sabato 29 novembre 2008

Rifondazione Comunista in Sicilia, due per cento diviso cinque

CENTONOVE
28 novembre 2008
Pag. 2
Sinistra, facciamoci del male
Francesco Palazzo
Dunque, Rifondazione Comunista siciliana esce dal congresso regionale, svoltosi lo scorso fine settimana a Pergusa, divisa in cinque. Per una formazione politica che, per citare un dato elettorale vicino e significativo, non è andata oltre la media del 2,095 per cento in occasione delle provinciali siciliane del 2008, nelle sei province dove ha presentano una lista autonoma, è una sorta di record assoluto. Tale frammentazione, è bene dirlo, non è figlia delle discussioni siciliane interne al partito, ma è la fotocopia, precisa, senza nemmeno un’imperfezione, di quanto accaduto a livello nazionale nell’ultimo congresso di fine luglio. Ma con un peggioramento rispetto al quadro nazionale. Perché almeno lì si è riuscito a eleggere un segretario. Da noi l’individuazione della guida regionale è stata demandata a un organismo politico, suddiviso in cinque, nominato dai congressisti. Per intenderci sullo spessore quantitativo di Rifondazione in Sicilia, diciamo subito che i voti ottenuti dalla falce e martello rifondarla alle ultime provinciali, sempre nelle sei province in cui è andata da sola, risultano essere 32.573. Lo stesso ordine di grandezza che, alle regionali del 2006, in una sola provincia, quella di Palermo, ha totalizzato il candidato più votato, Antonello Antinoro, che ha intercettato 30.302 preferenze. Lo stesso si è poi quasi ripetuto alle ultime regionali, superando ventottomila voti. Facciamo questo riferimento comparativo per mostrare quale è la dimensione del confronto politico siciliano. Un solo candidato, di una sola provincia, di un partito, l’UDC, il terzo, non il primo, per dimensione di consenso, della maggioranza che governa alla regione, equivale, pressappoco, alla diffusione regionale del secondo partito della coalizione di centrosinistra. Chissà se ci hanno pensato i protagonisti delle cinque mozioni che hanno incrociato le armi dialettiche a Pergusa. Eppure, basterebbe una semplice calcolatrice, e non l’elaborazione di chissà quali geniali tesi politiche, per capire quanto sia improduttivo, dannoso, arduo trovare il termine giusto, guardarsi l’ombelico minoritario scavandosi la fossa con lacerazioni interne sino a scomparire in esse o cercare di trovare la risultante perfetta di cinque pezzi di un microscopico due per cento. Lo diciamo da tempo. La possibilità di un’alternanza in Sicilia, oltre che dalla solidità del Partito Democratico, che certo al momento non naviga in buone acque, anzi pare proprio segnato dalla burrasca, passa dalla consistenza numerica, non inferiore al 15 per cento, di una gamba sinistra che torni a farsi capire, e soprattutto a farsi votare, dal corpo elettorale siciliano. Al momento tale parte di centrosinistra, composto, oltre che da Rifondazione, dalla Sinistra Democratica, il cui leader nazionale è un siciliano, Claudio Fava, dal Movimento un’Altra Storia di Rita Borsellino, dai Comunisti Italiani e dai Verdi, pare non interrogarsi, unito, su ciò che occorrerebbe alla Sicilia. Se non da prospettive troppo parziali, sovente, come il caso di Rifondazione mostra, dilaniate e polverizzate oltre ogni ragionevole e comprensibile misura. Il punto è che qui ci va di mezzo non tanto il destino del centrosinistra, che può interessare solo chi lo vota, ma la stessa qualità della democrazia in Sicilia. Senza alternanza vincono sempre gli stessi. La maggioranza di centrodestra che oggi cerca di governare (e di non litigare) alla regione, costituisce, da sola, una forza autoreferenziale. Nel senso che incorpora, basta guadare gli scontri all’arma bianca sul comparto sanità, sia la maggioranza sia l’opposizione. Osservando ciò, ci perdonino gli amici siciliani di Rifondazione, non riusciamo proprio a capire l’utilità, per la nostra regione, dell’ultimo congresso che li ha visti protagonisti.

giovedì 27 novembre 2008

Sanità in Sicilia: conti in rosso e riforme bloccate


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE 2008
Pagina I
La polemica
Conti della sanità una riforma bloccata
FRANCESCO PALAZZO

A leggere le dichiarazioni degli stessi protagonisti, pare che la grande battaglia sulla sanità siciliana - con roboanti dichiarazioni in nome del risparmio e della moralizzazione - sia stata vinta da due partiti: l´Udc e il Pdl. I quali, dentro la coalizione vincente alle ultime elezioni, avevano dissotterrato l´ascia di guerra, riponendola per il momento, visto che hanno ottenuto ciò che volevano. Sintetizzando: il cosiddetto piano di rientro e la riforma della sanità siciliana andranno ognuno per proprio conto, su due strade parallele. Che, ovviamente, come sappiamo sin dalla più tenera età, mai s´incontrano, se non, forse, all´infinito. Ma la sanità siciliana avrebbe bisogno, più che di infinità, leopardiane o geometriche fate voi, di provvedimenti concreti e attuali. E gli ultimi due assessori destinati alla sanità, due tecnici, hanno mostrato di volere imprimere una svolta al sistema. Tuttavia, evidentemente, il sistema ha equilibri da rispettare, dinamiche che noi comuni mortali non riusciremmo a intravedere neanche se ci dotassimo della più potente tra le lenti d´ingrandimento. Il bello è che al danno dell´immobilismo di un settore spendaccione e cruciale per tutti noi, malati e potenziali tali, si aggiunge la beffa di sentirsi quasi coccolati, da chi si oppone a qualsiasi cambiamento, con affermazioni che giustificano certe scelte in nome e per conto della salute dei cittadini. Anche l´attuale schieramento dell´opposizione all´Assemblea regionale si trova d´accordo sulle strade parallele e quindi, di fatto, dà forza al fuoco amico diretto all´attuale assessore regionale per la Sanità. Eppure, ma forse ricordiamo male, in un incontro pubblico il Partito democratico aveva solennemente sostenuto, per bocca di un suo autorevole rappresentante, se rammentiamo bene di fronte al presidente della Regione, che avrebbe sostenuto in aula il piano complessivo di riforme che metteva insieme, «perché non può che essere così», piano di rientro e riforma del comparto in un´unica soluzione. Il piano di rientro, lo intendiamo anche se non siamo esperti della materia, è la possibilità di mettere una pezza finanziaria, fatta di sacrifici e tagli, agli enormi errori di gestione del passato. Vista però solo in questo modo tutta la questione si riduce, ammesso che riesca, a una mera partita contabile e temporanea. Destinata nuovamente a farsi critica se non s´interviene sul presente e non si pianifica, modificandolo radicalmente, il futuro. Ecco perché è giusto che in un ambito strategico e costoso come la sanità si operi agendo simultaneamente sui due assi, quello del debito e quello della pianificazione. Se si sganciano questi due aspetti, si avrà sempre il fiato sul collo, è sin troppo facile intuirlo. Lo sa bene qualsiasi padre di famiglia che deve fra quadrare i conti della propria piccola comunità domestica. Se si sta sempre sull´emergenza, senza apportare mutamenti profondi a tutto l´insieme, un piano di rientro seguirà a un altro. Non ci sarà mai, all´infinito, soluzione di continuità. Si proseguirà nel solco del già visto: la sanità tutta nelle mani della politica, che sposterà le pedine dirigenziali per far quadrare gli appetiti delle varie «sensibilità» (bella parola) politiche e i conti andranno sempre più in rosso. Forse, a questo punto, occorrerebbe un qualche gesto di chiarezza, in modo che la finta unanimità indistinta di questo momento, utile a nessuno, si trasformi in una chiara e trasparente collocazione di tutti i soggetti in campo. Un esempio ci viene da fuori. Non dalla lontanissima Norvegia, ma dalla vicinissima Sardegna. Il presidente del governo regionale si è appena dimesso. Il motivo è che un suo emendamento, che riteneva discriminante, sulla nuova legge urbanistica, è stato impallinato dalla sua stessa maggioranza. Adesso le posizioni si chiariranno e saranno visibili a tutti i sardi. È impossibile, in Sicilia, procedere con una simile operazione di nitidezza politica sulla sanità? I cittadini, in nome dei quali tutti dicono di spendersi, hanno il diritto, oltre che alla salute, a comprendere, come si deve, ciò che accade nei palazzi del potere.

sabato 22 novembre 2008

Intellettuali e società in Sicilia

CENTONOVE
21 11 2008
A che servono gli intellettuali
Francesco Palazzo


Da più parti torna a farsi viva la questione del silenzio degli intellettuali in Sicilia. Qualcuno ha detto chiaramente di non credere al ruolo di trascinamento degli intellettuali. Tra questi, gettando uno sguardo al passato, potremmo citare Sciascia. Tuttavia, molti pensano, e scrivono, che se questo silenzio finisse, si potrebbe porre mano ai tanti guai in cui siamo immersi. Il dibattito, è bene ricordarlo, è abbastanza ciclico e non riguarda ovviamente la sola società siciliana. Ogni tanto spunta fuori questa storia degli intellettuali, per alcune settimane s’incrociano le “armi” del pensiero e della parola scritta. Poi si torna al quotidiano. Senza che niente sia cambiato. E del resto non può che essere così. E ciò accade perché si sconta, con tutto il rispetto per chi la pensa diversamente, un ritardo culturale antico. In sostanza, si continua a pensare che la società abbia bisogno di qualcuno che pensi per tutti, che formi le coscienze, che suoni la sveglia, che indichi le risposte alle più spinose domande. Abbiamo ancora bisogno di persone siffatte? E quando abbiamo pensato di averne bisogno, ed esse si sono rivelate in carne e ossa, hanno contribuito forse a spostare di qualche centimetro la comprensione e il cambiamento della realtà quotidiana? Con tutta evidenza, pare di no. E se ciò è accaduto ha riguardato una cerchia ristretta di soggetti e non il tessuto vivo di una società come quella siciliana. Il problema è che si ha ancora una visione elitaria, minoritaria, aristocratica, della cultura. Con questo termine s’intende, infatti, un sapere (che spesso non è un saper fare) circoscritto a poche individualità e staccato dal resto del mondo. Che cosa è in questo momento la cultura siciliana, che fattezze presenta? Sta nelle stanze degli intellettuali, sia che parlino sia che stiano in silenzio, o la troviamo in una sommatoria infinita, sempre da ricomprendere, di mille sfaccettature difficili da vedere? Le città delle nostra regione, la Sicilia intera, non stanno mai silenti. Parlano in continuazione, comunicano sempre qualcosa, in un flusso ininterrotto di decisioni e di modi di essere e di fare. Bisognerebbe intendere meglio le une e gli altri. Non auspicando la nascita o la scoperta di una o più guide intellettuali, oppure di quartieri generali da dove emanare direttive al popolo bue, ma spalmando la parola cultura, democraticamente, su tutta la società, per afferrare quale è la risultante, sempre provvisoria, del ragionamento complessivo. O meglio, cercando di scoprire quante culture ha un popolo come quello siciliano, in quali luoghi e in che maniera si esprimono. Cosa lasciano nel terreno della storia e della società negli anni e cosa trattengono. Forse, dopo aver fatto tale operazione, ci si renderà conto che non sono gli intellettuali (o gli scrittori) a produrre cultura, ma un intero popolo. E allora gli intellettuali (o gli scrittori), o il ceto medio riflessivo, apprenderanno cultura dalla parte restante della società siciliana. E non se ne sentiranno una parte staccata che deve far finta di capire tutto, standosene in silenzio o parlando, fate voi, anche quando niente hanno compreso. Se deve esserci cambiamento in questa terra, e certamente tanto va nel verso sbagliato, questo non può prefigurarsi trainato da presunte menti illuminate. Ma deve fare i conti con la società siciliana così com’è. Cercando di trovare in essa, e insieme con essa, i frammenti culturali, cioè schegge di vita vissuta, per mettere insieme qualcosa di diverso e di più civile. Se si farà il contrario, come sinora sempre accaduto, cioè se si penserà che pochi devono pensare e decidere per tutti, perché hanno letto più libri o sono più intelligenti, ecco che gli intellettuali, ammesso che esista ancora questa figura ottocentesca, potranno anche parlare sino a sfinirsi e a sfinirci. La storia andrà dove decideranno il 99.9 per cento dei siciliani. Che sono, piaccia o meno, i veri produttori di cultura, in quanto sono loro che hanno il timone dell’oggi e del domani tra le mani. Chi si vuole mettere in ascolto, che si senta un intellettuale o meno, cominci a farlo. Senza assumere atteggiamenti pedagogici verso chi si pensa non elabori pensieri e visioni del mondo e che invece, con nostra grande sorpresa, potrebbe donarci gli occhiali per guardare meglio.

giovedì 20 novembre 2008

La chiesa logorroica sul sesso degli altri, in silenzio su se stessa


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 20 NOVEMBRE 2008

Pagina X
I PRETI DELLO SCANDALO NEL SILENZIO DEI CATTOLICI
FRANCESCO PALAZZO


Possibile che un uomo di chiesa per dare risposta alle proprie normali pulsioni amorose e sessuali, debba essere costretto a percorsi clandestini? La vicenda del sacerdote siciliano che ha denunciato la sua presunta ricattatrice, al di là dei risvolti penali che interessano solo il versante giudiziario, investe ancora una volta un problema che la chiesa, ovviamente non solo quella siciliana, finge di non vedere. Quanti uomini e donne di chiesa, religiosi, parroci, suore e quant´altro, vivono la dimensione sentimentale e affettiva in segreto, nel terrore di essere scoperti? C´è chi sostiene che sono moltissimi. C´è chi, se la cosa resta in un ambito ristretto, viene dissuaso nelle segrete stanze. Le conseguenze sono praticamente nulle sul piano ecclesiale o personale. Ci dicevano tempo fa che si può anche arrivare, senza che quella «macchia» passata crei problemi, al soglio vescovile, pure di grandi diocesi: basta che non si sappia in giro e che, soprattutto, non ne scrivano i giornali. C´è chi continua cercando di non farsi scoprire. Con mille, possiamo facilmente ipotizzare, sotterfugi, precauzioni, ansie, sensi di colpa. Quale serenità e realizzazione personale possano avere, in tali casi, un uomo o una donna che hanno fatto della fede il loro unico motivo di vita, è facile immaginare. Ma non tutti ce la fanno. La sofferenza non più sopportabile può portare alla scelta deliberata di rompere con una vita impossibile e fa allontanare molti dalla vita religiosa consacrata. In questi ultimi casi si tratta di veri legami. Molti nomi ci vengono in mente di conoscenti che hanno lasciato per questo motivo. Talvolta sono i migliori. Uomini e donne di chiesa che non avrebbero avuto nessuna difficoltà a continuare la loro vita di fede nell´istituzione chiesa e, contemporaneamente, senza togliere niente a nessuno, come avviene nelle chiese protestanti, avere una famiglia, dei figli, una vita propria. Per alcuni, pochi (ma costituiscono solo la punta di un gigantesco iceberg) prima o dopo la vicenda balza fuori nel modo peggiore, senza che loro lo vogliano o l´abbiano scelto. In questi casi la situazione può presentare, oltre alla sanzione ufficiale dei vertici cattolici, qualche complicazione. La donna può essere a sua volta sposata, può trattarsi di sesso mercenario, di relazioni omosessuali che la chiesa continua a mettere al bando. Oppure la pulsione sessuale repressa può anche prendere strade che portano a circuire minori. Cioè quei soggetti con i quali può essere più semplice, in ambito religioso, venire in contatto. Cose risapute. Tuttavia sorprende il silenzio (possiamo chiamarla omertà?) che ogni volta c´è negli ambiti ecclesiastici. Nessuno, diciamo nessuno, zero, tra i parroci, le suore, i vescovi, i diaconi, i seminaristi fa sentire la propria voce in proposito. Pensate che dopo quest´ultimo episodio qualcuno dirà cosa pensa dell´argomento in generale? Siamo facili profeti in patria. Non ascolteremo niente. Possiamo solo dire che abbiamo pena di chi vive in un contesto simile. In cui non è concesso, pena l´epurazione, l´allontanamento definitivo o la punizione, dissentire pubblicamente, e non clandestinamente, su temi cruciali quali l´amore e la sessualità.

domenica 16 novembre 2008

Palermo-Berlino: andata e ritorno


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 16 NOVEMBRE 2008

Pagina I
La polemica
Capi e capetti litigano mentre la città affonda

FRANCESCO PALAZZO


Il mugnaio prussiano che si rivolse all´imperatore e fu trattato con sufficienza, nel salutarlo gli disse: «Ci sarà pure un giudice a Berlino». E il giudice a Berlino c´era, ed era giusto. Noi potremmo parafrasare, leggendo della trasferta bipartisan nella capitale tedesca, appena conclusa, dei sette consiglieri comunali palermitani, scrivendo: «Ci sarà pure un amministratore a Berlino». E l´amministratore a Berlino c´è, ed è evidentemente capace, se si va da lui per imparare Le cronache ci informano che i sette rappresentanti istituzionali sono stati intrattenuti sul trasporto pubblico berlinese, sulla finanza e sull´ordinamento degli enti locali e sullo smaltimento dei rifiuti. Insomma, su aspetti fondamentali e strategici del governo locale. Che da noi, con evidenza solare, funzionano in maniera pessima da tempo, senza che si intraveda una qualche luce. Le uniche due competenze in cui sembrano, invece, esperti e rodati i governanti palermitani sembrano essere il valzer degli assessori e le liti perenni nella maggioranza bulgara (o siciliana) di cui dispongono. Bisticciano per trovare le migliori soluzioni ai tanti incancreniti problemi della città? Sostituiscono, alla velocità della luce, gli assessori perché, via via, individuano personalità sempre più preparati nei vari settori? Ciò accadrà certamente a Berlino. A Palermo primeggiano le faide tra i partiti, nei partiti, tra le singole correnti, tra capi e capetti soggiornanti tra Roma e la Sicilia. Qualche giorno fa pure i lavori del Senato si sono bloccati per alcuni minuti a causa delle turbolenze palermitane. Possiamo supporre che i sette consiglieri, dei quali lodiamo la volontà di apprendere e praticare in teoria percorsi virtuosi, saranno tornati come quei turisti, cioè come tutti noi, che lodano gli altri tornando dai viaggi estivi, per poi ricominciare e continuare con le solite abitudini quotidiane, utili per sopravvivere nella giungla palermitana. Dubitiamo che sette amministratori berlinesi, parigini o londinesi, fate voi, potrebbero trovare interesse a trascorrere, se non per un´esaltante vacanza di sole e mare, alcuni giorni a Palermo al fine di importare qualche buona pratica nelle loro realtà territoriali. Una volta eravamo il caso Palermo, sperimentavamo inedite e apprezzabili, seppur controverse e criticabili, configurazioni politiche. Ci si scontrava e si polemizzava sulla città. Oggi stiamo diventando un caso patologico. Oppure grottesco. Basta pensare alla vicenda delle zone a traffico limitato. Possibile che in otto anni di governo non si sia ancora in grado di predisporre provvedimenti, un minimo funzionanti, nel settore della mobilità che non siano le solite, estenuanti, estemporanee e perciò inutili soluzioni tampone? I consiglieri comunali berlinesi, su questo e altri aspetti della vita pubblica palermitana, rimarrebbero a bocca aperta. Lo stesso farebbero quelli parigini e londinesi. E dopo il prolungato stupore, come si fa per tutti i casi anomali, comincerebbero ad analizzarci attentamente. Per studiarci bene e capire cosa va evitato accuratamente quando si governa una grande città. «Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: ecco il titolo che politici stranieri, ma anche solo emiliani, toscani o lombardi, potrebbero dare a un loro eventuale (e improbabile) stage nella Palermo che affonda.

giovedì 13 novembre 2008

Antimafia differente tra Comiso e Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 13 NOVEMBRE 2008

Pagina XV
SOCIETÀ CIVILE SILENZIOSA SUL FRONTE DELL´ANTIMAFIA

FRANCESCO PALAZZO

C´era un tempo in cui il sostegno della società civile palermitana, organizzata o meno, ai magistrati antimafia era scontato e palesato con partecipatissime manifestazioni di piazza. Bastava un minimo accenno di attacchi alla Procura perché si mettesse in moto la macchina organizzativa. Negli anni successivi alla morte di Falcone e Borsellino ci è capitato molte volte di assistere a eventi del genere organizzati davanti al palazzo di giustizia, soprattutto, ma non solo, in occasione degli anniversari delle due stragi del 1992. Nel corso di quest´anno due appelli accorati e allarmati del procuratore Francesco Messineo sembrano invece caduti nel vuoto. Il primo a gennaio: il procuratore si chiedeva, parlando di «genocidio giudiziario», come si potevano mandare avanti gli uffici con una riforma dell´ordinamento giudiziario che stava facendo decadere uno dietro l´altro buona parte dei magistrati che avevano già maturato, come procuratori aggiunti, otto anni sempre nello stesso posto. Con, in più, una stretta alle risorse che per il 2008 avrebbe decurtato del 90 per cento i fondi destinati allo straordinario del personale. E tenendo conto che ai giovani magistrati - freschi vincitori di concorso - il nuovo ordinamento impediva di chiedere come prima sede la procura. Per la verità, già nel luglio del 2007, il procuratore Messineo aveva parlato di una procura che nel giro di pochi mesi sarebbe stata decapitata. Il mese seguente aveva lamentato che il disegno di legge del centrosinistra, che riduceva a tre mesi le intercettazioni ambientali utilizzate nelle indagini antimafia, dava una mazzata alle indagini che invece arrivano anche a oltre i due anni. Leggendo un articolo di questo giornale del 6 novembre abbiamo appreso che i pericoli previsti dal procuratore hanno infine preso corpo. In procura sempre più stanze restano vuote, solo uno dei dieci posti vacanti è stato assegnato. Nessuno vuole più venire a Palermo. Quelli che c´erano, a parte i limiti posti dall´ordinamento, sono andati via sfiduciati. Ci pare una circostanza di un peso enorme. Perciò è ancora più pesante il silenzio, pubblico ma anche privato, di quella che un tempo era la società civile impegnata sul fronte dell´antimafia. Possibile che nessuno senta il bisogno di chiamare pubblicamente a raccolta associazioni, movimenti e singoli? Come mai non si vedono, come in passato, striscioni, cortei, fiaccolate? E non è che, per altre questioni, si sia persa la forza della mobilitazione. Recentemente si è svolta a Comiso una sacrosanta manifestazione affinché l´aeroporto della cittadina torni a chiamarsi Pio La Torre. Se sia più pesante il deserto attuale della procura, o la condannabile reintroduzione del vecchio nome all´aeroporto di Comiso in sostituzione di quello di Pio La Torre non lo sappiamo. Certo lo stesso La Torre se oggi vedesse lo svuotamento degli uffici giudiziari palermitani preposti a perseguire Cosa nostra, dopo essere andato a protestare a Comiso, correrebbe di corsa a Palermo per tentare di affrontare l´emergenza antimafia.

sabato 8 novembre 2008

Mafia e politica: quando la seconda scompare

CENTONOVE
Settimanale regionale di politica, cultura ed economia
7 novembre 2008
Mafia e politica, binomio in crisi
Francesco Palazzo
Bisogna capirlo una volta per tutte. Oppure processo dopo processo. Come vi torna più semplice. Il rapporto che lega la mafia alla politica si risolve e si affronta esclusivamente nei tribunali. Quando si è assolti, vince la politica, quando si è condannati, hanno la meglio le toghe. Che poi le sentenze contengano verità tecniche, ossia che si muovano in una sfera del tutto diversa da quella della politica, nel cui ambito conta più la sostanza che la forma, passa in secondo piano. Quando c’è il bollo della giustizia, non c’è spazio per nessun’altra riflessione, che non sia la beatificazione dell’assolto o la discesa agli inferi del condannato. Ma non sempre, in quest’ultimo caso. Perché si può sempre gridare al complotto giudiziario pur dopo pesantissime condanne. O leggere le sentenze, anche dopo l’ultima parola della cassazione, secondo quanto conviene alla politica. Stando così le cose, non ci rimane che leggere e registrare passivamente, da parte della politica, le calorose dichiarazioni di plauso, che non mancano mai, dopo ogni operazione di polizia contro le cosche. Oppure la solidarietà, anche questa sempre presente, nei confronti di coloro che subiscono minacce. Ultimo, il caso Saviano. Poi la vita prosegue, come sempre. Con la politica, e con essa, non dimentichiamolo, tutta una società, borghese e popolare insieme, che ne elegge i rappresentanti, più attente a non incappare nelle grinfie, nel mirino, della macchina giudiziaria che a sciogliere veramente e autonomamente il nodo, importante, fondamentale, decisivo, che lega le mafie alla politica. Ogni tanto qualcuno, soprattutto se si avvicinano le elezioni e di entrambi le coalizioni che si fronteggiano, tira fuori l’amuleto del codice di autoregolamentazione. Mai usanza fu più inutile, ipocrita e retorica. Perché i codici, cui i partiti dicono sorridendo di aderire, ma solo per non fare brutta figura con il mondo intero, sono come le preghiere di penitenza che il nostro buon parroco una volta, non so se ancora è così, perché è da molto che sono fuori esercizio, ci appioppava dopo la confessione come espiazione dei nostri piccoli e grandi peccati. Con il tacito accordo, tra peccatore appena perdonato e sacerdote assolvente, che all’uscita della chiesa si azzerava il contatore e tutti peccatori come prima. E così è per buona parte dei partiti e per quasi tutto il corpo elettore. Una cosa sono le roboanti parole, delle quali ormai l’antimafia teorica del giorno dopo è satura sino alla nausea. Un’altra è l’antimafia praticata del giorno prima, quella quotidiana, fatta di frequentazioni non sospette, limpide azioni amministrative, cittadinanze responsabili, sulla quale dovrebbero esercitarsi, ma non lo fanno quasi mai, la politica e la società che la esprime. Poiché bisogna pragmaticamente fare i conti con ciò che si ha davanti e non con il migliore dei mondi possibili, che alberga nei nostri migliori sogni notturni, prendiamo atto che ormai il legame mafia politica non esiste più, se non, appunto, nelle aule giudiziarie, ma con le conseguenze aberranti che assegnano paradisi eterni agli assolti e inferni temporanei, e sempre riducibili, ai condannati. Non c’è molto altro. Uno dei due termini della relazione mafia-politica, il secondo, è sparito come in un gioco di prestigio. Riappare unicamente durante le udienze, stringendo in mano qualche portafortuna per scongiurare pronunciamenti ostili da parte delle toghe. Le quali, supponiamo, da rosse diventano bianche quando liberano la gioia degli imputati. Ci rimane in mano, sola e sconsolata, l’altra parte del binomio, la mafia, Cosa nostra. Che per l’opinione pubblica si riduce a mera criminalità organizzata, quella che piace tanto a tanta parte di società politica, cui tutti apparteniamo, di ogni tempo, risma e colore. I cattivi, ladri, assassini, estorsori che, prima o dopo, cadranno nella rete della repressione. Tirati fuori, magari, da covi situati in quartieri degradati, in modo che il quadretto sia completo. Il resto, ossia tornare a far vedere e sanzionare quella parte di società politica che sostiene le cosche al di là delle vuote parole, è nelle mani degli elettori. Le lancette del rinnovamento della politica passano dal tribunale del consenso. Che sinora, in Sicilia, sembra emettere sempre la stessa sentenza. Senza, al momento e chissà per quanto ancora, possibilità di alternanza tra i due schieramenti in campo.