martedì 7 dicembre 2010

Consigliere, ti consigliamo di votare.

7 12 2010
L'assalto al palazzo d'inverno
Francesco Palazzo

Chi ha in mano il potere di spegnere la luce a questa legislatura al comune di Palermo? Possibile che trentatré, dei cinquanta inquilini di Palazzo delle Aquile, non sentano un sussulto di dignità, di pietà, non tanto verso la città, ma nei loro confronti, per presentare e votare una mozione di sfiducia al sindaco e fare andate i titoli di coda ad uno dei periodi più incredibili della politica palermitana? Difficile crederci, eppure succede nel quinto comune d’Italia. Ma cosa bisogna vedere ancora, oltre l’assalto al Palazzo d’inverno degli operai della Gesip? Consiglieri comunali costretti a votare un provvedimento e alcuni di loro che pure si vantano di avere salvato la barca di un’azienda gestita con metodi clientelari e che perde un milione di euro l’anno. Questa città, Palermo, è ormai in mano a chiunque voglia prendere qualcosa per sè o la sua tribù. A quando il prossimo assalto? E chi sarà il prossimo, tra quelli che aspirano a rivestire in futuro la carica di primo cittadino, a dire è merito del mio partito? Ma la domanda è forse un’altra. Chi comanda oggi a Palermo? Chi regge i fili del potere e gestisce quel poco che è rimasto nelle casse? Non è la politica, di certo. Quella ha spento l’interruttore da tempo. La maggioranza che ha vinto le elezioni è scomparsa come neve al sole, quello che ne è rimasto fa a sciabolate per capire chi deve essere il prossimo candidato a sindaco, le giunte incolori si cambiano come le cravatte la mattina, l’opposizione è diventata maggioranza. Già, l’opposizione. Come nelle migliori tradizioni ha cominciato a litigare su come arrivare alla designazione del candidato a sindaco. Il PD afferma, e viene quasi da sorridere se non venisse da piangere, che ancora non è tempo per primarie e candidature. L’Italia dei Valori pone veti al PD, rinverdendo un’azione frontista veteroretina che probabilmente serve a preparare il terreno a chissà cosa. Per il resto, movimenti che si credono il nuovo, e questa l’abbiamo già sentita, assemblee di anziani che vogliono sentirsi giovani e annacamenti vari. Ma come si fa, dopo dieci anni di buio, a non avere ancora chiaro il percorso a diciassette mesi dalle elezioni? Bene che vada, perché si potrebbe andare al voto anche prima. Ed ecco che, in questo quadro, irrompono gli operai della Gesip a prendere per il bavero gli eletti dal popolo e a metterli dietro la lavagna del ricatto. O votate quella delibera, oppure finisce male. Avranno detto più o meno così? Le parole saranno state più pesanti e risolute. Ma non ce n’era bisogno Bastava anche una classe di scuola materna a far sbriciolare quel muro di marzapane che è oggi la politica palermitana. Sì, quelli che hanno qualche anno in più di noi, ci diranno che forse abbiamo vissuto altri periodi bui somiglianti a questo decennio interminabile. Può essere. Il fatto è che non ne abbiamo più memoria. Né dei momenti belli, né di quelli brutti. Queste due legislature hanno cancellato pure i ricordi. Dobbiamo andarci a rileggere la nostra storia recente per trovare il punto da cui ripartire. Sarà difficile, per chiunque verrà dopo, ricostruire un minimo di cittadinanza condivisa sulle macerie di una politica assente o forse troppo presente nella sua irrisoluta inettitudine. Per far finire al più presto questo strazio, non resta che fare appello a quei trentatrè. Non trentini, ma consiglieri comunali palermitani che servono per abbassare la saracinesca e consentirci di scegliere con le elezioni. Così almeno, nel centrodestra, la finiranno con le sciabolate e individueranno un nome, uno qualunque, siamo a questo punto gente di poche pretese, da proporre al corpo elettorale per la carica di primo cittadino. Così almeno nel centrosinistra, facciano un po’ come vogliono, pure con la monetina, attraverso una sfida a dadi o con le freccette, vedranno quale galletto dovrà uscire fuori vivo dal pollaio e sfidare lo sciabolatore del centrodestra a singolar tenzone. Insomma, trentatrè consiglieri cari, ridateci un po’ di normalità. Fate a questa città, che almeno un po’ dovrete amare, un bel regalo di Natale.

lunedì 6 dicembre 2010

Palermo, la paura delle primarie

6 12 2010
Se le alleanze complicano le primarie

Francesco Palazzo

Il dibattito nel centrosinistra, al fine di individuare un percorso per arrivare alle prossime amministrative palermitane, passando per le primarie, rischia di attorcigliarsi su se stesso. Il tema delle alleanze ha preso il sopravvento. Quello che crea problemi è lo schieramento che sostiene il governo regionale. Lombardo ha detto alcuni mesi addietro, davanti ad un estasiato popolo di marca democratica, che questa coalizione (MPA, PD, FLI, API e UDC) vuole portarla anche negli enti locali, cominciando da Palermo. IDV, Sinistra e Libertà, i movimenti, un pezzo dello stesso PD, vedono come il fumo negli occhi tale prospettiva. L’indisponibilità è venuta fuori nell’assemblea tenutasi il 17 novembre scorso, che ha visto la partecipazione di partiti e movimenti, tranne il PD, e qualche osservatore accreditato dell’MPA. Assemblea che è sembrata la solita preoccupata e assai tardiva chiamata alle armi preelettorale. In quella sede sarebbe stata decisa una data per la conta ai gazebo, il 27 febbraio 2011. Ma al momento, in realtà, non si capisce che primarie saranno e se si svolgeranno. Per carità, non è che questo strumento risolva tutti i problemi. Però ha questo di buono, mette il silenziatore a tutti i calcoli e le subordinate. E lo fa dando la parola direttamente a quelle persone che non partecipano ai vertici per stabilire chi sta con chi e per che cosa. Momenti dove si finisce per chiedersi chi siamo, dove andiamo e cosa vogliamo, in un girotondo di torsioni e capriole che tolgono il respiro anche ai più pazienti. Molto più semplice adocchiare una data di celebrazione delle primarie vera e condivisa da tutti e farla finita lì. Ma come fare? Nelle primarie milanesi la spinta decisiva è venuta da colui che poi ha vinto. Ha lanciato in un incontro pubblico la candidatura, l’ha supportata con adesioni e ha cominciato a delineare le cose da fare. Gli altri hanno seguito a ruota. Non cominciando a discettare di sigle e alchimie varie. Ma presentando altre tre candidature. A Palermo, anche coloro che già si sono in qualche modo sbilanciati, affermando di volere partecipare alla corsa, si sono, tranne uno, limitati a qualche intervista o a un’indefinita, nel tempo e nello spazio, dichiarazione di disponibilità. Con il risultato di imporre una navigazione a vista. Il solo Davide Faraone, sabato mattina, ha rotto gli indugi lanciando ufficialmente la propria candidatura, iniziando a raccogliere firme a supporto della stessa e mostrando che tipo di città vorrebbe. Ha annunciato gazebo nei vari quartieri per riprendere contatto con tutta la città. Vedremo se altri contendenti passeranno dalle parole ai fatti. Solo in tal modo le trombe del politichese, di coloro che hanno laceranti mal di pancia o stanno a guardare in attesa di dare la zampata finale, possono non avere l’ultima parola. Si è detto dell’importanza rivestita da Milano nello scacchiere politico nazionale. Stessa cosa si può dire, dall’altra parte dello stivale, per Palermo. Sul perimetro dell’alleanza, poiché è il punto che tiene bloccati, si abbia il coraggio di chiedere ai cittadini cosa ne pensano. Bisogna tenere lontana la tentazione di fare da balia al corpo elettorale. I candidati alle primarie devono rivolgersi a tutto l’elettorato in maniera trasversale.Una consultazione di questo tipo è diretta agli elettori, non può diventare il campo di battaglia tra i vari capetti delle fazioni partitiche. Coloro che si presenteranno ai gazebo prenderanno atto delle volontà politiche dei competitori e sceglieranno. Perché si vuole complicare una procedura semplice e in genere molto partecipata e apprezzata? Se a un elettore non piace il candidato che vuole portare la maggioranza regionale a Palazzo delle Aquile, non lo voterà. Ci sarà qualche altra candidatura che gli proporrà qualcosa di diverso. E poi una terza o una quarta che aumenteranno le possibilità di scelta. Se le primarie sono davvero una cosa seria, e non una messinscena a favore di telecamera, devono essere un rischio per tutti. Non ci si può riempire la bocca parlando di democrazia partecipata e poi non fornire al corpo elettorale una vera possibilità di scelta. E’ inutile teorizzare primarie aperte e poi concretamente rinchiuderle nello sgabuzzino.



venerdì 3 dicembre 2010

I protestanti con la valigia in mano

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 3 DICEMBRE 2010
Pagina XXIII
LA SANATORIA DEI PRECARI E IL FUTURO DEGLI STUDENTI
Francesco Palazzo

Forse gli studenti siciliani che protestano e occupano, non sanno che qualche risposta definitiva ai loro dubbi, circa il futuro che li attende, l´ha già data la politica regionale. Probabilmente, tra un´assemblea e un´autogestione, non leggono i giornali e nessuno gli spiega come stanno le cose. Eppure i numeri sono abbastanza chiari. Il governo regionale vuole stabilizzare i 22.500 precari degli enti locali, a dicembre cominceranno a firmare i contratti a tempo indeterminato i 4.800 che prestano servizio negli uffici della Regione, sono già stati collocati quasi tutti i 3.300 ex-pip che il governo regionale ha disseminato un po´ dappertutto, infine si apre pure un portone per i lavoratori a tempo determinato in servizio in tutti gli enti collegati alla regione o sottoposti alla sua vigilanza. E in quest´ultimo caso Dio solo sa quale numero potrebbe uscirne fuori. Che migliaia di lavoratori, la massima parte non qualificati, non costeranno niente alla casse pubbliche, è ovviamente una bella battuta. È evidente che trentamila stipendi implicano un forte impegno per le già claudicanti casse della Regione e degli enti locali. Sarebbe perciò corretto che qualcuno svelasse agli studenti cosa comporterà tutto questo. Per gli enti locali significherà, per i prossimi decenni, stringere ancora di più la cinghia, cioè tagliare servizi essenziali, e bloccare le assunzioni. Stessa operazione dovrà farla la Regione, che in realtà già la attua da tempo. Il messaggio per gli studenti siciliani è il seguente. Studiate pure. Quando, e se, arriverete alla fine del vostro percorso scolastico, badate bene di aver già bella pronta la vostra valigia. Mettete dentro la vostra borsa l´iPhone, l´iPad, i master, il poderoso impegno economico sostenuto negli anni dalle vostre famiglie e andate via. Andate via perché noi abbiamo dovuto garantire tutto il precariato che abbiamo creato per farci le nostre campagne elettorali. Ognuno di noi ce ne ha messo un pezzo, dichiarando solennemente che "da oggi non faremo un solo precario in più". Che è come dire non si faranno più prigionieri. E invece i prigionieri li hanno fatti. E sono proprio i ragazzi e le ragazze che perdono ancora tempo sui libri. Sono prigionieri della loro terra. Presto dovranno abbandonarla portando altrove tutta l´immensa ricchezza, quantitativa e qualitativa, che è l´inestimabile somma di migliaia e migliaia di percorsi formativi. Ecco, qual è la vera notizia, cari giovani che protestate. Qui c´entra poco la Gelmini, l´autonomia della scuola e tutti i giusti problemi che in questi giorni state sollevando per le strade della Sicilia. Capirete tutto ciò tra qualche anno. Quando sarete sulla scaletta di qualche aereo che vi porterà via chissà dove. Non c´è dubbio che tra le tante riforme sbandierate, questa funzionerà a dovere. Chissà se coloro che oggi plaudono entusiasti a questa stabilizzazione di massa, che chiude le porte a tantissimi giovani e apre sempre più il rubinetto dell´emigrazione giovanile con la laurea in tasca, riflettono abbastanza su quello che dicono. Nel frattempo negli uffici pubblici entrano ultra quarantenni che non sanno neanche accendere un pc e non trovano spazio ventenni freschi di laurea e di competenze. Come se non bastasse, non spendiamo i fondi europei e non creiamo quindi le condizioni di sviluppo, tagliando pure questo ramo alle giovani generazioni. Tanto che i funzionari della Commissione europea devono farci la lezioncina sulla differenza tra il pesce e la canna per pescare. Ma dai megafoni dei nostri ragazzi questa autentica tragedia che si sta consumando ai loro danni non esce fuori. Talvolta, fare due più due è davvero complicato. Intanto, sui pennoni dei palazzi del potere siciliano sventola la bandiera autonomista. Sai quanto saranno contenti gli studenti di rivederlo, quel vessillo, quando da professionisti in giro per l´Italia e per il mondo lo rivedranno nel periodo di ferie estive.

domenica 21 novembre 2010

La compagnia del lei non sa chi sono io

Domenica 21 novembre 2010
Il club degli amici delle vittime

Francesco Palazzo

Pareva, negli anni novanta, dopo le stragi, che tutto quel sangue versato fosse almeno servito per raggiungere una consapevolezza condivisa, una soglia del dolore comune. Che l’asticella di quanto è possibile tollerare, non soltanto dentro le aule dei tribunali, ma in primo luogo nelle strade della nostra vita quotidiana, pubblica e privata, fosse stata posta molto in alto. Non è così, ci siamo sbagliati ancora una volta. Quella della politica la si può varcare a piacimento. Ci puoi passare sia sopra che sotto. Oppure di lato. A giorni alterni. Quando conviene. Basta poi pronunciare la frasetta magica che risolve tutto. Blaterata a pieni polmoni. Con voce roboante e arrogante quanto basta. Sulla questione morale non deve darci lezioni proprio nessuno. Quante migliaia di volte abbiamo sentito queste parole? Abbiamo i padiglioni auricolari sanguinanti. Noi, e sottolineo noi, così finisce la litania, siamo il partito di questo e quell’altro. Come se bastasse, per affrontare con coerenza e dignità il presente e il futuro, uscire dal taschino azzimato i santini sanguinanti di chi non può più alzare il dito e dire la sua. Utilizzandoli, i santini, come lasciapassare per se stessi e alla stregua di tanti cartellini rossi. Che espellono dal campo del dibattito chiunque voglia discutere, nel merito, oltre la propaganda, su fatti e persone. Sono sempre buoni i santini. Si possono utilizzare in ogni occasione. Non sempre per lo stesso verso. Una volta per il dritto, l’altra per il rovescio. Chi se ne importa. Chi ha l’alibi morale incorporato come l’airbag nelle auto, può fare questo e altro. Del resto, si tratta di un giochetto facile facile, basta mettere diligentemente una parola dietro l’altra. E che si pagano le parole? Servono ai vivi per chiamare i morti. Per convincere, e convincersi, di essere sulla giusta strada. Si dimentica che i morti ci parlano forte e chiaro già attraverso le loro storie, non hanno certo bisogno di essere piegati alle piccole, a volte ambigue e di basso conio, esigenze di bottega. Quello che si fa, quando si hanno responsabilità pubbliche, se davvero merita, dovrebbe brillare di luce propria. Se si prova a illuminarlo di luce riflessa, quella di chi ha pagato il prezzo della vita per non chinare la testa, vuol dire che si hanno in mano false monete. E poi, appropriarsi di talune biografie, è più che sospetto. Se provassimo a portare per un attimo indietro gli orologi della storia e della cronaca, potremmo accertare come in molti casi la macchina del fango, quando i morti erano vivi pure loro, non li risparmiò affatto. E, talvolta, sorpresa delle sorprese, gli amici di oggi sono i nemici giurati di ieri. In Sicilia, i morti per mano mafiosa hanno tanti affettuosi e teneri compagni di viaggio. E’ semplice essere amico di un morto. Basta, ogni tanto, portare un fiore, anche appassito o di plastica, sulla tomba sempre affollata della retorica. E non c’è nessun settore dello scibile umano più pieno di retorica della politica. Non se ne può più. Almeno in questo mettiamoci un punto. Siamo tutti maggiorenni e vaccinati. Dunque, in grado di capire, da soli, senza l’aiuto di improbabili maestri di vita, che spesso alla dura pratica preferiscono la spumeggiante teoria, cosa hanno fatto i morti. E, soprattutto, cosa fanno, oggi, i vivi. Ai quali non servirà a nulla nascondersi dietro la memoria dei giganti. Tanto, se uno è nano, si vede lo stesso.



venerdì 19 novembre 2010

PD, voti e rivoluzioni

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 44 del 19/11/2010 - Pag. 46
PD tra consenso e riforme
Francesco Palazzo

Le scelte del PD siciliano, oltre il risvolto giudiziario, possono essere valutate anche dai due punti di vista politici accampati dai democratici. Il PD sostiene di avere spaccato il centrodestra, ponendo le basi per l'alternativa. Ciò dovrebbe concretizzarsi, per mantenere i democratici un ruolo non marginale in futuro, in un aumento di consenso. L'altra motivazione del PD sono le riforme, provvedimenti le cui conseguenze devono essere percepite e misurabili. Primo punto. Il PD, sostenendo di aver prodotto uno sconquasso nel panorama politico, non si rende conto che alcuni meccanismi di riposizionamento erano già in corso sullo scenario nazionale. Il centrodestra, sgretolandosi, ha prodotto tre nuovi partiti, FLI, PID e Forza del Sud, i quali, sommati ai preesistenti MPA, PDL e UDC, se si rivotasse oggi, o anche tra qualche anno, è molto probabile che si riprenderebbero, con qualche punto di interesse in più, quel 68,1 per cento totalizzato dal centrodestra nel 2008 alle elezioni regionali. La divisione di pezzi di ceto politico siciliano, non implica affatto che i voti volino come farfalle nella casa dei democratici. I quali, visto il voto d'opinione che guida i suoi elettori, rischiano, a destra, di cedere più che di prendere. Alla sinistra del PD, in Sicilia è facile pronosticare, nelle tornate elettorali future, come previsto nel resto del paese, delle buone performance di IDV, SEL e Grillini. Ciò si tradurrebbe in un'ulteriore emorragia dal forziere democratico. Insomma, né quanto sta accadendo ha per protagonista assoluto il PD, come sopravvalutandosi credono alcuni suoi esponenti, né questo partito può verosimilmente attendersi di guadagnarci in termini di voti. Allora, perché lo fanno? Dicono per il bene della Sicilia e indicano le riforme approvate. Siamo al secondo punto. Scuola, lavoro, sanità, acqua, rifiuti, apertura pomeridiana delle scuole, esenzione ticket. Questi i titoli. Domanda. C'è qualcosa che ci permette di capire, oggi, quanto c'è all'opera dietro questo afflato riformistico? Per l'acqua c'è una norma che impegna la regione, nel 2011, a fornire alle amministrazioni i parametri per eventualmente disdire, senza oneri, i contratti con i privati. Non c'è traccia, intanto, del comitato consultivo degli utenti previsto dalla legge. Gli esperti affermano che si tratta di aria fritta, infatti hanno presentato all'ARS una proposta di legge di iniziativa popolare, supportata da 35 mila firme, e si chiedono che fine abbia fatto. Sulla sanità, sinora al cittadino non è dato verificare un solo indicatore che sia migliorato. Nel frattempo può capitarvi di recarvi presso un laboratorio privato convenzionato e pagare per intero le analisi anche se siete totalmente esenti. Tale aspetto interessa l'esenzione dal ticket per le fasce meno abbienti, sempre a partire dal 2011. Sul lavoro, per il credito di imposta, che privilegia lavoratori svantaggiati e disabili, siamo ancora alla definizione delle procedure per la trasmissione delle istanze. Non si tiene, tuttavia, conto della massa di lavoro giovanile, specializzato, costretto a varcare lo stretto. E' recentissimo l'allarme della Banca d'Italia, che stima al 2,6 per cento il calo dell'occupazione in Sicilia nel primo semestre del 2010. Più del doppio dell'1,1 per cento, ossia la flessione registratasi in tutto il 2009. Quasi il triplo della media italiana (0,9 per cento). Più elevato della media del sud (1,8 per cento). Sulla scuola, dal 2011, pure in questo caso niente di misurabile oggi, è previsto, su fondi europei, che tra qualche anno saranno una lontana e sprecata possibilità, e solo per le scuole in zone a rischio, l'apertura pomeridiana. La scuola vive una situazione drammatica. Ben altro potrebbe fare una regione autonomistica. Il piano rifiuti non si è capito ancora cosa è, l'immondizia torna per le strade e si propone d'inviarla a Rotterdam. Tra le altre cose, viene elogiata la stabilizzazione dei precari alla regione. Requisito, saper fare una fotocopia. Ora dobbiamo aggiungere i più di tremila ex PIP, avviati sul sentiero del trionfo. Due messaggi chiari alle giovani generazioni che riempiono scuole superiori e università. Tiriamo le somme. Dal punto di vista elettorale questa operazione politica, per il PD siciliano, se non è lontano dal vero quanto argomentato, appare tutta in perdita. Per quanto riguarda le cosiddette riforme, sono tutte ancora da attuare e, se mai ne vedremo qualcuna realizzarsi, non sembrano affatto decisive.

venerdì 5 novembre 2010

Chiesa e mafia: parole che ritornano, aspettando i fatti.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 42 del 5/11/2010
Pag. 40
Pastorale di frontiera cercasi
Francesco Palazzo

Che la chiesa cattolica in Sicilia lanci anatemi contro la mafia, è certamente un fatto positivo. L'hanno fatto i vescovi nella sessione autunnale della conferenza episcopale siciliana, conclusasi il 27 ottobre. Il punto di domanda è capire se si riesce, finalmente, a fare qualche passo in avanti rispetto a quella che rimane soltanto una, peraltro datata, petizione di principio. Per dirla tutta, affermare, oggi, che la mafia è antievangelica è come sfondare una porta aperta. Anzi, un portone. E non tanto e non solo per noi, ma per gli stessi vescovi. Dal sito http://www.chiesedisicilia.org/, nella sezione dedicata alla CESI, appunto la conferenza episcopale siciliana, rintracciamo un importante documento, firmato da tutti i vescovi di Sicilia e rivolto a laici, sacerdoti, diaconi e religiosi, datato pasqua 1994. Il titolo è “Nuova evangelizzazione e pastorale – Orientamenti pastorali per le chiese di Sicilia”. Si tratta di sedici pagine molto interessanti, contenenti una parte titolata “Mafia, mentalità e comportamenti mafiosi”. Ebbene, in tale documento, sulla mafia viene “ribadita la denuncia, altre volte espressa, circa la sua assoluta incompatibilità con il vangelo”. Le stesse parole che ascoltiamo oggi. Anzi, si dice di più. “La mafia appartiene, senza possibilità di eccezione, al regno del peccato, e fa dei suoi operatori altrettanti operai del maligno”. Più chiaro di così non si può. Eravamo a pochi mesi dell'uccisione di Pino Puglisi e a quasi un anno dal grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento. Il bisturi viene infilato ancora in profondità, denunciando la strumentalità della devozione di taluni soggetti, sottolineando che richiedere o cercare qualsiasi intermediazione tramite ambienti mafiosi, rientra nella fattispecie della collusione. Contro tutto ciò la chiesa, nel 1994, oppone la forza del vangelo che è sì “rivolta alla persuasione, alla promozione e alla conversione delle persone, ma è nello stesso tempo intransigente nel non autorizzare sconti o ingenue transazioni per ciò che concerne li male, chiunque sia a commetterlo o a trarne profitto”. Pure in questo caso parole tombali. Il paragrafo si conclude con il riferimento a Pino Puglisi e alla necessità di una pastorale di frontiera. Che però, ecco il punto, non c'è mai stata. Dopo sedici anni da allora ascoltiamo la stessa reprimenda contro il potere mafioso, l'uguale avvertimento ai mafiosi a non utilizzare simboli sacri, l'identico appello a combattere non soltanto l'esercito di cosa nostra, ma anche il clientelismo e la cultura mafiogena. Allora, a volere essere obiettivi, dobbiamo dire che la presa di posizione odierna della conferenza dei vescovi siciliani non è una notizia, anche se ha conquistato le prime pagine. Il neocardinale Paolo Romeo ha annunciato che sono in cantiere diverse iniziative che dovrebbero muoversi sul solco dei messaggi contro la criminalità organizzata lasciati in terra di Sicilia dagli ultimi due papi. Vedremo di che portata saranno. Ma possibile che, dal 1994 ad oggi, per non dire da prima, non si sia messo in cantiere nulla di cui oggi si possa fare un bilancio? L'argomento, come è a tutti evidente, non è di stretta pertinenza clericale o confessionale. Se davvero la chiesa cattolica scegliesse di scendere in campo contro Cosa nostra, andando oltre le dichiarazioni d'intenti, darebbe un contributo notevolissimo e, forse, decisivo. Proprio per questo non si può sempre ripetere, senza mai passare alle azioni conseguenti, il monito antievangelico contro i mafiosi e farlo passare continuamente come una novità. Cosa che è avvenuta tante volte. Basta ripercorrere lo spazio temporale che va dalla storica omelia del 1982 di Pappalardo, su Sagunto/Palermo espugnata, alla pronuncia dei vescovi di questi giorni. Sulle parole, dunque, ci siamo. Bisogna, una volta per tutte, cominciare ad andare oltre. Restiamo, pertanto, in attesa di queste annunciate iniziative concrete. Sperando di non ritrovarci, tra qualche anno, a risentire il successivo anatema, sempre più roboante, di avversione alle cosche. Se davvero si vuole che santini e bibbie siano visti come avversari dai devoti che fanno parte dell'esercito di Cosa nostra, dalla cattolicissima classe dirigente che si nutre copiosamente a quella fonte, dal popolo credente delle borgate che tuttora riserva ai singoli mafiosi coperture materiali e ideologiche, si deve sfogliare il primo capitolo, e poi gli altri successivi, di un libro del quale, sino a ora, non possiamo che condividere solo il titolo e l'introduzione.

lunedì 1 novembre 2010

La cara sanità

LiveSicilia
Quotidiano online
1 11 2010
Francesco Palazzo

Generalmente i riflettori vengono puntati sul pianeta sanitario quanto accadono eventi tragici. Rimane, tuttavia, nell’oscurità tutto il resto. Fatto di normale, ordinario, disagio. E qualche sorpresa. Almeno per me. Recentemente mi sono sottoposto a delle analisi cliniche di routine in un laboratorio privato convenzionato. Nel luogo prescelto trovo un cartello, affisso sia fuori che dentro la struttura. Leggo che ogni giorno, dall’inizio del mese di luglio, si possono assicurare solo un certo numero di prestazioni, venti, in regime di servizio sanitario regionale, dal ventunesimo in poi si passa al regime libero professionale, cioè si paga tutto. Ciò serve a restare dentro il budget, ossia sotto il tetto di spesa rimborsabile, assegnato al laboratorio per l’anno in corso. Quindi, già a metà anno, scatta l’allarme rosso. Chiedo se questo particolare provvedimento riguarda soltanto loro. No, mi si risponde, anzi in altri posti fanno pagare tutti, senza neanche mettere in palio il bonus per i primi venti. Di fatto, ognuno si regola come crede. Siamo quindi passati alla sanità privata, commento con la gentilissima dottoressa che procede al prelievo del sangue. Praticamente sì, mi risponde. La richiesta del medico curante mi è rimasta tristemente in tasca e ho sborsato quarantacinque euro, sei in più di quanto mi avrebbero chiesto se mi avessero arruolato tra i primi venti. Forse la memoria mi tradisce. Ma alcuni mesi addietro, non era stato annunciato dal governo regionale che molte famiglie non avrebbero più pagato il ticket sulle prestazioni sanitarie, sperimentando così in concreto i vantaggi della nuova sanità finalmente risanata? Ora, può essere che io sono entrato nell’unico posto in cui non sanno che abbiamo importato di sana pianta la sanità norvegese, ma visto che quel che racconto l’ho vissuto di persona, posso confermare che i ticket sono stati eliminati, ma nel senso che oltre a quelli ora si paga anche il resto. Vedendo che il numero degli aspiranti analizzandi nel corso della mattina superava i cento, quindi venti fortunati e un’ottantina di mazziati, mi sono incuriosito e ho chiesto se la regola valeva pure per quelli che usufruiscono di esenzioni varie. Sì, mi è stato risposto, con estremo garbo e pazienza, vale anche per loro. Sempre che non si mettano in coda alle sei di mattina, o anche prima, e non rientrino nella magnifica doppia decina. Se non ce la fanno, sottolineano, o pagano e sorridono, oppure si ripresentano la prossima mattina e ci riprovano. Elementare, Watson! Ma voi ve l’immaginate un vecchietto sofferente, del tutto esente, che si mette in coda per diverse mattine pur di ottenere quel che gli spetterebbe? Va detto che siamo in un quartiere residenziale, dove la gente può scucire, senza fare una piega, decine di euro. In altre zone della città, o della Sicilia, la cosa può assumere aspetti molto pesanti. Quello che mi ha stupito quella mattina è che tutti pagavano, con moneta sonante o carte di credito, senza chiedersi e domandare nulla. Come se quella prassi la vivessero da una vita e fosse del tutto normale pagarsi di tasca propria, per intero, sia normalissimi esami, ma anche analisi molto costose. A me è sembrato come quella volta che, dopo venti anni, ho causato un piccolo incidente con l’auto e l’assicurazione, invece di farmi i complimenti per non avergli dato pensieri per due decenni, quasi mi raddoppia la quota di responsabilità civile. Ed anche qui, dopo alcuni anni che non ricorrevo alla sanità, una volta che ne ho bisogno devo pagare tutto. Uscendo da lì mi veniva in mente il citato annuncio della politica regionale circa i ticket che sarebbero stati eliminati. E’ stata propagandata come una di quelle mirabolanti riforme che dovrebbero farci capire che siamo sulla strada giusta. Ma, tenendo a mente i portafogli che si svuotavano per pagarsi ciò che prima era del tutto, o almeno parzialmente, coperto dal sistema sanitario pubblico, mi sono ricordato il titolo di un commento di Roberto Puglisi su LiveSicilia: mani in alto questa è una riforma!



venerdì 29 ottobre 2010

Non si vive di solo cattolicesimo

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 41 del 29/10/2010
Grazie, pastore Giampiccoli
Francesco Palazzo

La domenica successiva alla visita del papa, Palermo è tornata alla normalità, niente a che vedere con il giorno di festa precedente in cui la città si è fermata in silenzio per accogliere il grande ospite. Nessuno si è quindi accorto che nel capoluogo c'era un'altra presenza religiosa importante. Nel tempio valdese, a pochi passi dal luogo dove Benedetto XVI ha incontrato i giovani, era ospite Franco Giampiccoli. E' stato, per sette anni, confermato di anno in anno, tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta, la guida di tutti i valdesi italiani. Una specie di papa, più correttamente il moderatore della tavola delle chiese metodiste e valdesi. Il massimo organismo, eletto, che si occupa della gestione della vita ecclesiastica. E' composto da sette membri tra pastori e laici. E già questa conduzione mista sarebbe una rivoluzione per il cattolicesimo. Così come la durata a tempo degli incarichi, per poi tornare tra i tanti. Tanto che Giampiccoli, dopo tale esperienza, è stato, dal 1994 al 2001, semplice pastore della chiesa dove il 10 ottobre ha condotto la seconda parte del culto. Accompagnato dalla moglie Danielle, prima di salire sul pulpito, in giacca e cravatta, era stato seduto in una panca laterale della chiesa, senza onori, poltrone o attenzioni particolari. Per l'occasione i Valdesi di Palermo hanno messo al centro l'iniziativa ecumenica “Tempo per il creato”, celebrata in tutte le chiese europee dal 1 settembre al 4 ottobre. Il tema specifico di quest'anno è stato quello della biodiversità. Un tentativo per sensibilizzare a non mettere in atto comportamenti di morte verso ciò che i credenti ritengono un atto creativo. Sullo sfondo l'opzione della nonviolenza come presupposto di pace, che vedrà nel maggio del 2011, a Kingston, una convocazione internazionale ecumenica. Il pastore Giampiccoli, nel sermone, ha detto che le chiese devono essere umili in questo campo, perché giungono da ultime a interessarsi della salvaguardia dell'ambiente. Anzi, ha osservato che le chiese, quando non giungono in ritardo, frenano. Vi immaginate se il 3 ottobre il papa avesse fatto un'autocritica simile, magari in riferimento alla lotta alla mafia o al deficit di democrazia di cui la chiesa soffre? Ne avrebbero parlato tutti i giornali del mondo. Con la stessa semplicità è stata richiamata da Giampiccoli l'importanza delle offerte durante il culto. I Valdesi hanno deciso di avvalersi dell'otto per mille, destinandolo però non al sostentamento delle comunità e dei pastori, cosa che avviene appunto con le offerte, ma a progetti di natura assistenziale, sociale e culturale, impiegando almeno il 30 per cento per il sostegno ai paesi poveri. Per i valdesi è la norma, per i cattolici, soprattutto se ad annunziarlo, anche solo come auspicio, fosse il suo massimo rappresentante, sarebbe una notizia a nove colonne. C'era molta autoironia nelle frasi del pastore Giampiccoli, il 3 ottobre abbiamo invece visto all'opera un uomo molto più serioso e con molti meno dubbi. A un certo punto ricorda che la moglie spesso lo rimprovera. Siete in grado, gli dice, di fare tanti bei discorsi, ma appena dovere passare alla pratica ecco che giunge l'amen. Allora lui ricorda il Movimento del Gallo Verde. Il simbolo compare all'esterno di tutte le chiese valdesi del nord Europa e ricorda la possibilità del tradimento. Ebbene, il Movimento del Gallo verde richiama a un funzionamento ecologico delle stesse chiese. Prima di predicare agli altri quindi, questo il messaggio conclusivo dell'ex moderatore della tavola valdese, e sappiamo quanto sarebbe attuale per la chiesa cattolica, bisogna essere coerenti nelle proprie pratiche. Prima della benedizione, Giampiccoli invita a prendere un documento. Parla della decisione della chiesa valdese di benedire le unioni delle coppie omosessuali. Altro tema tabù per la chiesa di Roma. Fuori dalla chiesa si poteva firmare contro il nucleare e a favore delle energie alternative. Alla fine della funzione religiosa, Giampiccoli ha atteso fuori dal tempio i partecipanti, tra cui una cinquantina di ghanesi, per il saluto di congedo. Cronache, normali, di una chiesa che non ha i grandi numeri del cattolicesimo. Ma che può indicare, a laici e credenti, ammesso che tale distinzione abbia senso, più di una strada. Per aiutarci a coniugare le convinzioni della ragione e le ragioni delle fedi, che animano quotidianamente le nostre vite.

lunedì 25 ottobre 2010

Politica e burocrazia in Sicilia: un altro fidanzamento?

LA REPUBBLICA PALERMO – DOMENICA 24 OTTOBRE 2010
Pagina I
Il patto dei gamberi tra politica e burocrazia
Francesco Palazzo

Quando durante la legislatura una coalizione nuova, in un sistema bipolare e con l´aggiunta dell'elezione diretta del presidente della Regione con maggioranza incorporata, sostituisce quella che ha vinto le elezioni, nelle democrazie, anche quelle più scalcagnate e improbabili, si va al voto. In Sicilia no. Si va tutti in una villa a banchettare allegramente per festeggiare il fidanzamento in casa, così è stato definito dai protagonisti, tra Mpa e Pd. Che però è già molto più che un matrimonio. Se i democratici siciliani, infatti, pensano di potere ancora barcollare tentennanti sull'uscio del talamo nuziale, sappiano che ormai ci sono dentro tutti interi. Quanto questo peserà sul consenso che il Pd racimolerà alle urne delle prossime regionali, perché prima o dopo si voterà, lo vedremo. Un´esperienza, negativa, in tal senso c´è già stata. Sono trascorsi vent'anni da quando si volle seguire acriticamente la stagione orlandiana, accodandosi al cavallo vincente senza se e senza ma. Allora il nome del partito era diverso, ancora lontana l´avventura del Pd, ma il meccanismo fu lo stesso. Dopo le giunte della "Primavera", si predispose nel 1990 una lista, "Insieme per Palermo", che avrebbe dovuto, secondo gli strateghi di corso Calatafimi, ospitare Orlando come capolista. Orlando invece non si mosse da sotto le insegne della Democrazia cristiana, portandola al massimo di voti, quasi il 50 per cento, e preparando le due sindacature degli anni Novanta. Nel corso delle quali sbaragliò avversari e imprudenti, o incapaci, compagni di cordata. Quella lista, con gli omini senza volto che si tenevano tremanti per mano, conobbe una cocente sconfitta. Da allora il partito, cambiato il nome ma non i nomi, che dovrebbe rappresentare il punto di riferimento per tutto il centrosinistra, non si è più ripreso. Possiamo dunque capire il perché si è saliti sul primo treno utile, quello che è passato alla Regione, senza pensare minimamente di transitare dalla stazione elettorale. Insomma, non c´è niente di nuovo in quello che sta accadendo adesso. Solo il vecchio vizio di innamorarsi di questo o quel personaggio, guardando solo all´oggi, senza badare a quanto può accadere domani. Atteggiamento tipico di chi è debole nel consenso e nelle idee da proporre all'elettorato. Venti anni addietro subalterni a Orlando, con il quale almeno si vinsero due tornate elettorali, sino all'imbarazzo. Ora dipendenti dal presidente della Regione. Con il quale si preferisce andare, anziché dritti a farsi giudicare dagli elettori, all'interno di una villa a mangiare gamberi e panelle. Passando sopra a tante cose. Per esempio, si potrebbe dire qualcosa sulla presenza all´evento culinario dell'anno dei dirigenti regionali, con capi di gabinetto al seguito, insieme con gli assessori e i deputati della nuova coalizione. Capiamo, e sino a un certo punto, visto che nessun elettore ha deciso niente sinora, che si invitino a serrare le file i gruppi parlamentari che sostengono il quarto governo regionale. Ma cosa c´entra questo appello alla compattezza rivolto ai dirigenti generali e, tramite essi, a tutta l´amministrazione? Invitandola, addirittura, alla disponibilità incondizionata verso la cinquantina di deputati che sostengono in aula l´augusto percorso riformatore. Forse il Pd non riflette più abbastanza, o per niente, sulle parole e sui comportamenti che caratterizzano l´ultimo periodo della vita politica siciliana. Ma questo arruolare nell'esercito della salvezza l´amministrazione attiva non significa annullare del tutto, ammesso che ne fosse rimasta qualche parvenza, quell'autonomia che dovrebbe contraddistinguere gli uffici della Regione siciliana? Che non devono rispondere affatto agli onorevoli che fanno sopravvivere la legislatura, ma a tutti i cittadini. Oppure è vero, come ebbe a dire chiaramente un assessore, che la pubblica amministrazione è al servizio della politica? Ma se così è, perché a capo dei dipartimenti regionali non si insediano direttamente, senza veli e ipocrisie, una parte di quei cinquanta e più deputati che fanno parte dell'alleanza riformatrice? Ci sarebbero banchetti con meno invitati. E si risparmierebbe pure sul conto.

venerdì 22 ottobre 2010

Governo regionale: programma con tanti padri e antiberlusconismo di facciata

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 40 del 22 ottobre 2010
Pag. 2
Il PD e la politica dei colpi di tosse
Francesco Palazzo

Il programma di governo e l'antiberlusconsimo. Per la nascita del quarto governo regionale il primo doveva essere innovativo e pieno di riforme, il secondo una condizione pregiudiziale posta dal PD. I riformisti siciliani, quelli che sono sempre un passo più avanti di tutti, ci hanno predicato per anni che con l'antiberlusconismo non si va da nessuna parte. Ora hanno cambiato idea. Capita. Per quanto riguarda il programma, il PDL e gli ex UDC, ora PID, per giustificare l'uscita dalla maggioranza, hanno detto che non si è rispettato quello presentato agli elettori. Dalle parti di Palazzo D'Orleans, affermano, invece, che in quelle stanze è proprio il programma con il quale il centrodestra ha vinto le elezioni che si sta applicando. Senza saltare una virgola. Sono gli altri, PDL e PID, e ora anche FDS, Forza del Sud, che hanno abbandonando il tetto coniugale quando si è cominciato a dare vita al vasto e quinquennale piano riformatore che salverà la Sicilia. Dal PD non ne vogliono neanche sentirne parlare. Il programma è il loro, le riforme sono tutte impastate con la farina prodotta nei panifici democratici. Ecco perché con l'MPA si è passati da fidanzati di fuori a ziti in casa. Ovviamente, essendo uomini e donne di mondo, sappiamo che dei programmi, da tempo immemorabile, non importa un fico secco a nessuno. Vorremmo solo che i contendenti si accordassero sulle parole. Così, per capici qualcosa. In fondo ci accontentiamo di poco. Veniamo all'antiberlusconismo. Noi, con questa litania, ci siamo riempiti i mesi estivi. La locuzione, ormai proverbiale, “Lombardo sta rompendo con Berlusconi”, proveniente dai democratici, ci rassicurava accompagnandoci a letto. Quando il PD ha visto che Silvio tirerà a campare anche con i voti del drappello autonomista, si è adirato alquanto. Definendo quanto accaduto “un atto grave, che potrà avere delle ripercussioni sull'alleanza che sostiene il governo tecnico”. Le parole furono pesanti. Eravamo, dunque, del tutto legittimamente curiosi di sapere il peso di queste ripercussioni. Avevamo fatto delle ipotesi. Stravaganti. Forse la deputazione del PD al parlamento regionale si sarebbe seduta girando le spalle alla tribuna del governo? Si sarebbero presentati in aula in camicia e con le maniche arrotolate, stile Bersani? Nei giorni successivi, tuttavia, solo silenzio. Eravamo un po' preoccupati. Ma leggendo dell'ultima querelle Roma- Palermo, quella sul piano rifiuti, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. “Lombardo prenda atto che il governo nazionale continua ad essere ostile alla Sicilia e ne tragga le conseguenze”. Ecco la frase del Partito Democratico che cercavamo. Quando ci vuole, ci vuole. Mica si può stare sempre a subire. Ci sono voluti una decina di giorni per tradurre quel “gravi ripercussioni” in una nuova dichiarazione. Che ai più inesperti è sembrato un passo indietro. In realtà serve soltanto per prendere la rincorsa e sferrare un nuovo e più sanguinoso attacco. Certo, dalle ripercussioni, gravi s'intende, si è passati alla consueta richiesta di amore eterno. Che somiglia a quella che l'innamorato, ormai rassegnato, fa alla propria partner, una volta con le minacce e dieci volte pregandola, di non frequentare più l'altro. Ma è solo apparenza. Da fonti sicure abbiamo saputo che tutto fa parte di un piano definito nei minimi dettagli. A un certo punto la comunicazione non verbale sostituirà lettere, vocali e punteggiatura. Insomma, tra qualche mese, per capire che proprio i democratici non ne possono più di questa storia, basterà carpire uno dei seguenti segnali nella facce degli esponenti del PD: fugace inarcamento del sopracciglio destro, velocissimo fischio sibillino, rapido e timido colpo di tosse. Speriamo che, nel frattempo, nessuno dica loro che pure la delegazione romana di un altro alleato del governo tecnico, Futuro e Libertà, ha votato la fiducia al presidente del consiglio. Si sfiorerebbe la tragedia.



venerdì 8 ottobre 2010

Vista del Papa: tra latino e repressione, un pallido ricordo di Agrigento

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 38 del 8 10 2010
Pag. 47
Papa, Agrigento è lontana
Francesco Palazzo

Diciamolo chiaramente. Agrigento è rimasta distante da Palermo. Più dei centoventisei chilometri che separano i due capoluoghi di provincia. Sì, alla fine la parola mafia l'ha pronunciata il pontefice, ha anche fatto riferimento a Pino Puglisi. Non chiamandolo servo di Dio però, come quando ha indicato il giudice Livatino. Non è un volere spaccare in quattro il capello. Ma un preciso segno che la causa di beatificazione del parroco di Brancaccio resta impantanata a Roma. Per il resto, questo papa ha letto diligentemente, sia nell'omelia che nel discorso ai giovani, i testi che gli avevano preparato, senza mai lasciarsi andare a qualche spunto spontaneo e personale. In fin dei conti, ciò che è rimasto del grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento, è stata proprio la sua capacità di mettere da parte il catechismo e guardare negli occhi la Sicilia. Poi si deve dire che questo riferimento alla mafia, come un generico male cui opporsi, è datato. Wojtyla aveva inveito contro i protagonisti della stagione stragista. Domenica ci si attendeva un salto di qualità, un accenno deciso alla dimensione politica della questione. E non è che nelle primissime file, durante la messa mattutina, mancassero soggetti ai quali far giungere qualche colpo, s'intende cristiano e pacifico, di fioretto. Da punto di vista liturgico, poi, non si può non rilevare che la liturgia eucaristica, ossia la seconda parte della messa, pronunciata in latino, davanti a un pubblico così vasto, non fa che veicolare un tipo di chiesa abbastanza preciso. Da una parte i chierici, che anche nel linguaggio si differenziano, dall'altra tutto il popolo. Poi c'è da dire che l'apparato di sicurezza è sembrato in certi momenti esagerato. Pensate, quando il papa è arrivato la mattina a Palermo, i due piccoli che erano lì pronti con due doni, si sono avvicinati loro presso la papamobile, a Benedetto XVI non è stato permesso di fare neanche pochi metri per andare lui verso i due pargoli. Stessa separatezza per i prelati, i vescovi delle diocesi siciliane. Mi è sembrato davvero esagerato che non sia venuto loro spontaneo, dopo la messa, fare a piedi, in mezzo alla gente, con i fedeli, quelle poche centinaia di metri che separano il Foro Italico dal Duomo palermitano. Sono passati chiusi in un pullman, benedicenti e salutanti, come tanti burocrati del vangelo che non vogliono mischiarsi con la folla. Motivi di sicurezza anche in questo caso? E, in ogni caso, va detto che una cosa è mettere in moto l'apparato di controllo e prevenzione che il caso richiedeva, un'altra procedere, come è stato fatto, a indiscriminate e ingiustificate azioni di vera e propria repressione. Come quella che ha permesso, all'intelligence disseminata sul territorio palermitano, di sequestrare ad una libreria, Altroquando, un cartello, sistemato all'interno della vetrina del negozio, e le locandine della mostra “La papamobile del futuro”. Così come è stato fatto togliere, con telefonate durante la notte, ed infine con l'intervento dei vigili del fuoco, uno striscione sistemato al Foro Italico che citava, nientemeno, un passo, evidentemente ritenuto blasfemo, del vangelo di Matteo. “La mia casa è casa di preghiera, ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri”, ecco la frase. La vogliamo citare perché almeno da qui nessuno la può togliere. Sino ad oggi. Perché in Sicilia, e qui la visita del papa c'entra poco, si è inaugurata la prassi della censura preventiva ai giornali che ancora devono andare in stampa. Ma questa è un'altra storia. Fa parte della normalità alla quale ci dobbiamo riabituare dopo una giornata in cui Palermo, e con essa tutta la Sicilia, è sembrata una bella città. Pulita, lucida, ordinata e tranquilla. E forse il vero scandalo, più che in quanto si è speso per la visita papale, sta proprio nel constatare che quando si vuole, cioè per nove ore in dieci anni, anche un'amministrazione, incapace a tutto e capace di tutto, può, ma solo se costretta, fare il proprio dovere.

lunedì 4 ottobre 2010

La repressione più papista del Papa

LIVESICILIA
4 10 2010
Tanto casino per niente
Francesco Palazzo

Ma chi decide cosa è un pensiero libero e accettabile e cosa è solo fastidio e scandalo? In realtà, in tutta la giornata di domenica a Palermo, la sicurezza messa in campo doveva soltanto far sì che non accadesse niente, oltre che al pontefice, anche alle folle che si sono mosse (a proposito, ma non vi pare troppo il numero di 250 mila riferito al Foro Italico?) in tutta la giornata. E’ che qui siamo periferia dell’impero e allora l’intelligence diventa più papista del papa. Ma anche i cattolici partecipanti, più che il rutto dell’invettiva delle minoranze, spesso esibiscono il ruggito di chi non ne ha bisogno, visto i numeri di cui dispongono. Proprio mentre uscivo dall’incontro con i giovani al Politeama, ho visto tanti fedeli che inveivano pesantemente contro uno sparuto, e per tutto l’incontro con il Papa silenzioso, gruppo di giovani. La loro colpa quella di issare due striminziti, e quasi illeggibili, striscioni in cui si criticava quanto speso per l’organizzazione. In più, peccato mortale, gridavano, ma a fine evento, “Libera chiesa in libero stato”. Vedi tu che novità. Dovremmo un po’ guardare di più quanto accade in giro per il mondo anziché scrutarci sempre l’ombelico. Se potete, andate a rivedervi le immagini dell’ultima visita del papa, in Inghilterra, condita da vivacissime proteste. A Londra i poliziotti guardano e non si sognano minimamente di intervenire. Lì non confondono sicurezza ed espressione del libero pensiero. Sono due cose diverse, prima o poi l’impereremo anche noi. Quando saremo più grandetti. Intanto, prendiamo atto che per tre cartelli, due peraltro contenenti una frase del vangelo, sai che blasfemia, e un monito antipedofilia, sai che sorpresa, e la locandina di una mostra di disegni, si è fatto un casino. Della madonna.

sabato 25 settembre 2010

Quater in Sicilia: un programma fantasma e altre storie

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 24 SETTEMBRE 2010
PAG. I
IL PROGRAMMA FANTASMA DEL NUOVO GOVERNO
Francesco Palazzo

Un buon programma non si nega a nessuno. Il Pd lo sa e, infatti, pur non conoscendone neanche una parola, come dichiarato da un suo autorevole esponente, nel frattempo ha contribuito in maniera determinante a formare la nuova giunta regionale. Composta, si dice, di tecnici di altro profilo. Non dubitiamo, ma la politica non si può ridurre nell´immissione di controfigure nel circuito istituzionale, scelte dai partiti e dalle correnti, in una spirale spartitoria che toglie il respiro. Non sono i bei nomi che fanno la buona politica. In tale contesto ci si dovrebbe soffermare sulle nomine assessoriali dei direttori regionali. Visto che il parterre dei mega dirigenti viene individuato come vivaio pronto all´uso per fare sbocciare l´ennesimo governo, potremmo dire tanto sulla (non) autonomia dell´amministrazione dalla politica. Le assegnazioni delle poltrone più ambite degli uffici regionali, è evidente, sono oggetto di una doppia divisione partitica. La prima per individuare chi deve guidare i dipartimenti, la seconda per stabilire chi di questi deve passare alla cabina politica di comando degli assessorati. Non è un bel vedere. È il nuovo che avanza o il vecchio che non muore? Che dire poi, di quelli che sono stati trombati a pochi metri dall´investitura e per i quali adesso si parla di una diversa valorizzazione? Con qualche pezzo di torta di secondo taglio da elargire a questa o a quella famiglia politica. Nuova politica anche questa? Dal Pd fanno sapere che ci troveremmo di fronte ad una fase irripetibile della storia siciliana. Hanno ragione. Difficilmente in futuro si potrà eguagliare ciò che è avvenuto in appena due anni. Sintetizzabile con una battuta carpita durante il dibattito, di alto rango, non si discute, svoltosi all´Ars. Chi vince perde e chi perde vince. Sono stati fatti fuori, quasi per intero, due partiti, Pdl e Udc, che nel 2008 presero più di un milione e duecentomila voti su un totale di un milione e ottocentomila abbondanti raggiunti dalla coalizione di centrodestra. Mentre coloro che avevano perso pesantemente, cioè i Democratici (che insieme ad altre tre liste erano arrivati ben lontani dall´eguagliare i voti del primo partito della coalizione avversa), stanno dando le carte. A tal proposito, vorremmo capire come mai i protagonisti, Mpa e Pd, di questa fase politica critichino tanto la legge elettorale che fa dei parlamentari nazionali dei nominati, definendola una mortificazione dell´elettorato, e non facciano neanche una piega a capovolgere il risultato delle ultime regionali. Conseguito con un sistema elettorale, questo è il punto, che dona ai votanti, eleggendo presidente e maggioranza, votando le preferenze e potendo utilizzare a piene mani il voto disgiunto, la massima libertà di scelta. Non vi pare il massimo dell´incoerenza? I democratici gongolano perché sono riusciti a disarticolare il centrodestra. E non passa loro neanche per l´anticamera del cervello che un´opposizione deve sì lavorare per creare problemi alla maggioranza e allargare l´area delle alleanze, ma ciò non dà il diritto, una volta riusciti nell´intento, di mettersi addosso la maglia del vincitore, in testa lo scettro dell´incoronazione e passare dritti al governo saltando le urne. Non si capisce, peraltro, come mai le stesse persone che ritengono scorretto a livello nazionale racimolare deputati per mantenere i numeri in parlamento, poi applichino la stessa prassi nel parlamento siciliano. Forse il fatto di sentirsi in pieno laboratorio, che anticipa quanto avviene nel resto del paese, rilascia la licenza di fare questo e altro. Ed anche qui una domanda. Come mai, in tutto questo geniale anticipare, rimaniamo sempre indietro nei molteplici indicatori sociali ed economici? Chissà se i riformatori che agiscono per il bene della Sicilia, compresi quelli che hanno perso con un cappotto memorabile nel 2008 e che ora, cambiato l´abito, ci spiegano come va il mondo, troveranno il tempo per spiegarci anche questa strana vicenda.

mercoledì 22 settembre 2010

Puglisi: la chiesa siciliana dalla Valle dei Templi al Foro Italico

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 22 SETTEMBRE 2010
Pagina XIII
SE IL PAPA INCORAGGIASSE LA CHIESA DI PADRE PUGLISI
Francesco Palazzo

Pino Puglisi rimase molto impressionato dall´anatema che Giovanni Paolo II lanciò contro la mafia nel 1993. Ne trasse incoraggiamento ad andare avanti nella contrapposizione ai mafiosi di Brancaccio, la cui cosca era protagonista della stagione stragista. Il parroco stava tentando un approccio con le famiglie che avevano visto cadere i loro congiunti, per favorire una fuoriuscita dagli ambienti criminali. Può essere uno dei moventi che velocizzarono il piano di morte. Chissà se qualche altro parroco troverà la stessa fortificazione dalle parole che Benedetto XVI farà cadere il 3 ottobre sul suolo palermitano. Basterebbe che egli riuscisse a sintonizzarsi sulla vicenda di don Pino. Che è difficilmente capita da chi sta valutando il processo di beatificazione. Se infatti è normale elevare al culto degli altari un componente della Chiesa ucciso in odium fidei, può presentarsi qualche problema se a ideare il delitto e uccidere siano dei cattolici. Magari battezzati, cresimati e sposati nella stessa chiesa, San Gaetano, dove Puglisi svolse, dal 1990 al 1993, i suoi ultimi anni di missione. Bisognerebbe che il Pontefice si interrogasse su cosa vuol dire avere fede e se per caso la Chiesa ne ha ancora una concezione non più proponibile. Cosa significa credere in Sicilia? I mafiosi non temono chi celebra messa e dispensa sacramenti. Sono baciapile formidabili. Lo sono altrettanto i loro manutengoli, quelli che fanno affari con chiunque, tanto i soldi non hanno odore, e sono pronti, per un voto in più, a chiedere il consenso ai mammasantissima. Se Puglisi si fosse limitato a fare il prete tutto casa e canonica, sarebbe morto nel suo letto. I mafiosi avrebbero riconosciuto in lui il pastore che fa il suo senza invadere il campo dove la criminalità semina e raccoglie. Ciò che il potere (mafioso e politico) ha temuto sono stati i frutti di una fede incarnata nel territorio. Quando le cosche colpiscono, sanno cosa fanno. Basta vedere come è andata a finire con l´eredità pastorale e sociale che il prete ha lasciato. Puglisi si era legato con coloro che volevano cambiare le condizioni di vita nel quartiere, entrava nelle famiglie marginali, aveva creato un centro sociale pieno di profezia e povero di denaro, lottava per acquisire locali preda della manovalanza mafiosa, chiamava i ragazzi dai quartieri borghesi affinché si unisse una città divisa, allora come ora, si scontrava con ossequiati esponenti politici, non chiedeva finanziamenti pubblici da spendere inutilmente. È difficile comprendere questa fede. Non solo per chi a Roma deve valutarne la portata, ma pure nella dimensione della periferia dove il sacerdote agì. Con gli altri parroci che rimasero silenti al suo richiamo e che oggi nemmeno si sognano di ripeterne le gesta. Ecco ciò che ostacola il processo di beatificazione. Non che ci serva un santino in più o un altro nome nel calendario. Ma sarebbe di enorme importanza per la Chiesa siciliana se Benedetto XVI, da Palermo, indicasse una fede fatta di giustizia e testimonianza vissute, di povertà, di impegno sul territorio, di carità verso i deboli e schiena dritta nei confronti dei potenti. Insomma, la Chiesa di Puglisi.

venerdì 10 settembre 2010

Diffamare la Sicilia con un gioco?


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 10 SETTEMBRE 2010
Pagina X
“MAFIA 2", DAVVERO SERVE LA CENSURA?
Francesco Palazzo


Può un gioco dare forza alla mafia e diffamare la Sicilia? E´ la stessa domanda che ci si pone anche dopo le fiction che narrano le gesta delle cosche. La risposta, grosso modo, è sempre la stessa. Sì, le finzioni che descrivono le azioni dei mafiosi aiutano a rafforzarne potere e immagine, e lo stesso accade per i giochi. L´ultimo, "Mafia 2", del quale ho visto il trailer e qualche altro video che gira sulla rete, narra la storia di un giovane siciliano che scala tutte le tappe del crimine negli Usa tra gli anni 40 e 50. Per dare un´opinione sul prodotto artistico bisognerebbe acquistarlo e sperimentarlo, cosa che, a quanto capisco, non hanno fatto i critici della prima ora. Che si sono imbizzarriti per una bandiera siciliana che compare in una scena e per il fatto che il gioco promuoverebbe la cultura mafiosa della violenza. Si è arrivati sino al punto di chiedere il ritiro di Mafia 2, cosa non nuova, visto che la procedura di censura scatta ogni qual volta si parla di mafia e, guarda caso, la si accosta alla Sicilia. In generale, non si dovrebbero mai auspicare atteggiamenti di oscuramento di qualsiasi espressione dell´ingegno umano. Magari ergendosi a custodi della presunta malleabilità delle coscienze dei giovani, che così si troverebbero servita una mafia vincente che fa della brutalità il proprio modo di operare. E questo lo si sostiene nel momento in cui nel meridione viene ucciso un sindaco, in Sicilia viene minacciato un sindacalista, bruciano esercizi commerciali e interi quartieri sono in mano alle cosche, financo per avere le normali utenze come acqua e luce. Non è un gioco, è tutto vero. Così come autentico è il consenso che le mafia ottiene in vasti quartieri popolari della nostra città. Dove i ragazzi non hanno bisogno dei videogiochi e della televisione per incrociare il potere mafioso. Tutti i giorni lo vivono sul proprio territorio e sulla loro pelle. Senza parlare, poi, dei coinvolgimenti, delle connivenze, della politica attuale, siciliana e nazionale, con il potere criminale organizzato. Basta, solo per fermarsi agli ultimi anni, scrutare le sentenze, le dimissioni da cariche importanti, le indagini. Tutto questo, e tanto altro di cui si potrebbe dire, ma non basta un articolo, ci vorrebbe un libro, fa meno o più male di qualsiasi Mafia 2, Piovra o Capo dei Capi che dir si voglia? La risposta non può che essere scontata per coloro che si fanno guidare dal ragionamento e non dalle suggestioni di un gioco che non sposta di niente lo stato in cui ci troviamo. Né la ferocia della mafia, che spara nei videogame e nella realtà ancora di più, né la situazione di una terra come la nostra. Dove la playstation della cattiva politica, manovrata dalla classe dirigente locale, ha intaccato minimamente la mafia. Che, infatti, i più duri colpi li subisce da magistrati e forze dell´ordine. Si lasci, allora, negli scaffali tutto ciò che ci racconta la mafia. Si critichino le produzioni televisive o cinematografiche, ma non si invochi più la cancellazione o la messa al bando di ciò che non piace. Saranno i fruitori, attingendo ai loro portafogli e utilizzando il telecomando, che decideranno ciò che è buono e ciò che, eventualmente, depista.

mercoledì 8 settembre 2010

Palermo: primarie aperte o ingessate?

Live Sicilia
Quotidiano online
8 settembre 2010
Francesco Palazzo

Nel centrosinistra palermitano nelle ultime settimane si registrano alcune novità. C’è un sicuro candidato alle primarie, il deputato regionale e consigliere comunale Davide Faraone. Che sinora è stato l’unico a metterci la faccia. Sul fronte dei partiti si è mossa concretamente soltanto Italia dei Valori. Il movimento civico palermitano, un cartello di dodici associazioni, il 17 settembre deciderà il da farsi. Nel frattempo sta prendendo vita la rete sociale di resistenza palermitana, una serie di sigle in genere vicine alla marginalità sociale ed economica. C’è da aggiungere un comunicato di Sinistra, Ecologia e Libertà. Mi pare sia tutto. Nel frattempo sono scesi in campo i maestri dei distinguo. Sì alle primarie, ma la cosa più importante è vincere le elezioni vere e proprie. Chissà se il problema è stato focalizzato alle regionali del 2008, quando si vollero evitare le primarie e si perse miseramente contro Lombardo, portando il centrosinistra siciliano, e ce ne vuole, ai minimi storici. Poi si dice che è troppo presto per porre candidature, perché non si sa quando si voterà. E’ strano, proprio questo è un conto semplice. Se la legislatura dura cinque anni e se si è votato nel maggio del 2007, ammesso che Cammarata resista sino alla fine, si voterà nel capoluogo esattamente nella primavera del 2012. Manca quindi poco più di un anno e mezzo dalle urne. Non pare affatto un tempo biblico, soprattutto se c’è da mettere in piedi un percorso come quello delle primarie. Il quale non si concluderà prima di una decina di mesi, per cui al prescelto, o alla prescelta, rimarranno dieci mesi scarsi per arrivare alle urne. Se a livello nazionale tutto dovesse precipitare, lo spazio temporale sarebbe ancora più ristretto, quindi a maggior ragione i tempi non sono affatto prematuri. A meno che non si voglia arrivare a cinque minuti dalle elezioni belli nudi e crudi, in modo che si possa dire che bisogna fare in fretta e furia. Alla lista degli attendisti si possono annoverare gli appassionati del programma. Quello del programma che contenga più o meno i massimi sistemi è un sport molto diffuso nel centrosinistra. Ci si perdono nottate intere e discussioni infinite. Per carità, non è che si debba procedere al buio. Ma i candidati alle primarie e le loro squadre possono benissimo, in pochi mesi, sviluppando un dialogo con i partiti, le forze sociali, i movimenti e quanti vogliono esprimere interessi, stilare basi programmatiche, fatte di pochi e concreti punti da sottoporre al popolo dei gazebo. Un’altra categoria di sorprendenti frenatori sono i sostenitori delle primarie apertissime. Non si capisce bene, in realtà, cosa intendano, visto che appena qualcuno sottrae al gossip politico le proprie intenzioni e ufficializza una candidatura, si grida al personalismo. Perché prima ci vuole il programma e bisogna parlare con tutti, in primo luogo i partiti. Ma, così concepite, le primarie sembrano più chiuse e ingessate che mai. Abbiamo anche un’obiezione tecnica, concernente il fatto che non si sa se si voterà con questa legge elettorale. Ora, a parte il fatto che non si capisce quando l’ARS debba trovare il tempo per modificarla, ci sfugge cosa c’entra questo argomento con l’individuazione di un candidato o di una candidata alla prima poltrona cittadina. Ci sarebbe pure una questione politica. Non si sa con chi organizzarle queste benedette primarie. Nel senso che se prima non si sistemano le cose a livello nazionale e regionale, non se ne parla. E’, questo, probabilmente è l’aspetto che bloccherà un po’ tutti. Infine ci sono le candidature del vorrei ma non so se farlo, quelli che attendono non si capisce cosa. Insomma, ci sono tutta una serie di problematiche, più o meno pretestuose, che potrebbero intralciare il percorso. Per sciogliere la matassa e velocizzare tutto, in realtà, si dovrebbero soltanto fissare due date. Quella di presentazione delle candidature alle primarie e la data di svolgimento delle stesse. Qualcuno è in grado di prendere in mano un calendario?

sabato 28 agosto 2010

La Sicilia che anticipa e rimane indietro.

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 28 AGOSTO 2010
Pag. I
Il laboratorio degli alchimisti
Francesco Palazzo

Da un po´ di tempo è tornata di moda, ammesso che sia mai tramontata, la storia della Sicilia laboratorio politico. Un luogo mitico, dove avverrebbero sperimentazioni che poi influenzano il quadro politico nazionale. In tempi di elezione diretta di governatori e sindaci, per la verità, ci sarebbe poco da elaborare. Il mandato che viene dal corpo elettorale è generalmente abbastanza netto e univoco. C´è chi vince le elezioni e c´è chi le perde. Chi dovrebbe provare a governare e chi è chiamato a cimentarsi all´opposizione. Non perché l´ha prescritto il medico, ma in quanto indicazione proveniente dall´unico protagonista in termini di scelte, l´elettorato. Tutto chiaro? Neanche a parlarne. Perché è proprio da quel momento che entrano in funzione, a ritmo costante, i vari laboratori sparsi un po´ ovunque in Sicilia. In altre parole, invece di prendere atto del mandato ricevuto alle urne, per la politica siciliana, un minuto dopo che si sono spenti i motori della propaganda elettorale, brindato alle vittorie e assorbite le sbornie delle sconfitte, comincia un lavorio che a un certo punto viene difficile seguire, nelle sue giornaliere piroette, dichiarazioni, arresti, fughe in avanti. Prendete, ad esempio, questa storia del governo regionale, arrivato alla quarta edizione dopo poco più di due anni di legislatura. Ogni protagonista che si affanna sullo scenario politico vive questo momento di alta sperimentazione istituzionale come meglio gli aggrada. In tale contesto i partiti, quelli che hanno chiesto il consenso, contano niente. Ogni testa è tribunale. Dall´Udc, dal Pd, dal Pdl, suddiviso tra lealisti e ribelli (che contano un´appendice finiana), dal movimento autonomista, arrivano voci a raffica. Il tal deputato un giorno smentisce il suo compagno di partito, un altro il segretario del partito accanto, il terzo giorno arriva a smentire pure se stesso. È la politica del "chi ci sta". Io posso starci oggi. Ma perché devo starci anche domani? È il risultato di un indefesso gruppo di abilissimi e provati alchimisti, questo del formare gli esecutivi con chi ci sta. Perché la politica del "chi ci sta" è davvero la quintessenza, il concentrato più puro della sperimentazione politica siciliana. I siciliani non aspettavano altro per risolvere i loro problemi. Pare che non aspettasse altro pure l´unica opposizione, o ex tale, presente all´Ars, quella del Partito democratico. Che ci sta, eccome. Sia chiaro, non sappiamo più quale esponente democratico ascoltare. All´interno del Pd siciliano, nell´ultimo anno, hanno messo in campo tutte le varianti e subordinate possibili e immaginabili. Qualsiasi cosa succederà alla Regione, loro l´avevano già previsto. E un po´ pure noi, a dire il vero. Ma non ci scandalizziamo più di tanto. È tipico dell´attività dei laboratori più accreditati la prassi del provare e riprovare, del dosare vari elementi per verificare quale sia la soluzione migliore. Se, su base autonomista, togliamo un po´ di Pdl Sicilia, lasciando la parte non andata a male, mettiamo un pizzico di Udc, quella buona e specchiata, spruzziamo una fragranza di Pd, che ormai rischia di rimanere solo quella, e inseriamo qualche tonnellata di antiberlusconismo, che succederà? A fine settembre sapremo il risultato del complicato progetto di ricerca in corso. Si dirà che gli scienziati non sono eletti e che il paragone con il mondo scientifico non regge. È vero. C´è tuttavia una soluzione. Basterà che alla prossima campagna elettorale regionale si formalizzi, con manifesti giganti e slogan appropriati, questo partito trasversale del "chi ci sta". In modo che i siciliani sappiano chiaramente che non a un presidente e alla sua coalizione stanno dando il voto. Ma a un gabinetto scientifico di ricerca politica da esportazione: il Laboratorio Sicilia.

sabato 21 agosto 2010

Un'alternativa per Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO – SABATO 21 AGOSTO 2010
Pagina I
I personalismi paralizzano forze politiche e società civile
Francesco Palazzo

Se vogliamo guardare come si prepara il capoluogo al ricambio da proporre per la guida politica dell´amministrazione, si può certo scrutare, in prima istanza, dentro il centrosinistra. Al cui interno ci sono individualità che stanno coltivando, tramite la rete e altre vie, candidature alla prima poltrona di Palermo e che, tuttavia, non hanno, né ipotizzano, un qualsivoglia percorso aggregativo. L´impressione è che in tanti, più o meno giovani di belle speranze, aspirino, come in un gioco di società, alla fascia di primo cittadino e nessuno abbia in testa una reale alternativa a quello che c´è. Se i singoli, confusamente, si muovono, i partiti restano al palo. Per la verità, qualche anno addietro il Partito Democratico, con un manifesto, cui seguì un incontro molto partecipato, si disse pronto a governare la città. La promessa era quella di percorrere una strada comune con tutto il centrosinistra, scegliendo un candidato a sindaco, una squadra e una coalizione a sostegno. Una buona idea. Proprio per questo non ne abbiamo saputo più niente. Anzi, quel poco di unione, che per un certo periodo ha caratterizzato gli eletti al comune sotto le insegne del centrosinistra, è finita. Si è tornati ai personalismi e alle invidie. Insomma, alla solita storia. Non si può voler mandare a casa questa amministrazione e limitarsi soltanto a sventolare la pistola scarica di una mozione di sfiducia. Non si capisce bene chi debba fare la prima mossa. Si dirà che nello scenario nazionale, e ancor più in quello regionale, le acque sono agitate e quindi è meglio aspettare. Ma può ancora Palermo attendere il risolversi degli equilibri politici? Se il centrodestra governante, si fa per dire, può permettersi di stare alla finestra, tanto nel frattempo amministra potere e nomine, può farlo, e sino a quando, il centrosinistra? In giro, tra gli esponenti di partito, si registrano tante buone intenzioni. Parole, fatti concreti zero. Si dice, in genere, che a questo immobilismo fa da contraltare la freschezza della società civile. È, come sappiamo bene, una solenne banalità. Spesso, la cosiddetta società civile, quando s´inserisce nel vivo della lotta politica, non sa far di meglio che copiare il peggio dei partiti. È comunque da accogliere positivamente la nascita del movimento civico palermitano, con la firma di un patto costituzionale cittadino. In tempi di crisi, non solo economica, dalla galassia che si muove fuori dai partiti viene fuori puntualmente una proposta di rigenerazione della politica. Cosa non semplice e non alla portata di tutti. Anche perché la tentazione è quella di buttare via la forma partito, non rendendosi conto che è molto difficile sostituirla. Chi ci prova, puntualmente, fa un bel buco nell´acqua. In questo caso si tratta di tredici sigle associative che vogliono stimolare la partecipazione e favorire il buon governo a Palermo. L´intenzione è quella di cimentarsi alle prossime amministrative. Non si sa se con una o più liste o direttamente con un candidato sindaco. Oppure appoggiando una tra le coalizioni maggiori in campo. Siamo ancora alle dichiarazioni d´intenti. Vedremo. Forse le primarie aperte a tutti, da tenersi nel più breve tempo possibile, potrebbero essere un punto di partenza chiarificatore per partiti e movimenti. Non c´è più tempo per tergiversare e fiutare l´aria. Questo movimento civico, già al primo metro di percorso, conosce una polemica interna. Una delle realtà aderenti, il Comitato di lotta per la casa 12 luglio, ha ritirato l´assenso che uno dei suoi componenti aveva assicurato al cartello. Sul web stanno volando parole grosse. Anche in quest´ambito, pertanto, non è difficile incrociare, come accade nei partiti, delegittimazioni reciproche e accentuati personalismi. Una cosa è certa. Tutti si dicono, da anni, scontenti dell´amministrazione comunale. Ma, sinora, né gli eletti e i partiti che l´elettorato ha mandato all´opposizione, né coloro che si muovono fuori dalle dinamiche partitiche, hanno posto in essere una vera alternativa in cui i palermitani possano riconoscersi. Una cosa sono i buoni propositi, un´altra i voti che occorrono per conquistare Palazzo delle Aquile.

sabato 7 agosto 2010

Il Prefetto e la politica siciliana

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 07 AGOSTO 2010
Pagina XIX
LA CONCRETEZZA DEL PREFETTO NELLA TERRA DEI BIZANTINISMI
Francesco Palazzo

Martedì, sulle colonne di questo giornale, abbiamo avuto modo di leggere, in parallelo, una pagina dietro l´altra, l´intervista al nuovo prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso e una ricostruzione,
l'ennesima, della situazione politica alla regione. Il prefetto parla con chiarezza di problemi reali, con l´intenzione di mettersi subito all´opera. Ha affrontato il tema del lavoro, dell´economia che ristagna nell´isola, si è soffermato sui rifiuti, dicendosi favorevole alla costruzione del termovalorizzatore a Bellolampo, invitando la Regione a non tergiversare sull´argomento. Avvertendo, nello stesso tempo, che occorre sempre fare molta attenzione affinché s´individuino quei percorsi che portano la mafia inserirsi nell´economia legale. Poi ha parlato della necessità che l´amministrazione pubblica si sburocratizzi e non faccia attendere, ad esempio, un anno gli imprenditori per una certificazione. Su tutti questi temi, annuncia Caruso, vuole sentire subito il sindaco di Palermo e il Presidente della Regione. E che potranno dirgli? La prima cosa che possono comunicare è di essere senza maggioranza, quindi non potranno dargli alcuna garanzia. Al Comune, la vicenda politica dell´attuale amministrazione è al capolinea da tempo. Siamo di fronte alla formazione di un´altra giunta. Si fanno ipotesi su chi entrerà e chi uscirà. La città rimane sullo sfondo, sempre più abbandonata a se stessa. Chissà quando potrà tornare a scegliere. I protagonisti attuali delle vicende politiche alla Regione sono ancorati alle formulette, sempre più surreali. Solo chi le inventa, giorno per giorno, le capisce. Alla Regione ci vorrà un governo tecnico, con rimpasto incorporato, o un esecutivo tutto politico? Cosa vorrà dire tale differenza non si comprende. Ma abbiamo i nostri limiti. Ogni giorno leggiamo una miriade di previsioni, subordinate, congetture, retroscena. C´è da rimanere letteralmente senza respiro. Capite bene che le problematiche poste dal prefetto, con il piglio di uno che non ha tempo da perdere, e le situazioni politiche di Comune e Regione viaggiano su mondi paralleli. Il prefetto cerca interlocutori certi. Che al momento non ci sono. Per rimanere alla Regione: cosa può proporre, di concreto e immediatamente attuabile, il governo regionale sui rifiuti? E sul contrasto alla criminalità organizzata, non sono per caso recentemente stati messi in discussione i fondi destinati alla legislazione antimafia varata dall´ARS? E sul funzionamento dell´amministrazione, non ci troviamo con uffici immobilizzati per scelte che sono rimandate di settimana in settimana? Magari tutti i protagonisti nel proscenio politico siciliano si sentono dei novelli De Gasperi o dei redivivi Sturzo. Qualcuno dica loro che stanno soltanto riempiendo, sino a stancarci, pagine e pagine di quotidiani. Messi lì, da mattina a notte, a disegnare scenari. Questo non è un laboratorio politico, ma uno sgabuzzino chiuso a doppia mandata dall´interno. Quanti governi, tecnici, politici, misti, ci vorranno per metterci un punto? Qualcuno dovrà dire a questi riformisti che, va bene, ci hanno provato, apprezziamo la buona volontà, ma è chiaro e lampante che questa legislatura regionale è con l´ossigeno attaccato da tempo. Vogliono farci credere che le elezioni sarebbero una sciagura, di cui la Sicilia non potrebbe reggere il peso. Non prendiamoci in giro. La Sicilia, e Palermo, non possono sopportare ancora il fardello di una politica che gira a vuoto, senza una meta precisa. Mentre per sentire un discorso comprensibile a intelligenze medie, occorre ascoltare le parole di un prefetto.

lunedì 2 agosto 2010

Come risparmiare sui fondi pubblici

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 28 LUGLIO 2010
Pagina I
I cento modi di sprecare i soldi dei contribuenti
Francesco Palazzo

Quando si parla di costi della politica, la prima pietanza che viene data in pasto all´opinione pubblica, ed è notizia recente per i deputati dell´Ars, è il taglio delle indennità degli eletti. Nei discorsi da bar, gli stipendi percepiti da coloro che rivestono cariche elettive, sono continuamente nel mirino, anche se bisognerebbe dire che non si possono mettere tutti sullo stesso piano. L´altra settimana, il sindaco di un paese delle Madonie rivelava che per effetto della Finanziaria la sua indennità mensile scenderà da 1.800 a 1.300 euro, e a lui non resterà altra scelta che tornarsene a lavorare a tempo pieno, diminuendo al minimo il suo impegno per i tanti problemi che ha un paese di diecimila abitanti. Gli faceva eco il primo cittadino di un comune più piccolo dell´area madonita, che guadagna, pressappoco, quanto un precario. Lo stipendio di un sindaco è un costo che la collettività dovrebbe sobbarcarsi con maggiore convinzione. Peraltro, i guadagni delle cariche elettive sono sotto i riflettori. Ciò non accade per i tantissimi incarichi di sottogoverno, donati a galoppini, grandi elettori, portaborse e via elencando. Se a ciò aggiungiamo le consulenze, che in Sicilia non si negano a nessuno, ci troviamo davanti una montagna di spesa pubblica. Alla quale ogni tanto viene data una piccola limata, lasciando le cose sostanzialmente immutate. Non è difficile trovarsi davanti un ras di voti, che ha appoggiato il tal onorevole, poi diventato assessore, che lo ha omaggiato, per ringraziarlo di qualche centinaia di consensi, con una consulenza. Sai che quella persona ha un diploma tirato per i denti e ti chiedi in cosa caspita deve essere consultato. Quant´è ampio, in Sicilia, questo universo di compensi inutili, gravanti sulle nostre tasche? Difficile dirlo, protetto come è da occhi indiscreti e da interessi che vanno da destra a sinistra. Se davvero, e non per vendere fumo, si avesse l´intenzione di iniziare una moralizzazione della vita pubblica, questo vasto settore sarebbe quello da dove partire immediatamente. Comuni, province e regione sono gonfi sino all´inverosimile di personale, tra presenti in organico e precari in via di stabilizzazione. All´interno di questo enorme bacino di risorse umane, è banale dirlo, per la legge dei grandi numeri, è senz´altro possibile rintracciare tutto ciò che serve, in termini di qualità e quantità. La lista prosegue. Una categoria a parte è quella dei comandati. Che spesso usufruiscono, per arrivare all´ambita scrivania e guadagnare qualche gruzzolo in più, di legami con questo o quel potente. Quanti ve ne sono, provenienti da altri luoghi pubblici, magari corsie ospedaliere che soffrono di organici ridotti al lumicino e turni massacranti, nell´amministrazione regionale? Possibile che da una parte si dice che si è troppi e dall´altra si chiamino rinforzi? I quali non apportano niente che già gli uffici non abbiano. Ed anche quando risultano depositari del lume della genialità, ed è, capirete, come fare un terno al lotto, sono destinati a passare come meteore. Non lasciando niente dietro di sé e del tutto sguarniti gli uffici che si riducono a meri esecutori di ordini. Per non parlare, poi, degli uffici di gabinetto. Ci si scandalizza tanto per i direttori esterni rimossi perché non avevano i titoli, e non si fa lo stesso per i soggetti imbarcati nelle amministrazioni pubbliche siciliane, Regione in testa, senza che ve ne sia il minimo bisogno. Ecco, se proprio si vuole dare una svolta, non ci si prenda in giro con i 550 euro in meno ai deputati regionali e non si mortifichino i sindaci delle piccole comunità. Si proceda a una pulizia totale di tutti gli emolumenti ingiustificati e degli incarichi senza senso. E si avvii una valorizzazione, considerando meriti e titoli, delle sovrabbondanti piante organiche. Si raggiungeranno due obiettivi. Un effettivo, e non populistico, risparmio e uffici pubblici che saranno messi nelle condizioni di servire, non la politica, ma i siciliani.

domenica 11 luglio 2010

I conti della Corte e quelli della politica

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 11 LUGLIO 2010
Pagina I
Le inascoltate grida della Corte dei conti
Francesco Palazzo

Ogni anno il giudizio della Corte dei conti sull´operato della Regione potrebbe delineare i temi di una campagna elettorale. Occorrerebbe fare esattamente il contrario di quanto i magistrati contabili stigmatizzano. Non è difficile, basta leggersi le relazioni sugli ultimi otto esercizi finanziari. Nel 2002, per esempio, la Corte rimarcava il vizio di andare all´esercizio provvisorio di bilancio. Abitudine abbandonata per qualche anno e ora ripresa. Si ricordava, e il monito è attuale, che è possibile ricorrere a prestiti per finanziare spese di investimento e non per far fronte alla spesa corrente. Si faceva una disamina della legge 10 del 2000, che aveva proceduto alla riorganizzazione del personale. Dopo tre anni, si evidenziava allora, nessun obiettivo era stato raggiunto. Possiamo dirlo anche dopo 10 anni? Per quanto riguarda il personale, la Corte snocciola annualmente le cifre dell´affollamento degli organici della Regione. Nel 2002 c´è un incremento delle retribuzioni pari al 20,7 per cento e ancora non avevamo visto niente. Rintracciamo pure la ramanzina, quanto mai odierna, circa il ricorso agli uffici speciali e sull´eccessivo uso di incarichi esterni, perché «le strutture interne, se meglio utilizzate, potrebbero assicurare altrettanto positivamente, e meglio, i risultati voluti, con economie di spesa». Nella relazione sull´esercizio 2003, si torna sull´elevato numero dei dirigenti, con un rapporto di 1 a 6,7, tra gli stessi e il comparto. Oggi la media è ancora più imbarazzante. Nella relazione per l´esercizio 2004, si rammenta che si può ricorrere a incarichi esterni soltanto in casi particolari. Nel 2010 i casi particolari sono diventati la norma. Nella relazione relativa all´anno 2005, la Corte si sofferma sul ritardo con cui si è arrivati al contratto dei dipendenti, «che dovrebbe valere per il futuro e che, invece, finisce per avere un effetto sanante di situazioni già scadute». Non si è abbandonata questa prassi, tanto che il contratto corrente è ampiamente scaduto. Nel giudizio di parificazione per l´anno 2006, è elogiata la norma di legge che dispone la diminuzione del numero dei componenti gli uffici di gabinetto. Se consideriamo che recentemente si è posto vanamente lo stesso problema, non pare proprio che quella norma di legge sia stata rispettata. C´è sempre la puntatina sul precariato, che «crea comprensibili aspettative, la cui soddisfazione vanifica la ragione che aveva generato l´assunzione a tempo determinato, cioè il blocco di quelle a tempo indeterminato per ridurre la spesa pubblica». Basta vedere la guerra santa per i precari degli enti locali, ingaggiata nelle ultime settimane da governo, partiti, sindacati e sindaci, per infilarci direttamente nella cronaca. Nella relazione per l´anno 2007, si pone l´accento sull´aumento incontrollato della spesa pubblica, sul quale vorremmo capire se davvero è stato posto un freno o se siamo di fronte a operazioni di facciata. Il rimedio, per la Corte, è quello di tornare al controllo preventivo sulle spese. Nella relazione relativa al 2008, letta il 30 giugno 2009, ci si sofferma sulla legge regionale, del dicembre 2009, che ha ridotto i dipartimenti regionali da 37 a 32 (oggi sono 28). Non proprio una rivoluzione, dal momento che già la legge 10 del 2000 fissava il numero dei dipartimenti proprio in 32. Sulla sanità si registra ancora un forte aumento di spesa. Dagli 8 miliardi e mezzo del 2007, si è passati a 11 miliardi e mezzo. Un solo accenno, proprio sulla sanità, legato al giudizio di parificazione, per l´anno 2009, pronunciato il 30 giugno 2010. Il governo regionale è soddisfatto perché è stato rilevato un risparmio di 118 milioni di euro. Tuttavia, a parte il fatto che il procuratore ha tralasciato la qualità dei servizi sanitari, «la cui valutazione non rientra nelle mie competenze», che è invece il punto centrale, va detto che la spesa tanto giubilata sulla sanità, pari a 8 miliardi e 775 milioni di euro, è comunque superiore a quella del 2007, anno in cui si verifica un vertiginoso aumento di ben un miliardo di euro. In definitiva, tranne alcuni dettagli, si può dire che le impietose disamine degli ultimi otto anni della magistratura contabile, ancora attendono qualcuno che le prenda sul serio. Senza retorica o propaganda. Basterebbe solo adoperarsi, come scrive quest´anno la Corte dei conti a proposito dei precari, «non per la prossima campagna elettorale ma per le prossime generazioni».

martedì 29 giugno 2010

PD, l'ora delle scelte chiare e comprensibili

Francesco Palazzo
Alla regione il balletto intorno al quarto governo si fa sempre più frenetico. Ogni giorno una dichiarazione, un passo avanti, uno indietro, e veti come se piovesse. Su tutto, ovviamente, il bene della Sicilia. Nell’Italia repubblicana, il ripostiglio di coloro che hanno agito per favorire questa terra, è pieno all’inverosimile. Ma c’è ancora, evidentemente, posto. Sembrano parole provenienti da un passato sin troppo remoto. La Sicilia vittima dei governi romani che hanno favorito e continuano a privilegiare il nord. E, questo, si badi bene, non da ieri, ma dall’unità d’Italia. Insomma, il mondo si muove veloce, la rete consente di estendere le conoscenze teoricamente all’infinito, e noi ancora a dibattere su Garibaldi e dintorni. Su quanto e come siamo stati offesi e cosa ci hanno tolto. Sarebbe materia di un convegno di storici. Invece è il vocabolario corrente della politica siciliana nel 2010. Ci nutriamo stancamente di Ottocento e Novecento, restando con la testa che guarda indietro perché non sappiamo come andare avanti. Senza mai lasciarci prendere dalla domanda fondamentale. Ma cosa pensano gli altri guardandoci in questo momento? Possono solo registrare quello che esce dal pentolone della politica siciliana. Sintetizzabile con una sola parola: emergenza. Tra città alla bancarotta, precari imbufaliti che premono, fondi europei non spesi o utilizzati male, rifiuti che si ammassano, amministrazioni immobili, soldi che si chiedono a Roma e che andranno ad alimentare stipendi e spesa corrente, dirigenti generali nominati senza neanche avere i titoli minimi, e perciò bocciati, una sanità che ha messo i conti a posto ma non ha di un millimetro migliorato la qualità dell’assistenza per i pazienti. E potremmo proseguire. La sensazione che si ha, sempre, più netta, è di una sostanziale mediocrità degli eletti. Questi ultimi, se analizziamo cosa accade alla regione in questa legislatura, e la politica regionale lo sappiamo influenza tutto il resto, appaiono più confusi che persuasi. Tre esecutivi e il quarto è sull’uscio, in due anni, è un record niente male. Nella tanto vituperata prima repubblica li avremmo chiamati governi balneari. Adesso, invece, coprono tutte le stagioni, evitando le mezze, che, come sappiamo, non ci sono più. L’opinione pubblica, nelle ultime settimane, è stata investita da formule diverse. Rispetto alle quali le famose convergenze parallele brillavano per chiarezza. Dal governo politico, l’unico licenziato dagli elettori, ma ormai è diventato un piccolo dettaglio, si è passati a un secondo e a un terzo governo in cui sono usciti pezzi della maggioranza, UDC e PDL lealista. Ora si transita, a giorni alterni, dal governo politico, a quello tecnico, per virare su quello dei competenti e poi planare su un’ipotesi istituzionale. Prima, però, affermano gli stessi protagonisti, occorre affrontare le emergenze che attanagliano la regione. E il metodo migliore per risolverle, le emergenze, appare quello di cambiare allegramente quattro squadre di assessori quando ancora non si è consumata nemmeno metà della legislatura. Le elezioni sono viste come il peggiore dei mali. Soprattutto dal Partito Democratico. Il quale si comporta come quei fidanzati che chiedono all’amata, dopo svariate delusioni, di fare di più e meglio. Non rendendosi conto di ciò che hanno davanti. Ora siamo all’invocazione, rivolta a Lombardo, che non è più possibile galleggiare. Come se, a parte qualche riforma scritta sulla sabbia, non si fosse fatto altro dall’inizio della legislatura. Ma cosa vogliono, i democratici, il disegnino con le indicazioni didascaliche? Ogni fase ha un suo inizio e un suo compimento. Occorre comprendere quando è il momento di spegnere la luce, senza lasciare che siano gli altri a lasciarti al buio. Il Partito Democratico ha interpretato la fine della maggioranza di centrodestra alla regione, nell’unico modo realmente possibile. Adesso rischia di innamorarsi di formule e formulette che faranno perdere quel poco di buono che si è fatto in questi ultimi mesi. E’ abbastanza evidente l’impossibilità, visto l’assetto politico attuale, di applicare le riforme approvate e di farne altre. Non ci potrà né un quarto governo, né un quindo o sesto. Bisogna avviare una nuova fase. E qui il PD dovrà averne, di coraggio. Dica chiaramente quello che tutti hanno capito. Che intende fare, con il movimento autonomista e qualche residua frangia del PDL Sicilia, un patto di legislatura. Verifichi chi ci sta del vecchio centrosinistra, Italia dei Valori in testa, e sottoponga, nella prossima primavera, il tutto al corpo elettorale. Sarà più semplice spiegare una scelta di questo tipo, che ingarbugliarsi stancamente in piroette politiche e verbali sempre più insipide e incomprensibili. Se il quarto governo Lombardo serve a preparare questo scenario, ha un senso. Altrimenti non si capisce più di cosa stiamo parlando.

domenica 27 giugno 2010

PD, uno spartito con troppe voci

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 27 GIUGNO 2010
Pagina I
La trappola nascosta del neo milazzismo
Francesco Palazzo


Si è scritto, e detto, che in Sicilia saremmo di fronte a un nuovo milazzismo. Cioè quell´esperienza politica che andò da destra a sinistra della politica siciliana. Solo che quel tentativo fece davvero preoccupare l´assetto di potere democristiano che, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, era rappresentato da Amintore Fanfani, dominus del partito di maggioranza relativa. Si può dire che oggi sia la stessa cosa? Difficile sostenerlo. Se è vero, com´è vero, che l´operazione politica che sta nascendo intorno alla legislatura iniziata nel 2008, vede in cabina di regia proprio una parte di partito, il Pdl dei ribelli, che non ha mai davvero reciso i legami con il leader nazionale. In questo scenario, s´inscrive la vicenda che ha fatto entrare in travaglio il Partito democratico. La disputa è sull´autonomia da Roma. Dal naufragio della maggioranza di centrodestra, il Pd, senza essere costretto da qualche fax proveniente dalla capitale, ha deciso di appoggiare l´esecutivo senza maggioranza del presidente della Regione. Per approvare le riforme. Dopo averne messe alcune in cantiere, e in seguito al voto favorevole sulla finanziaria, strumento eminentemente politico sul quale da Roma errano arrivati inviti a procedere coi piedi di piombo, adesso si chiede autonomia. Se non è autonomia questa, cosa s´intende con questo termine? Ora il Pd sta trattando sulla nascita del quarto governo Lombardo. Lo stanno facendo, autonomamente, i dirigenti siciliani del partito. Il punto è forse un altro e chi ieri ha assistito all´affollata assemblea degli autonomisti democratici, se n´è reso conto. Ci troviamo di fronte a tanti partiti. Ogni leader, con appresso il suo seguito, ha in testa un Pd diverso. E non è che non ci siano stati i momenti in cui i democratici hanno provato a fare sintesi. A ottobre 2009 è stato eletto, con le primarie, il segretario regionale. Sono passati pochi mesi e si mette tutto in discussione. Si chiede un congresso straordinario o la celebrazione di un referendum tra gli iscritti. Pare che la maggioranza che nel 2009 ha eletto il segretario, adesso sia minoranza. Da una parte e dall´altra ci si lancia l´accusa di scissionismo. La parte che più appoggia l´azione dell´esecutivo regionale, afferma che bisogna andare avanti. Contemporaneamente sostiene che il governo attuale non è adeguato. Quindi ce ne vuole un quarto, e poi forse un quinto o un sesto. Chiediamo: davvero un alternarsi così veloce di governi, stile prima Repubblica, può garantire la Sicilia e i siciliani? Senza contare quello che accade nell´amministrazione. È di questi giorni il siluramento di alcuni direttori regionali. Bocciati, se abbiamo ben capito, non tanto perché non avevano qualcosa in più dei dirigenti già presenti alla Regione, e già questa sarebbe una notizia, ma per il motivo che non sussistevano i requisiti minimi per la loro nomina. Un partito di opposizione, pur collaborativo, su una cosa così importante, avrebbe già chiuso il discorso. E invece non lo fa, pur continuando a dire che la Regione è bloccata. L´altra parte del partito vorrebbe forse porre fine a questa esperienza. Ma quanto è consistente, oggi, questo pezzo di Pd? E, soprattutto, avrà il coraggio di presentare una mozione di sfiducia a Lombardo? In genere, le spaccature che si verificano nella parte sinistra dello schieramento politico, sono più profonde di quelle che si registrano nella parte destra. Può essere che nel Pdl siciliano torni il sereno. Può quindi accadere che, mentre il Pd cerca di ottenere i titoli richiesti dal Pdl Sicilia per sedersi attorno al tavolo, alla fine i democratici, lacerati, non trovino più ad attenderli i loro interlocutori. Non sarebbe meglio, allora, prospettare un percorso che porti nel giro di un anno a elezioni, sfidando su questo terreno Mpa e Pdl Sicilia? La risposta è che si ricompatterebbe il centrodestra. Tuttavia, a parte il fatto che non si può chiedere di andare al voto solo quando i democratici saranno certi di vincere, questo attendere, di governo in governo, di trovare la giusta miscela, può portare ugualmente allo stesso risultato. E nel modo peggiore. Nell´attesa che il Pd dica, con una sola voce, cosa vuole fare da grande, la cronaca politica recente ci indica una diversa soluzione. Il 19 giugno si è svolta a Roma una manifestazione del Pd contro la finanziaria. Il primo intervento, sulla scuola, è stato dell´insegnante palermitana Mila Spicola, dirigente del partito a Palermo. Parlando di scuole di periferia, di Brancaccio, con un discorso chiaro e forte, ha ottenuto una standing ovation e l´abbraccio commosso del segretario Bersani. Segno che è possibile, dalla Sicilia, citando una delle sue più sperdute periferie, farsi ascoltare e orientare l´agenda del partito a livello nazionale.