mercoledì 1 luglio 2020

Viale Regione Siciliana, un antico biglietto di presentazione sbiadito e pericoloso di Palermo

La Repubblica Palermo – 30 giugno 2020

Perché Viale Regione assomiglia a una roulette russa

Francesco Palazzo

La morte di un ragazzo in Viale della Regione Siciliana, investito mentre attraversava, pone ancora una volta sotto la luce dei riflettori le condizioni di agibilità di questa strada. Pensata un tempo per circumnavigare Palermo e che invece la taglia a metà come un’anguria. I pedoni dovrebbero trovare riparo nei sottopassi e sui ponti pedonali. Solo che i primi, costruiti tra gli anni ottanta e novanta, secondo una ricostruzione di fine 2019 non sono, tranne qualcuno, percorribili. I secondi sono presenti in un numero limitato per quella che è la lunghezza di questo asse viario. Un tempo si parlò dei ponti pedonali Perrault, poi si ebbero quelli che conosciamo, non proprio il massimo esteticamente. È evidente, considerato che in diversi punti il viale viene interrotto da attraversamenti pedonali, che le cose non sono messe come dovrebbero. All’altezza di Via Perpignano, dove è stata interrotta l’esistenza del giovane abitante nel quartiere Noce, è previsto un sottopasso per le auto, bloccato nel 2008, ripreso con un nuovo appalto ad inizio 2019 e ancora invisibile ai nostri occhi. Pare che per i fondi già stanziati si stiano chiedendo lumi a Roma. Chi vuole andare da una parte all’altra deve poterlo fare in assoluta sicurezza. Un normale spostamento da un marciapiede a quello opposto non può essere pericoloso alla stregua di una roulette russa. Così come va sistemata tutta l’arteria. Per un lungo periodo mancante o carente di segnaletica orizzontale, corsie d’emergenza comprese. Recente l’idea di disegnare tre corsie per senso di marcia. Vedremo l’effetto quando tutto sarà a regime. Ma si registrano pure interventi che lasciano dubbi. Per esempio la realizzazione, di fronte al carcere Pagliarelli, della fiera di Natale con annesso lunapark, che dura mesi. Le persone accedono a questa cittadella posteggiando pericolosamente ovunque, rallentando peraltro in maniera vistosa il traffico. E quindi appesantendo un punto già complicato per la presenza del Ponte Corleone. Per il quale si attende il raddoppio, che eliminerebbe tale tappo. Sembra che anche in questo caso sia stata attivata nella capitale la stessa ricerca dello stanziamento preesistente. In entrambi i casi, raddoppio del ponte di Corleone e svincolo di via Perpignano, le somme erano contenute nel patto per Palermo, firmato dal governo Renzi con il comune nel 2016. È molto meglio dare infrastrutture, locali, nazionali o internazionali che siano, piuttosto che distribuire assistenzialismo. Poi va detto che è fisiologico in Viale Regione superare, scansati i punti fissi di rilevazione, i limiti di velocità. Gli automobilisti evidentemente pensano che siccome congiunge due autostrade, è consentito mantenere alte andature, che raggiungono picchi altissimi in orari notturni. Tornando al nostro Viale, c’è la storia. Questi dodici chilometri sono stati pianificati negli anni 50 del secolo scorso. Se si trattasse di una persona, il serpentone di asfalto sarebbe già in pensione e invece ne parliamo, visto gli ampi margini di miglioramento che presenta, come se stesse emettendo i primi vagiti. Nel frattempo la grande storia ha macinato ben più di una dozzina di chilometri. È stato eretto ed abbattuto il muro di Berlino. È finita la guerra fredda. E noi non siamo stati capaci di dare un’identità precisa e sicura ad un semplice viale che porta il nome della nostra terra.

 


martedì 16 giugno 2020

La cultura e la pratica ciclabile popolare a Palermo tutte da costruire


La Repubblica Palermo – 16 giugno 2020
Passeggiando in bicicletta in mezzo alle magagne di Palermo
Francesco Palazzo

Sulle piste ciclabili a Palermo sono stati annunciati la settimana scorsa alcuni interventi da parte di chi amministra, che però ancora non affrontano la problematica attraverso un disegno strutturale. Ogni volta che se ne parla sentiamo affermare che siamo all'esordio di una rivoluzione. Tuttavia, le cose non cambiano solo perché noi manifestiamo la voglia di modificarle. La verità è che non riusciamo a dare a Palermo, città ideale per andare in sella, con tutta la buona volontà che si può mettere nelle intenzioni, un circuito ciclabile degno di questo nome. Che possa mettere in pista, in sicurezza, non soltanto gli amatori e quella piccola nicchia che già ama spostarsi con tale mezzo, ma potenzialmente tutti, lattanti a parte. Dai piccoli ai più grandi, anche chi non ha mai avuto una bicicletta e potrebbe scoprire il gusto di un impatto ecologico ottimale nel vivere gli spazi esterni. La cultura ciclabile o è popolare o è poca roba. Avendo visitato altri luoghi, sappiamo molto bene cosa ciò significhi. Quelle che pomposamente denominiamo piste ciclabili, sono tessere di un mosaico non soltanto largamente incompleto, ma quasi sempre non praticabile perché poco sicuro. Si dice che i tempi per fare bene quello che veramente ci vorrebbe sarebbero molto lunghi. Ma pure gli anni dal Dopoguerra a oggi, considerato che la bici non è esattamente un’invenzione recente, non sono stati pochi. Di decenni ne sono trascorsi. C’è stato tutto il tempo per adeguarsi e, perché no, superare, visto il nostro contesto climatico invidiabile, le migliori tradizioni italiane ed europee. Per Palermo la mobilità dolce diffusa, popolare, a portata di tutti, sarebbe un bel traguardo e si deve lavorare per raggiungerlo. Purché però si guardi a tutta la città, disseminando dappertutto corsie riservate a chi vuole spingere sui pedali. Certo, ci vogliono tempo e fondi per realizzare un simile progetto. Ma occorre partire nel verso giusto, cosa che ancora non si è fatta, aggiungendo via via pezzi a tale fondamentale infrastruttura. Per capire a che punto siamo basta guardare la realtà che abbiamo sotto gli occhi, non il racconto eccessivamente ottimista, ma senza fondamento effettuale, che possiamo farci di essa. Il dato è evidente. Si tratta di rispondere a una domanda. Quando ci spostiamo dal centro, dalle periferie, dalle zone residenziali, vediamo tanti palermitani che si muovono inforcando biciclette? La risposta è no. Ciò significa che sinora, le pur buone intenzioni, tendenti a generare nei cittadini un interesse verso questa forma di movimento, intelligente ed estremamente utile per l’ambiente, hanno fatto un buco nell'acqua. E così continuerà a essere se non si muterà approccio. Ci vuole una vera e propria rete cittadina che copra tutti gli angoli del territorio. Bisogna partire evitando di ricominciare ogni volta che cambia il colore politico dell’amministrazione che vince le elezioni. Non ci sono alternative. A meno che non si voglia dipingere un quadro senza pennelli e colori. Le città che funzionano condividono certe linee di intervento e di sviluppo. Nessuno si sognerebbe, a destra o a sinistra, di mettere in discussione la cultura ciclabile di città del Nord, in Italia e in Europa, che possiedono, pur con situazioni meteorologiche molto poco invitanti, solide tradizioni in tal senso. Solo che noi spesso i giri d’orologio li utilizziamo per parlare di improbabili cambiamenti prodigiosi e abbiamo la tendenza a rifare sempre tutto daccapo. Una specie di eterno ritorno. E siamo anche bravi a complimentarci con noi stessi pure se i risultati, in questo caso l’uso delle biciclette con una percentuale da prefisso telefonico, non ci premiano. Cerchiamo perciò di mettere in campo azioni che generino un robusto mosaico ciclabile, completo, duraturo e sicuro. Se ci metteremo con pazienza nella direzione giusta, i risultati non tarderanno ad arrivare. Se rimarremo, come abbiamo fatto sinora, nella dimensione di un’evanescente maglia ciclabile non protetta, molto limitata, frammentata, con più buchi che certezze, spenderemo energie, tempo e denari pedalando a vuoto o quasi.


sabato 30 maggio 2020

Il ponte sullo stretto di Messina e l'eterno, ed imbattibile, virus del prima ci vuole altro.


La Repubblica Palermo – 29 maggio 2020
Facciamo cadere gli ultimi alibi di chi non vuole il ponte sullo stretto
Francesco Palazzo
Dunque l’alta velocità, con "Italo" e "Frecciarossa", si fermerà a Reggio Calabria. Non potrà avere accesso all’Isola perché non c’è un collegamento stabile tra Scilla e Cariddi che lo permette. Conosciamo a memoria, e sino alla noia per la verità, le motivazioni dei noponte. Per la verità ne è rimasta in piedi soltanto una. Prima si diceva che quest’opera non si potesse realizzare da un punto di vista tecnico. Come se cinquanta e più anni fa non fossimo andati persino sulla luna e come se nel frattempo non fossimo stati travolti positivamente dall’innovazione digitale, che ci è alleata in periodo di lavoro agile. Poi si aggiungeva che siamo carenti di altre cose. Questo è un classico. Più de I Promessi sposi. Prima queste e poi il ponte, si afferma a tutt’oggi. Come se il collegamento stabile tra Messina e Reggio Calabria rendesse impossibile tutto il resto. Cosa palesemente fuori contesto logico. Visto che pur non essendoci il ponte non c’è neppure il resto. Ma ai no ponte a prescindere, come direbbe Totò, non importa la razionalità. Che invece farebbe arrivare al pensiero opposto. E cioè che la messa in cantiere di un manufatto così importante e imponente, unico al mondo per le caratteristiche che presenterebbe, si porterebbe dietro per forza di cose, ci vuole davvero molto poco a capirlo, tutto il resto. Ma è difficile farlo intendere ai no ponte per partito preso. Forse occorrerebbe uno di quei disegnini, non so se avete presente, è un classico della Settimana Enigmistica, che si ottengono facilmente collegando i puntini numerati. Tra l’altro, visto lo scenario di forte crisi economica mondiale, determinata dalla pandemia in corso, della quale abbiamo iniziato a vedere soltanto la punta dell’iceberg, e che farà soffrire di più le zone economiche già deboli prima del coronavirus, e la Sicilia e la Calabria sono tra queste, un’infrastruttura di questo tipo metterebbe al centro del mondo il nostro paese e in primo luogo il meridione. Con tutti i vantaggi che possiamo immaginare da un punto di vista dell’attrattività turistica. Che farebbe da portentoso volano per tutti gli altri assi sociali ed economici. Nei momenti di forte crisi, e quello che abbiamo solo iniziato a vedere lo è senza dubbio alcuno, occorre essere in grado di volare alto. Solo così si può spostare l’attenzione verso uno scenario positivo invece di accontentarsi di navigare nello stretto, ora ci vuole, necessario per sopravvivere ai colpi della gelata che il virus ha messo sopra a tutte le economie, ed a quelle malconce in particolare. Ai nostalgici della traversata potremmo promettere, facendo ricorso al solenne giuramento dei boy scout, di lasciare comunque alcuni collegamenti romantici e teneri con i ferryboats. Noi, col loro permesso, e considerando soprattutto che il ponte non sarebbe soltanto il semplice ma già fondamentale collegamento tra due sponde, ma si iscriverebbe in una strategia fondamentale di collegamenti internazionali, vorremmo andare avanti.


martedì 26 maggio 2020

Il virus mafioso che non dobbiamo più nutrire nella vita quotidiana.


La Repubblica Palermo – 26 maggio 2020
I gesti quotidiani che servono a battere la mafia
Francesco Palazzo
Quest’anno il 23 maggio è stato diverso. Palermo ha chiamato l’Italia al balcone. Non tantissimi i lenzuoli nei prospetti palermitani, nonostante i ripetuti appelli sui social di personaggi noti, molto pochi in Sicilia oltre il capoluogo e nel resto d’Italia. E qualcosa vorrà pur dire. Stanchezza, disincanto, sottovalutazione, timore? La giornata è stata dedicata, oltre a chi ha lottato contro i sistemi criminali mafiosi, pure a chi durante l’emergenza Covid si sta spendendo per senso del dovere e spirito di servizio. Che fu la risposta data da Falcone a chi gli chiedeva chi glielo facesse fare. Lenzuoli a parte, siamo sempre chiamati a ragionare intorno all’ordinario senso del dovere che ciascuno mette in campo nel contrastare le mafie. Non ci sono scorciatoie. Questa è l’unica strada. Si può supporre che in diversi contesti, sia popolari che borghesi, il quotidiano consenso, tacito o esplicito, verso la criminalità organizzata sia ancora in agenda? Dovrà in qualche modo essere così se la mafia ce la troviamo spalmata nell’arco di tre secoli, sofferente ma viva e destinataria di un certo gradimento. Come ci mostrano le operazioni antimafia, sino all’ultima. Estorsioni a tappeto senza denunce, imposizioni di materie prime agli esercenti, in qualche caso addirittura obblighi sugli orari di apertura e su cosa vendere. E ciò accade pure nei quartieri residenziali. Per consistenti strati di borghesia, il pizzo, praticato sotto diverse forme, è ancora un costo sostenibile. Il contagio zero, a 28 anni dalle stragi del 1992, a 40 anni dall’uccisione di un presidente di Regione, a quasi 27 anni dall’eliminazione di un prete, e potremmo proseguire in questa via crucis, è ancora distante. Molto vicina a noi è invece la gara febbrile tra chi ce l’ha più blasonato, il medagliere, nel campo dell’antimafia militante. Professionistica, dilettante o mistificatoria che sia. Non abbiamo più bisogno di paladini ma della consapevolezza sempre più matura di un intero popolo. C’è dunque questo trinomio, mafia, popolo e antimafia. Due a uno, partita vinta di poco, ma sempre i tre punti portati a casa. Così sarebbe stato da tempo se oltre la mafia, che fa la mafia, ci fossero stati in campo un popolo che in ogni sua propaggine avesse fatto il proprio dovere e un’antimafia che non si fosse spesso distratta. Col coronavirus stiamo facendo il possibile, in pochi mesi, per fargli il vuoto attorno. Mentre di tempo, soprattutto nel mezzogiorno, ne è trascorso parecchio senza riuscire a recidere questo legame perverso con le cosche. Cosa nostra non ha bisogno della crisi sanitaria per operare, l’habitat dove vive le consente di essere pervasiva con o senza pandemia. Questa colpevole sudditanza, che spesso non diminuisce con i titoli di studio posseduti, ce la porteremo appresso ancora per chissà quanto. E non basterà nessun 23 maggio, 19 luglio, 15 settembre o 6 gennaio, date insieme alle altre in cui ci si batte il petto per commemorare persone che hanno dato la vita per liberarci dal pizzo eretto a sistema di vita da un consistente numero di cittadini, carnefici della loro stessa libertà, per venirne fuori. A meno che non si decida finalmente, emulando proprio le persone che contro il coronavirus stanno dando tutto, ad affrontare Cosa nostra, e le altre mafie, come se fossero, e in effetti lo sono, una grande e strutturale patologia endemica criminale, politica, sociale, economica, esistenziale e culturale. Che non viene però da posti lontani questa volta. Ma che abbiamo creato nella nostra terra e che continuiamo a nutrire. La mafia c’è oltre le ricorrenze, dentro le quali, oltre la genuinità di tanti, cresce forte la foresta della retorica. La vigilia del 23 maggio la RAI ha ritrasmesso il film sulla mamma di Peppino Impastato. Occorre avere, nel quotidiano, giorno per giorno, la tenacia, la forza, il coraggio, la lucidità, gli argomenti, in qualsiasi ambito ci troviamo, di Felicia Bartolotta e di coloro che l’aiutarono nella ricerca della verità. Di tanti veri impegni come il suo è fatta la strada che può portarci alla fine della pandemia mafiosa.


mercoledì 13 maggio 2020

Dopo il Covid 19 cercheremo il passato o andremo avanti?


La Repubblica Palermo – 12 maggio 2020
Come sfruttare la tecnologia quando finirà l’emergenza
Francesco Palazzo
Tutti sentiamo la necessità di una vita con ritmi diversi e nuove consapevolezze. Non possiamo proseguire come se la pandemia non ci stesse interpellando nel profondo. La tecnologia, in questo passaggio storico, è una fondamentale alleata. Sarebbe, ad esempio, non comprensibile se ritornassimo alla vita lavorativa con i vecchi arnesi. Stiamo scoprendo, ma in fondo lo sapevamo già, che si può lavorare dalle nostre dimore. Per le pubbliche amministrazioni questo vorrebbe dire, pensando al dopo, se ben gestito, un aumento della qualità del lavoro e un risparmio di risorse. I bilanci sono ingessati da spese correnti, legate anche al funzionamento delle strutture. Lo smart working consentirebbe di avere notevoli abbattimenti in termini di possesso e mantenimento di tali luoghi. Rendendoli più snelli e liberando fondi da destinare allo sviluppo. Si dovrebbe procedere a una riorganizzazione del lavoro. Siamo in emergenza, ma successivamente si potrà pianificare meglio il lavoro agile, sfruttando a pieno regime reti, piattaforme, software e processori, al fine di rendere più agevoli e veloci servizi ai cittadini. Anche l’aspetto spirituale ha mutato forma. Grazie a dispositivi sempre più sofisticati, che ormai pure i nostri anziani maneggiano bene, abbiamo visto che la religiosità può essere vissuta pur nel distanziamento fisico. Prendiamo atto che la Chiesa cattolica, la quale con le chiese vuote è riuscita a parlare al mondo meglio di prima, anche a coloro che non le frequentano, si sta mettendo al sicuro tornando il 18 maggio alle celebrazioni, legittime e necessarie per i credenti, sia chiaro, nei templi con i fedeli. In un momento, però, in cui nessuna assemblea pubblica è autorizzata e non attendendo dunque che tutto il popolo fuori dalle sagrestie sia nelle stesse condizioni di agibilità. A parte la forma, c’è sostanza sulla quale riflettere. Tornare a chiudersi nelle chiese è uno schema vincente? Sarebbe più conducente aggiungere altre dimensioni più orizzontali nel rapporto Chiesa-mondo, tema centrale del Concilio Vaticano II. Un sacerdote, in questi mesi, ha mandato messaggi segnalando le letture domenicali da meditare nello stesso momento e poi commentare condividendo i pensieri. È un modo, tra i tanti, per rendere la vita delle comunità cattoliche sempre meno legata alle gerarchie clericali. Un altro settore toccato dall’impossibilità di stare insieme è quello della scuola. Limitandoci alle superiori e alle università, perché per i più piccoli il ragionamento sarebbe complesso, si è visto che l’insegnamento e l’apprendimento possono essere validati senza l’interazione fisica. Che non va eliminata, ma tarata secondo criteri che non siano "io parlo e voi ascoltate", perché si può fare pure da casa. Risparmiando, pure in questo caso, soldi pubblici, da investire sempre nella scuola, per utilizzare al meglio le tecnologie e consentirne a tutti l’accesso. Chiedevo l’altro giorno a mio nipote se i video delle lezioni rimangono memorizzati per approfondire meglio in seguito. No, la cosa finisce, da quello che ho capito, col bello della diretta. Il dopo-coronavirus dovrà farci ricalibrare pure le istituzioni scolastiche, la didattica, i modi con i quali viene proposta e probabilmente molti suoi contenuti. Il tutto va riconsiderato più a misura di chi apprende, pensando che può farlo in tanti modi e che i banchi e le cattedre sono soltanto un approccio. Lavoro, spiritualità e scuola sono tre aspetti. Altri ne potremmo introdurre, sempre parlando del dopo, su ambiti non meno importanti, come salute e cultura rispetto alle conquiste tecnologiche che permettono accessi dalle proprie abitazioni, per citare altri due soli settori. Accanto a questi percorsi da remoto, occorre poi costruire in tutti gli ambiti rinnovati momenti di contatto fisico, sviluppando più la qualità che la quantità. Il Covid ci ha fatto mettere il piede sull’acceleratore dell’innovazione. Sarebbe non saggio, quando tutto sarà finito, che scendessimo dall’auto ripercorrendo a piedi all’indietro le nostre passate orme.


mercoledì 15 aprile 2020

Tutti cittadini che capiscono, non insegnanti e mischini.


La Repubblica Palermo – 15 aprile 2020
Il vizio del giustificazionismo, dalla mafia alle arrustute
Francesco Palazzo

Nella vicenda delle arrostute fuori ordinanza nei quartieri popolari, Sperone, Zen o altri luoghi (ma ci sono state pure le silenziose riunioni familiari sotto i tetti o in ville esclusive di famiglie borghesi), registriamo il giustificazionismo avanzato da più parti. Storia vecchia, che ci ritroviamo servita pure in tempo di pandemia, tra una fetta di cassata, un pezzo di salsiccia e un bicchiere di vino. Insomma, ci risiamo. La gente dei quartieri periferici e/o popolari, mischina, lo fa sempre per necessità. Gli strati popolari sono innocenti per definizione. E invece, visto il momento di frontiera che stiamo vivendo, occorre ragionare. Sine ira et studio, senza simpatia e pregiudizio, come dicevano i latini. Capiamoci. Il filone è stato ampiamente visitato pure su una tematica più decisiva di alcune semplici, ma potenzialmente contagiose, grigliate di gruppo. Ad esempio, nei confronti degli atteggiamenti che si tengono verso Cosa nostra. Da una parte abbiamo la colpevole borghesia mafiosa, la sua parte connivente e complice dei mafiosi, che secondo lo schema in uso non ha attenuanti. Dall’altra il popolo dei quartieri che appoggia, parliamo sempre di una parte, le cosche perché minacciato e povero di poderosi strumenti culturali ed economici per tentare una contrapposizione. Scuserete una divagazione personale. I miei nonni sono nati a Brancaccio e hanno sempre lavorato spaccandosi la schiena. E tanti della zona come loro. Mio padre, che non era professore universitario, ma lavorava la terra e commerciava in frutta e verdura, nato e vissuto a Brancaccio, si alzava alle 4 e tornava dal lavoro alle 21. E tanti come lui. Io sono nato a Brancaccio, come tanti di diverse generazioni. Non ci siamo mai sentiti giustificati di nulla. Nessuno nasce giustificato. Se cominciassimo a fare mente locale su questo, anche in un momento d’emergenza, forse ci troveremmo tra le mani una chiave di lettura diversa di Palermo, per costruire il dopo coronavirus. Magari abbattendo gli angusti e obsoleti steccati tra centro e periferie, dirigendoci verso una moderna città multicentrica. E chissà quando sul decentramento amministrativo si passerà dalle parole ai fatti. Il giustificazionismo è secondo me fondato su una questione. Negare che i comportamenti delle persone, allo Sperone o in altri posti, siano coscienti. Non ritenere che le persone possano essere in grado di capire ciò che fanno è per me davvero guardare gli altri dall’alto in basso. Forse si tende a considerare alcuni strati sociali non in grado di autodeterminarsi perché così si può reiterare all’infinito "l’aiuto" compassionevole. Occorre ammettere che, in Via Libertà, allo Sperone, dove abita tanta gente perbene, colta e onesta, o in qualsiasi altro posto a Palermo, si possono mettere in campo, attraverso modalità palesi o discrete, giusti o errati comportamenti deliberati e consapevoli. Va detto, infine, che occorre evitare l’altra faccia del giustificazionismo, che è il colpevolismo ad ogni costo. L’approccio deve essere diverso. A tutti i cittadini e le cittadine di Palermo devono essere riconosciute le capacità di contribuire a modellare una città sempre migliore. Cercando di abbandonare i pulpiti dai quali si pretende d’insegnare, fornendo magari alibi perniciosi che diventano montagne, a esseri umani che capiscono molto bene.

venerdì 3 aprile 2020

Cambieremo dopo il virus? Proviamoci.


La Repubblica Palermo – 3 aprile 2020
Cosa insegna la quarantena a noi e a chi amministra
Francesco Palazzo
Molto interessante la riflessione sulle città post epidemia di Maurizio Carta, pubblicata su queste pagine. In queste settimane vedo un frammento di Palermo da una finestra che guarda una grande piazza, in genere è caotica, disordinata, piena di smog. Adesso è lineare, silenziosa, pulita, percorsa dai mezzi che hanno davvero necessità di essere su strada. La stessa cosa, penso, si possa dire di altre parti del capoluogo e della Sicilia. Ci sono le foto che impazzano sui social a dimostrarlo. E allora ti fai due domande. Ci voleva un impercettibile virus per farci vivere in maniera più ecologica, rispettosa del territorio, di noi stessi e degli altri? La risposta al primo quesito è semplice e dolorosa. Più creativa può essere la reazione alla seconda domanda. Cosa possiamo fare come palermitani (ma simili riflessioni si possono avanzare per ogni parte del pianeta tenendo conto delle specifiche differenze), per non tornare a come eravamo prima, portandoci appresso le, poche, virtù, e lasciando per strada i, tanti, vizi? Ci sono due dimensioni che si intrecciano. Una legata alla vita personale, familiare, sociale e l’altra alle dinamiche che possono innescare le amministrazioni cittadine, centrale e circoscrizionali. Ecco, una prima cosa che si potrebbe mettere in campo da parte del consiglio comunale è quella di portare finalmente a compimento il decentramento. Che significa municipalità e capacità più attente e tempestive di intervento sui territori. Perché dobbiamo ricordarci che una città, a maggior ragione una metropoli, è fatta di tante realtà, tutte bisognose di cure e interventi differenti. Un altro aspetto che ci possiamo portare nel bagaglio amaro, drammatico, di queste settimane, che forse saranno mesi, è che c’è bisogno di più controllo del territorio. Se è possibile metterlo in campo in un periodo d’emergenza, si può continuare a farlo pure dopo. Un altro punto che l’amministrazione di questa città deve continuare a curare, come si fa in questo periodo attraverso i video, è il dialogo costante con le persone, i cittadini. Anche attraverso, quando recupereremo la socialità, assemblee pubbliche nelle varie zone della città. Per raccontarsi questo brutto frangente e capire come ripartire. Insieme e meglio. Dicevamo che c’è pure una dimensione personale, familiare, sociale che il virus ci impone di rivedere non soltanto adesso. Innanzitutto l’uso scriteriato dei mezzi privati. Dopo tutto questo dovremmo imparare a chiederci se tutti i nostri spostamenti inquinanti sono sempre necessari. Ma anche nell’uso del territorio, nel quale ciascuno fa ciò che vuole, dovremmo portarci appresso qualche fermo immagine delle strade come sono ora. Senza seconde o terze file, senza mezzi davanti agli scivoli o sulle strisce pedonali. Comportamenti che a Palermo sono la norma. Un terzo ambito, tra i tanti sia chiaro, ciascuno faccia la sua analisi, su cui sostare bene dopo, a prescindere dai divieti, è il concetto di divertimento. Che non può essere selvaggio, predatore e non rispettoso delle altrui esigenze di vita. Proviamo dopo a mettere in campo una movida gentile e non selvaggia. Una vita relazionale, anche diurna, improntata all’empatia, alla comprensione che non siamo da soli e non possiamo salvarci da soli ma attraverso un’ordinata vita comunitaria. Dovremmo curare l’esterno come facciamo con le nostre case. Anche collaborando a segnalare sia ciò che non va che i comportamenti sbagliati. Come facciamo adesso. Non è fare le spie. E’ costruire civiltà. Ma prima di fare tutto ciò, di vedere la speranza in fondo al tunnel, di uscire fuori da esso e respirare a pieni polmoni, dobbiamo fare in modo, altrimenti chissà quando rivedremo la luce, di mettere in sicurezza, per tutto il tempo che occorre, chi ci sta aiutando, ossia il personale sanitario. Se cadono coloro che ci vengono in soccorso, che non sono eroi, ma professionisti che devono essere messi in condizione di svolgere al meglio il loro lavoro, avremo molte difficoltà a riveder le stelle, come scrive il sommo poeta alla fine dell’inferno. E di conseguenza a immaginare e vivere un futuro migliore del tempo che ha anticipato la venuta del coronavirus.


venerdì 28 febbraio 2020

Le tante vasate di troppo che il coronavirus ci aiuta a non dare.

La Repubblica Palermo – 28 febbraio 2020
Se il "vasa vasa" cede al virus potrebbe non essere un male 
Francesco Palazzo
Saranno stati gli Arabi o gli Spagnoli? Certamente non i Normanni o i Savoia. Oppure, chissà, l’origine potrebbe sorprenderci. Prima o poi si dovrà scrivere, se già non c’è, o aggiornarla, se c’è, al tempo del coronavirus, la storia della vasata siciliana. Servirebbe a rispondere alla seguente domanda: quando c’è stata la vasata zero? Ci farebbe capire quando abbiamo iniziato a sentire il bisogno di strusciare le nostre guance, talvolta allungando pure furtivi baci, su quelle di parenti, amici, colleghi, semplici conoscenti o estranei. Perché capita pure questo. Dopo aver parlato, durante una cena di gruppo o una serata in compagnia, con una persona, sino a quel momento sconosciuta, si sente l’irrefrenabile trasporto, quando si passa ai saluti finali, di lasciarsi reciprocamente il bollo sulle guance. Pure nelle funzioni religiose abbiamo trasportato la vasata, arricchendo di siciliano affetto il segno della pace. Ma cosa fu tutto questo baciare? Diciamo fu, visto che in tempi di coronavirus (che dobbiamo però affrontare con le giuste contromisure senza farci prendere dal panico e tornando a fare una vita normale), sembra che la pratica venga messa da parte. La stessa chiesa, è accaduto durante una celebrazione eucaristica a Sciacca, raccomanda di surrogare la stretta di mano del segno della pace con uno, seppur partecipato, sguardo. La Conferenza episcopale siciliana ha emanato una direttiva che sospende il segno di pace o invita a sostituirlo con un inchino che odora di cultura giapponese. Forse sentiremo la mancanza esteriore di questo gesto. Ma nella sostanza? Torniamo alla nostra domanda, allora. Cosa c’è dietro questo vasa vasa generalizzato che ci segue come un’ombra sin dalla nascita e che ora viene messo in discussione? Forse non molto in termini di condivisione esistenziale e di capacità empatica verso l’evangelico o laico prossimo. Probabilmente c’è tanto di una grossolana percezione degli universi familiari, amicali o di colleganza. Come fanno ad altre latitudini, si può allo stesso modo partecipare la presenza bilaterale scambiandosi sguardi, sorrisi, saluti, senza passare all’approccio fisico. Magari comportandosi così non soltanto nelle proprie cerchie, che spesso somigliano a piccole tribù, ma estendendo a tutti i nostri incontri un approccio cordiale non vasativo. Sì, certo, ci sono baci, pardon, vasate, dati con vero trasporto e sentimento. Questa categoria non può essere messa in discussione da nessuno. Possiamo invece, in questo frangente nel quale ci accorgiamo che abbiamo un corpo oltre la rete e i social, procedere a una verifica virtuosa della vasatina sicula sparsa dappertutto. Insomma, che l’industria del vasa vasa possa avere un momento di crisi non è affatto detto che sia un male. Anche senza le vasate verremo fuori presto da questo periodo, in cui non sta accadendo nulla di così grave, con molta più umanità. Basta vedere come ci guardiamo nelle ultime settimane. Da quando abbiamo scoperto che gli altri non sono soltanto like, commenti, post o messaggi. Ma esseri viventi. Proprio come noi.

domenica 16 febbraio 2020

Baby gang, quartieri da leggere bene e i ritardi e gli errori della politica.



La Repubblica Palermo – 15 febbraio 2020
Baby gang e non solo, le occasioni perdute nei quartieri di periferia
Francesco Palazzo


Sulla vicenda del ragazzo senegalese fatto oggetto di violenza a sfondo razziale, abbiamo letto di baby gang provenienti dai quartieri Sperone e Brancaccio. Il rischio della generalizzazione è altissimo, dobbiamo cercare di tenerlo lontano. Non ci fa capire il problema e non ci consente di apportare i necessari rimedi. Una premessa. Si dice che Palermo è una pacificata città multietnica. Forse su questo versante faremmo bene a togliere qualcuno dei tanti punti esclamativi di soddisfazione, sostituendolo con qualche domanda. C’è in questo momento, e Palermo non è un’isola felice, un odio sociale e social che va ben al di là delle baby gang. Sulle quali è corretto ragionare. Dunque, i quartieri Sperone e Brancaccio. Allo Sperone diversi decenni fa si è proceduto ad una massiccia installazione di edilizia popolare, con pochi servizi, in un posto che aveva una sua storia. Il risultato di queste scelte è scontato. La stessa cosa sarebbe accaduta se tale insediamento fosse stato impiantato nel quartiere Libertà. Ricordando però che allo Sperone ci sono tantissime famiglie che mandano regolarmente i figli a scuola. Su Brancaccio l’analisi va fatta chiedendoci, innanzitutto, cosa ne è dell’operato di don Pino Puglisi a 27 anni dall’omicidio. Egli cade perché impegnato a risollevare socialmente un centinaio di famiglie che erano state deportate in alcuni stabili, che da residenziali diventarono in parte popolari. Contemporaneamente 3P lavora con gli adulti residenti in quella zona proprietari di appartamenti, i quali avevano dato vita al Comitato Intercondominiale Hazon. Persone che avevano iniziato un percorso di protagonismo civile che dava fastidio alle cosche e alla malapolitica. Il restante tessuto sociale, dal punto di vista della scolarità, complessivamente non era e non è molto differente dai quartieri centrali di Palermo. Basti pensare che, oltre l’ottimo lavoro pastorale svolto da alcuni parroci con i giovani, don Puglisi trova pure un luogo di cultura in parrocchia. Tanti ragazzi e ragazze del luogo, nel 1989, avevano dato vita, con un atto costitutivo e turni di apertura, alla biblioteca Claudio Domino, con oltre tremila volumi presi dalle case degli abitanti di Brancaccio e in parte regalati dalla Facoltà Teologica, che fornì gli scaffali espositivi. Ora, a 27 anni dalla scomparsa di Puglisi, la situazione è più o meno questa. Nella zona di Via Hazon il contesto si è ancora di più deteriorato e non c’è più traccia di un movimento di adulti che si occupi di politica territoriale. Inoltre, si è ghettizzata un’altra parte storica del quartiere mettendo un muro al posto di un passaggio a livello. Va detto che Puglisi viene fatto fuori non perché lavora anche con i bambini, ma per la circostanza che si muove all’unisono con degli adulti che chiedevano diritti a schiena dritta e non favori attraverso le clientele politiche. Cosa che per la verità era iniziata prima di don Pino. Nella seconda metà degli anni ottanta, piena primavera politica, vi furono diverse riunioni della giunta comunale a Brancaccio. Gli abitanti del quartiere non avevano alcuna paura a schierarsi con chi faceva apertamente antimafia, prima che divenisse uno sport sin troppo facile. Ne uscì fuori un opuscoletto, Ricostruire Brancaccio, dove si elencavano le opere programmate nel quartiere e le nuove proposte. Perché, capite, tutti i nostri ragionamenti atterrano sempre nella pista della - buona o cattiva politica. E allora, perché a Palermo, finalmente, non si manda un segnale verso i rioni, soprattutto periferici, dando vita e compimento al decentramento dopo 40 anni? Delle piccole municipalità, lavorando con le realtà locali, potrebbero occuparsi meglio dei territori e della qualità della vita che in essi si svolge. Intervenendo, se dotate di poteri e soldi, tempestivamente e preventivamente. Le baby gang pongono a tutti domande, non sono un palcoscenico per facili risposte. Ciascuno, soprattutto i livelli istituzionali, risponda al meglio delle sue possibilità e delle proprie prerogative.

martedì 11 febbraio 2020

Il maxiprocesso, il dopo stragi e la mafia ancora tra noi.

La Repubblica Palermo – 11 febbraio 2020
Il maxiprocesso 34 anni dopo, ma la mafia non ha ancora perso
Francesco Palazzo


34 anni fa, 10 febbraio 1986, iniziava a Palermo il maxiprocesso alla mafia nell'aula bunker costruita in brevissimo tempo. Durò quasi 6 anni, sino alla pronuncia della cassazione nel gennaio 1992. Gli uomini d’onore alla sbarra, condannati sino all'ultima sentenza, anche se speravano, viste le collusioni e le contiguità, di farla franca ancora una volta. Due rappresentanti della magistratura, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lo Stato, tutti noi, non abbiamo saputo proteggere, si misero in evidenza per i loro meriti e non per un’antimafia caricata a salve, o di cartone, che negli ultimi anni abbiamo avuto la sventura di conoscere. Sembrò mutare tutto in quel momento storico. Il verde di quell'aula, somigliante a un’astronave calata sulla Sicilia, pareva annunciare una mafia quasi all'ultimo miglio. Ma non fu così. O era un miraggio quel traguardo oppure da qualche parte si alzò il piede dall'acceleratore. Ci attendevano anni tremendi, due stragi, l’uccisione di un prete e gli attentati stragisti in continente. Segno, come abbiamo veduto, di una mafia con le tende ben piantate oltre lo stretto. Dopo la stagione delle bombe, sulla quale non si è fatta piena luce nei suoi aspetti più oscuri ed inquietanti, e ciò è veramente incredibile, abbiamo avuto una fase di sommersione dei mafiosi. Che non ha voluto dire fare meno affari durante la reazione di alcuni apparati statali. Alcuni pezzi, perché quando diciamo Stato, e considerato che Cosa nostra ha attraversato tre secoli, non ci è difficile immaginare che non tutti i vari settori delle istituzioni, così come non tutti noi, anzi una minima parte di società, abbiamo combattuto questa battaglia di libertà e di civiltà. Poi, sino ad oggi, un ingresso sempre più largo nell'economia legale e finanziaria da parte delle cosche, non lasciando da parte, come ci dice l’ultima relazione della DIA, il classico traffico di droga, che va di pari passo nei quartieri con il ritorno della vendita, alla luce del sole, controllando così meglio i territori, delle sigarette di contrabbando. Inoltre, c’è la persistente suddivisione in mandamenti e il ritorno del baricentro a Palermo, vecchie coppole storte, come prima dell’ultima guerra di mafia. Che continua a comandare nei territori, soprattutto nei quartieri popolari, incassando ancora un discreto consenso. Allora, a 34 anni da quel febbraio del 1986, quando vivevamo gli ultimi anni della prima Repubblica, la situazione potrebbe essere la seguente. È come se si vedesse in campo una mafia che viene braccata solo militarmente da indagini, arresti, sequestri e confische (beni che però lo Stato non sempre ma spesso porta al fallimento gestendoli malamente). È un grande passo in avanti, che però traccia un orizzonte limitato e destinato a spostarsi continuamente. Si è forse, rispetto a quando sembrava possibile, sia ai tempi del maxiprocesso che dopo le stragi, rinunciato di fatto a eliminarla completamente dalla scena sociale, politica ed economica, la mafia e i suoi compari?

domenica 19 gennaio 2020

Fiducia nell'impresa privata e grandi opere e infrastrutture per tenerci i giovani.


La Repubblica Palermo – 19 gennaio 2020
Perché temere l’impresa privata se può aiutare l’Isola a crescere?
Francesco Palazzo
Un grande spettro si aggira per Palermo, il ricorso al privato. Ogni volta che si parla di qualcosa da realizzare o da assegnare attraverso la concessione di un servizio o la cessione di uno spazio pubblico, si agita sotto i nostri occhi questa ancestrale paura. Del resto comprensibile in un posto dove la mano pubblica deve entrare su tutto. Con le storture e i problemi finanziari che questo modo di reagire alla modernità ha creato nel tessuto politico, sociale ed economico. Ciò non ha fortificato nessuno, rendendo debole la sfera pubblica e pressoché assente quella privata. Lo sanno molto bene i nostri giovani neo-specializzati in altri atenei dopo il triennio fatto a Palermo, che vanno via dopo il periodo delle feste. Vacanze trascorse in una città che li ha visti nascere e nella quale ormai, te lo dicono chiaramente, non riuscirebbero più a vivere a causa, innanzitutto, di un sistema quotidiano di vita abbastanza lontano da quello delle fredde, ma funzionanti, città del Nord dove hanno piantato tende e futuro. Perché poi le cose, a proposito di privato che non riesce a emergere oltre che per propri limiti anche per le difficoltà che trova a esprimersi, le toccano con mano. Alcuni curriculum presentati in maniera spontanea, visto che spesso le posizioni aperte non vengono inserite, e nessuna risposta. Mentre in Emilia-Romagna, in Lombardia, nel Nord in generale, vedono tutto chiaro online e poi ricevono conferme con immediati inserimenti nel mondo del lavoro, addirittura potendo scegliere. Da noi, per affrontare la questione, c’è sempre la richiesta di favorire il trapianto di grandi realtà imprenditoriali, che dovrebbero essere favorite attraverso varie misure, per generare lavoro. Può funzionare? Qualche esperienza passata ci dice che sono più i problemi che a lungo andare si hanno, anche ambientali e come snaturamento delle vocazioni territoriali, che i benefici. Pure sul piano occupazionale (un esempio è Termini Imerese). Un privato endogeno, certamente con collegamenti nazionali e internazionali, che traesse dalla Sicilia la sua ragion d’essere, potrebbe essere la chiave. Purché la smettiamo di considerarlo un nemico da combattere. Magari non fissandoci soltanto sul comparto turistico. Che va utilizzato al massimo, senza però veicolare la leggenda che una città metropolitana di un milione e duecentomila abitanti e una regione di cinque milioni di residenti possano vivere soltanto di questo. Anche se la costruzione di una grande infrastruttura come il ponte sullo Stretto, che non sarebbe soltanto il collegamento tra due rive, significherebbe mettere le basi per l’alta velocità pure in Sicilia, portandosi dietro per induzione tutte le infrastrutture interne che mancano o che sono carenti, con formidabili ricadute sul comparto turistico. Ma non soltanto. Ci sarebbe una generale iniezione di fiducia sia per il privato che opera in Sicilia, sia per chi ci guarda da oltre Stretto. Su tutto va allontanata, altrimenti davvero sarà impossibile dirigerci verso mete diverse se non quelle asfittiche che ben conosciamo, la predisposizione al vittimismo, al sicilianismo piagnone, a quello che ci hanno tolto, retrodatando in alcuni casi il datario al periodo dell’Unità d’Italia. Un piatto ormai rotto, ammesso che sia mai stato sano, dove non può più mangiare nessuno.

domenica 12 gennaio 2020

Palermo: ZTL notturna, movida selvaggia, panormosauri diurni e carenza di controlli.


La Repubblica Palermo – 11 gennaio 2020
Movida selvaggia, anzitutto i controlli
Francesco Palazzo
La Ztl notturna c’è in altre città, così come ci sono comunità che di sera la sospendono. Magari a Palermo ci potevamo evitare annunci e retromarce che hanno creato il minimo di cambiamento, anzi sinora nessuno, e il massimo di malcontento, come ha scritto giovedì scorso su Repubblica Palermo Fabrizio Lentini. Limitare l’uso dei mezzi privati è un modo di gestire una grande metropoli del tutto condivisibile. L’aria che respiriamo, la salute, le strade, i monumenti non possono che guadagnarci. Così come dovrebbe essere conseguente dare a tutti i cittadini, sia che stiano in zona Libertà, sia che abitino alla Bandita, la possibilità di muoversi senza dovere ricorrere al proprio manufatto di latta. Va detto perché tutte le discussioni su Palermo sembrano riguardare solo un piccolo quadrilatero. Il resto rimane fuori, lontano, sbiadito, quasi inesistente. Nello specifico della Zona a traffico limitato serale e notturna i punti di confronto ci sembrano due. Prima questione. Si può affrontare la "movida selvaggia", che mette insieme i vizi, il non rispetto delle norme di alcuni locali, abusivi o autorizzati, e quelli dei palermitani incivili, con un rimedio che attiene alla mobilità? Secondo punto. Queste modalità "selvagge" di comportamento sono esclusive dei luoghi della movida, oppure tali modi di essere sono la risultante aberrante di prassi che riguardano tutta la città e gran parte dei palermitani? Se la "movida selvaggia", che rende la vita difficile ai residenti che non riescono a dormire o addirittura a uscire e a rientrare nelle proprie abitazioni, è una questione di ordine pubblico, deve essere affrontata con il controllo costante del territorio. Perché chi non può riposare di notte, o non riesce a prelevare l’auto dal garage, non aggiunge nulla alla propria qualità della vita se a porre in essere comportamenti assurdi è chi ha pagato l’ingresso notturno nel recinto della Ztl. Una cosa è la mobilità, ed è giusto indirizzare le nostre vite, dando però alternative vere e agibili, al centro come in periferia, verso l’utilizzo dei mezzi pubblici. Un’altra la sorveglianza da parte delle forze dell’ordine chiamate a verificare chi rispetta le regole e chi no. Confondere i due livelli porta confusione e rischia di non risolvere né i problemi della mobilità né quelli della movida. Che ci introduce all’altro punto della riflessione. La chiamiamo "selvaggia", ma dobbiamo riflettere su un aspetto fondamentale che ci sta dietro. Non è che il palermitano diventi "selvaggio" nell’utilizzo della propria libertà territoriale soltanto di sera. L’indecente, invadente e rumoroso panormosauro notturno non è molto diverso da quello diurno. Per gli esempi non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Se fai notare criticamente a qualcuno ciò che è la norma per quasi tutti, rischi insulti o, peggio, un’aggressione, come è capitato al giornalista tedesco picchiato nel novembre scorso in piazza San Francesco d’Assisi. La "movida selvaggia", che rende la vita impossibile a tanti, è dunque soltanto la risultante, il prodotto finale, di un uso poco urbano e generalizzato del territorio. Dove ciascuno nel quotidiano fa, praticamente indisturbato, ciò che vuole. Va detto che, talvolta, anche segnalare illegalità lampanti e a favore di telecamere, non porta a nulla. Come diceva il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, è la somma che fa il totale. È il mettere uno dietro l’altro, sommandoli, i modi di fare giornalieri, da quando si esce di casa la mattina a quando si rientra la sera, che fa materializzare ai nostri occhi il risultato complessivo. Per curare e sconfiggere la movida incivile dobbiamo contemporaneamente affrontare e risolvere, con i controlli quotidiani di chi è preposto a tali operazioni, le tante modalità non urbane che costituiscono l’intero mosaico delle giornate di moltissimi panormosauri. Rispetto a questo mosaico la tessera della "movida selvaggia" che toglie la pace e il sonno a tanta gente costituisce soltanto l’ultimo, in ordine temporale, coerente tassello.

venerdì 27 dicembre 2019

Le messe nei luoghi pubblici e ciò che occorre ai ragazzi, come esempi e insegnamenti sulle spiritualità.


La Repubblica Palermo – 27 dicembre 2019
Libera Chiesa e libera scuola. Per vivere il cristianesimo non affidiamoci alla "tradizione". 
Francesco Palazzo
     
                                                                  Le messe natalizie celebrate nelle scuole, o in altri luoghi che hanno carattere laico, non fanno del male a nessuno. Ma, considerata la quantità di chiese dove giornalmente si ripercorre il mistero eucaristico, pure non farne una in un posto non dovrebbe essere una pietra d’inciampo colossale. Nel nostro caso ci riferiamo all’istituto comprensivo "Agrigento centro", nel quale, su richiesta di alcuni genitori atei e per la presenza di bambini di religioni diverse, è stata annullata la celebrazione già autorizzata. Chi l’aveva organizzata e quanti volevano partecipare, alunni e famiglie, potevano comunque recarsi nel duomo della città o in una chiesa capiente per assolvere l’atto di precetto cattolico legato al Natale. Il cattolicesimo merita rispetto né più né meno di altre confessioni. Certo, sarebbe interessante verificare le reazioni alle richieste di far svolgere in locali scolastici riti o momenti di preghiera appartenenti ad altre religioni. Anche se, essendo l’aspetto religioso un tratto peculiare della storia umana, si dovrebbero piuttosto fornire ai discenti approfondimenti completi sulle diverse spiritualità. Sarebbe un serio arricchimento formativo non soltanto per loro ma pure per le famiglie. Quando una messa viene sospesa per motivi di pluralismo, da più parti si afferma che si mette in discussione la "nostra" tradizione. Importantissime le tradizioni, sia chiaro: su di esse troviamo impiantate forti radici, dei singoli e di intere comunità. Tuttavia, a parte il fatto che presentano pure delle innovazioni nel tempo, bisognerebbe capire e interrogarsi su quanto ci sia di formale e di sostanziale nel professare il cristianesimo nell’alveo del cattolicesimo. Davvero i comportamenti quotidiani dei cittadini siciliani esprimono sempre la parte più bella della tradizione cristiano-cattolica cui la quasi totalità dei nostri conterranei dice di ispirarsi? Sia consentito qualche piccolo dubbio, che è sempre l’anticamera non della verità, materia incandescente, ma della tolleranza e della vera comprensione. Se quanti seguono il credo cattolico, pieno di aspetti molto profondi, andassero alla sostanza del loro essere al di fuori dei riti, magari si litigherebbe meno intorno alle celebrazioni. Le religioni, non solo quella cattolica, si vivono soprattutto fuori dai templi. Guardiamo l’esempio del Cristo narrato dai quattro Vangeli. Visse i suoi ultimi anni di vita pubblica tra la gente, immerso nella vita di tutti i giorni. Con la sua testimonianza ci dice che è nel quotidiano, non nei riti, pure densi di significati, che va cercato il senso di quanto si pone in essere come umanità in cammino. Considerato che durante la veglia natalizia del 24 abbiamo ricordato la nascita di un bimbo in una mangiatoia, il quale ci insegna a guardare poco alle forme e alle formule, e molto agli esseri viventi e alle loro storie, può essere utile riflettere sul nocciolo della fede cristiana. Evitando di perdersi nei dettagli e di far smarrire in essi i più piccoli.


martedì 17 dicembre 2019

La Villa Deliella delle sorelle Pilliu.


La Repubblica Palermo – 17 dicembre 2019
La storia interminabile e senza lieto fine delle coraggiose sorelle Pilliu
Francesco Palazzo
C ’è una sorta di Villa Deliella nella zona residenziale, borghese, della città di Palermo. A cento metri circa dallo stadio Barbera, a pochissimi passi dal nostro bel parco della Favorita, che aspettiamo diventi il nuovo Teatro Massimo con l’istituzione di una fondazione che lo gestisca. In realtà non trattiamo di un accadimento ignoto ai più. Anzi è abbastanza noto. E la cosa paradossale, incredibile, è proprio questa. Che pur essendo straconosciuti i fatti, siamo ancora lì, di fronte a una matassa irrisolta, come lo eravamo 20 e passa anni fa. Transitando da Piazza Leoni sarà a tutti capitato, impossibile non accorgersene, di vedere dei ruderi e chiedersi come mai in mezzo ai palazzoni c’è una situazione di questo tipo. La vicenda delle sorelle Pilliu, di origini sarde ma palermitane di nascita, viene fuori ogni tanto, ultimamente è stata la trasmissione de Le Iene a rimetterla in evidenza. Ed ogni volta, come i bambini che fanno oh della famosa canzone, c’è una levata di scudi, una chiamata alle armi dell’indignazione, per poi fare tornare tutto nella panchina senza tempo dell’oblio. Sarà così pure questa volta? Vedremo. È una storia di straordinaria opposizione, tenace e coraggiosa, a rendere indisponibili delle proprietà sull’altare del sacco di Palermo, che spesso vide in scena interessi di vario tipo, da parte delle sorelle Savina e Rosa. I due fabbricati nel frattempo hanno ceduto, le proprietarie sono state riconosciute non responsabili ma tutto rimane come incantato, congelato. Le Pilliu gestiscono da diversi decenni un’attività di generi alimentari e prodotti sardi nella vicinissima Via del Bersagliere al civico 5. Dove sono stati organizzati in questi giorni un raduno per un saluto e un aperitivo solidale. Cose che non possono che essere condivise, è ovvio, ma una cena di solidarietà si svolse nel 2006, chi scrive la ricorda bene perché pubblicò un commento per questo giornale. Ma siamo ancora qua con le mani in mano e lo stupore di fronte al già visto e saputo. La vera svolta concreta, non sappiamo bene da chi dipenda ma è incredibile che dopo alcuni decenni non si riesca a intervenire in nessun modo, sarebbe quella di dare seguito, concretamente, abbassando a zero i decibel delle parole, al volere delle due congiunte. Che sarebbe quello di destinare tale proprietà, ricostruendola per come era, a delle attività artigianali per chi si trova senza lavoro e non è disposto a pagare il pizzo.

giovedì 12 dicembre 2019

Quelli che vedono i muretti di Mondello e non le montagne e il pontile mai nato di Romagnolo.

La Repubblica Palermo – 11 dicembre 2019
L’attenzione strabica dei palermitani per il loro mare
Francesco Palazzo

A Mondello si è sviluppata una protesta operativa, fatta anche di manifestazioni sul posto, su un muro provvisorio — ma pare che sarà rimontato in estate — che ostacola la veduta di un tratto di mare. Che ci sia un controllo da parte dei cittadini, per mettere in evidenza ciò che non si ritiene adeguato o bello, è cosa buona. Questa attenzione però riguarda tutto il fronte mare palermitano? Se paragoniamo la blasonata costa nord e la sorellastra costa sud meno fortunata (ma il destino dei luoghi lo creano gli umani), notiamo una bella differenza. Non c’è stato, ad esempio, nessun movimento di opinione pubblica simile per le sorti del pontile in legno costruito a poca distanza dall’ospedale Buccheri La Ferla, nel luogo che ospitò un famoso lido. Non si voleva chiudere lo sguardo, in questo caso: tutt’altro. Se le procedure fossero andate nel giusto verso, avremmo una prospettiva invidiabile sul golfo e una passeggiata a ridosso del mare molto suggestiva. Ma oggi siamo davanti a un obbrobrio, sequestrato e recintato dalla forza pubblica per due volte, l’ultima a inizio mese. Una chiusura che somiglia a un muro, seppure innalzato per motivi di sicurezza. Una struttura che avrebbe valorizzato la costa sud sta finendo i suoi giorni in silenzio, senza essere mai stata utilizzata. È stata incendiata e vandalizzata più volte, giace in stato di abbandono. Corretto prestare attenzione a quanto allontana la nostra vista dal mare, ma dovremmo difendere tutto ciò che muro non è. Anche se sorge in un luogo che non ha i quattro quarti di nobiltà di Mondello. Non manca nel quartiere la sensibilità verso la cura e la promozione dei luoghi. Nel mese scorso è nata la Pro Loco Romagnolo. Ma ci vorrebbe anche il coinvolgimento di altri pezzi di città. Più in generale, il punto è che le due aree, Mondello e costa sud, hanno conosciuto storie ambientali molto diverse. La borgata marinara piena di liberty, meta di palermitani e turisti, da zona paludosa è diventata un luogo verso il quale la parte più agiata della città ha puntato gli occhi. La costa sud, che un tempo aveva un mare di eccellente qualità e un litorale da sogno, è divenuta durante il sacco di Palermo una discarica. Altro che muri ad altezza umana: si sono generate delle montagne, chiamate "mammelloni". La mobilitazione per Mondello, e il silenzio verso questo altro pezzo di costa da parte della stessa opinione pubblica, corrispondono a tale stato di cose, ormai dato per assodato. Difficile sperare, una volta archiviata la mobilitazione a Valdesi, che le stesse sensibilità si rivolgano, come simbolo di tutta la costa sud, verso il pontile di Romagnolo. Che non è mai nato ed è quasi morto.

martedì 26 novembre 2019

Una materia scolastica che insegni sentimenti e corporeità.


La Repubblica – Palermo – 26 novembre 2019
Non bastano i convegni, insegniamo ai ragazzi l’educazione ai sentimenti
Francesco Palazzo
Sabato Repubblica Palermo raccontava di una donna che ha subito violenza in un rapporto di coppia e che vive nella paura. Nello stesso giorno abbiamo appreso di un’altra donna, incinta, ritrovata uccisa a Partinico. Ieri abbiamo celebrato la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dall’Onu nel 1999. Il 25 novembre del 1960 tre attiviste politiche, le sorelle Mirabal, furono uccise nella Repubblica Dominicana. Inutile girarci intorno, si tratta di un’emergenza umanitaria. Anche se è difficile definire emergenza ciò che avviene con terribile e precisa cadenza. E non soltanto per gli omicidi o le barbare aggressioni che sfondano il muro della cronaca. Dobbiamo andare più in profondo e ammettere che un’altissima percentuale di donne è sottoposta giornalmente, in famiglia, al lavoro, nella società in generale, a circostanze molto pesanti. Che fanno da muto substrato sul quale poi si ergono le più efferate azioni violente. Che sono soltanto la punta di un vastissimo iceberg. La parte sommersa vede le donne affrontare sottomissioni, molestie, aggressioni fisiche, psicologiche e ricatti sessuali veri e propri. Cosa fare per provare a fermare la cadenza di un femminicidio ogni tre giorni? Sabato Michela Marzano, nella parte nazionale di Repubblica, rifletteva sui tre momenti che interessano tale violenza. Punire i rei, proteggere le vittime, prevenire i delitti. Il primo ambito può ritenersi più o meno coperto da magistratura e forze dell’ordine. Il secondo c’è, anche se spesso in crisi per via dei finanziamenti che scarseggiano. Il terzo possiamo ben dire che rappresenta il vero punto lacunoso. Perché non rivolgerci alle scuole? Sin dalle elementari dovrebbe essere introdotto un vero e proprio corso, avente carattere di stabilità, che potrebbe chiamarsi Educazione ai sentimenti e alla corporeità. Organizzare convegni lascia poco ai discenti. Ci vorrebbe, pur sapendo che ci troviamo di fronte a un fenomeno che viene da lontano e che si sradicherà molto lentamente, proprio un insegnamento specifico. Che parli di emozioni e di corpi, facendone capire l’inviolabilità, la sacralità. Con valutazioni, come avviene per le altre materie, almeno nella scuola media e alle superiori. Chissà, considerata l’autonomia scolastica, se non possa partire proprio dalla Sicilia, che nella casistica di donne uccise quest’anno ha raggiunto il primo posto in Italia, un’innovazione didattica di questo tipo. Dobbiamo essere consapevoli che se non si agisce sull’aspetto preventivo sin dalla più tenera età, insegnando ai bambini cosa non va nemmeno pensato e alle bambine a saper riconoscere i più deboli segnali di non rispetto, sarà molto complicato sgretolare questa enorme montagna di dolore che cresce sempre più. Costruita ogni giorno, va detto per capire la vastità del problema, non da esseri con le facce da mostri. Sarebbe facile liberarcene. Ma da uomini che si palesano apparentemente in società come normali e invece dentro sono soltanto spaventosi.


sabato 2 novembre 2019

Suore e gravidanze, i fanti più chiusi dei santi.

La Repubblica Palermo – 2 novembre 2019
Quei laici bigotti che condannano le suore mamme
Francesco Palazzo




Che novità viene a rappresentarci la circostanza che due donne sono incinte? Capita in ogni famiglia. In questi casi ci si felicita e si porgono i migliori auguri alle future mamme e a coloro che verranno al mondo, conclusa, si spera bene, la gestazione. Tranne che non accada a una suora. In Sicilia gli ultimi due casi. Nel Messinese e nel Ragusano. Ovviamente i social network si sono scatenati. I commenti, molto al di sotto della cintura e del minimo sindacale di decenza, si moltiplicano. Si viene messi alla berlina, con espressioni irripetibili e disumane, solo per il fatto che capita di vivere la cosa più naturale che possa accadere: diventare madre. Anzitutto possiamo notare che a vivere la dimensione sessuale come una colpa e un tabù non sono soltanto gli ambiti strettamente clericali ma pure ampi, laicissimi e moderni strati di popolazione che vivono fuori dalle sagrestie. Poi non si capisce il motivo dell’inconciliabilità tra fede consacrata e amore per un’altra persona e per i figli, anche se da questo punto di vista, e sul diaconato alle donne, buone notizie arrivano dal Sinodo Panamazzonico. Inoltre, ci si può domandare perché quando un prete o un frate vanno via per motivi sentimentali si dice che ha prevalso l’amore. Le donne, invece, sono schiacciate sotto vagonate di violenza verbale, che è come quella fisica. Altro aspetto da rilevare è che si tende a sottolineare in simili occasioni, cosa che non si fa quando sono coinvolti uomini, sacerdoti o religiosi, la bontà delle realtà ecclesiali in cui hanno svolto il loro ministero: «Però era una brava ragazza...». Come se i frutti dell’amore che crescono dentro un grembo sporcassero il terreno circostante. Ma per quale motivo una donna in gravidanza dovrebbe pregiudicare il buon nome di qualcosa o inquietare una comunità, quasi si trattasse di pedofilia o di reati gravi e disonorevoli? Viene fuori un modello culturale, ancora dominante, che vede la donna in una situazione di grave e persistente minorità. Sia tra i santi che tra i fanti.

mercoledì 23 ottobre 2019

Giovani alla guida: le belle prediche e i cattivi esempi degli adulti.


La Repubblica Palermo – 23 ottobre 2019
I rischi dei giovani alla guida e il cattivo esempio degli adulti
Francesco Palazzo


Si parla molto, anche a causa di tragedie che purtroppo si ripetono con triste frequenza, del modo di guidare dei giovani e di ciò che dovrebbero dir loro i grandi per indurli a comportamenti più prudenti. Ma da quali pulpiti dovrebbero giungere tali saggi ammonimenti? Prendiamo Palermo. Molto lungo e articolato l’elenco di cattive pratiche. Anche quelle ritenute più innocue nella loro pur dannosa inciviltà. Ogni mattina, ad esempio, non capisco il motivo di una teoria di seconde file davanti ad una scuola, visto che a poche decine di metri c’è un ampio parcheggio a quell'ora gratuito. I pargoli registrano oggi e imiteranno domani. Siamo in zona residenziale. Con bar dove le montagne di lamiera che si creano fuori, affinché si celebri il rito della colazione palermitana, sono da guinness dei primati. E se lo fai notare, il tipo col macchinone ti dice di farti gli affari tuoi e ti manda a quel paese. Si sente forse rafforzato dal fatto che vede lì auto istituzionali in divieto di sosta quasi a muta “garanzia” della correttezza del suo incivile comportamento. In questi casi, peraltro, accade una cosa strana. Quando timidamente ti fermi per dire a qualcuno che in terza fila, oltre che fermare il traffico fa rischiare qualcuno, visto che si trova vicino a una curva, senti subito il clacson di quelli dietro, che stanno minuti e minuti fermi per il parcheggio creativo, ma non tollerano che tu ti fermi un secondo per far notare a qualcuno la cosa. Come a giustificarlo. Loro evidentemente fanno lo stesso e corrono in soccorso del collega. Così come è fisiologico non arrestarsi sulle strisce pedonali. L’altra mattina ho detto a un cinquantenne, assiso su uno scooter d’ordinanza, se non lo vedeva il passaggio pedonale, considerato che ero posizionato esattamente sopra, al centro della strada, e che mi stava prendendo in pieno passandomi davanti a qualche centimetro, quasi fossi trasparente. Come reazione animalesca, con tutto il rispetto per gli amici animali che sono in realtà dei signori, mi prende a male parole con possibilità di passare, se non mi fossi allontanato, a vie di fatto. D’altra parte tanti attraversano dappertutto tranne che sulle strisce. È pure facile imbattersi in ecologici ultramaggiorenni i quali, essendo in bici, ritengono corretto infilarsi in tutti i sensi vietati. Mettendo in pericolo la loro vita e la tua tranquillità. Non parliamo poi dei motoroni guidati da diversamente giovani che, in città o in autostrada, raggiungono velocità stratosferiche. Viale Regione Siciliana è un mondo a parte. Se vai a settanta, soglia non superabile, ti becchi improperi da tanti adulti che scambiano quel tratto di strada, sul quale spicca per assenza la segnaletica orizzontale, per un autodromo. Per finire questo, limitato, catalogo, non possiamo omettere una consuetudine quasi criminale. Parliamo del fiume di auto che si forma sul bordo dell’autostrada nei pressi dell’aeroporto “Falcone e Borsellino”. Te li ritrovi, questi automuniti, davanti all'improvviso. Non so cosa se ne fanno dei tre euro che risparmiano non pagando il ticket del parcheggio, pur avendo spesso auto dai cinquantamila euro in su. A parte il fatto che dentro l’aeroporto è consentita la sosta gratuita per 15 minuti, i nostri simpatici guidatori avrebbero la possibilità di uscire a Marina di Cinisi sulla strada per l’aerostazione e lì attendere l’ora x. Per carità di patria stendiamo un velo pietoso sugli attempati che armeggiano sui cellulari mentre guidano e sui senza casco. Insomma, quando pensiamo alle imprudenze dei giovani alla guida, riflettiamo seriamente sui nostri comportamenti quotidiani sulle due o quattro ruote. I buoni esempi valgono più delle prediche. E, alla lunga, visto che i piccoli ci guardano e ci copiano, possono salvare giovanissime vite.