venerdì 28 settembre 2018

Beni confiscati alle mafie: fallimenti e parole.


La Repubblica Palermo 27 settembre 2018

BENI CONFISCATI  I  RITARDI  E  GLI  ALLARMI
Francesco Palazzo


Togliere le ricchezze alle mafie, che fondano il loro potere su di esse, è l’ambito, più degli altri, dove bisogna agire. Lo abbiamo capito tardi, dopo più di 120 anni se contiamo dall’unità d’Italia, visto che la legge La Torre, che individua il reato di mafia e prevede le confische, è del 1982. Fece talmente paura ai mafiosi che il leader comunista fu ucciso principalmente per questo. Il punto è che la destinazione sociale dei beni sottratti alle cosche e il destino delle imprese un tempo mafiose, molto presenti in Sicilia con 5.946 immobili e 945 aziende, numeri forniti ieri da Repubblica, sono fallimentari. Qui l’antimafia doveva vigilare con azioni decise e costanti. Invece silenzi misti a bisbigli. Da un lato ha fatto passi falsi, dall’altro si limita alle commemorazioni. Ora, dibattito non nuovo, si parla di vendita. E si grida, come sempre, al lupo al lupo, temendo riappropriazioni delle famiglie mafiose. Ma anziché lanciare allarmi a puntate, l’antimafia associativa deve, una volta per tutte e unitariamente, cambiare passo su tale aspetto fondamentale nella lotta a Cosa nostra.

mercoledì 19 settembre 2018

Papa Francesco e Padre Puglisi tra populismo, conversione e antimafia.


La Repubblica Palermo
19 settembre 2018
LA CONVERSIONE DEGLI INDIFFERENTI
Francesco Palazzo

Ora che l’entusiasmo per una giornata particolare si è posato sulla quotidianità, torniamo su alcuni messaggi lanciati dal Papa. Facciamolo guardando don Puglisi, riferimento della visita. Partiamo dall’uso del termine populismo, fatto al Foro Italico durante l’omelia. Si indica un populismo cristiano al servizio del popolo, senza grida, accuse e contese. Il populismo è arnese delicato. Ce ne sono modelli virtuosi? Può essere. Ma non dimentichiamo che Puglisi, a Brancaccio, non liscia il gatto per il verso del pelo. È un segno di contraddizione. Grida, anche dal pulpito negli ultimi tempi, accusa i mafiosi, suscita contese, pure in parrocchia, dove trova contrapposizioni. Arriva in solitudine a quel colpo di pistola alla nuca. Più che col populismo si pone come il Gesù dei Vangeli. Sferza la sua gente, la mette di fronte a se stessa, non ne asseconda ogni tendenza. Un altro tema lanciato da Francesco è quello della conversione rivolta ai mafiosi. In cattedrale però, davanti ai suoi, affronta, parlando della religiosità popolare contaminata talvolta di mafiosità, il vero tema. Che è quello del «convertiamoci » più che del « convertitevi » . È un aspetto che andrebbe declinato meglio, visto che è l’ambito decisivo nella lotta alle cosche. I mafiosi che in questi ultimi decenni si sono pentiti non sono pochi. Più difficile il ravvedimento dei non mafiosi. Il « convertiamoci » vuol dire rendersi conto che, se la criminalità organizzata ha toccato sino a oggi tre secoli, il problema — più che dai mafiosi da redimere — è costituito dai non mafiosi. Quasi sempre battezzati. E che hanno permesso tutto ciò, fatte le dovute eccezioni, con l’indifferenza o una larvata connivenza. Il «Se ognuno fa qualcosa allora si può fare molto » del beato, la cui eredità è difficile da raccogliere, va proprio nella direzione del « cominciamo a convertirci noi » . A 25 anni dalla scomparsa di Puglisi, è consapevolezza di pochi nella Chiesa. Un altro spunto proveniente dal Pontefice è l’ormai abusata affermazione su padre Pino prete non antimafioso. Sì, non faceva certo retorica o proclami a vanvera. Ma è stato ucciso per la frontale contrapposizione alla mafia, dall’altare e sul territorio. E quando diciamo che le manifestazioni e gli appelli antimafia non servono più, ricordiamoci che Puglisi va allo scontro finale con la mafia del rione promuovendo, a maggio e a luglio del 1993, a Brancaccio e non in via Libertà, due grandi manifestazioni antimafia, riprese con evidenza dai media. Inoltre mette la firma sulla richiesta del Comitato Intercondominiale Hazon di intitolare a Falcone e Borsellino una via di Brancaccio. Don Pino era, se non all’inizio della sua vicenda a Brancaccio certamente alla fine, un prete dalla esplicita connotazione antimafiosa. Che la Chiesa non voglia riconoscere tale aspetto, perché difficile da replicare, non lo cancella. Questi ragionamenti possono mettere a frutto criticamente le ore vissute con il Papa. Altrimenti rimarrà un bel sabato di sole, speso accanto a un uomo straordinario, da inserire nell’album dei ricordi.

giovedì 13 settembre 2018

Padre Pino Puglisi, il suo sacrificio e la sua difficile eredità al cospetto di Papa Francesco.

La Repubblica Palermo 
12 settembre 2018
Don Puglisi ucciso da mafia e malapolitica 
Francesco Palazzo




Cosa ha fatto Don Pino Puglisi nei tre anni a Brancaccio? Perché è stato ucciso? Cosa ha messo in atto dal 1990 al 1993 tanto da armare menti e mani mafiose? Toglieva i bambini dalla strada? Sì, ma lo facevano e lo fanno pure altri preti, mai sfiorati dai proiettili di Cosa nostra. D’altra parte, nel quartiere Brancaccio, dove sono nato e cresciuto, rione agricolo come genesi storica, quasi tutti si andava e si va a scuola, con laureati, diplomati, professionisti, professori, pure universitari, impiegati e artigiani. Lui si occupò in particolare di un’enclave di famiglie, ancora esistente, circa 150, del centro storico, ghettizzate dalla politica e inviate in alcuni palazzi di Brancaccio all’inizio degli anni Ottanta. Da allora poco o nulla è mutato. Lì si gioca tutta, o quasi, la vicenda del beato. Che per bonificare quella zona sposò la causa del Comitato Intercondominiale Hazon. Persone che volevano portare civiltà e servizi dove la politica aveva imposto isolamento e invivibilità. Questa esperienza è quella dove quel colpo alla nuca matura. E ciò è dimostrato dal fatto che tre esponenti di punta di quel comitato, che era una cosa sola con 3P, si vedono bruciare le porte di casa in una notte di fine giugno del 1993, a poche settimane dall’agguato mortale. I processi hanno mostrato che la matrice incendiaria e quella omicidiaria sono identiche. Il quadro era ed è chiaro. Puglisi muore perché vuole cambiare quel pezzo di rione, le logiche aberranti che lo guidano, mettendo in discussione la manovalanza criminale che in quei luoghi si era messa a disposizione della mafia che regnava nella zona. Il sangue di don Pino viene sparso per riscattare un piccolo lembo, creato da una politica miope, di un quartiere periferico di Palermo. E non sembri una diminutio, ma un’esaltazione dell’uomo di fede. Che in altri angoli di quella parte di Palermo, il rione bidonville dello Scaricatore e l’agglomerato di case popolari senza servizi, adiacente alla chiesa di San Giovanni degli Eremiti, aveva operato allo stesso modo. A dimostrazione che alla malapolitica e alla mafia creava (crea?) profondo malessere la circostanza che la chiesa si interessi non soltanto di sacramenti, si possono citare i quattro anni, dal 1985 al 1989, in cui a San Gaetano, la parrocchia dove viene inviato nell’ottobre del 1990 don Puglisi, arriva un giovane prete, Rosario Giuè. Che spende il suo sacerdozio senza riverenze nei confronti della politica e senza timori di fronte alla cosca mafiosa di Brancaccio. Provocando le stesse reazioni da parte della malapolitica, della mafia, dei suoi sgherri e dei colletti bianchi al suo servizio. Ma come si agiva in queste due vicende pastorali e sociali? Forse implorando assistenzialismo e distribuendo carità attraverso le casse pubbliche? No, venivano chiesti diritti, promozione umana, infrastrutture, rispetto della programmazione comunale, incontri con le giunte comunali in parrocchia. Si cercava la canna per pescare e non il pesce dato a buon mercato dalla politica e dal volontariato, laico o religioso, che si limita al paternalismo che nulla sposta. Il senso del "Se ognuno fa qualcosa" puglisiano si muoveva in tale direzione e le coppole storte lo capirono subito. Ora le domande sono le seguenti. Dal 1993 a oggi i parroci, le realtà parrocchiali, la chiesa di Palermo, sono stati e sono presenti con lo spirito e il metodo di don Pino, mettendosi di traverso alla politica e alla criminalità, oppure ha finito per prevalere un cattolicesimo che non sposta una foglia? Oltre le scomuniche e i documenti dei vescovi, le omelie infuocate nei duomi, si resta sotto i campanili, dove non si reca fastidio a nessuno? La visita del successore di Pietro nei luoghi di don Pino, proprio perché è un imprimatur d’ora in poi inamovibile sul suo sacrificio, dovrebbe consentire a tutta la comunità cattolica siciliana di rispondere a tali fondamentali interrogativi.

giovedì 6 settembre 2018

Antirazzismo e Costituzione: i cinque passi della Sicilia.


La Repubblica Palermo – 5 settembre 2018

ANTIRAZZISMO I SEGNALI DALLA SICILIA

Francesco Palazzo



Anche in Sicilia si registrano, come altrove, intolleranze etniche. 
Ma, a differenza delle altre regioni, dall’isola partono cinque segnali. 
Il manifesto antirazzista che va verso le 18 mila firme. L’appello di Maurizio Muraglia su Repubblica, affinché la scuola non resti silente sul tema. La reazione positiva del mondo scolastico. La lettera alle scuole del comune di Palermo perché tra i banchi si promuova l’accoglienza. La negazione della comunione del parroco di Bagheria ai razzisti. 
Nei cinque casi gli agganci non sono di parte ma stanno piantati nella Costituzione. 
Ci riferiamo, per chi è già dentro e per chi bussa, all’articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione...», e all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica...». Dove la carenza di democrazia è pure economica. Visto che tanta umanità non ha di che sfamarsi.





venerdì 31 agosto 2018

I passi indietro nella lotta al pizzo.


La Repubblica Palermo
30 agosto 2018
SULLA STRADA INDICATA DA LIBERO GRASSI
Francesco Palazzo

Ieri abbiamo ricordato Libero Grassi a 27 anni dall'omicidio. 
Oggi il pizzo, come rilevato dalle indagini che si ripetono con poche varianti rispetto al passato, è ancora largamente praticato da Cosa nostra. E, pur con uno Stato più presente e reattivo, moltissimi pagano e sempre meno si rivolgono alle forze dell’ordine. Perché succede questo? 
Dagli adesivi di Addiopizzo, correva il giugno del 2004, “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, sono trascorsi più di 14 anni. Allora sembrò che la strada intrapresa fosse quella giusta. Lo era e lo è. 
Ma dobbiamo ammettere che si sta tornando indietro. E non da ora. 
Sarà che adesso, come diceva in una bella intervista ieri su questo giornale il prefetto De Miro, la mafia è meno violenta, offre servizi ed il suo apporto è spesso cercato. Sarà che quando non si vede il sangue la criminalità organizzata diventa per molti una parte del passaggio. 
Ma è certo che il movimento antimafia su questo, come su altri aspetti critici della lotta alle cosche, deve farsi molte domande e provare a dare puntuali e operative risposte.

sabato 25 agosto 2018

"A favorire" per restare umani.


La Repubblica Palermo – 25 agosto 2018
Se ai migranti dicessimo “A favorire”
Francesco Palazzo

Offrire cibo, come scrive Michele Serra su "L’amaca" di ieri, commentando quanto avviene al porto di Catania, «è un gesto universale di accoglienza, antico come la civiltà umana, ed è un gesto sacro».
Marcello Benfante su queste colonne ragionava, sempre ieri, sulla popolarità delle due offerte, l’arancina e la calia e semenza, protese dalla sinistra e dalla destra siciliane alle persone tenute sulla nave Diciotti. Sia la sinistra, volutamente con l’arancina, sia la destra, non pensandoci forse bene, con la calia e la semenza, offrendo vettovaglie hanno fatto gesti d’apertura. 
Tale approccio, che non deve farci dimenticare il dramma di quanti vivono, hanno vissuto e, visti i chiari di luna, vivranno in questi contesti, mi fa pensare a un modo di dire siculo, usato anche da mio nonno materno, quando qualcuno, chiunque fosse, si affacciava alla persiana durante i pasti. «A favorire», esclamava. Un invito a unirsi alla mensa, e non perché si trovasse di fronte ad affamati, ma come segno di amicizia e accoglienza.
Ecco, in questo momento, per rimanere umani e reagire alle folate di odio che si alzano dai social e non solo, un ritorno ai fondamentali, in questo caso il cibo da condividere, non risolve ma almeno aiuta. 
Se poi la si vuole prendere da una prospettiva meno laica, visto che i cattolici abbondano, nel Vangelo sono scolpite per sempre queste parole: «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi».


giovedì 23 agosto 2018

Vendiamo l'antimafia ai turisti.

La Repubblica Palermo
22 agosto 2018

E se vendessimo gadget contro la mafia?
Francesco Palazzo

In estate capita ai siciliani di fare i turisti in Sicilia. È quindi più agevole accorgersi dei gadget aventi come soggetto la mafia. Ne ho visto uno con padre, madre e due figli, con la dicitura "A famiglia mafiusa" e le mete di Trapani, Palermo, Cefalù, Taormina, Agrigento. Non so chi acquisti questa oggettistica. Per essere esposta ovunque, dalla maglietta al cavatappi, dal quadretto alla pistola che fa da impugnatura a una tazza, per fare solo alcuni esempi, avrà un suo mercato. Oltre che biasimare tale modo di vendere il male, facendolo apparire folkloristico e dunque accettabile, occorrerebbero proposte opposte. Accanto alla famiglia mafiosa, al non vedo, non sento e non parlo, alla scritta in Sicilia fui, con la lupara, mettiamo i visi e le parole di Puglisi, Grassi, Falcone, Borsellino, La Torre, Impastato, Mattarella e degli altri. Ma anche di Libera, della Fondazione Falcone, del Centro Impastato e via elencando. In modo che il turista possa scegliere. La censura sarebbe inutile e dannosa. Proponiamo altro davanti agli occhi di quanti passeggiano tra le nostre bellezze.

domenica 19 agosto 2018

Rita Borsellino e le tante donne che ci indicano strade da percorrere. Facciamo spazio.

La Repubblica Palermo 
18 agosto 2018
Rita e le altre, il mondo affidato alle donne
Francesco Palazzo


Due donne palermitane, molto conosciute e apprezzate in ambiti diversi ma non del tutto distanti, per utilizzare il nome della rubrica di questo giornale che traccia profili di persone comuni che lasciando questo mondo depositano ricordi particolari, se ne sono andate in questa estate. A giugno è toccato a Rosanna Pirajno. Valente urbanista e ambientalista, con una forte visione comunitaria e politica, che si fiondava, col sorriso sulle labbra e la disponibilità al dialogo, in tutte le occasioni dove vi fosse da difendere o programmare, senza settarismi, il bello e il nuovo. A ferragosto è andata via Rita Borsellino, della quale in una chiesa gremita e composta si sono svolte ieri le esequie. Una nipote, intervenendo per un ricordo alla fine della celebrazione, l’ha definitacorna dure, ossia una persona perseverante, che realizzava ciò che si proponeva. Dalla strage di Via D’Amelio, dove trovò la morte il fratello Paolo, uscendo fuori dalla sua riservata e timida storia personale, ha rappresentato, per più di venticinque anni, da un lato un’antimafia concreta, pulita e libera da quegli interessi opachi, che negli ultimi tempi l’hanno abbastanza azzoppata a diversi livelli; dall’altro, a un certo punto, una prospettiva politica, non di mera testimonianza, ma trascinante consenso, potenzialmente di svolta per l’isola. Due storie al femminile particolari queste descritte sinteticamente, del resto abbastanza conosciute per soffermarci su altri dettagli. Altre, del passato lontano e recente, potremmo portare alla nostra memoria. Partendo da queste due figure, d’altra parte, vorremmo fare, se ci riusciamo, un ragionamento più ampio.Dicendo, intanto, che ciascuno, guardandosi in giro, potrebbe citarne altre, tante altre, di donne che quotidianamente portano avanti in modo eccellente le loro vite. Nelle quali è possibile, al pari delle due esperienze citate, leggere un percorso che può riguardarci se ci pensiamo un attimo. Palermo, la Sicilia, il nostro paese si possono salvare facendo leva su alcune dimensioni esistenziali, private e pubbliche che molte donne ci rimandano. La bellezza, intesa non come slogan generico ma veramente praticata pure nei luoghi distanti dai fari delle telecamere, perché per loro il bello va curato nel particolare, in ciascun ambito, anche quello più nascosto.L’impegno non retorico o falso contro la mafia, ed è chiaro che se Cosa nostra campa da più di 150 anni ci sono state in giro molta retorica e falsità, spesso veicolate da uomini. La politica interpretata come servizio e non esercizio di potere, spartizione di prebende e cattiva, o distratta, gestione della cosa pubblica. E poi l’accoglienza. E qui possiamo riferirci, ad esempio, alla vicenda di una giovane donna, Agnese Ciulla, assessore alle attività sociali del comune di Palermo nella passata legislatura, distintasi nell’accoglienza ai migranti, soprattutto minori non accompagnati. Sulla sua vicenda sono cominciate ad inizio estate le riprese di una fiction che vedremo su Rai 1. Se quanto scritto sopra ci convince, dovremmo trarre il convincimento, secondo me, che una via d’uscita per le nostre comunità risieda nelle biografie, passate o presenti, di tante nostre compagne di viaggio. Sia che di loro se ne occupino i media, sia che operino in silenzio, ma non con meno energia e determinazione, negli ambiti più disparati. Possono portare le diverse divise delle forze dell’ordine, quelle del personale sanitario, talvolta operante con eroica abnegazione, oppure vestire i panni delle insegnanti, delle operatrici sociali, ma anche, perché no, delle madri di famiglia. In Sicilia, più che altrove, è sicuramente più difficile che emergano. Al momento, non solo da noi per la verità, i ruoli apicali della politica, della dirigenza in generale sono occupati quasi esclusivamente dal genere maschile. Ma non è difficile individuarle, le abbiamo accanto, condividono le nostre vite. Le donne, alcune come quelle citate o altre note lo hanno saputo fare e lo fanno solo in maniera più evidente, hanno tutte, o quasi, questa chiara capacità di rendere migliori i rapporti interpersonali e collettivi. Facciamo spazio noi maschietti, dalle nostre famiglie agli scranni istituzionali e professionali, a queste preziose sensibilità e capacità. Facciamolo in nome di Rosanna e Rita, che non ci sono più fisicamente, ma soprattutto delle tante che incrociamo in tutti i giorni delle nostre vite.

giovedì 16 agosto 2018

I rom: l'integrazione, il campo nella zona residenziale e i nostri veri nemici.

La Repubblica Palermo
15 agosto 2018
Le urla anti-rom e i nemici di Palermo 
Francesco Palazzo


Sulla vicenda della rivolta anti-rom abbiamo letto nei giorni scorsi su questo giornale tutto ciò che occorre sapere. Emanuele Lauria ha fatto un esaustivo panorama delle posizioni politiche che sbarrano la strada. La politica dovrebbe, in teoria, fare da guida, portando ragionevolezza e lucidità dove tali dimensioni scarseggiano. E ci riferiamo non solo alle destre in campo, ma pure al mutismo delle sinistre, su cui opportunamente si è soffermato Fabrizio Lentini in un suo editoriale. Ma da un altro resoconto di Claudia Brunetto, a proposito di un altro pezzo della cosiddetta società civile palermitana, abbiamo appreso, tenetevi forte, che in questi anni una decina di famiglie rom, pure queste come le attuali, iscritte nella lista dell’emergenza abitativa, sono state dislocate in quartieri diversi della città. Che è la soluzione che l’amministratore cittadina sta prediligendo per non creare ghetti, sempre in alloggi confiscati nella disponibilità del Comune. Senza che ciò abbia provocato guerriglie, sbandieramenti del tricolore o altro. Abbiamo letto le testimonianze di famiglie, da via Perpignano a corso Calatafimi e a via Ammiraglio Rizzo. Tutte vanno nella stessa direzione. A certe condizioni si può fare, la convivenza e l’integrazione sono possibili. Un altro aspetto va rilevato. Abbiamo sentito la frase: « Portateli nei quartieri altolocati, a casa vostra, nelle zone bene». La notizia, non esattamente uno scoop, è che ciò accade da trent’anni, essendo il campo rom adiacente, diciamo attaccato, alla zona residenziale della città. A poche centinaia di metri dal viale della Libertà, il salotto di Palermo, e dalla Statua, che rappresenta l’ombelico del capoluogo. Ebbene, non si ricordano particolari o ripetuti atti criminali commessi da queste persone nei confronti dei residenti. Invece, per capire chi sono sempre stati, e continuano a essere, i veri nemici di Palermo e della Sicilia, un muro alto contro il quale ci piacerebbe che queste forze politiche ora impegnate come un sol uomo contro i rom, dirigessero le loro parole e azioni, rammentiamo che qualche giorno fa, il 6 agosto, a ridosso del campo rom della Favorita, in viale Croce rossa, abbiamo celebrato il trentatreesimo anniversario dell’esecuzione per mano mafiosa del vicequestore Ninni Cassarà e dell’agente Roberto Antiochia.Efferatezza, non la sola purtroppo in quegli anni, ma in questo caso vogliamo solo sottolineare la vicinanza del luogo dell’eccidio al campo rom, pensata e compiuta da menti e mani palermitanissime e sicilianissime. Tanto per rinfrescare la memoria. Se quest’ultima ha, citando il titolo di un libro di Leonardo Sciascia, un futuro. 

sabato 11 agosto 2018

Case per i rom di Palermo, ragioniamo su alcune questioni.


La Repubblica Palermo
10 agosto 2018
La crociata anti- rom di chi non grida mai: "Prima i palermitani onesti"

FRANCESCO PALAZZO

Sul campo rom difficile non condividere l’utilità di chiudere un ghetto e la circostanza che si sta aprendo una porta d’ingresso al parco della Favorita. 
Ora bisogna passare alla pars construens. 
Si dovrebbero, in primo luogo, evitare concentrazioni di più famiglie in un unico posto, visto che si sta uscendo da una situazione, quella della Favorita, creatasi perché diversi nuclei familiari hanno abitato nel medesimo luogo per decenni. 
E si dovrebbe seguire con attenzione il loro inserimento nel tessuto sociale. 
Ma va detto altro. Le villette individuate per le prime famiglie rom, sulle quali sono in corso proteste, in quanto confiscate alla mafia non saranno appartenute a benefattori. Hanno mai i residenti inveito contro le coppole storte al grido: «Prima i palermitani onesti»? 
E poi, terzo aspetto, quale che sia il motivo delle rimostranze odierne, non si può più tollerare che in questa città avvengano occupazioni come quelle in atto nei confronti di queste villette. Pratica illegale, per quanto benevolmente accolta da pezzi di politica e società, e che ha quasi sempre causato degrado.


giovedì 9 agosto 2018

Intolleranze etniche in Sicilia, guardiamoci intorno.


La Repubblica Palermo
8 agosto 2018
C’è una Sicilia malata di intolleranza
Francesco Palazzo

La Sicilia in questo caso non è, ammesso che lo sia mai stata, laboratorio. Gli episodi di intolleranza etnica che si registrano da noi non sono diversi da quelli che si squadernano nel resto del Paese.
La novità è semmai la messa in discussione delle nostre tanto decantate prerogative d’accoglienza. Un selfie che ci scattiamo da anni ma che forse è sfocato. 
E non bisogna guardare, per fare tale diagnosi, alle recenti vicende che si impongono ai nostri occhi in quanto superano la soglia di attenzione dei mezzi d’informazione. 
Proviamo ad andare oltre. Facciamoci un giro tra le nostre conoscenze, popolari o borghesi, collocate in periferia o al centro, in case disagiate o abbienti. E buttiamo pure uno sguardo dentro i nostri ambiti di vita più ristretti.
Potremo avere la possibilità di ricavarne utili indicazioni circa lo spirito del tempo presente.
Certe patologie, quando si allargano a macchia d’olio, non si curano con facilità, perché vengono da lontano. Soprattutto se, come scriveva in un recente editoriale Enrico del Mercato, si nascondono. O, peggio ancora, si ignorano.


lunedì 6 agosto 2018

Palermo, dismissione campo rom. Dove sta il problema?


La Repubblica Palermo – 5 agosto 2018
Le vane parole utilizzate per il campo rom
Francesco Palazzo

Sulla chiusura del campo Rom a Palermo dovremmo concordare. Si elimina un ghetto. Che lo si dovesse fare prima non è un buon motivo per non farlo ora. 
Si apre una porta d’ingresso importante al Parco della Favorita. Che deve essere tirato fuori dal limbo del vorrei ma non posso e dalle chiusure una tantum stile paese dei balocchi. 
Inoltre, il dire "prima i palermitani", a parte il fatto che i componenti delle sedici famiglie recensite nel campo lo sono, non ha senso. 
Si utilizzano fondi dedicati al reinserimento sociale delle persone abitanti in tali insediamenti e non si mettono per nulla in discussione le tante altre correnti e straordinarie forme di assistenza verso tutte le fasce sociali più deboli. 
Aggiungiamo poi che, dal dopoguerra, proprio dentro le sabbie mobili dei corretti aiuti divenuti spesso assistenzialismo clientelare e fine a se stesso, il mezzogiorno, con un elevatissimo concorso di colpa delle società meridionali, è stato fatto fuori. 
Non aggiungiamo adesso al danno pure la beffa di parole in libertà. Che saranno pure di moda al momento. Ma sempre vane rimangono.


sabato 4 agosto 2018

Giovani che vanno via veloci dal sud e treni di un'altra era.



La Repubblica Palermo
3 agosto 2018
Dal sud si fugge perché è difficile ritornare
Francesco Palazzo



A proposito degli abitanti del mezzogiorno che vanno via, di cui parla il rapporto Svimez 2018, tra i quali tantissimi giovani, quando questi tornano, dopo un periodo di studio o per le vacanze, capiscono, prima di arrivare, che non è cosa. 
Mi raccontavano del viaggio in treno da Milano, dove era stato per un master, di un ragazzo. Dal capoluogo lombardo a Salerno, 830 km, poco più di cinque ore in condizioni di assoluta comodità. Da Salerno a Palermo, 606 km, in undici ore, senza aria condizionata, con un aereatore spento sul traghetto, due ore per traghettare perché il ponte vade retro, e da Messina a Palermo senza neppure l’aereatore, con i finestrini aperti per respirare. La notte immobili nelle cuccette perché, vista la temperatura, limitavano i movimenti. 
In questa situazione per quale motivo, a parte la carenza di opportunità lavorative, i giovani dovrebbero rimanere al sud 
Parlando della nostra regione, Repubblica Palermo titola: “Fuga dalla Sicilia, l’isola senza tesoro”. Che ci sarebbe, ma lo teniamo ben sepolto, inviando altrove il nostro futuro.

domenica 22 luglio 2018

I frammenti deboli dell'antimafia.



La Repubblica Palermo – 21 luglio 2018
Il mosaico confuso dell’antimafia
Francesco Palazzo

Giovedì pomeriggio c’era il vibrante e partecipato scenario di via D’Amelio, con il divieto di sosta assente ventisei anni fa nel luogo dove fu parcheggiata l’auto imbottita di tritolo, e la novità dell’endorsement delle Agende rosse per i 5Stelle. Di mattina si è svolta la bella funzione religiosa, di sera la sentita fiaccolata. In mezzo hanno fatto capolino in ordine sparso i partiti, più confusi che persuasi sull’antimafia, e l’associazionismo storico palermitano, che sconta dati anagrafici e stanchezza.
Mondi che si incrociano, si scontrano e non fanno sintesi.
Oggi più di ieri. Ciò è palpabile a ogni ricorrenza. Ciascuno porta a passeggio la propria rispettabile antimafia. Poi ci meravigliamo del fatto che Cosa nostra viva da più di un secolo e mezzo e che sia in corso con essa una trattativa perenne, nella forma e nella sostanza. E perché dovremmo stupircene, se la società siciliana, quella virtuosa che la mafia vuole combatterla, si muove senza uno spirito (di analisi e di azione) unitario?
Ci rivediamo, stessa spiaggia stesso mare, il 19 luglio 2019.


giovedì 19 luglio 2018

Doppia preferenza di genere, curare i sintomi ma andare alle cause.


La Repubblica Palermo
18 luglio 2018
Doppia preferenza, la medicina amara che ancora serve
Francesco Palazzo

In una società ideale il peso delle donne e degli uomini sarebbe uguale. Ma viviamo nel reale.
Non siamo in grado di determinare fisiologicamente parità di accessi e di possibilità ai due sessi. Tutto parte dalle famiglie, dall’universo lavorativo e si proietta nelle assemblee rappresentative. 
Scontiamo l’aver costruito un firmamento maschilista, in cui tutti noi uomini abbiamo messo e continuiamo a inserire, nei fatti perché a parole siamo santi, tessere nel mosaico monocolore.
Preso atto di ciò, può servire un farmaco come la doppia preferenza di genere per attenuare i sintomi della malattia ed equilibrare la bilancia? Sì, i risultati elettorali sono chiari. 
La medicina ha controindicazioni?
Sì, e chi parla di un ipotetico controllo del voto reso più semplice è da ascoltare. Inoltre, la pillola non scende alle cause. E queste i partiti, insieme a tutti gli altri frammenti sociali, devono curare, invece di aggrapparsi a quanto emerge.
Usiamo dunque il rimedio, finché serve, e se è indispensabile è perché non siamo stati bravi. Ma lavoriamo perché, a media distanza, si riveli inutile.

giovedì 12 luglio 2018

Un limite per i ciclisti che si sentono al Giro d'Italia.


La Repubblica Palermo
10 luglio 2018
Ciclisti e pedoni in cerca di spazi e regole
Francesco Palazzo

Andare in bici fa bene alla salute e alla città. 
A Palermo le piste ciclabili appartengono alla categoria dello spirito. 
E dire che, vista la conformazione del capoluogo sarebbe come sfondare una porta aperta. Qualche realizzazione, alcuni progetti e tante buone intenzioni. 
È perciò inevitabile che gli spazi siano condivisi da un lato con le auto, dall’altro con gli appiedati. E se nel primo caso i vasi d’argilla sono i pedalatori, nel secondo i pedoni. 
Dunque va bene che nelle, improbabili, piste ciclabili disegnate sui marciapiedi di via Libertà il Comune abbia messo il limite dei dieci chilometri orari.
Spesso si vedono velocità degne del Giro d’Italia. Stessa cosa nel tratto di via Maqueda quando è chiuso al traffico, nelle ore in cui ai ciclisti non è riservata, come accade dalle 7 alle 10, una corsia. Anche qui il problema è a monte. Quando diventerà vera isola pedonale con una corsia sempre ciclabile? 
Sino a quando Palermo non avrà un’ampia e sicura rete per le due ruote si dovranno avere più attenzioni del dovuto verso i più esposti.
Che una volta sono le bici e un’altra i camminatori.

domenica 8 luglio 2018

Il rosso che si tinge di umanità. Contro cinismi e finte emergenze.


La Repubblica Palermo
7 luglio 2018
La differenza tra buonismo e umanità
Francesco Palazzo

Il rosso per noi siciliani vuol dire innanzitutto il sangue versato nella lotta a Cosa nostra. Il raccolto rosso è un bel libro di Enrico Deaglio che ci racconta questa storia. 
Le magliette rosse, o gli indumenti della stessa tinta, che oggi alcuni siciliani, insieme ad altri italiani, indosseranno, hanno questo supplemento di memoria, parte della storia d’Italia. 
Non si tratta di generico buonismo. Ricordare quanto accade nel mare che tocca le nostre coste è esercizio di umanità. Affinché non si perda di vista che alla base di tutto ci stanno le vite umane, non gli interessi nazionali e commerciali. Fermiamo l’emorragia di umanità è stato detto, a sostegno dell’iniziativa.
Che si muove, è bene ricordarlo, in netta controtendenza. Basta leggere i fiumi di parole impregnate di odio che invadono i social. Che smentiscono quanti pensavano che lo spirito di accoglienza e di solidarietà fosse diffuso. 
Ma proprio perché è una battaglia di minoranza, quella che si fronteggia, è il segno che è venuto il momento, più di prima, meglio di prima, di combatterla.

venerdì 6 luglio 2018

Mafie tra ottocento, novecento e ventunesimo secolo? Guardiamo fuori da esse.

La Repubblica Palermo
5 luglio 2018
Le vaste complicità con la mafia
Francesco Palazzo

Se Cosa nostra ce la portiamo dietro tra ottocento, novecento e ventunesimo secolo, i motivi vanno cercati più che dentro l’organizzazione criminale, in tutti gli altri ambienti che mafia non sono. I mafiosi, dall’unità a oggi, hanno fatto la loro strada, più o meno bene dal punto di vista degli interessi perseguiti. Ma è lampante che la maggioranza della società siciliana ha svolto male il proprio compito. Se un fenomeno dura tanto ed entra nel corpo vivo di una grande comunità, la diagnosi non può che essere questa. Con una prognosi, malgrado i passi avanti fatti, ancora incerta. E i caduti nella lotta alle cosche? Proprio le loro morti dimostrano quanto scritto. Ma voi pensate che sarebbe stato possibile levare di mezzo preti, imprenditori, magistrati, giornalisti, eletti dal popolo, professionisti, se tutti, senza eccezione alcuna, gli altri colleghi fossero stati sempre con le schiene dritte? Se poi ci mettiamo il campionario di errori dell’antimafia, il cui menù sembra essere sempre più nutrito, il quadro si fa ancora più evidente. Quando ci metteremo su una strada diversa?


venerdì 29 giugno 2018

La lezione dei bengalesi di Palermo.

La Repubblica Palermo 
28 giugno 2018
L'esempio dei palermitani immigrati
Francesco Palazzo

In questo momento, proprio gli immigrati, i bengalesi che si sono ribellati, ci ricordano qual è il problema, in Sicilia, nel sud e in tutto il paese. 
Le mafie. Con il loro immenso “fatturato”, altro che quanto spendiamo per i migranti, l’attuale capacità d’intimidazione e il costante controllo del territorio. 
I commercianti del Bangladesh denunciano il pizzo, i palermitani, come scriveva ieri Salvo Palazzolo su Repubblica, lo fanno sempre meno e già erano pochi. Anche il racket imposto dai parcheggiatori estorsivi, visti i chiari di luna, sarà sempre più ritenuto un costo normale da sostenere. 
Se il nemico è esterno, potrebbero avanzare gli avversari interni della democrazia, le mafie. 
Negli anni settanta, per affrontare l’emergenza terrorismo, Cosa nostra fu sottovalutata e si spianò per essa l’assalto al cielo, sino alla devastante stagione stragista.
Bisogna, dunque, stare molto attenti. 
E, intanto, prendere esempio dai “palermitani” bengalesi, sostenendoli al processo, come chiede Addiopizzo, e non da molti dei “palermitani” indigeni. 
Quelli che pagano i diversi pizzi.

domenica 17 giugno 2018

Le risorse umane e lo stato delle cose in Sicilia.

La Repubblica Palermo - 16 giugno 2018
Il brutto vizio della rassegnazione
Francesco Palazzo

Due notizie s’incrociano in questi giorni. 
Da una parte i neet, giovani che non studiano, non si formano e non cercano lavoro, e qui la Sicilia è seconda solo alla Calabria, con numeri da record nelle città, visto che Palermo è da scudetto in Italia. Mentre la nostra regione è in testa in quanto a disoccupazione. 
Dall’altra parte ci sono immigrati con retribuzioni da fame e turni massacranti. 
Sono due aspetti, tragici per motivi diversi, della nostra isola. Si tratta di strade che non si toccano, ma che qualcuno mette insieme per alimentare le paure che poi si scaricano, con parole violente, sui social. In altre regioni, a parte i numeri molto diversi sulla disoccupazione, i giovani studiano, si specializzano o cercano e trovano lavoro, e molti sono siciliani. E i migranti vengono occupati in lavori regolari. Se loro ci riescono possiamo farcela pure noi.
Abbiamo tutte le risorse umane, distribuite un po’ ovunque, per intraprendere percorsi diversi.
Quando inizieremo, a tutti i livelli, ad utilizzarle senza aspettarci la manna dal cielo o piangerci addosso?

domenica 10 giugno 2018

Elettori per il PD. A iniziare da Palermo vuole dire la sua il popolo delle primarie.


Repubblica Palermo
10 giugno 2018
Il tentativo al buio degli elettori PD
Francesco Palazzo
Difficile al momento che in Sicilia possa riprendere un percorso legato al centrosinistra. 
Il Pd, che oggi ai seggi rinuncia al proprio simbolo, e lo aveva già fatto a Palermo nel 2017, ritenendo di aver avuto una grande idea, e ciò che sta alla sua sinistra, sono incapaci di reazione. In una terra in cui il grilloleghismo ha fatto il pieno e che sta registrando, soprattutto la Lega, un travaso di posizioni politiche, che i votanti del PD si muovano, può essere una notizia. Anche perché lo fanno per assumersi le responsabilità di elettori e di opinione pubblica. 
Il gruppo facebook palermitano, elettori per il Pd, dopo un primo incontro, potrebbe formalizzare, sarebbe la prima volta in Italia, un’associazione di elettori del Pd non iscritti al partito. 
In genere l’elettore esaurisce il proprio compito deponendo la scheda e consegnandosi alle dinamiche correntizie, assai presenti nel Pd. Questo tentativo può essere dunque, nella regione più carente di consensi per il centrosinistra, un modo per riprendere il filo del discorso.
Quando c’è parecchio buio, pure una piccola luce può essere utile.

lunedì 4 giugno 2018

Nuovo assistenzialismo? I giovani siciliani andati via dicono che è strada senza uscita.


La Repubblica Palermo
3 giugno 2018
Francesco Palazzo

Secondo calcoli forniti ieri da Repubblica Palermo, proiettando su un’intera legislatura il costo in Sicilia del reddito di cittadinanza, si andrebbe, almeno, non sotto gli undici miliardi. Sul tema una domanda va posta. Ci prepariamo a “formare” altri precari? In passato è accaduto che misure nazionali, altrove durate quanto previsto, ci abbiano lasciato tali “eredità”. Magari tra qualche anno si ragionerà sul bacino del reddito di cittadinanza da sistemare. 
In Sicilia, l’assistenzialismo ha segnato la nostra storia dal dopoguerra. Ma ormai si è compreso, anche se fasce di volontariato sociale ritengono ancora utili tali approcci, che trattasi di strada senza uscita, essendo il fine lo sviluppo. 
Coloro che in silenzio, pure sorridendo, hanno senza dubbio inteso che c’è bisogno d’altro, sono i giovani universitari, i nostri figli. Vanno via, con biglietti di sola andata, per completare gli studi e trovare lavoro in contesti meritocratici.
Spesso le loro biografie interessano aziende dal pedigree internazionale. A noi lasciano una società con i capelli sempre più grigi e più povera d’ingegno.

venerdì 25 maggio 2018

Verità, mafia, antimafia e inadeguatezza mondo associativo.


La Repubblica Palermo - 24 maggio 2018
La richiesta di verità ventisei anni dopo
Francesco Palazzo

Aldo Moro, di cui abbiamo fatto memoria a 40 anni dal 1978, affermava che la verità è sempre illuminante, ci aiuta ad essere coraggiosi. Verità chiede Fiammetta Borsellino.
Non solo alla mafia, e va detto che i mafiosi sono i soli a parlare, ma pure allo Stato, i cui esponenti sono talvolta più reticenti. E non solo. Basterebbe riflettere, come ha fatto Roberto Scarpinato, sulle difficoltà trovate da Falcone e Borsellino negli ultimi anni delle loro vite.
Siamo a 26 anni dalle stragi del 1992, questa richiesta di verità può unirsi ai lenzuoli esposti sui balconi e alle manifestazioni.
Solo che è una domanda ruvida, perché riguarda anche l’antimafia militante. Fatta di realtà benemerite, ma ciascuna curante il proprio piccolo orto.
Nella misura in cui continua a spargere piccoli e divisi frammenti sulla strada della lotta alle cosche, non aiuta molto a individuare quelle verità che ci servono. 
Mentre un fronte comune porterebbe, come scriveva ieri nel suo editoriale Enrico del Mercato, a quelle “analisi e azioni nuove”, affidate non a “paladini, ma a gente capace di fare da esempio”.


giovedì 17 maggio 2018

Mafia e antimafia? Secondo Mao grande è la confusione sotto il cielo.


La Repubblica Palermo - 17 maggio 2018
Quell'analisi in ritardo sulla mafia
Francesco Palazzo
Una volta in un processo un imputato eccellente, alla domanda se per lui esisteva la mafia, rispose con ironia graffiante che se c’era l’antimafia voleva dire che c’era pure la mafia. Un modo per descrivere un movimento fatto di parole, le quali si contrapponevano a un’altra parola, la mafia, secondo quell’imputato che disconosceva l’esistenza della criminalità organizzata. Noi abbiamo sempre pensato di potercela cavare meglio. Ma sapremmo descrivere, oggi, cosa sono la mafia e l’antimafia al di là delle azioni della magistratura e delle forze dell’ordine? “Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”, sosteneva Mao. Mi sa che nel nostro caso non è così.
Commemorando Impastato a Cinisi, Don Ciotti ha gridato che siamo fermi al 1992 nell’analisi sulle mafie. Ha ragione. Ed è un problema che si rispecchia sull’antimafia. Se continuerà così corriamo il rischio di rispondere, pure noi, che l’esistenza della mafia è certificata dalla persistenza dell’antimafia.
Sempre più impalpabile la prima, sempre più spenta, piena di lacerazioni e passi falsi la seconda.