mercoledì 8 settembre 2010

Palermo: primarie aperte o ingessate?

Live Sicilia
Quotidiano online
8 settembre 2010
Francesco Palazzo

Nel centrosinistra palermitano nelle ultime settimane si registrano alcune novità. C’è un sicuro candidato alle primarie, il deputato regionale e consigliere comunale Davide Faraone. Che sinora è stato l’unico a metterci la faccia. Sul fronte dei partiti si è mossa concretamente soltanto Italia dei Valori. Il movimento civico palermitano, un cartello di dodici associazioni, il 17 settembre deciderà il da farsi. Nel frattempo sta prendendo vita la rete sociale di resistenza palermitana, una serie di sigle in genere vicine alla marginalità sociale ed economica. C’è da aggiungere un comunicato di Sinistra, Ecologia e Libertà. Mi pare sia tutto. Nel frattempo sono scesi in campo i maestri dei distinguo. Sì alle primarie, ma la cosa più importante è vincere le elezioni vere e proprie. Chissà se il problema è stato focalizzato alle regionali del 2008, quando si vollero evitare le primarie e si perse miseramente contro Lombardo, portando il centrosinistra siciliano, e ce ne vuole, ai minimi storici. Poi si dice che è troppo presto per porre candidature, perché non si sa quando si voterà. E’ strano, proprio questo è un conto semplice. Se la legislatura dura cinque anni e se si è votato nel maggio del 2007, ammesso che Cammarata resista sino alla fine, si voterà nel capoluogo esattamente nella primavera del 2012. Manca quindi poco più di un anno e mezzo dalle urne. Non pare affatto un tempo biblico, soprattutto se c’è da mettere in piedi un percorso come quello delle primarie. Il quale non si concluderà prima di una decina di mesi, per cui al prescelto, o alla prescelta, rimarranno dieci mesi scarsi per arrivare alle urne. Se a livello nazionale tutto dovesse precipitare, lo spazio temporale sarebbe ancora più ristretto, quindi a maggior ragione i tempi non sono affatto prematuri. A meno che non si voglia arrivare a cinque minuti dalle elezioni belli nudi e crudi, in modo che si possa dire che bisogna fare in fretta e furia. Alla lista degli attendisti si possono annoverare gli appassionati del programma. Quello del programma che contenga più o meno i massimi sistemi è un sport molto diffuso nel centrosinistra. Ci si perdono nottate intere e discussioni infinite. Per carità, non è che si debba procedere al buio. Ma i candidati alle primarie e le loro squadre possono benissimo, in pochi mesi, sviluppando un dialogo con i partiti, le forze sociali, i movimenti e quanti vogliono esprimere interessi, stilare basi programmatiche, fatte di pochi e concreti punti da sottoporre al popolo dei gazebo. Un’altra categoria di sorprendenti frenatori sono i sostenitori delle primarie apertissime. Non si capisce bene, in realtà, cosa intendano, visto che appena qualcuno sottrae al gossip politico le proprie intenzioni e ufficializza una candidatura, si grida al personalismo. Perché prima ci vuole il programma e bisogna parlare con tutti, in primo luogo i partiti. Ma, così concepite, le primarie sembrano più chiuse e ingessate che mai. Abbiamo anche un’obiezione tecnica, concernente il fatto che non si sa se si voterà con questa legge elettorale. Ora, a parte il fatto che non si capisce quando l’ARS debba trovare il tempo per modificarla, ci sfugge cosa c’entra questo argomento con l’individuazione di un candidato o di una candidata alla prima poltrona cittadina. Ci sarebbe pure una questione politica. Non si sa con chi organizzarle queste benedette primarie. Nel senso che se prima non si sistemano le cose a livello nazionale e regionale, non se ne parla. E’, questo, probabilmente è l’aspetto che bloccherà un po’ tutti. Infine ci sono le candidature del vorrei ma non so se farlo, quelli che attendono non si capisce cosa. Insomma, ci sono tutta una serie di problematiche, più o meno pretestuose, che potrebbero intralciare il percorso. Per sciogliere la matassa e velocizzare tutto, in realtà, si dovrebbero soltanto fissare due date. Quella di presentazione delle candidature alle primarie e la data di svolgimento delle stesse. Qualcuno è in grado di prendere in mano un calendario?

sabato 28 agosto 2010

La Sicilia che anticipa e rimane indietro.

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 28 AGOSTO 2010
Pag. I
Il laboratorio degli alchimisti
Francesco Palazzo

Da un po´ di tempo è tornata di moda, ammesso che sia mai tramontata, la storia della Sicilia laboratorio politico. Un luogo mitico, dove avverrebbero sperimentazioni che poi influenzano il quadro politico nazionale. In tempi di elezione diretta di governatori e sindaci, per la verità, ci sarebbe poco da elaborare. Il mandato che viene dal corpo elettorale è generalmente abbastanza netto e univoco. C´è chi vince le elezioni e c´è chi le perde. Chi dovrebbe provare a governare e chi è chiamato a cimentarsi all´opposizione. Non perché l´ha prescritto il medico, ma in quanto indicazione proveniente dall´unico protagonista in termini di scelte, l´elettorato. Tutto chiaro? Neanche a parlarne. Perché è proprio da quel momento che entrano in funzione, a ritmo costante, i vari laboratori sparsi un po´ ovunque in Sicilia. In altre parole, invece di prendere atto del mandato ricevuto alle urne, per la politica siciliana, un minuto dopo che si sono spenti i motori della propaganda elettorale, brindato alle vittorie e assorbite le sbornie delle sconfitte, comincia un lavorio che a un certo punto viene difficile seguire, nelle sue giornaliere piroette, dichiarazioni, arresti, fughe in avanti. Prendete, ad esempio, questa storia del governo regionale, arrivato alla quarta edizione dopo poco più di due anni di legislatura. Ogni protagonista che si affanna sullo scenario politico vive questo momento di alta sperimentazione istituzionale come meglio gli aggrada. In tale contesto i partiti, quelli che hanno chiesto il consenso, contano niente. Ogni testa è tribunale. Dall´Udc, dal Pd, dal Pdl, suddiviso tra lealisti e ribelli (che contano un´appendice finiana), dal movimento autonomista, arrivano voci a raffica. Il tal deputato un giorno smentisce il suo compagno di partito, un altro il segretario del partito accanto, il terzo giorno arriva a smentire pure se stesso. È la politica del "chi ci sta". Io posso starci oggi. Ma perché devo starci anche domani? È il risultato di un indefesso gruppo di abilissimi e provati alchimisti, questo del formare gli esecutivi con chi ci sta. Perché la politica del "chi ci sta" è davvero la quintessenza, il concentrato più puro della sperimentazione politica siciliana. I siciliani non aspettavano altro per risolvere i loro problemi. Pare che non aspettasse altro pure l´unica opposizione, o ex tale, presente all´Ars, quella del Partito democratico. Che ci sta, eccome. Sia chiaro, non sappiamo più quale esponente democratico ascoltare. All´interno del Pd siciliano, nell´ultimo anno, hanno messo in campo tutte le varianti e subordinate possibili e immaginabili. Qualsiasi cosa succederà alla Regione, loro l´avevano già previsto. E un po´ pure noi, a dire il vero. Ma non ci scandalizziamo più di tanto. È tipico dell´attività dei laboratori più accreditati la prassi del provare e riprovare, del dosare vari elementi per verificare quale sia la soluzione migliore. Se, su base autonomista, togliamo un po´ di Pdl Sicilia, lasciando la parte non andata a male, mettiamo un pizzico di Udc, quella buona e specchiata, spruzziamo una fragranza di Pd, che ormai rischia di rimanere solo quella, e inseriamo qualche tonnellata di antiberlusconismo, che succederà? A fine settembre sapremo il risultato del complicato progetto di ricerca in corso. Si dirà che gli scienziati non sono eletti e che il paragone con il mondo scientifico non regge. È vero. C´è tuttavia una soluzione. Basterà che alla prossima campagna elettorale regionale si formalizzi, con manifesti giganti e slogan appropriati, questo partito trasversale del "chi ci sta". In modo che i siciliani sappiano chiaramente che non a un presidente e alla sua coalizione stanno dando il voto. Ma a un gabinetto scientifico di ricerca politica da esportazione: il Laboratorio Sicilia.

sabato 21 agosto 2010

Un'alternativa per Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO – SABATO 21 AGOSTO 2010
Pagina I
I personalismi paralizzano forze politiche e società civile
Francesco Palazzo

Se vogliamo guardare come si prepara il capoluogo al ricambio da proporre per la guida politica dell´amministrazione, si può certo scrutare, in prima istanza, dentro il centrosinistra. Al cui interno ci sono individualità che stanno coltivando, tramite la rete e altre vie, candidature alla prima poltrona di Palermo e che, tuttavia, non hanno, né ipotizzano, un qualsivoglia percorso aggregativo. L´impressione è che in tanti, più o meno giovani di belle speranze, aspirino, come in un gioco di società, alla fascia di primo cittadino e nessuno abbia in testa una reale alternativa a quello che c´è. Se i singoli, confusamente, si muovono, i partiti restano al palo. Per la verità, qualche anno addietro il Partito Democratico, con un manifesto, cui seguì un incontro molto partecipato, si disse pronto a governare la città. La promessa era quella di percorrere una strada comune con tutto il centrosinistra, scegliendo un candidato a sindaco, una squadra e una coalizione a sostegno. Una buona idea. Proprio per questo non ne abbiamo saputo più niente. Anzi, quel poco di unione, che per un certo periodo ha caratterizzato gli eletti al comune sotto le insegne del centrosinistra, è finita. Si è tornati ai personalismi e alle invidie. Insomma, alla solita storia. Non si può voler mandare a casa questa amministrazione e limitarsi soltanto a sventolare la pistola scarica di una mozione di sfiducia. Non si capisce bene chi debba fare la prima mossa. Si dirà che nello scenario nazionale, e ancor più in quello regionale, le acque sono agitate e quindi è meglio aspettare. Ma può ancora Palermo attendere il risolversi degli equilibri politici? Se il centrodestra governante, si fa per dire, può permettersi di stare alla finestra, tanto nel frattempo amministra potere e nomine, può farlo, e sino a quando, il centrosinistra? In giro, tra gli esponenti di partito, si registrano tante buone intenzioni. Parole, fatti concreti zero. Si dice, in genere, che a questo immobilismo fa da contraltare la freschezza della società civile. È, come sappiamo bene, una solenne banalità. Spesso, la cosiddetta società civile, quando s´inserisce nel vivo della lotta politica, non sa far di meglio che copiare il peggio dei partiti. È comunque da accogliere positivamente la nascita del movimento civico palermitano, con la firma di un patto costituzionale cittadino. In tempi di crisi, non solo economica, dalla galassia che si muove fuori dai partiti viene fuori puntualmente una proposta di rigenerazione della politica. Cosa non semplice e non alla portata di tutti. Anche perché la tentazione è quella di buttare via la forma partito, non rendendosi conto che è molto difficile sostituirla. Chi ci prova, puntualmente, fa un bel buco nell´acqua. In questo caso si tratta di tredici sigle associative che vogliono stimolare la partecipazione e favorire il buon governo a Palermo. L´intenzione è quella di cimentarsi alle prossime amministrative. Non si sa se con una o più liste o direttamente con un candidato sindaco. Oppure appoggiando una tra le coalizioni maggiori in campo. Siamo ancora alle dichiarazioni d´intenti. Vedremo. Forse le primarie aperte a tutti, da tenersi nel più breve tempo possibile, potrebbero essere un punto di partenza chiarificatore per partiti e movimenti. Non c´è più tempo per tergiversare e fiutare l´aria. Questo movimento civico, già al primo metro di percorso, conosce una polemica interna. Una delle realtà aderenti, il Comitato di lotta per la casa 12 luglio, ha ritirato l´assenso che uno dei suoi componenti aveva assicurato al cartello. Sul web stanno volando parole grosse. Anche in quest´ambito, pertanto, non è difficile incrociare, come accade nei partiti, delegittimazioni reciproche e accentuati personalismi. Una cosa è certa. Tutti si dicono, da anni, scontenti dell´amministrazione comunale. Ma, sinora, né gli eletti e i partiti che l´elettorato ha mandato all´opposizione, né coloro che si muovono fuori dalle dinamiche partitiche, hanno posto in essere una vera alternativa in cui i palermitani possano riconoscersi. Una cosa sono i buoni propositi, un´altra i voti che occorrono per conquistare Palazzo delle Aquile.

sabato 7 agosto 2010

Il Prefetto e la politica siciliana

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 07 AGOSTO 2010
Pagina XIX
LA CONCRETEZZA DEL PREFETTO NELLA TERRA DEI BIZANTINISMI
Francesco Palazzo

Martedì, sulle colonne di questo giornale, abbiamo avuto modo di leggere, in parallelo, una pagina dietro l´altra, l´intervista al nuovo prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso e una ricostruzione,
l'ennesima, della situazione politica alla regione. Il prefetto parla con chiarezza di problemi reali, con l´intenzione di mettersi subito all´opera. Ha affrontato il tema del lavoro, dell´economia che ristagna nell´isola, si è soffermato sui rifiuti, dicendosi favorevole alla costruzione del termovalorizzatore a Bellolampo, invitando la Regione a non tergiversare sull´argomento. Avvertendo, nello stesso tempo, che occorre sempre fare molta attenzione affinché s´individuino quei percorsi che portano la mafia inserirsi nell´economia legale. Poi ha parlato della necessità che l´amministrazione pubblica si sburocratizzi e non faccia attendere, ad esempio, un anno gli imprenditori per una certificazione. Su tutti questi temi, annuncia Caruso, vuole sentire subito il sindaco di Palermo e il Presidente della Regione. E che potranno dirgli? La prima cosa che possono comunicare è di essere senza maggioranza, quindi non potranno dargli alcuna garanzia. Al Comune, la vicenda politica dell´attuale amministrazione è al capolinea da tempo. Siamo di fronte alla formazione di un´altra giunta. Si fanno ipotesi su chi entrerà e chi uscirà. La città rimane sullo sfondo, sempre più abbandonata a se stessa. Chissà quando potrà tornare a scegliere. I protagonisti attuali delle vicende politiche alla Regione sono ancorati alle formulette, sempre più surreali. Solo chi le inventa, giorno per giorno, le capisce. Alla Regione ci vorrà un governo tecnico, con rimpasto incorporato, o un esecutivo tutto politico? Cosa vorrà dire tale differenza non si comprende. Ma abbiamo i nostri limiti. Ogni giorno leggiamo una miriade di previsioni, subordinate, congetture, retroscena. C´è da rimanere letteralmente senza respiro. Capite bene che le problematiche poste dal prefetto, con il piglio di uno che non ha tempo da perdere, e le situazioni politiche di Comune e Regione viaggiano su mondi paralleli. Il prefetto cerca interlocutori certi. Che al momento non ci sono. Per rimanere alla Regione: cosa può proporre, di concreto e immediatamente attuabile, il governo regionale sui rifiuti? E sul contrasto alla criminalità organizzata, non sono per caso recentemente stati messi in discussione i fondi destinati alla legislazione antimafia varata dall´ARS? E sul funzionamento dell´amministrazione, non ci troviamo con uffici immobilizzati per scelte che sono rimandate di settimana in settimana? Magari tutti i protagonisti nel proscenio politico siciliano si sentono dei novelli De Gasperi o dei redivivi Sturzo. Qualcuno dica loro che stanno soltanto riempiendo, sino a stancarci, pagine e pagine di quotidiani. Messi lì, da mattina a notte, a disegnare scenari. Questo non è un laboratorio politico, ma uno sgabuzzino chiuso a doppia mandata dall´interno. Quanti governi, tecnici, politici, misti, ci vorranno per metterci un punto? Qualcuno dovrà dire a questi riformisti che, va bene, ci hanno provato, apprezziamo la buona volontà, ma è chiaro e lampante che questa legislatura regionale è con l´ossigeno attaccato da tempo. Vogliono farci credere che le elezioni sarebbero una sciagura, di cui la Sicilia non potrebbe reggere il peso. Non prendiamoci in giro. La Sicilia, e Palermo, non possono sopportare ancora il fardello di una politica che gira a vuoto, senza una meta precisa. Mentre per sentire un discorso comprensibile a intelligenze medie, occorre ascoltare le parole di un prefetto.

lunedì 2 agosto 2010

Come risparmiare sui fondi pubblici

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 28 LUGLIO 2010
Pagina I
I cento modi di sprecare i soldi dei contribuenti
Francesco Palazzo

Quando si parla di costi della politica, la prima pietanza che viene data in pasto all´opinione pubblica, ed è notizia recente per i deputati dell´Ars, è il taglio delle indennità degli eletti. Nei discorsi da bar, gli stipendi percepiti da coloro che rivestono cariche elettive, sono continuamente nel mirino, anche se bisognerebbe dire che non si possono mettere tutti sullo stesso piano. L´altra settimana, il sindaco di un paese delle Madonie rivelava che per effetto della Finanziaria la sua indennità mensile scenderà da 1.800 a 1.300 euro, e a lui non resterà altra scelta che tornarsene a lavorare a tempo pieno, diminuendo al minimo il suo impegno per i tanti problemi che ha un paese di diecimila abitanti. Gli faceva eco il primo cittadino di un comune più piccolo dell´area madonita, che guadagna, pressappoco, quanto un precario. Lo stipendio di un sindaco è un costo che la collettività dovrebbe sobbarcarsi con maggiore convinzione. Peraltro, i guadagni delle cariche elettive sono sotto i riflettori. Ciò non accade per i tantissimi incarichi di sottogoverno, donati a galoppini, grandi elettori, portaborse e via elencando. Se a ciò aggiungiamo le consulenze, che in Sicilia non si negano a nessuno, ci troviamo davanti una montagna di spesa pubblica. Alla quale ogni tanto viene data una piccola limata, lasciando le cose sostanzialmente immutate. Non è difficile trovarsi davanti un ras di voti, che ha appoggiato il tal onorevole, poi diventato assessore, che lo ha omaggiato, per ringraziarlo di qualche centinaia di consensi, con una consulenza. Sai che quella persona ha un diploma tirato per i denti e ti chiedi in cosa caspita deve essere consultato. Quant´è ampio, in Sicilia, questo universo di compensi inutili, gravanti sulle nostre tasche? Difficile dirlo, protetto come è da occhi indiscreti e da interessi che vanno da destra a sinistra. Se davvero, e non per vendere fumo, si avesse l´intenzione di iniziare una moralizzazione della vita pubblica, questo vasto settore sarebbe quello da dove partire immediatamente. Comuni, province e regione sono gonfi sino all´inverosimile di personale, tra presenti in organico e precari in via di stabilizzazione. All´interno di questo enorme bacino di risorse umane, è banale dirlo, per la legge dei grandi numeri, è senz´altro possibile rintracciare tutto ciò che serve, in termini di qualità e quantità. La lista prosegue. Una categoria a parte è quella dei comandati. Che spesso usufruiscono, per arrivare all´ambita scrivania e guadagnare qualche gruzzolo in più, di legami con questo o quel potente. Quanti ve ne sono, provenienti da altri luoghi pubblici, magari corsie ospedaliere che soffrono di organici ridotti al lumicino e turni massacranti, nell´amministrazione regionale? Possibile che da una parte si dice che si è troppi e dall´altra si chiamino rinforzi? I quali non apportano niente che già gli uffici non abbiano. Ed anche quando risultano depositari del lume della genialità, ed è, capirete, come fare un terno al lotto, sono destinati a passare come meteore. Non lasciando niente dietro di sé e del tutto sguarniti gli uffici che si riducono a meri esecutori di ordini. Per non parlare, poi, degli uffici di gabinetto. Ci si scandalizza tanto per i direttori esterni rimossi perché non avevano i titoli, e non si fa lo stesso per i soggetti imbarcati nelle amministrazioni pubbliche siciliane, Regione in testa, senza che ve ne sia il minimo bisogno. Ecco, se proprio si vuole dare una svolta, non ci si prenda in giro con i 550 euro in meno ai deputati regionali e non si mortifichino i sindaci delle piccole comunità. Si proceda a una pulizia totale di tutti gli emolumenti ingiustificati e degli incarichi senza senso. E si avvii una valorizzazione, considerando meriti e titoli, delle sovrabbondanti piante organiche. Si raggiungeranno due obiettivi. Un effettivo, e non populistico, risparmio e uffici pubblici che saranno messi nelle condizioni di servire, non la politica, ma i siciliani.

martedì 29 giugno 2010

PD, l'ora delle scelte chiare e comprensibili

Francesco Palazzo
Alla regione il balletto intorno al quarto governo si fa sempre più frenetico. Ogni giorno una dichiarazione, un passo avanti, uno indietro, e veti come se piovesse. Su tutto, ovviamente, il bene della Sicilia. Nell’Italia repubblicana, il ripostiglio di coloro che hanno agito per favorire questa terra, è pieno all’inverosimile. Ma c’è ancora, evidentemente, posto. Sembrano parole provenienti da un passato sin troppo remoto. La Sicilia vittima dei governi romani che hanno favorito e continuano a privilegiare il nord. E, questo, si badi bene, non da ieri, ma dall’unità d’Italia. Insomma, il mondo si muove veloce, la rete consente di estendere le conoscenze teoricamente all’infinito, e noi ancora a dibattere su Garibaldi e dintorni. Su quanto e come siamo stati offesi e cosa ci hanno tolto. Sarebbe materia di un convegno di storici. Invece è il vocabolario corrente della politica siciliana nel 2010. Ci nutriamo stancamente di Ottocento e Novecento, restando con la testa che guarda indietro perché non sappiamo come andare avanti. Senza mai lasciarci prendere dalla domanda fondamentale. Ma cosa pensano gli altri guardandoci in questo momento? Possono solo registrare quello che esce dal pentolone della politica siciliana. Sintetizzabile con una sola parola: emergenza. Tra città alla bancarotta, precari imbufaliti che premono, fondi europei non spesi o utilizzati male, rifiuti che si ammassano, amministrazioni immobili, soldi che si chiedono a Roma e che andranno ad alimentare stipendi e spesa corrente, dirigenti generali nominati senza neanche avere i titoli minimi, e perciò bocciati, una sanità che ha messo i conti a posto ma non ha di un millimetro migliorato la qualità dell’assistenza per i pazienti. E potremmo proseguire. La sensazione che si ha, sempre, più netta, è di una sostanziale mediocrità degli eletti. Questi ultimi, se analizziamo cosa accade alla regione in questa legislatura, e la politica regionale lo sappiamo influenza tutto il resto, appaiono più confusi che persuasi. Tre esecutivi e il quarto è sull’uscio, in due anni, è un record niente male. Nella tanto vituperata prima repubblica li avremmo chiamati governi balneari. Adesso, invece, coprono tutte le stagioni, evitando le mezze, che, come sappiamo, non ci sono più. L’opinione pubblica, nelle ultime settimane, è stata investita da formule diverse. Rispetto alle quali le famose convergenze parallele brillavano per chiarezza. Dal governo politico, l’unico licenziato dagli elettori, ma ormai è diventato un piccolo dettaglio, si è passati a un secondo e a un terzo governo in cui sono usciti pezzi della maggioranza, UDC e PDL lealista. Ora si transita, a giorni alterni, dal governo politico, a quello tecnico, per virare su quello dei competenti e poi planare su un’ipotesi istituzionale. Prima, però, affermano gli stessi protagonisti, occorre affrontare le emergenze che attanagliano la regione. E il metodo migliore per risolverle, le emergenze, appare quello di cambiare allegramente quattro squadre di assessori quando ancora non si è consumata nemmeno metà della legislatura. Le elezioni sono viste come il peggiore dei mali. Soprattutto dal Partito Democratico. Il quale si comporta come quei fidanzati che chiedono all’amata, dopo svariate delusioni, di fare di più e meglio. Non rendendosi conto di ciò che hanno davanti. Ora siamo all’invocazione, rivolta a Lombardo, che non è più possibile galleggiare. Come se, a parte qualche riforma scritta sulla sabbia, non si fosse fatto altro dall’inizio della legislatura. Ma cosa vogliono, i democratici, il disegnino con le indicazioni didascaliche? Ogni fase ha un suo inizio e un suo compimento. Occorre comprendere quando è il momento di spegnere la luce, senza lasciare che siano gli altri a lasciarti al buio. Il Partito Democratico ha interpretato la fine della maggioranza di centrodestra alla regione, nell’unico modo realmente possibile. Adesso rischia di innamorarsi di formule e formulette che faranno perdere quel poco di buono che si è fatto in questi ultimi mesi. E’ abbastanza evidente l’impossibilità, visto l’assetto politico attuale, di applicare le riforme approvate e di farne altre. Non ci potrà né un quarto governo, né un quindo o sesto. Bisogna avviare una nuova fase. E qui il PD dovrà averne, di coraggio. Dica chiaramente quello che tutti hanno capito. Che intende fare, con il movimento autonomista e qualche residua frangia del PDL Sicilia, un patto di legislatura. Verifichi chi ci sta del vecchio centrosinistra, Italia dei Valori in testa, e sottoponga, nella prossima primavera, il tutto al corpo elettorale. Sarà più semplice spiegare una scelta di questo tipo, che ingarbugliarsi stancamente in piroette politiche e verbali sempre più insipide e incomprensibili. Se il quarto governo Lombardo serve a preparare questo scenario, ha un senso. Altrimenti non si capisce più di cosa stiamo parlando.

domenica 27 giugno 2010

PD, uno spartito con troppe voci

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 27 GIUGNO 2010
Pagina I
La trappola nascosta del neo milazzismo
Francesco Palazzo


Si è scritto, e detto, che in Sicilia saremmo di fronte a un nuovo milazzismo. Cioè quell´esperienza politica che andò da destra a sinistra della politica siciliana. Solo che quel tentativo fece davvero preoccupare l´assetto di potere democristiano che, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, era rappresentato da Amintore Fanfani, dominus del partito di maggioranza relativa. Si può dire che oggi sia la stessa cosa? Difficile sostenerlo. Se è vero, com´è vero, che l´operazione politica che sta nascendo intorno alla legislatura iniziata nel 2008, vede in cabina di regia proprio una parte di partito, il Pdl dei ribelli, che non ha mai davvero reciso i legami con il leader nazionale. In questo scenario, s´inscrive la vicenda che ha fatto entrare in travaglio il Partito democratico. La disputa è sull´autonomia da Roma. Dal naufragio della maggioranza di centrodestra, il Pd, senza essere costretto da qualche fax proveniente dalla capitale, ha deciso di appoggiare l´esecutivo senza maggioranza del presidente della Regione. Per approvare le riforme. Dopo averne messe alcune in cantiere, e in seguito al voto favorevole sulla finanziaria, strumento eminentemente politico sul quale da Roma errano arrivati inviti a procedere coi piedi di piombo, adesso si chiede autonomia. Se non è autonomia questa, cosa s´intende con questo termine? Ora il Pd sta trattando sulla nascita del quarto governo Lombardo. Lo stanno facendo, autonomamente, i dirigenti siciliani del partito. Il punto è forse un altro e chi ieri ha assistito all´affollata assemblea degli autonomisti democratici, se n´è reso conto. Ci troviamo di fronte a tanti partiti. Ogni leader, con appresso il suo seguito, ha in testa un Pd diverso. E non è che non ci siano stati i momenti in cui i democratici hanno provato a fare sintesi. A ottobre 2009 è stato eletto, con le primarie, il segretario regionale. Sono passati pochi mesi e si mette tutto in discussione. Si chiede un congresso straordinario o la celebrazione di un referendum tra gli iscritti. Pare che la maggioranza che nel 2009 ha eletto il segretario, adesso sia minoranza. Da una parte e dall´altra ci si lancia l´accusa di scissionismo. La parte che più appoggia l´azione dell´esecutivo regionale, afferma che bisogna andare avanti. Contemporaneamente sostiene che il governo attuale non è adeguato. Quindi ce ne vuole un quarto, e poi forse un quinto o un sesto. Chiediamo: davvero un alternarsi così veloce di governi, stile prima Repubblica, può garantire la Sicilia e i siciliani? Senza contare quello che accade nell´amministrazione. È di questi giorni il siluramento di alcuni direttori regionali. Bocciati, se abbiamo ben capito, non tanto perché non avevano qualcosa in più dei dirigenti già presenti alla Regione, e già questa sarebbe una notizia, ma per il motivo che non sussistevano i requisiti minimi per la loro nomina. Un partito di opposizione, pur collaborativo, su una cosa così importante, avrebbe già chiuso il discorso. E invece non lo fa, pur continuando a dire che la Regione è bloccata. L´altra parte del partito vorrebbe forse porre fine a questa esperienza. Ma quanto è consistente, oggi, questo pezzo di Pd? E, soprattutto, avrà il coraggio di presentare una mozione di sfiducia a Lombardo? In genere, le spaccature che si verificano nella parte sinistra dello schieramento politico, sono più profonde di quelle che si registrano nella parte destra. Può essere che nel Pdl siciliano torni il sereno. Può quindi accadere che, mentre il Pd cerca di ottenere i titoli richiesti dal Pdl Sicilia per sedersi attorno al tavolo, alla fine i democratici, lacerati, non trovino più ad attenderli i loro interlocutori. Non sarebbe meglio, allora, prospettare un percorso che porti nel giro di un anno a elezioni, sfidando su questo terreno Mpa e Pdl Sicilia? La risposta è che si ricompatterebbe il centrodestra. Tuttavia, a parte il fatto che non si può chiedere di andare al voto solo quando i democratici saranno certi di vincere, questo attendere, di governo in governo, di trovare la giusta miscela, può portare ugualmente allo stesso risultato. E nel modo peggiore. Nell´attesa che il Pd dica, con una sola voce, cosa vuole fare da grande, la cronaca politica recente ci indica una diversa soluzione. Il 19 giugno si è svolta a Roma una manifestazione del Pd contro la finanziaria. Il primo intervento, sulla scuola, è stato dell´insegnante palermitana Mila Spicola, dirigente del partito a Palermo. Parlando di scuole di periferia, di Brancaccio, con un discorso chiaro e forte, ha ottenuto una standing ovation e l´abbraccio commosso del segretario Bersani. Segno che è possibile, dalla Sicilia, citando una delle sue più sperdute periferie, farsi ascoltare e orientare l´agenda del partito a livello nazionale.

giovedì 17 giugno 2010

Politica in Sicilia - 16/18 luglio Seminario a Castelbuono

ASSOCIAZIONE SCUOLA DI FORMAZIONE etico-politica “G. FALCONE”
LA POLITICA IN SICILIA: MODERNITA' O PASSATO REMOTO?
Venerdì 16 – Domenica 18 Luglio
Castelbuono - Locali dell'ex Badia Biblioteca Comunale - Via Roma
Venerdì 16 ore 10,30
Accoglienza e Iscrizioni Presentazione del Seminario – Francesco Palazzo

Ore 11,30/13,30
Il punto di vista del mondo produttivo. La politica regionale dalle parole ai fatti
Moderatore Massimo Accolla
Ivan Lo Bello (Presidente Confindustria Sicilia) - Elio Sanfilippo (Presidente Legacoop Sicilia)

Venerdì 16 ore 17,30/19,30
L'analisi:le difficoltà nel raccontare questa fase politica
Moderatore Augusto Cavadi
Enrico Del Mercato (Caposervizio Politica La Repubblica Sicilia) - Roberto Puglisi (Coordinatore LiveSicilia)
Sabato 17 ore 11/13
Il punto di vista della cittadinanza: i Movimenti Civici per migliorare le città e la regione
Moderatrice Daniela Aquilino
Marcello Capetta (Muovi Palermo) - Liboria Di Baudo (Movimento Per Palermo)

Sabato 17 ore 17/19
La politica regionale vista dagli enti locali
Moderatore Francesco Palazzo
Mario Cicero (Sindaco di Castelbuono) - Santo Inguaggiato (Sindaco di Petralia Sottana)
Domenica 18 ore 11/13
La politica regionale e le scelte dei partiti
Moderatore Pietro Spalla
Giuseppe Lupo - Segretario Regionale del Partito Democratico
Leoluca Orlando – Portavoce Nazionale Italia dei Valori

La politica siciliana vive un momento di grandi incertezze. La maggioranza uscita dalle elezioni regionali del 2008 non c'è più. Al suo posto, nel parlamento regionale, a sostenere il governo, troviamo una compagine eterogenea. Coloro che appoggiano questa svolta affermano che si tratta di un momento positivo della politica regionale, fatto di modernità e di abbandono di logiche del passato. Quanti, invece, la pensano diversamente, sostengono che si è rimasti ancorati al passato, più o meno remoto, e che poco sta cambiando. Nel frattempo il mondo produttivo avanza legittime richieste, i sindaci si trovano a far bilanciare sempre più magri conti e nelle città sorgono movimenti animati dalla voglia di esserci. Abbiamo chiesto una lettura plurale di tutta questa situazione a diversi soggetti che operano in ambiti diversi della vita pubblica siciliana.
NOTE TECNICHE Per la partecipazione al seminario è prevista la quota di € 25. Per un solo giorno o incontro la quota è di 10 €. La somma raccolta servirà a coprire le spese organizzative e di ospitalità per i relatori. Al seminario ci si può iscrivere chiamando i seguenti numeri 3386132301-3384907853-3297337883–3288135673 oppure agli indirizzi di posta elettronica francipalazzo@gmail.com – acavadi@lycos.com – pspalla@neomedia.it
COME ARRIVARE In auto Da Palermo: Autostrade A19 PA-CT, A20 PA-ME, uscita Castelbuono, proseguire su S.S.286 per Km. 12 (Km. 90 -1h CA); S.S. 113 direzione ME fino al bivio per Castelbuono, proseguire su S.S. 286 per Km.14; Da Messina: Autostrada A20 Me-Pa S.S. 113 direzione PA fino al bivio per Castelbuono, proseguire su S.S. 286 per Km. 14 (Km.170) Da Catania: Autostrada A19 CT-PA, uscita Scillato, proseguire su S.P. direzione Collesano, Isnello, Castelbuono (Km.185); Autostrade A19 CT-PA, A20 PA-ME, uscita Castelbuono, proseguire su S.S. 286 per Km.12 (Km 200) In autobusDa Palermo tramite gli autobus di linea si può raggiungere Castelbuono. Per maggiori informazioni consultare AST Tel. 0916208111 E SAIS Tel. 0916166028.In treno Arrivare alla stazione di Cefalù, Per Castelbuono prendere l'autobus che in 30 minuti vi porterà al centro del paese.
DOVE DORMIRE Alberghi:Paradiso delle Madonie - Via Dante Alighieri, 82 – Tel. 0921.676.197; Alle Querce - c/da Mandrazze snc – Tel. 0921 677020 - 338 7170385; Milocca - C.da Piano Castagna - Tel. 0921/671944; Rifugio F. Crispi - C/da Piano Sempria – Tel. 0921/672279 - 368 989 887; Ypsigro Palace Hotel - Via Cefalù 111 - Tel. 0921 676007. Bed & Breakfast: Panorama - Via Isnello s.n.(C.da Madonna del Palmento) – Tel. 0921672071-3383171223-3288952224; Villa Calagioli di Abbate Mario - Via R - C.da Calagioli – Tel. 0921676153 Cell. 3385884421- 3283181593; Abbate - Via Mariano Raimondi,14 – Tel. 0921 676153 cell 3385884421; Villa Letizia di Maria Letizia Fina - Via Isnello s.n. - Tel. 0921/673247 cell.3339083896; La Casa di Isi - C.da Pedagni Aquileia – Tel. 0921679035 – 3201150612; La Tannura di Anna Maria Sferruzza - C/da Pedagni – Tel. 0921 676595 - 333 6955690; Agriturismi: A Rametta - C.da Rametta – Tel. 333.41.29.141 – 333.91.73.950; Azienda agrituristica biologica ortofrutticola Bergi – Tel. 0921/672045; Villa Levante – C/daVignicella – Tel. 0921/671914 Cell 3356394574; Masseria Rocca di Gonato - Contrada Gonato – Tel. 0921 672616 - 0921 676650 – 368481624.DOVE MANGIARERanch San Guglielmo - C.da San Guglielmo – Tel. Cell.338/7593939; Ristorante Donjon - Via Sant'Anna, 42 – Tel. 0921.671.154; Ristorante Ristor bar - Via Vittorio Emanuele, 132; Ristorante Nangalarruni - Via delle Confraternite, 5 – Tel. 0921/671428; Ristorante La Corte del Conte - Via Cefalù, 111 – Tel. 0921.676007; Ristorante La Lanterna - Salita al monumento, 11 – Tel. 0921/671371; Ristorante Palazzaccio - Via Umberto I, 23 – Tel. 0921.676289; Ristorante Hostaria Cycas - Via Di Stefano,9 bis – Tel. 0921/677080; Ristorante La Tavernetta - Via Garibaldi,7 – Tel. 3285790642; Panineria - Bistrot - Via S. Anna,42; Pizzeria - A Rua Fera - Via Roma,71 - Tel. 0921/676723; Pizzeria La Pergola - C/da Vinzeria – Tel. 0921/676047; Pizzeria Al Castello – P.zza Castello - Tel. 0921.673664; Pizzeria Vecchio Palmento - Via Failla, 2 – 0921/672099; Pizzeria Antico Baglio - P.zza Schicchi, 3 – Tel. 0921.679512; Romitaggio S.Guglielmo - C.da S. Guglielmo – Tel. 0921/671323; Pizzeria Quattru Cannola - C.so Umberto I, 40 – Tel. 0921.679.028; Pizzeria U Trappitu - Via S. Anna – Tel. 0921/671764; Pizzeria S. Paolo - Piazza S. Paolo

martedì 8 giugno 2010

Munnizza a Palermo, cinque minuti e poi....

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ 08 GIUGNO 2010
Pagina XVII
IMMONDIZIA A PALERMO EMERGENZA SENZA COLPEVOLI
Francesco Palazzo

Quella signorina della campagna pubblicitaria della raccolta differenziata a Palermo aveva il volto rassicurante: «Cinque minuti al giorno e la mia città è più pulita». Perché no? Anche dieci, non c´è problema. E in effetti, nella zona residenziale che sinora ha riguardato i due step attivati, immondizia in giro non se ne vede più. Nel resto della città i roghi di cassonetti ormai non fanno più cronaca. Nella parte di Palermo baciata dalla fortuna, si vede ogni tanto qualche cumuletto, per non perdere l´abitudine. La domanda, magari, è dove vanno a finire tutto l´indifferenziato, la carta, l´umido, il vetro e il riciclabile che come bei soldatini conferiamo nei nostri sorridenti contenitori. Ma al quesito è ancora presto per rispondere. Ciò che dobbiamo rilevare, alla luce delle drammatiche notizie che giungono circa la capienza di Bellolampo, è che la campagna dei cinque minuti, che ricorda tanto una canzone degli anni Sessanta, copriva, come un bel vestito nuovo, una situazione al limite dell´incredibile. Chi dovrebbe farci capire qualcosa, sostiene tesi diverse. Da una parte abbiamo appreso che da agosto saremo la nuova Napoli, dall´altra ci informano che non è vero niente. Ci sarebbero altri due anni per dormire sonni tranquilli. Si mettano d´accordo. E poi ci dicano, con calma. Da qui ad agosto, tanto, c´è un´eternità. Perché, siccome l´immondizia non è spirito o filosofia teoretica, non si può sostenere che la quinta vasca di Bellolampo può contenere 700 mila o 145 mila tonnellate di rifiuti. Delle due l´una. Oppure una via di mezzo. Che so, ci si potrebbe fermare a trecentomila, così non fa brutta figura nessuno. In realtà, c´è da fare poca ironia. E sin qui siamo ai tecnici. Spostiamoci sul fronte politico. Alla Regione sono sicuri che sui termovalorizzatori la mafia vuole mettere le mani. Una notizia sconvolgente. Sino a oggi sospettavamo che si occupasse soltanto di popcorn. Al Comune affermano che è invece sulle discariche che la mafia dirige i propri interessi rapaci. Anche in questo caso si tratta di notizia riservata e davvero inaspettata. La politica regionale, se avevamo ben capito, aveva abbandonato la costruzione dei termovalorizzatori. A tutta dritta, senza se e senza ma, sulle discariche e la differenziata. Ora, invece, si parla di tempi brevi, brevissimi, per la costruzione del termovalorizzatore palermitano. Lo sappiamo tutti, del resto. Per costruirlo e metterlo in funzione ci vogliono poche settimane, i più bravi ci mettono qualche giorno, nella Sicilia autonomista non ci vorranno che poche ore. Manco il tempo di assaporare una di quelle belle riforme di cui tutti andiamo fieri, ma mai quanto il Pd, che già giunge il contrordine. Si decidano e ci facciano sapere. Senza che però si sentano pressati. Tanto ad agosto mancano circa cinque milioni di secondi, un tempo infinito. Che dire, infine, dei governanti cittadini? Di quelli che dovevano amministrare la quotidianità ed evitare i disastri sin troppo annunciati? Con voce ferma ci avevano fatto sapere, prima che si muovesse la magistratura, che adesso, sul fronte rifiuti, vogliono i risultati. Questa sì che è una novità. Quando ho sentito questa frase, poiché sono naturalmente portato ai sensi di colpa, in un attimo ho ripercorso tutta la mia vita degli ultimi anni. Per capire dove posso aver sbagliato e perché non ho dato, nonostante il mio impegno, i risultati sperati. Eppure il centrodestra governa Palermo da dieci lunghissimi anni. E adesso chiede conto e ragione non si sa a chi. Coloro che dovevano operare e vigilare sul fronte rifiuti, in quanto vincitori per due volte di libere elezioni, ora pretendono da qualche ignota entità che la città sia pulita e la discarica non presenti problemi. Le cose improvvisamente si capovolgono. Colpo di scena. Ora si tratterà di andare in giro, novelle ronde sicule della munnizza, per cercare e scovare i colpevoli di tutto ciò. Non ci vorrà molto tempo. Basteranno cinque minuti.

domenica 30 maggio 2010

Odiare e amare Palermo?

Da LiveSicilia
30 5 2010
Francesco Palazzo

Devo dire la verità. Tutte quelle volte che ascolto di questo duplice sentimento contrastante verso Palermo, amore e odio, che molti sentono in maniera viscerale, non riesco a trovare in me un solo momento in cui ho provato questi due stati d’animo. Sarà perché prevale l’indifferenza? No, non credo sia questo. Il fatto è che questi sentimenti di amore e di odio verso Palermo li ho sempre percepiti come degli eccessi umorali e nient’altro. Un giorno si ama e uno si odia. Chi ama Palermo, spesso, prova quella passione devastante che non fa ragionare. E sono, questi, gli amori che durano poco. Rispondono più alla pancia che al cuore e alla testa. Ed anche l’odio ha le stesse caratteristiche. Perché quelli che odiano Palermo sono quelli che l’hanno amata e coccolata il giorno prima. Che, magari, hanno trascorso l’ultima notte con lei. Respirando durante una passeggiata con gli amici la brezza primaverile unica che questa città dona alle porte dell’estate. Si può morire di troppo amore o di troppo odio verso il luogo che ci ha dato i natali. E anche se non si muore, non si vive certo bene. Anche perché spesso, per fare un esempio, quando si parla male di Palermo, lo si fa dopo essere stati fuori. Misurando altri gradienti di civiltà e di funzionamento di tutto ciò che è pubblico e privato. “Caro mio, lì non è come da noi”. Questa la frase d’uso. Dimenticandosi che sino al giorno prima di partire e dal giorno dopo il ritorno, nella vita privata e pubblica, non si fa altro che tradire l’amore teorico e alimentare l’odio pratico verso la città. Allora penso che quando si guarda a questa terra, può essere Palermo o la Sicilia intera, bisogna imparare a guardarsi da coloro che il lunedì bruciano d’amore e il martedì divampano nell’odio, a giugno sono pieni di tenerezza e a luglio sono devastati dalla spietatezza. Questi non hanno la lucidità per aiutarsi a divenire cittadini adulti e aiutare la città a essere migliore giorno per giorno. Perché saranno orientati a difenderla quando gli altri ne parleranno male, anche a ragione. E si troveranno a criticarla pure se qualcuno ne metterà in rilievo degli aspetti positivi, che certo non mancano. Questa città ha bisogno di essere guardata, almeno da chi resta, perché per chi va via andrebbe fatto un discorso differente, e non c’è lo spazio, con serenità, pacatezza, lucidità, competenza. Ricordandosi che è come è, nelle sue luci e nelle sue ombre, proprio perché è così che l’abbiamo generata e la continuiamo a pascere. Se le abbiamo donato pietanze preparate con cura, raccoglieremo cose buone, se l’abbiamo avvelenata con il fiele del disinteresse e dell’incuria, ecco che vedremo nascere frutti immangiabili. Ma non sarà Palermo che ce li darà, ma noi stessi raccoglieremo quanto seminato. Da noi o da chi ci ha preceduto. Dobbiamo uscire fuori, una volte per tutte, dalla dicotomia insanabile che ci sballotta tra irredimibilità e paradiso terrestre. Non siamo né l’una né l’altro. Ma sapere cosa non si è, mi rendo conto, non può bastare. Anche perché il peso del passato è forte come un macigno. Proprio ieri un sensibile rappresentante di partito, incontrato casualmente davanti al Teatro Massimo, pensato e voluto da chi ha amato certamente prime se stesso e poi, ma solo come conseguenza, la città, mi confessava che non riuscirà mai a perdonare chi ha stravolto intere zone del territorio cittadino. E parlava di una impossibile indulgenza laica, civile, non religiosa. Capisco questo stato d’animo, in passato è stato un pò anche il mio. Oggi, tuttavia, la metterei diversamente. Più che chiederci se e quanto odiamo o amiamo Palermo o quanto detestiamo certe sinistre figure che l’hanno sfigurata, dovremmo sperimentare un punto di domanda diverso. Che consiste nel capire come possiamo farci perdonare da questa città. Dalle sue vie deturpate, dal suo respiro storico millenario affannoso, dai suoi quartieri periferici trasformati in non luoghi. Dobbiamo avere il coraggio di darci delle risposte serie, credibili, oneste. E poi cominciare ad operare. Affinché le future generazioni, più che odiare o amare Palermo, non odino noi. Per ciò che per Lei potevamo fare e non abbiamo fatto.

sabato 29 maggio 2010

Primarie, votare per non decidere

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 29 MAGGIO 2010
Pagina I
Il popolo delle primarie tradito dai dirigenti
Franceso Palazzo

C´è un virus che si è inserito nel corpo del Pd regionale e di tutto il centrosinistra. Riguarda proprio lo strumento principe che il centrosinistra si è dato per far decidere i cittadini e non tenerli lontani dalle stanze del potere. Parliamo delle primarie. Per carità, sull´uso fattone sinora si possono avanzare tanti rilievi. Se passiamo in rassegna gli appuntamenti siciliani passati, possiamo vedere che non sempre si è trattato di vere e proprie competizioni. Spesso, o quasi sempre, il vincitore, o la vincitrice, erano già abbondantemente annunciati. Tuttavia sono stati sempre momenti di partecipazione e di festa, tanto che ogni volta ci si sorprende delle lunghe file ai gazebo. Sorpresa, per la verità, abbastanza eccentrica, visto che è proprio il popolo che vota centrosinistra a richiedere con insistenza di poter decidere direttamente.Poi, magari, non si è saputo capitalizzare questo fiume umano che ogni volta si è presentato pagando l´obolo. Se, per caso, chiedessimo come sono state utilizzate le liste dei votanti, ci renderemmo conto che giacciono in qualche cassetto. Eppure una base di decine e decine di migliaia di persone potrebbe costituire un volano portentoso per costruire veramente i partiti sul territorio e non solo sui giornali. Sinora però si erano sempre rispettati i risultati delle consultazioni. Negli ultimi tempi, invece, sono accadute due vicende che ripongono tutto in discussione. Sono due circostanze abbastanza importanti, verso le quali sia il Pd che l´intero centrosinistra non hanno posto la dovuta attenzione. E non è che siano accadute in piccoli centri di secondaria importanza. Parliamo di Enna, capoluogo di provincia, e di Gela, sesto comune della Sicilia. I fatti sono noti. A Enna il deputato Vladimiro Crisafulli si è candidato alle primarie per concorrere alla guida della sua città. Le ha vinte con il 61 per cento, poi ha fatto un passo indietro dopo che alcuni esponenti del suo partito avevano investito della vicenda la segreteria nazionale. Cosa avranno pensato gli ennesi che si erano mobilitati per questa elezione primaria? Forse che la democrazia partecipata è solo un passaggio che può essere macinato negli scontri interni di un partito e di una coalizione. Se la prossima volta non si presenteranno a votare ai gazebo, potremmo fargliene una colpa? Certamente no. A Gela abbiamo registrato un caso contrario. Il parlamentare regionale e presidente della commissione Antimafia, Calogero Speziale, volendo partecipare alle amministrative della sua città e desiderando competere per ricoprire quella che fu la poltrona di Rosario Crocetta, si è anche lui confrontato con le primarie. Uscito perdente, seppure per pochi voti, ha comunque deciso di partecipare alle elezioni contro il suo partito. Due casi che sottolineano, se ve ne fosse ancora bisogno, lo stato confusionale in cui versa il Pd. E, appresso a lui, tutto quello che fu il centrosinistra. Perché non si possono annullare, di fatto, le primarie a Enna, con il timbro della dirigenza nazionale del partito, e poi chiederne il sacro rispetto a Gela, minacciando espulsioni dal Pd. Delle due l´una. O le primarie sono uno strumento di importanza centrale nella vita del partito, e allora se ne rispetta sempre il responso, così come si fa con le elezioni vere e proprie. Oppure sono un altro modo di condurre, successivamente ai risultati, le lotte politiche all´interno del partito. Se ne è visto un esempio, abbastanza lampante, dopo le primarie con cui si è scelto il segretario regionale dei democratici. Dove il congresso, che doveva soltanto registrare il risultato uscito fuori dai gazebo, se lo è cucinato come ha voluto. Con i risvolti politici a livello regionale che ben conosciamo. Se le primarie sono soltanto un pretesto per consumare faide interne, non ci può meravigliare se prevalgono, su tutto, gli umori personali e gli interessi di cordata. I due casi di Enna e Gela declinano in tal senso. Sarebbe il caso che il Pd regionale, tra una riforma e l´altra, ci riflettesse un attimo. Altrimenti prevarrà, ci vuole poco a ipotizzarlo, la progressiva disaffezione verso una pratica di democrazia diretta della quale non ci si fiderà più.

giovedì 27 maggio 2010

Perchè è un problema non seguire il proprio leader

Il messaggio della pubblicità contestata, apparsa per le vie di Palermo, è abbastanza chiaro. Cambiate stile. Non seguite il vostro leader. Perché, appunto, il leader, soprattutto se vuole fare fuori un del po' di umanità come Hitler, che compare nei cartelloni con un cuore impresso sul braccio al posto della svastica, non è proprio un bell'esempio da seguire. Discorso chiuso? Se si fosse dato il significato corretto alla parole, la querelle non si sarebbe neanche aperta. E, invece, alte si sono levate le proteste, arrivate sin dentro le stanze della presidenza della repubblica. Ora l'azienda che ha ideato la campagna di comunicazione, riuscendo a farne parlare l'Italia intera, annuncia altri manifesti simili con al centro il grande timoniere Mao. Si prepari, il presidente Napolitano, a ricevere altre missive di protesta. Eppure, se l'invito a non seguire il leader ed a cercare un proprio stile è rivolto ai giovani, come pare che sia, non può che essere accolto con favore. E ciò vale anche per gli adulti. Che in politica, nella società, nel posto di lavoro, in chiesa, non attendono altro che di trovare un punto di riferimento da seguire e di cui innamorarsi in maniera acritica. La strada che porta a far scattare tale meccanismo è abbastanza visibile. Guardiamo, per cominciare, un attimo la vita politica siciliana. Cosa è, al momento, al di là dell'opinione che ciascuno può avere sulla sostanza delle cose, se non un valzer ballato da poche persone che stanno decidendo ciò che è buono e ciò che non lo è per tutti. Voi vi ricordate delle elezioni? Roba passata, conta soltanto la volontà di alcuni, che, giorno per giorno, ci dicono, e quasi dobbiamo ringraziarli, cosa è meglio per la Sicilia. E' un liderismo che sorge nel vivo del tessuto democratico e perciò fa meno paura. Tanto che ci siamo abituati a considerarlo come assolutamente fisiologico. Spostiamoci un attimo in un ambiente completamente diverso. Vi sarà certamente capitato in questo periodo di assistere in qualche chiesa ad affollatissimi riti di prima comunione. Decine di ragazzini e ragazzine, in chiese spesso piccole, riempiono con centinaia di parenti, molti ovviamente in piedi o fuori dalle chiese, ogni angolo interno ed esterno. Gli unici che parlano, che ha decidono, che orientano cose e persone, sono i parroci. Nessun tipo di interazione, se non un ascolto distratto, visto che i luoghi di culto sono pieni all'inverosimile, è richiesto. Anche qui nessun problema. Gente adulta, anche studiata, che segue il leader di turno, senza che senta l'esigenza di partecipare o di modificare un minimo quanto già predisposto dal ministro di dio. Tutto normale? Certo, poiché questi meccanismi di massificazione e di trasferimento verso l'autorità sono ormai entrati nel metabolismo culturale di tantissimi, non ci si pone alcuna domanda. Perché è come se per le nostre strade campeggiasse costantemente un'altra campagna pubblicitaria, con lo slogan “seguite il vostro leader”. E se davvero comparisse domani, per pubblicizzare un altro marchio, magari senza la foto poco rassicurante dell'uomo con i baffetti, ma con l'immagine di un santo, pensate che qualcuno si preoccuperebbe? No, ormai c'è l'assuefazione a correre dietro qualcuno. Lo si può vedere anche nel corpo vivo della società di questa città e di questa regione. Basta che un tizio qualsiasi indichi una rigenerazione politica, contro i partiti e contro tutto, magari ricopiando il peggio del peggio dei partiti, in termini di propaganda e di pressapochismo, ecco che trova subito audience e tifoserie pronte all'uso. Insomma, il problema non è quel manifesto che tanto, incredibile e ingiustificato, scandalo sta creando. Ma il fatto che quel messaggio, non seguire il tuo leader ma ragiona con la tua testa, fa scattare la veemente copertura di un'abitudine che oramai si è cristallizzata e non si vuole mettere in discussione. Cambiarla sarebbe un trauma. Francesco Palazzo

domenica 23 maggio 2010

Cosa ci poteva dire una magnolia nuda

Oggi è forse il caso di riprendere la vicenda dell’albero di via Notarbartolo. Certo. Se non oggi, quando? Vi ricorderete. Ci siamo buttati a corpo morto su quella povera magnolia prima di capire cosa fosse successo. Era stata la mafia o una ragazzata? Inquietanti entrambi le ipotesi. No, era stata una persona sofferente, una delle tante che vediamo in giro per la nostra città. Che ignoriamo e che ci ignorano. E che probabilmente con questo gesto sconsiderato ci ha voluto dire, ci sono anch'io. Forse si poteva evitare tutto quel parapiglia, bastava che funzionasse la telecamera piazzata davanti a quella che fu l'ultima dimora terrena di Giovanni Falcone. Strano, no? Quel luogo è uno dei simboli più gettonati, nel panorama nazionale e mondiale, della lotta alla mafia e non c'è uno straccio di video sorveglianza funzionante. Non è la prima volta che accade e non è questo il punto. Ormai l'allarme era partito e molta gente si è recata a riempire nuovamente l'albero. Tantissimi, bambini, giovani, adulti, animati dai più buoni propositi, non c'è dubbio. Ma tanti anche mossi dalla possibilità di fare bella figura a buon mercato. Come dice la pubblicità: ti piace vincere facile? E che ci vuole, quasi un gioco da ragazzi, fare l'antimafia in questo modo, non ci si sporca neanche il vestito della domenica. E oggi è proprio domenica. Soprattutto se si rappresentano istituzioni che non si fanno funzionare come dovrebbero. Sarebbe questa la vera antimafia? Certo, lo sanno pure le pietre, ma è meglio evitare. Questo è un campo dove è difficile, molto complicato, vincere facile. E, infatti, ci perdiamo un po' tutti. Eppure quell'albero svuotato, qualcosa voleva pur dire. Non soltanto a quelli che hanno subito cercato oscenamente visibilità gratuita sotto i suoi rami. Ma pure a quello che una volta si definiva movimento antimafia e che oggi non saprei come chiamare. Disperso, com’è, in mille rivoli, l'un contro l'altro armati o, se va bene, non comunicanti. Le cose difficilmente accadono per caso, o a volte la casualità si fa carico di scoprire qualcosa che, per tutta una serie di motivi, alcuni nobili, altri meno, si preferisce tenere ben nascosta. E cosa voleva comunicare quella magnolia denudata? Difficile rispondere adesso. E' stata, da subito, ricoperta. In fretta, prima che sorgesse qualche domanda e ci si dovesse dare qualche risposta. Seria, onesta, non retorica. Subito ho avuto la sensazione che stava accadendo come quando si ha vergogna di qualcosa verso la quale ci si sente, in fondo, corresponsabili e perciò si tende a rivelare, ossia a velare nuovamente, ricoprire, nascondere, occultare. Quando invece si dovrebbe avere la forza di svelare, ossia di rendere visibile a tutti la sostanza, tralasciando di occuparsi della forma, affinché questa torni, pulita e candida, al suo posto e plachi le coscienze. Si doveva avere la forza di lasciare quell'albero così com'era stato ridotto. Malconcio, nudo, pieno di ferite. Non per sempre, sia chiaro. Sarebbero bastate alcune settimane, magari sino all'anniversario di oggi, 23 maggio 2010, il diciottesimo. Mettiamo che l'albero sofferente sia la lotta alla mafia, condotta nella politica e nella società. Cosa ci poteva dire in questa domenica quella grande magnolia denudata, violata, se solo gli avessimo dato il tempo di parlarci? E' un punto di domanda che ciascuno, se vuole, può portarsi appresso sino a lunedì. Oppure, se infastidito, può scaricare immediatamente con una scrollata di spalle. Magari mentre apprende, proprio oggi, domenica di passione, con una dolorosa, per l'albero, puntina di metallo il suo bel cartello sul tronco dell’albero Falcone. Sì, forse quella povera signora, come il bambino della favola, ci ha voluto indicare che il re è nudo. Ma abbiamo avuto troppa paura. E subito l’abbiamo rivestito. Francesco Palazzo

venerdì 21 maggio 2010

Casa ai Rom, quando la politica insegue le paure

Francesco Palazzo

Dunque il Comune ci ha ripensato. L’attico di via Bonanno, a Palermo, non andrà più alla famiglia rom. Le proteste dei residenti hanno convinto l’amministrazione a fare dietro front. Non è la prima volta, e non solo su quest’argomento, che l’esecutivo alla guida di Palermo, si fa per dire, fa marcia indietro. I nostri amministratori, tuttavia, in questo caso hanno dato il meglio. Cercando di porre una pezza all’insurrezione popolare, che non c’era stata quando l’attico apparteneva alla mafia, non si sono resi conto che hanno creato un pericoloso precedente. Come fanno ad essere sicuri che pure gli abitanti dello stabile di corso Calatafimi, nuova destinazione della famiglia rom, non scenderanno in piazza? Nessuno si potrebbe meravigliare, meno di tutti il Comune, se ciò accadesse. E, del resto, perché non dovrebbero farlo, visto che il governo cittadino si è già abbassato come il famoso giunco la prima volta? E se anche nella nuova destinazione si verificasse una sollevazione popolare simile a quella di via Bonanno, verrebbe forse trovata un’altra casa, e poi un’altra ancora? Sempre più in periferia, magari come tappa finale il campo rom. E non è finita qui. La vicenda suggerisce, tra le altre, pure una preoccupante sottolineatura. Per dirla chiaramente, con questa scelta senza criterio si sancisce, ufficialmente, che la città è composta di aree di serie A, che basta che alzino il sopracciglio affinché l’amministrazione se la dia a gambe, e zone di serie B, che si pensa, ma chissà se andrà così, di poter controllare meglio. In parole povere, ciò che non può essere accolto nel salotto affrescato di via Libertà, può benissimo trovare accoglienza nel vecchio ripostiglio di corso Calatafimi. Insomma, da qualsiasi parte si guardi questa pietosa vicenda, davvero fa acqua da tutte le parti. E abbiamo l’impressione che ne sentiremo ancora parlare. Ciò avviene proprio nel momento in cui allo Zen è in corso la guerriglia per lo sgombero degli abusivi che hanno occupato illegalmente case già assegnate ad altri. Da una parte si sposta, come una pedina inanimata sulla scacchiera del disagio, chi ha ottenuto una casa nel rispetto di una graduatoria, mettendosela, di fatto, sotto i piedi, dall’altra si allontanano coloro che hanno occupato case non tenendo conto di una lista d’attesa. Circostanze che ci dicono tanto circa l’assenza di una politica sull’emergenza abitativa da parte di questa amministrazione. Ma non c’è solo questo e non riguarda solo l’oggi. La politica residenziale e urbanistica popolare degli ultimi decenni, che ha creato dei veri e propri ghetti dove trasferire tutto il disagio sociale, ha prodotto vere e proprie enclave di illegalità. Non ha diminuito, anzi aggravato, il disagio e ha reso più difficile la vita in quartieri già problematici. Tale politica abitativa, che ancora allo Zen e in altri posti si continua a perpetrare, creando dei non luoghi, deve essere del tutto abbandonata. Perché si continuano a costruire e assegnare case allo Zen? Quale poteva essere e qual è l’alternativa percorribile? Si può dire in due parole. Se le persone bisognose di una casa si fossero integrate singolarmente nel tessuto cittadino, nei luoghi dove già esisteva una socialità in grado di rendere migliore la loro vita, la storia di questa città sarebbe stata diversa e migliore. Si sarebbero tolti alle cosche dei serbatoi sempre pieni di manovalanza e di consenso. Ma è una politica che ha bisogno di una mano ferma. Non quella tremolante che cerca di trovare il muro basso di corso Calatafimi cui affibbiare ciò che il muro alto di via Bonanno non vuole. Un’amministrazione forte del primato della politica e del consenso, aspetti che evidentemente difettano a chi guida da un decennio la nostra comunità, avrebbe avuto la forza di far rispettare la propria scelta ai protestanti di via Libertà. Non è andata così.

venerdì 7 maggio 2010

Come è facile prenotare una TAC

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 07 MAGGIO 2010
Pagina XV
L´odissea di un cittadino nella sanità riformata
Francesco Palazzo

Sì, va pure bene la riforma della sanità, di cui è appena stato festeggiato il primo genetliaco. Anche se ancora è presto per vedere i risultati e spegnere candeline. Ma mettete che un anziano debba, oggi, prenotare una Tac e decida di farlo contattando la nuova azienda Villa Sofia-Cervello. Prova a telefonare al numero che gli hanno dato, dopo alcuni giorni capitola, non riesce a mettersi in contatto. Forse con la mano tremante sbaglia a comporre il numero, oppure l´ha scritto male. Passa al piano d´emergenza. Consistente nel chiamare il figlio, quello studiato, affinché affronti la delicata questione. E il figlio, giovane e aitante, pensa sia una bazzecola. Prova, in giorni diversi, a fare tre volte il numero del centro di prenotazioni di Villa Sofia. Non si formalizza, in fondo ha fatto centro al terzo tentativo, manco Miccoli ha questa media. Solo che il Cup, che è il centro unico per le prenotazioni, proprio unico non è. Perché, dicono, che la tac va prenotata chiamando la radiologia. Non c´è problema. Una voce ti dice che telefonicamente non si può, occorre presentarsi lì, di mattina, con la prescrizione e prenotare di persona personalmente, come direbbe quel personaggio del commissario Montalbano. Cosicché, bisogna recarsi due volte presso il nosocomio. Una volta per fissare la data, un´altra per effettuare l´esame. Per un anziano solo e sofferente, non è una passeggiata. Certo, il figlio può prendersi un permesso dal lavoro per andare a prenotare. Si tratta di prendere l´auto, intasare ancora di più la città, consumare carburante, spendere soldi per il posteggio, quando tutto si potrebbe risolvere con una telefonata. O, sia detto senza offesa, per via telematica. Si prova a cambiare direzione rivolgendosi al Cervello, l´altro partner della fusione. Può essere che telefonicamente si riesca a risolvere. Occorre, per inciso, rilevare che è incomprensibile come ancora non vi sia un numero unico di prenotazione all´interno della stessa azienda, ma ben tre, anzi quattro come poi scopriremo. O forse di più. Pensa che, pure in questo caso, occorra chiamare la radiologia. Sta scherzando?", rispondono. Da loro, diversamente da Villa Sofia (ricordiamoci sempre che sono da mesi la stessa azienda) è il Cup che prende anche le prenotazioni per le Tac. Bene, anche questo ulteriore numero viene segnato. Ma non è quello vincente. Si torna sul sito dell´azienda e si prende il numero lì indicato. Risponde una voce professionale: "Sono N. come posso esserle utile"? Gratificante, ma non può risolvere il problema. Bisogna chiamare il call center del Cervello, dice, informandoci che il tempo d´attesa per l´esame è di due settimane. Il call center lavora dalle 8 e 30 alle 17. Lui è in gamba e da una dritta. Meglio non chiamare prima delle 14 e 30, si rischia di fare un buco nell´acqua. Cosa facilmente riscontrabile. A questo punto si verifica se alla radiologia di Villa Sofia, con cui almeno può esserci un contato fisico, i tempi sono gli stessi del Cervello. Siamo nell´ultima settimana di aprile. Ebbene, se la Tac è senza mezzo di contrasto se ne parla a fine maggio, informano, se ci vuole il mezzo di contrasto si deve attendere un mese. Non si capisce la differenza, in entrambi i casi sempre di un mese di attesa si tratta. Ma non è il caso di insistere più di tanto. Ora rimane la scelta. Continuare a chiamare il call center del Cervello, dopo le 14 e 30, o recarsi con il corpo e lo spirito a Villa Sofia? Si opta per la seconda soluzione. Il primo sabato mattina, unico giorno libero, il giovane figlio va alla radiologia generale di Villa Sofia. L´addetto è attonito. Non è lì che si prenota, lo sanno tutti. Loro fanno solo gli esami. «Occorre recarsi alla radiologia di geriatria». Altra rampa di scale, consulto rapido, sotto la pioggia, con almeno tre operatori sanitari e finalmente ci s´introduce nella stanza giusta. C´è una signora che pare aspetti te. Rapida e premurosa. Tutto si risolve in meno di un minuto. L´esame è per i primi di giugno. Missione compiuta. C´è solo un piccolo strascico. Occorre, il giorno dell´esame o anche prima, ma bisognerebbe impiegare un´altra mattina, bollare la ricetta passando dallo sportello apposito. Si prospetta, quindi, una bella coda. Ma questa è un´altra storia.

lunedì 26 aprile 2010

Riformite cronica, una brutta malattia

Se il caffè è pure riformista
Francesco Palazzo
LiveSicilia
26 4 2010

Il bilancio regionale troverà la maggioranza se dentro vi saranno le riforme. Ormai è un mantra della politica siciliana, un tormentone senza sosta. Da quando sono nato l’orizzonte riformista è entrato prepotentemente nella mia vita. Nella nostra vita. E’ un malanno dal quale è difficile liberarsi. Per dire. Non appena al telegiornale c’è una parola che comincia con la r, una fitta alla ferita sempre fresca si fa sentire. Per poi risolversi in una liberazione quando la lettera iniziale è l’inizio di altri vocaboli, tipo ricordo, rimessa, riletto, rifatto e via andando. Durante la visita militare avevo capito che riformato non era poi un bel complimento, si trattava di persone che avevano qualche difetto e perciò non potevano servire, beati loro, la patria armi in mano. E sino a quando si discute di riforme a Roma, puoi tentare di schivare le frecciate mediatiche. Lì, poi, proprio non ci sanno fare, si vede lontano un miglio che è un gioco di società, un risiko dell’improvvisazione, una tombola della banalità. A volte, devo ammettere, mi diverto anch’io. Per la verità, pur volendo essere comprensivo, non ho mai capito cosa significhi esattamente la parola riforma applicata alla politica. Sino a un certo punto mi pareva che bastasse e avanzasse la parola politica. Quella normale, trasparente, senza additivi. Ma il punto è che ormai il focolaio è vicino. Nella nostra regione non si parla che di riforme. L’epicentro è proprio sotto casa. Ad ogni riunione, nel bus, al bar, in chiesa, in ufficio, al supermercato, dovunque, puoi trovare un tifoso delle riforme. Un ultrà riformista della curva sud travestito con giacca e cravatta. L’altro giorno quel signore in salumeria sembrava tanto tranquillo. A un certo punto mi ha guardato in un certo modo, mentre il banconista affettava il prosciutto mi lancia il guanto di sfida. “ Riformiamo il turno, io che sono venuto dopo passo prima di lei”. Pur di non farmi scoprire, ho aderito alla richiesta. Inizialmente, ho pensato che quando in Sicilia si è cominciato a parlare di riforme, fosse solo per un tic nervoso, un rigurgito del passato. Mi sono detto, vabbè, passerà. Ma poi la cosa non si è fermata. Prima che succeda l’irreparabile, occorre farsene una ragione e cominciare a mutare lo stile di vita. Io ho già iniziato. Consiglio anche a voi di fare lo stesso. Cose piccole all’inizio. Io, ad esempio, ogni mattina, al bar, accetto che il caffè possa fare anche schifo, ma deve contenere almeno, per farlo diventare una bevanda succulenta, un pizzico di riforma. Il solo odore basta e avanza, non mi formalizzo più di tanto. Poi mi perfezionerò. Datemi tempo. Qualche speranza, è ovvio, rimane. Quando sento che si procede, proprio con il bilancio, a una nuova infornata industriale di stabilizzazioni e all’assegnazione a pioggia, come da nobile tradizione, di contributi a enti, associazioni e quant’altro, torno a rivivere. Mi rendo conto, ma è presto per dirlo, bisogna stare in campana, che dentro il cappello delle riforme ci siano le solite belle consuetudini. E qui mi rilasso un po’.

venerdì 23 aprile 2010

Centrosinistra in Sicilia, il muro del 30 per cento.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
23 APRILE 2010 - n. 16
Pag. 2
Il PD e le strade che non spuntano
Francesco Palazzo

Generalmente, quando una parte politica attraversa un momento di crisi, e il centrodestra in Sicilia sta vivendo molto di più che un frangente di faide intestine, chi se ne avvantaggia è l'altra parte dello schieramento. Per restare al sud, alle recenti regionali, in Calabria e in Campania, dove il centrosinistra è alla frutta, il centrodestra ha vinto. In Sicilia, invece, il baratro della dissoluzione della maggioranza più che vittoriosa nel 2008, sta diventando il buco nero in cui tutti si stanno andando a cacciare. Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, il dibattito che si sta svolgendo dentro il centrosinistra, o meglio nel Partito Democratico, lascerebbe intendere a un visitatore ignaro di cose siciliane, che proprio i democratici siano il punto debole della convulsa fase politica regionale. Quando, al contrario, dovrebbero esserne i primi beneficiari. I continui viaggi sull'asse Palermo-Roma dei maggiori dirigenti democratici e adesso questa sorta di commissariamento, descrivono un tira e molla che ormai sta iniettando dentro il partito il virus dell'incomunicabilità e dell'incertezza assolute. Ognuno dice la sua, tra interventi sui quotidiani, sui blog e sui social network. Dalle primarie è uscita una situazione che non è né carne né pesce. Non hanno vinto coloro che più tendevano a un rapporto stretto con Lombardo e hanno perso coloro che più volevano tenersene lontani. Ha prevalso una linea incerta, che guarda un po' di qua e un po' di là, non decidendosi se prendere una strada anziché un'altra. A conferma di ciò giunge l’ultima salomonica decisione della direzione regionale del partito. Che, cercando di accontentare tutti, finisce probabilmente per scontentare tutti. Questo stato di cose, se non siamo lontani dal vero nel rappresentarlo, può rivelarsi esiziale per qualsiasi formazione politica. A maggior ragione se riguarda un partito che non ha, almeno in Sicilia, numeri tali da potere sopportare scosse di un certo grado. Va detto, per avere un quadro più completo e veritiero, che al momento il Partito Democratico, a prescindere di cosa si possa pensare delle sue scelte, è l'unico soggetto del centrosinistra che tenti comunque di battere qualche colpo. Le altre forze navigano a vista, quasi scomparse, oltre che dal parlamento regionale, anche dal dibattito politico. Se non per dire che non sono d'accordo col Partito Democratico, o con quella sua parte fidanzata con Lombardo. Troppo poco come prospettiva. Per fare un bagno di sano realismo, bisogna tenere fermi i dati delle ultime tre elezioni regionali, un decennio di politica. Nel 2001 il centrosinistra si fermò al 30,3 per cento, nel 2008 si è tornati esattamente allo stesso dato, sommando anche Italia dei Valori che andò da sola. E' vero che c'è la parentesi del 2006, dove il centrosinistra raggiunse la “portentosa” cifra del 36,3 per cento. Se però togliamo la percentuale della lista legata alla Borsellino, voti non strutturali e presto evaporati, non ci si allontana molto dal 30 per cento. Dunque, questo è il dato di partenza, una colonna d'Ercole difficilmente valicabile, un quadro ormai abbastanza stabile e consolidato. Né si può pensare di cercare e trovare ogni volta il candidato che fa il miracolo di portare alla vittoria una coalizione che vistosamente non ha il consenso per farcela. E' strada che non spunta. Chiariscano, allora, i democratici che strada intendono prendere come partito e non come singoli l'un contro l'altro armati. Non soltanto per quanto riguarda la votazione, o meno, del bilancio regionale. Ma prospettando come vogliono giungere, ossia con quali alleanze, al prossimo voto regionale. Lo facciano con un referendum, un congresso regionale, come vogliono, ma non possono rimanere più del dovuto in mezzo al guado aspettando chissà che. Perché mentre si attende, può essere il partito a frantumarsi. E, dall'altro lato, le formazioni a sinistra del PD, dicano qualcosa in più delle critiche ai democratici. Prendano, anche loro, quel 30,3 per cento e vedano cosa farne. Se contemplarlo all'infinito, sconfitta dopo sconfitta. O se farne una base di partenza per costruire anche in Sicilia, finalmente, la democrazia dell'alternanza.

domenica 18 aprile 2010

Sul PDL in Sicilia. Alfieri o Cavalli?

LiveSicilia
18 aprile 2010

Squadra che vince si cambia. La traiettoria non è coerente con la regola aurea del mondo sportivo. Ma è ciò che è accaduto al Partito delle Libertà in Sicilia e quanto sta succedendo a livello nazionale. Anzi, la presa di posizione dei finiani prende proprio a pretesto la situazione del partito in Sicilia. La nostra regione nuovamente anticipatrice di ciò che accade poi nel resto del territorio italiano? Difficile dirlo adesso. Di sicuro è accaduto che, dall’indomani della fulgida vittoria del centrodestra alle regionali del 2008, non ci sia stato un momento di tregua dentro quel contenitore dove sono confluiti Forza Italia e Alleanza Nazionale. Se qualcuno vuole capire a che punto è la lotta, e quanto sangue scorra nel campo di battaglia, basta che vada a vedersi, o rivedersi, il dibattito all’assemblea regionale seguito alle dichiarazioni di Lombardo. La parte del Pdl che si definisce lealista, pur essendo uscita dalla maggioranza iniziale, parla come neanche la più agguerrita delle opposizioni farebbe. Solo parole? Non sembrerebbe. Loro si sentono gli alfieri legati al progetto pidiellino. Poi c’è l’altra parte del partito nato, primo caso nella storia, sul predellino di un’auto. Si chiamano, o li chiamano, ribelli. E’ il Pdl Sicilia a trazione autonomista. Rimasto fedele al governo, pare partecipi alla gestazione del Partito del Sud, che un giorno nasce e un giorno muore, e mantiene un rapporto “cordiale” con il Partito Democratico. O con quella sua parte che appoggia il nuovo assetto politico alla regione. Il Pdl Sicilia si muove come il pezzo più estroso degli scacchi, il cavallo. Vicini e lontani da Berlusconi, flirtano con il Pd ma non andrebbero con i democratici al governo, almeno così affermano, vogliono dare vita al partito del Sud ma non si capisce come e quando. Un bel rebus. Sostengono un esecutivo di minoranza e affermano di non essersi mossi da dove gli elettori li hanno posti. Per la verità, la stessa cosa, ossia la coerenza, sostengono di non averla persa pure i pidielini lealisti. Sono gli altri, gridano, che non rispettano il programma e lo schieramento consacrato nei seggi. Adesso, comunque la pensiate, la situazione, sulla scia di quanto sta accadendo a Roma, potrebbe conoscere ulteriori sviluppi. Qualche domanda. Quando Fini indica la situazione siciliana come l’esempio più evidente della crisi del partito, da che parte sta? Se gli avvenimenti sono per come li conosciamo, non dovrebbero esserci dubbi che difende i ribelli autonomisti. Visto che in Sicilia i suoi si sono schierati con la svolta che ha portato al Lombardo ter. A questo punto è anche semplice inserire l’ultima tessera del mosaico, rappresentata dalla recente missiva che il Pdl Sicilia ha fatto pervenire al capo del governo nazionale. La lettera si conclude con la speranza che il presidente voglia apprezzare coloro che magari sono un po’ rompiscatole ma fedeli al progetto. Pare, a tutti gli effetti, “anche” una difesa della terza carica dello Stato e un tentativo di legittimare, proprio nel momento in cui la nave imbarca acqua, il percorso del Pdl siciliano con le impronte della trinacria impresse sul cuore. E del resto, se non fa piacere ai finiani un Pdl a trazione leghista, ancor meno, è quasi banale dirlo, può rendere contenti coloro che hanno fondato il Pdl Sicilia. Insomma, dalla Sicilia possono partire due mosse, forse non secondarie per dipanare l’inghippo. La prima è la mossa degli alfieri, i pezzi più vicino al re, rappresentati nel nostro caso dal Pdl lealista . Se vincono loro, il Pdl resterà così com’è. Chi si vorrà allineare, bene. Agli altri sarà indicata la porta o il contrito rientro nella casa del padre. L’altra è la mossa dei cavalli, i pezzi nella scacchiera un po’ più lontani dal re, quelli che muovono saltando gli ostacoli e cercando di sorprendere, non solo gli avversari ma anche la propria parte. Sono i pidiellini targati Sicilia. Se prevarranno loro, ma sembra difficile, qualcosa cambierà. Nel senso, intanto, di una legittimazione del percorso siciliano.Si può dire che i due partiti che avrebbero dovuto rappresentare il bipolarismo in Italia, non attraversano mari tranquilli. Con una piccola differenza. Il Pd perde ed è tornato a difendere il fortino delle regioni rosse. Il Pdl, pur scosso dalle tensioni che leggiamo, continua a vincere. A sud, al centro e, grazie alla Lega, al nord. Non è esattamente lo stesso tipo di crisi gestire l’abbondanza o la disperazione.

domenica 11 aprile 2010

PD in Sicilia: partito o torre di babele?

LiveSicilia
Domenica 11 Aprile 201o
Ma è ancora un partito?
Francesco Palazzo

http://www.livesicilia.it/2010/04/11/ma-e-ancora-un-partito/

Nel dibattito lacerante che si è aperto nel Partito Democratico, più o meno commissariato, più o meno autonomo, vi sono alcune questioni che meritano qualche riflessione. Intanto questa storia delle riforme. Da che mondo è mondo, le opposizioni presenti nelle aule parlamentari dialogano con le maggioranze e cercano di inserirsi per migliorare, dal loro punto di vista, i testi che passano all’esame delle assemblee elettive. Che il Pd siciliano abbia avuto bisogno di un congresso per stabilire quella che è, ci scuseranno, una banalità, possiamo registrarla come un frutto di questa incerta stagione politica regionale, ma non aggiunge nulla a quanto si sapeva già. Un altro aspetto riguarda la votazione, o meno, del bilancio regionale per l’anno 2010, che giungerà, e ciò non è segno di buona politica, in estremo ritardo. Il bilancio è un provvedimento che attiene, o atterrebbe, visto che non c’è più, alla maggioranza uscita dalle urne regionali nel 2008. La minoranza può inserire aspetti migliorativi, e si è sempre fatto, anche in tal caso si scopre l’acqua calda. Ma se vota in blocco il provvedimento, è chiaro che si autodenuncia come maggioranza. C’è poco da discutere. Anzi, l’approvazione della legge di bilancio è più pregnante, da un punto di vista politico, di un eventuale ingresso in giunta. Cosa che peraltro, è inutile giocare con le parole e con i fatti che abbiamo dinanzi, è già avvenuta.Sul bilancio, poi, è abbastanza vano dire che si voterebbe solo se contenesse “innovazione e sviluppo”. Avete mai visto un partito che affermi che il bilancio appena approvato ha in se “vecchiume e sottosviluppo”? Innovazione e sviluppo sono le parole più vecchie e abusate del vocabolario politico. I democristiani ci facevano colazione, pranzo e cena. E, quando avevano più fame, anche lo spuntino notturno. Su riforme e bilancio, l’incontro al calor bianco con l’inviato da Roma niente poteva aggiungere e niente ha aggiunto. Per dirla tutta, anche il mandare qualcuno da Roma, che deve mediare e concludere, è un rito della prima repubblica che ormai è tempo, con tutto il rispetto, di mandare in soffitta. Una liturgia che obbedisce a regole novecentesche, cadute e sepolte insieme al muro di Berlino. E’ il partito siciliano, i suoi dirigenti, gli iscritti, quella che molto retoricamente si chiama base, che deve decidere sul da farsi. Cercando di interpretare le speranze e gli intendimenti del corpo elettorale di fede democratica. Magari cercando di non disperdere gli elettori che già ci sono e tentando di conquistarne degli altri. Ma quello democratico è un partito o un insieme di persone, uomini e donne, che coltivano ognuno una propria prospettiva della politica e della Sicilia? E’ una domanda alla quale è venuto il tempo di dare qualche risposta. Perché vanno bene il dibattito interno, la democrazia, il discutere sino a sfinirsi. Va bene anche che ormai i partiti sono passati dalla fase solida della nostra infanzia a quella liquida della nostra maturità. Tuttavia, liquidità, elasticità, non vogliono affatto dire scomparsa di scelte e responsabilità univoche e chiare. Alla fine, soprattutto in frangenti delicati come quello che sta vivendo la nostra regione, un partito deve potersi, e sapersi, esprimere, in forma unitaria, con parole chiare e comprensibili. Nel nuovo testamento c’è scritto “il vostro parlare sia sì, sì, no, no”. Nessuno pretende questa nettezza evangelica, ma nemmeno si può sostenere come azione politica la torre di Babele veterotestamentaria, dove ognuno parla una lingua compresa solo dai discepoli più affezionati. Né si può accettare che una formazione politica sia l’espressione di una serie di associazioni, fondazioni e via discorrendo, che dall’esterno si sostituiscono alle vecchie correnti di un tempo. Nemmeno è concepibile che si voglia, all’infinito, stare con un piede dentro e uno fuori. Chi deve decidersi si decida e dia il suo prezioso contributo partecipando in pieno alla vita dei democratici. Non vorremmo che il termine partito, più che indicare un’unità politica, si declini sempre più nella sua accezione verbale. Partito in senso di andato, non ancora arrivato, in ritardo, fermo chissà in quale stazione. Si decidano i democratici e ci facciano sapere. Si chiudano in una stanza e poi informino tutti noi quale direzione vogliono prendere. O l’una o l‘altra. Tertium non datur.

martedì 6 aprile 2010

Su LiveSicilia: consenso e governo, i due problemi del centrosinistra siciliano.

LiveSicilia
6 aprile 2010
Ma il PD tenta di rompere la democrazia bloccata
Francesco Palazzo

http://www.livesicilia.it/2010/04/06/ma-il-pd-tenta-di-rompere-la-democrazia-bloccata/

Circa il tentativo del Partito Democratico di inserirsi nel vivo della battaglia politica siciliana, va anche messo in luce, oltre le legittime e condivisibili critiche, un aspetto. Non proprio irrilevante. Al momento il centrosinistra rappresenta una minoranza che non riesce ad andare oltre il 30 per cento. Alle ultime provinciali ha perso otto province su nove, guida un solo capoluogo di provincia. Ciò nell’ultimo decennio ha significato una mancanza di ricambio e quindi la possibilità per i soliti vincitori alle elezioni di permettersi di tutto, tanto poi le urne li avrebbero premiati sicuramente. La posta in gioco è quella di rompere questa sorta di democrazia bloccata. Che non è più, come un tempo, una caratteristica delle regioni del Sud. Solo in Sicilia il quadro politico-elettorale è così statico. In Calabria, Puglia, Basilicata, Campania, Molise le competizioni elettorali vedono fronteggiarsi due schieramenti veramente in competizione. Che danno vita ai fisiologici ricambi di una democrazia dell’alternanza. In Sicilia la storia è diversa. Ed è uno stagno che in qualche modo va smosso. Non perché bisogna fare il tifo per qualcuno. Ma per la semplice ragione che l’amministrazione regionale e tutti gli enti locali siciliani, nel caso di avvicendamenti possibili alla guida delle istituzioni, non potrebbero che funzionare meglio. Ovviamente lo scopo deve essere raggiunto con l’azione politica diffusa sul territorio e non attraverso manovre di palazzo. Ogni cambiamento di prospettiva, soprattutto se radicale, va sottoposto al vaglio del corpo elettorale. Il solo in grado di decidere maggioranze e opposizioni. L’operazione che il Partito Democratico sta mettendo in atto alla regione, oltre ad essere appunto una mera fusione di ceti dirigenti, presenta dei limiti evidenti. Sia sul piano del metodo, cioè entrare in maggioranza senza passare dalle urne, sia per quanto concerne il merito, ossia spacciare per riforme provvedimenti che si configurano come normali atti di governo. Che dovrebbero essere approvati dalla maggioranza uscita dalle urne. Tuttavia, lo sforzo di modificare il quadro politico, mettendo in campo alleanze che superino gli steccati tradizionali del centrosinistra, è una strada obbligata. Sempre che non ci si voglia condannare a una partecipazione elettorale quasi di testimonianza o ad essere opposizione a vita. Coloro che ritengono, all’interno del centrosinistra isolano, gli allargamenti all’area moderata un errore, dovrebbero caricarsi l’onere di indicare una diversa soluzione. Cosa che si guardano bene dal fare. Per la lampante evidenza che non esistono altre vie percorribili Semmai, bisogna capire se la convergenza verso la parte centrale dello schieramento politico regionale sia nel palinsesto di tutto il Partito democratico. Si ha l’impressione, infatti, che al momento si muovano soltanto alcuni singoli con appresso le loro ristrette aree politiche di riferimento. Gran parte del partito vive, con più o meno evidente disappunto, le scelte di pochi. Sarebbe auspicabile che il partito, tutto intero, dicesse se condivide o disapprova l’allargamento verso altri lidi. Se ci si presenta incerti e divisi sulle proprie scelte, con un rosario di dichiarazioni giornaliere una contraria all’altra, è abbastanza improbabile che si convincano gli altri sulla bontà di una proposta politica. Per quanto riguarda, invece, gli altri del centrosinistra siciliano, Italia dei Valori, Sinistra e Libertà, il movimento che fa capo a Rita Borsellino e le sigle più piccole, sarebbe utile, per tutti noi elettori interessati a vere sfide alle urne, che ci facessero capire cosa vogliono fare da grandi. Considerato che ormai il dato largamente minoritario del centrosinistra duro e puro è abbastanza consolidato e impossibile da spostare in avanti. Non discutiamo qui più dell’appoggio da parte del PD al governo Lombardo, situazione che prima o dopo avrà un suo epilogo. Meglio prima che dopo. Ma di una prospettiva di medio-lungo periodo. Rispetto alla quale il cammino, intrapreso da una parte del PD, non ha molte alternative. A meno che qualcuno non le voglia nascondere gelosamente alla nostra vista.

domenica 4 aprile 2010

Su LiveSicilia - La Resurrezione a Palermo

LiveSicilia
4 aprile 2010
La città dei vizi e dei favori
Francesco Palazzo

La domenica di resurrezione trascina con sé vari aspetti, tutti abbastanza pregnanti, anche se non si è credenti. Per una città del sud, per Palermo, alcuni di questi significati indicano qualcosa che potrebbe essere e intanto non è. Pasqua come liberazione. Certo, dal potere criminale. E sin qui è troppo semplice. In teoria, si capisce. Perché poi, in pratica, dietro lo slogan che la mafia fa venire il voltastomaco, rimane l’intreccio dei rapporti con il potere criminale. Ma liberazione anche della mala politica che non amministra, spreca, perde tempo. Attenta solo agli interessi dei singoli, dei partiti o delle sottocorrenti che rappresentano. Resurrezione tutta laica, fine della passione per Palermo, quindi, se si riuscisse a tagliare i vincoli che a qualsiasi livello ancora legano il capoluogo alla mafia e se, al contempo, alla guida politica e amministrativa andassero persone che amano questa città. E ancora. Pasqua che, per gli antichi, era anche passaggio dai vizi alle virtù. E quanti vizi ha Palermo? Ci vorrebbe un’enciclopedia per enumerarli tutti. Sia che riguardino la dimensione pubblica, sia che si riferiscano alla sfera privata, almeno quella che incide pesantemente sulla vita collettiva. Il vizio del trovare un favore prima di cercare un diritto. Il vizio del saccheggiare continuamente il territorio. Quando percorro le strade della città, cerco di attraversare sempre sulle strisce pedonali, anche se allungo il percorso. Cerco di non parcheggiare mai in seconda fila, non pago i posteggiatori abusivi, adopero i mezzi pubblici per non incasinare ancora di più il centro. Mi sembra un modo, se volete banale, minimo, di mettere ordine in me stesso e nel rapporto con Palermo. Ebbene, fine della passione per la nostra città se cominciamo dalle piccole cose. Poi Pasqua come continuità. Solo a un certo punto i cristiani aggiunsero alla Pasqua domenicale quella annuale. Per conservare, credo, un percorso fatto di un progetto continuo non confinabile in un solo giorno di festa. Infine, perciò, un ultimo, tra i tanti, orizzonti di resurrezione per Palermo, potrebbe essere quello di abbandonare le finte emergenze e programmare un futuro migliore. Vivendolo e costruendolo, sia a livello pubblico che personale, insieme, tutti i giorni.

venerdì 2 aprile 2010

La storia è nota

LiveSicilia
2 aprile 2010
La solita litania
Francesco Palazzo


La litania è nota. Lasciamo lavorare i magistrati, cui va, of course, tutta la fiducia. Vedremo, quando conosceremo le carte decideremo. Ciò significa, papale papale, che l’attività giudiziaria guida partiti e istituzioni. Ma poi le carte non le legge nessuno. Perché va a finire che se i giudici archiviano, o non rinviano a giudizio, tutto si chiude con una pacca sulle spalle. Un ci fu nienti. Pigghiamunni u cafè. Se si va a processo e si arriva a condanna, i garantisti duri e puri della prima ora non li vedi più neanche con il binocolo. Liquefatti. Restano in campo solo il giudice, e, mischinu, l’imputato. Se la cosa è grossa, ma dev’essere proprio gigante, può scivolare la poltrona da sotto quell’affare che per somma decenza non nominiamo. Anche in tal caso, ma che ve lo dico a fare, è sempre la magistratura a decidere chi, quando, e perché, deve lasciare la carica. Vi sembra un buon metodo? Non importa la vostra risposta, prendete atto che le cose stanno così. Se l’imputato è potente e non uno scassapagghiara, leggasi piccolo malavitoso, una volta che esce con le stimmate di un’assoluzione strappata con i denti o di una prescrizione agguantata per i capelli, viene beatificato. Santo subito. Vi pare, quello descritto, un uso politico della giustizia? Domanda retorica. Se non è uso politico delle determinazioni del potere giudiziario questo, vuol dire che non siamo in grado di vedere il sole a mezzogiorno in piena estate. E quella bella parola che chiamiamo politica? Non pervenuta. Vale come il due di coppe quando la briscola è a bastoni. Il suo primato, da molti osannato, non vuol dire un bel nulla. La politica si muove soltanto, in maniera convulsa, quando ode il tintinnio delle manette o dopo le decisioni della magistratura. Sino ad allora attende e tranquillizza. E tu, caro lettore, così rassicurato, dormi tranquillo. Come la sera consigliavano i più anziani durante il servizio militare. Poi, di notte, puntuale, arrivava il gavettone di acqua gelata.

Concorsi da esterni

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDI' 02 APRILE 2010
Pagina XXIII
I NODI DEL CONCORSO ESTERNO, SERVONO NORME PER I POLITICI
Francesco Palazzo

Può il disvelamento dei rapporti tra politica, società e mafia essere affidato esclusivamente ai singoli pronunciamenti della magistratura? Questi ultimi, trattando necessariamente di casi specifici e di responsabilità personali, non fanno altro che sottoporci a un ondeggiamento a seconda di come si pronunciano i tre gradi di giudizio. Se c´è assoluzione, la convinzione dell´opinione pubblica, e della politica, è che quel processo, a prescindere da ciò che si trova scritto nelle carte, non si doveva fare. C´è chi addirittura si fionda verso improbabili riscritture della storia recente. Si arriva sino al punto di spacciare per assoluzioni complete pesanti prescrizioni. Al contrario, se qualcuno incappa in una condanna, ecco che si ridà fiato ai tifosi della parte avversa e si intravede la conferma che il connubio mafia-politica-società è ancora vivo e vegeto. Cosa della quale è difficile dubitare.Ma il punto non è questo. Ci si può limitare al ruolo di osservatori e commentatori di vicende giudiziarie senza affrontare mai di petto il problema? Il modo più diretto per farlo sarebbe quello di far partire un dibattito diffuso sul concorso esterno in associazione mafiosa, che porti a una norma di legge specifica. Che serva pure a dare contorni più certi, oltre che sulle fattispecie del reato, alle conseguenze circa le candidature alle elezioni, le dimissioni dalle cariche e le sospensioni o le radiazioni dagli ordini professionali. Ormai pure i magistrati più diffidenti danno segni d´apertura in tal senso. Sinora il concorso esterno è un reato demandato all´esclusivo convincimento delle corti giudicanti e alla bagarre polemica che si scatena nella pubblica opinione a corrente alternata. Per decidersi di mettere nero su bianco il reato relativo alla organizzazione mafiosa, il 416 bis, il Parlamento ci ha messo un bel po´. Nel 1982, sulla scia dell´uccisione di Pio La Torre, che proprio per questo perse la vita, e del generale Dalla Chiesa, la partecipazione all´associazione mafiosa divenne reato in sé. Da allora è stato più semplice perseguire gli organici a Cosa nostra. Fatto questo primo passo, ci si è fermati sostanzialmente lì. Nel senso che tuttora la lotta alla mafia viene vista dal mondo politico e dall´opinione pubblica come una caccia al superboss di turno. Preso l´ultimo, si parla di mafia in ginocchio, poi si scopre che quello era sempre e solo il penultimo.I rapporti della mafia con la politica, con il mondo delle professioni, ma anche con le fasce popolari che nei quartieri danno sostegno concreto alle cosche (e di quest´ultimo aspetto si parla troppo poco) rimangono sullo sfondo. A meno che, appunto, la magistratura non batta un colpo. Del resto, non ci si può affidare ai codici etici che si mettono in campo da parte dei partiti a ridosso delle elezioni, né possono bastare i codici deontologici che regolano la vita degli ordini professionali, come d´altra parte è davvero difficile pensare che il popolo delle periferie si faccia convincere spontaneamente dagli appelli antimafia. Lo vediamo, non si hanno scrupoli a candidare e votare rinviati a giudizio per mafia e condannati per questo reato. Allora, se proprio si vuole dare uno strumento certo a tutti noi, abbandonando le chiacchiere, visto che ormai si risponde soltanto al codice penale, si apra una discussione nella società, in Parlamento e si delinei al più presto cosa si deve intendere per concorso esterno in associazione mafiosa. Sia chiaro, non è soltanto una questione di codice penale. Attualmente ci sono norme che consentono di sanzionare il concorso nella commissione dei reati: tra questi, ovviamente, anche quello di mafia. Tuttavia, non si può non rilevare come il concorso esterno alle associazioni mafiose, che è poi il nocciolo duro dell´esistenza del potere mafioso, che altrimenti già sarebbe solo un ricordo del passato, investa tutta una serie di argomenti che hanno a che fare con il largo consenso che le cosche ancora hanno in larghi strati, borghesi e popolari, della società siciliana.