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15 settembre 2026
Nel segno del beato Pino Puglisi: le voci di alcuni presbiteri di Palermo
Francesco Palazzo
La sera del 15 settembre 1993, don Pino Puglisi, dopo aver fatto una telefonata dalla cabina che si trovava a pochi metri dalla parrocchia di San Gaetano a Brancaccio, dove era parroco dall’ottobre del 1990, stava tornando a casa. Era pedinato dal commando mafioso che doveva studiare le sue abitudini.
Decisero di agire subito e lo attesero sotto casa. Da quel colpo alla nuca sono trascorsi 33 anni. Per questo anniversario PortadiServizio ha sentito otto presbiteri dell’arcidiocesi di Palermo.
Preti del Vangelo
Rimanendo saldi con i piedi nel fondamento roccioso della fede, bisogna imparare a osare e ad andare oltre ciò che avevamo programmato, proprio come ha fatto don Pino. Per Sergio Ciresi, parroco di San Gaetano a Brancaccio, l’eredità di don Puglisi non è un ricordo pietoso né memoria celebrativa.
La domanda per don Ciresi è la seguente. Cosa significa oggi essere pastori in un territorio segnato dalla cultura della prepotenza, del silenzio e della rassegnazione? Don Puglisi, per lui, non ha mai voluto essere il “prete antimafia”, ma semplicemente il prete del Vangelo.
Non partiva dalle ideologie, ma dalle persone: dai bambini di Brancaccio, dai ragazzi già a rischio, dalle famiglie schiacciate dall’omertà e dalla miseria. Aveva capito che la mafia si nutre di vuoto educativo e assenza di prospettive. Per questo ha risposto con la presenza paziente, con le catechesi, con la scuola, con il gioco, con la dignità restituita a chi sembrava destinato solo a diventare manovalanza.
Ha mostrato che la mafia non si combatte soltanto denunciandola, ma costruendo un’alternativa concreta: una comunità capace di legami veri, di legalità illuminata dalla fede, di speranza che non si arrende. La preghiera del Padre Nostro, per lui, era già un’alternativa radicale al “padrino”.
La sua vera vittoria non è stata l’uccisione – che pure ha svelato fino in fondo l’odio della mafia verso chi annuncia un Dio di vita – ma i frutti che da allora non hanno smesso di crescere. Tante comunità, in Sicilia e non solo, hanno ritrovato il coraggio di non abbassare lo sguardo. La Chiesa ha riconosciuto in lui un martire, cioè qualcuno che ha testimoniato con il sangue che il Vangelo e la cultura mafiosa sono incompatibili.
Attualizzare questo lascito nella nostra parrocchia significa, anzitutto, non rassegnarsi all’idea che “tanto non cambia niente” e smettere di ridurlo a un anniversario. Significa tornare a investire sulle periferie esistenziali e geografiche, sui ragazzi, sulle famiglie ferite. Rifiutando ogni forma di collusione, anche quella silenziosa del “non disturbare”, e costruendo spazi dove i giovani non siano solo “utenti” di qualche attività, ma protagonisti di un cammino di crescita.
Don Ciresi continua sottolineando l’importanza di farsi carico del territorio, costruendo relazioni di fiducia che spezzino la solitudine e la rassegnazione, avendo il coraggio di dire, anche a costo di essere scomodi, che certi modi di fare e di pensare non hanno nulla a che vedere con il Vangelo.
In fondo, prosegue il parroco di Brancaccio, significa recuperare lo stile di don Pino: discreto, perseverante, sorridente, ma assolutamente intransigente sulla verità del Vangelo. Con lui bisogna credere ancora che la parrocchia possa essere un luogo generativo di umanità nuova: non con grandi progetti, ma con la fedeltà quotidiana, una catechesi seria, un’attenzione vera ai poveri, uno stile di vita sobrio e coerente, la capacità di sorridere anche di fronte alle difficoltà. Come lui, che fino all’ultimo ha risposto con un sorriso. Perché sapeva che la speranza cristiana non è ingenuità, ma resistenza.
Annunciare nelle nuove piazze
Per don Dario Chimenti, parroco della parrocchia Sant’Alberto Magno, la memoria del beato Pino Puglisi interpella i presbiteri sulla sostanza del loro ministero e sulla reale efficacia dell’annuncio. Il suo lascito più grande è la radicale coerenza di vita: con il suo Vangelo vissuto fino in fondo ha insegnato che non si scende a compromessi.
L’essere di Gesù Cristo, continua don Dario, non è un abito che si indossa soltanto nella liturgia, ma una scelta che deve informare ogni singolo ambito dell’esistenza. Da questa fedeltà senza sconti scaturisce l’unica vera autenticità della testimonianza e, di conseguenza, quella credibilità che la gente percepisce subito.
In un tempo in cui la Chiesa rischia di perdere autorevolezza e di non essere vista come un punto di riferimento, evidenzia il presbitero, don Puglisi ricorda che la credibilità non deriva dal ruolo ma da una presenza incarnata e trasparente.
Per rendere vivo il suo esempio oggi, per don Dario, le comunità parrocchiali devono avere il coraggio di una profonda revisione di metodi e linguaggi. Spostarsi dove la gente vive e si forma. Non si possono continuare a proclamare cose bellissime rimanendo nel posto sbagliato. Oggi i giovani formano la loro mente sulle piattaforme digitali, sui social.
Per don Chimenti occorre stare lì dove si trovano realmente, abitando le nuove piazze con autenticità. Non si tratta di buttare nulla, ma di sviluppare un’agilità pastorale meno rigida.
È necessario tradurre la Buona Novella in un linguaggio comprensibile e vivo per giovani, adulti e anziani e in ambienti parrocchiali che ascoltino e accompagnino davvero. La presenza concreta e costante di un pastore nel proprio territorio è incisiva solo quando è libera da ogni logica di convenienza o di facciata e può salvare delle vite.
Il suo augurio, per la Chiesa di Palermo e tutta la Chiesa universale, è di avere più coraggio, più umiltà e più entusiasmo nello svolgere la propria missione. Senza cedere alla tentazione di ancorarsi a strutture che, per quanto storicamente belle, oggi rischiano di non dire più nulla a molta gente e a intere categorie di persone.
Pino Puglisi e santa Rosalia
Per Don Natale Fiorentino, parroco del Santuario di Monte Pellegrino, Rosalia e Pino Puglisi sono due scelte diverse, due modalità complementari per liberare e salvare una città da quelle pesti fisiche e morali, come la mafia, che portano morte e uccidono la speranza, soprattutto nei giovani.
Ogni palermitano, per don Fiorentino, è Rosalia, è Pino Puglisi. Una comunità di chiamati a fare qualcosa per la città, dalla preghiera all’azione concreta, nella Chiesa e nella società. Perché, conclude il reggente del Santuario, come diceva don Pino, “Dio ama e agisce sempre tramite qualcuno”.
Una traccia per la Chiesa di Palermo
Padre Giovanni Giannalia, parroco nella Parrocchia di San Filippo Neri, allo Zen, ritiene che Il coraggio e lo stile della sua testimonianza siano una splendida traccia per la Chiesa diocesana che deve confrontarsi e operare nella nostra sofferta attualità, senza perdere la sua identità e il buon profumo del Vangelo.
Don Giannalia, nella comunione dei santi che ci lega e per l’amore di Puglisi verso la sua Chiesa palermitana, implementerebbe nelle comunità intanto il suo culto e la sua conoscenza, affinche ispiri e aiuti nel quotidiano e arricchisca tutti con i doni che il Signore ha voluto elargirgli, suggerendo i cammini, le risposte e aiutando ad attuarli.
Buoni cristiani, buoni cittadini
Don Francesco Di Pasquale, parroco a Sferracavallo presso la parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, riflette sul fatto che Palermo sta vivendo una fase molto delicata in diversi quartieri per i fatti violenti che osserviamo. Con giovani senza regole e spudorati nell’inneggiare la mafia.
La Chiesa cerca di essere presente nei territori attraverso le parrocchie e gli oratori, questo bisogna farlo sempre meglio, anche pensando al Centro Padre Nostro voluto da don Puglisi. In questo momento tutte le capacità e le energie della diocesi dovrebbero confluire in una pastorale che riguardi le nuove generazioni. Don Puglisi ci ha insegnato a lavorare insieme. La sua esortazione “Se ognuno fa qualcosa si può fare molto”, deve spingere tutti ad essere buoni cristiani e onesti cittadini.
Spesso i cittadini, per don Francesco, non si prendono l’impegno che gli spetta, ma delegano. Don Puglisi ci ricorda che dobbiamo fare qualcosa insieme, lottando sopratutto contro la mentalità mafiosa che spesso alberga nei cittadini e non solo nei mafiosi. La Chiesa di Palermo deve abitare i territori. Il parroco deve vivere la parrocchia, abitarci, le parrocchie devono essere aperte.
Da ragazzo frequentava il Centro Odigitria in zona Cattedrale, abitando da quelle parti. Ricorda che Don Puglisi arrivava con il suo stile sobrio e la sua umiltà che già erano testimonianza di vita. La sua eredità per lui si vanifica se non comprendiamo la gravità del momento. Tutte le comunità parrocchiali dovrebbero investire, sulla scia di don Puglisi, nella formazione degli animatori.
Il piccolo seme che si fa dono
Fra Mauro Billetta, parroco a Danisinni presso la Parrocchia di Sant’Agnese, ci dice che Don Pino ha mostrato la via del quotidiano, poche parole e costanza nell’agire sui territori. La sua prospettiva è quella del piccolo seme che si fa dono sino alla fine. Da parroco e da animatore giovanile ci ha insegnato cosa significa educare, abitando la complessità delle periferie esistenziali. Una scelta di campo in cui prima di tutto bisogna lasciarsi attraversare dal travaglio umano che segna il territorio per imparare a muoversi, sempre più spogli di sé, verso l’altro.
Il contrasto alla criminalità e ad ogni tipo di corruzione, è possibile se il lavoro quotidiano mantiene il contatto con la gente, fatto di ascolto e di presa in carico concreta. Don Pino, conclude, ci ha consegnato inoltre lo sguardo e il sorriso proprio della meraviglia, quello di chi si muove verso l’altro uscendo dall’indifferenza autoreferenziale per lasciarsi stupire. Don Pino ha favorito l’emersione di sogni e progetti di vita di una generazione e anche lui si ritiene testimone di questa fecondità.
Senza compromessi
Don Giosuè Lo Bue, parroco e rettore del Santuario della Madonna della Milicia, precisa di essere entrato in seminario appena qualche anno dopo la barbara uccisione di don Pino. I formatori che ha incontrato gli hanno fatto conoscere aspetti non solo della sua santità, ma anche della sua umanità.
Le nuove generazioni di preti e le comunità loro affidate sono, prende atto, dentro società in cui ancora la mafia opera. Cercano di esserci, presbiteri e comunità di fede, senza compromessi, ipocrisie e commistioni, perché lo chiede il Vangelo, quei valori che da esso scaturiscono e che stanno alla base del martirio di don Pino. Sentono, prosegue don Giosuè, il bisogno di un riscatto per i giovani, i quali nelle “periferie” esistenziali, morali, culturali e sociali sono prede indifese.
Per lui l’impegno delle comunità cattoliche è diretto a formare credenti adulti. Per farlo, conclude, è necessario che gli uomini e le donne siano liberi e libere.
Liberi, chiosiamo quasi alla fine di queste riflessioni e testimonianze, come “u parrinu chi cavusi” (con i pantaloni), cosi veniva chiamato a Godrano, dalle mani e orecchie grandi e dalla immensa capacità di leggere nelle vite e nei bisogni degli altri.
Abitare il territorio
Don Cosimo Scordato ritiene che la testimonianza di don Pino sia un dono aperto, da testimoniare con coerenza di parole, vita, promozione umana delle persone e dei quartieri e resistenza a prassi di opacità sociale, culturale e politica. Tutto questo dovrebbe convergere in una pastorale che crei comunità autentiche di persone dove nessuno primeggi.
Aggiunge che coinvolgere la comunità in scelte che prendano visibilità nella vita dei quartieri favorisce una occupazione pacifica e benefica del territorio. La partecipazione di tutti fa emergere soggettualità libere e responsabili, che prendano il gusto dell’impegno diretto.
Don Scordato sottolinea anche la dimensione dell’accoglienza, intesa come apertura a chi è in difficoltà anche economica. Con le risorse di ogni parrocchia rese disponibili in una mensa aperta. Mettendo in campo iniziative di promozione di famiglie e ragazzi in difficoltà in loco ma anche aiutando qualche villaggio del cosiddetto Terzo Mondo.
Si tratta, per don Cosimo, di coltivare uno stile di vita comunitario segnato dalla presenza nel territorio vissuto come luogo di relazioni e di gesti di solidarietà permanente.

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