venerdì 3 giugno 2011

Sicilia: assistenzialismo senza assistenza.

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 03 GIUGNO 2011
Pagina XI

NUMERI
L´ASSISTENZA SOCIALE

Francesco Palazzo


Spesa pro-capite annuale per l´assistenza sociale: in Val d´Aosta 263 euro, in Sicilia 70,3. Media italiana: 111 euro. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: quindicesima.

venerdì 27 maggio 2011

Sicilia: più autoscuole meno controlli.

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 27 MAGGIO 2011
Pagina XVIII
NUMERI
AUTOSCUOLE E PATENTI
FRANCESCO PALAZZO



Autoscuole in Italia: 7.140. In Lombardia ce ne sono 976, una ogni 10.109 abitanti. In Sicilia 793, una ogni 6.362 abitanti. Idonei agli esami ogni 10.000 abitanti: in Lombardia 13, in Sicilia 19.

Festa sotto la Mole, annacamenti sotto Monte Pellegrino.

CENTONOVE
27 5 2011
Pag. 47
Se Milano è un altro pianeta
Francesco Palazzo

Il risultato elettorale che giunge da Milano, in attesa di conoscere l'esito del ballottaggio, sembra provenire da un altro pianeta rispetto al dibattito intorno al quale ci si arrovella a Palermo. Governo tecnico o politico alla regione? Primarie o no per le amministrative palermitane? Chi si credeva d'essere l'avanguardia dell'azione politica italiana, potrebbe scoprirsi oggi a gestire l'ultimo scampolo di passato. Il 15 e il 16 maggio la capitale morale ha cominciato a disegnare il futuro. Ci ritroviamo, ad esempio, ad alimentare una spinta autonomista che ha trovato più di una sponda in casa democratica. Addirittura si afferma che la Sicilia potrebbe farcela da sola. Una battuta, sconcertante, che fa il paio con la solita litania del “non faremo più un solo precario”, recitata mentre si fanno altri precari. E ciò mentre il leghismo comincia a mostrare i primi segni di seria incrinatura nella sua città simbolo e in altri comuni dove prima spopolava. Coltivando il particolarismo sicilianista, come si faceva nell'ottocento, fatto tra l'altro di pianti, sprechi e incapacità a spendere i fondi comunitari, più che moderni sembriamo fuori tempo massimo. Si deve evidenziare un altro aspetto. Mentre nella città di Palermo, il PD aspetta chissà cosa per procedere verso le primarie, magari per giungere all'ultimo momento presentando un candidato e delle liste deboli, a Milano, ma non solo, proprio i gazebo hanno salvato, individuando una figura convincente e convinta come Pisapia, tutto il centrosinistra. Si badi bene, senza l'apporto del terzo polo. E non è che nel capoluogo lombardo siamo in Emilia Romagna. L''ultimo sindaco non di centrodestra si è avuto vent'anni fa. Al momento il PD, in Sicilia, può dire più di una parola. Sia perché senza il suo apporto il governo regionale non campa più di cinque minuti, sia per il motivo che il voto di metà maggio da ai bersaniani nuova linfa. Una riflessione va fatta su questa storia che il tracollo berlusconiano al nord abbia avuto inizio in Sicilia e ne sia diretta conseguenza. Chi nel PD sostiene questa tesi, dimentica che a Milano, Berlusconi ha perso le elezioni, in Sicilia ancora no. A Palermo e Catania da un decennio il centrodestra esce vittorioso dalle urne. Alla Regione la coalizione berlusconiana ha stravinto nel 2001, nel 2006 e nel 2008, in quest'ultimo caso umiliando l'avversario. Il PD è al governo, forse ogni tanto se lo scorda, attraverso un'operazione di palazzo. A Milano è accaduto esattamente il contrario. Tutto si sta svolgendo fuori dal palazzo. La trama del film, dunque, è un po' diversa da come ci viene raccontata dai democratici siculi. E forse lo sanno bene pure loro, visto che vanno a festeggiare Fassino nel capoluogo piemontese, e non sanno, a dieci mesi dal confronto elettorale, che pesci prendere in quello siciliano. In coda al ragionamento, va inserita una chiosa sulla legge elettorale. Quella siciliana per gli enti locali è stata riformata. Il voto di lista non trascinerà più il candidato sindaco verso cui l'elettore non esprimerà un segno di approvazione. Una possibilità in più di scelta. Tutta salute. I democratici sostengono che si avranno migliori sindaci e il centrodestra non sarà più favorito dalle liste forti che in genere presenta. Allora si potrebbe pensare che è per questo che a Milano, Bologna, Torino, Cagliari e altrove, si sono registrati risultati soddisfacenti. Si sorprenderanno, quelli del PD, nel sapere che i milanesi, i bolognesi, i torinesi, i cagliaritani e tanti altri, hanno votato, nei comuni con più di quindicimila abitanti, con la regola elettorale che in Sicilia è stata appena abrogata. Significa che l'elettorato siciliano è analfabeta, non sa votare, appoggia inconsapevolmente sindaci che mai voterebbe, mentre in tutto il resto d'Italia sono tutti più intelligenti? No, vuol dire soltanto che se riesci a cambiare la proposta politica l'elettorato lo capisce. Dove non sei in grado di farlo, come a Napoli, vieni punito. Il PD e il centrosinistra, in Sicilia, sono più vicini a Milano o a Napoli? 

venerdì 20 maggio 2011

Religione, le masse e il potere

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
20 maggio 2011
Pag. 47
Omofobia, la veglia negata
Francesco Palazzo


La querelle sulla veglia contro l'omofobia, negata dalla curia palermitana e svoltasi lo stesso il 12 maggio, di fronte ad un portone chiuso che faceva intravedere una chiesa illuminata, rimanda, a ben vedere, al di là delle controversie dialettiche sulla circostanza in questione, circa la quale è stato detto più o meno tutto, a una storia di ordinario rapporto con il potere. Sì, proprio così. Né più, né meno. Tutta la storia traccia, infatti, una dinamica, sin troppo conosciuta e assai antica, circa il nesso perverso tra chi il potere, compreso quello religioso, esercita, e chi il potere, sempre compreso quello religioso, subisce. Se la chiesa cattolica autorizza, per ben due anni di seguito, ossia nel 2008 (4 aprile) e nel 2009 (17 maggio), la veglia contro l'omofobia a Palermo, dentro una chiesa cattolica, quella di San Saverio all'Albergheria, due eventi abbastanza pubblicizzati, va benissimo che ciò accada. Tutti allineati e coperti i credenti in Dio, Patria e famiglia eterosessuale di stretta osservanza. L'ha detto il capo e non è il caso di scomodare né la linea ufficiale del cattolicesimo sugli omosessuali, meglio omoaffettivi, visto che il sesso non copre certo tutta la gamma dell'affettività umana, come tendono a credere i cattolici, né quel documento del 1986 dell'attuale papa Benedetto XVI, quando ancora c'era, pensate un po', tutto intero il muro di Berlino. Se nel 2011, due anni dopo, non dopo due secoli, sempre la stessa chiesa, e sempre lo stesso arcivescovo di Palermo, divenuto nel frattempo cardinale, dice che no, quel momento di preghiera non si può più celebrare, almeno non dentro un luogo cosiddetto sacro, ecco che quei fedeli, che nel 2008 e 2009 non avevano avuto niente da obiettare, si ricordano che in effetti a Roma c'è un certo orientamento sull'omosessualità che bisogna rispettare alla lettera. E che il cardinale non aveva alternative. Dimenticando, il potere è così, basta un suo pronunciamento per cancellare pure la memoria recente e far cambiare la curva da cui tifare, che due e tre anni prima l'alternativa c'era stata eccome. E poi rispolverano, sempre i fedeli, che forse lo sconoscevano del tutto un minuto prima, ma solo perché il potere lo tira questa volta giù da uno scaffale impolverato, quel preziosissimo e inestimabile documento del 1986 sull'atteggiamento da tenere verso chi ama persone dello stesso sesso. Che ogni cattolico, palermitano e siciliano, terrà senz'altro sopra il comodino per le riflessioni serali, dopo le preghiere di rito. Magari prendendo casualmente di esso quella parte che più conviene citare al potere per confermare se stesso e confermarsi agli occhi e alle orecchie dei credenti e praticanti più sensibili alle direttive che provengono dall'alto a corrente alternata. Cosa ricavare, infine, da questa vicenda? Non so voi, ma io una certa idea me la sono fatta. Talvolta, per non dire sempre, ci perdiamo in analisi e contro analisi, polemiche e contro polemiche. Guardiamo il dito e non scrutiamo più la luna. Smarriamo, così facendo, quelle che si presentano a noi come evidenze macroscopiche e di lunga, lunghissima, durata. E il rapporto delle masse con il potere, qualsiasi sia la forma in cui esso si incarna storicamente, sacro o profano che sia, qualsiasi sia la forma che le massa assume di volta in volta, è certamente una di queste. Le masse, senza neanche accorgersene, quasi in maniera istintiva, imitano e lusingano il potere, o il più forte che è lo stesso, nelle sue, ondivaghe e interessate, piroette. Nel caso specifico, se domattina dalle stanze papali uscisse fuori la buona novella che l'omoaffettività è benedetta da Dio, al pari di tutte le altre manifestazioni d'amore, state certi che un miliardo di cattolici si convincerebbe dopo un paio di minuti e si farebbe alfiere irremovibile del nuovo verbo. La prossima volta che ci accapiglieremo su qualcosa, ricordiamocelo questo umanissimo aspetto che copre millenni di storia umana. Ci servirà a non disperdere fiumi di parole che disorientano e ci aiuterà a focalizzare l'essenziale.

sabato 7 maggio 2011

Sei omosessuale? E io, in nome di Cristo, ti chiudo la porta in faccia.

LiveSicilia
7 5 2011


Francesco Palazzo


Il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, ha proibito la celebrazione di una veglia in una chiesa palermitana, quella di Santa Lucia, prevista e già autorizzata da un padre comboniano per il 12 maggio, organizzata per ricordare, in vista della giornata mondiale che si terrà il 17, le vittime dell’omofobia. Questa è la notizia. La veglia, che comunque i richiedenti sono intenzionati a fare pure in piazza, davanti la chiesa chiusa, precede il Gay Pride Palermo, che si svolgerà, con tante iniziative, dal 14 al 21 maggio. Proprio il 21 ci sarà, come nel 2010, il corteo e già alcuni manifesti che lo pubblicizzano sono stati imbrattati con scritte offensive. Si suppone da parte di eterosessuali maschi, perché le donne queste cose non le fanno, che hanno evidentemente più testosterone in circolo che neuroni nel cervello. Una non meglio precisata, da parte dell’ufficio stampa della curia, norma del diritto canonico e un documento del 1986 dell’attuale papa, impediscono che tale momento si svolga dentro una chiesa. Resta da capire perché altrove, in Italia e nel resto del mondo, si può e a Palermo no. Dagli ambienti curiali fanno sapere che i cattolici sono sempre vicini alle persone omosessuali, ma non possono che opporsi al male, al peccato, al vizio. La paura, inoltre, è quella che si utilizzi, ci è stato incredibilmente detto, un momento di preghiera per farsi pubblicità. Difficile capire che marchio o che prodotto pubblicizzino gli omosessuali, questo ce lo faremo spiegare meglio la prossima volta. Ci pare, invece, che una richiesta proveniente da credenti, perché di questo stiamo parlando, in qualsiasi modo essi esprimano la loro sessualità, non dovrebbe che trovare pronta accoglienza da parte di chi guida la chiesa palermitana e da parte di tutti i fedeli che ad essa fanno riferimento. Qui, si badi bene, non si chiede all’alto prelato, o alla chiesa locale, di rivedere la dottrina sull’omosessualità, ammesso che quest’ultima abbia un senso scientifico e sia radicata nella predicazione del Gesù dei vangeli. Semplicemente, alcuni credenti vorrebbero utilizzare un luogo di culto per esprimere, con il linguaggio tipico di chi ha il dono della fede, la condanna verso ogni forma di discriminazione omofobica. In qualsiasi modo essa si presenti. Anche se si concretizza sotto la sembianza, non se l’abbia a male la chiesa di Palermo e il suo capo, della negazione di uno spazio. Perché, a volte, o quasi sempre, negare un luogo fisico, che in questo caso è anche un luogo spirituale, può coincidere, certo senza che se ne abbia la volontà specifica, con il negare l’identità più intima di ogni singola persona che ne fa richiesta. La quale non può essere esclusa, perché questo di fatto accade nel caso in questione, solo perché non se ne condivide la condotta sessuale. La vicinanza dei cattolici alla vita degli esseri umani, non può essere soltanto teorica e poi infrangersi miseramente nel momento in cui essa deve palesarsi con una visibile azione pastorale di accoglienza. Non possiamo che augurarci, quindi, anche se è molto difficile, che il cardinale Romeo ci ripensi. Sappia che non ci perderebbe nessuno. Insieme a lui, infatti, ci guadagnerebbe tanto non soltanto la collettività dei cattolici, ma tutta la comunità cittadina. Purtroppo, l’unico precedente non è incoraggiante in tal senso. Pure lo scorso anno un parroco aveva accettato di ospitare la veglia, ma a pochi giorni dall’evento venne richiamato dalla gerarchia a fare un passo indietro, adducendo come motivazione di facciata che la porta della chiesa non voleva più saperne di aprirsi. Non è una barzelletta, è andata proprio così. In quell’occasione i partecipanti furono ospitati nel vicino tempio dei valdesi. Anche quest’anno, c’informa il pastore Giuseppe Ficara, il 22 maggio sarà ricordata solennemente la giornata mondiale contro l’omofobia durante il culto domenicale, quindi nel momento centrale per i valdesi palermitani. Che pregano lo stesso Cristo dei cattolici, ma indiscutibilmente, o almeno in questa vicenda, con diverso profitto.



venerdì 6 maggio 2011

Tabella H: cambiare nome ma non abitudini

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
6 maggio 2011
Pag. 46
Se la Tabella H cambia nome
Francesco Palazzo

Quando non si possono, e non si vogliono, cambiare le cose, si cambiano le parole. Se non ci si vuole neanche sobbarcare la fatica di mutare i vocaboli, basta utilizzare qualche altra lettera dell'alfabeto. E il gioco è  fatto. In fondo è abbastanza semplice. Uno strumento di spartizione, ad personam e ad associazionem, che prima si chiamava tabella H, è stato chiamato tabella B. Un balzo all'indietro di ben sei caselle nel gioco dell'oca alfabetico, per quella che comunque, e chissà per quanto tempo ancora, si continuerà a chiamare tabella ex H o direttamente H. Ma è solo un gioco di prestigio. Uno dei tanti a cui ci ha abituato il parlamento più vecchio d'Europa. La sostanza è sempre la stessa. Piccioli mansi, soldi facili, da spendere più o meno allegramente. Pare che dietro ad ogni finanziamento, a questa o quella realtà associativa, certo con qualche eccezione, si possa pure mettere la fotografia sorridente di questo o quel deputato. Ogni sodalizio ha un big sponsor, i più importanti ne hanno più d'uno. Chi non riesce a trovare un santo in paradiso, che in questo caso coincide con gli scranni dell'ARS, è tagliato fuori dalla suddivisione della succulenta torta. Perché, diciamolo chiaramente, tanti ci provano ad entrare nel circo del finanziamento facile. Tuttavia. per molti, pur sforzandosi al massimo, è più facile passare dalla cruna dell'ago che entrare nel regno dei salvati. Come si legge nel vangelo di Matteo, “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”. E non ci riferiamo ai novanta onorevoli dell'ARS, che invece sono tanti e dei quali occorre placare i diversi appetiti, talvolta, come abbiamo visto ultimamente, graziosamente contemplati pure dal codice penale, ma proprio a coloro che accedono a questo tipo di finanziamenti. Che non si pongono il problema di modificare questo osceno mercato delle vacche. Grasse. E non se lo pongono perché chi è dentro il sistema ha raggiunto il suo scopo e chi non c'è tenta di entrarci con gli stessi criteri. Qualcuno si oppone. Conosco un solo caso, il Centro siciliano di documentazione Impastato, che scrive nella homepage del sito: “Il centro è autofinanziato perché contesta le pratiche clientelari di erogazione del denaro pubblico”. Ma è talmente isolato, anche se autorevole, che non da alcun fastidio al meccanismo ben oleato che ogni anno si mette in moto con scientifica precisione. Poi, magari, così va la vita, ci tocca di assistere a lezioni di moralità, e di richiamo alla buona politica, proprio dalle stesse realtà che ricevono i soldi, pubblici lo sottolineiamo ancora, seguendo una prassi che è giusto chiamare con il nome corretto: clientelare. Né più, né meno. Si tratta, poi, di contributi con molti zeri, a fondo perduto. Non si capisce come si fa, in tempi di crisi, con le casse regionali in quasi bancarotta, quando a molti si chiede di tirare la cinghia, a scucire cinquanta milioni di euro in questo modo. Anni addietro, proprio per garantire risorse a chi ne ha veramente bisogno, si era avanzata la proposta che, ove possibile, la regione fornisse esclusivamente beni e servizi, garantendo controlli serrati nelle rendicontazioni. Ovviamente, non se ne fece niente. Il perché è possibile comprenderlo da un frangente della seduta dell'ARS di giovedì 28 aprile. A un certo punto, un deputato, agitando la lista con la rimodulazione dei fondi, ha esclamato: “qui c'è la prossima campagna elettorale”. Ogni tanto un po' di verità è possibile rintracciarla pure negli atti parlamentari.

giovedì 5 maggio 2011

PD Sicilia: sino alle elezioni non ci meniamo più

LiveSicilia
4 5 2011
Francesco Palazzo

L’esito dell’ultima assise del PD siciliano conferma quanto già sapevamo e ci racconta una sola verità. Intanto, abbiamo l’assemblea regionale del partito spostabile a piacimento di mese in mese. La prossima data è il 19 giugno. Una seconda, risaputa, questione è costituita dalla partecipazione al governo cosiddetto tecnico. Ebbene, tale esecutivo è stato presentato dal PD come quello che stava cambiando le sorti della Sicilia. Tuttavia, per coerenza, se ne dichiarava il de profundis già qualche mese dopo averlo formato. Ora siamo giunti alla celebrazione del funerale. Si aggiunge, nel comunicato doroteo diramato dopo l’incontro svoltosi sotto la supervisione dell’inviato romano, che nell’azione di governo, il quarto, vi sono state luci e ombre. Se consideriamo che si è consentito ad esso, proprio dal suo più convinto sostenitore, il PD, soltanto otto mesi di vita stentata, criticandolo un giorno sì e uno pure, è a tutti chiaro che né di luci, né di ombre, dobbiamo parlare. Ma di buio pesto. I siciliani lo sanno da tempo, adesso anche i democratici lo confermano ufficialmente. Un terzo aspetto, che conoscevamo pure prima del conclave, viene fuori dalla riunione dei democratici. Si tratta del referendum elasticizzato, deformabile nel tempo e nello spazio, che adesso accontenterà un po’ tutti. Pro lombardiani e tifosi della parte avversa. Guelfi e ghibellini, palermitani e catanesi. Quelli che non lo volevano ma che ora si sono convinti, tanto non conta più un tubo, e quelli che hanno raccolto cinquemila firme per farlo celebrare, tanto lo hanno già venduto al miglior offerente sull’altare del possibile governo politico. Si svolgerà a settembre. Sul mese e sull’anno è consigliabile non scommettere un solo euro. Proprio sul futuro, le frasi del comunicato del Partito Democratico, centonovantuno parole per quattordici righe, raggiungono il top del già sentito e del paradossale. Perché ora si tratterebbe di verificare “se esistono le condizioni per una nuova fase politica delle forze progressiste, moderate e autonomiste all’insegna dell’innovazione”. Uno, a questo punto, potrebbe ricordare che proprio sullo strumento principale dell’eventuale coesione della coalizione, il bilancio della regione, è appena franato miseramente lo schieramento (MPA, PD, FLI, UDC e API) che sostiene il governatore e il suo quarto governo ormai passato a miglior vita. Invece di prendere atto di questo fallimento, ossia un esecutivo che campa niente e un bilancio che fa venire i brividi, cosa fanno i democratici? Tentano di allargare questa esperienza, già rotolata nel burrone, per bocca e per mano degli stessi piddini, anche alle altre forze del centrosinistra assenti nel parlamento siciliano, Sinistra e Libertà e Italia dei Valori. Come se fosse stata non una Caporetto, ma una limpida e trionfale affermazione sui fondamentali assi dei provvedimenti governativi e dei conti del bilancio. Che si sono potuti chiudere soltanto mettendo in conto risorse finanziarie che ancora il governo nazionale deve scucire, mentre i fondi europei 2007-2013 non riusciamo a spenderli. Veniamo all’unica parte del comunicato, per il resto fatto di aria fritta, credibile e al vero motivo del chiarimento tra i capoccia democratici. “Un banco di prova importante – leggiamo - saranno le prossime elezioni amministrative”. Ecco qual è il punto. Siccome a fine mese si vota, è stata semplicemente siglata una sospensione delle ostilità sino ai ballottaggi. Per dirlo, al segretario regionale del Partito Democratico, bastavano soltanto diciassette parole. Le seguenti: “speriamo di non prendere una bella botta alle amministrative, firmata tregua, incrociamo le dita, passo e chiudo”.

mercoledì 27 aprile 2011

Molti cento e pochi stranieri

LA REPUBBLICA PALERMO
MERCOLEDÌ 27 APRILE 2011
Pag. X
                                                                        
NUMERI

SICILIANI E NAPOLETANI

Francesco Palazzo


Diplomati con il massimo dei voti (100): 28.809. In Campania 3.960, in Sicilia 3.248. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: seconda. Studenti non italiani nelle scuole superiori: 130.012. In Lombardia 28.292, in Sicilia 3.156. Posizione della Sicilia: tredicesima.

martedì 26 aprile 2011

Una morte senza nome tra resurrezione e liberazione

LiveSicilia
martedì 26 aprile 2011
Morire di non lavoro

 Francesco Palazzo


Il Vangelo del giorno dopo la festa pasquale, ci racconta che le donne, recatesi al sepolcro, ricevono la notizia che Gesù è nuovamente vivo. Cristo senz’altro è resuscitato dappertutto. Nelle società opulente e in quelle dove si muore di fame. E’ risorto pure in Sicilia, nelle case di chi sta bene e in quelle di chi non sa più come andare avanti. Non è resuscitato per niente, invece, il giovane padre di famiglia, nativo di Milena, che si è buttato, alla vigilia di Pasqua, dal cavalcavia che collega Agrigento e Porto Empedocle. Aveva due figli e una moglie. Questo è quel che sappiamo. Si è lanciato nel vuoto della disperazione perché da tempo non riusciva a trovare lavoro. Non ne abbiamo conosciuto neanche il nome. In fondo è quasi un dettaglio. La notizia già c’è tutta e non abbiamo bisogno d’altro. Tanti nomi, infatti, potrebbero sostituirsi al suo, in questa terra, dove molti senza lavoro muoiono civilmente, giorno per giorno, ancor prima che anagraficamente. E anche quando uno straccio d’impiego si trova, è perché si riesce a entrare alla corte di qualche santo molto terreno, inserendosi nell’ennesimo carrozzone di precariato che non crea lavoro. Genera prima sudditanza e poi un qualche ingresso senza senso in qualche ufficio pubblico. Si muore di noia, ma almeno si porta a casa uno stipendio. Al quarantenne di Milena non è, evidentemente, riuscito neanche questo. Non ci sarà nuova vita per lui, né liberazione da niente, visto che abbiamo appena festeggiato la libertà dall’oppressore di ieri, anche se non abbiamo ben chiari gli oppressi e gli oppressori di oggi. Fine della corsa per il giovane siciliano. Non si può chiedere a tutti la grandezza divina, per chi ha fede o dice di averla, di rialzarsi dal proprio letto di morte. Il percorso dei comuni mortali è ben diverso. Quando si muore cala il sipario. Ma questa volta non è stata una tragedia venuta chissà da dove. Non c’è dietro la malattia inattesa che scioglie la carne o un casuale incidente che la disintegra. Oppure la cattiveria plateale dei carnefici che issano un corpo sulla croce. Le cause di un gesto come questo stanno tutte nel vivo della società siciliana. Ci interpellano tutti e in primo luogo chiamano per nome e cognome la politica, qualsiasi sia il significato che ciascuno attribuisce a questa parola e se è ancora possibile evocarla per nome e cognome. Perché, se non sono le istituzioni a creare le precondizioni per il lavoro vero, nel privato e nel pubblico, e non nero e non regalato, tanto pagano le casse pubbliche, chi deve farlo? Chi deve porre le basi affinché i tantissimi che sono dovuti andar via, la maggior parte con titoli di studio e intelligenze eccellenti, possano, ovviamente se vogliono, tornare nella loro terra? Le istituzioni rappresentative, i partiti che portano al loro interno le loro donne e i loro uomini, talvolta ras del voto con l’anima del galoppino, presentano sempre più persone che lavorano per la prossima campagna elettorale e mai per le prossime generazioni. La citazione proviene da una riflessione di un grande della politica italiana, Alcide de Gasperi. Difficile fare resuscitare anche lui. Il problema è che nel nostro paese di persone così ve ne sono sempre meno. Non parliamo della nostra regione. Qui siamo dibattuti tra chi dice, prendendoci per i cosiddetti, che non farà più alcun precario e tra chi poi, di tanto in tanto, impugna la ramazza moralizzatrice per fare pulizia. Che non si fa mai. Mai che si esca da questo circolo vizioso a forma di collo di bottiglia, creando sviluppo e occupazione veri. Un imbuto collettivo ed esistenziale nel quale è rimasto affogato stavolta, e non è la prima volta, e non sarà purtroppo l’ultima, il giovane di Milena. Difficile festeggiare la liberazione, o dirsi buona resurrezione, di fronte ad una morte così. Se non con una massiccia dose d’ipocrisia o una quantità smisurata di speranza.



venerdì 22 aprile 2011

Come ti smonto un casello autostradale.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
22 aprile 2011
Pag. 45
Autostrade, chi ci marcia sul pedaggio
Francesco Palazzo

Come si smonta un casello autostradale? E' una domanda che i siciliani dovranno cominciare a porsi da subito. Dal governo regionale, infatti, hanno comunicato che se nella nostra isola, come è stato stabilito dall'esecutivo nazionale, si dovessero davvero iniziare a pagare tratti autostradali sinora gratuiti, come ormai appare certo, un esercito di centomila siculi scenderà in strada e provvederà a smantellare caselli, telepass e fotocamere. Anzi, di più, c'è la certezza che la gente inferocita butti pure a gambe all'aria chi sarà mandato a montare le infrastrutture. E già alcune manifestazioni vi sono state. Tutti i politici siciliani, che ve lo dico a fare, come un sol uomo, trasversalmente, sono impegnati in questa battaglia campale contro il governo centrale. La motivazione è semplice. Come si fa a chiedere di pagare per transitare sopra pezzi d'asfalto ridotti malamente e su cui si continua a contare vittime? Il ragionamento non fa una piega. Uno a zero e palla a centro. Insomma, Roma ladrona e pure ingiusta. Il piatto non è nuovo, fa parte della cucina rivendicazionistica più classica. Ma è una pietanza che fa sempre un certo effetto in qualsiasi menù. Fa muovere ed emozionate le masse e riesce a far dimenticare sempre un piccolo dato essenziale. Cioè la responsabilità delle classi dirigenti locali. Perché, non so se mi spiego, è difficile capire come mai le autostrade da Roma in su sono delle cose decenti e da noi sono ridotte a mulattiere. Colpa della capitale, del nord che ci sfrutta, del destino cinico e baro? La nostra nomenclatura politica, per decenni, su quelle autostrade ci ha macinato chilometri per raccogliere voti e, spesso, per mantenere clientele foraggiate con i fondi pubblici. Chissà cosa guardavano e pensavano quando le vedevano sempre più scassate e ridotte a brandelli. Ora che il nodo viene al pettine, ecco lo squillo di tromba, l'incitazione alla mobilitazione popolare, il richiamo non più ai mille dell'Unità d'Italia, che secondo il vangelo degli autonomismi di ogni specie e colore tanto danno ci hanno arrecato, ma ai centomila smontatori di caselli e quant'altro. E' già pronto lo slogan, che non può mancare in qualsiasi crociata. Smontatori di tutta l'isola, unitevi! Sì, va bene, questa dello sciame di distruttori che si riversa sulle autostrade è una battuta. Ma la politica, ormai, è fatta al novanta per cento di storielle e al dieci per cento di provvedimenti concreti. E allora stiamo sul pezzo e proseguiamo col babbio seguendo lo stesso filo logico. Se in Sicilia non dovessimo scucire un euro per tutti i servizi che si presentano al livello scarso delle autostrade, e in questi casi, dalla sanità, ai mezzi pubblici, alla raccolta dell'immondizia, alla scuola e la lista sarebbe lunga, la colpa ricade tutta sulle spalle delle istituzioni siciliane, le casse della regione, e degli enti locali, starebbero in condizioni più disperate di quanto già non lo siano. Per dire. Mi presento in ospedale e quell'esame gratuito, ma programmato sfortunatamente dopo sei mesi, lo posso fare, nella stessa struttura pubblica, dopo due giorni pagandolo a fior di quattrini? Resto calmo, faccio un fischio e raduno presso il nosocomio un valoroso drappello dei centomila caselloclasti a darmi manforte. Obbligo i sanitari a farmi subito il controllo diagnostico e non scucio l'ombra di un euro. E, se insistono col torto, scassiamo pure l'apparecchiatura. Tanto, ad occhio e croce, dovrebbe costare meno di un casello autostradale.

martedì 19 aprile 2011

Politica e giustizia, due piani diversi

LiveSicilia
martedì 19 aprile 2011

Francesco Palazzo


Dobbiamo prendere atto che, dopo la riconsiderazione circa l’appoggio al governo regionale, “consigliata” caldamente da Roma, da cui è venuta pure una mezza marcia indietro, il Pd siciliano continua a mescolare, confusamente, la questione penale e quella politica. Si tratta di due aspetti che devono seguire canali diversi. Il primo, quello penale, riguarda il singolo. Esso ha tutto il diritto di difendersi. Può dichiararsi innocente sino a prova contraria e addirittura, pure dopo una sentenza passata in giudicato, ritenersi intimamente esente da errori e considerare ingiusto il risultato finale dell’iter giudiziario. Ad ognuno deve essere concessa la possibilità di un’irriducibile difesa del proprio onore, anche se è rinchiuso in una cella. Diritti da indagato, da imputato, da condannato e da carcerato. E’ questo il garantismo che deve essere assicurato a tutti. Se, però, in qualsiasi grado delle indagini o del giudizio ci si trovi, si vuole costringere una vicissitudine giudiziaria nell’alveo della politica, cominciano le dissonanze tra due linguaggi che non sono fatti per stare insieme. L’attività politica è composta, in estrema sintesi, da consenso, rappresentanza e governo. Questi assi fondamentali della vita pubblica hanno come esclusivo partner il corpo elettorale e mai le aule di giustizia. Quando nel Pd si afferma che se finisce la loro avventura alla regione, a causa di vicende giudiziarie, brinderanno i berlusconiani e i nemici di questa esperienza, si attua una somma di due generi diversi. La procura etnea non si sta affatto occupando della qualità più o meno antimafiosa, dei provvedimenti del governo. Opporre questa, molto presunta, ma non è questo il tema, bontà delle azioni dell’esecutivo ai provvedimenti della magistratura, che riguardano necessariamente le persone, è quanto di più sbagliato si possa fare. E non fa bene né alla legge penale né a quella della politica. Se davvero i democratici ritengono di avere operato nel verso giusto, il loro unico pensiero deve essere rivolto non al giudice, ma all’elettorato. Se temono che la magistratura possa smontare la debole impalcatura politica che hanno messo in piedi, ciò è dovuto al fatto che hanno disatteso proprio le dimensioni del consenso e della rappresentanza, le uniche che danno diritto al governo della cosa pubblica. La loro casa è stata quindi, evangelicamente, costruita non sulla roccia, ma sulla sabbia della vittoria elettorale altrui. Nei prossimi, presumiamo caldi, e non solo per l’estate che si avvicina, simposi di partito, provino a lasciare le toghe nel cassetto, e indichino alla Sicilia una prospettiva di governo, che a questo punto non può che essere elettorale e a breve scadenza. Cercando questa volta di entrarci, nella stanza dei bottoni, dalla porta principale e non da quella di servizio. Perché quando si segue la via maestra si può anche fallire, ma se ne può sempre uscire a testa alta. Adesso, invece, il Pd in qualche modo sortirà fuori dal vicolo stretto, ma ha perso talmente tanto tempo che rischia di farlo a capo chino, trovando macerie a destra e a sinistra e sin dentro lo stesso partito. Per carità, in politica, come nella vita, ogni giorno si rinasce e niente è mai pregiudicato per sempre. Ci vorrà, certo, un po’ di rieducazione fisica e mentale. Governare con il consenso degli altri è piuttosto semplice, un gioco da ragazzi, ma può far smarrire la consapevolezza che i suffragi devi averceli tu. E non è semplice ottenerli. Soprattutto con un partito ormai lacerato e con un elettorato di riferimento che ha cominciato a guardare altrove, come rivelato da un recente sondaggio. E’ inutile allora che i democratici rinviino assemblee e referendum. Li trasformino, semmai, da sanguinose rese di conti, in momenti utili per proporsi come una grande forza, quale in fondo sono, di cambiamento. L’elettorato sempre lì attende, sull’uscio del seggio elettorale. Rimandare l’incontro per paura, nascondendosi sin dentro i tribunali, non serve a nulla.



venerdì 15 aprile 2011

Ausiliario, attento che ti becco.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
15 aprile 2011
Pag. 46
Automobilisti indisciplinati
Francesco Palazzo

Un'automobilista siciliana, secondo quanto stabilito recentemente dalla cassazione, ha diritto non solo all'annullamento della multa e al ritorno indietro della somma impiegata per riprendersi la macchina rimossa, ma anche al risarcimento per lo stress subito dal doversi cercare il mezzo. La motivazione? L'operazione è stata posta in essere da un ausiliario del traffico. Il quale, non avendo i titoli per elevare la contravvenzione e quindi per far togliere forzatamente l'auto, è stato lui beccato in flagranza di infrazione. Le regole prima di tutto, non si discute. Dalla conclusione giudiziaria della vicenda possiamo, però, dedurne che se la multa, e il conseguente prelevamento del veicolo, fossero avvenuti per mano di un vigile originale, il disagio psicofisico non ci sarebbe stato e la sanzione non poteva essere impugnata. Perché comunque la macchina non era parcheggiata bene. Stava, almeno così abbiamo letto, sulle strisce pedonali. Sia chiaro, chi non ha mai peccato in tal senso, scagli la prima pietra. La casistica, lo sappiamo bene, è molto ampia. In pratica, si posteggia ovunque. Di più, si ritiene di avere non solo il diritto costituzionale, ma anche l'alibi morale di arrestarsi dappertutto. Siamo in Sicilia, lo Stato non c'è, i parcheggi latitano, sta pure piovendo, c'è afa. E che posso fare l'eroe? Schiacciati da secoli di storia, nessuno ci può negare i metri d'asfalto per adagiare le nostre casse metalliche. E, soprattutto, come dice la canzone, nessuno ci può giudicare. Chi si crede di essere un ausiliare del traffico per capire che sulle strisce pedonali non si può. Ci vuole un ingegnere, un astrofisico, uno con i titoli giusti. Altrimenti si fa come dico io. Devo prendere il pane? E' un'emergenza, dunque il mondo deve tirare il freno a mano. In particolare, quelle due macchine che devono attendere la fine dell'operazione bellica. In alcune strade, molto frequentate e centrali, la seconda fila è molto più che un credo religioso. Ho visto automobilisti togliersi per fare uscire auto che avevano bloccato e poi non occupare il posto libero, risistemandosi in seconda fila. Non parliamo della ressa che si crea davanti le scuole di ogni ordine e grado. Dove i genitori, se non arrivano a cinque centimetri dal portone con i loro bolidi, non sono contenti. Una mattina ho chiesto ai due, dico due, vigili che controllavano l'ingresso di una scuola elementare, come mai facevano mettere gli autoveicoli in modo tale da bloccare la vita di tutti. Mi è stato risposto che i signori e le signore non avevano parcheggiato a vita, tecnicamente sostavano temporaneamente. C'è una bella differenza, ci vuole poco a capirlo. Per temporaneamente, è inutile che ve lo spiego, si deve intendere il tempo che ci vuole per creare code di centinaia di metri. Senza contare gli scivoli previsti per le carrozzelle, abitualmente tappati da gente che forse cura così i propri nervi, ma se ne frega di quelli degli altri. Non parliamo, poi, dei Niki Lauda che sfrecciano, senza averne il diritto, sulle corsie preferenziali. Attenzione, ausiliari del traffico. Lì c'è quasi un diritto divino. Se li vedete, badate bene a non farvi travolgere dalla tentazione civica di intervenire, travalicando i compiti a cui siete stati assegnati, fischiettate e guardate dall'altra parte. Una parola si deve spendere sulla motivazione principale della suprema corte. Che si rifà alla comune esperienza della burocrazia farraginosa nel meridione. Cosa c'entra, con il posteggiare sulle strisce, non si capisce. Ma è il bollo definitivo sulla filosofia stradale dei siciliani. Come dire, benvenuti al sud.

lunedì 11 aprile 2011

Mafia e politica: aspettiamo la sentenza e poi vediamo

LiveSicilia
lunedì 11 aprile 2011



Francesco Palazzo



Il pendolo dell’antimafia oscilla sensibilmente ad ogni sentenza o provvedimento della magistratura che riguardi un colletto bianco. Quando vincono i giudici, cioè se i tre gradi di giudizio condannano, o anche se c’è un rinvio a giudizio, si torna a parlare del rapporto mafia politica. Se la condanna è definitiva, ci si cosparge il capo di cenere e si plaude, eventualmente, alla correttezza del condannato nell’accettare il verdetto. Facendo diventare eccezionale una cosa del tutto normale. Quando i giudici perdono, cioè nel momento in cui ci scappa l’assoluzione o una qualche archiviazione, pare che il rapporto cosa nostra e mondo politico istituzionale sia rimesso in discussione. Non importa se si è in primo o secondo grado o se dai documenti, pure dopo un’archiviazione, risultano comportamenti altamente censurabili per qualunque cittadino, a maggior ragione se è preposto a gestire la cosa pubblica. Si procede dritti verso la santificazione del soggetto interessato. Se poi il bollo è della Cassazione, non ne parliamo, è come quando allo stadio segna la squadra del cuore, il boato è incontenibile. Se il tribunale, di primo o secondo grado, formula una condanna, i garantisti a corrente alternata ricordano, invece, che bisogna aspettare il compimento del percorso giudiziario e che non si è colpevoli prima che la sentenza passi in giudicato. Normalmente, non si ha neanche la pazienza di leggere le motivazioni delle sentenze. Sulla questione, ci sono due punti che vanno dipanati. C’è, innanzitutto, quella che chiamiamo responsabilità politica. Non tutti i rapporti che gli eletti dal popolo hanno con esponenti del mondo criminale possono essere sanzionati dall’autorità giudiziaria. Ma non tutto ciò che è giuridicamente non appurato in via definitiva, o provvisoria, è politicamente accettabile. Questo elementare concetto, che ci portiamo a spasso da alcuni decenni, i partiti non vogliono intenderlo. Rimangono aggrappati ai pronunciamenti dei tribunali. Tutto è ridotto a quest’ambito, dando alla magistratura un ruolo che non ha e non può avere. I codici etici di autoregolamentazione non servono a molto, come dimostrato dai dati sulle ultime amministrative recentemente diffusi dalla commissione antimafia. Il secondo punto riguarda gli strumenti che i tribunali hanno per procedere. Si possono contestare singoli reati, ma è una strada molto tortuosa. A meno che non si proceda per via legislativa a qualche opportuna modifica. Che senso ha, ad esempio, la distinzione tra l’aver favorito un singolo mafioso o l’intera organizzazione? L’aggravante, prevista nel secondo caso, dovrebbe scattare già nel primo. Se proteggo un mafioso, mi pare abbastanza evidente che voglio difendere l’intero sodalizio. Tutto sarebbe più semplice se il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, ancora oggi, dopo 150 anni che si straparla di mafia, non normato in maniera esplicita, fosse disciplinato in modo specifico dal parlamento. È ormai chiesto da più parti. Ciò fornirebbe a tutta, magistratura, politica e opinione pubblica, uno strumento certo cui riferirsi. Basti pensare a cosa abbia significato, nel 1982, l’introduzione del 416/bis, che punisce la mafia in quanto tale, a prescindere dai reati individuali commessi. C’è materiale su cui dibattere. Al momento non è sufficiente che il concorrente esterno aumenti la possibilità di realizzazione del reato mafioso. Ci vuole almeno un fatto concreto. Mentre si dovrebbe riflettere sul fatto che una disponibilità palese, se accertata, dovrebbe già bastare a configurare l’appoggio esterno. Non può essere che per venire qualificati come mafiosi basta soltanto l’appartenenza alla ditta, e per essere bollati come amici dei mafiosi occorra molto di più che una consapevole vicinanza. Su questo, e altri aspetti, il parlamento dovrebbe confrontarsi. Sarebbe una chiara assunzione di responsabilità della politica, che farebbe luce su un nodo fondamentale nel contrasto alle mafie. Altrimenti, non ci resterà che commentare sentenze, o atti processuali, d’indirizzo diverso, assistere a improbabili santificazioni o a parossistiche, quanto inutili, flagellazioni pubbliche.



mercoledì 6 aprile 2011

Formazione e lavoro giovanile: pagare e sorridere

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 06 APRILE 2011
Pagina XI

NUMERI

FORMAZIONE E OCCUPAZIONE

Francesco Palazzo


Spesa pubblica regionale per formazione e istruzione: in Sicilia il 7,33 per cento, in Lombardia il 2,67. Occupazione giovanile: in Sicilia il 14,2 per cento, in Lombardia il 28,8.

lunedì 4 aprile 2011

PD, referendum o ..niente.

LiveSicilia
lunedì 4 aprile 2011


Francesco Palazzo


C’è qualcosa di più grave, all’interno di un partito, che rendere problematico lo svolgimento di un referendum previsto dallo statuto e non avere approvato, dopo più di due anni dall’approvazione dello statuto stesso, il relativo regolamento. La cosa più grave è non accontentarsi di questo e fare un passo ulteriore. Consistente nel raccogliere le firme degli iscritti per indire l’iniziativa dentro i gazebo, avente per oggetto il sostegno, o meno, al governo Lombardo, racimolarne più di cinquemila e poi utilizzarle come merce di scambio nel mercato della trattativa interna tra fazioni contrapposte. E’ quanto sta avvenendo nel Partito Democratico in Sicilia, tanto che non si capiva più a cosa doveva servire l’assemblea regionale dei delegati. Che infatti è stata annullata. In un partito tale non soltanto di nome, visto i marosi che lo agitano proprio su tale questione, il regolamento del referendum, e la data in cui svolgerlo, doveva essere il primo e unico punto all’ordine del giorno. Inserendo pure, tra le varie ed eventuali, un bel confronto sulla questione morale, visto quanto è appena accaduto al deputato regionale più votato, e qualche cenno al sondaggio che relega il PD, nell’isola, al 18 per cento, più di sette punti in meno in tre anni. A tal proposito, dalla segreteria regionale affermano che il dato da tenere presente non si deve riferire alle politiche del 2008, ma al voto regionale dello stesso anno. Nel quale, considerato anche i consensi della lista che appoggiava la Finocchiaro, il PD arrivò quasi al 22 per cento, subendo comunque una batosta colossale. Come risultato elettorale di riferimento, dunque, non è proprio il massimo della vita. Insomma, la carne al fuoco c’era. Invece è andato in onda un altro film. La commissione per il congresso rimanda la patata bollente a maggio. E’ sin troppo chiaro che questo rinvio rappresenta una pietra tombale sul referendum e l’inizio di una fase ecumenica nella gestione del partito. Ognuno avrà il pezzo di pietanza che vuole. Con buona pace di tutti, o quasi. Agli aderenti al Partito Democratico si comunica che si trattava di uno scherzo, un diversivo. In poche parole, una solenne presa in giro. Per una parte consistente di coloro che hanno promosso l’iniziativa referendaria, si trattava di una minaccia agitata sotto il naso dei lombardiani duri e puri per ottenere il quinto governo regionale. Quello politico, con assessori di stretta provenienza partitica. Richiesta che adesso trova più di una disponibilità. Ottenuto lo spazio che chiedevano, quelli del referendum o morte hanno messo in soffitta le intenzioni belliche. Definirla politica da prima repubblica, significa fare uno sgarbo a un periodo in cui sulla scena politica si muovevano, insieme a tanti capaci di tutto, pure persone di un certo spessore. Ma si può condurre un partito in questo modo? Evidentemente sì. Viene ritenuto normale che una formazione politica sia di proprietà di alcuni, l’un contro l’altro armati, che dispongono come vogliono, e quando vogliono, di un agglomerato di donne e uomini, la famosa base. Che non si capisce più cosa sia e alla quale non resta che accettare in silenzio quanto scelgono i capoccia. Questo è tanto più vero se consideriamo la circostanza che non vediamo alcuna presa di posizione significativa da parte dei cinquemila e più che anelavano al referendum, mettendoci, oltre le firme, anche le facce. E perché succede anche questo? E’ abbastanza semplice da capire. Ormai i partiti, e quello Democratico non sfugge a questa deriva, sono composti soltanto da ultrà che seguono come ombre questo o quel consigliere comunale, provinciale, deputato regionale o nazionale che sia. Se il leader di riferimento prende una decisione, tutti all’attacco allineati e coperti, senza se e senza ma. Se il giorno successivo il capo cambia idea, perché è più conveniente seguire una diversa situazione, contrordine compagni e amici, la linea è un’altra. Ed ecco che le truppe si riallineano su un’altra trincea. A questo punto, probabilmente ha ragione chi sostiene che ci vuole un congresso straordinario e, aggiungiamo noi, una nuova segreteria regionale. Eletta, se non è chiedere troppo, con un mandato preciso e non ondivago.



venerdì 1 aprile 2011

Sportivi da bassa classifica

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 01 APRILE 2011
Pagina XI

NUMERI

I SICILIANI E LO SPORT
Francesco Palazzo


Popolazione che pratica almeno uno sport: in Sicilia 22,5 per cento, in Trentino Alto Adige 48,2 per cento. Media italiana 31,1per cento. Posizione Sicilia nella classifica nazionale: terz´ultima.

mercoledì 23 marzo 2011

Questa non ce la beviamo

LA REPUBBLICA PALERMO
23 MARZO 2011 – Pag XIII

NUMERI

L'acqua che disperdiamo

Francesco Palazzo

Acqua potabile dispersa nelle condutture: in Sicilia 54 per cento, in Lombardia 27 per cento. Media nazionale: 47 per cento. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: quindicesima.

L'antifascismo facile

LiveSicilia
23 3 2011
Francesco Palazzo

“L’uomo deve essere liberato, il mercato uccide l’anima”. Parole abbastanza comuni nel vocabolario della sinistra antagonista. Così come, del resto, la critica radicale alla globalizzazione, la denuncia dello sfruttamento della forza lavoro, il pubblico salario sino all’età scolastica, la costruzione di asili nido pubblici, il diritto alla casa e al mutuo sociale. Per non parlare dell’occupazione degli spazi pubblici per l’autogestione di attività sociali o a scopo abitativo. Sono slogan e pratiche che ritroviamo anche a destra, in particolare nell’associazione CasaPound Italia, che svolge delle attività a Palermo e che oggi, presso la Mondadori, vorrebbe presentare un romanzo della Rizzoli, “Nessun dolore”, scritto da Domenico Di Tullio. Da alcuni giorni campeggiano dei manifesti, affissi abusivamente, che invitano ogni sincero democratico a schierarsi contro il fascismo che avanza. E come starebbe avanzando? Semplice. La presentazione di questo libro costituisce, secondo i ragazzi di azione antifascista, la spia del passo dell’oca che si staglia sulle nostre inconsapevoli teste. Non dobbiamo, dunque, preoccuparci più di tanto dei venti di guerra che soffiano sulla nostra regione. Per Dio, c’è qualcosa di più importante da fare. Impedire, fisicamente, l’evento odierno, perché non si può dare spazio ad organizzazioni che, secondo il manifesto di Azione Antifascista, propagandano “razzismo, sessismo e xenofobia”. Che poi dal sito di Casapound Italia non ci sia un solo inneggiamento al fascismo, al razzismo, al sessismo e alla xenofobia, è un altro discorso. Gli ideologismi non prevedono il confronto con le vere idee degli altri, ma soltanto la loro demonizzazione e deformazione. Parlando con il responsabile palermitano di Casapound, Andrea La Barbera, studente di giurisprudenza e lavoratore, apprendiamo che compra ogni giorno anche Repubblica, insieme ad altri due giornali, per informarsi meglio. Conferma che del ventennio, per quanto riguarda alcuni provvedimenti sullo stato sociale, non è tutto da buttare. Nello stesso tempo ci indica il documento Estremocentroalto, il manifesto di Casapound. Che invita ad andare oltre la destra e la sinistra novecentesche per trovare risposte ai problemi di oggi. Ma di cosa parla, poi, il romanzo? Di adunate militari? Di persecuzioni razziste? No. Si tratta della storia di amicizia tra due ragazzi, Fulvio e Giorgio, provenienti da due ceti sociali diversi. Si conoscono e imparano a vivere insieme l’affetto e l’importanza della politica sullo sfondo dell’azione sociale e del movimento universitario della destra. Un libro bello, brutto? Ognuno giudicherà leggendolo, oppure disinteressandosene. Sia della presentazione che dell’opera. Come, del resto, facciamo con tanti appuntamenti che si svolgono giornalmente a Palermo. Per questi giovani di sinistra, ma chissà da quanto tempo non lo sono più, né giovani, né di sinistra, non solo dobbiamo mettere alla berlina chi ha scritto il testo e chi ha organizzato l’incontro, ma anche gli agenti della polizia, che da giorni stazionano davanti la libreria, chiamati “cani da guardia”. E qui non dobbiamo inventarci niente. Ci viene in aiuto il grande Pasolini, che stava dalla parte degli agenti, figli dei poveri, contro i picchiatori, di ogni specie e di ogni età, fascisti nel sangue, figli dei ricchi. Un’ultima notazione sul pericolo del fascismo cui vogliono metterci in guardia i nostri antifascisti. Sono così sicuri che se un qualsiasi totalitarismo tornasse sarebbero in grado di combatterlo, rischiando o perdendo la vita, come fecero i loro bisnonni? Ne dubitiamo fortemente. Già li vediamo scappare a gambe levate.

domenica 20 marzo 2011

Per un cattolicesimo maturo

LiveSicilia

di Francesco Palazzo
domenica 20 marzo 2011


Non saranno più i tempi di Peppone e Don Camillo, tuttavia le contrapposizioni tra altare e politica talvolta non sono meno forti di allora. Prendete, ad esempio, quanto accaduto recentemente a Casteldaccia, una piccola cittadina a un tiro di schioppo da Palermo. Un parroco, con una lettera e un’omelia, si rivolge ai fedeli mettendo sul banco degli accusati la sinistra. Rea di incolpare ipocritamente e odiare il presidente del consiglio per il suo stile di vita. Berlusconi, se è come sembra, dovrà rendere conto a Dio, dice e scrive. Ma anche loro, gli uomini della sinistra, sostiene il prelato, sfileranno dal santissimo tribunale e il loro fardello sarà molto pesante. Sono i farisei di cui parlano i vangeli. Il motivo? Da quando avevano i calzoni corti, rivendicano “certe conquiste sociali”: divorzio, aborto, sesso libero, convivenza, preservativo, pillola del giorno prima e del giorno dopo, orgoglio omosessuale e via elencando. Non solo. Gli uomini della sinistra hanno fatto di tutto per sfasciare le famiglie e ora pretendono pure di fare la morale. Per non parlare, poi, di quelle donne sconvolte dal caso Ruby, che scendono in piazza a difendere la loro dignità e poi mandano in giro le figlie mezze nude. Prima, rileva il presbitero, si rimproverava alla chiesa di parlare troppo dei peccati sessuali, ora di parlarne troppo poco. Non si è fatta attendere, a stretto giro di posta, la replica. Con una lettera indirizzata al religioso, firmata da donne e uomini di sinistra, alcuni vicini al PD, poi distribuita e fatta sottoscrivere nella piazza principale e in giro per il paese, si ricorda che l’omelia ha lo scopo di attualizzare la parola di Dio. Non quello di accusare qualcuno, prendendo la parte di uno schieramento politico e screditando l’altro. Notazione non secondaria. I replicanti utilizzano un linguaggio tale da far trasparire la loro evidente e chiara appartenenza cattolica. Ciò non impedisce agli stessi di ricordare che alcune scelte legislative del passato (aborto e divorzio) sono state espressione non di una sola parte politica, ma di un’ampia volontà popolare e vanno comprese e inserite all’interno della laicità dello stato. La missiva contiene un elenco, forse un po’ troppo di maniera, di ciò che significa essere di sinistra: guardare il mondo con gli occhi degli altri, l’importanza del lavoro, la salute che deve essere garantita a tutti, la condizione della donna come misura della civiltà di un paese, la pace nel mondo e il combattere l’aggressività che alberga dentro di noi, la scuola. Se si vuole parlare di certi temi, continuano, si può convocare un’assemblea parrocchiale e incrociare i diversi punti di vista. Cosa che l’omelia non consente di fare, essendo una comunicazione unidirezionale tra il singolo che parla e coloro che sono soltanto tenuti ad ascoltare. Finita la celebrazione, tutto torna come prima. In genere, i fedeli se le tengono tutte per poi lamentarsi in privato, famiglia, cerchia di amici o ufficio che sia. Questa volta è andata diversamente, non ci si è limitati al chiacchiericcio a bassa voce, si è voluto dare alla vicenda una dimensione pubblica, politica. Della storia si è occupata pure la prestigiosa rivista romana Adista, che è un’antenna molto attenta di quanto accade di significativo nel mondo cattolico. Pensiamo che i parroci, come tutti, abbiano diritto a dire liberamente quello che pensano. Ciò che non va bene è che, comunemente, si trovino di fronte persone, anche con elevati titoli di studio e ruoli sociali non di secondo piano, intimidite dall’autorità religiosa che rappresentano e perciò mute e sorde a qualsiasi parola provenga dai pulpiti. E’ invece un comportamento maturo, e un buon segno, quando, come in questo caso, chi dissente argomenti con puntiglio e rispetto le proprie ragioni. Chi ascolta e legge ha modo di farsi un’opinione e giudicare. Ci guadagniamo così un po’ tutti, chierici e laici. Peccato che situazioni simili, almeno nel panorama siciliano, siano così rare, per non dire uniche.



mercoledì 9 marzo 2011

Numeri - Libri letti e posseduti in Sicilia

Repubblica Palermo
9 3 2011
Pag. XIII
Numeri
Quanto leggono i siciliani
Francesco Palazzo

Famiglie che non hanno neanche un libro in casa: in Sicilia 20,2 per cento, in Trentino Alto Adige 2,8 per cento. Cittadini che hanno letto almeno un libro in un anno: in Sicilia 31,5 per cento, in Trentino Alto Adige 60 per cento. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: ultima.

martedì 8 marzo 2011

ARS, legge elettorale e democrazia a corpo libero

8 3 2011

   Francesco Palazzo


La riforma della legge elettorale riguardante gli enti locali siciliani sta diventando, per la maggioranza che sostiene Lombardo, in particolare per una parte del Partito Democratico, che ormai la declina come un atto di fede, e per la minoranza che si oppone sino all’ultimo sangue, in special modo il Popolo delle Libertà, la madre di tutte le battaglie. La scrittura della regole comuni, e una legge elettorale è la massima norma che accomuna tutti, dovrebbe essere, al mio paese, non so al vostro, un percorso condiviso, concordato. Verso cui incamminarsi con calma, senza le elezioni alle porte. Ciò vale sia per chi ha perso le elezioni, sia per chi le ha vinte. Mi pare che, a occhio e croce, eravamo fermi a questo punto. Soprattutto se chi è uscito sconfitto dalle urne a un certo punto ha pensato bene, non sapendo né leggere né scrivere, di impugnare la bandiera della vittoria senza il bollo sacro del corpo elettorale. Che è ormai evidentemente fuori moda, un rudere del passato massimalista. Così abbiamo imparato, alla nostra veneranda età, un nuovo comandamento da scolpire nelle tavole della legge che guidano la politica. L’undicesimo. Non solo si può fare di tutto vincendo le competizioni elettorali, ma si può fare ancora di più pure perdendole e di brutto. E questa è sorpresa, soleva dire candidamente la mamma di un mio fraterno amico. Insomma, senza tanti giri di parole e chiacchiere a vuoto, la domanda è la seguente. Se Berlusconi avesse perso le elezioni nel 2008, e invece le ha vinte alla grande, come è accaduto al Pd in Sicilia nello stesso anno, che è stato umiliato con un 7 a 0 di guidoliniana memoria, e fosse poi passato in maggioranza senza ricorrere al voto popolare, come ha fatto e continua a fare allegramente il Pd in Sicilia, e poi pretendesse, contro il maggior partito dell’ex maggioranza, cacciato all’opposizione, di modificare a tutti i costi la legge elettorale, ed è quanto intende fare il Pd in Sicilia contro il Pdl inferocito, che per il momento è riuscito a stopparla all’Ars, staremmo zitti o grideremmo alla mortificazione della democrazia, delle sue regole e della stessa carta costituzionale? Mizzica se lo faremmo, non ci dormiremmo la notte, pure in piazza andremmo. La domanda è lunga, mi rendo conto e chiedo scusa, ma il quesito in fondo è semplice e la risposta deve essere necessariamente breve. Anzi, lapidaria. Un si o un no. Non sono ammessi i forse o i ni. I non sapevo, non c’ero e se c’ero dormivo. Perché, capite, non è che si può gridare “al lupo, al lupo”, se è il presidente del consiglio ad assumere un comportamento biasimevole, che peraltro in questo caso è solo meramente ipotetico, e poi stare allineati e coperti quando lo stesso identico modo di fare, non solo in via teorica ma concretamente, viene assunto dalla maggiore forza del centrosinistra, che si dice pure riformista, peraltro maneggiando con le scarpe chiodate uno strumento delicatissimo quale è la legge elettorale. Io me la sono pensata e ne ho tratto giudizio. La prossima volta che i riformisti a ventiquattro carati del Pd, quelli siciliani intendo, grideranno al rispetto tradito delle regole e alla democrazia in pericolo di fronte al berlusconismo imperante e magari mi richiederanno una bella e solenne firma per mandarlo a casa, partirà una sonora pernacchia. La mia.


venerdì 4 marzo 2011

Leggi applicate e leggi interpretate

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
4 marzo 2011 - Pag. 2
I due volti dell'immigrazione
Francesco Palazzo

E' utile tornare a riflettere, al di là del puro dato di cronaca, sul giovane marocchino morto a Palermo dopo essersi dato fuoco. Quello che è accaduto dopo, ossia l’incendio di un auto dei vigili urbani, fa parte di un altro piano, che pure va approfondito perché gravissimo è il gesto. Sperando che non si dia a due fatti, forse legati, forse no, lo stesso peso. Un essere umano che brucia è una tragedia, un mezzo mobile che divampa è un’altra questione. In ogni caso, il nostro fotogramma va fermato nel momento in cui un ragazzo è diventato una torcia umana. Perché l’immigrazione in Sicilia può presentare volti differenti, che a volte possono decidere la vita e la morte. La liberazione e l’annientamento. Primo quadro. La cronaca è arcinota. Una giovane marocchina, abitante da tempo in Sicilia, finisce come per incanto alla corte dei miracoli del lusso più sfrenato ed eccessivo. Le capita, anche, di imbattersi in una strana e incredibile situazione. Almeno per i comuni mortali. Viene fermata per un furto e liberata alla velocità della luce da una questura. Si badi bene, del nord, non dell’inefficiente e disordinato sud. Secondo quadro. Un giovane marocchino, sempre residente nella nostra regione, non cerca il mondo dei lustrini e i soldi facili per farsi avanti nella vita. No, vuole lavorare per sfamare la sua famiglia. E non lo fa abusivamente, nell’illegalità, come tanti palermitani e siciliani. Si procura una licenza da venditore ambulante. Tuttavia, pur non avendo commesso alcun reato, da fuoco alla propria carne per un motivo, in fondo, banale. Non deambula come dovrebbe, sta molto tempo nello stesso posto. E, per questo, si merita, pensate un po’, due controlli in pochi giorni, nella città dove si perpetrano quotidianamente e impunemente ogni tipo di abusi. Il ragazzo va al rogo per un verbale. Può essere stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, può essere quello che volete, ma è andata così. Vi sembra pesante parlare di rogo? E come volete chiamarla la fine atroce del giovane in una delle arterie più frequentate del capoluogo, dunque di fronte a tanta gente che ha assistito alla scena? Torniamo al parallelismo. Sui destini, così diversi, di un ragazzo e di una ragazza, si può aggiungere una notazione riguardante il potere. Che ben conosciamo e che unisce, in questo caso e chissà in quanti altri, il nord e il sud del paese. Arbitrariamente, il potere da e il potere toglie. Sapete come si dice. Per gli amici, o le amiche, le leggi si interpretano sino all’inverosimile e anche contro le stesse leggi, prima o poi il buco della salvezza si trova. Per gli altri no, si applicano senza sconti. Messa così, capite bene, dal paradiso all’inferno la strada è breve. Dipende se hai il potente al tuo fianco, se sei riuscito a toccare il suo mantello, oppure se hai soltanto la tua disperazione a farti compagnia. Il massimo di elasticità e il massimo di inflessibilità. C’è, infine, un atteggiamento da notare rispetto ai contesti nei quali si sono sviluppate le due vicende. Per la ragazza, dalle persone a lei più vicine, è scattato un sistema di coperture tale da proiettarla verso il mondo dei rotocalchi. Per il giovane Noureddine, invece, sono scattate le segnalazioni dei commercianti, i quali vedevano nella staticità del marocchino un pericolo per i propri affari. Tanto da denunciare alle autorità competenti, a quanto pare ripetutamente, la sua presenza ingombrante sul marciapiede. Giusto richiedere protezione. Dovrebbe valere sempre. Domanda. Come si comportano gli esercenti della zona quando si presentano gli uomini delle cosche a chiedere la rata del pizzo? Chiamano le forze dell’ordine o pagano? Deboli con i forti e forti con i deboli?

domenica 27 febbraio 2011

PD, di lotta, ma anche di governo.

LiveSicilia - Quotidiano Online
27 2 2011
Il Pd vuole il quinto governo, ma stavolta è Lombardo che frena

di Francesco Palazzo

La politica regionale danza sui veti incrociati. Il governo di tutti, proposto dal presidente dell’Ars, trova un orecchio attento a Palazzo D’Orleans, ma riceve un veto deciso dai democratici. Possiamo comprenderli. Che senso avrebbe la loro presenza in maggioranza se gli alleati di un tempo tornassero sotto lo stesso tetto? Ma il Pd sgancia un no e ne riceve uno, pesante, a sua volta. Il quinto governo, che dovrebbe comprendere assessori più legati ai partiti, è, chiaramente, in casa democratica, il compimento di un percorso. Dal cappotto delle regionali del 2008, con un misero 28,6 per cento come voto di coalizione, alle stanze di comando degli assessorati. Ma qui è il governatore a dire che non si può fare. Non ora. Non subito. Motivo: il governo tecnico rappresenta tutti (anche i siciliani?) e chiunque può trovare in esso soddisfazione. E qui il Pd non la prende bene. Ratificando, sostanzialmente, il fallimento della giunta in carica. Che non riuscirebbe, stando alle dichiarazioni dei leader del Pd, a dare le risposte che la Sicilia si attende. E’ da mesi che gli esponenti democratici parlano di cambio di passo, di scossa, di azione riformatrice in panne. Nei giorni pari. Perché in quelli dispari, al contrario, sciorinano una serie di riforme che già starebbero cambiando la Sicilia. A nostra totale insaputa.Verrebbe da dire loro: mettetevi d’accordo. O questa è un’esperienza politica che ha messo alle nostre spalle anni di clientelismo e mala gestione dei fondi pubblici, oppure siamo ancora all’alba e c’è bisogno di molto altro, quasi di tutto. Così, per darci qualche riferimento certo, un punto di caduta intorno al quale ragionare. Altrimenti viene la confusione. Ma come, il governo in carica, che ha pochi mesi di vita, è stato presentato, soprattutto dal Pd, come un esecutivo di alta qualità, e dopo pochi giri d’orologio se ne chiede la sostituzione per manifesta incapacità? E sono proprio i democratici, nei giorni in cui vestono la divisa del governo, a ricordarci che è davvero un tempo troppo stretto per valutare una compagine assessoriale.Che sarebbe nel mirino di un attacco mediatico senza uguali. Solo che, il giorno successivo, indossati i panni dell’opposizione, pare che i democratici si scordino quello che avevano detto appena il giorno prima, ossia che questo è un governo ai primi vagiti, e vogliono ucciderlo in culla, richiedendo con veemenza l’ingresso in giunta dei titolari con le tessere di partito. Che si scaldano, e da tempo, ai bordi del campo. Comprendiamo l’impellenza. Un quinto governo, con dentro le luccicanti insegne democratiche, siamo uomini e donne di mondo, sarebbe un balsamo nel dibattito interno al partito. E’ probabile, infatti, ma potremmo anche esprimerci in termini di certezza, che gli scontri tra le varie correnti dentro il Pd, pro e contro Lombardo, si attenuerebbero di molto, sino a scomparire magicamente, se la carne al fuoco diventasse più consistente e appetibile. E non è difficile che ci si arrivi. I no, o i ni, in politica, come del resto i sì o i forse, durano meno dello yogurt in frigo. Ciò che oggi è solo motivo di speranza per i democratici e punto critico per il presidente della regione, domani potrebbe trasformarsi in quel matrimonio in pompa magna a cui tutti i fidanzati arrivano. Beninteso, se non si lasciano prima. Con restituzione di regali, liti tra parenti, contumelie varie e quant’altro. Vedremo se saranno fiori d’arancio, ed è l’ipotesi più gettonata, se proseguiremo, sino alla noia, col Pd di lotta e di governo, o se, improvvisamente, vedremo le foto strappate di un innamoramento che non diventò mai amore.

venerdì 25 febbraio 2011

"Dico cattolici per modo di dire...."

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 8 del 25 Febbraio 2011
Pag. 2
Ma che c'entrano i catttolici
Francesco Palazzo

“Dico cattolici per modo di dire, mai conosciuto in vita mia qui un cattolico vero, e sto per compiere novantadue anni. C'è gente che in vita sua ha mangiato magari una mezza salma di grano maiorchino fatto a ostie, ed è sempre pronta a mettere le mani nelle tasche degli altri, a tirare un calcio nella faccia di un moribondo, e un colpo a lupara alle reni di uno in buona salute”. Cosi, il professore Roscio, nel romanzo A ciascuno il suo di Sciascia, parlando dei siciliani. Mi veniva in mente questo passaggio mentre leggevo del dibattito che si sta sviluppando, oltre che sul simbolo pagano presente nella bandiera siciliana, la triscele, sulle unioni civili. Ma cosa c'entrano il cattolicesimo e il cristianesimo, che non sono affatto sinonimi, con il riconoscimento di alcuni diritti alle coppie di fatto, omo o eterosessuali? Nulla, ovviamente. Anzi, come dimostrato dall'appello di don Cosimo Scordato, prete nel quartiere Albergheria del capoluogo, il quale sostiene che "gli omosessuali sono persone normali, non errori di natura o dei malati, hanno tutto il diritto di amare e di essere amate e di formare delle famiglie", il professare un credo religioso dovrebbe essere soltanto un buon punto di partenza verso un'umanità più matura e includente. Non un intralcio. Vediamo, invece, che sul disegno di legge presentato all'ARS sulle coppie di fatto, omo o etero, molti obiettano, dentro e fuori il parlamento siciliano, che l'essere cattolici impedirà loro di votare o condividere questo provvedimento legislativo. Quindi, una fede non impedisce affatto di alimentare il clientelismo, la corruzione, i rapporti con le cosche mafiose, l'occupazione sistematica dei posti di potere, lo sperpero di risorse pubbliche, ma è un baluardo, una montagna, quando si tratta di riconoscere diritti fondamentali. Un altro parroco della chiesa palermitana, don Francesco Romano, dice a chiare lettere che, nel caso in questione, l'assemblea regionale siciliana non deve legiferare in nome della chiesa ma in nome del popolo sovrano. Ci vuole un prete per ricordare le basi dello stato liberale. Si badi bene, Scordato e Romano sono due mosche bianche nel presbiterio siciliano. L'appello di Scordato è stato accolto con malcelato fastidio da alcuni prelati, che almeno hanno detto pubblicamente come la pensano, per il resto un gelido silenzio. Sulla sortita di Padre Romano, è calata più pesante la cortina d'indifferenza all'interno del mondo cattolico. Sarebbe interessante, su entrambe le questioni, diritti per gli omosessuali e per le coppie di fatto, sapere cosa ne pensa il primate di Sicilia, il cardinale di Palermo Paolo Romeo e, con lui, tutta la conferenza episcopale siciliana. Perché, vedete, è semplice rimbrottare in continuazione le istituzioni pubbliche, comuni, province e regione, affinché facciano sino in fondo il loro dovere verso gli esclusi e nei confronti di tutta la collettività. E' come sfondare una porta aperta. Si tratta di politica estera a buon mercato. Quella che importa è la politica interna. Sin quando si parla degli altri e agli altri è facile esercitare il ruolo di guida morale. Ma il punto è che se poi non si è coerenti nella politica interna, nel governo del proprio campo d'azione, tutte le rampogne e le critiche verso l'esterno rischiano di trasformarsi, bene che vada, in puro distillato di inutile retorica. Lo sappiamo. Ci sono modi diversi di vivere la fede cattolica. Sia tra i politici praticanti, sia tra gli stessi chierici e il popolo dei fedeli. Così come vi sono differenti modalità nell'interpretare la laicità dentro le istituzioni, nei partiti, nella società e all'interno della stessa chiesa. Diciamolo, però, chiaramente. Pure se fossero pochi i cattolici che sostengono certe posizioni oltranziste, e non sono affatto una minoranza, utilizzare l'appartenenza confessionale al fine di negare diritti basilari, consistenti, nel caso specifico, nell'occuparsi del compagno/a nella malattia, oppure di poter disporre di un contratto di locazione o chiedere un alloggio popolare, prima che un controsenso evangelico, è quanto di più inumano possa esistere. Perché per il cattolico e la sua chiesa, come sottolinea Scordato, che difficilmente vedremo arcivescovo di Palermo, dovrebbe contare “la capacità di amare della persona che, in quanto tale, deve essere rispettata e riconosciuta nella propria dignità umana”.

domenica 20 febbraio 2011

Due volti dell'immigrazione

LiveSicilia

di Francesco Palazzo

domenica 20 febbraio 2011

 Una giovane marocchina, abitante in Sicilia, può finire miracolosamente alla corte del lusso più sfrenato. Può anche capitarle di venire liberata alla velocità della luce da una questura dopo essere stata fermata per un furto. Un  giovane marocchino, abitante in Sicilia, pur non avendo commesso alcun reato, essendo anzi in regola con la licenza di venditore ambulante, va al rogo. Boccette pregiate di profumo date in mano con troppa facilità alla prima, una volgare bottiglia di plastica piena di benzina per il secondo. Che nessuno ha potuto, o forse voluto, come dicono i parenti, togliergli dalle mani. Il potere dà e il potere toglie. Niente di più, niente di meno. Non ha importanza se hai rispettato le leggi o se sei un delinquente. Sapete come si dice. Per gli amici, o le amiche, le leggi si interpretano, per i nemici si applicano senza sconti. Poi i processi e le indagini ci diranno delle responsabilità dei singoli. Intanto, sui due giovani, sul loro destino diverso e parallelo, questo possiamo dire. E lo diciamo.

sabato 12 febbraio 2011

PD, referendum a salve

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 12 FEBBRAIO 2011
Pagina XIII
QUEL REFERENDUM SENZA REGOLAMENTO
FRANCESCO PALAZZO

Lo statuto del PD, approvato il 29 febbraio 2009, parla chiaro. Il referendum è il coinvolgimento della base su "argomenti e scelte politiche di essenziale importanza per l´azione del partito". E cosa c´è di più importante dell´entrata in maggioranza alla Regione dopo che gli elettori hanno sonoramente bocciato il Pd, nel 2008, e dopo che le primarie democratiche, nel 2009, hanno attribuito un largo 70 per cento ai due candidati che si opponevano a qualsiasi collaborazione con il governatore Lombardo? Dalla segreteria regionale del partito dicono che questo referendum non s´ha da fare perché non è stato emanato il regolamento che lo disciplina, previsto dallo stesso statuto. Ma è mai possibile che a due anni dall´approvazione della carta fondamentale del partito, questo regolamento non sia stato ancora votato dall´assemblea regionale dei delegati? Visto che accade, è possibile. Insomma, secondo i suoi dirigenti lo statuto del Pd prevede sì il referendum, ma per finta. Dalle stanze di comando del partito giunge questo messaggio: cari iscritti, vi diamo uno strumento per partecipare alle decisioni del partito e indirizzarne le politiche, ma poiché ci siamo dimenticati di scrivere e approvare il regolamento, non se ne fa niente. Vi sarebbero, poi, due ragioni politiche opposte al referendum. La prima. Si criticano coloro che stanno raccogliendo le firme perché starebbero strumentalizzando la base del partito. Una base di cui, evidentemente, non si ha una grande stima. Secondo argomento: i soggetti che stanno raccogliendo le firme non hanno un´idea comune sul dopo. C´è chi vuole gli assessori politici in giunta, in un eventuale quinto governo, e c´è chi vuole le elezioni anticipate. Può anche essere che sia così. Ma questo inficia il tentativo di proporre il referendum? Al comma 3, dell´articolo 36 dello Statuto, è scritto a chiare lettere quali sono i tre elementi da indicare nell´indizione del referendum. La specifica formulazione del quesito. Chiedere se i votanti intendono, si o no, continuare a sostenere la maggioranza che sorregge Lombardo, è un quesito abbastanza specifico e chiaro. Secondo elemento da indicare è la natura consultiva o deliberativa della consultazione. Sembra che si voglia andare verso un conta deliberativa, ossia vincolante per tutto il partito. Terzo elemento, occorre indicare se a votare debbano essere solo gli iscritti o anche gli esterni. Se abbiamo capito bene, si vorrebbero chiamare al voto solo gli iscritti. Ci pare, dunque, che esistano i presupposti, anche formali, a prescindere da qualsiasi regolamento, la cui assenza è da addebitare a chi in questo momento dirige il partito e non agli iscritti, per indire il referendum. Se i tesserati del PD, come sostengono dalla segreteria regionale, sono in stragrande maggioranza concordi con le scelte del partito dell´ultimo anno, e quindi hanno clamorosamente cambiato idea rispetto alle primarie del 2009, hanno la possibilità di dimostrarlo inserendo nelle urne referendarie le loro schede. O no?

Numeri

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 11 FEBBRAIO 2011
Pagina XV
Rubrica Numeri
NOI E LO STATO
FRANCESCO PALAZZO
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In Sicilia la spesa pubblica per ogni cittadino è di 4767 euro. Nel Veneto è di 2414. La media nazionale è di 3736. Nella classifica della spesa pubblica pro-capite la Sicilia è al settimo posto.

Numeri

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 09 FEBBRAIO 2011
Pagina XIX
Rubrica Numeri
CONSULENTI
FRANCESCO PALAZZO
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Consulenze affidate nel 2010 dalla Regione Siciliana: 167. Spesa: 2 milioni 728 mila euro. Consulenze affidate dalla Regione Lombardia: 32. Spesa: 510 mila euro.

Numeri

LA REPUBBLICA – VENERDÌ 28 GENNAIO 2011
Pagina XVIII
Rubrica Numeri
IN SICILIA LA VITA È PIÙ BREVE
FRANCESCO PALAZZO
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Secondo i dati Istat 2010, al Sud la vita è più breve che nel resto d´Italia. In Sicilia l´uomo vive in media 78,6 anni, la donna 83,5. La media italiana è 79,1 anni per gli uomini, 84,3 per le donne.

venerdì 4 febbraio 2011

Sicilia: leggi elettorali e politica

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 5 del 4 Febbraio 2011
Pag. 2
PD, la legge elettorale non ti aiuterà
Francesco Palazzo

Sulla legge elettorale riguardante gli enti locali, che sta per essere calendarizzata all'ARS, vanno fatte alcune riflessioni. Una, intanto, di carattere generale. Il disegno di legge, che ha superato lo scoglio della commissione affari istituzionali del parlamento siciliano, è espressione solo dell'attuale maggioranza (PD, MPA, FLI, UDC, API), mentre l'opposizione, che prima era maggioranza, (in Sicilia non ci facciamo mancare niente) ha detto che in aula sarà battaglia, anzi ha parlato addirittura di golpe. Le leggi elettorali riguardando tutto il corpo elettorale, andrebbero approvate in maniera condivisa. Non a colpi di maggioranza. Soprattutto se chi vuole fortemente questa legge, il PD, all'inizio della legislatura era stato inchiodato dagli elettori, e in maniera severa, nei banchi dell'opposizione. Sin qui siamo alla forma, che in politica, come sappiamo, è sostanza. Veniamo, invece, ai contenuti della legge. Il faro che la ispira è costituito dal fatto che si vuole dare all'elettore la possibilità di scegliere meglio sindaci e presidenti di provincia. Sempre in un'unica scheda il corpo elettorale avrà l'obbligo, se vuole, di esprimere due preferenze, una per il candidato consigliere, comunale o provinciale, e una per il candidato sindaco o presidente di provincia. Terminerà, perciò, l'effetto trascinamento, per il quale, dal 1997, basta votare un consigliere e non esprimere alcuna preferenza per il sindaco o il presidente della provincia, che il voto va automaticamente all'aspirante alla poltrona più alta legato alla coalizione di apparteneva del candidato consigliere. Il PD sa che il centrosinistra ha una lunga storia di liste molto deboli, perciò non trainanti, mentre i candidati che presenta per le poltrone di primo cittadino o presidente di provincia hanno quasi sempre avuto un gradimento molto più consistente dei contendenti del centrodestra. Spera, in tal modo, di riequilibrare le proprie sorti negli enti locali. E già questo aspetto, dichiarato espressamente in casa PD, fa sorgere un punto di domanda. Questa nuova legge elettorale intende dare un'arma di scelta in più all'elettore, oppure sono presenti ragioni di parte? Pare che ci siano entrambi gli aspetti. Ma una norma elettorale non dovrebbe mai contenere un'attesa di cambiamento politico riguardante una delle parti in causa. Perché una cosa è la politica che un partito mette legittimamente in campo, un'altra è volere piegare la politica verso se stessi costruendo una norma che miri a colmare le lacune di uno schieramento. Ma è poi vero che la scheda unica con il voto che si trasferisce automaticamente ai candidati sindaci o presidenti di provincia ha sempre penalizzato il centrosinistra? Vediamo quanto è accaduto a Palermo e Catania in due elezioni differenti, nel novembre del 1993 e nel novembre del 1997, tendendo presente che la corrente legge elettorale è stata approvata nel settembre del 1997. Ebbene, sia Orlando, a Palermo, che Bianco, a Catania, vinsero, non solo loro ma con le liste che li sostenevano, nel 1993 e nel 1997, con due leggi elettorali differenti. Nel 1993 c'era la doppia scheda per sindaco e consigliere, nel 1997 la scheda unica con l'effetto trascinamento. Perché ciò è accaduto? La spiegazione è semplice. Nel 1997 fu premiato quanto era stato fatto nel mandato precedente, anche se era cambiata la legge elettorale. Gli elettori non sono affatto degli stupidi sprovveduti, sanno molto bene quello che fanno. E perché negli ultimi dieci anni Catania e Palermo sono state consegnate al centrodestra? Colpa della legge elettorale? Non prendiamoci in giro. E' successo che quella stagione virtuosa dei due sindaci, dal 1997 in poi si perse per strada, apparecchiando la tavola alla sbafata a quattro ganasce ai berlusconiani e compagni di cordata. Qualcuno potrebbe obiettare che quella, elettoralmente, è una stagione ormai alle nostre spalle. Che non sia così ce lo mostra l'oggi. Osserviamo, per fare un solo esempio, quanto accaduto a Gela nelle elezioni del 2010, svoltesi neanche nove mesi addietro. Al ballottaggio sono arrivati due candidati del Partito Democratico. Andate a vedere i voti delle liste che li appoggiavano. Vi renderete conto che la vittoria è stata, pur in presenza della scheda unica e dell'effetto trascinamento, che teoricamente favorirebbe il centrodestra, sia delle liste che dei due candidati. Ciò sta a significare che laddove il centrosinistra è credibile, vedi le sindacature di Crocetta nel comune gelese dal 2003 al 2009, il corpo elettorale lo premia a prescindere dalla procedura di voto. Sia chiaro, è giusto fornire all'elettore una più ampia e precisa possibilità di esprimersi alle urne. Ma il PD si ricordi che l'azione politica è una cosa, ed è questa che genera le vittorie o le sconfitte, le norme elettorali un'altra. Confondere i due momenti non è un buon segno.

mercoledì 26 gennaio 2011

PD in Sicilia, se può fare più buio di mezzanotte.

mercoledì 26 gennaio 2011
Pd, mezzanotte e dintorni
Francesco Palazzo


Ma qualcuno ha capito a cosa è servita la riunione dei circoli del PD che si è svolta domenica a Catania? Era stato annunciato come un evento di importanza fondamentale nella vita del partito. Un momento di chiarimento sulla linea da seguire rispetto al governo Lombardo dopo i referendum di Enna, Caltagirone e Gela. Non c’è stato alcun chiarimento, le divisioni all’interno del partito si sono acuite. Il tutto si è risolto, ancor prima di iniziare l’incontro, con una dichiarazione della segreteria regionale. Le decisioni nel partito le prendono gli organismi preposti a ciò. Dunque, se ne riparlerà nell’assemblea regionale del partito convocata a febbraio. Ma per dire questo c’era bisogno di convocare seicento persone in un albergo? Non bastavano un sms o una mail? Nel partito si è ormai insinuato il sospetto reciproco che divide le due fazioni pro e contro il sostegno al governo regionale. Da una parte, i più fedeli credenti a questa operazione di entrare in maggioranza alla regione, delegittimano i referendum che hanno bocciato con numeri indiscutibili la linea intrapresa dal partito e dalla maggioranza del gruppo parlamentare, due pezzi che a questo punto è molto difficile distinguere. Dall’altra parte, coloro che si oppongono tenacemente alla svolta, che ha disatteso il risultato delle primarie del 2009, gridano allo scandalo e parlano di un’assemblea, quella di domenica appunto, pilotata e senza alcun reale confronto.Nel frattempo, accadono alcune cose. La prima, in realtà, è una specie di mantra ripetuto sino alla noia dai dirigenti del PD nell’ultimo anno. Il governo regionale è carente nella sua azione amministrativa, appannato nell’azione riformista, occorre un cambio di passo, una scossa. Siccome queste esortazioni sono ribadite in continuazione, non riusciamo più a capire a chi il PD le rivolga, visto che numericamente è l’azionista di maggioranza della coalizione che all’ARS sostiene Lombardo. Chi deve imprimere questo cambio di passo, se non il partito che consente al governatore di continuare a sopravvivere politicamente? Anche nei confronti degli stessi assessori tecnici non c’è una parola chiara, un punto fermo. Sono gente capace, dice Giuseppe Lupo, ma ancora devono dimostrare di saper lavorare. Ma come si fa a dire che un assessore è capace se ancora deve dimostrare di saper svolgere bene il proprio compito? Mistero. L’altra cosa che è accaduta si riferisce alle alleanze per le amministrative che si svolgeranno in primavera. Il terzo polo, ossia il partner con il quale il PD va a braccetto alla regione, ha detto chiaramente che presenterà ovunque propri candidati al primo turno e poi vedrà per i ballottaggi. Per la verità, il coordinatore regionale dei finiani ha detto di più, cioè che il terzo polo è equidistante dal PD e dal PDL. Rispondendo con un gelido silenzio al segretario regionale del PD, che ha perlomeno chiesto un’accoppiata sicura nei ballottaggi. Non si tratta di un aspetto secondario. L’accordo strutturato per le amministrative sta proprio alla base del sostegno al quarto governo Lombardo. Almeno questo pensavano in casa PD. Tanto che, per bocca del presidente del gruppo parlamentare all’ARS, hanno minacciato di porre fine all’esperienza lombardiana. Solo parole, per il momento. Ma può un partito che si ritiene il faro della politica siciliana, farsi strapazzare in tal modo limitandosi a minacciare ritorsioni senza prendere alcuna iniziativa concreta? Può permettere al leader dell’MPA di ridicolizzare i referendum democratici? La terza, e per il momento ultima questione, riguarda il rapporto con IDV, Sinistra e Libertà e Federazione della Sinistra. Gli esponenti regionali di questi partiti hanno risposto picche alla proposta, proveniente dal segretario regionale del PD, di formare in Sicilia una larga coalizione aniberlusconiana. Riepilogando. Il PD è un partito frantumato al proprio interno, non è per niente contento dell’azione amministrativa regionale che pur contribuisce a tenere in vita, non sa bene se gli assessori a lui più vicini riusciranno a fare bene il proprio lavoro, viene strapazzato dal terzo polo in vista delle amministrative, permette al segretario di un altro partito di entrare dentro i propri meccanismi decisionali ed è ai ferri corti con quei partiti (IDV, SEL e Federazione della Sinistra), che dovrebbero essere i suoi naturali compagni di viaggio e che vengono, anch’essi, presi di mira dal governatore, che li accusa di essere la ruota di scorta del berlusconismo. Un bel modo, quest’ultimo, di agevolare il dialogo tra il PD e chi sta alla sua sinistra. Può fare più buio di mezzanotte per i democratici?