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In ricordo di padre Napoleone, sulle orme del Beato Puglisi
Francesco Palazzo
21 febbraio 2026
In ricordo di padre Napoleone, sulle orme del Beato Puglisi
Il prete cui piacevano i cannoli, leggiamo dal libro “Con passione – In ricordo del presbitero Salvatore Napoleone”, scritto a più mani e pubblicato da Edizioni We can hope. Verrà presentato il 23 febbraio in Cattedrale, a Palermo, alle ore 19 alla presenza dall’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice, che ha scritto l’introduzione, e di alcuni autori, compreso il giornalista Luigi Perollo, Direttore dell’ufficio diocesano comunicazioni sociali e dell’ufficio stampa, che farà da moderatore.
Sulle orme di don Pino
Sino al giorno della morte non conoscevo don Salvatore, come – ci rivela il testo – gli piaceva essere chiamato. Quel 19 ottobre del 2001 dovevamo vederci con don Rosario Giuè, rettore della chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, parroco a San Gaetano pochi anni prima di don Puglisi, sulla stessa linea pastorale che poi sarebbe stata di don Pino. Rosario ci disse che era sconvolto per la morte di questo confratello che era stato ordinato, come lui, nel mese di dicembre del 1978 dal Cardinale Salvatore Pappalardo, che vediamo insieme a don Salvatore nella copertina del libro. Nelle cui pagine scorgiamo due importanti riferimenti a don Puglisi. Dopo quel colpo alla nuca del 15 settembre 1993, don Napoleone venne nominato assistente spirituale del seminario al posto di “3P”.
Il Progetto Cattedrale
Nel libro troverete diversi ricordi di chi allora era in formazione in seminario ed ebbe come guida don Salvatore. Seguiva questi giovani con attenzioni umane e pastorali, interessandosi alle loro famiglie e pagando pure qualche affitto. Ripeteva loro spesso, come rivela il testo, una frase di don Puglisi: “La gente vuole vedere il prete, perché non se ne fa nulla di avere un prete”.
Il secondo riferimento a Puglisi, che don Salvatore ha aiutato, scopriamo in queste pagine, concretamente per l’apertura del Centro Padre Nostro, riguarda il giorno in cui il corpo di don Pino era dentro la bara in Cattedrale.
Lui era parroco della chiesa madre della città dal novembre del 1990, proprio nel periodo in cui don Pino esordiva come parroco di Brancaccio. Ebbene, in quel momento, davanti allo sconforto di tanti, scrive un suo amico, don Salvatore pensa a quello che poi sarà il Progetto Cattedrale. Che sostanzialmente ricalcherà ciò che don Puglisi aveva fatto a Brancaccio. Conoscenza del territorio, iniziative per rivitalizzarlo e legami con le persone. Che non si incontrano in canonica ma per i vicoli del Capo. Tanto, apprendiamo dal testo, che la strada dal Duomo al Capo, che percorreva per recarsi nella chiesa di San Stanislao, dove era parroco, venne chiamata la quarta navata della cattedrale. Adesso quel Progetto si chiama “Albergheria e Capo insieme per la promozione umana”.
L’esperienza in parrocchia
Tanti sono gli spunti del libro. Traspare con forza l’attenzione di don Salvatore verso la dimensione liturgica e la pratica omeletica. Le sue prediche erano profonde e seguitissime. Ci sono pure i ricordi dei familiari, per i nipoti era “zio Totò”.
Tra le pagine emergono le testimonianze delle parrocchie dove è stato prima della Cattedrale. Lo troviamo vicario parrocchiale a Villa Tasca, presso la parrocchia di Maria Santissima Mediatrice dove lasciò il segno in molti giovani promuovendo l’Anno dei giovani.
Poi fu parroco a Santa Rosalia nel quartiere San Lorenzo. Le pagine del libro dedicate a questa esperienza lo vedono impegnato nella formazione dei laici promossi a ruoli decisionali. Con i nuclei familiari di chi seguiva il catechismo in Cattedrale diede vita al Gruppo Famiglia. E fu dal suo periodo che i turisti iniziarono ad essere considerati un valore aggiunto con l’apertura del Duomo per l’intera giornata.
Un prete per il popolo
Durante il funerale, leggiamo, la Cattedrale era stracolma. Nella chiesa di San Stanislao al Capo l’Oratorio è a lui dedicato e con questo quartiere – mercato ha avuto, così è riportato nel libro, un rapporto molto profondo. Con la confraternita MariaSantissima dei Sette Dolori, impiantata in Cattedrale, ha un rapporto franco, com’era nel suo carattere, dicendo loro che in mezzo a tutto questo “scruscio e batteria” dovevano fare sentire la voce di Cristo nel quartiere.
Prete per il popolo con uno slancio evangelizzatore, ci dice il testo, frutto di meditazioni sulle Scritture, tale da lasciare un segno indelebile in chi incontrava. Aveva un carattere passionale, da cui il titolo del libro, e tenero. Con una grande capacità di individuare le potenzialità in ciascuno. “Don Napoleone – scrive un’amica – mi ha insegnato che la testimonianza è l’unico modo per essere credibili”. E qua riecheggia la frase del beato Rosario Livatino: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti ma credibili”.
Generativo e anti-fragile è il doppio tratto che traccia di don Salvatore un suo amico nelle ultime pagine. Luigi Perollo ci fa sapere che “gli occhi di don Salvatore hanno indicato la presenza di un porto sicuro”. Don Giuseppe Calderone, che ha curato la pubblicazione, riflette sul fatto che il “parrino” Salvatore c’era e c’era sempre. Monsignor Lorefice nella sua prefazione mette in evidenza le sue caratteristiche di evangelizzatore sulle orme di Puglisi e intravede la carità come costante della vita di don Napoleone. Andato via troppo presto ma di cui, a quasi 25 anni dalla morte, è viva la memoria e ancora di fatto operativo il suo Progetto Cattedrale.

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