martedì 29 giugno 2010

PD, l'ora delle scelte chiare e comprensibili

Francesco Palazzo
Alla regione il balletto intorno al quarto governo si fa sempre più frenetico. Ogni giorno una dichiarazione, un passo avanti, uno indietro, e veti come se piovesse. Su tutto, ovviamente, il bene della Sicilia. Nell’Italia repubblicana, il ripostiglio di coloro che hanno agito per favorire questa terra, è pieno all’inverosimile. Ma c’è ancora, evidentemente, posto. Sembrano parole provenienti da un passato sin troppo remoto. La Sicilia vittima dei governi romani che hanno favorito e continuano a privilegiare il nord. E, questo, si badi bene, non da ieri, ma dall’unità d’Italia. Insomma, il mondo si muove veloce, la rete consente di estendere le conoscenze teoricamente all’infinito, e noi ancora a dibattere su Garibaldi e dintorni. Su quanto e come siamo stati offesi e cosa ci hanno tolto. Sarebbe materia di un convegno di storici. Invece è il vocabolario corrente della politica siciliana nel 2010. Ci nutriamo stancamente di Ottocento e Novecento, restando con la testa che guarda indietro perché non sappiamo come andare avanti. Senza mai lasciarci prendere dalla domanda fondamentale. Ma cosa pensano gli altri guardandoci in questo momento? Possono solo registrare quello che esce dal pentolone della politica siciliana. Sintetizzabile con una sola parola: emergenza. Tra città alla bancarotta, precari imbufaliti che premono, fondi europei non spesi o utilizzati male, rifiuti che si ammassano, amministrazioni immobili, soldi che si chiedono a Roma e che andranno ad alimentare stipendi e spesa corrente, dirigenti generali nominati senza neanche avere i titoli minimi, e perciò bocciati, una sanità che ha messo i conti a posto ma non ha di un millimetro migliorato la qualità dell’assistenza per i pazienti. E potremmo proseguire. La sensazione che si ha, sempre, più netta, è di una sostanziale mediocrità degli eletti. Questi ultimi, se analizziamo cosa accade alla regione in questa legislatura, e la politica regionale lo sappiamo influenza tutto il resto, appaiono più confusi che persuasi. Tre esecutivi e il quarto è sull’uscio, in due anni, è un record niente male. Nella tanto vituperata prima repubblica li avremmo chiamati governi balneari. Adesso, invece, coprono tutte le stagioni, evitando le mezze, che, come sappiamo, non ci sono più. L’opinione pubblica, nelle ultime settimane, è stata investita da formule diverse. Rispetto alle quali le famose convergenze parallele brillavano per chiarezza. Dal governo politico, l’unico licenziato dagli elettori, ma ormai è diventato un piccolo dettaglio, si è passati a un secondo e a un terzo governo in cui sono usciti pezzi della maggioranza, UDC e PDL lealista. Ora si transita, a giorni alterni, dal governo politico, a quello tecnico, per virare su quello dei competenti e poi planare su un’ipotesi istituzionale. Prima, però, affermano gli stessi protagonisti, occorre affrontare le emergenze che attanagliano la regione. E il metodo migliore per risolverle, le emergenze, appare quello di cambiare allegramente quattro squadre di assessori quando ancora non si è consumata nemmeno metà della legislatura. Le elezioni sono viste come il peggiore dei mali. Soprattutto dal Partito Democratico. Il quale si comporta come quei fidanzati che chiedono all’amata, dopo svariate delusioni, di fare di più e meglio. Non rendendosi conto di ciò che hanno davanti. Ora siamo all’invocazione, rivolta a Lombardo, che non è più possibile galleggiare. Come se, a parte qualche riforma scritta sulla sabbia, non si fosse fatto altro dall’inizio della legislatura. Ma cosa vogliono, i democratici, il disegnino con le indicazioni didascaliche? Ogni fase ha un suo inizio e un suo compimento. Occorre comprendere quando è il momento di spegnere la luce, senza lasciare che siano gli altri a lasciarti al buio. Il Partito Democratico ha interpretato la fine della maggioranza di centrodestra alla regione, nell’unico modo realmente possibile. Adesso rischia di innamorarsi di formule e formulette che faranno perdere quel poco di buono che si è fatto in questi ultimi mesi. E’ abbastanza evidente l’impossibilità, visto l’assetto politico attuale, di applicare le riforme approvate e di farne altre. Non ci potrà né un quarto governo, né un quindo o sesto. Bisogna avviare una nuova fase. E qui il PD dovrà averne, di coraggio. Dica chiaramente quello che tutti hanno capito. Che intende fare, con il movimento autonomista e qualche residua frangia del PDL Sicilia, un patto di legislatura. Verifichi chi ci sta del vecchio centrosinistra, Italia dei Valori in testa, e sottoponga, nella prossima primavera, il tutto al corpo elettorale. Sarà più semplice spiegare una scelta di questo tipo, che ingarbugliarsi stancamente in piroette politiche e verbali sempre più insipide e incomprensibili. Se il quarto governo Lombardo serve a preparare questo scenario, ha un senso. Altrimenti non si capisce più di cosa stiamo parlando.

domenica 27 giugno 2010

PD, uno spartito con troppe voci

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 27 GIUGNO 2010
Pagina I
La trappola nascosta del neo milazzismo
Francesco Palazzo


Si è scritto, e detto, che in Sicilia saremmo di fronte a un nuovo milazzismo. Cioè quell´esperienza politica che andò da destra a sinistra della politica siciliana. Solo che quel tentativo fece davvero preoccupare l´assetto di potere democristiano che, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, era rappresentato da Amintore Fanfani, dominus del partito di maggioranza relativa. Si può dire che oggi sia la stessa cosa? Difficile sostenerlo. Se è vero, com´è vero, che l´operazione politica che sta nascendo intorno alla legislatura iniziata nel 2008, vede in cabina di regia proprio una parte di partito, il Pdl dei ribelli, che non ha mai davvero reciso i legami con il leader nazionale. In questo scenario, s´inscrive la vicenda che ha fatto entrare in travaglio il Partito democratico. La disputa è sull´autonomia da Roma. Dal naufragio della maggioranza di centrodestra, il Pd, senza essere costretto da qualche fax proveniente dalla capitale, ha deciso di appoggiare l´esecutivo senza maggioranza del presidente della Regione. Per approvare le riforme. Dopo averne messe alcune in cantiere, e in seguito al voto favorevole sulla finanziaria, strumento eminentemente politico sul quale da Roma errano arrivati inviti a procedere coi piedi di piombo, adesso si chiede autonomia. Se non è autonomia questa, cosa s´intende con questo termine? Ora il Pd sta trattando sulla nascita del quarto governo Lombardo. Lo stanno facendo, autonomamente, i dirigenti siciliani del partito. Il punto è forse un altro e chi ieri ha assistito all´affollata assemblea degli autonomisti democratici, se n´è reso conto. Ci troviamo di fronte a tanti partiti. Ogni leader, con appresso il suo seguito, ha in testa un Pd diverso. E non è che non ci siano stati i momenti in cui i democratici hanno provato a fare sintesi. A ottobre 2009 è stato eletto, con le primarie, il segretario regionale. Sono passati pochi mesi e si mette tutto in discussione. Si chiede un congresso straordinario o la celebrazione di un referendum tra gli iscritti. Pare che la maggioranza che nel 2009 ha eletto il segretario, adesso sia minoranza. Da una parte e dall´altra ci si lancia l´accusa di scissionismo. La parte che più appoggia l´azione dell´esecutivo regionale, afferma che bisogna andare avanti. Contemporaneamente sostiene che il governo attuale non è adeguato. Quindi ce ne vuole un quarto, e poi forse un quinto o un sesto. Chiediamo: davvero un alternarsi così veloce di governi, stile prima Repubblica, può garantire la Sicilia e i siciliani? Senza contare quello che accade nell´amministrazione. È di questi giorni il siluramento di alcuni direttori regionali. Bocciati, se abbiamo ben capito, non tanto perché non avevano qualcosa in più dei dirigenti già presenti alla Regione, e già questa sarebbe una notizia, ma per il motivo che non sussistevano i requisiti minimi per la loro nomina. Un partito di opposizione, pur collaborativo, su una cosa così importante, avrebbe già chiuso il discorso. E invece non lo fa, pur continuando a dire che la Regione è bloccata. L´altra parte del partito vorrebbe forse porre fine a questa esperienza. Ma quanto è consistente, oggi, questo pezzo di Pd? E, soprattutto, avrà il coraggio di presentare una mozione di sfiducia a Lombardo? In genere, le spaccature che si verificano nella parte sinistra dello schieramento politico, sono più profonde di quelle che si registrano nella parte destra. Può essere che nel Pdl siciliano torni il sereno. Può quindi accadere che, mentre il Pd cerca di ottenere i titoli richiesti dal Pdl Sicilia per sedersi attorno al tavolo, alla fine i democratici, lacerati, non trovino più ad attenderli i loro interlocutori. Non sarebbe meglio, allora, prospettare un percorso che porti nel giro di un anno a elezioni, sfidando su questo terreno Mpa e Pdl Sicilia? La risposta è che si ricompatterebbe il centrodestra. Tuttavia, a parte il fatto che non si può chiedere di andare al voto solo quando i democratici saranno certi di vincere, questo attendere, di governo in governo, di trovare la giusta miscela, può portare ugualmente allo stesso risultato. E nel modo peggiore. Nell´attesa che il Pd dica, con una sola voce, cosa vuole fare da grande, la cronaca politica recente ci indica una diversa soluzione. Il 19 giugno si è svolta a Roma una manifestazione del Pd contro la finanziaria. Il primo intervento, sulla scuola, è stato dell´insegnante palermitana Mila Spicola, dirigente del partito a Palermo. Parlando di scuole di periferia, di Brancaccio, con un discorso chiaro e forte, ha ottenuto una standing ovation e l´abbraccio commosso del segretario Bersani. Segno che è possibile, dalla Sicilia, citando una delle sue più sperdute periferie, farsi ascoltare e orientare l´agenda del partito a livello nazionale.

giovedì 17 giugno 2010

Politica in Sicilia - 16/18 luglio Seminario a Castelbuono

ASSOCIAZIONE SCUOLA DI FORMAZIONE etico-politica “G. FALCONE”
LA POLITICA IN SICILIA: MODERNITA' O PASSATO REMOTO?
Venerdì 16 – Domenica 18 Luglio
Castelbuono - Locali dell'ex Badia Biblioteca Comunale - Via Roma
Venerdì 16 ore 10,30
Accoglienza e Iscrizioni Presentazione del Seminario – Francesco Palazzo

Ore 11,30/13,30
Il punto di vista del mondo produttivo. La politica regionale dalle parole ai fatti
Moderatore Massimo Accolla
Ivan Lo Bello (Presidente Confindustria Sicilia) - Elio Sanfilippo (Presidente Legacoop Sicilia)

Venerdì 16 ore 17,30/19,30
L'analisi:le difficoltà nel raccontare questa fase politica
Moderatore Augusto Cavadi
Enrico Del Mercato (Caposervizio Politica La Repubblica Sicilia) - Roberto Puglisi (Coordinatore LiveSicilia)
Sabato 17 ore 11/13
Il punto di vista della cittadinanza: i Movimenti Civici per migliorare le città e la regione
Moderatrice Daniela Aquilino
Marcello Capetta (Muovi Palermo) - Liboria Di Baudo (Movimento Per Palermo)

Sabato 17 ore 17/19
La politica regionale vista dagli enti locali
Moderatore Francesco Palazzo
Mario Cicero (Sindaco di Castelbuono) - Santo Inguaggiato (Sindaco di Petralia Sottana)
Domenica 18 ore 11/13
La politica regionale e le scelte dei partiti
Moderatore Pietro Spalla
Giuseppe Lupo - Segretario Regionale del Partito Democratico
Leoluca Orlando – Portavoce Nazionale Italia dei Valori

La politica siciliana vive un momento di grandi incertezze. La maggioranza uscita dalle elezioni regionali del 2008 non c'è più. Al suo posto, nel parlamento regionale, a sostenere il governo, troviamo una compagine eterogenea. Coloro che appoggiano questa svolta affermano che si tratta di un momento positivo della politica regionale, fatto di modernità e di abbandono di logiche del passato. Quanti, invece, la pensano diversamente, sostengono che si è rimasti ancorati al passato, più o meno remoto, e che poco sta cambiando. Nel frattempo il mondo produttivo avanza legittime richieste, i sindaci si trovano a far bilanciare sempre più magri conti e nelle città sorgono movimenti animati dalla voglia di esserci. Abbiamo chiesto una lettura plurale di tutta questa situazione a diversi soggetti che operano in ambiti diversi della vita pubblica siciliana.
NOTE TECNICHE Per la partecipazione al seminario è prevista la quota di € 25. Per un solo giorno o incontro la quota è di 10 €. La somma raccolta servirà a coprire le spese organizzative e di ospitalità per i relatori. Al seminario ci si può iscrivere chiamando i seguenti numeri 3386132301-3384907853-3297337883–3288135673 oppure agli indirizzi di posta elettronica francipalazzo@gmail.com – acavadi@lycos.com – pspalla@neomedia.it
COME ARRIVARE In auto Da Palermo: Autostrade A19 PA-CT, A20 PA-ME, uscita Castelbuono, proseguire su S.S.286 per Km. 12 (Km. 90 -1h CA); S.S. 113 direzione ME fino al bivio per Castelbuono, proseguire su S.S. 286 per Km.14; Da Messina: Autostrada A20 Me-Pa S.S. 113 direzione PA fino al bivio per Castelbuono, proseguire su S.S. 286 per Km. 14 (Km.170) Da Catania: Autostrada A19 CT-PA, uscita Scillato, proseguire su S.P. direzione Collesano, Isnello, Castelbuono (Km.185); Autostrade A19 CT-PA, A20 PA-ME, uscita Castelbuono, proseguire su S.S. 286 per Km.12 (Km 200) In autobusDa Palermo tramite gli autobus di linea si può raggiungere Castelbuono. Per maggiori informazioni consultare AST Tel. 0916208111 E SAIS Tel. 0916166028.In treno Arrivare alla stazione di Cefalù, Per Castelbuono prendere l'autobus che in 30 minuti vi porterà al centro del paese.
DOVE DORMIRE Alberghi:Paradiso delle Madonie - Via Dante Alighieri, 82 – Tel. 0921.676.197; Alle Querce - c/da Mandrazze snc – Tel. 0921 677020 - 338 7170385; Milocca - C.da Piano Castagna - Tel. 0921/671944; Rifugio F. Crispi - C/da Piano Sempria – Tel. 0921/672279 - 368 989 887; Ypsigro Palace Hotel - Via Cefalù 111 - Tel. 0921 676007. Bed & Breakfast: Panorama - Via Isnello s.n.(C.da Madonna del Palmento) – Tel. 0921672071-3383171223-3288952224; Villa Calagioli di Abbate Mario - Via R - C.da Calagioli – Tel. 0921676153 Cell. 3385884421- 3283181593; Abbate - Via Mariano Raimondi,14 – Tel. 0921 676153 cell 3385884421; Villa Letizia di Maria Letizia Fina - Via Isnello s.n. - Tel. 0921/673247 cell.3339083896; La Casa di Isi - C.da Pedagni Aquileia – Tel. 0921679035 – 3201150612; La Tannura di Anna Maria Sferruzza - C/da Pedagni – Tel. 0921 676595 - 333 6955690; Agriturismi: A Rametta - C.da Rametta – Tel. 333.41.29.141 – 333.91.73.950; Azienda agrituristica biologica ortofrutticola Bergi – Tel. 0921/672045; Villa Levante – C/daVignicella – Tel. 0921/671914 Cell 3356394574; Masseria Rocca di Gonato - Contrada Gonato – Tel. 0921 672616 - 0921 676650 – 368481624.DOVE MANGIARERanch San Guglielmo - C.da San Guglielmo – Tel. Cell.338/7593939; Ristorante Donjon - Via Sant'Anna, 42 – Tel. 0921.671.154; Ristorante Ristor bar - Via Vittorio Emanuele, 132; Ristorante Nangalarruni - Via delle Confraternite, 5 – Tel. 0921/671428; Ristorante La Corte del Conte - Via Cefalù, 111 – Tel. 0921.676007; Ristorante La Lanterna - Salita al monumento, 11 – Tel. 0921/671371; Ristorante Palazzaccio - Via Umberto I, 23 – Tel. 0921.676289; Ristorante Hostaria Cycas - Via Di Stefano,9 bis – Tel. 0921/677080; Ristorante La Tavernetta - Via Garibaldi,7 – Tel. 3285790642; Panineria - Bistrot - Via S. Anna,42; Pizzeria - A Rua Fera - Via Roma,71 - Tel. 0921/676723; Pizzeria La Pergola - C/da Vinzeria – Tel. 0921/676047; Pizzeria Al Castello – P.zza Castello - Tel. 0921.673664; Pizzeria Vecchio Palmento - Via Failla, 2 – 0921/672099; Pizzeria Antico Baglio - P.zza Schicchi, 3 – Tel. 0921.679512; Romitaggio S.Guglielmo - C.da S. Guglielmo – Tel. 0921/671323; Pizzeria Quattru Cannola - C.so Umberto I, 40 – Tel. 0921.679.028; Pizzeria U Trappitu - Via S. Anna – Tel. 0921/671764; Pizzeria S. Paolo - Piazza S. Paolo

martedì 8 giugno 2010

Munnizza a Palermo, cinque minuti e poi....

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ 08 GIUGNO 2010
Pagina XVII
IMMONDIZIA A PALERMO EMERGENZA SENZA COLPEVOLI
Francesco Palazzo

Quella signorina della campagna pubblicitaria della raccolta differenziata a Palermo aveva il volto rassicurante: «Cinque minuti al giorno e la mia città è più pulita». Perché no? Anche dieci, non c´è problema. E in effetti, nella zona residenziale che sinora ha riguardato i due step attivati, immondizia in giro non se ne vede più. Nel resto della città i roghi di cassonetti ormai non fanno più cronaca. Nella parte di Palermo baciata dalla fortuna, si vede ogni tanto qualche cumuletto, per non perdere l´abitudine. La domanda, magari, è dove vanno a finire tutto l´indifferenziato, la carta, l´umido, il vetro e il riciclabile che come bei soldatini conferiamo nei nostri sorridenti contenitori. Ma al quesito è ancora presto per rispondere. Ciò che dobbiamo rilevare, alla luce delle drammatiche notizie che giungono circa la capienza di Bellolampo, è che la campagna dei cinque minuti, che ricorda tanto una canzone degli anni Sessanta, copriva, come un bel vestito nuovo, una situazione al limite dell´incredibile. Chi dovrebbe farci capire qualcosa, sostiene tesi diverse. Da una parte abbiamo appreso che da agosto saremo la nuova Napoli, dall´altra ci informano che non è vero niente. Ci sarebbero altri due anni per dormire sonni tranquilli. Si mettano d´accordo. E poi ci dicano, con calma. Da qui ad agosto, tanto, c´è un´eternità. Perché, siccome l´immondizia non è spirito o filosofia teoretica, non si può sostenere che la quinta vasca di Bellolampo può contenere 700 mila o 145 mila tonnellate di rifiuti. Delle due l´una. Oppure una via di mezzo. Che so, ci si potrebbe fermare a trecentomila, così non fa brutta figura nessuno. In realtà, c´è da fare poca ironia. E sin qui siamo ai tecnici. Spostiamoci sul fronte politico. Alla Regione sono sicuri che sui termovalorizzatori la mafia vuole mettere le mani. Una notizia sconvolgente. Sino a oggi sospettavamo che si occupasse soltanto di popcorn. Al Comune affermano che è invece sulle discariche che la mafia dirige i propri interessi rapaci. Anche in questo caso si tratta di notizia riservata e davvero inaspettata. La politica regionale, se avevamo ben capito, aveva abbandonato la costruzione dei termovalorizzatori. A tutta dritta, senza se e senza ma, sulle discariche e la differenziata. Ora, invece, si parla di tempi brevi, brevissimi, per la costruzione del termovalorizzatore palermitano. Lo sappiamo tutti, del resto. Per costruirlo e metterlo in funzione ci vogliono poche settimane, i più bravi ci mettono qualche giorno, nella Sicilia autonomista non ci vorranno che poche ore. Manco il tempo di assaporare una di quelle belle riforme di cui tutti andiamo fieri, ma mai quanto il Pd, che già giunge il contrordine. Si decidano e ci facciano sapere. Senza che però si sentano pressati. Tanto ad agosto mancano circa cinque milioni di secondi, un tempo infinito. Che dire, infine, dei governanti cittadini? Di quelli che dovevano amministrare la quotidianità ed evitare i disastri sin troppo annunciati? Con voce ferma ci avevano fatto sapere, prima che si muovesse la magistratura, che adesso, sul fronte rifiuti, vogliono i risultati. Questa sì che è una novità. Quando ho sentito questa frase, poiché sono naturalmente portato ai sensi di colpa, in un attimo ho ripercorso tutta la mia vita degli ultimi anni. Per capire dove posso aver sbagliato e perché non ho dato, nonostante il mio impegno, i risultati sperati. Eppure il centrodestra governa Palermo da dieci lunghissimi anni. E adesso chiede conto e ragione non si sa a chi. Coloro che dovevano operare e vigilare sul fronte rifiuti, in quanto vincitori per due volte di libere elezioni, ora pretendono da qualche ignota entità che la città sia pulita e la discarica non presenti problemi. Le cose improvvisamente si capovolgono. Colpo di scena. Ora si tratterà di andare in giro, novelle ronde sicule della munnizza, per cercare e scovare i colpevoli di tutto ciò. Non ci vorrà molto tempo. Basteranno cinque minuti.

domenica 30 maggio 2010

Odiare e amare Palermo?

Da LiveSicilia
30 5 2010
Francesco Palazzo

Devo dire la verità. Tutte quelle volte che ascolto di questo duplice sentimento contrastante verso Palermo, amore e odio, che molti sentono in maniera viscerale, non riesco a trovare in me un solo momento in cui ho provato questi due stati d’animo. Sarà perché prevale l’indifferenza? No, non credo sia questo. Il fatto è che questi sentimenti di amore e di odio verso Palermo li ho sempre percepiti come degli eccessi umorali e nient’altro. Un giorno si ama e uno si odia. Chi ama Palermo, spesso, prova quella passione devastante che non fa ragionare. E sono, questi, gli amori che durano poco. Rispondono più alla pancia che al cuore e alla testa. Ed anche l’odio ha le stesse caratteristiche. Perché quelli che odiano Palermo sono quelli che l’hanno amata e coccolata il giorno prima. Che, magari, hanno trascorso l’ultima notte con lei. Respirando durante una passeggiata con gli amici la brezza primaverile unica che questa città dona alle porte dell’estate. Si può morire di troppo amore o di troppo odio verso il luogo che ci ha dato i natali. E anche se non si muore, non si vive certo bene. Anche perché spesso, per fare un esempio, quando si parla male di Palermo, lo si fa dopo essere stati fuori. Misurando altri gradienti di civiltà e di funzionamento di tutto ciò che è pubblico e privato. “Caro mio, lì non è come da noi”. Questa la frase d’uso. Dimenticandosi che sino al giorno prima di partire e dal giorno dopo il ritorno, nella vita privata e pubblica, non si fa altro che tradire l’amore teorico e alimentare l’odio pratico verso la città. Allora penso che quando si guarda a questa terra, può essere Palermo o la Sicilia intera, bisogna imparare a guardarsi da coloro che il lunedì bruciano d’amore e il martedì divampano nell’odio, a giugno sono pieni di tenerezza e a luglio sono devastati dalla spietatezza. Questi non hanno la lucidità per aiutarsi a divenire cittadini adulti e aiutare la città a essere migliore giorno per giorno. Perché saranno orientati a difenderla quando gli altri ne parleranno male, anche a ragione. E si troveranno a criticarla pure se qualcuno ne metterà in rilievo degli aspetti positivi, che certo non mancano. Questa città ha bisogno di essere guardata, almeno da chi resta, perché per chi va via andrebbe fatto un discorso differente, e non c’è lo spazio, con serenità, pacatezza, lucidità, competenza. Ricordandosi che è come è, nelle sue luci e nelle sue ombre, proprio perché è così che l’abbiamo generata e la continuiamo a pascere. Se le abbiamo donato pietanze preparate con cura, raccoglieremo cose buone, se l’abbiamo avvelenata con il fiele del disinteresse e dell’incuria, ecco che vedremo nascere frutti immangiabili. Ma non sarà Palermo che ce li darà, ma noi stessi raccoglieremo quanto seminato. Da noi o da chi ci ha preceduto. Dobbiamo uscire fuori, una volte per tutte, dalla dicotomia insanabile che ci sballotta tra irredimibilità e paradiso terrestre. Non siamo né l’una né l’altro. Ma sapere cosa non si è, mi rendo conto, non può bastare. Anche perché il peso del passato è forte come un macigno. Proprio ieri un sensibile rappresentante di partito, incontrato casualmente davanti al Teatro Massimo, pensato e voluto da chi ha amato certamente prime se stesso e poi, ma solo come conseguenza, la città, mi confessava che non riuscirà mai a perdonare chi ha stravolto intere zone del territorio cittadino. E parlava di una impossibile indulgenza laica, civile, non religiosa. Capisco questo stato d’animo, in passato è stato un pò anche il mio. Oggi, tuttavia, la metterei diversamente. Più che chiederci se e quanto odiamo o amiamo Palermo o quanto detestiamo certe sinistre figure che l’hanno sfigurata, dovremmo sperimentare un punto di domanda diverso. Che consiste nel capire come possiamo farci perdonare da questa città. Dalle sue vie deturpate, dal suo respiro storico millenario affannoso, dai suoi quartieri periferici trasformati in non luoghi. Dobbiamo avere il coraggio di darci delle risposte serie, credibili, oneste. E poi cominciare ad operare. Affinché le future generazioni, più che odiare o amare Palermo, non odino noi. Per ciò che per Lei potevamo fare e non abbiamo fatto.

sabato 29 maggio 2010

Primarie, votare per non decidere

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 29 MAGGIO 2010
Pagina I
Il popolo delle primarie tradito dai dirigenti
Franceso Palazzo

C´è un virus che si è inserito nel corpo del Pd regionale e di tutto il centrosinistra. Riguarda proprio lo strumento principe che il centrosinistra si è dato per far decidere i cittadini e non tenerli lontani dalle stanze del potere. Parliamo delle primarie. Per carità, sull´uso fattone sinora si possono avanzare tanti rilievi. Se passiamo in rassegna gli appuntamenti siciliani passati, possiamo vedere che non sempre si è trattato di vere e proprie competizioni. Spesso, o quasi sempre, il vincitore, o la vincitrice, erano già abbondantemente annunciati. Tuttavia sono stati sempre momenti di partecipazione e di festa, tanto che ogni volta ci si sorprende delle lunghe file ai gazebo. Sorpresa, per la verità, abbastanza eccentrica, visto che è proprio il popolo che vota centrosinistra a richiedere con insistenza di poter decidere direttamente.Poi, magari, non si è saputo capitalizzare questo fiume umano che ogni volta si è presentato pagando l´obolo. Se, per caso, chiedessimo come sono state utilizzate le liste dei votanti, ci renderemmo conto che giacciono in qualche cassetto. Eppure una base di decine e decine di migliaia di persone potrebbe costituire un volano portentoso per costruire veramente i partiti sul territorio e non solo sui giornali. Sinora però si erano sempre rispettati i risultati delle consultazioni. Negli ultimi tempi, invece, sono accadute due vicende che ripongono tutto in discussione. Sono due circostanze abbastanza importanti, verso le quali sia il Pd che l´intero centrosinistra non hanno posto la dovuta attenzione. E non è che siano accadute in piccoli centri di secondaria importanza. Parliamo di Enna, capoluogo di provincia, e di Gela, sesto comune della Sicilia. I fatti sono noti. A Enna il deputato Vladimiro Crisafulli si è candidato alle primarie per concorrere alla guida della sua città. Le ha vinte con il 61 per cento, poi ha fatto un passo indietro dopo che alcuni esponenti del suo partito avevano investito della vicenda la segreteria nazionale. Cosa avranno pensato gli ennesi che si erano mobilitati per questa elezione primaria? Forse che la democrazia partecipata è solo un passaggio che può essere macinato negli scontri interni di un partito e di una coalizione. Se la prossima volta non si presenteranno a votare ai gazebo, potremmo fargliene una colpa? Certamente no. A Gela abbiamo registrato un caso contrario. Il parlamentare regionale e presidente della commissione Antimafia, Calogero Speziale, volendo partecipare alle amministrative della sua città e desiderando competere per ricoprire quella che fu la poltrona di Rosario Crocetta, si è anche lui confrontato con le primarie. Uscito perdente, seppure per pochi voti, ha comunque deciso di partecipare alle elezioni contro il suo partito. Due casi che sottolineano, se ve ne fosse ancora bisogno, lo stato confusionale in cui versa il Pd. E, appresso a lui, tutto quello che fu il centrosinistra. Perché non si possono annullare, di fatto, le primarie a Enna, con il timbro della dirigenza nazionale del partito, e poi chiederne il sacro rispetto a Gela, minacciando espulsioni dal Pd. Delle due l´una. O le primarie sono uno strumento di importanza centrale nella vita del partito, e allora se ne rispetta sempre il responso, così come si fa con le elezioni vere e proprie. Oppure sono un altro modo di condurre, successivamente ai risultati, le lotte politiche all´interno del partito. Se ne è visto un esempio, abbastanza lampante, dopo le primarie con cui si è scelto il segretario regionale dei democratici. Dove il congresso, che doveva soltanto registrare il risultato uscito fuori dai gazebo, se lo è cucinato come ha voluto. Con i risvolti politici a livello regionale che ben conosciamo. Se le primarie sono soltanto un pretesto per consumare faide interne, non ci può meravigliare se prevalgono, su tutto, gli umori personali e gli interessi di cordata. I due casi di Enna e Gela declinano in tal senso. Sarebbe il caso che il Pd regionale, tra una riforma e l´altra, ci riflettesse un attimo. Altrimenti prevarrà, ci vuole poco a ipotizzarlo, la progressiva disaffezione verso una pratica di democrazia diretta della quale non ci si fiderà più.

giovedì 27 maggio 2010

Perchè è un problema non seguire il proprio leader

Il messaggio della pubblicità contestata, apparsa per le vie di Palermo, è abbastanza chiaro. Cambiate stile. Non seguite il vostro leader. Perché, appunto, il leader, soprattutto se vuole fare fuori un del po' di umanità come Hitler, che compare nei cartelloni con un cuore impresso sul braccio al posto della svastica, non è proprio un bell'esempio da seguire. Discorso chiuso? Se si fosse dato il significato corretto alla parole, la querelle non si sarebbe neanche aperta. E, invece, alte si sono levate le proteste, arrivate sin dentro le stanze della presidenza della repubblica. Ora l'azienda che ha ideato la campagna di comunicazione, riuscendo a farne parlare l'Italia intera, annuncia altri manifesti simili con al centro il grande timoniere Mao. Si prepari, il presidente Napolitano, a ricevere altre missive di protesta. Eppure, se l'invito a non seguire il leader ed a cercare un proprio stile è rivolto ai giovani, come pare che sia, non può che essere accolto con favore. E ciò vale anche per gli adulti. Che in politica, nella società, nel posto di lavoro, in chiesa, non attendono altro che di trovare un punto di riferimento da seguire e di cui innamorarsi in maniera acritica. La strada che porta a far scattare tale meccanismo è abbastanza visibile. Guardiamo, per cominciare, un attimo la vita politica siciliana. Cosa è, al momento, al di là dell'opinione che ciascuno può avere sulla sostanza delle cose, se non un valzer ballato da poche persone che stanno decidendo ciò che è buono e ciò che non lo è per tutti. Voi vi ricordate delle elezioni? Roba passata, conta soltanto la volontà di alcuni, che, giorno per giorno, ci dicono, e quasi dobbiamo ringraziarli, cosa è meglio per la Sicilia. E' un liderismo che sorge nel vivo del tessuto democratico e perciò fa meno paura. Tanto che ci siamo abituati a considerarlo come assolutamente fisiologico. Spostiamoci un attimo in un ambiente completamente diverso. Vi sarà certamente capitato in questo periodo di assistere in qualche chiesa ad affollatissimi riti di prima comunione. Decine di ragazzini e ragazzine, in chiese spesso piccole, riempiono con centinaia di parenti, molti ovviamente in piedi o fuori dalle chiese, ogni angolo interno ed esterno. Gli unici che parlano, che ha decidono, che orientano cose e persone, sono i parroci. Nessun tipo di interazione, se non un ascolto distratto, visto che i luoghi di culto sono pieni all'inverosimile, è richiesto. Anche qui nessun problema. Gente adulta, anche studiata, che segue il leader di turno, senza che senta l'esigenza di partecipare o di modificare un minimo quanto già predisposto dal ministro di dio. Tutto normale? Certo, poiché questi meccanismi di massificazione e di trasferimento verso l'autorità sono ormai entrati nel metabolismo culturale di tantissimi, non ci si pone alcuna domanda. Perché è come se per le nostre strade campeggiasse costantemente un'altra campagna pubblicitaria, con lo slogan “seguite il vostro leader”. E se davvero comparisse domani, per pubblicizzare un altro marchio, magari senza la foto poco rassicurante dell'uomo con i baffetti, ma con l'immagine di un santo, pensate che qualcuno si preoccuperebbe? No, ormai c'è l'assuefazione a correre dietro qualcuno. Lo si può vedere anche nel corpo vivo della società di questa città e di questa regione. Basta che un tizio qualsiasi indichi una rigenerazione politica, contro i partiti e contro tutto, magari ricopiando il peggio del peggio dei partiti, in termini di propaganda e di pressapochismo, ecco che trova subito audience e tifoserie pronte all'uso. Insomma, il problema non è quel manifesto che tanto, incredibile e ingiustificato, scandalo sta creando. Ma il fatto che quel messaggio, non seguire il tuo leader ma ragiona con la tua testa, fa scattare la veemente copertura di un'abitudine che oramai si è cristallizzata e non si vuole mettere in discussione. Cambiarla sarebbe un trauma. Francesco Palazzo

domenica 23 maggio 2010

Cosa ci poteva dire una magnolia nuda

Oggi è forse il caso di riprendere la vicenda dell’albero di via Notarbartolo. Certo. Se non oggi, quando? Vi ricorderete. Ci siamo buttati a corpo morto su quella povera magnolia prima di capire cosa fosse successo. Era stata la mafia o una ragazzata? Inquietanti entrambi le ipotesi. No, era stata una persona sofferente, una delle tante che vediamo in giro per la nostra città. Che ignoriamo e che ci ignorano. E che probabilmente con questo gesto sconsiderato ci ha voluto dire, ci sono anch'io. Forse si poteva evitare tutto quel parapiglia, bastava che funzionasse la telecamera piazzata davanti a quella che fu l'ultima dimora terrena di Giovanni Falcone. Strano, no? Quel luogo è uno dei simboli più gettonati, nel panorama nazionale e mondiale, della lotta alla mafia e non c'è uno straccio di video sorveglianza funzionante. Non è la prima volta che accade e non è questo il punto. Ormai l'allarme era partito e molta gente si è recata a riempire nuovamente l'albero. Tantissimi, bambini, giovani, adulti, animati dai più buoni propositi, non c'è dubbio. Ma tanti anche mossi dalla possibilità di fare bella figura a buon mercato. Come dice la pubblicità: ti piace vincere facile? E che ci vuole, quasi un gioco da ragazzi, fare l'antimafia in questo modo, non ci si sporca neanche il vestito della domenica. E oggi è proprio domenica. Soprattutto se si rappresentano istituzioni che non si fanno funzionare come dovrebbero. Sarebbe questa la vera antimafia? Certo, lo sanno pure le pietre, ma è meglio evitare. Questo è un campo dove è difficile, molto complicato, vincere facile. E, infatti, ci perdiamo un po' tutti. Eppure quell'albero svuotato, qualcosa voleva pur dire. Non soltanto a quelli che hanno subito cercato oscenamente visibilità gratuita sotto i suoi rami. Ma pure a quello che una volta si definiva movimento antimafia e che oggi non saprei come chiamare. Disperso, com’è, in mille rivoli, l'un contro l'altro armati o, se va bene, non comunicanti. Le cose difficilmente accadono per caso, o a volte la casualità si fa carico di scoprire qualcosa che, per tutta una serie di motivi, alcuni nobili, altri meno, si preferisce tenere ben nascosta. E cosa voleva comunicare quella magnolia denudata? Difficile rispondere adesso. E' stata, da subito, ricoperta. In fretta, prima che sorgesse qualche domanda e ci si dovesse dare qualche risposta. Seria, onesta, non retorica. Subito ho avuto la sensazione che stava accadendo come quando si ha vergogna di qualcosa verso la quale ci si sente, in fondo, corresponsabili e perciò si tende a rivelare, ossia a velare nuovamente, ricoprire, nascondere, occultare. Quando invece si dovrebbe avere la forza di svelare, ossia di rendere visibile a tutti la sostanza, tralasciando di occuparsi della forma, affinché questa torni, pulita e candida, al suo posto e plachi le coscienze. Si doveva avere la forza di lasciare quell'albero così com'era stato ridotto. Malconcio, nudo, pieno di ferite. Non per sempre, sia chiaro. Sarebbero bastate alcune settimane, magari sino all'anniversario di oggi, 23 maggio 2010, il diciottesimo. Mettiamo che l'albero sofferente sia la lotta alla mafia, condotta nella politica e nella società. Cosa ci poteva dire in questa domenica quella grande magnolia denudata, violata, se solo gli avessimo dato il tempo di parlarci? E' un punto di domanda che ciascuno, se vuole, può portarsi appresso sino a lunedì. Oppure, se infastidito, può scaricare immediatamente con una scrollata di spalle. Magari mentre apprende, proprio oggi, domenica di passione, con una dolorosa, per l'albero, puntina di metallo il suo bel cartello sul tronco dell’albero Falcone. Sì, forse quella povera signora, come il bambino della favola, ci ha voluto indicare che il re è nudo. Ma abbiamo avuto troppa paura. E subito l’abbiamo rivestito. Francesco Palazzo

venerdì 21 maggio 2010

Casa ai Rom, quando la politica insegue le paure

Francesco Palazzo

Dunque il Comune ci ha ripensato. L’attico di via Bonanno, a Palermo, non andrà più alla famiglia rom. Le proteste dei residenti hanno convinto l’amministrazione a fare dietro front. Non è la prima volta, e non solo su quest’argomento, che l’esecutivo alla guida di Palermo, si fa per dire, fa marcia indietro. I nostri amministratori, tuttavia, in questo caso hanno dato il meglio. Cercando di porre una pezza all’insurrezione popolare, che non c’era stata quando l’attico apparteneva alla mafia, non si sono resi conto che hanno creato un pericoloso precedente. Come fanno ad essere sicuri che pure gli abitanti dello stabile di corso Calatafimi, nuova destinazione della famiglia rom, non scenderanno in piazza? Nessuno si potrebbe meravigliare, meno di tutti il Comune, se ciò accadesse. E, del resto, perché non dovrebbero farlo, visto che il governo cittadino si è già abbassato come il famoso giunco la prima volta? E se anche nella nuova destinazione si verificasse una sollevazione popolare simile a quella di via Bonanno, verrebbe forse trovata un’altra casa, e poi un’altra ancora? Sempre più in periferia, magari come tappa finale il campo rom. E non è finita qui. La vicenda suggerisce, tra le altre, pure una preoccupante sottolineatura. Per dirla chiaramente, con questa scelta senza criterio si sancisce, ufficialmente, che la città è composta di aree di serie A, che basta che alzino il sopracciglio affinché l’amministrazione se la dia a gambe, e zone di serie B, che si pensa, ma chissà se andrà così, di poter controllare meglio. In parole povere, ciò che non può essere accolto nel salotto affrescato di via Libertà, può benissimo trovare accoglienza nel vecchio ripostiglio di corso Calatafimi. Insomma, da qualsiasi parte si guardi questa pietosa vicenda, davvero fa acqua da tutte le parti. E abbiamo l’impressione che ne sentiremo ancora parlare. Ciò avviene proprio nel momento in cui allo Zen è in corso la guerriglia per lo sgombero degli abusivi che hanno occupato illegalmente case già assegnate ad altri. Da una parte si sposta, come una pedina inanimata sulla scacchiera del disagio, chi ha ottenuto una casa nel rispetto di una graduatoria, mettendosela, di fatto, sotto i piedi, dall’altra si allontanano coloro che hanno occupato case non tenendo conto di una lista d’attesa. Circostanze che ci dicono tanto circa l’assenza di una politica sull’emergenza abitativa da parte di questa amministrazione. Ma non c’è solo questo e non riguarda solo l’oggi. La politica residenziale e urbanistica popolare degli ultimi decenni, che ha creato dei veri e propri ghetti dove trasferire tutto il disagio sociale, ha prodotto vere e proprie enclave di illegalità. Non ha diminuito, anzi aggravato, il disagio e ha reso più difficile la vita in quartieri già problematici. Tale politica abitativa, che ancora allo Zen e in altri posti si continua a perpetrare, creando dei non luoghi, deve essere del tutto abbandonata. Perché si continuano a costruire e assegnare case allo Zen? Quale poteva essere e qual è l’alternativa percorribile? Si può dire in due parole. Se le persone bisognose di una casa si fossero integrate singolarmente nel tessuto cittadino, nei luoghi dove già esisteva una socialità in grado di rendere migliore la loro vita, la storia di questa città sarebbe stata diversa e migliore. Si sarebbero tolti alle cosche dei serbatoi sempre pieni di manovalanza e di consenso. Ma è una politica che ha bisogno di una mano ferma. Non quella tremolante che cerca di trovare il muro basso di corso Calatafimi cui affibbiare ciò che il muro alto di via Bonanno non vuole. Un’amministrazione forte del primato della politica e del consenso, aspetti che evidentemente difettano a chi guida da un decennio la nostra comunità, avrebbe avuto la forza di far rispettare la propria scelta ai protestanti di via Libertà. Non è andata così.

venerdì 7 maggio 2010

Come è facile prenotare una TAC

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 07 MAGGIO 2010
Pagina XV
L´odissea di un cittadino nella sanità riformata
Francesco Palazzo

Sì, va pure bene la riforma della sanità, di cui è appena stato festeggiato il primo genetliaco. Anche se ancora è presto per vedere i risultati e spegnere candeline. Ma mettete che un anziano debba, oggi, prenotare una Tac e decida di farlo contattando la nuova azienda Villa Sofia-Cervello. Prova a telefonare al numero che gli hanno dato, dopo alcuni giorni capitola, non riesce a mettersi in contatto. Forse con la mano tremante sbaglia a comporre il numero, oppure l´ha scritto male. Passa al piano d´emergenza. Consistente nel chiamare il figlio, quello studiato, affinché affronti la delicata questione. E il figlio, giovane e aitante, pensa sia una bazzecola. Prova, in giorni diversi, a fare tre volte il numero del centro di prenotazioni di Villa Sofia. Non si formalizza, in fondo ha fatto centro al terzo tentativo, manco Miccoli ha questa media. Solo che il Cup, che è il centro unico per le prenotazioni, proprio unico non è. Perché, dicono, che la tac va prenotata chiamando la radiologia. Non c´è problema. Una voce ti dice che telefonicamente non si può, occorre presentarsi lì, di mattina, con la prescrizione e prenotare di persona personalmente, come direbbe quel personaggio del commissario Montalbano. Cosicché, bisogna recarsi due volte presso il nosocomio. Una volta per fissare la data, un´altra per effettuare l´esame. Per un anziano solo e sofferente, non è una passeggiata. Certo, il figlio può prendersi un permesso dal lavoro per andare a prenotare. Si tratta di prendere l´auto, intasare ancora di più la città, consumare carburante, spendere soldi per il posteggio, quando tutto si potrebbe risolvere con una telefonata. O, sia detto senza offesa, per via telematica. Si prova a cambiare direzione rivolgendosi al Cervello, l´altro partner della fusione. Può essere che telefonicamente si riesca a risolvere. Occorre, per inciso, rilevare che è incomprensibile come ancora non vi sia un numero unico di prenotazione all´interno della stessa azienda, ma ben tre, anzi quattro come poi scopriremo. O forse di più. Pensa che, pure in questo caso, occorra chiamare la radiologia. Sta scherzando?", rispondono. Da loro, diversamente da Villa Sofia (ricordiamoci sempre che sono da mesi la stessa azienda) è il Cup che prende anche le prenotazioni per le Tac. Bene, anche questo ulteriore numero viene segnato. Ma non è quello vincente. Si torna sul sito dell´azienda e si prende il numero lì indicato. Risponde una voce professionale: "Sono N. come posso esserle utile"? Gratificante, ma non può risolvere il problema. Bisogna chiamare il call center del Cervello, dice, informandoci che il tempo d´attesa per l´esame è di due settimane. Il call center lavora dalle 8 e 30 alle 17. Lui è in gamba e da una dritta. Meglio non chiamare prima delle 14 e 30, si rischia di fare un buco nell´acqua. Cosa facilmente riscontrabile. A questo punto si verifica se alla radiologia di Villa Sofia, con cui almeno può esserci un contato fisico, i tempi sono gli stessi del Cervello. Siamo nell´ultima settimana di aprile. Ebbene, se la Tac è senza mezzo di contrasto se ne parla a fine maggio, informano, se ci vuole il mezzo di contrasto si deve attendere un mese. Non si capisce la differenza, in entrambi i casi sempre di un mese di attesa si tratta. Ma non è il caso di insistere più di tanto. Ora rimane la scelta. Continuare a chiamare il call center del Cervello, dopo le 14 e 30, o recarsi con il corpo e lo spirito a Villa Sofia? Si opta per la seconda soluzione. Il primo sabato mattina, unico giorno libero, il giovane figlio va alla radiologia generale di Villa Sofia. L´addetto è attonito. Non è lì che si prenota, lo sanno tutti. Loro fanno solo gli esami. «Occorre recarsi alla radiologia di geriatria». Altra rampa di scale, consulto rapido, sotto la pioggia, con almeno tre operatori sanitari e finalmente ci s´introduce nella stanza giusta. C´è una signora che pare aspetti te. Rapida e premurosa. Tutto si risolve in meno di un minuto. L´esame è per i primi di giugno. Missione compiuta. C´è solo un piccolo strascico. Occorre, il giorno dell´esame o anche prima, ma bisognerebbe impiegare un´altra mattina, bollare la ricetta passando dallo sportello apposito. Si prospetta, quindi, una bella coda. Ma questa è un´altra storia.

lunedì 26 aprile 2010

Riformite cronica, una brutta malattia

Se il caffè è pure riformista
Francesco Palazzo
LiveSicilia
26 4 2010

Il bilancio regionale troverà la maggioranza se dentro vi saranno le riforme. Ormai è un mantra della politica siciliana, un tormentone senza sosta. Da quando sono nato l’orizzonte riformista è entrato prepotentemente nella mia vita. Nella nostra vita. E’ un malanno dal quale è difficile liberarsi. Per dire. Non appena al telegiornale c’è una parola che comincia con la r, una fitta alla ferita sempre fresca si fa sentire. Per poi risolversi in una liberazione quando la lettera iniziale è l’inizio di altri vocaboli, tipo ricordo, rimessa, riletto, rifatto e via andando. Durante la visita militare avevo capito che riformato non era poi un bel complimento, si trattava di persone che avevano qualche difetto e perciò non potevano servire, beati loro, la patria armi in mano. E sino a quando si discute di riforme a Roma, puoi tentare di schivare le frecciate mediatiche. Lì, poi, proprio non ci sanno fare, si vede lontano un miglio che è un gioco di società, un risiko dell’improvvisazione, una tombola della banalità. A volte, devo ammettere, mi diverto anch’io. Per la verità, pur volendo essere comprensivo, non ho mai capito cosa significhi esattamente la parola riforma applicata alla politica. Sino a un certo punto mi pareva che bastasse e avanzasse la parola politica. Quella normale, trasparente, senza additivi. Ma il punto è che ormai il focolaio è vicino. Nella nostra regione non si parla che di riforme. L’epicentro è proprio sotto casa. Ad ogni riunione, nel bus, al bar, in chiesa, in ufficio, al supermercato, dovunque, puoi trovare un tifoso delle riforme. Un ultrà riformista della curva sud travestito con giacca e cravatta. L’altro giorno quel signore in salumeria sembrava tanto tranquillo. A un certo punto mi ha guardato in un certo modo, mentre il banconista affettava il prosciutto mi lancia il guanto di sfida. “ Riformiamo il turno, io che sono venuto dopo passo prima di lei”. Pur di non farmi scoprire, ho aderito alla richiesta. Inizialmente, ho pensato che quando in Sicilia si è cominciato a parlare di riforme, fosse solo per un tic nervoso, un rigurgito del passato. Mi sono detto, vabbè, passerà. Ma poi la cosa non si è fermata. Prima che succeda l’irreparabile, occorre farsene una ragione e cominciare a mutare lo stile di vita. Io ho già iniziato. Consiglio anche a voi di fare lo stesso. Cose piccole all’inizio. Io, ad esempio, ogni mattina, al bar, accetto che il caffè possa fare anche schifo, ma deve contenere almeno, per farlo diventare una bevanda succulenta, un pizzico di riforma. Il solo odore basta e avanza, non mi formalizzo più di tanto. Poi mi perfezionerò. Datemi tempo. Qualche speranza, è ovvio, rimane. Quando sento che si procede, proprio con il bilancio, a una nuova infornata industriale di stabilizzazioni e all’assegnazione a pioggia, come da nobile tradizione, di contributi a enti, associazioni e quant’altro, torno a rivivere. Mi rendo conto, ma è presto per dirlo, bisogna stare in campana, che dentro il cappello delle riforme ci siano le solite belle consuetudini. E qui mi rilasso un po’.

venerdì 23 aprile 2010

Centrosinistra in Sicilia, il muro del 30 per cento.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
23 APRILE 2010 - n. 16
Pag. 2
Il PD e le strade che non spuntano
Francesco Palazzo

Generalmente, quando una parte politica attraversa un momento di crisi, e il centrodestra in Sicilia sta vivendo molto di più che un frangente di faide intestine, chi se ne avvantaggia è l'altra parte dello schieramento. Per restare al sud, alle recenti regionali, in Calabria e in Campania, dove il centrosinistra è alla frutta, il centrodestra ha vinto. In Sicilia, invece, il baratro della dissoluzione della maggioranza più che vittoriosa nel 2008, sta diventando il buco nero in cui tutti si stanno andando a cacciare. Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, il dibattito che si sta svolgendo dentro il centrosinistra, o meglio nel Partito Democratico, lascerebbe intendere a un visitatore ignaro di cose siciliane, che proprio i democratici siano il punto debole della convulsa fase politica regionale. Quando, al contrario, dovrebbero esserne i primi beneficiari. I continui viaggi sull'asse Palermo-Roma dei maggiori dirigenti democratici e adesso questa sorta di commissariamento, descrivono un tira e molla che ormai sta iniettando dentro il partito il virus dell'incomunicabilità e dell'incertezza assolute. Ognuno dice la sua, tra interventi sui quotidiani, sui blog e sui social network. Dalle primarie è uscita una situazione che non è né carne né pesce. Non hanno vinto coloro che più tendevano a un rapporto stretto con Lombardo e hanno perso coloro che più volevano tenersene lontani. Ha prevalso una linea incerta, che guarda un po' di qua e un po' di là, non decidendosi se prendere una strada anziché un'altra. A conferma di ciò giunge l’ultima salomonica decisione della direzione regionale del partito. Che, cercando di accontentare tutti, finisce probabilmente per scontentare tutti. Questo stato di cose, se non siamo lontani dal vero nel rappresentarlo, può rivelarsi esiziale per qualsiasi formazione politica. A maggior ragione se riguarda un partito che non ha, almeno in Sicilia, numeri tali da potere sopportare scosse di un certo grado. Va detto, per avere un quadro più completo e veritiero, che al momento il Partito Democratico, a prescindere di cosa si possa pensare delle sue scelte, è l'unico soggetto del centrosinistra che tenti comunque di battere qualche colpo. Le altre forze navigano a vista, quasi scomparse, oltre che dal parlamento regionale, anche dal dibattito politico. Se non per dire che non sono d'accordo col Partito Democratico, o con quella sua parte fidanzata con Lombardo. Troppo poco come prospettiva. Per fare un bagno di sano realismo, bisogna tenere fermi i dati delle ultime tre elezioni regionali, un decennio di politica. Nel 2001 il centrosinistra si fermò al 30,3 per cento, nel 2008 si è tornati esattamente allo stesso dato, sommando anche Italia dei Valori che andò da sola. E' vero che c'è la parentesi del 2006, dove il centrosinistra raggiunse la “portentosa” cifra del 36,3 per cento. Se però togliamo la percentuale della lista legata alla Borsellino, voti non strutturali e presto evaporati, non ci si allontana molto dal 30 per cento. Dunque, questo è il dato di partenza, una colonna d'Ercole difficilmente valicabile, un quadro ormai abbastanza stabile e consolidato. Né si può pensare di cercare e trovare ogni volta il candidato che fa il miracolo di portare alla vittoria una coalizione che vistosamente non ha il consenso per farcela. E' strada che non spunta. Chiariscano, allora, i democratici che strada intendono prendere come partito e non come singoli l'un contro l'altro armati. Non soltanto per quanto riguarda la votazione, o meno, del bilancio regionale. Ma prospettando come vogliono giungere, ossia con quali alleanze, al prossimo voto regionale. Lo facciano con un referendum, un congresso regionale, come vogliono, ma non possono rimanere più del dovuto in mezzo al guado aspettando chissà che. Perché mentre si attende, può essere il partito a frantumarsi. E, dall'altro lato, le formazioni a sinistra del PD, dicano qualcosa in più delle critiche ai democratici. Prendano, anche loro, quel 30,3 per cento e vedano cosa farne. Se contemplarlo all'infinito, sconfitta dopo sconfitta. O se farne una base di partenza per costruire anche in Sicilia, finalmente, la democrazia dell'alternanza.

domenica 18 aprile 2010

Sul PDL in Sicilia. Alfieri o Cavalli?

LiveSicilia
18 aprile 2010

Squadra che vince si cambia. La traiettoria non è coerente con la regola aurea del mondo sportivo. Ma è ciò che è accaduto al Partito delle Libertà in Sicilia e quanto sta succedendo a livello nazionale. Anzi, la presa di posizione dei finiani prende proprio a pretesto la situazione del partito in Sicilia. La nostra regione nuovamente anticipatrice di ciò che accade poi nel resto del territorio italiano? Difficile dirlo adesso. Di sicuro è accaduto che, dall’indomani della fulgida vittoria del centrodestra alle regionali del 2008, non ci sia stato un momento di tregua dentro quel contenitore dove sono confluiti Forza Italia e Alleanza Nazionale. Se qualcuno vuole capire a che punto è la lotta, e quanto sangue scorra nel campo di battaglia, basta che vada a vedersi, o rivedersi, il dibattito all’assemblea regionale seguito alle dichiarazioni di Lombardo. La parte del Pdl che si definisce lealista, pur essendo uscita dalla maggioranza iniziale, parla come neanche la più agguerrita delle opposizioni farebbe. Solo parole? Non sembrerebbe. Loro si sentono gli alfieri legati al progetto pidiellino. Poi c’è l’altra parte del partito nato, primo caso nella storia, sul predellino di un’auto. Si chiamano, o li chiamano, ribelli. E’ il Pdl Sicilia a trazione autonomista. Rimasto fedele al governo, pare partecipi alla gestazione del Partito del Sud, che un giorno nasce e un giorno muore, e mantiene un rapporto “cordiale” con il Partito Democratico. O con quella sua parte che appoggia il nuovo assetto politico alla regione. Il Pdl Sicilia si muove come il pezzo più estroso degli scacchi, il cavallo. Vicini e lontani da Berlusconi, flirtano con il Pd ma non andrebbero con i democratici al governo, almeno così affermano, vogliono dare vita al partito del Sud ma non si capisce come e quando. Un bel rebus. Sostengono un esecutivo di minoranza e affermano di non essersi mossi da dove gli elettori li hanno posti. Per la verità, la stessa cosa, ossia la coerenza, sostengono di non averla persa pure i pidielini lealisti. Sono gli altri, gridano, che non rispettano il programma e lo schieramento consacrato nei seggi. Adesso, comunque la pensiate, la situazione, sulla scia di quanto sta accadendo a Roma, potrebbe conoscere ulteriori sviluppi. Qualche domanda. Quando Fini indica la situazione siciliana come l’esempio più evidente della crisi del partito, da che parte sta? Se gli avvenimenti sono per come li conosciamo, non dovrebbero esserci dubbi che difende i ribelli autonomisti. Visto che in Sicilia i suoi si sono schierati con la svolta che ha portato al Lombardo ter. A questo punto è anche semplice inserire l’ultima tessera del mosaico, rappresentata dalla recente missiva che il Pdl Sicilia ha fatto pervenire al capo del governo nazionale. La lettera si conclude con la speranza che il presidente voglia apprezzare coloro che magari sono un po’ rompiscatole ma fedeli al progetto. Pare, a tutti gli effetti, “anche” una difesa della terza carica dello Stato e un tentativo di legittimare, proprio nel momento in cui la nave imbarca acqua, il percorso del Pdl siciliano con le impronte della trinacria impresse sul cuore. E del resto, se non fa piacere ai finiani un Pdl a trazione leghista, ancor meno, è quasi banale dirlo, può rendere contenti coloro che hanno fondato il Pdl Sicilia. Insomma, dalla Sicilia possono partire due mosse, forse non secondarie per dipanare l’inghippo. La prima è la mossa degli alfieri, i pezzi più vicino al re, rappresentati nel nostro caso dal Pdl lealista . Se vincono loro, il Pdl resterà così com’è. Chi si vorrà allineare, bene. Agli altri sarà indicata la porta o il contrito rientro nella casa del padre. L’altra è la mossa dei cavalli, i pezzi nella scacchiera un po’ più lontani dal re, quelli che muovono saltando gli ostacoli e cercando di sorprendere, non solo gli avversari ma anche la propria parte. Sono i pidiellini targati Sicilia. Se prevarranno loro, ma sembra difficile, qualcosa cambierà. Nel senso, intanto, di una legittimazione del percorso siciliano.Si può dire che i due partiti che avrebbero dovuto rappresentare il bipolarismo in Italia, non attraversano mari tranquilli. Con una piccola differenza. Il Pd perde ed è tornato a difendere il fortino delle regioni rosse. Il Pdl, pur scosso dalle tensioni che leggiamo, continua a vincere. A sud, al centro e, grazie alla Lega, al nord. Non è esattamente lo stesso tipo di crisi gestire l’abbondanza o la disperazione.

domenica 11 aprile 2010

PD in Sicilia: partito o torre di babele?

LiveSicilia
Domenica 11 Aprile 201o
Ma è ancora un partito?
Francesco Palazzo

http://www.livesicilia.it/2010/04/11/ma-e-ancora-un-partito/

Nel dibattito lacerante che si è aperto nel Partito Democratico, più o meno commissariato, più o meno autonomo, vi sono alcune questioni che meritano qualche riflessione. Intanto questa storia delle riforme. Da che mondo è mondo, le opposizioni presenti nelle aule parlamentari dialogano con le maggioranze e cercano di inserirsi per migliorare, dal loro punto di vista, i testi che passano all’esame delle assemblee elettive. Che il Pd siciliano abbia avuto bisogno di un congresso per stabilire quella che è, ci scuseranno, una banalità, possiamo registrarla come un frutto di questa incerta stagione politica regionale, ma non aggiunge nulla a quanto si sapeva già. Un altro aspetto riguarda la votazione, o meno, del bilancio regionale per l’anno 2010, che giungerà, e ciò non è segno di buona politica, in estremo ritardo. Il bilancio è un provvedimento che attiene, o atterrebbe, visto che non c’è più, alla maggioranza uscita dalle urne regionali nel 2008. La minoranza può inserire aspetti migliorativi, e si è sempre fatto, anche in tal caso si scopre l’acqua calda. Ma se vota in blocco il provvedimento, è chiaro che si autodenuncia come maggioranza. C’è poco da discutere. Anzi, l’approvazione della legge di bilancio è più pregnante, da un punto di vista politico, di un eventuale ingresso in giunta. Cosa che peraltro, è inutile giocare con le parole e con i fatti che abbiamo dinanzi, è già avvenuta.Sul bilancio, poi, è abbastanza vano dire che si voterebbe solo se contenesse “innovazione e sviluppo”. Avete mai visto un partito che affermi che il bilancio appena approvato ha in se “vecchiume e sottosviluppo”? Innovazione e sviluppo sono le parole più vecchie e abusate del vocabolario politico. I democristiani ci facevano colazione, pranzo e cena. E, quando avevano più fame, anche lo spuntino notturno. Su riforme e bilancio, l’incontro al calor bianco con l’inviato da Roma niente poteva aggiungere e niente ha aggiunto. Per dirla tutta, anche il mandare qualcuno da Roma, che deve mediare e concludere, è un rito della prima repubblica che ormai è tempo, con tutto il rispetto, di mandare in soffitta. Una liturgia che obbedisce a regole novecentesche, cadute e sepolte insieme al muro di Berlino. E’ il partito siciliano, i suoi dirigenti, gli iscritti, quella che molto retoricamente si chiama base, che deve decidere sul da farsi. Cercando di interpretare le speranze e gli intendimenti del corpo elettorale di fede democratica. Magari cercando di non disperdere gli elettori che già ci sono e tentando di conquistarne degli altri. Ma quello democratico è un partito o un insieme di persone, uomini e donne, che coltivano ognuno una propria prospettiva della politica e della Sicilia? E’ una domanda alla quale è venuto il tempo di dare qualche risposta. Perché vanno bene il dibattito interno, la democrazia, il discutere sino a sfinirsi. Va bene anche che ormai i partiti sono passati dalla fase solida della nostra infanzia a quella liquida della nostra maturità. Tuttavia, liquidità, elasticità, non vogliono affatto dire scomparsa di scelte e responsabilità univoche e chiare. Alla fine, soprattutto in frangenti delicati come quello che sta vivendo la nostra regione, un partito deve potersi, e sapersi, esprimere, in forma unitaria, con parole chiare e comprensibili. Nel nuovo testamento c’è scritto “il vostro parlare sia sì, sì, no, no”. Nessuno pretende questa nettezza evangelica, ma nemmeno si può sostenere come azione politica la torre di Babele veterotestamentaria, dove ognuno parla una lingua compresa solo dai discepoli più affezionati. Né si può accettare che una formazione politica sia l’espressione di una serie di associazioni, fondazioni e via discorrendo, che dall’esterno si sostituiscono alle vecchie correnti di un tempo. Nemmeno è concepibile che si voglia, all’infinito, stare con un piede dentro e uno fuori. Chi deve decidersi si decida e dia il suo prezioso contributo partecipando in pieno alla vita dei democratici. Non vorremmo che il termine partito, più che indicare un’unità politica, si declini sempre più nella sua accezione verbale. Partito in senso di andato, non ancora arrivato, in ritardo, fermo chissà in quale stazione. Si decidano i democratici e ci facciano sapere. Si chiudano in una stanza e poi informino tutti noi quale direzione vogliono prendere. O l’una o l‘altra. Tertium non datur.

martedì 6 aprile 2010

Su LiveSicilia: consenso e governo, i due problemi del centrosinistra siciliano.

LiveSicilia
6 aprile 2010
Ma il PD tenta di rompere la democrazia bloccata
Francesco Palazzo

http://www.livesicilia.it/2010/04/06/ma-il-pd-tenta-di-rompere-la-democrazia-bloccata/

Circa il tentativo del Partito Democratico di inserirsi nel vivo della battaglia politica siciliana, va anche messo in luce, oltre le legittime e condivisibili critiche, un aspetto. Non proprio irrilevante. Al momento il centrosinistra rappresenta una minoranza che non riesce ad andare oltre il 30 per cento. Alle ultime provinciali ha perso otto province su nove, guida un solo capoluogo di provincia. Ciò nell’ultimo decennio ha significato una mancanza di ricambio e quindi la possibilità per i soliti vincitori alle elezioni di permettersi di tutto, tanto poi le urne li avrebbero premiati sicuramente. La posta in gioco è quella di rompere questa sorta di democrazia bloccata. Che non è più, come un tempo, una caratteristica delle regioni del Sud. Solo in Sicilia il quadro politico-elettorale è così statico. In Calabria, Puglia, Basilicata, Campania, Molise le competizioni elettorali vedono fronteggiarsi due schieramenti veramente in competizione. Che danno vita ai fisiologici ricambi di una democrazia dell’alternanza. In Sicilia la storia è diversa. Ed è uno stagno che in qualche modo va smosso. Non perché bisogna fare il tifo per qualcuno. Ma per la semplice ragione che l’amministrazione regionale e tutti gli enti locali siciliani, nel caso di avvicendamenti possibili alla guida delle istituzioni, non potrebbero che funzionare meglio. Ovviamente lo scopo deve essere raggiunto con l’azione politica diffusa sul territorio e non attraverso manovre di palazzo. Ogni cambiamento di prospettiva, soprattutto se radicale, va sottoposto al vaglio del corpo elettorale. Il solo in grado di decidere maggioranze e opposizioni. L’operazione che il Partito Democratico sta mettendo in atto alla regione, oltre ad essere appunto una mera fusione di ceti dirigenti, presenta dei limiti evidenti. Sia sul piano del metodo, cioè entrare in maggioranza senza passare dalle urne, sia per quanto concerne il merito, ossia spacciare per riforme provvedimenti che si configurano come normali atti di governo. Che dovrebbero essere approvati dalla maggioranza uscita dalle urne. Tuttavia, lo sforzo di modificare il quadro politico, mettendo in campo alleanze che superino gli steccati tradizionali del centrosinistra, è una strada obbligata. Sempre che non ci si voglia condannare a una partecipazione elettorale quasi di testimonianza o ad essere opposizione a vita. Coloro che ritengono, all’interno del centrosinistra isolano, gli allargamenti all’area moderata un errore, dovrebbero caricarsi l’onere di indicare una diversa soluzione. Cosa che si guardano bene dal fare. Per la lampante evidenza che non esistono altre vie percorribili Semmai, bisogna capire se la convergenza verso la parte centrale dello schieramento politico regionale sia nel palinsesto di tutto il Partito democratico. Si ha l’impressione, infatti, che al momento si muovano soltanto alcuni singoli con appresso le loro ristrette aree politiche di riferimento. Gran parte del partito vive, con più o meno evidente disappunto, le scelte di pochi. Sarebbe auspicabile che il partito, tutto intero, dicesse se condivide o disapprova l’allargamento verso altri lidi. Se ci si presenta incerti e divisi sulle proprie scelte, con un rosario di dichiarazioni giornaliere una contraria all’altra, è abbastanza improbabile che si convincano gli altri sulla bontà di una proposta politica. Per quanto riguarda, invece, gli altri del centrosinistra siciliano, Italia dei Valori, Sinistra e Libertà, il movimento che fa capo a Rita Borsellino e le sigle più piccole, sarebbe utile, per tutti noi elettori interessati a vere sfide alle urne, che ci facessero capire cosa vogliono fare da grandi. Considerato che ormai il dato largamente minoritario del centrosinistra duro e puro è abbastanza consolidato e impossibile da spostare in avanti. Non discutiamo qui più dell’appoggio da parte del PD al governo Lombardo, situazione che prima o dopo avrà un suo epilogo. Meglio prima che dopo. Ma di una prospettiva di medio-lungo periodo. Rispetto alla quale il cammino, intrapreso da una parte del PD, non ha molte alternative. A meno che qualcuno non le voglia nascondere gelosamente alla nostra vista.

domenica 4 aprile 2010

Su LiveSicilia - La Resurrezione a Palermo

LiveSicilia
4 aprile 2010
La città dei vizi e dei favori
Francesco Palazzo

La domenica di resurrezione trascina con sé vari aspetti, tutti abbastanza pregnanti, anche se non si è credenti. Per una città del sud, per Palermo, alcuni di questi significati indicano qualcosa che potrebbe essere e intanto non è. Pasqua come liberazione. Certo, dal potere criminale. E sin qui è troppo semplice. In teoria, si capisce. Perché poi, in pratica, dietro lo slogan che la mafia fa venire il voltastomaco, rimane l’intreccio dei rapporti con il potere criminale. Ma liberazione anche della mala politica che non amministra, spreca, perde tempo. Attenta solo agli interessi dei singoli, dei partiti o delle sottocorrenti che rappresentano. Resurrezione tutta laica, fine della passione per Palermo, quindi, se si riuscisse a tagliare i vincoli che a qualsiasi livello ancora legano il capoluogo alla mafia e se, al contempo, alla guida politica e amministrativa andassero persone che amano questa città. E ancora. Pasqua che, per gli antichi, era anche passaggio dai vizi alle virtù. E quanti vizi ha Palermo? Ci vorrebbe un’enciclopedia per enumerarli tutti. Sia che riguardino la dimensione pubblica, sia che si riferiscano alla sfera privata, almeno quella che incide pesantemente sulla vita collettiva. Il vizio del trovare un favore prima di cercare un diritto. Il vizio del saccheggiare continuamente il territorio. Quando percorro le strade della città, cerco di attraversare sempre sulle strisce pedonali, anche se allungo il percorso. Cerco di non parcheggiare mai in seconda fila, non pago i posteggiatori abusivi, adopero i mezzi pubblici per non incasinare ancora di più il centro. Mi sembra un modo, se volete banale, minimo, di mettere ordine in me stesso e nel rapporto con Palermo. Ebbene, fine della passione per la nostra città se cominciamo dalle piccole cose. Poi Pasqua come continuità. Solo a un certo punto i cristiani aggiunsero alla Pasqua domenicale quella annuale. Per conservare, credo, un percorso fatto di un progetto continuo non confinabile in un solo giorno di festa. Infine, perciò, un ultimo, tra i tanti, orizzonti di resurrezione per Palermo, potrebbe essere quello di abbandonare le finte emergenze e programmare un futuro migliore. Vivendolo e costruendolo, sia a livello pubblico che personale, insieme, tutti i giorni.

venerdì 2 aprile 2010

La storia è nota

LiveSicilia
2 aprile 2010
La solita litania
Francesco Palazzo


La litania è nota. Lasciamo lavorare i magistrati, cui va, of course, tutta la fiducia. Vedremo, quando conosceremo le carte decideremo. Ciò significa, papale papale, che l’attività giudiziaria guida partiti e istituzioni. Ma poi le carte non le legge nessuno. Perché va a finire che se i giudici archiviano, o non rinviano a giudizio, tutto si chiude con una pacca sulle spalle. Un ci fu nienti. Pigghiamunni u cafè. Se si va a processo e si arriva a condanna, i garantisti duri e puri della prima ora non li vedi più neanche con il binocolo. Liquefatti. Restano in campo solo il giudice, e, mischinu, l’imputato. Se la cosa è grossa, ma dev’essere proprio gigante, può scivolare la poltrona da sotto quell’affare che per somma decenza non nominiamo. Anche in tal caso, ma che ve lo dico a fare, è sempre la magistratura a decidere chi, quando, e perché, deve lasciare la carica. Vi sembra un buon metodo? Non importa la vostra risposta, prendete atto che le cose stanno così. Se l’imputato è potente e non uno scassapagghiara, leggasi piccolo malavitoso, una volta che esce con le stimmate di un’assoluzione strappata con i denti o di una prescrizione agguantata per i capelli, viene beatificato. Santo subito. Vi pare, quello descritto, un uso politico della giustizia? Domanda retorica. Se non è uso politico delle determinazioni del potere giudiziario questo, vuol dire che non siamo in grado di vedere il sole a mezzogiorno in piena estate. E quella bella parola che chiamiamo politica? Non pervenuta. Vale come il due di coppe quando la briscola è a bastoni. Il suo primato, da molti osannato, non vuol dire un bel nulla. La politica si muove soltanto, in maniera convulsa, quando ode il tintinnio delle manette o dopo le decisioni della magistratura. Sino ad allora attende e tranquillizza. E tu, caro lettore, così rassicurato, dormi tranquillo. Come la sera consigliavano i più anziani durante il servizio militare. Poi, di notte, puntuale, arrivava il gavettone di acqua gelata.

Concorsi da esterni

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDI' 02 APRILE 2010
Pagina XXIII
I NODI DEL CONCORSO ESTERNO, SERVONO NORME PER I POLITICI
Francesco Palazzo

Può il disvelamento dei rapporti tra politica, società e mafia essere affidato esclusivamente ai singoli pronunciamenti della magistratura? Questi ultimi, trattando necessariamente di casi specifici e di responsabilità personali, non fanno altro che sottoporci a un ondeggiamento a seconda di come si pronunciano i tre gradi di giudizio. Se c´è assoluzione, la convinzione dell´opinione pubblica, e della politica, è che quel processo, a prescindere da ciò che si trova scritto nelle carte, non si doveva fare. C´è chi addirittura si fionda verso improbabili riscritture della storia recente. Si arriva sino al punto di spacciare per assoluzioni complete pesanti prescrizioni. Al contrario, se qualcuno incappa in una condanna, ecco che si ridà fiato ai tifosi della parte avversa e si intravede la conferma che il connubio mafia-politica-società è ancora vivo e vegeto. Cosa della quale è difficile dubitare.Ma il punto non è questo. Ci si può limitare al ruolo di osservatori e commentatori di vicende giudiziarie senza affrontare mai di petto il problema? Il modo più diretto per farlo sarebbe quello di far partire un dibattito diffuso sul concorso esterno in associazione mafiosa, che porti a una norma di legge specifica. Che serva pure a dare contorni più certi, oltre che sulle fattispecie del reato, alle conseguenze circa le candidature alle elezioni, le dimissioni dalle cariche e le sospensioni o le radiazioni dagli ordini professionali. Ormai pure i magistrati più diffidenti danno segni d´apertura in tal senso. Sinora il concorso esterno è un reato demandato all´esclusivo convincimento delle corti giudicanti e alla bagarre polemica che si scatena nella pubblica opinione a corrente alternata. Per decidersi di mettere nero su bianco il reato relativo alla organizzazione mafiosa, il 416 bis, il Parlamento ci ha messo un bel po´. Nel 1982, sulla scia dell´uccisione di Pio La Torre, che proprio per questo perse la vita, e del generale Dalla Chiesa, la partecipazione all´associazione mafiosa divenne reato in sé. Da allora è stato più semplice perseguire gli organici a Cosa nostra. Fatto questo primo passo, ci si è fermati sostanzialmente lì. Nel senso che tuttora la lotta alla mafia viene vista dal mondo politico e dall´opinione pubblica come una caccia al superboss di turno. Preso l´ultimo, si parla di mafia in ginocchio, poi si scopre che quello era sempre e solo il penultimo.I rapporti della mafia con la politica, con il mondo delle professioni, ma anche con le fasce popolari che nei quartieri danno sostegno concreto alle cosche (e di quest´ultimo aspetto si parla troppo poco) rimangono sullo sfondo. A meno che, appunto, la magistratura non batta un colpo. Del resto, non ci si può affidare ai codici etici che si mettono in campo da parte dei partiti a ridosso delle elezioni, né possono bastare i codici deontologici che regolano la vita degli ordini professionali, come d´altra parte è davvero difficile pensare che il popolo delle periferie si faccia convincere spontaneamente dagli appelli antimafia. Lo vediamo, non si hanno scrupoli a candidare e votare rinviati a giudizio per mafia e condannati per questo reato. Allora, se proprio si vuole dare uno strumento certo a tutti noi, abbandonando le chiacchiere, visto che ormai si risponde soltanto al codice penale, si apra una discussione nella società, in Parlamento e si delinei al più presto cosa si deve intendere per concorso esterno in associazione mafiosa. Sia chiaro, non è soltanto una questione di codice penale. Attualmente ci sono norme che consentono di sanzionare il concorso nella commissione dei reati: tra questi, ovviamente, anche quello di mafia. Tuttavia, non si può non rilevare come il concorso esterno alle associazioni mafiose, che è poi il nocciolo duro dell´esistenza del potere mafioso, che altrimenti già sarebbe solo un ricordo del passato, investa tutta una serie di argomenti che hanno a che fare con il largo consenso che le cosche ancora hanno in larghi strati, borghesi e popolari, della società siciliana.

domenica 28 marzo 2010

Quei frati troppo moderni

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 28 MARZO 2010
Pagina XII
QUEI PICCOLI FRATI MESSI ALL´INDICE
Francesco Palazzo

La curia di Caltanissetta, dopo averli accolti in alcuni locali adiacenti alla cattedrale, ha allontanato i "Piccoli frati e suore di Gesù e Maria", ordine religioso nascente e ancora non ufficializzato dalla Chiesa. Le forme di comunicazione che predilige sono leggermente diverse da quelle in uso normalmente nelle chiese cattoliche. Basta dire che il fondatore ha assunto il nome di Fra´ Volantino. E sono proprio questi modi innovativi di rapportarsi con l´esterno che hanno creato problemi. Alcuni fedeli hanno scritto al vescovo, e la storia delle comunità cristiane è piena di fedeli che scrivono anonimamente ai vescovi, lamentando la modernità di questi sei francescani. L´accusa viene da lontano. Il modernismo fu una corrente culturale e religiosa negli ultimi due decenni dell´Ottocento e nei primi due del Novecento. Il tentativo era quello di portare il cristianesimo alla sua essenza originaria e di conciliarlo con il mondo moderno. I principali esponenti furono scomunicati o sollevati dagli incarichi di insegnamento. Ovviamente i tempi sono così diversi che è ardua ogni comparazione. Anche se era da tempo che non sentivamo affibbiare il rimprovero di modernità a qualcuno. Ma cosa si contesta ai giovanissimi religiosi? Pare che cerchino di avvicinare i giovani frequentando discoteche e pub. Tali approcci, evidentemente, sono stati ritenuti eccessivamente disinvolti e poco consoni all´abito che indossano i giovani religiosi. Leggiamo che si è intimato ai frati (ci sono anche suore?) di cambiare atteggiamento e di attenersi a «disposizioni inderogabili» che non vengono specificate. Solo che Fra´ Volantino, a nome della piccola comunità cristiana di stanza a Caltanissetta, non le ha accettate, e la questione si è chiusa con la fuoriuscita dei religiosi dall´alloggio curiale. La notizia ci permette di fare alcune considerazioni sui rapporti tra i giovani e la Chiesa cattolica. Come ben sappiamo, prima da neonati, con il battesimo, poi da bambinetti con la prima comunione, quindi con la cresima, ci si trova intruppati in un´esperienza religiosa che si vive come un´imposizione o con indifferenza. O, addirittura, senza consapevolezza alcuna quando si hanno pochi giorni o mesi di vita. Ai genitori, più che l´intimo convincimento dei figli e delle figlie, interessa aggiungere al medagliere dei pargoli alcune medagliette, qualche festa con i parenti, regali e così via. Il risultato è che i ragazzi e le ragazze, non appena varcano la soglia dei tredici anni e approdano alla scuola superiore, ma spesso anche prima, non vogliono più saperne della dimensione religiosa. E dobbiamo dire che è una grossa perdita nella loro vita. Non già perché le chiese si svuotano, ma perché rinunciano troppo presto a qualcosa senza avere avuto la possibilità di conoscerla veramente. Per tenersi almeno i bambini, alcuni parroci attuano forme di controllo incredibili e ossessive. Come fornire una tessera da bollare ogni qual volta si va a messa la domenica. Ora, non sappiamo se andare nei pub per incontrare i giovani sia il modo migliore per tentare di riallacciare il discorso religioso e affrontare tematiche diverse dal bere come spugne o dal possedere l´ultimo palmare. Ma la scelta dei "Piccoli frati e suore di Gesù e Maria", anche a un non credente, può apparire di un qualche significato, proprio perché agita, speriamo con discrezione, nei luoghi privilegiati dai giovani per socializzare. Non capire questo, e tacciare di modernità, intesa come un disvalore, una semplice azione di approccio verso le fasce giovanili, significa davvero condannarsi a ospitare nelle chiese bambini presenti per costrizione e adulti che rischiano di essere né moderni né antichi. Ma semplicemente banali.

giovedì 11 marzo 2010

Palermo, una violenza che viene da lontano

LA REPUBBLICA PALERMO
Giovedì 11 Marzo 2010 – Pagina XIX
Ma Palermo non è mai stata una città senza violenza
Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa
Francesco Palazzo

Dopo l´omicidio di Enzo Fragalà, che è difficile inquadrare nella vendetta di un singolo, visto che la missione di morte è stata perseguita con lucida e criminale determinazione, hanno colpito le dichiarazioni di coloro che non riconoscono più Palermo dopo un fatto così grave. Si è anche parlato di una città serena prima della mortale aggressione. Si tratta di reazioni che vorremmo condividere. Poiché, però, dobbiamo fare i conti con ciò che viviamo oggi, e abbiamo vissuto nel passato, e non con quelli che possono essere i nostri desideri o il legittimo orgoglio di una città nuovamente ferita, ci troviamo costretti a fare un´analisi diversa sul capoluogo siciliano. Quando, negli ultimi decenni, Palermo è stata una città serena, pacificata? Potremmo partire dal 1959, quando venne abbattuta, in una sola notte, Villa Deliella, che possiamo prendere come simbolo di quello che fu il sacco di Palermo. Ossia il deturpamento violento del territorio cittadino. Negli stessi anni si svolgeva la prima guerra di mafia, che vedeva la mafia di campagna di Ciaculli, alleata già con i corleonesi, combattere contro le cosche del centro di Palermo. Decine di morti e giuliette al tritolo. Una mafia, quella, che se ne uscirà assolta da ben due processi, alla fine degli anni Sessanta. Non cominciarono con minore ferocia gli anni Settanta, con l´assassinio, nel 1971, del procuratore Scaglione e con una mafia che diventava sempre più ricca e sottovalutata. Non è il caso di fare il lungo elenco di morti violente che ognuno di noi conosce bene. Sono stati uccisi preti, magistrati, figure istituzionali, segretari di partito, giornalisti, bambini, imprenditori. Città serena? Ma di cosa stiamo parlando? Possiamo solo dire che era mafia, ma non solo mafia. Ossia che questa città ha prodotto, e continua a produrre, veleni, compromissioni, connivenze, silenzi, che hanno aumentato il tasso di imbarbarimento della vita pubblica. Cosa sono state, infatti, le biografie di due uomini come Falcone e Borsellino, se non il risultato di un tessuto urbano dove ha prevalso la violenza? E non parliamo di quella mafiosa, abbastanza visibile, ma di quella, sia dei colletti bianchi che della cultura popolare, che ha consentito ai due magistrati di restare isolati e, forse, consegnati ai boia di cosa nostra. Il modo in cui sono morti, ancora coperto di misteri per quanto riguarda i mandanti esterni, le cointeressenze che portarono a quelle stragi, rimandano infatti a un mosaico omertoso e criminogeno, di cui l´esercito criminale mafioso è solo un tassello, abbastanza visibile a chi abbia occhi per vederlo. Negli ultimi due decenni il potere mafioso ha trovato nuovi equilibri e rapporti con la politica. E non ci riferiamo alle sentenze di condanna, che pur ci sono state insieme a quelle di assoluzione. Ma a un giudizio politico e storico, su cose e persone, che è abbastanza evidente a tutti noi. Non c´è stata solo la criminalità politico-mafiosa a rendere angosciata Palermo. C´è stata anche la politica, intesa come pura gestione dell'amministrazione. Cosa è oggi, questa, se non una città disgregata, che ha perso, se mai l´ha avuto, un minimo senso comune di cittadinanza condivisa, che permette di riconoscere l´altro come appartenente alla mia stessa comunità? Oggi ognuno di noi ha la sue idee, e soprattutto la sue pratiche, di Palermo. Le periferie sono lande desolate, il centro è composto da mille egoismi che, proprio perché tali, vanno ognuno per proprio conto. La politica, nel luogo istituzionale dove è rappresentata in conseguenza di libere elezioni, dovrebbe fornire questo riferimento comune. Ma è a tutti evidente che non ce la fa. No, questa non è una città serena. Non lo era ieri, non lo è oggi. Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa. Non sappiamo se sia vera la frase attribuita a un politico palermitano di lungo corso, il quale avrebbe dichiarato che questa è la Palermo di sempre, una città di accoltellatori. Siamo però abbastanza convinti che l´uccisione di un brillante avvocato e uomo politico, avvenuta di fronte a uno dei palazzi di giustizia più presidiati d´Italia, non ha a che fare esclusivamente con la ricerca di una vile mano assassina. Ma pone i palermitani, ancora una volta, di fronte a tutta la loro storia recente.

venerdì 5 marzo 2010

Palermo città serena?

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 9 del 5/3/2010
Pag. 2
Fragalà e l'inferno Palermo

Francesco Palazzo

Dopo l'omicidio di Enzo Fragalà, che è difficile inquadrare nella vendetta di un singolo, visto che la missione di morte è stata perseguita con lucida e criminale determinazione, hanno colpito le dichiarazioni di coloro che non riconoscono più Palermo dopo un fatto così grave. Si è anche parlato di una città serena prima della mortale aggressione. Si tratta di reazioni che vorremmo condividere. Poiché, però, dobbiamo fare i conti con ciò che viviamo oggi, e abbiamo vissuto nel passato, e non con quelli che possono essere i nostri desideri o il legittimo orgoglio di una città nuovamente ferita, ci troviamo costretti a fare un'analisi diversa sul capoluogo siciliano. Quando, negli ultimi decenni, Palermo è stata una città serena, pacificata? Potremmo partire dal 1959, quando venne abbattuta, in una sola notte, Villa Deliella, che possiamo prendere come simbolo di quello che fu il sacco di Palermo. Ossia il deturpamento violento del territorio cittadino. Negli stessi anni si svolgeva la prima guerra di mafia, che vedeva la mafia di campagna di Ciaculli, alleata già con i corleonesi, combattere contro le cosche del centro di Palermo. Decine di morti e giuliette al tritolo. Una mafia, quella, che se ne uscirà assolta da ben due processi, alla fine degli anni sessanta. Non cominciarono con minore ferocia gli anni settanta, con l'assassinio, nel 1971, del procuratore Scaglione e con una mafia che diventava sempre più ricca e sottovalutata. Non è il caso di fare il lungo elenco di morti violente che ognuno di noi conosce bene. Sono stati uccisi preti, magistrati, figure istituzionali, segretari di partito, giornalisti, bambini, imprenditori. Città serena? Ma di cosa stiamo parlando? Possiamo solo dire che era mafia, ma non solo mafia. Ossia che questa città ha prodotto, e continua a produrre, veleni, compromissioni, connivenze, silenzi, che hanno aumentato il tasso di imbarbarimento della vita pubblica. Cosa sono state, infatti, le biografie di due uomini come Falcone e Borsellino, se non il risultato di un tessuto urbano dove ha prevalso la violenza. E non parliamo di quella mafiosa, abbastanza visibile, ma di quella, sia dei colletti bianchi che della cultura popolare, che ha consentito ai due magistrati di restare isolati e, forse, consegnati ai boia di cosa nostra. Il modo in cui sono morti, ancora coperto di misteri per quanto riguarda i mandanti esterni, le cointeressenze che portarono a quelle stragi, rimandano infatti a un mosaico omertoso e criminogeno, di cui l'esercito criminale mafioso è solo un tassello, abbastanza visibile a chi abbia occhi per vederlo. Negli ultimi due decenni il potere mafioso ha trovato nuovi equilibri e rapporti con la politica. E non ci riferiamo alle sentenze di condanna, che pur ci sono state insieme a quelle di assoluzione. Ma a un giudizio politico e storico, su cose e persone, che è abbastanza evidente a tutti noi. Ma non c'è stata solo la criminalità politico-mafiosa a rendere angosciata Palermo. C'è stata anche la politica, intesa come pura gestione dell'amministrazione. Cosa è oggi, questa, se non una città disgregata, che ha perso, se mai l'ha avuto, un minimo senso comune di cittadinanza condivisa. Che permette di riconoscere l'altro come appartenente alla mia stessa comunità. Oggi ognuno di noi ha la sue idee, e soprattutto la sue pratiche, di Palermo. Le periferie sono lande desolate, il centro è composto da mille egoismi che, proprio perché tali, vanno ognuno per proprio conto. La politica, nel luogo istituzionale dove è rappresentata in conseguenza di libere elezioni, dovrebbe fornire questo riferimento comune. Ma è a tutti evidente che non ce la fa. No, questa non è una città serena. Non lo era ieri, non lo è oggi. Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa. Non sappiamo se sia vera la frase attribuita a un politico palermitano di lungo corso, il quale avrebbe dichiarato che questa è la Palermo di sempre, una città di accoltellatori. Siamo però abbastanza convinti che l'uccisione di un brillante avvocato e uomo politico, avvenuta di fronte a uno dei palazzi di giustizia più presidiati d'Italia, non ha a che fare esclusivamente con la ricerca di una vile mano assassina. Ma pone i palermitani, ancora una volta, di fronte a tutta la loro storia recente.

venerdì 26 febbraio 2010

Ponte sullo stretto: no, sì, forse.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 8 del 26/2/2010
Pag. 55
Ponte, non parliamo di fondi
Francesco Palazzo

Sulla realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, di cui si cominciò a discutere nel secolo diciottesimo, si sono catalizzate nel tempo varie prese di posizione. Se cercate sulla rete ne troverete una rassegna infinita. C'è chi sostiene che il ponte rimarrebbe chiuso per lunghi periodi dell'anno ai treni, c'è chi addirittura afferma che, a causa dei venti, la chiusura sarebbe totale per almeno tre mesi l'anno. Non manca chi sottolinea una grande spaccatura tettonica proprio sotto la zona dove sorgerà uno dei pilastri portanti. Si potrebbero aggiungere tanti altri punti interrogativi, più o meno attendibili. Ma, per qualsiasi certezza assoluta, troverete una spiegazione esattamente opposta, un qualcuno che bolla come incompetente qualcun altro. Mi guardo bene, da assoluto inesperto in questioni tecniche, dal prendere posizione su tematiche davvero di ardua comprensione e di così accesa disputa. Forse qualcosa si potrebbe chiosare riguardo ai costi. Pare che alla fine, ma non mi impiccherei sulla notizia, lieviteranno molto rispetto a quanto inizialmente preventivato. Non è questione da poco. Dopo le autostrade d’oro, gli ospedali di diamante, non vorremmo avere il ponte di platino. Anche su questo, agli esperti delle contrapposte tifoserie, l'ardua sentenza. Ciò che da profano mi da un certo fastidio, ma cercherò di sopravvivere pure a questo, è l'assoluta divergenza su tutto senza che si arrivi a un punto di vista comune. E non parliamo mica di metafisica, ma di argomenti sui quali qualche punto fermo dovremmo averlo. Su due aspetti più generali, però, azzardo qualche opinione. Il primo accarezza un vecchio pretesto ideologico, ormai logoro e inutile. Si dice, da più parti, che al posto di quest’opera si potrebbero realizzare tante altre infrastrutture di cui la Sicilia e la Calabria risultano gravemente carenti, ove non del tutto sprovviste. Questo tipo di argomentazione, al di là del contesto in cui viene utilizzata, mi ha sempre convinto decisamente molto poco. Se la Sicilia e la Calabria navigano in brutte acque anche sul versante delle infrastrutture strategiche, cosa indubitabile, non è stato certo per la mancanza di fondi, che nei decenni precedenti non sono affatto mancati. Forse sono stati spesi male, dilapidati. Togliamo il forse. Ma questo chiama in causa, più che il ponte, la classe dirigente meridionale, di ieri e di oggi. I soldi che lo stato spenderà per il collegamento in questione c’entrano ben poco. Per dire. Che fine hanno fatto in Sicilia i fondi europei di agenda 2000? E quale sarà il destino di quelli relativi al periodo 2007/2013? Parliamo sempre di miliardi di euro. Con i quali si potevano realizzare e si potrebbero fare cose strabilianti. Altro che chiacchiere. Se a questi finanziamenti sommiamo quelli che hanno raggiunto e raggiungeranno la Calabria, ci rendiamo conto che il problema non è avere i quattrini, ma saperli spendere nel verso giusto. Dire, allora, dateci i soldi del ponte per altre opere urgenti e prioritarie, a volere essere onesti, non è proprio una buona argomentazione. Il secondo aspetto su cui è possibile intervenire, pur non essendo esperti di niente, è quello ambientale. Molti pongono, legittimamente, problemi di carattere paesaggistico sulla realizzazione dell’opera. Ma qui va detto che le grandi opere, in tutte le parti del mondo dove sono state costruite, hanno generato le veementi proteste, rispettabilissime, di quanti preferiscono lasciare invariate le condizioni che gli eventi naturali hanno disegnato per noi. Va aggiunto, tuttavia, che anche la natura, che muta come tutto ciò che ci circonda, ha un suo decorso storico, è situata nel divenire, non è mai uguale a se stessa nei tempi lunghi. Dunque, si può senza dubbio suonare l'allarme su quello che oggi è il concetto di natura sullo stretto di Messina e sull'impetto ambientale che avrebbe il ponte sullo scenario paesaggistico che abbiamo imparato a conoscere tra Scilla e Cariddi. Ma non può sfuggire che i concetti di natura, di ambiente, di salvaguardia, si inseriscono in un codice culturale dinamico ed evolutivo, mai uguale a se stesso una volta per tutte. Insomma, anche sull'impatto ambientale si può discutere. Senza maledire coloro che, sempre tenendo conto dell'ambiente e della natura, ritengono il ponte qualcosa in grado di migliorare l'habitat complessivo, e l'economia, della zona in cui sorgerà.

domenica 21 febbraio 2010

Puglisi e lo scantinato di Via Hazon dopo 17 anni

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 21 FEBBRAIO 2010
Pagina XXV
IL SOGNO DI PUGLISI REALIZZATO A METÀ
Francesco Palazzo

Don Pino Puglisi spese gli ultimi tre anni di vita, a Brancaccio, cercando di guidare la parrocchia che gli era stata affidata, San Gaetano, in modo che la sua azione pastorale non restasse chiusa dentro le mura della piccola chiesa. Se si fosse limitato a generiche prediche contro il malaffare, come tante se ne sentivano allora, probabilmente non avrebbe trovato la morte il 15 settembre del 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Volle fare di più, uscì dalla sacrestia e incontrò il territorio, la politica. E facendo ciò trovò sulla sua strada un gruppo di persone, costituenti l'Associazione intercondominiale Hazon, che si battevano affinché la parte più sofferente del rione avesse una fognatura funzionante, servizi non da Terzo mondo che potessero consentire una normale convivenza civile. Sia l'Associazione che Puglisi puntarono subito, come simbolo di un quartiere che da lì poteva rinascere, sul recupero degli scantinati abbandonati di un palazzo della via Azolino Hazon. Non parliamo di un aspetto secondario dell'opera di Puglisi. Se provate a digitare su Google l'accoppiata Puglisi-Hazon, vi compariranno centinaia di notizie al riguardo. Allora quel luogo era un ricettacolo di criminalità, di illegalità, deposito di refurtiva rubata e zona franca per la mafia. Che proprio in quella zona trovava, a buon mercato, manovalanza sempre fresca da impiegare nelle incombenze quotidiane. Pare che lì le cosche nascondessero armi e droga. In quei locali don Pino voleva che sorgesse un distretto socio-sanitario. Ma quelle stanze, per lungo tempo dopo l'omicidio del parroco, rimasero murate, anche se non terminò il loro uso privato e, forse, criminale. A metà degli anni Novanta tutto era pronto per acquistarli, ma l'amministrazione cittadina dell'epoca e il movimento antimafia del quartiere si opposero. Si temeva che i soldi finissero in circuiti finanziari equivoci. Insomma, un sacerdote viene ucciso e le istituzioni da una parte murano, dall'altra hanno paura di affrontare la questione con il coraggio e la determinazione necessari. Un doppio errore. Da quel momento quei locali divennero sempre più discarica. Poi il Comune decise di comprare. Nel 2003 rassicurava che, a parte gli spazi esterni che sarebbero diventati un parco auto per la polizia municipale, avrebbero ospitato centri di aggregazione, servizi sociali e un presidio sanitario. Contemporaneamente l'amministrazione si impegnava a dare proprio in quel luogo una sede al Comitato intercondominiale Hazon. Ora, dopo quasi diciassette anni, quei locali sono stati ristrutturati. Come dire, la mafia colpisce velocemente, l'antimafia e la legalità camminano come le tartarughe. Merito a chi ha comunque risolto la vicenda. Il problema è che per quella struttura adesso il Comune non parla più di centri di aggregazione o presidi sanitari. È stata assegnata e consegnata alla polizia municipale. Apprendiamo pure che la stanzetta promessa al Comitato intercondominiale non è più disponibile. Si provvederà cercando qualche altro immobile a Brancaccio. Campa cavallo. In quell'edificio, per primi, dovevano entrare questi collaboratori di Puglisi. Al quale, se ancora fosse tra noi, diventerebbero le orecchie rosse come il fuoco. Come quando si incavolava.