato, e qualche cenno al sondaggio che relega il PD, nell’isola, al 18 per cento, più di sette punti in meno in tre anni. A tal proposito, dalla segreteria regionale affermano che il dato da tenere presente non si deve riferire alle politiche del 2008, ma al voto regionale dello stesso anno. Nel quale, considerato anche i consensi della lista che appoggiava la Finocchiaro, il PD arrivò quasi al 22 per cento, subendo comunque una batosta colossale. Come risultato elettorale di riferimento, dunque, non è proprio il massimo della vita. Insomma, la carne al fuoco c’era. Invece è andato in onda un altro film. La commissione per il congresso rimanda la patata bollente a maggio. E’ sin troppo chiaro che questo rinvio rappresenta una pietra tombale sul referendum e l’inizio di una fase ecumenica nella gestione del partito. Ognuno avrà il pezzo di pietanza che vuole. Con buona pace di tutti, o quasi. Agli aderenti al Partito Democratico si comunica che si trattava di uno scherzo, un diversivo. In poche parole, una solenne presa in giro. Per una parte consistente di coloro che hanno promosso l’iniziativa referendaria, si trattava di una minaccia agitata sotto il naso dei lombardiani duri e puri per ottenere il quinto governo regionale. Quello politico, con assessori di stretta provenienza partitica. Richiesta che adesso trova più di una disponibilità. Ottenuto lo spazio che chiedevano, quelli del referendum o morte hanno messo in soffitta le intenzioni belliche. Definirla politica da prima repubblica, significa fare uno sgarbo a un periodo in cui sulla scena politica si muovevano, insieme a tanti capaci di tutto, pure persone di un certo spessore. Ma si può condurre un partito in questo modo? Evidentemente sì. Viene ritenuto normale che una formazione politica sia di proprietà di alcuni, l’un contro l’altro armati, che dispongono come vogliono, e quando vogliono, di un agglomerato di donne e uomini, la famosa base. Che non si capisce più cosa sia e alla quale non resta che accettare in silenzio quanto scelgono i capoccia. Questo è tanto più vero se consideriamo la circostanza che non vediamo alcuna presa di posizione significativa da parte dei cinquemila e più che anelavano al referendum, mettendoci, oltre le firme, anche le facce. E perché succede anche questo? E’ abbastanza semplice da capire. Ormai i partiti, e quello Democratico non sfugge a questa deriva, sono composti soltanto da ultrà che seguono come ombre questo o quel consigliere comunale, provinciale, deputato regionale o nazionale che sia. Se il leader di riferimento prende una decisione, tutti all’attacco allineati e coperti, senza se e senza ma. Se il giorno successivo il capo cambia idea, perché è più conveniente seguire una diversa situazione, contrordine compagni e amici, la linea è un’altra. Ed ecco che le truppe si riallineano su un’altra trincea. A questo punto, probabilmente ha ragione chi sostiene che ci vuole un congresso straordinario e, aggiungiamo noi, una nuova segreteria regionale. Eletta, se non è chiedere troppo, con un mandato preciso e non ondivago.



venerdì 1 aprile 2011

Sportivi da bassa classifica

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 01 APRILE 2011
Pagina XI

NUMERI

I SICILIANI E LO SPORT
Francesco Palazzo


Popolazione che pratica almeno uno sport: in Sicilia 22,5 per cento, in Trentino Alto Adige 48,2 per cento. Media italiana 31,1per cento. Posizione Sicilia nella classifica nazionale: terz´ultima.

mercoledì 23 marzo 2011

Questa non ce la beviamo

LA REPUBBLICA PALERMO
23 MARZO 2011 – Pag XIII

NUMERI

L'acqua che disperdiamo

Francesco Palazzo

Acqua potabile dispersa nelle condutture: in Sicilia 54 per cento, in Lombardia 27 per cento. Media nazionale: 47 per cento. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: quindicesima.

L'antifascismo facile

LiveSicilia
23 3 2011
Francesco Palazzo

“L’uomo deve essere liberato, il mercato uccide l’anima”. Parole abbastanza comuni nel vocabolario della sinistra antagonista. Così come, del resto, la critica radicale alla globalizzazione, la denuncia dello sfruttamento della forza lavoro, il pubblico salario sino all’età scolastica, la costruzione di asili nido pubblici, il diritto alla casa e al mutuo sociale. Per non parlare dell’occupazione degli spazi pubblici per l’autogestione di attività sociali o a scopo abitativo. Sono slogan e pratiche che ritroviamo anche a destra, in particolare nell’associazione CasaPound Italia, che svolge delle attività a Palermo e che oggi, presso la Mondadori, vorrebbe presentare un romanzo della Rizzoli, “Nessun dolore”, scritto da Domenico Di Tullio. Da alcuni giorni campeggiano dei manifesti, affissi abusivamente, che invitano ogni sincero democratico a schierarsi contro il fascismo che avanza. E come starebbe avanzando? Semplice. La presentazione di questo libro costituisce, secondo i ragazzi di azione antifascista, la spia del passo dell’oca che si staglia sulle nostre inconsapevoli teste. Non dobbiamo, dunque, preoccuparci più di tanto dei venti di guerra che soffiano sulla nostra regione. Per Dio, c’è qualcosa di più importante da fare. Impedire, fisicamente, l’evento odierno, perché non si può dare spazio ad organizzazioni che, secondo il manifesto di Azione Antifascista, propagandano “razzismo, sessismo e xenofobia”. Che poi dal sito di Casapound Italia non ci sia un solo inneggiamento al fascismo, al razzismo, al sessismo e alla xenofobia, è un altro discorso. Gli ideologismi non prevedono il confronto con le vere idee degli altri, ma soltanto la loro demonizzazione e deformazione. Parlando con il responsabile palermitano di Casapound, Andrea La Barbera, studente di giurisprudenza e lavoratore, apprendiamo che compra ogni giorno anche Repubblica, insieme ad altri due giornali, per informarsi meglio. Conferma che del ventennio, per quanto riguarda alcuni provvedimenti sullo stato sociale, non è tutto da buttare. Nello stesso tempo ci indica il documento Estremocentroalto, il manifesto di Casapound. Che invita ad andare oltre la destra e la sinistra novecentesche per trovare risposte ai problemi di oggi. Ma di cosa parla, poi, il romanzo? Di adunate militari? Di persecuzioni razziste? No. Si tratta della storia di amicizia tra due ragazzi, Fulvio e Giorgio, provenienti da due ceti sociali diversi. Si conoscono e imparano a vivere insieme l’affetto e l’importanza della politica sullo sfondo dell’azione sociale e del movimento universitario della destra. Un libro bello, brutto? Ognuno giudicherà leggendolo, oppure disinteressandosene. Sia della presentazione che dell’opera. Come, del resto, facciamo con tanti appuntamenti che si svolgono giornalmente a Palermo. Per questi giovani di sinistra, ma chissà da quanto tempo non lo sono più, né giovani, né di sinistra, non solo dobbiamo mettere alla berlina chi ha scritto il testo e chi ha organizzato l’incontro, ma anche gli agenti della polizia, che da giorni stazionano davanti la libreria, chiamati “cani da guardia”. E qui non dobbiamo inventarci niente. Ci viene in aiuto il grande Pasolini, che stava dalla parte degli agenti, figli dei poveri, contro i picchiatori, di ogni specie e di ogni età, fascisti nel sangue, figli dei ricchi. Un’ultima notazione sul pericolo del fascismo cui vogliono metterci in guardia i nostri antifascisti. Sono così sicuri che se un qualsiasi totalitarismo tornasse sarebbero in grado di combatterlo, rischiando o perdendo la vita, come fecero i loro bisnonni? Ne dubitiamo fortemente. Già li vediamo scappare a gambe levate.

domenica 20 marzo 2011

Per un cattolicesimo maturo

LiveSicilia

di Francesco Palazzo
domenica 20 marzo 2011


Non saranno più i tempi di Peppone e Don Camillo, tuttavia le contrapposizioni tra altare e politica talvolta non sono meno forti di allora. Prendete, ad esempio, quanto accaduto recentemente a Casteldaccia, una piccola cittadina a un tiro di schioppo da Palermo. Un parroco, con una lettera e un’omelia, si rivolge ai fedeli mettendo sul banco degli accusati la sinistra. Rea di incolpare ipocritamente e odiare il presidente del consiglio per il suo stile di vita. Berlusconi, se è come sembra, dovrà rendere conto a Dio, dice e scrive. Ma anche loro, gli uomini della sinistra, sostiene il prelato, sfileranno dal santissimo tribunale e il loro fardello sarà molto pesante. Sono i farisei di cui parlano i vangeli. Il motivo? Da quando avevano i calzoni corti, rivendicano “certe conquiste sociali”: divorzio, aborto, sesso libero, convivenza, preservativo, pillola del giorno prima e del giorno dopo, orgoglio omosessuale e via elencando. Non solo. Gli uomini della sinistra hanno fatto di tutto per sfasciare le famiglie e ora pretendono pure di fare la morale. Per non parlare, poi, di quelle donne sconvolte dal caso Ruby, che scendono in piazza a difendere la loro dignità e poi mandano in giro le figlie mezze nude. Prima, rileva il presbitero, si rimproverava alla chiesa di parlare troppo dei peccati sessuali, ora di parlarne troppo poco. Non si è fatta attendere, a stretto giro di posta, la replica. Con una lettera indirizzata al religioso, firmata da donne e uomini di sinistra, alcuni vicini al PD, poi distribuita e fatta sottoscrivere nella piazza principale e in giro per il paese, si ricorda che l’omelia ha lo scopo di attualizzare la parola di Dio. Non quello di accusare qualcuno, prendendo la parte di uno schieramento politico e screditando l’altro. Notazione non secondaria. I replicanti utilizzano un linguaggio tale da far trasparire la loro evidente e chiara appartenenza cattolica. Ciò non impedisce agli stessi di ricordare che alcune scelte legislative del passato (aborto e divorzio) sono state espressione non di una sola parte politica, ma di un’ampia volontà popolare e vanno comprese e inserite all’interno della laicità dello stato. La missiva contiene un elenco, forse un po’ troppo di maniera, di ciò che significa essere di sinistra: guardare il mondo con gli occhi degli altri, l’importanza del lavoro, la salute che deve essere garantita a tutti, la condizione della donna come misura della civiltà di un paese, la pace nel mondo e il combattere l’aggressività che alberga dentro di noi, la scuola. Se si vuole parlare di certi temi, continuano, si può convocare un’assemblea parrocchiale e incrociare i diversi punti di vista. Cosa che l’omelia non consente di fare, essendo una comunicazione unidirezionale tra il singolo che parla e coloro che sono soltanto tenuti ad ascoltare. Finita la celebrazione, tutto torna come prima. In genere, i fedeli se le tengono tutte per poi lamentarsi in privato, famiglia, cerchia di amici o ufficio che sia. Questa volta è andata diversamente, non ci si è limitati al chiacchiericcio a bassa voce, si è voluto dare alla vicenda una dimensione pubblica, politica. Della storia si è occupata pure la prestigiosa rivista romana Adista, che è un’antenna molto attenta di quanto accade di significativo nel mondo cattolico. Pensiamo che i parroci, come tutti, abbiano diritto a dire liberamente quello che pensano. Ciò che non va bene è che, comunemente, si trovino di fronte persone, anche con elevati titoli di studio e ruoli sociali non di secondo piano, intimidite dall’autorità religiosa che rappresentano e perciò mute e sorde a qualsiasi parola provenga dai pulpiti. E’ invece un comportamento maturo, e un buon segno, quando, come in questo caso, chi dissente argomenti con puntiglio e rispetto le proprie ragioni. Chi ascolta e legge ha modo di farsi un’opinione e giudicare. Ci guadagniamo così un po’ tutti, chierici e laici. Peccato che situazioni simili, almeno nel panorama siciliano, siano così rare, per non dire uniche.



mercoledì 9 marzo 2011

Numeri - Libri letti e posseduti in Sicilia

Repubblica Palermo
9 3 2011
Pag. XIII
Numeri
Quanto leggono i siciliani
Francesco Palazzo

Famiglie che non hanno neanche un libro in casa: in Sicilia 20,2 per cento, in Trentino Alto Adige 2,8 per cento. Cittadini che hanno letto almeno un libro in un anno: in Sicilia 31,5 per cento, in Trentino Alto Adige 60 per cento. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: ultima.

martedì 8 marzo 2011

ARS, legge elettorale e democrazia a corpo libero

8 3 2011

   Francesco Palazzo


La riforma della legge elettorale riguardante gli enti locali siciliani sta diventando, per la maggioranza che sostiene Lombardo, in particolare per una parte del Partito Democratico, che ormai la declina come un atto di fede, e per la minoranza che si oppone sino all’ultimo sangue, in special modo il Popolo delle Libertà, la madre di tutte le battaglie. La scrittura della regole comuni, e una legge elettorale è la massima norma che accomuna tutti, dovrebbe essere, al mio paese, non so al vostro, un percorso condiviso, concordato. Verso cui incamminarsi con calma, senza le elezioni alle porte. Ciò vale sia per chi ha perso le elezioni, sia per chi le ha vinte. Mi pare che, a occhio e croce, eravamo fermi a questo punto. Soprattutto se chi è uscito sconfitto dalle urne a un certo punto ha pensato bene, non sapendo né leggere né scrivere, di impugnare la bandiera della vittoria senza il bollo sacro del corpo elettorale. Che è ormai evidentemente fuori moda, un rudere del passato massimalista. Così abbiamo imparato, alla nostra veneranda età, un nuovo comandamento da scolpire nelle tavole della legge che guidano la politica. L’undicesimo. Non solo si può fare di tutto vincendo le competizioni elettorali, ma si può fare ancora di più pure perdendole e di brutto. E questa è sorpresa, soleva dire candidamente la mamma di un mio fraterno amico. Insomma, senza tanti giri di parole e chiacchiere a vuoto, la domanda è la seguente. Se Berlusconi avesse perso le elezioni nel 2008, e invece le ha vinte alla grande, come è accaduto al Pd in Sicilia nello stesso anno, che è stato umiliato con un 7 a 0 di guidoliniana memoria, e fosse poi passato in maggioranza senza ricorrere al voto popolare, come ha fatto e continua a fare allegramente il Pd in Sicilia, e poi pretendesse, contro il maggior partito dell’ex maggioranza, cacciato all’opposizione, di modificare a tutti i costi la legge elettorale, ed è quanto intende fare il Pd in Sicilia contro il Pdl inferocito, che per il momento è riuscito a stopparla all’Ars, staremmo zitti o grideremmo alla mortificazione della democrazia, delle sue regole e della stessa carta costituzionale? Mizzica se lo faremmo, non ci dormiremmo la notte, pure in piazza andremmo. La domanda è lunga, mi rendo conto e chiedo scusa, ma il quesito in fondo è semplice e la risposta deve essere necessariamente breve. Anzi, lapidaria. Un si o un no. Non sono ammessi i forse o i ni. I non sapevo, non c’ero e se c’ero dormivo. Perché, capite, non è che si può gridare “al lupo, al lupo”, se è il presidente del consiglio ad assumere un comportamento biasimevole, che peraltro in questo caso è solo meramente ipotetico, e poi stare allineati e coperti quando lo stesso identico modo di fare, non solo in via teorica ma concretamente, viene assunto dalla maggiore forza del centrosinistra, che si dice pure riformista, peraltro maneggiando con le scarpe chiodate uno strumento delicatissimo quale è la legge elettorale. Io me la sono pensata e ne ho tratto giudizio. La prossima volta che i riformisti a ventiquattro carati del Pd, quelli siciliani intendo, grideranno al rispetto tradito delle regole e alla democrazia in pericolo di fronte al berlusconismo imperante e magari mi richiederanno una bella e solenne firma per mandarlo a casa, partirà una sonora pernacchia. La mia.


venerdì 4 marzo 2011

Leggi applicate e leggi interpretate

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
4 marzo 2011 - Pag. 2
I due volti dell'immigrazione
Francesco Palazzo

E' utile tornare a riflettere, al di là del puro dato di cronaca, sul giovane marocchino morto a Palermo dopo essersi dato fuoco. Quello che è accaduto dopo, ossia l’incendio di un auto dei vigili urbani, fa parte di un altro piano, che pure va approfondito perché gravissimo è il gesto. Sperando che non si dia a due fatti, forse legati, forse no, lo stesso peso. Un essere umano che brucia è una tragedia, un mezzo mobile che divampa è un’altra questione. In ogni caso, il nostro fotogramma va fermato nel momento in cui un ragazzo è diventato una torcia umana. Perché l’immigrazione in Sicilia può presentare volti differenti, che a volte possono decidere la vita e la morte. La liberazione e l’annientamento. Primo quadro. La cronaca è arcinota. Una giovane marocchina, abitante da tempo in Sicilia, finisce come per incanto alla corte dei miracoli del lusso più sfrenato ed eccessivo. Le capita, anche, di imbattersi in una strana e incredibile situazione. Almeno per i comuni mortali. Viene fermata per un furto e liberata alla velocità della luce da una questura. Si badi bene, del nord, non dell’inefficiente e disordinato sud. Secondo quadro. Un giovane marocchino, sempre residente nella nostra regione, non cerca il mondo dei lustrini e i soldi facili per farsi avanti nella vita. No, vuole lavorare per sfamare la sua famiglia. E non lo fa abusivamente, nell’illegalità, come tanti palermitani e siciliani. Si procura una licenza da venditore ambulante. Tuttavia, pur non avendo commesso alcun reato, da fuoco alla propria carne per un motivo, in fondo, banale. Non deambula come dovrebbe, sta molto tempo nello stesso posto. E, per questo, si merita, pensate un po’, due controlli in pochi giorni, nella città dove si perpetrano quotidianamente e impunemente ogni tipo di abusi. Il ragazzo va al rogo per un verbale. Può essere stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, può essere quello che volete, ma è andata così. Vi sembra pesante parlare di rogo? E come volete chiamarla la fine atroce del giovane in una delle arterie più frequentate del capoluogo, dunque di fronte a tanta gente che ha assistito alla scena? Torniamo al parallelismo. Sui destini, così diversi, di un ragazzo e di una ragazza, si può aggiungere una notazione riguardante il potere. Che ben conosciamo e che unisce, in questo caso e chissà in quanti altri, il nord e il sud del paese. Arbitrariamente, il potere da e il potere toglie. Sapete come si dice. Per gli amici, o le amiche, le leggi si interpretano sino all’inverosimile e anche contro le stesse leggi, prima o poi il buco della salvezza si trova. Per gli altri no, si applicano senza sconti. Messa così, capite bene, dal paradiso all’inferno la strada è breve. Dipende se hai il potente al tuo fianco, se sei riuscito a toccare il suo mantello, oppure se hai soltanto la tua disperazione a farti compagnia. Il massimo di elasticità e il massimo di inflessibilità. C’è, infine, un atteggiamento da notare rispetto ai contesti nei quali si sono sviluppate le due vicende. Per la ragazza, dalle persone a lei più vicine, è scattato un sistema di coperture tale da proiettarla verso il mondo dei rotocalchi. Per il giovane Noureddine, invece, sono scattate le segnalazioni dei commercianti, i quali vedevano nella staticità del marocchino un pericolo per i propri affari. Tanto da denunciare alle autorità competenti, a quanto pare ripetutamente, la sua presenza ingombrante sul marciapiede. Giusto richiedere protezione. Dovrebbe valere sempre. Domanda. Come si comportano gli esercenti della zona quando si presentano gli uomini delle cosche a chiedere la rata del pizzo? Chiamano le forze dell’ordine o pagano? Deboli con i forti e forti con i deboli?

domenica 27 febbraio 2011

PD, di lotta, ma anche di governo.

LiveSicilia - Quotidiano Online
27 2 2011
Il Pd vuole il quinto governo, ma stavolta è Lombardo che frena

di Francesco Palazzo

La politica regionale danza sui veti incrociati. Il governo di tutti, proposto dal presidente dell’Ars, trova un orecchio attento a Palazzo D’Orleans, ma riceve un veto deciso dai democratici. Possiamo comprenderli. Che senso avrebbe la loro presenza in maggioranza se gli alleati di un tempo tornassero sotto lo stesso tetto? Ma il Pd sgancia un no e ne riceve uno, pesante, a sua volta. Il quinto governo, che dovrebbe comprendere assessori più legati ai partiti, è, chiaramente, in casa democratica, il compimento di un percorso. Dal cappotto delle regionali del 2008, con un misero 28,6 per cento come voto di coalizione, alle stanze di comando degli assessorati. Ma qui è il governatore a dire che non si può fare. Non ora. Non subito. Motivo: il governo tecnico rappresenta tutti (anche i siciliani?) e chiunque può trovare in esso soddisfazione. E qui il Pd non la prende bene. Ratificando, sostanzialmente, il fallimento della giunta in carica. Che non riuscirebbe, stando alle dichiarazioni dei leader del Pd, a dare le risposte che la Sicilia si attende. E’ da mesi che gli esponenti democratici parlano di cambio di passo, di scossa, di azione riformatrice in panne. Nei giorni pari. Perché in quelli dispari, al contrario, sciorinano una serie di riforme che già starebbero cambiando la Sicilia. A nostra totale insaputa.Verrebbe da dire loro: mettetevi d’accordo. O questa è un’esperienza politica che ha messo alle nostre spalle anni di clientelismo e mala gestione dei fondi pubblici, oppure siamo ancora all’alba e c’è bisogno di molto altro, quasi di tutto. Così, per darci qualche riferimento certo, un punto di caduta intorno al quale ragionare. Altrimenti viene la confusione. Ma come, il governo in carica, che ha pochi mesi di vita, è stato presentato, soprattutto dal Pd, come un esecutivo di alta qualità, e dopo pochi giri d’orologio se ne chiede la sostituzione per manifesta incapacità? E sono proprio i democratici, nei giorni in cui vestono la divisa del governo, a ricordarci che è davvero un tempo troppo stretto per valutare una compagine assessoriale.Che sarebbe nel mirino di un attacco mediatico senza uguali. Solo che, il giorno successivo, indossati i panni dell’opposizione, pare che i democratici si scordino quello che avevano detto appena il giorno prima, ossia che questo è un governo ai primi vagiti, e vogliono ucciderlo in culla, richiedendo con veemenza l’ingresso in giunta dei titolari con le tessere di partito. Che si scaldano, e da tempo, ai bordi del campo. Comprendiamo l’impellenza. Un quinto governo, con dentro le luccicanti insegne democratiche, siamo uomini e donne di mondo, sarebbe un balsamo nel dibattito interno al partito. E’ probabile, infatti, ma potremmo anche esprimerci in termini di certezza, che gli scontri tra le varie correnti dentro il Pd, pro e contro Lombardo, si attenuerebbero di molto, sino a scomparire magicamente, se la carne al fuoco diventasse più consistente e appetibile. E non è difficile che ci si arrivi. I no, o i ni, in politica, come del resto i sì o i forse, durano meno dello yogurt in frigo. Ciò che oggi è solo motivo di speranza per i democratici e punto critico per il presidente della regione, domani potrebbe trasformarsi in quel matrimonio in pompa magna a cui tutti i fidanzati arrivano. Beninteso, se non si lasciano prima. Con restituzione di regali, liti tra parenti, contumelie varie e quant’altro. Vedremo se saranno fiori d’arancio, ed è l’ipotesi più gettonata, se proseguiremo, sino alla noia, col Pd di lotta e di governo, o se, improvvisamente, vedremo le foto strappate di un innamoramento che non diventò mai amore.

venerdì 25 febbraio 2011

"Dico cattolici per modo di dire...."

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 8 del 25 Febbraio 2011
Pag. 2
Ma che c'entrano i catttolici
Francesco Palazzo

“Dico cattolici per modo di dire, mai conosciuto in vita mia qui un cattolico vero, e sto per compiere novantadue anni. C'è gente che in vita sua ha mangiato magari una mezza salma di grano maiorchino fatto a ostie, ed è sempre pronta a mettere le mani nelle tasche degli altri, a tirare un calcio nella faccia di un moribondo, e un colpo a lupara alle reni di uno in buona salute”. Cosi, il professore Roscio, nel romanzo A ciascuno il suo di Sciascia, parlando dei siciliani. Mi veniva in mente questo passaggio mentre leggevo del dibattito che si sta sviluppando, oltre che sul simbolo pagano presente nella bandiera siciliana, la triscele, sulle unioni civili. Ma cosa c'entrano il cattolicesimo e il cristianesimo, che non sono affatto sinonimi, con il riconoscimento di alcuni diritti alle coppie di fatto, omo o eterosessuali? Nulla, ovviamente. Anzi, come dimostrato dall'appello di don Cosimo Scordato, prete nel quartiere Albergheria del capoluogo, il quale sostiene che "gli omosessuali sono persone normali, non errori di natura o dei malati, hanno tutto il diritto di amare e di essere amate e di formare delle famiglie", il professare un credo religioso dovrebbe essere soltanto un buon punto di partenza verso un'umanità più matura e includente. Non un intralcio. Vediamo, invece, che sul disegno di legge presentato all'ARS sulle coppie di fatto, omo o etero, molti obiettano, dentro e fuori il parlamento siciliano, che l'essere cattolici impedirà loro di votare o condividere questo provvedimento legislativo. Quindi, una fede non impedisce affatto di alimentare il clientelismo, la corruzione, i rapporti con le cosche mafiose, l'occupazione sistematica dei posti di potere, lo sperpero di risorse pubbliche, ma è un baluardo, una montagna, quando si tratta di riconoscere diritti fondamentali. Un altro parroco della chiesa palermitana, don Francesco Romano, dice a chiare lettere che, nel caso in questione, l'assemblea regionale siciliana non deve legiferare in nome della chiesa ma in nome del popolo sovrano. Ci vuole un prete per ricordare le basi dello stato liberale. Si badi bene, Scordato e Romano sono due mosche bianche nel presbiterio siciliano. L'appello di Scordato è stato accolto con malcelato fastidio da alcuni prelati, che almeno hanno detto pubblicamente come la pensano, per il resto un gelido silenzio. Sulla sortita di Padre Romano, è calata più pesante la cortina d'indifferenza all'interno del mondo cattolico. Sarebbe interessante, su entrambe le questioni, diritti per gli omosessuali e per le coppie di fatto, sapere cosa ne pensa il primate di Sicilia, il cardinale di Palermo Paolo Romeo e, con lui, tutta la conferenza episcopale siciliana. Perché, vedete, è semplice rimbrottare in continuazione le istituzioni pubbliche, comuni, province e regione, affinché facciano sino in fondo il loro dovere verso gli esclusi e nei confronti di tutta la collettività. E' come sfondare una porta aperta. Si tratta di politica estera a buon mercato. Quella che importa è la politica interna. Sin quando si parla degli altri e agli altri è facile esercitare il ruolo di guida morale. Ma il punto è che se poi non si è coerenti nella politica interna, nel governo del proprio campo d'azione, tutte le rampogne e le critiche verso l'esterno rischiano di trasformarsi, bene che vada, in puro distillato di inutile retorica. Lo sappiamo. Ci sono modi diversi di vivere la fede cattolica. Sia tra i politici praticanti, sia tra gli stessi chierici e il popolo dei fedeli. Così come vi sono differenti modalità nell'interpretare la laicità dentro le istituzioni, nei partiti, nella società e all'interno della stessa chiesa. Diciamolo, però, chiaramente. Pure se fossero pochi i cattolici che sostengono certe posizioni oltranziste, e non sono affatto una minoranza, utilizzare l'appartenenza confessionale al fine di negare diritti basilari, consistenti, nel caso specifico, nell'occuparsi del compagno/a nella malattia, oppure di poter disporre di un contratto di locazione o chiedere un alloggio popolare, prima che un controsenso evangelico, è quanto di più inumano possa esistere. Perché per il cattolico e la sua chiesa, come sottolinea Scordato, che difficilmente vedremo arcivescovo di Palermo, dovrebbe contare “la capacità di amare della persona che, in quanto tale, deve essere rispettata e riconosciuta nella propria dignità umana”.

domenica 20 febbraio 2011

Due volti dell'immigrazione

LiveSicilia

di Francesco Palazzo

domenica 20 febbraio 2011

 Una giovane marocchina, abitante in Sicilia, può finire miracolosamente alla corte del lusso più sfrenato. Può anche capitarle di venire liberata alla velocità della luce da una questura dopo essere stata fermata per un furto. Un  giovane marocchino, abitante in Sicilia, pur non avendo commesso alcun reato, essendo anzi in regola con la licenza di venditore ambulante, va al rogo. Boccette pregiate di profumo date in mano con troppa facilità alla prima, una volgare bottiglia di plastica piena di benzina per il secondo. Che nessuno ha potuto, o forse voluto, come dicono i parenti, togliergli dalle mani. Il potere dà e il potere toglie. Niente di più, niente di meno. Non ha importanza se hai rispettato le leggi o se sei un delinquente. Sapete come si dice. Per gli amici, o le amiche, le leggi si interpretano, per i nemici si applicano senza sconti. Poi i processi e le indagini ci diranno delle responsabilità dei singoli. Intanto, sui due giovani, sul loro destino diverso e parallelo, questo possiamo dire. E lo diciamo.

sabato 12 febbraio 2011

PD, referendum a salve

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 12 FEBBRAIO 2011
Pagina XIII
QUEL REFERENDUM SENZA REGOLAMENTO
FRANCESCO PALAZZO

Lo statuto del PD, approvato il 29 febbraio 2009, parla chiaro. Il referendum è il coinvolgimento della base su "argomenti e scelte politiche di essenziale importanza per l´azione del partito". E cosa c´è di più importante dell´entrata in maggioranza alla Regione dopo che gli elettori hanno sonoramente bocciato il Pd, nel 2008, e dopo che le primarie democratiche, nel 2009, hanno attribuito un largo 70 per cento ai due candidati che si opponevano a qualsiasi collaborazione con il governatore Lombardo? Dalla segreteria regionale del partito dicono che questo referendum non s´ha da fare perché non è stato emanato il regolamento che lo disciplina, previsto dallo stesso statuto. Ma è mai possibile che a due anni dall´approvazione della carta fondamentale del partito, questo regolamento non sia stato ancora votato dall´assemblea regionale dei delegati? Visto che accade, è possibile. Insomma, secondo i suoi dirigenti lo statuto del Pd prevede sì il referendum, ma per finta. Dalle stanze di comando del partito giunge questo messaggio: cari iscritti, vi diamo uno strumento per partecipare alle decisioni del partito e indirizzarne le politiche, ma poiché ci siamo dimenticati di scrivere e approvare il regolamento, non se ne fa niente. Vi sarebbero, poi, due ragioni politiche opposte al referendum. La prima. Si criticano coloro che stanno raccogliendo le firme perché starebbero strumentalizzando la base del partito. Una base di cui, evidentemente, non si ha una grande stima. Secondo argomento: i soggetti che stanno raccogliendo le firme non hanno un´idea comune sul dopo. C´è chi vuole gli assessori politici in giunta, in un eventuale quinto governo, e c´è chi vuole le elezioni anticipate. Può anche essere che sia così. Ma questo inficia il tentativo di proporre il referendum? Al comma 3, dell´articolo 36 dello Statuto, è scritto a chiare lettere quali sono i tre elementi da indicare nell´indizione del referendum. La specifica formulazione del quesito. Chiedere se i votanti intendono, si o no, continuare a sostenere la maggioranza che sorregge Lombardo, è un quesito abbastanza specifico e chiaro. Secondo elemento da indicare è la natura consultiva o deliberativa della consultazione. Sembra che si voglia andare verso un conta deliberativa, ossia vincolante per tutto il partito. Terzo elemento, occorre indicare se a votare debbano essere solo gli iscritti o anche gli esterni. Se abbiamo capito bene, si vorrebbero chiamare al voto solo gli iscritti. Ci pare, dunque, che esistano i presupposti, anche formali, a prescindere da qualsiasi regolamento, la cui assenza è da addebitare a chi in questo momento dirige il partito e non agli iscritti, per indire il referendum. Se i tesserati del PD, come sostengono dalla segreteria regionale, sono in stragrande maggioranza concordi con le scelte del partito dell´ultimo anno, e quindi hanno clamorosamente cambiato idea rispetto alle primarie del 2009, hanno la possibilità di dimostrarlo inserendo nelle urne referendarie le loro schede. O no?

Numeri

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 11 FEBBRAIO 2011
Pagina XV
Rubrica Numeri
NOI E LO STATO
FRANCESCO PALAZZO
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In Sicilia la spesa pubblica per ogni cittadino è di 4767 euro. Nel Veneto è di 2414. La media nazionale è di 3736. Nella classifica della spesa pubblica pro-capite la Sicilia è al settimo posto.

Numeri

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 09 FEBBRAIO 2011
Pagina XIX
Rubrica Numeri
CONSULENTI
FRANCESCO PALAZZO
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Consulenze affidate nel 2010 dalla Regione Siciliana: 167. Spesa: 2 milioni 728 mila euro. Consulenze affidate dalla Regione Lombardia: 32. Spesa: 510 mila euro.

Numeri

LA REPUBBLICA – VENERDÌ 28 GENNAIO 2011
Pagina XVIII
Rubrica Numeri
IN SICILIA LA VITA È PIÙ BREVE
FRANCESCO PALAZZO
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Secondo i dati Istat 2010, al Sud la vita è più breve che nel resto d´Italia. In Sicilia l´uomo vive in media 78,6 anni, la donna 83,5. La media italiana è 79,1 anni per gli uomini, 84,3 per le donne.

venerdì 4 febbraio 2011

Sicilia: leggi elettorali e politica

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 5 del 4 Febbraio 2011
Pag. 2
PD, la legge elettorale non ti aiuterà
Francesco Palazzo

Sulla legge elettorale riguardante gli enti locali, che sta per essere calendarizzata all'ARS, vanno fatte alcune riflessioni. Una, intanto, di carattere generale. Il disegno di legge, che ha superato lo scoglio della commissione affari istituzionali del parlamento siciliano, è espressione solo dell'attuale maggioranza (PD, MPA, FLI, UDC, API), mentre l'opposizione, che prima era maggioranza, (in Sicilia non ci facciamo mancare niente) ha detto che in aula sarà battaglia, anzi ha parlato addirittura di golpe. Le leggi elettorali riguardando tutto il corpo elettorale, andrebbero approvate in maniera condivisa. Non a colpi di maggioranza. Soprattutto se chi vuole fortemente questa legge, il PD, all'inizio della legislatura era stato inchiodato dagli elettori, e in maniera severa, nei banchi dell'opposizione. Sin qui siamo alla forma, che in politica, come sappiamo, è sostanza. Veniamo, invece, ai contenuti della legge. Il faro che la ispira è costituito dal fatto che si vuole dare all'elettore la possibilità di scegliere meglio sindaci e presidenti di provincia. Sempre in un'unica scheda il corpo elettorale avrà l'obbligo, se vuole, di esprimere due preferenze, una per il candidato consigliere, comunale o provinciale, e una per il candidato sindaco o presidente di provincia. Terminerà, perciò, l'effetto trascinamento, per il quale, dal 1997, basta votare un consigliere e non esprimere alcuna preferenza per il sindaco o il presidente della provincia, che il voto va automaticamente all'aspirante alla poltrona più alta legato alla coalizione di apparteneva del candidato consigliere. Il PD sa che il centrosinistra ha una lunga storia di liste molto deboli, perciò non trainanti, mentre i candidati che presenta per le poltrone di primo cittadino o presidente di provincia hanno quasi sempre avuto un gradimento molto più consistente dei contendenti del centrodestra. Spera, in tal modo, di riequilibrare le proprie sorti negli enti locali. E già questo aspetto, dichiarato espressamente in casa PD, fa sorgere un punto di domanda. Questa nuova legge elettorale intende dare un'arma di scelta in più all'elettore, oppure sono presenti ragioni di parte? Pare che ci siano entrambi gli aspetti. Ma una norma elettorale non dovrebbe mai contenere un'attesa di cambiamento politico riguardante una delle parti in causa. Perché una cosa è la politica che un partito mette legittimamente in campo, un'altra è volere piegare la politica verso se stessi costruendo una norma che miri a colmare le lacune di uno schieramento. Ma è poi vero che la scheda unica con il voto che si trasferisce automaticamente ai candidati sindaci o presidenti di provincia ha sempre penalizzato il centrosinistra? Vediamo quanto è accaduto a Palermo e Catania in due elezioni differenti, nel novembre del 1993 e nel novembre del 1997, tendendo presente che la corrente legge elettorale è stata approvata nel settembre del 1997. Ebbene, sia Orlando, a Palermo, che Bianco, a Catania, vinsero, non solo loro ma con le liste che li sostenevano, nel 1993 e nel 1997, con due leggi elettorali differenti. Nel 1993 c'era la doppia scheda per sindaco e consigliere, nel 1997 la scheda unica con l'effetto trascinamento. Perché ciò è accaduto? La spiegazione è semplice. Nel 1997 fu premiato quanto era stato fatto nel mandato precedente, anche se era cambiata la legge elettorale. Gli elettori non sono affatto degli stupidi sprovveduti, sanno molto bene quello che fanno. E perché negli ultimi dieci anni Catania e Palermo sono state consegnate al centrodestra? Colpa della legge elettorale? Non prendiamoci in giro. E' successo che quella stagione virtuosa dei due sindaci, dal 1997 in poi si perse per strada, apparecchiando la tavola alla sbafata a quattro ganasce ai berlusconiani e compagni di cordata. Qualcuno potrebbe obiettare che quella, elettoralmente, è una stagione ormai alle nostre spalle. Che non sia così ce lo mostra l'oggi. Osserviamo, per fare un solo esempio, quanto accaduto a Gela nelle elezioni del 2010, svoltesi neanche nove mesi addietro. Al ballottaggio sono arrivati due candidati del Partito Democratico. Andate a vedere i voti delle liste che li appoggiavano. Vi renderete conto che la vittoria è stata, pur in presenza della scheda unica e dell'effetto trascinamento, che teoricamente favorirebbe il centrodestra, sia delle liste che dei due candidati. Ciò sta a significare che laddove il centrosinistra è credibile, vedi le sindacature di Crocetta nel comune gelese dal 2003 al 2009, il corpo elettorale lo premia a prescindere dalla procedura di voto. Sia chiaro, è giusto fornire all'elettore una più ampia e precisa possibilità di esprimersi alle urne. Ma il PD si ricordi che l'azione politica è una cosa, ed è questa che genera le vittorie o le sconfitte, le norme elettorali un'altra. Confondere i due momenti non è un buon segno.

mercoledì 26 gennaio 2011

PD in Sicilia, se può fare più buio di mezzanotte.

mercoledì 26 gennaio 2011
Pd, mezzanotte e dintorni
Francesco Palazzo


Ma qualcuno ha capito a cosa è servita la riunione dei circoli del PD che si è svolta domenica a Catania? Era stato annunciato come un evento di importanza fondamentale nella vita del partito. Un momento di chiarimento sulla linea da seguire rispetto al governo Lombardo dopo i referendum di Enna, Caltagirone e Gela. Non c’è stato alcun chiarimento, le divisioni all’interno del partito si sono acuite. Il tutto si è risolto, ancor prima di iniziare l’incontro, con una dichiarazione della segreteria regionale. Le decisioni nel partito le prendono gli organismi preposti a ciò. Dunque, se ne riparlerà nell’assemblea regionale del partito convocata a febbraio. Ma per dire questo c’era bisogno di convocare seicento persone in un albergo? Non bastavano un sms o una mail? Nel partito si è ormai insinuato il sospetto reciproco che divide le due fazioni pro e contro il sostegno al governo regionale. Da una parte, i più fedeli credenti a questa operazione di entrare in maggioranza alla regione, delegittimano i referendum che hanno bocciato con numeri indiscutibili la linea intrapresa dal partito e dalla maggioranza del gruppo parlamentare, due pezzi che a questo punto è molto difficile distinguere. Dall’altra parte, coloro che si oppongono tenacemente alla svolta, che ha disatteso il risultato delle primarie del 2009, gridano allo scandalo e parlano di un’assemblea, quella di domenica appunto, pilotata e senza alcun reale confronto.Nel frattempo, accadono alcune cose. La prima, in realtà, è una specie di mantra ripetuto sino alla noia dai dirigenti del PD nell’ultimo anno. Il governo regionale è carente nella sua azione amministrativa, appannato nell’azione riformista, occorre un cambio di passo, una scossa. Siccome queste esortazioni sono ribadite in continuazione, non riusciamo più a capire a chi il PD le rivolga, visto che numericamente è l’azionista di maggioranza della coalizione che all’ARS sostiene Lombardo. Chi deve imprimere questo cambio di passo, se non il partito che consente al governatore di continuare a sopravvivere politicamente? Anche nei confronti degli stessi assessori tecnici non c’è una parola chiara, un punto fermo. Sono gente capace, dice Giuseppe Lupo, ma ancora devono dimostrare di saper lavorare. Ma come si fa a dire che un assessore è capace se ancora deve dimostrare di saper svolgere bene il proprio compito? Mistero. L’altra cosa che è accaduta si riferisce alle alleanze per le amministrative che si svolgeranno in primavera. Il terzo polo, ossia il partner con il quale il PD va a braccetto alla regione, ha detto chiaramente che presenterà ovunque propri candidati al primo turno e poi vedrà per i ballottaggi. Per la verità, il coordinatore regionale dei finiani ha detto di più, cioè che il terzo polo è equidistante dal PD e dal PDL. Rispondendo con un gelido silenzio al segretario regionale del PD, che ha perlomeno chiesto un’accoppiata sicura nei ballottaggi. Non si tratta di un aspetto secondario. L’accordo strutturato per le amministrative sta proprio alla base del sostegno al quarto governo Lombardo. Almeno questo pensavano in casa PD. Tanto che, per bocca del presidente del gruppo parlamentare all’ARS, hanno minacciato di porre fine all’esperienza lombardiana. Solo parole, per il momento. Ma può un partito che si ritiene il faro della politica siciliana, farsi strapazzare in tal modo limitandosi a minacciare ritorsioni senza prendere alcuna iniziativa concreta? Può permettere al leader dell’MPA di ridicolizzare i referendum democratici? La terza, e per il momento ultima questione, riguarda il rapporto con IDV, Sinistra e Libertà e Federazione della Sinistra. Gli esponenti regionali di questi partiti hanno risposto picche alla proposta, proveniente dal segretario regionale del PD, di formare in Sicilia una larga coalizione aniberlusconiana. Riepilogando. Il PD è un partito frantumato al proprio interno, non è per niente contento dell’azione amministrativa regionale che pur contribuisce a tenere in vita, non sa bene se gli assessori a lui più vicini riusciranno a fare bene il proprio lavoro, viene strapazzato dal terzo polo in vista delle amministrative, permette al segretario di un altro partito di entrare dentro i propri meccanismi decisionali ed è ai ferri corti con quei partiti (IDV, SEL e Federazione della Sinistra), che dovrebbero essere i suoi naturali compagni di viaggio e che vengono, anch’essi, presi di mira dal governatore, che li accusa di essere la ruota di scorta del berlusconismo. Un bel modo, quest’ultimo, di agevolare il dialogo tra il PD e chi sta alla sua sinistra. Può fare più buio di mezzanotte per i democratici?



Palermo: cuscini e politica.

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 26 GENNAIO 2011
Pagina XIII
QUEI CUSCINI SPARITI DAL FORO ITALICO
Francesco Palazzo


La misura della decadenza di una città passa dalla conta delle piccole cose. Il fatto è che c´erano cinquantasei cuscini e ora ce ne sono soltanto ventitré. Dove, vi starete chiedendo. Se ve lo domandate vuol dire che non andate quasi mai sul prato del Foro Italico. Oppure ci andate spesso. Però ormai, da palermitani pur sensibili alle cose belle della città, vi siete abituati alle piccole cose che spariscono. Alla città che sta scomparendo lentamente con esse. Perché quei bei cuscini blu, luccicanti, di una tonalità davvero azzeccata, di ceramica e non di gommapiuma, erano all´inizio messi proprio sulle panchine, piastrellate e allegramente colorate, poste proprio a due passi dal mare. Quello che purtroppo dal centro città possiamo solo guardare, facendo con la manina ciao ciao ai turisti che con le grosse navi da crociera arrivano e partono. I cuscini non sono spariti tutti insieme in una notte. A uno a uno sono stati strappati a forza dalla loro sede. Al loro posto è rimasto il cemento con il quale erano stati fissati. E sino a quando erano i primi a scomparire, i palermitani, che sovente lì passeggiano, corrono, portano cuccioli animali e cuccioli umani, compulsano quotidiani e libri, potevano fare anche finta di non vedere. Ma da un certo momento in poi sarà stato impossibile non accorgersene. Il Comune di Palermo però non se n´è accorto lo stesso. La struttura che è addetta al controllo del prato avrebbe dovuto comunicarlo, non appena spariva il primo cuscino, all´ufficio addetto, che doveva subito preoccuparsi di rimpiazzare il pezzo mancante. Ma non è successo. Ora, neanche i ventitré cuscini blu rimasti, dei cinquantasei originari, stanno in salute. Sono quasi tutti con scritte varie, e lo smalto brillante che li ricopriva è un lontano ricordo. Sia chiaro, sulla contabilità non ci impicchiamo. Può essere che, mentre scriviamo, ne sia sparito ancora qualcuno. I trentatré cuscini potrebbero già essere trentaquattro o trentacinque. I restanti andrebbero dunque protetti, prima che la conta precipiti, come una specie in via d´estinzione. Tutte le cose belle rimaste a Palermo, dopo dieci anni di deserto politico e amministrativo, si dovrebbero catalogare e adottare. Prima che una alla volta, come i cuscini del Foro Italico, ci vengano sottratte alla vista senza che ce ne accorgiamo. E ai palermitani viene facile non rendersi conto delle sottrazioni di vivibilità che patiscono, e contribuiscono a creare con il silenzio o la partecipazione attiva, giorno dopo giorno. I cuscini del Foro Italico sottratti, in fondo, sono come la politica che piano piano ha abbandonato questa città. Centrodestra e centrosinistra, tra loro e al loro interno, si interrogano e litigano, restando però immobili e catatonici, su come iniziare una nuova stagione nel capoluogo. Ma questo è un altro discorso.

domenica 23 gennaio 2011

Le parole che processano il potere.

domenica 23 gennaio 2011
Le parole dei magistrati
Francesco Palazzo


Il potere politico e della politica in Sicilia avvolge tutto. Tutto comanda e tutto decide. Se riesci a toccare il suo mantello, sei salvo. La condanna severa del potere, pertanto, colpisce e quasi tramortisce. Possiamo metterla, se volete, anche così. Oppure possiamo parlare di quell’altro potere, impersonato dalla magistratura, che è ormai l’unico soggetto in grado di condizionare la politica e la pubblica opinione. Se la magistratura non interviene, non succede niente. Si continua a coprire, ricoprire, attendere, far finta di non capire. Sino a quando si può. Sino a quando è possibile. E non parliamo solo di ieri, ma anche di oggi, lo sapete molto bene. Si è capaci di ripetere lo stesso copione infinite volte. In queste ore, del tutto umanamente, si manifesta solidarietà al condannato. Non si spende, tuttavia, neanche un aggettivo per i magistrati antimafia che hanno lavorato duramente a Palermo per arrivare alla verità, almeno quella giudiziaria. Mi pare corretto, invece, che il sostegno vada esclusivamente a questi stipendiati dello stato. I quali, pur vivendo in un sistema giustizia povero di risorse e giornalmente attaccato dal governo di questo paese, sono riusciti a tenere la barra dritta facendoci pervenire a un punto fermo. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. La Cassazione ha solo preso atto del buon lavoro fatto a Palermo. Lavoro fatto di parole scritte e parlate, di prove. Il potere e le parole. Il potere delle parole. Le parole che processano il potere. E vincono, qualche volta. Le abbiamo contate. Sono soltanto quarantasette quelle utilizzate dalla direzione distrettuale antimafia di Palermo per commentare la sentenza di condanna emessa ieri dalla cassazione. Sono del Procuratore capo Francesco Messineo. LiveSicilia ha postato la dichiarazione alle 15 e 15, alle 23 e 45 non c’era ancora alcun commento e nessuno aveva cliccato sul “mi piace”. Cosa significa questo, cari attenti e loquaci lettori di questo giornale? Le riduciamo ancora quelle quarantasette semplici parole. L’ufficio, dichiara Messineo, non commenta le sentenze, prende solo atto che è stato confermato l’impianto accusatorio sostenuto dalla Procura. Punto. Messe così, sono solo diciassette le parole. Un vero servitore dello Stato sa che le parole sono importanti e non le spreca. E lo sappiamo pure noi giornalisti, anche se spesso ne facciamo un uso smodato. E, perciò, questa volta, non aggiungiamo molto altro. Possiamo solo esprimere l’auspicio, ingenuo, lo sappiamo, che la politica siciliana possa sempre più riempiersi, a tutti i livelli di rappresentanza, di servitori delle istituzioni che parlano poco e lavorano tanto. Davvero. Senza ricorrere alla facile e becera propaganda. Lavorino per il bene di tutti, utilizzando correttamente, per il vantaggio massimo della collettività e dei singoli, le risorse pubbliche. Perché questo deve fare la politica. Il resto sono solo chiacchiere e distintivo. Oppure potere piegato ad interessi di parte. O criminali. O tutte e due le cose.

sabato 22 gennaio 2011

La mafia fa (ceva) schifo.

Repubblica Palermo
Dietro lo slogan rimane l' intreccio

16 novembre 2005 — pagina 1
Francesco Palazzo


«La mafia fa schifo». Lo slogan della presidenza della Regione intende rappresentare la voglia diffusa di liberarsi dal dominio mafioso, dando per scontato che tale aspirazione è ormai patrimonio dei siciliani. Inoltre vorrebbe comunicare che pezzi significativi della classe dirigente regionale si sono affrancati da legami, connivenze e collusioni. L' operazione potrebbe avere un fondamento se gli assunti fossero, per così dire, riscontrabili. E' quindi il caso di verificare se la doppia certezza abbia dei presupposti certi o se invece sia solo un grande abbaglio. Intanto occorre dire che l' iniziativa denuncia una visione folcloristica della mafia. La si considera come un oggetto esterno, piovra o cancro che sia, e su di essa ci si diletta a esprimere tutte le considerazioni di questo mondo. Può fare schifo e ribrezzo solo ciò che non ti appartiene, che non fa parte della tua cultura, un qualcosa che puoi guardare dall' alto in basso con commiserazione. Dal punto di vista culturale e storico sostenere che la mafia fa schifo è come affermare che gli scarafaggi fanno venire il voltastomaco o che quel particolare quadro è orribile. Ma la mafia è alla stessa stregua di un animale indesiderato e non voluto o di un opera artistica appesa a una parete, che si possono guardare e giudicare scrollandosi le spalle così come si fa con la forfora? La mafia, Cosa nostra, è sempre stata in Sicilia un fatto di classi dirigenti, che l' hanno pasciuta e fatta crescere, con rapporti bilaterali consenzienti e sistematici, che hanno visto coinvolti le istituzioni, i partiti, le professioni, l' economia. Allora più che dire la mafia fa schifo, occorrerebbe assumersi le responsabilità di eventuali errori o sottovalutazioni. Forte del benestare trovato in questi settori la mafia, ieri come oggi, ha cercato e trovato il consenso presso le fasce popolari. Basta ricordare le utenze pagate in silenzio a Cosa nostra da alcuni stabili dello Zen o è sufficiente farsi un giro nelle periferie palermitane, per verificare che non è proprio lo schifo il sentimento che il popolo prova nei confronti della criminalità organizzata. Il primo assunto, quindi, e cioè che il popolo siciliano provi schifo verso la mafia, è molto lontano dal verificarsi. Tale moto di ripugnanza appartiene solo a un esiguo spaccato di società isolana. Se tale minoranza si avviasse a diventare maggioranza, noteremmo tutti i segni quotidiani evidenti di tale inversione di tendenza. Che non ci sono. Il secondo assunto, ossia che la classe dirigente si è liberata da contiguità con il mondo criminale è ancora più indimostrato del primo. Proprio i fatti più recenti, come l' arresto ieri di un deputato, sono un segno evidente. La sensazione è che la mafia continua a prosperare proprio in quanto non si riesce a sciogliere il nodo che la lega alla politica. Le cronache giudiziarie, giornalistiche, il senso comune e ciò che sappiamo, ci dicono che la politica è ancora fortemente condizionata e condizionabile da Cosa nostra. Si badi bene, non si tratta solo di vicende personali, ma di un sistema forte, strutturato, del quale vediamo solo gli aspetti che giungono agli onori della cronaca. I partiti non sono ancora riusciti a darsi un codice etico di autoregolamentazione. Un insieme di regole condivise, in grado di dare autonomia decisionale alla politica rispetto all' azione repressiva e giudiziaria. Se non avverrà ciò, da un lato avremo la mafia come corpo esterno che fa schifo, dall' altro ognuno se la vedrà con il tribunale della propria coscienza e il cerchio si chiuderà. Ma poi, cosa significa affermare che la mafia fa schifo come fenomeno generale? Bisognerebbe restringere il cerchio e vedere se, allo stesso modo, facciano schifo anche i mafiosi in carne e ossa, gli affari legati alle loro attività e il consenso elettorale che sono in grado di determinare. I rapporti, le contaminazioni, gli affari si svolgono non con la «mafia» entità astratta, ma con specifici segmenti del mondo criminale. Da questi ultimi ci si deve emendare pronunciando parole precise, nei tribunali e davanti all' opinione pubblica. Per tutti c'è l' esempio di Peppino Impastato: lui scriveva che la mafia è «una montagna di merda», ma, poiché aveva la coscienza pulita non si limitava a un' accusa generica: combatteva i mafiosi in carne e ossa, anche a costo di pagare un prezzo altissimo verso gli affetti familiari. Che la mafia faccia schifo i mafiosi lo sanno già. è proprio questo schifo che vendono e che moltissimi ancora acquistano, facendo pagare a questa terra un prezzo altissimo.

mercoledì 5 gennaio 2011

Autista, bussola!

LA REPUBBLICA PALERMO – 5 Gennaio 2010
Pag. XIII
Quelle regole sui nostri bus che nessuno fa rispettare
Francesco Palazzo

Alle società che funzionano bastano poche norme, rispettate da tutti e fatte rispettare, per far andare le cose nel giusto verso. Una volta che una disposizione viene emanata, semplicemente si applica. Sempre. Da noi, invece, i regolamenti funzionano come le grida manzoniane. Tanti, minuziosi, ripetuti e poi, sistematicamente, dimenticati. Basta andare sui giornali ed è come se la cosa fosse fatta. Ma da quel momento scatta come un tacito patto tra controllati e controllori, i primi fanno finta di non capire, i secondi fanno finta di non vedere. Prendete, a esempio, l´annuncio dell´Amat datato 20 aprile 2010. Lo trovate ancora nella homepage del sito aziendale, c´è pure un bel disegnino di un autobus. Nella bussola anteriore c´è scritto salita, nella altre discesa. Tutto chiaro. A partire da quella data, dunque, a bordo dei mezzi pubblici si poteva salire solo dalla porta anteriore. L´unica obliteratrice sarebbe stata posta proprio dalla parte della salita, gli abbonati avrebbero dovuto mostrare subito il tesserino. Lo scopo era quello di abbattere significativamente il plotone, assai cospicuo, dei passeggeri abusivi. Bene. Anzi, male. Perché, dopo qualche settimana, tutto è tornato come prima. Se è possibile, anche peggio. Basta che prendiate qualsiasi autobus, ma potete limitarvi al 101, il bus più frequentato della città, per rendervi conto che si sale e si scende da qualsiasi bussola. Con buona pace degli adesivi, discesa e salita, incollati sulle bussole e con l´evidente fallimento della politica di riduzione dei viaggiatori non paganti. Sempre l´annuncio di aprile prevedeva un rafforzamento dei controlli. Da trentadue verificatori si sarebbe passato a cinquantadue, numero quest´ultimo che per la verità appare del tutto inadeguato per una rete di trasporto pubblico molto estesa come è quella palermitana. Ma siccome i verificatori devono essere sempre in coppia, il numero delle unità di verifica - chiamiamole così - sarebbe stato comunque di ventisei. Ventisei coppie di verificatori che, secondo quanto affermato dall'AMAT, dovevano stazionare nella parte anteriore degli autobus per controllare le timbrature. Per la verità, se ogni tanto si vedono a bordo le coppie, di questi singoli e attenti scrutatori dei titoli di viaggio se ne sono visti ben pochi. Ancora meno abbiamo potuto ammirare le guardie giurate le quali, in via sperimentale, dal 20 aprile, avrebbero dovuto garantire sicurezza. Non sappiamo se, come preventivato, siano stati utilizzati per qualche ora pure gli ausiliari del traffico. Insomma, si prevedevano mezzi pubblici pieni di supervisori, ma il risultato è stato il solito buco nell´acqua. Tanto che, possiamo ipotizzare, l´Amat forse non è riuscita neanche a recuperare, in termini di biglietti in più obliterati, il costo dei depliant con i quali contava di presentare le nuove norme agli utenti. Sul sito dell´Amat si legge che un vecchio studio stima intorno al 35 per cento il totale dei non paganti. Forse lo studio andrebbe aggiornato. Ad occhio e croce quella percentuale ci sembra molto ottimista. E pensare che basterebbe poco per affrontare la questione. Niente di fantascientifico. Lo fanno normalmente a Londra, a New York e chissà in quanti altri posti. Chi guida il mezzo, senza altri supporti umani - pertanto facendo pagare alla collettività un solo stipendio - si accerta che tutti salgano dalla parte giusta. Se qualcuno trasgredisce, il guidatore ferma il bus e invita, con decisione, il trasgressore ad accedere dalla porta anteriore esibendo un valido documento di viaggio o pagando il biglietto direttamente a lui. Troppo complicato? Si potrebbe provare. Magari affiancando ai guidatori, all´inizio, giusto il tempo che i palermitani si abituino, oltre che il personale dell´azienda, anche una parte degli ex Pip, distribuiti attualmente senza criterio alcuno negli uffici pubblici. Di sicuro, stabilire norme di comportamento e poi non attuarle non serve a nulla, se non a peggiorare, ancora di più, la vivibilità di una città già abbastanza sofferente.

martedì 7 dicembre 2010

Consigliere, ti consigliamo di votare.

7 12 2010
L'assalto al palazzo d'inverno
Francesco Palazzo

Chi ha in mano il potere di spegnere la luce a questa legislatura al comune di Palermo? Possibile che trentatré, dei cinquanta inquilini di Palazzo delle Aquile, non sentano un sussulto di dignità, di pietà, non tanto verso la città, ma nei loro confronti, per presentare e votare una mozione di sfiducia al sindaco e fare andate i titoli di coda ad uno dei periodi più incredibili della politica palermitana? Difficile crederci, eppure succede nel quinto comune d’Italia. Ma cosa bisogna vedere ancora, oltre l’assalto al Palazzo d’inverno degli operai della Gesip? Consiglieri comunali costretti a votare un provvedimento e alcuni di loro che pure si vantano di avere salvato la barca di un’azienda gestita con metodi clientelari e che perde un milione di euro l’anno. Questa città, Palermo, è ormai in mano a chiunque voglia prendere qualcosa per sè o la sua tribù. A quando il prossimo assalto? E chi sarà il prossimo, tra quelli che aspirano a rivestire in futuro la carica di primo cittadino, a dire è merito del mio partito? Ma la domanda è forse un’altra. Chi comanda oggi a Palermo? Chi regge i fili del potere e gestisce quel poco che è rimasto nelle casse? Non è la politica, di certo. Quella ha spento l’interruttore da tempo. La maggioranza che ha vinto le elezioni è scomparsa come neve al sole, quello che ne è rimasto fa a sciabolate per capire chi deve essere il prossimo candidato a sindaco, le giunte incolori si cambiano come le cravatte la mattina, l’opposizione è diventata maggioranza. Già, l’opposizione. Come nelle migliori tradizioni ha cominciato a litigare su come arrivare alla designazione del candidato a sindaco. Il PD afferma, e viene quasi da sorridere se non venisse da piangere, che ancora non è tempo per primarie e candidature. L’Italia dei Valori pone veti al PD, rinverdendo un’azione frontista veteroretina che probabilmente serve a preparare il terreno a chissà cosa. Per il resto, movimenti che si credono il nuovo, e questa l’abbiamo già sentita, assemblee di anziani che vogliono sentirsi giovani e annacamenti vari. Ma come si fa, dopo dieci anni di buio, a non avere ancora chiaro il percorso a diciassette mesi dalle elezioni? Bene che vada, perché si potrebbe andare al voto anche prima. Ed ecco che, in questo quadro, irrompono gli operai della Gesip a prendere per il bavero gli eletti dal popolo e a metterli dietro la lavagna del ricatto. O votate quella delibera, oppure finisce male. Avranno detto più o meno così? Le parole saranno state più pesanti e risolute. Ma non ce n’era bisogno Bastava anche una classe di scuola materna a far sbriciolare quel muro di marzapane che è oggi la politica palermitana. Sì, quelli che hanno qualche anno in più di noi, ci diranno che forse abbiamo vissuto altri periodi bui somiglianti a questo decennio interminabile. Può essere. Il fatto è che non ne abbiamo più memoria. Né dei momenti belli, né di quelli brutti. Queste due legislature hanno cancellato pure i ricordi. Dobbiamo andarci a rileggere la nostra storia recente per trovare il punto da cui ripartire. Sarà difficile, per chiunque verrà dopo, ricostruire un minimo di cittadinanza condivisa sulle macerie di una politica assente o forse troppo presente nella sua irrisoluta inettitudine. Per far finire al più presto questo strazio, non resta che fare appello a quei trentatrè. Non trentini, ma consiglieri comunali palermitani che servono per abbassare la saracinesca e consentirci di scegliere con le elezioni. Così almeno, nel centrodestra, la finiranno con le sciabolate e individueranno un nome, uno qualunque, siamo a questo punto gente di poche pretese, da proporre al corpo elettorale per la carica di primo cittadino. Così almeno nel centrosinistra, facciano un po’ come vogliono, pure con la monetina, attraverso una sfida a dadi o con le freccette, vedranno quale galletto dovrà uscire fuori vivo dal pollaio e sfidare lo sciabolatore del centrodestra a singolar tenzone. Insomma, trentatrè consiglieri cari, ridateci un po’ di normalità. Fate a questa città, che almeno un po’ dovrete amare, un bel regalo di Natale.

lunedì 6 dicembre 2010

Palermo, la paura delle primarie

6 12 2010
Se le alleanze complicano le primarie

Francesco Palazzo

Il dibattito nel centrosinistra, al fine di individuare un percorso per arrivare alle prossime amministrative palermitane, passando per le primarie, rischia di attorcigliarsi su se stesso. Il tema delle alleanze ha preso il sopravvento. Quello che crea problemi è lo schieramento che sostiene il governo regionale. Lombardo ha detto alcuni mesi addietro, davanti ad un estasiato popolo di marca democratica, che questa coalizione (MPA, PD, FLI, API e UDC) vuole portarla anche negli enti locali, cominciando da Palermo. IDV, Sinistra e Libertà, i movimenti, un pezzo dello stesso PD, vedono come il fumo negli occhi tale prospettiva. L’indisponibilità è venuta fuori nell’assemblea tenutasi il 17 novembre scorso, che ha visto la partecipazione di partiti e movimenti, tranne il PD, e qualche osservatore accreditato dell’MPA. Assemblea che è sembrata la solita preoccupata e assai tardiva chiamata alle armi preelettorale. In quella sede sarebbe stata decisa una data per la conta ai gazebo, il 27 febbraio 2011. Ma al momento, in realtà, non si capisce che primarie saranno e se si svolgeranno. Per carità, non è che questo strumento risolva tutti i problemi. Però ha questo di buono, mette il silenziatore a tutti i calcoli e le subordinate. E lo fa dando la parola direttamente a quelle persone che non partecipano ai vertici per stabilire chi sta con chi e per che cosa. Momenti dove si finisce per chiedersi chi siamo, dove andiamo e cosa vogliamo, in un girotondo di torsioni e capriole che tolgono il respiro anche ai più pazienti. Molto più semplice adocchiare una data di celebrazione delle primarie vera e condivisa da tutti e farla finita lì. Ma come fare? Nelle primarie milanesi la spinta decisiva è venuta da colui che poi ha vinto. Ha lanciato in un incontro pubblico la candidatura, l’ha supportata con adesioni e ha cominciato a delineare le cose da fare. Gli altri hanno seguito a ruota. Non cominciando a discettare di sigle e alchimie varie. Ma presentando altre tre candidature. A Palermo, anche coloro che già si sono in qualche modo sbilanciati, affermando di volere partecipare alla corsa, si sono, tranne uno, limitati a qualche intervista o a un’indefinita, nel tempo e nello spazio, dichiarazione di disponibilità. Con il risultato di imporre una navigazione a vista. Il solo Davide Faraone, sabato mattina, ha rotto gli indugi lanciando ufficialmente la propria candidatura, iniziando a raccogliere firme a supporto della stessa e mostrando che tipo di città vorrebbe. Ha annunciato gazebo nei vari quartieri per riprendere contatto con tutta la città. Vedremo se altri contendenti passeranno dalle parole ai fatti. Solo in tal modo le trombe del politichese, di coloro che hanno laceranti mal di pancia o stanno a guardare in attesa di dare la zampata finale, possono non avere l’ultima parola. Si è detto dell’importanza rivestita da Milano nello scacchiere politico nazionale. Stessa cosa si può dire, dall’altra parte dello stivale, per Palermo. Sul perimetro dell’alleanza, poiché è il punto che tiene bloccati, si abbia il coraggio di chiedere ai cittadini cosa ne pensano. Bisogna tenere lontana la tentazione di fare da balia al corpo elettorale. I candidati alle primarie devono rivolgersi a tutto l’elettorato in maniera trasversale.Una consultazione di questo tipo è diretta agli elettori, non può diventare il campo di battaglia tra i vari capetti delle fazioni partitiche. Coloro che si presenteranno ai gazebo prenderanno atto delle volontà politiche dei competitori e sceglieranno. Perché si vuole complicare una procedura semplice e in genere molto partecipata e apprezzata? Se a un elettore non piace il candidato che vuole portare la maggioranza regionale a Palazzo delle Aquile, non lo voterà. Ci sarà qualche altra candidatura che gli proporrà qualcosa di diverso. E poi una terza o una quarta che aumenteranno le possibilità di scelta. Se le primarie sono davvero una cosa seria, e non una messinscena a favore di telecamera, devono essere un rischio per tutti. Non ci si può riempire la bocca parlando di democrazia partecipata e poi non fornire al corpo elettorale una vera possibilità di scelta. E’ inutile teorizzare primarie aperte e poi concretamente rinchiuderle nello sgabuzzino.