venerdì 16 ottobre 2009

Un sindaco per Palermo

CENTONOVE del 16 10 2009
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
Pagg. 14 e 15
Palermo in ...Movimento
Francesco Palazzo


Nel momento in cui i palermitani stanno riscoprendo il gusto di scendere in piazza contro il governo della città, arrivando ad agitare barchette di carta contro il primo cittadino, una cinquantina di professionisti palermitani (medici, avvocati, commercialisti, farmacisti, artisti, professori) si sono riuniti in convento a Castelbuono per riflettere sul capoluogo. Addirittura con l’intenzione diretta di candidarsi a governare la città. La giornata è coincisa con il varo del Movimento per Palermo. Si potrebbe dire che la campana per il governo palermitano, non suona soltanto per mano delle fasce d’opposizione spontanee e da tempo politicizzate, ma anche per il ritrovato protagonismo di uno spaccato di quella borghesia professionale che in genere si disinteressa del governo della cosa pubblica. Se così stanno le cose, un bel pesante rintocco suona anche per i partiti che stanno all’opposizione. Il vero problema per il centrosinistra è quello di unire la parte borghese della zona centrale della città, che si confronta in convento o scende in piazza, e quella popolare dei rioni periferici. Quest’ultima si mobilità nel momento del voto e solitamente decide chi vince o chi perde. Non s’interessa né di convegni né di barchette, ed è molto sensibile ad altri, e ben più concreti, ragionamenti e convenienze. Da una decina d’anni il centrosinistra palermitano, di questi tre spezzoni, intercetta soltanto quello che ha portato le barchette davanti il municipio. Borghesia professionale e, ancor di più, ceti popolari, sfuggono alle capacità di analisi e d’intervento della classe dirigente delle formazioni politiche che dal 2001 gli elettori sistemano nei banchi dell’opposizione. Per dirla in estrema sintesi, si ha l’impressione, e questo è un ragionamento che si potrebbe estendere anche al livello regionale, che al momento nell’arena politica del capoluogo si fronteggino due debolezze. La lacerazione disarmante del centrodestra, che a Palermo ha davvero toccato punte impensabili di malgoverno e di scarsa competenza nel fare anche le cose più semplici e ovvie. Ma anche la spossatezza, che viene da lontano, del centrosinistra. Una debilitazione che ha bisogno di allargare decisamente il consenso e che non si cura con i momenti della protesta e dell’invettiva. Si tratta, come ben sappiamo, di fasi di una certa euforia, che tuttavia sono fine a se stesse e mai arrivano a varcare i seggi elettorali. Altra cosa sarebbe mettere subito in campo un’ipotesi di governo e incamminarsi verso le elezioni, forse non lontane, vista anche la situazione finanziaria del comune. Sì, proprio un candidato a sindaco, scelto col metodo che più aggrada, primarie o bussolotti, e una squadra di governo capace, giovane e motivata. Perché dal momento in cui si mettono in soffitta le barchette della ribellione, si deve offrire una possibilità concreta al corpo elettorale di guardare e scegliere da un’altra parte. Alternativa, a meno di non volersi prendere in giro, che a tutt'oggi, e da una decina d’anni, non esiste. Se non definisci il tuo percorso politico, se non raggiungi un’identità precisa dalla quale trattare con forza, tutto il resto somiglia al classico divertimento del gatto che gioca col topo. La fine dell’impari confronto è a tutti nota. Chi vuole mettere in campo una politica diversa nel capoluogo, ed il ragionamento si può estendere anche al versante regionale, deve essere capace di uscire dal pantano attuale con progettualità e percorsi chiari. Evitando di giocare esclusivamente nella metà campo altrui. Perché, cosi facendo, il centrodestra continuerà ad essere, un po’ ovunque nella nostra regione, maggioranza e opposizione a se stesso. E potrà seguitare a candidare chi vuole, anche chi ha amministrato in maniera pessima. Sapendo che l’altra parte, la presunta alternativa, è talmente debole che non va oltre la protesta occasionale. Impiegando esclusivamente in tale direzione le proprie residue forze. Tornandosene ogni volta a casa contenta per l’oggi e sempre più stordita sul futuro.

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