mercoledì 6 maggio 2026

La memoria dei giornalisti uccisi dalla mafia. Una celebrazione con Don Lorefice

 Porta di Servizio

Notizie Chiesa locale e universale

5 maggio 2026

Ricordare i giornalisti uccisi, testimonianza di impegno civile

Francesco Palazzo



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Il 3 maggio è la “Giornata mondiale della libertà di stampa”, promossa nel 1993 dall’Onu, e la “Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa della loro professione”, istituita dal Parlamento nazionale, ma è la stessa data in cui è stata indetta dall’Unci (Unione Nazionale Cronisti Italiani), la giornata, varata nel 2006 e operativa dal 2008, in ricordo dei giornalisti vittime nel dopoguerra delle mafie e del terrorismo.

Ogni anno il 3 maggio rivedo il film Fortapàsc che ci racconta il martirio del giornalista campano Giancarlo Siani. Quest’anno a Palermo, per la prima volta, su iniziativa dell’Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana) Palermo e dell’Ufficio Diocesano per le comunicazioni Sociali e Ufficio Stampa dell’Arcidiocesi di Palermo, si svolgerà domani 6 maggio alle 18, presieduta dall’Arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, una celebrazione presso la chiesa di San Francesco di Sales, protettore dei giornalisti, che sorge sopra la stazione Notarbartolo.

È un’occasione per onorare il sacrificio dei giornalisti siciliani uccisi dalla mafia (Cosimo Cristina – 1960, Mauro De Mauro – 1970, Giovanni Spampinato – 1972, Mario Francese – 1979, Peppino Impastato – 1978, Giuseppe Fava – 1984, Mauro Rostagno – 1988 e Beppe Alfano – 1993) e ricordare tutti i giornalisti perseguitati o imprigionati a causa dello svolgimento del proprio dovere.

A maggio 2026, una ventina di giornalisti in Italia vivono sotto scorta permanente e centinaia sono sotto sorveglianza delle forze dell’ordine per inchieste su mafie e criminalità organizzata. Ciò sta a dimostrare, e del resto sono segnali chiari i colpi di fucili da guerra a Sferracavallo, i recenti e continui arresti da un lato e le sentenze dall’altro, come le mafie siano ancora presenti e dunque quanto sia importante un giornalismo libero che ne racconti le azioni e ne sveli gli interessi. Proprio come fecero Cosimo, Mauro, Giovanni, Mario, Peppino, Giuseppe, Mauro e Beppe in periodi storici, contesti e situazioni differenti. Ma sempre con la schiena dritta e il coraggio di scoprire, raccontare, svelare. Pur sapendo i grandi rischi che correvano.

“Non ha paura a scrivere certe cose?” chiese una studentessa a Giancarlo Siani e lui rispose: “Ogni tanto sì”. Subito dopo, uno studente gli domandò: “E allora perché lo fa?”, seguì un attimo di riflessione e Siani rispose: “Perché è il mio lavoro, perché l’ho scelto. E non è che mi senta particolarmente coraggioso nel farlo bene. È che la criminalità, la corruzione, non si combattono soltanto con i Carabinieri. Le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti. Allora quello che un giornalista-giornalista dovrebbe fare è questo: informare”.

Non possiamo che essere certi che tale programma fosse insito nella missione di tutti quelli che hanno versato il loro sangue contro gli uomini del disonore ed è lo stesso di quanti continuano a fare nomi e cognomi e a svelare trame criminali. Nel 2006 l’Unci, approvando l’ordine del giorno che istituiva tale giornata, affermava che “il sacrificio dei giornalisti uccisi nell’esercizio del proprio dovere di informare segna una dolorosa tappa del cammino di progresso civile di ogni comunità democratica che ha nell’informazione uno dei pilastri fondanti del proprio contratto sociale.

I nomi e le storie dei colleghi uccisi, in massima parte cronisti, costituiscono irrinunciabili testimonianze di impegno civile e deontologico che devono essere tenute sempre vive nella memoria collettiva dei cittadini. I colleghi sono ricordati con singole manifestazioni e premi giornalistici: la Giornata li accomunerà e renderà più evidente il tributo pagato dai giornalisti italiani”.

Quasi tutti, se non tutti, i giornalisti che verranno ricordati domani hanno ciascuno un albero a proprio nome nel Giardino della Memoria inaugurato il 5 gennaio 2005 a Ciaculli in un terreno confiscato. Ogni giorno nel tragitto palermitano mi capita di transitare da via delle Magnolie, dove fu visto l’ultima volta Mauro de Mauro, e da viale Campania, dove venne ucciso Mario Francese. Stessa cosa, nei mesi estivi, mi succede passando quasi ogni giorno nei pressi del Casolare Peppino Impastato a Cinisi, altro luogo di memoria. Una memoria collettiva, quella costituita dai giornalisti siciliani uccisi da Cosa nostra, che la Chiesa di Palermo, con il suo massimo esponente, rende con questa celebrazione ancora più viva, attuale e, per utilizzare un tema caro al Concilio Vaticano II, “incarnata”.

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