venerdì 16 agosto 2019

Palermo calcio, una mano sui cuori e l'altra ai portafogli.


La Repubblica Palermo – 15 agosto 2019
La rinascita del Palermo, un esame anche per la città
Francesco Palazzo

Dario Mirri, e chi con lui ci ha messo dentro il proprio patrimonio, ha acceso una luce sul Palermo calcio. Con la conferenza stampa allo stadio, parlando da tifoso, confermando che non lascerà il suo posto in gradinata e rivelando che ogni abbonato avrà il suo nome sulla sediolina. L’imprenditore ci dice, dando l’esempio nell’unico modo concreto che esiste, ossia mettendoci quattrini ed entusiasmo, che è finito il tempo delle belle intenzioni e che ciascuno deve contribuire al presente e al futuro della società calcistica. Non soltanto con il tifo appassionato o festeggiando la squadra nel luogo del ritiro precampionato sulle Madonie. Ma, soprattutto, e qua le chiacchiere stanno a zero, mettendo una mano sui cuori rosanero e l’altra in maniera decisa, ma sicuramente non rovinosa per le finanze familiari, ai portafogli. In Europa, in Italia, in Sicilia, nel mondo del calcio, esistono esempi di azionariato popolare. Il nuovo statuto del Palermo lo prevede espressamente. Già ci sono proposte avanzate a chi guida il Palermo. Peraltro, cosa importante, si assegna a tale presenza, a prescindere dalla quota sborsata, un ruolo del 10 per cento nel consiglio di amministrazione e un posto sui tre previsti in un organismo di controllo. Si può anche partecipare, se abbiamo ben capito, con quote minime. Ai palermitani e ai tanti in giro per la Sicilia e nel mondo, che si dichiarano innamorati alla follia dei colori rosanero, non rimane che passare dalle frasi piene di trasporto e dedizione, belle e roboanti, non c’è dubbio alcuno, ai più prosaici e utili accrediti. Stessa cosa vale per i tanti imprenditori palermitani, anche piccoli, che non vogliono soltanto stare a guardare, e sembra ve ne siano pronti ad uscire allo scoperto. Tra l’altro, se il Palermo dovesse, come ci auguriamo, salire subito di categoria e scalare l’olimpo del calcio italiano sino alla massima serie, l’esposizione economica di Viale del Fante crescerebbe a dismisura. In ogni caso sarebbe, qualora si riuscisse ad attivare al meglio l’azionariato popolare, una interessante esperienza corale che andrebbe ovviamente, ci vuole poco a capirlo, oltre l’ambito strettamente sportivo. Dimostrerebbe che i palermitani sanno fare qualcosa insieme per la città. Finendola una buona volta di lamentarsi rimanendo immobili. Si tratterebbe, non c’è migliore occasione di questa, di uscire dai particolari dei propri orticelli e di scommettere su un progetto comune. Insomma, da questo punto di vista potrebbe essere subito serie A per tutta la comunità. La quale, questa volta, più che puntare il dito contro qualcuno, magari proveniente da fuori, movimento assai facile e talora ingeneroso se il passato è stato pure pieno, come nel caso specifico, di tante soddisfazioni calcistiche, può quel dito alzarlo, dicendo noi ci siamo. Vedremo presto se si saprà passare dalle parole ai fatti. Facendo diventare questo apporto non una cosa di nicchia, ma una pratica di massa veramente popolare.


sabato 10 agosto 2019

PD in Sicilia, rissoso dalla nascita e sempre in analisi.


La Repubblica Palermo – 10 agosto 2019
Il PD si guarda l’ombelico e non vede l’esodo dei giovani
Francesco Palazzo

Il Partito democratico in Sicilia, dalla sua nascita, non si è mai fatto mancare nulla, tranne che un momento d’unità d’intenti. Si dirà che neppure nella casa madre, a Roma, scherzano. In dodici anni hanno fatto fuori leader e segretari di partito. Eletti, questo è il bello, in pompa magna con le primarie, chiamando a raccolta iscritti e non iscritti. Che pure ci credono sempre, soprattutto questi ultimi. Ma almeno a livello nazionale in certi frangenti qualche traccia di come deve essere una comunità politica si è vista. In Sicilia invece, paradossalmente nella regione ruota non di prima classe del consenso democratico, dove la coesione dovrebbe essere più che in altri luoghi un imperativo categorico, si fa sempre la prova generale della guerra guerreggiata senza sbagliare un solo colpo contro se stessi. I siciliani non si accorgono di nulla, ma dentro il partito e nei social, con una manciata di iscritti che se le danno di santa ragione, evidentemente la pratica fa divertire molto. L’ultima puntata, ma noi sappiamo che è soltanto la penultima, è l’individuazione del segretario regionale. Ci avevano proposto le primarie. Tutto l’elettorato di riferimento era pronto per contarsi ai gazebo, che sono sempre, ogni volta che vengono aperti, momenti di festa e di partecipazione. Ma durante le tappe di avvicinamento si è capito che non si sarebbero svolte. E così è stato a poche ore dalla loro celebrazione. Ora il Pd, nel mezzo di una situazione politica davvero complicata, ha trovato il tempo per sfiduciare il segretario regionale, Davide Faraone, l’unico rimasto in lizza per la conta ai gazebo. Che stava almeno tentando di riportare il partito sui problemi, sul territorio. Si è invece deciso, a Palermo e a Roma, di tornare sul lettino di questa sfibrante e interminabile autoanalisi collettiva che è la vicenda dei democratici siciliani. Con diverse squadre in campo, ciascuna con un suo schema, il suo pallone e il proprio campo da gioco. Quando l’unica mossa da fare, se non si vuole provocare solo disinteresse nei siciliani, è mettere in campo il partito con una propria riconoscibile identità. Uscendo dall’asfittico retrobottega della politica politicante di corto respiro, giocata sempre dalle stesse poche persone. Il Pd avrebbe, ha, in Sicilia grandi praterie dove trovare senso. Ma preferisce, piuttosto che confrontarsi direttamente con le domande e le opportunità dei siciliani, rimanere nel piccolo laboratorio, con pochi posti a sedere e l’uscio sprangato. Si disegna con i vecchi colori riscaldando sempre la stessa minestra e non si prova a immaginare e vivere nuovi approcci al cospetto dell’elettorato e dell’opinione pubblica dell’Isola. Eppure di tante energie e intelligenze dispone questo partito, anche nella nostra regione. E altre potrebbe trovarne se decidesse di aprire porte e finestre. Ma sceglie l’immobilità facendo prevalere la lotta interna. Come sempre. In un frangente storico, peraltro, in cui, come ci ha detto nei giorni scorsi il rapporto Svimez 2018 e come sottolineava qualche mese fa l’Istat, c’è una fuga progressiva dall’Isola di giovani cervelli con alta scolarizzazione. Che manco si accorgono di un partito, che dovrebbe essere riformista, impantanato attorno al proprio ombelico. I democratici, se non fossero, oggi come ieri, oggi più di ieri, persi in un inestricabile labirinto mentale e politico, dovrebbero provare a dare risposte a questa amara e desolante emigrazione con tablet e valigie firmate. Cercando, perché no?, anche tra queste persone una classe dirigente moderna. Per un partito che guardi al presente e al futuro e non si contempli continuamente nello specchio dei propri incomprensibili contorcimenti. Davanti a una Sicilia che ha bisogno di aiuto.


lunedì 22 luglio 2019

Antimafia: comici, big della canzone e vecchi merletti.


La Repubblica Palermo – 21 luglio 2019
Ma è giusto che l’antimafia esca dai recinti
Francesco Palazzo


Il 19 luglio, nel chiostro della questura, si è svolto un dibattito ricordando la strage di via D’Amelio. Il tema era il contrasto ai mafiosi e la sensibilizzazione delle nuove generazioni al rispetto di regole e istituzioni. C’erano volti conosciuti. Gero Riggio, Sasà Salvaggio, Gigi D’Alessio e Beppe Fiorello, intervenuto con un video. Le polemiche non si sono fatte attendere. Gonfiate dai social network, luogo in cui ogni testa è più che un tribunale e dove le reazioni seguono la corrente e lisciano il gatto per il verso del pelo. Cosa c’entra questo o quel personaggio con la memoria di una strage di mafia? L’arena di facebook ha fatto pollice verso. Non così i giovani presenti anche per il big della canzone. Che non sarebbero andati magari ad un convegno dove spesso le stesse persone parlano alle medesime facce, o ad appuntamenti sul filo dell’ortodossia antimafiosa. Non capisco francamente dove stia il problema. Perché non utilizzare, anche, canali comunicativi più immediati e coinvolgenti? Le reazioni di chiusura mi sembrano il segno, uno dei tanti, forse troppi a questo punto, di un’antimafia che non sa fare un passo in più rispetto allo stretto recinto del già visto e detto. Un’antimafia che si riduce ad un piccolo orto coltivato da sacerdoti, con il crocifisso e il vangelo della verità branditi come sciabole, che sembrano dire: « Noi sappiamo tutto da sempre e per sempre e voi non rappresentate nulla » . Verrebbe da rispondere a questi atteggiamenti con Francesco (non il papa ma Guccini). Nella canzone Libera nos domine mette in guardia dai fondamentalismi. Dei quali, chi non ha peccato scagli la prima pietra, qualche volta c’innamoriamo.


mercoledì 17 luglio 2019

Brancaccio, scopriamo cosa è in larga maggioranza questo quartiere.


La Repubblica Palermo
17 luglio 2019

Brancaccio, non solo mafia, l'altra faccia di un quartiere
Francesco Palazzo


Come si fa a descrivere il grado di scolarità di un quartiere come Brancaccio? I luoghi comuni sono dietro l’angolo. Ma la realtà può essere, come sempre, da scoprire. Potremmo chiederlo ai professori del luogo che hanno insegnato o insegnano all’università. O a Nino Saccone, che è stato prima tromba al Teatro Massimo e tra i fondatori del Brass Group. O a Claudio Stassi, fumettista e illustratore per editori prestigiosi. O domandare a Nino Sicari, docente di mediazione linguistica, interprete e tra i pochi a tradurre direttamente dall’inglese al francese. Qualche domanda può essere posta a dirigenti e ispettori bancari, come Nando, o a Luigi Condipodero, informatore medico scientifico tra altri o a diversi biologi.Potrebbe dare qualche spunto il giovane urbanista Antonino Di Marco, musicista e voce di un noto gruppo palermitano. Ci si può provare con tante insegnanti di scuola primaria, come Patrizia Russo o Anna Muratore. O materna, come Erina Gargano e altre. Qualche aspetto potrebbero evidenziarlo il compositore e ingegnere informatico Marco Di Stefano o la sorella Rosa, direttrice commerciale di alberghi e giornalista. O l’insegnante di religione Fabio Di Giuseppe, di filosofia Francesca Inzerillo e tanti altri docenti. Ma anche Maria Spataro, che lavora all’università, all’istituto di lingua italiana per stranieri, e ancora Lia Di Mariano, psicologa, operatrice per i bambini disabili al Comune ed esperta per la progettazione sociale su bandi nazionali europei. E poi preparatori atletici, qualcuno arrivato pure nella massima serie calcistica, o Francesco, esperto di psicologia della Gestalt applicata alla disabilità. Informazioni potrebbero fornirci i tanti sacerdoti, religiosi e religiose, più di dieci, che hanno trovato a Brancaccio la vocazione. Non sarebbero parchi di notizie Paolo Greco, fondatore del Nuovo Cinema Brancaccio e del cinema Lubitsch, Piera Sciacca, animatrice dell’associazione bambini in Braille e alcuni giovani imprenditori, come Massimo Palazzo. Ma potremmo citare ingegneri, uomini e donne di legge, scrittori, altri giornalisti. Anche diversi medici, tra cui Pippo Sicari, guida dell’associazione “Quelli della rosa gialla”, che ha portato dal rione in giro per l’Italia tanti musical. Si tratta di una minima selezione di originari o residenti nel quartiere. Come l’agronoma contrattista al Cnr Caterina Catalano. O Angelo Muratore, geologo, pilota e istruttore di volo. La lista potrebbe essere molto lunga. Ci vorrebbe, più che un articolo, un libro. Dovremmo aggiungere una sterminata sequenza di giovani laureati, laureandi, diplomati, diplomandi e i tanti ragazze e ragazzi, bambini e bambine che regolarmente frequentano le scuole di ogni ordine e grado pur essendo nati, miracolo, a Brancaccio e dintorni. Non stiamo segnalando nessun prodigio. Anzi bisognerebbe addizionare tanta gente che vive una vita normale, in famiglia, nella società e dal punto di vista culturale. E don Puglisi? E la mafia? L’opera di 3P era diretta, come dimostra la collaborazione con il Comitato Intercondominiale Hazon, a una zona del quartiere che da residenziale era diventata invivibile per il trasferimento in massa, senza servizi, di centinaia di famiglie del centro storico. Lì c’erano, e ci sono, situazioni di disagio scolastico. Stessa operazione miope si è creata a Ciaculli, borgo prima legato con un solo nome a Brancaccio e, con numeri ancora più grandi, si è messa in atto nel vicino rione dello Sperone. Ma i residenti di Brancaccio sono sempre andati tra i banchi e continuano a farlo. Don Pino, al suo arrivo a San Gaetano, trova una biblioteca con tremila volumi, intestata a Claudio Domino. Messa su dai giovani del quartiere. La mafia c’era, forte, e continua a esserci. Lo abbiamo visto ieri, lo vediamo oggi. Ma dobbiamo leggere sempre i quadri sociali nella loro complessità. In modo da venir fuori da situazioni critiche utilizzando le moltissime persone colte, oneste e perbene, professionisti, impiegati, casalinghe, studenti, che già sono in un determinato luogo. Se non si fa questa operazione, qualsiasi intervento, e ciò vale pure per le altre zone di Palermo, periferiche e centrali, dura e vale il tempo di una discussione. Ossia non molto.


domenica 7 luglio 2019

La piccola biblioteca dietro l'albero Falcone come esempio da seguire.


La Repubblica Palermo – 7 luglio 2019
Il portiere bibliotecario dell’albero Falcone
Francesco Palazzo

Il custode del palazzo ha attrezzato una libreria nella sua guardiola, con l’aiuto dei condomini
Sorge a ridosso dell’albero della memoria contro la mafia per eccellenza a Palermo. Quello che si trova pure nella guida Michelin. Quello davanti al palazzo in cui abitavano il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Il promotore di questa insolita quanto apprezzabile iniziativa, è colui che più conosce per gli altri 364 giorni, 23 maggio a parte, giorno in cui tutti facciamo l’esercizio talvolta retorico del ricordo, la vita quotidiana del ficus magnolioide di Via Notarbartolo 23. Ma accanto ad esso, cioè accanto all’albero diventato simbolo, sullo sfondo, è sorta un’esperienza allo stesso modo unica, almeno per chi scrive. Si tratta della biblioteca- portineria, alla quale ho fatto veramente caso l’ennesima volta che ci sono passato accanto dovendomi recare in uno studio medico. Non ero mai entrato prima dentro quella portineria, dove pur tante volte è passato Giovanni Falcone. Il rito della commemorazione prevede lo stazionamento dalle 17 e 30 alle 17 e 58 di ogni 23 maggio sulla strada. E, dunque, la "conoscenza" di quello spazio si ferma sull'uscio. Dentro, però, se ti capita di sbirciare, trovi tanti volumi dei più disparati argomenti. Il portiere, allegro e disponibile, mi dice che i testi sono per la maggior parte suoi, ma contribuiscono pure volentieri i condomini. Che quei testi leggo e che quei testi si scambiano. C’è di tutto a circondare, nel vero senso della parola, la sua guardiola. Ci sono gli otto volumi dell’enciclopedia universale Curcio, dei compact disc sulle leggi d’Italia, le fiabe di Grimm, una raccolta delle banconote d’Italia e una giraffa. In primo piano un libro sull’Albero Falcone e uno sul giudice, scritto dalla sorella Maria e altre opere che riguardano studi sulla mafia e sull’antimafia. Poi le Riserve Marine della Sicilia, l’Etna e analisi sulle imprese. Un’altra scommessa libraria in zona è la seconda sede delle librerie Paoline, anche questa a ridosso del posto esterno di guardia, ormai in disuso, sul marciapiede e del nostro albero, dove ogni anno confluiscono migliaia di ragazzi da tutta Italia. Che però non conoscono la biblioteca messa su da un portiere letterato. Una piccola libreria di condominio nella quale troviamo pure " I Disarmati", di Luca Rossi, la storia della Sicilia dopo il vespro e quella dei paladini di Francia. Un messaggio nella bottiglia, che può servirci, in fondo c’è. L’abbiamo scoperto da tempo ma lo pratichiamo non in maniera costante. La mafia si lotta studiando, si può sconfiggere scommettendo e investendo su cultura e formazione, non sulle paure. Dopo l’ultima operazione di polizia, che ha messo fuori gioco l’ennesima cosca mafiosa che aveva alzato la testa e illuminato, ancora, una non irrilevante parte di città che non si ribella, il questore di Palermo in un’intervista ha espresso il seguente pensiero. La repressione sì, ma per dire stop definitivamente a Cosa nostra ci vuole il popolo. Tutto. Magari che si convinca a impiegare, aggiungiamo noi, parte del proprio tempo anche nella conoscenza, che poi fatalmente non può che divenire azione virtuosa e coraggiosa. Non una tantum per un corteo, perché lì il movimento è facile e di breve momento, ma nella vita di tutti i giorni. Ecco qual è forse il monito che troviamo all'ombra, nelle retrovie, spentasi l’emotività annuale che si consuma in un solo pomeriggio, dell’albero più conosciuto d’Italia.

martedì 2 luglio 2019

La paura del governo e la protesta come unico orizzonte del riformismo debole.


La Repubblica Palermo
2 luglio2019
Lo spauracchio riformista
Francesco Palazzo

Bisognerebbe capire perché, non dico tutti ma quasi, coloro che andranno oggi in piazza a Palermo sui fatti di Lampedusa, hanno mitragliato un governo, quello guidato da Renzi, che sull’immigrazione ha assunto posizioni più a sinistra di Papa Francesco. Mi chiedevo la stessa cosa, pensando ai diritti civili, l’altro giorno al Pride palermitano. Nella stragrande maggioranza composto da persone che hanno indicato come il nemico pubblico numero uno colui che con le unioni civili ha fatto come nessuno mai in Italia nella storia repubblicana. E questo è ciò che riguarda il modo come viene trattato dall’esterno, anche al di là dei risultati su tematiche importanti, il maggiore partito riformista italiano. Ma c’è pure la battaglia interna. Limitandoci alla Sicilia, prendiamo atto che a fronte di un segretario regionale che sta promuovendo diverse azioni politiche, l’ultima sulla Sea Watch, c’è nel partito chi non perde giorno e occasione per sparare sul proprio quartiere generale. In generale, ci si scorda che la realtà si può cambiare con le politiche che poni in essere, soprattutto, se non esclusivamente, quando governi i processi. Altrimenti si fa testimonianza in piazza. E forse molti che hanno paura quando si governa, con tutte le contraddizioni e le asperità che ciò comporta, vogliono fare solo questo. Senza spostare un solo granello di sabbia elettorale a proprio favore. Ma non si può stare sullo scenario politico italiano, con la forza che ci vuole, se azzoppi in 20 anni tre governi riformisti. Pure con gli esecutivi Prodi 1 e 2, prima si fecero cadere e poi si andò tra le strade impauriti. Il centrosinistra dovrebbe superare questa fase adolescenziale. Magari mettendosi in mano, capendolo, qualche buon libro di storia italiana contemporanea. Ma temo che non lo farà. Nemmeno gli esempi e la memoria di chi va via lo smuovono. La scomparsa di Simona Mafai, ad esempio, fa venire meno un punto di riferimento, attuale, non situato nel passato, della vita politica di ciò che possiamo definire, con termine ormai forse poco significante, la sinistra palermitana. Che, dal punto di vista partitico identifica le formazioni che sono state il punto di riferimento degli ultimi anni dell’ex senatrice, pur da non iscritta. Solo che quei partiti, il PD e ciò che c’è alla sua sinistra in Sicilia, non costituiscono più da tempo una sintesi politica e umana. «Mi manca molto quella comunità», mi diceva a Villa Niscemi, durante il funerale, un consigliere comunale dei tempi in cui, negli anni ottanta, la fondatrice di Mezzocielo era capogruppo dei comunisti a Sala delle Lapidi. Il centrosinistra palermitano, ancor più quello siciliano, sfilacciato e in continua guerra fratricida, non ha, nel momento in cui altri si organizzano, nessun progetto per l’isola e il suo capoluogo. Ecco, mentre vanno via delle figure importanti, quella che rimane è la plastica assenza di una comunità politica che viene da un passato solido ma che non ha un presente. La lezione di Simona Mafai è quella di un coraggioso e moderno riformismo che guarda alle tante ragioni di un percorso comune tra simili, agganciato a saldissime radici non nostalgiche ma con ancoraggi nell’oggi. L’ultima sua significativa esperienza è il movimento Prendiamo la parola. Promosso da donne con diverse iniziative, l’ultima per le recenti europee. Dovrebbe riprendere parola il centrosinistra, a cominciare dalla Sicilia, e provare ad essere nuovamente una comunità riformista. A maggior ragione in un momento di risorgente bipolarismo. Ma non sembra vi siano i presupposti affinché ciò possa accadere nel tempo presente e nel futuro più vicino. Ciascuno sta nel proprio fortino a difendere quel poco, in certi casi quasi nulla, che rimane. Ma la vita non smette mai di sorprenderci e dunque vedremo.


domenica 23 giugno 2019

Gli estorsori su strada, i complici che pagano e l'occhio chiuso sui dintorni del Teatro Massimo.


La Repubblica Palermo – 22 giugno 2019
L’illegalità vista dal parcheggio

Francesco Palazzo

 L’ultima operazione antimafia a Licata pare abbia portato alla luce che la mafia sia interessata al parcheggio abusivo. Nulla di nuovo. Nella stessa Palermo è abituale vedere sempre le stesse facce negli stessi posti, sia nelle zone residenziali che vicino agli ospedali (Policlinico, Civico, Villa Sofia) e nel centro. Se le medesime persone, spesso gruppi familiari, controllano militarmente pezzi di territorio, talvolta anche in luoghi videosorvegliati, è chiaro che lo fanno sotto la regia di chi è specializzato nel controllo del territorio e ne detiene la licenza, ossia Cosa nostra. Talvolta registriamo pure episodi in qualche modo strani. Come l’interessamento verso la (brutta e fuori contesto) casetta di legno messa davanti al teatro Massimo, della quale comunque è stato ordinato lo smontaggio, e il disinteresse plateale per ciò che avviene dietro e nei dintorni del teatro. Con la presenza, appunto, di alcuni parcheggiatori, sempre le stesse sagome, che ti dicono, evidentemente essendo sicuri del fatto loro, che nelle zone blu non c’è bisogno di utilizzare il tagliando del parcometro, perché quella è zona di lavoro che gli appartiene. Dappertutto, sia chiaro, ma a cominciare dalla zona dove risiede la più importante istituzione culturale siciliana, non si dovrebbe permettere tale arbitraria supremazia territoriale, incoraggiata anche da moltissimi palermitani, i quali pagano come se abdicare alle estorsioni fosse la cosa più naturale al mondo. E parliamo pure di ceti benestanti, con o senza macchinoni, che avrebbero tutti gli strumenti culturali per dire di no. Ecco, togliamo la pagliuzza contingente (l’improbabile manufatto montano) ma non disinteressiamoci della trave. Ossia di tutto ciò che accade, e non solo per quanto riguarda i parcheggiatori estorsivi (potremmo parlare di come riduce la movida piazza Verdi e le vie limitrofe) dalle parti del Massimo.


mercoledì 12 giugno 2019

L'antimafia, le polemiche, Falcone, la laicità e le persone normali.


La Repubblica Palermo – 12 giugno 2019
Laicizzare l’antimafia schivando le verità assolute
Francesco Palazzo

L’ennesima bagarre nel campo dell’antimafia associativa, che questa volta ha raggiunto il livello di guardia il 23 maggio, si incanala in uno schema già praticato altre volte e fallito altrettante. Vediamoci, discutiamo e mettiamo in campo analisi e azioni comuni. Ciascuna realtà si è costruita la propria legittima e rispettabile prospettiva.
Un’antimafia disgregata è destinata a essere debole e a farsi infiltrare. Lasciando sul campo solo forze dell’ordine e magistratura. Che hanno trovato, grazie proprio a Giovanni Falcone, che ha pensato e posto in essere la Direzione nazionale antimafia, con le Direzioni distrettuali e la Direzione investigativa antimafia, strumenti decisivi per il loro lavoro.
Falcone, in quella ultima fase della sua vita, venne crocifisso proprio per queste fondamentali intuizioni. Capì più la mafia. Che infatti riteneva, con evidenti ragioni, che il magistrato stava facendo più danni, dal suo punto di vista, a Roma che a Palermo. Dove già comunque aveva creato, pur aspramente osteggiato, tanti problemi alle coppole storte e ai loro alleati. Ed è molto probabile che sia stato ucciso (solo dalla mafia?) non soltanto per quanto aveva già fatto, ma soprattutto per ciò che stava facendo dalla capitale.
Per dirla tutta, dobbiamo ricordare le ultime due lezioni di Falcone che possono servirci oggi. Riguardano da un lato la politica, e cioè che le istituzioni vanno rispettate sempre, e dall’altro la coraggiosa laicità delle visioni, che non si sono fermate alle ipotesi o alle buone intenzioni, ma sono divenute realtà. E qui il giudice trovò lo sbarramento dei pochi che sembravano tanti i quali avevano costruito il recinto dell’antimafia autoreferenziale. Esiste ancora? Se sì, non ne abbiamo più bisogno.
Sia chiaro, le divisioni odierne ma in realtà antiche, ricorrenti e inutilmente sfibranti, non fanno bene all’antimafia, non ne allargano il cerchio, anzi lo restringono, e non servono nell’opposizione alle cosche. Se vogliamo misurare questi annosi, nel senso che si ripetono quasi ogni anno, contrasti, non possiamo che circoscriverli nell’ambito di un piccolo frammento palermitano. E il resto dell’Isola? E tutti gli altri siciliani? E le centinaia di migliaia di palermitani cui non arriva nulla di queste querelle? Tutte persone che non capiscono e non lottano? Improbabile. Forse è meglio cambiare schema. Sperimentando finalmente e definitivamente, prendendo esempio da Falcone, una sorta di laicizzazione dell’antimafia.
Lasciamo che la lotta alla mafia sia veramente patrimonio di tutti.
Anche e soprattutto dei tanti e delle tante che svolgono quotidianamente, senza voler dare lezioni a nessuno, professioni, vite, impegni sociali in maniera pulita, senza magari andare alle manifestazioni. Alle quali certo difficilmente si avvicineranno se prevarranno ancora lotte nell’area di rigore del professionismo antimafia.
Che in effetti, così vanamente frantumato, è solo dilettantismo.
Dunque ben vengano, magari non ripetendo errori del passato, consulte e coordinamenti. Senza tuttavia farne, come già accaduto più volte senza risultati duraturi ed efficaci, luoghi dove si dispensano verità assolute sull’antimafia da elargire con pietosa sapienza ai miscredenti. Eliminiamo vangeli, turiboli e sagrestie. Stagioni già vanamente conosciute e da archiviare. 
Proviamo ad affidare alla responsabilità e alla coerenza delle persone normali e oneste, sono tante in Sicilia, la lotta alla mafia. Come in larga parte è già avvenuto in maniera silenziosa, ma non per questo meno efficace, duratura e significativa negli ultimi decenni.
Il piccolo mondo dell’antimafia di Palermo, benemerito quanto vogliamo, che peraltro non rappresenta affatto tutta la regione, non si limiti a spegnere per un po’ i decibel delle polemiche trite e ritrite. Provi soprattutto ad aprire porte e finestre mettendosi in ascolto della Sicilia tutta. Scrollandosi una volta per tutte dal proprio Dna ortodossie e schemi che ormai la storia e l’esperienza hanno mandato in soffitta.

sabato 1 giugno 2019

Emorragia cervelli dalla Sicilia: il vero flusso migratorio che ci penalizza.


La Repubblica Palermo – 1 giugno 2019
Le paure sui migranti per coprire la nuova emigrazione
Francesco Palazzo
L ’Istat ci dice in questi giorni che dal 2012 al 2017, a fronte di un primo posto di giovani che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet), e di un ultimo posto per numero di laureati nella fascia giovanile, la percentuale dei giovani laureati che va via dalla Sicilia per completare il corso di studi dopo la triennale o per andare a lavorare oltre lo stretto, veleggia verso il 30 per cento. Per carità, con tutto il rispetto per l’istituto che ci dà questi dati, basta guardare le tante stanze vuote delle nostre case per capire la portata del fenomeno.
È il vero flusso migratorio che dobbiamo temere, questo in perenne, e sinora inarrestabile, uscita. Le altre storie, che ci portano via parecchio tempo, sono soltanto, prima o poi dovremmo capirlo, armi di distrazione di massa.
Abbastanza efficaci, dobbiamo rilevare, visto poi l’esito delle schede elettorali che i siciliani depositano nelle urne. Quei pochi che vanno a votare.
Perché le recenti elezioni europee mettono all’ultimo posto come percentuale di votanti la circoscrizione isole. 
Insomma, la nostra agenda del presente e del futuro è, dovrebbe essere, abbastanza chiara. Fare in modo che molte più persone arrivino alla laurea, ridimensionare di molto il numero dei tantissimi tra i giovani che hanno smesso di studiare e non hanno più voglia di cercare lavoro, e trattenere i giovani laureati.
Vasto e impegnativo programma, non c’è dubbio. Ma è l’unica via per dare a questa terra un presente e un futuro diversi. 
Investiamo sulla formazione e sulle possibilità lavorative dei nostri giovani e non sulle irrazionali paure. Se non ci faremo fuorviare da altre, non importanti, questioni, abbiamo qualità, intelligenze ed energie per farcela.

sabato 4 maggio 2019

Donne vittime, l'unico motivo è la pochezza degli uomini.


La Repubblica Palermo
4 maggio 2019
Quando uccidono una donna non cercate i motivi
Francesco Palazzo

Negli ultimi giorni d’aprile in Sicilia un omicidio nel Ragusano e un tentato omicidio nel Trapanese con 55 coltellate e con la persona offesa in gravi condizioni. Vittime altre due donne. Potremmo aggiungere un’altra aggressione, un pugno in faccia, registratasi a Palermo all’indomani del Primo maggio.
Dall’inizio di marzo di quest’anno, proprio a partire dalla vigilia dell’Otto marzo, Festa della donna, sono sei le donne uccise nell’Isola. Un numero, come sottolineava su queste colonne Francesco Patanè, che ci pone quest’anno in cima alla classifica tra le regioni italiane. E chissà quante sono quelle che ricevono maltrattamenti e violenze d’ogni tipo in ambito familiare che non arrivano alle cronache.
Ogni volta che accade un fatto di sangue di questo tipo, questo il punto intorno al quale vogliamo ragionare, si apre la caccia spasmodica al motivo che l’ha generato. Una volta trovato, come opinione pubblica quasi ci acquietiamo sul già visto e sentito. Come se il movente fosse una sorta di antidoto in grado, se non di guarire dal veleno del male, almeno di contestualizzarlo e anestetizzarlo. E cosi attendere, in tale ricostruito, e malato, orizzonte di senso, che una violenza simile colpisca un’altra e poi un’altra ancora delle nostre compagne di viaggio.
E invece non dovrebbero interessarci per nulla i "motivi", perché i motivi non ci sono. E il fatto che li attendiamo ci dovrebbe far capire quanta strada dobbiamo fare tutti, proprio tutti, per interrompere questa spaventosa carneficina dai numeri oramai mostruosi. Compiuta da uomini che non riescono, che non riusciamo, a crescere psicologicamente ed esistenzialmente.
Ecco qual è il motivo che dobbiamo avere ogni volta ben chiaro, senza cercare e attendere altri "motivi". I quali sono, o rischiano di essere, per un’intera società, soltanto degli alibi.


sabato 27 aprile 2019

All'ombra dei cipressi o dentro un deposito?


La Repubblica Palermo
27 aprile 2018
Se Foscolo andasse ai Rotoli
Francesco Palazzo

All’ombra dei cipressi e dentro l’urne è forse il sonno della morte men duro? si chiede Ugo Foscolo nei Sepolcri.
 Facile tornare a questo incipit leggendo il reportage di Repubblica sul cimitero dei Rotoli, con 267 salme in attesa.
No, risponde il poeta, ma aiuta chi resta a intrattenere un dialogo con i propri cari in una situazione di rispetto per chi non c’è più.
Il morire, per chi non ha una sepoltura familiare, non può diventare un dramma che si somma al dolore. 
A quanto pare saremo costretti nel capoluogo, mentre ci occupiamo dei problemi dei vivi, a continuare a pensare a queste vie crucis che vivono tante famiglie nell’incrociare l’ineluttabile fine vita. 
Dovremo dotarci anche noi di un Foscolo del ventunesimo secolo che sappia dirci, con sapienza e pietà, parole aggiornate e adeguate ai nostri tempi? Siamo ben distanti dal 1806, anno in cui venne esteso al Regno d’Italia l’editto napoleonico di Saint Cloud, contro il quale scrive il Foscolo.
Il provvedimento stabiliva che le tombe, tutte uguali, dovevano essere poste al di fuori delle mura cittadine. Ciò per il vate era motivo di scandalo. Ma c’erano almeno le tombe. Le quali, peraltro, si disponeva che dovessero sorgere in luoghi soleggiati e arieggiati. Contesto ben distante da quello presente adesso, nel 2019, per centinaia di deceduti e rispettivi nuclei familiari nel deposito del cimitero palermitano.


giovedì 18 aprile 2019

Una nuova narrazione di Palermo per guarirla tutta.


La Repubblica Palermo – 17 aprile 2019
La gang ossarotte e la città da guarire
Francesco Palazzo

Guardando lo spaccato di Palermo che viene fuori da questa indagine che ci racconta di persone con le ossa rotte, di violenza, di mutilazioni a pagamento di disperati al fine di truffare le assicurazioni dobbiamo chiederci che tipo di città ci consegna. 
Se è marginale questa fascia di umanità disumana nella nostra comunità o se è il caso di porre qualche punto di domanda su un capoluogo che si vorrebbe quasi guarito da tutti i suoi mali e finalmente in fase di redenzione da tutte le sue sofferenze. 
Talvolta, senza accorgercene, possiamo correre il rischio di coprire, allungando a dismisura la parte di Palermo che ha fatto passi in avanti, tutte le altre sezioni ancora doloranti di questa metropoli.
Probabilmente dovremmo affrontare con più attenzione le contraddizioni del passato e i nodi irrisolti del presente, mafia compresa. Altrimenti le une e gli altri rischiano di rimanere lì mentre ci raccontiamo la buona novella del migliore dei mondi possibili che Palermo starebbe diventando. 
Capiamoci. È innegabile che vi siano diversi aspetti incanalati nel verso giusto. Nella capitale dell’Isola si respira un’aria diversa. Negarlo sarebbe da stolti.
Ma proprio per questo il movimento migliore e più saggio da mettere in campo adesso è quello, partendo dai diversi pezzi del mosaico cittadino che funzionano, di posizionare al loro posto, risanando il tanto che c’è da guarire, tutte le altre tessere. Col tempo che ci vuole, ma con decisione e chiarezza. E qui nessuno può stare a guardare. 
Per farlo, bene, occorrerebbe conoscere tutti gli angoli, quelli delle stanze di rappresentanza e quelli dei ripostigli dove vengono messe tutte le cose che si vogliono sottrarre alla vista.
 Ma siamo in grado di darci una narrazione completa ed esaustiva della Palermo di oggi?


martedì 2 aprile 2019

Una casa comune per le mani che aiutano.


La Repubblica Palermo – 2 aprile 2019
Serve una rete per mettere insieme l’altra Palermo
Francesco Palazzo

Repubblica Palermo ha raccontato le storie, sempre uguali, di chi paga le cosche e quelle, sempre diverse e colorate, dei tanti che danno una mano con generosità in diversi ambiti. 
Coloro che pagano un pizzo, dai parcheggiatori estorsivi ai mafiosi, come un fatto quasi fisiologico, e quanti invece donano tempo ed energie opponendosi al malaffare e alla rassegnazione, rappresentano proprio due città. I primi, uno spaccato non trascurabile e trasversale, sono il peggiore passato ancora presente. I secondi, costituiscono l’eredità delle migliori stagioni di questa terra, anch’esse con le tende piantate in tempi pure molto lontani. 
Sono due album di famiglia che si confrontano giornalmente. 
Solo che le mani dannose non hanno bisogno di nulla per sommarsi. 
Le mani che aiutano, invece, lo dicono alcune voci impresse in queste pagine, lanciano un allarme. 
Non vogliamo essere soli, non siamo eroi, non dobbiamo adagiarci sul racconto di una città pacificata, c’è bisogno di interrogarci. 
Chiedono di fare squadra. Ciò che si è visto, man mano che ci si è allontanati dalla stagione stragista degli anni Novanta, è stato un progressivo sgretolarsi del percorso comune. 
Ciascuno ha cominciato a ritagliarsi il proprio orto, sia di analisi che di azioni. In tale orizzonte frantumato hanno avuto gioco facile quanti hanno tentato d’innalzare le varie antimafie di cartone. 
Occorrerebbe rimettere insieme stabilmente tutti questi pezzi del mosaico. Concretamente, ci vorrebbe un luogo che raccolga tutte queste esperienze. 
I locali del No mafia memorial di Palermo, ad esempio, qualora si destinasse l’intero Palazzo Gulì a tale esperienza, potrebbero vedere la nascita di ciò che serve. 
Un posto dove le tante mani che aiutano possano unire saperi e pratiche. Coinvolgendo sempre più i tanti pezzi di cittadinanza attiva e responsabile già operanti o pronti. 
Non c’è alcun motivo per non giocare, bene, questa decisiva partita.


martedì 12 marzo 2019

Tusa, Borruso e i siciliani che tracciano per tutti la buona strada.



La Repubblica Palermo – 12 marzo 2019
Ripartiamo dai siciliani giusti
 Francesco Palazzo

Doveva essere un aereo che cade molto lontano dalla Sicilia a spazzare, dai social e dai discorsi che si sentono nelle relazioni fisiche, mesi di brutali parole senza senso. 
È una tregua, molto breve, lo sappiamo. Ma almeno ci dà lo spazio e l’occasione, considerato che una delle vittime in Etiopia, Sebastiano Tusa, era siciliana, di ricordarci cosa servirebbe alla Sicilia per cambiare passo.
Passione, competenza, disponibilità, generosità, la politica vissuta come servizio, capacità di lavoro, serietà, amore per la propria terra, umiltà. All’unanimità sentiamo che erano tra le caratteristiche di questo siciliano. 
Proprio in questi ultimi giorni è andato via pure Enzo Borruso, medico, scrittore, giornalista, vicino ai disabili, volontario, difensore dei diritti delle donne, dello stesso spessore umano e professionale. Quante persone ci sono in questa terra come loro?
Non saranno tantissime, magari. Ma siamo sicuri che, pure tra i tanti giovani che vanno via, ne potremmo rintracciare un certo numero per dare un presente e un futuro diversi e migliori alla nostra regione. Proviamoci.

giovedì 7 marzo 2019

PD, fai vivere il popolo delle primarie oltre i gazebo


La Repubblica Palermo – 7 marzo 2018
I dimenticati delle primarie
Francesco Palazzo
Le primarie del PD, come sempre, sono state molto partecipate da una fetta di elettorato, non incasellabile nelle correnti in cui è diviso il partito, che ritiene ancora utile una formazione politica riformista. 
Tali consultazioni sono una costante virtuosa che i democratici hanno introdotto nello scenario politico.
Sinora però, chiuse le urne, queste persone, paganti, non vengono coinvolte nell’attività politica.
Non si è mai proceduto a stilare un’anagrafe dei votanti ai gazebo. Uno spreco per quello che si può identificare, a norma di statuto, che individua iscritti ed elettori quali elementi fondanti, come il partito delle primarie. Peraltro, quanti vanno ai seggi lasciano dei riferimenti che li rendono contattabili. 
In Sicilia, gli 80 mila che si sono messi in coda il 3 marzo, costituiscono una solida base di costruzione del consenso e di militanza difficilmente oggetto di inquinamenti. Rispetto ai quali nessuno può dirsi esente.
Fossi nei panni dei tesserati piddini, li andrei a cercare casa per casa. Chiedendo loro cosa fare nell’isola e cercando di moltiplicarne il numero.

venerdì 1 marzo 2019

Le risposte che non abbiamo saputo dare alla signora Augusta Schiera


La Repubblica Palermo – 1 marzo 2019

Le parole che mancano a una madre
Francesco Palazzo

Le parole che ci mancano, anche se in realtà sono i soli che parlano da sempre, non ce le aspettiamo dai mafiosi. 
La lotta alla mafia, dagli albori della storia repubblicana, è costellata da troppi buchi neri che l’hanno favorita. Se Cosa nostra esiste ancora è perché lo Stato, tutti noi che lo componiamo nelle sue tante articolazioni, non ha fatto per intero la propria parte.
Non soltanto per le complicità dirette e intenzionali. Ma soprattutto per le omissioni, le tante parole e i tanti pezzi mancanti, per usare il titolo di un libro di Salvo Palazzolo, che nutrono da sempre la presenza tra di noi della criminalità organizzata. 
La signora Augusta Schiera, appena scomparsa, ha lottato per 30 anni. Voleva sapere in quale buco nero erano finiti suo figlio Nino Agostino, agente di polizia, sua nuora Ida e la creatura che portava in grembo. 
In tre decenni non siamo riusciti, a lei come ad altri familiari di vittime per mano mafiosa, a dare risposte. 
Forse un giorno la mafia sarà sconfitta. Questa data sarà più vicina nella misura in cui la smettiamo di portarci appresso misteri e silenzi.

sabato 23 febbraio 2019

Chiesa e mafia, le vare e il molto che c'è da fare


La Repubblica Palermo – 23 febbraio 2019
Chiese e cosche, le processioni non bastano
Francesco Palazzo

Il decreto dell’arcivescovo di Palermo, che sulle confraternite dispone certificazioni sui carichi pendenti e relazioni affidate ai parroci, è un fatto positivo. 
Con due limiti. 
Uno interno a tali manifestazioni di religiosità, l’altro esterno. Il primo si riferisce alla circostanza che tale provvedimento avrebbe dovuto avere valenza in tutte le diocesi e dunque doveva essere emesso dalla conferenza episcopale siciliana. Il secondo, più importante, punto critico riguarda l’evidenza che la via sul contrasto alla criminalità, pure mafiosa, che cerca inserimenti nel mondo cattolico, non può essere circoscritta alle sole processioni. Ma deve riguardare la vita quotidiana di tutte le parrocchie. E qui siamo lontani dal Puglisi celebrato al Foro Italico dal pontefice Francesco pochi mesi fa. 
Don Pino viveva radicale contrasto alle cosche del rione, conoscenza del territorio, azione su di esso anche attraverso collaborazioni con realtà laiche e lontananza da qualsiasi finanziamento pubblico. 
La strada per la chiesa siciliana sulla pastorale antimafia, dalle parole ai fatti, è ancora lunga.

sabato 16 febbraio 2019

Sicilia, eterne lamentele e possibile riscatto. Dipende da noi.


La Repubblica Palermo – 15 febbraio 2019
Basta lacrime, crescere è possibile
Francesco Palazzo


Le storie, raccontate mercoledì da Repubblica, dei giovani imprenditori che innovano operando in Sicilia, dove le nuove aziende presentano, secondo Unioncamere, meno chiusure rispetto al Centro-Nord, mostrano che pure qui si può. Sì, certo, la mafia, le infrastrutture che mancano, la rete viaria fatiscente, i trasporti all’età della pietra, l’azione politica che viaggia più lenta di una lumaca, i pregiudizi di chi oltre lo Stretto spara frasi che lasciano a bocca aperta, ma anche il corpo elettorale siculo che cerca, e trova, assistenzialismo a buon mercato: c’è tutto questo, e altro. 
Ma dovremmo prima o poi finirla di piangerci addosso e indicare Roma, il Nord, l’autonomia chiesta da altre Regioni, dibattito attuale, quali colpevoli. 
Ci saranno delle ragioni. Ma queste, dopo secoli, si sono sommate ai nostri tanti torti in un miscuglio indistinguibile.
Vediamo di uscirne, come quei giovani imprenditori. 
Posiamo da qualche parte i fazzoletti pieni di lacrime e rampogne. E utilizziamo tutte le energie e le intelligenze che in questa terra non mancano.