venerdì 29 gennaio 2010

La sfiducia è una cosa seria, anzi impossibile

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 4 del 29/1/2010 - Pag. 13
Come ti azzero la sfiducia
Francesco Palazzo

A proposito di particolarità sicule, vale la pena segnalare una chicca che il legislatore regionale, bontà sua, ha voluto regalarci. Partiamo da un esempio abbastanza noto. A Palermo, tutti lo sappiamo, la maggioranza che ha vinto le elezioni da tempo è andata a farsi benedire. Niente di anomalo, sia chiaro. Se accade allegramente alla regione, perché non può verificarsi negli enti locali? Del resto, per mandare a casa un sindaco che ha perso di vista la sua coalizione, è prevista la mozione di sfiducia. Nel capoluogo se ne è tornato a parlare recentemente. Dopo la bocciatura della manovra di assestamento al comune di Palermo, venticinque voti contro l'amministrazione, diciassette a favore, dal centrosinistra è stata rispolverata, appunto, l'opportunità di tale mozione. L'unico elemento in grado di fare chiarezza in una situazione divenuta, e da tempo, praticamente all'indomani delle elezioni, ingovernabile e ingestibile. Se non facendo pagare un caro prezzo ai palermitani. Al momento la mozione, già presentata dal Partito Democratico, Italia dei Valori e Un'Altra Storia, è arrivata a diciannove firme, che non bastano a metterla in discussione. A tal fine, infatti, ne occorrono venti, i due quinti dell'assemblea, composta da cinquanta eletti. Ma non è questo il punto, la ventesima firma pare che ci sia. D'altra parte, attualmente, gli anti Cammarata sono i quindici consiglieri del centrosinistra, PD, IDV e Un'Altra Storia, i cinque lombardiani dell'MPA e i sei del PDL Sicilia, facenti capo a Miccihé. Ventisei voti su cinquanta sono un blocco consistente, una maggioranza assoluta in grado di chiudere la partita e permettere che si faccia chiarezza. Cosa che solo nuove elezioni, e non solo al comune, possono determinare. Il problema è che la regione siciliana nella legge del settembre 2004, che contiene “Disposizioni concernenti l'elezione dei consigli comunali e provinciali”, all'articolo 31 ha confermato la modifica ad una legge del 1997, che era già stata variata nel dicembre del 2000. In poche parole, la soglia di approvazione della mozione di sfiducia ai sindaci e ai presidenti di provincia è fissata al 65 per cento dei consiglieri assegnati. Quindi, fermandoci alle città, per mandare a casa un sindaco siciliano, questa è la sostanza della norma, occorre molto di più del suo pari grado che si trovi in un'altra città italiana. Dove, al contrario, con una maggioranza assoluta, 50 per cento più uno, secondo la legge nazionale dell'agosto 2000, varata quattro mesi prima di quella dell'ARS, un primo cittadino può essere messo, democraticamente s'intende, alla porta. A Palermo il numero, invero proibitivo, è di 33, i due terzi del consiglio comunale. La regione, nel dicembre 2000, poteva adeguarsi a una norma appena esitata a livello nazionale. Ha preferito proseguire per la sua strada. Questo serve a farci capire come, talvolta, e sicuramente in casi come questo, la legislazione regionale, a regime autonomistico, crea più problemi di quanti invece ne risolva. Non si capisce davvero la razionalità di una tale disposizione. Se non quella d'incollare un sindaco su una sedia, qualsiasi cosa combini. Tra l'altro è davvero strano che a un sindaco per essere eletto, e prevalere sui suoi concorrenti, basti la maggioranza assoluta dei votanti al primo turno, che scende qualitativamente e quantitativamente nell'eventuale ballottaggio, e che invece si debba prevedere la maggioranza dei due terzi per sfiduciarlo. In tal modo si consente che un primo cittadino possa perdere allegramente pezzi della sua maggioranza iniziale, come sta accadendo nel capoluogo e altrove in Sicilia, e rimanere sempre in sella. Si capisce bene che in tal modo la democrazia rappresentativa negli enti locali siciliani viene stravolta. A questo punto l'Assemblea Regionale Siciliana, non appena si ricorderà di essere un parlamento legislatore, oltre che un teatro di guerra, dovrebbe porsi il problema di fare rientrare tale incomprensibile anomalia rispetto al resto d'Italia. In questo momento, applicando la legge che c'è, paradossalmente, un sindaco che a Milano o a Roma dovrebbe dimettersi avendo contro la maggioranza semplice su una mozione di sfiducia, a Palermo o a Catania potrebbe addirittura trarne nuova forza. Prevalendo sugli oppositori che, pur essendo in maggioranza, anche larga, non riescono a raggiungere la proibitiva vetta del 65 per cento.

venerdì 22 gennaio 2010

Numeri e politica

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 3 - Pag. 13 - 22/1/2010
Quelle virtuose taroccate
Francesco Palazzo

Una delle prime notizie di quest'anno ha sorpreso un po' tutti. Se eravamo ad aprile si poteva pensare al classico pesce che tradizionalmente apre il mese. Ma è tutto rigorosamente vero. I conti del comune di Palermo e Catania, riferiti al bilancio del 2008, sono tra i più virtuosi, come certificato da un decreto ministeriale. Si tratta di un provvedimento che notifica dei bonus di spesa che il governo ha ricevuto dall'Europa in deroga al patto di stabilità. Opportunità che Roma ha trasferito ai comuni. Stilando una graduatoria su chi può spendere più e chi può farlo in misura minore. Vediamo di ragionarci su un attimo. Le valutazioni sui bilanci degli enti pubblici, come dimostrano le proteste dei sindaci di Reggio Emilia e Bergamo, premiate incredibilmente, insieme a Firenze e a Bolzano, in misura minore rispetto a Catania e a Palermo, risultano, almeno nel caso specifico, abbastanza controverse. Pare che, infatti, ad esempio, il comune palermitano si sia classificato ai primi posti perché gli è stato consentito di non inserire le somme stanziate per i tremila precari stabilizzati. Ma, in ogni caso, così come le classifiche sulla qualità della vita, che spesso ci penalizzano, e che commentiamo in tal senso, pur esponendosi anch'esse a valutazioni critiche circa i parametri utilizzati, anche quest'ultima graduatoria va presa per come ci si presenta. Comprendiamo, quindi, il fatto che l'amministrazione del capoluogo di regione, (e possiamo supporre anche quella catanese), sia contenta di tale attestazione. Ma lo sono allo stesso modo i palermitani? Domanda non oziosa. Visto che chi guida l'amministrazione ha dovuto ammettere che, a fronte di improbabili virtuosismi sui numeri, “le nostre disponibilità finanziarie ci hanno costretto a ridurre i fondi destinati alle attività sociali, alla cultura, alle manutenzioni”. Cioè il comune di Palermo si trova talmente messo male in quando a disponibilità finanziare che è stato costretto a penalizzare quelli che sono i tre motori principali di ogni ente locale. Scommettiamo che a Bergamo, Reggio Emilia, Bolzano e Firenze ciò non è avvenuto? Se i tre ambiti vengono sacrificati, la comunità soffre nelle fasce più deboli, non cresce quel bene immateriale, ma fondamentale, che è la cultura, in qualsiasi forma si possa essa intendere, e non si mette mano, per come si dovrebbe, a interventi ordinari di manutenzione. I conti dei bilanci, più o meno taroccati, e quelli della politica dovrebbero procedere di pari passo. Se c'è un allineamento tra i primi e i secondi, allora c'è ragione di essere contenti della propria azione. Ma se si butta a mare la politica, cioè se si mortificano aspetti essenziali della comunità che si governa, i conti non tornano più. Nel senso che se il comune di Palermo avesse tenuto il livello delle attività sociali, di quelle culturali e delle manutenzioni, per tacere d'altro, in una posizione non diciamo eccellente, ma appena discreta, ecco che i conti della politica avrebbero affogato nella disperazione i conti di carta. Può essere che questa sia un'ipotesi di lavoro utile anche per il comune di Catania? Se io ho solo qualche euro al giorno per campare, e non spendo nulla neanche per nutrirmi, per paura di rimanere completamente al verde, posso ben dire di avere i conti a posto, ma posso anche candidarmi per occupare un bel loculo al cimitero. A questi ragionamenti è legato un altro problema politico, che, pur essendo basilare, non trova posto nel dare e avere dei bilanci. Palermo e Catania sono metropoli in cui, nell'ultimo decennio, è tornata a prevalere la sommatoria, confusa e predatoria, di tanti egoismi personali. Non c'è un'idea condivisa di città. Se un visitatore prova a farsi una passeggiata, nei vari salotti dei due centri, così come nelle tante periferie, vedrà tanti soggetti che si riconoscono solo in se stessi. Ora, chi governa deve indicare quale città ha in mente. Deve trasmettere questa idea e farla capire a tutti. E', questo, un contributo importante affinché un insieme indistinto di persone diventi una comunità viva, unita. Anche, e soprattutto, in questo si misura la presenza di quanti sono chiamati ad amministrare. Possiamo essere ragionevolmente sicuri che a Reggio Emilia, Bolzano, Firenze e Bergamo i conti della politica e quelli finanziari vadano di pari passo. E che non si cerchi di apparire in regola con i bilanci a scapito dei diritti elementari di cittadinanza. E che, soprattutto, nelle città citate esiste un tessuto di condivisione urbana collettiva che è il vero identikit di una comunità. A noi rimane soltanto, quando ci riesce, tappare, attraverso equlibrismi di bilancio o piani di rientro, le falle di una spesa pubblica in perenne bolletta. E' quello che ci resta. Perché i buchi della politica, ormai, sono talmente compromessi che neanche li mettiamo più nel conto.

sabato 16 gennaio 2010

Mercati e mercanti

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 16 GENNAIO 2010
Pagina XXIII
LA BANDIERA DELL´AUTONOMIA NON CI SALVERÀ DAL TRACOLLO
Francesco Palazzo

L´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, stavolta da Detroit, è stato più chiaro e meno caustico dell´ultima volta. Qualche settimana fa aveva chiosato che tutto si poteva risolvere spostando la Sicilia e portandola vicino al Piemonte e alla Lombardia. Adesso ci dice che spesso i produttori non fanno sino in fondo i conti con la crisi, al posto di chiudere gli impianti li tengono aperti in cambio di fondi pubblici. Ha parlato di nazionalismo economico. Nel caso della Regione siciliana, che ha già sventolato sotto il naso della Fiat un assegno da quattrocento milioni di euro, da investire in infrastrutture, per scongiurare la chiusura dello stabilimento di Termini, si può parlare di regionalismo economico guidato dalla mano pubblica. Su questo la politica regionale si trova sempre tutta d´accordo. Ne è una prova l´ordine del giorno che dà mandato al governatore di andare a Roma e provare a fermare le intenzioni, pare definitive, che provengono da Torino. Sembra l´ennesima puntata della fiction sulla Sicilia offesa e umiliata dal Nord, dopo che noi abbiamo dato braccia e menti negli anni dell´emigrazione. Che per la verità non sono finiti. E certo non per colpa della Fiat. Un flusso inarrestabile di giovani che vanno via, spesso con percorsi scolastici eccellenti. A quante fabbriche chiuse equivale tutto questo? Difficile fare una stima, si tratta di numeri comunque elevatissimi. Solo che siccome il fenomeno avviene goccia a goccia, e non in maniera traumatica come nel caso di Termini, nessuno se ne fa carico. Quando i nodi verranno tutti al pettine, perché prima o poi accade qualcosa, un punto di non ritorno, come il niet di Marchionne, e ci ritroveremo sempre più lontani dalle regioni più produttive, potremo sempre affermare che da Roma, dal Nord, da chissà dove, siamo sfruttati e lasciati a noi stessi. Ora abbiamo ritirato fuori dalla soffitta la nostra bella bandiera autonomistica. Che se ne faranno gli operai di Termini e le ragazze e i ragazzi che vanno via, di questo particolarismo anacronistico, retorico e sprecone, è facile immaginarlo. Non gliene può importare di meno. La politica siciliana, ovviamente, fa finta di non accorgersene, come quei passeggeri che ballavano mentre la nave affondava. Se ne esce tirando fuori la moneta sonante e non capisce che non possono essere risolti sempre così i problemi. Lo puoi fare per decenni e affondare le casse pubbliche per salvare questo e quello, ma principalmente per salvare una politica indecente. Il gioco riesce quasi sempre. Tuttavia, a un certo punto ti trovi davanti uno che ragiona da imprenditore e ti dice, né più né meno, che non può sostituirsi alla mano pubblica nel creare o conservare il lavoro. Ma la politica siciliana non vuole sentire ragioni. Sbraita, si sbraccia, protesta, si appella, marcia a fianco dei lavoratori. Come se fosse la spettatrice e non la causa di questo deserto. Dall´altra parte ancora niente. Insomma, ogni tanto qualcuno ci ricorda che stiamo affondando. Oggi è Marchionne a farlo, domani accadrà qualcos´altro, dopodomani ancora un´altra sberla di questo tipo. Abbiamo l´impressione che, d´ora in poi, accadrà sempre più spesso. E la classe dirigente di quest´isola, come quel pugile dal volto tumefatto dai cazzotti che non vuole ammettere la sconfitta, rimarrà sempre sul ring. Progettando Partiti del Sud, Pdl Sicilia, Pd a vocazione regionalista e quant´altro occorre a fare di noi, più che un laboratorio, quasi macchiette nel panorama politico nazionale. Maggioranze che si sciolgono, opposizioni che ondeggiano, governi che passano, senza problema alcuno, dalla fase uno a quella due per approdare a un bell´esecutivo di minoranza che cercherà di sopravvivere qualche mese. Non è vero che tutto ciò avviene per salvaguardare gli interessi della Sicilia. Perché, come dimostra la chiusura di Termini, gli interessi della nostra regione stanno andando a farsi benedire. Quello di cui abbiamo bisogno non è più Sicilia, ma più Italia e più Europa. Poiché, però, sul ponte di comando la festa deve continuare, nessuno si rende conto che la bandiera della Sicilia vittima ormai è un inutile passatempo di società. Che serve a raccogliere qualche voto e a far appassionare ancora molti ingenui. Ma che alla fine è il lacero vessillo della nostra inadeguatezza sociale, economica e politica.

venerdì 15 gennaio 2010

Attenzione, piovono riforme.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 2 del 15 gennaio
Pagg. 10 e 11
Se il riformismo è una scialuppa
Francesco Palazzo

Quando non si riesce a fare politica ci si appiglia alle riforme, come il naufrago al pezzo di legno che forse lo salverà o il malato al simulacro del santo protettore. Da decenni il riformismo delle parole è un’arma formidabile, utilizzata per distrarre le masse. Chi è incapace di affrontare i settori essenziali della vita pubblica, per rendere efficienti i quali già ci sarebbero tutti gli strumenti ordinari, basterebbe volerli e saperli applicare, rivernicia tutto con rivoluzioni copernicane. Le quali, nove volte su dieci, non risolvono proprio un bel niente e si sostanziano, basta non farsi distrarre dai giochi di prestigio, in un aumento di costi, un peggioramento dei servizi e nuovo clientelismo. Ora l'orizzonte riformistico sta colorando la crisi in cui agonizza l'amministrazione regionale, giunta al terzo governo di legislatura, e non è finita qui. Roba che fa impallidire la prima repubblica. Periodo che si è aperto all'indomani delle elezioni. Con un presidente delle regione e una maggioranza non in grado di gestire i numeri sovrabbondanti di cui disponevano. Se le parole e i comportamenti di questi ultimi mesi avessero un minimo senso condiviso, si sarebbe già spenta la luce e convocate le elezioni. Le regole sono queste, ma in Sicilia valgono altri parametri. Non si capisce, peraltro, come una parte consistente di coloro che non sono stati capaci di svolgere un compito preliminare a qualsiasi azione politica, ossia tenere unita una coalizione, possano presentarsi come gli alfieri del riformismo in salsa siciliana. Lo scacchiere riformista è ormai affollato all'inverosimile, come i bus nelle ore di punta. Infatti, pure l'UDC e il PDL lealista, rimasti fuori dai giochi, si dichiarano devoti alle riforme. Poiché noi non ci facciamo mai mancare niente, sotto il nostro cielo accade anche un'altra stranezza. L'opposizione, che in qualsiasi altro posto al mondo chiederebbe di tornare al corpo elettorale, vuole aiutare, e lo ha fatto, come diremo, una prima volta già in campagna elettorale, il governatore siciliano senza maggioranza. Cosa che in una democrazia, anche la più scalcagnata, può creare problemi insormontabili. Per realizzare, of course, le riforme che occorrono alla Sicilia. Ma un conto è discutere con una maggioranza in grado di badare a se stessa, un altro è farlo con una minoranza. Perché, in tal caso, si tratta di un pieno sostegno politico-parlamentare. E del resto proprio tale viene considerato dal presidente Lombardo, che ha già incorporato pubblicamente il PD, arruolandolo senza se e senza ma. I democratici possono utilizzare tutti gli eufemismi possibili, ma, se non vogliamo girare intorno alle parole e cadere nel ridicolo, la sostanza politica è che ormai la maggioranza comprende anche loro. Il punto è capire se il gioco vale la candela. Il terzo esecutivo regionale ricorda i governi balneari del bel tempo andato, quando la DC litigava con tutti e con se stessa, mettendo in campo governicchi e cercando poi in parlamento i voti per sopravvivere qualche mese. In questo caso, visto che la bella stagione è alle spalle, si tratterebbe di un esecutivo inverno-primavera. Giacché esponenti del Partito Democratico hanno fatto capire che a giugno si procederà con un ingresso organico in giunta di chi ha perso le ultime elezioni con un cappotto di proporzioni gigantesche. E con una candidatura alla presidenza inconsistente e senza reali motivazioni. Ed ancora il presidente ringrazia di questo primo grazioso contributo alla causa. Resterebbe da capire, rimarrà un mistero, gaudioso o doloroso fate voi, perché mai i democratici si sono tanto accapigliati nel congresso che è seguito alle primarie, se adesso le due principali aree che hanno incrociato le armi sono d'accordo nel lanciare questa ciambella di salvataggio a Lombardo. Che è stata infiocchettata, il periodo era quello giusto, come un pacco regalo di natale, con dentro la solita invocazione retorica che si perseguono gli interessi dei siciliani. Che, però, non hanno bisogno di un riformismo prêt-à-porter, ma di un governo e una maggioranza stabili. Che, dopo aver vinto le elezioni, sappiano realizzare, semplicemente, i punti programmatici esposti in campagna elettorale. Il Partito Democratico intende allearsi strutturalmente con gli autonomisti e con altri pezzi di ceto politico vicini a Lombardo? Lo faccia pure, ma presentandosi al più presto alle urne. Chi sostiene che il voto sarebbe una sciagura, ha davvero uno strano rapporto con la democrazia. Coloro che affermano che tornerebbe a vincere il centrodestra, hanno pure tormentati rapporti con se stessi. E non capiscono che se il centrodestra vince sempre alla grande, probabilmente è perché quando si sbaglia la prima, la seconda, la terza campagna elettorale, magari è il caso di farsi un attimino da parte. O la Sicilia potrà tornare al voto quando il centrosinistra sarà pronto a vincere? Non vorremmo che la situazione politica siciliana trovasse descrizione nella famosa battuta del cabarettista Makaresko. “Molti dei nostri uomini politici sono degli incapaci. I restanti sono capaci di tutto”.

venerdì 8 gennaio 2010

Baci vietati e la bufala dell'influenza

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
8 1 2010 - n. 1 - Pag. 55
INFLUENZA, FUNERALI CON DIVIETO
Francesco Palazzo

Anche se molti avevano avvertito che era tutta una bufala, si temeva lo stesso che il picco dell'influenza suina potesse verificarsi intorno alla fine del mese e dell’anno. Niente da fare, sinora calma piatta. Vedremo cosa accadrà nei mesi più freddi. E dire che per gli abitanti di Favara il coprifuoco è iniziato il 10 dicembre. L’ordinanza dell'amministrazione comunale, supponiamo ancora in vigore, vieta, per scongiurare la trasmissione del virus, baci, abbracci e strette di mano durante i funerali, sia presso la casa dei defunti che dentro il cimitero. Abbiamo appreso della cosa prima che il provvedimento entrasse in funzione. Ma, ci chiediamo, la disposizione sta trovando applicazione? Perché dalla penna di un sindaco può uscire di tutto, come la multa alla dirigente scolastica di Chiusa Sclafani, rea di non avere appeso il crocifisso a scuola. Ma poi occorre misurare gli effetti, dalla carta alla vita, di queste iniziative. La moltiplicazione dei registri, al fine di evitare contatti fisici, dove segnalare il proprio cordoglio, è indiscutibilmente adeguata. Purtroppo la perentoria prescrizione lascia drammaticamente scoperte altre fonti di contagio. Per i siciliani la “vasata” non è certo praticata nei soli frangenti di dolore. Ci sono tanti altri momenti in cui i baci, gli abbracci, le strizzate corporee sino a farsi male, si sprecano. Basta pensare a matrimoni, battesimi, cresime, prime comunioni, compleanni. L’amministrazione di Favara non poteva pensare a tutto. Altri primi cittadini, se il virus dovesse ripensarci e presentarci il conto nei primi mesi del 2010, dovranno coprire gli eventi, questa volta lieti, in cui un certo numero di persone viene a stretto contatto. Certo, bisognerà prepararsi ad affrontare qualche attimo d’imbarazzo. Prendete il rito matrimoniale. Nel momento in cui il sacerdote dice agli sposi di baciarsi, ecco il sacrestano che passa il registro ove trasferire lo schioccare del bacio non dato. Non sarebbe un buon inizio. E all’uscita della chiesa, o in sala, come si potrebbe fare per scansare le veementi manifestazioni d’affetto e le palesi felicitazioni? Un problema. Non parliamo, poi, delle statue dei santi, presenti in massa nelle chiese cattoliche. E' tutto un bacia-bacia promiscuo, il rischio contaminazione è altissimo. In questo caso, se qualche sindaco si facesse venire la felice idea di impedire le manifestazioni d'affetto verso i simulacri, sappia che rischia l’incidente diplomatico con uno stato straniero. Restando, per il momento, a Favara, ci si può chiedere come stanno agendo la polizia municipale e le forze dell’ordine, incaricate dell’esecuzione dell’ordinanza funebre. Immaginiamo pedinamenti sotto copertura nei dintorni della casa del soggetto passato a miglior vita, intercettazioni ambientali per incastrate i più esperti nella baciata a tradimento, nell’abbraccio furtivo, nella stretta di mano lampo. Poi si devono sorvegliare i camposanti. Vigili urbani con occhiali scuri, vestiti in borghese, all’ombra dei cipressi, che spiano i movimenti di chiunque intenda avvicinarsi per avvinghiare la vedova con la tripla infrazione. Stretta di mano iniziale, bacio d’ordinanza e abbraccio finale. Sarà una fatica immane interporre, tra il desiderio del contatto fisico e il corpo dolorante della signora, proprio all’ultimo momento, un bel registro immacolato su cui far scorrere l’inchiostro del dolore. Se si vuole evitare il parapiglia, si può procedere a funerali notturni e strettamente privati. Pubblicizzando discretamente le dipartite a cose fatte e dispensando, ovviamente, altrimenti saremmo punto e a capo, dalle visite. Oppure si può riproporre la visione degli ultimi minuti di Nuovo Cinema Paradiso. Il protagonista ha la possibilità di vedersi, uno dietro l’altro, tutti i baci che la censura del prete aveva fatto tagliare. Uno spezzone di pellicola di una bellezza unica e liberatoria. Perché i baci negati, più che scongiurare l’influenza, fanno male alla vita. Molto più di un termometro che segna un’alta temperatura.

venerdì 27 novembre 2009

Elezioni a perdere

CENTONOVE
27 11 2009
Pag. 55
Elezione diretta? Una finzione.
Francesco Palazzo

Con l'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di regione, e delle maggioranze a loro legate, si era pensato di fornire, da un lato, agli elettori una possibilità di scelta estremamente vincolante e diretta, dall'altro si era fatto in modo che ciò si traducesse in maggioranze ed esecutivi altamente autorevoli e stabili. Guardando a quanto succede,e da tempo, al comune di Palermo e alla Regione, per fare solo due esempi, ma come sappiamo sono casi “pesanti”, destinati ad avere ripercussioni sul quadro politico nazionale, possiamo senz'altro dire che i cittadini non hanno scelto un bel niente. Si è dato loro, è vero, la parvenza di decidere sindaco e presidente di regione, con i partiti che li sostenevano, ma era solo un gioco. A metà percorso, e per la verità già da tempo, al comune di Palermo non c'è più la maggioranza che era stata voluta dal corpo elettorale nelle amministrative del 2007. Il Movimento per l'Autonomia è fuori dalla giunta, e dalla maggioranza di allora, è ciò viene vissuto come un fatto del tutto normale. Senza contare che la nascita del PDL, targato Sicilia, non potrà che rendere più perigliosa la navigazione del centrodestra al comune. E' vero che c'è, con molti forse, una specie di maggioranza numerica in consiglio. Ma oramai la balcanizzazione del quadro politico è cosi evidente, oltre che le incapacità palesi del governo cittadino, che non si capisce a quale mandato rispondano coloro che attualmente amministrano la città. Certamente non a quello degli elettori, ma pare che questo sia l'ultimo problema. Qualche mese addietro l'opposizione a Cammarata, che non sta lavorando male, aveva in corso la raccolta di firme per presentare la mozione di sfiducia al sindaco. Se ricordiamo bene, per raggiungere il numero previsto, mancavano solo le sottoscrizioni dei consiglieri comunali facenti capo all'MPA. Non sappiamo che fine abbia fatto la cosa. Alla Regione la situazione, è sotto gli occhi di tutti, è ancora più paradossale. Basta solo riflettere sul fatto che all'ARS il gruppo più consistente, ammesso che non si divida come viene paventato da più parti, è quello del PD. Si è vista mai un assemblea rappresentativa, per di più che si fregia dell'appellativo di parlamento, dove è addirittura l'opposizione ad avere la maggioranza? In questo caso il governo in carica, a differenza di quanto accade nel capoluogo, non ha più nemmeno i numeri che lo sostengono. L'elezione diretta di presidente e maggioranza, che non a caso sono votati nella stessa scheda elettorale, è diventata una parodia di se stessa, un mero artificio dialettico, una scatola vuota. In un altra regione, il Lazio, un governo è caduto per motivi che attengono a vicissitudini personali del suo presidente, che hanno certo alla fine una rilevanza politica, ma che niente hanno a che fare con i provvedimenti messi in campo durante la legislatura, né con scollamenti nella coalizione che sosteneva quel governo. Ci chiediamo: non ha una rilevanza ben maggiore, tutta politica, e dunque ben più importante per i cittadini, il fatto che in Sicilia, dal giorno dopo le elezioni potremmo affermare, non c'è mai stata una maggioranza politica e adesso non c'è più neanche quella numerica? E perché sente l'impellente, e giusta, necessità di dimettersi colui che vede distrutta la sua vita strettamente personale, mentre non hanno il minimo retro pensiero di questo tipo coloro che, in tutta solare evidenza, non rappresentano più, e non da ora, il volere del corpo elettorale? Nelle cronache che davano conto della nascita del PDL Sicilia, colpiva una frase, “noi creeremo una maggioranza in 24 ore”, detta a quella parte del PDL che sta dentro il governo regionale, ma che si comporta, e parla, da opposizione. Negli ultimi giorni un esponente nazionale del PDL ribellista ha ripetuto che si è disposti a maggioranze alternative. Che vuol dire imbarcare il Partito Democratico. Questa provocazione rende chiaramente l'idea, più di qualsiasi nostra riflessione, di come ormai il quadro politico di regione ed enti locali sia nelle mani di poche persone. Che possono creare, ed evidentemente anche distruggere, nel giro di poche ore ciò che ai loro occhi non va bene. Se così stanno le cose, perché continuare con la finzione dell'elezione diretta di sindaci, presidenti di provincia e capo del governo regionale? Se la scatola ormai è vuota, prendiamone atto, senza per questo pensare a un ritorno al vecchio sistema. La via d'uscita è quella di rafforzare le leggi elettorali, rendendo più vincolante, con paletti strettissimi per eletti e partiti, il patto tra elettorato attivo ed elettorato passivo. Basterebbe una piccola postilla: chi non ha più la maggioranza uscita dalle urne deve mettersi da parte e la parola va restituita al corpo elettorale. Insomma, siamo stanchi di notabili, siciliani o romani, che decidono delle pubbliche istituzioni come se fossero il loro feudo. In ventiquattrore, se cambiassero le regole nel senso indicato, potrebbero solo dimettersi, non creare dal nulla maggioranze non uscite dalle urne.

venerdì 20 novembre 2009

Tempi dei palermitani, tra privato e pubblico

CENTONOVE
Settimanale di politica, cultura, economia
20 11 09
Pag. 53
Viabilità, il far west dei palermitani
Francesco Palazzo

Non so cosa accade a Catania, a Messina o a Trapani. Ma il tempo, pubblico e privato, dei palermitani presenta caratteristiche davvero strane. L’altro sera riprendo l’auto posteggiata davanti a un ristorante e a un pub, tra i più frequentati ed esclusivi. Una macchina non mi permette di uscire. Attendo una manciata di secondi e già mi pare di aver passato lì la giornata. Neanche il tempo di scendere dall’auto e si presenta il posteggiatore abusivo, con una tempistica da centometrista. Dotto’, un attimo. Entra nel ristorante super lussuoso. Passano due, tre minuti. Riesce fuori, l’orologio gira, non voglio fare questioni, mi limito a suonare timidamente il clacson e attendo. Il nostro uomo del fischietto entra nel pub ed ecco che esce fuori il nostro uomo. Civilmente stava sorseggiando il suo aperitivo. Ovviamente rinforzato. Sono già trascorsi cinque minuti. Faccio capire che qualche parola potrebbe spenderla. Allora, come trafitto da un raggio di luce, spadella con un ghigno, preparato alla colluttazione verbale, la frase tipica del palermitano. Ma perché, è assai che aspetta? Non ho mai capito quanto è questo assai, quanti giri d’orologio devono consumarsi perché il niente passi al poco e questo si trasformi in molto. Forse è solo questione di prospettive. Per esempio, quelle culinarie amplificano le sospensioni sino all’inverosimile. Il giorno successivo all’attesa, per me lunga, per il posteggiatore normale, per l’incivile bevitore di aperitivi inesistente, ecco che ci troviamo davanti a una bancarella di pane con la milza. Il "consatore"di panini si è allontanato da non più di cinque minuti. Facciamo l’ordinazione e attendiamo il suo ritorno per qualche minuto. Nel frattempo arriva una signora, attende meno di un giro d’orologio. Appena il nostro amico si ripresenta nella sua postazione, ecco che gli lancia la più classica tagliatina di faccia sicula. E’ mezz’ora che aspetto, me lo vuole dare questo panino? Il richiamare la mezz’ora è il segnale che fa capire quanto il palermitano sia infastidito oltre ogni limite e pazienza. Non ha importanza se è solo passato qualche minuto, la mezz’ora è una misura dell’anima, soprattutto quando a patirne è lo stomaco vuoto e le papille gustative della signora che già pregustavano la milza. Per la verità, l’imprecazione, per rendere al massimo, deve essere pronunciata in siciliano-panormita stretto. "Avi menzura c’aspiettu, cama a cumminari". Che dobbiamo combinare, deve proseguire ancora quest’offesa? E, arrivati a questo punto, quello cui la frase è diretta, o se la prende in criminale, oppure, come il nostro imprenditore della milza, risponde a tema con ironia. Signora, fa lui, se il tempo lo misurassimo così, camperemmo niente. La serve per prima, in pochi secondi, e la cosa si chiude lì. E sin qui siamo a questioni private. Perché va detto che anche nella dimensione pubblica il tempo è un fattore molto umorale. Prendete le “mezzorate” della legalità. Con esse si riempiono per giorni le pagine dei quotidiani. Sono quei brevissimi spazi temporali in cui qualcuno degli addetti ai controlli sul territorio, decide che in quel caso va sospeso il far west delle regole e si deve applicare la legge. Tutto dura mezz’ora, in questo caso reale. Se la eviti sei a posto. Un esempio. L’altro giorno passavamo dal mercato palermitano domenicale dell’usato di Piazza Marina. Alcuni mesi addietro, dopo una decina d’anni, dal comune avevano obiettato che lì non poteva più stare. Si alzò il fumo della polemica, poi non se n’è saputo più niente. Il tempo della legalità era già scaduto. Anche sulle regole più stringenti, tipo le zone blu a pagamento, a Palermo il tempo è abbastanza elastico. Ne hanno istituite di nuove nella zona residenziale. Perfettamente inutili, servono solo a fare cassa. Ma la data in cui inizieranno a serrare i controlli è stata posticipata. Multe per ora non se ne fanno se si trasgredisce. Serve un periodo di adattamento, come se quella del parcheggio a pagamento fosse una novità mondiale. Non si sa quanto durerà la fase buonista. Ancora continua. A meno che non si capiti nella mezz’ora sbagliata.

venerdì 13 novembre 2009

PD in Sicilia. Oltre il segretario c'è pure il partito?

CENTONOVE
Settimanale di politica, cultura, economia
n. 43 del 13/11/09
Pag. 10
Spaccature congressuali
Francesco Palazzo

Hanno perso la testa. Vedendo in rete alcuni spezzoni dell'assemblea regionale dei democratici, consumatasi, in tutti i sensi, domenica 8 novembre, non si può dire che questo. L'hanno persa, e alla grande, i vincitori e i vinti. Nel PCI e nella DC, che sono, grosso modo, i contenitori di provenienza degli iscritti al partito, mai sarebbe accaduta una cosa del genere. Almeno nella misura in cui è avvenuta questa spaccatura verticale, con un'intera mozione che lascia il campo e con il parapiglia che ne è conseguito. Insomma, se il Partito Democratico in Sicilia voleva trovare il modo migliore per farsi del male, c’è perfettamente riuscito. E ciò avrà senza dubbio conseguenze negli enti locali. Per fare un solo esempio, al comune di Palermo, dove l'opposizione nell'ultimo periodo ha fatto un buon lavoro, dopo questa vicenda sono già volate parole grosse tra chi ora si trova arroccato su fronti contrapposti. Sì, il partito ha un segretario, ma il partito c'è ancora? Crediamo che la domanda sia del tutto legittima. Soprattutto perché, dopo la nascita del PDL Sicilia, si parla del possibile varo del PD regionale. Non ci facciamo mai mancare niente. A livello nazionale, lo abbiamo visto, sabato 7 novembre sono riusciti a salvare, pur nel permanere di aspre e profonde contrapposizioni, la forma e, forse, pure la sostanza. In Sicilia, e pensiamo sia l'unico caso tra quelli in cui era previsto il ballottaggio, è andato in onda uno psicodramma che potrebbe pure fare ridere se non facesse solo piangere. Forma e sostanza sono andate a farsi benedire. Sembrava il congresso di un pezzo minoritario della più estrema sinistra, o destra se volete, e non la celebrazione di un momento fondamentale del secondo partito italiano. Facce paonazze, parole lanciate come clave, accuse da una parte e dell'altra che neanche i più acerrimi nemici usano rivolgersi. Non è neanche tanto importante capire i dettagli della lite, c'importa davvero poco pesare torti e ragioni. Non è questo il nostro compito. Anche perché in questa storia non pare ci siano state ragioni e ragionevolezza. Dobbiamo solo dire che non si doveva, e non si poteva, arrivare a tanto. Segno che l’elezione con il metodo delle primarie, giubilata in ogni dove, che in Sicilia ha portato dentro i gazebo a votare quasi duecentomila persone, non può essere una messa cantata per l'occhio delle telecamere, se poi è esclusivamente l’antefatto di uno scontro che non riguarda tanto il partito ma le persone. O, per meglio dire, i gruppi contrapposti di tifosi, possiamo ben dirlo, scesi nell’arena per darsele di santa ragione. Accecati dall'ira e non condotti dal ragionamento politico, dal rispetto di regole democratiche che senz'altro disciplinano tutto il percorso delle primarie. Ora la domanda è una sola. Diretta e brutale, se volete. Ma al momento non ce ne vengono di più interessanti. Cosa può farsene la politica siciliana, in un momento in cui anche dal centrodestra giungono forti segnali di ingovernabilità, di una formazione politica siffatta? Davvero molto poco. Eppure le premesse per scrivere una storia diversa c’erano tutte. Bastava vedere le file interminabili di uomini e donne che il 25 ottobre cercavano, imbucando le loro schede dentro le urne, un nuovo partito di cui fidarsi e su cui puntare per fare in modo che la politica dell’alternanza non sia nella nostra regione solo teoria, ma pratica da potere applicare. Altro che infiltrati di altri partiti del centrodestra, come si temeva, che avrebbero tirato la corsa a questo o a quel candidato. Qui il problema stava e sta altrove. E coincide nell’incapacità, per usare un pietoso eufemismo, di un’intera classe dirigente, di un pur grande partito, nel non sapersi porre nella lunghezza d’onda dei drammatici problemi che vive questa terra. Spiace dirlo. Ma un partito, che a quindici giorni da una giornata di democrazia partecipata e serena, non riesce a organizzare tra centoottanta delegati una semplice assemblea e un ballottaggio tra i due primi arrivati, è una collettività politica in cui non si salva proprio nessuno. Ora si cercherà di mettere una pezza a quanto accaduto. I pontieri, da una parte e dall'altra, proveranno a ricucire e a minimizzare. Temiamo però che la pezza sarà più visibile e dannosa del guaio procurato. Servirebbe personale politico autorevole, gente in grado di farsi capire da un partito che ancora non c'è. Oggi più di ieri. Ma all'orizzonte non si intravede niente di tutto ciò.

venerdì 6 novembre 2009

PD in Sicilia: segretario o partito?

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 42 del 6/11/09
Pag. 55
PD, evitiamo la resa dei conti
Francesco Palazzo

Le primarie del Partito Democratico, ancora una volta, hanno mostrato che la voglia di partecipazione dei cittadini è più forte delle paure e dei calcoli della vigilia. Non ci sono state, in primo luogo, le temute infiltrazioni esterne dei partiti del centrodestra. Alcuni osservatori e dirigenti del PD, paventavano che dal Movimento per l'Autonomia e dal PDL potessero partire indicazioni per sostenere il candidato più vicino all’una o all’altra formazione politica. Ma bastava solo vedere il flusso ininterrotto di gente che ha inondato i gazebo domenica 25 ottobre, guardare in faccia le persone, per verificare l’assoluta inconsistenza dell’angoscia della vigilia. Non si deve mai avere preoccupazione quando si chiama il popolo, per giunta pagante come in questo caso, a esprimersi. Si commette un errore se si vuole attivare qualsiasi forma di controllo per cercare di carpire la provenienza di chi si mette in fila, per ore, attendendo di depositare nell’urna le proprie intenzioni. Del resto, come si faceva a capire, tra i centonovantamila elettori ed elettrici, se c’era qualche simpatizzante del centrodestra? Mica camminano con il bollino in fronte. E anche se è accaduto, com’è verosimile che sia successo, che alcuni elettori che alle ultime regionali o politiche avevano votato centrodestra si siano presentati ai seggi, non sarebbe forse la dimostrazione migliore che le primarie possono allargare il consenso? Chi ancora ragiona presupponendo schemi inamovibili sullo scacchiere politico, soprattutto se riferiti alla volontà dei singoli individui, ragiona in modo davvero vecchio. Il consenso, ormai, è qualcosa di molto variabile, pure in una regione come la Sicilia dove il quadro elettorale è meno fluido che in altri posti. Ora bisogna capire se questo patrimonio di persone sarà fatto ammuffire in qualche scatolone, come dopo le elezioni primarie precedenti, oppure se si sarà capaci di valorizzarlo e farne un prezioso, e unico, giacimento di elaborazioni politiche e coinvolgimenti sempre più importanti e decisivi. Le analoghe esperienze del passato dovrebbero suggerire più di una cautela, non basta rallegrarsi per le primarie partecipate se poi non si recepisce il messaggio di rinnovamento che emana da esse e se ci si rinchiude, autisticamente, dentro ragionamenti asfittici, spenti. Senza prospettive. Se non quelle di garantirsi l’inizio di qualche luminosa carriera o di porre le condizioni affinché non si interrompa. Sul voto riguardante la segreteria regionale, il partito si è sostanzialmente spaccato in tre. Lupo, sostenitore di Franceschini, ha avuto un buon 40 per cento. Tuttavia, politicamente è, o dovrebbe essere, in una minoranza più forte di quanto i suoi numeri non dicano. Infatti, il secondo, che va al ballottaggio, e il terzo candidato, Lumia e Mattarella, sostenitori di Bersani, hanno totalizzato un più ampio e maggioritario 60 per cento. Logica politica voleva, ma sappiamo che la logica in politica spesso cede il posto a calcoli e interessi illogici o ambigui, che un bersaniano fosse il nuovo segretario regionale. Ma pare, appunto illogicamete, che i due sostenitori di Bersani non si parlino molto e quindi il franceschiano Lupo, anche perché così vorrebbero le divisioni fatte a livello nazionale, starebbe per fare propri tutti, o quasi, i delegati congressuali di Mattarella. D’altra parte, va anche detto che se la mozione Bersani in Sicilia fosse stata unità, avrebbe messo in pista per la segreteria regionale un solo candidato conseguendo una facile e incontrovertibile vittoria. Prenderemo atto delle deliberazioni dell'assemblea, convocata domenica 8 novembre, dei 180 grandi elettori siciliani del PD, eletti in liste bloccate proprio il 25 ottobre. Vedremo se, sulla scia del vento fresco delle primarie, i delegati sapranno porre in essere un ragionamento politico più complessivo e maturo sul partito e sulla Sicilia. Oppure se, banalmente, si procederà ad una banale e cruenta resa dei conti. Nel primo caso, molto remoto, si potrebbe cominciare a intravedere la formazione politica che cercano coloro che fanno la fila alle primarie. Nel secondo caso, molto più verosimile, se non certo, si riempiranno, calcolatrice alla mano, una serie di caselle di potere. Dando un segretario e un algido organigramma a un partito e non un partito alla Sicilia.

sabato 24 ottobre 2009

Chiudiamo il centro alle auto! Anzi, no.

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 24 OTTOBRE 2009
Pagina I
La chiusura del centro e l´impotenza del Comune
Francesco Palazzo


Tanto rumore per nulla. Come altre volte. Come sempre. A Palermo chi decide la chiusura del centro alle auto, anche solo per i fine settimana, alla fine è costretto a tornare indietro. Quante volte abbiamo sentito annunci come questo? L´esito è stato comunque sempre uguale. Al primo malumore serpeggiante tra i commercianti, ecco ammainate le bandiere dell´innovazione nel campo della mobilità. Il 7 ottobre i toni dell´amministrazione erano perentori. Chiudere l´asse che va da piazza Croci al Teatro Massimo, ogni sabato e domenica di novembre, dicembre e gennaio. Il piano doveva partire il 14 novembre e terminare domenica 17 gennaio. «Vorrei - dichiarava il vicesindaco Scoma, che ha la delega al traffico - che il centro fosse più vivibile. Il progetto, naturalmente, sarebbe sperimentale: due mesi di weekend a piedi per vedere come va. Se funzionasse, potremmo decidere di continuare». Nei giorni successivi la cosa era data per fatta. Anzi, il "potremmo" era diventato una certezza. Anche con l´assenso esplicito del sindaco, che spiegava spavaldo: «A me interessa cosa piace ai cittadini di Palermo, non quello che vogliono le lobby». Doveva essere solo il primo passo. Bene, avevamo pensato. Del resto, in tutte le grandi città del nostro Paese i centri storici chiusi sono la norma. Se ne avvantaggiano i cittadini, che possono usufruire delle vie centrali in tutta serenità, ma anche i commercianti, che hanno visto lievitare i loro affari. Non parliamo poi delle principali città europee, da Vienna a Madrid, da Barcellona a Praga. Nel resto del mondo la chiusura del centro storico è soltanto un ordinario atto di civiltà. Nella nostra città, invece, è un tabù che scatena guerre religiose, irrigidimenti incomprensibili, rapide inversioni di marcia. Come quest´ultima del Comune. Che non solo non è riuscito a fare il primo passo, ma neanche si è alzato dalla sedia. E´ bastato il nyet della Confcommercio, che è subito scattato il contrordine. Cittadini, abbiamo scherzato, se ne riparlerà l´anno prossimo, cioè mai più. Forse era solo un diversivo divertente. Come le fallimentari ZTL, le targhe alterne e i tanti provvedimenti di questa incredibile amministrazione comunale. Diciamolo chiaramente: questa città non può continuare ad essere trattata in questo modo. Ci ha messo del suo anche la Confesercenti. Che non si oppone alla chiusura del centro, ma lo fa slittare come un tapis roulant. Non da Piazza Croci al Teatro Massimo, ma da Piazza Verdi, sede del teatro, ai Quattro Canti, proprio a ridosso del palazzo comunale. Così, spingendo sempre più in là il problema, non ci vorrà molto ad arrivare all´estrema periferia. Ecco, per tenere tutti buoni e contenti, proprio da una strada sperduta dei nostri rioni popolari il comune potrebbe cominciare a esercitarsi. Con la dovuta discrezione. Verificando, prima di parlare con la stampa, se per caso non c´è, anche lì, qualcuno che si oppone. Fatto questo elementare controllo, si potrà poi procedere a ritroso. Indietreggiando lentamente, facendo finta di niente, se è possibile fischiettando e canticchiando per non dare nell´occhio. Di notte gli operai del comune potrebbero spostare verso il centro, millimetro dopo millimetro, la trincea della zona pedonale. Non scherziamo con le cose serie. Dalla Confcommercio l´hanno dichiarato più volte pubblicamente. Se le auto non possono arrivare in centro, non si può chiudere proprio niente. Che bisogno c´era di fare prima l´annuncio e poi sentire la categoria di rappresentanza? Non si sapeva già come la pensano? Ora il comune prova a mettere in campo un inutile piano B. Che non è l´iniziale del cognome dell´uomo politico più potente d´Italia. Ma, semplicemente, la chiusura delle corsie laterali di via Libertà, tra Piazza Croci e il Politeama. Solo che qui le due associazioni di categoria, Confcommercio e Confesercenti, all´unisono dicono no. Vedrete che si convincerà pure il Comune. Infischiandosene, ancora una volta, di ciò che vogliono i cittadini di Palermo.

venerdì 16 ottobre 2009

Un sindaco per Palermo

CENTONOVE del 16 10 2009
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
Pagg. 14 e 15
Palermo in ...Movimento
Francesco Palazzo


Nel momento in cui i palermitani stanno riscoprendo il gusto di scendere in piazza contro il governo della città, arrivando ad agitare barchette di carta contro il primo cittadino, una cinquantina di professionisti palermitani (medici, avvocati, commercialisti, farmacisti, artisti, professori) si sono riuniti in convento a Castelbuono per riflettere sul capoluogo. Addirittura con l’intenzione diretta di candidarsi a governare la città. La giornata è coincisa con il varo del Movimento per Palermo. Si potrebbe dire che la campana per il governo palermitano, non suona soltanto per mano delle fasce d’opposizione spontanee e da tempo politicizzate, ma anche per il ritrovato protagonismo di uno spaccato di quella borghesia professionale che in genere si disinteressa del governo della cosa pubblica. Se così stanno le cose, un bel pesante rintocco suona anche per i partiti che stanno all’opposizione. Il vero problema per il centrosinistra è quello di unire la parte borghese della zona centrale della città, che si confronta in convento o scende in piazza, e quella popolare dei rioni periferici. Quest’ultima si mobilità nel momento del voto e solitamente decide chi vince o chi perde. Non s’interessa né di convegni né di barchette, ed è molto sensibile ad altri, e ben più concreti, ragionamenti e convenienze. Da una decina d’anni il centrosinistra palermitano, di questi tre spezzoni, intercetta soltanto quello che ha portato le barchette davanti il municipio. Borghesia professionale e, ancor di più, ceti popolari, sfuggono alle capacità di analisi e d’intervento della classe dirigente delle formazioni politiche che dal 2001 gli elettori sistemano nei banchi dell’opposizione. Per dirla in estrema sintesi, si ha l’impressione, e questo è un ragionamento che si potrebbe estendere anche al livello regionale, che al momento nell’arena politica del capoluogo si fronteggino due debolezze. La lacerazione disarmante del centrodestra, che a Palermo ha davvero toccato punte impensabili di malgoverno e di scarsa competenza nel fare anche le cose più semplici e ovvie. Ma anche la spossatezza, che viene da lontano, del centrosinistra. Una debilitazione che ha bisogno di allargare decisamente il consenso e che non si cura con i momenti della protesta e dell’invettiva. Si tratta, come ben sappiamo, di fasi di una certa euforia, che tuttavia sono fine a se stesse e mai arrivano a varcare i seggi elettorali. Altra cosa sarebbe mettere subito in campo un’ipotesi di governo e incamminarsi verso le elezioni, forse non lontane, vista anche la situazione finanziaria del comune. Sì, proprio un candidato a sindaco, scelto col metodo che più aggrada, primarie o bussolotti, e una squadra di governo capace, giovane e motivata. Perché dal momento in cui si mettono in soffitta le barchette della ribellione, si deve offrire una possibilità concreta al corpo elettorale di guardare e scegliere da un’altra parte. Alternativa, a meno di non volersi prendere in giro, che a tutt'oggi, e da una decina d’anni, non esiste. Se non definisci il tuo percorso politico, se non raggiungi un’identità precisa dalla quale trattare con forza, tutto il resto somiglia al classico divertimento del gatto che gioca col topo. La fine dell’impari confronto è a tutti nota. Chi vuole mettere in campo una politica diversa nel capoluogo, ed il ragionamento si può estendere anche al versante regionale, deve essere capace di uscire dal pantano attuale con progettualità e percorsi chiari. Evitando di giocare esclusivamente nella metà campo altrui. Perché, cosi facendo, il centrodestra continuerà ad essere, un po’ ovunque nella nostra regione, maggioranza e opposizione a se stesso. E potrà seguitare a candidare chi vuole, anche chi ha amministrato in maniera pessima. Sapendo che l’altra parte, la presunta alternativa, è talmente debole che non va oltre la protesta occasionale. Impiegando esclusivamente in tale direzione le proprie residue forze. Tornandosene ogni volta a casa contenta per l’oggi e sempre più stordita sul futuro.

giovedì 15 ottobre 2009

PD, quest'anno niente festa

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 15 OTTOBRE 2009
Pagina I
I silenzi del Pd che ha perso la sua festa
Francesco Palazzo

Lo scorso anno l´orgogliosa parola d´ordine fu la seguente: a Palermo la Festa dell´Unità non si tocca, neanche a parlarne di Festa democratica. Almeno per un altro anno il nome storico sarebbe rimasto. Poi, passando dalle parole ai fatti, le cose andarono diversamente. Si chiamò Festa democratica e si tenne dal 21 settembre al 1° ottobre. Si parlava di Obama e vi furono più confronti con esponenti del centrodestra, presidente della Regione, della Provincia e assessore alla Sanità in testa. Nessuno con la parte a sinistra del Partito democratico. Segno dei tempi, quasi un´era fa. Era ancora vivo il mito dell´autosufficienza maggioritaria. Al di là di questi rilievi, e del nome, l´appuntamento tradizionale fu confermato. Quest´anno neanche a parlarne. Niente Festa, né dell´Unità, né democratica. In Sicilia l´appuntamento arrivò nel 1951, quattro anni dopo che nel resto d´Italia. È stato, da allora, un momento fisso di fine estate. Anche i più recalcitranti verso il centrosinistra, almeno per un dibattito o un concerto passavano da lì, dal Giardino Inglese. Ma ho anche un vivo ricordo di un concerto di Gino Paoli a Villa Giulia. La Festa a Palermo, vista la centralità politica della città, è sempre stata un evento che ha dato la linea su alcune tendenze del partito e dell´intero schieramento di centrosinistra. E dire che quest´anno non sarebbe mancata la carne al fuoco. Fra i tanti argomenti caldi se ne possono contare almeno tre. Basta pensare, per fare un primo esempio, alle primarie aperte a tutti che si svolgeranno il 25 ottobre per l´elezione del segretario regionale. I tre in lizza - Giuseppe Lumia, Giuseppe Lupo e Bernardo Mattarella - gravitano nel Palermitano. Sarebbe stata sia una buona occasione per conoscere meglio il tipo di partito che ognuno dei tre vorrebbe in Sicilia, sia un´importante cassa di risonanza per far avvicinare più gente possibile alle primarie. La cui campagna, detto per inciso, è abbastanza flebile e arriverà appena a sfondare, se va bene, il muro degli iscritti più legati al partito. In secondo luogo, altro tema ancora più scottante, la vicenda regionale. Il Partito democratico è l´unica forza d´opposizione presente all´Ars. C´è una spaccatura più che evidente tra delegazione parlamentare e partito, e all´interno dello stesso gruppo dei deputati regionali. Tra chi vuole vedere tutte le carte di Lombardo e chi legge in questo comportamento un´accondiscendenza incomprensibile sono volate parole grosse. Quale occasione migliore della Festa per far giungere all´opinione pubblica gli intendimenti del partito sulla politica regionale? Un terzo aspetto riguarda la vicenda palermitana. È fuor di dubbio che quanto accade politicamente a Palermo influenza largamente il quadro politico regionale e nazionale. Sinora l´opposizione alla giunta in carica ha avuto gioco facile. Sono stati tali e tanti gli svarioni amministrativi del centrodestra, che hanno prestato più di un fianco a critiche profonde ed efficaci. Fuori e dentro i luoghi istituzionali. Come non ricordare, per rifarci solo all´ultima vicenda, il gommone portato in piazza e le barchette agitate contro il primo cittadino? Però, dal momento in cui si sgonfia il gommone del malcontento e si mettono in soffitta le barchette della ribellione, si deve offrire una possibilità concreta al corpo elettorale di guardare e scegliere da un´altra parte. Alternativa, a meno di non volersi prendere in giro, che a tutt´oggi non esiste. Ecco, più di un approfondimento in tal senso sarebbe potuto venire durante la Festa, quest´anno in silenzio, insieme con qualche spunto concreto verso una democrazia dell´alternanza e non solo della protesta. Qualche mese addietro il Partito democratico ha invaso la città con un manifesto. Diceva che era pronto a governare Palermo. In un´affollata assemblea i toni erano stati bellicosi. Si annunciava un veloce raccordo con gli altri gruppi di centrosinistra presenti in Consiglio. Il fine era quello di arrivare a un piano comune per affrontare subito, e non come sempre all´ultimo momento, la prossima tornata amministrativa a Palermo. L´intenzione era buona. Eppure, dal giorno dopo, non se n´è saputo più niente. Del resto, basta andare sullo spazio web del Partito democratico palermitano per leggere un laconico «sito in costruzione, riprovare più tardi».

venerdì 9 ottobre 2009

La Sicilia che si offende da sola

CENTONOVE
9/10/2009
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 38 -Pag. 52
Alluvione il gioco delle parti
Francesco Palazzo

Sulla tragedia che ha colpito la provincia messinese, è iniziato sin da subito il solito gioco delle parti. Ci siamo abituati, ma ogni volta fa senso come fossa la prima. E sappiamo che è sempre la penultima. Si comincia con chi grida al dissesto idrogeologico. Il costruire dove non si potrebbe, ad esempio sul greto di un fiume, a lungo andare causa drammi come quello della provincia messinese. Il punto è che, se si vanno a vedere le carte, si scopre che sono in regola. Gran parte dell’assalto selvaggio al territorio siciliano ha le carte ha posto. Un castello di documenti che cade alla prima ondata di maltempo. Ma chi deve controllare questi abusi, prima che si legalizzino? La classe dirigente locale, fa per intero il proprio dovere? L’altro ritornello è proprio quello degli amministratori locali. Che denunciano la mancanza dei fondi. Aspetto certo importante. Ancora più rilevante sarebbe sapere se si fa prevenzione. Se sei abituato a chiudere entrambi gli occhi, ti posso pure riempire d’oro, ma siamo sempre punto e a capo. E anche qui, non mancano altri due tasselli, la Regione e il governo nazionale. Dalla regione informano che i finanziamenti ci sono stati e ancora ne verranno erogati. Noi però vorremmo sapere come sono stati impiegati quelli passati e come saranno utilizzati quelli futuri. Sappiamo bene che tali stanziamenti si disperdono in mille rivoli, solo una piccola parte va nella giusta direzione. Non ci interessa sapere quante centinaia di milioni sono presenti in un capitolo di spesa. C'importa capire quale era il piano per quella zona colpita, quali sono i programmi d’intervento per le altre zone siciliane che si trovano nella stessa situazione, e a che punto siamo con le concrete realizzazioni dei lavori previsti. E, visto che ci siamo, non pensiamo di essere importuni se chiediamo se è vero che in Sicilia non è ancora operativo il Centro Funzionale. Struttura che dovrebbe essere presente in tutte le regioni e che fa parte del sistema di monitoraggio e di allertamento, in collegamento con un centro funzionale centrale che fa capo al dipartimento della protezione civile. Insomma, le chiacchiere stanno a zero. Non si allevierà certo il dolore con le dichiarazioni a effetto. Casomai, bisognerà capire, e solo la magistratura potrà farlo, se corrisponde a verità il fatto che da Roma era stato diramato un allarme di grado elevato, ma pare che non sia così, e se questo è stato recepito con la giusta attenzione da quanti erano preposti a farlo. Qui abbiamo registrato uno smarcamento del governo nazionale. Ve l’avevamo detto, avevamo previsto. E una buona volta, ma sappiamo che è un vano desiderio, dovremmo eliminare dal nostro vocabolario frasi come “tragedia annunciata” e “l’avevo detto”, Soprattutto da parte di chi aveva il potere di agire dopo l’annuncio e di fare prima di dire. Infine, nella scena c’è sempre un protagonista fisso. Un filone di pensiero che alimenta il sentimento della Sicilia abbandonata e sfruttata. Ma quando si sarà stanchi di pronunciare questo mantra ormai vuoto dentro? Basta andare in giro per la nostra regione e rendersi conto di come gli abitanti trattano il territorio, di come lo piegano ai loro voleri ai loro egoismi più sfrenati. Sia nei luoghi di abitazione abituale, sia nei posti dove si è soliti trascorrere le vacanze. Ma di quali carnefici parliamo, se siamo i primi noi ad ammazzarci da soli. Perché è chiaro che se tu, a esempio, per decenni depositi dei detriti o altra roba a monte della tua casa. Se lo fa anche il tuo vicino e quello appresso ancora. Se diventa un’abitudine tramandata da padre in figlio. Cosa si pensa che succederà all’ennesima pioggia torrenziale? Semplice, che tutto le belle cosette che avevi messo qualche chilometro più in alto, le vedrai passare velocemente sotto casa tua. Distruggeranno case, automobili e, se va male, anche persone. Allora, più che fare, a tragedia avvenuta, ciascuno la parte di chi “l’aveva detto”, mirando a salvaguardare la propria poltrona o i propri privati interessi, piangendo sulla Sicilia vilipesa, dovremmo dare un senso preciso e non fumoso alla parola legalità. In questa regione più strombazzata, con i potenti megafoni della retorica, che praticata coerentemente e quotidianamente.

giovedì 24 settembre 2009

Le minoranze e gli azzeramenti progressivi

LA REPUBBLICA PALERMO – GIOVEDÌ 24 SETTEMBRE 2009
Pagina XV
Cosa viene dopo l´azzeramento
Francesco Palazzo

Il nuovo orizzonte della politica siciliana si chiama azzeramento. Ci si può chiedere che efficacia avranno le azioni nei rami delle amministrazioni, che vantaggi ne trarranno i cittadini, se si cambiano i vertici degli assessorati come le camicie. Ciò che, tuttavia, appare più dannoso è che la girandola nelle squadre di governo va di pari passo con l´azzeramento delle maggioranze uscite dalle urne. Come se il voto fosse solo un incidente di percorso. Celebrato il quale, iniziano i veri giochi, che poco hanno a che vedere con la gestione delle pubbliche istituzioni. Si azzera alla Regione, poi al comune di Palermo, quindi ripercussioni alla provincia. In seguito vedremo i contraccolpi negli altri enti locali, nelle società partecipate e in tutti gli enti di sottogoverno. Chi di azzeramento ha colpito, mettendo fuori intere famiglie politiche, di azzeramento sarà infilzato in altri luoghi. Quello che colpisce, e rende normale tale mortificazione del voto popolare, è che pure l´opposizione accetta tale modo di agire. Prendete il governo regionale e la (non) maggioranza che lo sostiene. Si è arrivati a questa situazione dopo che pure dal Partito Democratico erano partiti forti segnali. Se si voleva l´inizio di una stagione dai toni collaborativi dai banchi della minoranza, all´ARS rappresentata solo dal PD, si doveva procedere con la demolizione del primo esecutivo Lombardo e con la denuncia della coalizione che lo aveva sostenuto in campagna elettorale. Invito raccolto. Ed ecco che abbiamo una configurazione parlamentare confusa, dove l´approvazione di ogni singolo provvedimento è sottoposta alle più svariate prese di posizione dei singoli parlamentari. E non è finita qui. Dal gruppo parlamentare dei democratici, che ormai procede staccato dal partito, si torna a domandare, per iniziare una fase ancora più virtuosa, un nuovo rivolgimento del quadro politico regionale. In pratica, si chiede di abbandonare lo schema di centrodestra e fare qualcos´altro. Così, senza passare nuovamente dalle urne. C´è da rimanere più che perplessi di fronte a tale sorprendente uscita. Soprattutto se avviene durante una campagna elettorale per le primarie, non priva di colpi sotto la cintura, che vede fronteggiarsi quattro candidati per la corsa verso la segreteria regionale del PD. Ma poi, quale sarebbe la risultante politica della strategia degli azzeramenti progressivi? E inoltre, dopo il secondo passaggio di bianchetto sulla politica regionale, ammesso che davvero si arrivi a tanto, ne verrà chiesto un altro, e poi un altro ancora? E quanti azzeramenti occorrono, in una legislatura, per raggiungere la perfezione assoluta? Abbiamo, in definitiva, l´impressione che tutti questi scossoni interni al centrodestra siciliano, che ormai fa insieme da maggioranza e opposizione a se stesso, lungi dal giovare alle ragioni delle minoranze, ne attenuano sempre più la visibilità e la progettualità.

venerdì 18 settembre 2009

Padre Puglisi, la verità anche per lui

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
del 18 9 2009
Pag. 55
In memoria di Puglisi
Francesco Palazzo

Le circostanze che portarono all’eliminazione del giudice Borsellino, nel luglio del 1992, e alla strategia stragista di Cosa nostra in continente, nel 1993, sembrano oggi mettere in primo piano, sebbene molto sia ancora da chiarire e approfondire, la mafia di Brancaccio. Non è fuori luogo ricordarlo in questa settimana, in cui si è ricordato il sedicesimo anniversario della morte per mano mafiosa di Don Pino Puglisi. Egli, intendendo fare al meglio solo il prete, venne verosimilmente a scontrarsi non con una semplice cosca mafiosa. Questo già avveniva in altre parrocchie di Palermo. Nella stessa comunità cristiana di S.Gaetano, dove Puglisi spese i suoi ultimi tre anni di vita, vi era stato in precedenza, dal 1985 al 1989 un altro parroco, Rosario Giuè, che aveva, davvero per la prima volta in quel territorio, portato e costruito un sentire antimafioso, sia dentro il tempio che fuori. Solo che ai tempi di Puglisi, e oggi è possibile inquadrare meglio il tutto, lo scontro tra quanti volevano portare a Brancaccio un impegno cristiano, sociale e antimafioso e i cosiddetti uomini d’onore, non riguardava soltanto aspetti legati a pur importanti questioni locali. La rete della violenza mafiosa, che cade sull’inerme sacerdote la sera del 15 settembre 1993, mentre si apprestava a mettere le chiavi sull’uscio di casa dopo una giornata di duro lavoro, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, era stata il larga parte tessuta in un contesto molto più ampio. Che, da Brancaccio, attraversava tutta la Sicilia e aveva uno dei suoi punti di protezione, e anche qui speriamo presto di saperne di più, in qualche centrale di potere vestita esternamente di legalità, ma dentro pronta a trattare, coprire, suggerire. Puglisi, certo inconsapevole dello scacchiere immenso entro cui la sua azione si muoveva, restò schiacciato in questa enorme tenaglia criminale che non ci pensò due volte ad abbattere un rappresentante della chiesa. Non era la prima volta che accadeva e non sarebbe stata l’ultima. Ricordiamo che nel marzo dell’anno seguente cadrà, a Casal di Principe, Beppe Diana. Ma era la prima volta che un rappresentante del clero veniva eliminato all’interno di un disegno che trovava il pretesto omicidiario in un determinato quartiere periferico, ma che rispondeva a logiche molto più complesse e ingarbugliate. Certo, la cosca di Brancaccio, in quel momento nella stanza dei bottoni dell’ala più sanguinaria del potere mafioso, aveva qualche problema nel far passare l’omicidio come normale amministrazione. E’ noto a tutti il fatto che venne utilizzata un’arma che in genere i tiratori scelti del gruppo di fuoco disdegnavano per le esecuzioni, in modo che la morte di Puglisi potesse passare come il tragico epilogo di un tentativo di rapina. E’ forse meno noto che, per incoraggiare tale quadro investigativo, qualche tempo dopo, in una delle vie adiacenti Piazza Anita Garibaldi, dove cadde Puglisi, fu fatto trovare in un’auto il corpo senza vita di un anonimo delinquente di borgata. In modo da fornire a tutti la certezza che la mafia aveva fatto giustizia. Il fatto non balzò all’attenzione dell’opinione pubblica perché gli uomini delle cosche non riuscirono, all’inizio pare fosse questo il loro intendimento, a lasciare quel cadavere nella stessa piazza, dalla sera dell’omicidio costantemente presidiata. Ed era forse un tentativo messo in atto, non tanto e non solo per giustificarsi con la chiesa, ma per impedire che il tassello dell’omicidio Puglisi venisse posto nel giusto spazio. Ossia dentro quel piano di attacco frontale a certi uomini, compreso Puglisi, che difendevano, da postazioni diverse, lo Stato e la democrazia con la schiena dritta, mentre altri cercavano di porre in essere giochi oscuri. Messa così, la verità, tutta, su quegli anni, se mai si arriverà a conoscerla per intero, sarebbe un omaggio anche al prete Pino Puglisi. Morto, a prima vista, a Brancaccio e solo per Brancaccio. Ma anche e soprattutto per custodire, a mani nude, solo con l’ausilio della sua fede e della sua operosa speranza, in una battaglia molto più grande del suo esile corpo, il futuro di questo paese.

sabato 5 settembre 2009

Partito Democratico, liti e (non) politica

CENTONOVE
Settimanale di politica, cultura, economia
N. 33 del 4 9 2009 - Pag. 10
Quando volano i piatti
Francesco Palazzo

Nel Partito Democratico siciliano, ci vuol poco a capirlo, settembre e ottobre saranno due mesi caldissimi. Se i candidati alla segreteria regionale se le mandano a dire con un certo fair play, dalle retrovie dei rispettivi simpatizzanti siamo già ai patti che volano. Non so se avete presente le liti che scoppiano nel parentado. Improvvisamente esplode la fiammata e non ci si capisce più niente. Il motivo scatenante è quasi sempre banale. E’ solo un pretesto affinché vengano fuori mesi o anni di dispetti compiuti, e sopportati, mostrando falsi sorrisi tra i denti. Inaspettatamente, basta solo un momento, ecco che la frittata è fatta. E allora, come dice una nota barzelletta, quando è guerra, è guerra per tutti. Non voglio prenderla troppo alla larga. Del resto, il fatto è ormai noto. Almeno nei circuiti ristretti di quanti vivono di pane e politica. Niente che possa minimamente interessare i cittadini elettori, o che si apprestano a esserlo, o che se la stanno pensando, del maggiore partito di opposizione. Se non fosse per il fatto che da un partito così dilaniato uno potrebbe, e con mille ragioni, più che avvicinarsi, fuggire a gambe levate. Quanto accaduto una decina di giorni addietro, lungi dall’essere una circostanza minore, come qualcuno potrebbe subito pensare, da derubricare nel settore “ scaramucce per la scalata al potere”, ci rassegna lo stato di salute, in periferia, di un partito alla vigilia delle primarie nazionali e regionali. La cronologia è, grosso modo, la seguente. Il segretario nazionale dei democratici, Franceschini, sbarca a Palermo per far visita a due dei cinque eritrei sopravvissuti all’ennesima tragedia del mare. Com’è prassi, a quanto pare consolidata, ancorché del tutto corretta e comprensibile, non avvisa il segretario cittadino del luogo in cui si reca, ma una serie di dirigenti aderenti alla sua mozione congressuale. Alle rimostranze della parte che si sente legittimamente esclusa, la quale appoggia a livello nazionale Bersani, e in Sicilia Lumia, che nella nostra regione si oppone, tra gli altri, al franceschiniano Lupo, ecco che parte la contesa verbale. O meglio, emerge la lotta senza tregua che già scorre, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, in tutto il Pd. Isole, ovviamente, incluse. Le parole volano come pietre. Da chi liquida bruscamente qualche esponente della classe dirigente democratica palermitana, a chi, in sua difesa, mobilita il popolo telematico con gruppi specifici, ad esempio su facebook. E anche nel social network si registrano frasi taglienti. Tutto il resto è un contorno di prese di posizione, frasi smozzicate, mezze parole, con cui ognuna delle parti in campo pianta bandierine per circoscrivere il proprio territorio e scavare trincee per una battaglia, da combattere con ogni mezzo, che si fa sempre più dura e senza quartiere. Poi il silenzio. Abbiamo il fondato sospetto che questa sia solo la prima puntata e che la contesa continui lontano dai taccuini. Chissà come arriveranno al 25 ottobre, data fissata per le primarie. Se continuano di questo passo, almeno in Sicilia, si presenteranno alla conta interna un po’ malconci e, forse, anche non in tanti oltre il corposo zoccolo duro che in genere accorre a questi appuntamenti. Si ha l’impressione che questo partito ancora in fasce, alla faccia del nome, democratico, stia diventando sempre più una formazione di notabili e non una forza politica fondata sugli iscritti e sui circoli. Niente di diverso dagli altri partiti che troviamo nell’arena della politica siciliana e nazionale. Insomma, anche all’ombra dei gazebo la politica non si nobilita e non si rinnova affatto, almeno nelle forme esteriori. Quelli che contano, anche nel PD, pure in Sicilia, sono soltanto poche persone. Sempre attente a scrutarsi, sospettose del minimo movimento, pronte a fare quadrato per difendere il proprio pezzo di partito, col torto o con la ragione. Che percorsi nuovi potranno mai proporre, specialmente in una regione che avrebbe bisogno come l’ossigeno di un’alternanza allo schieramento di centrodestra, che fa da maggioranza e opposizione insieme, sono in molti a chiederselo. Ma ancora non riescono a trovare la risposta.

mercoledì 2 settembre 2009

Stagione stragista e movimento antimafia

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 02 SETTEMBRE 2009
Pagina I
L'antimafia intermittente
Francesco Palazzo

Dopo le manifestazioni in via D´Amelio, un amico mi chiedeva com´è diventata Palermo. La domanda era motivata dalla scarsa presenza di palermitani. Aveva udito accenti non siciliani e visto poche facce conosciute. Una constatazione che merita qualche approfondimento. Insieme con un altro aspetto, molto più cupo, che ha tenuto banco sino a qualche settimana addietro. Adesso è calato nuovamente il silenzio. Sino al prossimo 19 luglio. La lotta alla mafia è così. Come un albero di Natale, è programmata per accendersi e spegnersi con tempi regolati da un timer invisibile. Il movimento antimafia dell´ultima generazione, nato all´indomani dell´uccisione del prefetto Dalla Chiesa, ha toccato il suo apice negli anni seguenti gli eventi drammatici del ´92-93. Una parte della società siciliana si era svegliata generando un´antimafia non episodica e interclassista. Non più legata, come in passato, a determinate categorie sociali, ai partiti e ai sindacati che le rappresentavano. La lotta alla mafia si era laicizzata, mettendo in comunicazione strati di borghesia e ceti popolari. Il tutto era filtrato dal mondo associativo, attraverso coordinamenti ufficiali o di fatto. Tutto ciò, negli ultimi anni, è svanito. Le realtà prima coinvolte sono tornate a svolgere, ove non scomparse, le proprie attività in solitudine. È una storia che si ripete. Come se un tornado, a cadenze regolari, ogni venti o trent´anni, si abbattesse inesorabilmente sull´antimafia. Ed è lo stesso meccanismo che porta, diciassette anni dopo una stagione stragista che ha visto cadere due magistrati simbolo, a una specie di gioco dell´oca. Anche dal punto di vista investigativo si torna alla casella iniziale. Come se Capaci e via D´Amelio fossero episodi del 2009 e non del 1992, e più di tre lustri fossero acqua fresca. Adesso, caschi il mondo, dobbiamo capire se ci fu trattativa tra mafia e pezzi dello Stato. Alcuni, tra chi allora aveva importanti incarichi, da un po´ di tempo cominciano a ricordare, ad andare dai magistrati, a rilasciare dichiarazioni pubbliche. Tanto che viene da dire: scusate, sino a oggi dove siete stati? Se certi pezzi di verità sono così importanti adesso, non vi pare che lo fossero, a maggior ragione, pure nell´immediatezza dei fatti? Da questa prospettiva sorprende sapere che la commissione Antimafia, che davamo per dispersa, ha deciso di avviare, sul possibile patto tra Stato e mafia, un´inchiesta sulle stragi del ´92-93. Intento nobilissimo. Non è, però, un po´ tardi? E le precedenti commissioni Antimafia, come mai si sono risparmiate tale fatica? Anche la magistratura pare stia riprendendo spunti d´indagine e ascoltando persone che forse andavano sentite prima. Le istituzioni di un Paese possono dirsi davvero democratiche se permangono, per un periodo così lungo, ombre inquietanti su fatti tanto gravi e destabilizzanti? Se vi fu un accordo tra le cosche e apparati istituzionali, sarebbe certamente una vergogna per lo Stato. Ma non è allo stesso modo disdicevole che passi quasi un ventennio senza che si sia raggiunto un punto fermo - giudiziario, politico e sociale - sulla questione? Anzi, che si debba ripartire quasi da capo?Per riagganciarci alla domanda d´esordio sull´assenza dei palermitani alle recenti manifestazioni, e annodare i due ragionamenti avanzati, un ultimo interrogativo. L´esistenza di un movimento antimafia strutturato, non ondivago, dialogante, vera e propria lobby coesa di pressione, di studio e d´impegno concreto, non sarebbe stata una montagna invalicabile per i ritardi, i silenzi, le smemoratezze di questi lunghissimi diciassette anni?

sabato 22 agosto 2009

Sicilia, troppo personale, ce ne vuole ancora!


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 22 AGOSTO 2009
Pagina I
Il personale gestito a colpi di slogan
Francesco Palazzo


Il presidente della Regione dichiara che gli impiegati regionali sono troppi, 21 mila e più. La notizia è abbastanza datata. Diciamo che non è uno scoop. Ora si dice che si vuole dimezzare il personale e, se è il caso, ricorrere a tagli più drastici. Vedremo. Chissà come questa volontà si può coniugare con l´arruolamento negli organici regionali di esterni, anche fosse una sola persona, e sappiamo che così non è. Tra comandati, consulenti, componenti degli uffici di gabinetto e quant´altro, non si è certo seguita, anche in questi ultimi rivoluzionari tempi, una cura dimagrante. Perché delle due l´una. O alla Regione, tra dirigenti e comparto, si è davvero fatta un´abbuffata in passato, e allora è da quei 21 mila, tra cui statisticamente qualcuno capace e di media intelligenza ci sarà, che vanno tratte le risorse umane per imprimere una svolta alla Regione. Oppure si deve dimostrare che nell´amministrazione non è vero che ci siano tanti stipendiati. È una bufala. Quindi è obbligatorio, necessario, vitale, ricorrere a professionalità esterne. Che spesso, siamo uomini di mondo e ci basta mezza parola, talvolta anche un cenno con le sopracciglia, hanno una bella targa politica appiccicata sulle spalle e magari non dispongono esattamente di profili biografici geniali o anche un minimo superiori alla media.Basterebbe, intanto, riuscire a sciogliere tale contraddizione per capire di cosa stiamo parlando. Successivamente, o contemporaneamente facciano loro, ma dovrebbe essere uno strumento base di partenza, si dovrebbe procedere alla definizione della pianta organica. Che non è un esemplare vegetale esotico, ma semplicemente la lista dei dipendenti con relative posizioni gerarchiche, allocazione nei diversi uffici, titoli di studio, professionalità acquisite nel tempo. Poi procedere ai carichi di lavoro, ossia chi fa cosa e magari, se non sembra esagerato, anche come lo fa. Conoscendo le tue risorse umane, puoi renderti conto di cosa hai in mano, dove sono i tuoi punti deboli, come devi spostare le risorse, quante di queste devi promuovere e chi sono gli scansafatiche.Messa così, sembra semplice venirne fuori. Mica tanto, visto che sino a oggi, per quanto riguarda la gestione del personale regionale, ma a quanto è dato vedere pure in altri settori strategici, siamo fermi all´annacamento. Ossia il massimo di movimento, ovviamente a favore dell´opinione pubblica, con il minimo spostamento dei processi reali. È del tutto chiaro che ci troviamo di fronte a uno dei punti nevralgici di una politica regionale che voglia chiamarsi nuova o, se si è più prudenti, di seconda o terza mano. La gestione trasparente degli uffici regionali, ossia l´utilizzo non casuale, o il non utilizzo, del personale presente, motivando e premiando i migliori, cercando di rendere innocui i lavativi o i terminali finali della politica clientelare, è, anzi dovrebbe essere il caposaldo per chiunque non si accontenti di un rifacimento della facciata, ma voglia ricominciare dalle fondamenta. Ma chi ha un simile coraggio? A oggi, nessuno. Ci si limita, nel migliore dei casi, a ignorare questa gran massa di gente che ogni mattina timbra il cartellino o, sempre più frequentemente, si colonizzano gli uffici con esterni. Non sappiamo quanto bravi e competenti, sicuramente non al corrente di cosa è un´amministrazione molto complessa come quella regionale. L´altro giorno un impiegato regionale mi diceva di sentirsi ai margini, come esiliato nel suo assessorato, e con lui tanti altri. Si chiedeva cosa rimarrà negli uffici quanto i tanti comandati messi in posizioni apicali andranno via, se non si coinvolge tutta l´amministrazione nei processi di cambiamento. Ecco, questo è esattamente il problema. Che non si risolve certo con le dichiarazioni di metà agosto.

martedì 18 agosto 2009

Fuga di cervelli dalla Sicilia: il silenzio dell'omertà e quello del dolore

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 30 del 31/7/2009
LE MORTI BIANCHE DEI GIOVANI IN FUGA
Francesco Palazzo

"Due righe dall'aldilà”. Così iniziava una lettera di un siciliano apparsa ad inizio luglio su La Repubblica - Edizione di Palermo. Proveniva da Milano e la imbucava Alessandro De Lisi. Me la sono ricordata l’altro ieri quando ho avuto una testimonianza diretta dall’aldiquà che mi ha fatto rileggere un’altra lettera sullo stesso argomento, letta recentemente. De Lisi raccontava, in fondo, una storia d’ordinaria amministrazione. Una fra le tante. Perché sono tantissime, basta fare un rapido giro d’orizzonte tra amici e parenti, le biografie che hanno bisogno di staccarsi dalla Sicilia per trovare compimento. Per avere un minimo di gratificazione personale e professionale, in contesti che non sono certo il paradiso, ma che almeno permettono un certo riconoscimento dei meriti e dei saperi. L’amara lettera di De Lisi, morto professionalmente a Palermo e rinato nel capoluogo lombardo, si può associare all’altra che citavo. Era di un ragazzo, che avendo tanti titoli, si chiedeva se vale la pena di andare fuori a cercare fortuna o se non è il caso di restare nell’isola. Giacché, rilevava, migliaia di persone, senza arte né parte, sono arruolate nei corsi formativi, alimentati rigorosamente da fondi pubblici, arrivando a prendere sino a ottocento euro mensili. Oppure, aggiungiamo noi, potrebbe attendere e vedere se gli è possibile entrare nell’ampio bacino del precariato, che ha gonfiato a dismisura gli organici pubblici. De Lisi sosteneva di non avere mandanti da svelare per questa continua emorragia d’intelligenze e questo incessante ingrossamento dello stagno Sicilia. Dove si alimentano clientelismi e la percezione che le casse pubbliche siano soltanto un bancomat dove prelevare, talvolta facendo poco, lo stipendio a fine mese. Ma noi, e certo anche lui, sappiamo chi sono i responsabili. Almeno quelli più diretti. Perché una chiamata più estesa di correità dovrebbe riguardare tutta la società siciliana. E', tuttavia, lampante che coloro i quali sono chiamati a reggere le pubbliche istituzioni, i partiti che vi entrano, avrebbero le chiavi per contenere queste morti civili. Che dopo una lunga e non dignitosa agonia nella terra che li ha visti nascere, poi resuscitano in altri luoghi meno impregnati di malapolitica e sperperi d’ogni tipo, che invece caratterizzano la nostra regione. Che il fenomeno abbia dimensioni enormi, lo si può registrare molto facilmente. L’altro giorno, una testimonianza in diretta dall’aldiquà, come scrivevo, mi ha fatto ripensare alle due lettere. Un ragazzo vivace di un paese della provincia di Palermo, con una recente laurea nel campo ingegneristico delle telecomunicazioni, conseguita presso l’ateneo del capoluogo, metteva fuori, con un sorriso rassegnato tra le labbra, la sua amarezza per non riuscire a trovare sbocchi lavorativi. Per ora fa l’agricoltore nei terreni di famiglia, è impegnato in svariate attività, la maggior parte svolte a titolo gratuito. Riesce a mettere insieme poche centinaia di euro al mese. E’ consapevole che l’aspetta, quando troverà il coraggio, un bel volo verso chissà quale destinazione. Ciò che ancora lo trattiene, si vedeva dalla passione con cui raccontava le cose che fa, è l’attaccamento verso il suo paese. Le tante attività turistiche e artistiche che organizza con i suoi coetanei per rendere più vivibile un pezzo di territorio della provincia. Come definire la sorte e il destino di questi giovani? A me appaiono alla stregua di un’infinità di morti bianche senza funerali. Un triste andare via in silenzio, che ognuno vive da solo, con la famiglia e gli amici più cari. E nel frattempo la politica che fa? Continua a gonfiare i propri ranghi e quelli delle pubbliche amministrazioni di clienti, figli, nipoti e amici degli amici. Gente che, sovente, va avanti senza titoli di studio, nel più scandaloso silenzio. Proprio come quello delle morti bianche di prima, ma di segno diverso. Un silenzio omertoso in questo caso. E poiché dobbiamo saper fare i conti sino in fondo anche con noi stessi, dobbiamo chiederci se pure noi, con le nostre parole che non sanno andare oltre l’indignazione, non facciamo per caso parte di quelli che De Lisi definiva “professionisti della morale”.

sabato 15 agosto 2009

Movida e disturbo della quiete pubblica

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 15 AGOSTO 2009
Pagina I
Gli esempi da seguire per regolamentare la movida rumorosa
Francesco Palazzo

Sullo stop ai suoni notturni assordanti, che il comune di Palermo sta contrattando con i commercianti di Piazza Olivella, l´altra mattina ascoltavo alla radio la contrarietà e i malumori di un esercente operante nella stessa piazza. Luogo da dove poi, sperando che non si tratti soltanto di un falò di mezzo agosto, estendere, alle altre roccaforti della movida palermitana, lo stop serale ad altoparlanti e rumori molesti di varia natura. Il commerciante sosteneva che non ha senso spegnere i decibel entro la mezzanotte o l´una. Essendo la città piena di turisti, non si renderebbe loro un buon servizio. Motivazione abbastanza chiara, bisogna vedere solo se corrisponde al vero. Abbiamo, infatti, l´impressione che il fare tardi la sera, rompendo i timpani alla gente che vorrebbe dormire, non è tanto un´esigenza dei forestieri, che caso mai, dopo lunghe giornate passate a scarpinare, vanno a letto molto presto, ma degli stessi palermitani. Dunque, c´entra poco il turismo. E, a riprova di ciò, forniamo l´esempio di civiltà di tre località italiane molto importanti, non posti isolati in mezzo alle montagne, che davvero vivono di turismo, visitate nella prima decade di agosto. Abbiamo trascorso quasi una settimana a Montecatini, piena di gente, pulita, con un flusso turistico degno di nota. Niente di paragonabile, per qualità e quantità, ai visitatori che sbarcano a Palermo. Lì si tratta di presenze abbastanza costanti che sostengono l´intera economia di una vasta zona, da noi siamo davanti a un mordi e fuggi che si limita agli orari diurni e non va certo in cerca di notti brave. Ebbene, a Montecatini, pur essendoci diverse attrazioni serali, tipo balere all´aperto e concerti, dopo le ventitré non si sente più anima viva. Tutti a nanna. Tale comportamento riguarda sia i soggiornanti occasionali, sia i residenti. Affacciandoti verso mezzanotte dal balcone della stanza d´albergo, l´impressione era di stare in mezzo al deserto. Evidentemente il turista apprezza, visto che ritorna. Stessa scena a Firenze, a due passi da Piazza della Signoria, uno dei siti più gettonati al mondo. Pure in questo caso, dalla finestra della pensione, dalla quale s´intravede uno scorcio della piazza, il calar delle tenebre, ossia molto prima dello scoccare della mezzanotte, coincide con una quieta assenza di rumori. Tranne il ritmico e rassicurante calpestio, da parte dei pochi che ancora sono fuori, sul vecchio pavimento che circonda la zona. E non è che nei pressi non vi siano locali, bar o pub. Nella stessa piazza, o nel vicino Ponte Vecchio, sino a una determinata ora, cioè mai dopo le ventitré e trenta, musicisti e cantanti di una certa bravura intrattengono allegramente centinaia di passanti. Uguale situazione, segno che dove si vive sul serio di turismo, non è proprio presente nel menù la baldoria sino all´alba, lo abbiamo registrato a Pisa. Alle dieci della sera, a Piazza dei Miracoli, all´ombra della celeberrima Torre, dopo una giornata di folla oceanica e composta, i negozietti avevano già abbassato le saracinesche, dentro e fuori le mura. Le luci si erano spente e ci si preparava a un´altra intensa giornata agostana. È evidente che in questi posti, così come in altri, c´è chi legittimamente preferisce divertirsi, ridere, parlare, ascoltare musica o bere sino all´alba. Vi saranno quindi certamente decine e decine di ritrovi, dove è possibile esercitare la propria libertà insonne, senza tuttavia intaccare quella dormiente della maggior parte della popolazione. Sembra che ve ne sia abbastanza da smentire la tesi dell´esercente, circa la penalizzazione dei turisti a causa della ragionevole, e molto tardiva, scelta del comune di Palermo di intervenire drasticamente. Agli inglesi, ai tedeschi, ai giapponesi, agli ospiti provenienti dalle altre regioni italiane, non importa un fico secco trovare posti all´aperto, in pieno centro, dove fare bagordi sino all´alba. La cosa interessa una piccolissima percentuale di palermitani. Che saranno così gentili da trovarsi opportunità di divertimenti simili, in posti o in orari tali da consentire a tutti delle notti decenti.

giovedì 13 agosto 2009

L'onore dei siciliani

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 12 AGOSTO 2009
Pagina I
La partita sempre uguale intorno alla Sicilia offesa
Francesco Palazzo

Dobbiamo ammetterlo. Questa volta il boccone per la compagnia dei difensori del buon nome della Sicilia, sempre in allerta per cogliere anche un impercettibile movimento di fronda, era ghiotto. Non poteva sfuggire ai buongustai, alle buone forchette dell´onore perennemente ferito. Nella brochure di una catena alberghiera spagnola compare, nero su bianco, una tagliatina di faccia nei confronti del triangolo appoggiato sul Mediterraneo. E voi volevate, per giunta ad agosto, quando c´è poco da fare, con il Partito del Sud già archiviato, che i nostri amici rimanessero in silenzio? Ovviamente l´esca era pronta anche per noi, ai quali viene naturale insorgere a queste indignazioni stagionali con una reazione uguale e contraria. La partita, sia chiaro, è dura e impegnativa al massimo. Non sappiamo quando è iniziata. Probabilmente non finirà mai, o non terminerà presto. Nei ranghi di ambedue le squadre troviamo di tutto. Un mondo trasversale che pare non si calcoli tanto nei periodi di calma. Ma non è così. Si guardano a vista, le due formazioni, con l´udito teso e le armi della polemica (e della contropolemica) sempre pronte. Non appena è il momento, e qualche malcapitato sgarra, ecco dissotterrate le armi. Sempre pronte, lucide e oleate. In tali momenti, come dice il poeta, s´ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo. Dove destra e sinistra sono soltanto posizioni geografiche, logistiche, e niente c´entrano con la configurazione topografica e ideologica dello schieramento politico. Che una volta si chiamava dell´arco costituzionale, oggi non sappiamo più come nominarla. Stavolta il richiamo, dicevamo, era potente. Neppure il solleone o lo scirocco potevano bloccarlo, tenerlo calmo, a cuccia. Quel «Sicilia, triangolo nel Mediterraneo, culla di Cosa nostra», immortalato in una brochure alberghiera, è un mortaretto scagliato in mezzo alle tante spinte di rinnovato autonomismo che serpeggiano, in questi ultimi tempi, tra le formazioni politiche che si fronteggiano in Sicilia. Volevate che non si scatenasse il putiferio, con richiesta di scuse formali, subito fornite dalla catena alberghiera? Quest´ultima, d´altra parte, oltre che difendere e non pregiudicare corposi interessi economici, avrà avuto un po´ di timore nel fronteggiare il fuoco di fila che subito si è alzato dalle contraeree della compagnia dei difensori. Il polverone sollevato è, altresì, un tric-trac lanciato tra le gambe di quanti, e forse non sono pochi, non sanno che farsene di autonomismi vari, di centrodestra o di centrosinistra poco importa. E vorrebbero, magari senza esagerare, una normale, ordinaria civiltà sociale e politica. Di quelle che si vedono abitualmente in giro in altre regioni italiane o fuori dal nostro Paese. E nelle ferie estive, avendo la possibilità di varcare più facilmente lo Stretto, ci si rende conto della differenza abissale che passa tra un onore difeso con cattive pratiche, ed è il nostro caso, e una moralità condita di grande decoro e utilizzo per la collettività dei fondi pubblici. Aspetti che caratterizzano società che si difendono con il loro presente e non facendo riferimento a un passato che, come siciliani, non sappiamo preservare. Che la Sicilia, oltre che culla della mafia, perciò non capiamo i rimbrotti furiosi verso la catena alberghiera, sia anche la progenitrice di tante altre cose positive, in primo luogo dell´antimafia, è un fatto certo. Come tuttavia possiamo custodire, promuovere e migliorare ciò che di buono siamo stati, se il nostro presente quotidiano è fatto di tante azioni, pubbliche e private, molto più gravi della brochure incriminata? Per dirla tutta, siamo un po´ stanchi della compagnia dei difensori. La prossima volta cercheremo di non reagire al loro cliché comunicativo e li faremo cuocere nel loro brodo. Perché, in fondo, siamo pure stanchi della nostra banale risposta, anch´essa sempre uguale. Scatenata da uno stimolo protettivo che non tutela la Sicilia, ma che vuole solo nascondere il sole con un dito.

lunedì 10 agosto 2009

Per andare oltre questo cristianesimo

Repubblica Palermo
Domenica 9 Agosto
Francesco Palazzo
Recensione: Augusto Cavadi - In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani (Falzea Editore, pagg. 244, euro 15)

Il libro di Cavadi inizia con una domanda: si può, insieme, credere e pensare? E una constatazione: il cristianesimo è malato. La chiesa reagisce conservando tutto o ricorrendo al revisionismo felpato. La proposta è quella di un "oltre-cristianesimo". Ma come salvare il divino? Per l’autore, l’uomo, interrogandosi sul cosmo, sente un fondamento intelligente. Il testo continua con un duplice quesito. Quanti si dicono vicini al cristianesimo e coloro che lo rifiutano, sanno di che si tratta? Bisogna accostarsi a esso con occhi nuovi. In teologia vi sono stati profondi cambiamenti. Vediamo alcuni passaggi. Gesù annunzia il regno di Dio, non una religione. La fine del mondo tarda. La chiesa si propone per dare una mano. Credere non è più una pratica di vita, ma l’accettazione di dogmi. Questa fase giunge al Concilio di Trento e alla Controriforma. Intanto c’è stato Lutero: solo la fede salva. L’illuminismo è uno spartiacque. Il cattolicesimo reagisce male, i protestanti dialogano con la modernità. Si arriva all’infallibilità papale (1870), che un papa aveva condannato come eresia. Il tempo stringe. La modernità scompare nel post-moderno. Il Concilio Vaticano II (1962-65), cerca di dare delle risposte. Il mondo cambia, l’arroccamento non serve più. Il cristiano non è più depositario di nulla. Anzi, per Cavadi, nei contenuti non apporta nulla di nuovo. E’ un laico, in cammino tra i tanti. La sua vita è solo vivificata dalla comunicazione con Cristo. Nel testo questo "post-cristianesimo" ha un volto preciso: liberazione dal superfluo, sessualità serena, ri-fidanzamento con la terra, ricerca di una globalizzazione verso una vera universalità. “Per anni - rivela Cavadi - sono stato attento a non ridurre Dio alla dimensione orizzontale. Ma la peculiarità del cristianesimo è nella concretezza del fratello, via privilegiata per aprirsi al mistero del Padre”. Un giovane teologo, nel 1963, (pag. 159), affermava: “L’amore è completamente sufficiente, non occorre altro. Il sacramento del fratello è l’unico requisito di salvezza”. Oggi quel tipo è conosciuto come Benedetto XVI. La risposta intorno al credere e al pensare, è, per Cavadi, una sfida da accettare a viso aperto. Il libro è dedicato a coloro che non hanno chiuso la partita. E vogliono tenere accese le fiammelle della fede e le possibilità della ragione.

mercoledì 22 luglio 2009

Palermo, metri preziosi nel sottosuolo

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 22 LUGLIO 2009
Pagina XVII
IL SOTTOPASSO COME METAFORA
Francesco Palazzo

Quattro nuovi sottopassi a Palermo. Il primo, tirato a lucido dal Comune, già funzionante. Gli altri tre in fase di recupero. Servono a passare da una parte all´altra di viale Regione siciliana. Per controllarli giorno e notte ci vogliono 160 persone. «Almeno 160», fa sapere la società che li impiegherà. E su questo «almeno» si potrebbe scrivere un saggio e prevedere il prosieguo della storia. Intanto, partiamo da un numero di 40 per sottopasso, due addetti di giorno e tre di notte. La paga è di 620 euro al mese. Dunque in media ognuno dei 160 costerà alla Regione, perché è lei che ci paga questi sfizi, mille euro mensili. Quindi ogni trenta giorni, per vegliare su quattro sottopassi di cento metri ciascuno, occorrono la bellezza di 160 mila euro. In un anno ne spenderemo 1,9 milioni. Che, divisi per 400 metri fanno, puliti puliti, 4.800 euro al metro. Mai unità di misura fu più valorizzata e tenuta in massima considerazione. Se le autostrade, e le vie di collegamento statali e provinciali, costassero annualmente tanto a metro, potremmo scordarcele. Torneremmo alle mulattiere. Immaginiamo, con tanto personale impegnato notte e giorno, con quanta cura ognuna di queste preziose unità metriche del sottosuolo palermitano sarà sottoposta a continue verifiche di tenuta e stabilità. Quasi le invidiamo. Continuamente lucidate, spolverate, ingrassate, dipinte e ammirate. L´unico affronto, per i 400 metri in questione, è che verranno ignominiosamente calpestati dai palermitani. Di notte potranno riposare, non c´è dubbio, saranno solo oggetto di contemplazione da parte dei guardiani. Ma non appena sorgerà il sole, ecco che una certa quantità di palermitani, non rendendosi conto di quanto ci costano, sarà pronta a passarci sopra. E ogni volta sentiremo come un sussulto, una fitta al cuore. E allora non potremo che ricordare, per provare a consolarci, com´è stato definito nel 1983 a Parigi, città che già sarebbe fallita se un metro avesse costi di gestione così alti come da noi, la nostra unità di misura. Era in corso la conferenza generale dei pesi e delle misure. Roba mica da ridere. Sentite la poesia nascosta dietro la scienza: «un metro è definito come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/299792458 di secondo». La luce, il vuoto, il tempo. Cosa volete che siano i nostri conti di mediocri e dilettanti ragionieri di bilanci pubblici, di fronte a codesti indiscutibili, indefinibili e indefiniti assoluti della vita eterna. Già messa così, converrete, i 160 e più lavoratori che si alterneranno, avendo di mira la stabilizzazione presso mamma Regione, per prendersi cura dei nostri coccolati 400 metri, sembrano pure pochi. Se solo si fosse riflettuto un attimo qualcuno sarebbe magari arrivato alla conclusione che di guardiani ce ne vorrebbero 1.600, 400 per sottopasso, 20 per il turno diurno e 30 per il notturno. Ovviamente l´aumento esponenziale dei controllori avrebbe anche un altro, fondamentale, risvolto. Oltre che per la riflessione sulla luce, il vuoto, il tempo, la decuplicazione d´incaricati potrebbe servire, infatti, a sollevare di peso, senza tante discussioni, i passanti da terra all´ingresso e trasportarli all´uscita. Senza che sia permesso loro di calcare, e perciò offendere, nessuno dei quattrocento sacri metri.