venerdì 26 febbraio 2010

Ponte sullo stretto: no, sì, forse.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 8 del 26/2/2010
Pag. 55
Ponte, non parliamo di fondi
Francesco Palazzo

Sulla realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, di cui si cominciò a discutere nel secolo diciottesimo, si sono catalizzate nel tempo varie prese di posizione. Se cercate sulla rete ne troverete una rassegna infinita. C'è chi sostiene che il ponte rimarrebbe chiuso per lunghi periodi dell'anno ai treni, c'è chi addirittura afferma che, a causa dei venti, la chiusura sarebbe totale per almeno tre mesi l'anno. Non manca chi sottolinea una grande spaccatura tettonica proprio sotto la zona dove sorgerà uno dei pilastri portanti. Si potrebbero aggiungere tanti altri punti interrogativi, più o meno attendibili. Ma, per qualsiasi certezza assoluta, troverete una spiegazione esattamente opposta, un qualcuno che bolla come incompetente qualcun altro. Mi guardo bene, da assoluto inesperto in questioni tecniche, dal prendere posizione su tematiche davvero di ardua comprensione e di così accesa disputa. Forse qualcosa si potrebbe chiosare riguardo ai costi. Pare che alla fine, ma non mi impiccherei sulla notizia, lieviteranno molto rispetto a quanto inizialmente preventivato. Non è questione da poco. Dopo le autostrade d’oro, gli ospedali di diamante, non vorremmo avere il ponte di platino. Anche su questo, agli esperti delle contrapposte tifoserie, l'ardua sentenza. Ciò che da profano mi da un certo fastidio, ma cercherò di sopravvivere pure a questo, è l'assoluta divergenza su tutto senza che si arrivi a un punto di vista comune. E non parliamo mica di metafisica, ma di argomenti sui quali qualche punto fermo dovremmo averlo. Su due aspetti più generali, però, azzardo qualche opinione. Il primo accarezza un vecchio pretesto ideologico, ormai logoro e inutile. Si dice, da più parti, che al posto di quest’opera si potrebbero realizzare tante altre infrastrutture di cui la Sicilia e la Calabria risultano gravemente carenti, ove non del tutto sprovviste. Questo tipo di argomentazione, al di là del contesto in cui viene utilizzata, mi ha sempre convinto decisamente molto poco. Se la Sicilia e la Calabria navigano in brutte acque anche sul versante delle infrastrutture strategiche, cosa indubitabile, non è stato certo per la mancanza di fondi, che nei decenni precedenti non sono affatto mancati. Forse sono stati spesi male, dilapidati. Togliamo il forse. Ma questo chiama in causa, più che il ponte, la classe dirigente meridionale, di ieri e di oggi. I soldi che lo stato spenderà per il collegamento in questione c’entrano ben poco. Per dire. Che fine hanno fatto in Sicilia i fondi europei di agenda 2000? E quale sarà il destino di quelli relativi al periodo 2007/2013? Parliamo sempre di miliardi di euro. Con i quali si potevano realizzare e si potrebbero fare cose strabilianti. Altro che chiacchiere. Se a questi finanziamenti sommiamo quelli che hanno raggiunto e raggiungeranno la Calabria, ci rendiamo conto che il problema non è avere i quattrini, ma saperli spendere nel verso giusto. Dire, allora, dateci i soldi del ponte per altre opere urgenti e prioritarie, a volere essere onesti, non è proprio una buona argomentazione. Il secondo aspetto su cui è possibile intervenire, pur non essendo esperti di niente, è quello ambientale. Molti pongono, legittimamente, problemi di carattere paesaggistico sulla realizzazione dell’opera. Ma qui va detto che le grandi opere, in tutte le parti del mondo dove sono state costruite, hanno generato le veementi proteste, rispettabilissime, di quanti preferiscono lasciare invariate le condizioni che gli eventi naturali hanno disegnato per noi. Va aggiunto, tuttavia, che anche la natura, che muta come tutto ciò che ci circonda, ha un suo decorso storico, è situata nel divenire, non è mai uguale a se stessa nei tempi lunghi. Dunque, si può senza dubbio suonare l'allarme su quello che oggi è il concetto di natura sullo stretto di Messina e sull'impetto ambientale che avrebbe il ponte sullo scenario paesaggistico che abbiamo imparato a conoscere tra Scilla e Cariddi. Ma non può sfuggire che i concetti di natura, di ambiente, di salvaguardia, si inseriscono in un codice culturale dinamico ed evolutivo, mai uguale a se stesso una volta per tutte. Insomma, anche sull'impatto ambientale si può discutere. Senza maledire coloro che, sempre tenendo conto dell'ambiente e della natura, ritengono il ponte qualcosa in grado di migliorare l'habitat complessivo, e l'economia, della zona in cui sorgerà.

domenica 21 febbraio 2010

Puglisi e lo scantinato di Via Hazon dopo 17 anni

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 21 FEBBRAIO 2010
Pagina XXV
IL SOGNO DI PUGLISI REALIZZATO A METÀ
Francesco Palazzo

Don Pino Puglisi spese gli ultimi tre anni di vita, a Brancaccio, cercando di guidare la parrocchia che gli era stata affidata, San Gaetano, in modo che la sua azione pastorale non restasse chiusa dentro le mura della piccola chiesa. Se si fosse limitato a generiche prediche contro il malaffare, come tante se ne sentivano allora, probabilmente non avrebbe trovato la morte il 15 settembre del 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Volle fare di più, uscì dalla sacrestia e incontrò il territorio, la politica. E facendo ciò trovò sulla sua strada un gruppo di persone, costituenti l'Associazione intercondominiale Hazon, che si battevano affinché la parte più sofferente del rione avesse una fognatura funzionante, servizi non da Terzo mondo che potessero consentire una normale convivenza civile. Sia l'Associazione che Puglisi puntarono subito, come simbolo di un quartiere che da lì poteva rinascere, sul recupero degli scantinati abbandonati di un palazzo della via Azolino Hazon. Non parliamo di un aspetto secondario dell'opera di Puglisi. Se provate a digitare su Google l'accoppiata Puglisi-Hazon, vi compariranno centinaia di notizie al riguardo. Allora quel luogo era un ricettacolo di criminalità, di illegalità, deposito di refurtiva rubata e zona franca per la mafia. Che proprio in quella zona trovava, a buon mercato, manovalanza sempre fresca da impiegare nelle incombenze quotidiane. Pare che lì le cosche nascondessero armi e droga. In quei locali don Pino voleva che sorgesse un distretto socio-sanitario. Ma quelle stanze, per lungo tempo dopo l'omicidio del parroco, rimasero murate, anche se non terminò il loro uso privato e, forse, criminale. A metà degli anni Novanta tutto era pronto per acquistarli, ma l'amministrazione cittadina dell'epoca e il movimento antimafia del quartiere si opposero. Si temeva che i soldi finissero in circuiti finanziari equivoci. Insomma, un sacerdote viene ucciso e le istituzioni da una parte murano, dall'altra hanno paura di affrontare la questione con il coraggio e la determinazione necessari. Un doppio errore. Da quel momento quei locali divennero sempre più discarica. Poi il Comune decise di comprare. Nel 2003 rassicurava che, a parte gli spazi esterni che sarebbero diventati un parco auto per la polizia municipale, avrebbero ospitato centri di aggregazione, servizi sociali e un presidio sanitario. Contemporaneamente l'amministrazione si impegnava a dare proprio in quel luogo una sede al Comitato intercondominiale Hazon. Ora, dopo quasi diciassette anni, quei locali sono stati ristrutturati. Come dire, la mafia colpisce velocemente, l'antimafia e la legalità camminano come le tartarughe. Merito a chi ha comunque risolto la vicenda. Il problema è che per quella struttura adesso il Comune non parla più di centri di aggregazione o presidi sanitari. È stata assegnata e consegnata alla polizia municipale. Apprendiamo pure che la stanzetta promessa al Comitato intercondominiale non è più disponibile. Si provvederà cercando qualche altro immobile a Brancaccio. Campa cavallo. In quell'edificio, per primi, dovevano entrare questi collaboratori di Puglisi. Al quale, se ancora fosse tra noi, diventerebbero le orecchie rosse come il fuoco. Come quando si incavolava.

venerdì 19 febbraio 2010

Tifosi in fuga

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 7 del 19 2 2010
Pag. 54
Palermo, quegli strani tifosi
Francesco Palazzo

Si può essere tifosi sfegatati, di quelli che mai al mondo si perderebbero la partita interna della squadra del cuore, andando allo stadio col solleone e con la tempesta, e disinteressarsi del risultato finale? Per quanto riguardi solamente lo sport e non i massimi sistemi, l’enigma deve essere in qualche modo affrontato. Almeno da quanti, come me, abitano nei dintorni dello stadio palermitano. Perché già subiamo l’inconveniente di non vivere le sorprese legate allo sviluppo dei momenti più avvincenti. Guardi un’azione importante in televisione e cinque secondi prima, a causa del lieve ritardo con cui giungono le immagini, sai come finisce. Un boato assordante e prolungato vuol dire che i nostri hanno segnato. Uno secco e brevissimo, sottolinea un tiro che non si è insaccato nella porta avversaria. In mezzo vi sono tanti rumori gutturali che descrivono, prima ancora che il video rimandi le immagini, un fallo non fischiato, un’azione capovolta e via dicendo. Sino ad arrivare al silenzio assordante che fa capire, sempre anzitempo, al malcapitato telespettatore che dimora nei pressi dello stadio, che la squadra avversaria ha fatto gol. Tanto che nell’ultimo quarto d’ora, visto che l’acustica precede la visione diretta, preferisco affacciarmi in balcone e percepire da quella postazione come sta andando a finire nel catino del Barbera. Ed è proprio in quel frangente finale della partita, dove in genere la tifoseria si scalda tantissimo, soprattutto se il risultato è in bilico, che vedo uscire dallo stadio almeno un migliaio di persone. Non tutte insieme, ma è un flusso costante. Si allontanano senza girarsi, alcuni sveltissimi, sembra che fuggano dal luogo del delitto. Ora, posso capire se lasci un cinque a zero contro e mandi tutti a quel paese. Oppure se ti basta un tre a zero a favore e non vuoi più umiliare gli avversati. Lo capisco, ovviamente, sino a un certo punto. Perché per un tifoso doc, per il quale i colori rosanero, o di qualsiasi altra formazione, sono qualcosa che si avvicina alla religione, la partita è qualcosa da assaporare sino all’ultimo nanosecondo. Come il ghiacciolo che si è soliti consumare sugli spalti succhiando pure il legnetto e che il venditore-titatore scelto ti fa planare sulle mani, a molti metri di distanza, non sbagliando mai mira. Ma una partita, e ve ne sono tante, quasi tutte, il cui esito è in bilico sino all'ultimo secondo, che non ti fa respirare sino all’ultimo, come si fa ad abbandonarla sul più bello? Ci vogliono motivi più che seri. Può essere che i nostri circa mille tifosi, (saranno, poi, sempre gli stessi?), si ricordino improvvisamente che a loro del destino calcistico dei rosanero non gliene può fregare di meno. Sono lì per caso (il nipote o il cognato cui non si poteva dire di no, ma che a un certo punto si abbandonano furtivamente avanzando poi malori incontenibili) o per abitudine familiare, di quelle che si tramandano di generazione in generazione. Che il Palermo vinca, perda o pareggi, non importa loro più del buco nell’ozono. Oppure, seconda ipotesi, tra le tante possibili, un sms perentorio della consorte comanda il rientro precipitoso perché la suocera aspetta. Forse questi sono quelli che vengono fuori dal campo sportivo a testa china, visibilmente frustrati. C’è anche da considerare, come terza possibile supposizione, che i mille in fuga non escano affatto dallo stadio. Potrebbero essere i posteggiatori abusivi, presenti in massa e in alta uniforme per onorare l'evento. Nell’attesa che i possessori dei mezzi, lasciati in loro custodia dietro pagamento del pizzo, vengano a riprendersi quanto di loro proprietà, tornano alle loro postazioni di lavoro dopo la consueta riunione sindacale quindicinale. Tutte queste domande, ovviamente, non ho motivo di farmele quando il Palermo gioca lontano dal Barbera. Nessun boato, proveniente dallo stadio, che spezza un’emozione, che anticipa la traiettoria di un tiro in porta, di un cross. Ogni azione è una sorpresa, sino alla conclusione dell’incontro. A meno che non decida, così, improvvisamente, per vedere l’effetto che fa, di spegnere tutto un quarto d’ora prima della fine.

venerdì 12 febbraio 2010

La doppia scheda e l'elettore sdoppiato

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 6 del 12 /02/2010
Pag. 2
DOPPIA SCHEDA DAL CILINDRO
Francesco Palazzo

Il Partito Democratico siciliano chiederà, con il supporto dell'UDC, l'introduzione della doppia scheda per l'elezione di sindaci e presidenti di provincia, adesso eletti, in tutta Italia, in un'unica scheda insieme ai consigli comunali e provinciali. Tale iniziativa, così è stato detto, è ritenuta una delle riforme più ambiziose che il partito si propone. Per i democratici, la legge attuale mortifica la volontà degli elettori. Sotto c'è la convinzione, che sino ad oggi attribuivamo solo al credo berlusconiano, che l'elettore medio abbia la cultura di un bambino undicenne neanche tanto intelligente. Al momento di votare, infatti, non si renderebbe conto che la preferenza per il candidato al consiglio comunale e provinciale, ove non esprima una scelta per un candidato sindaco o presidente di provincia, vada direttamente al candidato alla carica di primo cittadino o presidente di provincia legato automaticamente alla lista del candidato consigliere prescelto. Sembra uno scioglilingua, in realtà sta a significare che, per beata ignoranza, l'elettore finisce per mandare sugli scranni più alti delle amministrazioni gente che mai voterebbe se avesse a disposizione una seconda scheda. Ma è proprio così? La nostra ipotesi, al contrario, è che il corpo elettorale sappia moto bene quello che fa e che se il centrosinistra perde, per fare un esempio, otto province su nove, come accaduto nell'ultima tornata elettorale, si deve non già alla mancanza della doppia scheda, ma ad una scarsa appetibilità politica presso l'elettorato. Le leggi elettorali non possono surrogare un consenso deficitario. La questione, a volerla esaminare nella sua completezza, investe non soltanto la possibilità di scelta dell'elettore, cui si lancia il messaggio dissociante del voto disgiunto come regola fissa, ma essenzialmente la politica. In sostanza, si vogliono sempre più sganciare sindaci e presidenti di provincia dalle maggioranze che li portano alla vittoria. Il momento è quello giusto. Cosa sta accadendo alla regione, garante il PD, se non una prova generale di quella che si immagina dovrebbe essere la vita in comuni e province se dovesse passare la norma della doppia scheda? C'è lo spappolamento della maggioranza uscita dalle urne e la permanenza del presidente che da quella maggioranza è stato eletto con la stessa scheda elettorale. E meno male che sinora c'è la scheda unica anche alla Regione. Perché il PD vuole lo sdoppiamento pure in questo caso. Chissà cosa avremmo visto con un capo dell'esecutivo regionale eletto con una scheda tutta sua. Se così siamo “solo” al terzo governo di legislatura, con un presidente della regione del tutto autonomo dai partiti saremmo ai governi settimanali. E' questo che si vuole per gli enti locali? Avremmo in giro per la Sicilia tanti sceriffi, sindaci o presidenti di provincia, che cambierebbero esecutivi e maggioranze come la mattina noi ci cambiamo la camicia. E ciò delineerebbe un maggiore rispetto della volontà popolare e più stabilità nella gestione della cosa pubblica? Ci pare strada che non spunta. C'è invece bisogno, proprio per garantire meglio il cittadino-elettore, di un più stretto rapporto tra i partiti, le liste, gli eletti nelle assemblee rappresentative e le cariche monocratiche, siano esse quelle di sindaco, presidente di provincia o di regione. Senza fare di questi ultimi, come già in qualche caso comincia ad avvenire, variabili impazzite, che a tutto rispondono, tranne che al cittadino elettore. Se proprio si vuole favorire l'elettorato attivo, si dovrebbero inserire, casomai, dei paletti legislativi più stretti. Due proposte. Presentare subito, in campagna elettorale, la squadra degli assessori al completo, eventuali sostituzioni dovrebbero essere dei fatti straordinari, non la norma, come ormai è diventato. Con azzeramenti progressivi di giunte e stravolgimenti completi delle coalizioni premiate nei seggi. Per evitare quest'ultima evenienza, seconda proposta, si dovrebbe inserire nella legge elettorale una piccola postilla, semplice e lineare: se perdi la maggioranza si torna al voto. L'elezione diretta ad una carica non è affatto un mandato divino, da difendere con i denti qualsiasi cosa accada. Ovunque in Italia negli enti locali, per ultimo a Bologna, si torna a votare quando non vi sono più le condizioni per andare avanti. Non ci pare che sino a oggi siano successi cataclismi.

sabato 6 febbraio 2010

Chiesa e mafia. Fermi a Giovanni Paolo II?

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 06 FEBBRAIO 2010
Pagina XIX
SE LA CHIESA PASSA DALLE PAROLE AI FATTI
Francesco Palazzo


La chiesa italiana, per bocca del siciliano Mariano Crociata, segretario generale della CEI, torna ad affermare solennemente che i mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa e che a loro deve essere rivolto l'invito a ravvedersi e a cambiare vita. Molti osservatori, a ragione, vedono in questi pronunciamenti dei vescovi una continuità con il monito lanciato da Giovanni Paolo II da Agrigento. Era il maggio del 1993 e si era all'indomani delle stragi. Dal 1993 sono trascorsi ben diciassette anni e la Chiesa italiana sul tema della lotta alle mafie - nonostante il sacrificio di preti eroici come don Pino Puglisi - è ancora ferma alle dichiarazioni di principio. Affermare, come fa monsignor Crociata, che "l'atteggiamento della Chiesa verso i mafiosi è l'invito al ravvedimento e alla conversione", significa tutto e niente. Nel senso che si tratta di un generico appello, un mero auspicio, che non sposta di un millimetro l'azione della pastorale ecclesiastica sulla lotta al potere mafioso. Così come mi pare del tutto ovvio sottolineare, ancora una volta, che i mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa. Eppure si continuano ad amministrare i sacramenti anche a persone che hanno alle spalle sentenze per mafia passate in giudicato. Siano esse appartenenti alla mafia militare, che facenti parte di quanti appoggiano e aiutano le mafie con l'attività politica e professionale. Anche per la Chiesa è tempo di lasciare al loro destino le reprimende generiche contro le cosche e passare a un'azione quotidiana di contrasto. Fatta magari non di dichiarazioni astratte, ma di tangibili e concreti segnali da incarnare nelle parrocchie. Perché è facile sostenere da Roma tesi condivise. Più complicato è mettere in atto nelle comunità parrocchiali alcune iniziative più incisive. Due proposte potrebbero essere subito attuate, una sul piano della comunicazione e un'altra nell'ambito della liturgia. La prima. Provi la chiesa a comporre un manifesto di condanna alle mafie e lo faccia esporre, bello incorniciato, quindi in pianta stabile, all'ingresso delle chiese. Non è difficile immaginare l'effetto che una simile iniziativa potrebbe avere sull'opinione pubblica e su quanti frequentano i luoghi di culto cattolici. Una seconda, palese e duratura, presa di posizione potrebbe arrivare sin dentro le celebrazioni liturgiche. Sappiamo che durante le messe sono promosse raccolte per i fini più svariati e nobili. Bene. Se ne potrebbe aggiungere un'altra. Si faccia girare un cestino in tutte le chiese, promuovendo una raccolta di denaro il cui ricavato andrà a quelle associazioni che si oppongono al pizzo e a quei commercianti e imprenditori che hanno trovato la forza e il coraggio di denunciare. Sono solo due esempi, tra gli altri, di cose che la Chiesa potrebbe subito fare. Piccole cose, mi rendo conto. Ma che varrebbero, a mio avviso, molto di più di una condanna verbale dei mafiosi. Dalla durata sui portoni delle chiese di quel manifesto incorniciato, soprattutto nei quartieri periferici e nei paesini, e da quanto si riempirebbero quei cestini antipizzo potremmo capire se davvero i mafiosi sono fuori dalla comunione con i cattolici.

venerdì 5 febbraio 2010

Regione Siciliana: aggiungi un posto a tavola

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 5 del 5/2/2010
Pag. 10
Se i numeri non tornano
Francesco Palazzo


Il concetto di probabilità ha al suo attivo più di cinquecento anni. Ad esso si riferisce la teoria dei grandi numeri. Basata sulla probabilità matematica che a un maggior numero di tentativi corrisponda un aumento delle possibilità di successo. Questo metodo è diventato il punto di riferimento di diverse scienze. Potrebbe applicarsi anche in altri ambiti. Se noi abbiamo un'amministrazione pubblica, mettiamo la regione siciliana, con più di ventunomila addetti, tra cui più di duemila dirigenti, ai quali presto si aggiungeranno qualche migliaio di vice dirigenti, si può essere ragionevolmente certi che nell'area dirigenziale potremmo trovare tutto quello che serve per guidare strutture di massime dimensioni? La risposta, pure se siamo minimamente dotati di logica ragionevolezza e non vinceremo mai il Nobel, non può che essere positiva. C'è bisogno di scomodare pareri legali e commissioni di valutazione per porre un quesito al quale un bambino delle elementari potrebbe agevolmente rispondere? Basterebbe formare una graduatoria per titoli e, se la cosa non offende nessuno, per esami e procedere alla bisogna. Stesso ragionamento si può fare per i quasi diciannovemila del comparto. Un numero esorbitante. In Sicilia c'è un impiegato regionale ogni 239 abitanti, in Lombardia, uno ogni 2500. Pure il numero dei dirigenti strutturati è assolutamente spropositato. Nel 2008 ve ne era uno ogni 8,4 impiegati. Tenendo conto dei precari la media scendeva a 5,9. Pare che nel 2009 ci sia stata un'infornata di cinquecento unità. Ma, ad essere sinceri, ce li siamo persi per strada. Se la cosa fosse andata a buon fine, il rapporto tra istruttori e funzionari, da un lato, e dirigenti, dall'altro, avrebbe fatto un bel balzo, andando ancora giù sempre più vertiginosamente. A questo quadro complessivo va aggiunta l'ultima infornata dei 3.400 precari che la Regione ha appena imbarcato. Presto li vedremo in prima squadra, assunti con tutti gli onori. Si chiamano ex-PIP. Sigla che nel sito del comune di Pavia indica il Piano per gli inserimenti produttivi, e si rivolge all'imprenditoria, a Palermo è l'acronimo di Piano d'inserimento professionale. Leggasi creazione di lavoro a vita, dal nulla, con fondi pubblici. Nessun'altra regione ci supera in fantasia e non possiamo che esserne contenti. Eppur si muove. Eppure siamo ancora costretti a fare i conti con decisioni politiche da parte di chi, pur conoscendo meglio e prima di noi il quadro descritto, continua ad affermare che alla regione ci vogliono gli esterni. Che dirigono semplici servizi, che guidano dipartimenti, che affollano uffici di gabinetto e quant'altro dio solo lo sa. Va chiarito un aspetto. Non ci confrontiamo con uno di quei governi che in passato hanno perseguito scientificamente la politica clientelare e l'ingrassamento degli organici pubblici. Siamo al cospetto di una classe dirigente, quella adesso in sella, ovviamente si fa per dire visto quello che accade, al cavallo regionale, che sta facendo del riformismo e del controllo della spesa pubblica i propri indiscutibili punti di riferimento. E cosa ci sarebbe di più riformista di utilizzare correttamente questa carrettata di operatori, istruttori, funzionari e dirigenti, e precari subentranti, mensilmente a libro paga di mamma regione? Il tutto si potrebbe realizzare facilmente. Non con le promozioni indistinte che riguarderanno coloro che approderanno alla vice dirigenza. Ma con una precisa ridefinizione di tutta la pianta organica, promuovendo la gente, se è il caso, per quello che sa fare e per i titoli di studio che possiede. Passando, ovviamente, da una vera selezione per esami. O le riforme che costano niente dal punto di vista economico, ma molto da quello politico, non rientrano nella bibbia del buon riformista? L'opposizione, che adesso sta studiando per diventare maggioranza senza passare dal voto, ma non si deve dire in giro, aveva timidamente avanzato la proposta di togliere, almeno, gli esterni dagli uffici di gabinetto. Strutture a diretta dipendenza degli assessori. I quali, per carità, è corretto che si circondino di gente su cui riporre la massima fiducia. Ma volete che non ne trovino, sempre per la teoria dei grandi numeri, nella grande massa dei quasi ventiduemila soggetti, numero costantemente in divenire, che formano il comparto e la dirigenza? Impossibile. Eppure si è risposto che, facendo il massimo sforzo, si procederà soltanto a ridurre. Poi si vedrà. Ma non sarebbe stato un radicale segnale politico, iniziare con decisione e nettezza proprio su questo fronte? Niente da fare. Ma forse non siamo abbastanza riformisti per capire.