sabato 4 maggio 2019

Donne vittime, l'unico motivo è la pochezza degli uomini.


La Repubblica Palermo
4 maggio 2019
Quando uccidono una donna non cercate i motivi
Francesco Palazzo

Negli ultimi giorni d’aprile in Sicilia un omicidio nel Ragusano e un tentato omicidio nel Trapanese con 55 coltellate e con la persona offesa in gravi condizioni. Vittime altre due donne. Potremmo aggiungere un’altra aggressione, un pugno in faccia, registratasi a Palermo all’indomani del Primo maggio.
Dall’inizio di marzo di quest’anno, proprio a partire dalla vigilia dell’Otto marzo, Festa della donna, sono sei le donne uccise nell’Isola. Un numero, come sottolineava su queste colonne Francesco Patanè, che ci pone quest’anno in cima alla classifica tra le regioni italiane. E chissà quante sono quelle che ricevono maltrattamenti e violenze d’ogni tipo in ambito familiare che non arrivano alle cronache.
Ogni volta che accade un fatto di sangue di questo tipo, questo il punto intorno al quale vogliamo ragionare, si apre la caccia spasmodica al motivo che l’ha generato. Una volta trovato, come opinione pubblica quasi ci acquietiamo sul già visto e sentito. Come se il movente fosse una sorta di antidoto in grado, se non di guarire dal veleno del male, almeno di contestualizzarlo e anestetizzarlo. E cosi attendere, in tale ricostruito, e malato, orizzonte di senso, che una violenza simile colpisca un’altra e poi un’altra ancora delle nostre compagne di viaggio.
E invece non dovrebbero interessarci per nulla i "motivi", perché i motivi non ci sono. E il fatto che li attendiamo ci dovrebbe far capire quanta strada dobbiamo fare tutti, proprio tutti, per interrompere questa spaventosa carneficina dai numeri oramai mostruosi. Compiuta da uomini che non riescono, che non riusciamo, a crescere psicologicamente ed esistenzialmente.
Ecco qual è il motivo che dobbiamo avere ogni volta ben chiaro, senza cercare e attendere altri "motivi". I quali sono, o rischiano di essere, per un’intera società, soltanto degli alibi.


sabato 27 aprile 2019

All'ombra dei cipressi o dentro un deposito?


La Repubblica Palermo
27 aprile 2018
Se Foscolo andasse ai Rotoli
Francesco Palazzo

All’ombra dei cipressi e dentro l’urne è forse il sonno della morte men duro? si chiede Ugo Foscolo nei Sepolcri.
 Facile tornare a questo incipit leggendo il reportage di Repubblica sul cimitero dei Rotoli, con 267 salme in attesa.
No, risponde il poeta, ma aiuta chi resta a intrattenere un dialogo con i propri cari in una situazione di rispetto per chi non c’è più.
Il morire, per chi non ha una sepoltura familiare, non può diventare un dramma che si somma al dolore. 
A quanto pare saremo costretti nel capoluogo, mentre ci occupiamo dei problemi dei vivi, a continuare a pensare a queste vie crucis che vivono tante famiglie nell’incrociare l’ineluttabile fine vita. 
Dovremo dotarci anche noi di un Foscolo del ventunesimo secolo che sappia dirci, con sapienza e pietà, parole aggiornate e adeguate ai nostri tempi? Siamo ben distanti dal 1806, anno in cui venne esteso al Regno d’Italia l’editto napoleonico di Saint Cloud, contro il quale scrive il Foscolo.
Il provvedimento stabiliva che le tombe, tutte uguali, dovevano essere poste al di fuori delle mura cittadine. Ciò per il vate era motivo di scandalo. Ma c’erano almeno le tombe. Le quali, peraltro, si disponeva che dovessero sorgere in luoghi soleggiati e arieggiati. Contesto ben distante da quello presente adesso, nel 2019, per centinaia di deceduti e rispettivi nuclei familiari nel deposito del cimitero palermitano.


giovedì 18 aprile 2019

Una nuova narrazione di Palermo per guarirla tutta.


La Repubblica Palermo – 17 aprile 2019
La gang ossarotte e la città da guarire
Francesco Palazzo

Guardando lo spaccato di Palermo che viene fuori da questa indagine che ci racconta di persone con le ossa rotte, di violenza, di mutilazioni a pagamento di disperati al fine di truffare le assicurazioni dobbiamo chiederci che tipo di città ci consegna. 
Se è marginale questa fascia di umanità disumana nella nostra comunità o se è il caso di porre qualche punto di domanda su un capoluogo che si vorrebbe quasi guarito da tutti i suoi mali e finalmente in fase di redenzione da tutte le sue sofferenze. 
Talvolta, senza accorgercene, possiamo correre il rischio di coprire, allungando a dismisura la parte di Palermo che ha fatto passi in avanti, tutte le altre sezioni ancora doloranti di questa metropoli.
Probabilmente dovremmo affrontare con più attenzione le contraddizioni del passato e i nodi irrisolti del presente, mafia compresa. Altrimenti le une e gli altri rischiano di rimanere lì mentre ci raccontiamo la buona novella del migliore dei mondi possibili che Palermo starebbe diventando. 
Capiamoci. È innegabile che vi siano diversi aspetti incanalati nel verso giusto. Nella capitale dell’Isola si respira un’aria diversa. Negarlo sarebbe da stolti.
Ma proprio per questo il movimento migliore e più saggio da mettere in campo adesso è quello, partendo dai diversi pezzi del mosaico cittadino che funzionano, di posizionare al loro posto, risanando il tanto che c’è da guarire, tutte le altre tessere. Col tempo che ci vuole, ma con decisione e chiarezza. E qui nessuno può stare a guardare. 
Per farlo, bene, occorrerebbe conoscere tutti gli angoli, quelli delle stanze di rappresentanza e quelli dei ripostigli dove vengono messe tutte le cose che si vogliono sottrarre alla vista.
 Ma siamo in grado di darci una narrazione completa ed esaustiva della Palermo di oggi?


martedì 2 aprile 2019

Una casa comune per le mani che aiutano.


La Repubblica Palermo – 2 aprile 2019
Serve una rete per mettere insieme l’altra Palermo
Francesco Palazzo

Repubblica Palermo ha raccontato le storie, sempre uguali, di chi paga le cosche e quelle, sempre diverse e colorate, dei tanti che danno una mano con generosità in diversi ambiti. 
Coloro che pagano un pizzo, dai parcheggiatori estorsivi ai mafiosi, come un fatto quasi fisiologico, e quanti invece donano tempo ed energie opponendosi al malaffare e alla rassegnazione, rappresentano proprio due città. I primi, uno spaccato non trascurabile e trasversale, sono il peggiore passato ancora presente. I secondi, costituiscono l’eredità delle migliori stagioni di questa terra, anch’esse con le tende piantate in tempi pure molto lontani. 
Sono due album di famiglia che si confrontano giornalmente. 
Solo che le mani dannose non hanno bisogno di nulla per sommarsi. 
Le mani che aiutano, invece, lo dicono alcune voci impresse in queste pagine, lanciano un allarme. 
Non vogliamo essere soli, non siamo eroi, non dobbiamo adagiarci sul racconto di una città pacificata, c’è bisogno di interrogarci. 
Chiedono di fare squadra. Ciò che si è visto, man mano che ci si è allontanati dalla stagione stragista degli anni Novanta, è stato un progressivo sgretolarsi del percorso comune. 
Ciascuno ha cominciato a ritagliarsi il proprio orto, sia di analisi che di azioni. In tale orizzonte frantumato hanno avuto gioco facile quanti hanno tentato d’innalzare le varie antimafie di cartone. 
Occorrerebbe rimettere insieme stabilmente tutti questi pezzi del mosaico. Concretamente, ci vorrebbe un luogo che raccolga tutte queste esperienze. 
I locali del No mafia memorial di Palermo, ad esempio, qualora si destinasse l’intero Palazzo Gulì a tale esperienza, potrebbero vedere la nascita di ciò che serve. 
Un posto dove le tante mani che aiutano possano unire saperi e pratiche. Coinvolgendo sempre più i tanti pezzi di cittadinanza attiva e responsabile già operanti o pronti. 
Non c’è alcun motivo per non giocare, bene, questa decisiva partita.


martedì 12 marzo 2019

Tusa, Borruso e i siciliani che tracciano per tutti la buona strada.



La Repubblica Palermo – 12 marzo 2019
Ripartiamo dai siciliani giusti
 Francesco Palazzo

Doveva essere un aereo che cade molto lontano dalla Sicilia a spazzare, dai social e dai discorsi che si sentono nelle relazioni fisiche, mesi di brutali parole senza senso. 
È una tregua, molto breve, lo sappiamo. Ma almeno ci dà lo spazio e l’occasione, considerato che una delle vittime in Etiopia, Sebastiano Tusa, era siciliana, di ricordarci cosa servirebbe alla Sicilia per cambiare passo.
Passione, competenza, disponibilità, generosità, la politica vissuta come servizio, capacità di lavoro, serietà, amore per la propria terra, umiltà. All’unanimità sentiamo che erano tra le caratteristiche di questo siciliano. 
Proprio in questi ultimi giorni è andato via pure Enzo Borruso, medico, scrittore, giornalista, vicino ai disabili, volontario, difensore dei diritti delle donne, dello stesso spessore umano e professionale. Quante persone ci sono in questa terra come loro?
Non saranno tantissime, magari. Ma siamo sicuri che, pure tra i tanti giovani che vanno via, ne potremmo rintracciare un certo numero per dare un presente e un futuro diversi e migliori alla nostra regione. Proviamoci.

giovedì 7 marzo 2019

PD, fai vivere il popolo delle primarie oltre i gazebo


La Repubblica Palermo – 7 marzo 2018
I dimenticati delle primarie
Francesco Palazzo
Le primarie del PD, come sempre, sono state molto partecipate da una fetta di elettorato, non incasellabile nelle correnti in cui è diviso il partito, che ritiene ancora utile una formazione politica riformista. 
Tali consultazioni sono una costante virtuosa che i democratici hanno introdotto nello scenario politico.
Sinora però, chiuse le urne, queste persone, paganti, non vengono coinvolte nell’attività politica.
Non si è mai proceduto a stilare un’anagrafe dei votanti ai gazebo. Uno spreco per quello che si può identificare, a norma di statuto, che individua iscritti ed elettori quali elementi fondanti, come il partito delle primarie. Peraltro, quanti vanno ai seggi lasciano dei riferimenti che li rendono contattabili. 
In Sicilia, gli 80 mila che si sono messi in coda il 3 marzo, costituiscono una solida base di costruzione del consenso e di militanza difficilmente oggetto di inquinamenti. Rispetto ai quali nessuno può dirsi esente.
Fossi nei panni dei tesserati piddini, li andrei a cercare casa per casa. Chiedendo loro cosa fare nell’isola e cercando di moltiplicarne il numero.

venerdì 1 marzo 2019

Le risposte che non abbiamo saputo dare alla signora Augusta Schiera


La Repubblica Palermo – 1 marzo 2019

Le parole che mancano a una madre
Francesco Palazzo

Le parole che ci mancano, anche se in realtà sono i soli che parlano da sempre, non ce le aspettiamo dai mafiosi. 
La lotta alla mafia, dagli albori della storia repubblicana, è costellata da troppi buchi neri che l’hanno favorita. Se Cosa nostra esiste ancora è perché lo Stato, tutti noi che lo componiamo nelle sue tante articolazioni, non ha fatto per intero la propria parte.
Non soltanto per le complicità dirette e intenzionali. Ma soprattutto per le omissioni, le tante parole e i tanti pezzi mancanti, per usare il titolo di un libro di Salvo Palazzolo, che nutrono da sempre la presenza tra di noi della criminalità organizzata. 
La signora Augusta Schiera, appena scomparsa, ha lottato per 30 anni. Voleva sapere in quale buco nero erano finiti suo figlio Nino Agostino, agente di polizia, sua nuora Ida e la creatura che portava in grembo. 
In tre decenni non siamo riusciti, a lei come ad altri familiari di vittime per mano mafiosa, a dare risposte. 
Forse un giorno la mafia sarà sconfitta. Questa data sarà più vicina nella misura in cui la smettiamo di portarci appresso misteri e silenzi.

sabato 23 febbraio 2019

Chiesa e mafia, le vare e il molto che c'è da fare


La Repubblica Palermo – 23 febbraio 2019
Chiese e cosche, le processioni non bastano
Francesco Palazzo

Il decreto dell’arcivescovo di Palermo, che sulle confraternite dispone certificazioni sui carichi pendenti e relazioni affidate ai parroci, è un fatto positivo. 
Con due limiti. 
Uno interno a tali manifestazioni di religiosità, l’altro esterno. Il primo si riferisce alla circostanza che tale provvedimento avrebbe dovuto avere valenza in tutte le diocesi e dunque doveva essere emesso dalla conferenza episcopale siciliana. Il secondo, più importante, punto critico riguarda l’evidenza che la via sul contrasto alla criminalità, pure mafiosa, che cerca inserimenti nel mondo cattolico, non può essere circoscritta alle sole processioni. Ma deve riguardare la vita quotidiana di tutte le parrocchie. E qui siamo lontani dal Puglisi celebrato al Foro Italico dal pontefice Francesco pochi mesi fa. 
Don Pino viveva radicale contrasto alle cosche del rione, conoscenza del territorio, azione su di esso anche attraverso collaborazioni con realtà laiche e lontananza da qualsiasi finanziamento pubblico. 
La strada per la chiesa siciliana sulla pastorale antimafia, dalle parole ai fatti, è ancora lunga.

sabato 16 febbraio 2019

Sicilia, eterne lamentele e possibile riscatto. Dipende da noi.


La Repubblica Palermo – 15 febbraio 2019
Basta lacrime, crescere è possibile
Francesco Palazzo


Le storie, raccontate mercoledì da Repubblica, dei giovani imprenditori che innovano operando in Sicilia, dove le nuove aziende presentano, secondo Unioncamere, meno chiusure rispetto al Centro-Nord, mostrano che pure qui si può. Sì, certo, la mafia, le infrastrutture che mancano, la rete viaria fatiscente, i trasporti all’età della pietra, l’azione politica che viaggia più lenta di una lumaca, i pregiudizi di chi oltre lo Stretto spara frasi che lasciano a bocca aperta, ma anche il corpo elettorale siculo che cerca, e trova, assistenzialismo a buon mercato: c’è tutto questo, e altro. 
Ma dovremmo prima o poi finirla di piangerci addosso e indicare Roma, il Nord, l’autonomia chiesta da altre Regioni, dibattito attuale, quali colpevoli. 
Ci saranno delle ragioni. Ma queste, dopo secoli, si sono sommate ai nostri tanti torti in un miscuglio indistinguibile.
Vediamo di uscirne, come quei giovani imprenditori. 
Posiamo da qualche parte i fazzoletti pieni di lacrime e rampogne. E utilizziamo tutte le energie e le intelligenze che in questa terra non mancano.

domenica 10 febbraio 2019

Palermo. Prima chi ha bisogno.


La Repubblica Palermo
10 febbraio 2019
La lezione di chi accoglie senza distinzioni
Francesco Palazzo

Proviamo a fare insieme un semplice ragionamento mettendo insieme tre fatti.
Nella chiesa palermitana dei Decollati (storia raccontata da Repubblica Palermo), si paga il pranzo e quello dei concittadini indigenti, che mangiano insieme a coloro che mettono le quote.
L’Università di Palermo accoglie le immatricolazioni ai corsi di coloro che attendono lo status di rifugiati.
Il Comune di Palermo ha iscritto all’anagrafe una libica e tre bengalesi titolari di protezione umanitaria. 
La trattoria parrocchiale aperta al disagio estremo, il regolamento dell’ateneo palermitano e la firma dibattuta, considerata la normativa attualmente in vigore, del sindaco in calce ai documenti, a prescindere dall’opinione che possiamo avere sulle singole vicende, ci fanno capire fondamentalmente una cosa.
Importante soprattutto in un momento in cui prevalgono pensieri, parole e azioni che cominciano a fare paura. 
Non c’è alcuna controindicazione nel dare supporto a tutti quelli che hanno bisogno. 
Si possono sfamare i palermitani che non ce la fanno e, contemporaneamente, aiutare quanti vengono da lontano.


mercoledì 30 gennaio 2019

PD in Sicilia, compagni che (non) sbagliano.


La Repubblica Palermo
30 gennaio 2019
Il PD della rissa e quello della politica

Francesco Palazzo



Avvince sempre più i siciliani normali, i cinque milioni e passa che ogni giorno affrontano mille problemi, l’ennesima puntata della guerra intestina in seno al Pd, questa volta sulle votazioni interne verso i candidati alla segreteria nazionale. Da Palermo a Sciacca, da Taormina a Mazara, da Trapani a Pachino, nei mercati e nelle piazze, nei condomini e nelle famiglie, non si parla d’altro. 
Le liti sui social poi, dove i piddini si lanciano addosso di tutto, tengono col fiato sospeso i disoccupati, i precari, i giovani che vanno via dalla nostra regione, quelli che sono già fuori e le tante periferie. 
Inoltre, le dichiarazioni dei leader sui massimi sistemi circa le lotte tra correnti risultano di fondamentale interesse per ilfuturo dell’Isola. 
Non abbiamo dubbi, tuttavia, dell’esistenza di tante e tanti tesserati i quali ci provano a tenere deste l’attenzione e l’azione su questioni che stanno sul pianeta terra di quanti vivono in Sicilia e non sulla luna. 
Non vogliamo negarlo, tale militanza è ancora ben presente nel Pd siculo. 
Ma sono sicuramente compagne e compagni che sbagliano.


giovedì 24 gennaio 2019

La forza della repressione e la presenza delle mafie nell'economia legale.

La Repubblica Palermo 24 gennaio 2019
Lotta ai clan, la strada che resta da fare

Francesco Palazzo
Pare che gli ultimi due collaboratori di giustizia abbiano rivelato che Cosa nostra è infiltrata pericolosamente nell’economia palermitana. Se lo dicono voci interne, non di basso livello, evidentemente parlano a ragion veduta. 
E la storia della mafia alle corde? Vera pure questa, ma occorre distinguere i due piani.
Da un punto di vista militare c’è uno scacco matto dopo l’altro da parte di magistratura e forze dell’ordine. 
Quella che però è stata intaccata sino a un certo punto, malgrado sequestri e confische, è la presenza della mafia nell’economia legale. Se non fosse ancora presente quest’altra faccia della medaglia, gli stessi mafiosi non avrebbero alcun interesse, visto che sono perseguiti in continuazione dalle indagini, a stare ancora sulla scena. I soldi, gli interessi, gli affari, le imprese saranno, come ci confermano i due collaboranti, ancora una bella montagna. E sono più importanti degli anni di galera. 
Prima di affermare il the end per la criminalità organizzata ci tocca disgregare del tutto quella montagna. Un pezzo di strada l’abbiamo fatto.
Molto resta da fare

sabato 19 gennaio 2019

Palermo: pedonalizzazioni e piste ciclabili. Quello che si è fatto e il molto che resta da fare.


La Repubblica Palermo – 19 gennaio 2019
Mobilità dolce, basta improvvisazioni
Francesco Palazzo

Negli ultimi anni a Palermo c’è un’attenzione verso le pedonalizzazioni e la cultura dello spostarsi sulle due ruote con pedali. È anche merito di chi amministra aver creato consenso, pure tra i commercianti, intorno ad un modo meno aggressivo di vivere la dimensione comunitaria. Ma sinora si procede per tentativi. L’ultima notizia riguarda il Cassaro centrale, da Via Roma ai Quattro Canti. Continuerà sino a maggio l’unico senso di marcia per le auto con due ampie corsie pedonali. Nello stesso tempo si elimina, visto il comportamento di molti pedalatori, la striscia ciclabile che va dal Teatro Massimo sempre a Piazza Vigliena. Poi è comparso il provvedimento, ritirato, che intendeva far sloggiare le bancarelle che vendono libri in Via Libertà per proteggere camminatori e ciclisti. Questi ultimi transitanti in quelle che solo una vivace fantasia può definire piste ciclabili. Cioè quelle disegnate, più o meno a mano libera, tra i platani e le persone. Quando, invece, in questo caso, quelli da proteggere sarebbero soltanto i pedoni. Ma non dai libri. Che possono solo fare del bene. Ed è d’accordo pure lo stesso comune. Che nel luglio scorso stabilì che in quel tratto le bici non potevano superare i 10 chilometri orari. Velocità impossibile da mantenere, lo dicono le stesse associazioni ciclistiche. Un camminatore, neppure tanto veloce, copre più di dieci chilometri in un’ora. Del resto, vocabolario alla mano, una cosa sono i marciapiedi, che in città versano un po’ dappertutto in cattive condizioni, per usare un eufemismo, un’altra le piste ciclabili. Differenza ben chiara, come riportato su questo giornale, agli stessi cicloamatori. Raddoppiati negli ultimi 5 anni e arrivati a diecimila. Così come c’è un vertiginoso decollo di quanti preferiscono utilizzare le proprie gambe per spostarsi in centro. Proprio per questo occorrono politiche più decise sulla mobilità dolce. Dopo anni, nella zona centrale della città, non si può più viaggiare sulla linea delle sperimentazioni. Con nulla di stabilmente delineato. Basti pensare che la chiusura più battuta da quanti passeggiano, il primo tratto della via Maqueda, è ancora ufficialmente, e chissà per quanto lo sarà, zona a traffico limitato. Si parla da tempo del rifacimento della pavimentazione, di una sistemazione più decente di questo segmento, dove tra bancarelle e affissioni selvagge c’è un po’ di tutto, e della sua permanente destinazione a isola pedonale. Con la possibile individuazione, aggiungiamo, di un cordolo ciclabile. Che non farebbe più litigare i due gruppi più ecologici e virtuosi che conosciamo, ossia coloro che consumano suole e ruote al posto del carburante inquinante. Su tutto prevale una, seppure virtuosa, incertezza. Filosofia che contraddistingue l’ampia zona (via Ruggero Settimo, tutta la via Maqueda, l’intero corso Vittorio Emanuele e il pezzo di via Roma dalla stazione a via Cavour), sulla quale si potrebbe ragionare per farne il ring permanente del passìo dei palermitani. Però con provvedimenti stabili e duraturi. Quando si passerà dalle perenni prove generali all’attuazione di qualcosa di definitivo, evitando di veicolare il messaggio che ciclisti e pedoni non possono stare insieme? Tutto dipende dal realizzare definitive zone pedonali e vere, sicure, ed estese a tutto il territorio cittadino, piste ciclabili. Lasciando in pace la cultura e i libri. Che già a Palermo se ne vendono e leggono pochi. Insomma, su pedonalizzazioni e ciclabilità si potrebbe utilizzare nei confronti dell’amministrazione comunale un modo di dire abusato ma efficace e in questo caso calzante. Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala.

lunedì 7 gennaio 2019

Palermo: le ragioni di una piazza in minoranza.


La Repubblica Palermo – 6 gennaio 2019
La lunga marcia del vescovo e del sindaco
Francesco Palazzo



Il vescovo e il sindaco, basta leggere i commenti sui social, hanno scelto la strada in salita.
E non bastano mille persone che si mobilitano a renderla più agibile. Perché anche quelli che non si esprimono in rete la pensano allo stesso modo. Prima gli italiani, i palermitani, i siciliani. Ed è inutile ripetere che non c’è alcuna invasione. 
Le parole di Lorefice e Orlando, l’altra mattina nello stesso luogo, nelle stesse ore e quasi nella stessa piazza, esprimono un appello al momento perdente dal punto di vista politico, sociale e religioso.
Considerato che molti cattolici pensano: prima noi e poi gli altri. 
Le loro posizioni narrano di una minoranza che non ha altra finalità oltre quella di esprimere valori non negoziabili. 
Il vescovo e il sindaco, a Palermo, unica città in cui c’è questa evidente sintonia, indicano un percorso che parte dal più debole punto della catena. Dove i like si conquistano se assecondi le paure e non se le affronti andando a viso aperto controcorrente. 
Chi venerdì era in piazza Pretoria al gelo deve mettersi in questa prospettiva. Senza illudersi più di tanto.


mercoledì 2 gennaio 2019

Palermo, i passi in avanti e le violenze antiche e recenti.


La Repubblica Palermo - 2 gennaio 2019
La violenza che non si può nascondere
Francesco Palazzo

La casistica, solo nelle ultime settimane, comincia ad essere degna di nota. 
Il venditore di rose aggredito, l’uccisione di Aldo, il clochard che viveva sotto i portici in pieno centro, il responsabile di un pub derubato e picchiato, l’autista dell’Amat finito in ospedale, il giovane pestato in un luogo della movida. 
Palermo è una città violenta? 
La domanda, in un posto che è stato teatro delle due più feroci guerre mafiose negli ultimi 50 anni, dell’uccisione di un presidente di Regione, del capo dei comunisti dell’isola, di magistrati, di un ex sindaco, di un prete, di giornalisti, di investigatori, imprenditori, e l’elenco potrebbe essere purtroppo lungo, può risultare inutile. 
Si dirà che è un tempo passato. Le indagini, su gente arrestata per mafia e riarrestata una volta libera, ci fanno capire che la violenza mafiosa, pur senza sangue per le strade, comanda ancora interi contesti sociali. 
Palermo ha compiuto tanti passi in avanti. 
Ma mettere sotto il tappeto, con un’alzata di spalle, vecchia, ma ancora presente, e nuova violenza, potrebbe non essere la più saggia delle opzioni.

mercoledì 12 dicembre 2018

L'antimafia attenta e concreta che ci vuole.


La Repubblica Palermo – 12 dicembre 2018
L’antimafia di chi crea lavoro e non fa carità
Francesco Palazzo

La comunità cristiana di San Saverio la sensibilità del recupero di chi vuole rimettersi in gioco ce l’ha nel Dna. 
Insieme al Centro San Saverio, tra i pochi in Sicilia, hanno creato lavoro e non carità. 
Da queste due realtà decenni fa nacquero, all’Albergheria, una gelateria, un’agenzia di viaggi e una  trattoria con trent’anni di attività. 
È ciò che devono fare coloro che non vogliano limitarsi a drenare assistenza a vita, alla lunga soldi persi. Parliamo di persone il cui percorso deve essere leggibile da chi tende la mano. 
Cosa diversa se ci si trova davanti a biografie da sfogliare con attenzione.
La buona fede e la conoscenza del territorio devono andare insieme. Altrimenti si fanno autogol. Di cui un’antimafia già claudicante non sente il bisogno.
Ma un infortunio, per quanto rilevante, non mette in discussione il metodo: creare vera promozione umana e non volontariato a buon mercato, del quale si può approfittare.
Strada che andrebbe ripresa da tutti quelli che si spendono per gli altri. 
Sovente dando il pesce quotidiano e non la canna per pescare autonomamente salari e dignità.


domenica 9 dicembre 2018

La mafia combattuta dal singolo e cercata dai più, certa antimafia in ritardo o a salve.


La Repubblica Palermo – 9 dicembre 2018
L’antimafia dei distintivi e quella dei fatti
Francesco Palazzo

La denuncia della richiesta di pizzo del costruttore Giuseppe Piraino non ha coinvolto, nemmeno come privata solidarietà, suoi colleghi imprenditori. Lui stesso ce lo dice. 
A 27 anni dall’assassinio di Libero Grassi, che faceva solo il suo dovere di uomo libero in mezzo a tanti che stavano zitti, ci pare di non esserci spostati poi molto. Soprattutto se consideriamo la circostanza che non si è costruita, in quasi tre decenni, una rete di protezione e consenso che renda normali tali reazioni di fronte a chi minaccia la libertà d’impresa. L’antimafia, in questo settore, ha smosso più chiacchiere e distintivi che fatti. 
Come allora, il gesto di Piraino è più unico che raro.  
Intanto, dall’ultima operazione antimafia viene fuori che Cosa nostra è cercata per i bisogni più vari. Anche qui registriamo che non c’è soluzione di continuità rispetto al passato. 
Abbiamo, dunque, da un lato, una condotta coraggiosa, che indica a tutti la via da seguire, dall’altro scorgiamo non evidenti cambiamenti. 
La forza del singolo in un sistema sociale tornato ad essere distratto nel contrasto alle cosche.


sabato 17 novembre 2018

Eresia, scisma e scomunica a Palermo. Chiamiamo Guglielmo da Barskerville.


La Repubblica Palermo
16 novembre 2018
Il vocabolario medievale della chiesa
Francesco Palazzo

Leggere le parole scisma, eresia, scomunica nel 2018 è molto strano. Ci si sente di botto calati nelle scene del film Il nome della rosa. 
Solo che tra quel clima, ricostruito prima nel romanzo e poi sullo schermo, e oggi, è passato qualche annetto. Speravamo con rilevanti novità.
Soprattutto adesso che in Vaticano si declina il termine misericordia in tutte le forme possibili e immaginabili. 
Invece a Palermo, nei confronti di un sacerdote, don Minutella, cade questo triplice fischio di fine partita, notificato allo stesso il 13 novembre.
 Eresia, scisma, scomunica. Si può dissentire nel mondo cattolico? 
Se qualcuno non concorda con la linea, giusta, di rinnovamento che si è inaugurata nella chiesa di Roma, lo si può sollevare, com’è avvenuto nel nostro caso, dall’incarico parrocchiale. Ma tra questo e passare alla soluzione definitiva, nel 2018 non nel 1327, anno in cui è situata la storia di Umberto Eco, ce ne vuole.
 Ma è così difficile togliere, sempre con misericordia parlando, dal vocabolario religioso e dal diritto canonico, sanzioni così pesanti e ormai fuori dalla storia?


venerdì 16 novembre 2018

Brancaccio, l'antimafia di Don Puglisi, perchè è morto e una proposta di pastorale contro le cosche.


Rivista Segno n. 399 – Il Papa a Palermo e la testimonianza pastorale di Puglisi

Don Puglisi, una frontale opposizione a Cosa nostra
Francesco Palazzo

Perché la mafia ha ucciso don Pino Puglisi? Cosa ne è del suo sacrificio nella chiesa siciliana dopo 25 anni? Se la mafia uccide, vuol dire che quella persona minaccia le sue trame. Quindi se quella interrotta brutalmente era una strada corretta, bisogna capire a cosa corrispondeva e poi seguirla. Altrimenti le parole prendono una strada, i fatti un'altra. Cosa ha messo in atto 3P dal 1990 al 1993 da armare menti e mani mafiose? Si è detto che toglieva i bambini dalla strada. Come altri presbiteri, mai sfiorati da Cosa nostra.

Brancaccio, il quartiere di don Pino
Prima di avanzare un’ipotesi meno improbabile, diamo uno sguardo al posto dove Puglisi ha trascorso, dopo esservi nato, gli ultimi tre anni. Brancaccio, dove sono nato e cresciuto, è quartiere un tempo a vocazione agricola, nasce nel 700 e prende il nome dal governatore di Monreale, il napoletano don Antonio Brancaccio. Nel 1747 fece erigere la chiesa di S. Anna, successivamente dedicata a San Gaetano da Thiene, la parrocchia di don Pino. Nel territorio sorge il Parco della Favara con il Castello Arabo Normanno, residenza dell’emiro Giafar inacciaal-Kalbi e del sovrano normanno Ruggero II. Gli abitanti ricadenti nell’ambito parrocchiale sono attualmente circa ottomila. Nella mia generazione, quasi tutti si andava a scuola e oggi si continuano a frequentare le aule scolastiche, con laureati, diplomati, professionisti, professori, pure universitari, impiegati e artigiani. Don Pino non trova, come si è letto nei libri e visto nelle fiction, giovani originari del quartiere allo stato quasi animalesco. In realtà, si occupa di circa 150 famiglie, provenienti dal centro storico della città. Nuclei familiari ghettizzati dalla politica e inviati in alcuni palazzi di Brancaccio all'inizio degli anni ottanta. Con tutte le immaginabili conseguenze, in termini d'integrazione e di deterioramento del tessuto sociale. Da allora poco o nulla è mutato, anzi negli ultimi due decenni c’è stato un peggioramento. In tale contesto si gioca tutta, o quasi, la vicenda del beato. Che per bonificare quella zona, dove mancava pure la rete fognaria, sposa la causa del Comitato Intercondominiale Hazon, composto da persone che avevano acquistato case in quella che doveva essere una zona residenziale. Il comitato voleva portare civiltà e servizi dove la politica aveva imposto isolamento e invivibilità. A tre esponenti di punta del comitato, che era una cosa sola con 3P, bruciano le porte in una notte di fine giugno 1993, a poche settimane dall'agguato che elimina un presbitero mite e indomabile per le malate logiche mafiose. I processi hanno mostrato che i due moventi mafiosi, incendiario e omicidiario, coincidono. Puglisi muore perché vuole cambiare quel pezzo di rione, le logiche aberranti che lo guidano, mettendo in discussione la manovalanza criminale che lì si era messa a disposizione della mafia stragista che regnava nella zona. Il sangue di don Pino viene sparso per riscattare un piccolo lembo, creato da una politica miope, di un quartiere di Palermo. Non sembri una diminutio del suo operato. Tutti possiamo dire e scrivere che la mafia fa schifo. Ma tra il dire e il fare ci sta di mezzo la capacità di spendersi sul pezzo di territorio che ci viene consegnato, per scelta, per caso o per nascita. Altrimenti la lotta alla mafia rischia di essere un facile gioco di società. Puglisi non è nuovo a tali azioni. In altri angoli di quella parte di Palermo, la bidonville dello Scaricatore e l’agglomerato di case popolari senza servizi, a ridosso della chiesa di San Giovanni degli Eremiti, aveva agito allo stesso modo. La profezia non riguarda i massimi sistemi, in questo settore troviamo folle. Se andiamo in profondità i numeri si diradano. Talvolta la lotta alla mafia coincide con il mettere una parola dietro l’altra. E per questo l’antimafia si è macchiata e si tinge di errori e protagonismi a salve. Dal campo di gioco delle buone intenzioni si esce indenni. Altra cosa è non mollare negli ambiti senza luce. E lì giocarsi tutto. Questa è la cifra di don Puglisi.

L’esperienza del parroco Giuè
Quindi don Pino incrocia la violenza mafiosa non per i bambini, ma perché lavora con gli adulti. Con costanza, metodo, meticolosità, decisione. È questo che la mafia, supportata dalla malapolitica, non accetta. Ma era la prima volta che a Brancaccio, nella chiesa di San Gaetano, accadeva? No, dal 1985 al 1989, a guidare la parrocchia era stato chiamato Rosario Giuè, un giovane prete originario di Marineo che stava completando gli studi superiori di teologia a Roma. Nei quattro anni si distingue per innovazioni pastorali, azioni sociali, contrapposizione alla mafia e alla malapolitica locali. A S. Gaetano si svolgono incontri con le giunte della primavera guidate da Leoluca Orlando, quando quell’azione politica e culturale toccava il suo apice. Tanti giovani del quartiere lavorano con il parroco, poi confluiti nell’azione cattolica collaborando con un giovane viceparroco succeduto a Giuè, Franco Artale. Nasce in parrocchia la biblioteca Claudio Domino, con scaffalature espositive e libri donati in larga parte dalla Facoltà Teologica di Palermo e tanti volumi usciti dalle case di Brancaccio. Quando don Pino arriva a San Gaetano, nell’ottobre del 1990, trova dunque tanti giovani attivi, che frequentavano università e scuole superiori, una biblioteca funzionante con più di tremila volumi, gente abituata a lavorare in un certo modo. Ma succede che, mal consigliato da chi poi lo lascerà solo, si lascia convincere che quei giovani volevano formare una sezione di partito, cosa non vera, frequentavano da piccolissimi i locali parrocchiali. Ma quel gruppo, di cui facevo parte, viene sciolto.

La chiesa siciliana dopo 25 anni
Considerato che abbiamo risposto alla domanda relativa al perché don Pino viene fatto fuori, e cioè per la pastorale con gli adulti e non per quella con i piccoli, dobbiamo rispondere alla seconda domanda. Cosa ne è stato nella chiesa sicula in questi 25 anni, culminati con la visita papale, dell'insegnamento di don Pino? Prima di rispondere vediamo come agiva Puglisi. Forse implorava assistenzialismo e distribuiva carità attraverso le casse pubbliche? No, venivano chiesti, senza tregua e con la schiena dritta, diritti, promozione umana, infrastrutture, servizi. Dal 1993 a oggi i parroci, le parrocchie, le diocesi, sono stati e sono presenti con lo spirito e il metodo di don Pino, o ha finito per prevalere un cattolicesimo che non sposta, assistenzialismo delegato a parte, una foglia? Oltre le scomuniche e i documenti dei vescovi, le omelie infuocate nei duomi, si sta sotto i campanili, dove non si reca fastidio a nessuno? La visita del successore di Pietro nei luoghi di don Pino, proprio perché è un imprimatur d’ora in poi inamovibile sul suo operato, deve consentire a tutta la comunità cattolica siciliana di rispondere a tali fondamentali interrogativi. Sciogliendo un nodo fondamentale. Perché i parroci, i vescovi, lo stesso pontefice, negano l'antimafiosità di Puglisi? Egli grida, anche dal pulpito negli ultimi tempi, accusa i mafiosi, suscita contese, pure in parrocchia, dove trova contrapposizioni. Arriva in solitudine a quel colpo di pistola alla nuca. Sì, non faceva certo retorica o proclami a vanvera. Ma è stato ucciso, se non vogliamo raccontarci altro, per la frontale contrapposizione alla mafia, dall'altare e sul territorio. E quando diciamo che le manifestazioni e gli appelli non servono più, ricordiamoci che Puglisi va allo scontro conclusivo con i suoi carnefici promuovendo, a maggio e a luglio del 1993, a Brancaccio non in Via Libertà, per gli anniversari di Falcone e Borsellino, due grandi manifestazioni antimafia, riprese dai media. Inoltre mette la firma sulla richiesta di intitolare a Falcone e Borsellino una via di Brancaccio. Senza contare che due appelli erano partiti verso la presidenza della Repubblica e che per il 22 settembre, una settimana dopo l’uccisione, era riuscito ad ottenere un incontro riservato con il presidente della Commissione Antimafia, Luciano Violante. Don Pino era, se non all'inizio della sua vicenda a Brancaccio certamente alla fine, un sacerdote dalla esplicita connotazione antimafiosa. Che la chiesa non voglia riconoscere tale aspetto perché difficile da replicare, non lo cancella affatto.

                                                                                Non si vedono piani pastorali ispirati a Don Pino
Cosa è avvenuto dunque nella chiesa in questi a 25 anni? A nessuno può sfuggire, credente in dio o in altro, che l'azione dei cattolici, essendo dislocata dappertutto con le parrocchie, è importante, in questo come su altri versanti, per tutta la società. Facciamo questa domanda dopo un quarto di secolo, tempo più che congruo per pensare, scrivere, programmare, attuare, modificare e riproporre con le correzioni ritenute necessarie, una pastorale diretta al contrasto del crimine mafioso. Chiediamoci quante comunità parrocchiali, se vogliamo uscire dalla visione clericocentrica, hanno sposato e perseguono il sentiero di Puglisi. Ho l'impressione che vi sia stata una regressione complessiva e un ritorno dentro le sagrestie, anche con riferimento a una stagione preesistente allo stesso don Pino, pure a Brancaccio come visto, in cui c'erano diverse realtà cattoliche sensibili alla tematica. Non si è neppure provato a tracciare una pastorale condivisa e specifica con i sacerdoti e le comunità parrocchiali, che provasse a mettersi di traverso, come ha fatto Puglisi, alla mafia e alla malapolitica. Considerato che da entrambi è stato ucciso. Se vi fosse stata o se ne trovassimo una pur labile traccia, potremmo confrontarci con essa e valutarne gli effetti, anche soltanto potenziali. Se la chiesa dice che don Pino è il suo punto di riferimento, se ogni 15 settembre, giorno della sua scomparsa, a Palermo inaugura l'anno pastorale diocesano, deve comportarsi di conseguenza.

Otto titoli di una pastorale antimafia
Tracciamo di seguito otto titoli di una pastorale antimafia che ancora non esiste e che percorra la scia lasciata da don Pino.
1) Analizzare i territori parrocchiali delle diocesi;
2) Lavorare insieme alle realtà che già operano localmente, quindi operare con gli adulti;
3) Chiedere diritti e strutture e non assistenzialismo o fondi pubblici;
4) Chiamare le istituzioni alle loro responsabilità nei quartieri senza fare sconti;
5) Mettere in campo la dimensione dell'ascolto e non soltanto sacramenti e processioni;
6) Fare in modo che i mafiosi percepiscano come inospitali le sagrestie e le funzioni religiose;
7) Nominare commissioni di studio nelle diocesi con esperti sulla criminalità organizzata, coinvolgendo presbiteri e fedeli;
8) Analizzare nello specifico l'impatto nei singoli territori parrocchiali della criminalità mafiosa e porsi pubblicamente da un'altra parte.

Questo, più o meno, ciò che si sarebbe dovuto fare in questi venticinque anni. Invece si è parlato molto del sorriso di don Pino, del me l'aspettavo, e poco altro si è fatto. Peraltro posso testimoniare, avendo incontrato casualmente don Puglisi in una sera del luglio 1993, che quel sorriso lo aveva perso e che era un uomo molto addolorato per la sordità della politica alle sue richieste per il quartiere.
Se quanto scritto non è lontano dal vero, dobbiamo prendere atto che tutta la comunità cattolica isolana non ha ancora fatto bene i conti con quel colpo di pistola alla nuca sparato a bruciapelo in una calda sera di settembre del 1993.
L’eredità di don Puglisi non è facile da raccogliere. Ma si può sempre cominciare proseguendo sul cammino delle già robuste buone intenzioni.