Porta di Servizio
Notizie Chiesa locale e universale
4 aprile 2026
Venerdì Santo, lo sguardo in alto perché il dolore non è la fine
Francesco Palazzo
Assistendo questo venerdì di Pasqua per la prima volta al momento della deposizione di Cristo dalla Croce all’esterno della Chiesa di Piazza Croci, al suo trasporto presso l’urna, momento che non ha eguali nelle altre, interessanti e peculiari per altri aspetti, processioni del Venerdì Santo, ho trovato come sempre varia umanità che attende e guarda verso l’alto con i cellulari puntati all’evento. E già questa è una notizia.
Guardare in alto. Molto spesso nelle nostre giornate scrutiamo tante persone, un po’ tutti per la verità, guardare in giù. Appesantiti da pensieri terreni o avvinghiati allo schermo del cellulare. Non solo guardare in alto ma, nell’attesa, scrutare pure gli altri. E allora vedi la bambina con il cappellino bianco e il giubbottino rosa sopra le spalle del padre che la incoraggia: “Dai un bacino a Gesù”. Poi il piccolo appena nato che riposa beato sulle spalle della mamma.
Ci sarà tempo per affrontare le Passioni e le Resurrezioni che segnano la vita di tutti i viventi. Poi le donne e gli uomini con rose di vario colore in mano, in attesa di rendere omaggio al simulacro della Madonna. E anche qua un gesto che facciamo solo in casi particolari, donare un fiore, e che magari dovremmo fare più spesso.
Senti un uomo che dice che non veniva ad una processione di questo tipo da 50 anni. I tanti volti sofferenti e smagriti, quelli pieni di anni, che trovano conforto e la possibilità di esserci comunque grazie alle braccia amorevoli di un figlio, di una moglie, di un marito o di un affetto che non si limita alle parole. Ciascuno dei presenti, rifletto, conosce le proprie pesanti o sopportabili croci insite nell’orizzonte limitato e fragile dell’umanità. Ma anche le possibilità delle Resurrezioni possibili, concrete o di quelle solo sognate.
Il pomeriggio, e siamo già ad aprile, è rigido ma la pioggia si è fermata. Il venditore ambulante di palloncini cerca di fare cassa rendendo felici i tanti e le tante piccoli e piccole presenti al seguito dei genitori. Colpisce la lunga palma, che è comunque una prassi consueta in tutte le Processioni del Venerdì dove la morte sembra che abbia l’ultima parola. Religiosità popolare? Spesso aggiungendo popolare alla religione, si tende a considerala meno importante. Ma chi l’ha detto che la fede di chi si commuove di fronte al simulacro della Madonna che conquista la strada sia meno importante di chi ha letto tanti libri di teologia? Leggo in queste manifestazioni un senso di comunità, di appartenenza, dove è inutile misurare i decibel della propria fede e di quelle altrui. Anche nell’impegno delle confraternite, ci penso ogni mattina dei Venerdì del triduo pasquale visitando diverse chiese, vedo un noi, tanti segni di persone che lavorano insieme per far riuscire bene un evento spirituale per il quale lavorano un anno intero.
Mentre scendono il Cristo dalla croce, penso a questa città e al luogo in cui ci troviamo. Accanto c’è il Giardino Piersanti Mattarella, già Inglese. E mi viene in mente, mentre il simulacro del Cristo viene preso da mani amorevoli, che anche il suo corpo, quello di un credente e uomo delle istituzioni ucciso perché voleva una politica pulita, fu tirato fuori morente dalla sua auto a qualche isolato da Piazza Croci. Di fronte c’è lo spazio dove un tempo sorgeva Villa Deliella. Chissà quando verrà il tempo, per quello spazio ormai conquistato dall’erba, di risorgere consegnando ai palermitani il ricordo di un passato purtroppo annientato, ma anche un presente che lo destina a un futuro possibile.
Questa processione si conclude poco prima di mezzanotte con un saluto ai carcerati presso l’Ucciardone. Persone che hanno sbagliato ma per i quali, come prevede la Costituzione, deve esserci un trattamento umano in luoghi degni di vita. Mentre stanno per toccare terra, dopo la discesa dei gradoni fuori dal tempio posto in alto, i simulacri del Figlio e della Madre, due gabbiani in alto osservano sul perimetro più alto della chiesa. Costringendoti a guardare ancora più in alto.
Ed è una traccia che non tutto è finito col dolore. Che l’ultima parola è posta in altro e molto più in alto e in luogo diverso rispetto ai sudari mortali. Possiamo chiamarla Resurrezione a patto che non la confiniamo, soltanto una volta all’anno, come singole e singoli e in quanto comunità, alla sola veglia pasquale di Resurrezione del sabato sera e della domenica di Pasqua.
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