venerdì 3 aprile 2020

Cambieremo dopo il virus? Proviamoci.


La Repubblica Palermo – 3 aprile 2020
Cosa insegna la quarantena a noi e a chi amministra
Francesco Palazzo
Molto interessante la riflessione sulle città post epidemia di Maurizio Carta, pubblicata su queste pagine. In queste settimane vedo un frammento di Palermo da una finestra che guarda una grande piazza, in genere è caotica, disordinata, piena di smog. Adesso è lineare, silenziosa, pulita, percorsa dai mezzi che hanno davvero necessità di essere su strada. La stessa cosa, penso, si possa dire di altre parti del capoluogo e della Sicilia. Ci sono le foto che impazzano sui social a dimostrarlo. E allora ti fai due domande. Ci voleva un impercettibile virus per farci vivere in maniera più ecologica, rispettosa del territorio, di noi stessi e degli altri? La risposta al primo quesito è semplice e dolorosa. Più creativa può essere la reazione alla seconda domanda. Cosa possiamo fare come palermitani (ma simili riflessioni si possono avanzare per ogni parte del pianeta tenendo conto delle specifiche differenze), per non tornare a come eravamo prima, portandoci appresso le, poche, virtù, e lasciando per strada i, tanti, vizi? Ci sono due dimensioni che si intrecciano. Una legata alla vita personale, familiare, sociale e l’altra alle dinamiche che possono innescare le amministrazioni cittadine, centrale e circoscrizionali. Ecco, una prima cosa che si potrebbe mettere in campo da parte del consiglio comunale è quella di portare finalmente a compimento il decentramento. Che significa municipalità e capacità più attente e tempestive di intervento sui territori. Perché dobbiamo ricordarci che una città, a maggior ragione una metropoli, è fatta di tante realtà, tutte bisognose di cure e interventi differenti. Un altro aspetto che ci possiamo portare nel bagaglio amaro, drammatico, di queste settimane, che forse saranno mesi, è che c’è bisogno di più controllo del territorio. Se è possibile metterlo in campo in un periodo d’emergenza, si può continuare a farlo pure dopo. Un altro punto che l’amministrazione di questa città deve continuare a curare, come si fa in questo periodo attraverso i video, è il dialogo costante con le persone, i cittadini. Anche attraverso, quando recupereremo la socialità, assemblee pubbliche nelle varie zone della città. Per raccontarsi questo brutto frangente e capire come ripartire. Insieme e meglio. Dicevamo che c’è pure una dimensione personale, familiare, sociale che il virus ci impone di rivedere non soltanto adesso. Innanzitutto l’uso scriteriato dei mezzi privati. Dopo tutto questo dovremmo imparare a chiederci se tutti i nostri spostamenti inquinanti sono sempre necessari. Ma anche nell’uso del territorio, nel quale ciascuno fa ciò che vuole, dovremmo portarci appresso qualche fermo immagine delle strade come sono ora. Senza seconde o terze file, senza mezzi davanti agli scivoli o sulle strisce pedonali. Comportamenti che a Palermo sono la norma. Un terzo ambito, tra i tanti sia chiaro, ciascuno faccia la sua analisi, su cui sostare bene dopo, a prescindere dai divieti, è il concetto di divertimento. Che non può essere selvaggio, predatore e non rispettoso delle altrui esigenze di vita. Proviamo dopo a mettere in campo una movida gentile e non selvaggia. Una vita relazionale, anche diurna, improntata all’empatia, alla comprensione che non siamo da soli e non possiamo salvarci da soli ma attraverso un’ordinata vita comunitaria. Dovremmo curare l’esterno come facciamo con le nostre case. Anche collaborando a segnalare sia ciò che non va che i comportamenti sbagliati. Come facciamo adesso. Non è fare le spie. E’ costruire civiltà. Ma prima di fare tutto ciò, di vedere la speranza in fondo al tunnel, di uscire fuori da esso e respirare a pieni polmoni, dobbiamo fare in modo, altrimenti chissà quando rivedremo la luce, di mettere in sicurezza, per tutto il tempo che occorre, chi ci sta aiutando, ossia il personale sanitario. Se cadono coloro che ci vengono in soccorso, che non sono eroi, ma professionisti che devono essere messi in condizione di svolgere al meglio il loro lavoro, avremo molte difficoltà a riveder le stelle, come scrive il sommo poeta alla fine dell’inferno. E di conseguenza a immaginare e vivere un futuro migliore del tempo che ha anticipato la venuta del coronavirus.


venerdì 28 febbraio 2020

Le tante vasate di troppo che il coronavirus ci aiuta a non dare.

La Repubblica Palermo – 28 febbraio 2020
Se il "vasa vasa" cede al virus potrebbe non essere un male 
Francesco Palazzo
Saranno stati gli Arabi o gli Spagnoli? Certamente non i Normanni o i Savoia. Oppure, chissà, l’origine potrebbe sorprenderci. Prima o poi si dovrà scrivere, se già non c’è, o aggiornarla, se c’è, al tempo del coronavirus, la storia della vasata siciliana. Servirebbe a rispondere alla seguente domanda: quando c’è stata la vasata zero? Ci farebbe capire quando abbiamo iniziato a sentire il bisogno di strusciare le nostre guance, talvolta allungando pure furtivi baci, su quelle di parenti, amici, colleghi, semplici conoscenti o estranei. Perché capita pure questo. Dopo aver parlato, durante una cena di gruppo o una serata in compagnia, con una persona, sino a quel momento sconosciuta, si sente l’irrefrenabile trasporto, quando si passa ai saluti finali, di lasciarsi reciprocamente il bollo sulle guance. Pure nelle funzioni religiose abbiamo trasportato la vasata, arricchendo di siciliano affetto il segno della pace. Ma cosa fu tutto questo baciare? Diciamo fu, visto che in tempi di coronavirus (che dobbiamo però affrontare con le giuste contromisure senza farci prendere dal panico e tornando a fare una vita normale), sembra che la pratica venga messa da parte. La stessa chiesa, è accaduto durante una celebrazione eucaristica a Sciacca, raccomanda di surrogare la stretta di mano del segno della pace con uno, seppur partecipato, sguardo. La Conferenza episcopale siciliana ha emanato una direttiva che sospende il segno di pace o invita a sostituirlo con un inchino che odora di cultura giapponese. Forse sentiremo la mancanza esteriore di questo gesto. Ma nella sostanza? Torniamo alla nostra domanda, allora. Cosa c’è dietro questo vasa vasa generalizzato che ci segue come un’ombra sin dalla nascita e che ora viene messo in discussione? Forse non molto in termini di condivisione esistenziale e di capacità empatica verso l’evangelico o laico prossimo. Probabilmente c’è tanto di una grossolana percezione degli universi familiari, amicali o di colleganza. Come fanno ad altre latitudini, si può allo stesso modo partecipare la presenza bilaterale scambiandosi sguardi, sorrisi, saluti, senza passare all’approccio fisico. Magari comportandosi così non soltanto nelle proprie cerchie, che spesso somigliano a piccole tribù, ma estendendo a tutti i nostri incontri un approccio cordiale non vasativo. Sì, certo, ci sono baci, pardon, vasate, dati con vero trasporto e sentimento. Questa categoria non può essere messa in discussione da nessuno. Possiamo invece, in questo frangente nel quale ci accorgiamo che abbiamo un corpo oltre la rete e i social, procedere a una verifica virtuosa della vasatina sicula sparsa dappertutto. Insomma, che l’industria del vasa vasa possa avere un momento di crisi non è affatto detto che sia un male. Anche senza le vasate verremo fuori presto da questo periodo, in cui non sta accadendo nulla di così grave, con molta più umanità. Basta vedere come ci guardiamo nelle ultime settimane. Da quando abbiamo scoperto che gli altri non sono soltanto like, commenti, post o messaggi. Ma esseri viventi. Proprio come noi.

domenica 16 febbraio 2020

Baby gang, quartieri da leggere bene e i ritardi e gli errori della politica.



La Repubblica Palermo – 15 febbraio 2020
Baby gang e non solo, le occasioni perdute nei quartieri di periferia
Francesco Palazzo


Sulla vicenda del ragazzo senegalese fatto oggetto di violenza a sfondo razziale, abbiamo letto di baby gang provenienti dai quartieri Sperone e Brancaccio. Il rischio della generalizzazione è altissimo, dobbiamo cercare di tenerlo lontano. Non ci fa capire il problema e non ci consente di apportare i necessari rimedi. Una premessa. Si dice che Palermo è una pacificata città multietnica. Forse su questo versante faremmo bene a togliere qualcuno dei tanti punti esclamativi di soddisfazione, sostituendolo con qualche domanda. C’è in questo momento, e Palermo non è un’isola felice, un odio sociale e social che va ben al di là delle baby gang. Sulle quali è corretto ragionare. Dunque, i quartieri Sperone e Brancaccio. Allo Sperone diversi decenni fa si è proceduto ad una massiccia installazione di edilizia popolare, con pochi servizi, in un posto che aveva una sua storia. Il risultato di queste scelte è scontato. La stessa cosa sarebbe accaduta se tale insediamento fosse stato impiantato nel quartiere Libertà. Ricordando però che allo Sperone ci sono tantissime famiglie che mandano regolarmente i figli a scuola. Su Brancaccio l’analisi va fatta chiedendoci, innanzitutto, cosa ne è dell’operato di don Pino Puglisi a 27 anni dall’omicidio. Egli cade perché impegnato a risollevare socialmente un centinaio di famiglie che erano state deportate in alcuni stabili, che da residenziali diventarono in parte popolari. Contemporaneamente 3P lavora con gli adulti residenti in quella zona proprietari di appartamenti, i quali avevano dato vita al Comitato Intercondominiale Hazon. Persone che avevano iniziato un percorso di protagonismo civile che dava fastidio alle cosche e alla malapolitica. Il restante tessuto sociale, dal punto di vista della scolarità, complessivamente non era e non è molto differente dai quartieri centrali di Palermo. Basti pensare che, oltre l’ottimo lavoro pastorale svolto da alcuni parroci con i giovani, don Puglisi trova pure un luogo di cultura in parrocchia. Tanti ragazzi e ragazze del luogo, nel 1989, avevano dato vita, con un atto costitutivo e turni di apertura, alla biblioteca Claudio Domino, con oltre tremila volumi presi dalle case degli abitanti di Brancaccio e in parte regalati dalla Facoltà Teologica, che fornì gli scaffali espositivi. Ora, a 27 anni dalla scomparsa di Puglisi, la situazione è più o meno questa. Nella zona di Via Hazon il contesto si è ancora di più deteriorato e non c’è più traccia di un movimento di adulti che si occupi di politica territoriale. Inoltre, si è ghettizzata un’altra parte storica del quartiere mettendo un muro al posto di un passaggio a livello. Va detto che Puglisi viene fatto fuori non perché lavora anche con i bambini, ma per la circostanza che si muove all’unisono con degli adulti che chiedevano diritti a schiena dritta e non favori attraverso le clientele politiche. Cosa che per la verità era iniziata prima di don Pino. Nella seconda metà degli anni ottanta, piena primavera politica, vi furono diverse riunioni della giunta comunale a Brancaccio. Gli abitanti del quartiere non avevano alcuna paura a schierarsi con chi faceva apertamente antimafia, prima che divenisse uno sport sin troppo facile. Ne uscì fuori un opuscoletto, Ricostruire Brancaccio, dove si elencavano le opere programmate nel quartiere e le nuove proposte. Perché, capite, tutti i nostri ragionamenti atterrano sempre nella pista della - buona o cattiva politica. E allora, perché a Palermo, finalmente, non si manda un segnale verso i rioni, soprattutto periferici, dando vita e compimento al decentramento dopo 40 anni? Delle piccole municipalità, lavorando con le realtà locali, potrebbero occuparsi meglio dei territori e della qualità della vita che in essi si svolge. Intervenendo, se dotate di poteri e soldi, tempestivamente e preventivamente. Le baby gang pongono a tutti domande, non sono un palcoscenico per facili risposte. Ciascuno, soprattutto i livelli istituzionali, risponda al meglio delle sue possibilità e delle proprie prerogative.

martedì 11 febbraio 2020

Il maxiprocesso, il dopo stragi e la mafia ancora tra noi.

La Repubblica Palermo – 11 febbraio 2020
Il maxiprocesso 34 anni dopo, ma la mafia non ha ancora perso
Francesco Palazzo


34 anni fa, 10 febbraio 1986, iniziava a Palermo il maxiprocesso alla mafia nell'aula bunker costruita in brevissimo tempo. Durò quasi 6 anni, sino alla pronuncia della cassazione nel gennaio 1992. Gli uomini d’onore alla sbarra, condannati sino all'ultima sentenza, anche se speravano, viste le collusioni e le contiguità, di farla franca ancora una volta. Due rappresentanti della magistratura, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lo Stato, tutti noi, non abbiamo saputo proteggere, si misero in evidenza per i loro meriti e non per un’antimafia caricata a salve, o di cartone, che negli ultimi anni abbiamo avuto la sventura di conoscere. Sembrò mutare tutto in quel momento storico. Il verde di quell'aula, somigliante a un’astronave calata sulla Sicilia, pareva annunciare una mafia quasi all'ultimo miglio. Ma non fu così. O era un miraggio quel traguardo oppure da qualche parte si alzò il piede dall'acceleratore. Ci attendevano anni tremendi, due stragi, l’uccisione di un prete e gli attentati stragisti in continente. Segno, come abbiamo veduto, di una mafia con le tende ben piantate oltre lo stretto. Dopo la stagione delle bombe, sulla quale non si è fatta piena luce nei suoi aspetti più oscuri ed inquietanti, e ciò è veramente incredibile, abbiamo avuto una fase di sommersione dei mafiosi. Che non ha voluto dire fare meno affari durante la reazione di alcuni apparati statali. Alcuni pezzi, perché quando diciamo Stato, e considerato che Cosa nostra ha attraversato tre secoli, non ci è difficile immaginare che non tutti i vari settori delle istituzioni, così come non tutti noi, anzi una minima parte di società, abbiamo combattuto questa battaglia di libertà e di civiltà. Poi, sino ad oggi, un ingresso sempre più largo nell'economia legale e finanziaria da parte delle cosche, non lasciando da parte, come ci dice l’ultima relazione della DIA, il classico traffico di droga, che va di pari passo nei quartieri con il ritorno della vendita, alla luce del sole, controllando così meglio i territori, delle sigarette di contrabbando. Inoltre, c’è la persistente suddivisione in mandamenti e il ritorno del baricentro a Palermo, vecchie coppole storte, come prima dell’ultima guerra di mafia. Che continua a comandare nei territori, soprattutto nei quartieri popolari, incassando ancora un discreto consenso. Allora, a 34 anni da quel febbraio del 1986, quando vivevamo gli ultimi anni della prima Repubblica, la situazione potrebbe essere la seguente. È come se si vedesse in campo una mafia che viene braccata solo militarmente da indagini, arresti, sequestri e confische (beni che però lo Stato non sempre ma spesso porta al fallimento gestendoli malamente). È un grande passo in avanti, che però traccia un orizzonte limitato e destinato a spostarsi continuamente. Si è forse, rispetto a quando sembrava possibile, sia ai tempi del maxiprocesso che dopo le stragi, rinunciato di fatto a eliminarla completamente dalla scena sociale, politica ed economica, la mafia e i suoi compari?

domenica 19 gennaio 2020

Fiducia nell'impresa privata e grandi opere e infrastrutture per tenerci i giovani.


La Repubblica Palermo – 19 gennaio 2020
Perché temere l’impresa privata se può aiutare l’Isola a crescere?
Francesco Palazzo
Un grande spettro si aggira per Palermo, il ricorso al privato. Ogni volta che si parla di qualcosa da realizzare o da assegnare attraverso la concessione di un servizio o la cessione di uno spazio pubblico, si agita sotto i nostri occhi questa ancestrale paura. Del resto comprensibile in un posto dove la mano pubblica deve entrare su tutto. Con le storture e i problemi finanziari che questo modo di reagire alla modernità ha creato nel tessuto politico, sociale ed economico. Ciò non ha fortificato nessuno, rendendo debole la sfera pubblica e pressoché assente quella privata. Lo sanno molto bene i nostri giovani neo-specializzati in altri atenei dopo il triennio fatto a Palermo, che vanno via dopo il periodo delle feste. Vacanze trascorse in una città che li ha visti nascere e nella quale ormai, te lo dicono chiaramente, non riuscirebbero più a vivere a causa, innanzitutto, di un sistema quotidiano di vita abbastanza lontano da quello delle fredde, ma funzionanti, città del Nord dove hanno piantato tende e futuro. Perché poi le cose, a proposito di privato che non riesce a emergere oltre che per propri limiti anche per le difficoltà che trova a esprimersi, le toccano con mano. Alcuni curriculum presentati in maniera spontanea, visto che spesso le posizioni aperte non vengono inserite, e nessuna risposta. Mentre in Emilia-Romagna, in Lombardia, nel Nord in generale, vedono tutto chiaro online e poi ricevono conferme con immediati inserimenti nel mondo del lavoro, addirittura potendo scegliere. Da noi, per affrontare la questione, c’è sempre la richiesta di favorire il trapianto di grandi realtà imprenditoriali, che dovrebbero essere favorite attraverso varie misure, per generare lavoro. Può funzionare? Qualche esperienza passata ci dice che sono più i problemi che a lungo andare si hanno, anche ambientali e come snaturamento delle vocazioni territoriali, che i benefici. Pure sul piano occupazionale (un esempio è Termini Imerese). Un privato endogeno, certamente con collegamenti nazionali e internazionali, che traesse dalla Sicilia la sua ragion d’essere, potrebbe essere la chiave. Purché la smettiamo di considerarlo un nemico da combattere. Magari non fissandoci soltanto sul comparto turistico. Che va utilizzato al massimo, senza però veicolare la leggenda che una città metropolitana di un milione e duecentomila abitanti e una regione di cinque milioni di residenti possano vivere soltanto di questo. Anche se la costruzione di una grande infrastruttura come il ponte sullo Stretto, che non sarebbe soltanto il collegamento tra due rive, significherebbe mettere le basi per l’alta velocità pure in Sicilia, portandosi dietro per induzione tutte le infrastrutture interne che mancano o che sono carenti, con formidabili ricadute sul comparto turistico. Ma non soltanto. Ci sarebbe una generale iniezione di fiducia sia per il privato che opera in Sicilia, sia per chi ci guarda da oltre Stretto. Su tutto va allontanata, altrimenti davvero sarà impossibile dirigerci verso mete diverse se non quelle asfittiche che ben conosciamo, la predisposizione al vittimismo, al sicilianismo piagnone, a quello che ci hanno tolto, retrodatando in alcuni casi il datario al periodo dell’Unità d’Italia. Un piatto ormai rotto, ammesso che sia mai stato sano, dove non può più mangiare nessuno.

domenica 12 gennaio 2020

Palermo: ZTL notturna, movida selvaggia, panormosauri diurni e carenza di controlli.


La Repubblica Palermo – 11 gennaio 2020
Movida selvaggia, anzitutto i controlli
Francesco Palazzo
La Ztl notturna c’è in altre città, così come ci sono comunità che di sera la sospendono. Magari a Palermo ci potevamo evitare annunci e retromarce che hanno creato il minimo di cambiamento, anzi sinora nessuno, e il massimo di malcontento, come ha scritto giovedì scorso su Repubblica Palermo Fabrizio Lentini. Limitare l’uso dei mezzi privati è un modo di gestire una grande metropoli del tutto condivisibile. L’aria che respiriamo, la salute, le strade, i monumenti non possono che guadagnarci. Così come dovrebbe essere conseguente dare a tutti i cittadini, sia che stiano in zona Libertà, sia che abitino alla Bandita, la possibilità di muoversi senza dovere ricorrere al proprio manufatto di latta. Va detto perché tutte le discussioni su Palermo sembrano riguardare solo un piccolo quadrilatero. Il resto rimane fuori, lontano, sbiadito, quasi inesistente. Nello specifico della Zona a traffico limitato serale e notturna i punti di confronto ci sembrano due. Prima questione. Si può affrontare la "movida selvaggia", che mette insieme i vizi, il non rispetto delle norme di alcuni locali, abusivi o autorizzati, e quelli dei palermitani incivili, con un rimedio che attiene alla mobilità? Secondo punto. Queste modalità "selvagge" di comportamento sono esclusive dei luoghi della movida, oppure tali modi di essere sono la risultante aberrante di prassi che riguardano tutta la città e gran parte dei palermitani? Se la "movida selvaggia", che rende la vita difficile ai residenti che non riescono a dormire o addirittura a uscire e a rientrare nelle proprie abitazioni, è una questione di ordine pubblico, deve essere affrontata con il controllo costante del territorio. Perché chi non può riposare di notte, o non riesce a prelevare l’auto dal garage, non aggiunge nulla alla propria qualità della vita se a porre in essere comportamenti assurdi è chi ha pagato l’ingresso notturno nel recinto della Ztl. Una cosa è la mobilità, ed è giusto indirizzare le nostre vite, dando però alternative vere e agibili, al centro come in periferia, verso l’utilizzo dei mezzi pubblici. Un’altra la sorveglianza da parte delle forze dell’ordine chiamate a verificare chi rispetta le regole e chi no. Confondere i due livelli porta confusione e rischia di non risolvere né i problemi della mobilità né quelli della movida. Che ci introduce all’altro punto della riflessione. La chiamiamo "selvaggia", ma dobbiamo riflettere su un aspetto fondamentale che ci sta dietro. Non è che il palermitano diventi "selvaggio" nell’utilizzo della propria libertà territoriale soltanto di sera. L’indecente, invadente e rumoroso panormosauro notturno non è molto diverso da quello diurno. Per gli esempi non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Se fai notare criticamente a qualcuno ciò che è la norma per quasi tutti, rischi insulti o, peggio, un’aggressione, come è capitato al giornalista tedesco picchiato nel novembre scorso in piazza San Francesco d’Assisi. La "movida selvaggia", che rende la vita impossibile a tanti, è dunque soltanto la risultante, il prodotto finale, di un uso poco urbano e generalizzato del territorio. Dove ciascuno nel quotidiano fa, praticamente indisturbato, ciò che vuole. Va detto che, talvolta, anche segnalare illegalità lampanti e a favore di telecamere, non porta a nulla. Come diceva il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, è la somma che fa il totale. È il mettere uno dietro l’altro, sommandoli, i modi di fare giornalieri, da quando si esce di casa la mattina a quando si rientra la sera, che fa materializzare ai nostri occhi il risultato complessivo. Per curare e sconfiggere la movida incivile dobbiamo contemporaneamente affrontare e risolvere, con i controlli quotidiani di chi è preposto a tali operazioni, le tante modalità non urbane che costituiscono l’intero mosaico delle giornate di moltissimi panormosauri. Rispetto a questo mosaico la tessera della "movida selvaggia" che toglie la pace e il sonno a tanta gente costituisce soltanto l’ultimo, in ordine temporale, coerente tassello.

venerdì 27 dicembre 2019

Le messe nei luoghi pubblici e ciò che occorre ai ragazzi, come esempi e insegnamenti sulle spiritualità.


La Repubblica Palermo – 27 dicembre 2019
Libera Chiesa e libera scuola. Per vivere il cristianesimo non affidiamoci alla "tradizione". 
Francesco Palazzo
     
                                                                  Le messe natalizie celebrate nelle scuole, o in altri luoghi che hanno carattere laico, non fanno del male a nessuno. Ma, considerata la quantità di chiese dove giornalmente si ripercorre il mistero eucaristico, pure non farne una in un posto non dovrebbe essere una pietra d’inciampo colossale. Nel nostro caso ci riferiamo all’istituto comprensivo "Agrigento centro", nel quale, su richiesta di alcuni genitori atei e per la presenza di bambini di religioni diverse, è stata annullata la celebrazione già autorizzata. Chi l’aveva organizzata e quanti volevano partecipare, alunni e famiglie, potevano comunque recarsi nel duomo della città o in una chiesa capiente per assolvere l’atto di precetto cattolico legato al Natale. Il cattolicesimo merita rispetto né più né meno di altre confessioni. Certo, sarebbe interessante verificare le reazioni alle richieste di far svolgere in locali scolastici riti o momenti di preghiera appartenenti ad altre religioni. Anche se, essendo l’aspetto religioso un tratto peculiare della storia umana, si dovrebbero piuttosto fornire ai discenti approfondimenti completi sulle diverse spiritualità. Sarebbe un serio arricchimento formativo non soltanto per loro ma pure per le famiglie. Quando una messa viene sospesa per motivi di pluralismo, da più parti si afferma che si mette in discussione la "nostra" tradizione. Importantissime le tradizioni, sia chiaro: su di esse troviamo impiantate forti radici, dei singoli e di intere comunità. Tuttavia, a parte il fatto che presentano pure delle innovazioni nel tempo, bisognerebbe capire e interrogarsi su quanto ci sia di formale e di sostanziale nel professare il cristianesimo nell’alveo del cattolicesimo. Davvero i comportamenti quotidiani dei cittadini siciliani esprimono sempre la parte più bella della tradizione cristiano-cattolica cui la quasi totalità dei nostri conterranei dice di ispirarsi? Sia consentito qualche piccolo dubbio, che è sempre l’anticamera non della verità, materia incandescente, ma della tolleranza e della vera comprensione. Se quanti seguono il credo cattolico, pieno di aspetti molto profondi, andassero alla sostanza del loro essere al di fuori dei riti, magari si litigherebbe meno intorno alle celebrazioni. Le religioni, non solo quella cattolica, si vivono soprattutto fuori dai templi. Guardiamo l’esempio del Cristo narrato dai quattro Vangeli. Visse i suoi ultimi anni di vita pubblica tra la gente, immerso nella vita di tutti i giorni. Con la sua testimonianza ci dice che è nel quotidiano, non nei riti, pure densi di significati, che va cercato il senso di quanto si pone in essere come umanità in cammino. Considerato che durante la veglia natalizia del 24 abbiamo ricordato la nascita di un bimbo in una mangiatoia, il quale ci insegna a guardare poco alle forme e alle formule, e molto agli esseri viventi e alle loro storie, può essere utile riflettere sul nocciolo della fede cristiana. Evitando di perdersi nei dettagli e di far smarrire in essi i più piccoli.


martedì 17 dicembre 2019

La Villa Deliella delle sorelle Pilliu.


La Repubblica Palermo – 17 dicembre 2019
La storia interminabile e senza lieto fine delle coraggiose sorelle Pilliu
Francesco Palazzo
C ’è una sorta di Villa Deliella nella zona residenziale, borghese, della città di Palermo. A cento metri circa dallo stadio Barbera, a pochissimi passi dal nostro bel parco della Favorita, che aspettiamo diventi il nuovo Teatro Massimo con l’istituzione di una fondazione che lo gestisca. In realtà non trattiamo di un accadimento ignoto ai più. Anzi è abbastanza noto. E la cosa paradossale, incredibile, è proprio questa. Che pur essendo straconosciuti i fatti, siamo ancora lì, di fronte a una matassa irrisolta, come lo eravamo 20 e passa anni fa. Transitando da Piazza Leoni sarà a tutti capitato, impossibile non accorgersene, di vedere dei ruderi e chiedersi come mai in mezzo ai palazzoni c’è una situazione di questo tipo. La vicenda delle sorelle Pilliu, di origini sarde ma palermitane di nascita, viene fuori ogni tanto, ultimamente è stata la trasmissione de Le Iene a rimetterla in evidenza. Ed ogni volta, come i bambini che fanno oh della famosa canzone, c’è una levata di scudi, una chiamata alle armi dell’indignazione, per poi fare tornare tutto nella panchina senza tempo dell’oblio. Sarà così pure questa volta? Vedremo. È una storia di straordinaria opposizione, tenace e coraggiosa, a rendere indisponibili delle proprietà sull’altare del sacco di Palermo, che spesso vide in scena interessi di vario tipo, da parte delle sorelle Savina e Rosa. I due fabbricati nel frattempo hanno ceduto, le proprietarie sono state riconosciute non responsabili ma tutto rimane come incantato, congelato. Le Pilliu gestiscono da diversi decenni un’attività di generi alimentari e prodotti sardi nella vicinissima Via del Bersagliere al civico 5. Dove sono stati organizzati in questi giorni un raduno per un saluto e un aperitivo solidale. Cose che non possono che essere condivise, è ovvio, ma una cena di solidarietà si svolse nel 2006, chi scrive la ricorda bene perché pubblicò un commento per questo giornale. Ma siamo ancora qua con le mani in mano e lo stupore di fronte al già visto e saputo. La vera svolta concreta, non sappiamo bene da chi dipenda ma è incredibile che dopo alcuni decenni non si riesca a intervenire in nessun modo, sarebbe quella di dare seguito, concretamente, abbassando a zero i decibel delle parole, al volere delle due congiunte. Che sarebbe quello di destinare tale proprietà, ricostruendola per come era, a delle attività artigianali per chi si trova senza lavoro e non è disposto a pagare il pizzo.

giovedì 12 dicembre 2019

Quelli che vedono i muretti di Mondello e non le montagne e il pontile mai nato di Romagnolo.

La Repubblica Palermo – 11 dicembre 2019
L’attenzione strabica dei palermitani per il loro mare
Francesco Palazzo

A Mondello si è sviluppata una protesta operativa, fatta anche di manifestazioni sul posto, su un muro provvisorio — ma pare che sarà rimontato in estate — che ostacola la veduta di un tratto di mare. Che ci sia un controllo da parte dei cittadini, per mettere in evidenza ciò che non si ritiene adeguato o bello, è cosa buona. Questa attenzione però riguarda tutto il fronte mare palermitano? Se paragoniamo la blasonata costa nord e la sorellastra costa sud meno fortunata (ma il destino dei luoghi lo creano gli umani), notiamo una bella differenza. Non c’è stato, ad esempio, nessun movimento di opinione pubblica simile per le sorti del pontile in legno costruito a poca distanza dall’ospedale Buccheri La Ferla, nel luogo che ospitò un famoso lido. Non si voleva chiudere lo sguardo, in questo caso: tutt’altro. Se le procedure fossero andate nel giusto verso, avremmo una prospettiva invidiabile sul golfo e una passeggiata a ridosso del mare molto suggestiva. Ma oggi siamo davanti a un obbrobrio, sequestrato e recintato dalla forza pubblica per due volte, l’ultima a inizio mese. Una chiusura che somiglia a un muro, seppure innalzato per motivi di sicurezza. Una struttura che avrebbe valorizzato la costa sud sta finendo i suoi giorni in silenzio, senza essere mai stata utilizzata. È stata incendiata e vandalizzata più volte, giace in stato di abbandono. Corretto prestare attenzione a quanto allontana la nostra vista dal mare, ma dovremmo difendere tutto ciò che muro non è. Anche se sorge in un luogo che non ha i quattro quarti di nobiltà di Mondello. Non manca nel quartiere la sensibilità verso la cura e la promozione dei luoghi. Nel mese scorso è nata la Pro Loco Romagnolo. Ma ci vorrebbe anche il coinvolgimento di altri pezzi di città. Più in generale, il punto è che le due aree, Mondello e costa sud, hanno conosciuto storie ambientali molto diverse. La borgata marinara piena di liberty, meta di palermitani e turisti, da zona paludosa è diventata un luogo verso il quale la parte più agiata della città ha puntato gli occhi. La costa sud, che un tempo aveva un mare di eccellente qualità e un litorale da sogno, è divenuta durante il sacco di Palermo una discarica. Altro che muri ad altezza umana: si sono generate delle montagne, chiamate "mammelloni". La mobilitazione per Mondello, e il silenzio verso questo altro pezzo di costa da parte della stessa opinione pubblica, corrispondono a tale stato di cose, ormai dato per assodato. Difficile sperare, una volta archiviata la mobilitazione a Valdesi, che le stesse sensibilità si rivolgano, come simbolo di tutta la costa sud, verso il pontile di Romagnolo. Che non è mai nato ed è quasi morto.

martedì 26 novembre 2019

Una materia scolastica che insegni sentimenti e corporeità.


La Repubblica – Palermo – 26 novembre 2019
Non bastano i convegni, insegniamo ai ragazzi l’educazione ai sentimenti
Francesco Palazzo
Sabato Repubblica Palermo raccontava di una donna che ha subito violenza in un rapporto di coppia e che vive nella paura. Nello stesso giorno abbiamo appreso di un’altra donna, incinta, ritrovata uccisa a Partinico. Ieri abbiamo celebrato la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dall’Onu nel 1999. Il 25 novembre del 1960 tre attiviste politiche, le sorelle Mirabal, furono uccise nella Repubblica Dominicana. Inutile girarci intorno, si tratta di un’emergenza umanitaria. Anche se è difficile definire emergenza ciò che avviene con terribile e precisa cadenza. E non soltanto per gli omicidi o le barbare aggressioni che sfondano il muro della cronaca. Dobbiamo andare più in profondo e ammettere che un’altissima percentuale di donne è sottoposta giornalmente, in famiglia, al lavoro, nella società in generale, a circostanze molto pesanti. Che fanno da muto substrato sul quale poi si ergono le più efferate azioni violente. Che sono soltanto la punta di un vastissimo iceberg. La parte sommersa vede le donne affrontare sottomissioni, molestie, aggressioni fisiche, psicologiche e ricatti sessuali veri e propri. Cosa fare per provare a fermare la cadenza di un femminicidio ogni tre giorni? Sabato Michela Marzano, nella parte nazionale di Repubblica, rifletteva sui tre momenti che interessano tale violenza. Punire i rei, proteggere le vittime, prevenire i delitti. Il primo ambito può ritenersi più o meno coperto da magistratura e forze dell’ordine. Il secondo c’è, anche se spesso in crisi per via dei finanziamenti che scarseggiano. Il terzo possiamo ben dire che rappresenta il vero punto lacunoso. Perché non rivolgerci alle scuole? Sin dalle elementari dovrebbe essere introdotto un vero e proprio corso, avente carattere di stabilità, che potrebbe chiamarsi Educazione ai sentimenti e alla corporeità. Organizzare convegni lascia poco ai discenti. Ci vorrebbe, pur sapendo che ci troviamo di fronte a un fenomeno che viene da lontano e che si sradicherà molto lentamente, proprio un insegnamento specifico. Che parli di emozioni e di corpi, facendone capire l’inviolabilità, la sacralità. Con valutazioni, come avviene per le altre materie, almeno nella scuola media e alle superiori. Chissà, considerata l’autonomia scolastica, se non possa partire proprio dalla Sicilia, che nella casistica di donne uccise quest’anno ha raggiunto il primo posto in Italia, un’innovazione didattica di questo tipo. Dobbiamo essere consapevoli che se non si agisce sull’aspetto preventivo sin dalla più tenera età, insegnando ai bambini cosa non va nemmeno pensato e alle bambine a saper riconoscere i più deboli segnali di non rispetto, sarà molto complicato sgretolare questa enorme montagna di dolore che cresce sempre più. Costruita ogni giorno, va detto per capire la vastità del problema, non da esseri con le facce da mostri. Sarebbe facile liberarcene. Ma da uomini che si palesano apparentemente in società come normali e invece dentro sono soltanto spaventosi.


sabato 2 novembre 2019

Suore e gravidanze, i fanti più chiusi dei santi.

La Repubblica Palermo – 2 novembre 2019
Quei laici bigotti che condannano le suore mamme
Francesco Palazzo




Che novità viene a rappresentarci la circostanza che due donne sono incinte? Capita in ogni famiglia. In questi casi ci si felicita e si porgono i migliori auguri alle future mamme e a coloro che verranno al mondo, conclusa, si spera bene, la gestazione. Tranne che non accada a una suora. In Sicilia gli ultimi due casi. Nel Messinese e nel Ragusano. Ovviamente i social network si sono scatenati. I commenti, molto al di sotto della cintura e del minimo sindacale di decenza, si moltiplicano. Si viene messi alla berlina, con espressioni irripetibili e disumane, solo per il fatto che capita di vivere la cosa più naturale che possa accadere: diventare madre. Anzitutto possiamo notare che a vivere la dimensione sessuale come una colpa e un tabù non sono soltanto gli ambiti strettamente clericali ma pure ampi, laicissimi e moderni strati di popolazione che vivono fuori dalle sagrestie. Poi non si capisce il motivo dell’inconciliabilità tra fede consacrata e amore per un’altra persona e per i figli, anche se da questo punto di vista, e sul diaconato alle donne, buone notizie arrivano dal Sinodo Panamazzonico. Inoltre, ci si può domandare perché quando un prete o un frate vanno via per motivi sentimentali si dice che ha prevalso l’amore. Le donne, invece, sono schiacciate sotto vagonate di violenza verbale, che è come quella fisica. Altro aspetto da rilevare è che si tende a sottolineare in simili occasioni, cosa che non si fa quando sono coinvolti uomini, sacerdoti o religiosi, la bontà delle realtà ecclesiali in cui hanno svolto il loro ministero: «Però era una brava ragazza...». Come se i frutti dell’amore che crescono dentro un grembo sporcassero il terreno circostante. Ma per quale motivo una donna in gravidanza dovrebbe pregiudicare il buon nome di qualcosa o inquietare una comunità, quasi si trattasse di pedofilia o di reati gravi e disonorevoli? Viene fuori un modello culturale, ancora dominante, che vede la donna in una situazione di grave e persistente minorità. Sia tra i santi che tra i fanti.

mercoledì 23 ottobre 2019

Giovani alla guida: le belle prediche e i cattivi esempi degli adulti.


La Repubblica Palermo – 23 ottobre 2019
I rischi dei giovani alla guida e il cattivo esempio degli adulti
Francesco Palazzo


Si parla molto, anche a causa di tragedie che purtroppo si ripetono con triste frequenza, del modo di guidare dei giovani e di ciò che dovrebbero dir loro i grandi per indurli a comportamenti più prudenti. Ma da quali pulpiti dovrebbero giungere tali saggi ammonimenti? Prendiamo Palermo. Molto lungo e articolato l’elenco di cattive pratiche. Anche quelle ritenute più innocue nella loro pur dannosa inciviltà. Ogni mattina, ad esempio, non capisco il motivo di una teoria di seconde file davanti ad una scuola, visto che a poche decine di metri c’è un ampio parcheggio a quell'ora gratuito. I pargoli registrano oggi e imiteranno domani. Siamo in zona residenziale. Con bar dove le montagne di lamiera che si creano fuori, affinché si celebri il rito della colazione palermitana, sono da guinness dei primati. E se lo fai notare, il tipo col macchinone ti dice di farti gli affari tuoi e ti manda a quel paese. Si sente forse rafforzato dal fatto che vede lì auto istituzionali in divieto di sosta quasi a muta “garanzia” della correttezza del suo incivile comportamento. In questi casi, peraltro, accade una cosa strana. Quando timidamente ti fermi per dire a qualcuno che in terza fila, oltre che fermare il traffico fa rischiare qualcuno, visto che si trova vicino a una curva, senti subito il clacson di quelli dietro, che stanno minuti e minuti fermi per il parcheggio creativo, ma non tollerano che tu ti fermi un secondo per far notare a qualcuno la cosa. Come a giustificarlo. Loro evidentemente fanno lo stesso e corrono in soccorso del collega. Così come è fisiologico non arrestarsi sulle strisce pedonali. L’altra mattina ho detto a un cinquantenne, assiso su uno scooter d’ordinanza, se non lo vedeva il passaggio pedonale, considerato che ero posizionato esattamente sopra, al centro della strada, e che mi stava prendendo in pieno passandomi davanti a qualche centimetro, quasi fossi trasparente. Come reazione animalesca, con tutto il rispetto per gli amici animali che sono in realtà dei signori, mi prende a male parole con possibilità di passare, se non mi fossi allontanato, a vie di fatto. D’altra parte tanti attraversano dappertutto tranne che sulle strisce. È pure facile imbattersi in ecologici ultramaggiorenni i quali, essendo in bici, ritengono corretto infilarsi in tutti i sensi vietati. Mettendo in pericolo la loro vita e la tua tranquillità. Non parliamo poi dei motoroni guidati da diversamente giovani che, in città o in autostrada, raggiungono velocità stratosferiche. Viale Regione Siciliana è un mondo a parte. Se vai a settanta, soglia non superabile, ti becchi improperi da tanti adulti che scambiano quel tratto di strada, sul quale spicca per assenza la segnaletica orizzontale, per un autodromo. Per finire questo, limitato, catalogo, non possiamo omettere una consuetudine quasi criminale. Parliamo del fiume di auto che si forma sul bordo dell’autostrada nei pressi dell’aeroporto “Falcone e Borsellino”. Te li ritrovi, questi automuniti, davanti all'improvviso. Non so cosa se ne fanno dei tre euro che risparmiano non pagando il ticket del parcheggio, pur avendo spesso auto dai cinquantamila euro in su. A parte il fatto che dentro l’aeroporto è consentita la sosta gratuita per 15 minuti, i nostri simpatici guidatori avrebbero la possibilità di uscire a Marina di Cinisi sulla strada per l’aerostazione e lì attendere l’ora x. Per carità di patria stendiamo un velo pietoso sugli attempati che armeggiano sui cellulari mentre guidano e sui senza casco. Insomma, quando pensiamo alle imprudenze dei giovani alla guida, riflettiamo seriamente sui nostri comportamenti quotidiani sulle due o quattro ruote. I buoni esempi valgono più delle prediche. E, alla lunga, visto che i piccoli ci guardano e ci copiano, possono salvare giovanissime vite.


giovedì 17 ottobre 2019

Mandiamo al voto i sedicenni e pure quei maggiorenni che se ne stanno a casa.


La Repubblica Palermo – 17 ottobre 2019
Mandare al voto i sedicenni farebbe bene alla democrazia
Francesco Palazzo

Sulla proposta di estendere a chi ha compiuto sedici anni il diritto di presentarsi alle urne, moltissimi elettori maturi hanno aperto, anzi tanti sembra che proprio vogliano scriverli, i trattati di pedagogia. Volete, del resto, che in una nazione colma di ottimi allenatori della nazionale, non vi siano pure milioni di soggetti con straordinarie teorie educative da propinare al mondo intero? Senza por tempo in mezzo e con estremo sprezzo del pericolo (mentre quelli che mancano, come qui scriveva Stefania Auci, sono semmai i buoni esempi), ci si è subito attrezzati per alzare muri tra i ragazzi e le ragazze che hanno sedici anni e i seggi. Motivazione? Non hanno le basi per capire e scegliere. E qua ci pare che molti mettano in rilievo le proprie carte d’identità formative. Perché almeno i sedicenni a scuola ci vanno. E qualcosa, più o meno, se noi adulti siamo bravi (ma lo siamo?) a fare emergere il loro spirito critico e la curiosità ad approfondire, la imparano. Al contrario, dobbiamo ammetterlo, c’è molta ignoranza — ad esempio non toccano un libro o un giornale da prima che cadesse il muro di Berlino — tra chi ha superato i quaranta. Insomma, forse sarebbe meglio non usare questa argomentazione. Sia chiaro, capire la politica non è semplice, social a parte, è ovvio. Perché, ad esempio su Facebook, e sempre nel mondo di quelli che hanno qualche capello bianco, si vede e si legge di tutto. Molti potrebbero pure non pranzare e cenare, considerata la voracità di fake news che possiedono. E pure quando, sempre gli adulti, pensano di capirne qualcosa, quasi mai che discutano di politiche specifiche. Parlano solo di persone: quella mi piace, quell’altra meno. Dimenticando che la politica è composta al 90 per cento da come spendi i soldi pubblici e solo in minima parte coincide con quanto dichiarano i rappresentanti di istituzioni e partiti. Ma anche l’istruzione elevata non è, parliamo sempre dei grandi, garanzia di buona comprensione dei numeri delle politiche e di conseguente voto coerente. Per dire, in una regione come la nostra, malata di assistenzialismo, molti elettori colti seguitano a votare, mistero della fede, per coloro che quelle misure assistenzialistiche continuano, per carità in maniera legittima, a proporre. Allora, piuttosto che sostituirci ai sedicenni, decidendo dai precari pulpiti dell’età vegliarda ciò che possono fare sull'argomento specifico, vediamo direttamente cosa ne pensano chiamandoli all'elettorato attivo. E, perché no, almeno nei comuni, dai sedici e sino alla soglia dei diciotto, a quello passivo, preparando sul campo nuova classe dirigente. Sicuramente ciò comporterebbe un innalzamento di attenzione verso le cose della politica e accrescerebbe il bagaglio conoscitivo di tutto il Paese, a patto che pure gli adulti ricomincino, ammesso che l’abbiano mai fatto, a studiare. In Sicilia c’è una grande questione: i giovani se ne vanno pieni di sapere o per andare a conquistarlo altrove insieme al lavoro. Invece di far decidere solo ai padri, che per inciso gli stanno consegnando un debito pubblico enorme, o ai nonni, che magari sono andati in pensione a 50 anni lasciando un bel buco da riempire ai nipoti, quali possano essere le politiche più adatte per arginare tale esodo, facciamo che anche quelli che si preparano ad andarsene possano votare per questa o quella parte politica che propongano strumenti, più o meno adeguati, per fermare tale emorragia. Poi, sul diritto di voto in generale, sarebbe meglio non avanzare impedimenti a nessuno. Anzi, proprio per stimolare crescita culturale in campo politico e partecipazione, il passaggio alle urne dovrebbe essere obbligatorio. Tanto c’è persino, oltre le scelte di annullare il voto o lasciare la scheda bianca, la possibilità di rifiutarla non entrando nel numero dei votanti. Piena libertà d’espressione, ma un cittadino non può starsene sul divano il giorno in cui si vota. Estendere ai sedicenni il diritto di voto favorirebbe nel Paese un dibattito e un avvicinamento verso quella che rimane la pratica più importante nei sistemi democratici.

mercoledì 2 ottobre 2019

Palermo: distinguere tra l'inchino giusto di giornata e i cambiamenti strutturali, quando ci sono, dei quartieri.


La Repubblica Palermo – 2 ottobre 2019

Se un inchino non basta a raccontare i quartieri

Francesco Palazzo

Nel giorno della ricorrenza di Padre Pio, 23 settembre, abbiamo registrato la virtuosa fermata del fercolo, con la statua del santo, davanti alla stazione dei carabinieri allo ZEN. Sabato l’operazione antidroga al Borgo Vecchio, con i bambini e i ragazzini coinvolti nello spaccio e in qualità di vedette sul territorio. Situazione della quale ci ha parlato ieri Salvo Palazzolo su Repubblica Palermo, con un reportage da leggere se a qualcuno fosse sfuggito. Ieri un’altra operazione di polizia sempre sul fronte stupefacenti. Che sembrano tornati ad essere, dicono investigatori e magistrati, la fonte di più immediato guadagno e di esponenziale approvvigionamento, visti i lauti introiti, per le cosche. Questo intanto ci dice che la mafia, magari azzoppata, costituisce ancora per tante famiglie un riferimento costante e quotidiano. Non soltanto da un punto di vista culturale, ma proprio come possibilità di conduzione delle vite familiari. La domanda seguente non ci pare perciò fuori posto. Cosa è prevalente, tra racket, droga, omertà, da un lato, e voglia di riscatto dall’altro, nei quartieri di Palermo, anche quelli vicinissimi al salotto della città, come il Borgo o Ballarò? La risposta è abbastanza complessa e nessuno ha il diritto di tagliare con l’accetta questa o quella comunità rionale. Una cosa è certa, però. Si dovrebbe stare abbastanza lontani, mille miglia distanti, dalle grida di giubilo per una statua che fa l’inchino giusto in mezzo ad altri sbagliati, ma non meno sentiti, sotto certi balconi in altre processioni. Ma subito, al mutare di una virgola, osserviamo rivendicazioni inneggianti a cambiamenti di prospettiva e di vita, piene di retorica. Che non ci serve, se non per i cinque minuti che occorrono a gonfiarsi il petto. Così come si dovrebbe tenere a distanza la reazione di sostanziale silenzio per la "fisiologica" (evidentemente ritenuta tale) e devastante situazione di un quartiere, Borgo Vecchio appunto. Che però non è l’eccezione a Palermo, ma purtroppo una fotocopia di altri contesti dove ti attendono guardie per segnalare presenze scomode o non conosciute e perciò potenzialmente pericolose. Sia chiaro, non possiamo disconoscere o sottovalutare quanto di buono c’è in tutti i quartieri o quanto si sta facendo per promuoverli. Penso a Danisinni e alla stessa zona di Ballarò. Ma, ecco, occorre prudenza, senso della realtà e capacità di saper riconoscere i cambiamenti strutturali dalle evidenze contingenti e fuggevoli, che sono come le singole rondini, non fanno primavera. Mentre molta parte di Palermo, in periferia come al centro (basta vedere gli inchini che fa molta borghesia palermitana agli estorsori parcheggiatori sotto casa), è ancora impegnata con l’inverno di dinamiche sempre uguali a se stesse. Troppi inchini e genuflessioni ci sono ancora verso la cultura e le dimensioni militare, criminale ed economica di Cosa nostra per potere afferrare un filo più benigno ed avvolgere il tutto come un pacco regalo con il primo foglio che capita.

sabato 21 settembre 2019

Seggiolini allarmati obbligatori. Quando la tecnologia può salvarci dal dolore.


La Repubblica Palermo – 21 settembre 2019

I seggiolini e la burocrazia

Francesco Palazzo


Quando accade qualcosa di terribile, come la morte per la mancanza d’aria e l’elevata temperatura di un bambino rimasto in auto per una tragica dimenticanza, si sperimenta l’umana fragilità e fallibilità cui tutti, proprio tutti, siamo esposti. Lasciamo stare dunque le brutte parole che circolano sui social, così come quelle di chi afferma: «Sono perfetto, a me non capiterà mai». Cerchiamo di capire che nessuno può aggiungere nulla, se non parole umane, al dolore di questa famiglia. E alle ferite sempre aperte delle altre famiglie che hanno conosciuto questa terribile stazione. Intorno a un aspetto tuttavia possiamo ragionare. Riguarda il provvedimento varato nell’ottobre 2018 dal Senato. Si tratta dei dispositivi acustici e luminosi da utilizzare obbligatoriamente sui seggiolini quando si hanno bambini a bordo sotto i quattro anni. Ce ne sono in commercio, ma la legge serve a omologarne con precisione le caratteristiche. I casi sono nove dal 1998. Il punto è che il decreto attuativo, strumento senza il quale l’attività legislativa è vana, non è ancora stato emanato definitivamente e dunque tale obbligo in Italia non è operativo. Ci sono stati tempi tecnici da rispettare, associazioni di categoria da sentire, poi quelli che costruiscono queste cose, l’Europa e altre istituzioni che devono dire la loro. Ma dopo un anno, tempo in cui un pargolo viene generato, nasce ed è già avviato allo svezzamento, questi presidi salvabimbi non sono attivi. La disposizione avrebbe dovuto essere esecutiva dal 1° luglio scorso. Non stiamo parlando di una sonda spaziale ipermoderna. Speriamo perciò di non dover attendere ancora molto. La tecnologia non risolve certo tutti i nostri problemi. Ma è, almeno in questo caso, un aiuto che può rendere meno drammatici i buchi di memoria che possono trafiggere le nostre vite.

lunedì 16 settembre 2019

Il mezzogiorno, politiche normali e non speciali. Meglio ponte e alta velocità.


La Repubblica Palermo – 15 settembre 2019
Trasporti e grandi opere, il sud in ritardo di 158 anni
Francesco Palazzo

C’è una questione che lo Stato italiano si trascina dal marzo 1861, dall'unità d’Italia, da 158 anni. O, meglio, c’è una grande parte di territorio che da quasi 160 anni è questione a se stessa e sostanzialmente pietra d’inciampo per lo sviluppo di un Paese che nelle parti più progredite viaggia nei vagoni delle più forti regioni europee e mondiali da un punto di vista economico e sociale. Tanto che, dopo la bellezza di quasi sedici decenni, un’eternità dal punto di vista storico, si sente l’esigenza, che comprendiamo, di interventi specifici per il Mezzogiorno. Come spieghiamo alle giovani generazioni, che ci salutano in massa svuotando case e città, senza provare imbarazzo, la circostanza che non siamo riusciti ancora a liberarci di tale pesantissimo fardello? Dobbiamo realisticamente ammettere, al loro cospetto e a noi stessi, che se c’è bisogno ancora di politiche mirate alla parte più bassa della Penisola, non possiamo che prenderne atto. Puntando, però, tra non so quanto tempo, augurandoci che tra altri 158 anni non saremo ancora allo stesso punto di adesso, a emanciparci rispetto a tale soluzione da quote rosa geografiche. Mirando a politiche che riguardino, senza distinzioni sostanziali, allo stesso modo il Nord, il Centro e il Sud del Paese. Magari iniziando da cose terra terra, dagli aspetti più lampanti. Ad esempio adeguando finalmente i trasporti, la libertà di muoversi, in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale. Le differenze sono impietose e non più sopportabili. Non è possibile che per andare in treno da Milano a Salerno, separate da ben 811 chilometri, ci vogliano cinque ore e diciannove minuti, e per recarsi da Siracusa a Trapani, distanziate soltanto da 364 chilometri, ne occorrano dodici e cinquantadue, con ben quattro cambi. Ma dovremmo procedere prendendo in considerazione anche le grandi opere. Pure alle nostre latitudini servono, eccome. Ce n’è una, ad esempio, che sarebbe un portentoso volano per lo sviluppo di questa parte di suolo italico, ed è il ponte sullo Stretto di Messina. Si dirà, e si afferma da tempo, che prima occorre altro. Solo che, lo sappiamo e lo vediamo, questo altro non lo sperimentiamo così come non scorgiamo il nostro ponte. Che sarebbe, invece, ci vuole davvero poco a comprenderlo, un’occasione unica per adeguare a livelli essenziali tutto il resto. Ecco, pur sapendo che tanti comparti non all'altezza della situazione sono all'ordine del giorno rispetto a una comparazione con il resto d’Italia, iniziare, mettendo però fatti concreti e non parole, dai movimenti delle persone e da un’opera di valore mondiale, mai realizzata prima, che avrebbe un indotto stratosferico, potrebbe essere un modo per mettere sempre più in discussione, col tempo che ci vuole, l’esistenza di politiche dedicate al Sud. Ricordandoci, ovviamente, è persino inutile evidenziarlo, che i primi a dare una grande mano per uscire da questo storico collo di bottiglia, e in tanti già lo fanno, dobbiamo essere noi che viviamo in questa parte di nazione.


martedì 3 settembre 2019

Palermo molto cambiata e molto da cambiare

La Repubblica Palermo - 3 settembre 2019
Ma se i laureati partono in massa vuol dire che qualcosa non va

"Vorrei tanto che ci fosse un cambiamento nella quotidianità. Di questo ha bisogno Palermo". È un passaggio dell’intervista di Salvo Palazzolo a Rita Dalla Chiesa, apparsa domenica su Repubblica Palermo. Annunciando che vuole prendere le distanze dalla città, la figlia del generale pone una considerazione sulla quale è giusto riflettere. Il campo, lo sappiamo, è minato e dunque converrebbe alzare subito bandiera bianca. Lo si sta vedendo dalle reazioni sui social alle parole consegnate nell’intervista. Da una parte gli amici della felicità, quelli per i quali Palermo è più o meno il massimo della vita. Dall’altra i nemici della contentezza, che trovano il pelo ovunque e sono critici a prescindere. L’esortazione a riflettere sulla quotidianità riconosce i passi avanti compiuti, non spinge a vedere solo nero, ma ci porta su un aspetto cruciale. Ossia a vedere il dettaglio, il particolare, le periferie dei nostri pensieri e della città. Dove si gioca, se non tutto, una buona parte del presente e del futuro di Palermo. A proposito di periferie e di gestione particolare del territorio, non sappiamo che fine abbia fatto il provvedimento presentato in pompa magna qualche anno fa (doveva essere varato dal Consiglio comunale) che prevedeva la cessione di veri poteri ai Consigli circoscrizionali. Finalmente, dopo decenni in cui il decentramento è stato più un tema da campagne elettorali che concreto trasferimento di soldi, deleghe e funzioni. Un territorio con otto municipalità che avessero capacità diretta d’intervento e non solo di richiesta sarebbe senz’altro più curato e seguito nella quotidianità. Che costituisce l’unica leva per apportare cambiamenti strutturali e duraturi nelle comunità, le quali vivono in minima parte influenzate dallo straordinario e quasi del tutto nell’ordinario. Da questo punto di vista, il fatto che il Comune si occupi con un assessorato del Decoro della città non può che essere un aspetto positivo. Se però tale funzione fosse in capo anche alle otto (ancora non esistenti) municipalità, si potrebbe andare molto più a fondo alle tante piccole e grandi questioni irrisolte. Palermo nel 2022 andrà a elezioni. Forse sarebbe il caso che da qualche parte si cominciasse a parlare, tralasciando la battaglia senza costrutto tra apocalittici e integrati, del domani. Magari superando lo schema e le suggestioni non ripetibili delle pur belle stagioni della “primavera”, cercando però di non tornare indietro. Perché questo è un pericolo che bisogna avere davanti. Ricordandosi che un migliore livello di quotidianità si può ottenere se i cittadini maturano la consapevolezza che un pezzo importante di strada la devono percorrere loro. E che, insieme a chi è chiamato ad amministrare, devono stare attenti ad autoassolversi. Perché non ci assolvono i giovani laureati che vanno via a frotte da Palermo. Le nostre ragazze e i nostri ragazzi certo rimarrebbero se avessero un ambiente economico, lavorativo e sociale, quindi di qualità della vita, in grado di trattenerli. Oggi siamo a 37 anni dall’omicidio mafioso del prefetto Dalla Chiesa, della giovane moglie Emmanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo. Palermo è cambiata da quel settembre 1982? Sì, certo e in meglio. Ma se avviciniamo a noi il mosaico di questa metropoli, possiamo vedere che molte, troppe tessere, del quotidiano non sono al loro posto o mancano del tutto.

giovedì 29 agosto 2019

Libero Grassi e la lotta quotidiana e difficile contro tutti i pizzi

La Repubblica Palermo – 29 agosto 2019
Il pizzo economico e “esistenziale” dal quale non riusciamo a liberarci
Francesco Palazzo


Oggi è l’anniversario di Libero Grassi. Che disse no a chi gli chiedeva di pagare per continuare tranquillamente la sua attività. A 28 anni dall’omicidio, cosa ne è del pizzo e dell’antiracket? Sono stati affrontati da una duplice posizione, quella istituzionale, la repressione, e sociale, con la nascita di un movimento di lotta, che ha trovato una tappa fondamentale nella notte tra il 28 e il 29 giugno 2004. "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Così è nato Addiopizzo. Ma sin dal 1990, a Capo d’Orlando, il contrasto non è stato delegato alle sole istituzioni. L’attacco alle estorsioni è dunque stato articolato nell’ultimo trentennio. Le indagini, da un lato, le quali spettano alla magistratura, che da sola come ci dice sempre può fare poco. E la società civile, dall’altro, che non sta a guardare come finisce la partita tra guardie e ladri. Possiamo però affermare che tale doppio approccio virtuoso ha inciso su una parte non maggioritaria di siciliani, sia che facciano impresa, sia che vivano senza alcun interesse nel tessuto economico. Diverse indagini ci dicono che si va sempre dalle coppole storte per risolvere questioni personali. Una specie di pizzo esistenziale di cui viene fuori molto meno di quello che in realtà accade. Ma c’è anche un esteso pizzo economico. Quante sono le attività economiche legali legate a capitali criminali? Quanti e quali vantaggi hanno rispetto a quelle nate con il sudore, l’impegno e i denari puliti? Pure la mafia che vive sulla finanza internazionale costituisce una profonda distorsione, un pizzo sull’economia globale rispetto a tutti noi e in maniera diretta verso coloro che non barano nei circuiti dell’alta finanza. E poi, quante imprese pagano ancora il pizzo in Sicilia senza problemi o cercano il mafioso per "mettersi in regola"? E quanti per aprire un’attività chiedono il permesso al capomafia del quartiere? Quanti accettano senza problemi che il territorio dove parcheggiano sia controllato da estorsori che operano alla luce del sole, sempre gli stessi negli stessi luoghi per decenni, poco scalfiti nella sostanza dalle forze dell’ordine? Si può insomma ritenere che da quella mattina del 29 agosto 1991, era un giovedì come oggi, la strada intrapresa non sia stata senza buoni risultati. Che però riguardano un frammento di società. La strada da percorrere è molto lunga. E investe la cultura del popolo delle borgate e delle zone residenziali. Il quale spesso paga senza problemi un pizzo giornaliero nei vari esercizi commerciali che non emettono ricevute fiscali, penalizzando quanti rispettano le regole. Senza dimenticare il peso, che grava sull’economia e sulle casse pubbliche, del pizzo derivante dalle tangenti. Oppure quello che impone la politica quando attua sistematicamente approcci clientelari e di favore. Insomma, quando parliamo di pizzo dovremmo farci un giro molto ampio. E capire, intanto, quanto ciascuno di noi fa ogni giorno per sconfiggerlo o rafforzarlo.


venerdì 16 agosto 2019

Palermo calcio, una mano sui cuori e l'altra ai portafogli.


La Repubblica Palermo – 15 agosto 2019
La rinascita del Palermo, un esame anche per la città
Francesco Palazzo

Dario Mirri, e chi con lui ci ha messo dentro il proprio patrimonio, ha acceso una luce sul Palermo calcio. Con la conferenza stampa allo stadio, parlando da tifoso, confermando che non lascerà il suo posto in gradinata e rivelando che ogni abbonato avrà il suo nome sulla sediolina. L’imprenditore ci dice, dando l’esempio nell’unico modo concreto che esiste, ossia mettendoci quattrini ed entusiasmo, che è finito il tempo delle belle intenzioni e che ciascuno deve contribuire al presente e al futuro della società calcistica. Non soltanto con il tifo appassionato o festeggiando la squadra nel luogo del ritiro precampionato sulle Madonie. Ma, soprattutto, e qua le chiacchiere stanno a zero, mettendo una mano sui cuori rosanero e l’altra in maniera decisa, ma sicuramente non rovinosa per le finanze familiari, ai portafogli. In Europa, in Italia, in Sicilia, nel mondo del calcio, esistono esempi di azionariato popolare. Il nuovo statuto del Palermo lo prevede espressamente. Già ci sono proposte avanzate a chi guida il Palermo. Peraltro, cosa importante, si assegna a tale presenza, a prescindere dalla quota sborsata, un ruolo del 10 per cento nel consiglio di amministrazione e un posto sui tre previsti in un organismo di controllo. Si può anche partecipare, se abbiamo ben capito, con quote minime. Ai palermitani e ai tanti in giro per la Sicilia e nel mondo, che si dichiarano innamorati alla follia dei colori rosanero, non rimane che passare dalle frasi piene di trasporto e dedizione, belle e roboanti, non c’è dubbio alcuno, ai più prosaici e utili accrediti. Stessa cosa vale per i tanti imprenditori palermitani, anche piccoli, che non vogliono soltanto stare a guardare, e sembra ve ne siano pronti ad uscire allo scoperto. Tra l’altro, se il Palermo dovesse, come ci auguriamo, salire subito di categoria e scalare l’olimpo del calcio italiano sino alla massima serie, l’esposizione economica di Viale del Fante crescerebbe a dismisura. In ogni caso sarebbe, qualora si riuscisse ad attivare al meglio l’azionariato popolare, una interessante esperienza corale che andrebbe ovviamente, ci vuole poco a capirlo, oltre l’ambito strettamente sportivo. Dimostrerebbe che i palermitani sanno fare qualcosa insieme per la città. Finendola una buona volta di lamentarsi rimanendo immobili. Si tratterebbe, non c’è migliore occasione di questa, di uscire dai particolari dei propri orticelli e di scommettere su un progetto comune. Insomma, da questo punto di vista potrebbe essere subito serie A per tutta la comunità. La quale, questa volta, più che puntare il dito contro qualcuno, magari proveniente da fuori, movimento assai facile e talora ingeneroso se il passato è stato pure pieno, come nel caso specifico, di tante soddisfazioni calcistiche, può quel dito alzarlo, dicendo noi ci siamo. Vedremo presto se si saprà passare dalle parole ai fatti. Facendo diventare questo apporto non una cosa di nicchia, ma una pratica di massa veramente popolare.