venerdì 29 maggio 2009

Regione Siciliana: elettori ed eletti

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 29 MAGGIO 2009
Pagina XVI
CHI CI GUADAGNA NEL CAOS REGIONE
Francesco Palazzo

Quando un presidente di Regione non ha più una maggioranza non convoca una conferenza stampa. Va davanti al parlamento regionale e chiarisce le tue intenzioni. Se lì esso verifica di non avere più il sostegno delle forze politiche della sua coalizione resta solo una cosa da fare. Tornare dagli elettori. Questo prevede la democrazia rappresentativa. Finché non troviamo qualcosa di più funzionante, sarebbe bene seguirne almeno le regole principali. Se si percorrono altre vie o impervie scorciatoie, per quanto abili e spregiudicate possano apparire, si rischia solo di fare confusione. Nella quale torti e ragioni si mescolano in un frullatore dal quale, prima o poi, esce fuori una melassa. Per comprendere quello che accade alla Regione è necessario mettere da parte i fiumi di parole di questi giorni e chiederci chi ci guadagna. Certamente non trae utilità dal balletto politico la Sicilia. I cui tanti problemi irrisolti e incancreniti - così come non si sono giovati nell´ultimo anno dell´operato del governo Lombardo - non troveranno beneficio da un esecutivo che dovrà andarsi a cercare volta per volta il consenso in aula. Ma scusate, non è esattamente quanto accaduto con il governo appena decaduto? Dove sta la novità? Qual è il passo in avanti? Ricorderete ciò che è successo sulla sanità. Un piano del governo e uno della maggioranza, con l´opposizione che cercava di infilarsi tra le pieghe. E poi il nascere di un qualcosa che chiamarla riforma ci vuole molta buona volontà. Forse dal nuovo corso ci guadagnerà la democrazia? Il corpo elettorale, quello che ha votato alle regionali del 2008, aveva scelto una maggioranza, sostenendola con un voto plebiscitario. Adesso si ritrova una configurazione politica che non si capisce bene cosa è e che viene messa in campo sopra la sua testa. Con decisioni che giungono da Roma, con notizie che planano direttamente dalle trasmissioni di approfondimento politico. Tanto che ci si può cominciare a chiedere a cosa serva l´elezione diretta di un presidente e della sua maggioranza. Entrambi inseriti in un´unica scheda elettorale. C´è, quindi, un secondo sconfitto, oltre la Sicilia. È il concetto stesso di democrazia rappresentativa. Il popolo elegge, gli eletti rispettano il mandato ricevuto. Cosa dire, poi, dell´Assemblea regionale costretta a riaprire, come un qualsiasi consiglio condominiale, nell´ultimo giorno di campagna elettorale? A proposito di elezioni. Pesantemente annichilita da questa situazione è pure l´Europa. Già in Sicilia se ne parlava poco e niente, figuriamoci adesso. Il voto per il parlamento europeo si utilizzerà solo per misurare i rapporti d forza. Lombardo supererà il 4 per cento? E il Pdl andrà oltre il 50? E il Partito democratico riuscirà a tenere? Perché sì, anche i Democratici ci perdono. Aspetteranno gli eventi e i nomi degli assessori. Sarebbe stato così indecente chiedere le elezioni e presentare una mozione di sfiducia in parlamento contro Lombardo? Cosa ha da guadagnare il Pd, con una posizione attendista? Storicamente in Sicilia queste operazioni del «ci sto ma non si deve vedere» sono state sempre a perdere per la sinistra. Alla domanda iniziale abbiamo forse risposto in maniera inversa, sottolineando più chi ci perde e non chi ci guadagna da questa operazione. Perché probabilmente non ci ricava niente nessuno. Ma una speranza per trarre profitto da queste ore convulse c´è. Sono le elezioni anticipate. Tutti sarebbero costretti, finalmente, a fare delle scelte chiare e nette di fronte al popolo siciliano. E non delle trattative opache dentro le stanze del potere.

sabato 23 maggio 2009

Diciassette anni fa, la memoria in un fumetto

SETTIMANALE CENTONOVE
22 maggio 2009
Pag. 37
GIOVANNI A FUMETTI
Francesco Palazzo

Claudio Stassi è nato a Brancaccio. Aveva quindici anni quando, il 23 maggio del 1992, Cosa nostra fece saltare in aria Falcone, la moglie e tre uomini della scorta. Quel giorno era salito a casa un po’ malmesso, una banda di bulli aveva attaccato lui e i suoi amici. Ma aprendo la porta di casa, vide che qualcosa di molto più tragico era accaduto. In quei giorni disegnò per la prima volta il volto del magistrato. “Con ingenuità e con enorme rispetto”. Lo scrive nell’intervento che chiude il fumetto “Per questo mi chiamo Giovanni”, edito dalla Rizzoli (Pag. 156 - € 18), da poco in libreria. E’ la trasposizione dell’omonimo libro di Luigi Garlando. Perché oggi Claudio, forse a cominciare da quel volto del giudice, ha fatto di quel primo schizzo una professione. Oltre quest’ultima opera, ha già al suo attivo, tra le altre cose, il fumetto Brancaccio, in cui si parla di Padre Puglisi, che ha vinto un importante premio nel settore. Il lavoro in questione è la narrazione di un dialogo tra un padre e un figlio. Cui viene spiegato perché si chiama Giovanni. Il papà, durante una lunga passeggiata tra i quartieri di Palermo, Capaci e l’aeroporto Falcone-Borsellino, nel narrare la storia di Falcone, suggerisce al figlio come comportarsi a scuola contro un compagno prepotente. E’ una lezione sulla mafia e sull’antimafia degli ultimi decenni, per come si può spiegare a un bambino. Ma non è solo teoria. L’adulto rivela come lui stesso, nel non pagare più il pizzo, ha saputo ribellarsi alla violenza mafiosa. “Qui non si vendono più bambole”, risponde il padre agli estorsori, la stessa frase che il figlio utilizzerà a scuola. Il lavoro è stato realizzato con la tecnica degli acquerelli. A colori quando narra del dialogo tra i protagonisti, in bianco e nero negli altri momenti. C’è una sola pagina bianca, quella che dovrebbe raffigurare l’attentato. Dal testo scritto alle tavole del fumetto, il racconto prende un’altra forma, si concretizza in maniera diversa. Ad esempio si vede com’è fatto Bum, il pupazzo che il bambino di quasi dieci anni tiene sempre accanto. La mafia è descritta come un mostro, e forse con un bambino non si può evocare qualcosa di meno evanescente. Si entra però nel concreto quando, seduti al tavolo del ristorante, il padre tira fuori un carciofo. Le cosche, spiega al figlio, sono come le foglie del carciofo. Non manca il riferimento alla puncitina, alla santa che brucia, al giuramento di difendere deboli e indifesi. E forse qui, quando il figlio chiede che male c’è se dicono di difendere gli orfani e combattere le ingiustizie, e il padre risponde che forse un tempo era necessario, c’è una concessione a uno stereotipo, ossia alla differenza tra la mafia di una volta e quella di oggi. E' sono un attimo. Molto suggestiva, ecco l’importanza dell’immagine, l’aspirina immersa in un bicchiere per spiegare la morte del piccolo Di Matteo. Per la prima volta, Stassi, oltre che come disegnatore, si cimenta anche nella sceneggiatura. Con buoni risultati. Non è sempre agevole trasferire in un fumetto un testo che originariamente non è stato pensato per quest’uso. E’ un po’ come fare un film partendo da un romanzo. Spesso uno dei due mezzi espressivi è molto più bello dell’altro. In questo caso va, piuttosto, evidenziato che l’opera originaria di Garlando, libro godibilissimo, non perde niente, anzi guadagnerà il pubblico dei più giovani, più propensi a scorrere immagini che a compulsare testi. La suggestione del disegno riesce molto bene, visto che in questi giorni ricordiamo il diciassettesimo anniversario della strage, a tratteggiare come Giovanni Falcone sia stato osteggiato. A Palermo come a Roma. Per poi, da morto, essere osannato, magari pure da chi l’aveva massacrato con mezzi diversi da quei cinque quintali di tritolo. Giovanni, il ragazzo, e Giovanni, il giudice, hanno fatto i conti con la vita lo stesso giorno. Il primo venendo alla luce, il secondo scomparendo con un semplice gesto di un dito che ha azionato un timer. Una mano dietro la quale, è molto probabile, vi siano state complicità e coperture inquietanti. Provenienti da quella zona grigia senza la quale la mafia sarebbe solo una struttura criminale, molto più facile da colpire. La vita e la morte che s’incrociano nello stesso giorno. Ecco perché il padre ha deciso di chiamare il figlio Giovanni. Per finire, una tavola molto toccante. Quando il bambino, alla sorella del giudice che al citofono chiede chi fosse, risponde: “Giovanni, nato il 23 maggio 1992”.

giovedì 21 maggio 2009

Regione Siciliana, una soluzione parlamentare

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 21 MAGGIO 2009
Pagina XV
Trionfo alle urne, tonfo al governo
Francesco Palazzo

L´elezione diretta del presidente della Regione dovrebbe consentire allo stesso un´agibilità politica ampia. Soprattutto se la vittoria avviene con numeri «imbarazzanti». Lombardo si è imposto con il 65,3 per cento contro Anna Finocchiaro, fermatasi sotto il 31 per cento. Va aggiunto che l´alleanza di centrodestra, nel 2008, ha toccato uno stratosferico 68,1 per cento, distante dalla prestazione del 2006 (61,6 per cento) e superiore rispetto a quella del 2001 (65,1 per cento). A guardare i numeri quella dell´ultimo governatore siciliano doveva essere una cavalcata trionfale. Ora c´è una guerra tra Pdl e Udc da una parte e Mpa dall´altra dagli esiti imprevedibili. Certo, non ci sono in ballo idealità. I contendenti potrebbero trovare l´accordo dopo le europee. Ma cosa accadrà in caso contrario? A parte le improbabili dimissioni del governatore, ci sono tre possibili scenari. Vediamo i primi due. L´articolo 10 dello Statuto siciliano contempla la possibilità che si discuta una mozione di sfiducia, presentata da almeno 18 deputati, contro il presidente della Regione. Se la mozione è approvata, si va entro tre mesi alle urne. Se la mozione non passa vuol dire che il presidente ha ancora una maggioranza, magari diversa da quella iniziale. Si registrerebbe tale nuova configurazione, provando a mettere in piedi quello che in questi giorni viene definito governo istituzionale. In questo caso il Pd sarebbe della partita? Parrebbe di sì. È banale rilevare, guardando i numeri dell´Ars, che un qualsiasi altro governo senza Pdl e Udc, ammesso che possa contare su qualche sponda in queste due ultime formazioni, conterebbe davvero su una maggioranza risicatissima. Più un governo balneare che prepari le elezioni o altri testacoda, che un governo istituzionale con ambizioni di arrivare lontano. Ma questa almeno sarebbe una decisione assunta in un´aula parlamentare. Con Pdl e Udc che lascerebbero sul terreno più di qualche penna. In ogni caso la mozione di sfiducia è il percorso più netto, consentirebbe a tutti di capire quali sono i termini della questione. Poi ci sarebbe la terza soluzione. Sbarellare rovinosamente l´esecutivo malato, passando dall´aula a cose fatte, con un governo Mpa-Pd, mettendo dentro qualche deputato del Pdl e dell´Udc. Con un assetto numerico ancora più precario e una guerra più totale. A chi converrebbe questo finale? Non ai siciliani, che non potrebbero dare una lettura chiara di quanto accade. Certo a Pdl e Udc, che presto, in quanto la legislatura non arriverebbe alla sua naturale scadenza, farebbero valere i loro numeri elettorali e le ragioni di un responso elettorale cambiato fuori dall´Ars, spazzando via tutto. Ci sarebbe qualche vantaggio immediato per l´Mpa, che terrebbe il bandolo della matassa, sperando in una via d´uscita imprevista. Cosa ci guadagnerebbe, infine, il Pd? Per alcuni mesi tornerebbe al centro della politica siciliana, è vero. Ma poi, quando si tratterà di riscuotere il conto dalle urne, aggiungerebbe un solo voto a quelli che ha per ora? Se guardiamo al passato, potrebbe essere l´unica forza politica a rimetterci su tutta la linea. Se si vuole entrare nella stanza dei bottoni, l´unica via d´entrata è quella principale, cioè una vittoria elettorale dopo una conclusione limpida della vicenda attuale. Con una coalizione inedita quanto si vuole, che imbarchi pure l´Mpa, se si rende disponibile. Il primo passo è comunque la mozione di sfiducia. Se non la avanzano il Pdl e l´Udc, la presenti almeno il Pd.

sabato 16 maggio 2009

Mafia, tra fiction e realtà

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 16 MAGGIO 2009
Pagina XV
LA TRAGEDIA DELLA MAFIA È PIÙ FORTE DELLE FICTION
FRANCESCO PALAZZO

Se in una fiction ci avessero raccontato di armi nascoste in una delle ville più conosciute di Palermo - come accade nel grande parco di Villa Malfitano - certamente avremmo detto che potevano inventarne una migliore. Lo pensavo conoscendo i particolari legati agli ultimi arresti e apprendendo, nello stesso giorno, che Rita Borsellino chiede al presidente della Regione Raffaele Lombardo un intervento duro contro le fiction sulla mafia girate in Sicilia. Tali ricostruzioni denigrerebbero la Sicilia, veicolando un´immagine falsa che non esiste più. Le questioni sono due. La prima. La politica già influenza abbondantemente quanto passa dalle televisioni. La valutazione va lasciata agli spettatori, che col telecomando decidono cosa vedere. In democrazia, i giudizi di un presidente di Regione, di un capo di governo, dello stesso presidente della Repubblica, devono valere quanto quello di qualsiasi altra persona anonima. E non avere finalità prescrittive di alcun tipo. Non abbiamo bisogno di chi gestisce le nostre serate davanti al piccolo schermo, ma di gente che sappia ben governare. Qualsiasi intervento sui prodotti artistici da parte di chi ricopre un´importante carica istituzionale non potrebbe che rivestire un carattere censorio. Meglio lasciar perdere. Ci vuol poco a debordare. Ironicamente, ma non troppo visto il caso Agrodolce, potremmo ipotizzare una convocazione degli sceneggiatori per capire cosa diamine stanno scrivendo. Con una matita di quelle a doppio colore, si procederebbe a segnare gli errori gravi, da eliminare subito, e quelli meno evidenti, su cui discutere. Chi non ottenesse l´approvazione, dovrebbe mettersi il cuore in pace. Ma non tutti accetterebbero la sentenza. Immaginiamo gommoni, con scafisti d´ordinanza, che nelle notti di mare buono tenterebbero di sbarcare sulle nostre coste protagonisti e comparse, registi e costumisti, cineprese e cavalletti, coppole e lupare. Veniamo al secondo punto. Le fiction veicolerebbero un´immagine deformata della Sicilia, screditandola agli occhi di quanti non vivono nella nostra isola. È un´opinione diffusa. Alla quale si aggiunge la convinzione che negli spettatori si creerebbe una sorta di emulazione per i mafiosi. Disegnati come eroi, quindi facilmente oggetto di imitazioni da parte di giovani e sprovveduti. Che sia chi racconta pezzi di storia recente, o fatti inventati partendo da «libere ricostruzioni» a fare del male alla Sicilia, e non i fatti stessi per come si sono verificati e si susseguono, è davvero un aspetto così controverso che non capiamo come si possa porre. Le operazioni di polizia sui clan mafiosi - sceglietene una a caso tra le ultime - ci mostrano ripetutamente risvolti criminali e politici che neanche le fiction più surreali riescono a riprodurre. Per chiudere il discorso basterebbe solo dire che il mezzo televisivo è cominciato a entrare nelle nostre case nel 1954. Dal 1861, data di nascita convenzionale della mafia siciliana, era già trascorso quasi un secolo. Nel corso del quale di mafia si era parlato a iosa fuori dalla Sicilia. Come avranno fatto gli altri a conoscerla, a farsi varie opinioni su di essa, e sulla Sicilia, molte senz´altro distorte, senza fiction che pompavano falsità? In quanto al discorso dell´emulazione, forse si pensa di avere davanti telespettatori da educare e non individui che guardano e sanno capire con gli strumenti culturali che si ritrovano. Sono cresciuto a Brancaccio. Da ragazzo, durante la seconda guerra di mafia, mentre cominciavano a trasmettere le piovre televisive, accusate di disonorare la Sicilia, vedevo in diretta cos´era la mafia. I morti che lasciava sulle strade. Quelle piovre che uscivano dal piccolo schermo erano acqua fresca. Se proprio avessi voluto imitare i boss, non avrei avuto bisogno di lavorare molto con le fantasie indotte dal mezzo televisivo. Le piovre le ho dimenticate, quel terrore ancora no. Insomma, lasciamo a chi vuole la possibilità di cimentarsi liberamente con le fiction sulla mafia. Quando soggettivamente le troveremo belle, le loderemo, quando personalmente ci parranno brutte, lo segnaleremo. Ricordandoci però, sia nell´uno che nell´altro caso, che sono i fatti, quelli reali, a pesarci sul cuore e sulle coscienze. E a dire agli altri come siamo.

venerdì 15 maggio 2009

La fiera dei soldi facili

CENTONOVE
15 5 2009
Pag. 47
L'orticello dei contributi a pioggia
Francesco Palazzo

Sui contributi a enti e associazioni varie, da parte della regione, il commissario dello stato ha rilevato ciò che è sotto gli occhi di tutti. Ossia, che spendere 78 milioni di euro per concedere finanziamenti a pioggia, senza che in alcuni casi si riescano a individuare i beneficiari, introvabili pure su internet, dove si riesce a recuperare tutto, è semplicemente insensato. Oltre che non rispondente ai canoni, seppure minimamente decenti, di buona amministrazione. Dopo l’intervento del commissario, che agisce costituzione alla mano, alte si sono levate le grida provenienti da Palazzo dei Normanni, dove è stato votato l’articolo di legge inserito nella legge finanziaria regionale. Che peraltro giunge, novità in negativo rispetto agli ultimi anni, con un ritardo di quattro mesi. Questa notazione è importante. Perché dimostra, al di là delle polemiche, che c’era il tempo per ben soppesare la portata finanziaria complessiva di tale dispositivo di legge e l’opportunità delle singole assegnazioni. Ciò, in tutta evidenza, non è stato fatto, ed ecco che interviene un soggetto esterno. Non c’è dubbio che la funzione legislativa, proprio perché legata alla libera espressione di voto del corpo elettorale, è di fondamentale importanza. Qualsiasi altro intervento, proprio perché non derivante dal consenso depositato nelle urne nel giorno delle elezioni, non può certo sostituirsi alle assemblee legislative. Ma quando i consessi rappresentativi della volontà popolare non svolgono bene il proprio compito, chi deve intervenire? Può farlo l’opinione pubblica, cioè una parte di quel corpo elettorale che già si è espresso nei seggi. In genere, ed è avvenuto anche stavolta, si procede attraverso un qualche appello firmato da intellettuali prestigiosi. Diciamolo francamente, per la politica dei palazzi, tali appelli, che giungono peraltro quasi sempre quando i buoi sono scappati, valgono come il due di denari quando la briscola è a spade. Meno che niente. Allora, se l’interazione tra elettori ed eletti non funziona più, essendo divenuti i secondi sordi a qualsiasi istanza in quanto titolari di comportamenti autoreferenziali, e quasi sempre, in Sicilia, del tutto clientelari, ecco che si fa strada, naturalmente, un intervento costituzionalmente garantito come quello del commissario dello stato. Che certo non dice l’ultima parola, essendo possibile aprire un conflitto di fronte alla corte costituzionale. Ma che almeno ha il potere di fermare un attimo il gioco, talvolta assai discutibile, della politica, e di consentire a tutti, nessuno escluso, dunque sia alla maggioranza che all’opposizione, un’ulteriore riflessione, un qualche ripensamento. Cui dovrebbero essere indotti, a dire il vero, anche tutte quelle realtà che si apprestavano a ricevere corposi assegni. Pure in politica vale la legge della domanda e dell’offerta. Se la domanda alla politica è quella di attingere alle risorse pubbliche con criteri abbastanza opachi, l’offerta non potrà che essere conseguente. Faceva specie, l’altro giorno, leggere che molti stipendi, pagati da coloro i quali vedono rimessi in discussione i finanziamenti, rischiano. Con essi pure i posti di lavoro. Ogni anno va così, poi tutto si sistema. Ma, viene da chiedersi, i contributi regionali non dovrebbero costituire un aiuto, un’aggiunta non decisiva, a quanti sono comunque in grado di andare avanti da soli? Se così non è, se la mano pubblica deve non tanto sostenere, promuovere, ma decidere della vita e della morte di attività, sino a prova contraria, private, di cosa stiamo parlando? Parliamo di una politica istituzionale che ha forse perso tratti importanti della sua dimensione pubblica. Che tuttavia, nonostante questo, ottiene consenso perché risponde a una precisa richiesta. Che proviene, questo è il punto, non solo dalle fasce popolari che avanzano bisogni elementari, ma perfino dalla parte di società borghese e colta, quella che riceve i contributi di cui parliamo, che dovrebbe sentire impellente la necessità di una politica profondamente diversa.

giovedì 7 maggio 2009

L'agenda vecchia e quella nuova

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 07 MAGGIO 2009
Pagina XV
LA FINE INGLORIOSA DEI FONDI EUROPEI
Francesco Palazzo

"L´ultima occasione". Leggendo di sfuggita e da lontano mi ero prefigurato due possibilità. L´offerta pubblicitaria di qualche prodotto che qualcuno m´invitava a acquistare oppure il messaggio elettorale di un candidato alle europee. Il messaggio del manifesto, che poi ho rivisto affisso ovunque, parla invece di tutt´altro. In alto la scritta Sud a tre colori molto vivaci, in basso un´agenda che fa vedere il 2007 e il 2013. Senza altre specificazioni, sembra un appello per iniziati di un gruppo esoterico. Quell´agenda, in effetti, rimanda solo per gli addetti ai lavori a un´altra agenda famosa in ristretti circuiti, cui da anni è associato il numero 2000. Dunque il riferimento è ai fondi strutturali europei. Il manifesto riguardava l´incontro di lunedì al Teatro Massimo. Ma qual è questa inquietante ultima occasione? Il riferimento è ai nuovi fondi europei che coprono il periodo 2007-2013, miranti a ridurre i divari tra le regioni. In particolare, l´Obiettivo 1 promuove lo sviluppo delle aree che presentano forti ritardi. La Sicilia è ancora - e per qualcuno è motivo di contentezza - tra le regioni deboli. Per l´ultima volta, come recita lo slogan. Perché l´allargamento dell´Ue farà convergere i futuri aiuti verso territori ancora più malmessi. Parliamo di miliardi di euro che in altri luoghi hanno stimolato crescita e ricchezza. Prima di esprimersi sul futuro occorre tuttavia dire del presente. Com´è andata Agenda 2000 in Sicilia? C´è chi sostiene che la Regione non ha lasciato un euro, c´è chi afferma che si è perso tanto di quello che era stato assegnato. Numeri di dubbia utilità, a dire il vero, che spesso descrivono la forma e non entrano nella sostanza. Che è quella che più c´interessa. Non ha senso dire quanto si spende, piuttosto occorre vedere la qualità della spesa. Se essa ha prodotto, trattandosi di fondi strutturali, passi avanti decisivi su questioni strategiche. Vi pare che con Agenda 2000 la nostra regione sia progredita? La realtà è sotto gli occhi di tutti. Una risposta autorevole la fornisce l´Europa. Che, facendoci rimanere nell´area Obiettivo 1, certifica al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo rimasti al palo. Ora abbiamo quest´ultima chance. Un altro consistente flusso di miliardi di euro bagnerà la nostra regione. Riusciremo, stavolta, a fare il salto di qualità? Oppure alla fine, con una Sicilia che presenterà la stessa sbiadita fotografia, la lite sarà nuovamente intorno alla quantità di spesa? In questo momento è molto difficile ipotizzare che, cambiati i musicanti, ammesso che alla regione si possa registrare qualche novità politica in positivo, cambierà pure la musica. Ciò che sappiamo è che tutte le discussioni sui tali fondi sono passate sulla testa dei siciliani. Tolti, ovviamente, i pochissimi che hanno avuto interessi personali su questo fiume di moneta sonante. Dovrebbe essere ormai chiaro che non sono i soldi a palate le precondizioni dello sviluppo. Posso avere poco, spenderlo nella giusta direzione, e andare avanti. Posso, al contrario, ottenere per decenni, com´è accaduto alla Sicilia, mezzi economici rilevanti e rimanere fermo o quasi. Vedremo se la prossima agenda avrà pagine più liete.

sabato 2 maggio 2009

Rita Borsellino nella lista del PD

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
1 MAGGIO 2009
Pag. 47
La candidatura della Borsellino
di Francesco Palazzo

Da quando si è proposta alle primarie e poi per la presidenza della regione, sfidando nel 2006 Cuffaro, a ogni tornata elettorale la giacchetta di Rita Borsellino viene tirata, dentro il centrosinistra, dall’una e dall’altra parte. Mai, tuttavia, nella sua pur breve e intensa carriera politica, decisione fu più combattuta. La determinazione di inserirsi nelle liste del Partito Democratico, per le europee di giugno, ha causato fibrillazioni abbastanza rilevanti sia all’interno, e ci riferiamo al movimento Un’Altra Storia, sia all’esterno. Con Italia dei Valori e Sinistra e Libertà, gli altri due pretendenti, rimasti delusi e fortemente irritati. Anche dentro il PD, non l’hanno presa tutti bene. Tra chi si è ritirato improvvisamente dalla corsa, a quanti chiedevano prima la formale adesione ai Democratici. Per farla breve, è apparso a molti osservatori un passaggio molto controverso. Senonchè, la cosa può pure essere valutata da punti di vista diversi. Innanzitutto, va detto che è nella tradizione storica dei partiti di sinistra ospitare indipendenti nelle proprie liste, senza chiedere a questi ultimi atti di fede incondizionati. I quali rimandano ad altri tempi, quando i partiti erano qualcosa in più di meri contenitori elettorali, quali oggi sono diventati. Ormai le forze politiche sono un insieme di regni autonomi e sovrani, ognuno facente esplicito riferimento a questo o a quel capo cordata. Che poi, ma è un altro discorso, il movimento che segue la Borsellino debba, alla fine, decidere cosa fare da grande, tenuto conto che elettoralmente queste esperienze sono destinate a spegnersi se non canalizzate in qualche modo, è uno scenario che ormai non è più rinviabile. Sulla questione dei partiti rimasti con un palmo di naso, IDV e Sinistra e Libertà, i quali attestano una profonda diversità politica e morale rispetto al Partito Democratico, e perciò sarebbero stati i naturali ricevitori della candidatura della Borsellino, si può fare un semplice ragionamento. Nel poco esaltante panorama politico siciliano, queste presunte grandi differenze, tra il PD da un lato e Italia dei Valori e Sinistra e Libertà dall’altro, non sono esattamente lampanti, anzi spesso si presentano del tutto esigue, impalpabili. E le stesse motivazioni, avanzate dalla Borsellino, per spiegare il suo impegno a favore del PD alle europee, potevano essere portate pure se avesse scelto una delle altre due formazioni politiche citate prima. Del resto, basta un esempio recente per capire quanto inverosimili siano le dissomiglianze tra i diversi pezzi del centrosinistra. A Palermo, sabato 18 aprile, alla fine della manifestazione contro la giunta Cammarata, c’è stato un comizio a più voci, dove sono intervenuti, tra gli altri, i rappresentanti di opposizione dei gruppi consiliari presenti al comune di Palermo. Bene, sentendoli parlare, era davvero difficile, per non dire impossibile, a chi non ne conoscesse già la collocazione, riuscire a capire chi apparteneva a quella formazione piuttosto che all’altra. Insomma, da questo punto di vista non si capisce bene cosa si rimprovera alla Borsellino, se non forse di aver scelto, stavolta, rispetto alle ultime politiche, un cavallo che la può portare al traguardo. Mettendo ai voti tra i suo sostenitori il da farsi. Evento più unico che raro. Semmai, un rilievo può essere mosso nei confronti di Un’Altra Storia. Serpeggia, tra molti degli aderenti al movimento, basta vedere il sito e il dibattito che si è sviluppato in rete, un palese disagio verso lo sbocco di questa vicenda. Appare evidente che molti fanno dipendere la continuazione di un percorso collettivo, la sua stessa sopravvivenza, dalle scelte e dalla sorte del leader. C’è da ritenere che se il presidente di Un’Altra Storia non riuscirà a varcare l’ingresso del parlamento europeo, il movimento politico che fa a lei riferimento rischierà l’implosione. Con tutto il rispetto, non ci pare questo un segno di buona salute. E la stessa Borsellino farebbe bene a riflettere, cosa che certo starà facendo, sugli ultimi eventi che riguardano la sua creatura politica.