mercoledì 28 febbraio 2018

I posti impossibili e l'arte di guardare in faccia la realtà.

La Repubblica Palermo
28 febbraio 2018 
Ma si può davvero salvare lo ZEN?
Francesco Palazzo

Leggendo ieri su queste pagine le considerazioni dei volontari dello ZEN 2, dopo le ultime vicende, e soprattutto dopo l’aggressione alla troupe di “Striscia la notizia” mi sono rivisto nel decennio degli anni Ottanta a Brancaccio, un rione nato nel 1700 e sino ad allora composto da ceto medio, agricoltori, professionisti e qualche contenuta sacca di povertà, con i giovani che andavano regolarmente a scuola. Si doveva affrontare, con la comunità parrocchiale, la stessa dove poi arrivò don Pino Puglisi, un problema creato da una politica miope. Che aveva utilizzato una zona, che doveva avere in origine una destinazione abitativa residenziale, per impiantare, in via Hazon e dintorni, un’enclave di marginalità, senza servizi, slegata del tutto dal territorio, deportando da altri quartieri in alcuni stabili qualche centinaio di famiglie disagiate. Qualcuno disse subito che non andava bene. Come reazione, contro ogni ragione, si affermò con troppa facilità che era possibile una via d’uscita positiva. Avevano ragione, e non ero tra questi, quelli che vedevano, con lucidità, che due più due non poteva fare che quattro. Ma li ritenevamo quasi razzisti e non accoglienti. Quando ho avuto un ruolo in politica nel consiglio di quartiere ho continuato, sbagliando, a pensarla così. Dopo quasi 40 anni la malattia, piuttosto che rispondere alle cure, ha conquistato altro territorio intorno per annessione. Il due più due ha fatto, in effetti, quattro. Avremmo dovuto avere il coraggio di dirlo a M., un bambino minuto, di cui ricordo perfettamente la faccia, chissà che fine ha fatto, che stava crescendo. Dovevamo confessare, a lui come agli altri, invece di continuare a fasciare ferite che non potevano rimarginarsi, che non poteva essere. Avremmo dovuto combattere, e ci siamo ben guardati dal farlo, per smantellare quell’agglomerato. Anche don Puglisi, dal 1990 al 1993, ha voluto provarci, con impegno e radicalità totali, insieme all’Associazione Intercondominiale Hazon, guidata da Pino Martinez. Ma pure in quel frangente l’operazione si è rivelata impossibile, per quanto eroica e profetica, perché si doveva mettere in discussione l’esistenza stessa di quanto si era venuto a creare. E lì don Pino è morto. Stritolato tra la criminalità spicciola formatasi in quell’insediamento, e la mafia, che utilizzava quella manovalanza. Il problema, allora, non è il sensazionalismo di certi approcci mediatici. Che pure alla fine forse servono, e che durano qualche giorno. In ogni caso va detto che il trattamento riservato a Striscia è inammissibile. Senza i troppi “se” e “ma” utilizzati. Il vero problema è continuare a credere che si possa percorrere il sentiero, romantico e disperato, del recupero di un’impossibile situazione sociale e territoriale. Quando passo da via Hazon e vedo com’è finita, e peggiorerà, so qual era la prospettiva da percorrere. Due anni fa è circolato lo slogan “lo ZEN 2 è Palermo e Palermo è lo ZEN 2”. Ma una città può permettersi interi siti dove vigono norme che non sono quelle della Repubblica Italiana? Basta che il volontariato, apprezzabilissimo, la scuola, più che missionaria, ed una tantum la politica, siano presenti per giustificare tutto questo? Occorrerebbe un serio Piano Marshall per posti simili. Tipo il palazzo di ferro di Via Brigata Aosta. Non per combattere le persone, per loro va fatto l’impossibile, ma per guardare con occhi di verità la realtà. Si avrà il coraggio, col tempo che ci vuole, di smantellare queste sacche di vita vissuta male nell’interesse dei bambini, quindi del futuro, che si trovano a crescere in certi luoghi?

mercoledì 21 febbraio 2018

L'importanza del voto di genere e il molto che c'è da fare oltre il voto.

La Repubblica Palermo - 21 febbraio 2018
LA LUNGA MARCIA OLTRE LE QUOTE ROSA
Francesco Palazzo

Si torna a discutere animatamente — ne dava conto ieri un articolo di Claudia Brunetto — intorno alla norma che prevede il doppio voto di genere alle elezioni amministrative, possibilità utilizzata anche a Palermo nel giugno dello scorso anno. Ricorderete. Se si segnava il voto per un uomo e si voleva esprimere il secondo, doveva essere per una donna e viceversa. È servito ciò a portare più donne a Palazzo delle Aquile? Sì. Le consigliere sono il 30 per cento ed erano al 18 dopo il voto del 2012, dove si scriveva un solo nome nella scheda elettorale. Se vogliamo fare un paragone con la stessa tornata elettorale del 2017, vediamo com’è andata nelle circoscrizioni, dove c’è pure la doppia preferenza. Su 75 consiglieri eletti nelle otto circoscrizioni le donne sono state 11, nemmeno il 15 per cento. Questo dimostra che la doppia scelta ha svolto bene il suo compito solo per Sala delle Lapidi e pure in tanti altri Comuni. In totale, dal 2013, ossia da quando è possibile in Sicilia attribuire le due preferenze di genere, è raddoppiata la presenza femminile nei Consigli comunali. È probabile che alle Politiche di marzo si possa verificare un aumento della presenza rosa in Parlamento, perché il Rosatellum dispone correttivi di genere sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali. Va però detto che all’Assemblea regionale, dove c’è la preferenza unica, si è verificato un aumento di presenze femminili nelle ultime due elezioni. Nella diciassettesima legislatura, l’attuale, le donne nel Parlamento siciliano sono 16 su 70, quasi il 23 per cento. Nella sedicesima erano 15 su 90 (tanti erano allora i deputati), quasi il 17 per cento. Nella quindicesima legislatura, ma più o meno era successo lo stesso nelle due ancora precedenti, le donne elette erano state 3 su 90, appena il 3,33 per cento. Cos’è accaduto? Nelle ultime due tornate elettorali sono approdati in Parlamento gli eletti del Movimento 5 stelle, che essendo una formazione politica giovane, e dunque rappresentando mediamente le ultime generazioni, nelle quali il ruolo delle donne è certamente cambiato, ha fatto sbarcare all’Ars quasi la metà della componente complessiva femminile. Mettendo insieme quanto detto, possiamo dire che la doppia preferenze di genere è generalmente utile, ma che il lavoro principale va fatto dentro partiti e movimenti, spesso formanti club per soli uomini al comando, che difficilmente fanno spazio all’altra metà del cielo. Che quasi sempre in politica è poco litigiosa e più concreta. Avete mai visto donne che fanno scissioni o cose simili?
Nel mondo della politica, che è uno specchio della società, ci vogliono ancora nella nostra terra molti passi in avanti. Basti pensare che a Palermo e a Catania, con l’eccezione di Elda Pucci, sindaco nel capoluogo dal 1983 al 1984, i sindaci sono stati tutti uomini. Stesso risultato per i presidenti delle attuali otto circoscrizioni palermitane e delle sei catanesi. Come, del resto, non c’è mai stata una donna a guidare il governo della Regione e l’Assemblea. D’altra parte sul palco del teatro Massimo, ad annunciare l’inizio di Palermo capitale della cultura 2018 erano sei, su sei, esponenti istituzionali della politica locale e nazionale appartenenti al sesso maschile. Per il momento, dunque, teniamoci quanto occorre a equilibrare un quadro segnato da una preponderanza maschile nell’universo della politica, non soltanto siciliana. Ciò a breve e medio raggio. A lunga scadenza dobbiamo sempre più costruire una società, non soltanto in ambito politico, in cui tali rimedi non avranno più motivo di esistere. Ma la strada da fare è ancora tanta, per nulla semplice e non passa solo dalle urne. Considerato che, quando va bene, non si va oltre il 30 per cento e che le poltrone più importanti, nei partiti come nelle istituzioni, vedono in prima fila, nella quasi totalità dei casi e almeno dalle nostre parti, solo uomini.

venerdì 9 febbraio 2018

Indigenza in Sicilia: i richiami alla politica e il silenzio sull'assistenzialismo.


La Repubblica Palermo – 9 febbraio 2018
Il clientelismo e la lotta alla povertà
Francesco Palazzo


Alcuni parroci chiedono alla politica sobrietà a fronte di tanti sofferenti. Giusto. La stessa cosa, rivolta a tutti, l’ha fatta Biagio Conte. Più che giusto. Il volontariato indica il divario tra chi ha tanto e chi ha poco. Perfetto. Ma se non si vuole guardare con un occhio aperto e l’altro chiuso, è necessario dipanare bene la matassa della povertà. La coperta dell’assistenza, che spesso in Sicilia ha un volto clientelare, copre, ed è corta per questo, situazioni in cui viene dato pure a chi può farcela. I tantissimi che entrano nel precariato, ingrossando gli uffici pubblici, sono tutti nelle condizioni per ricevere sussidi? Non è semplice l’operazione. Ma è l’unica risposta all’appello serio lanciato da fratel Biagio, dai preti e dalle associazioni. Bisogna puntare il dito quando occorre. Ma se non si guarda bene il mondo che si rappresenta, si rischia la sommaria invettiva e l’incapacità di proporre azioni strutturali. Non è con il solo taglio dei costi della politica e della burocrazia, o puntando la parte di società ricca, che si può sgretolare la montagna dell’indigenza.

mercoledì 7 febbraio 2018

Palermo e periferie: più decentramento e politica e meno assistenza.

La Repubblica Palermo

6 febbraio 2018

ALLE PERIFERIE NON SERVE LA CARITÀ

Francesco Palazzo



Da decenni si parla di decentramento. Ho sentito di recente un consigliere di circoscrizione, la seconda, e il presidente, lamentarsi perché privi di deleghe e soldi. Nel 1985 ero nel consiglio di quartiere Brancaccio-Ciaculli, adesso parte della circoscrizione citata.
Dovevano arrivare poteri mai visti. La giunta in carica ha rimesso il tema in agenda.
Domenica Repubblica narrava il degrado delle periferie raccontando il viaggio dei parlamentari componenti una commissione d'inchiesta. Il comune, si legge nell'articolo, dice che sta avviando la presenza del servizio sociale, «in modo che tutti i cittadini, soprattutto quelli che abitano le periferie, possano sentirsi parte di una comunità».
Ma questi luoghi hanno più bisogno di politica che di assistenza. Se le circoscrizioni divenissero municipalità, i rioni periferici e il volontariato lì operante, con istituzioni vicine e funzionanti, sarebbero i primi a beneficiarne, visto che le zone centrali sono comunque oggetto di attenzioni. Oggi le periferie sono tessere sbiadite del mosaico Palermo. La cura non è la carità ma lo sviluppo.


domenica 4 febbraio 2018

PD Sicilia, la corrente degli ombelichi.

La Repubblica Palermo - 3 febbraio 2018

NEL PD COVA LA RIVOLTA DELL'OMBELICO DEI SINGOLI

Francesco Palazzo

Comprensibili le delusioni tra i democratici siculi.
Non è differente altrove. Succede a ogni tornata elettorale. Forse che nei 5 Stelle siciliani, con gente rimasta al palo dopo essersi fatta avanti, nel centrodestra, la cui dirigenza locale lamenta innesti esterni, in Liberi e Uguali, dove tanti hanno abbandonato l'idea di essere in lista e nella presentazione delle candidature a Palermo prevaleva un clima non allegro, non vi siano stati problemi? 
E per caso i Dem nelle altre regioni non hanno difficoltà?
Come tutti i partiti.
Ma solo in uno, il PD, e in una regione, la Sicilia, accadono episodi di larga insubordinazione degni di miglior causa. 
Un contropartito che si muove in piena campagna elettorale. Cose mai viste. Se non in qualche condominio. 
Una jacquerie da vespri siciliani ad urne quasi aperte. 
Più che le rivolte per la democrazia sembra di vedere quelle del dopo di noi il diluvio o del se ci candidavate in posti sicuri non succedeva nulla.
Andando all'osso, si scorgono logiche che girano attorno a un unico, seppur molteplice, epicentro politico. L'ombelico dei singoli.

mercoledì 31 gennaio 2018

Palermo. Possibile essere capitale delle cultura 2018 senza guerre di religione?


La Repubblica Palermo
31 Gennaio 2018 - Pag. I

La capitale di apocalittici e integrati

Francesco Palazzo


Con Palermo capitale della cultura è iniziata la guerra tra ipercritici per partito preso e contenti a prescindere. Due posizioni non conducenti per affrontare l’evento. Ben programmato e che si arricchirà. 
Tutto risolto? No, ma si può dire con serenità. Cosa che non succede agli entusiasti. Pronti al fuoco a vista. Palermo ha problemi seri. Non essere capitale della cultura li avrebbe risolti? Per nulla. Può aiutare ad affrontarli meglio? Possibile. 
Godiamoci quest’anno, vigiliamo sul governo della città e attrezziamoci a traslarne gli effetti nel futuro, senza aspettarci miracoli, mettendoci del nostro. 
Ho l’influenza, una martellata in testa peggiorerebbe il quadro. Aiutano le spremute d’arance. Beviamoci quest’anno come una bibita fresca, cerchiamo di stare meglio utilizzando la leva di visibilità che ci donerà, traendo le giuste valutazioni. Senza guerre preventive tra apocalittici e integrati, per citare Eco. 
La città capitale della cultura non è un colpo di clava in testa, tutt’altro, da usare gli uni contro gli altri. Entrambi i frontismi non aiutano Palermo e i palermitani.

domenica 28 gennaio 2018

Centrosinistra siciliano. Il 5 marzo ci troveremo al Baby Luna. O non ci incontreremo mai.

La Repubblica Palermo - 27 Gennaio 2018

LA SINISTRA E IL MODELLO DEL RINVIO

Francesco Palazzo




Si sarebbe iniziato a governare bene Palermo dopo le regionali del 2017, si capì. Meglio dopo le politiche del 2018, si intuisce adesso. Perché non dopo le europee del 2019? A quel punto già si vedranno le comunali del 2022. 
Ironia a parte, il modello Palermo, vincente nella quinta città italiana, poteva essere valido. Intanto per le regionali. Che si è preferito straperdere. 
Ora lo stesso quadro frantumato, che ha ragioni nazionali ma che nell'isola avrà il più basso punto di caduta (siamo o no laboratorio?), si appende alle politiche. 
Con una fuga dalle liste su cui ieri ragionava Enrico del Mercato e un pessimo risultato siciliano, che influenzerà molto il dato nazionale, già scritto. 
Sul quale i voti approdati nelle ultime ore ai democratici palermitani poco aggiungono. Dopo il tornado del 4 marzo, dove il centrodestra (anni fa dichiarato disperso), e i cinque stelle faranno il pieno, si ricomincerà in pochi nei pressi di PD, Liberi e Uguali e sinistra sparsa. 
E forse, per usare una citazione utilizzata da Claudio Reale ieri su queste pagine, sembrerà pure grande un tavolo al Baby Luna.

giovedì 25 gennaio 2018

Bandiere arancioni ai comuni, Sicilia ultima.

Repubblica Palermo

24 gennaio 2018

IL TURISMO CHE AMMAINA LE BANDIERE

Francesco Palazzo


Dal 1998 il Touring Club assegna le bandiere arancione per i borghi, con meno di 15mila abitanti, più virtuosi, belli e culturalmente impegnati a preservare i territori. 
Diciannove quelle annunciate nel 2018. Selezione severa e verifica del mantenimento degli standard. 
Su 2.800 richieste, solo l'8 per cento accolte. I risultati ci sono: più 45 e 83 per cento di arrivi e strutture ricettive.
Sinora le bandiere sono 227. E la Sicilia è ultima con un solo riconoscimento, che ha premiato Petralia Sottana. 
In cima il Centro-Nord, al Mezzogiorno vanno 42 bandiere (Puglia 13, Calabria 6, Abruzzo 6, Sardegna 6 Campania 4, Molise 4, Basilicata 2, Sicilia 1). 
Tutti i Comuni hanno difficoltà, ma ci sono realtà, anche al Sud, che scommettono sui propri territori. Quando parliamo di turismo e cultura come comparti con i quali si mangia, ricordiamoci di classifiche come questa. 
E domandiamoci quanto dipende dalle singole comunità e quanto dagli stanziamenti esterni, alibi ricorrente.
Se gli altri ci riescono, possiamo farlo anche noi. Lavorando di più e lamentandoci meno.

lunedì 22 gennaio 2018

Partito Democratico in Sicilia. Può fare più buio di mezzanotte.

La Repubblica Palermo - 21 gennaio 2018

L'ETERNA MEZZANOTTE DEI DEM SICILIANI

Francesco Palazzo



Per il PD siciliano vale l'opposto del modo di dire «non può fare più buio di mezzanotte». Da dieci anni è in continua terapia di gruppo.

Accumula sconfitte, anche quando vince, e analisi politiche errate. Già avrebbe dovuto completare l'album degli sbagli, invece c'è sempre una pagina da riempire. Pare non esserci fine alla lista di pietanze modeste che mette nel menù dell'Isola.

Una regione che ha bisogno, più di altre, di un partito riformista autorevole. Dopo la scoppola alle regionali e la perdita d'identità alle comunali palermitane, è probabile una brutta sconfitta alle politiche di marzo. 

Giorni fa Renzi, a Caltagirone, ha rilanciato l'appello ai liberi e forti di don Sturzo. Ma ai suoi avrebbe dovuto ricordarlo. Nel Pd le donne e gli uomini liberi e forti ci sono. Ma essendo impegnati in guerre intestine senza tregua, non facendo in tal modo del bene a loro stessi e alla Sicilia, le loro azioni risultano deboli e incatenate. 

Gli eredi delle solide tradizioni cattolico-democratiche e socialdemocratiche usciranno dalla perenne mezzanotte in cui sembrano immersi?

mercoledì 17 gennaio 2018

Piste ciclabili a Palermo. I fatti contro le buone intenzioni.


La Repubblica Palermo
17 gennaio 2018 - Pag. I
Se alla politica i ciclisti non piacciono
Francesco Palazzo


Sulle piste ciclabili Palermo, città pianeggiante e dal clima invidiabile come poche, non riesce a muoversi dalle buone intenzioni. Che fanno notizia ma non politica.
Che è dove metti le cose che fai e i soldi pubblici per farle, non dove posizioni le parole. 
È servito a poco l’aver sistemato le bici nelle postazioni bike sharing.
Rimangono parcheggiate. 
Se non predisponi i luoghi dove le due ruote, comunali e private, riescano a marciare in sicurezza, non si possono che osservare situazioni al di sotto delle attese.
Il risultato è che i ciclisti si vedono col cannocchiale. Ed è un peccato. 
Se si favorisse, in tutta la città, non solo nella zona centrale, questo tipo di spostamento, a Palermo praticabilissimo più che al nord, dove hanno cattivo tempo ma infrastrutture ciclabili serie, si alleggerirebbe ovunque il traffico veicolare. Altro che ZTL.
Siamo andati sulla luna qualche tempo fa. 
Riusciremo a Palermo ad utilizzare, tutti e sempre in sicurezza, un mezzo semplice, ecologico e antico? 
A oggi, spiace constatarlo, prevalgono più tentennamenti e marce indietro che passi in avanti.

lunedì 15 gennaio 2018

La cultura civica dei palermitani e Palermo capitale della cultura.

La Repubblica Palermo

14 gennaio 2018

IL BIGLIETTO DEL BUS FRONTIERA DI CIVILTÀ

Francesco Palazzo


Non c'è colore politico che tenga. In questa città, vinca il centrodestra o il centrosinistra, non si riesce a risolvere un problema atavico. Tranquilli. Non parliamo del Parco della Favorita (a proposito, non si doveva nominare un sovrintendente?), questione più complicata da affrontare del ponte sullo stretto. Ma del semplice pagamento dei ticket sui bus. E qui, come da copione, potremmo dire che la colpa è di quelli di prima. Senonché questo valeva per la passata legislatura. Ora quelli di prima sono quelli di adesso. Ed è possibile che in cinque anni, quasi sei, non si riesca a mettere su un sistema per far pagare chi entra in mezzi abbastanza contenuti? Non è che salendo sui bus ci s'immetta in delle praterie sconfinate che poi valli a prendere. Sono pochi metri quadri. Ora siamo diventati capitale della cultura.Termine che include molteplici accezioni. È possibile sperare che questa comunità, al netto degli eventi programmati, possa fare passi in avanti su diversi aspetti culturali in modo da migliorare il quotidiano ben oltre il 2018? L'augurio è che innanzitutto il cambiamento culturale sia dei palermitani. In modo che possano scoprire e vivere un concetto di cittadinanza, che fa a pieno titolo parte della cultura personale, un tantino più elevato di quello che possiedono attualmente. Se dovessimo uscire dall'anno di capitale della cultura così come ci stiamo entrando rimarremmo fermi tutti sullo stesso punto. E ciò vale pure per chi amministra. Perché, prendendo come esempio i portoghesi sui bus, c'è la cultura del pagare un servizio pubblico, ma pure quella del farselo pagare. I grandi cambiamenti iniziano dalla ferialità, altrimenti manco dieci anni di capitale di quello che vogliamo basteranno a costruire un futuro migliore. Lo abbiamo visto con Palermo capitale dei giovani 2017.Siamo arrivati al 31 dicembre e i giovani, i pochi che restano e i molti che se ne vanno o se ne stanno andando, manco hanno sentito l'odore di un mutamento di prospettiva che riguardi le loro giovani vite. Tornando ai bus, la soluzione, nel caso specifico, non è militarizzare i mezzi. Con il fucile puntato si obbligano i palermitani, su alcune corse e per periodi limitati, tipo quando scatta il solito quarto d'ora di legalità, a infilare questo benedetto biglietto nell'obliteratrice. È una dichiarazione di resa. Che un'amministrazione non può permettersi se vuole governare una città e non mettere pezze che non risolvono nulla. Sappiamo, più o meno, qual è la risposta. Al momento non ce la facciamo, non abbiamo le risorse umane. Prendiamo atto, anche se "questo momento" dura da decenni e non si capisce cosa caspita ce ne facciamo di tutti questi precari con i quali continuiamo a ingrassare, a carico della fiscalità generale, gli uffici pubblici. Tuttavia, usiamo quello che abbiamo. E visto che ci ritroviamo sul petto questo scudetto per il 2018, proviamo un approccio culturale. Non risolve immediatamente il problema, ma è un punto di partenza per dipanarlo domani. Vi ricorderete la campagna, ci sono ancora tracce, con la faccia del borseggiatore e la scritta Non ti vogliamo sui nostri bus. Ecco la proposta. Riempire tutte le vetture Amat di avvisi di questo tipo. Sono graditi solo i viaggiatori paganti. Chi non paga mette a rischio un servizio pubblico. I borseggiatori sono certo ladri, ma rubano ai singoli, coloro che non pagano il biglietto sottraggono a tutta la collettività. Dunque, alla lunga, sono più nocivi.

venerdì 5 gennaio 2018

Essere o non essere. Ovvero, la Sicilia e il ciclo dei rifiuti.

La Repubblica Palermo

4 gennaio 2018

L'ETERNO DILEMMA DELL'IMMONDIZIA

Francesco Palazzo


Il tema dei rifiuti, produzione, conferimento e smaltimento, c'investe ogni giorno. L'orizzonte è la differenziata, con la Sicilia in coda. Nei sistemi evoluti gli scarti sono un'opportunità, da noi un dilemma. Ondeggiamo tra discariche, immondizia che viaggia e termovalorizzatori. Dibattito ampio ma senza approdo. 

Abbiamo due problemi. Quello ideologico, di termovalorizzatori non si deve parlare. Il secondo è l'indecisione degli ultimi decenni nel momento delle scelte. 

Poi ci sono le domande. Ci si potrebbe chiedere perché nel resto d'Italia vi siano decine tra termovalorizzatori e inceneritori e come mai nella civilissima Vienna, dal 1971, vi sia un termovalorizzatore, seconda fonte di teleriscaldamento della città, disegnato da un ecologista. Si teme che la mafia s'interesserebbe a tali appalti? A parte il fatto che nelle discariche si è già introdotta, sta a noi tenerla lontana. 

Riuscirà il sistema dei rifiuti siciliano a capire cosa farà da grande? A tutti noi, politica istituzionale e società che produce politica, l'ardua sentenza.

mercoledì 20 dicembre 2017

Strisce blu a Palermo: pagare (più del dovuto) e non sorridere.

La Repubblica Palermo
19 dicembre 2017
L'ultima mezzo'ora di parcheggio*
Francesco Palazzo


A Palermo puoi fare lo stesso gesto centinaia di volte. All’ennesima volta ti soffermi. Parcheggio in Via della Libertà sulle strisce blu. Pronto a pagare e avendo presente che prendi giustamente la multa se non lo fai dove obbligatorio ed è però spesso consentito sostare fuori dalle strisce nelle vie adiacenti. Erano le 18 e 49, così segnava il parchimetro, e comincio a mettere i miei spicci. Sino a quando arrivo, di pochi minuti, oltre l’orario, le 20, a partire dal quale le strisce blu diventano gratuite sino alle 8 del mattino. Attendo il biglietto ma ottengo nuovamente i soldi. Rifaccio l’operazione. Nulla da fare. La somma di un euro e 30 centesimi non va bene. Vado in auto, prendo gli occhiali e vedo che sono accettati oltre che almeno un euro come quota base solo multipli di un euro. In un’epoca in cui con l’elettronica si raggiungono precisioni spaventose, non puoi selezionare il tempo che ti serve. Se vai alle 19 e 30 ti viene impedito di pagare mezz’ora, cinquanta centesimi, devi mettere un euro e coprire anche i trenta minuti in cui non si paga più. Alla fine ho dovuto mettere due euro. In tal modo il tagliando, erano già le 18 e 50, mi segna le 8 e 50 del giorno successivo. Avrei potuto trascorrere la notte nel salotto di Palermo e poi concedermi, dalle 8, una colazione da quelle parti per utilizzare con criterio quei cinquanta minuti obbligatori. Siccome questa procedura viene applicata a tantissimi automobilisti di una metropoli, le somme in più incassate dal comune e non dovute dai cittadini non saranno irrilevanti. Parliamo di una zona gestita direttamente dall’amministrazione comunale e non dal privato APCOA. Che obbliga comunque, nelle vie di propria competenza, a inserire almeno un euro, ma per le ore successive ti consente di incrementare l’orario di sosta per ogni dieci centesimi immessi. Utilizzando un sistema più elastico e vicino alle esigenze di chi parcheggia. Il comune potrebbe nei suoi parchimetri prevedere l’inserimento dei 10 centesimi oltre la prima ora. E, nella stessa prima ora, convertendo a questa pratica anche il privato, dovrebbe consentire l’immissione di monete inferiori a un euro come minimo. Cosicché chi ha bisogno di sostare per un massimo di mezz’ora possa farlo in piena libertà non pagando più del necessario. Stesso discorso per tutte le strisce blu comunali sparse per la città e amministrate attraverso i gratta e parcheggia. I quali, avendo anch’essi il costo unitario di un euro, non consentono, come i parchimetri di via Libertà e dintorni, alcuna discrezionalità nel pagamento del tempo di sosta che serve. Andrebbero, dunque, dappertutto posizionati parchimetri “intelligenti”. Si ridurrebbe la forbice tra chi parcheggia dove è proibito fuori dalle strisce blu, molto spesso non venendo sanzionato, e coloro che vogliono rispettare le regole e che per questo non possono però pagare più del dovuto. 
*La parte in neretto non è stata pubblicata per motivi di spazio.

domenica 17 dicembre 2017

Palermo capitale dei giovani 2017. Qualcuno se n'è accorto?



La Repubblica Palermo - Pag. I

LA CAPITALE DEI GIOVANI DIMENTICATI

Francesco Palazzo

Nel 2018 Palermo capitale della cultura si annuncia come un'apoteosi. C'è qualche difficoltà per il concerto di capodanno, giusto il biglietto da visita all'anno delle mirabilie, come scriveva Claudio Reale su queste colonne. Ma è appena un dettaglio. Compagni che sbagliano. I prossimi 365 giorni comunque li vedremo. Per farci un'idea potremmo però chiederci, doti divinatorie non ne abbiamo, ma del passato qualcosa si può dire, com'è stato il 2017, Palermo capitale dei giovani. Ne avete sentito parlare? Ne hanno saputo qualcosa i giovani della città? Magari quelli che vivono nelle periferie con pochi servizi. Oppure coloro che sono andati via a gambe levate e manco ci pensano a tornare. Ma almeno le nuove leve dei quartieri residenziali, si portano a casa qualcosa da questo riconoscimento? E la città? Cosa rimane alla nostra comunità di questa medaglia appesa al petto all'inizio dell'anno che finisce? Ecco, non sappiamo come sarà Palermo capitale della cultura. Ma per fare bene, o meno male, basterà guardare cosa fatto nel 2017 con Palermo capitale dei giovani. E non ripeterlo.

sabato 9 dicembre 2017

La triste storia del pontile che non appartenne a nessuno tranne che ai vandali.


La Repubblica Palermo - 8 Dicembre 2017

COSTA SUD IL PECCATO DI DISFARE

Francesco Palazzo


Va bene, ci sarà stato il rimpallo di competenze e di prerogative. Vada prima lei. No, s'immagini, non mi permetterei mai. Sarà stata più o meno questa la controdanza che ha portato al mancato collaudo, alla non gestione, all'incuria, alla pericolosità e in ultimo all'incendio che pare abbia fatto calare il "the end" sul bel pontile in legno, fatto di un'ampia piazzola e di una passeggiata sulla spiaggia sino al mare, realizzato in piena costa sud. Sì, quel bello e lungo tratto di mare che un tempo, con tutto il rispetto, faceva un baffo a Mondello. E qualcuno dice che lo farebbe pure adesso, visto che quelle acque sarebbero tornate a essere balneabili. Comunque, nel frattempo, il nostro bel pontile è andato a farsi benedire. Ed è proprio il caso di dirlo. Visto che sorge dalle parti dell'ospedale Buccheri La Ferla, proprio di fronte, guarda un po' le coincidenze, alla chiesa che ci ha tenuto occupati per mesi con il cosiddetto "scisma di Romagnolo". Ma dove stia il vero peccato, guardando la chiesa ancora intatta e il pontile ormai distrutto, sta ai palermitani dirlo.

venerdì 8 dicembre 2017

Mafia debole? Sino a un certo punto.

Repubblica Palermo - 6 dicembre 2017

Il rischio che la mafia ridiventi forte

Francesco Palazzo


Non è che forse stiamo facendo i conti troppo facilmente con questa mafia che sarebbe ormai disorientata e sguarnita? Una Cosa nostra, secondo quanto ci dicono taluni magistrati e storici, oramai retrocessa in serie B rispetto alla più potente e ricca mafia calabrese. Ammesso sia così, forse che non si possa risalire dalla serie cadetta e puntare nuovamente allo scudetto? Nel frattempo, noi facciamo solo analisi o ci muoviamo concretamente affinché la criminalità mafiosa vada ancora più giù nei gironi meno prestigiosi? Magari faremmo meglio a porci queste domande. Sì, è vero, li arrestano e li riarrestano. Ma la lotta alla mafia, a parte il fatto che i mafiosi pare trovino continuamente ricambi, può essere circoscritta al duello tra guardie e ladri mentre noi stiamo a guardare? Cosa vediamo, o dovremmo vedere, ce lo dicono le indagini. Va avanti, ad esempio, il pagamento quasi a tappeto del pizzo. Sì, c'è chi si ribella. Ma non dobbiamo avere virtù particolari per sapere che si tratta ancora, quasi nel 2018, dopo che la mafia ha attraversato tre secoli, di una sparuta minoranza. Del resto, ciascuno, ove già non pratichi direttamente la cosa versando l'obolo, nelle zone residenziali può vedere classe dirigente che paga il pizzo ai posteggiatori come se fosse la cosa più normale del mondo. Certo, siamo a 25 anni da Capaci e da Via D'Amelio, molto è cambiato. Ma possiamo limitarci a fare i notai della storia e della cronaca o dobbiamo chiederci se pratichiamo analisi e punti di vista obsoleti? Del resto, quella stagione stragista rimane un'anomalia circoscritta in una storia della mafia che è andata sempre a braccetto col potere e con la società. Possiamo tranquillamente ritenere che ci sia, mettiamoci d'accordo sull'entità, una presenza della mafia siciliana che tocca la grande finanza, le attività commerciali legali ma derivanti da soldi sporchi e i reati più tradizionali come lo spaccio di droga e il citato pizzo. Dobbiamo prendere atto che nei quartieri, sia periferici, dove non mi pare si respiri aria di liberazione, tutt'altro, sia centrali, dove il racket ha gioco facile, ci sia materiale per fare analisi meno trionfalistiche. E talvolta anche tradizionalmente fuorvianti. Si ha infatti l'impressione che sotto sotto si sposi la sensazione che mafia che non spara equivalga a mafia debole. Un già visto pericoloso. Peraltro, anche nell'associazionismo e nella politica si può registrare un generale abbassamento di attenzione. Che ha pure prodotto la crisi, con scandali al seguito, dell'antimafia. Insomma, probabilmente, nel dirci che i tempi sono cambiati, ed è vero ma solo in parte, ci siamo un po' distratti. E ce la raccontiamo come se ci trovassimo in un'altra epoca davvero, con una Sicilia libera e una criminalità organizzata morente e pronta per il funerale. Siamo sicuri sia così? Recentemente abbiamo discettato su chi sarà il nuovo capo dei capi. Quasi si trattasse di una fatale necessità. Come se la mafia fosse assimilabile al Monte Pellegrino o all'Etna, perpetuamente presenti alla nostra vista. Se ancora la mafia siciliana lotta e vive insieme a noi, ed è sopravvissuta a tutti i suoi capi, dobbiamo chiederci, guardando al passato e al presente di ciascuno, cosa non abbiamo fatto e non facciamo per farla sparire completamente dai giorni della nostra storia. Dobbiamo ammettere che ci sono, oggi, non trenta o cinquant'anni fa, segmenti non trascurabili di borghesia e ceti popolari, sui quali c'è in giro sull'argomento molto buonismo, che lucidamente ritengono la mafia un prezzo che è ancora possibile pagare. Dovremmo costruire democrazia, sicurezza, promozione, sviluppo, economia sana, vivibilità e tocca a tutti, nel quotidiano, farlo. La lotta alla mafia passa da queste stazioni. Altrimenti sarà sempre una partita che non giocheremo bene. O solo da spettatori. Che assistono, come se la cosa non li riguardi più di tanto perché ormai è finita, ma finita non è, all'eterna lotta tra magistrati e forze dell'ordine da un lato e criminali dall'altro.

domenica 26 novembre 2017

Le scuole, la religione, i ragazzi e la spiritualità.


Repubblica Palermo - 25 novembre 2017

MENO PREGHIERE PIÙ EDUCAZIONE ALLA SPIRITUALITÀ

Francesco Palazzo

Ragioniamo sul preside palermitano che ha tolto immagini sacre ed ha proibito le preghiere in classe. Le religioni sono aspetti importanti della vita, andrebbero fatte conoscere nelle scuole, evitando statue e preghierine, pratiche non consone al carattere laico dell'insegnamento. Già circa 25 mila docenti, pagati dallo Stato, insegnano religione cattolica. Questi, e ve ne sono tanti preparati, potrebbero rappresentare ai discenti le varie prospettive religiose, i modi con i quali esse si contaminano con la storia e la società. Anzi, si potrebbe pensare ad una disciplina che introduca alla spiritualità, sia laica che religiosa. Ne trarrebbero giovamento le giovani generazioni, che spesso si tengono lontane dall'ambito spirituale senza conoscerlo, rimanendo aride da questo punto di vista. Parliamo dunque non di vietare, ma di arricchire. Non un no a qualcosa ma un sì più ampio. Qualche ora di meditazione su temi esistenziali, tratti dalle diverse spiritualità, sottratta ai cellulari, renderebbe migliori i nostri scolari le nostre scuole e la società.


mercoledì 22 novembre 2017

Sicilia 2017: frecciarossa contro tartaruga. Rimaniamo speciali o diventiamo normali?

La Repubblica Palermo - 21 novembre 2017

SE PARLARE DEGLI IMPRESENTABILI DIVENTA UN ALIBI PER LA POLITICA

FRANCESCO PALAZZO

Una recentissima pubblicità, ben fatta, di Trenitalia, annuncia: «Addio videoconferenze ». Negli incontri di lavoro la presenza è più utile di qualsiasi intermediazione tecnologica. Lo spot continua in modo ancora più convincente. Un Frecciarossa in partenza ogni 15 minuti da Roma per Milano, 99 collegamenti al giorno tra le due città, con servizio di ristorazione. Da Palermo sembra di avvistare il mondo dei balocchi. In effetti, pare di vivere in un altro paese. Se a qualcuno prende la voglia, dopo aver pranzato a Roma, partendo alle 17 può tranquillamente cenare a Milano. Arriverà alle 19 e 59, dopo 2 ore e 59 minuti di velocissimo viaggio. Parliamo di 574 chilometri. Se invece vi venisse l'idea di andare da Ragusa a Trapani, 360 chilometri, pensateci bene. Il sito di Trenitalia propone questo percorso. Partenza alle 8 e 07 arrivo alle 18 e 25, dopo 10 ore e 18 minuti, con 3 cambi e quattro ore di pullman da Palermo a Castelvetrano. È solo un esempio, ovviamente, per capire il contesto nel quale ci muoviamo. Che comprende pure la circostanza che ancora preferiamo utilizzare imbarcaderi per percorrere tre chilometri di mare tra la Sicilia e la Calabria. E se vogliamo, perché mai dobbiamo smettere di paragonarci con gli altri, possiamo aggiungere che il 15 novembre a Bologna è stato inaugurato FICO, Fabbrica Italiana Contadina, il più grande parco agroalimentare del mondo, centomila metri quadri. Che vede partecipare, ed è un settore nel quale dovremmo eccellere, una sola azienda siciliana, la pasticceria Palazzolo di Cinisi. Nei giorni di lancio del parco Trenitalia ha applicato il 30 per cento di sconto.Rilevato questo quadro, si ha l'impressione che il tema degli impresentabili, certamente importante ma che si muove nell'ambito del prepolitico, abbia finito per coprire del tutto le azioni politiche da mettere in campo per la Sicilia che i diversi schieramenti proponevano in campagna elettorale. E vediamo che la cosa procede anche dopo il voto. Anche da Roma a Milano non mancano certo gli impresentabili, anzi ve ne saranno magari di più. E pure da Roma a Salerno, dove si ferma l'alta velocità e l'elevata frequenza dei collegamenti. A parte il fatto che anche sugli impresentabili le contumelie che si lanciano addosso le forze politiche siciliane non tengono conto del fatto che indagato non vuol dire affatto colpevole. Chissà quando finiremo di essere speciali e diventeremo noiosamente normali. Mi sa che talvolta si nasconda la difficoltà politica di mettere in atto azioni in grado di far risalire la china all'isola parlando d'altro. Ripeto, tema non secondario quello della qualità delle liste elettorali e del personale politico dei partiti. Ma non deve oscurare le politiche proposte e realizzate concretamente. Non può sfuggirci che in questo ragionamento, classe dirigente, corpi intermedi, come si diceva una volta, e popolo di questa regione devono riuscire a guardarsi allo specchio e capire cosa vogliono fare da grandi. Il tema della politica, che non significa soltanto partiti e istituzioni, per noi siciliani è sempre questo. Se riusciremo ad essere, prima o poi, all'altezza della sfida dipenderà solo ed esclusivamente da noi. Allora, più che cercare di capire chi sarà il prossimo capo dei capi, come se ci trovassimo spettatori in uno stadio e la mafia fosse un fatto eterno, mettiamo in campo fatti virtuosi, al di là della retorica, affinché la malapianta della mafia, che abbiamo nutrito nell'arco di tre secoli, inaridisca veramente.

venerdì 10 novembre 2017

Cosa esce dalle urne del laboratorio Sicilia.

La Repubblica Palermo - 9 novembre 2017

Il capolavoro di autodistruzione realizzato dal centrosinistra siciliano

FRANCESCO PALAZZO

Ci sono diverse questioni che la tornata elettorale regionale solleva. Cominciamo dal centrosinistra. Si dice che unito non sarebbe stato comunque competitivo. Però, guardando i numeri, vediamo che i Cinque Stelle, non arrivando al 27 per cento come voto di lista, rispetto al 33 abbondante delle ultime politiche, sono stati della partita con il candidato alla presidenza. Non capiamo perché mai le liste del centrosinistra, totalizzanti quasi il 31 per cento, rispetto al 21,4 delle politiche, non avrebbero dovuto fare altrettanto. È vero che il centrosinistra, che come liste cinque anni fa alle regionali aveva il 37 per cento, perde sei punti per strada. Andati anche ai grillini. Che non sono riusciti a entusiasmare. Se ti presenti come forza anti sistema e non scaldi i motori della partecipazione vuol dire che ti muovi nello stesso stagno degli altri. E ciò al di là delle percentuali pentastellate, che però durano da Natale a Santo Stefano. Soprattutto se non governerai nulla per un'intera legislatura e con una coalizione vincente maggioritaria all'Ars. Per restare nel campo del centrosinistra, andato allegramente diviso alle urne, va detto che i due candidati a Palazzo d'Orleans prendono circa la stessa cifra che si aggiudicò nel 2001 il candidato sindaco a Palermo. Sembrò quello il punto più basso, si pensava insuperabile, in termini di raccolta del consenso. Non era così. Siccome quello era il periodo del 61 a 0, possiamo dire che rispetto a quel cappotto oggi il centrosinistra va ancora indietro. Ed in effetti è anche peggio, perché allora non c'era il terzo incomodo del polo grillino. Nel corso di un dibattito ospitato su questo giornale abbiamo scritto tanto, su input di Enrico del Mercato, sull'irrilevanza in questa terra del centrosinistra. Bene, mi pare che questo passaggio elettorale ci consegni un quadro ancora più fosco. Va rilevato che lo schieramento a sinistra del Pd, che voleva contarsi in Sicilia in vista delle politiche del 2018, esce malamente dalle urne. Rispetto alle regionali del 2012 non migliora il risultato e riesce a mandare un solo deputato all'Ars. Tanto rumore per nulla. Se si voleva minare a livello nazionale la figura di Renzi e mettere all'angolo il Pd, entrambe le mosse non sono riuscite. Anche chi all'interno dei democratici si oppone a Renzi capirà presto che senza la sua presenza il Pd non è competitivo, e i democratici stessi si sono confermati, pure in Sicilia, dove devono trovare dirigenti più rappresentativi e carismatici, la maggiore e insostituibile forza di qualsiasi schieramento di centrosinistra, vincente o perdente che sia. Dobbiamo notare un altro aspetto. La cosiddetta società civile è stata del tutto assente dal dibattito politico di queste regionali. Che hanno avuto un epicentro partitico. Quando penso ad altri momenti in cui ha brillato di luce propria, mi riferisco ad esempio alla candidatura nel 2006 della Borsellino, che raggiunse, pur perdendo, il 41,64, più del presidente eletto adesso. La Sicilia si conferma di centrodestra, che si riprende il suo. Da questo punto di vista chi riteneva, nelle fila dei democratici, di avere qualche anno fa portato scompiglio dentro il suo fortino sino a scioglierlo come neve al sole, deve fare una severa autocritica. Il centrodestra si è presentato a questo giro come chi non aveva mai avuto le leve del potere, mentre il centrosinistra, avendo governato per una sola legislatura, è riuscito a farsi percepire come il responsabile di tutto. Davvero un capolavoro.

domenica 5 novembre 2017

Il voto come esercizio civico di democrazia.

La leggenda della società civile con quattro quarti di nobiltà che diserta la democrazia.

Francesco Palazzo

Nel corso delle campagne elettorali si parla molto dei candidati, poco degli elettori, che contano solo come materiale di sondaggi. A urne chiuse il corpo elettorale scompare per essere ripescato nella successiva tornata ai seggi. Quando ci riferiamo ad esso spendiamo parole buoniste per sottolinearne la disaffezione verso la politica che ha come conseguenza diretta la non partecipazione al voto. Cosa che si annuncia anche per oggi, in cui potrebbero deporre la scheda meno della metà degli aventi diritto. Come nel 2012. Non è un dato che ci vede isolati. Nelle regionali del 2015, dove votarono Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto, la media dei votanti è stata poco sopra il 52 per cento. Con la Toscana, ed è quanto dire, che si è attestata sulla soglia più bassa con il 48,28. Generalmente giustifichiamo tale fuga con il disamore che altri provocano nei cittadini, scagionando questi ultimi da qualsiasi responsabilità. Che invece hanno. A meno che non si voglia condividere il seguente schema. Da una parte i cattivi della politica, dall’altra i buoni della società civile, che si vendicano in massa non timbrando il certificato elettorale. La mafia, distribuita tra notabili e popolo, punterà trasversalmente su più candidati e più liste. Farà quello che sa fare e che ha sempre fatto. Non so quanto sposta in termini di consenso. Ma dovrebbe fare più paura il disinteresse di coloro, che rappresentano un numero molto più consistente, non c’è paragone, che se ne staranno a casa senza neppure pensarci. Parliamo di adulti, non di bambini che devono essere condotti per mano. Ormai un vero e proprio blocco sociale. Il cui silenzio in un momento fondamentale dovrebbe essere redarguito e non accolto con benevolenza. Soprattutto in una regione con mille problemi come la nostra. Ma non c’è soltanto la latitanza di uno spaccato enorme della “buona” società civile, termine quanto mai errato, come se tutto il resto fosse incivile. Chi non vota, spesso si disinteressa di quanto scorre nella vita pubblica. Va aggiunto, a prescindere dall’esercizio o meno del voto, che lo spaccato di mondo che non vive direttamente nella cittadella della politica partitica e istituzionale, non è che presenti, mediamente, comportamenti più virtuosi di chi lo amministra. Per completare il ragionamento dobbiamo pure dire della qualità del voto che si attribuisce. Se scattano atteggiamenti e comportamenti familistici o di clan o se si premiano quelli che si ritengono i migliori. In queste settimane ci siamo interrogati, giustamente, sull’impresentabilità dei candidati. Ma quant'è presentabile un elettore che non si presenta al seggio, non controlla chi amministra, che mette in atto comportamenti sistematici di etica pubblica molto discutibili e che si fa guidare da motivazioni che non guardano al bene collettivo nel momento di esprimere il proprio consenso? Sembra banale dirlo, ma è la verità. Soltanto ottimi elettori e cittadini possono generare buona politica, istituzioni funzionanti e fondi pubblici spesi bene. Ogni azione politica che non ha questa base di partenza rischia di essere di poco momento, qualsiasi sia il risultato elettorale. La Sicilia la potranno migliorare soltanto i siciliani. Tutti, però, non soltanto una parte. Altrimenti andremo sempre più giù.

domenica 29 ottobre 2017

La strana storia del centrosinistra siciliano che si crede toscano.

Repubblica Palermo - Pag. I
28 ottobre 2017
La sinistra che gioca a perdere non fa gli interessi dei più deboli
Francesco Palazzo


Ha ragione Enrico del Mercato nell’editoriale del 24 ottobre. Gli unici cui interessano i voti del centrosinistra sono il centrodestra e i grillini. Quelli che dovrebbero cercarli pensano ad altro, divisi in due puntando al terzo posto del podio.

Certo, in politica può succedere di tutto. Difficilmente si assiste però ai miracoli. Perché, capite, prima ancora delle questioni politico-elettorali c’è la matematica. Nel 2012 il centrosinistra vinse con un candidato alla presidenza molto conosciuto e che portava un suo cospicuo consenso personale, il centrodestra era diviso, i grillini avevano almeno dieci punti in meno di quanti ne prenderanno ora, la sinistra, rispetto a cinque anni fa, presenta un candidato alla presidenza che attirerà molti consensi. Il PD e company, la sinistra e frange di essa si preparano a confermare l’irrilevanza nel sistema politico siciliano di cui scrive del Mercato. E, visto che parliamo da settimane di impresentabili per altre ragioni, dovremmo pur dire che non è molto presentabile al proprio elettorato di riferimento un raggruppamento che si appresta a non contare nulla nel governo della cosa pubblica siciliana, per i prossimi cinque o forse dieci anni.

Ma che senso ha dividere in Sicilia la ricerca dell’alternativa rivoluzionaria, il santo graal di tutte le rivoluzioni perse, dal riformismo? Si dice che non ci si può limitare a gestire l’esistente. Ma se la politica non gestisce l’esistente, di cosa dovrebbe occuparsi, del fantascientifico, del surreale, dell’immaginario? Del resto, questo riformismo siciliano, i cui risultati sono ben lungi dall’essere appena sufficienti, non riesce mai a brillare di luce propria. Cercando di nascondersi, a Palazzo delle Aquile come a Palazzo D’Orleans, dietro soluzioni e situazioni non direttamente determinate, scelte in zona Cesarini e con le spalle al muro. È difficile sapere se e chi ha ucciso la sinistra in Sicilia o quanto pesi. Certamente, lo stato di salute attuale è gravemente pregiudicato.

E ciò è aggravato dal fatto che il tutto ha risposto a logiche romane. Altro che Sicilia come laboratorio. Qui è in azione una fotocopiatrice. Anche nel centrodestra la grande famiglia riunitasi risponde direttamente a schemi nazionali. Ma almeno lo fa stavolta per sommarsi e non per spararsi sui piedi come stanno facendo il PD e lo schieramento, sedicente, a sinistra. Chi gioca a perdere, dicendosi di centrosinistra, non lavora certo per la povera gente, per gli indifesi, per i giovani che vanno via e non tornano più, neppure per votare. Uno potrebbe obiettare che pure in altre regioni il centrosinistra si divide.

Per esempio in Toscana alle regionali del 2015. Forse qualcuno pensa di vivere in Toscana. Dove la sinistra è andata per i fatti suoi e il PD ha vinto lo stesso. Solo che lì da solo ha più del 46 per cento, il presidente eletto prende il 48 e la sinistra arriva al 6 senza problemi. Qui se il PD e ciò che sta alla sua sinistra arrivano al 25 è festa grande. Si potrà pure affermare che la sinistra siciliana, pur perdente alle urne, ha dato molto alla società siciliana. E si possono ricordare cose di settant’anni fa. Che non interessano minimamente la Sicilia odierna.

Infine, questo stato di cose ci permette di fare un’ultima riflessione. Nella storia politica di questa regione ci si è trascinati la considerazione storica della democrazia bloccata, ossia il fatto che la sinistra non potesse andare al governo per decisioni prese altrove. Quello che sta succedendo nel centrosinistra in questa campagna elettorale è la prova provata che questo tipo di approccio è stato un alibi per un centrosinistra che, sin fino al 2017, nel momento in cui abbiamo davanti una democrazia sin troppo liquida, non ha la forza, la lungimiranza, la responsabilità di guardare non il proprio ombelico ma la situazione di questa regione. E la cosa che ancor più lascia basiti è che l’elettorato più politicizzato anche stavolta si è posizionato, da una parte e dall’altra, a difendere questo spappolamento. Che, a dirla tutta, assomiglia a un vero e proprio analfabetismo politico.

(Sotto il primo link, dal sito di Repubblica, indirizza a tutto il dibattito in corso, il secondo al mio articolo). 


mercoledì 20 settembre 2017

Brancaccio e don Puglisi. Una storia e un quartiere da conoscere evitando leggende metropolitane, imprecisioni e luoghi comuni.

La Repubblica Palermo
20 settembre 2017*

La retorica su Don Puglisi

Francesco Palazzo

L’antimafia dei riti e quella della concretezza, quella dei cambiamenti veri e l’altra a portata di telecamera, quella illuminata per l’occasione e quell’altra feriale che non conosce luce. Voi vi chiederete, a proposito di luce, come erano a ventiquattro anni dalla sua scomparsa le strade dove Don Pino Puglisi esercitò il suo mandato di presbitero sino a trovare una pistola che puntava alla sua nuca il 15 settembre 1993. Cioè le vie adiacenti la chiesa di San Gaetano, quelle vicine la statua bianca del santo. Le cui dita spezzate, mi è stato detto recentemente, sarebbero state rotte, ovviamente è solo una leggenda metropolitana, perché indicavano la casa dei boss. Ci vuole poco, del resto, a inventarsi, immaginarsi, storie. Lo stesso cardinale che ha presieduto la veglia in ricordo di Don Puglisi la sera del 15 a Piazzale Anita Garibaldi, presidente della CEI, la conferenza episcopale italiana, non l’ultimo arrivato, ha esordito chiedendo agli intervenuti e allo stesso arcivescovo, asciutti di risposte, se per caso Brancaccio non provenisse dalla parola branco. Capito che non era così ha affermato che comunque da branco, dopo Puglisi, quella che aveva davanti era diventata una comunità. Bastava interrogare per pochi secondi wikipedia per sapere che il quartiere prende il nome dal governatore di Monreale, il napoletano Antonio Brancaccio, che nel 1747 fece erigere la chiesa oggi conosciuta come San Gaetano. Ma tutto deve tenersi nell’immaginario collettivo. Del resto, cosa può pensare uno che viene catapultato sul luogo dove Puglisi trovò la morte per mano mafiosa se le testimonianze offerte durante la veglia non sono quelle dei tanti giovani laureati del quartiere, dei professionisti, medici, ingegneri, musicisti, professori, anche universitari, dei tanti onesti lavoratori originari del rione e tuttora residenti o di un gruppo artistico che produce musical e che si è esibito in tutta Italia, formato da 150 abitanti di Brancaccio. Lo schema che viene proiettato, a quasi 25 anni da quel colpo alla nuca che fece fuori un grande prete, ma altri ve n’erano stati prima, ad esempio Rosario Giuè, ma questo non viene detto al presidente della CEI, è classico. Quello di gente senza futuro che ha bisogno della mano caritatevole del volontariato per rialzare pietosamente in qualche modo la testa. Quello di un quartiere dove don Pino levava i bambini e gli adolescenti dalla strada per portarli a scuola. Omettendo di dire che i ragazzi e le ragazze originari del quartiere che Puglisi trova al suo insediamento a Brancaccio, andavano regolarmente a scuola e tantissimi hanno conseguito lauree e diplomi, con un tasso probabilmente non dissimile a quello della parte residenziale della città. E che, invece, Don Pino i problemi li incontrò, oltre che con la mafia ovviamente, soprattutto con un’enclave di centinaia di famiglie indigenti che all’inizio degli anni ottanta vennero paracadutate nel quartiere da una politica miope. Ebbene, quel problema a Brancaccio è ancora presente e in questi ultimi decenni si è aggravato. Si è parlato molto dei tremila volumi che don Puglisi aveva, ma occorre anche dire che i giovani di Brancaccio gliene fecero trovare altrettanti nel salone della chiesa, sistemati a formare un’attiva biblioteca formalmente costituita che aveva il nome di Claudio Domino, il bambino ucciso dalla mafia a metà degli anni ottanta. Ma vi ho lasciato con una domanda senza risposta. Come erano le strade di don Puglisi la sera del 15 settembre? Erano al buio. Pesto. Al buio la Via Brancaccio, la Via Conte Federico, la Via S. Ciro, la Via Hazon, la Via Panzera, la Via Giafar. Strade che fanno da corona alla parrocchia dove 3P visse i suoi ultimi tre anni di vita e di sacerdozio. Magari un giorno sconfiggeremo la mafia. Ma lo faremo solo e soltanto se ci sapremo raccontare le storie nella giusta maniera e se sapremo curare bene questi territori. Altrimenti rischiamo di essere, per usare le parole del cardinale, un banco che brancola nel buio. E la stessa chiesa di Palermo, che ancora afferma che don Pino non era un prete antimafia, lo era eccome, e che ad oggi non ha mai messo in campo una pastorale specifica contro le cosche, rischia anch’essa di girare nel vuoto della retorica.

*versione integrale, due piccole parti segnate in grassetto sono saltate per motivi di spazio.