Nel recente passato la Formula 1della Red Bull, nel presente la ruota panoramica dell'Aperol. In futuro potrà essere un altro evento di questo tipo a provocare discussioni e distinguo che francamente potrebbero essere indirizzati altrove. Non per fare del benaltrismo, ma perché intanto questo tipo di circostanze, assolutamente circoscritte nel tempo e nello spazio, ci lasciano un guadagno d'immagine a costo zero che nessuna, seppur costosissima, campagna promozionale potrebbe eguagliare. Una qualsiasi bancarella impiantata per settimane tra le Piazze Ruggero Settimo e Castelnuovo, non consegna nulla in tal senso e sarebbe perciò sempre da evitare. Il sensazionale richiamo pubblicitario di questi appuntamenti non risolve le lacune della città? Ma perché, non concedendo le autorizzazioni a brand importanti i guasti del capoluogo si sanano magicamente? Per nulla. Dobbiamo farcene una ragione ed essere in grado di tenere distinti e distanti due aspetti. Il primo si riferisce all'attrattivita turistica del capoluogo. Le ruote, le Formule uno e quant'altro potrebbe esserci proposto, non servono ai palermitani ma a chi ci guarda da fuori e può decidere di scegliere il nostro territorio come meta di svago. L'altro giorno in aereo il giovane che era seduto davanti a noi, riferendo a un suo coetaneo dei suoi giorni a Palermo, stava infatti rientrando a Bologna, riferiva, testuali parole, di una città da dieci e lode. Stessa opinione ci ha trasferito la responsabile di un negozio d'antiquariato che è stata di recente sul suolo palermitano. I turisti guardano determinate cose, non possono e non vogliono interessarsi a ciò che non funziona e del resto è quello che facciamo noi quando ci troviamo fuori dalla nostra terra. Tutto il resto, ossia la quotidianità, invece ci riguarda come feriali fruitori della nostra comunità, che è poi un insieme di luoghi. Il tempo per le polemiche, e gli aspri confronti se è il caso, e delle eventuali proposte a chi amministra, lo dobbiamo riservare a quest'altra faccia della medaglia. Rispetto alla quale le grandi campagne pubblicitarie non spostano per i residenti di una virgola il tanto, perché è tanto, che non gira come dovuto sotto Monte Pellegrino. Per dire. Tra alcuni mesi si andrà al voto per eleggere chi amministrerà Palermo dal 2022 al 2027. A voi pare che il dibattito abbia raggiunto, o possa toccare nell'immediato tempo che abbiamo davanti, il livello che sarebbe opportuno per una metropoli che presenta per chi ci abita, non per il flusso turistico, tante e annose difficoltà e parecchie, troppe, potenzialità inespresse? Si naviga a vista, spostando le umorali ed egoistiche pedine della politica politicante. Senza trovare il tempo per fare altro. Palermo, quella che appartiene a chi dovrà continuare a viverci, non per alcuni giorni di relax, ma per sempre, e quella che è appartenuta ai tanti giovani con istruzione superiore che sono già andati via, rimane fuori dai radar. Non è la ruota impiantata per qualche giorno il problema. Ma le piccole ruoticine, invisibili ma fondamentali, che fanno parte del motore di questa città. Le quali devono ricominciare a girare bene e funzionare ogni giorno. Soprattutto per i palermitani. Facciamoci allora un bel giro sulla ruota. Sperando che presto ce ne possa essere una in pianta stabile come in molte altre città. Ma non perdiamo la consapevolezza che la capitale della Sicilia ha da risolvere altrove i suoi mille quotidiani dilemmi.
Repubblica - Centonove - LiveSicilia - PalermoToday - Porta di Servizio - il Mediterraneo 24 - Rosalio Il Blog di Palermo - Città Nuove Corleone - Maredolce
sabato 9 ottobre 2021
Palermo: la ruota che gira e i due piani da non confondere
Nel recente passato la Formula 1della Red Bull, nel presente la ruota panoramica dell'Aperol. In futuro potrà essere un altro evento di questo tipo a provocare discussioni e distinguo che francamente potrebbero essere indirizzati altrove. Non per fare del benaltrismo, ma perché intanto questo tipo di circostanze, assolutamente circoscritte nel tempo e nello spazio, ci lasciano un guadagno d'immagine a costo zero che nessuna, seppur costosissima, campagna promozionale potrebbe eguagliare. Una qualsiasi bancarella impiantata per settimane tra le Piazze Ruggero Settimo e Castelnuovo, non consegna nulla in tal senso e sarebbe perciò sempre da evitare. Il sensazionale richiamo pubblicitario di questi appuntamenti non risolve le lacune della città? Ma perché, non concedendo le autorizzazioni a brand importanti i guasti del capoluogo si sanano magicamente? Per nulla. Dobbiamo farcene una ragione ed essere in grado di tenere distinti e distanti due aspetti. Il primo si riferisce all'attrattivita turistica del capoluogo. Le ruote, le Formule uno e quant'altro potrebbe esserci proposto, non servono ai palermitani ma a chi ci guarda da fuori e può decidere di scegliere il nostro territorio come meta di svago. L'altro giorno in aereo il giovane che era seduto davanti a noi, riferendo a un suo coetaneo dei suoi giorni a Palermo, stava infatti rientrando a Bologna, riferiva, testuali parole, di una città da dieci e lode. Stessa opinione ci ha trasferito la responsabile di un negozio d'antiquariato che è stata di recente sul suolo palermitano. I turisti guardano determinate cose, non possono e non vogliono interessarsi a ciò che non funziona e del resto è quello che facciamo noi quando ci troviamo fuori dalla nostra terra. Tutto il resto, ossia la quotidianità, invece ci riguarda come feriali fruitori della nostra comunità, che è poi un insieme di luoghi. Il tempo per le polemiche, e gli aspri confronti se è il caso, e delle eventuali proposte a chi amministra, lo dobbiamo riservare a quest'altra faccia della medaglia. Rispetto alla quale le grandi campagne pubblicitarie non spostano per i residenti di una virgola il tanto, perché è tanto, che non gira come dovuto sotto Monte Pellegrino. Per dire. Tra alcuni mesi si andrà al voto per eleggere chi amministrerà Palermo dal 2022 al 2027. A voi pare che il dibattito abbia raggiunto, o possa toccare nell'immediato tempo che abbiamo davanti, il livello che sarebbe opportuno per una metropoli che presenta per chi ci abita, non per il flusso turistico, tante e annose difficoltà e parecchie, troppe, potenzialità inespresse? Si naviga a vista, spostando le umorali ed egoistiche pedine della politica politicante. Senza trovare il tempo per fare altro. Palermo, quella che appartiene a chi dovrà continuare a viverci, non per alcuni giorni di relax, ma per sempre, e quella che è appartenuta ai tanti giovani con istruzione superiore che sono già andati via, rimane fuori dai radar. Non è la ruota impiantata per qualche giorno il problema. Ma le piccole ruoticine, invisibili ma fondamentali, che fanno parte del motore di questa città. Le quali devono ricominciare a girare bene e funzionare ogni giorno. Soprattutto per i palermitani. Facciamoci allora un bel giro sulla ruota. Sperando che presto ce ne possa essere una in pianta stabile come in molte altre città. Ma non perdiamo la consapevolezza che la capitale della Sicilia ha da risolvere altrove i suoi mille quotidiani dilemmi.
mercoledì 29 settembre 2021
Porticciolo di Sant'Erasmo, fateci guardare il mare e non gli stigghiolari e le auto parcheggiate
Repubblica Palermo – 29 settembre 2021
Restituiamo a tutti la visuale del porticciolo di Sant’Erasmo
Francesco Palazzo
martedì 14 settembre 2021
Perchè la chiesa non riconosce, applicandola in tutte le parrocchie, la militanza antimafia di Don Pino Puglisi?
La Repubblica Palermo – 14 settembre 2021
Il poco che resta della lezione del beato Puglisi. Cosa resta nelle parrocchie della pastorale anti cosche del beato Pino Puglisi.
Francesco Palazzo
giovedì 18 marzo 2021
La non benedizione delle coppie di fatto e la (non) coerenza con l'amore insegnato da Cristo nei vangeli. Una domanda ai vescovi siciliani.
La Repubblica Palermo – 18 marzo 2021
Ma il rinnovamento
della Chiesa passa anche per la disobbedienza
di Francesco Palazzo
Non so se i rappresentanti
della Chiesa cattolica benedicano ancora le case o le automobili. Certamente le
opere pubbliche e qualsiasi inaugurazione. Si arrivarono a consacrare pure le
armi che andavano a combattere nei teatri di guerra. Per venire all’oggi, la
Santa Sede comunica che non si può procedere alla benedizione delle unioni
omosessuali. E ciò vale per tutte le convivenze fuori dal matrimonio. Non
parliamo di articoli di fede, ma di una prassi che dentro la Chiesa presenta
tra i parroci qualche posizione diversa. Non ci si limita a non benedire. Ma si
parla di accompagnamento degli omosessuali, ai quali si propongono cammini di
crescita nella fede e aiuti per comprendere e realizzare pienamente la volontà
di Dio nelle loro vite. Come se fossero mancanti in qualcosa di fondamentale,
tanto da essere guidati. E non si benedice perché non ci si trova davanti a
qualcosa di «oggettivamente ordinato a ricevere ed esprimere la grazia, in
funzione dei disegni di Dio iscritti nella creazione». Non so se ci si rende
conto della gravità di tale passaggio. Anche se si scrive che si rispettano le
persone, pur eccependo contrarietà rispetto allo stato in cui si trovano. Ma le
persone si onorano integralmente nel loro essere portatrici di umanità. Del
resto, proprio l’amore senza altri ornamenti connota il Cristo impresso nel
Nuovo Testamento. Mancando questa dimensione si perde la parte fondamentale del
suo lascito. Senza il quale resta ben poco. Non è che manchino le eccezioni.
Una l’abbiamo registrata nel 2016, la ricordava ieri Repubblica. Don
Cosimo Scordato, nella rettoria palermitana di San Francesco Saverio,
all’Albergheria, presentò due donne che si sarebbero sposate civilmente dopo
qualche giorno, chiedendo ai fedeli di «accoglierle nella comunità e di pregare
per la loro vita insieme». Una scelta «che guarda al futuro», disse don Cosimo.
Sin troppo ottimista, se dopo cinque anni la testa della Chiesa cattolica
su certi temi è rivolta sempre al passato remoto. Una posizione che nell’era di
Francesco, e in quella di suoi apprezzati epigoni messi a capo di diverse
diocesi, si deve coniugare in termini diversi. Il problema non è essere
cattolici o non avere la libertà di vivere come si vuole, a prescindere da ciò
che pensano i cattolici. Ma la disumanità di simili deliberazioni. Nel 2021,
non nel periodo della Controriforma. Si benedicono matrimoni di persone che
possono pure essere mille miglia distanti dal Vangelo: basti pensare a quante
nozze di individui implicati in vicende mafiose si sono consacrate in pompa magna
(a proposito, ancora accade?) davanti agli altari delle chiese cattoliche. Non
si tratta di stravolgere chissà cosa. Il gesto di don Scordato non tolse nulla
a nessuno, ma aggiunse a quelle più battute, ma non per questo più vere, una
dimensione dell’amore che non esclude e che non prevede percorsi di
"depurazione". Ama e fa’ ciò che vuoi, diceva Sant’Agostino, che non
è un signor nessuno come chi scrive, ma uno dei Padri della Chiesa. E se è vero
che la misura dell’amore è amare senza misura, come sosteneva sempre Agostino,
sarebbe interessante sapere cosa ne pensano su tale questione non una sparuta
minoranza di sacerdoti, la stragrande maggioranza stanno allineati e coperti,
ma gli arcivescovi siciliani. Parlare di rinnovamento è bello, ma può essere sin
troppo facile se si muovono solo le parole. Viverlo, essendo a capo di diocesi,
facendo camminare pure i fatti, lo è ancora di più. E allora la domanda alla
Conferenza episcopale siciliana, o a qualche singolo vescovo che volesse
rispondere, è la seguente. Possono essere presentate alle comunità dei fedeli
nelle parrocchie, accogliendole con ogni benedizione nei loro percorsi d’amore
e senza ulteriori distinguo, come è successo all’Albergheria, delle persone che
hanno deciso di vivere dimensioni di coppia non finalizzate al matrimonio
canonico?
mercoledì 3 marzo 2021
Sud: tra illegalità, insicurezza e politiche di sviluppo. Una partita da giocare sino in fondo.
La Repubblica Palermo – 3 marzo 2021
Le mafie (forse) sono indebolite ma continuano a pesare sul sud
Francesco Palazzo
L’argomento di confronto è venuto fuori dal dibattito parlamentare che ha accompagnato il voto di fiducia ottenuto dal governo. I quesiti sono due. Nel Mezzogiorno, sono intanto essenziali legalità e sicurezza per far attecchire qualsiasi prospettiva di sviluppo? Oppure alla fine basta irrobustirci le gambe con opportuni interventi per scacciare automaticamente l’illegalità e l’insicurezza determinate innanzitutto da Cosa nostra, Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita, Stidda e altri aggregati di questo tipo presenti in molti casi dall’unità d’Italia? Se dovessimo ritenere che bastano puntuali azioni politiche per eliminare il carico di violenza territoriale e di pervasività economica delle mafie, dovremmo ammettere che sinora ci siamo sbagliati e che dobbiamo soltanto riuscire a trovare quelle più idonee. Ma è davvero così? Possibile che in 160 anni dall’unità del paese, che festeggiamo giusto quest’anno, sia dipeso soltanto da ciò? Certo, si può dire che le mafie non hanno prevalso, che abbiamo vinto noi la partita e arrivederci. In ogni caso molti margini di manovra sono disponibili e non è possibile servirci a vita della presenza delle mafie per starcene con le mani in mano utilizzandole come un portentoso alibi. Tuttavia, non possiamo archiviare sistemi criminali di lunga durata ricorrendo esclusivamente all’ottimismo della volontà e facendo appello alle nostre parti migliori, che non sono poche. Ha fatto dunque bene il presidente del consiglio, Mario Draghi, una personalità di grande valore cui abbiamo affidato la guida del paese, a mettere insieme i due aspetti. Necessita di interventi che aiutino il sud, senza però trascurare che la base sulla quale devono crescere deve essere sempre più legale e sicura. Dovremmo aver compreso da tempo un fatto. Se il mezzogiorno non scalerà posizioni di ricchezza e progressiva vivibilità, agganciandosi alla parte più progredita del paese, tutta l’Italia non potrà avere uno sviluppo complessivo adeguato alle sue potenzialità. Ciò dipenderà certamente dai meridionali in primo luogo. Che devono smetterla di piangersi addosso cercando una giustificazione dietro l’altra. Altrimenti i nostri giovani, stanchi di questo atteggiamento, continueranno ad andarsene. Deve essere comunque chiaro che tutte le misure del recovery plan soprattutto nel Mezzogiorno dovranno trovare più immediata e conducente efficacia, evitando la dannosa scorciatoia dell’assistenzialismo. Del resto, i fondi sono disponibili di fatto proprio perché c’è una parte di paese non in buona salute. Ma è molto difficile che condizioni di definitivo progresso possano essere raggiunte se continuiamo a tenerci sul groppone, magari raccontandoci che siamo in procinto di organizzarne i funerali, delle organizzazioni criminali. Le quali ogni giorno non ci fanno vivere pienamente in un vero sistema democratico sociale, politico ed economico. Non possiamo trascorrere i prossimi 160 anni raccontandoci che le mafie stanno per esalare l’ultimo respiro, tenendole nel frattempo vive, magari un po’ malandate, accanto a noi. Perché ciò alla fine sarà una pesante ipoteca che graverà sempre sul sud. Sperando che un giorno, che sembra molto lontano adesso, ma dipenderà da ciascuno di noi, nessun governo dovrà porsi il problema se istituire o meno il ministero per il sud. Significherà che l’Italia, nella sostanza e non soltanto nella forma, sarà finalmente una e unita. E che metà del paese avrà trovato la forza per emergere definitivamente, anche sottraendosi al giogo delle organizzazioni criminali. Le quali però, nel frattempo, hanno seguito il ragionamento che faceva Leonardo Sciascia riferendosi alla linea della palma che si sposta verso nord. Piuttosto che passare a miglior vita, sono andate ad impiantarsi, certo non con la stessa incisività che le caratterizza al sud, pure nelle regioni distanti dal mezzogiorno.
mercoledì 10 febbraio 2021
Palermo, Costa Sud, tra mare e agricoltura, cosa succede quando si fanno perdere le vocazioni territoriali.
La
Repubblica Palermo – 9 febbraio 2021
La
scelta tra assistenzialismo e sviluppo vista dalla costa sud di Palermo
Francesco
Palazzo
Assistenzialismo o
sviluppo? Non dovrebbero esserci dubbi sull’alternativa. Il primo ci consegna
cittadini non interessati a costruire prospettive di miglioramento. Il secondo
responsabilizza alla costruzione del bene comune e all’avanzamento economico
personale e collettivo. Ma le cose vanno di fatto al contrario di come sarebbe
logico attendersi. E se non cambiamo, al sud, prospettiva, non ci salverà
nessun fondo europeo in arrivo. Perché quei soldi scivoleranno nel nulla come i
tanti che li hanno anticipati. Se non sai dove andare nessun vento è
favorevole, ci dice più o meno il filosofo. Ci pensavo l’altra domenica
mettendo insieme due fatti ormai consolidati riguardanti la cosiddetta costa
sud. La quale, per carità, presenta il fiore all’occhiello del porto di
Sant’Erasmo e progetti ancora in itinere. Anzi, a proposito del porticciolo.
Visto che abbiamo liberato uno spazio interessante non sarebbe il caso di far
vedere il mare anche a chi transita con le auto e non ha tempo e voglia di
fermarsi? Abbiamo tolto lo scheletro di quanto rimaneva di una stazione di
servizio e un’altra è stata fatta sloggiare. Ma guardando il sito ci si
aspetterebbe di vedere il mare, invece ci sono soltanto auto parcheggiate. Non
si può mettere un semplice divieto di sosta, facendolo magari rispettare? Guardando
inoltre accanto non si possono non notare i bei birilli colorati che erano
stati messi come barriera per impedire alle auto l’accesso al prato del
Foro Italico e che adesso sono, da tanto tempo, o rotti, o mancanti o non
ripresi negli originari colori. Ma quello che notavo con stupore, visto che
sembra normale, lo abbiamo visto molto più in là, risalendo la costa sud. Un
canale in cemento armato che immette direttamente nel mare un qualcosa
d’indefinibile ma che presenta un odore nauseabondo e un colore davvero
inquietante quando si mischia con l’acqua marina. Possibile che nel 2021 si
verifichi ciò? Se accadesse a Mondello si chiamerebbero i caschi blu dell’ONU.
Quanti altri scarichi simili ci sono lungo la costa? Tutt’intorno nel tratto di
spiaggia, difficile chiamarla così, rifiuti d’ogni tipo. E poi una
montagnetta accanto, una superfetazione di quelli che nel tempo sono stati
chiamati affettuosamente mammelloni e che sono il risultato di quanto creato
dai materiali di risulta nei decenni addietro scaricati impunemente lungo la
costa. Che dal mare ai giardini poteva avere uno sviluppo molto diverso, già
intravisto nei decenni seguenti il dopoguerra. Ma si è preferito fare altro. E
i risultati nefasti, come quando fai due più due e non ti puoi sbagliare, non
sono mancati. Perché l’altra notizia, non è la prima né sarà l’ultima che ci
viene da tale contesto, è che in un posto a pochi passi dalla costa sud è stato
rinvenuto un cospicuo carico di droga nascosto, così riportano le cronache, da
un adolescente. Perché la scelta che si è fatta negli anni settanta non è stata
quella di salvaguardare e promuovere l’economia che il mare e l’agricoltura
potevano garantire in questa ampia zona di Palermo. Ma si è preferito, in
maniera miope, inserire nel luogo un vasto sistema di edilizia popolare. Che
nel tempo ha creato tutte le storture che tali luoghi presentano. Tanto poi gli
diamo il tram, il centro commerciale e il reddito di cittadinanza e così tutto
si risolve. In realtà non si è risolto proprio un bel nulla. Anzi si sono
generate piazze di spaccio quasi inespugnabili e perdita di memoria storica e
di sviluppo naturale dei luoghi.
martedì 5 gennaio 2021
Reddito di cittadinanza e mezzogiorno: i numeri raccontano la solita storia.
La Repubblica Palermo – 05 01 2021
Se il reddito di cittadinanza ci condanna alla povertà
come destino
Secondo i dati più recenti, il reddito di cittadinanza è stato
erogato sinora dall’inizio a 1.294.030 famiglie. La Lombardia, il Piemonte,
l’Emilia Romagna e il Veneto insieme hanno totalizzato 250.001 nuclei
familiari. Meno della sola Campania che si è fermata, si fa per dire, a
265.826. E quasi quanto tutta la Sicilia, che in questa particolare classifica
raggiunge il secondo posto, dietro la Campania, con 234.691 beneficiari
familiari. La Calabria, che ne conta 87.789, fa di più di Emilia Romagna,
Veneto, Trentino Alto Adige e Val d’Aosta messe insieme. I confronti e gli
incroci potrebbero proseguire. Il reddito di cittadinanza è a trazione
meridionale. Nulla che non si sapesse sin dall’inizio. Dobbiamo tuttavia essere
contenti di tale conferma? Ovviamente no, anche se pare ci siano posizioni, per
carità rispettabili, che gongolano di fronte a un simile affresco. Va ricordato
che tale misura intende contrastare come finalità principale la povertà. La
stessa cosa faceva nella passata legislatura il Reddito di Inclusione, ma con
meno stanziamenti, anche se allora si misero molti miliardi direttamente sul
lavoro, che è sempre la strada maestra. Secondo l’ISTAT l’incidenza della
povertà assoluta in Italia è del 5,8% al nord e dell’8,6 al sud. Se passiamo,
sempre attraverso la stessa recente fonte ISTAT (riferimento anno 2019,
pubblicazione giugno 2020), alla incidenza della povertà relativa, il divario,
già serio, s’impenna alla grande. Andando dal 6,8 per cento del nord, al 21,1
del mezzogiorno (media italiana 11,4). Possiamo proporre alle nostre ragazze e
ai nostri ragazzi che studiano e si specializzano una frontiera di questo
tipo, ossia una mera gestione di questo ampio, non fisiologico, spaccato di
povertà strutturale e di lungo periodo, non spostando di un millimetro tutto il
resto? No. E del resto lo capiscono bene da soli. Se ne vanno. Per sempre e
senza tanti rimpianti. E magari, quando saremo in pensione, andremo noi a
trovare loro. La domanda che dobbiamo porci è la seguente. Vogliamo che il sud
sia gestito cercando di mettere panni caldi sulla povertà, che certamente va
sostenuta, oppure riusciamo a capire, noi prima di altri, senza lamentarci, che
non è più ammissibile tale divario tra il nord e il sud del paese? Se l’opzione
preferita è la prima che abbiamo detto, siamo più o meno sulla strada giusta dal
1861. Come si può dire, gestiamo la decrescita che genera desertificazione di
cervelli e lasciamo agli altri il banco. Se è la seconda strada che vogliamo
percorrere, dobbiamo cambiare completamente registro. A cominciare da questo
drammatico periodo che viviamo. Sbracciamoci, dunque, senza piangerci addosso,
come troppo spesso facciamo, non appena le condizioni dell’emergenza sanitaria
lo consentiranno. Ce la faremo oppure ci contenteremo delle morbide brioches,
dei "picciuli manzi", soldi calmi, facili, come un tempo venivano
chiamati, evitando il pane duro dell’impegno e della responsabilità? Dipende da
noi meridionali e non da altri. Se questo ancora non è chiaro, stiamo perdendo
tempo. Ma secondo voi, dal punto di vista dell’autodeterminazione, se il Ponte
sullo Stretto avesse dovuto unire la Lombardia e l’Emilia Romagna, non sarebbe
già pronto da decenni? Quest’anno spegneremo le 160 candeline dell’Unità
d’Italia e le 75 della nostra Storia Repubblicana, lo ricordava nel messaggio
di fine anno il Presidente della Repubblica. Qualsiasi misura di contrasto alla
povertà ha sempre presentato, mutatis mutandis, le differenze sopra descritte
da una parte all’altra dello stivale. È storia antica. Sino a quando tali
provvedimenti costituiranno la politica principale per gestire metà di un paese
che è tra i più ricchi al mondo grazie soltanto ad alcune aree geografiche, e
quindi sino al momento in cui anche il mezzogiorno non produrrà lo stesso
livello di prosperità, non staremo impiegando bene le nostre esistenze.
domenica 6 dicembre 2020
Antimafia, la pizzeria di Francoforte e i gadget della Sicilia: la pagliuzza e la trave.
La Repubblica Palermo – 6 dicembre 2020
Mafia, quella pizzeria tedesca gemella dei gadget col padrino
Francesco Palazzo
Il fatto che Giovanni Falcone, secondo una sentenza di quel
Paese, non meriti tutela in Germania, visto che una notissima immagine
ritraente il giudice ucciso il 23 maggio del 1992 e Paolo Borsellino si trova
affiancata in un ristorante-pizzeria di Francoforte a quella del celebre
Padrino venuto fuori dal romanzo prima e dal film dopo, può indurci certamente
all’indignazione e alla protesta. Come ogni volta che sentiamo scalfita, o
toccata in malo modo, la memoria legata a uno dei periodi più bui della nostra storia
repubblicana. Quando Cosa nostra decise, dopo un lungo periodo di quasi
bilaterale non belligeranza, di fare la guerra a quella parte, molto
minoritaria sia chiaro, dello Stato che la stava combattendo e pure bene. Se
quella fetta largamente minoritaria e perciò facilmente eliminabile sia oggi,
dopo quasi trent’anni dalla stagione stragista, diventata maggioritaria,
sarebbe una bella domanda da porsi. Con una risposta che faremmo male a dare
per scontata. Ma non è questo l’oggetto del nostro ragionamento. Dunque, i due
giudici, il ristorante di Francoforte sul Meno che si chiama “Falcone e
Borsellino”, i buchi sui muri, il famoso Padrino. Il male e il bene accanto. Un’ipotesi
di lavoro. Che ci induce, con molte ragioni, a chiedere conto e ragione. Ne abbiamo
diritto. Dovremmo tuttavia spiegare ai tedeschi, e spiegarci innanzitutto, come
mai vendiamo tranquillamente in Sicilia, e nei luoghi di maggiore afflusso
turistico, da Taormina a Erice, da Cefalù a Palermo, gadget di ogni tipo,
di fatto inneggianti alla mafiosità. Per i quali, come sempre in questi casi,
non credo funzionerebbe il proibizionismo, che anzi ne farebbe aumentare di
molto il valore di mercato e dunque la richiesta. Anche se ovviamente è ben
strano un popolo come quello siciliano il quale, pur avendo pagato un così alto
prezzo nella lotta al sistema criminale mafioso, lo esponga come cosa quasi
innocua in tanti punti vendita. Sarebbe un po’ come se in Germania vendessero a
fiumi cavatappi, bicchieri, fazzoletti, calamite, grembiuli, mazze, e via
elencando, con le immagini di un nazismo sdoganabile. Come affrontare perciò la
questione interna, che è sempre propedeutica a qualsiasi fronte straniero?
Potrebbe essere utile invadere il mercato dei gadget con i simboli, le facce,
le parole dell’antimafia. Sarebbe peraltro un’occasione di lavoro per i
giovani. Insomma, se noi permettiamo, senza affrontare la questione in alcun
modo, che la memoria venga strapazzata a casa nostra, perché pretendiamo, al di
là del pronunciamento di un giudice, coerenza dagli altri? I tedeschi che
transitano da noi penseranno che sia normale. E dunque troveranno pure
fisiologico che nel proprio Paese in un ristorante la mafia venga impressa
vicina ai simboli antimafia. Almeno in quel luogo mettono insieme le due facce
opposte della medaglia. E magari, senza volerlo, invitano a una riflessione.
Noi nei nostri negozi di souvenir non facciamo neppure questo.
sabato 14 novembre 2020
La pandemia e le chiusure. Degli altri.
La
Repubblica Palermo – 14 novembre 2020
“Chiusura
sì, ma non a casa mia”. I veti corporativi che aiutano il virus
Francesco
Palazzo
mercoledì 21 ottobre 2020
Il metodo di Don Pino Puglisi viva in tutte le parrocchie.
La Repubblica Palermo - 21 ottobre 2020
L’antimafia proclamata dalla Chiesa non sempre arriva
nelle parrocchie
Francesco Palazzo
giovedì 10 settembre 2020
Cosimo Scordato: le scelte della chiesa, il ruolo delle comunità cristiane e un possibile vescovo.
La Repubblica Palermo – 9 settembre 2019
La proposta per non disperdere la lezione di Cosimo
Scordato
Francesco Palazzo
Sul ritiro di Cosimo Scordato dalla guida profetica della Rettoria di
San Francesco Saverio all’Albergheria, mi sento di avanzare una domanda sul
passato, una considerazione sul presente e una doppia proposta sul futuro. Su
quanto è stato va osservato che se più presbiteri acquisiscono sul territorio
dei meriti particolari, sarebbe giusto che chi è preposto a tali nomine si
ponesse la domanda di scegliere tra loro la guida della diocesi. Non sono uno
storico della chiesa palermitana, ma non so a quale periodo bisogna risalire,
ammesso che sia mai accaduto, ma dovrebbe essere la norma, per trovare un prete
che formatosi e operante a Palermo sia diventato arcivescovo. Insomma, mi
chiedo, è stato corretto, per quanto poteva dare a tutta la diocesi, avere
tenuto per quasi un quarantennio un eccellente sacerdote e un teologo di
rilievo come Scordato, in una posizione significativa ma non di primo piano?
Per ciò che concerne il presente osserviamo reazioni solite in questi casi. Ci
si augura che mandino uno simile come sostituto, poi ci sono quelli che lo
seguiranno dovunque andrà. I più saggi sperano che vi siano in giro sempre più
presbiteri di qualità come lui. Ma quella che, anche involontariamente, si
dipinge in tal modo è una chiesa gerarchicocentrica, dove tutto dipende dalla
cultura, dal carattere, dalle aperture, dallo spirito democratico dei parroci.
Ma a San Francesco Saverio, certo anche per merito di Scordato, ma con
l’apporto di tante donne e tanti uomini, come ricordato dallo stesso
nell’intervista pubblicata su Repubblica il 6 settembre e durante l’ultima
celebrazione, è accaduta una cosa diversa. Si è formata una comunità di fede
matura, laica direi, dove per laicità si deve intendere un modo non rigido di
affrontare i ragionamenti intorno a tematiche complesse. Allora quello che si
deve auspicare è che questa comunità prosegua e rafforzi il cammino intrapreso
e che l’arcidiocesi faccia in modo di replicare simili percorsi in tutte le
parrocchie. Che non possono essere sacerdoti dipendenti, come quasi sempre
capita. Se il presbitero continua ad essere il tutto e il capo, tanta strada è
da fare. L’insegnamento di Cosimo, così semplicemente in tanti lo chiamano, è
proprio questo. Essere diventato parte, non comandante, del luogo che gli è
stato assegnato. E a questo punto, come proposta, inseriamo un doppio auspicio.
E cioè che Don Scordato abbia, non per mero titolo ma perché potrebbe ancora
dare molto, una posizione nella diocesi di ampia visibilità. Si potrebbe
pensare alla doppia carica di vescovo ausiliare, non ha ancora 72 anni e
potrebbe stare sino a 75, e di stimolatore nelle parrocchie di comunità di
fedeli che abbiano lo stesso approccio, non gli stessi pensieri, di quello nato
in questi decenni a San Francesco Saverio. Sarebbe un buon modo per non disperdere
il suo apporto dentro la chiesa palermitana. E per affermare che i cattolici
faranno molti passi in avanti se metteranno in campo non soltanto preti di
spessore, ma soprattutto ottime comunità di credenti.
mercoledì 2 settembre 2020
I giovani che tornano a lavorare al nord dopo il lockdown trascorso al sud.
La Repubblica Palermo – 1 settembre 2020
La politica dei sussidi che fa fuggire i nostri giovani
Francesco Palazzo
Quasi tutte le famiglie, in questi mesi d’emergenza sanitaria,
hanno fatto, e in parte continuano a fare, un’esperienza particolare. Che non
era messa nel conto a inizio 2020. Convivere con i giovani tornati,
temporaneamente, in terra sicula e più in generale nel meridione. Sia per
completare gli studi in vista di una laurea magistrale, ma già pronti sulla
rampa di lancio per tornarsene al nord o in giro per l’Europa. Sia per lavorare
in smart working o per una pausa, pronti a continuare o ricominciare altrove ora
che l’economia, in timida ripresa nelle regioni forti, sta consentendo loro di
staccare l’ennesimo biglietto di sola andata. Del resto, solo da sistemi
economici produttivi e solidi hanno continuato a ricevere in questi mesi
offerte lavorative qualificate da aziende di alto livello pur in un periodo di
forte crisi come quello che ci tocca vivere e che durerà non sappiamo ancora
quanto. Qua al massimo, e mi riferisco a un fatto realmente accaduto, un
ingegnere gestionale, che ha completato triennio e biennio magistrale, può
vedersi proporre uno stratosferico porta a porta. Guardiamoli negli occhi,
queste donne e questi uomini, perché tali ormai sono, finiamola di chiamarli
ragazzi, che sono tornati per poco tempo a viverci accanto. Respiriamo la loro
freschezza mentale e impariamo dalla loro voglia implicita di non voler più
sentire parlare di sussidi. Sanno quanto valgono e vogliono dimostrarlo. Ma non
riusciamo a fare loro strada. Fermi come siamo, purtroppo, ad ascoltare,
ancora, nel 2020, sirene che inneggiano al solito schema di gioco che guarda
all’assistenzialismo del socialmente utile. Con il quale si è sempre vinto
facile a queste latitudini. Relegando queste terre ad un destino non bello
e portandole fuori dalla strada dello sviluppo. Ma come ha detto Mario Draghi
al recente Meeting di Rimini, c’è bisogno d’investire su di essi, facendo in
modo che le varie forme di assistenza siano di breve periodo e non strutturali
e di lunga durata. Anche perché, ha chiosato l’ex presidente della Banca
Centrale Europea, abbiamo un obbligo morale verso di loro, visto che saranno
quelli che dovranno onorare i debiti che stiamo necessariamente contraendo in
questo momento drammatico. Confrontarsi con loro, con questi nostri figli,
figlie e nipoti, in questi mesi, è stato ed è utile per chi ha i piedi piantati
anagraficamente nel ‘900, ma la testa nel domani. Per coloro che ancora
affondano in una società che ha prodotto a piene mani e produce ancora
interventi paternalistici e caritatevoli, la via è sempre la stessa. Nel
volume, pubblicato da Rubbettino, da poco in libreria, "Divario di
cittadinanza - Un viaggio nella nuova questione meridionale", Antonio
Fraschilla e Luca Bianchi, dopo un’analisi accurata anche di questa
problematica, riportano la cifra che il sud ha perso negli ultimi 20 anni per
questa fuoriuscita migratoria. Circa 30 miliardi. Come società siciliana
dovremmo farci guidare da queste giovani colte generazioni. Convincerle con
tutti i mezzi a riprovarci nella loro terra. Ma occorre mutare mentalità, cambiare
scenari, capovolgere la clessidra. Lo capirebbero subito loro. Quando
inizieremo a vederli alla guida della nostra società meridionale, in tutti gli
ambiti, vorrà dire che gli avremo fatto veramente spazio. Se non lo sapremo
fare i divari di cittadinanza, rispetto alla parte più ricca del paese saranno
sempre più evidenti e marcati.
domenica 2 agosto 2020
Pietro Valdo Panascia che anticipa Addiopizzo e un manifesto di tutti i credenti oggi per un'antimafia senza retorica.
La Repubblica Palermo – 1 agosto 2020
Un manifesto davanti a tutte le chiese per
rilanciare l’antimafia senza retorica
Francesco Palazzo
L’antimafia dev’essere ripensata? Sì, nel profondo. L’argomento non è nuovo. E riguarda una minoranza di soggetti e realtà associative. Ci sono tantissime persone le quali, pur non avendo nulla a che fare con le mafie e ad esse contrapponendosi, non vanno alle commemorazioni e non vivono la militanza. Sfuggendo ai vizi ad essa talvolta connessi, che vanno uniti ai meriti. Occorre circostanziare analisi e proposte, evitando di far coincidere una piccola parte col tutto. Dobbiamo tenerci il prezioso bambino della memoria, fatta di storie, luoghi, e verità ancora negate, continuando ad aggiungere studi aggiornati e azioni sempre più specifiche, ed eliminare l’acqua sporca di un’antimafia inzuppata di retorica, personalismi e mere celebrazioni. Anche perché ad alto rischio infiltrazioni. Le persone, e il coraggio che ci hanno messo, rimangono punti di riferimento. Dobbiamo fare in modo che resistano alle postume debolezze umane, senza però ritenere che si ricominci ogni volta da capo e senza porsi come quelli che hanno in mano le dieci tavole della legge. Tenendo presente che in moltissimi casi il dopo non conosce problematiche particolari. Come quello del pastore della Chiesa valdese Pietro Valdo Panascia. La circostanza che gli sia stato dedicato, il 5 luglio, a tredici anni dalla scomparsa, un tratto di via Isidoro La Lumia, a due passi dal bel tempio valdese, ci consente di riflettere su due versanti del suo operato. Durante il periodo in cui fu pastore, dal 1956 al 1970, rese la sua Chiesa autonoma, l’unica da Roma in giù in grado di eleggersi il pastore. Quello che in questo mese s’insedia in via dello Spezio è stato votato dai credenti. Nei primi secoli del cristianesimo i vescovi e i diaconi erano scelti dai fedeli. Non è una cosa slegata dalla lotta alla criminalità. Dove c’è condivisione e democrazia, il percorso di contrasto non bacato ha più possibilità di attecchire. L’altro aspetto che ha reso Panascia riconoscibile, in ambito non soltanto locale, visto che della vicenda si interessò Paolo VI, è il manifesto, apparso all’alba del 7 luglio 1963 (una copia si trova dentro il luogo di culto), contro la violenza mafiosa, firmato dalla comunità valdese. Condannava l’uccisione di nove uomini in due attentati commessi il 30 giugno, tra cui sette rappresentanti delle forze dell’ordine, caduti a Ciaculli nello scoppio di una Giulietta piena di tritolo. Rimandava all’importanza della vita, chiedeva provvedimenti, trasmetteva solidarietà alle vittime e faceva un forte richiamo a non uccidere. Era, 41 anni prima, anche per il bianco e il nero, un appello alla dignità di tutti che nel 2004 utilizzerà Addiopizzo. Attaccando in una notte di fine giugno degli adesivi per spingerci a lottare contro le estorsioni di Cosa nostra. L’ecatombe di Ciaculli costituì l’apice della prima guerra di mafia. Vi fu sdegno, lo Stato intervenne e la mafia entrò in crisi. Ma non vennero inflitte condanne significative, come quelle del maxiprocesso degli anni Ottanta contro gli esponenti della seconda guerra di mafia. Le cosche vissero da protagoniste gli anni Settanta e Ottanta sino al periodo stragista. La domanda è la seguente. Servirebbe, oggi, un manifesto, questa volta firmato da tutte le comunità dei credenti, contro la mafia? Sì, ci sono i documenti. Ma a quanti arrivano? Il fatto che quel foglio di 57 anni fa, e non i tanti scritti ecclesiali contro Cosa nostra, abbia avuto un’eco così duratura, sta a significare che il metodo è giusto. Con una mafia che ancora ha consensi trasversali in tutte le fasce sociali, un manifesto in pianta stabile all’ingresso di tutte le chiese, che indicasse pure comportamenti quotidiani, sarebbe di sicuro effetto. Nel nome di Panascia. Ma soprattutto avendo presente i nostri giorni. Nel discorso alla città per il non-Festino 2020, l’arcivescovo Lorefice ha lanciato un allarme a proposito di una mafia che potrebbe tornare protagonista. Insieme a Rosalia tutti i protettori e le protettrici delle nostre polis ci guardano beati. Il resto dipende da noi. Anche la continuazione della costruzione di una diffusa, popolare e non elitaria antimafia. Che costituisca sempre più un’altra forte gamba, autonoma e sana, in aggiunta a quella della magistratura e delle forze dell’ordine.
domenica 26 luglio 2020
La giustizia e le persone: facciamo molta attenzione ed evitiamo i tribunali dei social.
Abbiamo letto ieri su questo giornale
l’intervista al ragazzo che era ai domiciliari per la rissa avvenuta a
Mondello. È riuscito a dimostrare, ricorrendo alla posizione del suo cellulare,
e grazie a un bravo difensore, ma non è detto che ogni ragazzo sia nelle
condizioni di trovare quello adeguato, che quella sera non era a Palermo.
Adesso è libero. Vale la pena soffermarsi, al di là del fatto specifico, su
alcuni aspetti legati a queste circostanze. Collaterali per gli osservatori
esterni, molto meno per gli interessati, com'è facile intuire. Abbiamo letto
nomi e cognomi dei maggiorenni tirati in ballo, visto il filmato che li ritrae,
conosciuto le zone o vie di residenza. Tutto si sarà svolto nel pieno rispetto
delle regole. Quella che espongo è una sensazione personale. Ogni volta che
vedo i trasferimenti all'uscita dei luoghi di primo accesso degli indagati
(ricordiamolo, indagati, non condannati ancora da nessuno), mi chiedo se tali
sfilate aggiungano un senso più compiuto, più vero, più pregnante, alla parola
giustizia. Guardiamoci negli occhi. Sappiamo molto bene che queste cose
massaggiano la parte della nostra testa che ormai trova alimento nei social.
Dove in cinque minuti si arriva sino in cassazione e qualche volta pure oltre. Ma
dovremmo chiederci un po’ tutti, pure chi veicola informazione, se non si può
fare diversamente. Magari fornendo le identità e i volti in una fase
processuale più avanzata, un rinvio a giudizio o una condanna di primo grado.
Tanto, quello che inizialmente c’importa sapere sono i fatti, come si sarebbero
svolti in relazione a chi li avrebbe commessi, senza rivelare immediatamente
tutti i dati personali, e i luoghi dove si sono appalesati. Questa è la fase di
riscaldamento. Poi c’è la partita e occorrerà verificare le ipotesi accusatorie
nei diversi gradi di giudizio. Che gli indagati abbiano immediatamente nomi e
cognomi, determinate facce, soprattutto se si tratta di persone non note, non
ci dice nulla in più di quanto in quel momento è necessario sapere. Anzi, come
vediamo nel caso in questione, possiamo pure essere fuori strada. Sia chiaro,
se prendiamo il grande e conclamato super latitante, è successo tante volte, la
questione è diversa. Se il personaggio è una star scatteranno altri meccanismi.
Anche perché probabilmente sarà lui stesso a esporsi. Capisco che parliamo di
aspetti delicati e non voglio farla più facile di come in effetti è. Però
ecco, dovremmo ricordarci come popolo, nel cui nome è celebrata la giustizia,
che il garantismo non è una malattia. Si sostanzia nel chiedere vera giustizia
e non altro. Anche perché poi capitano casi come quello di cui parliamo e
allora uno pensa a quante possibilità abbiamo che a noi stessi o qualche nostro
familiare possa accadere. Quando le cose diventano personali, si comprende
molto meglio tutto. Allora forse è meglio porsi di fronte alla persona indagata
come se fosse nostro fratello o un congiunto. Parola intorno alla quale in
tempi di Covid abbiamo avuto modo di ragionare a lungo.mercoledì 1 luglio 2020
Viale Regione Siciliana, un antico biglietto di presentazione sbiadito e pericoloso di Palermo
La Repubblica Palermo – 30 giugno 2020
Perché Viale Regione assomiglia a una
roulette russa
Francesco Palazzo
La morte di un ragazzo in Viale della Regione Siciliana, investito mentre attraversava, pone ancora una volta sotto la luce dei riflettori le condizioni di agibilità di questa strada. Pensata un tempo per circumnavigare Palermo e che invece la taglia a metà come un’anguria. I pedoni dovrebbero trovare riparo nei sottopassi e sui ponti pedonali. Solo che i primi, costruiti tra gli anni ottanta e novanta, secondo una ricostruzione di fine 2019 non sono, tranne qualcuno, percorribili. I secondi sono presenti in un numero limitato per quella che è la lunghezza di questo asse viario. Un tempo si parlò dei ponti pedonali Perrault, poi si ebbero quelli che conosciamo, non proprio il massimo esteticamente. È evidente, considerato che in diversi punti il viale viene interrotto da attraversamenti pedonali, che le cose non sono messe come dovrebbero. All’altezza di Via Perpignano, dove è stata interrotta l’esistenza del giovane abitante nel quartiere Noce, è previsto un sottopasso per le auto, bloccato nel 2008, ripreso con un nuovo appalto ad inizio 2019 e ancora invisibile ai nostri occhi. Pare che per i fondi già stanziati si stiano chiedendo lumi a Roma. Chi vuole andare da una parte all’altra deve poterlo fare in assoluta sicurezza. Un normale spostamento da un marciapiede a quello opposto non può essere pericoloso alla stregua di una roulette russa. Così come va sistemata tutta l’arteria. Per un lungo periodo mancante o carente di segnaletica orizzontale, corsie d’emergenza comprese. Recente l’idea di disegnare tre corsie per senso di marcia. Vedremo l’effetto quando tutto sarà a regime. Ma si registrano pure interventi che lasciano dubbi. Per esempio la realizzazione, di fronte al carcere Pagliarelli, della fiera di Natale con annesso lunapark, che dura mesi. Le persone accedono a questa cittadella posteggiando pericolosamente ovunque, rallentando peraltro in maniera vistosa il traffico. E quindi appesantendo un punto già complicato per la presenza del Ponte Corleone. Per il quale si attende il raddoppio, che eliminerebbe tale tappo. Sembra che anche in questo caso sia stata attivata nella capitale la stessa ricerca dello stanziamento preesistente. In entrambi i casi, raddoppio del ponte di Corleone e svincolo di via Perpignano, le somme erano contenute nel patto per Palermo, firmato dal governo Renzi con il comune nel 2016. È molto meglio dare infrastrutture, locali, nazionali o internazionali che siano, piuttosto che distribuire assistenzialismo. Poi va detto che è fisiologico in Viale Regione superare, scansati i punti fissi di rilevazione, i limiti di velocità. Gli automobilisti evidentemente pensano che siccome congiunge due autostrade, è consentito mantenere alte andature, che raggiungono picchi altissimi in orari notturni. Tornando al nostro Viale, c’è la storia. Questi dodici chilometri sono stati pianificati negli anni 50 del secolo scorso. Se si trattasse di una persona, il serpentone di asfalto sarebbe già in pensione e invece ne parliamo, visto gli ampi margini di miglioramento che presenta, come se stesse emettendo i primi vagiti. Nel frattempo la grande storia ha macinato ben più di una dozzina di chilometri. È stato eretto ed abbattuto il muro di Berlino. È finita la guerra fredda. E noi non siamo stati capaci di dare un’identità precisa e sicura ad un semplice viale che porta il nome della nostra terra.
martedì 16 giugno 2020
La cultura e la pratica ciclabile popolare a Palermo tutte da costruire
sabato 30 maggio 2020
Il ponte sullo stretto di Messina e l'eterno, ed imbattibile, virus del prima ci vuole altro.
Dunque l’alta velocità, con
"Italo" e "Frecciarossa", si fermerà a Reggio Calabria. Non
potrà avere accesso all’Isola perché non c’è un collegamento stabile tra Scilla
e Cariddi che lo permette. Conosciamo a memoria, e sino alla noia per la verità,
le motivazioni dei noponte. Per la verità ne è rimasta in piedi soltanto una.
Prima si diceva che quest’opera non si potesse realizzare da un punto di vista
tecnico. Come se cinquanta e più anni fa non fossimo andati persino sulla luna
e come se nel frattempo non fossimo stati travolti positivamente
dall’innovazione digitale, che ci è alleata in periodo di lavoro agile. Poi si
aggiungeva che siamo carenti di altre cose. Questo è un classico. Più de I
Promessi sposi. Prima queste e poi il ponte, si afferma a tutt’oggi. Come se il
collegamento stabile tra Messina e Reggio Calabria rendesse impossibile tutto
il resto. Cosa palesemente fuori contesto logico. Visto che pur non essendoci
il ponte non c’è neppure il resto. Ma ai no ponte a prescindere, come direbbe
Totò, non importa la razionalità. Che invece farebbe arrivare al pensiero
opposto. E cioè che la messa in cantiere di un manufatto così importante e
imponente, unico al mondo per le caratteristiche che presenterebbe, si
porterebbe dietro per forza di cose, ci vuole davvero molto poco a capirlo,
tutto il resto. Ma è difficile farlo intendere ai no ponte per partito preso.
Forse occorrerebbe uno di quei disegnini, non so se avete presente, è un
classico della Settimana Enigmistica, che si ottengono facilmente collegando i
puntini numerati. Tra l’altro, visto lo scenario di forte crisi economica
mondiale, determinata dalla pandemia in corso, della quale abbiamo iniziato a
vedere soltanto la punta dell’iceberg, e che farà soffrire di più le zone
economiche già deboli prima del coronavirus, e la Sicilia e la Calabria sono
tra queste, un’infrastruttura di questo tipo metterebbe al centro del mondo il
nostro paese e in primo luogo il meridione. Con tutti i vantaggi che possiamo
immaginare da un punto di vista dell’attrattività turistica. Che farebbe da
portentoso volano per tutti gli altri assi sociali ed economici. Nei momenti di
forte crisi, e quello che abbiamo solo iniziato a vedere lo è senza dubbio
alcuno, occorre essere in grado di volare alto. Solo così si può spostare l’attenzione
verso uno scenario positivo invece di accontentarsi di navigare nello stretto,
ora ci vuole, necessario per sopravvivere ai colpi della gelata che il virus ha
messo sopra a tutte le economie, ed a quelle malconce in particolare. Ai
nostalgici della traversata potremmo promettere, facendo ricorso al solenne
giuramento dei boy scout, di lasciare comunque alcuni collegamenti romantici e
teneri con i ferryboats. Noi, col loro permesso, e considerando soprattutto che
il ponte non sarebbe soltanto il semplice ma già fondamentale collegamento tra
due sponde, ma si iscriverebbe in una strategia fondamentale di collegamenti
internazionali, vorremmo andare avanti.martedì 26 maggio 2020
Il virus mafioso che non dobbiamo più nutrire nella vita quotidiana.
Quest’anno il 23 maggio è stato diverso. Palermo
ha chiamato l’Italia al balcone. Non tantissimi i lenzuoli nei prospetti
palermitani, nonostante i ripetuti appelli sui social di personaggi noti, molto
pochi in Sicilia oltre il capoluogo e nel resto d’Italia. E qualcosa vorrà pur
dire. Stanchezza, disincanto, sottovalutazione, timore? La giornata è stata
dedicata, oltre a chi ha lottato contro i sistemi criminali mafiosi, pure a chi
durante l’emergenza Covid si sta spendendo per senso del dovere e spirito di
servizio. Che fu la risposta data da Falcone a chi gli chiedeva chi glielo
facesse fare. Lenzuoli a parte, siamo sempre chiamati a ragionare intorno
all’ordinario senso del dovere che ciascuno mette in campo nel contrastare le
mafie. Non ci sono scorciatoie. Questa è l’unica strada. Si può supporre che in
diversi contesti, sia popolari che borghesi, il quotidiano consenso, tacito o
esplicito, verso la criminalità organizzata sia ancora in agenda? Dovrà in
qualche modo essere così se la mafia ce la troviamo spalmata nell’arco di tre
secoli, sofferente ma viva e destinataria di un certo gradimento. Come ci
mostrano le operazioni antimafia, sino all’ultima. Estorsioni a tappeto senza
denunce, imposizioni di materie prime agli esercenti, in qualche caso
addirittura obblighi sugli orari di apertura e su cosa vendere. E ciò accade
pure nei quartieri residenziali. Per consistenti strati di borghesia, il pizzo,
praticato sotto diverse forme, è ancora un costo sostenibile. Il contagio zero,
a 28 anni dalle stragi del 1992, a 40 anni dall’uccisione di un presidente di
Regione, a quasi 27 anni dall’eliminazione di un prete, e potremmo proseguire
in questa via crucis, è ancora distante. Molto vicina a noi è invece la gara
febbrile tra chi ce l’ha più blasonato, il medagliere, nel campo dell’antimafia
militante. Professionistica, dilettante o mistificatoria che sia. Non abbiamo
più bisogno di paladini ma della consapevolezza sempre più matura di un intero
popolo. C’è dunque questo trinomio, mafia, popolo e antimafia. Due a uno, partita
vinta di poco, ma sempre i tre punti portati a casa. Così sarebbe stato da
tempo se oltre la mafia, che fa la mafia, ci fossero stati in campo un popolo
che in ogni sua propaggine avesse fatto il proprio dovere e un’antimafia che
non si fosse spesso distratta. Col coronavirus stiamo facendo il possibile, in
pochi mesi, per fargli il vuoto attorno. Mentre di tempo, soprattutto nel
mezzogiorno, ne è trascorso parecchio senza riuscire a recidere questo legame
perverso con le cosche. Cosa nostra non ha bisogno della crisi sanitaria per
operare, l’habitat dove vive le consente di essere pervasiva con o senza
pandemia. Questa colpevole sudditanza, che spesso non diminuisce con i titoli
di studio posseduti, ce la porteremo appresso ancora per chissà quanto. E non
basterà nessun 23 maggio, 19 luglio, 15 settembre o 6 gennaio, date insieme
alle altre in cui ci si batte il petto per commemorare persone che hanno dato
la vita per liberarci dal pizzo eretto a sistema di vita da un consistente
numero di cittadini, carnefici della loro stessa libertà, per venirne fuori. A
meno che non si decida finalmente, emulando proprio le persone che contro il
coronavirus stanno dando tutto, ad affrontare Cosa nostra, e le altre mafie,
come se fossero, e in effetti lo sono, una grande e strutturale patologia
endemica criminale, politica, sociale, economica, esistenziale e culturale. Che
non viene però da posti lontani questa volta. Ma che abbiamo creato nella
nostra terra e che continuiamo a nutrire. La mafia c’è oltre le ricorrenze,
dentro le quali, oltre la genuinità di tanti, cresce forte la foresta della
retorica. La vigilia del 23 maggio la RAI ha ritrasmesso il film sulla mamma di
Peppino Impastato. Occorre avere, nel quotidiano, giorno per giorno, la
tenacia, la forza, il coraggio, la lucidità, gli argomenti, in qualsiasi ambito
ci troviamo, di Felicia Bartolotta e di coloro che l’aiutarono nella ricerca
della verità. Di tanti veri impegni come il suo è fatta la strada che
può portarci alla fine della pandemia mafiosa.















