sabato 6 giugno 2009

Contributi associazioni: da sudditi a cittadini

CENTONOVE - 5 GIUGNO 2009
Pag. 46
ASSOCIAZIONISMO FAI DA TE
Francesco Palazzo

Sull’argomento contributi alle associazioni, distribuiti tradizionalmente a pioggia dalla regione e momentaneamente bloccati dal commissario dello stato, è utile continuare a riflettere. Sia perché tra un po’ la politica regionale deciderà comunque qualcosa in merito, non modificando di molto la sostanza della questione. Sia perché va verificato se è possibile mettere in campo ragionamenti diversi. Brevemente, la domanda è la seguente. Si può nel campo associativo, almeno in quello, preponderante, che si basa sul lavoro volontario, creare, alimentare e consolidare un circuito virtuoso che provenga dalla società e che non attenda l’improbabile conversione della politica, casomai provando a influenzarla? Se la domanda alla politica è sempre quella assistenzialistica, più o meno clientelare, l’offerta non potrà che essere conseguente. Perché meravigliarsene. C’è chi vende e c’è chi compra. In questo, come in tante altre porzioni della vita pubblica siciliana, si può ben dire che gli eletti sono lo specchio degli elettori. La sfida sta nel modificare radicalmente la domanda che viene dal variegatissimo mondo dell’associazionismo che si basa sul volontariato. Non è impresa semplice. Decenni di assistenzialismo gratuito, di fondi a perdere, hanno creato un’abitudine all’intervento risolutivo della mano pubblica. Anche altri settori ricevono ossigeno per respirare dalle pubbliche istituzioni, pensiamo per un attimo alla formazione, amministrazione regionale in primo luogo. Fermiamoci all’associazionismo e vediamo se esiste qualche buona pratica già in atto, dalla quale è possibile iniziare un percorso differente. Meno dispendioso di risorse pubbliche e più in grado di costruire qualità. Qualcosa c’è. Più di qualcosa, a essere precisi. Molti conosceranno la sigla CESV. Tradotta in parole, significa Centro di Servizi per il Volontariato. In Sicilia è presente una sede a Palermo, (www.cesvop.org), che copre anche le province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta. Per le zone di Catania, Enna e Ragusa esiste il Centro per i servizi al volontariato etneo, (www.csvetneo.org), cosi come un’uguale struttura copre il comprensorio messinese (www.cesvmessina.it). Oltre le tre principali, vi sono molte sedi distaccate nelle varie città siciliane, grandi e piccole. Non è comunque un’iniziativa tutta siciliana. E’ diffusa capillarmente in tutte le regioni italiane. Ciò vuol dire una sola cosa, che funziona. Qual è la missione fondamentale di queste strutture di servizio? Intanto, occorre dire, che la loro attività si basa su un concetto basilare, l’autonomia del volontariato. Chi è autonomo sa camminare con le proprie gambe, non deve chiedere l’elemosina strisciando davanti alle segreterie dei potenti, sa porsi in maniera critica, e soprattutto libera, nei confronti della politica. Vi pare poco? Lo scopo concreto dei centri servizi per il volontariato è quello di accrescere la qualità e l'efficacia delle associazioni. Gli aiuti riguardano vari settori: si va dai servizi di sportello (come si gestisce un’associazione, assistenze legali, normative e amministrative), alla formazione degli operatori, al sostegno alla progettazione, al supporto logistico (spazi e attrezzature per le attività). Ma c’è pure un sostegno per la partecipazione ai bandi e per il reperimento dei finanziamenti. Inoltre si tende ad accrescere le capacità di autofinanziare le varie attività. C’entra qualcosa con l’argomento contributi regionali di cui stiamo discutendo? A sentire Ferdinando Siringo, che guida la struttura nella Sicilia occidentale, che conta sull’adesione di quasi duecento associazioni, pare di sì. Lui ha notato che dapprima, quando un’associazione si avvicina, lo schema è quello classico. Si cercano solo i soldi. Poi però ci si rende conto che assicurarsi servizi e consulenze è la chiave giusta. Perché si ottiene la famosa canna per pescare e non il pesce gratuito che non fa più uscire dal circuito della dipendenza dalle risorse pubbliche. Peraltro, questi centri si finanziano, non certo con le cifre stratosferiche che escono dal forziere regionale, attraverso le fondazioni bancarie. Cioè facendo riferimento al privato. Il centro di Palermo, da quanto ci è stato riferito, si è reso da tempo disponibile a fornire, gratuitamente, alla regione un supporto per tentare di migliorare un apparato contributivo senza regole e costosissimo. Si potrebbe pensare a una sorta di agenzia regionale modellata allo stesso modo di questi centri. Che non conceda risorse economiche ingiustificabili e incontrollate, ma che fornisca beni, servizi e consulenze. Aiutando le singole realtà, anche con l’aiuto dei centri per il volontariato già presenti, come abbiamo visto, in tutto il territorio regionale, a camminare presto autonomamente. Senza dovere, ogni anno, stare attaccate alla canna del gas, nella speranza che mamma regione provveda ancora una volta. Tutto, insomma, potrebbe svolgersi alla luce del sole, senza sprechi di quello che è denaro di tutti noi. E’ una soluzione troppo semplice, quella prospettata? Ce ne rendiamo conto. Trasformerebbe i clienti, che ora mendicano l’obolo, in cittadini che camminano da soli. I venditori, che cercano di piazzare i propri pupilli, in veri eletti dal popolo. Troppa grazia.

venerdì 5 giugno 2009

Esercito a Palermo: dalla mafia alla munnizza

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 05 GIUGNO 2009
Pagina I
Il messaggio di illegalità che viene dal degrado
Francesco Palazzo

Dopo le stragi mafiose del 1992, l´operazione Vespri Siciliani portò i militari in Sicilia per controllare i luoghi sensibili. Dopo 17 anni torna l´esercito. Non più contro le cosche. Il problema oggi è riprendersi chilometri di marciapiedi, piazze e strade coperti dai sacchetti d´immondizia. Per consentire che l´operazione possa svolgersi in sicurezza ecco l´esercito. Siamo di fronte a una vera e propria regressione. Il vero lascito del periodo delle stragi mafiose era la convinzione che una buona amministrazione della cosa pubblica fosse un fondamentale avamposto per la lotta alle mafie. Che non sia mera propaganda o pura retorica. È del tutto evidente che alle armi della repressione, le quali fanno bene e per intero il loro dovere, ma che possono solo arginare, contenere, dovrebbe accompagnarsi una gestione oculata, efficiente, efficace e trasparente di tutto ciò che ricade nella giurisdizione dei pubblici poteri. Se un giorno ci sarà un tramonto delle mafie - ma temiamo che tale obiettivo, visto come vanno le cose, sia situato molto lontano nel tempo - esso non potrà che verificarsi per l´azione costante della politica. I singoli che la svolgono come professione, i partiti, le istituzioni rappresentative e le aziende collegate che forniscono pubblici servizi e che dal pubblico sono foraggiate. C´è da chiedersi che messaggio, al di là delle intenzioni dei protagonisti, giunge alle cosche mafiose con questa vera e propria inaudita violenza perpetrata nei confronti del territorio. Causata dalle montagne di rifiuti e dal fetore che ormai ha impregnato i quartieri centrali come quelli periferici. Soprattutto in questi ultimi, dove i roghi hanno insistito e continuano a verificarsi in misura maggiore, si è potuto misurare l´assoluto e disarmante abbandono della città. Posta nelle mani di quanti intenzionati a causare dolosamente gli incendi. Sapendo verosimilmente di non dispiacere le cosche, forse con il loro tacito o esplicito consenso, in ogni caso nella consapevolezza di attivare un meccanismo dove la mafia può far meglio valere la propria giurisdizione su parti del capoluogo, e non sono poche, dove ancora comanda in maniera ferrea e plateale. Ora, il punto è che la ferita di questi giorni, anche se tra qualche settimana sarà spenta l´emergenza più acuta, rimarrà nella testa delle persone e farà scendere ancora verso il basso il gradimento nei confronti delle istituzioni, della legalità, dell´etica condivisa. E farà aumentare il consenso verso tutto ciò che è sistemazione privata, egoistica e predatoria delle proprie incombenze. In quest´ultimo decennio si è verificato a Palermo un continuo e inesorabile spappolamento di una pur labile percezione di comunità. Di uno stare insieme, di un vivere tra persone che si sforzano di parlare un linguaggio comprensibile e condiviso. Da questo punto di osservazione, è inutile che gli attuali amministratori si voltino indietro a scrutare passate responsabilità per giustificare le macerie di oggi. In quel tempo, ossia nel quindicennio orlandiano, si sono certo fatti degli errori. Alcuni anche gravi. Al fondo, comunque, c´era la percezione di un intero. Un´idea di città. Sulla quale magari dividersi e litigare. Qualcuno diceva che molto si concedeva all´antimafiosità da cartolina. Può essere. Che cartolina è, però, un capoluogo che sta facendo il giro del mondo non più per l´antimafiosità, ma per i rifiuti? Che magari si raccoglieranno in una decina di giorni. Ma quanto tempo occorrerà per cancellare, dal circuito dell´opinione pubblica internazionale e nazionale, l´immagine di Palermo città della munnizza? E chi pagherà per questo?

venerdì 29 maggio 2009

Regione Siciliana: elettori ed eletti

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 29 MAGGIO 2009
Pagina XVI
CHI CI GUADAGNA NEL CAOS REGIONE
Francesco Palazzo

Quando un presidente di Regione non ha più una maggioranza non convoca una conferenza stampa. Va davanti al parlamento regionale e chiarisce le tue intenzioni. Se lì esso verifica di non avere più il sostegno delle forze politiche della sua coalizione resta solo una cosa da fare. Tornare dagli elettori. Questo prevede la democrazia rappresentativa. Finché non troviamo qualcosa di più funzionante, sarebbe bene seguirne almeno le regole principali. Se si percorrono altre vie o impervie scorciatoie, per quanto abili e spregiudicate possano apparire, si rischia solo di fare confusione. Nella quale torti e ragioni si mescolano in un frullatore dal quale, prima o poi, esce fuori una melassa. Per comprendere quello che accade alla Regione è necessario mettere da parte i fiumi di parole di questi giorni e chiederci chi ci guadagna. Certamente non trae utilità dal balletto politico la Sicilia. I cui tanti problemi irrisolti e incancreniti - così come non si sono giovati nell´ultimo anno dell´operato del governo Lombardo - non troveranno beneficio da un esecutivo che dovrà andarsi a cercare volta per volta il consenso in aula. Ma scusate, non è esattamente quanto accaduto con il governo appena decaduto? Dove sta la novità? Qual è il passo in avanti? Ricorderete ciò che è successo sulla sanità. Un piano del governo e uno della maggioranza, con l´opposizione che cercava di infilarsi tra le pieghe. E poi il nascere di un qualcosa che chiamarla riforma ci vuole molta buona volontà. Forse dal nuovo corso ci guadagnerà la democrazia? Il corpo elettorale, quello che ha votato alle regionali del 2008, aveva scelto una maggioranza, sostenendola con un voto plebiscitario. Adesso si ritrova una configurazione politica che non si capisce bene cosa è e che viene messa in campo sopra la sua testa. Con decisioni che giungono da Roma, con notizie che planano direttamente dalle trasmissioni di approfondimento politico. Tanto che ci si può cominciare a chiedere a cosa serva l´elezione diretta di un presidente e della sua maggioranza. Entrambi inseriti in un´unica scheda elettorale. C´è, quindi, un secondo sconfitto, oltre la Sicilia. È il concetto stesso di democrazia rappresentativa. Il popolo elegge, gli eletti rispettano il mandato ricevuto. Cosa dire, poi, dell´Assemblea regionale costretta a riaprire, come un qualsiasi consiglio condominiale, nell´ultimo giorno di campagna elettorale? A proposito di elezioni. Pesantemente annichilita da questa situazione è pure l´Europa. Già in Sicilia se ne parlava poco e niente, figuriamoci adesso. Il voto per il parlamento europeo si utilizzerà solo per misurare i rapporti d forza. Lombardo supererà il 4 per cento? E il Pdl andrà oltre il 50? E il Partito democratico riuscirà a tenere? Perché sì, anche i Democratici ci perdono. Aspetteranno gli eventi e i nomi degli assessori. Sarebbe stato così indecente chiedere le elezioni e presentare una mozione di sfiducia in parlamento contro Lombardo? Cosa ha da guadagnare il Pd, con una posizione attendista? Storicamente in Sicilia queste operazioni del «ci sto ma non si deve vedere» sono state sempre a perdere per la sinistra. Alla domanda iniziale abbiamo forse risposto in maniera inversa, sottolineando più chi ci perde e non chi ci guadagna da questa operazione. Perché probabilmente non ci ricava niente nessuno. Ma una speranza per trarre profitto da queste ore convulse c´è. Sono le elezioni anticipate. Tutti sarebbero costretti, finalmente, a fare delle scelte chiare e nette di fronte al popolo siciliano. E non delle trattative opache dentro le stanze del potere.

sabato 23 maggio 2009

Diciassette anni fa, la memoria in un fumetto

SETTIMANALE CENTONOVE
22 maggio 2009
Pag. 37
GIOVANNI A FUMETTI
Francesco Palazzo

Claudio Stassi è nato a Brancaccio. Aveva quindici anni quando, il 23 maggio del 1992, Cosa nostra fece saltare in aria Falcone, la moglie e tre uomini della scorta. Quel giorno era salito a casa un po’ malmesso, una banda di bulli aveva attaccato lui e i suoi amici. Ma aprendo la porta di casa, vide che qualcosa di molto più tragico era accaduto. In quei giorni disegnò per la prima volta il volto del magistrato. “Con ingenuità e con enorme rispetto”. Lo scrive nell’intervento che chiude il fumetto “Per questo mi chiamo Giovanni”, edito dalla Rizzoli (Pag. 156 - € 18), da poco in libreria. E’ la trasposizione dell’omonimo libro di Luigi Garlando. Perché oggi Claudio, forse a cominciare da quel volto del giudice, ha fatto di quel primo schizzo una professione. Oltre quest’ultima opera, ha già al suo attivo, tra le altre cose, il fumetto Brancaccio, in cui si parla di Padre Puglisi, che ha vinto un importante premio nel settore. Il lavoro in questione è la narrazione di un dialogo tra un padre e un figlio. Cui viene spiegato perché si chiama Giovanni. Il papà, durante una lunga passeggiata tra i quartieri di Palermo, Capaci e l’aeroporto Falcone-Borsellino, nel narrare la storia di Falcone, suggerisce al figlio come comportarsi a scuola contro un compagno prepotente. E’ una lezione sulla mafia e sull’antimafia degli ultimi decenni, per come si può spiegare a un bambino. Ma non è solo teoria. L’adulto rivela come lui stesso, nel non pagare più il pizzo, ha saputo ribellarsi alla violenza mafiosa. “Qui non si vendono più bambole”, risponde il padre agli estorsori, la stessa frase che il figlio utilizzerà a scuola. Il lavoro è stato realizzato con la tecnica degli acquerelli. A colori quando narra del dialogo tra i protagonisti, in bianco e nero negli altri momenti. C’è una sola pagina bianca, quella che dovrebbe raffigurare l’attentato. Dal testo scritto alle tavole del fumetto, il racconto prende un’altra forma, si concretizza in maniera diversa. Ad esempio si vede com’è fatto Bum, il pupazzo che il bambino di quasi dieci anni tiene sempre accanto. La mafia è descritta come un mostro, e forse con un bambino non si può evocare qualcosa di meno evanescente. Si entra però nel concreto quando, seduti al tavolo del ristorante, il padre tira fuori un carciofo. Le cosche, spiega al figlio, sono come le foglie del carciofo. Non manca il riferimento alla puncitina, alla santa che brucia, al giuramento di difendere deboli e indifesi. E forse qui, quando il figlio chiede che male c’è se dicono di difendere gli orfani e combattere le ingiustizie, e il padre risponde che forse un tempo era necessario, c’è una concessione a uno stereotipo, ossia alla differenza tra la mafia di una volta e quella di oggi. E' sono un attimo. Molto suggestiva, ecco l’importanza dell’immagine, l’aspirina immersa in un bicchiere per spiegare la morte del piccolo Di Matteo. Per la prima volta, Stassi, oltre che come disegnatore, si cimenta anche nella sceneggiatura. Con buoni risultati. Non è sempre agevole trasferire in un fumetto un testo che originariamente non è stato pensato per quest’uso. E’ un po’ come fare un film partendo da un romanzo. Spesso uno dei due mezzi espressivi è molto più bello dell’altro. In questo caso va, piuttosto, evidenziato che l’opera originaria di Garlando, libro godibilissimo, non perde niente, anzi guadagnerà il pubblico dei più giovani, più propensi a scorrere immagini che a compulsare testi. La suggestione del disegno riesce molto bene, visto che in questi giorni ricordiamo il diciassettesimo anniversario della strage, a tratteggiare come Giovanni Falcone sia stato osteggiato. A Palermo come a Roma. Per poi, da morto, essere osannato, magari pure da chi l’aveva massacrato con mezzi diversi da quei cinque quintali di tritolo. Giovanni, il ragazzo, e Giovanni, il giudice, hanno fatto i conti con la vita lo stesso giorno. Il primo venendo alla luce, il secondo scomparendo con un semplice gesto di un dito che ha azionato un timer. Una mano dietro la quale, è molto probabile, vi siano state complicità e coperture inquietanti. Provenienti da quella zona grigia senza la quale la mafia sarebbe solo una struttura criminale, molto più facile da colpire. La vita e la morte che s’incrociano nello stesso giorno. Ecco perché il padre ha deciso di chiamare il figlio Giovanni. Per finire, una tavola molto toccante. Quando il bambino, alla sorella del giudice che al citofono chiede chi fosse, risponde: “Giovanni, nato il 23 maggio 1992”.

sabato 16 maggio 2009

Mafia, tra fiction e realtà

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 16 MAGGIO 2009
Pagina XV
LA TRAGEDIA DELLA MAFIA È PIÙ FORTE DELLE FICTION
FRANCESCO PALAZZO

Se in una fiction ci avessero raccontato di armi nascoste in una delle ville più conosciute di Palermo - come accade nel grande parco di Villa Malfitano - certamente avremmo detto che potevano inventarne una migliore. Lo pensavo conoscendo i particolari legati agli ultimi arresti e apprendendo, nello stesso giorno, che Rita Borsellino chiede al presidente della Regione Raffaele Lombardo un intervento duro contro le fiction sulla mafia girate in Sicilia. Tali ricostruzioni denigrerebbero la Sicilia, veicolando un´immagine falsa che non esiste più. Le questioni sono due. La prima. La politica già influenza abbondantemente quanto passa dalle televisioni. La valutazione va lasciata agli spettatori, che col telecomando decidono cosa vedere. In democrazia, i giudizi di un presidente di Regione, di un capo di governo, dello stesso presidente della Repubblica, devono valere quanto quello di qualsiasi altra persona anonima. E non avere finalità prescrittive di alcun tipo. Non abbiamo bisogno di chi gestisce le nostre serate davanti al piccolo schermo, ma di gente che sappia ben governare. Qualsiasi intervento sui prodotti artistici da parte di chi ricopre un´importante carica istituzionale non potrebbe che rivestire un carattere censorio. Meglio lasciar perdere. Ci vuol poco a debordare. Ironicamente, ma non troppo visto il caso Agrodolce, potremmo ipotizzare una convocazione degli sceneggiatori per capire cosa diamine stanno scrivendo. Con una matita di quelle a doppio colore, si procederebbe a segnare gli errori gravi, da eliminare subito, e quelli meno evidenti, su cui discutere. Chi non ottenesse l´approvazione, dovrebbe mettersi il cuore in pace. Ma non tutti accetterebbero la sentenza. Immaginiamo gommoni, con scafisti d´ordinanza, che nelle notti di mare buono tenterebbero di sbarcare sulle nostre coste protagonisti e comparse, registi e costumisti, cineprese e cavalletti, coppole e lupare. Veniamo al secondo punto. Le fiction veicolerebbero un´immagine deformata della Sicilia, screditandola agli occhi di quanti non vivono nella nostra isola. È un´opinione diffusa. Alla quale si aggiunge la convinzione che negli spettatori si creerebbe una sorta di emulazione per i mafiosi. Disegnati come eroi, quindi facilmente oggetto di imitazioni da parte di giovani e sprovveduti. Che sia chi racconta pezzi di storia recente, o fatti inventati partendo da «libere ricostruzioni» a fare del male alla Sicilia, e non i fatti stessi per come si sono verificati e si susseguono, è davvero un aspetto così controverso che non capiamo come si possa porre. Le operazioni di polizia sui clan mafiosi - sceglietene una a caso tra le ultime - ci mostrano ripetutamente risvolti criminali e politici che neanche le fiction più surreali riescono a riprodurre. Per chiudere il discorso basterebbe solo dire che il mezzo televisivo è cominciato a entrare nelle nostre case nel 1954. Dal 1861, data di nascita convenzionale della mafia siciliana, era già trascorso quasi un secolo. Nel corso del quale di mafia si era parlato a iosa fuori dalla Sicilia. Come avranno fatto gli altri a conoscerla, a farsi varie opinioni su di essa, e sulla Sicilia, molte senz´altro distorte, senza fiction che pompavano falsità? In quanto al discorso dell´emulazione, forse si pensa di avere davanti telespettatori da educare e non individui che guardano e sanno capire con gli strumenti culturali che si ritrovano. Sono cresciuto a Brancaccio. Da ragazzo, durante la seconda guerra di mafia, mentre cominciavano a trasmettere le piovre televisive, accusate di disonorare la Sicilia, vedevo in diretta cos´era la mafia. I morti che lasciava sulle strade. Quelle piovre che uscivano dal piccolo schermo erano acqua fresca. Se proprio avessi voluto imitare i boss, non avrei avuto bisogno di lavorare molto con le fantasie indotte dal mezzo televisivo. Le piovre le ho dimenticate, quel terrore ancora no. Insomma, lasciamo a chi vuole la possibilità di cimentarsi liberamente con le fiction sulla mafia. Quando soggettivamente le troveremo belle, le loderemo, quando personalmente ci parranno brutte, lo segnaleremo. Ricordandoci però, sia nell´uno che nell´altro caso, che sono i fatti, quelli reali, a pesarci sul cuore e sulle coscienze. E a dire agli altri come siamo.

venerdì 15 maggio 2009

La fiera dei soldi facili

CENTONOVE
15 5 2009
Pag. 47
L'orticello dei contributi a pioggia
Francesco Palazzo

Sui contributi a enti e associazioni varie, da parte della regione, il commissario dello stato ha rilevato ciò che è sotto gli occhi di tutti. Ossia, che spendere 78 milioni di euro per concedere finanziamenti a pioggia, senza che in alcuni casi si riescano a individuare i beneficiari, introvabili pure su internet, dove si riesce a recuperare tutto, è semplicemente insensato. Oltre che non rispondente ai canoni, seppure minimamente decenti, di buona amministrazione. Dopo l’intervento del commissario, che agisce costituzione alla mano, alte si sono levate le grida provenienti da Palazzo dei Normanni, dove è stato votato l’articolo di legge inserito nella legge finanziaria regionale. Che peraltro giunge, novità in negativo rispetto agli ultimi anni, con un ritardo di quattro mesi. Questa notazione è importante. Perché dimostra, al di là delle polemiche, che c’era il tempo per ben soppesare la portata finanziaria complessiva di tale dispositivo di legge e l’opportunità delle singole assegnazioni. Ciò, in tutta evidenza, non è stato fatto, ed ecco che interviene un soggetto esterno. Non c’è dubbio che la funzione legislativa, proprio perché legata alla libera espressione di voto del corpo elettorale, è di fondamentale importanza. Qualsiasi altro intervento, proprio perché non derivante dal consenso depositato nelle urne nel giorno delle elezioni, non può certo sostituirsi alle assemblee legislative. Ma quando i consessi rappresentativi della volontà popolare non svolgono bene il proprio compito, chi deve intervenire? Può farlo l’opinione pubblica, cioè una parte di quel corpo elettorale che già si è espresso nei seggi. In genere, ed è avvenuto anche stavolta, si procede attraverso un qualche appello firmato da intellettuali prestigiosi. Diciamolo francamente, per la politica dei palazzi, tali appelli, che giungono peraltro quasi sempre quando i buoi sono scappati, valgono come il due di denari quando la briscola è a spade. Meno che niente. Allora, se l’interazione tra elettori ed eletti non funziona più, essendo divenuti i secondi sordi a qualsiasi istanza in quanto titolari di comportamenti autoreferenziali, e quasi sempre, in Sicilia, del tutto clientelari, ecco che si fa strada, naturalmente, un intervento costituzionalmente garantito come quello del commissario dello stato. Che certo non dice l’ultima parola, essendo possibile aprire un conflitto di fronte alla corte costituzionale. Ma che almeno ha il potere di fermare un attimo il gioco, talvolta assai discutibile, della politica, e di consentire a tutti, nessuno escluso, dunque sia alla maggioranza che all’opposizione, un’ulteriore riflessione, un qualche ripensamento. Cui dovrebbero essere indotti, a dire il vero, anche tutte quelle realtà che si apprestavano a ricevere corposi assegni. Pure in politica vale la legge della domanda e dell’offerta. Se la domanda alla politica è quella di attingere alle risorse pubbliche con criteri abbastanza opachi, l’offerta non potrà che essere conseguente. Faceva specie, l’altro giorno, leggere che molti stipendi, pagati da coloro i quali vedono rimessi in discussione i finanziamenti, rischiano. Con essi pure i posti di lavoro. Ogni anno va così, poi tutto si sistema. Ma, viene da chiedersi, i contributi regionali non dovrebbero costituire un aiuto, un’aggiunta non decisiva, a quanti sono comunque in grado di andare avanti da soli? Se così non è, se la mano pubblica deve non tanto sostenere, promuovere, ma decidere della vita e della morte di attività, sino a prova contraria, private, di cosa stiamo parlando? Parliamo di una politica istituzionale che ha forse perso tratti importanti della sua dimensione pubblica. Che tuttavia, nonostante questo, ottiene consenso perché risponde a una precisa richiesta. Che proviene, questo è il punto, non solo dalle fasce popolari che avanzano bisogni elementari, ma perfino dalla parte di società borghese e colta, quella che riceve i contributi di cui parliamo, che dovrebbe sentire impellente la necessità di una politica profondamente diversa.

giovedì 7 maggio 2009

L'agenda vecchia e quella nuova

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 07 MAGGIO 2009
Pagina XV
LA FINE INGLORIOSA DEI FONDI EUROPEI
Francesco Palazzo

"L´ultima occasione". Leggendo di sfuggita e da lontano mi ero prefigurato due possibilità. L´offerta pubblicitaria di qualche prodotto che qualcuno m´invitava a acquistare oppure il messaggio elettorale di un candidato alle europee. Il messaggio del manifesto, che poi ho rivisto affisso ovunque, parla invece di tutt´altro. In alto la scritta Sud a tre colori molto vivaci, in basso un´agenda che fa vedere il 2007 e il 2013. Senza altre specificazioni, sembra un appello per iniziati di un gruppo esoterico. Quell´agenda, in effetti, rimanda solo per gli addetti ai lavori a un´altra agenda famosa in ristretti circuiti, cui da anni è associato il numero 2000. Dunque il riferimento è ai fondi strutturali europei. Il manifesto riguardava l´incontro di lunedì al Teatro Massimo. Ma qual è questa inquietante ultima occasione? Il riferimento è ai nuovi fondi europei che coprono il periodo 2007-2013, miranti a ridurre i divari tra le regioni. In particolare, l´Obiettivo 1 promuove lo sviluppo delle aree che presentano forti ritardi. La Sicilia è ancora - e per qualcuno è motivo di contentezza - tra le regioni deboli. Per l´ultima volta, come recita lo slogan. Perché l´allargamento dell´Ue farà convergere i futuri aiuti verso territori ancora più malmessi. Parliamo di miliardi di euro che in altri luoghi hanno stimolato crescita e ricchezza. Prima di esprimersi sul futuro occorre tuttavia dire del presente. Com´è andata Agenda 2000 in Sicilia? C´è chi sostiene che la Regione non ha lasciato un euro, c´è chi afferma che si è perso tanto di quello che era stato assegnato. Numeri di dubbia utilità, a dire il vero, che spesso descrivono la forma e non entrano nella sostanza. Che è quella che più c´interessa. Non ha senso dire quanto si spende, piuttosto occorre vedere la qualità della spesa. Se essa ha prodotto, trattandosi di fondi strutturali, passi avanti decisivi su questioni strategiche. Vi pare che con Agenda 2000 la nostra regione sia progredita? La realtà è sotto gli occhi di tutti. Una risposta autorevole la fornisce l´Europa. Che, facendoci rimanere nell´area Obiettivo 1, certifica al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo rimasti al palo. Ora abbiamo quest´ultima chance. Un altro consistente flusso di miliardi di euro bagnerà la nostra regione. Riusciremo, stavolta, a fare il salto di qualità? Oppure alla fine, con una Sicilia che presenterà la stessa sbiadita fotografia, la lite sarà nuovamente intorno alla quantità di spesa? In questo momento è molto difficile ipotizzare che, cambiati i musicanti, ammesso che alla regione si possa registrare qualche novità politica in positivo, cambierà pure la musica. Ciò che sappiamo è che tutte le discussioni sui tali fondi sono passate sulla testa dei siciliani. Tolti, ovviamente, i pochissimi che hanno avuto interessi personali su questo fiume di moneta sonante. Dovrebbe essere ormai chiaro che non sono i soldi a palate le precondizioni dello sviluppo. Posso avere poco, spenderlo nella giusta direzione, e andare avanti. Posso, al contrario, ottenere per decenni, com´è accaduto alla Sicilia, mezzi economici rilevanti e rimanere fermo o quasi. Vedremo se la prossima agenda avrà pagine più liete.

sabato 2 maggio 2009

Rita Borsellino nella lista del PD

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
1 MAGGIO 2009
Pag. 47
La candidatura della Borsellino
di Francesco Palazzo

Da quando si è proposta alle primarie e poi per la presidenza della regione, sfidando nel 2006 Cuffaro, a ogni tornata elettorale la giacchetta di Rita Borsellino viene tirata, dentro il centrosinistra, dall’una e dall’altra parte. Mai, tuttavia, nella sua pur breve e intensa carriera politica, decisione fu più combattuta. La determinazione di inserirsi nelle liste del Partito Democratico, per le europee di giugno, ha causato fibrillazioni abbastanza rilevanti sia all’interno, e ci riferiamo al movimento Un’Altra Storia, sia all’esterno. Con Italia dei Valori e Sinistra e Libertà, gli altri due pretendenti, rimasti delusi e fortemente irritati. Anche dentro il PD, non l’hanno presa tutti bene. Tra chi si è ritirato improvvisamente dalla corsa, a quanti chiedevano prima la formale adesione ai Democratici. Per farla breve, è apparso a molti osservatori un passaggio molto controverso. Senonchè, la cosa può pure essere valutata da punti di vista diversi. Innanzitutto, va detto che è nella tradizione storica dei partiti di sinistra ospitare indipendenti nelle proprie liste, senza chiedere a questi ultimi atti di fede incondizionati. I quali rimandano ad altri tempi, quando i partiti erano qualcosa in più di meri contenitori elettorali, quali oggi sono diventati. Ormai le forze politiche sono un insieme di regni autonomi e sovrani, ognuno facente esplicito riferimento a questo o a quel capo cordata. Che poi, ma è un altro discorso, il movimento che segue la Borsellino debba, alla fine, decidere cosa fare da grande, tenuto conto che elettoralmente queste esperienze sono destinate a spegnersi se non canalizzate in qualche modo, è uno scenario che ormai non è più rinviabile. Sulla questione dei partiti rimasti con un palmo di naso, IDV e Sinistra e Libertà, i quali attestano una profonda diversità politica e morale rispetto al Partito Democratico, e perciò sarebbero stati i naturali ricevitori della candidatura della Borsellino, si può fare un semplice ragionamento. Nel poco esaltante panorama politico siciliano, queste presunte grandi differenze, tra il PD da un lato e Italia dei Valori e Sinistra e Libertà dall’altro, non sono esattamente lampanti, anzi spesso si presentano del tutto esigue, impalpabili. E le stesse motivazioni, avanzate dalla Borsellino, per spiegare il suo impegno a favore del PD alle europee, potevano essere portate pure se avesse scelto una delle altre due formazioni politiche citate prima. Del resto, basta un esempio recente per capire quanto inverosimili siano le dissomiglianze tra i diversi pezzi del centrosinistra. A Palermo, sabato 18 aprile, alla fine della manifestazione contro la giunta Cammarata, c’è stato un comizio a più voci, dove sono intervenuti, tra gli altri, i rappresentanti di opposizione dei gruppi consiliari presenti al comune di Palermo. Bene, sentendoli parlare, era davvero difficile, per non dire impossibile, a chi non ne conoscesse già la collocazione, riuscire a capire chi apparteneva a quella formazione piuttosto che all’altra. Insomma, da questo punto di vista non si capisce bene cosa si rimprovera alla Borsellino, se non forse di aver scelto, stavolta, rispetto alle ultime politiche, un cavallo che la può portare al traguardo. Mettendo ai voti tra i suo sostenitori il da farsi. Evento più unico che raro. Semmai, un rilievo può essere mosso nei confronti di Un’Altra Storia. Serpeggia, tra molti degli aderenti al movimento, basta vedere il sito e il dibattito che si è sviluppato in rete, un palese disagio verso lo sbocco di questa vicenda. Appare evidente che molti fanno dipendere la continuazione di un percorso collettivo, la sua stessa sopravvivenza, dalle scelte e dalla sorte del leader. C’è da ritenere che se il presidente di Un’Altra Storia non riuscirà a varcare l’ingresso del parlamento europeo, il movimento politico che fa a lei riferimento rischierà l’implosione. Con tutto il rispetto, non ci pare questo un segno di buona salute. E la stessa Borsellino farebbe bene a riflettere, cosa che certo starà facendo, sugli ultimi eventi che riguardano la sua creatura politica.

sabato 25 aprile 2009

Un pullman per i consiglieri

CENTONOVE
Settimanale di Politica Cultura Economia
24 4 09
Se il traffico paralizza la poliica
Pag. 46
di Francesco Palazzo


Ma allora aveva proprio ragione l’avvocato del film di Benigni, quando spiegava a Johnny Stecchino che il primo problema della Sicilia, oltre l’Etna e la siccità, quello “che ci fa nemici famiglie contro famiglie”, è proprio il traffico, la mobilità. Infine il parcheggiare da qualche parte. Perché si può pure faticare ad arrivare, ma se non posteggi il quattoruote hai fatto un buco nell’acqua, sei un mezzo fallito, un quaquaraquà di sciasciana catalogazione. E, per tale motivo, può capitare che, somma disgrazia, non tanto gli orari e gli impegni di un singolo privato vadano a farsi benedire, ma che tutta l’attività politica di una città vada a ramengo, in rovina, in malora. E’ quello che drammaticamente rischia di accadere a Palermo se i consiglieri comunali non avranno l’opportunità di lasciare i propri mezzi a due passi da Piazza Pretoria, anzi proprio nella stessa piazza dove sorge la casa comunale. Così che quando piove, manco l’ombrello ci vuole. Basta un salto aitante e vai ad amministrare sereno e tranquillo. Ci avevano provato con l’adiacente Piazza Bellini. Tuttavia, a causa dei soliti sfascisti, l’ottima idea è stata purtroppo bloccata. Qualcosa, per nostra fortuna, è rimasto. Per la cronaca e per i libri di storia. Quelle belle indelebili strisce gialle, che tanto s’intonavano con l’ambiente circostante, donando un tratto sbarazzino al vecchiume dei luoghi, fanno ancora capolino sotto le strisce bianche che le hanno barbaramente e ingiustamente coperte. Chissà poi perché, i soliti sfascisti intendo, avversano il povero e vilipeso giallo e adesso sono muti, allineati e coperti sul bianco candido come un giglio. Se una piazza è storica, il discorso è chiuso. Punto e a capo. Bianco, giallo, rosso, verde peperone, rosanero non dovrebbe fare differenza alcuna. I soliti insondabili misteri palermitani. Che solo un buon giallo, questa volta in forma di romanzo e non di striscia, potrebbe risolvere all’ultima pagina. Per dare qualche certezza ai contemporanei e ai posteri. Tornando ai nostri amici consiglieri comunali, essi ci impegnano arduamente da mesi. Una volta per i pass automobilistici, utili a volare a tutta birra tra le vie del centro, e un’altra con le piazze a strisce, per fermarsi e correre a esercitare la legittima azione politica in favore del popolo. Una soluzione va trovata. Prima che il dramma finisca in tragedia. E non è quella che subito immaginate, maliziosi e cattivi come siete. Ossia, che non ce ne può fregare di meno di come fanno a posteggiare gli eletti dal popolo palermitano. Facciano un po’ come tutti. S’aiutino con autobus, taxi, metropolitana, moto, bici, garage privati, paghino nelle strisce blu o lascino l’automobile dove è possibile nel rispetto del codice della strada. Facciano pure qualche passo a piedi, che fa bene alla salute e distende i nervi. Queste alternative, valide per il mondo intero, non vanno bene alle nostre latitudini. Siamo uomini di mondo e ormai lo abbiamo capito. Ci vogliono rimedi seri, affinché gli amministratori riescano, sereni e puntuali, a recarsi presso il palazzo di città, detto anche delle aquile. Le quali, è risaputo, non hanno, fortunate come sono, problemi di parcheggio. Bisogna, dunque, che i palermitani tutti, con spirito compassionevole e partecipato, si spremano le meningi per uscire da tale incresciosa ed endemica circostanza. Io sul problema ho passato qualche notte insonne. Niente complimenti, immaginate, per la mia città farei questo e altro. Alla fine un’idea mi è venuta. Non vincerò il nobel, ma si può fare. Si compri un pullman, di quelli capienti, almeno in grado di contenere i cinquanta consiglieri e la giunta al suo completo, lo si doti di tutti i comfort e lo si munisca di tutti i pass stradali possibili e immaginabili. Che so, compreso quello di entrare da una porta della cattedrale e uscire dall’altra. Si tengano lì i consigli comunali. Il mezzo passerà a prendere gli interessati dalle proprie abitazioni, e li rilascerà, sempre davanti alle soglie domestiche, aspettando che chiudano i portoni, a fine lavori. L’aula consiliare la si lasci alle aquile. Sino a quando, ovviamente, stanche di volare, non cominceranno a motorizzarsi pure loro.

venerdì 24 aprile 2009

La Fiera del Mediterraneo e il punteruolo della politica

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 24 APRILE 2009

Pagina XXIII
I due punteruoli dentro la fiera
FRANCESCO PALAZZO


Da ragazzini, trenta e più anni addietro, li si attendeva come un evento. Erano altri tempi. Internet e la tv via satellite non erano ancora entrati nelle case. Ecco perché i film trasmessi al mattino, in occasione della Fiera del Mediterraneo, erano motivo di grande e attesa novità. La campionaria si svolgeva verso la fine dell´anno scolastico, si poteva stare in casa e godersi serenamente la visione, ai più piccoli vietata la sera. È il primo pensiero che mi è venuto leggendo che quest´anno l´evento salterà e che l´Ente Fiera è al lumicino, affossato da una pesantissima condizione finanziaria che si trascina da anni. Dal 1946 «la fiera» era un appuntamento fisso per i palermitani. Che una capatina l´hanno sempre fatta. Magari non c´è mai stata molta qualità dal punto di vista commerciale, ma farsi due vasche, una all´ingresso e una al ritorno, è un´esperienza che almeno una volta nella vita ogni abitante del capoluogo ha provato. Le prossime generazioni, probabilmente, non potranno più dire «ci vediamo alla fiera». Chissà se le responsabilità saranno mai accertate per questa sottrazione di passato e di futuro. Leggiamo che persino i quadri di proprietà dell´ente, sottoposti al vincolo di tutela artistica, sono stati pignorati e svenduti a privati a prezzi minori del loro valore. Apprendiamo che l´attuale ufficio liquidatore ha dovuto acquistare sedie dove sedersi e tavoli su cui lavorare, perché tutto è stato venduto al ribasso all´asta per far fronte ai creditori. La cosa più incredibile è pero un´altra. Alle due palme risparmiate dal punteruolo rosso, delle venti esistenti, sono stati attaccati dei bollini con il loro valore commerciale. Dove non ha potuto il terribile coleottero, arriva la cattiva gestione della Regione. Potremmo chiamarlo il Punteruolo Siciliano. Dopo il funerale della Fiera, che pagheremo tutti, si prospetta la possibilità che l´ente venga rilevato da privati. Vedremo. Anche se nella nostra terra, quasi sempre, si scrive privato e si legge pubblico. Nel senso che spesso i primi incassano e il secondo spende e spande. Sino a quando non si arriva al capolinea, e come in questo caso ci si trova costretti a vendersi pure gli alberi. A meno che non si debba dar credito alle voci secondo cui l´area di 83 mila metri quadri sia interessata a una lottizzazione per la costruzione di abitazioni private. Come dire, una bella e tradizionale colata di cemento. È una storia che conosciamo bene. Pure l´imbattuto punteruolo rosso ha da temerne seriamente, mentre quello siculo dentro i pilastri si fortifica, cresce e si mimetizza. Ricordate quello slogan di Lima? «Palermo è bella, facciamola più bella». Da allora sono trascorsi più di quattro decenni, ma l´operazione bellezza prosegue indisturbata su più versanti. Cambiano le facce, i luoghi, le persone, le parole. Il punteruolo siculo continua a lavorare, a scavare alacremente senza sosta. Talvolta vi sembrerà di non vederlo. Non preoccupatevi, non è morto, lui c´è sempre. Anzi, proprio quando non è visibile, lavora instancabilmente. Divorando dall´interno e svuotando tutto ciò che può. Contrastarlo, eliminarlo, o almeno arginarlo, è il vero problema politico e sociale della Sicilia.

domenica 19 aprile 2009

Palermo: se il centrosinistra sa andare oltre il corteo

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 19 APRILE 2009

Pagina XXIII
IL PRIMO PASSO DEL CENTROSINISTRA
Francesco Palazzo

Ieri tutta l´opposizione all´amministrazione Cammarata (Pd, Italia dei Valori e Un´Altra Storia) è scesa in piazza e ha convocato i cittadini per sottolineare tutte le lacune di una maggioranza politica e della giunta che la rappresenta nelle scelte operative. È un segnale da non sottovalutare. Sono trascorsi quasi due anni dall´inizio della legislatura, dunque un periodo congruo per avanzare una compiuta valutazione. È sotto gli occhi di tutti che sono più le ombre, alcune abbastanza pesanti come il caso Amia e la farsa delle Ztl, che le luci. Queste ultime, francamente, difficilmente individuabili pur con tutta l´imparzialità possibile. A ciò si aggiunga la pesante situazione finanziaria che rende difficile anche l´ordinaria amministrazione. Tutto questo a fronte di un dato elettorale di partenza del tutto favorevole al centrodestra. Le cui liste, nel maggio 2007, sfiorarono il 61 per cento, staccando il centrosinistra di un sostanzioso 23,1 per cento. Lo stesso candidato a sindaco della parte vincente si piazzò otto punti sopra un nome molto accreditato come quello di Leoluca Orlando. Insomma, c´erano tutte le condizioni per un´agevole navigazione. Invece si è andati avanti alla giornata, senza una vera progettualità, con liti e sostituzioni continue di assessori. Questi rilievi critici vengono fuori dalla stessa maggioranza che sostiene l´amministrazione. L´opposizione, negli ultimi tempi, si è contraddistinta per la sua vivacità su alcuni temi cruciali, almeno in alcuni suoi elementi di punta. La stessa manifestazione di ieri è frutto di una convergenza di fondo fra i tre pezzi della minoranza a Palazzo delle Aquile. Certo, i cortei di protesta anche quando veicolano proposte interessanti difficilmente scalfiscono la struttura del consenso elettorale. Che risponde a dati abbastanza consolidati nel tempo e a meccanismi poco aggredibili con un comizio o con una mobilitazione, per quanto estesa quest´ultima possa essere. Al momento, pur con una maggioranza in piena crisi d´identità, difficilmente Pd, Italia dei Valori e Un´Altra Storia potrebbero superare quel 37,8 per cento che la coalizione a sostegno di Orlando conquistò nel 2007. A meno che, ma questo è un discorso di là da venire, non si cambi per la prossima tornata elettorale lo schema delle alleanze. Oggi non sembra che ci sia una vera alternativa che possa concorrere veramente per una vittoria elettorale. Quanto al Comune ci sia bisogno di ricambio è abbastanza comprensibile per tutti. Se chi fa male viene poi comunque riconfermato - è quanto accade regolarmente in Sicilia - significa che l´opposizione, poiché non può prendersela con gli elettori, deve cambiare radicalmente il suo modo di porsi e di proporsi. Un corteo come quello di ieri può essere il primo passo. Al quale deve seguirne un secondo più significativo. Inizi, sin da domani, il centrosinistra, a costruire nel capoluogo l´alternativa. Individui ora, non all´ultimo momento, una figura attorno alla quale costruire un progetto di governo per Palermo. Sì, proprio un candidato o una candidata a sindaco. Scelga con il metodo che ritiene più opportuno, primarie o accordo tra partiti. Cominci ad aggiungere a questo primo tassello una rosa di assessori certi, poi gente che porti voti e qualità disponibile a candidarsi, pochi punti programmatici, non più di dieci, e inauguri un percorso. C´è tempo, si può lavorare con calma e serenità. Bisogna cioè evitare che la «chiamata alle armi» di ieri sia fine a se stessa, perché altrimenti il rischio è che questo malconcio centrodestra fra tre anni rivinca le elezioni.

martedì 14 aprile 2009

Gibellina, la memoria in un cimitero

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ 14 APRILE 2009

Pagina III
Pasqua a Gibellina, i sopravvissuti del ´68 tornano tra i ruderi
Francesco Palazzo

GIBELLINA - Verso le sei di sera del giorno di pasqua ci troviamo sulla statale 119, verso i resti di Gibellina. Passiamo sotto la grande stele chiamata porta del Belice. Gibellina, tradotto dall´arabo, piccola montagna. Saliamo lungo la strada, fermiamo due fidanzati che in macchina scendono a valle. Chiediamo se siamo nella giusta direzione. Sostengono di no, da quella parte c´è solo Santa Ninfa. Forse non sono del luogo o forse le nuove generazioni non vogliono la memoria del dolore, della terra che si apre e inghiotte tutto. Come avvenne a Gibellina nella notte tra il 14 e 15 gennaio del 1968. Statale 119. Ora in discesa. Incrociamo un´auto. Freniamo di botto, facciamo marcia indietro e in pochi secondi i finestrini sono allineati. Ci troviamo di fronte una coppia gentile di anziani: facce serene e dolenti, come se il terrore di allora non potesse più cancellarsi. Ci chiedono da dove veniamo, pensano che non siamo siciliani. «Se cercate Gibellina vecchia - ci dice la coppia - venite con noi, stiamo andando lì, al cimitero, a far visita ai nostri cari». Cimitero? In un paese che non c´è più? Cominciamo a seguirli. Dopo una serie di tornanti e circa sei chilometri, ecco Santa Ninfa. Un altro dei paesi che subì danni ingenti. Non come Gibellina, Salaparuta, Montevago e Poggioreale, completamente distrutti. In tutto, una quindicina di paesi furono toccati dal violento sisma. Dopo Santa Ninfa, pensiamo d´essere vicini alla meta e invece un cartello, con la scritta "Ruderi di Gibellina", c´informa che mancano dodici chilometri di strada tortuosa. Quanta e che strada, non certo quella moderna e asfaltata anche se un po´ sgarrupata di adesso, si trovarono ad affrontare allora i soccorsi per raggiungere Gibellina. Dopo sei chilometri l´auto davanti si ferma. Ecco il luogo delle baracche, alcune ancora visibili, che ospitarono per anni i sopravvissuti. Ripartiamo veloci, mancano sei chilometri di quasi deserto. Come i sei, del resto, che li hanno preceduti. Ecco il cimitero. I due anziani si fermano, noi pure. La moglie, pensando a ieri e guardando da lontano i loculi, sottolinea che la tomba è l´unica cosa che è rimasta loro. Guardando oggi all´Abruzzo ha una sola implorazione. Che non ripetano l´errore, fatto con loro, di sradicarli e costruire da un´altra parte. Cento metri più avanti, il paese con quello che resta della madrice. Il nome viene pronunciato come se le campane ancora suonassero per la festa pasquale. E invece c´è un silenzio surreale, pesante, pauroso. Anche la colata di cemento che copre gran parte della vecchia Gibellina e ha mantenuto intatta la struttura viaria, non ci solleva. Tornando vediamo meglio il piccolo cimitero. Intatto. Vivo, viene da pensare, di fronte a un paese morto.

sabato 4 aprile 2009

Se avvisassero le persone giuste!

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
3 aprile 2009 - Pag. 46
SE SI VIETA LA PROTESTA
Francesco Palazzo

Pensavo, in un primo momento, che questa storia dell’avviso orale a ben comportarsi, notificato il 26 settembre 2008 dalla questura di Palermo al sindacalista della CGIL siciliana e attivista politico Pietro Milazzo, se ben inquadrata, si sarebbe sgonfiata in breve tempo con il ritiro del provvedimento. Immaginavo, cioè, che si fosse messo in moto un intricato e impenetrabile automatismo burocratico, di quelli che una volta partiti non si riesce più a fermarli. Sino a quando qualcuno non legge con calma e buon senso le carte. Tuttavia, già una richiesta di rientro del provvedimento, inoltrata dall'interessato, è stata, nel mese di dicembre scorso, rigettata. In questi giorni leggo di un ennesimo appello, che ha raggiunto più di duecento firme, con il quale si richiede la revoca dell’avviso. Il quale si cuce addosso, stando ad una legge di mezzo secolo fa, a coloro che, per il loro comportamento debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l´integrità fisica e morale, la serenità, la sicurezza o la tranquillità pubblica. Se il sindacalista persevererà nella condotta per la quale è stato avvisato, potrebbero scattare alcune misure di prevenzione un tantino antipatiche: la sorveglianza speciale o il divieto di soggiorno in città e in provincia. Ma cosa ha fatto Pietro Milazzo? Pare che da giovane, più di trenta anni addietro, siamo nei primi anni settanta, poco più che ventenne, fosse sulle barricate delle rivolte studentesche, prendendosi, sembra, qualche denuncia. Dopo più di tre decenni la giustizia probabilmente rispolvera quei fatti e li collega a varie circostanze recenti di protesta nonviolenta. Perché Milazzo non ha fatto, come molti dei suoi coetanei, rivoluzionari borghesi a diciotto anni e più che integrati in un sistema spesso ambiguo a sessanta. No, ha proseguito nella sua strada, che si può discutere nelle singole battaglie, ma che è coerentemente legata al rispetto dei diritti elementari di cittadinanza, sia per gli immigrati, sia per i nativi siculi. Per dirla più chiaramente, ha continuato, da dirigente sindacale e da animatore sociale, a fare semplicemente politica. Non mercanteggiando posti di sottogoverno o cariche assessoriali, se avesse fatto ciò dormirebbe sonni tranquilli. Ma organizzando e partecipando a varie manifestazioni pubbliche e coordinando alcune piattaforme rivendicative. In questa veste, dal 2005 al 2008, questo il periodo incriminato, si è reso “colpevole” di scendere diverse volte in piazza insieme a coloro che lottano per avere una casa e con quelli che denunciavano le presunte irregolarità elettorali durante le ultime elezioni comunali palermitane. Inoltre, gli si contesta la partecipazione ad alcune altre pacifiche manifestazioni, tra le quali la protesta contro la presenza di navi militari USA nel porto di Palermo. Tutte cose, sia chiaro, sulle quali si possono avere posizioni le più diverse. Non è questo il punto. Ciò che pare davvero esagerato è che si considerino azioni di questo tipo, che sono politiche e solo politiche, nella forma e nella sostanza, come suscettibili di rappresentare situazioni nelle quali si sono messe in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica, incidendo, addirittura, l’ambito sacro delle libertà costituzionalmente garantite. Insomma, siamo in uno strano paese, e in una ancor più bizzarra regione. Perché, se manifesti pacificamente per la strada, puoi incorrere negli strali puntuali, e per carità legittimi, dei custodi dell’ordine. Se, invece, amministri malamente un’azienda pubblica, risulti condannato pesantemente da un tribunale della repubblica, ti trovi indagato per voto di scambio politico mafioso, oppure lucri insieme e allegramente con l’economia criminale, nessuno ti avvisa per indurti a cambiare vita. Anzi, in molti di questi casi, le maglie della sicurezza si placano. E si varcano trionfalmente, o si continuano ad abitare, le aule parlamentari e le stanze da dove si amministra il potere in Sicilia.

mercoledì 1 aprile 2009

Le mafie e i totalitarismi

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 01 APRILE 2009

Pagina I

Cosa nostra è forte perché non è una dittatura
Francesco Palazzo


Nell´interessante, e per molti versi apprezzabilissimo, intervento sulla mafia del presidente della Camera, in visita l´altro giorno in Sicilia, c´è una doppia affermazione che può essere oggetto di approfondimenti. Da un lato, la terza carica dello Stato ha affermato che il potere mafioso è una dittatura alla quale ribellarsi con le leggi e la legalità, dall´altro ha detto che nel ramo del Parlamento che rappresenta non ci sono né mafiosi né chi li difende. Proviamo a ragionare. La dittatura è una forma autoritaria di governo, in cui il potere è concentrato in un solo organo o nelle mani del dittatore, senza limiti di leggi o altri poteri. In primo luogo, se la mafia fosse stata, dall´unità d´Italia a oggi, un sistema di questo tipo, sarebbe già stata spazzata via come accaduto con ben altre dittature del secolo breve, fascismi e comunismi in testa. Che hanno trovato, ma questo è un altro discorso, un´ampia e radicata approvazione nei popoli. Il richiamo alle dittature richiama, in secondo luogo, al versante militare che questi regimi hanno utilizzato, e ancora impiegano, per affermarsi. È pur vero che il potere mafioso ha una struttura militare capace di colpire in diverse fasi storiche e in modi differenti. Tuttavia tale forza non è stata mai utilizzata per edificare totalitarismi. Al contrario è stata amministrata nei momenti giusti, sia quando è stata richiesta dallo Stato per mantenere l´ordine, ad esempio contro il brigantaggio, sia nei momenti in cui Cosa nostra si è mossa in proprio, vedi le stragi del ´92 e del ´93. E anche in questi ultimi casi è possibile, e molti tra investigatori, studiosi e storici lo ritengono verosimile, che le cosche si siano mosse all´interno di cointeressenze con pezzi più o meno deviati delle istituzioni. Al momento ne sappiamo poco, ma non escludiamo che i nostri figli potranno farsi, su tale delicata questione, un´idea meno precaria e ipotetica della nostra. Ciò che però possiamo affermare con ragionevole certezza è che i poteri mafiosi, che sono sì militari ma soprattutto finanziari e politici, hanno giocato la loro partita per intero, almeno in Italia, prima durante lo Stato liberale, poi durante il fascismo, quindi nel periodo repubblicano e democratico che viviamo. Non è stata mai la dittatura il loro orizzonte operativo, non avrebbero potuto sostenere un simile impegno strategico. Che peraltro non era funzionale ai loro interessi. Invece, com´è avvenuto sotto gli occhi di tutti, gli interessi mafiosi hanno proliferato dentro i sistemi politici in cui si sono trovati a vivere. In ultimo, riferendoci al nostro Paese, in quello democratico e costituzionale. Al cui interno hanno messo insieme un potere finanziario immenso, ormai in larga parte legalizzato e perciò difficilmente colpibile. Chi li ha aiutati, nell´ultimo sessantennio, in tale percorso? Sicuramente c´è stato un consenso di base da parte della popolazione. Ma non si può negare, faremmo un torto alla nostra intelligenza, che un decisivo appoggio è venuto dalla classe dirigente italiana. Non saremo certo noi a dire che la mafia è a Roma. Tale affermazione, vecchia come il cucco e falsa, è servita a molti di coloro che hanno guidato la politica nelle regioni meridionali, e a gran parte del corpo elettorale che li ha espressi, per scaricarsi di responsabilità appartenenti in larga parte alle classi dirigenti locali. Ma, allo stesso modo, è un tantino esagerato sostenere che nelle aule parlamentari della capitale non ci sono coloro che appoggiano le mafie. Perché vorrebbe dire che non abbiamo capito niente della nostra storia, e della cronaca, recente. Invece qualcosa l´abbiamo capita. La potenza delle mafie sta proprio nell´essere riuscite, con le complicità che sappiamo, a inserirsi nel gioco democratico, senza avere come progetto di destabilizzarlo, perché è il sangue su cui viaggia il loro potere. Se ci fossimo trovati, in questo secolo e mezzo, da una parte una dittatura criminale e dall´altra un Parlamento tutto pulito, a quest´ora non parleremmo più di mafie. Se ancora esse vivono e lottano assieme a noi, è perché le cose sono andate, e vanno, in maniera profondamente diversa.

sabato 28 marzo 2009

Palermo: dagli zingari un esempio per riflettere

CENTONOVE
27 3 2009
Pag. 47
A LEZIONE DAI NOMADI
Francesco Palazzo

Quanti genitori palermitani, sapendo che un loro figlio si è reso protagonista di un atto violento, si presenterebbero alle forze dell’ordine consegnando il colpevole? Certo non molti, visto che ormai i pargoli sono difesi da tutto, a scuola come nella vita. E non solo quando hanno ragione, ma soprattutto quando hanno torto spacciato. Nel rispetto del vecchio adagio siciliano, “difenni u tuo o tortu o rittu”, per i continentali “difendi sempre ciò che ti appartiene, nel torto e nella ragione”. Detto nobilitato patriotticamente dagli inglesi con la frase “right or wrong it’s my country”, giusto o sbagliato è il mio paese, I nomadi palermitani, che vivono a due passi dallo stadio, hanno seguito un ragionamento diverso. Sia dalla cultura siciliana che da quella anglosassone. Alcune settimane addietro, tre giovani minorenni di quella comunità hanno aggredito e derubato una ragazza e un ragazzo palermitani alla fermata dell’autobus, nei pressi dello stadio delle palme. Attendevano il mezzo pubblico per tornarsene a casa dopo una rilassante oretta di corsa. Dopo che la notizia è diventata di dominio pubblico, con grande evidenza su diversi mezzi d’informazione, invece di girare le spalle dall’altra parte, due rappresentanti dei gruppi, cattolico e musulmano, e già tale integrazione meriterebbe un discorso a parte, hanno indagato e individuato i responsabili. Consegnando loro, accompagnati dai genitori, e la refurtiva, un giubbotto, un paio di scarpe, un cellulare e un orologio, alla polizia. Intanto, due notazioni a pelle. Se fosse accaduto il contrario, cioè se due minorenni palermitani si fossero resi protagonisti di un simile fatto, la cosa sarebbe finita sui giornali con questa rilevanza? Forse due righe tra le brevi. E poi. Siamo sicuri che dei genitori siculi, una volta venuti a conoscenza del misfatto, si sarebbero presentati alle forze dell’ordine con i colpevoli in lacrime e la refurtiva? Oppure avrebbero protetto omertosamente i rampolli, per evitare la vergogna e non macchiare il futuro dei figli? Difficile ritenere che sarebbe andata diversamente. Ogni giorno leggiamo di reati commessi da giovani siciliani. Mai registriamo questo comportamento collaborativo delle famiglie. Se si viene colti sul fatto, si paga mettendo in mezzo i migliori avvocati. Se si può sfuggire alla legge, lo si fa senza problema alcuno. Detto ciò, c’è poi da svolgere una riflessione più larga. Difendere il tuo, nel senso della tua famiglia, della tua comunità cittadina, regionale o nazionale, è un meccanismo che probabilmente sorge spontaneo, almeno quando il sangue è ancora caldo. E ciò vale anche per coloro che fanno parte di una maggioranza connotata dalle stesse radici culturali, storiche e sociali, i quali, dunque, giocano in casa. A maggior ragione, quindi, questi meccanismi di protezione sono ancora più forti nelle etnie che vivono in luoghi molto distanti da quelli di provenienza. Proprio perché largamente minoritarie rispetto al resto della popolazione locale e indubitabilmente isolate, culturalmente e socialmente. Invece, in questo caso, si è avuta una smentita. E proprio dalla parte da cui meno c’era da attenderselo. Di fronte a così gravi reati, pare, infatti, che non ci siano state solo la rapina e l’aggressione, ma che si siano consumati pure un palpeggiamento e un ricatto sessuale nei confronti della giovane palermitana, che possono comportare conseguenze giudiziarie pesantissime per i tre giovani nomadi, una sparuta minoranza non fa quello che poteva apparire più naturale in terra di mafia. Non solo le due famiglie dei tre ragazzi non hanno coperto i propri nuclei familiari. E già questo sarebbe troppo anche per noi. Ma non c’è stata neppure la tutela di un’intera etnia, residente in un paese straniero spesso ostile verso i nomadi. Il gruppo in questione ha assunto, quanto accaduto, non come un fatto privato riguardante, in fondo, le due famiglie interessate dalla vicenda. Ma come una circostanza verso la quale collettivamente provare vergogna, sentirsi feriti e chiedere scusa pubblicamente. C’è materiale in abbondanza per riflettere.

mercoledì 25 marzo 2009

Film sulla mafia: forma e sostanza


LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 25 MARZO 2009

Pagina XVII
Troppe critiche ai film sulla lotta alla mafia

Spesso per gli esperti o i familiari delle vittime il prodotto artistico non corrisponde alle attese. Ma per il grande pubblico il messaggio è quasi sempre efficace
Francesco Palazzo


La storia siciliana recente si è arricchita nel tempo di una particolare casistica, ormai talmente nutrita che potrebbe uscirne fuori qualche densa pubblicazione. Mi riferisco all´impallinamento sistematico dei registi che provano a portare sugli schermi, cinematografici o televisivi, vicende di mafia e antimafia. È ovvio che per quanti hanno conosciuto da vicino le storie - i familiari delle vittime, gli esperti che sanno pure le virgole della storia di Cosa nostra - difficilmente un prodotto artistico può corrispondere alle attese. Ci saranno sempre dei particolari, più o meno evidenti, che scontenteranno. Così come è naturale che non tutte le ricostruzioni siano qualitativamente di buon livello. Ma non è questo il punto, tutto può e deve essere sottoposto al vaglio critico. Bisogna però rendersi conto di quale prodotto artistico ci si trova davanti e quali sono le sue necessarie coordinate. Intanto c´è il bisogno di divulgare e far comprendere contenuti sconosciuti ai più e conosciuti solo da pochissimi. Non è un´operazione semplice. In quest´ottica, a esempio, ciò che può apparire essenziale a un familiare o a uno studioso, non lo è ai fini di una comunicazione generalista. Che deve raggiungere tutti e svolgersi secondo schemi che non possono essere quelli di un saggio storico o di un ragionamento tra esperti. In secondo luogo, si deve tenere presente che ogni ricostruzione portata sul grande o piccolo schermo è sempre una libera interpretazione. All´interno della quale elementi veri si mischiano a invenzioni oppure a esagerazioni di determinate circostanze che magari, quando i fatti si verificarono, si svolsero in maniera leggermente o profondamente diversa. Del resto, se provassimo ad andare, per fare un esempio, a Brancaccio e chiedessimo di padre Puglisi a quanti l´hanno conosciuto, otterremmo un insieme di impressioni davvero molto diverse le une dalle altre. Qual è il vero Puglisi? Ognuno ne metterà in rilievo un tratto. La stessa cosa, perché meravigliarsene, hanno fatto e faranno i registi, gli sceneggiatori, gli attori che hanno voluto e che vorranno rappresentare la storia di don Pino. C´è anche da considerare un terzo aspetto, ossia l´esigenza di brevità. Raccontare fedelmente diversi decenni di storia o complesse biografie, lo si può fare solo nei libri. E anche in questo caso, lo sappiamo bene, ci vogliono più volumi, diversi autori e tanto tempo affinché si abbia una ricostruzione che tende alla completezza. Tutte queste cose ho pensato dopo aver visto "La siciliana ribelle", il film liberamente ispirato alla storia di Rita Atria che il regista Marco Amenta ha portato nelle sale. Le ho pensate dopo, perché prima mi ero invece avvicinato alla visione del film negativamente condizionato dalle polemiche che hanno accompagnato l´opera cinematografica. Man mano che scorrevano le immagini e i dialoghi, cercavo conferma alle impressioni non positive e ai pregiudizi che avevo. Tuttavia, devo dire che alla fine si assiste a una narrazione senza fronzoli e senza retorica. Un racconto abbastanza asciutto. Che, a mio modo di vedere, anche se non sono un profondo conoscitore della vita di Rita Atria, e quindi corrispondo allo spettatore medio, cui sono dirette in primo luogo tali opere, veicola bene l´immagine e l´impegno di una ragazza coraggiosa che ha voluto lottare la mafia staccandosi dalla propria famiglia di sangue. Con, ben rappresentate, tutte le sofferenze e i drammi, vedi la vicenda di Peppino Impastato, che una tale scelta comporta. Questo è il messaggio che doveva passare. Penso che il film sia riuscito a comunicare quanto necessario per far capire quanto è assurda la vita dei mafiosi e quanto può essere dirompente il volto pulito di una ragazza che decide di rompere, per sempre, la catena della violenza. Ritengo che il grande pubblico, più attento alla sostanza delle cose e che sa di guardare un´interpretazione personale, come lo è qualsiasi opera artistica, sia sempre in grado di afferrare il nocciolo delle storie, andando oltre i dettagli e non perdendo di vista l´orizzonte complessivo.

lunedì 9 marzo 2009

Palermo: se non si sa rinunciare ai pass


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 08 MARZO 2009

Pagina XVII
Il centrosinistra alla prova dei pass
Francesco Palazzo



Ricorderete il film di Moretti in cui il protagonista grida a uno dei due ospiti televisivi di dire qualcosa di sinistra. In alternativa, almeno qualcosa. Ebbene, guardando qualche giorno addietro un titolo del nostro giornale, "Pd e Idv rifiutano il pass per i vip", avevo frettolosamente concluso che sulla questione permessi automobilistici al Comune di Palermo, qualcuno finalmente stesse dicendo qualcosa. E pure di sinistra. O di centrosinistra. Oppure, se lo schema vi sembra ormai sepolto, una semplice frase di civiltà sostanziale. Un buon motivo per iniziare come si deve la giornata. Tra macchine già in terza fila davanti alle scuole, dove i genitori sentono il bisogno di fermare il mondo per accompagnare i propri pargoli, e sull´uscio dei bar più rinomati del centro. Perché prendere il caffè senza, contemporaneamente, osservare il proprio bolide, non è proprio cosa che si può chiedere a un palermitano. In questo quadro, quel titolo letto di sfuggita senza guardare il contenuto, era dunque motivo di una piccola soddisfazione. Ecco, pensavo, alcuni del Palazzo che si rendono conto che è ora di finirla con la visione di una città che sopravvive ragionando per categorie o tribù. Niente di eccezionale, intendiamoci. Tuttavia, in tempo di vacche magre, soprattutto a sinistra, o centrosinistra se non si vuole esagerare, ci si deve accontentare. Leggendo l´articolo però mi sono reso conto che le cose stavano diversamente. I consiglieri comunali del Pd e Italia dei Valori, rifiutano sì i pass messi a disposizione dall´amministrazione. Ma non perché, come mi illudevo, intendano vivere la vita e le difficoltà dei comuni cittadini. Il problema è un altro. Prima di prendere i cartoncini, invocano un regolamento sulla materia. Il quale, statene certi, impegnerà in estenuanti dibattiti e sedute fiume un consiglio comunale per tanti versi, e per tante e impellenti questioni di massima importanza, inconcludente. Addirittura c´è chi, sempre nel centrosinistra, dichiara che deve consultarsi con il proprio gruppo prima di decidere se ritirare i pass. Come se stessimo parlando di testamento biologico o di modifiche costituzionali. Di tematiche, insomma, che presuppongono il massimo della concertazione e della condivisione politica. Chiediamo. Ci vuole proprio tanto per rinunciare completamente, senza condizione alcuna, a questi benedetti pass? Non è su simili argomenti, molto sentiti dalle persone che non hanno alcun beneficio, ossia quasi tutti, che si dovrebbe cominciare a impostare un tentativo per tornare a competere con il centrodestra alle prossime, forse non lontane, elezioni amministrative? Avanzo una proposta per i nostri consiglieri d´opposizione. Invece di reclamare regolamenti o attendere riunioni di gruppi consiliari, prendano questi pass e li restituiscano all´amministrazione durante una conferenza stampa. Poi vadano, sempre con telecamere e giornalisti appresso, agli sportelli dell´Amat, facciano tutti insieme la coda, e si paghino di tasca loro, tanto se lo possono permettere, un bell´abbonamento per tutte le linee. Salgano e scendano dagli autobus durante i loro spostamenti istituzionali, al centro come in periferia. Parlino con le persone, spieghino la loro trasparente scelta di civiltà e si risintonizzino con le diverse anime della città. Sarebbe un comportamento più fruttuoso e comprensibile di mille assemblee e di tanti inutili regolamenti. I quali ultimi, spesso, servono soltanto a cambiare la forma dei soprusi, confermando la sostanza delle cose.

giovedì 5 marzo 2009

Restituzione soldi all'ARS


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 05 MARZO 2009

Pagina I
La storia
Sprechi dell´Ars a colpi di "gettone"
FRANCESCO PALAZZO




Chi rinuncerebbe a 7.386,22 euro già depositati, comodi comodi, nel proprio conto? Non molti. Lo vuole fare Roberto Tagliavia, funzionario del gruppo parlamentare Pd all´Assemblea regionale. Palazzo dei Normanni gli ha accreditato la somma. Che corrisponde, sostiene Tagliavia, alla sua presenza alle riunioni del comitato per la valutazione degli eventi celebrativi il 60° anniversario dell´Assemblea, caduto nel 2007. Il punto è che la partecipazione al comitato doveva essere a titolo gratuito: come venne spiegato - rammenta Tagliavia - durante la seconda e terza riunione. Era previsto, sottolinea, solo un rimborso spese per quei soggetti che provenivano da fuori città. Siccome per lui, lavorando all´Ars, l´unico sforzo era di prendere l´ascensore, gli appariva scontato che la sua partecipazione fosse da considerare a titolo gratuito. Finite le celebrazioni, cominciò a giungergli voce che ci sarebbero stati compensi per il lavoro svolto. Confessa che una prima sollecitazione degli uffici per avere i suoi dati, gli sembrò un caso d´inerzia burocratica, ossia una mera verifica per capire chi avesse diritto al rimborso spese. Ma, un bel giorno, la richiesta di codice fiscale e coordinate bancarie si fece più stringente. Sino al punto in cui si trovò a compilare un modulo dove scrivere la cifra da chiedere. Perché chiedere, si domandò. Se l´Ars, cambiando opinione, aveva deciso di retribuire la consulenza, doveva stabilire essa stessa la quantità dovuta. A quel punto c´erano due alternative: o rinunziare, strappando il modulo di richiesta, oppure andare a vedere come sarebbe finita. Rimaneva un solo dilemma. Che cifra inserire? Gli fecero sapere che la richiesta doveva essere di diecimila euro. Nel frattempo, dopo le ultime elezioni del 2008, fu deciso che nessuna iniziativa programmata per il 60° anniversario dell´Ars,non ancora realizzata, poteva accedere a finanziamento. A quel punto, vista la stretta in corso, riteneva impossibile qualsiasi pagamento per quella consulenza, che del resto a lui non interessava proprio. Passato il 2008 Tagliavia pensava che quella strana vicenda fosse stata archiviata per sempre. Non è così. A gennaio l´ufficio amministrativo gli ha chiesto nuovamente il codice fiscale per completare la pratica. La procedura di pagamento era nella sua fase finale. Infatti, nell´estratto conto arrivato a metà febbraio, la cifra di diecimila euro, tolte le detrazioni, già era già sul conto, aumentando la sua disponibilità economica di euro 7.386,22, quale compenso per «lavoro occasionale». Sin qui la storia vissuta e raccontata da Roberto Tagliavia. È bene aggiungere che gli uffici liquidatori e chi ha preventivamente autorizzato la spesa, hanno certamente agito sulla base di pezze d´appoggio ineccepibili. Resta da capire perché ai componenti della commissione, durante i lavori e per ben due volte, era stata specificata la totale volontarietà del loro incarico. Se si trattò di un´informazione inesatta o se si verificò, e perché, un cambiamento in corso d´opera. Poiché, comunque, Tagliavia è rimasto nell´ottica della pura gratuità, si è chiesto, in un primo momento in privato, come utilizzare quei soldi. All´inizio l´unica cosa saggia gli era sembrata quella di tacere, tenere la retribuzione e spenderla per rafforzare la politica virtuosa che vorrebbe si realizzasse in Sicilia. Tuttavia, guardandosi intorno, e non vedendo come tradurre in un´iniziativa di qualche utilità questa piccola-grande cifra, ha deciso di donare pubblicamente il suo compenso. O sostenendo un caso d´indigenza, uno dei tantissimi, particolarmente evidente. Oppure, meglio ancora, contribuendo a far emergere una risorsa umana siciliana capace e preparata. Una tra le tante. Schiacciate da malgoverni, negligenze e sprechi d´ogni tipo.

mercoledì 25 febbraio 2009

Le due chiese



LA REPUBBLICA PALERMO MERCOLEDÌ 25 FEBBRAIO 2009

Pagina XVII
CHIESA E DEMOCRAZIA UN NODO IRRISOLTO
FRANCESCO PALAZZO





Quando si parla di Chiesa cattolica siciliana, ma il discorso vale per l´intero Paese, ci si presentano davanti diversi scenari. Spesso del tutto dissimili tra loro. Tanto che ci si potrebbe chiedere come fanno a convivere sotto lo stesso tetto. Noi dobbiamo capire quali aspetti sono maggioritari e quali rispecchiano percorsi di minoranze. Prendiamo due esempi. Il primo è un insieme di casi ascoltati o visti negli ultimi mesi. Durante un pranzo, una commensale riferiva di un parroco della provincia di Palermo che si è rifiutato categoricamente di battezzare una bimba. I genitori, anziché protestare pubblicamente, hanno alzato i tacchi e hanno risolto in città il loro problema. Cosa aveva la piccola che non andava? Apparteneva, per caso, a una famiglia mafiosa o era la rampolla di una dinastia di politici corrotti del luogo? Niente di tutto questo. Quando mai la Chiesa ha rifiutato, per simili motivi, la celebrazione di un sacramento? Il motivo del diniego è più banale. I genitori avevano deciso di darle un nome non gradito al ministro di Dio in questione. Negare il nome è come disconoscere l´identità, la vita stessa, di un essere umano. È più grave scoprire le abitudini sessuali di un sacerdote, oppure questo atteggiamento violento? Fate voi. Sempre in provincia, prima dell´«andate in pace», un parroco ha avvertito, paonazzo, che per quella volta, a quella ragazza vestita in modo per lui succinto, aveva dato la comunione. Ma, che lo si dicesse ai familiari, la prossima volta avrebbe opposto un rifiuto. Quest´episodio fa il paio con una scritta letta nella cappella del cimitero dei Rotoli: «È vietato accostarsi all´eucaristia con il ventre scoperto e altri indumenti indecorosi». Un altro sacerdote bolla il tesserino ai ragazzi e alle ragazze che si presentano, a quanto pare non con molta voglia se c´è bisogno del timbro, alla messa domenicale. Inoltre ci sono donne, e qui passiamo all´ultimo caso, che se vanno in chiesa da sole, senza il marito d´ordinanza, sono additate, senza giri di parole, come vedove direttamente dall´altare. Di preti come questi, che agiscono indisturbati, sia dalla gerarchia sia dal popolo dei fedeli, quanti ce ne sono nella Chiesa? Non pochi, da quel che sentiamo. La casistica potrebbe ampliarsi. Così come sono tanti coloro che concepiscono il loro ruolo di cattolici praticanti come quello di semplici esecutori di ammonimenti provenienti dall´altare. La gerarchia diocesana lo sa bene e infatti, quando si tratta di sostituire i parroci, ed è cronaca di questi giorni, non fa pesare più di tanto il parere delle comunità cristiane. Veniamo al secondo esempio e a un´altra tipologia di Chiesa. Le cronache ci informano che nella rettoria di San Francesco Saverio, all´Albergheria, si è svolto recentemente, dopo la drammatica vicenda di Eluana Englaro, un referendum sul testamento biologico. In passato era stato sottoposto ai fedeli quello sul celibato dei preti. Cosimo Scordato, il sacerdote-teologo che ha promosso assieme ad altri le due iniziative, ha sottolineato come sia giusto che su questi, come su altri argomenti delicati, anchenella Chiesa si svolga una libera discussione. La stessa cosa è avvenuta in un´altra parrocchia di Palermo. Non rimane che riagganciarci alla domanda iniziale. Quale percentuale della Chiesa attuale rappresentano i preti censori e i fedeli ubbidienti per timidezza e indifferenza? E quale spaccato quantitativo della stessa Chiesa è rappresentato dai sacerdoti democratici e dai credenti che vogliono potersi esprimersi su temi importanti e spinosi? Ognuno può dare la risposta che corrisponde alle proprie esperienze attuali e passate. Per parte nostra, ci pare che la Chiesa dei califfi e dei sudditi è oggi, e non sappiamo ancora per quanto tempo, ampiamente rappresentativa, accettata, ricercata e apprezzata. La Chiesa democratica, ovvero i luoghi dove si prova a dare dignità al dettato evangelico e a coloro che lo seguono, più o meno coerentemente, nelle loro vite, è ancora, oltre che largamente ininfluente sulle decisioni importanti della Chiesa stessa, abbondantemente minoritaria e riservata, non per sua colpa, veramente a pochissimi.

giovedì 19 febbraio 2009

Pass a Palermo, sommersi e salvati



LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2009

Pagina XV
LA INUTILE CORSA DEI POLITICI COL PASS
FRANCESCO PALAZZO



Dunque i pass automobilistici, come previsto, alla fine sono rispuntati. Consiglieri comunali, provinciali, deputati regionali e nazionali potranno quindi tornare a fregiarsi del prezioso cartoncino. Sono ancora in ansia i presidenti dei consigli di circoscrizione, fondamentali assi portanti della vita amministrativa e politica della città. Ovvero, a secondo dei punti di vista, consessi la cui inutilità politico-amministrativa è ben nota. Ma i cartoncini - è questione di tempo, si rilassino - spunteranno magicamente fuori anche per loro e per i vicepresidenti di tali non proprio imprescindibili organismi. E qui un´altra falla si apre. Perché, si chiederanno magari al Comune, non dare tali salvacondotti anche ai consiglieri di circoscrizione? Cosa hanno di meno? Niente, rispondiamo noi, non scherziamo con le cose importanti. È giusto, legittimo, costituzionale, che pure questi rappresentanti del popolo - appellativo che suona sempre bene - siano trattati alla stregua di tutti gli altri. Alla fine, questo primo plotoncino di salvati dalle grinfie del traffico, dalla tagliole delle corsie preferenziali e dal dramma umano di trovare posteggio, saranno circa quattrocento. Restano, al momento, sommersi e beffati, tanti altri. Siamo, tuttavia, sicuri che tra qualche tempo ci rioccuperemo di loro. Restiamo agli eletti e alle elette. La filosofia che sta dietro alla sconfessione delle linea dura, che in un primo momento era stata adottata dal sindaco, è abbastanza comprensibile. I tagliandi che permettono di scorrazzare in lungo e in largo sono un semplice strumento di lavoro. Come il bisturi per il chirurgo, il palcoscenico per l´attore, la cazzuola per il muratore, il pennello per il pittore, il fischietto per il posteggiatore abusivo e via dicendo. A nessuno verrebbe mai in mente di togliere lo strumento principale di lavoro a un professionista. Rischierebbe il malato in sala operatoria, non potremmo ammirare gli spettacoli teatrali, le nostre costruzioni verrebbero imperfette, così come i quadri. Non parliamo, poi, dei posteggiatori abusivi, se la cattiveria umana togliesse loro il fischietto. Potrebbe estinguersi un lavoro artigianale tramandato di generazione in generazione. Insomma, sono questioni serie, sulle quali c´è poco da scherzare. Anche se noi abbiamo finora scherzato. Resta solo da chiedersi, a volere discettare sull´impianto filosofico che regola i pass per gli amministratori pubblici, se davvero sia così essenziale all´attività politica correre, arrivare prima, posteggiare ovunque, transitare dappertutto. O se, invece, sia più necessario, per meglio amministrare le circoscrizioni, la città, la provincia, la regione, la nazione, studiare, capire, riflettere, osservare attentamente, con calma e ponderazione, prima di agire. A esempio: se invece di approvare, in maniera convulsa e scorretta, i provvedimenti sulle Ztl, i nostri amministratori cittadini si fossero fermati un attimo a leggersi meglio le carte, al posto di sfrecciare in qualche corsia preferenziale per andare chissà dove, non ci avrebbero risparmiato code, arrabbiature ed esborso inutile di pubblico denaro? Sarebbe andata esattamente così. E la stessa cosa si potrebbe affermare di quelle strisce gialle disegnate a Piazza Bellini, ottimamente pensate e realizzate per il posteggio a un tiro di schioppo di quanti occupano qualche scranno o poltrona presso Palazzo delle Aquile. Certamente è un provvedimento assunto di corsa, senza pensare cosa significa, storicamente e architettonicamente, quella bella piazza per Palermo. Per finire. Ci pare evidente che i veri strumenti di lavoro, per chi occupa una carica pubblica, siano la competenza, l´onestà, la capacità di realizzare quanto è meglio per tutta la collettività e non per il partito di appartenenza o la propria corrente di riferimento, la sobrietà e l´attenzione nello spendere i fondi pubblici, il non favorire gli amici ma quelli più bravi e preparati. Insomma, cose semplici. Che, purtroppo, non possono essere donate con un pass. Il quale può solo far correre l´eletto. Ma se non capisce il come e il perché della sua attività, che corre a fare?

sabato 7 febbraio 2009

Per un'antimafia matura, senza paure e senza censure


CENTONOVE

6 2 2009 - Pag. 46


Nel nome del padre


Francesco Palazzo



Ogni volta che un congiunto di un condannato per mafia si concede ai mezzi d’informazione, così come ha fatto la figlia di Riina, si registrano le repliche dei familiari di vittime della violenza mafiosa. Reazioni comprensibili e condivisibili, non stiamo qui a discutere, dovute e legittime. Ma che, secondo me, non colgono il senso dell’operazione che il giornalismo tenta, di volta in volta, di porre in essere. Chi prova a raccogliere notizie, deve solo farle parlare nella maniera più semplice e diretta. Non ci si deve aspettare che un cronista costringa con la forza uno stretto familiare di un capomafia, sulla cui testa gravano ormai più ergastoli, sanciti dai tre gradi di giudizio, e che non ha mai mostrato segni di ravvedimento, a pronunciare parole di condanna verso il congiunto. Il compito del giornalismo, in casi come questo, non è quello di imporre i propri schemi ideologici o morali, realizzando servizi addomesticati. Non è, il giornalista, il vendicatore di nessuno. Non è neppure il portavoce della rabbia che cova nella società contro l’arroganza sanguinaria e finanziaria delle mafie. Si pongono domande e si ottengono risposte, silenzi, mezze verità, bugie. Questo è tutto. Quello che esce fuori da questa interazione si mostra al pubblico, che poi si farà un’opinione sulla realtà presentata. In particolare, nel caso specifico, sarebbe stato opportuno che non ci si fosse limitato a leggere soltanto l’intervista sulla carta stampata. Contemporaneamente è stato realizzato un video. Che è possibile facilmente reperire e visionare su internet, e che qualitativamente, a mio avviso, supera qualsiasi parola impressa sulla carta di un quotidiano. Ebbene, in quelle riprese, oltre le frasi pronunciate dalla Riina, contano molto di più, e dicono molto di più, i ripetuti primi piani sul viso, sulle mani, sulla figura dell’intervistata. Sono dei segnali non verbali estremamente interessanti. Che ci provengono da un universo quasi sconosciuto. Ma prescindiamo dal caso in questione, del quale ciascuno ha potuto trarre giudizio leggendo e guardando. In generale, l’opinione pubblica non ha niente da perdere e molto da guadagnare nel sentir parlare i familiari dei mafiosi. Non perché ci dispensano teorie sociologiche o criminologiche, che siamo ben in grado di formulare da soli, né in quanto pronunciano riprovazioni pubbliche nei confronti dei loro familiari e della vita che hanno vissuto. Ovviamente, se ci sono ripensamenti esistenziali, che ben vengano. A noi interessa la testimonianza diretta di questi soggetti, la loro vita, non quello che pensano i giornalisti. Ciò aumenta il nostro bagaglio conoscitivo. Invece di sbarrare le porte a tali eventi, facendosi vincere da una prima, e ripetiamo giustificata, reazione a pelle, si accolga, quando accade, la loro volontà di raccontarsi. Senza pretendere che dicano esplicitamente ciò che noi vorremmo. Niente viene rimesso in discussione di quanto già acquisito. Le certezze storiche e processuali, sia chiaro, rimangono tali. Per ieri, per oggi e per domani. Qualcuno potrà, e con parecchie ragioni, ritenere che certe aperture alla stampa e alle televisioni siano funzionali e strumentali a qualcos’altro. Che concorrano, cioè, al fine di portare acqua al mulino di chi si espone e al contesto che, di fatto, rappresenta o condivide. Può essere. Non sarebbe, del resto, la prima volta. Tuttavia, un’antimafia matura, non emotiva, deve essere in grado di capire quando ciò accade. E lo può fare, compiutamente, ascoltando in presa diretta, senza i filtri interpretativi degli esperti di turno, chi decide di aprire, certo a modo suo, con schemi mentali propri, una finestra sul mondo, tra molte virgolette, normale. Perché una società come quella siciliana, che da 150 anni produce, nutre e fa crescere, sia nella sua parte borghese che in quella popolare, il sistema mafioso, di normale ha ben poco. Bisognerà vedere e valutare caso per caso. Lucidamente e senza eccessive paure. In ogni caso, il silenzio e la censura, comunque la si pensi sui singoli episodi, fanno più bene alla mafia che all’antimafia.

sabato 31 gennaio 2009

Religione civile e chiese di Sicilia

CENTONOVE
30 1 09
Pag. 47
PER UNA RELIGIONE CIVILE
Francesco Palazzo


Recentemente si è avviato il dibattito su come i cattolici italiani possono contribuire alla realizzazione di una religione civile. Intesa, quest’ultima, come principio unificatore, non confessionale, di un popolo. Una sorta di etica pubblica condivisa. Parlare di cattolicesimo italiano, come se fosse un blocco monolitico, può essere fuorviante. Occorre guardare da vicino le singole realtà regionali per farsi un’idea meno approssimativa. Concentriamoci sulla Sicilia. Sul piano teorico si possono avanzare tante considerazioni. Può essere, però, utile riferirsi a due casi concreti e recenti. Ciò consente di allargare subito il campo dal cattolicesimo al cristianesimo e di comparare due modi diversi di porsi nei confronti della società dei due spezzoni fondamentali del cristianesimo: quello cattolico e quello protestante. Cominciamo dal primo. Abbiamo appreso che l’arcivescovo di Palermo, durante un incontro con il rettore dell’ateneo del capoluogo, svoltosi qualche giorno dopo l’epifania, ha chiesto, per gli universitari, l’apertura al culto della cappella di S. Giuseppe, che si trova presso la facoltà di giurisprudenza, e l’individuazione di un simile presidio di fede in viale delle Scienze, dove sorge il principale polo dell’università palermitana. Entriamo nel merito. Se la religione cattolica fosse minoritaria, agente in territorio nemico, povera, il suo massimo rappresentante in città avrebbe tutta la necessità nel chiedere siti dove esercitare il culto. Si da, però, il caso, evidente a chi conosca anche solo superficialmente il centro antico di Palermo, che la zona compresa tra la facoltà di giurisprudenza e viale delle Scienze è piena di chiese cattoliche. Peraltro, nella stessa area si trovano pure la cattedrale, la curia, il seminario e la facoltà teologica. Posti che, in quanto a spazi per riti liturgici o incontri di altro tipo, potrebbero semmai ospitare altri che ne fossero sprovvisti. C’è anche da valutare la laicità dei luoghi pubblici. L’università è il luogo del sapere. Funzione che dovrebbe contemplare l’universalità e non sposarsi con frammenti, seppure maggioritari, come la chiesa cattolica. Infine. Perché i cattolici hanno sempre questa impellenza di chiedere pur avendo e ricevendo già in sovrabbondanza? Ci pare, quella descritta, una strada che difficilmente può portare alla creazione di una religione civile. Perché mostra una chiesa più attenta ad aumentare la quantità dei riti, delle strutture per sé e non la qualità della sobria contaminazione con il tessuto sociale. Guardiamo il versante protestante. Nella prima domenica di ogni mese, i Valdesi celebrano la cena del Signore. Non ci sono trasformazioni di sostanze, il pane e il vino rimangono tali. E’ un memoriale, vuole sottolineare la presenza del Cristo e la comunione con lui. A noi importa il modo con cui la chiesa Valdese vive tale momento. Ci interessa perché indica un possibile percorso, tra i tanti, verso una religione civile. Le parole del pastore Giuseppe Ficara, durante la celebrazione del 4 gennaio, nel tempio che sorge nel centro di Palermo, sono state le seguenti. “La tavola è apparecchiata, questa non è la cena dei valdesi, dei credenti, di alcuni e alcune, ma la cena del Signore, aperta a tutti, è lui che ci invita, avvicinatevi”. Si rimane colpiti nel profondo. Ci troviamo di fronte a una chiesa che dona e non chiede. Che accoglie e non discrimina. Che, pur essendo estremamente povera di mezzi, non ne domanda, ma estende a tutti quel poco che ha. Che pone, perciò, le basi per un discorso comune e non per ragionamenti di parte. In tal modo i Valdesi contribuiscono alla formazione di una cittadinanza responsabile, che potrebbe essere una traduzione della religione civile di cui parliamo. L’esortare tutti ad avvicinarsi per condividere qualcosa di cui nessuno è padrone, ma tutti responsabili e chiamati, stimola a una cittadinanza attiva e attenta nei confronti di quanti gestiscono la cosa pubblica. E ciò proprio perché insegna a non attendere passivi dal potere, religioso o civile che sia, un qualcosa che spetta in quanto esseri umani partecipanti liberamente a un’assemblea comune. Sono due esempi minimi. Ma a volte, partendo dal piccolo, si possono meglio osservare e capire i grandi processi.

mercoledì 28 gennaio 2009

Palermo, i consiglieri vogliono il pass

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 28 GENNAIO 2009

Pagina I
Una bici elettrica a Sala delle Lapidi
FRANCESCO PALAZZO

Dopo che è passata la fase acuta della patologia, ci riferiamo alla vicenda dei pass automobilistici rilasciati in passato con una certa allegria dal Comune di Palermo, apprendiamo che i consiglieri comunali sono sul piede di guerra. Sono convinti che a loro, in quanto personalità pubbliche, il pass per le corsie preferenziali spetta di diritto. La legge è legge e c´è poco da discutere. Ma non è un capriccio la loro impuntatura. Va compresa e analizzata. Per gli abitanti di Palazzo delle Aquile, grosso modo, abbiamo capito quali sono i punti critici. Il problema è serio. E come tale, si fa per dire, vogliamo prenderlo. Sembra sia un trauma quotidiano, difficile da vivere, quello di raggiungere con i mezzi privati le sedi delle varie commissioni e l´aula consiliare. Così come trovare posteggio nei pressi di Palazzo delle Aquile. Quello di sostare a pochi metri dal traguardo finale è, per tutti i palermitani, dobbiamo ammetterlo, un bisogno fondamentale. Quasi un diritto costituzionale. Che sia il panettiere, il macellaio, il tabacchi o l´ufficio tal dei tali, se non c´è il contatto fisico, sentimentale, potremmo dire religioso, con la meta di volta in volta prefissatasi dal guidatore, non si è palermitani purosangue. Perché gli eletti dal popolo dovrebbero sfuggire a tale ineliminabile impronta genetica? Siccome il dilemma è grave, come tutte le vere difficoltà, va affrontato proponendo, al posto dei pass, un ventaglio d´ipotesi alternative e, ora ci vuole, percorribili. Prima idea. Dotiamo tutti i consiglieri comunali di una bici elettrica. A Palermo il bel tempo è la norma, perciò il mezzo è fortemente indicato. Non inquina e può servire, durante gli spostamenti, per guardare meglio la città e i suoi infiniti problemi. Disciplina in cui i consiglieri dovrebbero già essere esperti, ma non si sa mai. Come ritorno d´immagine per i singoli amministratori, visto che molti ci tengono parecchio, sarebbe portentoso e gratuito. Seconda soluzione, non necessariamente alternativa alla prima. Si mettano in circolazione dei piccoli bus dell´Amat, esclusivamente destinati agli spostamenti dei consiglieri. Tre o quattro navette sempre circolanti con fermate prefissate, distribuite in tutta la città, dovrebbero bastare alla bisogna. Anche in tal modo si potrebbe osservare attentamente e serenamente la città, che vive o boccheggia, e tutti ci guadagneremmo nell´avere amministratori aggiornati sulla vita ordinaria della comunità. Una terza via d´uscita alle antipatiche difficoltà motorie di quanti occupano gli scranni del palazzo di città è, ci rendiamo conto, più popolare. Si potrebbero fornire ai cinquanta soggetti due abbonamenti ciascuno, uno per gli autobus e un altro per la metropolitana. Dice, ma questa idea è banale, troppo semplice. Scusate, ma mica stiamo parlando della fusione nucleare a freddo. Vogliamo un esito ragionevole a una questione abbastanza minuscola, converrete, se guardiamo agli equilibri mondiali. Peraltro, il viaggiare su tali mezzi, consentirebbe ai nostri amici di rendersi conto di come funzionano i pubblici servizi nel campo della mobilità e cercare, se non altro per interesse personale, di migliorali. E poi negli autobus e in metropolitana si fanno un sacco d´incontri, tutti buoni per discutere di politica e cercare voti. Resta, ovviamente, sullo sfondo, un quarto scenario. Non dare salvacondotti automobilistici personali, neanche ai consiglieri, non prevedere misure alternative per questi ultimi e fare vivere a tutti la vita dei normali cittadini. Che comunque si spostano, talvolta con più profitto di quanti governano la cosa pubblica. Da quel che sappiamo nessuno è mai morto per questo. Quest´ultima evenienza è la meno probabile, la citiamo per puro diletto, non siamo certo a Stoccolma o a Oslo. Per dirla tutta, anche le prime tre proposte non ci aspettiamo che siano prese in considerazione. Ciò che più verosimilmente accadrà è che i pass ricominceranno a fiorire, forse non solo per i consiglieri, copiosi in primavera. Come le foglie degli alberi dopo il gelido inverno.