sabato 2 novembre 2019

Suore e gravidanze, i fanti più chiusi dei santi.

La Repubblica Palermo – 2 novembre 2019
Quei laici bigotti che condannano le suore mamme
Francesco Palazzo




Che novità viene a rappresentarci la circostanza che due donne sono incinte? Capita in ogni famiglia. In questi casi ci si felicita e si porgono i migliori auguri alle future mamme e a coloro che verranno al mondo, conclusa, si spera bene, la gestazione. Tranne che non accada a una suora. In Sicilia gli ultimi due casi. Nel Messinese e nel Ragusano. Ovviamente i social network si sono scatenati. I commenti, molto al di sotto della cintura e del minimo sindacale di decenza, si moltiplicano. Si viene messi alla berlina, con espressioni irripetibili e disumane, solo per il fatto che capita di vivere la cosa più naturale che possa accadere: diventare madre. Anzitutto possiamo notare che a vivere la dimensione sessuale come una colpa e un tabù non sono soltanto gli ambiti strettamente clericali ma pure ampi, laicissimi e moderni strati di popolazione che vivono fuori dalle sagrestie. Poi non si capisce il motivo dell’inconciliabilità tra fede consacrata e amore per un’altra persona e per i figli, anche se da questo punto di vista, e sul diaconato alle donne, buone notizie arrivano dal Sinodo Panamazzonico. Inoltre, ci si può domandare perché quando un prete o un frate vanno via per motivi sentimentali si dice che ha prevalso l’amore. Le donne, invece, sono schiacciate sotto vagonate di violenza verbale, che è come quella fisica. Altro aspetto da rilevare è che si tende a sottolineare in simili occasioni, cosa che non si fa quando sono coinvolti uomini, sacerdoti o religiosi, la bontà delle realtà ecclesiali in cui hanno svolto il loro ministero: «Però era una brava ragazza...». Come se i frutti dell’amore che crescono dentro un grembo sporcassero il terreno circostante. Ma per quale motivo una donna in gravidanza dovrebbe pregiudicare il buon nome di qualcosa o inquietare una comunità, quasi si trattasse di pedofilia o di reati gravi e disonorevoli? Viene fuori un modello culturale, ancora dominante, che vede la donna in una situazione di grave e persistente minorità. Sia tra i santi che tra i fanti.

mercoledì 23 ottobre 2019

Giovani alla guida: le belle prediche e i cattivi esempi degli adulti.


La Repubblica Palermo – 23 ottobre 2019
I rischi dei giovani alla guida e il cattivo esempio degli adulti
Francesco Palazzo


Si parla molto, anche a causa di tragedie che purtroppo si ripetono con triste frequenza, del modo di guidare dei giovani e di ciò che dovrebbero dir loro i grandi per indurli a comportamenti più prudenti. Ma da quali pulpiti dovrebbero giungere tali saggi ammonimenti? Prendiamo Palermo. Molto lungo e articolato l’elenco di cattive pratiche. Anche quelle ritenute più innocue nella loro pur dannosa inciviltà. Ogni mattina, ad esempio, non capisco il motivo di una teoria di seconde file davanti ad una scuola, visto che a poche decine di metri c’è un ampio parcheggio a quell'ora gratuito. I pargoli registrano oggi e imiteranno domani. Siamo in zona residenziale. Con bar dove le montagne di lamiera che si creano fuori, affinché si celebri il rito della colazione palermitana, sono da guinness dei primati. E se lo fai notare, il tipo col macchinone ti dice di farti gli affari tuoi e ti manda a quel paese. Si sente forse rafforzato dal fatto che vede lì auto istituzionali in divieto di sosta quasi a muta “garanzia” della correttezza del suo incivile comportamento. In questi casi, peraltro, accade una cosa strana. Quando timidamente ti fermi per dire a qualcuno che in terza fila, oltre che fermare il traffico fa rischiare qualcuno, visto che si trova vicino a una curva, senti subito il clacson di quelli dietro, che stanno minuti e minuti fermi per il parcheggio creativo, ma non tollerano che tu ti fermi un secondo per far notare a qualcuno la cosa. Come a giustificarlo. Loro evidentemente fanno lo stesso e corrono in soccorso del collega. Così come è fisiologico non arrestarsi sulle strisce pedonali. L’altra mattina ho detto a un cinquantenne, assiso su uno scooter d’ordinanza, se non lo vedeva il passaggio pedonale, considerato che ero posizionato esattamente sopra, al centro della strada, e che mi stava prendendo in pieno passandomi davanti a qualche centimetro, quasi fossi trasparente. Come reazione animalesca, con tutto il rispetto per gli amici animali che sono in realtà dei signori, mi prende a male parole con possibilità di passare, se non mi fossi allontanato, a vie di fatto. D’altra parte tanti attraversano dappertutto tranne che sulle strisce. È pure facile imbattersi in ecologici ultramaggiorenni i quali, essendo in bici, ritengono corretto infilarsi in tutti i sensi vietati. Mettendo in pericolo la loro vita e la tua tranquillità. Non parliamo poi dei motoroni guidati da diversamente giovani che, in città o in autostrada, raggiungono velocità stratosferiche. Viale Regione Siciliana è un mondo a parte. Se vai a settanta, soglia non superabile, ti becchi improperi da tanti adulti che scambiano quel tratto di strada, sul quale spicca per assenza la segnaletica orizzontale, per un autodromo. Per finire questo, limitato, catalogo, non possiamo omettere una consuetudine quasi criminale. Parliamo del fiume di auto che si forma sul bordo dell’autostrada nei pressi dell’aeroporto “Falcone e Borsellino”. Te li ritrovi, questi automuniti, davanti all'improvviso. Non so cosa se ne fanno dei tre euro che risparmiano non pagando il ticket del parcheggio, pur avendo spesso auto dai cinquantamila euro in su. A parte il fatto che dentro l’aeroporto è consentita la sosta gratuita per 15 minuti, i nostri simpatici guidatori avrebbero la possibilità di uscire a Marina di Cinisi sulla strada per l’aerostazione e lì attendere l’ora x. Per carità di patria stendiamo un velo pietoso sugli attempati che armeggiano sui cellulari mentre guidano e sui senza casco. Insomma, quando pensiamo alle imprudenze dei giovani alla guida, riflettiamo seriamente sui nostri comportamenti quotidiani sulle due o quattro ruote. I buoni esempi valgono più delle prediche. E, alla lunga, visto che i piccoli ci guardano e ci copiano, possono salvare giovanissime vite.


giovedì 17 ottobre 2019

Mandiamo al voto i sedicenni e pure quei maggiorenni che se ne stanno a casa.


La Repubblica Palermo – 17 ottobre 2019
Mandare al voto i sedicenni farebbe bene alla democrazia
Francesco Palazzo

Sulla proposta di estendere a chi ha compiuto sedici anni il diritto di presentarsi alle urne, moltissimi elettori maturi hanno aperto, anzi tanti sembra che proprio vogliano scriverli, i trattati di pedagogia. Volete, del resto, che in una nazione colma di ottimi allenatori della nazionale, non vi siano pure milioni di soggetti con straordinarie teorie educative da propinare al mondo intero? Senza por tempo in mezzo e con estremo sprezzo del pericolo (mentre quelli che mancano, come qui scriveva Stefania Auci, sono semmai i buoni esempi), ci si è subito attrezzati per alzare muri tra i ragazzi e le ragazze che hanno sedici anni e i seggi. Motivazione? Non hanno le basi per capire e scegliere. E qua ci pare che molti mettano in rilievo le proprie carte d’identità formative. Perché almeno i sedicenni a scuola ci vanno. E qualcosa, più o meno, se noi adulti siamo bravi (ma lo siamo?) a fare emergere il loro spirito critico e la curiosità ad approfondire, la imparano. Al contrario, dobbiamo ammetterlo, c’è molta ignoranza — ad esempio non toccano un libro o un giornale da prima che cadesse il muro di Berlino — tra chi ha superato i quaranta. Insomma, forse sarebbe meglio non usare questa argomentazione. Sia chiaro, capire la politica non è semplice, social a parte, è ovvio. Perché, ad esempio su Facebook, e sempre nel mondo di quelli che hanno qualche capello bianco, si vede e si legge di tutto. Molti potrebbero pure non pranzare e cenare, considerata la voracità di fake news che possiedono. E pure quando, sempre gli adulti, pensano di capirne qualcosa, quasi mai che discutano di politiche specifiche. Parlano solo di persone: quella mi piace, quell’altra meno. Dimenticando che la politica è composta al 90 per cento da come spendi i soldi pubblici e solo in minima parte coincide con quanto dichiarano i rappresentanti di istituzioni e partiti. Ma anche l’istruzione elevata non è, parliamo sempre dei grandi, garanzia di buona comprensione dei numeri delle politiche e di conseguente voto coerente. Per dire, in una regione come la nostra, malata di assistenzialismo, molti elettori colti seguitano a votare, mistero della fede, per coloro che quelle misure assistenzialistiche continuano, per carità in maniera legittima, a proporre. Allora, piuttosto che sostituirci ai sedicenni, decidendo dai precari pulpiti dell’età vegliarda ciò che possono fare sull'argomento specifico, vediamo direttamente cosa ne pensano chiamandoli all'elettorato attivo. E, perché no, almeno nei comuni, dai sedici e sino alla soglia dei diciotto, a quello passivo, preparando sul campo nuova classe dirigente. Sicuramente ciò comporterebbe un innalzamento di attenzione verso le cose della politica e accrescerebbe il bagaglio conoscitivo di tutto il Paese, a patto che pure gli adulti ricomincino, ammesso che l’abbiano mai fatto, a studiare. In Sicilia c’è una grande questione: i giovani se ne vanno pieni di sapere o per andare a conquistarlo altrove insieme al lavoro. Invece di far decidere solo ai padri, che per inciso gli stanno consegnando un debito pubblico enorme, o ai nonni, che magari sono andati in pensione a 50 anni lasciando un bel buco da riempire ai nipoti, quali possano essere le politiche più adatte per arginare tale esodo, facciamo che anche quelli che si preparano ad andarsene possano votare per questa o quella parte politica che propongano strumenti, più o meno adeguati, per fermare tale emorragia. Poi, sul diritto di voto in generale, sarebbe meglio non avanzare impedimenti a nessuno. Anzi, proprio per stimolare crescita culturale in campo politico e partecipazione, il passaggio alle urne dovrebbe essere obbligatorio. Tanto c’è persino, oltre le scelte di annullare il voto o lasciare la scheda bianca, la possibilità di rifiutarla non entrando nel numero dei votanti. Piena libertà d’espressione, ma un cittadino non può starsene sul divano il giorno in cui si vota. Estendere ai sedicenni il diritto di voto favorirebbe nel Paese un dibattito e un avvicinamento verso quella che rimane la pratica più importante nei sistemi democratici.

mercoledì 2 ottobre 2019

Palermo: distinguere tra l'inchino giusto di giornata e i cambiamenti strutturali, quando ci sono, dei quartieri.


La Repubblica Palermo – 2 ottobre 2019

Se un inchino non basta a raccontare i quartieri

Francesco Palazzo

Nel giorno della ricorrenza di Padre Pio, 23 settembre, abbiamo registrato la virtuosa fermata del fercolo, con la statua del santo, davanti alla stazione dei carabinieri allo ZEN. Sabato l’operazione antidroga al Borgo Vecchio, con i bambini e i ragazzini coinvolti nello spaccio e in qualità di vedette sul territorio. Situazione della quale ci ha parlato ieri Salvo Palazzolo su Repubblica Palermo, con un reportage da leggere se a qualcuno fosse sfuggito. Ieri un’altra operazione di polizia sempre sul fronte stupefacenti. Che sembrano tornati ad essere, dicono investigatori e magistrati, la fonte di più immediato guadagno e di esponenziale approvvigionamento, visti i lauti introiti, per le cosche. Questo intanto ci dice che la mafia, magari azzoppata, costituisce ancora per tante famiglie un riferimento costante e quotidiano. Non soltanto da un punto di vista culturale, ma proprio come possibilità di conduzione delle vite familiari. La domanda seguente non ci pare perciò fuori posto. Cosa è prevalente, tra racket, droga, omertà, da un lato, e voglia di riscatto dall’altro, nei quartieri di Palermo, anche quelli vicinissimi al salotto della città, come il Borgo o Ballarò? La risposta è abbastanza complessa e nessuno ha il diritto di tagliare con l’accetta questa o quella comunità rionale. Una cosa è certa, però. Si dovrebbe stare abbastanza lontani, mille miglia distanti, dalle grida di giubilo per una statua che fa l’inchino giusto in mezzo ad altri sbagliati, ma non meno sentiti, sotto certi balconi in altre processioni. Ma subito, al mutare di una virgola, osserviamo rivendicazioni inneggianti a cambiamenti di prospettiva e di vita, piene di retorica. Che non ci serve, se non per i cinque minuti che occorrono a gonfiarsi il petto. Così come si dovrebbe tenere a distanza la reazione di sostanziale silenzio per la "fisiologica" (evidentemente ritenuta tale) e devastante situazione di un quartiere, Borgo Vecchio appunto. Che però non è l’eccezione a Palermo, ma purtroppo una fotocopia di altri contesti dove ti attendono guardie per segnalare presenze scomode o non conosciute e perciò potenzialmente pericolose. Sia chiaro, non possiamo disconoscere o sottovalutare quanto di buono c’è in tutti i quartieri o quanto si sta facendo per promuoverli. Penso a Danisinni e alla stessa zona di Ballarò. Ma, ecco, occorre prudenza, senso della realtà e capacità di saper riconoscere i cambiamenti strutturali dalle evidenze contingenti e fuggevoli, che sono come le singole rondini, non fanno primavera. Mentre molta parte di Palermo, in periferia come al centro (basta vedere gli inchini che fa molta borghesia palermitana agli estorsori parcheggiatori sotto casa), è ancora impegnata con l’inverno di dinamiche sempre uguali a se stesse. Troppi inchini e genuflessioni ci sono ancora verso la cultura e le dimensioni militare, criminale ed economica di Cosa nostra per potere afferrare un filo più benigno ed avvolgere il tutto come un pacco regalo con il primo foglio che capita.

sabato 21 settembre 2019

Seggiolini allarmati obbligatori. Quando la tecnologia può salvarci dal dolore.


La Repubblica Palermo – 21 settembre 2019

I seggiolini e la burocrazia

Francesco Palazzo


Quando accade qualcosa di terribile, come la morte per la mancanza d’aria e l’elevata temperatura di un bambino rimasto in auto per una tragica dimenticanza, si sperimenta l’umana fragilità e fallibilità cui tutti, proprio tutti, siamo esposti. Lasciamo stare dunque le brutte parole che circolano sui social, così come quelle di chi afferma: «Sono perfetto, a me non capiterà mai». Cerchiamo di capire che nessuno può aggiungere nulla, se non parole umane, al dolore di questa famiglia. E alle ferite sempre aperte delle altre famiglie che hanno conosciuto questa terribile stazione. Intorno a un aspetto tuttavia possiamo ragionare. Riguarda il provvedimento varato nell’ottobre 2018 dal Senato. Si tratta dei dispositivi acustici e luminosi da utilizzare obbligatoriamente sui seggiolini quando si hanno bambini a bordo sotto i quattro anni. Ce ne sono in commercio, ma la legge serve a omologarne con precisione le caratteristiche. I casi sono nove dal 1998. Il punto è che il decreto attuativo, strumento senza il quale l’attività legislativa è vana, non è ancora stato emanato definitivamente e dunque tale obbligo in Italia non è operativo. Ci sono stati tempi tecnici da rispettare, associazioni di categoria da sentire, poi quelli che costruiscono queste cose, l’Europa e altre istituzioni che devono dire la loro. Ma dopo un anno, tempo in cui un pargolo viene generato, nasce ed è già avviato allo svezzamento, questi presidi salvabimbi non sono attivi. La disposizione avrebbe dovuto essere esecutiva dal 1° luglio scorso. Non stiamo parlando di una sonda spaziale ipermoderna. Speriamo perciò di non dover attendere ancora molto. La tecnologia non risolve certo tutti i nostri problemi. Ma è, almeno in questo caso, un aiuto che può rendere meno drammatici i buchi di memoria che possono trafiggere le nostre vite.

lunedì 16 settembre 2019

Il mezzogiorno, politiche normali e non speciali. Meglio ponte e alta velocità.


La Repubblica Palermo – 15 settembre 2019
Trasporti e grandi opere, il sud in ritardo di 158 anni
Francesco Palazzo

C’è una questione che lo Stato italiano si trascina dal marzo 1861, dall'unità d’Italia, da 158 anni. O, meglio, c’è una grande parte di territorio che da quasi 160 anni è questione a se stessa e sostanzialmente pietra d’inciampo per lo sviluppo di un Paese che nelle parti più progredite viaggia nei vagoni delle più forti regioni europee e mondiali da un punto di vista economico e sociale. Tanto che, dopo la bellezza di quasi sedici decenni, un’eternità dal punto di vista storico, si sente l’esigenza, che comprendiamo, di interventi specifici per il Mezzogiorno. Come spieghiamo alle giovani generazioni, che ci salutano in massa svuotando case e città, senza provare imbarazzo, la circostanza che non siamo riusciti ancora a liberarci di tale pesantissimo fardello? Dobbiamo realisticamente ammettere, al loro cospetto e a noi stessi, che se c’è bisogno ancora di politiche mirate alla parte più bassa della Penisola, non possiamo che prenderne atto. Puntando, però, tra non so quanto tempo, augurandoci che tra altri 158 anni non saremo ancora allo stesso punto di adesso, a emanciparci rispetto a tale soluzione da quote rosa geografiche. Mirando a politiche che riguardino, senza distinzioni sostanziali, allo stesso modo il Nord, il Centro e il Sud del Paese. Magari iniziando da cose terra terra, dagli aspetti più lampanti. Ad esempio adeguando finalmente i trasporti, la libertà di muoversi, in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale. Le differenze sono impietose e non più sopportabili. Non è possibile che per andare in treno da Milano a Salerno, separate da ben 811 chilometri, ci vogliano cinque ore e diciannove minuti, e per recarsi da Siracusa a Trapani, distanziate soltanto da 364 chilometri, ne occorrano dodici e cinquantadue, con ben quattro cambi. Ma dovremmo procedere prendendo in considerazione anche le grandi opere. Pure alle nostre latitudini servono, eccome. Ce n’è una, ad esempio, che sarebbe un portentoso volano per lo sviluppo di questa parte di suolo italico, ed è il ponte sullo Stretto di Messina. Si dirà, e si afferma da tempo, che prima occorre altro. Solo che, lo sappiamo e lo vediamo, questo altro non lo sperimentiamo così come non scorgiamo il nostro ponte. Che sarebbe, invece, ci vuole davvero poco a comprenderlo, un’occasione unica per adeguare a livelli essenziali tutto il resto. Ecco, pur sapendo che tanti comparti non all'altezza della situazione sono all'ordine del giorno rispetto a una comparazione con il resto d’Italia, iniziare, mettendo però fatti concreti e non parole, dai movimenti delle persone e da un’opera di valore mondiale, mai realizzata prima, che avrebbe un indotto stratosferico, potrebbe essere un modo per mettere sempre più in discussione, col tempo che ci vuole, l’esistenza di politiche dedicate al Sud. Ricordandoci, ovviamente, è persino inutile evidenziarlo, che i primi a dare una grande mano per uscire da questo storico collo di bottiglia, e in tanti già lo fanno, dobbiamo essere noi che viviamo in questa parte di nazione.


martedì 3 settembre 2019

Palermo molto cambiata e molto da cambiare

La Repubblica Palermo - 3 settembre 2019
Ma se i laureati partono in massa vuol dire che qualcosa non va

"Vorrei tanto che ci fosse un cambiamento nella quotidianità. Di questo ha bisogno Palermo". È un passaggio dell’intervista di Salvo Palazzolo a Rita Dalla Chiesa, apparsa domenica su Repubblica Palermo. Annunciando che vuole prendere le distanze dalla città, la figlia del generale pone una considerazione sulla quale è giusto riflettere. Il campo, lo sappiamo, è minato e dunque converrebbe alzare subito bandiera bianca. Lo si sta vedendo dalle reazioni sui social alle parole consegnate nell’intervista. Da una parte gli amici della felicità, quelli per i quali Palermo è più o meno il massimo della vita. Dall’altra i nemici della contentezza, che trovano il pelo ovunque e sono critici a prescindere. L’esortazione a riflettere sulla quotidianità riconosce i passi avanti compiuti, non spinge a vedere solo nero, ma ci porta su un aspetto cruciale. Ossia a vedere il dettaglio, il particolare, le periferie dei nostri pensieri e della città. Dove si gioca, se non tutto, una buona parte del presente e del futuro di Palermo. A proposito di periferie e di gestione particolare del territorio, non sappiamo che fine abbia fatto il provvedimento presentato in pompa magna qualche anno fa (doveva essere varato dal Consiglio comunale) che prevedeva la cessione di veri poteri ai Consigli circoscrizionali. Finalmente, dopo decenni in cui il decentramento è stato più un tema da campagne elettorali che concreto trasferimento di soldi, deleghe e funzioni. Un territorio con otto municipalità che avessero capacità diretta d’intervento e non solo di richiesta sarebbe senz’altro più curato e seguito nella quotidianità. Che costituisce l’unica leva per apportare cambiamenti strutturali e duraturi nelle comunità, le quali vivono in minima parte influenzate dallo straordinario e quasi del tutto nell’ordinario. Da questo punto di vista, il fatto che il Comune si occupi con un assessorato del Decoro della città non può che essere un aspetto positivo. Se però tale funzione fosse in capo anche alle otto (ancora non esistenti) municipalità, si potrebbe andare molto più a fondo alle tante piccole e grandi questioni irrisolte. Palermo nel 2022 andrà a elezioni. Forse sarebbe il caso che da qualche parte si cominciasse a parlare, tralasciando la battaglia senza costrutto tra apocalittici e integrati, del domani. Magari superando lo schema e le suggestioni non ripetibili delle pur belle stagioni della “primavera”, cercando però di non tornare indietro. Perché questo è un pericolo che bisogna avere davanti. Ricordandosi che un migliore livello di quotidianità si può ottenere se i cittadini maturano la consapevolezza che un pezzo importante di strada la devono percorrere loro. E che, insieme a chi è chiamato ad amministrare, devono stare attenti ad autoassolversi. Perché non ci assolvono i giovani laureati che vanno via a frotte da Palermo. Le nostre ragazze e i nostri ragazzi certo rimarrebbero se avessero un ambiente economico, lavorativo e sociale, quindi di qualità della vita, in grado di trattenerli. Oggi siamo a 37 anni dall’omicidio mafioso del prefetto Dalla Chiesa, della giovane moglie Emmanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo. Palermo è cambiata da quel settembre 1982? Sì, certo e in meglio. Ma se avviciniamo a noi il mosaico di questa metropoli, possiamo vedere che molte, troppe tessere, del quotidiano non sono al loro posto o mancano del tutto.

giovedì 29 agosto 2019

Libero Grassi e la lotta quotidiana e difficile contro tutti i pizzi

La Repubblica Palermo – 29 agosto 2019
Il pizzo economico e “esistenziale” dal quale non riusciamo a liberarci
Francesco Palazzo


Oggi è l’anniversario di Libero Grassi. Che disse no a chi gli chiedeva di pagare per continuare tranquillamente la sua attività. A 28 anni dall’omicidio, cosa ne è del pizzo e dell’antiracket? Sono stati affrontati da una duplice posizione, quella istituzionale, la repressione, e sociale, con la nascita di un movimento di lotta, che ha trovato una tappa fondamentale nella notte tra il 28 e il 29 giugno 2004. "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Così è nato Addiopizzo. Ma sin dal 1990, a Capo d’Orlando, il contrasto non è stato delegato alle sole istituzioni. L’attacco alle estorsioni è dunque stato articolato nell’ultimo trentennio. Le indagini, da un lato, le quali spettano alla magistratura, che da sola come ci dice sempre può fare poco. E la società civile, dall’altro, che non sta a guardare come finisce la partita tra guardie e ladri. Possiamo però affermare che tale doppio approccio virtuoso ha inciso su una parte non maggioritaria di siciliani, sia che facciano impresa, sia che vivano senza alcun interesse nel tessuto economico. Diverse indagini ci dicono che si va sempre dalle coppole storte per risolvere questioni personali. Una specie di pizzo esistenziale di cui viene fuori molto meno di quello che in realtà accade. Ma c’è anche un esteso pizzo economico. Quante sono le attività economiche legali legate a capitali criminali? Quanti e quali vantaggi hanno rispetto a quelle nate con il sudore, l’impegno e i denari puliti? Pure la mafia che vive sulla finanza internazionale costituisce una profonda distorsione, un pizzo sull’economia globale rispetto a tutti noi e in maniera diretta verso coloro che non barano nei circuiti dell’alta finanza. E poi, quante imprese pagano ancora il pizzo in Sicilia senza problemi o cercano il mafioso per "mettersi in regola"? E quanti per aprire un’attività chiedono il permesso al capomafia del quartiere? Quanti accettano senza problemi che il territorio dove parcheggiano sia controllato da estorsori che operano alla luce del sole, sempre gli stessi negli stessi luoghi per decenni, poco scalfiti nella sostanza dalle forze dell’ordine? Si può insomma ritenere che da quella mattina del 29 agosto 1991, era un giovedì come oggi, la strada intrapresa non sia stata senza buoni risultati. Che però riguardano un frammento di società. La strada da percorrere è molto lunga. E investe la cultura del popolo delle borgate e delle zone residenziali. Il quale spesso paga senza problemi un pizzo giornaliero nei vari esercizi commerciali che non emettono ricevute fiscali, penalizzando quanti rispettano le regole. Senza dimenticare il peso, che grava sull’economia e sulle casse pubbliche, del pizzo derivante dalle tangenti. Oppure quello che impone la politica quando attua sistematicamente approcci clientelari e di favore. Insomma, quando parliamo di pizzo dovremmo farci un giro molto ampio. E capire, intanto, quanto ciascuno di noi fa ogni giorno per sconfiggerlo o rafforzarlo.


venerdì 16 agosto 2019

Palermo calcio, una mano sui cuori e l'altra ai portafogli.


La Repubblica Palermo – 15 agosto 2019
La rinascita del Palermo, un esame anche per la città
Francesco Palazzo

Dario Mirri, e chi con lui ci ha messo dentro il proprio patrimonio, ha acceso una luce sul Palermo calcio. Con la conferenza stampa allo stadio, parlando da tifoso, confermando che non lascerà il suo posto in gradinata e rivelando che ogni abbonato avrà il suo nome sulla sediolina. L’imprenditore ci dice, dando l’esempio nell’unico modo concreto che esiste, ossia mettendoci quattrini ed entusiasmo, che è finito il tempo delle belle intenzioni e che ciascuno deve contribuire al presente e al futuro della società calcistica. Non soltanto con il tifo appassionato o festeggiando la squadra nel luogo del ritiro precampionato sulle Madonie. Ma, soprattutto, e qua le chiacchiere stanno a zero, mettendo una mano sui cuori rosanero e l’altra in maniera decisa, ma sicuramente non rovinosa per le finanze familiari, ai portafogli. In Europa, in Italia, in Sicilia, nel mondo del calcio, esistono esempi di azionariato popolare. Il nuovo statuto del Palermo lo prevede espressamente. Già ci sono proposte avanzate a chi guida il Palermo. Peraltro, cosa importante, si assegna a tale presenza, a prescindere dalla quota sborsata, un ruolo del 10 per cento nel consiglio di amministrazione e un posto sui tre previsti in un organismo di controllo. Si può anche partecipare, se abbiamo ben capito, con quote minime. Ai palermitani e ai tanti in giro per la Sicilia e nel mondo, che si dichiarano innamorati alla follia dei colori rosanero, non rimane che passare dalle frasi piene di trasporto e dedizione, belle e roboanti, non c’è dubbio alcuno, ai più prosaici e utili accrediti. Stessa cosa vale per i tanti imprenditori palermitani, anche piccoli, che non vogliono soltanto stare a guardare, e sembra ve ne siano pronti ad uscire allo scoperto. Tra l’altro, se il Palermo dovesse, come ci auguriamo, salire subito di categoria e scalare l’olimpo del calcio italiano sino alla massima serie, l’esposizione economica di Viale del Fante crescerebbe a dismisura. In ogni caso sarebbe, qualora si riuscisse ad attivare al meglio l’azionariato popolare, una interessante esperienza corale che andrebbe ovviamente, ci vuole poco a capirlo, oltre l’ambito strettamente sportivo. Dimostrerebbe che i palermitani sanno fare qualcosa insieme per la città. Finendola una buona volta di lamentarsi rimanendo immobili. Si tratterebbe, non c’è migliore occasione di questa, di uscire dai particolari dei propri orticelli e di scommettere su un progetto comune. Insomma, da questo punto di vista potrebbe essere subito serie A per tutta la comunità. La quale, questa volta, più che puntare il dito contro qualcuno, magari proveniente da fuori, movimento assai facile e talora ingeneroso se il passato è stato pure pieno, come nel caso specifico, di tante soddisfazioni calcistiche, può quel dito alzarlo, dicendo noi ci siamo. Vedremo presto se si saprà passare dalle parole ai fatti. Facendo diventare questo apporto non una cosa di nicchia, ma una pratica di massa veramente popolare.


sabato 10 agosto 2019

PD in Sicilia, rissoso dalla nascita e sempre in analisi.


La Repubblica Palermo – 10 agosto 2019
Il PD si guarda l’ombelico e non vede l’esodo dei giovani
Francesco Palazzo

Il Partito democratico in Sicilia, dalla sua nascita, non si è mai fatto mancare nulla, tranne che un momento d’unità d’intenti. Si dirà che neppure nella casa madre, a Roma, scherzano. In dodici anni hanno fatto fuori leader e segretari di partito. Eletti, questo è il bello, in pompa magna con le primarie, chiamando a raccolta iscritti e non iscritti. Che pure ci credono sempre, soprattutto questi ultimi. Ma almeno a livello nazionale in certi frangenti qualche traccia di come deve essere una comunità politica si è vista. In Sicilia invece, paradossalmente nella regione ruota non di prima classe del consenso democratico, dove la coesione dovrebbe essere più che in altri luoghi un imperativo categorico, si fa sempre la prova generale della guerra guerreggiata senza sbagliare un solo colpo contro se stessi. I siciliani non si accorgono di nulla, ma dentro il partito e nei social, con una manciata di iscritti che se le danno di santa ragione, evidentemente la pratica fa divertire molto. L’ultima puntata, ma noi sappiamo che è soltanto la penultima, è l’individuazione del segretario regionale. Ci avevano proposto le primarie. Tutto l’elettorato di riferimento era pronto per contarsi ai gazebo, che sono sempre, ogni volta che vengono aperti, momenti di festa e di partecipazione. Ma durante le tappe di avvicinamento si è capito che non si sarebbero svolte. E così è stato a poche ore dalla loro celebrazione. Ora il Pd, nel mezzo di una situazione politica davvero complicata, ha trovato il tempo per sfiduciare il segretario regionale, Davide Faraone, l’unico rimasto in lizza per la conta ai gazebo. Che stava almeno tentando di riportare il partito sui problemi, sul territorio. Si è invece deciso, a Palermo e a Roma, di tornare sul lettino di questa sfibrante e interminabile autoanalisi collettiva che è la vicenda dei democratici siciliani. Con diverse squadre in campo, ciascuna con un suo schema, il suo pallone e il proprio campo da gioco. Quando l’unica mossa da fare, se non si vuole provocare solo disinteresse nei siciliani, è mettere in campo il partito con una propria riconoscibile identità. Uscendo dall’asfittico retrobottega della politica politicante di corto respiro, giocata sempre dalle stesse poche persone. Il Pd avrebbe, ha, in Sicilia grandi praterie dove trovare senso. Ma preferisce, piuttosto che confrontarsi direttamente con le domande e le opportunità dei siciliani, rimanere nel piccolo laboratorio, con pochi posti a sedere e l’uscio sprangato. Si disegna con i vecchi colori riscaldando sempre la stessa minestra e non si prova a immaginare e vivere nuovi approcci al cospetto dell’elettorato e dell’opinione pubblica dell’Isola. Eppure di tante energie e intelligenze dispone questo partito, anche nella nostra regione. E altre potrebbe trovarne se decidesse di aprire porte e finestre. Ma sceglie l’immobilità facendo prevalere la lotta interna. Come sempre. In un frangente storico, peraltro, in cui, come ci ha detto nei giorni scorsi il rapporto Svimez 2018 e come sottolineava qualche mese fa l’Istat, c’è una fuga progressiva dall’Isola di giovani cervelli con alta scolarizzazione. Che manco si accorgono di un partito, che dovrebbe essere riformista, impantanato attorno al proprio ombelico. I democratici, se non fossero, oggi come ieri, oggi più di ieri, persi in un inestricabile labirinto mentale e politico, dovrebbero provare a dare risposte a questa amara e desolante emigrazione con tablet e valigie firmate. Cercando, perché no?, anche tra queste persone una classe dirigente moderna. Per un partito che guardi al presente e al futuro e non si contempli continuamente nello specchio dei propri incomprensibili contorcimenti. Davanti a una Sicilia che ha bisogno di aiuto.


lunedì 22 luglio 2019

Antimafia: comici, big della canzone e vecchi merletti.


La Repubblica Palermo – 21 luglio 2019
Ma è giusto che l’antimafia esca dai recinti
Francesco Palazzo


Il 19 luglio, nel chiostro della questura, si è svolto un dibattito ricordando la strage di via D’Amelio. Il tema era il contrasto ai mafiosi e la sensibilizzazione delle nuove generazioni al rispetto di regole e istituzioni. C’erano volti conosciuti. Gero Riggio, Sasà Salvaggio, Gigi D’Alessio e Beppe Fiorello, intervenuto con un video. Le polemiche non si sono fatte attendere. Gonfiate dai social network, luogo in cui ogni testa è più che un tribunale e dove le reazioni seguono la corrente e lisciano il gatto per il verso del pelo. Cosa c’entra questo o quel personaggio con la memoria di una strage di mafia? L’arena di facebook ha fatto pollice verso. Non così i giovani presenti anche per il big della canzone. Che non sarebbero andati magari ad un convegno dove spesso le stesse persone parlano alle medesime facce, o ad appuntamenti sul filo dell’ortodossia antimafiosa. Non capisco francamente dove stia il problema. Perché non utilizzare, anche, canali comunicativi più immediati e coinvolgenti? Le reazioni di chiusura mi sembrano il segno, uno dei tanti, forse troppi a questo punto, di un’antimafia che non sa fare un passo in più rispetto allo stretto recinto del già visto e detto. Un’antimafia che si riduce ad un piccolo orto coltivato da sacerdoti, con il crocifisso e il vangelo della verità branditi come sciabole, che sembrano dire: « Noi sappiamo tutto da sempre e per sempre e voi non rappresentate nulla » . Verrebbe da rispondere a questi atteggiamenti con Francesco (non il papa ma Guccini). Nella canzone Libera nos domine mette in guardia dai fondamentalismi. Dei quali, chi non ha peccato scagli la prima pietra, qualche volta c’innamoriamo.


mercoledì 17 luglio 2019

Brancaccio, scopriamo cosa è in larga maggioranza questo quartiere.


La Repubblica Palermo
17 luglio 2019

Brancaccio, non solo mafia, l'altra faccia di un quartiere
Francesco Palazzo


Come si fa a descrivere il grado di scolarità di un quartiere come Brancaccio? I luoghi comuni sono dietro l’angolo. Ma la realtà può essere, come sempre, da scoprire. Potremmo chiederlo ai professori del luogo che hanno insegnato o insegnano all’università. O a Nino Saccone, che è stato prima tromba al Teatro Massimo e tra i fondatori del Brass Group. O a Claudio Stassi, fumettista e illustratore per editori prestigiosi. O domandare a Nino Sicari, docente di mediazione linguistica, interprete e tra i pochi a tradurre direttamente dall’inglese al francese. Qualche domanda può essere posta a dirigenti e ispettori bancari, come Nando, o a Luigi Condipodero, informatore medico scientifico tra altri o a diversi biologi.Potrebbe dare qualche spunto il giovane urbanista Antonino Di Marco, musicista e voce di un noto gruppo palermitano. Ci si può provare con tante insegnanti di scuola primaria, come Patrizia Russo o Anna Muratore. O materna, come Erina Gargano e altre. Qualche aspetto potrebbero evidenziarlo il compositore e ingegnere informatico Marco Di Stefano o la sorella Rosa, direttrice commerciale di alberghi e giornalista. O l’insegnante di religione Fabio Di Giuseppe, di filosofia Francesca Inzerillo e tanti altri docenti. Ma anche Maria Spataro, che lavora all’università, all’istituto di lingua italiana per stranieri, e ancora Lia Di Mariano, psicologa, operatrice per i bambini disabili al Comune ed esperta per la progettazione sociale su bandi nazionali europei. E poi preparatori atletici, qualcuno arrivato pure nella massima serie calcistica, o Francesco, esperto di psicologia della Gestalt applicata alla disabilità. Informazioni potrebbero fornirci i tanti sacerdoti, religiosi e religiose, più di dieci, che hanno trovato a Brancaccio la vocazione. Non sarebbero parchi di notizie Paolo Greco, fondatore del Nuovo Cinema Brancaccio e del cinema Lubitsch, Piera Sciacca, animatrice dell’associazione bambini in Braille e alcuni giovani imprenditori, come Massimo Palazzo. Ma potremmo citare ingegneri, uomini e donne di legge, scrittori, altri giornalisti. Anche diversi medici, tra cui Pippo Sicari, guida dell’associazione “Quelli della rosa gialla”, che ha portato dal rione in giro per l’Italia tanti musical. Si tratta di una minima selezione di originari o residenti nel quartiere. Come l’agronoma contrattista al Cnr Caterina Catalano. O Angelo Muratore, geologo, pilota e istruttore di volo. La lista potrebbe essere molto lunga. Ci vorrebbe, più che un articolo, un libro. Dovremmo aggiungere una sterminata sequenza di giovani laureati, laureandi, diplomati, diplomandi e i tanti ragazze e ragazzi, bambini e bambine che regolarmente frequentano le scuole di ogni ordine e grado pur essendo nati, miracolo, a Brancaccio e dintorni. Non stiamo segnalando nessun prodigio. Anzi bisognerebbe addizionare tanta gente che vive una vita normale, in famiglia, nella società e dal punto di vista culturale. E don Puglisi? E la mafia? L’opera di 3P era diretta, come dimostra la collaborazione con il Comitato Intercondominiale Hazon, a una zona del quartiere che da residenziale era diventata invivibile per il trasferimento in massa, senza servizi, di centinaia di famiglie del centro storico. Lì c’erano, e ci sono, situazioni di disagio scolastico. Stessa operazione miope si è creata a Ciaculli, borgo prima legato con un solo nome a Brancaccio e, con numeri ancora più grandi, si è messa in atto nel vicino rione dello Sperone. Ma i residenti di Brancaccio sono sempre andati tra i banchi e continuano a farlo. Don Pino, al suo arrivo a San Gaetano, trova una biblioteca con tremila volumi, intestata a Claudio Domino. Messa su dai giovani del quartiere. La mafia c’era, forte, e continua a esserci. Lo abbiamo visto ieri, lo vediamo oggi. Ma dobbiamo leggere sempre i quadri sociali nella loro complessità. In modo da venir fuori da situazioni critiche utilizzando le moltissime persone colte, oneste e perbene, professionisti, impiegati, casalinghe, studenti, che già sono in un determinato luogo. Se non si fa questa operazione, qualsiasi intervento, e ciò vale pure per le altre zone di Palermo, periferiche e centrali, dura e vale il tempo di una discussione. Ossia non molto.


domenica 7 luglio 2019

La piccola biblioteca dietro l'albero Falcone come esempio da seguire.


La Repubblica Palermo – 7 luglio 2019
Il portiere bibliotecario dell’albero Falcone
Francesco Palazzo

Il custode del palazzo ha attrezzato una libreria nella sua guardiola, con l’aiuto dei condomini
Sorge a ridosso dell’albero della memoria contro la mafia per eccellenza a Palermo. Quello che si trova pure nella guida Michelin. Quello davanti al palazzo in cui abitavano il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Il promotore di questa insolita quanto apprezzabile iniziativa, è colui che più conosce per gli altri 364 giorni, 23 maggio a parte, giorno in cui tutti facciamo l’esercizio talvolta retorico del ricordo, la vita quotidiana del ficus magnolioide di Via Notarbartolo 23. Ma accanto ad esso, cioè accanto all’albero diventato simbolo, sullo sfondo, è sorta un’esperienza allo stesso modo unica, almeno per chi scrive. Si tratta della biblioteca- portineria, alla quale ho fatto veramente caso l’ennesima volta che ci sono passato accanto dovendomi recare in uno studio medico. Non ero mai entrato prima dentro quella portineria, dove pur tante volte è passato Giovanni Falcone. Il rito della commemorazione prevede lo stazionamento dalle 17 e 30 alle 17 e 58 di ogni 23 maggio sulla strada. E, dunque, la "conoscenza" di quello spazio si ferma sull'uscio. Dentro, però, se ti capita di sbirciare, trovi tanti volumi dei più disparati argomenti. Il portiere, allegro e disponibile, mi dice che i testi sono per la maggior parte suoi, ma contribuiscono pure volentieri i condomini. Che quei testi leggo e che quei testi si scambiano. C’è di tutto a circondare, nel vero senso della parola, la sua guardiola. Ci sono gli otto volumi dell’enciclopedia universale Curcio, dei compact disc sulle leggi d’Italia, le fiabe di Grimm, una raccolta delle banconote d’Italia e una giraffa. In primo piano un libro sull’Albero Falcone e uno sul giudice, scritto dalla sorella Maria e altre opere che riguardano studi sulla mafia e sull’antimafia. Poi le Riserve Marine della Sicilia, l’Etna e analisi sulle imprese. Un’altra scommessa libraria in zona è la seconda sede delle librerie Paoline, anche questa a ridosso del posto esterno di guardia, ormai in disuso, sul marciapiede e del nostro albero, dove ogni anno confluiscono migliaia di ragazzi da tutta Italia. Che però non conoscono la biblioteca messa su da un portiere letterato. Una piccola libreria di condominio nella quale troviamo pure " I Disarmati", di Luca Rossi, la storia della Sicilia dopo il vespro e quella dei paladini di Francia. Un messaggio nella bottiglia, che può servirci, in fondo c’è. L’abbiamo scoperto da tempo ma lo pratichiamo non in maniera costante. La mafia si lotta studiando, si può sconfiggere scommettendo e investendo su cultura e formazione, non sulle paure. Dopo l’ultima operazione di polizia, che ha messo fuori gioco l’ennesima cosca mafiosa che aveva alzato la testa e illuminato, ancora, una non irrilevante parte di città che non si ribella, il questore di Palermo in un’intervista ha espresso il seguente pensiero. La repressione sì, ma per dire stop definitivamente a Cosa nostra ci vuole il popolo. Tutto. Magari che si convinca a impiegare, aggiungiamo noi, parte del proprio tempo anche nella conoscenza, che poi fatalmente non può che divenire azione virtuosa e coraggiosa. Non una tantum per un corteo, perché lì il movimento è facile e di breve momento, ma nella vita di tutti i giorni. Ecco qual è forse il monito che troviamo all'ombra, nelle retrovie, spentasi l’emotività annuale che si consuma in un solo pomeriggio, dell’albero più conosciuto d’Italia.

martedì 2 luglio 2019

La paura del governo e la protesta come unico orizzonte del riformismo debole.


La Repubblica Palermo
2 luglio2019
Lo spauracchio riformista
Francesco Palazzo

Bisognerebbe capire perché, non dico tutti ma quasi, coloro che andranno oggi in piazza a Palermo sui fatti di Lampedusa, hanno mitragliato un governo, quello guidato da Renzi, che sull’immigrazione ha assunto posizioni più a sinistra di Papa Francesco. Mi chiedevo la stessa cosa, pensando ai diritti civili, l’altro giorno al Pride palermitano. Nella stragrande maggioranza composto da persone che hanno indicato come il nemico pubblico numero uno colui che con le unioni civili ha fatto come nessuno mai in Italia nella storia repubblicana. E questo è ciò che riguarda il modo come viene trattato dall’esterno, anche al di là dei risultati su tematiche importanti, il maggiore partito riformista italiano. Ma c’è pure la battaglia interna. Limitandoci alla Sicilia, prendiamo atto che a fronte di un segretario regionale che sta promuovendo diverse azioni politiche, l’ultima sulla Sea Watch, c’è nel partito chi non perde giorno e occasione per sparare sul proprio quartiere generale. In generale, ci si scorda che la realtà si può cambiare con le politiche che poni in essere, soprattutto, se non esclusivamente, quando governi i processi. Altrimenti si fa testimonianza in piazza. E forse molti che hanno paura quando si governa, con tutte le contraddizioni e le asperità che ciò comporta, vogliono fare solo questo. Senza spostare un solo granello di sabbia elettorale a proprio favore. Ma non si può stare sullo scenario politico italiano, con la forza che ci vuole, se azzoppi in 20 anni tre governi riformisti. Pure con gli esecutivi Prodi 1 e 2, prima si fecero cadere e poi si andò tra le strade impauriti. Il centrosinistra dovrebbe superare questa fase adolescenziale. Magari mettendosi in mano, capendolo, qualche buon libro di storia italiana contemporanea. Ma temo che non lo farà. Nemmeno gli esempi e la memoria di chi va via lo smuovono. La scomparsa di Simona Mafai, ad esempio, fa venire meno un punto di riferimento, attuale, non situato nel passato, della vita politica di ciò che possiamo definire, con termine ormai forse poco significante, la sinistra palermitana. Che, dal punto di vista partitico identifica le formazioni che sono state il punto di riferimento degli ultimi anni dell’ex senatrice, pur da non iscritta. Solo che quei partiti, il PD e ciò che c’è alla sua sinistra in Sicilia, non costituiscono più da tempo una sintesi politica e umana. «Mi manca molto quella comunità», mi diceva a Villa Niscemi, durante il funerale, un consigliere comunale dei tempi in cui, negli anni ottanta, la fondatrice di Mezzocielo era capogruppo dei comunisti a Sala delle Lapidi. Il centrosinistra palermitano, ancor più quello siciliano, sfilacciato e in continua guerra fratricida, non ha, nel momento in cui altri si organizzano, nessun progetto per l’isola e il suo capoluogo. Ecco, mentre vanno via delle figure importanti, quella che rimane è la plastica assenza di una comunità politica che viene da un passato solido ma che non ha un presente. La lezione di Simona Mafai è quella di un coraggioso e moderno riformismo che guarda alle tante ragioni di un percorso comune tra simili, agganciato a saldissime radici non nostalgiche ma con ancoraggi nell’oggi. L’ultima sua significativa esperienza è il movimento Prendiamo la parola. Promosso da donne con diverse iniziative, l’ultima per le recenti europee. Dovrebbe riprendere parola il centrosinistra, a cominciare dalla Sicilia, e provare ad essere nuovamente una comunità riformista. A maggior ragione in un momento di risorgente bipolarismo. Ma non sembra vi siano i presupposti affinché ciò possa accadere nel tempo presente e nel futuro più vicino. Ciascuno sta nel proprio fortino a difendere quel poco, in certi casi quasi nulla, che rimane. Ma la vita non smette mai di sorprenderci e dunque vedremo.


domenica 23 giugno 2019

Gli estorsori su strada, i complici che pagano e l'occhio chiuso sui dintorni del Teatro Massimo.


La Repubblica Palermo – 22 giugno 2019
L’illegalità vista dal parcheggio

Francesco Palazzo

 L’ultima operazione antimafia a Licata pare abbia portato alla luce che la mafia sia interessata al parcheggio abusivo. Nulla di nuovo. Nella stessa Palermo è abituale vedere sempre le stesse facce negli stessi posti, sia nelle zone residenziali che vicino agli ospedali (Policlinico, Civico, Villa Sofia) e nel centro. Se le medesime persone, spesso gruppi familiari, controllano militarmente pezzi di territorio, talvolta anche in luoghi videosorvegliati, è chiaro che lo fanno sotto la regia di chi è specializzato nel controllo del territorio e ne detiene la licenza, ossia Cosa nostra. Talvolta registriamo pure episodi in qualche modo strani. Come l’interessamento verso la (brutta e fuori contesto) casetta di legno messa davanti al teatro Massimo, della quale comunque è stato ordinato lo smontaggio, e il disinteresse plateale per ciò che avviene dietro e nei dintorni del teatro. Con la presenza, appunto, di alcuni parcheggiatori, sempre le stesse sagome, che ti dicono, evidentemente essendo sicuri del fatto loro, che nelle zone blu non c’è bisogno di utilizzare il tagliando del parcometro, perché quella è zona di lavoro che gli appartiene. Dappertutto, sia chiaro, ma a cominciare dalla zona dove risiede la più importante istituzione culturale siciliana, non si dovrebbe permettere tale arbitraria supremazia territoriale, incoraggiata anche da moltissimi palermitani, i quali pagano come se abdicare alle estorsioni fosse la cosa più naturale al mondo. E parliamo pure di ceti benestanti, con o senza macchinoni, che avrebbero tutti gli strumenti culturali per dire di no. Ecco, togliamo la pagliuzza contingente (l’improbabile manufatto montano) ma non disinteressiamoci della trave. Ossia di tutto ciò che accade, e non solo per quanto riguarda i parcheggiatori estorsivi (potremmo parlare di come riduce la movida piazza Verdi e le vie limitrofe) dalle parti del Massimo.


mercoledì 12 giugno 2019

L'antimafia, le polemiche, Falcone, la laicità e le persone normali.


La Repubblica Palermo – 12 giugno 2019
Laicizzare l’antimafia schivando le verità assolute
Francesco Palazzo

L’ennesima bagarre nel campo dell’antimafia associativa, che questa volta ha raggiunto il livello di guardia il 23 maggio, si incanala in uno schema già praticato altre volte e fallito altrettante. Vediamoci, discutiamo e mettiamo in campo analisi e azioni comuni. Ciascuna realtà si è costruita la propria legittima e rispettabile prospettiva.
Un’antimafia disgregata è destinata a essere debole e a farsi infiltrare. Lasciando sul campo solo forze dell’ordine e magistratura. Che hanno trovato, grazie proprio a Giovanni Falcone, che ha pensato e posto in essere la Direzione nazionale antimafia, con le Direzioni distrettuali e la Direzione investigativa antimafia, strumenti decisivi per il loro lavoro.
Falcone, in quella ultima fase della sua vita, venne crocifisso proprio per queste fondamentali intuizioni. Capì più la mafia. Che infatti riteneva, con evidenti ragioni, che il magistrato stava facendo più danni, dal suo punto di vista, a Roma che a Palermo. Dove già comunque aveva creato, pur aspramente osteggiato, tanti problemi alle coppole storte e ai loro alleati. Ed è molto probabile che sia stato ucciso (solo dalla mafia?) non soltanto per quanto aveva già fatto, ma soprattutto per ciò che stava facendo dalla capitale.
Per dirla tutta, dobbiamo ricordare le ultime due lezioni di Falcone che possono servirci oggi. Riguardano da un lato la politica, e cioè che le istituzioni vanno rispettate sempre, e dall’altro la coraggiosa laicità delle visioni, che non si sono fermate alle ipotesi o alle buone intenzioni, ma sono divenute realtà. E qui il giudice trovò lo sbarramento dei pochi che sembravano tanti i quali avevano costruito il recinto dell’antimafia autoreferenziale. Esiste ancora? Se sì, non ne abbiamo più bisogno.
Sia chiaro, le divisioni odierne ma in realtà antiche, ricorrenti e inutilmente sfibranti, non fanno bene all’antimafia, non ne allargano il cerchio, anzi lo restringono, e non servono nell’opposizione alle cosche. Se vogliamo misurare questi annosi, nel senso che si ripetono quasi ogni anno, contrasti, non possiamo che circoscriverli nell’ambito di un piccolo frammento palermitano. E il resto dell’Isola? E tutti gli altri siciliani? E le centinaia di migliaia di palermitani cui non arriva nulla di queste querelle? Tutte persone che non capiscono e non lottano? Improbabile. Forse è meglio cambiare schema. Sperimentando finalmente e definitivamente, prendendo esempio da Falcone, una sorta di laicizzazione dell’antimafia.
Lasciamo che la lotta alla mafia sia veramente patrimonio di tutti.
Anche e soprattutto dei tanti e delle tante che svolgono quotidianamente, senza voler dare lezioni a nessuno, professioni, vite, impegni sociali in maniera pulita, senza magari andare alle manifestazioni. Alle quali certo difficilmente si avvicineranno se prevarranno ancora lotte nell’area di rigore del professionismo antimafia.
Che in effetti, così vanamente frantumato, è solo dilettantismo.
Dunque ben vengano, magari non ripetendo errori del passato, consulte e coordinamenti. Senza tuttavia farne, come già accaduto più volte senza risultati duraturi ed efficaci, luoghi dove si dispensano verità assolute sull’antimafia da elargire con pietosa sapienza ai miscredenti. Eliminiamo vangeli, turiboli e sagrestie. Stagioni già vanamente conosciute e da archiviare. 
Proviamo ad affidare alla responsabilità e alla coerenza delle persone normali e oneste, sono tante in Sicilia, la lotta alla mafia. Come in larga parte è già avvenuto in maniera silenziosa, ma non per questo meno efficace, duratura e significativa negli ultimi decenni.
Il piccolo mondo dell’antimafia di Palermo, benemerito quanto vogliamo, che peraltro non rappresenta affatto tutta la regione, non si limiti a spegnere per un po’ i decibel delle polemiche trite e ritrite. Provi soprattutto ad aprire porte e finestre mettendosi in ascolto della Sicilia tutta. Scrollandosi una volta per tutte dal proprio Dna ortodossie e schemi che ormai la storia e l’esperienza hanno mandato in soffitta.

sabato 1 giugno 2019

Emorragia cervelli dalla Sicilia: il vero flusso migratorio che ci penalizza.


La Repubblica Palermo – 1 giugno 2019
Le paure sui migranti per coprire la nuova emigrazione
Francesco Palazzo
L ’Istat ci dice in questi giorni che dal 2012 al 2017, a fronte di un primo posto di giovani che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet), e di un ultimo posto per numero di laureati nella fascia giovanile, la percentuale dei giovani laureati che va via dalla Sicilia per completare il corso di studi dopo la triennale o per andare a lavorare oltre lo stretto, veleggia verso il 30 per cento. Per carità, con tutto il rispetto per l’istituto che ci dà questi dati, basta guardare le tante stanze vuote delle nostre case per capire la portata del fenomeno.
È il vero flusso migratorio che dobbiamo temere, questo in perenne, e sinora inarrestabile, uscita. Le altre storie, che ci portano via parecchio tempo, sono soltanto, prima o poi dovremmo capirlo, armi di distrazione di massa.
Abbastanza efficaci, dobbiamo rilevare, visto poi l’esito delle schede elettorali che i siciliani depositano nelle urne. Quei pochi che vanno a votare.
Perché le recenti elezioni europee mettono all’ultimo posto come percentuale di votanti la circoscrizione isole. 
Insomma, la nostra agenda del presente e del futuro è, dovrebbe essere, abbastanza chiara. Fare in modo che molte più persone arrivino alla laurea, ridimensionare di molto il numero dei tantissimi tra i giovani che hanno smesso di studiare e non hanno più voglia di cercare lavoro, e trattenere i giovani laureati.
Vasto e impegnativo programma, non c’è dubbio. Ma è l’unica via per dare a questa terra un presente e un futuro diversi. 
Investiamo sulla formazione e sulle possibilità lavorative dei nostri giovani e non sulle irrazionali paure. Se non ci faremo fuorviare da altre, non importanti, questioni, abbiamo qualità, intelligenze ed energie per farcela.

sabato 4 maggio 2019

Donne vittime, l'unico motivo è la pochezza degli uomini.


La Repubblica Palermo
4 maggio 2019
Quando uccidono una donna non cercate i motivi
Francesco Palazzo

Negli ultimi giorni d’aprile in Sicilia un omicidio nel Ragusano e un tentato omicidio nel Trapanese con 55 coltellate e con la persona offesa in gravi condizioni. Vittime altre due donne. Potremmo aggiungere un’altra aggressione, un pugno in faccia, registratasi a Palermo all’indomani del Primo maggio.
Dall’inizio di marzo di quest’anno, proprio a partire dalla vigilia dell’Otto marzo, Festa della donna, sono sei le donne uccise nell’Isola. Un numero, come sottolineava su queste colonne Francesco Patanè, che ci pone quest’anno in cima alla classifica tra le regioni italiane. E chissà quante sono quelle che ricevono maltrattamenti e violenze d’ogni tipo in ambito familiare che non arrivano alle cronache.
Ogni volta che accade un fatto di sangue di questo tipo, questo il punto intorno al quale vogliamo ragionare, si apre la caccia spasmodica al motivo che l’ha generato. Una volta trovato, come opinione pubblica quasi ci acquietiamo sul già visto e sentito. Come se il movente fosse una sorta di antidoto in grado, se non di guarire dal veleno del male, almeno di contestualizzarlo e anestetizzarlo. E cosi attendere, in tale ricostruito, e malato, orizzonte di senso, che una violenza simile colpisca un’altra e poi un’altra ancora delle nostre compagne di viaggio.
E invece non dovrebbero interessarci per nulla i "motivi", perché i motivi non ci sono. E il fatto che li attendiamo ci dovrebbe far capire quanta strada dobbiamo fare tutti, proprio tutti, per interrompere questa spaventosa carneficina dai numeri oramai mostruosi. Compiuta da uomini che non riescono, che non riusciamo, a crescere psicologicamente ed esistenzialmente.
Ecco qual è il motivo che dobbiamo avere ogni volta ben chiaro, senza cercare e attendere altri "motivi". I quali sono, o rischiano di essere, per un’intera società, soltanto degli alibi.