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Il Papa a Lampedusa, la preghiera della Chiesa per il mondo che soffre
Le immagini, fatte di posture, gesti, sguardi, sfondi, contingenze, casualità, più delle parole, e insieme ad esse che le accompagnano, ci dicono quasi tutto. Iniziamo dall’immagine. Finiremo con le parole.
Quella che più mi è arrivata nella visita di Papa Leone XIV nel comune di Lampedusa e Linosa è rappresentata, dopo che aveva attraversato la porta d’Europa, dal suo arrampicarsi su un tratto scoglioso, pare un tetto di un bunker della seconda guerra mondiale, con la papalina che vola via, il saluto ai naviganti degli equipaggi in mare e il raccoglimento scrutando l’orizzonte.
Lorefice ricordava e riportava la riflessione che il Papa ha fatto durante la recente visita nelle Canarie. Siamo pescatori di uomini e lì dove ci sono uomini e donne che vogliono attraversare il mare, o qualsiasi confine o muro, non si può non essere presenti come Chiesa. L’americano di Chicago, Robert Francis Prevost, sceglie proprio il 4 luglio, festa dell’indipendenza degli Stati Uniti, per fare questo viaggio in terra di Sicilia. In un’isola tra isole di cui si compone la nostra Regione. Per dire al mondo intero che l’indipendenza, non solo ovviamente quella degli Usa, e la libertà che sempre l’accompagna, e da cui non può essere disgiunta, pena lo svuotamento di entrambe, non possono essere portatrici di isolamenti, barriere, divisioni, negazioni, limiti, muri. Altrimenti sono soltanto parole.
I passi evangelici pronunciati nel video di monsignor Lorefice (“…ero forestiero e mi avete accolto” e “qualunque cosa avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”), stanno lì, difficilmente eludibili, direi impossibili da ridurre a mere dichiarazioni di principio e non fatte diventare carne, da una società che in larga parte ancora si dichiara cristiana e cattolica.
Il “todos, todos, todos”, la celeberrima espressione usata da Papa Francesco durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona nell’agosto 2023, con la quale ha voluto indicare che nella Chiesa, e di riflesso nelle società, c’è posto per chiunque, nessuno escluso, pare, mutatis mutandis, lo stesso orizzonte pastorale di Leone.
La politica ha il faticoso e certo non facile compito di tradurre tutto questo in fatti concreti. Non perché lo dicono i Papi, ma in quanto ce lo impone l’umanità. Cosa sarebbe infatti la politica, l’arte di amministrare le polis, che tutti ci riguarda, se dovesse perdere per strada l’umanità?
La prima, all’inizio, quando dice che “Gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”. È un programma di governo pastorale, a Lampedusa e Linosa come in tutti i luoghi del globo e in ogni relazione che voglia sentirsi tale.
La terza tessera sono le ultime parole dell’omelia, quando saluta la comunità di Lampedusa e Linosa, con “O’scià!”, saluto affettuoso tipico dei lampedusani, che deriva dalla lingua dialettale e che significa letteralmente “fiato mio”, “mio respiro”.
Se l’altro, l’altra, il mondo, le relazioni sono il mio, il nostro, respiro, i giorni della storia che costruiamo con i nostri comportamenti non possono che avere le dimensioni dell’accoglienza richiamate da questo viaggio di Leone. Un americano che si è fatto siciliano per un giorno e che difficilmente dimenticherà questo 4 luglio.
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