sabato 20 dicembre 2008

Il gioco dell'oca dell'antimafia

CENTONOVE
19 12 2008
Pag. 39
ERGASTOLO, QUANDO SERVE
Francesco Palazzo
Gli uomini (e le donne) di Cosa nostra, delle mafie di qualsiasi risma e colore, resisi protagonisti di fatti di sangue gravissimi e dichiarati colpevoli in via definitiva, per tali reati, dai tribunali italiani, hanno un solo modo per far diventare la loro pena rieducativa, nel rispetto del relativo principio costituzionale. Devono collaborare con lo Stato in maniera piena e incondizionata. Rivelando fatti, complicità, relazioni politiche, consegnando ricchezze e svelando i rapporti delle organizzazioni criminali con il mondo dell’economia, delle professioni e con il popolo minuto. Questo è il primo pensiero che viene sapendo che è ricominciata, da inizio dicembre, con lo sciopero della fame a staffetta dei detenuti, la protesta degli ergastolani di tutta Italia, tra cui, evidentemente, anche tanti mafiosi condannati alla massima pena per reati gravissimi. L’oggetto del malcontento in Italia, che si inserisce nell'ambito della campagna internazionale per l'abolizione dell'ergastolo, la sua finalità immediata, è premere affinché sia discusso in parlamento il disegno di legge, presentato al Senato, all’inizio del 2007, da un’esponente di Rifondazione Comunista. Partito che ancora sostiene fortemente tale battaglia, pure a livello delle istituzioni europee, in nome della considerazione che qualsiasi pena deve tendere alla riabilitazione del condannato, e l’ergastolo non prevede alcuna fuoriuscita dalle prigioni per i condannati a vita. Il disegno di legge citato mira all’eliminazione dell’ergastolo e alla sua sostituzione con la pena massima di anni trenta. Senza differenze, questo è il punto, tra chi ha ucciso la moglie, il marito o i vicini in un momento di rabbia, o anche con netta volontarietà o lucida premeditazione, e coloro che, programmandole in ogni punto, si sono resi partecipi, in nome e per conto di un’organizzazione criminale, di stragi mafiose, omicidi singoli o delitti particolarmente efferati. Ricordiamo solo le stragi del 92, quelle nel continente del 93 o la soppressione del piccolo Di Matteo. Perché il disegno di legge, quando parla di abolizione dell’ergastolo, non pone differenze tra un delitto occasionale, sia pure culminato nell’uccisione di una o più persone, e le azioni più gravi delle organizzazioni mafiose? Vorremmo ricordare che l’abolizione della massima pena detentiva era, a quanto risulta da svariate fonti, uno dei punti principali, forse il vero obiettivo, del famoso papello. Cioè della lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato, dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, per finirla con la strategia stragista dei primi anni novanta. Mi pare corretto non dimenticare tale frangente della storia siciliana e italiana, perché altrimenti la lotta alle mafie si trasforma in una specie di gioco dell’oca. Dove a un certo punto, chissà per quale motivo, si è costretti a resettare tutto, come si fa con i computer, e ricominciare da capo. Sino al prossimo periodo emergenziale, al successivo omicidio eclatante di qualche esponente delle istituzioni e, perché no, sino alla prossima strage. In questi frangenti, è già successo diverse volte, molti si stracciano le vesti e invocano strumenti legislativi, penali e restrittivi particolarmente duri. Poi passano gli anni, il pendolo torna indietro, si attraversa una fase di bonaccia con una mafia silente per fatti di sangue, e proprio per questo, lo sappiamo, più forte e ricca, e si allenta la tensione. Tanto da proporre, ed è stato per primo il centrosinistra a farlo in Italia nel corso della passata e breve legislatura nazionale, l’abolizione del “fine pena mai”. Riteniamo che tale discussione vada fatta con responsabilità, distinguendo tra i reati e tenendo presente l’agenda storica di questo paese, molto diverso dagli altri. Perché, se è vero che negli altri paesi europei l’ergastolo o non è previsto (in verità in poche nazioni, se non erriamo tre) o è attuato ricorrendo a misure sostitutive dopo un determinato numero di anni, è anche lapalissiano, assodato, indiscutibile, che nessuna nazione dell’Unione Europea è segnata dalle mafie come l’Italia. Le quali mafie hanno in pugno, oggi non vent’anni addietro, che lo si voglia ammettere o meno, metà del paese e sono già ben insediate nell’altra metà. Non si possono chiudere gli occhi davanti a ciò. Dunque, più che chiederci quando ci sarà la cancellazione del “fine pena mai”, senza distinguere tra mafiosi e non, dovremmo sposare la campagna: “fine mafie, quando”?

Da Brancaccio al Brancaccio

LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ 19 DICEMBRE 2008

Pagina XVI
L´ANTIMAFIA DI BRANCACCIO
Francesco Palazzo


Da Brancaccio al Brancaccio sembra un facile gioco di parole. Solo che Brancaccio è un quartiere conosciuto dall´opinione pubblica per la criminalità mafiosa e il Brancaccio è uno dei teatri più prestigiosi d´Italia. L´incontro tra le due realtà non è neppure facile pensarlo, figuriamoci realizzarlo concretamente. L´associazione Quelli della Rosa Gialla (www.quellidellarosagialla.it) è riuscita a creare questo ponte Palermo-Roma. Un gruppo che, da anni, partendo da un quartiere difficile del capoluogo, sempre che ve ne siano di facili, fa del musical impegnato una sorta di missione. Il 22 dicembre, come già anticipato dal nostro giornale, calcherà le scene del teatro romano, diretto da Maurizio Costanzo, con la favola musical "Father Joe". La sceneggiatura parte dall´attentato alle torri gemelle. Un ragazzo americano intende arruolarsi per vendicare il suo paese. Il destino lo porta in un´isola del mediterraneo, scopre la tragedia dei profughi clandestini e il messaggio di Padre Puglisi. Questa la trama. Ma conta, forse di più, un altro copione. Con una mafia che tenta di rialzare la testa, ammesso che l´abbia mai calata, e non ci pare proprio, è importante sottolineare che Brancaccio giunga nella capitale non per un omicidio di mafia, ma perché esporta cultura. La sede dell´associazione è nei locali attigui a quelli dove Puglisi celebrò messa per qualche anno. I locali della chiesa di San Gaetano erano in ristrutturazione e un auditorium si riempì di panche, sedie e un altare per celebrare messa. È una prossimità non soltanto logistica quella del gruppo con don Pino. Proprio la rosa gialla era il fiore che più piaceva al parroco ucciso dalla mafia. Molti dei centonove protagonisti del musical, che partiranno con due pullman dal rione, sono ragazzi e ragazze battezzati da Puglisi. Sono, questi, dei segni che vanno colti con attenzione, perché la sola repressione, anche quella pur significativa di questi giorni, poco può fare per risanare un tessuto sociale che rigenera continuamente criminalità. La tela va ricucita facendo tesoro di queste significative esperienze locali, periferiche e incoraggiandole. A Palermo ve ne sono altre. Che rimangano spesso nell´anonimato. La sfida per il gruppo di Brancaccio non è semplice. Se finora è stato agevole riempire diversi teatri palermitani, come il Politeama o l´Orione, non sarà così agevole mettere insieme 1.400 spettatori, quanti ne può contenere il Brancaccio, a circa mille chilometri di distanza. Allora è partita l´iniziativa "Manda un amico al Brancaccio". Chi ha parenti o conoscenti nella capitale è invitato a convincerli a staccare un biglietto d´ingresso (10 euro). Daranno una mano le tre pasticcerie romane Ciuri Ciuri, che producono prelibatezze sicule. Anche un membro di Economia Alternativa, con sede presso la casa generale di Roma dei Padri Comboniani, raccoglie i soldi, si reca al botteghino e poi consegna i tagliandi ai destinatari. Ai Comboniani è legato il finanziamento di un progetto. Con una parte dell´incasso, l´associazione contribuirà ad assistere, in Uganda, un gruppo di bambini che hanno fatto, come soldati, l´esperienza della guerra. «C´è chi potrebbe dire: non dovrebbe pensarci lo Stato? Intanto pensiamoci noi. Se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto». Così soleva dire lucidamente don Puglisi. La mafia è ancora forte come ai tempi in cui lui fu fatto fuori. Non bisogna farsi illusioni. Tante retate, nel passato, hanno fatto sperare che fosse suonata la campana dell´agonia sulle cosche. Poi, anno dopo anno, si scopre che il crimine fattura decine di miliardi di euro e quindi tanto male in salute non starà. Allora ci vuole la fatica delle formiche per invertire il senso di questa storia. In tal senso può capitare, in attesa che le istituzioni facciano per intero il loro lavoro, che un gruppo consistente di cittadini, sulla scia del lascito di Puglisi, muovendo dal quartiere dove egli verso il suo sangue, invece di attendere con le mani in mano lagnandosi in continuazione per l´assenza dello stato, decida di prendere in mano il proprio destino. Facendo diventare percorribile lo slogan «da Brancaccio al Brancaccio».

sabato 13 dicembre 2008

Palermo, cimitero Rotoli, divieti eucaristici

CENTONOVE
12 12 08
GALEOTTO IL PANCINO SCOPERTO
Francesco Palazzo


Al cimitero palermitano dei Rotoli, da più di un anno, c’è una zona chiusa per sicurezza dopo la caduta di un roccione dalla montagna sovrastante il camposanto. Di fronte a un pericolo fisico è giusto prendere le dovute precauzioni. Una notizia come tante. Anche se non si capisce come mai ci voglia quasi un anno e mezzo (i lavori di messa in sicurezza termineranno a marzo 2009) da parte dell’amministrazione comunale per appaltare e fare eseguire lavori di questo tipo. Ma, andandoci recentemente, abbiamo visto che, oltre l’impedimento per visitare i corpi dei defunti che si trovano nell’area interessata, c’è pure un inciampo pesantissimo per lo spirito. Che però, a differenza del primo ostacolo, non ha scadenze, pare rivolto all’eternità e non a qualche mese di qualche anno a venire. I cartelli affissi dentro la cappella del camposanto sono chiari: “E’ vietato accostarsi all’eucaristia con il ventre scoperto e altri indumenti indecorosi”. L’eucaristia è, per i cattolici, il momento più denso di significati religiosi ed esistenziali. Non occorre essere fini teologi o biblisti per saperlo. Bloccarne l’accesso, per futili e inconsistenti motivi, è cosa di una certa gravità. Sarebbe come vietare il voto, momento più alto della vita civile, a chi non è vestito nel modo che piace al presidente del seggio. Al cimitero non si va per fare scampagnate o rimpatriate tra compagni di scuola. Non si entra al camposanto con l’ombrellone in una mano e la teglia con la pasta al forno nell’altra. Ci si trova tra quei viali per accompagnare o visitare un nostro caro. O per mostrare solidarietà a qualcuno colpito da un lutto. A tutto si pensa, tranne che a scoprirsi il ventre, o qualcos’altro, indossando indumenti indecorosi. Che vorremmo capire, poi, in cosa consistano. Quando, esattamente, scatta il limite e un abito diventa, da decente, non più dignitoso? E il ventre, di quanto deve essere scoperto, per incappare nell’impossibilità di prendere l’eucaristia? Tuttavia, un cartello, a volerlo leggere bene, dice sempre più cose di quelle scritte. E, nel caso specifico, l’obiettivo del severo richiamo, preventivo e definitivo, è solo una parte dell’universo sessuato, la donna. I riferimenti al ventre scoperto, che ci destano alla mente la relativa danza, e agli abiti indecorosi, lasciano intuire che potrebbe venire fuori qualche pezzo di carne femminile di conturbante ammirazione. Tale da impedire ai fedeli più casti, e ovviamente integralmente abbigliati, che ad altro dovrebbero pensare al cospetto della morte, di accostarsi all’eucaristia senza sussulti ulteriori se non quelli determinati dalla fede. Che, evidentemente, se basta qualche centimetro di pelle a traviarla, così tanto granitica non dovrà essere. In genere, queste cose vengono fatte notare da chi, e sono tra quelli, non frequenta abitualmente le chiese. Coloro che ci vanno spesso, hanno fatto l’abitudine a questo tipo d’imposizioni. Tanto che ci raccontavano di un parroco siciliano di un piccolo comune della provincia di Palermo. Un sacerdote di quelli sanguigni e ieratici. Il quale, durante la più importante messa domenicale, ha tuonato dall’altare, rosso in volto, intimorendo tutta l’assemblea, nel seguente modo: “Per questa volta, a quella ragazza vestita in quel modo, ho concesso l’ostia consacrata. La prossima volta, ditelo ai familiari, non se ne parla nemmeno". Senza che ciò abbia provocato, non dico i fischi che si rivolgono all’arbitro che non assegna il rigore evidente, ma almeno un leggero malumore o un turbamento esplicito, nei presenti. Se i fedeli si abituano a tutto, speriamo che non lo facciano gli arcivescovi. Quando c’è capitato di leggere il cartello ai Rotoli, tutto era pronto per la visita di colui che attualmente guida la diocesi palermitana. Speriamo, ma ci permettiamo di nutrire fondati dubbi, che abbia convinto chi di dovere a togliere quell’avviso. Se è ancora lì, vuol dire che lo condivide. Non è il modo di vestirsi a violare i luoghi sacri. Non è il corpo scoperto che li offende. Ma il cuore, la mente, lo spirito, la fede di chi vi sta da padrone e giudica chi e come possa entravi.

giovedì 11 dicembre 2008

Madonie: cosa fanno i privati?


LA REPUBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 11 DICEMBRE 2008

Pagina XVI

DECLINO TURISTICO SULLE MADONIE
Francesco Palazzo



Le Madonie sono in ginocchio, quest´anno non sarà possibile sciare. Molti alberghi e ostelli chiudono o già da tempo hanno abbandonato il campo. Da un articolo pubblicato su questo giornale il 6 dicembre, firmato da Ivan Mocciaro, apprendiamo che lo skilift, cioè l´impianto di risalita per gli sciatori, non sarà riaperto per la scadenza delle autorizzazioni. Pare che occorrerebbe un provvedimento della Regione per consentire alla Provincia di realizzare la seggiovia. Dunque, le istituzioni hanno le loro colpe, forse non tutte le amministrazioni locali hanno fatto il possibile per rilanciare l´area. Ma, si sa, la neve in Sicilia rappresenta un evento tutto sommato eccezionale. La stagione sciistica, chiamiamola così, nelle Madonie dura solo per un breve periodo. Da dicembre a febbraio, skilift funzionanti o meno, si registra una certa affluenza di un turismo giornaliero, mordi e fuggi, proveniente da tutta la provincia di Palermo. Un afflusso che non è in grado di risollevare le sorti di alberghi, rifugi, ostelli e ristoranti. Occorrerebbe essere capaci di attirare un flusso turistico diverso, più strutturato, più fidelizzato, in grado di fare da cassa di risonanza per nuovi arrivi anche durante gli altri mesi dell´anno, quando la neve si scioglie e c´è solo il deserto. Come quello che potete ammirare se vi capita di percorrere, in estate, in primavera o in autunno inoltrato, la suggestiva strada che collega Collesano alle Petralie. Ora, il punto sembra essere il solito. Gli imprenditori turistici, che operano nella zona, lamentano una scarsa presenza delle istituzioni, vicine e lontane. Non mettiamo in dubbio che ciò corrisponda a (parziale) verità. Tuttavia, per completare il ragionamento, e non limitarsi al solito deresponsabilizzante piagnisteo, bisognerà pure chiedersi cosa fanno, mentre le istituzioni latitano, gli operatori del settore. Facciamo solo due esempi, che non vogliono certo descrivere la totalità di quanti sono impegnati a fornire accoglienza ai visitatori. Qualche anno addietro alla Montanina, un tempo splendido albergo e oggi abbandonato, nei giorni intorno a ferragosto c´è capitato di vivere un´esperienza allucinante. A fronte di un pacchetto che comprendeva per alcuni giorni vitto e alloggio, ci siamo trovati a dovere fare i conti con una pessima e improvvisata gestione. Tanto che per la cena della sera di ferragosto ciascuno degli ospiti ha dovuto darsi da fare per racimolare qualche cosa da mangiare, improvvisandosi anche alla brace, tra le poche cibarie proposte. Un altro esempio, recentissimo, riguarda un bed and breakfast di un paese madonita. La struttura è nuova e carina. Solo che, al momento di pagare, il gestore, senza alcun motivo, applica una maggiorazione di dieci euro sul prezzo abituale, giustificando la cosa con il fatto che in particolari occasioni, era in corso una sagra, c´era un accordo tra gli esercenti in tal senso. A parte il fatto che, proprio in occasione di eventi particolari, si dovrebbe cercare di attrarre turismo con prezzi ancora più bassi del solito, abbiamo avuto poi modo di appurare, informandoci altrove e con lo stesso sindaco, che non era stata pattuita alcuna maggiorazione. E anche quando fosse stata concordata, era corretto avvisare la clientela al momento della prenotazione. Lo stesso sindaco ci assicurava che si era recato presso tutti gli addetti per accertarsi che i prezzi non avrebbero subito variazione alcuna. A dimostrazione che talvolta gli amministratori sono più avanti, come mentalità, degli operatori sul territorio. Del resto, proprio in quei due giorni, l´amministrazione aveva dato modo ai ristoratori e agli albergatori di riempirsi di clienti. Andando spesso nelle Madonie, qualche altro caso, simile ai due di prima, potremmo citarlo. Così come è giusto riferire, ma dovrebbe essere la norma, che non mancano casi di corretta e gentile ospitalità. Ma il succo del discorso è il seguente: più che lamentare continuamente l´assenza dello Stato, specialità tipicamente siciliana e del Sud in genere, ci si dovrebbe impegnare a fare per intero il proprio dovere. Proponendo e attuando progetti di sviluppo e promozione, senza aspettare che sia sempre ed esclusivamente la mano pubblica a intervenire. Soprattutto, offrendo qualità e sapendola vendere. Con la neve e con il sole.

sabato 6 dicembre 2008

Natale, Palermo al buio metafora della Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 6 DICEMBRE 2008

Pagina XXII
LE LUCI SPENTE SULLA SICILIA
Francesco Palazzo


Né gli alberi di Natale maestosi nel centro delle città, né le sgargianti luminarie per le vie più gettonate, hanno mai cambiato la vita a nessuno. Tuttavia, il buio in cui a meno di sorprese sarà avvolto il capoluogo per le festività natalizie e di fine anno, è un simbolo, se volete forse il più banale, del fosco presente che vivono Palermo e la Sicilia. Segno che la politica non viaggia più sul piano del consenso e su questo costruisce buona amministrazione. Perché, se così fosse, l´amministrazione palermitana, ossia la maggioranza che la sostiene, che ha ottenuto alle ultime elezioni più del 60 per cento e oltre 216 mila voti, distanziando i secondi di più di ottantamila voti e sommergendoli con una differenza percentuale del 23,1, potrebbe lavorare con la necessaria serenità per illuminare, non solo a Natale, la comunità palermitana. Il fatto è che ciò non succede. E allora potremmo, con molte ragioni, dire che il voto degli elettori non è deriso solo dalle liste bloccate, senza possibilità di scelta alcuna, che hanno formato il parlamento nazionale. Ma è altresì, e forse in maniera più grave, disprezzato anche quando si può esprimere una preferenza tra le mille e più che si propongono per amministrare un grande comune, quale è il capoluogo della quinta regione del paese. Se a ciò aggiungiamo che la legge elettorale prevede un´ulteriore elasticità a favore del votante, cioè la possibilità di dare due voti diversi per i candidati a sindaco e i concorrenti al consiglio comunale, abbiamo la prova del nove che neanche le leggi elettorali più coinvolgenti, in termini di scelte potenziali, garantiscono un fico secco. Dopo le elezioni l´assetto amministrativo-politico, messi in cantiere gli slogan, se ne va per i fatti suoi e risponde solo ed esclusivamente a logiche di spartizione tra i partiti, nei partiti e tra i singoli. Solo queste contano. Basti pensare, per dirne una, che la lista degli assessori che un sindaco mette in campo durante la campagna elettorale è solo una disposizione di pedine che descrive i rapporti di forza nello schieramento che lo rappresenta. Non appena si vince tutto cambia, altri nomi entrano in scena. E non finisce qui. Durante la legislatura gli assessori si alternano con la stessa turbinosa velocità che hanno le pale di un impianto eolico durante una bufera di vento. Non parliamo poi dei programmi. Anche lì siamo nel campo della pura finzione letteraria, oltre che politica. Le cose fondamentali, le più incisive, che si faranno durante un mandato, saranno non già le conseguenze di un patto con gli elettori, ma la risultante di improvvisate decisioni. Che maturano per assecondare dinamiche che via via mutano sull´altare degli scontri tra fazioni. La legge elettorale dovrebbe prevedere non solo la libertà di scrivere un nome o di mettere la croce su uno dei candidati a sindaco. Gli elettori dovrebbero eleggere una vera e definitiva squadra di assessori e scegliere un chiaro programma politico fatto di pochi e qualificanti punti sugli ambiti strategici delle città. Si dirà che distorsioni simili accadono anche negli altri livelli di rappresentanza regionale. E questo conferma e aggrava il ragionamento che stiamo facendo. Forse qualcuno si prenderà la briga di andare a vedere quali erano i nomi che ufficialmente erano stati avanzati, prima delle elezioni, per la giunta della Provincia di Palermo e come poi essa è stata effettivamente composta. Così come molti si chiederanno che senso ha avuto eleggere un governo regionale con un quasi plebiscito. Per poi ritrovarcelo, scogli scogli, a non avere la forza di portare avanti un programma, non di altissimo livello per la verità, se non cercando i voti dell´opposizione. Che forse può festeggiare le cadute del governo regionale all´Ars, ma non si rende conto che dovrebbe, in primo luogo, preparare l´alternativa. Insomma, il buio natalizio di Palermo, ancorché triste, viene forse al momento giusto per farci riflettere sul senso che diamo alle parole democrazia e rappresentanza. Non a livello planetario, ma in ambito locale e regionale.

sabato 29 novembre 2008

Rifondazione Comunista in Sicilia, due per cento diviso cinque

CENTONOVE
28 novembre 2008
Pag. 2
Sinistra, facciamoci del male
Francesco Palazzo
Dunque, Rifondazione Comunista siciliana esce dal congresso regionale, svoltosi lo scorso fine settimana a Pergusa, divisa in cinque. Per una formazione politica che, per citare un dato elettorale vicino e significativo, non è andata oltre la media del 2,095 per cento in occasione delle provinciali siciliane del 2008, nelle sei province dove ha presentano una lista autonoma, è una sorta di record assoluto. Tale frammentazione, è bene dirlo, non è figlia delle discussioni siciliane interne al partito, ma è la fotocopia, precisa, senza nemmeno un’imperfezione, di quanto accaduto a livello nazionale nell’ultimo congresso di fine luglio. Ma con un peggioramento rispetto al quadro nazionale. Perché almeno lì si è riuscito a eleggere un segretario. Da noi l’individuazione della guida regionale è stata demandata a un organismo politico, suddiviso in cinque, nominato dai congressisti. Per intenderci sullo spessore quantitativo di Rifondazione in Sicilia, diciamo subito che i voti ottenuti dalla falce e martello rifondarla alle ultime provinciali, sempre nelle sei province in cui è andata da sola, risultano essere 32.573. Lo stesso ordine di grandezza che, alle regionali del 2006, in una sola provincia, quella di Palermo, ha totalizzato il candidato più votato, Antonello Antinoro, che ha intercettato 30.302 preferenze. Lo stesso si è poi quasi ripetuto alle ultime regionali, superando ventottomila voti. Facciamo questo riferimento comparativo per mostrare quale è la dimensione del confronto politico siciliano. Un solo candidato, di una sola provincia, di un partito, l’UDC, il terzo, non il primo, per dimensione di consenso, della maggioranza che governa alla regione, equivale, pressappoco, alla diffusione regionale del secondo partito della coalizione di centrosinistra. Chissà se ci hanno pensato i protagonisti delle cinque mozioni che hanno incrociato le armi dialettiche a Pergusa. Eppure, basterebbe una semplice calcolatrice, e non l’elaborazione di chissà quali geniali tesi politiche, per capire quanto sia improduttivo, dannoso, arduo trovare il termine giusto, guardarsi l’ombelico minoritario scavandosi la fossa con lacerazioni interne sino a scomparire in esse o cercare di trovare la risultante perfetta di cinque pezzi di un microscopico due per cento. Lo diciamo da tempo. La possibilità di un’alternanza in Sicilia, oltre che dalla solidità del Partito Democratico, che certo al momento non naviga in buone acque, anzi pare proprio segnato dalla burrasca, passa dalla consistenza numerica, non inferiore al 15 per cento, di una gamba sinistra che torni a farsi capire, e soprattutto a farsi votare, dal corpo elettorale siciliano. Al momento tale parte di centrosinistra, composto, oltre che da Rifondazione, dalla Sinistra Democratica, il cui leader nazionale è un siciliano, Claudio Fava, dal Movimento un’Altra Storia di Rita Borsellino, dai Comunisti Italiani e dai Verdi, pare non interrogarsi, unito, su ciò che occorrerebbe alla Sicilia. Se non da prospettive troppo parziali, sovente, come il caso di Rifondazione mostra, dilaniate e polverizzate oltre ogni ragionevole e comprensibile misura. Il punto è che qui ci va di mezzo non tanto il destino del centrosinistra, che può interessare solo chi lo vota, ma la stessa qualità della democrazia in Sicilia. Senza alternanza vincono sempre gli stessi. La maggioranza di centrodestra che oggi cerca di governare (e di non litigare) alla regione, costituisce, da sola, una forza autoreferenziale. Nel senso che incorpora, basta guadare gli scontri all’arma bianca sul comparto sanità, sia la maggioranza sia l’opposizione. Osservando ciò, ci perdonino gli amici siciliani di Rifondazione, non riusciamo proprio a capire l’utilità, per la nostra regione, dell’ultimo congresso che li ha visti protagonisti.

giovedì 27 novembre 2008

Sanità in Sicilia: conti in rosso e riforme bloccate


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE 2008
Pagina I
La polemica
Conti della sanità una riforma bloccata
FRANCESCO PALAZZO

A leggere le dichiarazioni degli stessi protagonisti, pare che la grande battaglia sulla sanità siciliana - con roboanti dichiarazioni in nome del risparmio e della moralizzazione - sia stata vinta da due partiti: l´Udc e il Pdl. I quali, dentro la coalizione vincente alle ultime elezioni, avevano dissotterrato l´ascia di guerra, riponendola per il momento, visto che hanno ottenuto ciò che volevano. Sintetizzando: il cosiddetto piano di rientro e la riforma della sanità siciliana andranno ognuno per proprio conto, su due strade parallele. Che, ovviamente, come sappiamo sin dalla più tenera età, mai s´incontrano, se non, forse, all´infinito. Ma la sanità siciliana avrebbe bisogno, più che di infinità, leopardiane o geometriche fate voi, di provvedimenti concreti e attuali. E gli ultimi due assessori destinati alla sanità, due tecnici, hanno mostrato di volere imprimere una svolta al sistema. Tuttavia, evidentemente, il sistema ha equilibri da rispettare, dinamiche che noi comuni mortali non riusciremmo a intravedere neanche se ci dotassimo della più potente tra le lenti d´ingrandimento. Il bello è che al danno dell´immobilismo di un settore spendaccione e cruciale per tutti noi, malati e potenziali tali, si aggiunge la beffa di sentirsi quasi coccolati, da chi si oppone a qualsiasi cambiamento, con affermazioni che giustificano certe scelte in nome e per conto della salute dei cittadini. Anche l´attuale schieramento dell´opposizione all´Assemblea regionale si trova d´accordo sulle strade parallele e quindi, di fatto, dà forza al fuoco amico diretto all´attuale assessore regionale per la Sanità. Eppure, ma forse ricordiamo male, in un incontro pubblico il Partito democratico aveva solennemente sostenuto, per bocca di un suo autorevole rappresentante, se rammentiamo bene di fronte al presidente della Regione, che avrebbe sostenuto in aula il piano complessivo di riforme che metteva insieme, «perché non può che essere così», piano di rientro e riforma del comparto in un´unica soluzione. Il piano di rientro, lo intendiamo anche se non siamo esperti della materia, è la possibilità di mettere una pezza finanziaria, fatta di sacrifici e tagli, agli enormi errori di gestione del passato. Vista però solo in questo modo tutta la questione si riduce, ammesso che riesca, a una mera partita contabile e temporanea. Destinata nuovamente a farsi critica se non s´interviene sul presente e non si pianifica, modificandolo radicalmente, il futuro. Ecco perché è giusto che in un ambito strategico e costoso come la sanità si operi agendo simultaneamente sui due assi, quello del debito e quello della pianificazione. Se si sganciano questi due aspetti, si avrà sempre il fiato sul collo, è sin troppo facile intuirlo. Lo sa bene qualsiasi padre di famiglia che deve fra quadrare i conti della propria piccola comunità domestica. Se si sta sempre sull´emergenza, senza apportare mutamenti profondi a tutto l´insieme, un piano di rientro seguirà a un altro. Non ci sarà mai, all´infinito, soluzione di continuità. Si proseguirà nel solco del già visto: la sanità tutta nelle mani della politica, che sposterà le pedine dirigenziali per far quadrare gli appetiti delle varie «sensibilità» (bella parola) politiche e i conti andranno sempre più in rosso. Forse, a questo punto, occorrerebbe un qualche gesto di chiarezza, in modo che la finta unanimità indistinta di questo momento, utile a nessuno, si trasformi in una chiara e trasparente collocazione di tutti i soggetti in campo. Un esempio ci viene da fuori. Non dalla lontanissima Norvegia, ma dalla vicinissima Sardegna. Il presidente del governo regionale si è appena dimesso. Il motivo è che un suo emendamento, che riteneva discriminante, sulla nuova legge urbanistica, è stato impallinato dalla sua stessa maggioranza. Adesso le posizioni si chiariranno e saranno visibili a tutti i sardi. È impossibile, in Sicilia, procedere con una simile operazione di nitidezza politica sulla sanità? I cittadini, in nome dei quali tutti dicono di spendersi, hanno il diritto, oltre che alla salute, a comprendere, come si deve, ciò che accade nei palazzi del potere.

sabato 22 novembre 2008

Intellettuali e società in Sicilia

CENTONOVE
21 11 2008
A che servono gli intellettuali
Francesco Palazzo


Da più parti torna a farsi viva la questione del silenzio degli intellettuali in Sicilia. Qualcuno ha detto chiaramente di non credere al ruolo di trascinamento degli intellettuali. Tra questi, gettando uno sguardo al passato, potremmo citare Sciascia. Tuttavia, molti pensano, e scrivono, che se questo silenzio finisse, si potrebbe porre mano ai tanti guai in cui siamo immersi. Il dibattito, è bene ricordarlo, è abbastanza ciclico e non riguarda ovviamente la sola società siciliana. Ogni tanto spunta fuori questa storia degli intellettuali, per alcune settimane s’incrociano le “armi” del pensiero e della parola scritta. Poi si torna al quotidiano. Senza che niente sia cambiato. E del resto non può che essere così. E ciò accade perché si sconta, con tutto il rispetto per chi la pensa diversamente, un ritardo culturale antico. In sostanza, si continua a pensare che la società abbia bisogno di qualcuno che pensi per tutti, che formi le coscienze, che suoni la sveglia, che indichi le risposte alle più spinose domande. Abbiamo ancora bisogno di persone siffatte? E quando abbiamo pensato di averne bisogno, ed esse si sono rivelate in carne e ossa, hanno contribuito forse a spostare di qualche centimetro la comprensione e il cambiamento della realtà quotidiana? Con tutta evidenza, pare di no. E se ciò è accaduto ha riguardato una cerchia ristretta di soggetti e non il tessuto vivo di una società come quella siciliana. Il problema è che si ha ancora una visione elitaria, minoritaria, aristocratica, della cultura. Con questo termine s’intende, infatti, un sapere (che spesso non è un saper fare) circoscritto a poche individualità e staccato dal resto del mondo. Che cosa è in questo momento la cultura siciliana, che fattezze presenta? Sta nelle stanze degli intellettuali, sia che parlino sia che stiano in silenzio, o la troviamo in una sommatoria infinita, sempre da ricomprendere, di mille sfaccettature difficili da vedere? Le città delle nostra regione, la Sicilia intera, non stanno mai silenti. Parlano in continuazione, comunicano sempre qualcosa, in un flusso ininterrotto di decisioni e di modi di essere e di fare. Bisognerebbe intendere meglio le une e gli altri. Non auspicando la nascita o la scoperta di una o più guide intellettuali, oppure di quartieri generali da dove emanare direttive al popolo bue, ma spalmando la parola cultura, democraticamente, su tutta la società, per afferrare quale è la risultante, sempre provvisoria, del ragionamento complessivo. O meglio, cercando di scoprire quante culture ha un popolo come quello siciliano, in quali luoghi e in che maniera si esprimono. Cosa lasciano nel terreno della storia e della società negli anni e cosa trattengono. Forse, dopo aver fatto tale operazione, ci si renderà conto che non sono gli intellettuali (o gli scrittori) a produrre cultura, ma un intero popolo. E allora gli intellettuali (o gli scrittori), o il ceto medio riflessivo, apprenderanno cultura dalla parte restante della società siciliana. E non se ne sentiranno una parte staccata che deve far finta di capire tutto, standosene in silenzio o parlando, fate voi, anche quando niente hanno compreso. Se deve esserci cambiamento in questa terra, e certamente tanto va nel verso sbagliato, questo non può prefigurarsi trainato da presunte menti illuminate. Ma deve fare i conti con la società siciliana così com’è. Cercando di trovare in essa, e insieme con essa, i frammenti culturali, cioè schegge di vita vissuta, per mettere insieme qualcosa di diverso e di più civile. Se si farà il contrario, come sinora sempre accaduto, cioè se si penserà che pochi devono pensare e decidere per tutti, perché hanno letto più libri o sono più intelligenti, ecco che gli intellettuali, ammesso che esista ancora questa figura ottocentesca, potranno anche parlare sino a sfinirsi e a sfinirci. La storia andrà dove decideranno il 99.9 per cento dei siciliani. Che sono, piaccia o meno, i veri produttori di cultura, in quanto sono loro che hanno il timone dell’oggi e del domani tra le mani. Chi si vuole mettere in ascolto, che si senta un intellettuale o meno, cominci a farlo. Senza assumere atteggiamenti pedagogici verso chi si pensa non elabori pensieri e visioni del mondo e che invece, con nostra grande sorpresa, potrebbe donarci gli occhiali per guardare meglio.

giovedì 20 novembre 2008

La chiesa logorroica sul sesso degli altri, in silenzio su se stessa


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 20 NOVEMBRE 2008

Pagina X
I PRETI DELLO SCANDALO NEL SILENZIO DEI CATTOLICI
FRANCESCO PALAZZO


Possibile che un uomo di chiesa per dare risposta alle proprie normali pulsioni amorose e sessuali, debba essere costretto a percorsi clandestini? La vicenda del sacerdote siciliano che ha denunciato la sua presunta ricattatrice, al di là dei risvolti penali che interessano solo il versante giudiziario, investe ancora una volta un problema che la chiesa, ovviamente non solo quella siciliana, finge di non vedere. Quanti uomini e donne di chiesa, religiosi, parroci, suore e quant´altro, vivono la dimensione sentimentale e affettiva in segreto, nel terrore di essere scoperti? C´è chi sostiene che sono moltissimi. C´è chi, se la cosa resta in un ambito ristretto, viene dissuaso nelle segrete stanze. Le conseguenze sono praticamente nulle sul piano ecclesiale o personale. Ci dicevano tempo fa che si può anche arrivare, senza che quella «macchia» passata crei problemi, al soglio vescovile, pure di grandi diocesi: basta che non si sappia in giro e che, soprattutto, non ne scrivano i giornali. C´è chi continua cercando di non farsi scoprire. Con mille, possiamo facilmente ipotizzare, sotterfugi, precauzioni, ansie, sensi di colpa. Quale serenità e realizzazione personale possano avere, in tali casi, un uomo o una donna che hanno fatto della fede il loro unico motivo di vita, è facile immaginare. Ma non tutti ce la fanno. La sofferenza non più sopportabile può portare alla scelta deliberata di rompere con una vita impossibile e fa allontanare molti dalla vita religiosa consacrata. In questi ultimi casi si tratta di veri legami. Molti nomi ci vengono in mente di conoscenti che hanno lasciato per questo motivo. Talvolta sono i migliori. Uomini e donne di chiesa che non avrebbero avuto nessuna difficoltà a continuare la loro vita di fede nell´istituzione chiesa e, contemporaneamente, senza togliere niente a nessuno, come avviene nelle chiese protestanti, avere una famiglia, dei figli, una vita propria. Per alcuni, pochi (ma costituiscono solo la punta di un gigantesco iceberg) prima o dopo la vicenda balza fuori nel modo peggiore, senza che loro lo vogliano o l´abbiano scelto. In questi casi la situazione può presentare, oltre alla sanzione ufficiale dei vertici cattolici, qualche complicazione. La donna può essere a sua volta sposata, può trattarsi di sesso mercenario, di relazioni omosessuali che la chiesa continua a mettere al bando. Oppure la pulsione sessuale repressa può anche prendere strade che portano a circuire minori. Cioè quei soggetti con i quali può essere più semplice, in ambito religioso, venire in contatto. Cose risapute. Tuttavia sorprende il silenzio (possiamo chiamarla omertà?) che ogni volta c´è negli ambiti ecclesiastici. Nessuno, diciamo nessuno, zero, tra i parroci, le suore, i vescovi, i diaconi, i seminaristi fa sentire la propria voce in proposito. Pensate che dopo quest´ultimo episodio qualcuno dirà cosa pensa dell´argomento in generale? Siamo facili profeti in patria. Non ascolteremo niente. Possiamo solo dire che abbiamo pena di chi vive in un contesto simile. In cui non è concesso, pena l´epurazione, l´allontanamento definitivo o la punizione, dissentire pubblicamente, e non clandestinamente, su temi cruciali quali l´amore e la sessualità.

domenica 16 novembre 2008

Palermo-Berlino: andata e ritorno


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 16 NOVEMBRE 2008

Pagina I
La polemica
Capi e capetti litigano mentre la città affonda

FRANCESCO PALAZZO


Il mugnaio prussiano che si rivolse all´imperatore e fu trattato con sufficienza, nel salutarlo gli disse: «Ci sarà pure un giudice a Berlino». E il giudice a Berlino c´era, ed era giusto. Noi potremmo parafrasare, leggendo della trasferta bipartisan nella capitale tedesca, appena conclusa, dei sette consiglieri comunali palermitani, scrivendo: «Ci sarà pure un amministratore a Berlino». E l´amministratore a Berlino c´è, ed è evidentemente capace, se si va da lui per imparare Le cronache ci informano che i sette rappresentanti istituzionali sono stati intrattenuti sul trasporto pubblico berlinese, sulla finanza e sull´ordinamento degli enti locali e sullo smaltimento dei rifiuti. Insomma, su aspetti fondamentali e strategici del governo locale. Che da noi, con evidenza solare, funzionano in maniera pessima da tempo, senza che si intraveda una qualche luce. Le uniche due competenze in cui sembrano, invece, esperti e rodati i governanti palermitani sembrano essere il valzer degli assessori e le liti perenni nella maggioranza bulgara (o siciliana) di cui dispongono. Bisticciano per trovare le migliori soluzioni ai tanti incancreniti problemi della città? Sostituiscono, alla velocità della luce, gli assessori perché, via via, individuano personalità sempre più preparati nei vari settori? Ciò accadrà certamente a Berlino. A Palermo primeggiano le faide tra i partiti, nei partiti, tra le singole correnti, tra capi e capetti soggiornanti tra Roma e la Sicilia. Qualche giorno fa pure i lavori del Senato si sono bloccati per alcuni minuti a causa delle turbolenze palermitane. Possiamo supporre che i sette consiglieri, dei quali lodiamo la volontà di apprendere e praticare in teoria percorsi virtuosi, saranno tornati come quei turisti, cioè come tutti noi, che lodano gli altri tornando dai viaggi estivi, per poi ricominciare e continuare con le solite abitudini quotidiane, utili per sopravvivere nella giungla palermitana. Dubitiamo che sette amministratori berlinesi, parigini o londinesi, fate voi, potrebbero trovare interesse a trascorrere, se non per un´esaltante vacanza di sole e mare, alcuni giorni a Palermo al fine di importare qualche buona pratica nelle loro realtà territoriali. Una volta eravamo il caso Palermo, sperimentavamo inedite e apprezzabili, seppur controverse e criticabili, configurazioni politiche. Ci si scontrava e si polemizzava sulla città. Oggi stiamo diventando un caso patologico. Oppure grottesco. Basta pensare alla vicenda delle zone a traffico limitato. Possibile che in otto anni di governo non si sia ancora in grado di predisporre provvedimenti, un minimo funzionanti, nel settore della mobilità che non siano le solite, estenuanti, estemporanee e perciò inutili soluzioni tampone? I consiglieri comunali berlinesi, su questo e altri aspetti della vita pubblica palermitana, rimarrebbero a bocca aperta. Lo stesso farebbero quelli parigini e londinesi. E dopo il prolungato stupore, come si fa per tutti i casi anomali, comincerebbero ad analizzarci attentamente. Per studiarci bene e capire cosa va evitato accuratamente quando si governa una grande città. «Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: ecco il titolo che politici stranieri, ma anche solo emiliani, toscani o lombardi, potrebbero dare a un loro eventuale (e improbabile) stage nella Palermo che affonda.

giovedì 13 novembre 2008

Antimafia differente tra Comiso e Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 13 NOVEMBRE 2008

Pagina XV
SOCIETÀ CIVILE SILENZIOSA SUL FRONTE DELL´ANTIMAFIA

FRANCESCO PALAZZO

C´era un tempo in cui il sostegno della società civile palermitana, organizzata o meno, ai magistrati antimafia era scontato e palesato con partecipatissime manifestazioni di piazza. Bastava un minimo accenno di attacchi alla Procura perché si mettesse in moto la macchina organizzativa. Negli anni successivi alla morte di Falcone e Borsellino ci è capitato molte volte di assistere a eventi del genere organizzati davanti al palazzo di giustizia, soprattutto, ma non solo, in occasione degli anniversari delle due stragi del 1992. Nel corso di quest´anno due appelli accorati e allarmati del procuratore Francesco Messineo sembrano invece caduti nel vuoto. Il primo a gennaio: il procuratore si chiedeva, parlando di «genocidio giudiziario», come si potevano mandare avanti gli uffici con una riforma dell´ordinamento giudiziario che stava facendo decadere uno dietro l´altro buona parte dei magistrati che avevano già maturato, come procuratori aggiunti, otto anni sempre nello stesso posto. Con, in più, una stretta alle risorse che per il 2008 avrebbe decurtato del 90 per cento i fondi destinati allo straordinario del personale. E tenendo conto che ai giovani magistrati - freschi vincitori di concorso - il nuovo ordinamento impediva di chiedere come prima sede la procura. Per la verità, già nel luglio del 2007, il procuratore Messineo aveva parlato di una procura che nel giro di pochi mesi sarebbe stata decapitata. Il mese seguente aveva lamentato che il disegno di legge del centrosinistra, che riduceva a tre mesi le intercettazioni ambientali utilizzate nelle indagini antimafia, dava una mazzata alle indagini che invece arrivano anche a oltre i due anni. Leggendo un articolo di questo giornale del 6 novembre abbiamo appreso che i pericoli previsti dal procuratore hanno infine preso corpo. In procura sempre più stanze restano vuote, solo uno dei dieci posti vacanti è stato assegnato. Nessuno vuole più venire a Palermo. Quelli che c´erano, a parte i limiti posti dall´ordinamento, sono andati via sfiduciati. Ci pare una circostanza di un peso enorme. Perciò è ancora più pesante il silenzio, pubblico ma anche privato, di quella che un tempo era la società civile impegnata sul fronte dell´antimafia. Possibile che nessuno senta il bisogno di chiamare pubblicamente a raccolta associazioni, movimenti e singoli? Come mai non si vedono, come in passato, striscioni, cortei, fiaccolate? E non è che, per altre questioni, si sia persa la forza della mobilitazione. Recentemente si è svolta a Comiso una sacrosanta manifestazione affinché l´aeroporto della cittadina torni a chiamarsi Pio La Torre. Se sia più pesante il deserto attuale della procura, o la condannabile reintroduzione del vecchio nome all´aeroporto di Comiso in sostituzione di quello di Pio La Torre non lo sappiamo. Certo lo stesso La Torre se oggi vedesse lo svuotamento degli uffici giudiziari palermitani preposti a perseguire Cosa nostra, dopo essere andato a protestare a Comiso, correrebbe di corsa a Palermo per tentare di affrontare l´emergenza antimafia.

sabato 8 novembre 2008

Mafia e politica: quando la seconda scompare

CENTONOVE
Settimanale regionale di politica, cultura ed economia
7 novembre 2008
Mafia e politica, binomio in crisi
Francesco Palazzo
Bisogna capirlo una volta per tutte. Oppure processo dopo processo. Come vi torna più semplice. Il rapporto che lega la mafia alla politica si risolve e si affronta esclusivamente nei tribunali. Quando si è assolti, vince la politica, quando si è condannati, hanno la meglio le toghe. Che poi le sentenze contengano verità tecniche, ossia che si muovano in una sfera del tutto diversa da quella della politica, nel cui ambito conta più la sostanza che la forma, passa in secondo piano. Quando c’è il bollo della giustizia, non c’è spazio per nessun’altra riflessione, che non sia la beatificazione dell’assolto o la discesa agli inferi del condannato. Ma non sempre, in quest’ultimo caso. Perché si può sempre gridare al complotto giudiziario pur dopo pesantissime condanne. O leggere le sentenze, anche dopo l’ultima parola della cassazione, secondo quanto conviene alla politica. Stando così le cose, non ci rimane che leggere e registrare passivamente, da parte della politica, le calorose dichiarazioni di plauso, che non mancano mai, dopo ogni operazione di polizia contro le cosche. Oppure la solidarietà, anche questa sempre presente, nei confronti di coloro che subiscono minacce. Ultimo, il caso Saviano. Poi la vita prosegue, come sempre. Con la politica, e con essa, non dimentichiamolo, tutta una società, borghese e popolare insieme, che ne elegge i rappresentanti, più attente a non incappare nelle grinfie, nel mirino, della macchina giudiziaria che a sciogliere veramente e autonomamente il nodo, importante, fondamentale, decisivo, che lega le mafie alla politica. Ogni tanto qualcuno, soprattutto se si avvicinano le elezioni e di entrambi le coalizioni che si fronteggiano, tira fuori l’amuleto del codice di autoregolamentazione. Mai usanza fu più inutile, ipocrita e retorica. Perché i codici, cui i partiti dicono sorridendo di aderire, ma solo per non fare brutta figura con il mondo intero, sono come le preghiere di penitenza che il nostro buon parroco una volta, non so se ancora è così, perché è da molto che sono fuori esercizio, ci appioppava dopo la confessione come espiazione dei nostri piccoli e grandi peccati. Con il tacito accordo, tra peccatore appena perdonato e sacerdote assolvente, che all’uscita della chiesa si azzerava il contatore e tutti peccatori come prima. E così è per buona parte dei partiti e per quasi tutto il corpo elettore. Una cosa sono le roboanti parole, delle quali ormai l’antimafia teorica del giorno dopo è satura sino alla nausea. Un’altra è l’antimafia praticata del giorno prima, quella quotidiana, fatta di frequentazioni non sospette, limpide azioni amministrative, cittadinanze responsabili, sulla quale dovrebbero esercitarsi, ma non lo fanno quasi mai, la politica e la società che la esprime. Poiché bisogna pragmaticamente fare i conti con ciò che si ha davanti e non con il migliore dei mondi possibili, che alberga nei nostri migliori sogni notturni, prendiamo atto che ormai il legame mafia politica non esiste più, se non, appunto, nelle aule giudiziarie, ma con le conseguenze aberranti che assegnano paradisi eterni agli assolti e inferni temporanei, e sempre riducibili, ai condannati. Non c’è molto altro. Uno dei due termini della relazione mafia-politica, il secondo, è sparito come in un gioco di prestigio. Riappare unicamente durante le udienze, stringendo in mano qualche portafortuna per scongiurare pronunciamenti ostili da parte delle toghe. Le quali, supponiamo, da rosse diventano bianche quando liberano la gioia degli imputati. Ci rimane in mano, sola e sconsolata, l’altra parte del binomio, la mafia, Cosa nostra. Che per l’opinione pubblica si riduce a mera criminalità organizzata, quella che piace tanto a tanta parte di società politica, cui tutti apparteniamo, di ogni tempo, risma e colore. I cattivi, ladri, assassini, estorsori che, prima o dopo, cadranno nella rete della repressione. Tirati fuori, magari, da covi situati in quartieri degradati, in modo che il quadretto sia completo. Il resto, ossia tornare a far vedere e sanzionare quella parte di società politica che sostiene le cosche al di là delle vuote parole, è nelle mani degli elettori. Le lancette del rinnovamento della politica passano dal tribunale del consenso. Che sinora, in Sicilia, sembra emettere sempre la stessa sentenza. Senza, al momento e chissà per quanto ancora, possibilità di alternanza tra i due schieramenti in campo.

sabato 25 ottobre 2008

ARS, seggio vacante e appelli

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 25 OTTOBRE 2008

Pagina XVI
La legge e gli appelli sul seggio vacante dell´Ars
FRANCESCO PALAZZO


In genere gli appelli, sottoscritti da personalità conosciute, si fanno prima del voto a sostegno di uno dei candidati in competizione. Fanno molto rumore, ma non spostano consenso. In questi giorni c´è un appello per contestare il parere reso dalla Commissione verifica poteri del parlamento siciliano. Che attribuisce il seggio di deputato, libero dopo le dimissioni di Anna Finocchiaro, a un candidato del Partito democratico e non invece alla Borsellino, che era seconda nella lista regionale guidata dalla stessa Finocchiaro, candidata alla presidenza. La legge elettorale siciliana prevede due tipologie di liste. Vi sono quelle provinciali, con le quali ogni partito cerca di concorrere all´assegnazione di ottanta seggi. Due seggi sono assegnati al candidato presidente vincente e a quello che arriva secondo. I restanti otto seggi, che servono per arrivare a novanta, possono essere presi, tutti, in parte o nessuno, dalla coalizione vincente, ricorrendo alla seconda tipologia di lista, che è quella regionale. Che vede, per ogni schieramento, il presidente candidato quale capolista. Nell´appello si legge che la decisione è offensiva e mortificante per tanti siciliani. Ma qui non è in discussione la figura di Rita Borsellino. Si tratta di valutare le argomentazioni a fondamento della questione. Nel disegno di legge elettorale, originariamente, era in effetti previsto che nell´ipotesi in cui restasse vacante il seggio di un deputato eletto nella lista regionale, la carica sarebbe stata assegnata al primo dei candidati in lista. Il legislatore siciliano ha modificato tale punto. Per un motivo. Tenuto conto che la lista regionale è espressione di un´alleanza e quindi i candidati appartengono a forze politiche differenti, si è voluto evitare che, attraverso sostituzioni, potesse modificarsi la consistenza dei vari gruppi parlamentari e potessero mutare i rapporti di forza politici all´Ars. Perciò, ogni candidato della lista regionale, nell´atto di accettazione della candidatura, eccetto i candidati alla presidenza, deve dichiarare la lista provinciale collegata alla coalizione e il collegio provinciale in cui si candida. Di conseguenza, in caso di sostituzione, non c´è alcun meccanismo di scorrimento della lista regionale, ma il seggio vacante è attribuito nel collegio e alla lista provinciale indicati. Cioè resta alla medesima forza politica. Peraltro, occorre dire che le liste regionali sono lo strumento per attribuire, se necessario, deputati in più alla coalizione risultata più votata, qualora i seggi conseguiti nelle province non dessero la maggioranza. Completata tale fase, la lista regionale della compagine più votata (cioè quella che esprime il Presidente della Regione) non ha più alcuna rilevanza. Ancor meno può averne la lista regionale dei perdenti, ancorché secondi. Se già la coalizione vincente ha ottenuto dagli elettori la maggioranza di 54 seggi, ed è il caso delle ultime regionali, i posti restanti vanno alla minoranza, facendo riferimento alle liste provinciali di quei partiti che hanno superato lo sbarramento a livello regionale. Quest´ultimo è del cinque per cento, confermato dai siciliani nel referendum del maggio 2005. Con questo meccanismo già il Pd ha ottenuto diversi seggi. L´obiezione è che ciò non riguarda l´ipotesi in cui si renda vacante il seggio attribuito al capolista della lista regionale risultata seconda, com´è avvenuto nel caso concreto delle dimissioni della Finocchiaro. La legge non prevede questa evenienza. Occorre però dire che la Borsellino, pur essendo seconda in lista, non era candidata alla vicepresidenza. La legge elettorale non contempla tale figura. Quindi, anche in questo caso, non c´è alcun automatismo. Ciò che, invece, si è determinato è che, tra i perdenti, un unico partito, quello Democratico, ha conseguito rappresentanza. Tutte le altre liste non hanno raggiunto il cinque per cento, perciò non possono accedere al riparto dei seggi assegnati alle minoranze. Chi reclama oggi il seggio per la Borsellino, vorrebbe, in ultima analisi, rimettere in discussione la soglia di sbarramento. Tuttavia, che la si condivida o meno, la si deve rispettare. Sino a quando non sarà abbassata o cancellata. Più dell´indignazione, e degli appelli, conta la legge e la sua corretta interpretazione logica e politica.

Democratici siciliani ancora in alto mare

CENTONOVE
24 10 08
IL PARTITO DI CARTA
Francesco Palazzo


Il governo regionale, come da più parti sottolineato, ha dietro di sé una maggioranza litigiosa ancorché vastissima. Guardando però meglio, tali divisioni su ambiti importanti disegnano un quadro in cui i partiti del centrodestra, vincenti alle regionali con percentuali bulgare (o siciliane), rappresentano sia la maggioranza che l’opposizione. Alcuni esempi. Da un lato si afferma che gli impiegati regionali sono troppi, dall’altro ci si appresta a imbarcare più di tremila precari. Una parte di assessori voleva tenere in vita l’ESA (Ente di Sviluppo Agricolo), un’altra lo depenna. Per non parlare, poi, dello scontro per la recente sostituzione della figura apicale che guiderà la gestione dei fondi europei. Non possiamo non citare la sanità, dove le misure per affrontare il piano di rientro fanno registrare una profonda e palese spaccatura nella maggioranza. Potremmo anche ricordare il dissidio insorto intorno alla designazione dei dirigenti dei dipartimenti regionali. Un emendamento affida al presidente della regione e non più a tutta la giunta il potere di nomina. Se questo è quanto abbiamo di fronte, e si potrebbe continuare citando altri casi simili, a cosa si riduce la minoranza? Ne abbiamo avuta dimostrazione durante la recente festa del partito democratico a Palermo. Il doppio confronto tra due esponenti del governo (il Presidente della regione e l’Assessore alla sanità) e due rappresentanti siciliani di punta del Partito di Veltroni, si è svolto all’insegna di una minoranza, l’unica all’ARS, che si limita a criticare i limiti dei provvedimenti più importanti del governo, aggiungendo come contorno alcune timide contro proposte. In altre parole, prova a infilarsi dentro le crepe prodotte dalle lacerazioni esistenti nella parte avversa. Senza che però ci sia, o sia in preparazione, o almeno non la vediamo, un’alternativa credibile, autonoma, fatta d’idee concrete e persone, da presentare ai siciliani. Ci si limita, senza aver fatto i conti con la sconfitta della Finocchiaro, a un galleggiamento senza meta. Il rischio è che il partito democratico si dissemini, pur con qualche guizzo personalistico, senza una sua chiara identità, nel paesaggio monocromatico colorato a tutto tondo dal centrodestra, dai suoi partiti, dalle sue correnti, da coloro che ogni volta portano regolarmente a casa carrettate di voti. Coltivando una dimensione minoritaria costruita su numeri rispettabili, vista la scomparsa dall’Assemblea regionale, e comunque la forte crisi sul territorio, della sinistra radicale. Di cui ci giungono poche e frammentarie notizie. Non tali da far intravedere una, seppur minima, ripresa. Del Partito Democratico, invece, sappiamo alcune cose. Dovrebbe essere già avviata da mesi la fase del tesseramento. A occhio e croce, non ci pare che l’iniziativa sia decollata. Pure i circoli, i quali dovrebbero costituire il radicamento territoriale del PD, sono ancora realtà riguardanti i più stretti affezionati o i funzionari del partito. Lo statuto è in alto mare. Per carità, aprendo il sito siciliano del partito, i documenti si sprecano. Le buone intenzioni pure. D’inchiostro sinora ne è stato seminato parecchio. Di carta se n’è sprecata tanta. Ma questo partito, in Sicilia, sembra non volerci essere. Un partito di carta che viaggia nei mari tempestosi della politica siciliana. Dove il centrodestra spopola così ampiamente da riuscire a dare garanzie a tutti. A destra e a manca, in alto e in basso. Le spaccature che esso presenta, paradossalmente, sono più una forza che una vera debolezza. Ricorderete come funzionava la Democrazia Cristiana. Agganciarsi a questa barca che corre veloce, pur con vistose contraddizioni, sperando di capitare qualche giornata di vento buono per riemergere, serve soltanto, al partito democratico, per certificare l’esistenza in vita e non a predisporre una possibile alternanza. Che dovrebbe contemplare una ripresa del dialogo con la parte più a sinistra dello schieramento. Ammesso che quest’ultima riesca a trovare una sintesi. Ma, chiediamo: sarà stato un caso o un segno dei tempi, se nel programma della festa palermitana del PD, tra incontri “governativi” e la presenza di molti esponenti di primo piano del centrodestra, non si è trovato un buco, uno soltanto, per confrontarsi con quanti si trovano a sinistra del Partito Democratico?

sabato 18 ottobre 2008

Centri sociali e quartieri popolari: quando il cerchio si chiude

CENTONOVE
17 10 2008
PAG. 2
Quei figli di papà dei centri sociali


La manifestazione nazionale di sabato scorso dei centri sociali, svoltasi a Palermo nei dintorni del quartiere Albergheria, ha in qualche modo chiuso il cerchio rispetto alla guerriglia urbana contro gli “sbirri”, provocata, nello stesso rione, alcuni giorni prima dopo la morte di due ragazzi che fuggivano contromano dalle forze dell’ordine. Molti sottolineano che nei quartieri marginali le persone sono sostanzialmente incolpevoli, non avendo molte alternative di vita. Sabato, ciò è stato gridato per le strade. La mafia non abita qui, si urlava, ha la giacca e la cravatta. La vera mafia sta nei palazzi del potere, all’Albergheria c’è solo fame. E le divise sono servi di tale sistema. Mentre ascoltavo, avevo in mente la docufiction della RAI, che il giorno prima aveva mostrato il lavoro massacrante e rischiosissimo, pagato poco, degli investigatori per scardinare i clan. Scrutando le facce del servizio d’ordine che seguiva il corteo, venivano alla mente le frasi con cui Pasolini commentò gli scontri fra studenti e forze dell'ordine nel '68. "Avete facce di figli di papà – scriveva - io simpatizzo con i poliziotti perché sono figli di poveri". Anch’io, nel mio piccolo, solidarizzavo con le forze dell’ordine insultate. Tornando a noi, è chiaro che gridare frasi inneggianti al vittimismo innocente, in un quartiere popolare, è come sfondare una porta aperta. Ma non vorremmo caricare i trecento ragazzi di sabato di eccessive responsabilità. Al di là di quest’ultimo episodio, c’è in giro un giustificazionismo abbastanza esteso. Che viene da lontano. Si sostiene che gli abitanti dei quartieri periferici sono vilipesi, maltrattati, derisi e repressi. Dalle istituzioni e dalla politica, dalla polizia e dai carabinieri. Dalla mafia e dall’antimafia. Non si considera minimamente che il popolo possa agire con piena consapevolezza e deliberato consenso. Innocente è il popolo. Colpevole e corrotta solo la classe dirigente, il potere. Pare lecito chiedersi, perciò, non il motivo per cui non ci si fermi davanti ad uno stop delle forze dell’ordine, ed è accaduto ai due ragazzi, ma perché le volanti tallonino chi scappa. Inseguendo, senza saperlo, secoli di umiliazioni. Come si fa a braccare il dolore innocente tartassato dai cattivi? La colpa è esclusivamente della casta. Oppure della mafia. Che quest’ultima riceva un appoggio sterminato e cosciente dalle classi popolari, viene perdonato. Appoggiano le cosche per necessità. Se un giorno la Sicilia diventerà la terra più bella del mondo, smetteranno. Nel frattempo non li si può accusare d’intelligente collaborazionismo. I peccati mortali, si sa, sono un marchio di fabbrica esclusivo della borghesia criminale. Che poi gran parte della popolazione siciliana, che certo borghese non si può definire, viva con un solo magro stipendio per famiglia, mandi i figli a scuola sino alla laurea, paghi affitti onerosi, si spezzi la schiena per assicurarsi una vita dignitosa, spendendosi pure nel volontariato, senza vittimismi di sorta, questo non importa. Perché la sofferenza, quella vera, deve potersi vedere, irrompere platealmente sulla scena pubblica. Senza che la si possa incalzare. Né con i ragionamenti, né a sirene spiegate. Poiché non la si può acchiappare. E quando si tenta di farlo, ecco dietro l’angolo tragedie simili a quella dei due ragazzi. E allora giù con la polizia infame. Perché la forza dello stato, questo è il concetto ripetuto in queste settimane, si è fatta sempre sentire dal popolo, candido come un giglio, soltanto con la repressione. Quindi, l’unica risposta possibile è la rivolta, sorda e quotidiana o esplicita e violenta. Seguendo tale logica, perché bloccare uno spacciatore che campa la famiglia, un rapinatore che deve comprare il latte al bambino, un fiancheggiatore popolano delle cosche che cerca un posto di lavoro? Per quale motivo affrontare, con decisione, l’illegalità diffusa e plateale che, da decenni, è prassi in certi quartieri di città grandi e medie della Sicilia? Perché farlo, se alcuni modi di vivere sono la risultante dolorosa dei patimenti inflitti dalla storia? Non si può processare la storia. La sofferenza innocente, lo dice la parola stessa, non si può mettere di fronte alle sue evidenti responsabilità. Fugge via. Insieme allo strazio per due giovani vite. Perdute anche perché, quelli che la sanno lunga, avevano fatto capire loro che il disagio sociale può pure andare di notte, contromano e salvarsi lo stesso.

mercoledì 8 ottobre 2008

Il voto siciliano verso il centrodestra


LA REPUBBLICA PALERMO
MERCOLEDÌ, 08 OTTOBRE 2008

Pagina XV
QUESTA ANOMALA SICILIA CHE VOTA SEMPRE A DESTRA
FRANCESCO PALAZZO


Giovedì scorso, su queste colonne, Salvatore Butera, partendo dall´esempio di Catania e Palermo, si chiedeva come mai l´elettorato siciliano continua a votare in stragrande maggioranza, dalla stessa parte, pur trovandosi a fare i conti con amministrazioni carenti o fallimentari. Egli ne dà una spiegazione proiettata sullo scenario nazionale. L´Italia, tranne pochi e brevi periodi storici, non ha mai smesso di tifare per la destra. Ma il persistente voto siciliano verso il centrodestra, soprattutto quello del decennio iniziato nel 2001, si può spiegare soltanto in tale modo? Per dare una prima risposta bisogna allargare il quadro alle altre regioni del Mezzogiorno, dove i meccanismi del consenso dovrebbero avvicinarsi molto a quello siciliano e confermare, eventualmente, l´andamento storico nazionale, di lunga durata, evidenziato da Butera. Il punto è che nelle altre regioni del Mezzogiorno il panorama che attualmente si presenta è del tutto diverso da quello siciliano. Con un centrosinistra che ha numeri tali da averlo fatto prevalere alle ultime regionali del 2005 in Calabria, Puglia, Campania, Basilicata e Abruzzo. E anche dove perde, come accaduto nel Molise alle regionali del 2006, la sconfitta avviene con percentuali che disegnano distacchi normali, facilmente colmabili la prossima volta. Così come la prossima volta, e già probabilmente si comincerà con l´Abruzzo tra qualche mese, ci sarà il verosimile ritorno del centrodestra in alcune di quelle Regioni (Calabria, Campania, Puglia). Niente di sconvolgente, normale alternanza. Stesso quadro, abbastanza monocromatico, ma non nel senso che ci aspetteremmo, nei comuni capoluogo delle stesse regioni. A Bari il sindaco è del Partito democratico, così come a Napoli, a Potenza, all´Aquila e a Campobasso. Se consideriamo anche la Sardegna, Regione autonoma come la nostra, facente parte del Mezzogiorno, anche in questo caso il governatore è di centrosinistra. Infine non si può dimenticare la lunga stagione di Italo Falcomatà, amatissimo sindaco di centrosinistra di Reggio Calabria, che vinse le elezioni dal 1993 al 2001, unico eletto per tre volte consecutive. Perché in tali realtà meridionali, non parliamo di Emilia-Romagna, Toscana o Umbria, il voto non conferma sempre, anzi nell´ultimo decennio smentisce, la vocazione verso destra dell´Italia? L´analisi andrebbe fatta caso per caso, ma il dato che emerge è molto chiaro. Se può essere verosimile che il nostro Paese, nelle sue linee generali sociali e politiche, è polarizzato verso il centrodestra, la Sicilia sfugge a qualsiasi comparazione con altre realtà, anche con quelle a essa più vicine, dove invece è facile che si verifichi l´alternanza tra i due schieramenti. E la cosa riguarda non solo il voto comunale o regionale, ma anche quello politico. Se infatti osserviamo i dati della Camera delle ultime elezioni, scopriamo che nelle altre regioni meridionali il centrosinistra, inteso come Partito democratico e Italia dei valori, va dal 32,7 per cento del collegio Campania 2 al 45,6 del collegio molisano. Vince in Basilicata e Molise, arriva vicinissimo al centrodestra in Sardegna e Abruzzo. E anche dove perde con numeri consistenti, non fa mai registrare il quadro siciliano. In Sicilia la stessa coalizione più rappresentativa del centrosinistra ottiene, come dato più alto, un 29,7 per cento nel collegio occidentale e un ancor più deprimente 28,1 per cento in quello orientale. Mentre il centrodestra, che nelle altre regioni del Sud ottiene una media vicina al 45 per cento (dal 37,6 per cento della Basilicata al 51,6 per cento del collegio Campania 2), in Sicilia raggiunge quota 56,9 per cento (collegio Sicilia 2). Mi pare che ce ne sia abbastanza per continuare a riflettere sulla "particolarità" dei comportamenti elettorali del popolo siciliano. Difficilmente spiegabili affermando che l´Italia è un Paese innamorato della destra.

sabato 27 settembre 2008

Regione Siciliana: parentopoli o normalità?

LA REPUBBLICA PALERMO SABATO 27 SETTEMBRE 2008

Pagina XXIII
LA SINDROME DEI REGIONALI
FRANCESCO PALAZZO


Alla Regione ci sono circa 21 mila impiegati. Avere un enorme bacino di risorse umane al quale attingere dovrebbe rendere sereno chiunque si metta alla guida del governo dell´isola. Una parte non irrisoria di questi dipendenti si trova imbarcata a vita non in conseguenza di concorsi pubblici, ma per i più svariati motivi. Comunque sia, si è giunti a tale numero esorbitante. Invece di mettere un punto, si affidano incarichi a esterni. Con il risultato di allargare sempre più i cordoni della spesa per il pagamento degli stipendi. Un padre di famiglia si stupirebbe di tale comportamento. Se in casa c´è una risorsa in abbondanza si utilizza quella. Nessuno comprerebbe sempre lo stesso oggetto, stipando lo sgabuzzino sino a farlo scoppiare. Bisogna aggiungere i comandati da altre amministrazioni, spesso arruolati come dirigenti e perciò con contratti non da soglia di povertà. Alla Regione c´è un dirigente ogni otto impiegati. In linea di principio non si può affermare che gli esterni e i comandati non apportino professionalità. Se però le loro competenze coincidono con curriculum assolutamente ordinari, capite bene che se ne possono trovare anche tra i 21 mila di prima. Che, in più, hanno un´esperienza maturata negli anni in settori importanti. Basta cercare queste persone tra gli strutturati, dirigenti o semplici impiegati che siano. Ci sono. Si è mai visto un assessore che il giorno dopo il suo insediamento cominci con un´operazione di questo tipo? Eppure basterebbe dedicare a tale attività di cernita e valutazione non più di due mesi di lavoro. Completato il quale, si potrebbero censurare i più lavativi, con immediate ripercussioni sulle posizioni giuridiche e sugli stipendi, e premiare i più bravi, facendoli progredire giuridicamente e provvedendo a farli guadagnare secondo i loro meriti. Non parliamo di misteri religiosi, ma di una procedura normale. Perché in Sicilia non si può vivere la normalità? Se si procedesse in tal senso, sarebbe davvero impossibile, anche per banali ragioni statistiche potendo scegliere su 21 mila soggetti, ricorrere a esterni. Certo, se un genio bussa alla porta, è corretto impiegare risorse finanziarie per non farlo scappare. Ma le polemiche di questi giorni, senza offesa per nessuno, girano intorno a biografie geniali? Dobbiamo completare il quadro. Non è che le cose vadano meglio tra gli strutturati, gli interni, chiamati a lavorare negli uffici di gabinetto, nelle direzioni, negli uffici speciali, nelle società partecipate, dove si può arrivare a raddoppiare lo stipendio. Anche qui le segnalazioni «politiche» si sprecano. Del resto, per i partiti, per gli onorevoli dell´Ars (anche dell´opposizione?), per gli eletti negli altri livelli di rappresentanza, forse pure per qualche sigla sindacale, è molto importante avere gente fidata, interni o esterni poco importa, nei posti giusti, dove il potere regionale prende le vere decisioni. Una cosa è sicura. Una ripresa dell´amministrazione regionale passa dalla volontà di predisporre e attuare una rigorosa riforma del pubblico impiego. Allo stato attuale, i siciliani, la Sicilia, non ci guadagnano niente. Né dalle polemiche, presto inghiottite dalla quotidianità. Né dal giusto tentativo, estemporaneo poiché non inquadrato in un piano di modifiche globali, di favorire il calo delle assenze. Le quali sono solo una spia che tornerà a lampeggiare e non il problema. In un contesto dove i più bravi venissero premiati e i fannulloni fossero marginalizzati, i primi prevarrebbero, trascinando molti di coloro che attualmente lavorano poco e male. E allora la presenza in ufficio non sarebbe determinata dalla paura dei controlli, che aumenta la quantità e non la qualità, ma dalla certezza di essere valorizzati per quello che si è e per quanto si dà. Per attuare ciò non ci vuole l´apporto di grandi cervelli. Ma il coraggio della normalità di chi sa dove mettere le mani. L´altro giorno un interlocutore chiedeva perché questo sistema tiene. La risposta, al momento, è che ognuno prende ciò che può, nessuno è così veramente scontento da pensare di modificare lo stato delle cose. Come diceva quell´uomo politico: «la pentola deve bollire per tutti, altrimenti la pasta non si cala». E siccome la pentola continua a bollire un po´ per tutti, anche se c´è chi prende il polpettone e chi i rimasugli o solo il brodo, nessuno osa spegnere il fuoco per vedere cosa c´è dentro.

venerdì 19 settembre 2008

Sicilia: impiegati regionali in salute


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 19 SETTEMBRE 2008

Pagina XXIII
RUOLO E SALUTE DEI REGIONALI
FRANCESCO PALAZZO


Non c´è dubbio che l´effetto annuncio, in qualsiasi campo agisca, basta da solo a modificare lo stato di qualsiasi aggregato sociale. Se poi all´annuncio segue qualche impulso tendente a confermare il senso dell´operazione, ecco l´impressione che l´iniziativa in questione sia riuscita. Almeno per quanto riguarda la superficie del problema, perché in realtà, come in tutte le cose, ciò che importa davvero è la sostanza. L´annuncio che i dipendenti regionali si ammalino di meno, dopo la giusta stretta legalitaria messa in campo dal governo regionale, offre agli occhi dell´opinione pubblica, che si abbevera copiosamente e distrattamente dei soli titoli dei giornali, un fatto. Che, preso fuori dal contesto di riferimento, appare estremamente positivo. Il punto è capire cosa se ne faranno i siciliani di tanti impiegati sani come pesci. Questo dovrebbe dircelo la politica. È compito preminente dell´azione politico-amministrativa il volgere qualsiasi condotta, dalla fase della repressione emergenziale - una precondizione che pure ci vuole ma che rinvia la soluzione dei problemi - a un altro momento, che dovrebbe divenire strutturale. Quello in cui i cittadini hanno la certezza che un apparato amministrativo risponda stabilmente, senza sprechi e buchi neri, e al di là della buona volontà dei singoli, a criteri di efficienza e competenza. Sull´argomento, purtroppo per noi, la politica ha sinora avuto poco da dire e da proporre. Ora pare, ma siamo ancora alle dichiarazioni d´intenti e non è la prima volta che le sentiamo, che si voglia ricorrere a incentivazioni economiche e di carriera. Ci auguriamo non a pioggia per tutti e nella speranza che si abbia la consapevolezza che certe riforme non sono a costo zero. In periodo di vacche magre, forse sarebbe meglio dire prima dove si prenderanno i soldi e poi promettere modifiche. A ogni modo, il vero schiaffo per gli assenteisti malati immaginari, per coloro che usufruiscono allegramente di vari istituti, sui quali pochi controlli sono effettuati, o semplicemente per quelli, pur presenti, che non ne vogliono sapere di lavorare, non è quello di soggiornare per forza in ufficio o di stare più attenti nell´avere le carte formalmente in regola. Ma di vedere, concretamente, con effetti immediati sulla busta paga, che i più bravi e meritevoli, valutati magari da organismi esterni alla Regione e misurati in base a quanto hanno prodotto negli anni qualitativamente e quantitativamente, vanno avanti, scalano i gradini dell´amministrazione, guadagnano di più. Questa sì che sarebbe una rivoluzione. Perché, diciamolo francamente, quale soddisfazione può avere chi fa il proprio dovere tra gli impiegati regionali, quando continua a vedere che, pur in mezzo a controlli serrati che dichiarano tutti abili e arruolati, non c´è nessuna soluzione di continuità al livellamento verso il basso che regola la vita di impiegati e dirigenti? Quelli o quelle che s´impegnano all´interno degli uffici, e che notano tuttavia che uguale trattamento economico e giuridico è riservato anche a coloro che aspettano solo lo stipendio a fine mese e il compimento dell´orario a fine giornata, si sentiranno forse meglio nel sapere del calo in termini percentuali dei congedi per malattia? E come si sentiranno i siciliani quando qualcuno dirà loro, se agli annunci seguirà il nulla, che sinora poco è cambiato, andando alla polpa e lasciando stare l´osso, dentro la struttura elefantiaca rappresentata dall´amministrazione regionale? Prendiamo atto delle intenzioni dell´amministrazione. Vedremo in futuro. Ci si aspetterebbe una risposta di livello dei sindacati, che incoraggi fattivamente tale percorso, scoprendo le vere intenzioni del governo su tale cruciale tema. A oggi non sembrano giungere consistenti e omogenei segnali positivi, tranne la polemica sterile sull´attendibilità o meno delle statistiche governative riguardanti le assenze. A tutte le parti in causa deve però essere chiaro che il vero cambiamento passa dall´abbattere quel clientelismo scientifico, di massa, perciò senza meritocrazia, annidato spesso anche nella composizione degli uffici di gabinetto, della più grande industria siciliana.

venerdì 12 settembre 2008

Seminare disagio, raccogliere brutta politica e criminalità


LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 12 SETTEMBRE 2008
Pagina XIII
LE CASE SBAGLIATE DELLA PERIFERIA
Francesco Palazzo

Sul versante emergenza casa apprendiamo, dopo un mese e mezzo di occupazione, degli sgomberi degli abusivi allo Zen 2 e, contemporaneamente, della difficoltà di assegnare un alloggio degli undici in questione, rimasto vuoto perché nessuno vuole abitarvi. Alla fine, se capiamo bene, le abitazioni dovrebbero essere 122. Immaginiamo la guerra che si scatenerà, tra assegnatari e irregolari, quando anche le altre 111 case cominceranno a essere definite. Sembra quasi un fatto normale e invece è incredibilmente insopportabile che si consegnano, a lavori ancora da ultimare, i dieci appartamenti alle famiglie assegnatarie, affinché queste evitino altre occupazioni. Infine c´è chi, tra gli sgomberati, afferma con rabbia che «vogliono la legalità, ma allo Zen tutto ha un prezzo, anche le case popolari sono in vendita con prezzi in nero che arrivano fino a quarantamila euro». Un quadro abbastanza desolante. Il quale è appeso a un´unica domanda: perché si continuano a costruire case in quartieri come lo Zen, e in altri posti simili, accrescendo situazioni d´illegalità diffusa e palese che ben conosciamo? A Palermo, ma il discorso vale per altre medie e grandi città siciliane, i siti dove è davvero difficile vivere una vita che abbia, almeno, i minimi connotati di civiltà e di sicurezza necessari, non sono pochi. Una politica attenta, prendendo atto di questo stato di cose, dovrebbe tentare, piuttosto che aggravare situazioni già pesantissime con nuovi insediamenti abitativi, un recupero del già esistente con programmi a media e a lunga scadenza. Prendendo atto, per le nuove esigenze di edilizia popolare, degli errori commessi in passato. Quando si è pensato, seguendo chissà quali criteri urbanistici, che poteva rivelarsi una buona soluzione quella di creare dei quartieri, belli magari sulla carta, ma che presto si sono trasformati, e non ci voleva molto a prefigurarselo, in non luoghi. Quest´ultima affermazione fatta con tutto il rispetto umano verso le persone che si trovano a vivere in determinate condizioni. Le quali persone non sono peggiori di altre. Avevano e avrebbero solo diritto, soprattutto le giovani generazioni, ad ambienti dove fare uscire il meglio di sé. Ottengono, al contrario, palestre di marginalità, dove è più bravo chi riesce a mettere in scena ciò che di più brutto riesce a esprimere. Ma una politica disattenta - ed è, lo capite, un pietoso eufemismo - non solo ha creato e continua a incrementare situazioni che non possono sfociare in nulla di buono. È stata anche capace di aggravare condizioni già molto difficili di altri quartieri storici periferici. Nei quali, sempre sull´onda di un´emergenza abitativa che viene da lontano, non si è riflettuto molto sulle conseguenze fatali che potevano scaturire dall´impiantare, dentro interi palazzoni, sfrattati dei centri storici, in rioni dove già le cosche mafiose facevano, per intero, il loro dovere. Un esempio, solo uno tra i tanti, è quello del quartiere Brancaccio. Dove, all´inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, furono inviate tantissime famiglie disagiate. Creando di fatto, al di là delle colpe individuali e nel rispetto delle famiglie che vivono dignitosamente, un´ulteriore e sicura sacca di riserva per la manovalanza delle cosche mafiose del luogo e un innalzamento del traffico di droga e della criminalità spicciola dedita a vari reati. Dentro questa tenaglia, fatta di grande criminalità e di ordinaria delinquenza, presenti anche allo Zen e in altri spazi al margine di questa città, rimase infine stritolato don Pino Puglisi. Che proprio a Brancaccio, segnatamente per il recupero di quella zona degradata, svolse gli ultimi anni del suo presbiterato. Il 15 settembre ricorderemo il quindicesimo anniversario del suo omicidio per mano mafiosa. Anche se ormai dovrebbero essere chiaro che le mani mafiose colpiscono dopo che altri hanno ben dissodato il terreno. E il terreno si prepara, anche, creando e alimentando non luoghi. In cui l´esistenza diventa presto non vita. Che la mafia militare e la mafia politica comprano a prezzi stracciati.

domenica 24 agosto 2008

Sicilia: politica con mani e piedi legati


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 23 AGOSTO 2008
Pagina I
Le idee
Chi lega le mani e i piedi ai politici

FRANCESCO PALAZZO


Una delle frasi di commiato del questore Giuseppe Caruso, che lascia Palermo per Roma, sarebbe da incorniciare per come, in maniera sintetica, descrive la situazione politica siciliana. Commentando gli indubbi successi repressivi contro Cosa nostra degli ultimi tempi, nel riferirsi all´azione politico-amministrativa della maggior parte delle istituzioni rappresentative siciliane, afferma che «ci sono politici che hanno mani e piedi legati: devono avere più coraggio e agire in assoluta libertà». Chi lega la politica siciliana e le impedisce di fare per intero il proprio dovere? Si potrebbe facilmente rispondere che sono i legami con la mafia, visibili e meno palpabili, quelli che frenano, imbrigliano, ritardano, paralizzano molti uomini e donne, certi partiti o frange consistenti di determinate formazioni politiche, un buon numero di istituzioni e governi locali. E, in piccola parte, ciò corrisponde al vero. Ma c´è, e secondo noi è la porzione più consistente, una politica siciliana che ha le mani e i piedi legati, o vuole mostrare di averli, per trovare alibi all´inconsistenza amministrativa che la caratterizza, all´incapacità di governo che manifesta, alla scarsa progettualità politica che riesce a mettere in campo, in quest´ultimo caso, sia che governi sia che si trovi all´opposizione, per motivi più interni alla stessa azione politica e amministrativa. Abbiamo, in sostanza, sempre più l´impressione che l´azione politica, certo non di tutti ma della maggior parte degli eletti ai diversi livelli di governo nell´Isola, sia caratterizzata dall´incanalamento, a volte legittimo, spesso abbastanza ambiguo se non illegittimo, delle risorse pubbliche a vantaggio dei pochi che riescono ad afferrare il mantello di questo o quel potente. Che ha il potere di aprire e chiudere i cordoni della spesa, di conoscere la via per arrivare a un posto di lavoro foraggiato dal pubblico e non sempre essenziale alla collettività. Se questi sono i principali obiettivi della politica in Sicilia, vuol dire che il tempo per amministrare la cosa pubblica in maniera virtuosa e trasparente sarà sempre meno, il coraggio e la libertà auspicati dal questore latiteranno sempre più. Tutte le migliori energie mentali e fisiche verranno indirizzate a privilegiare, in termini di accesso ai santuari della spesa pubblica, la vera cosa che conta a certi livelli, il proprio pezzo di tribù politica, la propria corrente, la corte più o meno nutrita che gira intorno a questo o a quel deputato, consigliere provinciale, comunale o semplicemente circoscrizionale. Allora è normale apprendere, e dovrebbe invece creare scandalo, che questo o quel vertice della burocrazia regionale, sanitaria, comunale, provinciale è legato a questo o a quel potente. Ci chiediamo: se un alto dirigente dovrà rispondere del proprio operato a chi è in grado di salvaguardarne la carriera, avrà o no le mani e i piedi legati nell´attività amministrativa che dovrebbe svolgere a solo esclusivo vantaggio della collettività? E se il politico che lo garantisce, e può o meno rimuoverlo, non dovrà guardare all´efficacia e all´efficienza del suo operato, ma soltanto alla sua fedeltà alla casacca politica che indossa, avrà o no anch´egli mani e piedi legati? La risposta alle due domande è scontata. Il questore uscente ha individuato il nodo cruciale della vita pubblica siciliana: una politica e un´amministrazione dalle mani legate, non solo per il rapporto con la mafia, è la vera palla al piede della Sicilia. Come fare a sciogliere questi nodi tragici che legano tante mani e tanti piedi non è purtroppo all´ordine del giorno della stragrande maggioranza dei siciliani. I quali vogliono, è bene dirselo senza ipocrisie, che quelle mani e quei piedi rimangano legati. Ciò serve a rispondere meglio ai bisogni clientelari di un popolo che continua a non chiedere altro alla politica.

Turisti e mafia: lupare o libri?


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 17 AGOSTO 2008

Pagina XVI
COPPOLE E FICHIDINDIA LA MAFIA PER I TURISTI
FRANCESCO PALAZZO


Passeggiando per Erice, ma accade anche in altri luoghi strategici del turismo siciliano, non ci si fa quasi caso. Tuttavia capita di distogliere lo sguardo dalle bellezze urbanistiche, artistiche e paesaggistiche e di notare che quasi tutti gli esercizi commerciali vendono una miriade di souvenir aventi come soggetto la mafia. Non sappiamo che mercato abbia tale merce, che presa possa avere sul viaggiatore americano, inglese o danese o sugli stessi italiani non siciliani. Difficilmente ci è capitato di vedere negozianti incartare questi ricordi "particolari" della Sicilia. Se ne trovano per tutti i gusti. Le statuette della mafiusa e del mafiusu, con l´immancabile lupara sotto il braccio, sono offerte in tutte le salse, pure dentro le classiche boccette di vetro, quelle che capovolte danno la romantica percezione della neve che scende a fiocchi. Sulle magliette, poi, si possono leggere scritte di tutti i tipi. Si va dal rinomato «non vedo, non sento e non parlo», alla frase «lupara, tecnologia sicula è», passando dagli immancabili «omu di panza sugnu» e «baciamo le mani». La donna sicula, in tale iconografia, è rappresentata con il seno grosso, baffuta, il sedere superdimensionato e il grembiule casalingo. L´uomo in divisa da combattimento con la coppola d´ordinanza. Alle spalle dei soggetti il ficodindia, simbolo eterno della Sicilia che non cambia. Tanto che, negli anni Cinquanta, uno storico fotocronista palermitano, constatando la propensione dei quotidiani a pubblicare foto di omicidi solo se sullo sfondo c´era un ficodindia, se ne portava sempre uno di cartapesta nel bagagliaio dell´auto, tirandolo fuori quando arrivava sulla scena del delitto.Anni lontani. Vicina rimane l´esigenza di vendere un´Isola fatta di immaginette, dove della mafia non sono fornite chiavi di lettura che possano far capire al turista di cosa si parla, ma soltanto visioni stereotipate. Le quali, più che mettere ironicamente alla berlina i mafiosi e quanti ci vanno appresso, imbalsamano un´istantanea sempre uguale a se stessa: il mafioso è solo chi spara, colui che si esprime in un certo modo vestendo determinati abiti, che si accompagna a una consorte fotocopia, brandendo il fucile a canne mozze da mattina a sera. Insomma, al visitatore si suggerisce che basta guardarsi dal fucile puntato in mezzo agli occhi e poi può andare tranquillo, la mafia non potrà più scorgerla in alcun luogo. Tale raffigurazione è impressa nell´oggettistica più varia. Troviamo il tamburello, il guantone, l´adesivo, l´apribottiglia e via seguendo. Si può ipotizzare che dietro tali proposte di acquisto non ci sia in fondo un vero interesse commerciale, ma proprio una predisposizione culturale degli stessi siciliani o della maggior parte di essi. A chi viene da fuori si vuole comunicare che la mafia non è quella cosa terribilmente seria, complessa, strutturale, non emergenziale che abbiamo imparato a conoscere meglio negli ultimi trent´anni. Ma un fatto di pura folkloristica violenza, che si può proporre negli scaffali tra un vaso di ceramica e una collanina di perle. Mentre argomento mentalmente queste idee, entro in una libreria e vedo l´opuscoletto di Augusto Cavadi (dell´editore trapanese Di Girolamo) "La mafia spiegata ai turisti", tradotto in sei lingue. Il senso dell´operazione è esattamente l´opposto. Quasi al prezzo di uno solo dei tanti ricordini che dicono niente sulla criminalità organizzata siciliana, si danno poche ma fondate informazioni sulla mafia e sull´antimafia. Souvenir inutili o un piccolo utile libretto. Due modi profondamente diversi per ricordarsi dell´Isola quando si tornerà a casa. I primi continueranno ad alimentare l´ignoranza, il secondo contribuirà a far capire un po´ di più la Sicilia e i siciliani.

venerdì 8 agosto 2008

La Palermo provinciale alla corte del sultano

LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ 08 AGOSTO 2008
Pagina I
LA SANTUZZA SURCLASSATA
FRANCESCO PALAZZO

Dunque, il grande evento dell´estate palermitana è l´arrivo del sultano dell´Oman. Il carro di Santa Rosalia, appena festeggiata, è stato surclassato dallo sfarzo del panfilo reale. I palermitani, pratici come sono, alla Santuzza chiedono il grande miracolo, sapendo che difficilmente si verificherà. Ma al ricco monarca rivolgono più prosaiche e immediate istanze. Su tutte spiccano le richieste di lavoro. Eppure ci sono state recentemente le elezioni regionali. Evidentemente queste persone non hanno sostenuto i candidati giusti. Ve n´erano alcuni che sul mercato del lavoro in Sicilia contano, con tutto il rispetto, più di un sultano. C´era chi addirittura si aspettava che il re, come nelle fiabe che si raccontano ai bambini per farli addormentare la sera, non appena arrivato al porto si prodigasse a lanciare sulla folla banconote e regali. Non c´è solo l´ingenuità popolare. Pure il mondo del commercio ha sentito fortemente il richiamo del grande evento. Le cronache raccontano di molteplici doni giunti sino al porto e rispediti ai mittenti. C´è pure chi ci ha provato, invano, con gli ormai pericolosissimi cannoli. Tuttavia i titolari degli esercizi commerciali che vendono le marche più prestigiose si dicono contenti degli incassi di questi giorni. Lievitati sensibilmente per lo shopping delle centinaia di persone al seguito del sovrano omanita. Come se Palermo non fosse la quinta città di uno dei Paesi più industrializzati al mondo, dove l´economia non dovrebbe attendere lo zio d´America (in questo caso d´Arabia), ma uno dei più poveri centri abitati del Corno d´Africa. Deve essere davvero grave la situazione economica a Palermo, se anche in pieno periodo di sconti il commercio delle vie centrali si trova ad aspettare con trepidazione e speranza, a quanto pare ripagate, gli acquisti generosi dei ricchi arabi. Che dire poi dei politici che rappresentano le pubbliche istituzioni? Anche loro attendono e auspicano omaggi in favore della Sicilia. Ci si spinge a chiedere cavalli di razza bianca che servirebbero a ripopolare l´istituto ippico regionale. Ma la Regione non ha i soldi per comprarli, questi cavalli, se sono davvero utili? O deve attendere il grande benefattore? Insomma, da qualsiasi parte si guardi la cosa, i diversi ambienti della nostra città, quello popolare, quello commerciale e quello politico-istituzionale, stanno facendo a gara per dare un´immagine davvero provinciale della nostra terra. Come se fossimo, appunto, l´ultima provincia del mondo e non un luogo che per storia, tradizioni, cultura e, perché no, democrazia vale molto di più di un panfilo, pur megagalattico, e di un certo numero di lussuose automobili messe in bella mostra ai suoi piedi. Ma tant´è. Questo passa il convento. E se non c´è di meglio in città, va bene pure divertirsi come un tempo. Quando le giostre e i venditori ambulanti soggiornavano per giorni nei paesi dell´interno durante le feste patronali. In quei momenti si poteva vivere diversamente, immaginando una realtà meno grama di quella quotidiana. Una volta, a Palermo, in questo periodo si poteva apprezzare la programmazione estiva messa su dalle istituzioni pubbliche, Comune in testa. Oggi non rimane che guardare da lontano, dietro le transenne, come tanti improvvisati mendicanti, il lusso esagerato che una democrazia non può e non deve permettersi. Quando il monarca sarà lontano, l´ultimo pezzo d´estate palermitano scivolerà via nella consueta routine. Dopo che il panfilo salperà assieme al sovrano e alla sua corte, non ci rimarrà che scegliere, questa volta non dietro le transenne ma in diretta, tra il cantiere delle case popolari in costruzione occupato allo Zen e la cattedrale che rischia di cadere a pezzi.

lunedì 4 agosto 2008

Palermo: ZTL, Londra, Cavour e Garibaldi


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 02 AGOSTO 2008

Pagina I
La polemica
Il tramonto delle Ztl, la politica indecente
FRANCESCO PALAZZO


I cartoncini delle Ztl, ormai teoricamente inutili dopo la sentenza del Tar ma ancora in grado di tornare fondamentali a seguito del pronunciamento settembrino del Cga, non sono spariti dalle auto dei palermitani. Molti li tengono ancora incollati sui parabrezza, ben protetti nel loro involucro di plastica, come se niente fosse accaduto. Forse sono i più saggi. Qualcosa ci dice che la storia non si è ancora chiusa. Altri hanno preferito una sistemazione più sobria, meno vistosa ma sempre attendista, e li hanno spostati nel vano portaoggetti, dentro l´involucro che contiene libretto e documenti assicurativi. Quelli più ansiosi li hanno sistemati nel risvolto interno del parasole, lato autista, più a portata di mano per ogni evenienza operativa. A occhio e croce, coloro che hanno fatto abbandonare le macchine ai preziosi tagliandi di un tempo recente non dovrebbero essere molti. Il siciliano ormai sa che niente è più eterno dell´incerto e del momentaneo, anche quando è messo in discussione o cancellato dall´autorità costituita. Anzi, forse è proprio in quel momento che comincia a vivere vita vera. Nel frattempo il comune annuncia rimborsi e c´è pure un sito (www.rimborsoztl.com) dove gratuitamente vengono fornite indicazioni per rientrare in possesso dei soldi spesi per il mitico cartoncino.Chi non si pone nessun problema è quella fascia, non vasta ma rappresentativa, di palermitani automuniti che non si è fatta travolgere dalla frenesia del mettersi a posto e non è incappata nelle insostenibili code che ancora ricordiamo. Questi hanno atteso la sentenza del Tar e per qualche settimana, dopo la fine (chissà) della storia, hanno preso bonariamente in giro amici, conoscenti, colleghi e familiari che non avevano saputo resistere alla tentazione di dotare il proprio bolide dell´ultimo ritrovato in grado di farlo transitare più fiero e sicuro di sé. Ironia a parte, questa delle Ztl può sembrare una cosa seria se guardiamo soltanto il nostro brodo di coltura, che dovrebbe essere quello di una delle più grandi città italiane e invece, nella sostanza, è talmente provinciale da non fare più notizia oltre lo Stretto. Te ne accorgi quando varchi i confini nazionali per immergerti nel clima di una grande capitale europea come Londra. Per una settimana vedi una città sterminata piena di autobus che passano ogni tre minuti, un fiume di taxi, tanta gente in bici e pochissime auto private. Ti chiedi: sono cose dell´altro mondo o si potrebbero fare anche da noi? E pensi anche che lì, dal punto di vista amministrativo, poco importa se siano i laburisti o i conservatori a governare. A quelle latitudini la cosa pubblica è sganciata dagli interessi delle tribù, dalle correnti politiche fameliche, dagli appetiti personali smodati e dagli interessi privati, palesi e occulti, che girano intorno alla spesa pubblica. Ripiombati a Palermo, ci pare che nulla sia cambiato dal 20 giugno scorso. Quando leggevamo la notizia della protesta di un sindacato. Denunciava che i mezzi dell´Amat circolanti erano passati da 330 a 230. Piuttosto, in un ambito più generale ma fortemente significativo, si aggiunge un altro tassello. Solo dopo un estenuante braccio di ferro, il bilancio del Comune ha passato il vaglio della consistente maggioranza politica che governa Palazzo delle Aquile. Le diverse anime che la compongono non trovavano l´accordo perfetto sui posti da spartirsi. Dalla giunta provinciale a quella comunale, sino ad arrivare alle società partecipate. Forse, più che le Ztl, da noi ci volevano e ci vorrebbero le Zpd: zone a politica decente. Ma siccome siamo furbi, per parlar d´altro, ce la prendiamo con Garibaldi e Cavour. Pensavamo da tempo che i mandanti occulti della brutta politica siciliana fossero notissimi insospettabili.

mercoledì 30 luglio 2008

Legalità e percorsi collettivi


REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 30 LUGLIO 2008
Pagina I
L´analisi

Attenti a non ammainare la bandiera della legalità
FRANCESCO PALAZZO

Quando una parola diventa d´uso comune in un determinato e ristretto contesto sociale, rischia di diventare, dopo anni che la si usa in tutte le salse, solo un vuoto simulacro. Per decenni corre in bocca a tutti gli esponenti di quello spaccato socio-politico. Ecco che allora c´è chi comincia a denunciarne, dall´interno di quel gruppo, il suo superamento, il logoramento, quasi la banalità. È questo il caso della parola legalità? Può essere. In effetti la parola, dalle stragi del 1992, ha trovato cittadinanza. Ne parlano alcuni parroci nelle omelie, quasi tutti i rappresentanti di partito, tanti insegnanti nelle scuole, un discreto numero di donne e uomini eletti nelle istituzioni rappresentative, determinati vertici del mondo imprenditoriale, l´associazionismo, altri settori della vita pubblica e un nutrito plotoncino di singoli. A voler essere generosi, oltre le parole, non più di cinquemila persone su cinque milioni di siciliani ne hanno fatto uno stile convinto di vita. Anche nei convegni, frequentati a turno dai cinquemila e non dalla massa, la legalità viene da tanto tempo celebrata in varie forme. Pure da chi se ne tiene sistematicamente ben lontano. Effettivamente questa sbornia della parola può provocare legittimamente, in alcuni che girano nel mondo dei cinquemila, quasi la nausea nei confronti di un concetto più teorizzato che praticato. E dunque, così stando le cose, pare che della parola ci si possa facilmente sbarazzare, cambiandola con nuove denominazioni. Una di queste è l´educazione alla cittadinanza. È ciò che suggerisce Giovanni Fiandaca da queste colonne in un articolo pubblicato sabato scorso, che aveva come sfondo l´educazione antimafia da proporre nelle scuole. Nell´interessante e stimolante intervento, egli si chiede se basta la mera osservanza delle leggi, ossia un comportamento basato sul rispetto giuridico della norma, a fare un buon cittadino. La sua risposta è no, nel senso che legalità e moralità personali non sempre coincidono. Personalmente a questa posizione, che da un po´ di anni si fa spazio nel dibattito pubblico, ho sempre risposto con una domanda: ma siamo sicuri che almeno la sola idea di legalità sia stata così bene assorbita dal popolo siciliano, tanto che se ne può proporre il suo superamento? La risposta è scontata: un larghissimo strato della società siciliana, a volere essere ottimisti potremmo parlare del 95 per cento, non considera, neppure per via teorica, il semplice rispetto delle norme come un valore in sé, cioè come un elemento costitutivo della propria esistenza in questa regione. Perciò ci si può chiedere: è conducente abbandonare, introducendo l´idea più complessa ed evoluta di educazione alla cittadinanza responsabile, un concetto, quello della legalità, condiviso solo da una piccolissima minoranza di siciliani? Io credo che sia un errore. Anche se, facendo parte di una minoranza che già ha percorso molta strada partendo dal semplice ragionamento legalitario, può sembrare quasi logico e necessario farlo. Ma dobbiamo pensare che la Sicilia potrà migliorare solo facendo ricorso a frange minoritarie che sono già al di là del guado? Oppure, prima di proporre altri schemi, ci deve interessare che quasi tutti i siciliani facciano un utilizzo quotidiano di tutto ciò che attiene al rispetto delle regole della civile convivenza? Credo che ci debba importare, esclusivamente, la risposta positiva a quest´ultimo interrogativo. In quanto al resto, dibattiamo pure, ma con i piedi ben piantati per terra. Tenendo presente che nei quartieri periferici e degradati della Sicilia non si è cominciato neanche a parlare di legalità. Come si fa a proporre il suo superamento a chi non è ancora arrivato a una tappa? Quando ci troveremo di fronte a una regione in cui il rispetto delle regole minime sarà pane quotidiano per la stragrande maggioranza (e da ciò passa molto della lotta alla mafia), potremo iniziare a spostare gli orizzonti verso nuove e più che condivisibili conquiste di civiltà sostanziale.