lunedì 20 marzo 2023

Una domanda a Papa Francesco. Cosa significa che i mafiosi sono scomunicati?

LA REPUBBLICA PALERMO - 16 MARZO 2023 

SCOMUNICA AI MAFIOSI, COME PASSARE NELLE PARROCCHIE DALLE PAROLE AI FATTI

Francesco Palazzo


In occasione del decennale dalla sua elezione, papa Francesco è tornato a parlare di mafia. Facendo anche il nome di don Puglisi, ha confermato la scomunica per i mafiosi. Siamo nell'anno del trentesimo anniversario dell'omicidio mafioso di don Pino, a cinque anni dalla visita a Palermo di Francesco nei luoghi di 3P e a trent'anni dal monito contro i mafiosi, che era in realtà una scomunica al cubo, di Giovanni Paolo II sotto il Tempio della Concordia. Ci si può dunque chiedere - i tempi sono abbastanza maturi, direi che si viaggia con molto ritardo - cosa esattamente, quotidianamente, vuole significare tale scomunica dal punto di vista sacramentale e pastorale. Dire che la mafia e i mafiosi sono scomunicati in linea di principio può essere appagante per la Chiesa, per il risvolto massmediatico che ogni volta ha tale sentenza pronunciata urbi et orbi. Ma tutto va portato a terra. Dal punto di vista dei sacramenti, a parte casi specifici e isolati, si vietano matrimoni, funerali, estreme unzioni, accostamenti all'eucaristia? Magari ci siamo distratti ma non ci pare. Del resto, se un intendimento non diventa un fatto giuridico, non esiste. Quando la Chiesa vuole, ad esempio con i divorziati risposati civilmente o conviventi, trova il modus operandi. Pertanto, oggi può ricevere l'eucaristia un mafioso conclamato e condannato a ripetizione e in via definitiva, ma non una persona divorziata e risposata civilmente o convivente. Qualche anno fa era stato interdetto in qualche diocesi ai mafiosi il ruolo del padrinato legato ai battesimi e alle cresime. Ora in alcuni contesti diocesani questo ruolo è stato sospeso per tutti. Anche se scrutiamo l'ambito pastorale, per tanti aspetti più importante di quello strettamente ritualistico, si registra poco seguito a questa roboante, e ripetuta sino alla noia, scomunica. Visto che la stringente pastorale di don Puglisi di fatto è stata abbandonata nelle parrocchie, sopravvive nelle cattedrali tra le pieghe di omelie vibranti e certamente negli intendimenti impliciti di qualche parroco. Sia chiaro, fare antimafia oltre le parole, cosa nella quale siamo diventati tutti bravi, non è semplice. Applicarla come ha fatto don Puglisi, che proprio per questo è stato ucciso da mafiosi credenti, è tutta un'altra storia. Della quale però dal 15 settembre 1993, cioè da quella sera di fine estate che pose fine alla vita di un presbitero sul marciapiede di un quartiere di periferia, sono state scritte, al di là dei proclami, poche pagine. Per utilizzare, modificato, il passaggio più conosciuto dei quattro vangeli, il verbo non si è fatto carne. Domenica mattina, durante un passaggio veloce in cattedrale, a Palermo, ho sostato come sempre qualche minuto davanti al posto dove riposa don Pino. Il punto, riflettevo, è se ci si vuole fermare all'aspetto meramente devozionale, magari richiamando in astratto la vita di don Puglisi come esempio. Oppure se si vuole passare, e dopo trent'anni da quel colpo alla nuca sarebbe pure ora, ai fatti. Ossia a una pastorale incarnata nelle parrocchie, non nell'alto dei cieli, che ripercorra le orme del prete di Brancaccio. Il suo metodo. Che era fatto di conoscenza del territorio, azioni su di esso, rapporti con quanti volevano concretamente promuovere cittadinanza libera dalla mafia chiedendo servizi, interazioni adulte con la politica senza chiedere finanziamenti ma sviluppo e contrasto diretto non alla mafia in generale ma alla cosca locale. Non è la prima volta che scrivo queste cose. Ma dalle diocesi siciliane non sembra di scorgere risposte fattive e operative in tal senso. Soltanto buoni propositi. Perciò stavolta, visto che per ultimo, qualche giorno addietro, è stato proprio lui a parlare nuovamente di scomunica ai mafiosi, chiediamo direttamente all'ottimo, e apprezzatissimo in questi dieci anni di pontificato, papa Francesco. Magari lui ci risponderà e ci farà capire qual è la strada che la Chiesa, dopo aver messo agli atti la scomunica alle mafie, vuole percorrere nelle parrocchie dei quartieri, dal Sud al Nord del nostro Paese, giorno dopo giorno. Altrimenti non ci resterà che attendere la prossima volta in cui la Chiesa cattolica ci dirà che i mafiosi sono scomunicati. 


https://palermo.repubblica.it/commenti/2023/03/16/news/scomunica_ai_mafiosi_come_passare_nelle_parrocchie_dalle_parole_ai_fatti-392298381/?fbclid=IwAR0FZ__TVxB3Lj7Y0oPeTqNZ5rT_sGIhtG-a-7NZ46nqBFF7KbT-E7o2Yo8 

 

lunedì 23 gennaio 2023

Le minoranze antimafia e l'ideologia che assolve il popolo non borghese connivente.


          La Repubblica Palermo

        21 gennaio 2023

Non solo borghesia: il consenso alla mafia è ancora ampio e trasversale

          Francesco Palazzo


In questi giorni da tanti versanti si torna a parlare di borghesia mafiosa. Va detto che il concetto di borghesia nel ventunesimo secolo non è facile da coniugare come si poteva con più facilità fare nei decenni scorsi. Quando bastava dire, durante le ideologie imperanti, soprattutto a sinistra, la sola parola borghesia per lasciare intendere qualcosa già da sola non proprio potabile. Ci sono ancora strascichi di quelle ideologie, che beninteso avevano dentro molti aspetti positivi? Non possiamo escluderlo. Nel nostro caso ci si riferisce a soggetti della borghesia, posizionati nei più svariati luoghi, che aiutano Cosa nostra. I fatti del passato e del presente sono evidenti. Dunque la riflessione su tali individualità, perché sempre di singole persone si tratta, che possiamo senz'altro collocare nell'ambito della borghesia che va a braccetto con le mafie, dobbiamo farla. Solo che spesso, per non dire sempre, magari riverniciando pure in questo caso frammenti di ideologismi novecenteschi, si ritiene di dover assolvere o non colpevolizzare più di tanto il popolo non classificabile nell'album della borghesia. Arrivati a questo punto, a me il ragionamento pare ogni volta abbastanza zoppo, per non dire per nulla conducente. Perché, se non si vuole guardare la realtà con un solo occhio, cosa che in genere non porta a grandi traguardi di analisi, soprattutto quando si parla di lotta alla mafia, occorre aprire pure l'altro. E ammettere che nella cultura popolare, ammesso e non concesso che tra popolo e borghesia ci sia una netta cesura, si annidino ampi spazi di consenso quotidiano, voluto e ragionato, verso la criminalità mafiosa. Diciamolo chiaramente. Tra il detto e il non detto, tra l'implicito e l'esplicito, c'è questo problema. La borghesia colpevole, e il popolo senza colpe, visto che si troverebbe sostanzialmente a subire quello che è il più grande luogo comune che nel Mezzogiorno giustifica tutto. Ossia la presunta assenza dello Stato. Che invece è presente in tutto lo Stivale, certo con le carenze che conosciamo, ma pure con tanta autorevolezza. Da Nord a Sud. A meno che non si vogliano ancora ingrossare le acque del vittimismo piagnone. Se così è, bisognerebbe porsi una domanda e darsi una risposta. Messo agli atti che le consorterie criminali organizzate hanno succursali pure nel Centro-Nord, perché le mafie hanno allignato nella parte meridionale del Paese e continuano a essere presenti in tutto il Sud? Tutta colpa della borghesia mafiosa? Se questa è la sola risposta, dovremmo forse fare uno sforzo di analisi. Ammettendo che l'appoggio alle mafie è trasversale nella società. E che non esistono aiuti di serie A, quelli di alcuni individui della borghesia, e accondiscendenze di serie B, cioè quelle provenienti dalle fasce popolari. Siccome questo doppio binario, che potremmo plasticamente chiamare alta velocità e asino e carretto, non ha nessun assioma su cui basarsi, e dunque non esiste, ci tocca ammettere che il quadro è diverso e abbastanza complesso. A meno che non ci siano coloro che hanno capito tutto delle mafie e su come combatterle. Allora saremmo a posto. Ma a posto non siamo. Perché se le mafie vivono con noi spalmate su tre secoli sinora, Ottocento, Novecento e Duemila, e magari toccheranno il quarto, vuol dire che magari nel capirle e combatterle abbiamo ampi margini di miglioramento. Se andiamo nei quartieri di Palermo, tale parte non irrilevante, anzi gigantesca purtroppo, di problema la possiamo misurare ancora oggi in maniera abbastanza semplice e diretta. A meno che non ci facciamo condizionare da qualche applauso e da manifestazioni in cui sono più i giornalisti che i presenti. Quando parliamo di antimafia militante, di popolo o borghese che sia, ma tale differenza non esiste, dobbiamo ammettere che ci riferiamo a una piccola minoranza. Sicuramente c'è rispetto a prima una maggiore sensibilità, ma non più di questo. E siccome peraltro le fasce popolari sono più numerose della borghesia in senso stretto, magari il consenso maggioritario, e non meno dannoso di quello borghese, verso le mafie, non soltanto quella siciliana, rischiamo di trovarlo, e io ritengo che sia proprio così, tra il popolo.  



domenica 8 gennaio 2023

Noi e Biagio Conte. Contemplazione del cielo o azione nella città?

 

La Repubblica Palermo – 6 gennaio 2023

Biagio Conte e la vocazione di essere santi "quotidiani"

Francesco Palazzo





Sono passato ieri pomeriggio, come tanti palermitani e non, dal posto dove Biagio Conte sta percorrendo un passaggio della vita. Mi sono fermato fuori dalla casetta, a una decina di metri, non sono andato avanti, mi sembrava di disturbare. Ero stato nella sede della missione di Via Decollati nel 2004. Stavo scrivendo per questo giornale una serie di puntate sul volontariato e una era dedicata proprio a quanto lui stava facendo. Il pezzo di allora partiva con Birillo, Speranza e Carità, le tre mascotte canine che allora gironzolavano e facevano a modo loro una parte di lavoro. Ne ho parlato proprio ieri con don Pino Vitrano, il prete da sempre vicino a Conte. Mi ha chiarito la storia di Birillo che era stato maltrattato e accolto in missione. Biagio Conte mi chiamò al cellulare qualche anno fa dalla postazione dello sciopero della fame che allora ebbe come sfondo il luogo dove hanno ucciso Puglisi. Aveva dopo tanti anni letto quel pezzo e si era commosso, mi disse, nel ricordo dei cani. Anche ieri il sito di Via Decollati era come vent'anni fa. Perfetto e nello stesso tempo un cantiere aperto. Ieri Riccardo Rossi, il giornalista che dal 2018 ha scelto di vivere nella traiettoria del frate laico insieme alla moglie, mi diceva che in questi ultimi giorni stanno accadendo tante cose straordinarie. L'ho conosciuto, Riccardo, in cima alla grande scalinata delle Poste Centrali, in occasione di un altro sciopero della fame di Biagio. Un particolare colpisce da quando si è appreso delle condizioni di salute della persona che iniziò la sua avventura sotto i portici della stazione centrale di Palermo. Ripetono in tanti, come una cantilena, soprattutto nei social, che ci vorrebbe un miracolo. Come se il passaggio più critico nell’esistenza di ciascuno di noi, non fosse un fatto della vita. E come se, soprattutto, tutta la santità si fosse trasferita a Palermo in un solo uomo, che deve "per forza" esserci. Ma il miracolo è già avvenuto e se continuerà a ripetersi dipenderà da ciascuno di noi. Perché il messaggio che Biagio Conte ci comunica con la sua vita è quello, per me, che tutti possiamo diventare "santi". Ma forse è questo l'aspetto più complicato da recepire e soprattutto da vivere nella quotidianità. Come si può essere "santi" normali, feriali, non eroici, né legati per forza a una fede, a Palermo ogni giorno? Sarebbe interessante, partendo da Conte, riflettere su tale aspetto che la sua vicenda umana, secondo il mio parere, ci rimanda. Il pezzo che scrissi tanti anni fa finiva con una citazione di don Puglisi. Dovrebbe pensarci lo Stato ma intanto ci siamo noi, chiosava don Pino. Potremmo ripeterlo pure adesso. E ce lo dice Biagio, a prescindere dal suo stato attuale. Che dovremmo lasciargli vivere senza molte pressioni. Ce lo comunica da tempo. Lui e tutti quelli, purtroppo non molti, che gli somigliano. Allora, il punto non è attendersi chissà quale miracolo ultraterreno. Ma capire che, tutti, tutti, il miracolo lo possiamo fare se lavoriamo con la stessa costanza, tenacia, lucidità sul pezzo che è sotto gli occhi di ciascuno di noi. Come ha fatto e fa Biagio. Come hanno fatto, per citare solo alcuni nomi, Puglisi, Impastato, Falcone, Mattarella, del quale oggi ricordiamo il quarantatreesimo anniversario di un omicidio che ancora presenta molti, troppi, punti da chiarire. Se questa città, la Sicilia, fossero non dico piene, ma piene almeno a metà di persone che si prendessero cura di qualcosa, da qualsiasi postazione, quotidianamente, scriveremmo un’altra storia per un altro Mezzogiorno. Che non dovrebbe temere più ciò che viene da fuori. Cosa che talvolta rappresenta un alibi. Perché troverebbe al proprio interno le energie per risorgere. Sarebbe un portentoso programma di ripresa che scenderebbe alla radice dei vari, tanti, problemi con i quali dibattiamo ogni giorno. Biagio Conte, e gli altri come lui, il miracolo quindi lo hanno fatto. Ora noi possiamo guardare e contemplare passivamente, indicando la luna o metterci fattivamente nel loro percorso, impastandoci le mani di terra.

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https://palermo.repubblica.it/commenti/2023/01/06/news/biagio_conte_missione_speranza_e_carita_palermo-382346033/

martedì 20 dicembre 2022

Palermo, Costa di levante. Il territorio che cura se stesso senza pietismi ma con lo sviluppo.

 

La Repubblica Palermo

Costa sud di Palermo, l'alternativa all'economia della droga è la ricchezza del mare

Francesco Palazzo


 Nella costa sud di Palermo, che poteva essere - con tutto il rispetto - molto più bella di Mondello, buona parte dell'economia è trainata dal grande polmone malato dello Sperone. Dove certo abita tanta gente perbene. Ma che è diventato una delle più grandi piazze di spaccio del Mezzogiorno. E ciò ci dice intanto una cosa. Che non andrebbero mai più progettati e costruiti insediamenti di case popolari di questo tipo.

Ciò vale, ovviamente, anche per altri siti della città. Non dobbiamo dimenticare che don Puglisi, a Brancaccio, rimane schiacciato da un lato dalla criminalità mafiosa e dall'altro dal tentativo di recupero di un simile insediamento nato a due passi dalla parrocchia all'inizio degli anni Ottanta e che col tempo sino a oggi è diventato un luogo sempre più complicato, per usare un eufemismo. I quartieri periferici vanno stimolati e riqualificati, magari attuando finalmente e seriamente il decentramento amministrativo. Non si devono dare loro ulteriori martellate in testa.

Proseguendo, gli ultimi fatti di cronaca ci comunicano un'altra cosa. Che il Reddito di cittadinanza, che certo in un quartiere come lo Sperone è percepito da tanti, non promuove la vita di nessuno, visto che lì molte esistenze, ce lo dicono le continue operazioni di polizia di cui l'ultima pochi giorni fa, con provvedimenti restrittivi che in realtà fotografano ma non risolvono, si svolgono sempre sullo stesso binario. Va aggiunto che non si può certo negare che così imponenti piazze di spaccio non possono non avere la benedizione di Cosa nostra. E qua va messa pure una croce sulla leggenda metropolitana che l'assistenza senza lavoro produca la sconfitta della criminalità mafiosa. E dobbiamo pure onestamente ammettere che il pur apprezzabile volontariato o i tentativi eroici del mondo scolastico non raddrizzano nulla o quasi. E che con la retorica dei murales, per carità belli e molto apprezzati, o della momentanea restituzione delle piazze da parte delle forze dell'ordine si risolve ben poco. Così come è stato non risolutivo portare il tram in alcune strade o impiantarci un mega-centro commerciale.

L'unica via, nel caso che trattiamo, è l'economia che può venire dal mare. Dobbiamo tenere presente però che le acque non sono ancora balneabili. E che siti come quello del porticciolo della Bandita, sul quale Repubblica anni fa attivò una campagna di sensibilizzazione, o il Teatro del Sole, dedicato a Libero Grassi, sono lasciati a sé stessi. Abbandonati come quello che è l'emblema della costa sud abbandonata, cioè la piattaforma con passerella bruciata dalle parti dell'ospedale Buccheri La Ferla.

Poi, sì, ci sono i progetti solo annunciati. Alcuni naufragati come il grande acquario. Un altro, fondamentale, come il recupero della costa e del mare che ormai, visto che gli anni e i decenni trascorrono inutilmente, è catalogabile tra le buone intenzioni che non posano mai a terra. Recentemente ho letto, per una presentazione, il romanzo "L'estate dei microbi", scritto da due esponenti della famiglia Petrucci, proprietaria dell'omonimo stabilimento balneare chiuso da decenni. Parla dell'inizio della fine della costa sud, che si potrebbe denominare costa di levante, a causa dell'inquinamento delle acque. Che certo non è stato prodotto dai marziani.

Quell'estate dei microbi non si è ancora conclusa. E chissà se quello che un tempo era un lunghissimo tratto di mare, che accoglieva pure teste coronate, tornerà mai al suo vecchio splendore per trainare economia pulita che farebbe stare bene tutti, con grandi opportunità di lavoro vero a chilometro zero. Appuntamento, intanto, alla prossima retata per spaccio di droga.

Per finire, sempre sulla costa sud, una sottolineatura intorno alla quale ho scritto su Repubblica più di un anno fa. Mi riferisco al porticciolo di Sant'Erasmo. Recupero ottimamente riuscito. Ma al posto delle pompe di benzina fatte sloggiare continua dalla piazza a non vedersi il mare. Al suo posto auto, camion, venditori di stigghiole con fumo al seguito e di panini, con corredo di sedie e tavolini.  Chiedevo, e con me tanti cittadini con cui ho dialogato, semplicemente un divieto di sosta lungo un'ottantina di metri. Chiedo nuovamente all'amministrazione comunale, in nome della costa sud: ce lo facciamo questo regalo di Natale?

 Articolo pubblicato il 17 12 2022 sul sito di Repubblica Palermo all'indirizzo:

 https://palermo.repubblica.it/commenti/2022/12/17/news/costa_sud_di_palermo_lalternativa_alleconomia_della_droga_e_la_ricchezza_del_mare-379487460/

 

mercoledì 7 dicembre 2022

Il sud artefice del proprio destino e non luogo di carità.

 


La Repubblica Palermo
3 dicembre 2022

Caro don Corrado, il Sud deve aiutare gli ultimi ma anche darsi la spinta per cambiare

di Francesco Palazzo

https://palermo.repubblica.it/commenti/2022/12/03/news/caro_don_corrado_il_sud_deve_aiutare_gli_ultimi_ma_anche_darsi_la_spinta_per_cambiare-377344086/?fbclid=IwAR2NLLMIvj-EKL3RyLBXp4ER0lnxxdpY2MCkpe12qcFTKrEIN1_ViiTOnr0


Ho letto la profonda riflessione pubblicata oggi a firma dell'arcivescovo di Palermo, don Corrado Lorefice. Così come fece nel momento del suo insediamento a Palermo in piazza Pretoria (e la cosa colpì positivamente), don Corrado ha giustamente utilizzato la seconda parte dell'articolo 3 della Costituzione repubblicana. Non è banale ripercorrerla integralmente. "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Un passaggio bellissimo che i nostri madri e padri costituenti ci hanno voluto regalare. Il problema, come sempre, risiede nel passaggio dalle parole, autorevolissime in questo caso e scolpite sulla pietra, e i fatti quotidiani. Qua ci possono essere più chiavi di lettura. A me pare che spesso ci si sistemi dentro itinerari che danno per scontato che il Sud sia per definizione un ambito di sola marginalità. Dove ciò che resta da fare è curare le ferite. Ma è davvero così? Non è, quella dell'assistenzialismo, una lettura sulla quale, potremmo dire dall'Unità d'Italia, si sono basate tutte le politiche riguardanti questa parte di Paese, evidentemente di corto respiro e senza sbocchi, se siamo ancora a questo punto? Dobbiamo continuare? Oppure, proprio per proteggere i fragili e i giovani, dei quali scrive don Corrado (la stragrande maggioranza dei secondi peraltro va via a studiare e a lavorare fuori), occorre parlare di progresso, istruzione, cultura, infrastrutture, lavoro, sviluppo dell'impresa privata?
L'arcivescovo cita il cardinale Zuppi, presidente della Conferenza episcopale Italiana, che è pure arcivescovo di Bologna. Cioè di una realtà, inserita in una regione locomotiva del Paese, dove sia la storia economica che quella sociale hanno preso un'altra direzione. E non perché sono stati da un lato loro fortunati e noi, dall'altro, percorrendo il solito luogo comune, sfortunati o trattati male da tutti. Dobbiamo ammettere che non abbiamo fatto abbastanza affinché il nostro non continuasse a essere un luogo su cui chinarsi con l'assistenzialismo senza futuro. Anzi, proprio i fragili e i giovani, al Sud, se finalmente diventassero padroni del proprio destino, potrebbero essere strutturalmente garantiti. Non dalla carità che cura le ferite, ma dallo sviluppo, dalla ricchezza, economica e sociale, che farebbe stare meglio tutti. Che questo accada dipende solo ed esclusivamente da noi. E lo aveva capito pure don Puglisi, che l'arcivescovo cita. Il suo percorso non era quello di dire alla gente: "Siete marginali e qualcuno deve pensare a voi". Al contrario, avendo svolto un'analisi attenta del territorio e legandosi a cittadini che volevano conquistare diritti e non chiedere mera assistenza, mise in atto una pastorale che guardava alla promozione degli abitanti di Brancaccio. Resta da capire se tale metodo puglisiano, a quasi trent'anni dall'omicidio mafioso, sia adottato in tutte le parrocchie. Ossia se vi sia una pastorale diocesana che in ogni comunità di fede applichi davvero ogni giorno e lucidamente il ruvido metodo di 3P. Del resto, don Pino, essendo un esperto di pastorale vocazionale, invitava ciascuno a scoprire la propria vocazione, cioè a divenire artefice del proprio destino e non soltanto spettatore pietoso che deve essere soccorso perché magari non ne vuole sapere di sbracciarsi. Tutti gli attori delle nostre società del Mezzogiorno, piuttosto che discettare di politiche che si limitano a fotografare la situazione senza spostarla veramente in meglio di un solo millimetro, devono costruire insieme, come comunità che la smettano finalmente con il piagnisteo, gli strumenti per essere protagonisti e non vittime bisognose di cure pietose all'infinito. Ovviamente, tutti dobbiamo farci carico di chi non ce la fa. Questo vale ovunque. Ma non può più costituire questo aspetto l'onnicomprensiva biografia di un'intera parte del Paese. Che non può più essere così e deve essere altro. Non perché qualcuno questo altro ce lo deve dare. Ma perché lo si deve conquistare con l'impegno quotidiano di tutti.

mercoledì 16 febbraio 2022

Primavera 2022, Palermo al voto. Come Napoli 2021 o come Palermo 2001?

 La necessità di andare oltre la primavera di Palermo

Repubblica Palermo – 16 febbraio 2022

Francesco Palazzo

Pochi mesi dal voto a Palermo, c’è molta confusione sotto il cielo. Nel centrodestra ci sono le conseguenze della battaglia per il Quirinale. Nel centrosinistra si moltiplicano le candidature. Se dovessimo valutare la consistenza dell’album potremmo già chiudere i giochi per overbooking. Ma siccome di mezzo ci sta Palermo, il metodo non può essere questo. La nostra città si presenta al voto non in splendide condizioni. Di tutto ha bisogno tranne che di una gara tra candidati, civici o politici che siano, ammesso che vi sia differenza. Un giorno si parla di primarie, il giorno dopo si buttano nel cestino. Ora sono tornate in agenda. Anche se a questo punto non sappiamo a cosa possano servire se non ad allargare il campionario di biografie. Per carità, tutte specchiate e di buonissima volontà. Ma la strada può pure essere un’altra. E non può coincidere con la strategia di chi alza steccati. L’onorevole Boccia, nell’interessante intervista di domenica firmata da Carmelo Lopapa, parla di modello Napoli per Palermo. Dove non si è ricorso alle primarie. Può essere un riferimento. Ma bisogna fare attenzione. Mi chiedo infatti, visto che dalle urne escono voti e non belle idee, se oggi a Palermo abbiamo la stessa situazione del capoluogo partenopeo. Cioè un Pd che supera il 12 per cento, i Cinque Stelle quasi al 10, una lista del sindaco in grado di sfiorare il 10 e altre 10 liste capaci di prendere il 34 per cento. Se è così, può essere la strada giusta. Anche perché per vincere al primo turno in Sicilia non è necessario arrivare al 63 per cento, come ha fatto, saltando di molto oltre l’ostacolo del 50, il sindaco di Napoli, ma mettere in saccoccia un voto in più del 40. Tuttavia, questo è il punto, il quadro elettorale che verosimilmente si presenterebbe tra pochi mesi a chi dovesse rappresentare a Palermo solamente il PD, i Cinque Stelle, la Sinistra e i Civici, potrebbe essere molto scarno. E dipingere più che una replica di Napoli 2021, un’amara fotocopia di Palermo 2001. Quando la coalizione di centrosinistra non superò il 24 per cento e il centrodestra fece bingo. Un cappotto che oggi forse a Palermo potrebbe calzare a pennello a quanti magari guardano al proprio più che alla città. Sarebbe il caso di mettere un punto alla lunghissima stagione della primavera. Non perché non sia servita. Ma in quanto alla lunga sta diventando più un limite che una risorsa. I protagonisti in campo devono pensare e agire non quali eredi di un’epoca, ma come chi deve costruire l’oggi e il domani. Nella considerazione che nelle ultime due legislature non tutto è andato bene e che su taluni aspetti occorra più discontinuità che continuità. Si dirà che ci vuole il programma prima, poi il perimetro della coalizione, di seguito vedere se fare o meno le primarie e alla fine approdare a un nome. Non si vota però tra due anni, ma tra novanta giorni più o meno. E perdendo ancora tempo, sostanza essenziale della politica, si concede luce ad altro. Perciò si potrebbe per il centrosinistra percorrere una via ragionevole e rapida. Quando la politica vuole sa essere veloce e assennata. Occorrerebbe verificare se Pd, Cinque Stelle, Sinistra, Civici, Azione, +Europa, ex grillini e Italia Viva riescono a individuare una figura in grado di parlare a tutti. Di federarli, come ha fatto il primo cittadino che guarda il Vesuvio. Servirebbe certamente un profilo di alta esperienza. Che raccolga voti più che seminare veti. E, perché no, attiri altro consenso moderato in uscita dal centrodestra. Prendere più voti in genere è una festa. Non si capisce perché a Palermo dovrebbero suonare le campane a morto se dovesse accadere. Tra l’altro, il campo largo, non strettissimo come quello che parti del Pd e i Cinque Stelle vorrebbero a Palermo, è quello perseguito a Roma dall’attuale leadership del Partito Democratico. Se per una volta non fossimo laboratorio, che poi vorrei capire tutti questi laboratori a cosa sono serviti in questa terra, e invece ci attestassimo sulla linea della normalità, non penso morirebbe nessuno. Potrebbe invece, immaginate un po’, sopravvivere meglio Palermo.

 





mercoledì 8 dicembre 2021

Palermo, quartieri di edilizia popolare: le carenze di analisi sul passato e la carità a vuoto di oggi.

 


Creare enclave di edilizia popolare allo Sperone, allo ZEN, a Brancaccio, a Passo di Rigano, e l'elenco potrebbe proseguire, con altre zone di Palermo o considerando altre città siciliane. Questa la prima, sbagliata, mossa. Quella di mettere dentro territori, già con una loro storia o creati ex novo, tutto il disagio possibile. È come fare due più due. Con pessimi risultati e macerie assicurati nel medio e lungo periodo. Con intere generazioni consegnate alla devianza e alcuni territori, si pensi allo Sperone dentro la costa sud, del tutto snaturati rispetto alla loro vocazione naturale. Tanto poi si attivano la carità, le agenzie del volontariato, le parrocchie, le scuole. Ogni tanto la visita di qualche ministro, sottosegretario, segretario di partito, premier.  I quali impartiscono benedizioni con diremo, faremo, provvederemo. Quando la misura è colma si può anche organizzare una bella marcia piena di buone intenzioni. E cosi il cerchio più o meno si chiude lasciando le cose come sono. E non per cattiva volontà degli attori in campo. Ma in quanto occorrerebbe partire innanzitutto da un'analisi onesta delle incresciose scelte politiche, urbanistiche, abitative, sociali, fatte in passato. Se mancano le corrette e precise considerazioni di partenza, la palestra, il giardinetto, la piazzetta, la panchina, il pacco di pasta, il reddito di cittadinanza, il tram che benedice qualche periferia, magari accompagnato pure un bel centro commerciale, le scuole che tentano di svuotare il mare con il secchiello, servono soltanto a mettere qualche pezza caritativa, stile ottocento, in tele ormai irrimediabilmente consunte, squarciate, disintegrate. Se invece si parte da una corretta ricostruzione degli errori compiuti si può innanzitutto chiedere scusa e giurare che mai più si faranno cose simili. Il secondo passo dovrebbe essere quello di svuotare tali contesti. Intanto intervenendo sui più giovani. Bene dunque sta facendo, penso vada affermato con chiarezza, la magistratura a togliere i bambini e le bambine alle famiglie per consentire loro un presente e un futuro diversi. Ci si chiede. Questi interventi testimoniano e mettono la firma sotto fallimenti derivanti da colpevoli scelte politiche, abitative e urbanistiche, che del resto non potevano fornire che questi risultati? Certo. Se così è perché non prenderne atto onestamente invece di continuare ad alimentare il fuoco tenendo in piedi determinate situazioni? Magari sperando, invano, perché così è e la realtà effettuale ce lo mostra, di ottenere chissà quale miracolo dopo l'applicazione di pietosi rammendi. Che sicuramente placano le nostre coscienze. Ma che non modificano sostanzialmente nulla. Nello stesso tempo va pensata e attuata, oltre che per i più piccoli, una diversa collocazione, caso per caso, dei nuclei familiari. Evitando ovviamente di creare altrove enclave dello stesso tipo. In modo che i bambini possano trovare ambienti familiari e non strutture di clan, che li facciano crescere come hanno diritto. Ci vuole più tempo a mettere in campo questa operazione? Certo. Ma del resto sono trascorsi diversi decenni senza che si facesse nulla di strutturale. Non perdiamo dunque altro tempo.

sabato 6 novembre 2021

Sicilia: l'assistenzialismo, i giovani che vanno via e la calcolatrice

 


Oltre 5.600 laureati venticinquenni nel 2018 hanno abbandonato la Sicilia per andare a lavorare altrove. Che si aggiungono ai 200 mila già formati che, dal 2002 al 2017, hanno deciso di fare i bagagli. Ipotizzando che anche nel quadriennio 2019/2022 si confermi la fuga di 5 e 600 laureati l’anno che vanno via, ma è facile immaginare che il numero aumenti e che l’età si abbassi, visto che tantissimi vanno via dopo la triennale, dunque molto prima dei 25 anni, avremo nel ventennio 2002/2022 un totale di 228.000 giovani laureati scappati dalla nostra regione. Considerato che una famiglia per crescere e sostenere negli studi un figlio fino ai 25 anni, spende circa 165mila euro, abbiamo un totale di 37 miliardi e 620 milioni. Ma non è tutto. Nei venti anni considerati i professionisti andati via vanno ovviamente a guadagnare e conseguentemente a spendere i loro stipendi medio alti altrove. Se poi aggiungiamo che nei primi anni le famiglie continuano a foraggiare i figli sin quando non trovano un lavoro stabile, la somma netta che questa regione sborsa nei venti anni considerati raggiungerà una cifra iperbolica difficile da quantificare. Un immenso patrimonio di liquidità e cervelli che regaliamo ad altri contesti regionali. Ai quali le famiglie trasferiscono anche consistente liquidità indotta dalle frequenti visite nelle regioni del nord per andare a trovare i pargoli. Possiamo raddoppiare per difetto i 37 miliardi di prima? Arriviamo a 75 miliardi. Questo il costo, tenendoci bassi, della fuga di cervelli dalla Sicilia in venti anni. Con un impoverimento complessivo e una riduzione di popolazione residente molto seria e certificata dall’ISTAT. Non solo. Se riflettiamo un attimo cosa questo può significare in termini di mancato ricambio generazionale nel pubblico e nel privato, quello che perdiamo raggiunge una cifra lunare (100 miliardi in 20 anni?) che ci condanna a essere un popolo sempre più vecchio, più povero e più bisognoso di assistenza a fondo perduto. Quest’ultima è plasticamente rappresentata dai più di 700 mila soggetti che nel 2021 hanno fatto ricorso al reddito di cittadinanza con un importo di circa 1,7 miliardi. Tanto che la revisione della misura prevista nella finanziaria da parte del governo centrale, causa preoccupazioni. Ma se noi proiettassimo nei venti anni di sopra 1,7 miliardi, avremo la cifra di 34 miliardi, che non creano occupazione e quindi sviluppo, anzi assuefazione. A fronte di una perdita di quasi il triplo che invece si metterebbe nel conto dello sviluppo e della permanenza tra di noi di energie fresche e acculturate. Che non soltanto farebbero rimanere qua i 100 miliardi che realisticamente ipotizziamo, ma creerebbero, con le generazioni future che continuerebbero a restare, un moltiplicatore di ricchezza inarrestabile. Un immenso piano di ripresa e resilienza. Ora il punto di domanda è abbastanza semplice. Lo è da sempre per la verità. Dobbiamo continuare a drogare un’intera economia con soldi regalati che non creano sviluppo, anzi solo dipendenza, o deve essere trovato il coraggio di cambiare finalmente strada? Sia chiaro, i giovani scolarizzati al massimo grado vanno via senza nemmeno protestare. Ormai per loro è fisiologico. Mentre coloro che ancora chiedono, a conclusione delle misure di assistenza teoricamente temporanee, ed è già accaduto parecchie volte con gli esiti che sappiamo, una strada per trovare un posto al sole, sono sempre presenti e rumorosi e troveranno una soluzione come l’hanno trovata quelli di prima. Con un’ulteriore perdita secca in termini di inserimento non di giovani con titolo di studio adeguato, ma di soggetti che cercano di concludere, dal loro punto di vista, nella maniera più brillante, i loro percorsi assistenzialistici. Basterebbe una semplice calcolatrice per capire che non ci conviene, che con l’assistenza a fondo perduto, che è cosa molto diversa dal sostenere chi veramente non ce la fa, non andiamo, e non siamo mai andati, da nessuna parte. Ma forse la calcolatrice la sappiamo utilizzare bene tutti. Se è così, dobbiamo allora ammettere, senza troppi giri di parole, che ci piace molto, evidentemente, proseguire su questa via.    


sabato 9 ottobre 2021

Palermo: la ruota che gira e i due piani da non confondere


 Nel recente passato la Formula 1della Red Bull, nel presente la ruota panoramica dell'Aperol. In futuro potrà essere un altro evento di questo tipo a provocare discussioni e distinguo che francamente potrebbero essere indirizzati altrove.  Non per fare del benaltrismo, ma perché intanto questo tipo di circostanze, assolutamente circoscritte nel tempo e nello spazio, ci lasciano un guadagno d'immagine a costo zero che nessuna, seppur costosissima, campagna promozionale potrebbe eguagliare. Una qualsiasi bancarella impiantata per settimane tra le Piazze Ruggero Settimo e Castelnuovo, non consegna nulla in tal senso e sarebbe perciò sempre da evitare. Il sensazionale richiamo pubblicitario di questi appuntamenti non risolve le lacune della città? Ma perché, non concedendo le autorizzazioni a brand importanti i guasti del capoluogo si sanano magicamente? Per nulla. Dobbiamo farcene una ragione ed essere in grado di tenere distinti e distanti due aspetti. Il primo si riferisce all'attrattivita turistica del capoluogo. Le ruote, le Formule uno e quant'altro potrebbe esserci proposto, non servono ai palermitani ma a chi ci guarda da fuori e può decidere di scegliere il nostro territorio come meta di svago. L'altro giorno in aereo il giovane che era seduto davanti a noi, riferendo a un suo coetaneo dei suoi giorni a Palermo, stava infatti rientrando a Bologna, riferiva, testuali parole, di una città da dieci e lode. Stessa opinione ci ha trasferito la responsabile di un negozio d'antiquariato che è stata di recente sul suolo palermitano. I turisti guardano determinate cose, non possono e non vogliono interessarsi a ciò che non funziona e del resto è quello che facciamo noi quando ci troviamo fuori dalla nostra terra. Tutto il resto, ossia la quotidianità, invece ci riguarda come feriali fruitori della nostra comunità, che è poi un insieme di luoghi. Il tempo per le polemiche, e gli aspri confronti se è il caso, e delle eventuali proposte a chi amministra, lo dobbiamo riservare a quest'altra faccia della medaglia. Rispetto alla quale le grandi campagne pubblicitarie non spostano per i residenti di una virgola il tanto, perché è tanto, che non gira come dovuto sotto Monte Pellegrino. Per dire. Tra alcuni mesi si andrà al voto per eleggere chi amministrerà Palermo dal 2022 al 2027. A voi pare che il dibattito abbia raggiunto, o possa toccare nell'immediato tempo che abbiamo davanti, il livello che sarebbe opportuno per una metropoli che presenta per chi ci abita, non per il flusso turistico, tante e annose difficoltà e parecchie, troppe, potenzialità inespresse? Si naviga a vista, spostando le umorali ed egoistiche pedine della politica politicante. Senza trovare il tempo per fare altro. Palermo, quella che appartiene a chi dovrà continuare a viverci, non per alcuni giorni di relax, ma per sempre, e quella che è appartenuta ai tanti giovani con istruzione superiore che sono già andati via, rimane fuori dai radar. Non è la ruota impiantata per qualche giorno il problema. Ma le piccole ruoticine, invisibili ma fondamentali, che fanno parte del motore di questa città. Le quali devono ricominciare a girare bene e funzionare ogni  giorno. Soprattutto per i palermitani. Facciamoci allora un bel giro sulla ruota. Sperando che presto ce ne possa essere una in pianta stabile come in molte altre città. Ma non perdiamo la consapevolezza che la capitale della Sicilia ha da risolvere altrove i suoi mille quotidiani dilemmi.

mercoledì 29 settembre 2021

Porticciolo di Sant'Erasmo, fateci guardare il mare e non gli stigghiolari e le auto parcheggiate

                                               Repubblica Palermo – 29 settembre 2021

Restituiamo a tutti la visuale del porticciolo di Sant’Erasmo

Francesco Palazzo


 Quando si valorizza e si recupera un sito occorre non dimenticare l’ultimo colpo di pennello. Che, almeno nel caso in questione, è pure il più semplice da apporre. Mi riferisco al porticciolo di Sant’Erasmo. Un luogo che si stava perdendo e che invece è stato in maniera sapiente e lodevole ricondotto ad una fruizione intelligente, moderna, ancorché conservativa. Sono state pure eliminati i due fastidiosi, per la vista, distributori di carburanti. Solo che passando con l’auto dalla strada o semplicemente volendo osservare lo specchio di mare dall’altra parte della piazza, che per inciso andrebbe tutta liberata, non si vedono che auto parcheggiate e posti di ristoro mobili. Insomma, viene tolto alla vista il punto più bello del porticciolo, quello che tocca più da vicino la città e permetterebbe un punto di osservazione incantevole. In fondo si tratta di una cinquantina di metri, forse meno, che potrebbero essere interdetti a tutti da un banalissimo divieto di sosta. Che ovviamente dovrebbe essere fatto rispettare. Cosa che a Palermo come sappiamo poche volte accade. Perché se è vero che nessuno parcheggia in Via Libertà, è pacifico che nei dintorni e in tanti altri luoghi centrali e periferici del capoluogo i divieti di sosta non vietano nulla. Tuttavia, con altri siti si è riusciti a Palermo ad inibire il parcheggio. Ricorderete cos’era la via che costeggia Palazzo dei Normanni e conduce a Corso Vittorio Emanuele. Il regno delle auto e del parcheggio abusivo. Adesso è deserta. Segno che quando si vuole, si può. Con quella che viene definita pomposamente, ma alle parole sarebbe meglio far seguire o precedere i fatti, la costa sud, che un tempo non molto lontano era un lungo stupendo tratto di mare, si è voluto, e dunque potuto, poco. Ma con il porticciolo di Sant’Erasmo si è agito in maniera diversa. E dunque basta, basterebbe, un non trascendentale, ma deciso, magari accompagnato da un sistema di videocamere, divieto assoluto di sosta sul fronte mare. Anche considerando che nei dintorni c’è dove lasciare i mezzi o stazionare per vendere cibo e bevande senza oscurare il punto più interessante, dove il mare s’infila nella città, del porticciolo. Ripetiamo, sono poche decine di metri, più o meno dal punto in cui sorgeva l’ultimo distributore di carburante fatto sloggiare, al punto dove stazionava lo scheletro di una seconda stazione di servizio. Ho segnalato più di una volta durante incontri pubblici la cosa, alla presenza di qualche esponente di giunta e di rappresentanti del consiglio di circoscrizione. Ma sinora nulla. La misura si può attuare rapidamente ed è pure, vista l’esposizione del luogo, facile il controllo. Ce la possiamo fare.

 

martedì 14 settembre 2021

Perchè la chiesa non riconosce, applicandola in tutte le parrocchie, la militanza antimafia di Don Pino Puglisi?

 

La Repubblica Palermo – 14 settembre 2021

Il poco che resta della lezione del beato Puglisi. Cosa resta nelle parrocchie della pastorale anti cosche del beato Pino Puglisi.

Francesco Palazzo

 Siamo a 28 anni dall’omicidio per mano mafiosa di don Puglisi. A otto dalla beatificazione sul prato del Foro Italico. A tre dalla visita di Papa Francesco nei luoghi di Puglisi. Domenica abbiamo letto su queste colonne l’intervento, condivisibile, di don Corrado Lorefice, ottimo arcivescovo della diocesi di Palermo. L’illegalità, il clientelismo, sono da sconfiggere. Così come sono da promuovere la solidarietà, la corresponsabilità, la cittadinanza attiva. Ha ragione don Corrado. Queste cose ce le ripetiamo da tempo. Così come è giusto, e non possiamo che controfirmare con don Lorefice, che i parroci lavorino con il territorio, accanto alle persone, senza cercare postazioni privilegiate all’ombra dei poteri. Il punto è, come emerge da diverse indagini e come sappiamo bene, che gli uomini delle cosche, messi alle corde quanto vogliamo, impoveriti, assottigliati numericamente, sono sempre dei punti di riferimento nella vita di tanti quartieri. Dal pizzo quasi cercato per mettersi a posto, dall’autorizzazione per qualsiasi attività, all’appoggio culturale che la mafia riceve, alle attività criminose che in tante parti di Sicilia sono poste in essere alla luce del sole, al consenso che le mafie incassano, soprattutto quando non sparano, negli ambienti sia popolari che borghesi. Allora, parlando di chiesa, di comunità cristiane parrocchiali, di preti alla loro guida, la domanda è sempre la stessa. Qual è la pastorale concreta, quotidiana, feriale della diocesi? Dalla risposta a questa domanda, ed eventualmente dai silenzi e dai ritardi, possiamo misurare cosa ne è dell’eredità di don Pino. Ora, a me pare, che nei decenni, quasi tre, che ci distanziano dall’eliminazione di 3P, avvenuta il 15 settembre del 1993, in una calda serata palermitana di fine estate, non molto sia avvenuto nella vita delle parrocchie. Anzi, se proprio dobbiamo dirla tutta, pare di intravedere un riflusso rispetto a quella che fu l’attività di Puglisi. Vado spesso, perché ci sono nato e ho ancora legami familiari, nella zona di Brancaccio. E non mi pare di notare, posso ovviamente sbagliarmi, attività delle diverse presenze parrocchiali che abbiano seguito e migliorato l’esperienza di Pino Puglisi. Ma non dobbiamo soltanto fermarci al luogo dove il sacerdote visse gli ultimi anni. La questione riguarda tutta la diocesi e l’intera chiesa siciliana. La pastorale antimafia di 3P, magari non si vuole chiamarla così ma questa era e per questo è morto, riguardava diversi ambiti. Conoscenza del territorio, azioni su di esso, legami con un’importante e laica realtà associativa del territorio, il Comitato Intercondominiale Hazon, parole nette dal pulpito contro i mafiosi in carne e ossa e non contro la mafia in generale, rapporti adulti con le istituzioni, che venivano martellate, basta guardare l’agenda degli impegni di don Pino, per chiedere servizi sul territorio piuttosto che facili finanziamenti per progetti che lasciano spesso il tempo che trovano. Ricordo, ero capogruppo di Insieme per Palermo, un’audizione di don Pino durante una seduta del consiglio di quartiere, dove lui venne con un gruppo di persone. Parole chiare, sobrie, nette. Non per la sua parrocchia, ma per il quartiere. Ora, il punto è chiedersi che fine abbia fatto tutto questo. Se nelle parrocchie, su impulso della diocesi, si è proseguito e potenziato il metodo di Puglisi. O se i parroci, e le comunità parrocchiali che le guidano, fanno come meglio gli viene. Portare una persona come Puglisi sugli altari equivale a prendersi una bella responsabilità. Che va declinata e tradotta dalla chiesa palermitana (e siciliana) con un cronoprogramma chiaro e semplice, con progetti strutturati e azioni da attuare in tutte le parrocchie. Altrimenti c’è il rischio che don Pino sia un beato irraggiungibile e solo contemplabile dalla chiesa. Francamente, quel colpo di pistola alla tempia contro un grande uomo meritava e merita da parte dei cattolici risposte molto diverse, non più rimandabili, fatte di concretezze quotidiane nei territori parrocchiali. Dire che la mafia è antievangelica, dopo il sacrificio di Puglisi, non può più bastare.

 

 


giovedì 18 marzo 2021

La non benedizione delle coppie di fatto e la (non) coerenza con l'amore insegnato da Cristo nei vangeli. Una domanda ai vescovi siciliani.

 La Repubblica Palermo – 18 marzo 2021

Ma il rinnovamento della Chiesa passa anche per la disobbedienza

di Francesco Palazzo


Non so se i rappresentanti della Chiesa cattolica benedicano ancora le case o le automobili. Certamente le opere pubbliche e qualsiasi inaugurazione. Si arrivarono a consacrare pure le armi che andavano a combattere nei teatri di guerra. Per venire all’oggi, la Santa Sede comunica che non si può procedere alla benedizione delle unioni omosessuali. E ciò vale per tutte le convivenze fuori dal matrimonio. Non parliamo di articoli di fede, ma di una prassi che dentro la Chiesa presenta tra i parroci qualche posizione diversa. Non ci si limita a non benedire. Ma si parla di accompagnamento degli omosessuali, ai quali si propongono cammini di crescita nella fede e aiuti per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nelle loro vite. Come se fossero mancanti in qualcosa di fondamentale, tanto da essere guidati. E non si benedice perché non ci si trova davanti a qualcosa di «oggettivamente ordinato a ricevere ed esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella creazione». Non so se ci si rende conto della gravità di tale passaggio. Anche se si scrive che si rispettano le persone, pur eccependo contrarietà rispetto allo stato in cui si trovano. Ma le persone si onorano integralmente nel loro essere portatrici di umanità. Del resto, proprio l’amore senza altri ornamenti connota il Cristo impresso nel Nuovo Testamento. Mancando questa dimensione si perde la parte fondamentale del suo lascito. Senza il quale resta ben poco. Non è che manchino le eccezioni. Una l’abbiamo registrata nel 2016, la ricordava ieri Repubblica. Don Cosimo Scordato, nella rettoria palermitana di San Francesco Saverio, all’Albergheria, presentò due donne che si sarebbero sposate civilmente dopo qualche giorno, chiedendo ai fedeli di «accoglierle nella comunità e di pregare per la loro vita insieme». Una scelta «che guarda al futuro», disse don Cosimo. Sin troppo ottimista, se dopo cinque anni la testa della Chiesa cattolica su certi temi è rivolta sempre al passato remoto. Una posizione che nell’era di Francesco, e in quella di suoi apprezzati epigoni messi a capo di diverse diocesi, si deve coniugare in termini diversi. Il problema non è essere cattolici o non avere la libertà di vivere come si vuole, a prescindere da ciò che pensano i cattolici. Ma la disumanità di simili deliberazioni. Nel 2021, non nel periodo della Controriforma. Si benedicono matrimoni di persone che possono pure essere mille miglia distanti dal Vangelo: basti pensare a quante nozze di individui implicati in vicende mafiose si sono consacrate in pompa magna (a proposito, ancora accade?) davanti agli altari delle chiese cattoliche. Non si tratta di stravolgere chissà cosa. Il gesto di don Scordato non tolse nulla a nessuno, ma aggiunse a quelle più battute, ma non per questo più vere, una dimensione dell’amore che non esclude e che non prevede percorsi di "depurazione". Ama e fa’ ciò che vuoi, diceva Sant’Agostino, che non è un signor nessuno come chi scrive, ma uno dei Padri della Chiesa. E se è vero che la misura dell’amore è amare senza misura, come sosteneva sempre Agostino, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano su tale questione non una sparuta minoranza di sacerdoti, la stragrande maggioranza stanno allineati e coperti, ma gli arcivescovi siciliani. Parlare di rinnovamento è bello, ma può essere sin troppo facile se si muovono solo le parole. Viverlo, essendo a capo di diocesi, facendo camminare pure i fatti, lo è ancora di più. E allora la domanda alla Conferenza episcopale siciliana, o a qualche singolo vescovo che volesse rispondere, è la seguente. Possono essere presentate alle comunità dei fedeli nelle parrocchie, accogliendole con ogni benedizione nei loro percorsi d’amore e senza ulteriori distinguo, come è successo all’Albergheria, delle persone che hanno deciso di vivere dimensioni di coppia non finalizzate al matrimonio canonico?

 

mercoledì 3 marzo 2021

Sud: tra illegalità, insicurezza e politiche di sviluppo. Una partita da giocare sino in fondo.

 La Repubblica Palermo – 3 marzo 2021

Le mafie (forse) sono indebolite ma continuano a pesare sul sud

Francesco Palazzo


L’argomento di confronto è venuto fuori dal dibattito parlamentare che ha accompagnato il voto di fiducia ottenuto dal governo. I quesiti sono due. Nel Mezzogiorno, sono intanto essenziali legalità e sicurezza per far attecchire qualsiasi prospettiva di sviluppo? Oppure alla fine basta irrobustirci le gambe con opportuni interventi per scacciare automaticamente l’illegalità e l’insicurezza determinate innanzitutto da Cosa nostra, Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita, Stidda e altri aggregati di questo tipo presenti in molti casi dall’unità d’Italia? Se dovessimo ritenere che bastano puntuali azioni politiche per eliminare il carico di violenza territoriale e di pervasività economica delle mafie, dovremmo ammettere che sinora ci siamo sbagliati e che dobbiamo soltanto riuscire a trovare quelle più idonee. Ma è davvero così? Possibile che in 160 anni dall’unità del paese, che festeggiamo giusto quest’anno, sia dipeso soltanto da ciò? Certo, si può dire che le mafie non hanno prevalso, che abbiamo vinto noi la partita e arrivederci. In ogni caso molti margini di manovra sono disponibili e non è possibile servirci a vita della presenza delle mafie per starcene con le mani in mano utilizzandole come un portentoso alibi. Tuttavia, non possiamo archiviare sistemi criminali di lunga durata ricorrendo esclusivamente all’ottimismo della volontà e facendo appello alle nostre parti migliori, che non sono poche. Ha fatto dunque bene il presidente del consiglio, Mario Draghi, una personalità di grande valore cui abbiamo affidato la guida del paese, a mettere insieme i due aspetti. Necessita di interventi che aiutino il sud, senza però trascurare che la base sulla quale devono crescere deve essere sempre più legale e sicura. Dovremmo aver compreso da tempo un fatto. Se il mezzogiorno non scalerà posizioni di ricchezza e progressiva vivibilità, agganciandosi alla parte più progredita del paese, tutta l’Italia non potrà avere uno sviluppo complessivo adeguato alle sue potenzialità. Ciò dipenderà certamente dai meridionali in primo luogo. Che devono smetterla di piangersi addosso cercando una giustificazione dietro l’altra. Altrimenti i nostri giovani, stanchi di questo atteggiamento, continueranno ad andarsene. Deve essere comunque chiaro che tutte le misure del recovery plan soprattutto nel Mezzogiorno dovranno trovare più immediata e conducente efficacia, evitando la dannosa scorciatoia dell’assistenzialismo. Del resto, i fondi sono disponibili di fatto proprio perché c’è una parte di paese non in buona salute. Ma è molto difficile che condizioni di definitivo progresso possano essere raggiunte se continuiamo a tenerci sul groppone, magari raccontandoci che siamo in procinto di organizzarne i funerali, delle organizzazioni criminali. Le quali ogni giorno non ci fanno vivere pienamente in un vero sistema democratico sociale, politico ed economico. Non possiamo trascorrere i prossimi 160 anni raccontandoci che le mafie stanno per esalare l’ultimo respiro, tenendole nel frattempo vive, magari un po’ malandate, accanto a noi. Perché ciò alla fine sarà una pesante ipoteca che graverà sempre sul sud. Sperando che un giorno, che sembra molto lontano adesso, ma dipenderà da ciascuno di noi, nessun governo dovrà porsi il problema se istituire o meno il ministero per il sud. Significherà che l’Italia, nella sostanza e non soltanto nella forma, sarà finalmente una e unita. E che metà del paese avrà trovato la forza per emergere definitivamente, anche sottraendosi al giogo delle organizzazioni criminali. Le quali però, nel frattempo, hanno seguito il ragionamento che faceva Leonardo Sciascia riferendosi alla linea della palma che si sposta verso nord. Piuttosto che passare a miglior vita, sono andate ad impiantarsi, certo non con la stessa incisività che le caratterizza al sud, pure nelle regioni distanti dal mezzogiorno.

 

mercoledì 10 febbraio 2021

Palermo, Costa Sud, tra mare e agricoltura, cosa succede quando si fanno perdere le vocazioni territoriali.

 


La Repubblica Palermo – 9 febbraio 2021

La scelta tra assistenzialismo e sviluppo vista dalla costa sud di Palermo

Francesco Palazzo

Assistenzialismo o sviluppo? Non dovrebbero esserci dubbi sull’alternativa. Il primo ci consegna cittadini non interessati a costruire prospettive di miglioramento. Il secondo responsabilizza alla costruzione del bene comune e all’avanzamento economico personale e collettivo. Ma le cose vanno di fatto al contrario di come sarebbe logico attendersi. E se non cambiamo, al sud, prospettiva, non ci salverà nessun fondo europeo in arrivo. Perché quei soldi scivoleranno nel nulla come i tanti che li hanno anticipati. Se non sai dove andare nessun vento è favorevole, ci dice più o meno il filosofo. Ci pensavo l’altra domenica mettendo insieme due fatti ormai consolidati riguardanti la cosiddetta costa sud. La quale, per carità, presenta il fiore all’occhiello del porto di Sant’Erasmo e progetti ancora in itinere. Anzi, a proposito del porticciolo. Visto che abbiamo liberato uno spazio interessante non sarebbe il caso di far vedere il mare anche a chi transita con le auto e non ha tempo e voglia di fermarsi? Abbiamo tolto lo scheletro di quanto rimaneva di una stazione di servizio e un’altra è stata fatta sloggiare. Ma guardando il sito ci si aspetterebbe di vedere il mare, invece ci sono soltanto auto parcheggiate. Non si può mettere un semplice divieto di sosta, facendolo magari rispettare? Guardando inoltre accanto non si possono non notare i bei birilli colorati che erano stati messi come barriera per impedire alle auto l’accesso al prato del Foro Italico e che adesso sono, da tanto tempo, o rotti, o mancanti o non ripresi negli originari colori. Ma quello che notavo con stupore, visto che sembra normale, lo abbiamo visto molto più in là, risalendo la costa sud. Un canale in cemento armato che immette direttamente nel mare un qualcosa d’indefinibile ma che presenta un odore nauseabondo e un colore davvero inquietante quando si mischia con l’acqua marina. Possibile che nel 2021 si verifichi ciò? Se accadesse a Mondello si chiamerebbero i caschi blu dell’ONU. Quanti altri scarichi simili ci sono lungo la costa? Tutt’intorno nel tratto di spiaggia, difficile chiamarla così, rifiuti d’ogni tipo. E poi una montagnetta accanto, una superfetazione di quelli che nel tempo sono stati chiamati affettuosamente mammelloni e che sono il risultato di quanto creato dai materiali di risulta nei decenni addietro scaricati impunemente lungo la costa. Che dal mare ai giardini poteva avere uno sviluppo molto diverso, già intravisto nei decenni seguenti il dopoguerra. Ma si è preferito fare altro. E i risultati nefasti, come quando fai due più due e non ti puoi sbagliare, non sono mancati. Perché l’altra notizia, non è la prima né sarà l’ultima che ci viene da tale contesto, è che in un posto a pochi passi dalla costa sud è stato rinvenuto un cospicuo carico di droga nascosto, così riportano le cronache, da un adolescente. Perché la scelta che si è fatta negli anni settanta non è stata quella di salvaguardare e promuovere l’economia che il mare e l’agricoltura potevano garantire in questa ampia zona di Palermo. Ma si è preferito, in maniera miope, inserire nel luogo un vasto sistema di edilizia popolare. Che nel tempo ha creato tutte le storture che tali luoghi presentano. Tanto poi gli diamo il tram, il centro commerciale e il reddito di cittadinanza e così tutto si risolve. In realtà non si è risolto proprio un bel nulla. Anzi si sono generate piazze di spaccio quasi inespugnabili e perdita di memoria storica e di sviluppo naturale dei luoghi.

 

martedì 5 gennaio 2021

Reddito di cittadinanza e mezzogiorno: i numeri raccontano la solita storia.

 La Repubblica Palermo – 05 01 2021

Se il reddito di cittadinanza ci condanna alla povertà come destino

 Francesco Palazzo


Secondo i dati più recenti, il reddito di cittadinanza è stato erogato sinora dall’inizio a 1.294.030 famiglie. La Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Veneto insieme hanno totalizzato 250.001 nuclei familiari. Meno della sola Campania che si è fermata, si fa per dire, a 265.826. E quasi quanto tutta la Sicilia, che in questa particolare classifica raggiunge il secondo posto, dietro la Campania, con 234.691 beneficiari familiari. La Calabria, che ne conta 87.789, fa di più di Emilia Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige e Val d’Aosta messe insieme. I confronti e gli incroci potrebbero proseguire. Il reddito di cittadinanza è a trazione meridionale. Nulla che non si sapesse sin dall’inizio. Dobbiamo tuttavia essere contenti di tale conferma? Ovviamente no, anche se pare ci siano posizioni, per carità rispettabili, che gongolano di fronte a un simile affresco. Va ricordato che tale misura intende contrastare come finalità principale la povertà. La stessa cosa faceva nella passata legislatura il Reddito di Inclusione, ma con meno stanziamenti, anche se allora si misero molti miliardi direttamente sul lavoro, che è sempre la strada maestra. Secondo l’ISTAT l’incidenza della povertà assoluta in Italia è del 5,8% al nord e dell’8,6 al sud. Se passiamo, sempre attraverso la stessa recente fonte ISTAT (riferimento anno 2019, pubblicazione giugno 2020), alla incidenza della povertà relativa, il divario, già serio, s’impenna alla grande. Andando dal 6,8 per cento del nord, al 21,1 del mezzogiorno (media italiana 11,4). Possiamo proporre alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi che studiano e si specializzano una frontiera di questo tipo, ossia una mera gestione di questo ampio, non fisiologico, spaccato di povertà strutturale e di lungo periodo, non spostando di un millimetro tutto il resto? No. E del resto lo capiscono bene da soli. Se ne vanno. Per sempre e senza tanti rimpianti. E magari, quando saremo in pensione, andremo noi a trovare loro. La domanda che dobbiamo porci è la seguente. Vogliamo che il sud sia gestito cercando di mettere panni caldi sulla povertà, che certamente va sostenuta, oppure riusciamo a capire, noi prima di altri, senza lamentarci, che non è più ammissibile tale divario tra il nord e il sud del paese? Se l’opzione preferita è la prima che abbiamo detto, siamo più o meno sulla strada giusta dal 1861. Come si può dire, gestiamo la decrescita che genera desertificazione di cervelli e lasciamo agli altri il banco. Se è la seconda strada che vogliamo percorrere, dobbiamo cambiare completamente registro. A cominciare da questo drammatico periodo che viviamo. Sbracciamoci, dunque, senza piangerci addosso, come troppo spesso facciamo, non appena le condizioni dell’emergenza sanitaria lo consentiranno. Ce la faremo oppure ci contenteremo delle morbide brioches, dei "picciuli manzi", soldi calmi, facili, come un tempo venivano chiamati, evitando il pane duro dell’impegno e della responsabilità? Dipende da noi meridionali e non da altri. Se questo ancora non è chiaro, stiamo perdendo tempo. Ma secondo voi, dal punto di vista dell’autodeterminazione, se il Ponte sullo Stretto avesse dovuto unire la Lombardia e l’Emilia Romagna, non sarebbe già pronto da decenni? Quest’anno spegneremo le 160 candeline dell’Unità d’Italia e le 75 della nostra Storia Repubblicana, lo ricordava nel messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica. Qualsiasi misura di contrasto alla povertà ha sempre presentato, mutatis mutandis, le differenze sopra descritte da una parte all’altra dello stivale. È storia antica. Sino a quando tali provvedimenti costituiranno la politica principale per gestire metà di un paese che è tra i più ricchi al mondo grazie soltanto ad alcune aree geografiche, e quindi sino al momento in cui anche il mezzogiorno non produrrà lo stesso livello di prosperità, non staremo impiegando bene le nostre esistenze.

 


domenica 6 dicembre 2020

Antimafia, la pizzeria di Francoforte e i gadget della Sicilia: la pagliuzza e la trave.

 La Repubblica Palermo – 6 dicembre 2020

Mafia, quella pizzeria tedesca gemella dei gadget col padrino

Francesco Palazzo

 Il fatto che Giovanni Falcone, secondo una sentenza di quel Paese, non meriti tutela in Germania, visto che una notissima immagine ritraente il giudice ucciso il 23 maggio del 1992 e Paolo Borsellino si trova affiancata in un ristorante-pizzeria di Francoforte a quella del celebre Padrino venuto fuori dal romanzo prima e dal film dopo, può indurci certamente all’indignazione e alla protesta. Come ogni volta che sentiamo scalfita, o toccata in malo modo, la memoria legata a uno dei periodi più bui della nostra storia repubblicana. Quando Cosa nostra decise, dopo un lungo periodo di quasi bilaterale non belligeranza, di fare la guerra a quella parte, molto minoritaria sia chiaro, dello Stato che la stava combattendo e pure bene. Se quella fetta largamente minoritaria e perciò facilmente eliminabile sia oggi, dopo quasi trent’anni dalla stagione stragista, diventata maggioritaria, sarebbe una bella domanda da porsi. Con una risposta che faremmo male a dare per scontata. Ma non è questo l’oggetto del nostro ragionamento. Dunque, i due giudici, il ristorante di Francoforte sul Meno che si chiama “Falcone e Borsellino”, i buchi sui muri, il famoso Padrino. Il male e il bene accanto. Un’ipotesi di lavoro. Che ci induce, con molte ragioni, a chiedere conto e ragione. Ne abbiamo diritto. Dovremmo tuttavia spiegare ai tedeschi, e spiegarci innanzitutto, come mai vendiamo tranquillamente in Sicilia, e nei luoghi di maggiore afflusso turistico, da Taormina a Erice, da Cefalù a Palermo, gadget di ogni tipo, di fatto inneggianti alla mafiosità. Per i quali, come sempre in questi casi, non credo funzionerebbe il proibizionismo, che anzi ne farebbe aumentare di molto il valore di mercato e dunque la richiesta. Anche se ovviamente è ben strano un popolo come quello siciliano il quale, pur avendo pagato un così alto prezzo nella lotta al sistema criminale mafioso, lo esponga come cosa quasi innocua in tanti punti vendita. Sarebbe un po’ come se in Germania vendessero a fiumi cavatappi, bicchieri, fazzoletti, calamite, grembiuli, mazze, e via elencando, con le immagini di un nazismo sdoganabile. Come affrontare perciò la questione interna, che è sempre propedeutica a qualsiasi fronte straniero? Potrebbe essere utile invadere il mercato dei gadget con i simboli, le facce, le parole dell’antimafia. Sarebbe peraltro un’occasione di lavoro per i giovani. Insomma, se noi permettiamo, senza affrontare la questione in alcun modo, che la memoria venga strapazzata a casa nostra, perché pretendiamo, al di là del pronunciamento di un giudice, coerenza dagli altri? I tedeschi che transitano da noi penseranno che sia normale. E dunque troveranno pure fisiologico che nel proprio Paese in un ristorante la mafia venga impressa vicina ai simboli antimafia. Almeno in quel luogo mettono insieme le due facce opposte della medaglia. E magari, senza volerlo, invitano a una riflessione. Noi nei nostri negozi di souvenir non facciamo neppure questo.

 

sabato 14 novembre 2020

La pandemia e le chiusure. Degli altri.

 

La Repubblica Palermo – 14 novembre 2020

“Chiusura sì, ma non a casa mia”. I veti corporativi che aiutano il virus

Francesco Palazzo

Quello che si sviluppa, in epoca di chiusure e divieti, è la difesa delle varie categorie. Andrebbe studiata a fondo. Intanto perché capovolge la famosa locuzione che farebbe vedere l’erba del vicino sempre più verde. Stavolta no, il giardino mio è pulito e tutto disinfettato, ci potete mangiare, quello degli altro no, lì vi beccate il virus. Allora abbiamo siti dove si dispensano cultura, arte, spettacoli, istruzione, supersicuri, sui luoghi di culto potete metterci tutte e due le mani sul fuoco, sulla ristorazione manco a dirlo. E l’elenco potrebbe proseguire, sia chiaro. Vogliamo per caso trascurare la sicurezza dei luoghi dove si fa sport? Possiamo mai dubitare dei mercati rionali? Appena provi a imbastire un discorso di buonsenso ti becchi la foto della spiaggia di Mondello o della passeggiata, indubbiamente di massa, lungo l’asse che a Palermo va da via Libertà a via Maqueda attraverso via Ruggero Settimo, ma la stessa cosa succede un po’ ovunque. Vogliamo del resto negare alcune vasche di passeggio nei fine settimana mentre impazza il coronavirus? Non sia mai. Magari i sindaci, sino a quando non saremo in acque meno perigliose, e per ora sono in tempesta, farebbero meglio a non concedere le isole pedonali. Perché sono dei catalizzatori di folla, stazionante o meno ha poca importanza, visto che si passeggia a stretto giro di gomito. Perché il punto è proprio questo. Inutile girarci attorno. Le persone vanno tenute il più possibile a casa. E non perché ci siano ambiti non sicuri, dove non vengano rispettate le procedure. Ma per il fatto che mettere il naso fuori dalle mura domestiche significa aumentare esponenzialmente la socialità. E non possiamo permettercelo. A meno che non vogliamo andare a finire dentro il baratro accusandoci a vicenda sulle altrui falle. La verità è che non abbiamo saputo, voluto, e non ci riusciamo ancora, rispettare delle minime regole, quasi da asilo nido, su mascherine, distanziamento e lavaggio delle mani. Non si può permettere una pur guardinga socialità a persone, non tutte ma una bella fetta di umanità, che non riescono a fare cose elementari. E allora hanno poco senso i corporativismi. Non hanno mai senso, per la verità, ma ora meno che mai. Non so se ricordate il detto: «Sono tutto casa e chiesa, è il tragitto che mi frega». Ecco, tra un capo all’altro delle nostre buone intenzioni, siamo tutti in teoria bravi e additiamo gli altri come brutti, sporchi e cattivi. In realtà forse dovremmo guardare meglio ciò che abbiamo davanti e quanto possiamo fare nel quotidiano per riprendere il filo di una matassa sin troppo ingarbugliata. Ricordandoci, soprattutto adesso che ci avviamo verso il periodo delle feste di fine anno, che la norma ci dice cosa non possiamo fare, l’intelligenza ciò che non dobbiamo nemmeno concepire. A meno che non pensiamo che ci sia qualche capro espiatorio, che magari si presta alla perfezione all’uso, nei confronti del quale puntare le nostre fiches di salvezza. Ma così facendo potremo forse portare a casa indenne il nostro precario circuito mentale. Ma poco faremo, come singole esistenze, al fine di contribuire a neutralizzare la pandemia.