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7 marzo 2026
Puglisi e Livatino, fede e verità: l’Ucsi incontra gli studenti
Francesco Palazzo
Incontrare i ragazzi nei luoghi deputati alla formazione significa, oltre che confrontarsi con loro, toccare i luoghi dove nasce la democrazia di un Paese. Lo scorso 6 marzo a Palermo, nel plesso di via Fazio dell’Istituto di Istruzione Superiore Duca Abruzzi – Einaudi – Pareto, l’Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana) di Palermo ha organizzato un momento di riflessione e confronto dal titolo “Martiri per la Verità. L’eredità di Pino Puglisi e Rosario Livatino”, alla presenza di alcune classi che hanno riempito l’auditorium.
Due strade diverse, un solo messaggio
Adele Di Trapani, insegnante nella scuola, vicepresidente Ucsi Palermo e organizzatrice dell’incontro, nell’intervento di presentazione ha evidenziato che parlare di Padre Puglisi e Rosario Livatino non significa solo ricordare due vittime della mafia, ma riflettere su due persone che hanno vissuto fino in fondo fede e impegno civile. Due strade diverse, ma un unico messaggio: la legalità è un gesto concreto di amore verso le persone e la società. Sottolinea agli studenti che la legalità non è una parola astratta: è rispettare le regole anche quando nessuno guarda, è scegliere il bene quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte, è assumersi responsabilità anche quando costa.
L’incontro, ha precisato, non sarebbe stato a senso unico, domande, riflessioni e curiosità dei ragazzi sarebbero state il cuore dell’incontro. E così è stato. Perché è attraverso il dialogo che la memoria diventa viva e la storia di due uomini così coraggiosi si trasforma, ha concluso Adele, un’occasione per ciascuno di chiedersi: cosa significa oggi stare dalla parte della legalità?
L’idea di una società diversa
Roberto Immesi, giornalista, Responsabile palemitano dell’UCSI, ha sottolineato l’importanza di ricordare due figure come don Puglisi e Livatino, che hanno fatto della loro vita un dono agli altri, testimoniando la loro fede fino al sacrificio più grande e credendo nella possibilità di creare un mondo migliore, diventando esempio per tutti. In tal modo ci hanno voluto comunicare, ha proseguito, che non dobbiamo arrenderci all’idea di una società irredimibile o dominata dalla violenza, perché un altro mondo è possibile.
Puglisi e il protagonismo nel cambiamento
Francesco Palazzo ha introdotto la figura di don Puglisi facendo vedere e ascoltare alcune sue riflessioni ed esortazioni direttamente dalla voce di “3P” che invitava a parlare di mafia dove possibile, anche nelle scuole, metteva in risalto il ruolo del volontariato, lavorava con i bambini ma soprattutto con gli adulti, e magari è stato ucciso proprio per questo.
Inoltre, ha aggiunto Palazzo, con il suo “Se ognuno fa qualcosa si può fare molto”, invita tutti e ciascuno a non essere spettatori ma protagonisti cercando di cambiare le cose nel quotidiano. Applicando magari il suo metodo. Fatto di studio, confronto, contaminazioni con il territorio, riflessioni, meditazioni, azioni e verifiche. Senza chiedere permessi a nessuno. Come ha fatto lui, ha concluso Palazzo, che di fronte la chiesa di San Gaetano fondò il Centro Padre Nostro.
Le domande di studenti e studentesse non si sono fatte attendere. Chiedono se la morte di Puglisi ha cambiato qualcosa e perché ha deciso di combattere pur sapendo che poteva perdere la vita. Il giornalista Michelangelo Nasca, vicepresidente Ucsi Sicilia, uno dei relatori, nel ricordare l’occhio nero con il quale don Puglisi si presentò a scuola un giorno, ha affermato che don Pino non si è fermato perché era “troppo prete”.
Un magistrato “francescano”
Luca Insalaco, giornalista, avvocato e revisore dei conti Ucsi Sicilia, ha tracciato un primo profilo del giudice Livatino. Facendo vedere all’uditorio giovanile uno spezzone del film “Il giudice ragazzino”, ricorda di aver studiato a Canicattì nello stesso liceo classico frequentato dal futuro magistrato.
Un giudice che frequentava poche persone, sobrio, quasi francescano, che si presenta un 16 agosto per firmare la scarcerazione di una persona che ne aveva diritto, pur di non farlo stare un’ora in più in carcere. Da quando è avvocato, ha rivelato Insalaco, conoscendo dall’interno il mondo della giustizia, ammira ancora di più Livatino. Era inavvicinabile, prosegue Insalaco, non rilasciava interviste, non era iscritto ad associazioni, riteneva che il magistrato debba non solo essere ma anche apparire indipendente. Dopo una retata non si prestò alla foto di gruppo, una volta si nascose dietro un pilastro.
Insalaco, nel ricordare che a scuola i suoi compagni lo chiamavano “centunanni” per la sua saggezza e che una volta lo chiusero in tribunale perché si intrattenne come sempre sino a tardi, riporta quello che Livatino scrisse nella sua agenda nel momento in cui giurò da magistrato, il 18 luglio 1978. “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”.
Una fede incarnata
Le interazioni degli studenti sono proseguite. Cosa rendeva Livatino diverso rispetto agli altri giudici? Ci sono ora altri giudici che si pongono come uomini di fede e magistrati? Come possiamo fare noi giovani per portare avanti le azioni di Puglisi e Livatino? Una ragazza del giornale scolastico chiede perché non si è fatto nulla per proteggere Puglisi, perché la mafia riesce a trovare spazio nella società e cosa possiamo fare oggi per contrastare la mafia.
Michelangelo Nasca rileva che Livatino è il primo magistrato che la Chiesa dichiara beato per come ha incarnato la fede. Sapeva di correre dei pericoli. Quando andava a comprare le scarpe non entrava mai nel negozio, si faceva dare diverse misure, le provava a casa e poi teneva quella giusta. Nasca, nel ricordare il coraggio di Pietro Nava, il testimone che casualmente assistette all’omicidio, testimoniò ed è diventato il primo testimone di giustizia, narra un aneddoto riferendo che Livatino, che i compagni chiamavano “Saro”, a ricreazione rimaneva in classe per aiutare i compagni in matematica, materia in cui eccelleva. Ma non volle, ha precisato Nasca, copiare il compito di matematica il giorno in cui stava male.
Il monito ad Agrigento
Michelangelo ha tracciato altri segni particolari della vita del giudice ragazzino. Come la preghiera davanti al carcerato boss nella meraviglia degli astanti (“Chi ha fede prega, chi non ha fede tace” rispose il giudice). O il fatto che il Vangelo di Livatino era tutto sottolineato a matita. Nasca ha infine fatto vedere il video dell’invettiva contro la mafia nella Valle dei Templi di Giovanni Paolo II. Il Papa polacco aveva appena incontrato i genitori di Livatino, ha portato alla memoria Nasca, ed era rimasto sconvolto dalla madre del giudice che ripeteva in continuazione: “Me lo hanno ucciso”.
Seguono altre domande di alcuni dei circa 100 studenti e studentesse presenti. Una ragazza chiede cosa direDonbbe oggi don Puglisi ai giovani in territorio di mafia. Adele Di Trapani risponde che Puglisi ha portato dei frutti, perché se il seme non muore non può dare frutto, e i frutti, dice ai ragazzi e alle ragazze, siete anche voi oggi presenti a questo incontro.

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