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25 giugno 2026
Benedetto il Moro, il santo che parla ancora alla Palermo di oggi
Francesco Palazzo
Arrivato al convento di Santa Maria di Gesù, a Palermo, dove riposa San Benedetto il Moro, entro nel chiostro e sto per chiedere alla persona che innaffia il prato, penso un giardiniere, dove posso trovare il parroco, il vittoriese fra Carmelo Iabichella. Uno mi dice che il parroco è proprio lui. Mentre si presenta il festino della patrona Rosalia, è in corso dal 20 giugno, e si concluderà domenica 28 con la processione e i giochi d’artificio il denso programma che ogni anno a giugno ricorda il compatrono di Palermo, San Benedetto il Moro.
Fra Carmelo, studi teologici a Ragusa, un anno da prete diocesano e poi più a suo agio dal 2010 col saio di Francesco, ci dice che il santo è molto conosciuto in Sudamerica.Tanto che, in occasione del terribile incendio del 25 luglio 2023 abbattutosi sul convento, che ha anche rovinato i resti sino ad allora semincorotti di Benedetto, il presidente della federazione brasiliana ha scritto una mail di solidarietà.
Il parroco si commuove ogni volta che vede gli afroamericani piangere di fronte ai resti del Santo. Che prima di giungere in questo convento, dove morì il 4 aprile 1589, trovò rifugio anche sul monte Pellegrino di Rosalia. Che guarda, con in mezzo il golfo di Palermo, il monte Grifone di Benedetto. Anche qua c’è un’acchianata da fare, anzi due. Una per arrivare al Convento, l’altra, più ardimentosa, per giungere all’albero rovesciato e all’eremo del frate santo nero, collega di Santa Rosalia nel vegliare sul capoluogo.
I resti del santo stanno nella cella che lo ospitava. Dalla sua morte non è stata più occupata da nessuno. Con fra Carmelo ripercorriamo la storia e il senso di Benedetto. Nato a San Fratello nel 1524, figlio di due schiavi africani comprati al porto di Palermo da un certo Manasseri, il quale aveva promesso alla madre che il primogenito, che fu Benedetto, sarebbe nato uomo libero. Sappiamo che all’età di 20 anni, innamorato di Gesù – continua il parroco – è battezzato e vende due buoi e l’aratro. Dona il ricavato ai poveri perché ha incontrato fra Girolamo Lanza da Nicosia, precisa fra Carmelo, che come frate eremita si prende cura della sua vocazione.
Benedetto segue Girolamo in diverse tappe prima di giungere a Santa Maria di Gesù. L’ultima è proprio monte Pellegrino. Cambiano spesso sede perché la gente vuole incontrarlo Benedetto, lo vanno a cercare, ciò crea una forma di disturbo, dunque si devono spostare. Da Caronia alla Quisquina, altro incrocio con Rosalia, Giardinello, e poi monte Pellegrino.
Adesso sono un gruppo e fra Girolamo chiede alla Santa Sede un’approvazione per questa vita francescana eremitica. Ma i francescani di Palermo, rileva il parroco, vogliono sapere chi sono questi che dicono di essere frati ma vivono da eremiti. La Santa Sede ritira allora il permesso che aveva dato loro. A quel punto il leader di questo gruppo composto da una decina di persone è Benedetto. A monte Pellegrino si fermano per pochi anni. Appena arrivato questo diniego dalla Santa Sede, il primo a dare l’esempio è Benedetto che scende in città.
Un ritratto della Madonna in Cattedrale, attraverso una locuzione interiore, lo esorta ad andare a bussare, nel 1562 o 63, al convento di Santa Maria di Gesù, e così lui fa. Viene accolto, ormai quasi quarantenne e messo alla prova per due anni a Giuliana come previsto dalla regola francescane. Torna a Santa Maria di Gesù e da qui non si sposterà più.
Benedetto, continua a raccontare fra Carmelo, da quando arriva a Palermo comincia ad avere uno stuolo di persone di tutte le classi sociali che vogliono incontrarlo per una parola, un conforto, una benedizione, anche se non è sacerdote, non ha istruzione scolastica e non sa firmare. Non abbiamo discorsi o conferenze su di lui ma testimonianze scritte di 180 persone, raccolte cinque anni dopo la morte, avvenuta nel 1589.
Raccontano di gesti concreti come guarigioni o parti quasi in pericolo di morte che poi andavano bene. Spesso i frati anziani vedevano intorno a lui i giovani studenti di teologia che restavano estasiati da come commentava, attualizzandola e concretizzandola, la Sacra Scrittura.
Su Palermo, se non nei primi 50 anni dalla morte, non risulta un culto molto diffuso. Ma al momento del transito è molto noto. Tanto che prima di morire intima al guardiano di seppellire nottetempo le sue carni, altrimenti non sarebbe rimasto nulla. Subito dopo il transito, sottolinea il parroco, c’è per giorni una fila di gente arrabbiata davanti alla sua tomba perché non l’ha potuto salutare per l’ultima volta. Benedetto era tanto noto che non poteva più entrare a Palermo perché la gente non lo faceva camminare, essendo il frate della gente povera. Si fa poi il primo processo alla fine del 1500 con le 180 testimonianze. Un altro si apre nel 1622. Dopo qualche anno la peste avrebbe assalito Palermo. Rosalia ha guarito la città e la figura di Benedetto rimane sullo sfondo, legata agli ultimi e ai poveri.
Ma nel 1653 il Senato palermitano eleva Benedetto il Moro tra i Protettori di Palermo. Ci vogliono cinque processi per vedere Benedetto beatificato e poi, nel 1807, canonizzato. Ma in terra sicula permane poco conoscituto. Mentre i frati vanno in missione e la corona spagnola vuole che nella predicazione e nell’evangelizzazione dell’America Latina si parli di questo santo. Lì, constata fra Iabichella, esplode in maniera impressionante il suo culto. Si può calcolare con molta probabilità che un giorno sì e uno no c’è una qualche festa dedicata a San Benedetto, in America Latina.
Qualcuna anche più importante del Festino. Il 1989 è l’anno del quarto centenario dalla morte, avvenuta il 4 aprile 1589. I frati del tempo fanno una ricognizione del corpo con una commissione ad hoc creata dal cardinale. Il Santo, apprendiamo sempre da fra Carmelo, viene riposizionato in un saio nuovo fatto con un tessuto molto povero e grezzo e ricollocato nell’antica urna. Si fanno convegni, si invitano studiosi a parlare del tema della schiavitù, viene portato con l’elicottero con tutta l’urna a San Fratello. Dopo il 1989 in realtà la sua figura è nuovamente in ombra. Solo la borgata si identifica con il Santo, ci racconta il parroco. Gli afroamericani rimangono sbalorditi quando chiedono da turisti ma non ottengono notizie precise.
Dal 2022 lui è parroco. L’incendio del 2023 ha rivoluzionato tutto. Il centenario dalla nascita nel 2024 lo hanno riprogrammato, ci dice. Non le persone che vanno dal santo ma il santo che va con le reliquie, un osso della costola e il suo saio, verso le persone. Da allora si sono resi conto, soprattutto i più giovani, che Benedetto sta ancora sul pezzo, dal punto di vista sociale e culturale. È figlio di schiavi, ci parla della realtà del Mediterraneo con l’immigrazione che si porta dietro, quindi i temi dell’accoglienza, degli ultimi. La vita di questo uomo, fra Carmelo ne è certo, dice chiaramente che Dio è per tutti e tutti vanno trattati allo stesso modo.
Lui va dalla nobile, ma rimprovera i frati perché non lo volevano chiamare nel momento in cui una vecchietta si reca nel convento per vederlo. Al momento nel convento sono in sei. Alla fine saliamo sulla terrazza da dove si vede il famoso albero del 1577 danneggiato dall’incendio. Adesso è in fase di guarigione. Sotto c’è l’eremo che fu di Benedetto. Attratto dalla solitudine, chiedeva spesso il permesso per recarsi lì anche di notte. C’è una vista mozzafiato su Palermo e il suo mare. E una visione d’insieme del Cimitero Monumentale di Santa Maria di Gesù. Dov’è sepolto, ma vivo per tutti, il giudice Paolo Borsellino. E dove riposano i Florio, altre casate e altisonanti nomi. E anche Luigi Mercantini, autore della celebre “La spigolatrice di Sapri” (Eran trecento…).
Il convento, ci ricorda il parroco, essendo nato nel 1426, celebra quest’anno i 600 anni. Mentre la parrocchia è giovane, nata nel 1979 per volere del Cardinale Salvatore Pappalardo. Per perimetrarne il territorio un pezzo fu tolto anche alla vicina parrocchia di San Gaetano, dove don Puglisi visse gli ultimi tre anni della sua vita.
Per tornare ai nostri due protettori, la titolare e il compatrono, Rosalia e Benedetto, chissà se un giorno potranno essere portati insieme in giro per la città. In modo da unire i due monti, Grifone e Pellegrino, e idealmente tutta la comunità, dal centro alla periferia. Con fra Carmelo ci salutiamo. Prima di rivolgere un ultimo sguardo su Palermo mi appunto che per lui bisogna sempre ricordarsi di essere frati per la gente, predicando con la vita. Come San Benedetto il Moro, mi pare di aver capito. Più in alto del Convento c’è un posto dove ci recavamo, sono nato non molto distante dal luogo, da adolescenti. Si chiama Borgo Paradiso. Un po’ più giù dal cielo e a due passi da un Santo Nero che ha ancora tanto da dire a Palermo.
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