giovedì 24 settembre 2009

Le minoranze e gli azzeramenti progressivi

LA REPUBBLICA PALERMO – GIOVEDÌ 24 SETTEMBRE 2009
Pagina XV
Cosa viene dopo l´azzeramento
Francesco Palazzo

Il nuovo orizzonte della politica siciliana si chiama azzeramento. Ci si può chiedere che efficacia avranno le azioni nei rami delle amministrazioni, che vantaggi ne trarranno i cittadini, se si cambiano i vertici degli assessorati come le camicie. Ciò che, tuttavia, appare più dannoso è che la girandola nelle squadre di governo va di pari passo con l´azzeramento delle maggioranze uscite dalle urne. Come se il voto fosse solo un incidente di percorso. Celebrato il quale, iniziano i veri giochi, che poco hanno a che vedere con la gestione delle pubbliche istituzioni. Si azzera alla Regione, poi al comune di Palermo, quindi ripercussioni alla provincia. In seguito vedremo i contraccolpi negli altri enti locali, nelle società partecipate e in tutti gli enti di sottogoverno. Chi di azzeramento ha colpito, mettendo fuori intere famiglie politiche, di azzeramento sarà infilzato in altri luoghi. Quello che colpisce, e rende normale tale mortificazione del voto popolare, è che pure l´opposizione accetta tale modo di agire. Prendete il governo regionale e la (non) maggioranza che lo sostiene. Si è arrivati a questa situazione dopo che pure dal Partito Democratico erano partiti forti segnali. Se si voleva l´inizio di una stagione dai toni collaborativi dai banchi della minoranza, all´ARS rappresentata solo dal PD, si doveva procedere con la demolizione del primo esecutivo Lombardo e con la denuncia della coalizione che lo aveva sostenuto in campagna elettorale. Invito raccolto. Ed ecco che abbiamo una configurazione parlamentare confusa, dove l´approvazione di ogni singolo provvedimento è sottoposta alle più svariate prese di posizione dei singoli parlamentari. E non è finita qui. Dal gruppo parlamentare dei democratici, che ormai procede staccato dal partito, si torna a domandare, per iniziare una fase ancora più virtuosa, un nuovo rivolgimento del quadro politico regionale. In pratica, si chiede di abbandonare lo schema di centrodestra e fare qualcos´altro. Così, senza passare nuovamente dalle urne. C´è da rimanere più che perplessi di fronte a tale sorprendente uscita. Soprattutto se avviene durante una campagna elettorale per le primarie, non priva di colpi sotto la cintura, che vede fronteggiarsi quattro candidati per la corsa verso la segreteria regionale del PD. Ma poi, quale sarebbe la risultante politica della strategia degli azzeramenti progressivi? E inoltre, dopo il secondo passaggio di bianchetto sulla politica regionale, ammesso che davvero si arrivi a tanto, ne verrà chiesto un altro, e poi un altro ancora? E quanti azzeramenti occorrono, in una legislatura, per raggiungere la perfezione assoluta? Abbiamo, in definitiva, l´impressione che tutti questi scossoni interni al centrodestra siciliano, che ormai fa insieme da maggioranza e opposizione a se stesso, lungi dal giovare alle ragioni delle minoranze, ne attenuano sempre più la visibilità e la progettualità.

venerdì 18 settembre 2009

Padre Puglisi, la verità anche per lui

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
del 18 9 2009
Pag. 55
In memoria di Puglisi
Francesco Palazzo

Le circostanze che portarono all’eliminazione del giudice Borsellino, nel luglio del 1992, e alla strategia stragista di Cosa nostra in continente, nel 1993, sembrano oggi mettere in primo piano, sebbene molto sia ancora da chiarire e approfondire, la mafia di Brancaccio. Non è fuori luogo ricordarlo in questa settimana, in cui si è ricordato il sedicesimo anniversario della morte per mano mafiosa di Don Pino Puglisi. Egli, intendendo fare al meglio solo il prete, venne verosimilmente a scontrarsi non con una semplice cosca mafiosa. Questo già avveniva in altre parrocchie di Palermo. Nella stessa comunità cristiana di S.Gaetano, dove Puglisi spese i suoi ultimi tre anni di vita, vi era stato in precedenza, dal 1985 al 1989 un altro parroco, Rosario Giuè, che aveva, davvero per la prima volta in quel territorio, portato e costruito un sentire antimafioso, sia dentro il tempio che fuori. Solo che ai tempi di Puglisi, e oggi è possibile inquadrare meglio il tutto, lo scontro tra quanti volevano portare a Brancaccio un impegno cristiano, sociale e antimafioso e i cosiddetti uomini d’onore, non riguardava soltanto aspetti legati a pur importanti questioni locali. La rete della violenza mafiosa, che cade sull’inerme sacerdote la sera del 15 settembre 1993, mentre si apprestava a mettere le chiavi sull’uscio di casa dopo una giornata di duro lavoro, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, era stata il larga parte tessuta in un contesto molto più ampio. Che, da Brancaccio, attraversava tutta la Sicilia e aveva uno dei suoi punti di protezione, e anche qui speriamo presto di saperne di più, in qualche centrale di potere vestita esternamente di legalità, ma dentro pronta a trattare, coprire, suggerire. Puglisi, certo inconsapevole dello scacchiere immenso entro cui la sua azione si muoveva, restò schiacciato in questa enorme tenaglia criminale che non ci pensò due volte ad abbattere un rappresentante della chiesa. Non era la prima volta che accadeva e non sarebbe stata l’ultima. Ricordiamo che nel marzo dell’anno seguente cadrà, a Casal di Principe, Beppe Diana. Ma era la prima volta che un rappresentante del clero veniva eliminato all’interno di un disegno che trovava il pretesto omicidiario in un determinato quartiere periferico, ma che rispondeva a logiche molto più complesse e ingarbugliate. Certo, la cosca di Brancaccio, in quel momento nella stanza dei bottoni dell’ala più sanguinaria del potere mafioso, aveva qualche problema nel far passare l’omicidio come normale amministrazione. E’ noto a tutti il fatto che venne utilizzata un’arma che in genere i tiratori scelti del gruppo di fuoco disdegnavano per le esecuzioni, in modo che la morte di Puglisi potesse passare come il tragico epilogo di un tentativo di rapina. E’ forse meno noto che, per incoraggiare tale quadro investigativo, qualche tempo dopo, in una delle vie adiacenti Piazza Anita Garibaldi, dove cadde Puglisi, fu fatto trovare in un’auto il corpo senza vita di un anonimo delinquente di borgata. In modo da fornire a tutti la certezza che la mafia aveva fatto giustizia. Il fatto non balzò all’attenzione dell’opinione pubblica perché gli uomini delle cosche non riuscirono, all’inizio pare fosse questo il loro intendimento, a lasciare quel cadavere nella stessa piazza, dalla sera dell’omicidio costantemente presidiata. Ed era forse un tentativo messo in atto, non tanto e non solo per giustificarsi con la chiesa, ma per impedire che il tassello dell’omicidio Puglisi venisse posto nel giusto spazio. Ossia dentro quel piano di attacco frontale a certi uomini, compreso Puglisi, che difendevano, da postazioni diverse, lo Stato e la democrazia con la schiena dritta, mentre altri cercavano di porre in essere giochi oscuri. Messa così, la verità, tutta, su quegli anni, se mai si arriverà a conoscerla per intero, sarebbe un omaggio anche al prete Pino Puglisi. Morto, a prima vista, a Brancaccio e solo per Brancaccio. Ma anche e soprattutto per custodire, a mani nude, solo con l’ausilio della sua fede e della sua operosa speranza, in una battaglia molto più grande del suo esile corpo, il futuro di questo paese.

sabato 5 settembre 2009

Partito Democratico, liti e (non) politica

CENTONOVE
Settimanale di politica, cultura, economia
N. 33 del 4 9 2009 - Pag. 10
Quando volano i piatti
Francesco Palazzo

Nel Partito Democratico siciliano, ci vuol poco a capirlo, settembre e ottobre saranno due mesi caldissimi. Se i candidati alla segreteria regionale se le mandano a dire con un certo fair play, dalle retrovie dei rispettivi simpatizzanti siamo già ai patti che volano. Non so se avete presente le liti che scoppiano nel parentado. Improvvisamente esplode la fiammata e non ci si capisce più niente. Il motivo scatenante è quasi sempre banale. E’ solo un pretesto affinché vengano fuori mesi o anni di dispetti compiuti, e sopportati, mostrando falsi sorrisi tra i denti. Inaspettatamente, basta solo un momento, ecco che la frittata è fatta. E allora, come dice una nota barzelletta, quando è guerra, è guerra per tutti. Non voglio prenderla troppo alla larga. Del resto, il fatto è ormai noto. Almeno nei circuiti ristretti di quanti vivono di pane e politica. Niente che possa minimamente interessare i cittadini elettori, o che si apprestano a esserlo, o che se la stanno pensando, del maggiore partito di opposizione. Se non fosse per il fatto che da un partito così dilaniato uno potrebbe, e con mille ragioni, più che avvicinarsi, fuggire a gambe levate. Quanto accaduto una decina di giorni addietro, lungi dall’essere una circostanza minore, come qualcuno potrebbe subito pensare, da derubricare nel settore “ scaramucce per la scalata al potere”, ci rassegna lo stato di salute, in periferia, di un partito alla vigilia delle primarie nazionali e regionali. La cronologia è, grosso modo, la seguente. Il segretario nazionale dei democratici, Franceschini, sbarca a Palermo per far visita a due dei cinque eritrei sopravvissuti all’ennesima tragedia del mare. Com’è prassi, a quanto pare consolidata, ancorché del tutto corretta e comprensibile, non avvisa il segretario cittadino del luogo in cui si reca, ma una serie di dirigenti aderenti alla sua mozione congressuale. Alle rimostranze della parte che si sente legittimamente esclusa, la quale appoggia a livello nazionale Bersani, e in Sicilia Lumia, che nella nostra regione si oppone, tra gli altri, al franceschiniano Lupo, ecco che parte la contesa verbale. O meglio, emerge la lotta senza tregua che già scorre, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, in tutto il Pd. Isole, ovviamente, incluse. Le parole volano come pietre. Da chi liquida bruscamente qualche esponente della classe dirigente democratica palermitana, a chi, in sua difesa, mobilita il popolo telematico con gruppi specifici, ad esempio su facebook. E anche nel social network si registrano frasi taglienti. Tutto il resto è un contorno di prese di posizione, frasi smozzicate, mezze parole, con cui ognuna delle parti in campo pianta bandierine per circoscrivere il proprio territorio e scavare trincee per una battaglia, da combattere con ogni mezzo, che si fa sempre più dura e senza quartiere. Poi il silenzio. Abbiamo il fondato sospetto che questa sia solo la prima puntata e che la contesa continui lontano dai taccuini. Chissà come arriveranno al 25 ottobre, data fissata per le primarie. Se continuano di questo passo, almeno in Sicilia, si presenteranno alla conta interna un po’ malconci e, forse, anche non in tanti oltre il corposo zoccolo duro che in genere accorre a questi appuntamenti. Si ha l’impressione che questo partito ancora in fasce, alla faccia del nome, democratico, stia diventando sempre più una formazione di notabili e non una forza politica fondata sugli iscritti e sui circoli. Niente di diverso dagli altri partiti che troviamo nell’arena della politica siciliana e nazionale. Insomma, anche all’ombra dei gazebo la politica non si nobilita e non si rinnova affatto, almeno nelle forme esteriori. Quelli che contano, anche nel PD, pure in Sicilia, sono soltanto poche persone. Sempre attente a scrutarsi, sospettose del minimo movimento, pronte a fare quadrato per difendere il proprio pezzo di partito, col torto o con la ragione. Che percorsi nuovi potranno mai proporre, specialmente in una regione che avrebbe bisogno come l’ossigeno di un’alternanza allo schieramento di centrodestra, che fa da maggioranza e opposizione insieme, sono in molti a chiederselo. Ma ancora non riescono a trovare la risposta.

mercoledì 2 settembre 2009

Stagione stragista e movimento antimafia

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 02 SETTEMBRE 2009
Pagina I
L'antimafia intermittente
Francesco Palazzo

Dopo le manifestazioni in via D´Amelio, un amico mi chiedeva com´è diventata Palermo. La domanda era motivata dalla scarsa presenza di palermitani. Aveva udito accenti non siciliani e visto poche facce conosciute. Una constatazione che merita qualche approfondimento. Insieme con un altro aspetto, molto più cupo, che ha tenuto banco sino a qualche settimana addietro. Adesso è calato nuovamente il silenzio. Sino al prossimo 19 luglio. La lotta alla mafia è così. Come un albero di Natale, è programmata per accendersi e spegnersi con tempi regolati da un timer invisibile. Il movimento antimafia dell´ultima generazione, nato all´indomani dell´uccisione del prefetto Dalla Chiesa, ha toccato il suo apice negli anni seguenti gli eventi drammatici del ´92-93. Una parte della società siciliana si era svegliata generando un´antimafia non episodica e interclassista. Non più legata, come in passato, a determinate categorie sociali, ai partiti e ai sindacati che le rappresentavano. La lotta alla mafia si era laicizzata, mettendo in comunicazione strati di borghesia e ceti popolari. Il tutto era filtrato dal mondo associativo, attraverso coordinamenti ufficiali o di fatto. Tutto ciò, negli ultimi anni, è svanito. Le realtà prima coinvolte sono tornate a svolgere, ove non scomparse, le proprie attività in solitudine. È una storia che si ripete. Come se un tornado, a cadenze regolari, ogni venti o trent´anni, si abbattesse inesorabilmente sull´antimafia. Ed è lo stesso meccanismo che porta, diciassette anni dopo una stagione stragista che ha visto cadere due magistrati simbolo, a una specie di gioco dell´oca. Anche dal punto di vista investigativo si torna alla casella iniziale. Come se Capaci e via D´Amelio fossero episodi del 2009 e non del 1992, e più di tre lustri fossero acqua fresca. Adesso, caschi il mondo, dobbiamo capire se ci fu trattativa tra mafia e pezzi dello Stato. Alcuni, tra chi allora aveva importanti incarichi, da un po´ di tempo cominciano a ricordare, ad andare dai magistrati, a rilasciare dichiarazioni pubbliche. Tanto che viene da dire: scusate, sino a oggi dove siete stati? Se certi pezzi di verità sono così importanti adesso, non vi pare che lo fossero, a maggior ragione, pure nell´immediatezza dei fatti? Da questa prospettiva sorprende sapere che la commissione Antimafia, che davamo per dispersa, ha deciso di avviare, sul possibile patto tra Stato e mafia, un´inchiesta sulle stragi del ´92-93. Intento nobilissimo. Non è, però, un po´ tardi? E le precedenti commissioni Antimafia, come mai si sono risparmiate tale fatica? Anche la magistratura pare stia riprendendo spunti d´indagine e ascoltando persone che forse andavano sentite prima. Le istituzioni di un Paese possono dirsi davvero democratiche se permangono, per un periodo così lungo, ombre inquietanti su fatti tanto gravi e destabilizzanti? Se vi fu un accordo tra le cosche e apparati istituzionali, sarebbe certamente una vergogna per lo Stato. Ma non è allo stesso modo disdicevole che passi quasi un ventennio senza che si sia raggiunto un punto fermo - giudiziario, politico e sociale - sulla questione? Anzi, che si debba ripartire quasi da capo?Per riagganciarci alla domanda d´esordio sull´assenza dei palermitani alle recenti manifestazioni, e annodare i due ragionamenti avanzati, un ultimo interrogativo. L´esistenza di un movimento antimafia strutturato, non ondivago, dialogante, vera e propria lobby coesa di pressione, di studio e d´impegno concreto, non sarebbe stata una montagna invalicabile per i ritardi, i silenzi, le smemoratezze di questi lunghissimi diciassette anni?

sabato 22 agosto 2009

Sicilia, troppo personale, ce ne vuole ancora!


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 22 AGOSTO 2009
Pagina I
Il personale gestito a colpi di slogan
Francesco Palazzo


Il presidente della Regione dichiara che gli impiegati regionali sono troppi, 21 mila e più. La notizia è abbastanza datata. Diciamo che non è uno scoop. Ora si dice che si vuole dimezzare il personale e, se è il caso, ricorrere a tagli più drastici. Vedremo. Chissà come questa volontà si può coniugare con l´arruolamento negli organici regionali di esterni, anche fosse una sola persona, e sappiamo che così non è. Tra comandati, consulenti, componenti degli uffici di gabinetto e quant´altro, non si è certo seguita, anche in questi ultimi rivoluzionari tempi, una cura dimagrante. Perché delle due l´una. O alla Regione, tra dirigenti e comparto, si è davvero fatta un´abbuffata in passato, e allora è da quei 21 mila, tra cui statisticamente qualcuno capace e di media intelligenza ci sarà, che vanno tratte le risorse umane per imprimere una svolta alla Regione. Oppure si deve dimostrare che nell´amministrazione non è vero che ci siano tanti stipendiati. È una bufala. Quindi è obbligatorio, necessario, vitale, ricorrere a professionalità esterne. Che spesso, siamo uomini di mondo e ci basta mezza parola, talvolta anche un cenno con le sopracciglia, hanno una bella targa politica appiccicata sulle spalle e magari non dispongono esattamente di profili biografici geniali o anche un minimo superiori alla media.Basterebbe, intanto, riuscire a sciogliere tale contraddizione per capire di cosa stiamo parlando. Successivamente, o contemporaneamente facciano loro, ma dovrebbe essere uno strumento base di partenza, si dovrebbe procedere alla definizione della pianta organica. Che non è un esemplare vegetale esotico, ma semplicemente la lista dei dipendenti con relative posizioni gerarchiche, allocazione nei diversi uffici, titoli di studio, professionalità acquisite nel tempo. Poi procedere ai carichi di lavoro, ossia chi fa cosa e magari, se non sembra esagerato, anche come lo fa. Conoscendo le tue risorse umane, puoi renderti conto di cosa hai in mano, dove sono i tuoi punti deboli, come devi spostare le risorse, quante di queste devi promuovere e chi sono gli scansafatiche.Messa così, sembra semplice venirne fuori. Mica tanto, visto che sino a oggi, per quanto riguarda la gestione del personale regionale, ma a quanto è dato vedere pure in altri settori strategici, siamo fermi all´annacamento. Ossia il massimo di movimento, ovviamente a favore dell´opinione pubblica, con il minimo spostamento dei processi reali. È del tutto chiaro che ci troviamo di fronte a uno dei punti nevralgici di una politica regionale che voglia chiamarsi nuova o, se si è più prudenti, di seconda o terza mano. La gestione trasparente degli uffici regionali, ossia l´utilizzo non casuale, o il non utilizzo, del personale presente, motivando e premiando i migliori, cercando di rendere innocui i lavativi o i terminali finali della politica clientelare, è, anzi dovrebbe essere il caposaldo per chiunque non si accontenti di un rifacimento della facciata, ma voglia ricominciare dalle fondamenta. Ma chi ha un simile coraggio? A oggi, nessuno. Ci si limita, nel migliore dei casi, a ignorare questa gran massa di gente che ogni mattina timbra il cartellino o, sempre più frequentemente, si colonizzano gli uffici con esterni. Non sappiamo quanto bravi e competenti, sicuramente non al corrente di cosa è un´amministrazione molto complessa come quella regionale. L´altro giorno un impiegato regionale mi diceva di sentirsi ai margini, come esiliato nel suo assessorato, e con lui tanti altri. Si chiedeva cosa rimarrà negli uffici quanto i tanti comandati messi in posizioni apicali andranno via, se non si coinvolge tutta l´amministrazione nei processi di cambiamento. Ecco, questo è esattamente il problema. Che non si risolve certo con le dichiarazioni di metà agosto.

martedì 18 agosto 2009

Fuga di cervelli dalla Sicilia: il silenzio dell'omertà e quello del dolore

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 30 del 31/7/2009
LE MORTI BIANCHE DEI GIOVANI IN FUGA
Francesco Palazzo

"Due righe dall'aldilà”. Così iniziava una lettera di un siciliano apparsa ad inizio luglio su La Repubblica - Edizione di Palermo. Proveniva da Milano e la imbucava Alessandro De Lisi. Me la sono ricordata l’altro ieri quando ho avuto una testimonianza diretta dall’aldiquà che mi ha fatto rileggere un’altra lettera sullo stesso argomento, letta recentemente. De Lisi raccontava, in fondo, una storia d’ordinaria amministrazione. Una fra le tante. Perché sono tantissime, basta fare un rapido giro d’orizzonte tra amici e parenti, le biografie che hanno bisogno di staccarsi dalla Sicilia per trovare compimento. Per avere un minimo di gratificazione personale e professionale, in contesti che non sono certo il paradiso, ma che almeno permettono un certo riconoscimento dei meriti e dei saperi. L’amara lettera di De Lisi, morto professionalmente a Palermo e rinato nel capoluogo lombardo, si può associare all’altra che citavo. Era di un ragazzo, che avendo tanti titoli, si chiedeva se vale la pena di andare fuori a cercare fortuna o se non è il caso di restare nell’isola. Giacché, rilevava, migliaia di persone, senza arte né parte, sono arruolate nei corsi formativi, alimentati rigorosamente da fondi pubblici, arrivando a prendere sino a ottocento euro mensili. Oppure, aggiungiamo noi, potrebbe attendere e vedere se gli è possibile entrare nell’ampio bacino del precariato, che ha gonfiato a dismisura gli organici pubblici. De Lisi sosteneva di non avere mandanti da svelare per questa continua emorragia d’intelligenze e questo incessante ingrossamento dello stagno Sicilia. Dove si alimentano clientelismi e la percezione che le casse pubbliche siano soltanto un bancomat dove prelevare, talvolta facendo poco, lo stipendio a fine mese. Ma noi, e certo anche lui, sappiamo chi sono i responsabili. Almeno quelli più diretti. Perché una chiamata più estesa di correità dovrebbe riguardare tutta la società siciliana. E', tuttavia, lampante che coloro i quali sono chiamati a reggere le pubbliche istituzioni, i partiti che vi entrano, avrebbero le chiavi per contenere queste morti civili. Che dopo una lunga e non dignitosa agonia nella terra che li ha visti nascere, poi resuscitano in altri luoghi meno impregnati di malapolitica e sperperi d’ogni tipo, che invece caratterizzano la nostra regione. Che il fenomeno abbia dimensioni enormi, lo si può registrare molto facilmente. L’altro giorno, una testimonianza in diretta dall’aldiquà, come scrivevo, mi ha fatto ripensare alle due lettere. Un ragazzo vivace di un paese della provincia di Palermo, con una recente laurea nel campo ingegneristico delle telecomunicazioni, conseguita presso l’ateneo del capoluogo, metteva fuori, con un sorriso rassegnato tra le labbra, la sua amarezza per non riuscire a trovare sbocchi lavorativi. Per ora fa l’agricoltore nei terreni di famiglia, è impegnato in svariate attività, la maggior parte svolte a titolo gratuito. Riesce a mettere insieme poche centinaia di euro al mese. E’ consapevole che l’aspetta, quando troverà il coraggio, un bel volo verso chissà quale destinazione. Ciò che ancora lo trattiene, si vedeva dalla passione con cui raccontava le cose che fa, è l’attaccamento verso il suo paese. Le tante attività turistiche e artistiche che organizza con i suoi coetanei per rendere più vivibile un pezzo di territorio della provincia. Come definire la sorte e il destino di questi giovani? A me appaiono alla stregua di un’infinità di morti bianche senza funerali. Un triste andare via in silenzio, che ognuno vive da solo, con la famiglia e gli amici più cari. E nel frattempo la politica che fa? Continua a gonfiare i propri ranghi e quelli delle pubbliche amministrazioni di clienti, figli, nipoti e amici degli amici. Gente che, sovente, va avanti senza titoli di studio, nel più scandaloso silenzio. Proprio come quello delle morti bianche di prima, ma di segno diverso. Un silenzio omertoso in questo caso. E poiché dobbiamo saper fare i conti sino in fondo anche con noi stessi, dobbiamo chiederci se pure noi, con le nostre parole che non sanno andare oltre l’indignazione, non facciamo per caso parte di quelli che De Lisi definiva “professionisti della morale”.

sabato 15 agosto 2009

Movida e disturbo della quiete pubblica

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 15 AGOSTO 2009
Pagina I
Gli esempi da seguire per regolamentare la movida rumorosa
Francesco Palazzo

Sullo stop ai suoni notturni assordanti, che il comune di Palermo sta contrattando con i commercianti di Piazza Olivella, l´altra mattina ascoltavo alla radio la contrarietà e i malumori di un esercente operante nella stessa piazza. Luogo da dove poi, sperando che non si tratti soltanto di un falò di mezzo agosto, estendere, alle altre roccaforti della movida palermitana, lo stop serale ad altoparlanti e rumori molesti di varia natura. Il commerciante sosteneva che non ha senso spegnere i decibel entro la mezzanotte o l´una. Essendo la città piena di turisti, non si renderebbe loro un buon servizio. Motivazione abbastanza chiara, bisogna vedere solo se corrisponde al vero. Abbiamo, infatti, l´impressione che il fare tardi la sera, rompendo i timpani alla gente che vorrebbe dormire, non è tanto un´esigenza dei forestieri, che caso mai, dopo lunghe giornate passate a scarpinare, vanno a letto molto presto, ma degli stessi palermitani. Dunque, c´entra poco il turismo. E, a riprova di ciò, forniamo l´esempio di civiltà di tre località italiane molto importanti, non posti isolati in mezzo alle montagne, che davvero vivono di turismo, visitate nella prima decade di agosto. Abbiamo trascorso quasi una settimana a Montecatini, piena di gente, pulita, con un flusso turistico degno di nota. Niente di paragonabile, per qualità e quantità, ai visitatori che sbarcano a Palermo. Lì si tratta di presenze abbastanza costanti che sostengono l´intera economia di una vasta zona, da noi siamo davanti a un mordi e fuggi che si limita agli orari diurni e non va certo in cerca di notti brave. Ebbene, a Montecatini, pur essendoci diverse attrazioni serali, tipo balere all´aperto e concerti, dopo le ventitré non si sente più anima viva. Tutti a nanna. Tale comportamento riguarda sia i soggiornanti occasionali, sia i residenti. Affacciandoti verso mezzanotte dal balcone della stanza d´albergo, l´impressione era di stare in mezzo al deserto. Evidentemente il turista apprezza, visto che ritorna. Stessa scena a Firenze, a due passi da Piazza della Signoria, uno dei siti più gettonati al mondo. Pure in questo caso, dalla finestra della pensione, dalla quale s´intravede uno scorcio della piazza, il calar delle tenebre, ossia molto prima dello scoccare della mezzanotte, coincide con una quieta assenza di rumori. Tranne il ritmico e rassicurante calpestio, da parte dei pochi che ancora sono fuori, sul vecchio pavimento che circonda la zona. E non è che nei pressi non vi siano locali, bar o pub. Nella stessa piazza, o nel vicino Ponte Vecchio, sino a una determinata ora, cioè mai dopo le ventitré e trenta, musicisti e cantanti di una certa bravura intrattengono allegramente centinaia di passanti. Uguale situazione, segno che dove si vive sul serio di turismo, non è proprio presente nel menù la baldoria sino all´alba, lo abbiamo registrato a Pisa. Alle dieci della sera, a Piazza dei Miracoli, all´ombra della celeberrima Torre, dopo una giornata di folla oceanica e composta, i negozietti avevano già abbassato le saracinesche, dentro e fuori le mura. Le luci si erano spente e ci si preparava a un´altra intensa giornata agostana. È evidente che in questi posti, così come in altri, c´è chi legittimamente preferisce divertirsi, ridere, parlare, ascoltare musica o bere sino all´alba. Vi saranno quindi certamente decine e decine di ritrovi, dove è possibile esercitare la propria libertà insonne, senza tuttavia intaccare quella dormiente della maggior parte della popolazione. Sembra che ve ne sia abbastanza da smentire la tesi dell´esercente, circa la penalizzazione dei turisti a causa della ragionevole, e molto tardiva, scelta del comune di Palermo di intervenire drasticamente. Agli inglesi, ai tedeschi, ai giapponesi, agli ospiti provenienti dalle altre regioni italiane, non importa un fico secco trovare posti all´aperto, in pieno centro, dove fare bagordi sino all´alba. La cosa interessa una piccolissima percentuale di palermitani. Che saranno così gentili da trovarsi opportunità di divertimenti simili, in posti o in orari tali da consentire a tutti delle notti decenti.

giovedì 13 agosto 2009

L'onore dei siciliani

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 12 AGOSTO 2009
Pagina I
La partita sempre uguale intorno alla Sicilia offesa
Francesco Palazzo

Dobbiamo ammetterlo. Questa volta il boccone per la compagnia dei difensori del buon nome della Sicilia, sempre in allerta per cogliere anche un impercettibile movimento di fronda, era ghiotto. Non poteva sfuggire ai buongustai, alle buone forchette dell´onore perennemente ferito. Nella brochure di una catena alberghiera spagnola compare, nero su bianco, una tagliatina di faccia nei confronti del triangolo appoggiato sul Mediterraneo. E voi volevate, per giunta ad agosto, quando c´è poco da fare, con il Partito del Sud già archiviato, che i nostri amici rimanessero in silenzio? Ovviamente l´esca era pronta anche per noi, ai quali viene naturale insorgere a queste indignazioni stagionali con una reazione uguale e contraria. La partita, sia chiaro, è dura e impegnativa al massimo. Non sappiamo quando è iniziata. Probabilmente non finirà mai, o non terminerà presto. Nei ranghi di ambedue le squadre troviamo di tutto. Un mondo trasversale che pare non si calcoli tanto nei periodi di calma. Ma non è così. Si guardano a vista, le due formazioni, con l´udito teso e le armi della polemica (e della contropolemica) sempre pronte. Non appena è il momento, e qualche malcapitato sgarra, ecco dissotterrate le armi. Sempre pronte, lucide e oleate. In tali momenti, come dice il poeta, s´ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo. Dove destra e sinistra sono soltanto posizioni geografiche, logistiche, e niente c´entrano con la configurazione topografica e ideologica dello schieramento politico. Che una volta si chiamava dell´arco costituzionale, oggi non sappiamo più come nominarla. Stavolta il richiamo, dicevamo, era potente. Neppure il solleone o lo scirocco potevano bloccarlo, tenerlo calmo, a cuccia. Quel «Sicilia, triangolo nel Mediterraneo, culla di Cosa nostra», immortalato in una brochure alberghiera, è un mortaretto scagliato in mezzo alle tante spinte di rinnovato autonomismo che serpeggiano, in questi ultimi tempi, tra le formazioni politiche che si fronteggiano in Sicilia. Volevate che non si scatenasse il putiferio, con richiesta di scuse formali, subito fornite dalla catena alberghiera? Quest´ultima, d´altra parte, oltre che difendere e non pregiudicare corposi interessi economici, avrà avuto un po´ di timore nel fronteggiare il fuoco di fila che subito si è alzato dalle contraeree della compagnia dei difensori. Il polverone sollevato è, altresì, un tric-trac lanciato tra le gambe di quanti, e forse non sono pochi, non sanno che farsene di autonomismi vari, di centrodestra o di centrosinistra poco importa. E vorrebbero, magari senza esagerare, una normale, ordinaria civiltà sociale e politica. Di quelle che si vedono abitualmente in giro in altre regioni italiane o fuori dal nostro Paese. E nelle ferie estive, avendo la possibilità di varcare più facilmente lo Stretto, ci si rende conto della differenza abissale che passa tra un onore difeso con cattive pratiche, ed è il nostro caso, e una moralità condita di grande decoro e utilizzo per la collettività dei fondi pubblici. Aspetti che caratterizzano società che si difendono con il loro presente e non facendo riferimento a un passato che, come siciliani, non sappiamo preservare. Che la Sicilia, oltre che culla della mafia, perciò non capiamo i rimbrotti furiosi verso la catena alberghiera, sia anche la progenitrice di tante altre cose positive, in primo luogo dell´antimafia, è un fatto certo. Come tuttavia possiamo custodire, promuovere e migliorare ciò che di buono siamo stati, se il nostro presente quotidiano è fatto di tante azioni, pubbliche e private, molto più gravi della brochure incriminata? Per dirla tutta, siamo un po´ stanchi della compagnia dei difensori. La prossima volta cercheremo di non reagire al loro cliché comunicativo e li faremo cuocere nel loro brodo. Perché, in fondo, siamo pure stanchi della nostra banale risposta, anch´essa sempre uguale. Scatenata da uno stimolo protettivo che non tutela la Sicilia, ma che vuole solo nascondere il sole con un dito.

lunedì 10 agosto 2009

Per andare oltre questo cristianesimo

Repubblica Palermo
Domenica 9 Agosto
Francesco Palazzo
Recensione: Augusto Cavadi - In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani (Falzea Editore, pagg. 244, euro 15)

Il libro di Cavadi inizia con una domanda: si può, insieme, credere e pensare? E una constatazione: il cristianesimo è malato. La chiesa reagisce conservando tutto o ricorrendo al revisionismo felpato. La proposta è quella di un "oltre-cristianesimo". Ma come salvare il divino? Per l’autore, l’uomo, interrogandosi sul cosmo, sente un fondamento intelligente. Il testo continua con un duplice quesito. Quanti si dicono vicini al cristianesimo e coloro che lo rifiutano, sanno di che si tratta? Bisogna accostarsi a esso con occhi nuovi. In teologia vi sono stati profondi cambiamenti. Vediamo alcuni passaggi. Gesù annunzia il regno di Dio, non una religione. La fine del mondo tarda. La chiesa si propone per dare una mano. Credere non è più una pratica di vita, ma l’accettazione di dogmi. Questa fase giunge al Concilio di Trento e alla Controriforma. Intanto c’è stato Lutero: solo la fede salva. L’illuminismo è uno spartiacque. Il cattolicesimo reagisce male, i protestanti dialogano con la modernità. Si arriva all’infallibilità papale (1870), che un papa aveva condannato come eresia. Il tempo stringe. La modernità scompare nel post-moderno. Il Concilio Vaticano II (1962-65), cerca di dare delle risposte. Il mondo cambia, l’arroccamento non serve più. Il cristiano non è più depositario di nulla. Anzi, per Cavadi, nei contenuti non apporta nulla di nuovo. E’ un laico, in cammino tra i tanti. La sua vita è solo vivificata dalla comunicazione con Cristo. Nel testo questo "post-cristianesimo" ha un volto preciso: liberazione dal superfluo, sessualità serena, ri-fidanzamento con la terra, ricerca di una globalizzazione verso una vera universalità. “Per anni - rivela Cavadi - sono stato attento a non ridurre Dio alla dimensione orizzontale. Ma la peculiarità del cristianesimo è nella concretezza del fratello, via privilegiata per aprirsi al mistero del Padre”. Un giovane teologo, nel 1963, (pag. 159), affermava: “L’amore è completamente sufficiente, non occorre altro. Il sacramento del fratello è l’unico requisito di salvezza”. Oggi quel tipo è conosciuto come Benedetto XVI. La risposta intorno al credere e al pensare, è, per Cavadi, una sfida da accettare a viso aperto. Il libro è dedicato a coloro che non hanno chiuso la partita. E vogliono tenere accese le fiammelle della fede e le possibilità della ragione.

mercoledì 22 luglio 2009

Palermo, metri preziosi nel sottosuolo

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 22 LUGLIO 2009
Pagina XVII
IL SOTTOPASSO COME METAFORA
Francesco Palazzo

Quattro nuovi sottopassi a Palermo. Il primo, tirato a lucido dal Comune, già funzionante. Gli altri tre in fase di recupero. Servono a passare da una parte all´altra di viale Regione siciliana. Per controllarli giorno e notte ci vogliono 160 persone. «Almeno 160», fa sapere la società che li impiegherà. E su questo «almeno» si potrebbe scrivere un saggio e prevedere il prosieguo della storia. Intanto, partiamo da un numero di 40 per sottopasso, due addetti di giorno e tre di notte. La paga è di 620 euro al mese. Dunque in media ognuno dei 160 costerà alla Regione, perché è lei che ci paga questi sfizi, mille euro mensili. Quindi ogni trenta giorni, per vegliare su quattro sottopassi di cento metri ciascuno, occorrono la bellezza di 160 mila euro. In un anno ne spenderemo 1,9 milioni. Che, divisi per 400 metri fanno, puliti puliti, 4.800 euro al metro. Mai unità di misura fu più valorizzata e tenuta in massima considerazione. Se le autostrade, e le vie di collegamento statali e provinciali, costassero annualmente tanto a metro, potremmo scordarcele. Torneremmo alle mulattiere. Immaginiamo, con tanto personale impegnato notte e giorno, con quanta cura ognuna di queste preziose unità metriche del sottosuolo palermitano sarà sottoposta a continue verifiche di tenuta e stabilità. Quasi le invidiamo. Continuamente lucidate, spolverate, ingrassate, dipinte e ammirate. L´unico affronto, per i 400 metri in questione, è che verranno ignominiosamente calpestati dai palermitani. Di notte potranno riposare, non c´è dubbio, saranno solo oggetto di contemplazione da parte dei guardiani. Ma non appena sorgerà il sole, ecco che una certa quantità di palermitani, non rendendosi conto di quanto ci costano, sarà pronta a passarci sopra. E ogni volta sentiremo come un sussulto, una fitta al cuore. E allora non potremo che ricordare, per provare a consolarci, com´è stato definito nel 1983 a Parigi, città che già sarebbe fallita se un metro avesse costi di gestione così alti come da noi, la nostra unità di misura. Era in corso la conferenza generale dei pesi e delle misure. Roba mica da ridere. Sentite la poesia nascosta dietro la scienza: «un metro è definito come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/299792458 di secondo». La luce, il vuoto, il tempo. Cosa volete che siano i nostri conti di mediocri e dilettanti ragionieri di bilanci pubblici, di fronte a codesti indiscutibili, indefinibili e indefiniti assoluti della vita eterna. Già messa così, converrete, i 160 e più lavoratori che si alterneranno, avendo di mira la stabilizzazione presso mamma Regione, per prendersi cura dei nostri coccolati 400 metri, sembrano pure pochi. Se solo si fosse riflettuto un attimo qualcuno sarebbe magari arrivato alla conclusione che di guardiani ce ne vorrebbero 1.600, 400 per sottopasso, 20 per il turno diurno e 30 per il notturno. Ovviamente l´aumento esponenziale dei controllori avrebbe anche un altro, fondamentale, risvolto. Oltre che per la riflessione sulla luce, il vuoto, il tempo, la decuplicazione d´incaricati potrebbe servire, infatti, a sollevare di peso, senza tante discussioni, i passanti da terra all´ingresso e trasportarli all´uscita. Senza che sia permesso loro di calcare, e perciò offendere, nessuno dei quattrocento sacri metri.

venerdì 17 luglio 2009

Sicilia, patti etici e patti elettorali

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
17/7/09 - Pag. 47
I PATTI ETICI SCRITTI SULLA SABBIA
Francesco Palazzo

Come si legge nell’Ecclesiaste, per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. Non vorrei prenderla troppo alla lontana, ma è la prima cosa che ho pensato leggendo, su più versanti, di patti etici che vengono proposti alle forze politiche siciliane per uscire da un autonomismo assistenzialistico e sprecone e prendere la strada dello sviluppo. Viene prospettata, con diversi accenti e sensibilità, un’alleanza che sorvoli amabilmente sulle attuali divisioni e metta insieme i migliori. Capisco bene il senso nobile del richiamo. Tuttavia, il retrogusto che lascia una simile esortazione è lo stesso amaro e scettico. Come quello che può dare un già sentito che sai non porterà proprio da nessuna parte. Basta domandarci quante volte abbiamo ascoltato di simili incitamenti e le conseguenze che ogni volta ne sono scaturite. A volere essere generosi, meno che niente di buono ne è mai venuto fuori. Mi rendo conto che il momento può apparire opportuno per riproporre tale direzione di marcia. Alcuni segnali, provenienti dal mondo politico siciliano, sono abbastanza evidenti. C’è chi si pone l’amletica domanda se ci debbano essere più partiti del sud o più sud nei partiti, chi ha già messo in cantiere uno o due partiti del sud, fotocopie sbiadite della Lega Lombarda, chi cerca all’assemblea regionale di mettere insieme le forze per far passare i provvedimenti che servono alla Sicilia, spaccando i partiti. Con la conseguenza, in quest’ultimo caso, di bloccare tutto. Come già accaduto con la legge di aiuto alle imprese. Un primo test sul quale è miseramente naufragata la (non) maggioranza che il nuovo governo regionale diceva di avere all’Assemblea Regionale. Sullo sfondo, più o meno evidente, da destra a sinistra, il tentativo di porre in essere un sicilianismo riverniciato e adatto ai tempi che corrono. Una nuova questione meridionale che rinasce dalle proprie ceneri. Senonchè, facendo riferimento al libro biblico citato, non è più tempo per simili chiamate alle armi. Anzi, ciò che occorre come il pane, è un dipanamento della matassa siciliana, eccessivamente aggrovigliata e monocromatica. Troppi vogliono il progresso in Sicilia e in molti c’è questa voglia irrefrenabile di abbattere i distinguo, di coalizzare le forze, di fare quadrato per salvare l’isola. Storia vecchia. Intanto, talvolta quelli che oggi si ergono a salvatori, ieri sono stati proprio i protagonisti del disastro attuale. Poi c’è qualcosa che non va in quest’unanimismo. Quando quasi tutti desiderano la stessa cosa, vuol dire che qualcuno bara e qualche altro gioca con le parole. In questi casi è meglio ricorrere all’unico patto fondante della democrazia. Quello tra eletti ed elettori. I patti etici sono facili a farsi, perché in fondo sono scritti sulla sabbia, non hanno valenza obbligatoria e stringente per nessuno dei contraenti. In genere, peraltro, sono delle azioni unilaterali in cui a decidere è un unico soggetto plurale, quello che al momento detiene il coltello del potere dalla parte del manico. La strada può e deve essere più trasparente. Se attualmente vi sono forze politiche in Sicilia che intendono inaugurare una stagione diversa, è inutile che si complichino e che ci complichino la vita con incontri bilaterali al lume di candela o tattiche parlamentari acrobatiche. Definiscano con nettezza cosa vogliono, dicano chiaramente all’elettorato siciliano chi sta con chi e per fare cosa. Quando saranno pronti, propongano ai siciliani e alle siciliane di valutare e scegliere con il mezzo meno ambiguo che sinora conosciamo, il voto. In modo che il patto che si stabilirà tra elettore ed eletto, ognuno con la propria dimensione etica, sarà cristallino, misurabile nel tempo, nelle realizzazioni pratiche e nelle disposizioni di legge approvate dalla maggioranza e controllate dall’opposizione. Se non c’è questo passaggio, e con tutte le buone intenzioni si cerca di favorire una mischia indefinibile e trasversale, all’insegna del mettetevi insieme voi che siete bravi, la politica nella nostra regione peggiorerà. Diventando, sempre più, un arnese nelle mani di quanti intendono il mandato popolare ricevuto come un’autorizzazione a fare, tra un’elezione e un’altra, tutto e il suo contrario.

Santa Rosalia, i due sindaci

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 17 LUGLIO 2009
Pagina XIV
ERRORE DEL SINDACO SU SANTA ROSALIA
Francesco Palazzo

Signor Sindaco, ormai è andata. Il festino 2009 è stato archiviato. Lei ha deciso di non partecipare il 14 sera. Se il suo non salire sul carro di Santa Rosalia, gridando "Viva Palermo e Santa Rosalia", poteva essere visto lo scorso anno come un segno apprezzabile di laicità, il mancare questa volta completamente alla manifestazione può essere considerato come un segno di resa. Lei temeva che la sua semplice presenza potesse essere, come già nel 2008, il catalizzatore di varie proteste. Ma il problema è la forma, il momento, delle rimostranze dei cittadini, o la sostanza che sta dietro ai tanti malesseri che stanno spaccando in mille pezzi Palermo? Dovrebbe riflettere su questo. Nell´era orlandiana, è stato lo stesso ex sindaco a ricordarlo nei giorni scorsi nell´aula consiliare, la serata della festa laica dedicata a Rosalia, segnava, insieme a quella della santa, anche l´apoteosi del primo cittadino. Il quale, sapendo quanto il palermitano tiene alle celebrazioni della patrona, s´inventò la sua «acchianata» proprio sotto il Comune. Un gesto dove la politica e il populismo si mischiavano e plasticamente rappresentavano la capacità di un sindaco di mettere insieme l´anima popolare e quella borghese della città. E, infatti, entrambe le sensibilità accorrevano all´evento ascendente, tra il sacro e il profano, dell´orlandismo. In questo quadro stava tutta la forza elettorale dell´ex democristiano fondatore della Rete. E nel frantumarsi di esso sta la difficoltà del centrosinistra di tornare a guidare la politica cittadina. Ma oggi parliamo delle sue scelte sul fronte del Festino. Signor sindaco, la vita politica è fatta anche di simboli. Da tale punto di vista, può essere certo che ha perso un´occasione, probabilmente l´ultima, per riagganciarsi agli umori della comunità che amministra da nove anni. Avrebbe fatto meglio a ripensarci. Se fossero scattati alcuni fischi di contestazione nei suoi confronti, se qualcuno avesse inalberato qualche cartello contro la sua persona, non doveva pensare male. Si tratta di gente che la vuole aiutare, nell´ultima fase del suo secondo quinquennio, ad amministrare meglio Palermo. Non se la prenda. Ammetterà che questa città è un po´ lasciata a se stessa. Lo ha sottolineato durante la sua omelia anche lo stesso arcivescovo di Palermo. Che non fa certo parte di quella schiera che scende in piazza a protestare. Gestire una metropoli non è cosa semplice. Tuttavia, al suo esecutivo, alla maggioranza che lo sostiene o lo sosteneva, non venivano chiesti atti eroici. Al limite solo una banale ordinaria amministrazione. Che purtroppo sinora non c´è stata. Lei converrà su questo. È inutile ricordare alcuni passaggi come le Ztl, l´Amia o l´aumento della Tarsu. Aveva la possibilità, dopo l´annuncio di volere azzerare la sua giunta, alla quale certo lei stesso non darà un voto altissimo visto che la vuole cancellare, di presentarsi a questo Festino con una squadra di assessori nuovi di zecca, competenti e motivati. Invece è ancora fermo all´annuncio, pare che se ne parlerà ad agosto. Quanto può aspettare ancora Palermo? Questa fase, come le altre del resto, appare troppo condizionata dai partiti, dai posti che spettano a questi e a quegli altri. Essendo al suo secondo mandato, nessuno dovrebbe vincolarla più di tanto nella sua azione. E se qualcuno lo fa, ecco chi sono i suoi nemici. Non quelli che inveiscono pubblicamente e democraticamente contro il governo della città. Non sono tra coloro gli avversari di Palermo. Li cerchi altrove.

mercoledì 24 giugno 2009

Lavavetri e senso civico

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 24 GIUGNO 2009
Pagina XVII
Se il senso civico si riduce alla denuncia dei lavavetri
Francesco Palazzo

Dopo il blitz di metà giugno per una settimana c´è stato il deserto. Ma da alcuni giorni i lavavetri di via Perpignano sono tornati. Con loro anche il giocoliere slavo che intrattiene i passanti. Ad aprile del 2008 c´era stata un´altra «retata», con sette fermati, stavolta pare siano stati due. Poi nuovamente si era tornati alla normalità. Devo dire che il dispiegamento ultimo di forze, quindici volanti e un elicottero, con appostamenti precedenti l´azione, mi ha stupito. Da venti anni transito da quei semafori. All´andata e al ritorno. Mai è capitato che al mio usuale rifiuto, diretto al lavavetri, mi sia stata opposta una frase irriguardosa. Non parliamo di aggressioni o danneggiamenti dell´auto. Ho cercato di spiegarmi la cosa. Può essere che la mia faccia, non esattamente nordica, richiami tratti comuni e perciò sono scambiato per un collega che ha fatto fortuna. Oppure hanno capito dal mio sguardo truce che sono nato a Brancaccio e temono pesanti conseguenze. O, semplicemente, il vetro è sempre talmente sporco che la mia opposizione è scambiata per un aiuto. Non sono un cliente da ripulire in pochi secondi. Supposizioni. Messe fuori gioco da un´evidenza. Non ho mai notato che ad altri, nei tantissimi frangenti in cui ho atteso il verde, sia capitato qualcosa di spiacevole da parte di chi vuole renderti, a volte con un´insistenza che non sempre si è disposti ad accettare, la vita meno sudicia. Metti che hai litigato con il capufficio, con tua moglie o che hai appena scoperto che il collega ti ha sgonfiato le gomme. In quei momenti il nervosismo prevale e qualsiasi interferenza nel privato può essere letta come un atto violento. Che, per carità, qualche volta si consumerà con insulti e qualche danno al bene mobile. Ma ditemi voi, se quindici volanti e un elicottero non sono troppi pure per prendere il capo dei capi. Qualche segnalazione, comunque, da regolare consumatore, la farei sul famigerato tratto di asfalto. Più che i lavavetri immigrati, mi hanno sempre di più incuriosito i palermitani. Disdegnano il ramo lavorativo pulizia vetri. Si confrontano direttamente col mercato. Ti vendono dall´accendino, alla penna ad altri gadget. Oppure distribuiscono volantini pubblicitari. C´è chi vuole inondarti di fortuna con schedine precompilate. Il loro atteggiamento, quando ti propongono l´acquisto, non è esattamente il massimo della discrezione. Infilano la testa dentro l´abitacolo, se hai lasciato aperto il finestrino, o ti chiedono di abbassarlo. Poi t´impongono una stretta di mano, e un piccolo, incisivo, discorso sulle difficoltà della vita. Tale modo di porsi, che è veramente un intrufolarsi nella tua vita, mi genera un fastidio che non percepisco nei lavavetri, in genere sorridenti. Il palermitano semaforista professionista è, al contrario, un po´ arrabbiato, pare in procinto di esplodere la sua rabbia dentro la tua auto. Anche lì, le conseguenze fisiche sono irrilevanti. Ciò che, piuttosto, deve allertare la vigilanza di guidatori corretti e pedoni indifesi, è altro. Si rischia molto di più nelle corsie d´emergenza. I siculi chiusi nelle scatolette metalliche, pur di superare file di centinaia di metri, o per riuscire a schivare in extremis il rosso, oppure per partire in pole position quando scatta il verde, sono disposti a percorrere a velocità elevate le corsie riservate. Normale amministrazione. Nessuno si lamenta. Il senso civico, che porta a denunciare al 113 i lavavetri, in questo caso si addormenta del tutto. Sia chiaro, chi non ha mai varcato le strisce proibite, scagli la prima pietra. Non ai lavavetri. Che già basta e avanza l´elicottero. Sin qui siamo alle umane cose. Per quelle divine dobbiamo rivolgerci altrove. In certi momenti, sempre nei pressi del crocevia perpignanesco, sono rapito dalla dimensione soprannaturale, che m´indurrebbe a chiamare, seduta stante, la protezione civile. Succede quando, nelle attese snervanti, intruppato dentro code che avanzano a passo di lumaca, ricordo le promesse dell´amministrazione cittadina circa l´eliminazione del tappo di via Perpignano. Ecco, esattamente in tali frangenti, per capire che fine ha fatto il sottopasso, e che ne è dei ponti pedonali e ciclabili Perrault, che dovevano felicemente levarsi nella zona, una decina di elicotteri li manderei senz´altro.

martedì 16 giugno 2009

Movimenti e Partiti in Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ 16 GIUGNO 2009
Pagina XV
IL VOTO PREMIA GLI "ESTERNI", UNA SFIDA PER PD E MOVIMENTI
Francesco Palazzo

Due questioni, dopo le elezioni europee, riguardano lo stato di salute del Partito democratico e il futuro del movimento Un´Altra Storia. Due tematiche intrecciate da alcuni anni, quelle dei partiti e dei movimenti. I primi più controversi, ma abbastanza stabili, i secondi più informali e vitali, ma che non tengono alla media distanza. Talvolta copiando il peggio dei partiti. Nel Pd si è fatta strada una prima controversia. Di chi è il merito delle affermazioni di Crocetta e della Borsellino? Questione che lasciamo a chi vuole tormentarsi più del dovuto. Basterebbe solo dire che senza il Pd, rimanendo nelle loro formazioni di appartenenza, mai Crocetta e la Borsellino avrebbero messo insieme quasi quattrocentomila voti. Al contempo, queste candidature hanno portato ai democratici nuova linfa, pronta a dileguarsi tra le polemiche se non la si sfrutta in tempo. Che però i nodi del Partito democratico siano tutti ancora sul tappeto è dimostrato dai consensi presi dai due nomi che più rispondevano alle sensibilità forti del partito, l´ex diessina e l´ex margheritina. Sia Tripi che Barbagallo non sono arrivati neanche a 70 mila voti ciascuno. Segno che il partito, pure con la triplice preferenza, non riesce neppure a promuovere due candidature di una certa levatura. Con ciò non vogliamo dire che i democratici siciliani non hanno qualche elemento per tirare un sospiro di sollievo. Ma da questo a dire che è iniziata una nuova fase, ce ne corre. Anche perché la tenuta del partito nel resto d´Italia, lasciando stare la folata europea e guardando le amministrative, è già abbastanza precaria nelle roccaforti emiliane e toscane. Se lì non si festeggia, figuriamoci in Sicilia. Da noi il centrodestra mantiene complessivamente il suo patrimonio elettorale, è in fase di grande sofferenza la sinistra estrema ed è molto indebolito, o esaurito, il richiamo dei movimenti. Sui quali va detto qualcosa. L´ultimo, in ordine di apparizione, e siamo al secondo argomento, è Un´Altra Storia. Che ha registrato una spaccatura sulla candidatura della Borsellino nel Pd. Basta vedere il sito, fermo dal 20 aprile a dopo le elezioni, e i commenti in esso contenuti, per rendersi conto che non si può minimizzare affermando che si è trattato solo delle dimissioni di poche persone. Peraltro, una lettera girata per e-mail alla vigilia del voto, pare condivisa da molti oltre i pochi firmatari, segnalava criticità sostanziali nel percorso decisionale di Un´Altra Storia circa l´inserimento della propria fondatrice tra i democratici.La spinta di molti aderenti al movimento era quella che la Borsellino accettasse il coinvolgimento in una delle liste della sinistra o in Italia dei valori. Alle elezioni politiche del 2008 la Borsellino era in corsa per il Senato nella Sinistra Arcobaleno, questa volta senza polemiche interne, rimanendo con niente in mano. Un nulla di fatto che si sarebbe replicato se si fosse accasata tra le file della sinistra, e una difficile elezione se avesse accettato le avance dei dipietristi. In entrambi i casi non ci sarebbe stata la valanga di voti che l´ha premiata. E che la pone come un punto di riferimento per lo stesso Pd. Più di quando si candidò alla Regione nel 2006. Basta ricordare che tutti i candidati della sua Lista Rita presero meno della metà delle preferenze da lei adesso racimolate da sola. Ora sarà difficile indirizzare il movimento verso la sponda del Partito democratico. Che è visto, da gran parte della sua creatura politica, come il fumo negli occhi. Così come lei del resto, sino a ieri, non era mai stata tanto amata dai democratici. Probabilmente Un´Altra Storia, come tutte le esperienze collettive basate sul carisma di un leader e sulla voglia di ripartire spontaneamente dal basso, è giunta al capolinea come forza politico-elettorale. Questo non è necessariamente un grosso problema. Visto lo scenario politico, sempre più polarizzato su poche formazioni, è indispensabile non insistere su battaglie di minoranza che restano ai margini e non raccolgono molti voti. Crediamo che la Borsellino, a un certo punto, abbia proprio afferrato questo concetto e sia andata avanti con decisione. Dimostrando di avere un certo fiuto politico e una buona dose di coraggio.

sabato 13 giugno 2009

Europee in Sicilia: antimafia promossa, sinistra bocciata

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultuta, Economia
12 giugno 2009
Pagg. 8 e 9
Quando trionfa l'astensione
Francesco Palazzo

Il voto per la consultazione europea, per la tipologia di scelta e anche per lo stesso meccanismo elettorale, che prevede sino a tre preferenze, si presta poco a una trasposizione diretta sul livello regionale. Alcune considerazioni, tuttavia, dal voto siciliano per il parlamento di Strasburgo, si possono trarre. Intanto, va registrata la forte astensione dal voto, tipica di chi è abituato a recarsi ai seggi per risolvere incombenze personali e ritiene, perciò, distante una competizione che non rientra, immediatamente, nel meccanismo, ben conosciuto, del dare e avere. Ciò ha provocato una diretta conseguenza sui seggi attribuiti. Dagli otto previsti si è scesi a sei, con indubbia perdita di rappresentanza e di visibilità per il collegio isole. Partendo da tale aspetto, una prima considerazione va fatta rispetto alla deputazione siciliana che giunge a Strasburgo. Dei sei deputati eletti, ben quattro (due del PD, uno di Italia dei Valori e uno dell’UDC), sono all’opposizione del governo nazionale e, visto come vanno le cose nella maggioranza regionale, anche di quello siciliano. Non è una notazione da poco, tenuto conto che la Sicilia esporta, di solito, deputazioni composte al loro interno da un consistente numero di soggetti legati alle maggioranze al momento imperanti nel paese e in sede locale. Un secondo aspetto, anche questo abbastanza in controtendenza, è la promozione sul campo, a suon di voti, dei candidati antimafia. L’etichetta probabilmente è limitante per i singoli. Ma non si può disconoscere che persone come Rita Borsellino, Rosario Crocetta, Leoluca Orlando (o Sonia Alfano, che a quanto pare subentrerà per lo scorrimento della lista), hanno tutti una biografia connotata nel senso della lotta alla criminalità mafiosa. Visto che, sino a qualche tempo addietro, si diceva che l’antimafia non porta voti, ci pare questo un esempio lampante di come le cose possano modificarsi in certe circostanze. E’ ovvio che, in questo ragionamento, pesa il fatto che il voto d’opinione si libera più nelle elezioni che decidono di organismi che vengono vissuti come lontani rispetto alle esigenze quotidiane. Cosa si può chiedere, in termini clientelari, a un deputato europeo? E cosa quest’ultimo può promettere in previsione dell’elezione? E come la mafia può intercettare il voto europeo? Il voto d’opinione, altra questione, com’è facilmente intuibile, anche se non sempre percepibile, è qualcosa di cui tutte le formazioni politiche ddispongono. Si tratta di una specie di zoccolo duro che è pronto a rifugiarsi nel proprio simbolo. Per abitudine politica o perché ritiene che ve ne sia bisogno in certi momenti. Quello che, invece, si mobilità attorno a questioni specifiche, tipo la legalità e l’antimafia, spesso si sposa con il raggruppamento politico che guarda a sinistra. E, nel caso delle europee del 6 e 7 giugno è stato davvero consistente. Parliamo di quasi cinquecentomila voti, la dote elettorale che ha investito un drappello di cinque, sei persone, nel nome dell’antimafia. Al punto che, e passiamo a un altro spunto di riflessione, il più grande partito del centrosinistra siciliano, quello democratico, è passato dalla più nera crisi, che si pensava dovesse uscire dalle urne, a un certo spiraglio di vitalità. Perché, essere quotato dai sondaggi preelettorali a non più del 17 per cento, e invece ritrovarsi a lambire quota 22 per cento, ha significato, per i democratici siciliani, passare da una morte annunciata a una nuova stagione. In questa lettura consolante, probabilmente, da parte dei dirigenti democratici, c’è troppo ottimismo. I numeri complessivi regionali usciti dalle europee, altro punto di riflessione, infatti, ci dicono che il dislivello, meglio dire la voragine, tra centrodestra e centrosinistra è sempre misurabile nell’ordine di trenta punti percentuali. Una distanza che richiede un lavoro di medio-lungo periodo per essere scalfita sensibilmente. Per rendere tale compito percorribile, e quindi aumentare le possibilità dell’alternativa in Sicilia, e in definitiva le chance della democrazia sostanziale, occorre che la sinistra estrema, e andiamo all’ultima osservazione, riesca a trovare una configurazione politica che non disperda, nella divisione, tanti voti. Lasciando tanto elettorato solo con la possibilità di votare, senza essere poi rappresentato. Né al parlamento regionale, né in quello nazionale e, adesso, pure in quello europeo. In Sicilia l’operazione ripresa della parte a sinistra del Partito Democratico richiederà, ammesso che la si voglia tentare, una dose supplementare di generosità politica e lucidità strategica che, al momento, non intravediamo.

mercoledì 10 giugno 2009

Europee in Sicilia: cosa è cambiato?

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2009
Pagina I
Sfida sospesa alla Regione
Francesco Palazzo

Dopo il voto europeo è cambiato lo scenario politico siciliano? Guardiamo alla prospettiva più immediata, il futuro del governo regionale in carica, e a quella a medio termine, cioè i rapporti di forza tra le due coalizioni. Dando per scontato che valgano i raggruppamenti che alle regionali del 2008 sostennero Lombardo e la Finocchiaro. Il primo verdetto è sull´incompleto Lombardo bis. Per l´Mpa l´asticella del 4 per cento era proibitiva. Gli autonomisti tuttavia possono contare su un dato siciliano non trascurabile. Raggiungendo il 15,64, pur non da soli, si pongono come terza forza politica regionale. Da dove prendono tale consenso? Certamente dal Partito delle libertà, al quale le lotte interne non hanno giovato. Oltre a farlo retrocedere di molto in Sicilia, hanno condizionato il risultato di Berlusconi a livello nazionale. Da questo punto di vista, la Sicilia, che sinora era il granaio azzurro, si presenta come l´anello debole del nuovo partito che ha unito Forza Italia e An. Per completare il ragionamento sul centrodestra, va detto che l´ipotizzata caccia all´Udc, che qualcuno paventava fosse il vero obiettivo della rivoluzione lombardiana, non si è consumata. Dai seggi siciliani esce infatti uno scudocrociato vivo e vegeto. Se quindi il tonfo del Pdl siciliano facilita il piano del governatore, la tenuta di Cuffaro e soci mette più di una pietruzza nel meccanismo politico appena inaugurato da Lombardo. Tutto questo più che alimentare i venti di guerra consiglierà tutti i contendenti, per motivi diversi, a ricompattarsi in poco tempo. Ma veniamo ai rapporti di forza più generali, meno legati all´oggi. Il centrodestra, che nel 2008 ha vinto le regionali con il 68,1 per cento, sfiora alle europee il 64 per cento. Sembra una flessione del tutto fisiologica, niente di strutturale. Una pagliuzza, visto quello che è accaduto nelle stanze del potere regionale. Mancano comunque quattro punti che, a occhio e croce, sono transitati nel centrosinistra. Che, infatti, passa dal 28,6 delle ultime regionali, al 33,37 delle europee. Con Italia dei Valori che, con il 7,13 per cento, quadruplica i consensi ottenuti alle ultime regionali. Per il Partito democratico, pure e soprattutto in Sicilia, si temeva una specie di spappolamento. Esso riesce invece, con il 21,88 per cento, a invertire il passo falso delle regionali (18,8 per cento) e intravede il 25 per cento che alle politiche superò in entrambi le circoscrizioni della Camera. Va tuttavia rilevato che la dote elettorale siciliana del Pd, debba diversi punti percentuali, probabilmente proprio i quattro in più, a candidati come Borsellino e Crocetta, che si sono certamente giovati del contenitore democratico, ma il cui elettorato non è direttamente ascrivibile al partito di Franceschini. Sia in questo caso, così come per Italia dei Valori, siamo di fronte a un consistente voto d´opinione, che per sua natura è abbastanza occasionale e volatile. Questo consenso, che in genere si libera nelle competizioni che lasciano più spazio all´elettore, e qui addirittura si potevano esprimere tre preferenze, difficilmente poi si trasferisce nelle competizioni in cui comanda la preferenza unica e dove si attivano i consueti meccanismi clientelari. Se a quest´ultima considerazione aggiungiamo gli esiti elettorali delle due liste della sinistra estrema, che pure messi insieme non sarebbero riusciti a valicare lo sbarramento del 5 per cento previsto dalla legge elettorale regionale, possiamo trarre la convinzione che poco si è spostato nella politica regionale.

sabato 6 giugno 2009

Contributi associazioni: da sudditi a cittadini

CENTONOVE - 5 GIUGNO 2009
Pag. 46
ASSOCIAZIONISMO FAI DA TE
Francesco Palazzo

Sull’argomento contributi alle associazioni, distribuiti tradizionalmente a pioggia dalla regione e momentaneamente bloccati dal commissario dello stato, è utile continuare a riflettere. Sia perché tra un po’ la politica regionale deciderà comunque qualcosa in merito, non modificando di molto la sostanza della questione. Sia perché va verificato se è possibile mettere in campo ragionamenti diversi. Brevemente, la domanda è la seguente. Si può nel campo associativo, almeno in quello, preponderante, che si basa sul lavoro volontario, creare, alimentare e consolidare un circuito virtuoso che provenga dalla società e che non attenda l’improbabile conversione della politica, casomai provando a influenzarla? Se la domanda alla politica è sempre quella assistenzialistica, più o meno clientelare, l’offerta non potrà che essere conseguente. Perché meravigliarsene. C’è chi vende e c’è chi compra. In questo, come in tante altre porzioni della vita pubblica siciliana, si può ben dire che gli eletti sono lo specchio degli elettori. La sfida sta nel modificare radicalmente la domanda che viene dal variegatissimo mondo dell’associazionismo che si basa sul volontariato. Non è impresa semplice. Decenni di assistenzialismo gratuito, di fondi a perdere, hanno creato un’abitudine all’intervento risolutivo della mano pubblica. Anche altri settori ricevono ossigeno per respirare dalle pubbliche istituzioni, pensiamo per un attimo alla formazione, amministrazione regionale in primo luogo. Fermiamoci all’associazionismo e vediamo se esiste qualche buona pratica già in atto, dalla quale è possibile iniziare un percorso differente. Meno dispendioso di risorse pubbliche e più in grado di costruire qualità. Qualcosa c’è. Più di qualcosa, a essere precisi. Molti conosceranno la sigla CESV. Tradotta in parole, significa Centro di Servizi per il Volontariato. In Sicilia è presente una sede a Palermo, (www.cesvop.org), che copre anche le province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta. Per le zone di Catania, Enna e Ragusa esiste il Centro per i servizi al volontariato etneo, (www.csvetneo.org), cosi come un’uguale struttura copre il comprensorio messinese (www.cesvmessina.it). Oltre le tre principali, vi sono molte sedi distaccate nelle varie città siciliane, grandi e piccole. Non è comunque un’iniziativa tutta siciliana. E’ diffusa capillarmente in tutte le regioni italiane. Ciò vuol dire una sola cosa, che funziona. Qual è la missione fondamentale di queste strutture di servizio? Intanto, occorre dire, che la loro attività si basa su un concetto basilare, l’autonomia del volontariato. Chi è autonomo sa camminare con le proprie gambe, non deve chiedere l’elemosina strisciando davanti alle segreterie dei potenti, sa porsi in maniera critica, e soprattutto libera, nei confronti della politica. Vi pare poco? Lo scopo concreto dei centri servizi per il volontariato è quello di accrescere la qualità e l'efficacia delle associazioni. Gli aiuti riguardano vari settori: si va dai servizi di sportello (come si gestisce un’associazione, assistenze legali, normative e amministrative), alla formazione degli operatori, al sostegno alla progettazione, al supporto logistico (spazi e attrezzature per le attività). Ma c’è pure un sostegno per la partecipazione ai bandi e per il reperimento dei finanziamenti. Inoltre si tende ad accrescere le capacità di autofinanziare le varie attività. C’entra qualcosa con l’argomento contributi regionali di cui stiamo discutendo? A sentire Ferdinando Siringo, che guida la struttura nella Sicilia occidentale, che conta sull’adesione di quasi duecento associazioni, pare di sì. Lui ha notato che dapprima, quando un’associazione si avvicina, lo schema è quello classico. Si cercano solo i soldi. Poi però ci si rende conto che assicurarsi servizi e consulenze è la chiave giusta. Perché si ottiene la famosa canna per pescare e non il pesce gratuito che non fa più uscire dal circuito della dipendenza dalle risorse pubbliche. Peraltro, questi centri si finanziano, non certo con le cifre stratosferiche che escono dal forziere regionale, attraverso le fondazioni bancarie. Cioè facendo riferimento al privato. Il centro di Palermo, da quanto ci è stato riferito, si è reso da tempo disponibile a fornire, gratuitamente, alla regione un supporto per tentare di migliorare un apparato contributivo senza regole e costosissimo. Si potrebbe pensare a una sorta di agenzia regionale modellata allo stesso modo di questi centri. Che non conceda risorse economiche ingiustificabili e incontrollate, ma che fornisca beni, servizi e consulenze. Aiutando le singole realtà, anche con l’aiuto dei centri per il volontariato già presenti, come abbiamo visto, in tutto il territorio regionale, a camminare presto autonomamente. Senza dovere, ogni anno, stare attaccate alla canna del gas, nella speranza che mamma regione provveda ancora una volta. Tutto, insomma, potrebbe svolgersi alla luce del sole, senza sprechi di quello che è denaro di tutti noi. E’ una soluzione troppo semplice, quella prospettata? Ce ne rendiamo conto. Trasformerebbe i clienti, che ora mendicano l’obolo, in cittadini che camminano da soli. I venditori, che cercano di piazzare i propri pupilli, in veri eletti dal popolo. Troppa grazia.

venerdì 5 giugno 2009

Esercito a Palermo: dalla mafia alla munnizza

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 05 GIUGNO 2009
Pagina I
Il messaggio di illegalità che viene dal degrado
Francesco Palazzo

Dopo le stragi mafiose del 1992, l´operazione Vespri Siciliani portò i militari in Sicilia per controllare i luoghi sensibili. Dopo 17 anni torna l´esercito. Non più contro le cosche. Il problema oggi è riprendersi chilometri di marciapiedi, piazze e strade coperti dai sacchetti d´immondizia. Per consentire che l´operazione possa svolgersi in sicurezza ecco l´esercito. Siamo di fronte a una vera e propria regressione. Il vero lascito del periodo delle stragi mafiose era la convinzione che una buona amministrazione della cosa pubblica fosse un fondamentale avamposto per la lotta alle mafie. Che non sia mera propaganda o pura retorica. È del tutto evidente che alle armi della repressione, le quali fanno bene e per intero il loro dovere, ma che possono solo arginare, contenere, dovrebbe accompagnarsi una gestione oculata, efficiente, efficace e trasparente di tutto ciò che ricade nella giurisdizione dei pubblici poteri. Se un giorno ci sarà un tramonto delle mafie - ma temiamo che tale obiettivo, visto come vanno le cose, sia situato molto lontano nel tempo - esso non potrà che verificarsi per l´azione costante della politica. I singoli che la svolgono come professione, i partiti, le istituzioni rappresentative e le aziende collegate che forniscono pubblici servizi e che dal pubblico sono foraggiate. C´è da chiedersi che messaggio, al di là delle intenzioni dei protagonisti, giunge alle cosche mafiose con questa vera e propria inaudita violenza perpetrata nei confronti del territorio. Causata dalle montagne di rifiuti e dal fetore che ormai ha impregnato i quartieri centrali come quelli periferici. Soprattutto in questi ultimi, dove i roghi hanno insistito e continuano a verificarsi in misura maggiore, si è potuto misurare l´assoluto e disarmante abbandono della città. Posta nelle mani di quanti intenzionati a causare dolosamente gli incendi. Sapendo verosimilmente di non dispiacere le cosche, forse con il loro tacito o esplicito consenso, in ogni caso nella consapevolezza di attivare un meccanismo dove la mafia può far meglio valere la propria giurisdizione su parti del capoluogo, e non sono poche, dove ancora comanda in maniera ferrea e plateale. Ora, il punto è che la ferita di questi giorni, anche se tra qualche settimana sarà spenta l´emergenza più acuta, rimarrà nella testa delle persone e farà scendere ancora verso il basso il gradimento nei confronti delle istituzioni, della legalità, dell´etica condivisa. E farà aumentare il consenso verso tutto ciò che è sistemazione privata, egoistica e predatoria delle proprie incombenze. In quest´ultimo decennio si è verificato a Palermo un continuo e inesorabile spappolamento di una pur labile percezione di comunità. Di uno stare insieme, di un vivere tra persone che si sforzano di parlare un linguaggio comprensibile e condiviso. Da questo punto di osservazione, è inutile che gli attuali amministratori si voltino indietro a scrutare passate responsabilità per giustificare le macerie di oggi. In quel tempo, ossia nel quindicennio orlandiano, si sono certo fatti degli errori. Alcuni anche gravi. Al fondo, comunque, c´era la percezione di un intero. Un´idea di città. Sulla quale magari dividersi e litigare. Qualcuno diceva che molto si concedeva all´antimafiosità da cartolina. Può essere. Che cartolina è, però, un capoluogo che sta facendo il giro del mondo non più per l´antimafiosità, ma per i rifiuti? Che magari si raccoglieranno in una decina di giorni. Ma quanto tempo occorrerà per cancellare, dal circuito dell´opinione pubblica internazionale e nazionale, l´immagine di Palermo città della munnizza? E chi pagherà per questo?

venerdì 29 maggio 2009

Regione Siciliana: elettori ed eletti

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 29 MAGGIO 2009
Pagina XVI
CHI CI GUADAGNA NEL CAOS REGIONE
Francesco Palazzo

Quando un presidente di Regione non ha più una maggioranza non convoca una conferenza stampa. Va davanti al parlamento regionale e chiarisce le tue intenzioni. Se lì esso verifica di non avere più il sostegno delle forze politiche della sua coalizione resta solo una cosa da fare. Tornare dagli elettori. Questo prevede la democrazia rappresentativa. Finché non troviamo qualcosa di più funzionante, sarebbe bene seguirne almeno le regole principali. Se si percorrono altre vie o impervie scorciatoie, per quanto abili e spregiudicate possano apparire, si rischia solo di fare confusione. Nella quale torti e ragioni si mescolano in un frullatore dal quale, prima o poi, esce fuori una melassa. Per comprendere quello che accade alla Regione è necessario mettere da parte i fiumi di parole di questi giorni e chiederci chi ci guadagna. Certamente non trae utilità dal balletto politico la Sicilia. I cui tanti problemi irrisolti e incancreniti - così come non si sono giovati nell´ultimo anno dell´operato del governo Lombardo - non troveranno beneficio da un esecutivo che dovrà andarsi a cercare volta per volta il consenso in aula. Ma scusate, non è esattamente quanto accaduto con il governo appena decaduto? Dove sta la novità? Qual è il passo in avanti? Ricorderete ciò che è successo sulla sanità. Un piano del governo e uno della maggioranza, con l´opposizione che cercava di infilarsi tra le pieghe. E poi il nascere di un qualcosa che chiamarla riforma ci vuole molta buona volontà. Forse dal nuovo corso ci guadagnerà la democrazia? Il corpo elettorale, quello che ha votato alle regionali del 2008, aveva scelto una maggioranza, sostenendola con un voto plebiscitario. Adesso si ritrova una configurazione politica che non si capisce bene cosa è e che viene messa in campo sopra la sua testa. Con decisioni che giungono da Roma, con notizie che planano direttamente dalle trasmissioni di approfondimento politico. Tanto che ci si può cominciare a chiedere a cosa serva l´elezione diretta di un presidente e della sua maggioranza. Entrambi inseriti in un´unica scheda elettorale. C´è, quindi, un secondo sconfitto, oltre la Sicilia. È il concetto stesso di democrazia rappresentativa. Il popolo elegge, gli eletti rispettano il mandato ricevuto. Cosa dire, poi, dell´Assemblea regionale costretta a riaprire, come un qualsiasi consiglio condominiale, nell´ultimo giorno di campagna elettorale? A proposito di elezioni. Pesantemente annichilita da questa situazione è pure l´Europa. Già in Sicilia se ne parlava poco e niente, figuriamoci adesso. Il voto per il parlamento europeo si utilizzerà solo per misurare i rapporti d forza. Lombardo supererà il 4 per cento? E il Pdl andrà oltre il 50? E il Partito democratico riuscirà a tenere? Perché sì, anche i Democratici ci perdono. Aspetteranno gli eventi e i nomi degli assessori. Sarebbe stato così indecente chiedere le elezioni e presentare una mozione di sfiducia in parlamento contro Lombardo? Cosa ha da guadagnare il Pd, con una posizione attendista? Storicamente in Sicilia queste operazioni del «ci sto ma non si deve vedere» sono state sempre a perdere per la sinistra. Alla domanda iniziale abbiamo forse risposto in maniera inversa, sottolineando più chi ci perde e non chi ci guadagna da questa operazione. Perché probabilmente non ci ricava niente nessuno. Ma una speranza per trarre profitto da queste ore convulse c´è. Sono le elezioni anticipate. Tutti sarebbero costretti, finalmente, a fare delle scelte chiare e nette di fronte al popolo siciliano. E non delle trattative opache dentro le stanze del potere.

sabato 23 maggio 2009

Diciassette anni fa, la memoria in un fumetto

SETTIMANALE CENTONOVE
22 maggio 2009
Pag. 37
GIOVANNI A FUMETTI
Francesco Palazzo

Claudio Stassi è nato a Brancaccio. Aveva quindici anni quando, il 23 maggio del 1992, Cosa nostra fece saltare in aria Falcone, la moglie e tre uomini della scorta. Quel giorno era salito a casa un po’ malmesso, una banda di bulli aveva attaccato lui e i suoi amici. Ma aprendo la porta di casa, vide che qualcosa di molto più tragico era accaduto. In quei giorni disegnò per la prima volta il volto del magistrato. “Con ingenuità e con enorme rispetto”. Lo scrive nell’intervento che chiude il fumetto “Per questo mi chiamo Giovanni”, edito dalla Rizzoli (Pag. 156 - € 18), da poco in libreria. E’ la trasposizione dell’omonimo libro di Luigi Garlando. Perché oggi Claudio, forse a cominciare da quel volto del giudice, ha fatto di quel primo schizzo una professione. Oltre quest’ultima opera, ha già al suo attivo, tra le altre cose, il fumetto Brancaccio, in cui si parla di Padre Puglisi, che ha vinto un importante premio nel settore. Il lavoro in questione è la narrazione di un dialogo tra un padre e un figlio. Cui viene spiegato perché si chiama Giovanni. Il papà, durante una lunga passeggiata tra i quartieri di Palermo, Capaci e l’aeroporto Falcone-Borsellino, nel narrare la storia di Falcone, suggerisce al figlio come comportarsi a scuola contro un compagno prepotente. E’ una lezione sulla mafia e sull’antimafia degli ultimi decenni, per come si può spiegare a un bambino. Ma non è solo teoria. L’adulto rivela come lui stesso, nel non pagare più il pizzo, ha saputo ribellarsi alla violenza mafiosa. “Qui non si vendono più bambole”, risponde il padre agli estorsori, la stessa frase che il figlio utilizzerà a scuola. Il lavoro è stato realizzato con la tecnica degli acquerelli. A colori quando narra del dialogo tra i protagonisti, in bianco e nero negli altri momenti. C’è una sola pagina bianca, quella che dovrebbe raffigurare l’attentato. Dal testo scritto alle tavole del fumetto, il racconto prende un’altra forma, si concretizza in maniera diversa. Ad esempio si vede com’è fatto Bum, il pupazzo che il bambino di quasi dieci anni tiene sempre accanto. La mafia è descritta come un mostro, e forse con un bambino non si può evocare qualcosa di meno evanescente. Si entra però nel concreto quando, seduti al tavolo del ristorante, il padre tira fuori un carciofo. Le cosche, spiega al figlio, sono come le foglie del carciofo. Non manca il riferimento alla puncitina, alla santa che brucia, al giuramento di difendere deboli e indifesi. E forse qui, quando il figlio chiede che male c’è se dicono di difendere gli orfani e combattere le ingiustizie, e il padre risponde che forse un tempo era necessario, c’è una concessione a uno stereotipo, ossia alla differenza tra la mafia di una volta e quella di oggi. E' sono un attimo. Molto suggestiva, ecco l’importanza dell’immagine, l’aspirina immersa in un bicchiere per spiegare la morte del piccolo Di Matteo. Per la prima volta, Stassi, oltre che come disegnatore, si cimenta anche nella sceneggiatura. Con buoni risultati. Non è sempre agevole trasferire in un fumetto un testo che originariamente non è stato pensato per quest’uso. E’ un po’ come fare un film partendo da un romanzo. Spesso uno dei due mezzi espressivi è molto più bello dell’altro. In questo caso va, piuttosto, evidenziato che l’opera originaria di Garlando, libro godibilissimo, non perde niente, anzi guadagnerà il pubblico dei più giovani, più propensi a scorrere immagini che a compulsare testi. La suggestione del disegno riesce molto bene, visto che in questi giorni ricordiamo il diciassettesimo anniversario della strage, a tratteggiare come Giovanni Falcone sia stato osteggiato. A Palermo come a Roma. Per poi, da morto, essere osannato, magari pure da chi l’aveva massacrato con mezzi diversi da quei cinque quintali di tritolo. Giovanni, il ragazzo, e Giovanni, il giudice, hanno fatto i conti con la vita lo stesso giorno. Il primo venendo alla luce, il secondo scomparendo con un semplice gesto di un dito che ha azionato un timer. Una mano dietro la quale, è molto probabile, vi siano state complicità e coperture inquietanti. Provenienti da quella zona grigia senza la quale la mafia sarebbe solo una struttura criminale, molto più facile da colpire. La vita e la morte che s’incrociano nello stesso giorno. Ecco perché il padre ha deciso di chiamare il figlio Giovanni. Per finire, una tavola molto toccante. Quando il bambino, alla sorella del giudice che al citofono chiede chi fosse, risponde: “Giovanni, nato il 23 maggio 1992”.

sabato 16 maggio 2009

Mafia, tra fiction e realtà

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 16 MAGGIO 2009
Pagina XV
LA TRAGEDIA DELLA MAFIA È PIÙ FORTE DELLE FICTION
FRANCESCO PALAZZO

Se in una fiction ci avessero raccontato di armi nascoste in una delle ville più conosciute di Palermo - come accade nel grande parco di Villa Malfitano - certamente avremmo detto che potevano inventarne una migliore. Lo pensavo conoscendo i particolari legati agli ultimi arresti e apprendendo, nello stesso giorno, che Rita Borsellino chiede al presidente della Regione Raffaele Lombardo un intervento duro contro le fiction sulla mafia girate in Sicilia. Tali ricostruzioni denigrerebbero la Sicilia, veicolando un´immagine falsa che non esiste più. Le questioni sono due. La prima. La politica già influenza abbondantemente quanto passa dalle televisioni. La valutazione va lasciata agli spettatori, che col telecomando decidono cosa vedere. In democrazia, i giudizi di un presidente di Regione, di un capo di governo, dello stesso presidente della Repubblica, devono valere quanto quello di qualsiasi altra persona anonima. E non avere finalità prescrittive di alcun tipo. Non abbiamo bisogno di chi gestisce le nostre serate davanti al piccolo schermo, ma di gente che sappia ben governare. Qualsiasi intervento sui prodotti artistici da parte di chi ricopre un´importante carica istituzionale non potrebbe che rivestire un carattere censorio. Meglio lasciar perdere. Ci vuol poco a debordare. Ironicamente, ma non troppo visto il caso Agrodolce, potremmo ipotizzare una convocazione degli sceneggiatori per capire cosa diamine stanno scrivendo. Con una matita di quelle a doppio colore, si procederebbe a segnare gli errori gravi, da eliminare subito, e quelli meno evidenti, su cui discutere. Chi non ottenesse l´approvazione, dovrebbe mettersi il cuore in pace. Ma non tutti accetterebbero la sentenza. Immaginiamo gommoni, con scafisti d´ordinanza, che nelle notti di mare buono tenterebbero di sbarcare sulle nostre coste protagonisti e comparse, registi e costumisti, cineprese e cavalletti, coppole e lupare. Veniamo al secondo punto. Le fiction veicolerebbero un´immagine deformata della Sicilia, screditandola agli occhi di quanti non vivono nella nostra isola. È un´opinione diffusa. Alla quale si aggiunge la convinzione che negli spettatori si creerebbe una sorta di emulazione per i mafiosi. Disegnati come eroi, quindi facilmente oggetto di imitazioni da parte di giovani e sprovveduti. Che sia chi racconta pezzi di storia recente, o fatti inventati partendo da «libere ricostruzioni» a fare del male alla Sicilia, e non i fatti stessi per come si sono verificati e si susseguono, è davvero un aspetto così controverso che non capiamo come si possa porre. Le operazioni di polizia sui clan mafiosi - sceglietene una a caso tra le ultime - ci mostrano ripetutamente risvolti criminali e politici che neanche le fiction più surreali riescono a riprodurre. Per chiudere il discorso basterebbe solo dire che il mezzo televisivo è cominciato a entrare nelle nostre case nel 1954. Dal 1861, data di nascita convenzionale della mafia siciliana, era già trascorso quasi un secolo. Nel corso del quale di mafia si era parlato a iosa fuori dalla Sicilia. Come avranno fatto gli altri a conoscerla, a farsi varie opinioni su di essa, e sulla Sicilia, molte senz´altro distorte, senza fiction che pompavano falsità? In quanto al discorso dell´emulazione, forse si pensa di avere davanti telespettatori da educare e non individui che guardano e sanno capire con gli strumenti culturali che si ritrovano. Sono cresciuto a Brancaccio. Da ragazzo, durante la seconda guerra di mafia, mentre cominciavano a trasmettere le piovre televisive, accusate di disonorare la Sicilia, vedevo in diretta cos´era la mafia. I morti che lasciava sulle strade. Quelle piovre che uscivano dal piccolo schermo erano acqua fresca. Se proprio avessi voluto imitare i boss, non avrei avuto bisogno di lavorare molto con le fantasie indotte dal mezzo televisivo. Le piovre le ho dimenticate, quel terrore ancora no. Insomma, lasciamo a chi vuole la possibilità di cimentarsi liberamente con le fiction sulla mafia. Quando soggettivamente le troveremo belle, le loderemo, quando personalmente ci parranno brutte, lo segnaleremo. Ricordandoci però, sia nell´uno che nell´altro caso, che sono i fatti, quelli reali, a pesarci sul cuore e sulle coscienze. E a dire agli altri come siamo.

venerdì 15 maggio 2009

La fiera dei soldi facili

CENTONOVE
15 5 2009
Pag. 47
L'orticello dei contributi a pioggia
Francesco Palazzo

Sui contributi a enti e associazioni varie, da parte della regione, il commissario dello stato ha rilevato ciò che è sotto gli occhi di tutti. Ossia, che spendere 78 milioni di euro per concedere finanziamenti a pioggia, senza che in alcuni casi si riescano a individuare i beneficiari, introvabili pure su internet, dove si riesce a recuperare tutto, è semplicemente insensato. Oltre che non rispondente ai canoni, seppure minimamente decenti, di buona amministrazione. Dopo l’intervento del commissario, che agisce costituzione alla mano, alte si sono levate le grida provenienti da Palazzo dei Normanni, dove è stato votato l’articolo di legge inserito nella legge finanziaria regionale. Che peraltro giunge, novità in negativo rispetto agli ultimi anni, con un ritardo di quattro mesi. Questa notazione è importante. Perché dimostra, al di là delle polemiche, che c’era il tempo per ben soppesare la portata finanziaria complessiva di tale dispositivo di legge e l’opportunità delle singole assegnazioni. Ciò, in tutta evidenza, non è stato fatto, ed ecco che interviene un soggetto esterno. Non c’è dubbio che la funzione legislativa, proprio perché legata alla libera espressione di voto del corpo elettorale, è di fondamentale importanza. Qualsiasi altro intervento, proprio perché non derivante dal consenso depositato nelle urne nel giorno delle elezioni, non può certo sostituirsi alle assemblee legislative. Ma quando i consessi rappresentativi della volontà popolare non svolgono bene il proprio compito, chi deve intervenire? Può farlo l’opinione pubblica, cioè una parte di quel corpo elettorale che già si è espresso nei seggi. In genere, ed è avvenuto anche stavolta, si procede attraverso un qualche appello firmato da intellettuali prestigiosi. Diciamolo francamente, per la politica dei palazzi, tali appelli, che giungono peraltro quasi sempre quando i buoi sono scappati, valgono come il due di denari quando la briscola è a spade. Meno che niente. Allora, se l’interazione tra elettori ed eletti non funziona più, essendo divenuti i secondi sordi a qualsiasi istanza in quanto titolari di comportamenti autoreferenziali, e quasi sempre, in Sicilia, del tutto clientelari, ecco che si fa strada, naturalmente, un intervento costituzionalmente garantito come quello del commissario dello stato. Che certo non dice l’ultima parola, essendo possibile aprire un conflitto di fronte alla corte costituzionale. Ma che almeno ha il potere di fermare un attimo il gioco, talvolta assai discutibile, della politica, e di consentire a tutti, nessuno escluso, dunque sia alla maggioranza che all’opposizione, un’ulteriore riflessione, un qualche ripensamento. Cui dovrebbero essere indotti, a dire il vero, anche tutte quelle realtà che si apprestavano a ricevere corposi assegni. Pure in politica vale la legge della domanda e dell’offerta. Se la domanda alla politica è quella di attingere alle risorse pubbliche con criteri abbastanza opachi, l’offerta non potrà che essere conseguente. Faceva specie, l’altro giorno, leggere che molti stipendi, pagati da coloro i quali vedono rimessi in discussione i finanziamenti, rischiano. Con essi pure i posti di lavoro. Ogni anno va così, poi tutto si sistema. Ma, viene da chiedersi, i contributi regionali non dovrebbero costituire un aiuto, un’aggiunta non decisiva, a quanti sono comunque in grado di andare avanti da soli? Se così non è, se la mano pubblica deve non tanto sostenere, promuovere, ma decidere della vita e della morte di attività, sino a prova contraria, private, di cosa stiamo parlando? Parliamo di una politica istituzionale che ha forse perso tratti importanti della sua dimensione pubblica. Che tuttavia, nonostante questo, ottiene consenso perché risponde a una precisa richiesta. Che proviene, questo è il punto, non solo dalle fasce popolari che avanzano bisogni elementari, ma perfino dalla parte di società borghese e colta, quella che riceve i contributi di cui parliamo, che dovrebbe sentire impellente la necessità di una politica profondamente diversa.

giovedì 7 maggio 2009

L'agenda vecchia e quella nuova

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 07 MAGGIO 2009
Pagina XV
LA FINE INGLORIOSA DEI FONDI EUROPEI
Francesco Palazzo

"L´ultima occasione". Leggendo di sfuggita e da lontano mi ero prefigurato due possibilità. L´offerta pubblicitaria di qualche prodotto che qualcuno m´invitava a acquistare oppure il messaggio elettorale di un candidato alle europee. Il messaggio del manifesto, che poi ho rivisto affisso ovunque, parla invece di tutt´altro. In alto la scritta Sud a tre colori molto vivaci, in basso un´agenda che fa vedere il 2007 e il 2013. Senza altre specificazioni, sembra un appello per iniziati di un gruppo esoterico. Quell´agenda, in effetti, rimanda solo per gli addetti ai lavori a un´altra agenda famosa in ristretti circuiti, cui da anni è associato il numero 2000. Dunque il riferimento è ai fondi strutturali europei. Il manifesto riguardava l´incontro di lunedì al Teatro Massimo. Ma qual è questa inquietante ultima occasione? Il riferimento è ai nuovi fondi europei che coprono il periodo 2007-2013, miranti a ridurre i divari tra le regioni. In particolare, l´Obiettivo 1 promuove lo sviluppo delle aree che presentano forti ritardi. La Sicilia è ancora - e per qualcuno è motivo di contentezza - tra le regioni deboli. Per l´ultima volta, come recita lo slogan. Perché l´allargamento dell´Ue farà convergere i futuri aiuti verso territori ancora più malmessi. Parliamo di miliardi di euro che in altri luoghi hanno stimolato crescita e ricchezza. Prima di esprimersi sul futuro occorre tuttavia dire del presente. Com´è andata Agenda 2000 in Sicilia? C´è chi sostiene che la Regione non ha lasciato un euro, c´è chi afferma che si è perso tanto di quello che era stato assegnato. Numeri di dubbia utilità, a dire il vero, che spesso descrivono la forma e non entrano nella sostanza. Che è quella che più c´interessa. Non ha senso dire quanto si spende, piuttosto occorre vedere la qualità della spesa. Se essa ha prodotto, trattandosi di fondi strutturali, passi avanti decisivi su questioni strategiche. Vi pare che con Agenda 2000 la nostra regione sia progredita? La realtà è sotto gli occhi di tutti. Una risposta autorevole la fornisce l´Europa. Che, facendoci rimanere nell´area Obiettivo 1, certifica al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo rimasti al palo. Ora abbiamo quest´ultima chance. Un altro consistente flusso di miliardi di euro bagnerà la nostra regione. Riusciremo, stavolta, a fare il salto di qualità? Oppure alla fine, con una Sicilia che presenterà la stessa sbiadita fotografia, la lite sarà nuovamente intorno alla quantità di spesa? In questo momento è molto difficile ipotizzare che, cambiati i musicanti, ammesso che alla regione si possa registrare qualche novità politica in positivo, cambierà pure la musica. Ciò che sappiamo è che tutte le discussioni sui tali fondi sono passate sulla testa dei siciliani. Tolti, ovviamente, i pochissimi che hanno avuto interessi personali su questo fiume di moneta sonante. Dovrebbe essere ormai chiaro che non sono i soldi a palate le precondizioni dello sviluppo. Posso avere poco, spenderlo nella giusta direzione, e andare avanti. Posso, al contrario, ottenere per decenni, com´è accaduto alla Sicilia, mezzi economici rilevanti e rimanere fermo o quasi. Vedremo se la prossima agenda avrà pagine più liete.

sabato 2 maggio 2009

Rita Borsellino nella lista del PD

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
1 MAGGIO 2009
Pag. 47
La candidatura della Borsellino
di Francesco Palazzo

Da quando si è proposta alle primarie e poi per la presidenza della regione, sfidando nel 2006 Cuffaro, a ogni tornata elettorale la giacchetta di Rita Borsellino viene tirata, dentro il centrosinistra, dall’una e dall’altra parte. Mai, tuttavia, nella sua pur breve e intensa carriera politica, decisione fu più combattuta. La determinazione di inserirsi nelle liste del Partito Democratico, per le europee di giugno, ha causato fibrillazioni abbastanza rilevanti sia all’interno, e ci riferiamo al movimento Un’Altra Storia, sia all’esterno. Con Italia dei Valori e Sinistra e Libertà, gli altri due pretendenti, rimasti delusi e fortemente irritati. Anche dentro il PD, non l’hanno presa tutti bene. Tra chi si è ritirato improvvisamente dalla corsa, a quanti chiedevano prima la formale adesione ai Democratici. Per farla breve, è apparso a molti osservatori un passaggio molto controverso. Senonchè, la cosa può pure essere valutata da punti di vista diversi. Innanzitutto, va detto che è nella tradizione storica dei partiti di sinistra ospitare indipendenti nelle proprie liste, senza chiedere a questi ultimi atti di fede incondizionati. I quali rimandano ad altri tempi, quando i partiti erano qualcosa in più di meri contenitori elettorali, quali oggi sono diventati. Ormai le forze politiche sono un insieme di regni autonomi e sovrani, ognuno facente esplicito riferimento a questo o a quel capo cordata. Che poi, ma è un altro discorso, il movimento che segue la Borsellino debba, alla fine, decidere cosa fare da grande, tenuto conto che elettoralmente queste esperienze sono destinate a spegnersi se non canalizzate in qualche modo, è uno scenario che ormai non è più rinviabile. Sulla questione dei partiti rimasti con un palmo di naso, IDV e Sinistra e Libertà, i quali attestano una profonda diversità politica e morale rispetto al Partito Democratico, e perciò sarebbero stati i naturali ricevitori della candidatura della Borsellino, si può fare un semplice ragionamento. Nel poco esaltante panorama politico siciliano, queste presunte grandi differenze, tra il PD da un lato e Italia dei Valori e Sinistra e Libertà dall’altro, non sono esattamente lampanti, anzi spesso si presentano del tutto esigue, impalpabili. E le stesse motivazioni, avanzate dalla Borsellino, per spiegare il suo impegno a favore del PD alle europee, potevano essere portate pure se avesse scelto una delle altre due formazioni politiche citate prima. Del resto, basta un esempio recente per capire quanto inverosimili siano le dissomiglianze tra i diversi pezzi del centrosinistra. A Palermo, sabato 18 aprile, alla fine della manifestazione contro la giunta Cammarata, c’è stato un comizio a più voci, dove sono intervenuti, tra gli altri, i rappresentanti di opposizione dei gruppi consiliari presenti al comune di Palermo. Bene, sentendoli parlare, era davvero difficile, per non dire impossibile, a chi non ne conoscesse già la collocazione, riuscire a capire chi apparteneva a quella formazione piuttosto che all’altra. Insomma, da questo punto di vista non si capisce bene cosa si rimprovera alla Borsellino, se non forse di aver scelto, stavolta, rispetto alle ultime politiche, un cavallo che la può portare al traguardo. Mettendo ai voti tra i suo sostenitori il da farsi. Evento più unico che raro. Semmai, un rilievo può essere mosso nei confronti di Un’Altra Storia. Serpeggia, tra molti degli aderenti al movimento, basta vedere il sito e il dibattito che si è sviluppato in rete, un palese disagio verso lo sbocco di questa vicenda. Appare evidente che molti fanno dipendere la continuazione di un percorso collettivo, la sua stessa sopravvivenza, dalle scelte e dalla sorte del leader. C’è da ritenere che se il presidente di Un’Altra Storia non riuscirà a varcare l’ingresso del parlamento europeo, il movimento politico che fa a lei riferimento rischierà l’implosione. Con tutto il rispetto, non ci pare questo un segno di buona salute. E la stessa Borsellino farebbe bene a riflettere, cosa che certo starà facendo, sugli ultimi eventi che riguardano la sua creatura politica.