giovedì 20 dicembre 2007

Gli alibi della cattiva politica

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 19 DICEMBRE 2007

Pagina XV
L´alibi della cattiva politica è dare la colpa agli altri
FRANCESCO PALAZZO





Scaricare le responsabilità politiche sulle istituzioni immediatamente sovraordinate è uno sport diffusissimo in Sicilia. Sin dove può arrivare questo modo di fare, che si può benissimo definire a scatole cinesi, non c´è modo di definirlo una volta per tutte. Prendendo a prestito un adagio popolare, potremmo ben dire che in questo campo al peggio non c´è mai fine. Il governo regionale e il parlamento siciliano non riescono a cavare un ragno dal buco sgovernando e non mettendo in essere i provvedimenti legislativi di cui avrebbe bisogno la Sicilia? Ecco che, invece di ammettere le proprie responsabilità, la classe politica che governa la Sicilia, disponendo peraltro una corposa maggioranza, non trova di meglio che prendersela con il governo Prodi. Che non darebbe alla Sicilia quanto avrebbe bisogno in termini di risorse. Come se nella nostra terra non fossero giunti, dall´istituzione dell´autonomia a oggi, fiumi di denaro. Come sono stati spesi, o meglio dilapidati, è sotto gli occhi di tutti. Ma tant´è. La frase che disimpegna, che giustifica, che crea alibi, inconsistenti quanto ben spesi nei confronti dell´opinione pubblica, è sempre la stessa. A Roma ci trattano male. E spesso tale asserzione è utilizzata pure da esponenti politici siciliani contro i governi dello stesso colore. L´importante è togliersi d´impiccio nelle situazioni più fastidiose. La regola vale anche per i governi nazionali. Quando c´è un deficit d´azione politica e si deve prendere qualche decisione impopolare, il ritornello che si attiva automaticamente è conosciuto: c´è lo impone l´Europa. E, a questo punto, non c´è modo di replicare. Tornando a noi, non è difficile vedere sindaci siciliani, assessori, consiglieri comunali, di amministrazioni civiche piccole e grandi, prendersela con la Regione per mettere una pezza su quanto non hanno la capacità di fare o di programmare con i mezzi, e non sono pochi, di cui già dispongono. Dove però lo show raggiunge livelli tra il comico e il surreale è nei consigli circoscrizionali. Sappiamo che sostanzialmente sono delle inutili e costose propaggini istituzionali. È vero che non hanno poteri né risorse finanziarie. Ma ciò non toglie che potrebbero organizzare, qualora lo volessero, iniziative politiche nel territorio di competenza a costo zero. Cosa che non avviene quasi mai. L´unico compito a cui assolvono tali organismi è quello di essere i terminali della spartizione delle cariche tra i partiti e luoghi di faide negli scontri per fazioni contrapposte all´interno delle formazioni partitiche. L´altro giorno, durante la presentazione di alcune iniziative volontaristiche di un gruppo di cittadini della seconda circoscrizione palermitana, che da anni stampano un giornale senza prendere soldi pubblici, hanno allestito un sito web e pubblicato un calendario, due consiglieri circoscrizionali, uno della maggioranza di centrodestra e uno dell´opposizione, hanno lanciato il solito grido di dolore. Se non riescono a realizzare un tubo, la colpa è dell´amministrazione comunale. I due, da veri tribuni del popolo, arringano la folla infreddolita con parole tanto roboanti quanto incomprensibili. E il bello è che il pubblico presente crede a tali rivendicazioni che nascondono un vuoto assoluto d´iniziativa politica. Il problema è proprio questo, che la tattica di scaricare su altri le proprie inconcludenze amministrative e politiche fa sempre presa sui siciliani. È un argomento che va a toccare, a qualsiasi livello venga agitato, quel vittimismo sicilianista di cui sono pieni i libri di storia e che ancora invade la nostra quotidianità. Basta leggere i giornali. Nel caso specifico, i nostri due consiglieri di circoscrizione parlano mentre i volontari aprono panettoni e predispongono bevande e altro cibo per festeggiare insieme ai convenuti. Evidentemente una circoscrizione non riesce a fare neanche questo. Anche per comprare dei panettoni e festeggiare con i cittadini ci vuole una delega del Consiglio comunale?

sabato 15 dicembre 2007

Palermo, un calendario senza maggiorate


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 15 DICEMBRE 2007

Pagina I

LA CITTÀ

Ogni mese un´immagine, da San´Erasmo alla Bandita

L´itinerario del degrado attraverso un calendario

FRANCESCO PALAZZO


A dicembre l´offerta di calendari per il nuovo anno è stratosferica. Le protagoniste più gettonate, si sa, appartengono all´universo femminile. Chissà poi dove vengono appesi questi calendari, in nessuna casa capita di vederne. È più facile trovare nelle cucine il calendario del supermercato di fiducia, della farmacia, del macellaio della strada accanto. I mesi in questi casi procedono senza scariche d´adrenalina. Anche i ristoranti dei cinesi omaggiano calendari contenenti i segni zodiacali della loro cultura. Una volta i barbieri porgevano furtivi il prezioso cimelio. Si trattava di calendarietti profumati, con signorinelle pallide in pose scollacciate. Un appuntamento fisso con il coiffeur di fiducia, dopo l´ultimo taglio o l´ultima barba prima delle feste. Allora il pudore vinceva su tutto, oggi si mostra quasi tutto. C´è chi riesce a mettere a nudo altre cose, che spesso guardiamo distrattamente. Ci ha provato la rivista palermitana "Maredolce", che presenta, insieme al sito giornalemaredolce.it e all´ultimo numero del giornale, il proprio calendario e una mostra di foto. L´appuntamento è per oggi alle 17 presso lo Stand Florio di via Messina Marine, 40, meglio conosciuto come "Tiro al piccione". Si tratta di dodici istantanee scattate da cinque fotografi (Inzerillo, Lena, Marguglio, Nastasi e Zanghì). Ritraggono luoghi di una fetta consistente di Palermo, ricadente nella circoscrizione della città che racchiude da una parte la Bandita e dall´altra l´Orto Botanico. Non sono sempre immagini belle da vedere. Basta guardare il mese di settembre per «ammirare» i rifiuti d´ogni tipo, compresi i copertoni di camion, che fanno bella mostra sotto gli archi romanici. Nella stessa foto si può vedere lo sfacelo in cui giace la vicinissima chiesa di San Ciro. Tutti e due i siti sono visibili all´imbocco dell´autostrada per Catania. Andando verso Ciaculli c´è una chicca quasi sconosciuta. È il Baglio di Santo Spirito (mese di marzo), già sede estiva dei monaci olivetani. C´è un incantevole baglio con un pozzo al centro e una strada alberata che nell´Ottocento portava i monaci direttamente al mare. Ecco, il mare, pur segnando tutto il litorale della circoscrizione sino a Sant´Erasmo, arrivando a lambire il Foro Italico e giungendo dall´altra parte sino alla Bandita, manca dal calendario. E non c´è perché ormai per gli abitanti della zona e per i palermitani tutti è come se non contenesse liquido, ma fosse la continuazione della terra. Un mare che non è più mare, tanto è inquinato per colpa del cattivo governo della cosa pubblica. Ci si può consolare tornando sulla terraferma e ammirando, siamo a gennaio, San Giovanni dei Lebbrosi. Non mancano Villa Giulia a luglio e l´Orto Botanico a febbraio. Tornando in periferia il mese di maggio ci mostra il Ponte dell´Ammiraglio. Costruito nel 1125 per oltrepassare il fiume Oreto, (che poteva essere un´altra istantanea del calendario se fosse ancora un fiume), passato ai posteri per le gesta garibaldine durante la presa di Palermo. Il mese di giugno è dedicato al famoso Castello della Favara. Gioiello arabo che poi i normanni ampliarono e trasformarono, aggiungendo la bella cappella di San Giacomo e Filippo, che troviamo nel mese di dicembre. Originariamente il castello era circondato da un lago e da giardini rigogliosi. Da molti decenni si parla di recuperare il tutto, gli ultimi anni hanno fatto registrare qualcosa di concreto, ma ancora siamo all´alba. Seguono nei mesi restanti altri siti, meno conosciuti ma molto affascinanti. Per un calendario che non regala le pose delle maggiorate , ma che traccia l´itinerario artistico monumentale di un pezzo di territorio del capoluogo. Per ricordarne, durante tutto un anno, le parti conservate e quelle abbandonate o non più fruite. In modo che, avendole per mesi davanti agli occhi, queste ultime possano essere sempre meno trascurate.

sabato 8 dicembre 2007

Dipendenti Regione Siciliana, meritocrazia solo a parole

REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 08 DICEMBRE 2007

Pagina I

Il rinnovo del contratto negli uffici dei privilegi

FRANCESCO PALAZZO




Il 12 dicembre ci sarà lo sciopero dei 15 mila regionali non dirigenti. L´argomento del contendere è presto detto. Il governo regionale non ha messo insieme la somma occorrente per il rinnovo del contratto e per il pagamento della seconda quota annuale del salario accessorio. I soldi magari spunteranno. Il punto è che ciò avviene mentre si dibatte su un allarme di Confindustria. Gli industriali hanno mostrato, dati alla mano, l´assenteismo nelle pubbliche amministrazioni e la mancanza di meritocrazia che le pervade. Alla Regione assenteismo e mancanza di criteri meritocratici sono diffusi. L´assenteismo può avere diversa natura. A volte è un semplice darsi malati quando si è sani come pesci, tanto non ci sono controlli. Poi abbiamo le motivazioni più «giustificate», quali incarichi sindacali e congedi per motivi vari. C´è un giorno che batte anche l´odiato lunedì. È il mercoledì, che obbliga al recupero pomeridiano. In questo giorno in molti uffici si crea un silenzio che neanche nei conventi si apprezza più. Tuttavia, non si può affermare che presenza vuol dire lavoro. Timbrare il cartellino è solo la condizione necessaria per esserci, non il presupposto sufficiente per produrre. Ecco l´altro tema sollevato da Confindustria, ossia il merito. Nell´amministrazione regionale il merito non esiste. Se nel tempo c´è chi è riuscito a raggiungere un´elevata professionalità, utilizzando titoli scolastici e capacità personali per i quali la Regione non ha sborsato un solo euro, ciò conta quanto il due di mazze quando la briscola è a denari. Per fare un esempio, le ore pomeridiane non sono assegnate a chi ha più lavoro da svolgere. Lo straordinario è distribuito a molti uffici. Ed è inutile chiedersi se sia sempre necessario. È più importante avere le conoscenze giuste per farsi trasferire in queste oasi. Oppure negli uffici di gabinetto, in quelli speciali e nelle società legate alla Regione. Luoghi dove la retribuzione mensile lievita soavemente. Gli straordinari sono pagati dal Famp, fondo accessorio miglioramento prestazioni. Che serve pure a liquidare le varie indennità, alcune distribuite a pioggia, e il piano di lavoro. Una figura, quest´ultima, che non si capisce cosa sia, visto che lo stipendio normale dovrebbe proprio servire a mandare avanti il lavoro quotidiano. Per quel che ne sappiamo è un´invenzione tutta siciliana. Siccome con l´ordinario non riesci a fare bene quello che dovresti, invece di punirti e toglierti soldi, te ne metto altri in busta paga e così ti premio. Il piano di lavoro è come il sole, che spunta per tutti allo stesso modo, lavoratori e sfaticati. Ma è difficile pensare che sia mai servito a migliorare alcunché. Lo sciopero del 12 dicembre non tocca i temi dell´assenteismo e della meritocrazia. È vero che la piattaforma rivendicativa è abbellita da concetti come «valorizzazione delle professionalità e individuazione dei percorsi di carriera». Ma è altrettanto vero che i sindacati ben si guardano dal prospettare un concreto riconoscimento del merito. Che dovrebbe prevedere selezioni severe, per titoli ed esami, e verifica non sulla carta del lavoro svolto negli anni. Il tutto affidato a soggetti autonomi ed esterni. Quello che invece governo regionale e sindacati non vogliono mettere in discussione è la distribuzione su tutti di qualsiasi riconoscimento o avanzamento economico. I partiti non possono certo inimicarsi un bacino elettorale così corposo e le sigle sindacali non possono rischiare di perdere iscritti, privilegi e la stessa loro sopravvivenza negli uffici regionali. C´è da ritenere, ma è facile previsione, che a contratto rinnovato e a salario accessorio pagato tutto continui come prima e come sempre. Per cominciare a migliorare davvero le cose ci vorrebbero un governo regionale che sappia cosa fare dei propri dipendenti e sindacati in grado di affrontare l´impopolarità. Per il momento non disponiamo né del primo né dei secondi.

giovedì 29 novembre 2007

Mafia: fiction e realtà

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 29 NOVEMBRE 2007

Pagina VIII

Se la pubblica educazione viene affidata alle fiction

FRANCESCO PALAZZO

Da una fiction dibattuta a una negata. Oggi vedremo sicuramente l´ultima puntata de "Il capo dei capi", anche se proseguono gli interventi che vorrebbero impedirlo. Martedì sera non c´è stato dato di vedere lo sceneggiato imperniato sulla figura di Graziella Campagna, la diciassettenne uccisa in provincia di Messina dalla mafia. Era il 12 dicembre del 1985. Una prima sentenza ha inflitto due ergastoli e due condanne per favoreggiamento. Il ritardo del deposito delle motivazioni della sentenza ha consentito la scadenza dei termini di custodia cautelare per uno dei condannati all´ergastolo. La causa del blocco della produzione televisiva risiede nel fatto che essa potrebbe influenzare la Corte d´appello che dal 13 dicembre tornerà a giudicare gli imputati. Il provvedimento ha il bollo del ministero di Grazia e giustizia. Se tutto ciò l´avesse raccontato una fiction l´avremmo definito un´esagerazione. Perché è incredibile che, dopo 22 anni, non solo non ci sia stata giustizia per la morte violenta e atroce di una giovane innocente. Ma che, in aggiunta, si vieti di raccontare in televisione un fatto ormai così lontano nel tempo. Per la Rai c´è un precedente abbastanza recente. Nel maggio del 2006 si era a ridosso del voto regionale e s´impedì la visione di una fiction che parlava anche di Paolo Borsellino. Motivo: la sorella Rita era candidata per la guida del governo regionale. Potenza delle fiction, potremmo dire. Strapotenza del mezzo televisivo, dovremmo aggiungere. Perché ci sono ancora molti che credono nel forte impatto emotivo, positivo o negativo non importa, che tali produzioni artistiche possono avere sul popolo siciliano non colto e sull´immaginario collettivo nazionale e internazionale. Come se il problema vero non sia ciò che è successo e succede ancora, con la mafia che entra nei palazzi della politica e infila pure le talpe nelle procure, ma consista nell´operazione del raccontare il passato. È bene dirlo con chiarezza. Il male ha già esercitato la sua azione nella realtà dei fatti, per come sono avvenuti e nella misura in cui sono accaduti, e in ogni caso ben prima dell´operato di sceneggiatori, registi e attori. Se collochiamo prima ciò che temporalmente viene dopo, ossia la finzione artistica, la prospettiva diviene sfuocata e falsata. C´è chi poi avanza il pericolo che le scene di violenza possano scatenare una sorta di consenso interiore nei confronti del fascino perverso del male. Qui entra in gioco la funzione pedagogica del mezzo televisivo, che deve stare attento a non turbare un pubblico che non riuscirebbe a distinguere, sostanzialmente, il bene dal male, aderendo a quest´ultimo quando viene raccontato nel dettaglio in tutta la sua lucida efferatezza. Con tutto il rispetto verso chi sostiene una simile tesi, ci pare una posizione difficilmente difendibile con buoni argomenti. Se il cittadino ha aderito alla mentalità mafiosa, se la sostiene con piccoli e grandi comportamenti quotidiani, assume tali condotte ancor prima che la televisione veicoli il proprio messaggio. Alla base del ragionamento può celarsi un punto di vista preciso. Che coincide nel non attribuire ai ceti popolari, che magari non hanno letto una valanga di libri, una deliberata e consapevole decisione in ordine a ciò che la mafia è. Ma non è solo la borghesia mafiosa che sceglie per convenienza da che parte stare. Lo fa anche il popolo nella sua accezione più diffusa, con meno ingenuità e sprovvedutezza di quanto si voglia immaginare, e senza alcuna costrizione, almeno nella maggior parte dei casi. E non certo a causa di uno sceneggiato. Così come non sono le riproduzioni televisive a veicolare agli inermi e innocenti spettatori l´immagine di una mafia immortale. I prodotti televisivi o cinematografici, lungi dal mettere le cose in maniera più pesante di quanto non siano, risultano essere, in ordine alla durata storica delle mafie, meno fondamentali e decisivi della lettura dei giornali, dell´ascolto dei telegiornali e della stessa vita quotidiana. La realtà purtroppo supera sempre, e di gran lunga, la fantasia.

sabato 24 novembre 2007

Le firme in Sicilia di Forza Italia: chi ha visto le code?

Della questione ne parlava l’altro giorno, in splendida solitudine, Michele Serra sulla sua rubrica quotidiana su Repubblica. Parliamo dell’iniziativa “Una firma e un euro per mandare a casa il governo Prodi”. L'obiettivo di Forza Italia, dal 16 al 18 novembre, era quello di raccogliere in Sicilia 375 mila firme da aggiungere a quelle che contemporaneamente si stavano racimolando nel resto d’Italia. L’avvenimento era annunciato in 320 comuni dell’isola, i gazebo dovevano essere 700. Solo a Palermo si contava, stando alle dichiarazioni degli organizzatori, di raccogliere 65 mila firme. Non uno scherzo, se pensiamo che alle primarie palermitane che incoronarono Orlando sfidante di Cammarata si scomodarono in ventimila circa. Ma è più conducente fare un raffronto con le primarie del partito democratico del 14 ottobre scorso, svoltesi, come la manifestazione di Forza Italia, su tutto il territorio regionale. In Sicilia comparirono 574 gazebo e i votanti, a fronte di un dato nazionale che si attestò sui tre milioni e mezzo, furono poco più di 180 mila. Quindi appena la metà di quelli previsti da Forza Italia. Senonché, dell’afflusso alle primarie del partito democratico diedero conto i mezzi d’informazione, la televisione mostrò in abbondanza quanto c’era da vedere, ne parlarono diffusamente i giornali regionali e locali, molti giorni prima e molti giorni dopo. Basta fare una breve ricerca per recuperare tutte le informazioni che occorrono, comune per comune, seggio per seggio. Ci sono, in sostanza, le prove che qualcosa è accaduto. Alla manifestazione di Forza Italia pare abbiano aderito, firmando personalmente nei gazebo, sei milioni e ottocentomila militanti in tutto il territorio nazionale. Prendendo per buono tale risultato, ci saremmo attesi in Sicilia lunghe teorie di votanti fuori e dentro i gazebo. Tra l’altro si trattava di un voto di protesta, non c’era da scegliere, la strada era in discesa. Inoltre, le giornate in cui si poteva firmare erano tre e non una, come accaduto per le primarie del partito democratico. Abbiamo perciò sfogliato i giornali stampati in Sicilia del 17, 18 e 19 novembre e dei giorni seguenti, al fine di abbeverarci copiosamente di informazioni circa l’esito della consultazione in quanto a presenze. Per sapere, come avviene di solito per gli eventi della stessa natura del centrosinistra, il dato regionale e gli afflussi nelle varie province. Siamo rimasti delusi e interdetti. Non un titolo di prima pagina è stato dedicato dai giornali siciliani più letti alla questione, non un articolo interno, non una breve, niente di niente. Andando a memoria, ma potremmo sbagliarci, non ricordiamo nemmeno un servizio televisivo. Distrazione? Cattiva Informazione? Abbiamo, almeno in questo caso, forti dubbi nel dare una risposta affermativa ai due interrogativi. Se i votanti in Sicilia fossero stati anche la metà dei 375 mila ipotizzati, non potevano sfuggire a nessuno, neanche al più distratto e prevenuto dei giornalisti, più di centoottantamila persone che inondavano le piazze delle città e dei paesi siciliani. Avidi comunque di notizie, anche strettamente di parte, facciamo una ricerca nei siti dell’ormai ex Forza Italia. In quello nazionale non troviamo alcun riferimento locale o regionale, pur approssimativo o sommario, ci saremmo accontentati pure di un semplice numerino che ci desse conto di quanto accaduto in Sicilia. Non ci scoraggiamo è andiamo alla ricerca dei siti ufficiali siciliani dedicati al partito che fu. Quello più accreditato è azzurriweb.net, che però è fermo alla venuta nel capoluogo di Berlusconi in occasione della campagna elettorale per le amministrative palermitane di maggio. Sui siti locali del partito di alcune città siciliane la stessa cosa. Così come su quelli di alcuni esponenti di punta siciliani di Forza Italia. Il sito regionale di Forza Italia giovani per la libertà canalizza le nostre fatiche telematiche su una chat palermitana, che ti promette momenti molto rilassanti, ma non è attrezzata per sganciare i numeri che inseguiamo. Chiediamo a destra e a manca se hanno visto file consistenti o appena modeste nella tre giorni suddetta ma non riusciamo a sfondare il muro del silenzio. A questo punto ci arrendiamo. Ci confortiamo pensando ai prossimi mesi. Se abbiamo ben compreso, per il futuro, il partito del popolo, o come si chiamerà, ha già messo in cantiere primarie a raffica. Ci faremo trovare pronti e staremo sulla notizia.

domenica 18 novembre 2007

Contro la mafia proviamo con S. Francesco

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 17 NOVEMBRE 2007

Pagina XIX

Raccontare Cosa nostra è necessario per sconfiggerla
FRANCESCO PALAZZO




Sull´argomento mafia c´è una polemica che non passa di moda. Cova sotto la cenere, pronta a riemergere in qualsiasi momento. L´eterna disputa sulla Sicilia offesa ogni qualvolta si parla di mafia, attraverso film, fiction, documentari e via elencando, è un classico del quale mai vorremmo privarci. Le feroci invettive sulla Piovra televisiva sono lontane nel tempo, tuttavia vivono e lottano ancora insieme a noi. Sulla decima edizione, l´ultima, nell´agosto del 2000, quando si giravano le ultime scene in Sicilia, registrammo le proteste del centrodestra. Che riteneva la serie troppo di sinistra perché difendeva i giudici. E siccome doveva andare in onda a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2001, poteva sconvolgere il corpo elettorale. Poi la serie fu trasmessa regolarmente e il centrodestra vinse comunque le elezioni. E tutti tirammo un sospiro di sollievo. Già nel 1994 si sosteneva che la Piovra oltraggiava la Sicilia e offuscava l´immagine dell´Italia all´estero. È accaduto pure con una puntata di Report, sulla mafia che non spara, del gennaio 2005. C´è andata di mezzo una trasmissione riparatrice di un altro programma Rai, che ci ha profondamente confortati. L´elenco delle produzioni artistiche travolte da discussioni sarebbe lungo, ma non tanto sterminato come la lista di coloro che a turno s´indignano non appena qualcuno, chissà perché, collega la parola mafia alla Sicilia. In un articolo uscito lo scorso anno la chiamavamo la compagnia dei difensori. Che è tornata alla carica prendendo di mira la fiction "Il capo dei capi". Anche questa volta lo spunto polemico è trasversale agli schieramenti politici, toccando sinora il Partito autonomista siciliano, Italia dei valori e il Partito democratico. Ma non è escluso che altri si accodino, visto che lo sceneggiato prevede altre due puntate. L´oggetto della discussione è sempre l´onore infangato della Sicilia, con una variazione creativa sul tema. Ossia il fatto che la finzione televisiva riprodurrebbe un Totò Riina dalla faccia simpatica, un personaggio quasi da imitare. Se tale pericolo fosse fondato, ci sarebbe da ipotizzare che i mafiosi siano tutti nati e cresciuti guardando la televisione, anche quando questa non era ancora entrata nelle nostre famiglie. Scoperta sconvolgente. Alla quale si abbina una notizia che giunge dalla provincia di Caltanissetta, precisamente da Niscemi. Pare che lì i ragazzi si rincorrano appellandosi con i nomignoli dei protagonisti mafiosi dello sceneggiato. Chi ha notato tali comportamenti, un consigliere comunale autonomista, ha dichiarato che la saga, al fine di evitare tali spiacevoli conseguenze, non si doveva trasmettere. Punto e basta. Poiché non ci facciamo mancare niente, le cronache c´informano di un´eguale presa di posizione di un deputato regionale del Partito democratico, che addirittura proporrebbe, ma stentiamo a crederci, di vietare l´installazione di set cinematografici sul bel suolo regionale nei casi di film che parlano di mafia. I due erano stati preceduti da un parlamentare nazionale di Italia dei valori. Ai tre uomini politici, e a quanti a loro vorrebbero accodarsi, diciamo che noi comprendiamo il problema. Effettivamente, non si spiegherebbe come mai in Sicilia la mafia abbia messo radici così forti se non avesse saputo creare dei seguaci. Pronti a ricalcare e ripetere, se possibile più ferocemente, le orme dei progenitori. Il punto è che non è stato purtroppo l´etere a causare tutto ciò, bisogna farsene una ragione. Altrimenti basterebbe spegnere i ripetitori in tutto il territorio regionale per risolvere definitivamente il problema. Oppure, in alternativa, trasmettere incessantemente produzioni televisive che invitino a comportamenti virtuosi. Un soggetto di sicura presa potrebbe essere San Francesco d´Assisi, che ci scuserà per l´irrispettosa citazione. Ma può essere che, dopo qualche mese, i ragazzi e le ragazze della nostra regione comincino, guardando sino a stordirsi, a parlare con gli uccelli e ad ammansire i lupi. Si può provare.

domenica 11 novembre 2007

Dopo cattura dei Lo Piccolo, mafia alle corde?

LA REPUBBLICA PALERMO – DOMENICA - 11 NOVEMBRE 2007

Pagina I

L´ANALISI

Il coraggio di una svolta, la politica rimane assente

FRANCESCO PALAZZO





Mafia alle corde o in buona salute? Il dibattito non è nuovo. Ogni volta che le forze della repressione giungono a risultati eclatanti si parla di mafia moribonda, da abbattere con una spallata, l´ultima. È accaduto con la cattura di Riina, con quella di Brusca, poi Provenzano e adesso di Lo Piccolo. Dopo l´ondata emotiva seguita alle stragi del ‘92 e agli attentati dell´estate del ‘93, a cui si accompagnò un fiorire sterminato di collaborazioni con la giustizia, si sentenziò che si era prossimi alla vittoria. Nel corso degli anni abbiamo avuto la brutta notizia di una mafia sempre più ricca. È datato 22 ottobre, non di un anno del secolo scorso ma del 2007, un rapporto di Sos Impresa che stima, molto per difetto, la ricchezza prodotta dalle mafie intorno a 90 miliardi di euro. Dati simili avevamo registrato nel 2005 e nel 2006. Non sembra la cifra di una holding in piena crisi. Equivale a tre-quattro finanziarie del governo di questo Paese. La fetta che la mafia siciliana prende da tale monte premi criminale, che corrisponde al 6-7 per cento del prodotto interno lordo, pare si avvicini a 30 miliardi di euro. Cifra superiore alla finanziaria regionale per l´anno in corso. La mattina del 23 ottobre scorso, quando i dati vennero presentati, vi furono commenti giustamente allarmati sullo stato di salute finanziario delle mafie in generale e di Cosa nostra in particolare. Dopo alcune settimane, ma non è una novità, essendo il registro emotivo totalmente mutato, si dice che la mafia è sostanzialmente all´ultimo respiro. La mattina del 6 novembre, ossia il giorno seguente alla cattura dei Lo Piccolo, i festeggiamenti hanno travolto tutto. Si prospetta una nuova era dell´antimafia, una sorta di anno zero. Se proprio vogliamo guardare ciò che abbiamo davanti, qualche novità importante occorre registrarla. I commercianti e gli imprenditori pronti a sganciarsi dalla vessazione del pizzo, che aumentano numericamente ogni giorno, rappresentano una svolta. Se definitiva o provvisoria, lo vedremo. Non sono però più i cortei oceanici che esprimevano solo una rivolta morale ma non mutavano molto. Qui ci troviamo di fronte a concrete, coraggiose, scelte individuali. In tal senso c´è da accogliere con soddisfazione la prima associazione antiracket di imprenditori palermitani, Libero Futuro, che già ha raccolto l´adesione di un buon numero di soggetti. Detto questo, non può essere taciuto che l´altissima percentuale di coloro che pagano il pizzo è stata appena scalfita. Così come non può sfuggire, a un´analisi che non si fa irretire nella rete dell´entusiasmo pur comprensibile in taluni momenti, che nell´ampia fascia popolare la mafia, come mentalità e come concreta opportunità di vita quotidiana, è una scelta che non è messa minimamente in discussione. Va aggiunto che la politica, partiti e istituzioni regionali, nel migliore dei casi, sta ancora a guardare. Ripetiamo ancora una volta l´incredibile vergognosa assenza di una commissione Antimafia regionale seria, competente, che aiuti i processi di cambiamento che pur s´intravedono. Inoltre, taluni comportamenti di uomini politici, oggettivamente incompatibili con una decisa lotta al potere mafioso, non sono perseguiti dalla politica come occorrerebbe. Anzi, a fronte di processi, rinvii a giudizio, requisitorie di pubblici ministeri che descrivono contesti incredibilmente gravi, ammissioni degli stessi protagonisti, si assiste alla solidarietà, siciliana e romana, nei confronti degli imputati. Come se la magistratura esercitasse il proprio potere al di fuori del dettato costituzionale e chiunque è raggiunto dai suoi provvedimenti debba essere confortato. Come si fa quando la vecchietta subisce uno scippo o un negoziante una rapina. In ultimo, se vogliamo rimanere nell´ambito criminale, va ricordato che le patrie galere sono sempre state piene di mafiosi, piccoli e grandi. Ma la mafia, dall´unità d´Italia ad oggi, ha saputo tenere ferma la barra del crimine. Modificando quanto necessario e mantenendo quanto fondamentale per essere ancora presente e forte. È corretto quindi rallegrarsi quando si raggiungono risultati. Non si dovrebbe tuttavia permettere a questi ultimi di buttare fumo, pena lo scoramento successivo, sulla realtà dei fatti. Che ancora oggi rimane pesante e resta, per il domani, molto incerta sui possibili esiti.

giovedì 8 novembre 2007

Giornata della memoria, deserto in cattedrale

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 08 NOVEMBRE 2007
Pagina X

Niente folla alla giornata della memoria

FRANCESCO PALAZZO







Magari il prossimo anno la messa in cattedrale per ricordare le vittime del potere mafioso andrà meglio. Quella di lunedì scorso era deserta. Non c´erano le folle delle notti sante pasquali o natalizie. Neanche il normale afflusso domenicale. Nemmeno il minimo sindacale. Erano più i celebranti e le autorità che i presenti per convinzione, questi ultimi una trentina in tutto.Il Comune ha puntato molto sull´iniziativa, insieme alla curia palermitana. Sembra che di mattina in un liceo palermitano i numeri fossero diversi. Ma si sa, è facile coinvolgere in ore scolastiche gli studenti. Il vero banco di prova era l´incontro in cattedrale. Gli unici ad animare la ricorrenza erano i senzatetto che occupano Palazzo delle Aquile. Partecipavano alla celebrazione e attendevano al varco i rappresentanti del governo cittadino. I quali, alla fine, hanno cercato di dribblare nervosamente il problema, ma si sono trovati lo stesso davanti a una manifestazione di protesta muta ma efficace. Mancavano le parrocchie della diocesi, i parroci, i fedeli, le associazioni cattoliche. A parte quello di Palermo, presente anche con il gonfalone, erano assenti tutti i comuni della diocesi. Non capiamo che senso possa avere avuto per la curia e l´arcivescovo Romeo un´iniziativa di questo tipo. Se questo è il livello di sensibilità antimafia della chiesa nel capoluogo, c´è da stare freschi. La curia dovrebbe riflettere sul perché tutta la chiesa locale abbia clamorosamente disertato l´appuntamento. Che non avveniva in un giorno qualunque, ma nella stesse ore in cui la polizia otteneva un risultato notevolissimo con la cattura dei Lo Piccolo. Si presupponeva, perciò, che dalle parrocchie potesse partire un flusso di partecipazione, se non proprio oceanico almeno consistente, se non maturo almeno emotivo. Lo stesso intervento dell´arcivescovo non ci ha convinto appieno. Sono state scelte due letture simboliche. La prima parlava della storia di Caino e Abele, la seconda del passo evangelico sulla necessità del perdono. L'omelia si è incentrata sulla violenza che il criminale esercita contro il suo simile e sull´importanza di credere alla conversione del reo. Una chiesa misericordiosa che non abbandona l´omicida Caino. Una lettura che si è soffermata sul solo aspetto criminale della mafia. Nessun accenno all´aspetto politico della questione. Sarebbe forse bastato ricordare l´esperienza di don Puglisi a Brancaccio. Come si comportava Puglisi di fronte agli amministratori della cosa pubblica? Non li accarezzava per il verso giusto. Una volta li rimproverò d´inettitudine quando si erano presentati per raccogliere applausi e consensi durante una manifestazione teatrale di bambini. La chiesa, quella palermitana in particolare, dovrebbe fuggire da rappresentazioni rituali. C´è da augurarsi che il prossimo anno la celebrazione in cattedrale della giornata della memoria sia il momento conclusivo di un percorso di approfondimento di tutto il mondo cattolico. E non una vacua vetrina da offrire alla politica su un piatto d´argento

martedì 6 novembre 2007

Lo straniero e il mafioso

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 06 NOVEMBRE 2007
Pagina X
Se i reati degli stranieri indignano più di Cosa nostra
FRANCESCO PALAZZO




Faceva impressione l´altro giorno sentire delle persone, intervistate ad Alcamo, ma può accadere ovunque, che si dichiaravano contro lo «straniero», possibilmente dell´Est, perché si sono verificati brutti episodi di aggressioni in ville, ancora peraltro non chiariti in quanto ai responsabili. Dopo il tragico e luttuoso fatto di Roma che ha visto protagonista il rumeno che ha brutalmente causato la morte di una donna, si cavalca la tigre. Ed ecco che anche in Sicilia spunta la psicosi dello sconosciuto che può farti del male. Porgendo distrattamente l´orecchio al bar o al supermercato, capita di sentire lamentele: dovrebbero andarsene tutti da dove sono venuti, tuonava una signora domenica mattina inzuppando la brioche nel latte macchiato. Ma lei ha subito aggressioni, fa il barista. No, risponde, ma ho paura. Paura dell´ignoto. A Palermo, ad Alcamo, a Catania, in Sicilia. Si teme lo straniero, colui che può fare del male, pure se non ti ha mai tolto un pelo. Anche se sono altri i soggetti da temere. C´è la mafia che tiene sotto controllo il territorio siciliano, paese per paese, città per città, via per via. Che controlla l´economia, apre negozi e centri commerciali, distribuisce sotto le nostre case persino i posteggiatori abusivi. In alcuni luoghi, addirittura per comprarsi una casa bisogna chiedere il permesso. Non al rumeno, ma alla cosca locale. Non parliamo poi se devi aprire un qualsiasi esercizio commerciale. E anche se hai già un appartamento tuo e non vuoi entrare nel mondo del commercio, puoi verificare senza problemi nel territorio la presenza dei mafiosi e dei loro consistenti interessi economici. Ammesso che non ti vada di passeggiare e te ne voglia stare a casa, ecco che vieni informato dell´ultimo omicidio mafioso, avvenuto a Borgetto. Vi pare normale che nessuno in questi casi si senta preoccupato per la propria incolumità o per quella dei propri familiari, quando si uccide in pieno giorno? Come del resto accaduto il 17 ottobre al Cep, un quartiere palermitano. Evidentemente tutto questo viene percepito dal ventre molle del nostro popolo, lasciamo perdere per un attimo la borghesia mafiosa, come una presenza rassicurante, un punto di riferimento esistenziale che non lambisce il senso di sicurezza, anzi, quasi lo rafforza. Sapere che in giro, per venticinque anni o quaranta, vi sono terribili criminali mafiosi, l´ultimo della serie catturato ieri, non indispone più di tanto. Piuttosto, in molti casi, scatta una sorta di protezione. Andate in qualsiasi paese della Sicilia e fate qualche domanda sui mafiosi che comandano e sui loro referenti politici. Vedrete che il volto pieno di paura irrazionale nei confronti dello straniero si trasformerà in un sorriso da sfinge. Signor mio, ma quale mafia, ormai è solo delinquenza, una volta sì che erano uomini d´onore e d´ordine. Risposte di un tempo passato? Se la pensate così andate a leggervi alcune risposte delle interviste fatte ad alcuni preti palermitani. Sono contenute nel libro "Le sagrestie di cosa nostra", in commercio da qualche mese (Newton Compton Editore autore Vincenzo Ceruso). Oppure ponete attenzione alle dichiarazioni di qualche sindaco siciliano, che ritiene la delinquenza immigrata il più grande problema della nazione e, quindi, siciliano. Insomma, nascere e abitare in una regione, di fatto, a sovranità limitata per la presenza diffusa del potere mafioso, nei cui confronti non pochi esponenti di partiti e istituzioni si mostrano più che vicini, è qualcosa che permette di vivacchiare tranquilli a tantissimi siciliani e siciliane, che sono molti più di quanti immaginiamo. La quiete non è scossa nemmeno, ed è accaduto pochi mesi fa alla Noce, per un uomo crivellato di colpi, sempre alle nove di mattina, appena uscito da un commissariato di pubblica sicurezza. La Noce è un altro quartiere popoloso e popolare di Palermo, quasi al centro cittadino del quinto comune italiano. Se qualcuno, però, rubasse in quel rione in un appartamento, e si facesse sfuggire, scappando, qualche parola straniera, ecco che le invettive contro la delinquenza feroce degli stranieri non si conterebbero più. Tutti pronti a farsi intervistare. Forse si attiverebbero delle ronde notturne. Non c´è dubbio che qualcuno punterebbe sulla mafia. Per ristabilire l´ordine e riguadagnare, finalmente, la tranquillità.

domenica 4 novembre 2007

Il calcio a Palermo: la massa e il singolo

Le dichiarazioni di fuoco del rosanero Barzagli, in seguito ai fischi e alle contestazioni durante e dopo la partita con il Parma, erano diventate un incidente diplomatico. Ora il calciatore ritira i toni e i modi ma conferma la sostanza. La tifoseria palermitana si sentiva ferita. La cosa, insomma, era seria. Non solo giocano male, sostenevano i molto competenti tifosi, ma pure reagiscono ai fischi e alle male parole che giungono dalle curve, dalla gradinata e dalla tribuna. E chi si credono di essere! Chi paga ha sempre ragione, ecco il punto filosofico della questione. E’ la stessa massima che sino a qualche tempo addietro si poteva leggere in certi negozi. Il cliente ha sempre ragione. Basta pagare e si può dire, fare e pretendere di tutto. Se è il caso, se la misura è colma, anche mettere a ferro e fuoco uno stadio. E successo, succede, accadrà di nuovo. Del resto, se uno paga avrà pur diritto a sfogarsi nell’arena. D’altra parte, urlare insieme alla folla indistinta e irresponsabile, cosa costa? Si può facilmente tirare, più o meno metaforicamente, il sasso e ritirare la mano. Senza essere legati ad un minimo di coerenza. La domenica la squadra si porta alle stelle, il mercoledì è pezza di piedi, da oggi pomeriggio vedremo. Da tale posizione d’estrema forza tutto appare giustificato. Quindi viene considerato il massimo della civiltà, per esempio, dire cornuto all’arbitro. Chi lo fa conigliescamente, immerso e coperto dalla massa, dovrebbe però avere il coraggio di recarsi dal suddetto e comunicargli personalmente la pietosa situazione che lo riguarda circa le sue estremità. Così com’è ritenuto dalla tifoseria normale, sportivo, sommergere di fischi la formazione avversaria quando viene annunciata, o accogliere l’altra squadra con insulti di straordinaria quanto gratuita gravità. Fa anche parte del quadretto “ospitare” i tifosi nemici in una gabbia, sorvegliata a vista, altrimenti chissà cosa accade. Va bene tutto, tanto si paga. Per la cronaca, quasi tutti i tifosi palermitani pagano, oltre il biglietto, anche i posteggiatori abusivi per farsi “custodire” auto e motori. In questo caso però lo fanno a capo chino, senza fischiare chi estorce loro del denaro. Dovrebbero vedersela di persona, senza l’ausilio e il sostegno del gruppo. Allora le aspettative del tifoso tipo calano bruscamente. Meglio trasferire il malcontento dentro lo stadio, tanto nessuno dei protagonisti in campo replica, tranne qualche mugugno tra le righe. Stavolta è andata diversamente, anche con le scuse di venerdì. Il capitano del Palermo ha deciso, e ciò gli fa onore, di metterci la faccia. Non si è nascosto dietro il dito o in mezzo alla curva, non ha usato mezze parole e quelle che ha utilizzato non comprendono nessuno degli epiteti compresi nell’elegante e aristocratica miscellanea tifosesca, che qui non stiamo ad elencare perché ci vorrebbe un saggio che si dovrebbe vietare ai minori. Il messaggio che ha lanciato è il seguente: cercate di darvi una regolata perché il Palermo non è l’Inter, la Juve o la Roma, ma una compagine di mezza classifica che, viste le forze attualmente presenti in serie a, può aspirare ad un onesto piazzamento in zona uefa. Fascia dentro la quale sostanzialmente bazzica, insieme al blasonato Milan. Inoltre. Si afferma che la squadra è senza gioco? Ma i quattordici punti sinora accumulati, non proprio pochi vista le difficoltà del campionato in corso, non stanno a dimostrare che non è così? Tuttavia, al di là delle interpretazioni su ciò che ha dichiarato il capitano e delle valutazioni tecniche, sulle quali, com’è noto, tutti in Italia ci esercitiamo come oracoli, c’interessa sottolineare quanto detto in precedenza. Ossia il coraggio del singolo che afferma il proprio pensiero, scusandosi soltanto per le modalità espressive, contro una moltitudine senza volto. Che, nella stragrande maggioranza, si reca allo stadio non per godersi serenamente uno spettacolo, sia che si vinca sia che si perda. Ma per ululare dagli spalti senza essere (quasi) mai chiamata a rispondere di nulla. Francesco Palazzo

domenica 28 ottobre 2007

Tessera sanitaria compagna di vita?

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA, 28 OTTOBRE 2007

Pagina I

IL CASO

La tessera mangiasoldi è rimasta un cartoncino

FRANCESCO PALAZZO

Nel marzo dello scorso anno apparve la tessera sanitaria, l´ormai famosa e fumosa compagna di vita. Le prime analisi portarono alla conclusione che si trattava di puro espediente elettorale, in vista delle regionali. Quella tessera, che allora cominciava a essere distribuita ai siciliani, era solo un pezzo di plastica con su scritto il codice fiscale. Sostanzialmente simile a quella che il ministero delle Finanze ha mandato a tutti i contribuenti italiani, esclusi in un primo momento lombardi, friulani e siciliani. La Regione siciliana, alla stregua della Lombardia, ha voluto fare le cose in grande e ha inserito sulla tessera un microchip, trasformandola in Carta regionale dei servizi. La quale promette, anzi prometteva mirabilia. Leggevamo lo scorso anno, e leggiamo adesso dal sito www.regione.sicilia.it/crs, che la tessera doveva servire non solo per «ricevere e richiedere rapidamente cure mediche e risultati di visite ed esami specialistici o anche semplicemente ritirare i farmaci». Poiché non ci facciamo mancare niente, la carta, in Sicilia, «consentirà di ottenere certificati sia anagrafici sia d´altro genere presso tutti gli uffici comunali, provinciali e regionali. Si potranno anche richiedere finanziamenti regionali o effettuare pagamenti dei servizi pubblici. Sarà possibile far tutto ciò anche da casa, comodamente, senza code o perdita di tempo, perché la Carta regionale dei servizi è, a tutti gli effetti, un collegamento diretto con gli uffici pubblici siciliani». Praticamente un miracolo. Ancora sulla carta, appunto. Dopo un anno e mezzo, come tutti hanno potuto vedere giovedì scorso a "Striscia la notizia", la tessera sanitaria è ancora un cartoncino inutile. Come ammettono nei presidi ospedalieri e come confermano tranquillamente ai microfoni di "Striscia" dall´assessorato regionale al Bilancio.Nel frattempo la tessera ha raggiunto quasi quattro milioni e 200 mila siciliani. Considerato che il costo di un singolo microchip, con tutta la struttura di scrittura che contiene e con i dati anagrafici personali già inseriti, viene stimato dagli esperti del settore mediamente in otto euro, e la spesa è a carico della Regione siciliana, sinora, se la stima è corretta, il denaro uscito dalle casse regionali equivarrebbe a più di 33 milioni di euro. Che, per quel che capiamo, potrebbero andare in fumo. Basta considerare che la tessera "compagna di vita" ha una scadenza, cinque anni. Lustro che i bene informati sostengono passerà senza che alcun siciliano possa rendersi conto delle sue virtù ultraterrene.Per completare il ragionamento va aggiunta un´appendice. La distribuzione della tessera, almeno stando al sito www.siciliaeinnovazione.it/ realizzazioni.asp, è curata da Sicilia e Innovazione (ma non l´ha recapitata ai contribuenti il ministero delle Finanze?). La società pare abbia seguito anche l´aspetto tecnologico-informatico della questione. Tutto ciò ha avuto costi ulteriori. Non fosse altro che per i dipendenti regionali reclutati. Persone, sostengono i bene informati, che talvolta arrivano quasi a raddoppiare lo stipendio iniziale.Siccome la società è nata per informatizzare e mettere in rete gli uffici regionali e i servizi pubblici presenti in Sicilia, ci auguriamo con risultati più apprezzabili di quelli legati alla tessera sanitaria, ecco che occorre altro personale. Per tale motivo è stata attivata una procedura di gara per l´affidamento dei servizi di reclutamento di risorse umane da inserire nella struttura organizzativa Sicilia e Innovazione Spa.La dicitura Spa non tragga in inganno: si tratta di una società della Regione siciliana. La quale, se ritiene proprio utile una struttura di questo tipo, e se proprio pensa che ha bisogno di personale oltre quello presente, potrebbe utilizzare una minima parte di quei quasi quindicimila impiegati che riempiono gli uffici regionali. Pagandogli lo stesso stipendio che normalmente prendono e senza ricorrere, in un momento di vacche magre, ad altre assunzioni.Un´ultima notazione sulla tessera "compagna di vita". Tutti abbiamo assistito alla volgare aggressione nei confronti dell´inviata di "Striscia", Stefania Petyx, che cercava di far comprendere ai cittadini perché quel cartoncino è sino a oggi inutile. A dimostrazione del fatto che una compagna di vita esaltata nei manifesti 6 per 3, diventa acerrima nemica quando si passa dalle parole propagandistiche ai fatti.

mercoledì 24 ottobre 2007

La lezione del Pastore Valdese Pietro Valdo Panascia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 24 OTTOBRE 2007

Pagina I

IL DIBATTITO

Il ruolo della Chiesa sul fronte antimafia

FRANCESCO PALAZZO

Chissà che impatto potrebbe avere un manifesto contro la mafia se l´autore fosse non un partito o un´associazione, ma la chiesa cattolica. Ci sono gesti che segnano le persone, la vita di una comunità, e entrano dritti nella storia. Il pastore valdese Pietro Valdo Panascia, morto a 97 anni sabato scorso, è per esempio una figura che rimarrà nella storia siciliana perché il 7 luglio 1963 scrisse stampò e divulgò sui muri di Palermo un appello contro la violenza mafiosa. Che una settimana prima, il 30 giugno, si era manifestata in tutta la sua violenza con la strage di Ciaculli. A rileggerle, quelle poche righe conservano tutta la forza di allora. Soprattutto quando invitano le autorità civili e religiose a prendere opportune iniziative per prevenire ogni forma di delitto. L´appello si concludeva con un non uccidere, richiamo alla legge divina, al codice penale e all´umanità di tutti. Sono trascorsi più di quarantaquattro anni. Quel manifesto, che dall´allora cardinale Ernesto Ruffini fu considerato poca cosa, tanto da rispondere stizzito persino alla Santa Sede, che gli chiedeva se per caso anche lui non potesse prendere una simile iniziativa, è rimasto uno stimolo che la chiesa palermitana e siciliana non ha saputo cogliere per intero. Anche nel dopo Ruffini. Dopo la stagione di Salvatore Pappalardo, la morte di don Pino Puglisi, l´impegno di tanti sacerdoti e laici, potrebbe sembrare un´affermazione infondata. Quando, tuttavia, la chiesa siciliana si è mossa coralmente ed efficacemente contro la mafia come allora fece la chiesa valdese? La lotta al potere mafioso è fatta pure d´iniziative simboliche. Da sole non bastano, d´accordo. Immaginate, però, se entrando in tutte le chiese cattoliche, che sono infinitamente di più dei luoghi di culto valdesi, i fedeli si trovassero di fronte a un messaggio, semplice ed esplicito, contro le cosche. Non solo intese come criminalità presente e visibile sul territorio, ma anche declinate nelle forme che esse assumono nei legami con la politica e l´economia. Non mettiamo in dubbio e non sottovalutiamo i documenti che la Conferenza episcopale siciliana ha licenziato sull´argomento negli ultimi anni. Sono certamente importanti e pieni di spunti. Ma quanti li hanno letti, a parte la ristretta cerchia di teologi, critici e commentatori? Pochi, senza dubbio. Nelle chiese non sono arrivati neanche per sbaglio, figuriamoci se c´è stato dibattito su di essi nelle assemblee parrocchiali. I mezzi comunicativi più diretti sono meglio accessibili alla stragrande maggioranza dei fedeli, i quali, non ce ne vogliano i vescovi, forse neanche sanno cosa è e se esiste la Conferenza episcopale regionale. Giusto alcune settimane addietro Rosario Giuè, dalle pagine di Repubblica Palermo, avanzava una proposta e si poneva un interrogativo. Si chiedeva perché nelle chiese si fanno raccolte domenicali per tutte le sacrosante cause e non si pensa anche a promuoverne qualcuna i cui proventi siano destinati, a esempio, ai commercianti che si ribellano al racket delle estorsioni. Non sappiamo se la proposta sia caduta nel vuoto. Quanti dotti documenti varrebbe un´iniziativa di questo tipo? Qualcuno non entrerebbe più in chiesa? E non sarebbe, quello, un segno che si è sulla strada giusta? Se avesse voluto riempire il tempio valdese di folle, il compianto Pietro Valdo Panascia si sarebbe disinteressato, insieme alla sua comunità di fede, al sangue che in quel momento scorreva a Palermo. Invece se la pensò nel senso che sappiamo e che ancora oggi ricordiamo. Forse per la chiesa cattolica siciliana è giunto il tempo, non fosse altro che per onorare la memoria di un grande uomo, di colmare quel ritardo e rispondere a quel documento pubblico, che il tempo trascorso non ha mandato per niente in archivio, facendone affiggere, finalmente, uno simile e aggiornato ai fatti di oggi su tutti i portoni delle parrocchie e sui muri delle città.

lunedì 22 ottobre 2007

Contratto Impiegati Regionali

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 20 OTTOBRE 2007
Pagina I
L´ANALISI
Contratto dei regionali la rivoluzione impossibile
FRANCESCO PALAZZO





Si riapre per i dipendenti regionali la battaglia per il rinnovo del contratto. In genere il governo si muove in ritardo, in questo caso siamo alla soglia dei due anni dalla scadenza. L´esercito dei 12.500 dipendenti strutturati, più i 2.500 degli enti collegati, più i 5 mila precari stabilizzati, fanno la bella somma di 20 mila persone. Spesso si è paragonato tale numero a quello di regioni simili alla nostra per estensione e popolazione, dove gli impiegati sono molti di meno. In Lombardia gli impiegati non sono più di tremila. Si dice, a giustificazione, che essendo la Sicilia a statuto speciale, molte delle funzioni che nelle regioni «normali» sono svolte dallo Stato, da noi le assicura la Regione. Per questo motivo c´è bisogno di tanti impiegati. La scusante tiene sino a un certo punto e comunque non giustifica una cifra così alta. Alla quale, se aggiungiamo i 2.150 dirigenti (in Lombardia sono 213), uno ogni sei-sette dipendenti - anche questo un record mondiale - ci rendiamo immediatamente conto di cosa esattamente si dovrebbe intendere quando si parla di costi della politica. Perché è chiaro che dalla nascita dell´istituto autonomistico a oggi, il grande calderone degli uffici regionali è servito anche da ammortizzatore sociale, pozzo senza fondo per clientelismi vari, fattore d´innalzamento sostanzioso del reddito regionale pro capite. La Regione nel corso dei decenni si è trasformata in un mega stipendificio. Tutto ciò ha fatto aumentare a dismisura la spesa, senza peraltro che la Regione si sia mai dotata di strumenti di verifica veri, sia per il comparto sia per la dirigenza. Per carità, la carta viaggia in dimensioni stratosferiche, tutte le dimensioni lavorative sono percentualizzate con precisione svizzera. Ma i controlli di carta sono atti meramente formali, in cui ognuno si compiace del proprio lavoro, giudicando di fatto se stesso. In realtà, lo sappiamo sin troppo bene, negli uffici regionali chi vuole lavorare può accomodarsi, chi non intende muovere un muscolo o attivare un neurone può accomodarsi lo stesso. C´è spazio per tutti e per tutto. Coloro che fanno il proprio dovere, non di rado in misura maggiore di quanto sarebbe richiesto, non sono pochi. Vi sono collaboratori, contrattisti, borsisti, istruttori, funzionari e dirigenti che danno tanto. A volere essere onesti, si dovrebbe tuttavia ammettere che con la metà del personale, quindi con 11 mila impiegati compresi i dirigenti, si potrebbe lo stesso far marciare la macchina regionale. In fondo gli addetti sarebbero ancora quasi il quadruplo di quelli della Lombardia. È scomodo dirlo, nessun sindacato, rivoluzionario o integrato nel sistema, lo ammetterà mai. E anche quando qualche coraggioso lo ammettesse, lo stato dell´arte non si modificherebbe di un pelo. L´operazione più saggia sarebbe quella di chiamare a raccolta sindacati, partiti, impiegati e amministrazione affinché si possa iniziare un nuovo corso. Non parliamo di quei contratti giuridici in cui c´è tutto e poi non cambia niente, come accaduto negli ultimi anni. Ma di una vera e propria rivoluzione copernicana all´interno dell´amministrazione. Dove finalmente contino i meriti, ci siano controlli, si possa pervenire a effettivi avanzamenti di carriera, non dati a pioggia o perché spetta di diritto - non esiste un diritto alla carriera - ma per la ragione che il singolo ha prodotto molto e lo ha fatto con un alto livello qualitativo e professionale. Che motivazioni può avere un dipendente se vede coloro che fanno pochissimo prendere lo stesso stipendio scaricandosi, peraltro, da qualsiasi responsabilità? Oggi un funzionario o un dirigente che si impegnano godono di una considerazione e un trattamento identici a quelli di coloro che non si spendono molto. Non parliamo di bazzecole, non è una questione irrilevante. Non siamo di fronte a una piccola azienda familiare. Un corretto e virtuoso funzionamento della macchina regionale è la condizione, necessaria e sufficiente, perché si possano introdurre, nel vivo del tessuto connettivo isolano, elementi profondi di cambiamento. In questo senso i sindacati storici per primi, Cgil Cisl e Uil, e quelli nati dopo, insieme ai partiti siciliani, a cominciare dal neonato Partito democratico, dovrebbero capire che questa è una frontiera prioritaria per la Sicilia. Che non è più tempo di difendere l´indifendibile. A essere sinceri, temiamo che da tutte le parti in commedia, per vari motivi, non ci sia l´interesse a scoperchiare il pentolone. E così si va avanti, da un contratto a quello successivo e da un ritardo all´altro. Fino a quando il sistema garantirà ogni appetito si proseguirà così. Ma un giorno, e forse è già successo guardando le magre finanze regionali, la campana suonerà un po´ per tutti.

martedì 16 ottobre 2007

Partito Democratico le Primarie in Sicilia


LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 16 OTTOBRE 2007

Pagina I

IL PUNTO

La vittoria elettorale del popolo dei gazebo

FRANCESCO PALAZZO





Nei processi politici, infine, contano i numeri. E questi, anche in Sicilia, danno ragione a quanti credevano che il Partito democratico, pure con tutte le cariche più importanti già assegnate, avrebbe fatto a ogni modo presa sulla gente. E danno torto a quanti pensavamo che così non sarebbe andata. Il dato siciliano, 180 mila votanti circa, è sorprendentemente positivo. Alla vigilia avevamo scritto che non sarebbe stato possibile paragonare l´affluenza di questa consultazione a quella delle primarie del 2005. Oggi dobbiamo registrare che coloro i quali sono entrati nei gazebo sono di poco inferiori ai 198 mila che incoronarono Prodi due anni addietro e quasi eguagliano i 188 mila che, sempre nel 2005, decisero la candidatura di Rita Borsellino alla presidenza della Regione siciliana. Se scendiamo nello specifico vediamo che qualitativamente quello di domenica è un risultato migliore. Nel 2005, alle primarie nazionali, la Sicilia contribuì al risultato finale dei votanti con un 4,5 per cento, ora incide con circa il 5,5 per cento. Un risultato che non lascia spazio a molte interpretazioni, la cui importanza si può scorgere in maniera più chiara facendo un semplice raffronto. Le liste dei Democratici di sinistra e quelle della Margherita alle regionali del 2006 presero quasi 650 mila voti. Riuscire a richiamare quasi il 30 per cento di quell´elettorato senza i voti di preferenza personali, che invece costituivano la struttura portante del consenso alle regionali, significa aver centrato in pieno l´obiettivo della partecipazione diffusa. Certo, c´è da mettere nel conto che comunque nelle varie liste si contavano 1.500 nomi che hanno spinto al voto una fascia che forse si sarebbe astenuta. Sono però dettagli. Quello che conta è che il popolo del centrosinistra ha preso confidenza con i gazebo e non si tira mai indietro. Anche quando non c´è molto da decidere. Il dilemma, infatti, non era l´esito della consultazione. Walter Veltroni per la segreteria nazionale e Francantonio Genovese per quella regionale erano superfavoriti. Il dato politico da trarre da questo appuntamento era il confronto tra quanti se ne sarebbero stati a casa e quanti sarebbero scesi a votare pagando. Chissà che partecipazione ancora maggiore se, negli ambiti nazionale e regionale, ci fosse stata gara vera. Questo va rilevato, perché fare uno sforzo organizzativo di tale portata, chiamare a esprimersi milioni di persone solo per ratificare quanto già stabilito altrove, conferisce a questi avvenimenti uno spessore di pura testimonianza. Se non si supererà questo limite le primarie rischiano di ridursi a meri momenti consultivi di democrazia centralistica protetta, il cui patrimonio può essere messo nel cassetto o tirato fuori quando serve e se serve. Detto questo, la geografia politica italiana e, ancor più, quella siciliana è da ieri modificata nel profondo. In Sicilia inizia per il nuovo partito un cammino diverso e inedito. Fatto di tante difficoltà, non c´è dubbio, ma che alla fine dovrà sempre fare i conti con i numeri elettorali. E già c´è un primo scoglio, che riguarda la tornata elettorale più vicina, ossia le amministrative a Messina. Dove proprio il neosegretario regionale, Francantonio Genovese, sembra intenzionato a riproporsi, speriamo passando da nuove primarie da celebrare insieme al resto della coalizione. Per rendere l´idea di ciò che il Partito democratico siciliano ha di fronte citiamo solo due numeri, anche questi abbastanza eloquenti e recenti. Alle ultime regionali ai partiti del centrodestra andarono più di 1 milione e 500 mila voti, il centrosinistra non arrivò neanche a 888 mila, pur con lo straordinario contributo di Rita Borsellino. Ecco qual è la sfida che accomuna il nuovo partito alla parte che sta alla sua sinistra, al momento anch´essa in fase di riorganizzazione per costruire un altro soggetto politico omogeneo. Essere il cuore pulsante riformista di una forte alternanza al centrodestra è il vero compito del Partito democratico in Sicilia. Come lo farà e se ce la farà lo sapremo nel futuro immediato e medio. Intanto prendiamo atto che quanto accaduto domenica nelle piazze siciliane è una buona notizia per tutti.

lunedì 15 ottobre 2007

Sicilia: primarie a confronto


LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 10 OTTOBRE 2007
Pagina XII
La partecipazione elettorale alle primarie del 14 ottobre
FRANCESCO PALAZZO




Quanti andranno a votare per le primarie del Pd in Sicilia? I precedenti raffrontabili, molto parzialmente, hanno fornito numeri di tutto rispetto. Ci riferiamo alla grande mobilitazione che, nell´ottobre del 2005, confermò anche nella nostra regione la candidatura di Romano Prodi quale premier designato a concorrere per la guida del Paese. E pensiamo alle primarie di qualche mese dopo, che a dicembre proclamarono Rita Borsellino quale sfidante di Cuffaro per il governo della Regione. Prima di procedere, lunedì, alle comparazioni del giorno dopo, è necessaria qualche considerazione preliminare. Va evidenziata, intanto, la differenza qualitativa dei due eventi del 2005 rispetto a quello che si celebrerà tra pochi giorni. In quei casi c´erano elezioni imminenti, le regionali e le nazionali pochi mesi dopo. Le primarie quindi rivestivano il ruolo che di solito a esse si attribuisce, ossia individuare il candidato della coalizione per la sfida delle urne. Domenica, non essendoci scadenze elettorali immediate, ci si troverà di fronte a delle vere e proprie elezioni dirette dei segretari regionali, di quello nazionale e delle assemblee costituenti del partito democratico. Chiamarle primarie è forse eccessivo. Quando si voterà per la Regione e per le Politiche, e ancor prima per le provinciali del 2008, si dovrà procedere a una nuova conta interna che dovrà riguardare tutto il centrosinistra. In quel momento potremo tornare a parlare di elezione primaria. Se quello di domenica sarà qualitativamente un appuntamento diverso rispetto ai precedenti che hanno riguardato l´intera regione, stessa cosa si può dire se consideriamo l´aspetto quantitativo. Il 15 ottobre, infatti, sarà impossibile paragonare i quasi 400 mila che inondarono le primarie del 2005 al numero che conosceremo dopo le operazioni di spoglio. E sarà impossibile per almeno due motivi: il primo numerico, il secondo politico. Quello più convincente è rappresentato, banalmente, dal fatto che nel 2005 erano tutti i partiti dell´Unione a essere chiamati in causa. La mobilitazione fu dunque maggiore di quella che Democratici di sinistra e Margherita saranno in grado ora di mettere in campo. Peraltro nei Ds mancherà un pezzo di partito che si è chiamato fuori dal Pd, e la Sicilia in tal senso ha stabilito un record. Il secondo motivo, più politico, riguarda la circostanza che alle primarie del 2005 si arrivò sulle ali di un entusiasmo partecipativo di massa. Che domenica mancherà o sarà presente solo in parte e riguarderà in sostanza lo zoccolo duro dell´elettorato di riferimento dei due partiti, più qualche folata di società esterna. E l´entusiasmo non ci sarà, se guardiamo alla Sicilia, ma non costituiamo un´eccezione, non tanto per la composizione delle liste bloccate, ma per le modalità escludenti con cui si è arrivati alle due candidature per la segreteria regionale. In questi giorni esponenti di Ds e Margherita tentano giustamente di motivare in extremis la fascia più affezionata di elettorato. E questo appare certo un compito difficile. Abbiamo l´impressione che l´intero processo, pur in ritardo di una decina d´anni, si sia infine attivato in una maniera abbastanza verticistica e fulminea, difficilmente comprensibile per i fedelissimi dei due partiti. Che magari varcheranno in maggioranza i gazebo, ma li immaginiamo più storditi che persuasi. I tantissimi esterni che potevano sentirsi attratti dal nuovo percorso, navigano invece in un misto di diffidenza e disillusione. Il rischio è che questi ultimi disertino l´importante appuntamento. In alcuni, a quanto risulta, comincia a farsi spazio un´idea particolare di esercizio del voto. Consistente nell´andare, sì, a votare, per sottolineare comunque la condivisione di massima dell´intera operazione. Ma segnando nella scheda il proprio nome, per sottolineare che dal 15 ottobre è necessario cambiare registro nel coinvolgimento diffuso e vero di quanti vogliono avere piena cittadinanza nel Pd. Al di là delle valutazioni su questa possibile protesta, un fatto è certo. Dopo le primarie il Pd siciliano dovrà affrontare il problema di un maggiore coinvolgimento degli elettori nelle sue scelte.

venerdì 5 ottobre 2007

Partiti e Cittadini, se ne discute a Petralia Sottana


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ, 05 OTTOBRE 2007
Pagina I
L´ANALISI
Come avvicinare partiti e società
FRANCESCO PALAZZO




In un periodo di grillismo imperante, in mezzo alle mille riserve che anche in Sicilia stanno caratterizzando la costituzione del Partito democratico, non è semplice parlare di partiti. L´organizzazione partito suscita, sempre più, forme immediate di rifiuto. Non è un bel vedere. Ne perde la vita politica e, in ultima analisi, la democrazia. Talvolta il rifiuto nasce dal qualunquismo, più spesso le critiche sono fondatissime. E non giungono, i mugugni, soltanto da fuori. Basta sentire quanto gli stessi protagonisti impegnati nel Partito democratico siciliano dicono, più o meno sottovoce, delle procedure che stanno portando alle primarie del 14 ottobre. Forse gli scontenti sono più tra gli interni a Margherita e Ds che non tra le soggettività che osservano esternamente. Stesso ragionamento di problematicità si può formulare guardando alla parte politica situata a sinistra del Partito democratico. Se quest´ultimo, a ogni modo, è in fase di partenza, la sinistra democratica e quella europea sono ancora in mezzo al guado, e non è facile, al momento, intravedere sviluppi, almeno scrutando le cose dalla Sicilia. Nel centrodestra siciliano la situazione è cristallizzata nella mera gestione del potere, senza spazio per altro. Nei partiti che lo compongono si prospettano o si simulano, è vero, rotture e alleanze, ma solo per misurare i rapporti di forza. L´unico scopo è quello di non perdere quanto i risultati elettorali hanno già consegnato nei diversi livelli di rappresentanza. Questo è il quadro generale, certo non entusiasmante. Tuttavia, per dirla con Romano Prodi, non è detto che la società sia migliore dei partiti che la rappresentano. Anzi, sappiamo bene che il ventre molle di una terra come quella siciliana è lo specchio fedele, se non peggiore, di quanto poi i partiti esprimono. Tenuto conto che la società diffusa non è ancora riuscita a mettere in campo qualcosa che funzioni meglio, e quando ci prova copia il peggio dei partiti, non è banale porsi due domande. Qual è il vero rapporto che i cittadini hanno con i partiti per come sono, ossia abbastanza mediocri? Quale livello qualitativo di cittadinanza politica sono in grado di mettere in campo i pezzi di società esterni alle formazioni partitiche, a parte il diffusissimo sport nazionale di lamentarsi dell´universo mondo? Punti attorno ai quali, dalla mattina di domani al tardo pomeriggio di domenica, si rifletterà a Petralia Sottana nel corso di un seminario. "Cittadini mediamente onesti e partiti politici: confronto tra delusi, possibilisti e soddisfatti", è il titolo del convegno, promosso dall´associazione scuola di formazione etico-politica "Giovanni Falcone" e dal Comune di Petralia Sottana (info www.petraliasottana.net e 3386132301). Sono state chiamate a confrontarsi e a interagire con i presenti individualità che hanno seguito traiettorie diverse. Ci sarà Simona Mafai, la quale, dopo essere stata per lungo tempo distante dai partiti, ha scelto generosamente d´impegnarsi nel Partito democratico, rappresentando in Sicilia la candidatura di Veltroni. È previsto un intervento di Vittorio Villa, filosofo del diritto, che invece ha preferito defilarsi rispetto ad un impegno organico nei Ds. Ci saranno poi dei contributi significativi degli amministratori del comune di Petralia, a cominciare dall´attuale sindaco Santo Inguaggiato. Persone, queste ultime, non solo militanti nei partiti, anche se con molti distinguo, ma che si sono addirittura caricate sulle spalle la fatica di rappresentarli nel governo di un ente locale. Con tutte le difficoltà, in primo luogo finanziarie, che tale scelta comporta. Insomma, un appuntamento per riflettere, se è possibile in questo momento, a bassa voce. Sapendo che i torti e le ragioni, in una società complessa come la nostra, non stanno mai da una sola parte. E che la virtuale cesura tra società civile pulita e società partitica sporca è sbagliata, nella forma e nella sostanza, e non serve a nessuno

giovedì 27 settembre 2007

Partito Democratico, candidato ma non troppo

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 27 SETTEMBRE 2007
Pagina VIII
Metamorfosi di un elettore candidabile alle primarie
FRANCESCO PALAZZO




È inutile girarci intorno. Sono stato trombato agli albori della mia carriera politica all´interno del costituendo Partito democratico. Avevo deciso da qualche giorno di non andare a votare alle ennesime primarie senza sorprese possibili che, ecco, mi viene chiesta la disponibilità a entrare in lista per cercare di diventare uno dei 360 costituenti regionali del partito. A un mezzo no era seguito un sì. Avevo pensato: perché non andare a vedere le carte di un percorso politico che grida ai quattro venti di volersi aprire a esponenti esterni ai partiti? I parenti e gli amici, che avevano letto sul giornale il mio nome tra i papabili, già si erano informati a quale scranno di potere ero destinato. Cominciavano a guardarmi con occhi indagatori, per capire cosa ci avrei guadagnato. Dissolta con rassicuranti parole la diffidenza, avevo cominciato a spiegare, entrando nella parte e dimenticando le critiche che io stesso avevo pubblicamente formulato, l´importanza di un partito che fa votare i propri iscritti affinché eleggano i segretari politici nazionale e regionale. Certo, il solito nipote, un po´ arrogantello, che si sente chissà chi perché sfoglia qualche giornale, aveva obiettato che non era una grande prova di democrazia far votare la gente dopo aver imposto i candidati sicuri vincenti. Lo avevo licenziato su due piedi sottolineando la «complessità» della politica. Erano cose che non poteva capire alla sua tenera età. Incredibile, riflettevo durante il silenzio notturno che precede il sonno. Già era in atto la mia trasformazione in uomo di partito che tutto capisce, tutto sa e tutto giustifica sull´altare dei compromessi e degli accordi. Ma ormai il dato era tratto. Nel frattempo mi giungevano notizie di altre metamorfosi, simili o peggiori della mia. Erano altri uomini della cosiddetta società civile, contattati come me e ora anche loro «trombati». Potremmo costituire un club. Oppure formare una corrente di aspiranti democratici dentro il democratico partito. Ce ne sono già tante, una in più o in meno non scandalizzerebbe nessuno. Tranne un mio zio, che mi vuole un gran bene. Non riusciva a capire perché mai avrei accettato, contraddicendomi platealmente, di essere inserito in liste bloccate. Per intenderci le stesse della legge elettorale nazionale con la quale abbiamo votato nel 2006, turandoci il naso e tappandoci la bocca. Quella stessa che fa scegliere gli eletti ai partiti e poi chiama alle urne gli elettori e le elettrici. Ecco la critica che mi giungeva da sinistra, c´è sempre qualche saputello che pensa di scavalcarti e di fare il rivoluzionario. Sull´argomento, credetemi sulla parola, ho sfoderato tutto il mio estro riformista. Meglio fare piccoli passi, sentenziavo, mentre già si completava la mutazione genetica, che tentare invano di rovesciare il mondo da un giorno all´altro. Oggi vi facciamo votare per scherzo, domani vi faremo scegliere il colore dei gazebo, dopodomani anche quello delle schede. Poi, col tempo, si vedrà. Un passo dopo l´altro, senza premura. Ormai mi ero del tutto trasfigurato, la sera mi addormentavo tranquillo, senza più sensi di colpa. Poi, improvvisamente, il giorno successivo alla scadenza per la presentazione delle liste, mi viene comunicato che l´apertura alla società civile nel Partito democratico era prevista, per il genere maschile, solo nei giorni dispari. Per le donne anche in quelli pari, ma solo perché era un´imposizione. Malauguratamente, il giorno in cui si definivano le liste era il 22 settembre. Niente da fare. Per quel giorno i posti nelle prime file riservati agli uomini nella lista veltroniana erano stati prenotati da onorevoli nazionali e regionali, dai consiglieri comunali, dai dirigenti dei partiti e via elencando in una lista che non finiva più. È andata così. Però mi sono salvato. Da qualche giorno ricomincio ad avere sembianze umane. Ho contattato parenti e amici e ho spiegato che niente era cambiato. Non diventerò democratico. Così imparo, a 43 anni suonati, a credere ancora alle favole.

lunedì 24 settembre 2007

Commissione Antimafia Regionale, vorrei ma non posso

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 22 SETTEMBRE 2007
Pagina XII
Come rilanciare l´Antimafia regionale

FRANCESCO PALAZZO




L´Udc, è notizia di ieri, minaccia di non partecipare più ai lavori d´aula all´Assemblea regionale e di disertare pure le sedute delle commissioni, se non si costituirà la commissione Antimafia regionale. Stesse pressioni giungono da Alleanza nazionale. Il presidente dell´Ars vorrebbe una commissione riformata, con nuovi e più incisivi poteri. Che a oggi non ha mai avuto. E non solo perché non sono scritti sulla carta. L´antimafia seria la si fa anche con poco. Quando parliamo di gente come padre Puglisi o Giuseppe Impastato, per fare solo due esempi, ci rendiamo conto di come si possa incidere su tessuti sociali molto difficili, e il quartiere Brancaccio dei primi anni Novanta o la Cinisi degli anni Settanta lo erano senz´altro, con la forza della volontà accompagnata da una precisa scelta sociale, politica o religiosa. Puglisi e Impastato non hanno aspettato che una legge imponesse loro di fare antimafia. Allo stesso modo, spostandoci nel campo istituzionale e partitico, hanno agito Piersanti Mattarella da presidente della Regione e Pio La Torre da segretario regionale dell´allora Partito comunista.Non è insomma la carta che fa l´antimafioso, così come non è la Bibbia, faceva notare ieri Michele Serra su Repubblica a proposito di Provenzano, che fa il cristiano. L´Antimafia regionale, se davvero avesse voluto, avrebbe trovato, come succede quando le cose veramente interessano, i mezzi e le risorse per diventare il luogo istituzionale più importante nella regione per la lotta alla mafia, in particolare per ciò che concerne i rapporti mafia-politica-economia. Senza i quali Cosa nostra non sarebbe mai diventata un problema enorme, che da un secolo e mezzo è capace di evolversi passando dall´Italia liberale a quella fascista, viaggiando tra la Prima e la Seconda repubblica.Detto questo, ci rendiamo conto che una modifica legislativa può essere utile per aggiornare l´impianto dell´Antimafia regionale. È un´attività parlamentare, visto che siamo in Sicilia e non in Norvegia, che doveva iniziare sin dal primo giorno della legislatura, cominciata da quasi un anno e mezzo. Uno strumento sul quale si può lavorare c´è già. È stata infatti presentata da Rita Borsellino una proposta di legge (la numero 547 del 14 marzo scorso - leggibile per esteso dal sito dell´Ars). Non sappiamo che fine abbia fatto. Si propone di inserirsi in un testo che manterrebbe molte parti dell´attuale normativa.Il primo punto che introduce è che la commissione deve essere rinnovata a ogni inizio di legislatura entro novanta giorni dalla prima seduta del Parlamento regionale. La legge attualmente in vigore prescrive solo che può essere rinnovata, senza limiti di tempo. Limiti che l´attuale Assemblea regionale ha inteso sinora nel senso più largo e infruttuoso possibile. Viene aggiunto un comma che impedirebbe di essere eletti nella commissione a quei parlamentari sottoposti a procedimenti giudiziari per reati connessi all´associazione mafiosa e contro la pubblica amministrazione o che svolgano incarichi professionali per conto di soggetti indagati o con processi penali in corso per i medesimi reati.Poiché sinora non è stata mai presentata alcuna relazione al Parlamento regionale, tale proposta la rende obbligatoria entro il 31 marzo di ogni anno. In caso di inadempienza, trascorsi i trenta giorni, il presidente dell´Assemblea dichiarerebbe sciolta la commissione nominandone un´altra entro trenta giorni. Secondo la proposta della Borsellino, non può essere una relazione che parli d´aria. Deve comprendere un´attenta valutazione a livello regionale dello stato d´attuazione della legislazione nazionale e regionale sull´utilizzazione dei beni confiscati alla mafia, sulla lotta al racket e all´usura. Per ciò che riguarda le collaborazioni esterne, il disegno di legge prevede di stipulare convenzioni con centri studi, fondazioni e associazioni antimafia. È una novità anche in questo caso: la legge in vigore parla in maniera generica di collaborazioni esterne. Le quali, per quanto è a nostra conoscenza, non sono mai state attivate.Quindi, se si vuole davvero, si può iniziare a discutere anche da domani. Ricordandosi sempre che non è la norma che sorregge o crea l´antimafia nei singoli, quando questa non c´è o è carente

sabato 15 settembre 2007

Pino Puglisi a 14 anni dall'omicidio


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 15 SETTEMBRE 2007

Pagina I

L´ANALISI

Il metodo padre Puglisi una rivoluzione tradita
FRANCESCO PALAZZO





Molti palermitani che pure conoscono bene i fatti riguardanti la vita e la morte di padre Puglisi, si interrogano ancora sulle vere motivazioni dell´omicidio, del quale oggi ricorre il quattordicesimo anniversario. Le risposte, dopo la chiusura dei processi a carico di mandanti ed esecutori, possono apparire scontate. Il parroco di Brancaccio è morto perché faceva antimafia. Questo il primo, ovvio, responso. Se però si pensa che all´epoca dei fatti, nei primi anni Novanta, altri preti in maniera più eclatante svolgevano pubbliche azioni antimafiose, si può dedurre che la prima motivazione non spiega molto. Si può aggiungere che don Pino toglieva i bambini dalla strada. Ma, anche in questo caso, parliamo di un´attività che le parrocchie svolgono da sempre. La mafia ha poco da temerne, considerata la circostanza che moltissimi mafiosi sono frequentatori abituali di sacrestie. Un aspetto che invece apparirebbe più circostanziato è quello che porta al sospetto, infondato, che i mafiosi avrebbero avuto circa l´infiltrazione di investigatori nel Centro Padre Nostro, fondato dal sacerdote nel gennaio 1993 e già operante dal 1991. Tuttavia, visto che il potere mafioso riesce spesso a svelare questi movimenti, soprattutto in quartieri periferici dove tutti si conoscono, è davvero improbabile che Cosa nostra non sia venuta a capo dell´inesistente pericolo prima di premere il grilletto. Ma di padre Puglisi, certamente, la cosca mafiosa operante a Brancaccio aveva di che temere. Per come può leggerla uno come me, che è nato e vissuto nel rione, Puglisi mette in campo a Brancaccio, e porta sino in fondo, qualcosa che il quartiere aveva cominciato a conoscere attraverso l´esperienza di Rosario Giuè. Che lo aveva preceduto come parroco dal 1985 al 1989. Si tratta di un doppio percorso, pastorale e sociale. Un messaggio cristiano pulito, vissuto lontano dai palazzi del potere, frequentati casomai solo per chiedere diritti e non per officiare i riti dei potenti. Nei tre anni che Pino Puglisi sta a Brancaccio, dall´ottobre del 1990 al settembre 1993, il tratto che più colpisce è la povertà di mezzi. Non ci sono soldi eppure si mette su un centro d´accoglienza. E lo si fa non per dare i classici pacchi di pasta, che chissà quanto costano alle casse pubbliche, ma per dire a un quartiere intero che un´altra strada era possibile. Lontano dalla mafia e da coloro che politicamente e socialmente la coprono, anche se nelle ricorrenze si vestono strumentalmente d´antimafia. Ed era percorribile quella strada contando sull´apporto di alcune semplici suore poste alla guida del centro, che sposano subito la semplicità francescana e la gratuità che don Pino stava dando a tutta la sua esperienza. A cominciare da quella più prettamente presbiteriale e parrocchiale. Piena anch´essa di fede genuina, preparazione teologica, spessore cristiano. E non solo. Puglisi si avvicina al territorio politicamente. Non legandosi a cordate partitiche per fare carriera o trovare un posto al sole, ma valorizzando ciò che nel vivo del territorio nasceva, cioè il comitato intercondominiale Hazon. Formato da un gruppo di cittadini che chiedevano diritti elementari e non erano disposti a modificarli in favori, da ricevere su un piatto d´argento in cambio d´appoggi elettorali. Lo ricordo, da capogruppo dell´opposizione in quello che allora era il consiglio di quartiere, fermo e risoluto alla testa di quel gruppo di persone. Ecco la rivoluzione della normalità, della semplicità, della coerenza, della sobrietà, tentata in quel quartiere. Ecco gli ambiti da indagare se si vuole comprendere, al di là dei processi, perché don Pino è stato fatto fuori. Ciò serve più per affrontare l´oggi che per darsi ragione del passato. Di una chiesa di questo tipo sentiamo fortemente il bisogno. Di comunità cristiane siffatte necessitano sia le borgate periferiche sia le zone centrali. Il resto, tutto il resto, rischia di rivelarsi acqua fresca. A 14 anni dalla sua morte dobbiamo purtroppo rilevare che la dimensione, sociale e pastorale insieme, del piccolo prete di Brancaccio si è come sbiadita. Forse persa del tutto.

mercoledì 12 settembre 2007

Le donne e le piazze siciliane

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 12 SETTEMBRE 2007

Pagina VIII


L´assenza delle donne nelle piazze dei paesi siciliani

FRANCESCO PALAZZO






Nel periodo estivo, vuoi per qualche settimana di vacanza in Sicilia, vuoi per spostamenti prolungati nei luoghi di villeggiatura, capita spesso di attraversare molti paesi della nostra isola, dell´entroterra o costieri. Ogni paese, piccolissimo, medio o più grandicello che sia, dispone, almeno, di un corso principale e di una piazza centrale. Punti di riferimento quasi forzati della vita comunitaria, scenari sociali in cui si va per guardare e farsi vedere. Ebbene, passando di corsa o soffermandosi per una breve pausa, non importa la provincia, che tutte sono comprese, hai la sensazione che il tempo si fermi. Il fotogramma che passa nelle memorie di aggeggi elettronici o quello che rimane impresso nell´umano e personale ricordare, è sempre uguale a se stesso. Si tratta di un´immagine antica. Un copione tuttora invariato, che viene da lontano. Evidentemente condiviso sia dai protagonisti, tanto è rappresentato con naturalezza, sia dai casuali osservatori, i quali ormai lo considerano parte del paesaggio e probabilmente si sorprenderebbero se un bel giorno tutto mutasse. Il fatto è presto detto. Nelle piazze e nei viali principali, davanti ai bar e nei locali di svago, nei circoli e nei dopolavori troviamo uomini e solo uomini. A meno che non si tratti della passeggiata festiva domenicale nella via centrale o siano in corso i festeggiamenti per la ricorrenza del santo patrono. In questi casi il mondo torna a ricomporsi nelle sue naturali proporzioni di genere. Ma nelle mattine o nei pomeriggi dei giorni feriali, vale a dire nella normale vita quotidiana, nel palcoscenico pubblico la mela di genere torna a mostrarsi con una sola faccia, spaccata a metà come se fosse stata tranciata. Quindi solo maschi. Una volta erano solo con la coppola, assisi in quelle sedie dei circoli che potrebbero raccontare storia. Adesso di coppole se ne vedono meno, il bianco e nero di pantaloni, camicie, bretelle e copricapi resiste ancora. Trovano però sempre più spazio le magliette colorate e altre varianti, marchi del consumismo imperante. Sono, tuttavia, solo dettagli, niente di fondamentale si è trasformato. Per dirla tutta, anche in alcuni quartieri popolari di una grande città come Palermo si può assistere al fenomeno. Nei paesi la cosa è più eclatante. La scena di una piccola cittadina, al confine tra Messina e Catania, dove qualche settimana addietro si andava per prendere i giornali e per gustare superlative granite accompagnate da soffici e sproporzionate brioscine, era la seguente: uomini che giocavano a carte già alle nove del mattino sui tavolini disposti all´esterno del bar principale, di femmine neanche l´ombra. Solo alcune donne, a distanza di sicurezza, si occupavano di lavorare ai ferri, di schiacciare noci per preparare qualche dolce, di sovrintendere alla gestione del tabacchi edicola e di stare appresso ai pargoli. Ci diranno che oggi molte donne siciliane fanno carriera e che riescono a sfuggire a questi meccanismi. Osservazione vera quanto trascurabile, trattandosi di numeri davvero minimi. Resta il fatto che una larghissima percentuale di donne sicule sta dentro lo schema divisorio e fortemente discriminate prima accennato. Che non spiega tutto, è chiaro, ma che è un simbolo, una traccia, la punta di un iceberg del molto che c´è dietro. Il sintomo apparente di una malattia profonda. Leonardo Sciascia, se non ricordiamo male nel libro intervista "La Sicilia come metafora", rifletteva sul fatto che i figli dei contadini da un certo momento in poi cominciarono a farsi "vedere" con il vestito buono per le vie dei paesi alla pari dei figli dei benestanti. Lo scrittore di Racalmuto considerava tale cambiamento non una rivoluzione, ma, ancor di più, una fondamentale premessa perché cambiassero anche tanti altri aspetti della vita associata verso una sempre maggiore uguaglianza e giustizia. Anzi, diceva che forse proprio quella novità era il simbolo che tante cose stavano cambiando o erano già mutate. Che le donne, dunque, comincino nei vari paesi delle nostre contrade a comparire ai visitatori casuali e feriali, mescolandosi alle coppole nei bar, nei circoli, sedendosi sulle sedie disposte sui marciapiedi parallelamente alle strade, oppure inventandosi qualcos´altro, ma apparendo, potrebbe già essere un passo verso cambiamenti più profondi. O la spia, per dirla con Sciascia, che quelle trasformazioni sono già avvenute o stanno già verificandosi.

lunedì 10 settembre 2007

Partito Democratico Siciliano, candidati (non) cercasi



LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 08 SETTEMBRE 2007

Pagina XII

Quali primarie per il Partito democratico


Non sappiamo se la candidatura di Giuseppe Lumia per la guida del Partito democratico siciliano andrà in porto. Vediamo che si sta comunque concretizzando attraverso una rete di contatti politici che la stanno caratterizzando in senso diffuso. Prima i ragionamenti e poi i nomi. Pare che siano questi i connotati della discesa in campo dell´esponente diessino. La cosa sta sparigliando le carte di quanti erano già in fase di decollo con un metodo diverso. Consistente nel fare prima il nome, uno solo e benedetto da Roma (che novità), per poi avviare una discussione che, per forza di cose e con queste premesse, si stava già muovendo su uno spartito da elettroencefalogramma quasi piatto. Verrebbe da chiedersi che senso ha tentare la costruzione di una nuova soggettività politica in tal modo. Peraltro in una regione in cui invece il centrosinistra ha bisogno di una forte scossa politica, che possa richiamare alla partecipazione masse di cittadini e cittadine che molto si attendono dal nuovo partito e tanto possono fare per esso e al suo interno. Pure non si comprende la logica che sta dietro all´elezione primaria, visto che poi si fa il tiro al bersaglio sui concorrenti che vogliono proporsi. Lo si sta facendo con Lumia, ci stanno provando con il primo ad avere ufficializzato la candidatura, cioè Ferdinando Latteri. È davvero uno strano modo di procedere. Elezioni sì, dunque, ma con un solo nome. I fautori della candidatura unica hanno il problema di non rompere il noto accordo ratificato in sede nazionale. Che attribuisce il segretario politico del Partito democratico nella nostra regione alla Margherita, anzi ad una parte di essa. Senza discussioni e senza confronti. Tanto che, appunto, ci si preoccupa vivamente che con due o tre candidature «si dia un segnale conflittuale e poco costruttivo». Parole lette con sgomento in un resoconto giornalistico e attribuite a un esponente siciliano di primo piano dei Ds. Insomma, le primarie siciliane del 14 ottobre non dovrebbero essere un vero e serio passaggio elettorale, ma una banale presa d´atto di un´investitura già ruminata e servita fredda nei gazebo elettorali. Niente di nuovo e sconvolgente, per carità. Questa terra è stata abituata, nei sei decenni dell´Italia repubblicana, a dover fare i conti con prassi e metodi pensati al di là dello Stretto e poi interpretati fedelmente dalle classi dirigenti locali come fatalità immodificabili. Senza contare che talvolta, o molto spesso, vi sono quelli che si rivelano più realisti del re. I quali riescono a mettere in scena rappresentazioni monocromatiche in cui non si lascia il minimo spazio alla creatività e alla fantasia, pur possibili anche in presenza d´indicazioni provenienti dall´alto. Allora occorre che scenda nell´agone la forza del singolo, preceduto e accompagnato da un progetto politico capace di motivare un elettorato siciliano di centrosinistra, stanco delle mezze misure, dei calcoli, della mancanza di coraggio. Di una politica che pare muoversi avendo costantemente sotto il sedere la rete protettiva del già sperimentato e consolidato. È inutile plaudire al coraggio antimafioso dei dirigenti siciliani di Confindustria se poi politicamente, come partiti, non si è in grado di perseguire strade che aprano nuovi orizzonti di senso e d´impegno. In grado di fare i conti con tutto il male e con tutto il bene che questa terra è in grado d´esprimere. Ci dicono che fare bene un partito è difficile, e noi ci crediamo. Abbiamo però la vaga impressione che farlo male sia, al contrario, abbastanza facile. La possibile candidatura di Lumia, e quella già avanzata dello stesso Latteri, se non renderanno semplice il difficile, sono quantomeno in grado di diradare, da subito, le false partenze. Queste ultime, sì, davvero evitabili.

Racket mafioso, tra imprese che si svegliano e politica assente


LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 04 SETTEMBRE 2007
Pagina I
LA POLITICA IN RITARDO
FRANCESCO PALAZZO




La decisione di voler mettere fuori dall´associazione degli industriali chi paga il pizzo alla mafia è rivoluzionaria. La nostra regione è tornata a porsi in primo piano. Non per un omicidio, non per i lavavetri ai semafori e neanche per una classe produttiva che non vuole pagare le tasse. Non c´è tornata per merito di una lotta alla mafia rimessa in campo dai partiti e dalle istituzioni rappresentative. Queste due entità, grosso modo, dormono sonni tranquilli, tranne che per esternare solidarietà alle vittime e applaudire le forze dell´ordine quando concludono brillanti operazioni. Rimane in mezzo al guado l´Assemblea regionale siciliana. Che ancora, senza più scusanti, vergognosamente possiamo ben dire, tarda a formare una commissione parlamentare antimafia che non sia solo un dovere istituzionale, com´è stata sino alla passata legislatura, ma il primo presidio regionale della politica nella lotta alla mafia. Questa sarebbe la risposta da fornire agli imprenditori che vogliono scrollarsi di dosso il giogo mafioso. Il dibattito che si annuncia, in occasione della probabile seduta straordinaria dell´Ars sull´argomento racket, rischia soltanto di riversare su tutti noi fiumi d´inutile retorica, che serviranno soltanto a coprire formalmente il vuoto sostanziale che la politica siciliana mostra di avere sulla questione mafiosa. L´opposizione all´Assemblea regionale, se ricordiamo bene, dispone di una delegazione parlamentare che supera abbondantemente le trenta unità. Possibile che non riesca a pressare, anche ricorrendo a una simbolica occupazione dell´aula, al fine di giungere alla composizione della commissione? Non possiamo sottacere il messaggio rassicurante che la politica siciliana, la sua massima istituzione, in tal caso manda alla mafia e quello poco confortante che invia a tutti noi e alla classe dirigente imprenditoriale siciliana. Quest´ultima riconduce, come dicevamo, la Sicilia al centro del dibattito nazionale. Sicindustria non chiede agli imprenditori di fare gli eroi, ma prospetta un maturo cammino collettivo per uscire fuori dalle tenaglie del racket mafioso. È una mutazione di prospettiva e non ha importanza che in questo momento ci si limiti alle parole, perché s´introduce nel vivo del tessuto imprenditoriale siciliano una soluzione di continuità che seminerà parecchio e in profondità. A questo punto, però, va posta onestamente una questione molto delicata. Affermare che saranno messi alla porta dell´associazione degli industriali le imprese e i relativi imprenditori che versano il pizzo e non denunciano l´aggressione che subiscono, ma anzi talvolta la cercano per lavorare «sicuri», in un regione in cui più dell´80 per cento delle imprese paga tranquillamente, significa poi agire di conseguenza. La rivoluzione annunciata dagli industriali non deve restare dunque una affermazione di principio. Quando sarà accertato che un imprenditore ha pagato il pizzo alla mafia, Confindustria dovrà indicargli la porta d´uscita, nel rispetto di regole e garanzie che al momento sono ancora da definire. In caso contrario la «rivoluzione culturale» appena iniziata comincerebbe a ripiegarsi dolorosamente su se stessa, nel riflusso che tanti momenti d´emergenza di lotta alla mafia hanno a un certo punto fatalmente conosciuto. Speriamo che così non vada, ma il rischio, come i nostri lettori possono ben comprendere e come ben sanno i dirigenti attuali di Confindustria in Sicilia, non è campato in aria. Quello che vogliamo dire è che ci si trova di fronte a un primo passo. Adesso il difficile sarà camminare con coerenza nel quotidiano, non appena si saranno spente, e accadrà presto, le luci dei riflettori.

Il governatore pellegrino

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 01 SETTEMBRE 2007

Pagina I
LA POLEMICA
FRANCESCO PALAZZO

LA RELIGIONE RUMOROSA DEL CUFFARO PELLEGRINO




Non c´è dubbio che Salvatore Cuffaro stia diventando un grande comunicatore. Quella foto vista ieri sui giornali, che lo immortala insieme ai suoi tre amici e compagni di partito durante un pellegrinaggio, è un bel colpo. Pensiamo sia difficile che l´abbiano inviata ai giornali i paparazzi in agguato sulle vie dello spirito, più probabile e banale che l´abbia recapitata qualche ufficio stampa. Un modo come un altro per fare entrare la religione nella cronaca politica. La quale puntualmente c´informa che oggi, dopo avere percorso trecentocinquanta chilometri, i nostri arriveranno alla meta, il frequentatissimo santuario di Santiago di Compostela, in Spagna, punto di riferimento di larga parte della cristianità. Poteva essere un rispettabilissimo e intenso viaggio privato, un lungo percorso di fede e di ricerca svolto con riservatezza, per meditare sulle cose della vita e del mondo. Invece, per volontà dei protagonisti, è diventato un fatto pubblico, con tanto di cronaca puntuale circa lo svolgersi delle giornate di cammino. Perfino la dieta alimentare di questi credenti abbiamo avuto modo di conoscere. Così come la disavventura fisica del governatore siciliano, vittima di un problema al ginocchio sinistro, che infatti nella foto appare fasciato. Per carità, ognuno è padrone d´intendere e di vivere il rapporto con Dio come meglio crede. La chiesa è bella per questo, perché è grande, c´è spazio per tutti e per tutto e ognuno ci sta dentro a modo suo. Ci chiediamo, tuttavia, cosa porta alla scelta d´informare l´universo mondo della decisione di affaticarsi in un pellegrinaggio. Sia chiaro, non siamo ingenui e comprendiamo l´utilità pubblica, le credenziali, che un uomo politico può ricavarne. Ma al di là di ciò, a noi pare che possa scorgersi in Cuffaro una maniera genuina, sentita, profonda, di porsi nei confronti della dimensione religiosa. E, proprio per questo, vogliamo domandarci che tipo di religione e di politica ci stanno dietro. Non dovrebbe essere proprio la silenziosa umiltà la dote principale di un pellegrino, di un viandante, di colui che cerca? Almeno tale dimensione abbiamo colto negli occhi e nella parole di una ragazza palermitana, figlia di un nostro amico, che ci raccontava emozionata il suo interminabile viaggio a piedi dello scorso anno sino a Santiago di Compostela. O, quello, ancora più recente, sulle orme di San Francesco, da Rieti ad Assisi. Si trattava, in entrambi i casi, di scout che viaggiavano con i classici zaini e le tende al seguito. I ragazzi dormivano, mangiavano e si lavavano quanto potevano. E soprattutto amavano il silenzio. Immersi, dalla testa ai piedi, in una spiritualità fatta di ascolto e di meditazione. Il cammino del governatore e della sua compagnia, non ce ne vogliano i protagonisti dell´impresa, c´è parso invece troppo rumoroso ed eccessivamente esternante. Non ne parleremmo se si fosse svolto nella tranquillità e nella pace di un avvenimento intimo. Del resto, se tale fosse stata la scelta non ne avremmo saputo niente. Così come nulla ci giunge dei tantissimi uomini e donne, politici cattolici, che preferiscono vivere senza comunicati stampa la loro dimensione di credenti. Poiché, però, tutto si è consumato sotto la luce dei riflettori, non possiamo che rilevare come sempre più la religione diventa un mezzo come un altro per vivere la politica, sin quasi a diventare la stessa cosa. Altro che staccare la spina per qualche giorno. In fondo, però, il nostro governatore non ha inaugurato niente di nuovo. Credendoci davvero ha solo rinfoltito, dopo aver messo la Sicilia sotto il manto protettivo della Madonna, lo scaffale siciliano del grande contenitore italiano in cui politica e religione vanno a braccetto o si incontrano naturalmente, guadagnandoci entrambi. Talvolta, come in questo caso, senza neanche esageratamente calcolare le mosse.