Porta di Servizio
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23 novembre 2025
Dieci anni a Palermo, Lorefice si racconta: “Il mio amore per questa città”
Francesco Palazzo
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“Palermo la si deve vedere con gli occhi di chi la ama. Perché così si può misurare la sua crescita, la sua bellezza, le sue forze. Sono testimone di una presenza bella della società civile”. Monsignor Corrado Lorefice, che ama farsi chiamare ancora “don”, racconta e si racconta ai cronisti riuniti attorno a un tavolo al palazzo arcivescovile. Lo fa a quasi dieci anni dal suo arrivo alla guida dell’arcidiocesi di Palermo, il 5 dicembre del 2015.
Dal palco allestito a piazza Pretoria citò l’articolo 3 della Costituzione, quello che dispone l’eliminazione degli ostacoli affinché tutti possano avere lo stesso punto di partenza. Oggi quel passaggio costituzionale lo descrive così. “Quando l’altro compare davanti al mio volto, mi chiede di essere conosciuto e riconosciuto nella dignità di persona”.
Lavoro e cultura
Ma non c’è soltanto la Palermo che va avanti. “Nell’arco di dieci anni vedo la recrudescenza di alcuni problemi, non ultima la povertà, che sono motivo di preoccupazione ma anche sprone per ulteriori assunzioni di responsabilità. L’essenziale è il lavoro, l’accesso alla cultura, alla dimensione del prendersi cura, alla spiritualità che possa aiutare ad affrontare la perdita di senso”.
“Una Chiesa libera di annunciare”
Si toccano pure temi che vanno oltre Palermo e la Sicilia. Il cardinale Matteo Zuppi ad Assisi, durante la sessione della Conferenza episcopale italiana di cui è presidente, ha parlato di fine della cristianità ma non del cristianesimo. L’arcivescovo di Palermo riflette su tale binomio. “È finito il regime di cristianità, resta il cristianesimo. Una Chiesa sgravata dalle sue certezze e dalla sua presenza massiccia può essere più libera nell’annunziare il Vangelo. Del resto è una cosa che parte dal Concilio. Il Vangelo non deve arrivare solo come dottrina, ma come presenza di un Cristo che vuole dare luce”.
L’incarico della Cei
Insieme ad altri cinque vescovi è stato chiamato a occuparsi più direttamente del Sinodo, come ha scritto Portadiservizio. “Cercheremo di fare atterrare nelle nostre realtà il cammino comunque meraviglioso di questi anni di Sinodo, in modo che si consegnino delle linee pastorali”.
Cerca con cura le parole il primate di Sicilia. “Il Vangelo è la strada per me, venendo a Palermo è stato normale stare vicino al cuore delle persone. Se vedo sofferenza, non posso che tirare fuori le viscere di compassione perché ho un cuore umano che sta vicino a chi soffre”.
“Una politica di lupi rapaci”
Si parla della politica che perde consenso perché non sa più servire, allontanandosi dalle persone e concentrando solo potere. “Se si fa così si diventa lupi rapaci e non servitori. Mi chiedo se la prossima volta andrà a votare il 38 o 40%”.
Di fronte a tutto ciò non si può certo stare a guardare. “Ci dobbiamo riassumere la responsabilità della città. Dobbiamo riconsegnare ai giovani tutta la forza che abbiamo grazie alla Costituzione. Ritornare a votare, riassumendoci la responsabilità e aiutando gli eletti a essere amministrazione di politica e non altro. Perché la corruzione nella politica indigna”.
Lo Zen
Ma non c’è soltanto la cabina elettorale. Bisogna recuperare partecipazione, tornando con don Puglisi alla forza dei segni che costruiscono speranza. “Mi sono fatto compagno con tutti. La proposta di legge antidroga l’ha fatta la società civile, l’abbiamo fatta a Ballarò, laici e cattolici. Durante i miei primi mesi ad accogliere i migranti al porto c’eravamo tutti, tutta la città in tutte le sue espressioni. Il primo dicembre ci saranno gli stati generali allo Zen, già hanno aderito più di 140 realtà. Allo Zen dopo l’ultimo omicidio nei luoghi della movida due vescovi sono andati, abbiamo fatto una lettera insieme, questa è la strada. Si sono avvicinate persone che non erano mai andate in quel quartiere”.
La pandemia
Nei dieci anni a Palermo c’è stata anche la pandemia. “Il Covid ci ha fatto rinchiudere nell’individialismo, nella paura. Sento molto forte il dramma di oggi della sanità in Italia”. Poi un altro riferimento al potere. “Il Dio di Gesù Cristo è umano, non è un Dio di potere”.
La visita del Papa
La foto emblematica di questi dieci anni è quella con Papa Francesco, Biagio Conte e due ospiti che mangiano nei piatti di plastica, in occasione della visita a Palermo del Pontefice nel 2018. Racconta un particolare degli ultimi istanti della permanenza del Papa a Palermo.
“Alla fine di quella giornata Papa Francesco ha posto un segno che rimarrà con me come uomo, credente e vescovo. Pensando a Francoise, un ospite della missione di Biagio Conte, che voleva andare a Roma, Francesco sotto l’aereo mi esorta a organizzare per lui un viaggio. Lui, il Pontefice, avrebbe affrontato le spese. Lì c’è la verità di Papa Francesco. Per tutto il giorno si ricorda il viso e il nome di Francoise“.
Il ricordo dei genitori
Si parla anche dei genitori di don Corrado, Clementina e Salvatore. “In questi anni ho parlato spesso di loro, questo mi ha dato la possibilità di fare memoria, al fondo della mia vita c’è l’incontro con Salvatore e Clementina, sino all’altra sera davanti a 130 coppie di nubendi ho parlato di loro. Sono il terzo figlio, nato quando mia mamma aveva 23 anni. Grazie a loro sono qua”. Alla fine don Corrado ci mostrerà commosso una foto che lo ritrae con i genitori.
“Non possono esserci periferie”
Difficile non parlare di sicurezza in una città come Palermo. Servono le zone rosse? “Se il senso della vita sono una collana d’oro e i simboli delle armi, intanto è una sfida culturale, vuol dire che c’è qualcuno che sta facendo scuola. Ci vuole una città inclusiva, non bisogna perdere di vista il concetto che il centro della città è ogni persona che la abita, non ci possono essere periferie”.
La nomina del 2015
Si torna a 10 anni fa. “Ero il parroco della chiesa madre a Modica. Il 2 ottobre del 2015 era un venerdì. Il primo venerdì di ogni mese andavo a visitare gli anziani e i malati portando la comunione. Tra una visita e l’altra ho guardato il mio cellulare e c’era un numero con prefisso 06. L’ho rifatto, mi risponde la Nunziatura apostolica in Italia. Mi passano il nunzio, mi dice che deve parlarmi a Roma e mi dà appuntamento per il 6 ottobre. Non dico nulla a nessuno, il 7 avevo lezione ed ero molto agitato, qualcuno dei miei alunni ha detto, ho poi saputo, forse hanno fatto don Corrado vescovo”.
“L’annuncio ufficiale è stato fatto il 27 ottobre. Parroco a Modica, non mi potevo aspettare di diventare vescovo. Intanto ero davanti il Nunzio apostolico. Mi chiesero: ‘Lei lo sa perché è qui?’. Il Santo Padre vuole nominarla vescovo a Palermo. Io non l’ho detto neppure ai miei genitori, potevo farlo solo la sera prima del 27 ottobre, giorno previsto dell’annuncio, anche se la notizia è uscita quattro giorni prima, il 23, a Palermo. Il Nunzio capì che ero andato in pallone, mi diede qualche giorno per pensarci ed eventualmente confermare, come si fa in questi casi, per lettera. Poi ho dato per via telefonica la mia adesione e scrissi la lettera al Papa”.
“Dona te stesso”
Diventerà cardinale? “Quando il Papa mi incontró, mi disse: ‘Vai a Palermo, vai e dona tutto te stesso a quella Chiesa e non cercare altro, io ho bisogno di un pastore. Rimani quello che sei e non cambiare mai’”.
La Santuzza
Il significato per un ispicese del detto ‘Viva Palermo e Santa Rosalia’? “Negli anni la passione per la città è aumentata. Io non sono sposato, ma quando mi hanno dato questo anello l’ho avuto per Palermo. Non ho conosciuto la crisi dei sette anni. Sono di Ispica ma mi sento palermitano, come se fossi nato qua”.
Sa di non essere solo in questa complessa e a volte difficile missione palermitana. “Non posso contare solo su me stesso, ogni giorno chiedo al Signore che mi dia il cibo sostanziale per la giornata”.
Una Chiesa attenta alle persone
Davanti al Vangelo che si trovava nella bara di don Puglisi, alla prima pagina del giornale che annunciava l’apertura del Concilio nello stesso giorno in cui è nato, chiediamo qual è stato il percorso dell’arcidiocesi in questi dieci anni e quale sarà nel futuro.
“Piano piano dobbiamo far prevalere il metodo di Pino Puglisi, il territorio come luogo d’Incarnazione. Ciò vuol dire conoscere le attese, le gioie, le ansie della gente. I territori sono tutti diversi, Brancaccio non è corso Italia, a Catania, Palermo non è Roccapalumba. Nei territori una Chiesa attenta ai bisogni delle persone si costruisce come fraternità. Perché il Vangelo non è soltanto dottrina. È una presenza che irrompe nella vita a 360 gradi”.
Scendo dalle stanze della Curia, dove monsignor Corrado Lorefice vive e lavora, con in mano il libro “Nel segno della speranza – Un Vescovo a Palermo città delle emergenze”, scritto dall’arcivescovo e dal giornalista Nuccio Vara. Verrà presentato lunedì 24 novembre alle 19 in Cattedrale. Nella dedica mi scrive: “Condividiamo la città con gli occhi di chi abbiamo incontrato: 3P”. È la prima volta che incrocio l’arcivescovo da vicino. L’impressione che ne ricavo è di uomo molto profondo, che si fida degli altri e di cui fidarsi.














