mercoledì 22 luglio 2009

Palermo, metri preziosi nel sottosuolo

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 22 LUGLIO 2009
Pagina XVII
IL SOTTOPASSO COME METAFORA
Francesco Palazzo

Quattro nuovi sottopassi a Palermo. Il primo, tirato a lucido dal Comune, già funzionante. Gli altri tre in fase di recupero. Servono a passare da una parte all´altra di viale Regione siciliana. Per controllarli giorno e notte ci vogliono 160 persone. «Almeno 160», fa sapere la società che li impiegherà. E su questo «almeno» si potrebbe scrivere un saggio e prevedere il prosieguo della storia. Intanto, partiamo da un numero di 40 per sottopasso, due addetti di giorno e tre di notte. La paga è di 620 euro al mese. Dunque in media ognuno dei 160 costerà alla Regione, perché è lei che ci paga questi sfizi, mille euro mensili. Quindi ogni trenta giorni, per vegliare su quattro sottopassi di cento metri ciascuno, occorrono la bellezza di 160 mila euro. In un anno ne spenderemo 1,9 milioni. Che, divisi per 400 metri fanno, puliti puliti, 4.800 euro al metro. Mai unità di misura fu più valorizzata e tenuta in massima considerazione. Se le autostrade, e le vie di collegamento statali e provinciali, costassero annualmente tanto a metro, potremmo scordarcele. Torneremmo alle mulattiere. Immaginiamo, con tanto personale impegnato notte e giorno, con quanta cura ognuna di queste preziose unità metriche del sottosuolo palermitano sarà sottoposta a continue verifiche di tenuta e stabilità. Quasi le invidiamo. Continuamente lucidate, spolverate, ingrassate, dipinte e ammirate. L´unico affronto, per i 400 metri in questione, è che verranno ignominiosamente calpestati dai palermitani. Di notte potranno riposare, non c´è dubbio, saranno solo oggetto di contemplazione da parte dei guardiani. Ma non appena sorgerà il sole, ecco che una certa quantità di palermitani, non rendendosi conto di quanto ci costano, sarà pronta a passarci sopra. E ogni volta sentiremo come un sussulto, una fitta al cuore. E allora non potremo che ricordare, per provare a consolarci, com´è stato definito nel 1983 a Parigi, città che già sarebbe fallita se un metro avesse costi di gestione così alti come da noi, la nostra unità di misura. Era in corso la conferenza generale dei pesi e delle misure. Roba mica da ridere. Sentite la poesia nascosta dietro la scienza: «un metro è definito come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/299792458 di secondo». La luce, il vuoto, il tempo. Cosa volete che siano i nostri conti di mediocri e dilettanti ragionieri di bilanci pubblici, di fronte a codesti indiscutibili, indefinibili e indefiniti assoluti della vita eterna. Già messa così, converrete, i 160 e più lavoratori che si alterneranno, avendo di mira la stabilizzazione presso mamma Regione, per prendersi cura dei nostri coccolati 400 metri, sembrano pure pochi. Se solo si fosse riflettuto un attimo qualcuno sarebbe magari arrivato alla conclusione che di guardiani ce ne vorrebbero 1.600, 400 per sottopasso, 20 per il turno diurno e 30 per il notturno. Ovviamente l´aumento esponenziale dei controllori avrebbe anche un altro, fondamentale, risvolto. Oltre che per la riflessione sulla luce, il vuoto, il tempo, la decuplicazione d´incaricati potrebbe servire, infatti, a sollevare di peso, senza tante discussioni, i passanti da terra all´ingresso e trasportarli all´uscita. Senza che sia permesso loro di calcare, e perciò offendere, nessuno dei quattrocento sacri metri.

venerdì 17 luglio 2009

Sicilia, patti etici e patti elettorali

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
17/7/09 - Pag. 47
I PATTI ETICI SCRITTI SULLA SABBIA
Francesco Palazzo

Come si legge nell’Ecclesiaste, per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. Non vorrei prenderla troppo alla lontana, ma è la prima cosa che ho pensato leggendo, su più versanti, di patti etici che vengono proposti alle forze politiche siciliane per uscire da un autonomismo assistenzialistico e sprecone e prendere la strada dello sviluppo. Viene prospettata, con diversi accenti e sensibilità, un’alleanza che sorvoli amabilmente sulle attuali divisioni e metta insieme i migliori. Capisco bene il senso nobile del richiamo. Tuttavia, il retrogusto che lascia una simile esortazione è lo stesso amaro e scettico. Come quello che può dare un già sentito che sai non porterà proprio da nessuna parte. Basta domandarci quante volte abbiamo ascoltato di simili incitamenti e le conseguenze che ogni volta ne sono scaturite. A volere essere generosi, meno che niente di buono ne è mai venuto fuori. Mi rendo conto che il momento può apparire opportuno per riproporre tale direzione di marcia. Alcuni segnali, provenienti dal mondo politico siciliano, sono abbastanza evidenti. C’è chi si pone l’amletica domanda se ci debbano essere più partiti del sud o più sud nei partiti, chi ha già messo in cantiere uno o due partiti del sud, fotocopie sbiadite della Lega Lombarda, chi cerca all’assemblea regionale di mettere insieme le forze per far passare i provvedimenti che servono alla Sicilia, spaccando i partiti. Con la conseguenza, in quest’ultimo caso, di bloccare tutto. Come già accaduto con la legge di aiuto alle imprese. Un primo test sul quale è miseramente naufragata la (non) maggioranza che il nuovo governo regionale diceva di avere all’Assemblea Regionale. Sullo sfondo, più o meno evidente, da destra a sinistra, il tentativo di porre in essere un sicilianismo riverniciato e adatto ai tempi che corrono. Una nuova questione meridionale che rinasce dalle proprie ceneri. Senonchè, facendo riferimento al libro biblico citato, non è più tempo per simili chiamate alle armi. Anzi, ciò che occorre come il pane, è un dipanamento della matassa siciliana, eccessivamente aggrovigliata e monocromatica. Troppi vogliono il progresso in Sicilia e in molti c’è questa voglia irrefrenabile di abbattere i distinguo, di coalizzare le forze, di fare quadrato per salvare l’isola. Storia vecchia. Intanto, talvolta quelli che oggi si ergono a salvatori, ieri sono stati proprio i protagonisti del disastro attuale. Poi c’è qualcosa che non va in quest’unanimismo. Quando quasi tutti desiderano la stessa cosa, vuol dire che qualcuno bara e qualche altro gioca con le parole. In questi casi è meglio ricorrere all’unico patto fondante della democrazia. Quello tra eletti ed elettori. I patti etici sono facili a farsi, perché in fondo sono scritti sulla sabbia, non hanno valenza obbligatoria e stringente per nessuno dei contraenti. In genere, peraltro, sono delle azioni unilaterali in cui a decidere è un unico soggetto plurale, quello che al momento detiene il coltello del potere dalla parte del manico. La strada può e deve essere più trasparente. Se attualmente vi sono forze politiche in Sicilia che intendono inaugurare una stagione diversa, è inutile che si complichino e che ci complichino la vita con incontri bilaterali al lume di candela o tattiche parlamentari acrobatiche. Definiscano con nettezza cosa vogliono, dicano chiaramente all’elettorato siciliano chi sta con chi e per fare cosa. Quando saranno pronti, propongano ai siciliani e alle siciliane di valutare e scegliere con il mezzo meno ambiguo che sinora conosciamo, il voto. In modo che il patto che si stabilirà tra elettore ed eletto, ognuno con la propria dimensione etica, sarà cristallino, misurabile nel tempo, nelle realizzazioni pratiche e nelle disposizioni di legge approvate dalla maggioranza e controllate dall’opposizione. Se non c’è questo passaggio, e con tutte le buone intenzioni si cerca di favorire una mischia indefinibile e trasversale, all’insegna del mettetevi insieme voi che siete bravi, la politica nella nostra regione peggiorerà. Diventando, sempre più, un arnese nelle mani di quanti intendono il mandato popolare ricevuto come un’autorizzazione a fare, tra un’elezione e un’altra, tutto e il suo contrario.

Santa Rosalia, i due sindaci

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 17 LUGLIO 2009
Pagina XIV
ERRORE DEL SINDACO SU SANTA ROSALIA
Francesco Palazzo

Signor Sindaco, ormai è andata. Il festino 2009 è stato archiviato. Lei ha deciso di non partecipare il 14 sera. Se il suo non salire sul carro di Santa Rosalia, gridando "Viva Palermo e Santa Rosalia", poteva essere visto lo scorso anno come un segno apprezzabile di laicità, il mancare questa volta completamente alla manifestazione può essere considerato come un segno di resa. Lei temeva che la sua semplice presenza potesse essere, come già nel 2008, il catalizzatore di varie proteste. Ma il problema è la forma, il momento, delle rimostranze dei cittadini, o la sostanza che sta dietro ai tanti malesseri che stanno spaccando in mille pezzi Palermo? Dovrebbe riflettere su questo. Nell´era orlandiana, è stato lo stesso ex sindaco a ricordarlo nei giorni scorsi nell´aula consiliare, la serata della festa laica dedicata a Rosalia, segnava, insieme a quella della santa, anche l´apoteosi del primo cittadino. Il quale, sapendo quanto il palermitano tiene alle celebrazioni della patrona, s´inventò la sua «acchianata» proprio sotto il Comune. Un gesto dove la politica e il populismo si mischiavano e plasticamente rappresentavano la capacità di un sindaco di mettere insieme l´anima popolare e quella borghese della città. E, infatti, entrambe le sensibilità accorrevano all´evento ascendente, tra il sacro e il profano, dell´orlandismo. In questo quadro stava tutta la forza elettorale dell´ex democristiano fondatore della Rete. E nel frantumarsi di esso sta la difficoltà del centrosinistra di tornare a guidare la politica cittadina. Ma oggi parliamo delle sue scelte sul fronte del Festino. Signor sindaco, la vita politica è fatta anche di simboli. Da tale punto di vista, può essere certo che ha perso un´occasione, probabilmente l´ultima, per riagganciarsi agli umori della comunità che amministra da nove anni. Avrebbe fatto meglio a ripensarci. Se fossero scattati alcuni fischi di contestazione nei suoi confronti, se qualcuno avesse inalberato qualche cartello contro la sua persona, non doveva pensare male. Si tratta di gente che la vuole aiutare, nell´ultima fase del suo secondo quinquennio, ad amministrare meglio Palermo. Non se la prenda. Ammetterà che questa città è un po´ lasciata a se stessa. Lo ha sottolineato durante la sua omelia anche lo stesso arcivescovo di Palermo. Che non fa certo parte di quella schiera che scende in piazza a protestare. Gestire una metropoli non è cosa semplice. Tuttavia, al suo esecutivo, alla maggioranza che lo sostiene o lo sosteneva, non venivano chiesti atti eroici. Al limite solo una banale ordinaria amministrazione. Che purtroppo sinora non c´è stata. Lei converrà su questo. È inutile ricordare alcuni passaggi come le Ztl, l´Amia o l´aumento della Tarsu. Aveva la possibilità, dopo l´annuncio di volere azzerare la sua giunta, alla quale certo lei stesso non darà un voto altissimo visto che la vuole cancellare, di presentarsi a questo Festino con una squadra di assessori nuovi di zecca, competenti e motivati. Invece è ancora fermo all´annuncio, pare che se ne parlerà ad agosto. Quanto può aspettare ancora Palermo? Questa fase, come le altre del resto, appare troppo condizionata dai partiti, dai posti che spettano a questi e a quegli altri. Essendo al suo secondo mandato, nessuno dovrebbe vincolarla più di tanto nella sua azione. E se qualcuno lo fa, ecco chi sono i suoi nemici. Non quelli che inveiscono pubblicamente e democraticamente contro il governo della città. Non sono tra coloro gli avversari di Palermo. Li cerchi altrove.

mercoledì 1 luglio 2009

Regione Siciliana: il gioco pulito che si deve agli elettori

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 01 LUGLIO 2009
Pagina I
La polemica
Una formalità chiamata democrazia
Francesco Palazzo


Con il nuovo governo regionale in fase di decollo, ci si potrebbe porre una semplice domanda: a cosa servono le elezioni? Esse sono uno strumento con cui il popolo compone maggioranze e opposizioni. Il centrodestra ha vinto le regionali del 2008 con un insieme di partiti che sostenevano Lombardo. In una scheda si potevano votare il nome da mandare all´Ars e uno dei candidati alla presidenza. La coalizione di Lombardo, dei novanta seggi a disposizione, ne aveva presi sessantuno. Ora è accaduto che Lombardo abbia perso per strada alcuni deputati e un intero partito. Dei sessantuno parlamentari, occorre togliere i dodici attuali dell´Udc, passata, o costretta, all´opposizione. E siamo a quarantanove. Non è finita, e non è solo una questione di numeri d´aula. L´Udc ha ottenuto alle regionali quasi 340 mila voti, sfiorando il 13 per cento. Questi elettori confermano la svolta alla Regione? Non lo sapremo mai. La democrazia rappresentativa diventa pura formalità. Anche quando ai quarantanove onorevoli c´è da toglierne, pare, altri nove del Popolo della libertà. Ai quali non è piaciuta la virata lombardiana, ovvero sono rimasti fuori dai giochi. Ai 340 mila di prima dobbiamo aggiungerne altri 250 mila, la dote elettorale che i nove, a occhio e croce, hanno portato alla causa del centrodestra. Trecentoquarantamila più duecentocinquantamila fa circa seicentomila voti. Rappresentano il 40 per cento del consenso dei partiti che hanno portato il leader autonomista a Palazzo d´Orleans. Seicentomila votanti. Una fila interminabile di persone. Hanno votato democraticamente? E chi se ne infischia, qui si lavora per la storia. Senonché ci sono argomenti più stringenti. Quarantanove meno nove fa, le sorprese non finiscono mai, quaranta. Quindi il governo regionale appena rinato non ha una sua maggioranza. La cercherà dove e quando possibile. I prezzi che la Sicilia pagherà a queste geometrie variabili saranno, ci vuol poco a capirlo, pesanti. In un sistema democratico tale circostanza può creare qualche problema. Ma sino a quando non costruiranno il ponte sullo Stretto si tratta di complicazioni lievi come piume. È vero, c´è sempre l´opposizione, adesso maggioranza, che può intervenire. Sembra tuttavia che l´Udc, il gruppo dissenziente del Pdl e il Pd pensino a tutt´altro. I primi due a rientrare al più presto nell´area di governo, il terzo non si sa bene esattamente a cosa aspiri. Diviso com´è tra la deputazione che lo rappresenta all´Ars e la dirigenza impalpabile che al momento guida il partito a livello regionale. Due linguaggi diversi, per un partito che gode scarso gradimento nell´elettorato, sono un lusso che non si comprende. Per ristabilire un minimo la sovranità popolare, si potrebbe ricorrere allo Statuto regionale. Che non è un anonimo libretto di istruzioni, ma parte integrante della Costituzione. L´articolo 10 prescrive che diciotto deputati possono presentare una mozione di sfiducia contro il governo. Se approvata dalla metà più uno dei parlamentari, si torna alle urne. Questa procedura lineare, celebrata all´interno della massima istituzione siciliana, darebbe a tutti la possibilità di capire. Il Partito democratico ha i numeri per presentare la mozione. Cosa ancora lo trattenga, è un mistero. Più che una strategia oppositiva, di fatto, è una specie di tutela del governo in carica. Anzi c´è chi sostiene, sempre nel Pd, una teoria curiosa. Non si chiedono nuove elezioni perché i siciliani non sono maturi per un consenso consapevole. Mentre sono abbastanza adulti, evidentemente, per vedere stravolte le intenzioni che hanno depositato nelle urne poco più di un anno addietro. Non siamo, infatti, di fronte a un rimpasto di democristiana memoria. Ma a un vero ribaltamento, abbastanza confuso, della situazione preesistente. La verità è che nelle leggi elettorali, a qualsiasi livello di rappresentanza, visto che ormai la politica risponde soltanto alla norma che vincola, occorrerebbe inserire un articolo di poche parole. Che obblighi, senza tante chiacchiere, quando vengono meno le maggioranze legittimate dal voto, a ripresentarsi davanti al popolo sovrano.