domenica 28 marzo 2010

Quei frati troppo moderni

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 28 MARZO 2010
Pagina XII
QUEI PICCOLI FRATI MESSI ALL´INDICE
Francesco Palazzo

La curia di Caltanissetta, dopo averli accolti in alcuni locali adiacenti alla cattedrale, ha allontanato i "Piccoli frati e suore di Gesù e Maria", ordine religioso nascente e ancora non ufficializzato dalla Chiesa. Le forme di comunicazione che predilige sono leggermente diverse da quelle in uso normalmente nelle chiese cattoliche. Basta dire che il fondatore ha assunto il nome di Fra´ Volantino. E sono proprio questi modi innovativi di rapportarsi con l´esterno che hanno creato problemi. Alcuni fedeli hanno scritto al vescovo, e la storia delle comunità cristiane è piena di fedeli che scrivono anonimamente ai vescovi, lamentando la modernità di questi sei francescani. L´accusa viene da lontano. Il modernismo fu una corrente culturale e religiosa negli ultimi due decenni dell´Ottocento e nei primi due del Novecento. Il tentativo era quello di portare il cristianesimo alla sua essenza originaria e di conciliarlo con il mondo moderno. I principali esponenti furono scomunicati o sollevati dagli incarichi di insegnamento. Ovviamente i tempi sono così diversi che è ardua ogni comparazione. Anche se era da tempo che non sentivamo affibbiare il rimprovero di modernità a qualcuno. Ma cosa si contesta ai giovanissimi religiosi? Pare che cerchino di avvicinare i giovani frequentando discoteche e pub. Tali approcci, evidentemente, sono stati ritenuti eccessivamente disinvolti e poco consoni all´abito che indossano i giovani religiosi. Leggiamo che si è intimato ai frati (ci sono anche suore?) di cambiare atteggiamento e di attenersi a «disposizioni inderogabili» che non vengono specificate. Solo che Fra´ Volantino, a nome della piccola comunità cristiana di stanza a Caltanissetta, non le ha accettate, e la questione si è chiusa con la fuoriuscita dei religiosi dall´alloggio curiale. La notizia ci permette di fare alcune considerazioni sui rapporti tra i giovani e la Chiesa cattolica. Come ben sappiamo, prima da neonati, con il battesimo, poi da bambinetti con la prima comunione, quindi con la cresima, ci si trova intruppati in un´esperienza religiosa che si vive come un´imposizione o con indifferenza. O, addirittura, senza consapevolezza alcuna quando si hanno pochi giorni o mesi di vita. Ai genitori, più che l´intimo convincimento dei figli e delle figlie, interessa aggiungere al medagliere dei pargoli alcune medagliette, qualche festa con i parenti, regali e così via. Il risultato è che i ragazzi e le ragazze, non appena varcano la soglia dei tredici anni e approdano alla scuola superiore, ma spesso anche prima, non vogliono più saperne della dimensione religiosa. E dobbiamo dire che è una grossa perdita nella loro vita. Non già perché le chiese si svuotano, ma perché rinunciano troppo presto a qualcosa senza avere avuto la possibilità di conoscerla veramente. Per tenersi almeno i bambini, alcuni parroci attuano forme di controllo incredibili e ossessive. Come fornire una tessera da bollare ogni qual volta si va a messa la domenica. Ora, non sappiamo se andare nei pub per incontrare i giovani sia il modo migliore per tentare di riallacciare il discorso religioso e affrontare tematiche diverse dal bere come spugne o dal possedere l´ultimo palmare. Ma la scelta dei "Piccoli frati e suore di Gesù e Maria", anche a un non credente, può apparire di un qualche significato, proprio perché agita, speriamo con discrezione, nei luoghi privilegiati dai giovani per socializzare. Non capire questo, e tacciare di modernità, intesa come un disvalore, una semplice azione di approccio verso le fasce giovanili, significa davvero condannarsi a ospitare nelle chiese bambini presenti per costrizione e adulti che rischiano di essere né moderni né antichi. Ma semplicemente banali.

giovedì 11 marzo 2010

Palermo, una violenza che viene da lontano

LA REPUBBLICA PALERMO
Giovedì 11 Marzo 2010 – Pagina XIX
Ma Palermo non è mai stata una città senza violenza
Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa
Francesco Palazzo

Dopo l´omicidio di Enzo Fragalà, che è difficile inquadrare nella vendetta di un singolo, visto che la missione di morte è stata perseguita con lucida e criminale determinazione, hanno colpito le dichiarazioni di coloro che non riconoscono più Palermo dopo un fatto così grave. Si è anche parlato di una città serena prima della mortale aggressione. Si tratta di reazioni che vorremmo condividere. Poiché, però, dobbiamo fare i conti con ciò che viviamo oggi, e abbiamo vissuto nel passato, e non con quelli che possono essere i nostri desideri o il legittimo orgoglio di una città nuovamente ferita, ci troviamo costretti a fare un´analisi diversa sul capoluogo siciliano. Quando, negli ultimi decenni, Palermo è stata una città serena, pacificata? Potremmo partire dal 1959, quando venne abbattuta, in una sola notte, Villa Deliella, che possiamo prendere come simbolo di quello che fu il sacco di Palermo. Ossia il deturpamento violento del territorio cittadino. Negli stessi anni si svolgeva la prima guerra di mafia, che vedeva la mafia di campagna di Ciaculli, alleata già con i corleonesi, combattere contro le cosche del centro di Palermo. Decine di morti e giuliette al tritolo. Una mafia, quella, che se ne uscirà assolta da ben due processi, alla fine degli anni Sessanta. Non cominciarono con minore ferocia gli anni Settanta, con l´assassinio, nel 1971, del procuratore Scaglione e con una mafia che diventava sempre più ricca e sottovalutata. Non è il caso di fare il lungo elenco di morti violente che ognuno di noi conosce bene. Sono stati uccisi preti, magistrati, figure istituzionali, segretari di partito, giornalisti, bambini, imprenditori. Città serena? Ma di cosa stiamo parlando? Possiamo solo dire che era mafia, ma non solo mafia. Ossia che questa città ha prodotto, e continua a produrre, veleni, compromissioni, connivenze, silenzi, che hanno aumentato il tasso di imbarbarimento della vita pubblica. Cosa sono state, infatti, le biografie di due uomini come Falcone e Borsellino, se non il risultato di un tessuto urbano dove ha prevalso la violenza? E non parliamo di quella mafiosa, abbastanza visibile, ma di quella, sia dei colletti bianchi che della cultura popolare, che ha consentito ai due magistrati di restare isolati e, forse, consegnati ai boia di cosa nostra. Il modo in cui sono morti, ancora coperto di misteri per quanto riguarda i mandanti esterni, le cointeressenze che portarono a quelle stragi, rimandano infatti a un mosaico omertoso e criminogeno, di cui l´esercito criminale mafioso è solo un tassello, abbastanza visibile a chi abbia occhi per vederlo. Negli ultimi due decenni il potere mafioso ha trovato nuovi equilibri e rapporti con la politica. E non ci riferiamo alle sentenze di condanna, che pur ci sono state insieme a quelle di assoluzione. Ma a un giudizio politico e storico, su cose e persone, che è abbastanza evidente a tutti noi. Non c´è stata solo la criminalità politico-mafiosa a rendere angosciata Palermo. C´è stata anche la politica, intesa come pura gestione dell'amministrazione. Cosa è oggi, questa, se non una città disgregata, che ha perso, se mai l´ha avuto, un minimo senso comune di cittadinanza condivisa, che permette di riconoscere l´altro come appartenente alla mia stessa comunità? Oggi ognuno di noi ha la sue idee, e soprattutto la sue pratiche, di Palermo. Le periferie sono lande desolate, il centro è composto da mille egoismi che, proprio perché tali, vanno ognuno per proprio conto. La politica, nel luogo istituzionale dove è rappresentata in conseguenza di libere elezioni, dovrebbe fornire questo riferimento comune. Ma è a tutti evidente che non ce la fa. No, questa non è una città serena. Non lo era ieri, non lo è oggi. Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa. Non sappiamo se sia vera la frase attribuita a un politico palermitano di lungo corso, il quale avrebbe dichiarato che questa è la Palermo di sempre, una città di accoltellatori. Siamo però abbastanza convinti che l´uccisione di un brillante avvocato e uomo politico, avvenuta di fronte a uno dei palazzi di giustizia più presidiati d´Italia, non ha a che fare esclusivamente con la ricerca di una vile mano assassina. Ma pone i palermitani, ancora una volta, di fronte a tutta la loro storia recente.

venerdì 5 marzo 2010

Palermo città serena?

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 9 del 5/3/2010
Pag. 2
Fragalà e l'inferno Palermo

Francesco Palazzo

Dopo l'omicidio di Enzo Fragalà, che è difficile inquadrare nella vendetta di un singolo, visto che la missione di morte è stata perseguita con lucida e criminale determinazione, hanno colpito le dichiarazioni di coloro che non riconoscono più Palermo dopo un fatto così grave. Si è anche parlato di una città serena prima della mortale aggressione. Si tratta di reazioni che vorremmo condividere. Poiché, però, dobbiamo fare i conti con ciò che viviamo oggi, e abbiamo vissuto nel passato, e non con quelli che possono essere i nostri desideri o il legittimo orgoglio di una città nuovamente ferita, ci troviamo costretti a fare un'analisi diversa sul capoluogo siciliano. Quando, negli ultimi decenni, Palermo è stata una città serena, pacificata? Potremmo partire dal 1959, quando venne abbattuta, in una sola notte, Villa Deliella, che possiamo prendere come simbolo di quello che fu il sacco di Palermo. Ossia il deturpamento violento del territorio cittadino. Negli stessi anni si svolgeva la prima guerra di mafia, che vedeva la mafia di campagna di Ciaculli, alleata già con i corleonesi, combattere contro le cosche del centro di Palermo. Decine di morti e giuliette al tritolo. Una mafia, quella, che se ne uscirà assolta da ben due processi, alla fine degli anni sessanta. Non cominciarono con minore ferocia gli anni settanta, con l'assassinio, nel 1971, del procuratore Scaglione e con una mafia che diventava sempre più ricca e sottovalutata. Non è il caso di fare il lungo elenco di morti violente che ognuno di noi conosce bene. Sono stati uccisi preti, magistrati, figure istituzionali, segretari di partito, giornalisti, bambini, imprenditori. Città serena? Ma di cosa stiamo parlando? Possiamo solo dire che era mafia, ma non solo mafia. Ossia che questa città ha prodotto, e continua a produrre, veleni, compromissioni, connivenze, silenzi, che hanno aumentato il tasso di imbarbarimento della vita pubblica. Cosa sono state, infatti, le biografie di due uomini come Falcone e Borsellino, se non il risultato di un tessuto urbano dove ha prevalso la violenza. E non parliamo di quella mafiosa, abbastanza visibile, ma di quella, sia dei colletti bianchi che della cultura popolare, che ha consentito ai due magistrati di restare isolati e, forse, consegnati ai boia di cosa nostra. Il modo in cui sono morti, ancora coperto di misteri per quanto riguarda i mandanti esterni, le cointeressenze che portarono a quelle stragi, rimandano infatti a un mosaico omertoso e criminogeno, di cui l'esercito criminale mafioso è solo un tassello, abbastanza visibile a chi abbia occhi per vederlo. Negli ultimi due decenni il potere mafioso ha trovato nuovi equilibri e rapporti con la politica. E non ci riferiamo alle sentenze di condanna, che pur ci sono state insieme a quelle di assoluzione. Ma a un giudizio politico e storico, su cose e persone, che è abbastanza evidente a tutti noi. Ma non c'è stata solo la criminalità politico-mafiosa a rendere angosciata Palermo. C'è stata anche la politica, intesa come pura gestione dell'amministrazione. Cosa è oggi, questa, se non una città disgregata, che ha perso, se mai l'ha avuto, un minimo senso comune di cittadinanza condivisa. Che permette di riconoscere l'altro come appartenente alla mia stessa comunità. Oggi ognuno di noi ha la sue idee, e soprattutto la sue pratiche, di Palermo. Le periferie sono lande desolate, il centro è composto da mille egoismi che, proprio perché tali, vanno ognuno per proprio conto. La politica, nel luogo istituzionale dove è rappresentata in conseguenza di libere elezioni, dovrebbe fornire questo riferimento comune. Ma è a tutti evidente che non ce la fa. No, questa non è una città serena. Non lo era ieri, non lo è oggi. Il delitto di Enzo Fragalà non segna affatto una discontinuità criminale, isolabile, folle e improvvisa. Non sappiamo se sia vera la frase attribuita a un politico palermitano di lungo corso, il quale avrebbe dichiarato che questa è la Palermo di sempre, una città di accoltellatori. Siamo però abbastanza convinti che l'uccisione di un brillante avvocato e uomo politico, avvenuta di fronte a uno dei palazzi di giustizia più presidiati d'Italia, non ha a che fare esclusivamente con la ricerca di una vile mano assassina. Ma pone i palermitani, ancora una volta, di fronte a tutta la loro storia recente.

venerdì 26 febbraio 2010

Ponte sullo stretto: no, sì, forse.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 8 del 26/2/2010
Pag. 55
Ponte, non parliamo di fondi
Francesco Palazzo

Sulla realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, di cui si cominciò a discutere nel secolo diciottesimo, si sono catalizzate nel tempo varie prese di posizione. Se cercate sulla rete ne troverete una rassegna infinita. C'è chi sostiene che il ponte rimarrebbe chiuso per lunghi periodi dell'anno ai treni, c'è chi addirittura afferma che, a causa dei venti, la chiusura sarebbe totale per almeno tre mesi l'anno. Non manca chi sottolinea una grande spaccatura tettonica proprio sotto la zona dove sorgerà uno dei pilastri portanti. Si potrebbero aggiungere tanti altri punti interrogativi, più o meno attendibili. Ma, per qualsiasi certezza assoluta, troverete una spiegazione esattamente opposta, un qualcuno che bolla come incompetente qualcun altro. Mi guardo bene, da assoluto inesperto in questioni tecniche, dal prendere posizione su tematiche davvero di ardua comprensione e di così accesa disputa. Forse qualcosa si potrebbe chiosare riguardo ai costi. Pare che alla fine, ma non mi impiccherei sulla notizia, lieviteranno molto rispetto a quanto inizialmente preventivato. Non è questione da poco. Dopo le autostrade d’oro, gli ospedali di diamante, non vorremmo avere il ponte di platino. Anche su questo, agli esperti delle contrapposte tifoserie, l'ardua sentenza. Ciò che da profano mi da un certo fastidio, ma cercherò di sopravvivere pure a questo, è l'assoluta divergenza su tutto senza che si arrivi a un punto di vista comune. E non parliamo mica di metafisica, ma di argomenti sui quali qualche punto fermo dovremmo averlo. Su due aspetti più generali, però, azzardo qualche opinione. Il primo accarezza un vecchio pretesto ideologico, ormai logoro e inutile. Si dice, da più parti, che al posto di quest’opera si potrebbero realizzare tante altre infrastrutture di cui la Sicilia e la Calabria risultano gravemente carenti, ove non del tutto sprovviste. Questo tipo di argomentazione, al di là del contesto in cui viene utilizzata, mi ha sempre convinto decisamente molto poco. Se la Sicilia e la Calabria navigano in brutte acque anche sul versante delle infrastrutture strategiche, cosa indubitabile, non è stato certo per la mancanza di fondi, che nei decenni precedenti non sono affatto mancati. Forse sono stati spesi male, dilapidati. Togliamo il forse. Ma questo chiama in causa, più che il ponte, la classe dirigente meridionale, di ieri e di oggi. I soldi che lo stato spenderà per il collegamento in questione c’entrano ben poco. Per dire. Che fine hanno fatto in Sicilia i fondi europei di agenda 2000? E quale sarà il destino di quelli relativi al periodo 2007/2013? Parliamo sempre di miliardi di euro. Con i quali si potevano realizzare e si potrebbero fare cose strabilianti. Altro che chiacchiere. Se a questi finanziamenti sommiamo quelli che hanno raggiunto e raggiungeranno la Calabria, ci rendiamo conto che il problema non è avere i quattrini, ma saperli spendere nel verso giusto. Dire, allora, dateci i soldi del ponte per altre opere urgenti e prioritarie, a volere essere onesti, non è proprio una buona argomentazione. Il secondo aspetto su cui è possibile intervenire, pur non essendo esperti di niente, è quello ambientale. Molti pongono, legittimamente, problemi di carattere paesaggistico sulla realizzazione dell’opera. Ma qui va detto che le grandi opere, in tutte le parti del mondo dove sono state costruite, hanno generato le veementi proteste, rispettabilissime, di quanti preferiscono lasciare invariate le condizioni che gli eventi naturali hanno disegnato per noi. Va aggiunto, tuttavia, che anche la natura, che muta come tutto ciò che ci circonda, ha un suo decorso storico, è situata nel divenire, non è mai uguale a se stessa nei tempi lunghi. Dunque, si può senza dubbio suonare l'allarme su quello che oggi è il concetto di natura sullo stretto di Messina e sull'impetto ambientale che avrebbe il ponte sullo scenario paesaggistico che abbiamo imparato a conoscere tra Scilla e Cariddi. Ma non può sfuggire che i concetti di natura, di ambiente, di salvaguardia, si inseriscono in un codice culturale dinamico ed evolutivo, mai uguale a se stesso una volta per tutte. Insomma, anche sull'impatto ambientale si può discutere. Senza maledire coloro che, sempre tenendo conto dell'ambiente e della natura, ritengono il ponte qualcosa in grado di migliorare l'habitat complessivo, e l'economia, della zona in cui sorgerà.

domenica 21 febbraio 2010

Puglisi e lo scantinato di Via Hazon dopo 17 anni

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 21 FEBBRAIO 2010
Pagina XXV
IL SOGNO DI PUGLISI REALIZZATO A METÀ
Francesco Palazzo

Don Pino Puglisi spese gli ultimi tre anni di vita, a Brancaccio, cercando di guidare la parrocchia che gli era stata affidata, San Gaetano, in modo che la sua azione pastorale non restasse chiusa dentro le mura della piccola chiesa. Se si fosse limitato a generiche prediche contro il malaffare, come tante se ne sentivano allora, probabilmente non avrebbe trovato la morte il 15 settembre del 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Volle fare di più, uscì dalla sacrestia e incontrò il territorio, la politica. E facendo ciò trovò sulla sua strada un gruppo di persone, costituenti l'Associazione intercondominiale Hazon, che si battevano affinché la parte più sofferente del rione avesse una fognatura funzionante, servizi non da Terzo mondo che potessero consentire una normale convivenza civile. Sia l'Associazione che Puglisi puntarono subito, come simbolo di un quartiere che da lì poteva rinascere, sul recupero degli scantinati abbandonati di un palazzo della via Azolino Hazon. Non parliamo di un aspetto secondario dell'opera di Puglisi. Se provate a digitare su Google l'accoppiata Puglisi-Hazon, vi compariranno centinaia di notizie al riguardo. Allora quel luogo era un ricettacolo di criminalità, di illegalità, deposito di refurtiva rubata e zona franca per la mafia. Che proprio in quella zona trovava, a buon mercato, manovalanza sempre fresca da impiegare nelle incombenze quotidiane. Pare che lì le cosche nascondessero armi e droga. In quei locali don Pino voleva che sorgesse un distretto socio-sanitario. Ma quelle stanze, per lungo tempo dopo l'omicidio del parroco, rimasero murate, anche se non terminò il loro uso privato e, forse, criminale. A metà degli anni Novanta tutto era pronto per acquistarli, ma l'amministrazione cittadina dell'epoca e il movimento antimafia del quartiere si opposero. Si temeva che i soldi finissero in circuiti finanziari equivoci. Insomma, un sacerdote viene ucciso e le istituzioni da una parte murano, dall'altra hanno paura di affrontare la questione con il coraggio e la determinazione necessari. Un doppio errore. Da quel momento quei locali divennero sempre più discarica. Poi il Comune decise di comprare. Nel 2003 rassicurava che, a parte gli spazi esterni che sarebbero diventati un parco auto per la polizia municipale, avrebbero ospitato centri di aggregazione, servizi sociali e un presidio sanitario. Contemporaneamente l'amministrazione si impegnava a dare proprio in quel luogo una sede al Comitato intercondominiale Hazon. Ora, dopo quasi diciassette anni, quei locali sono stati ristrutturati. Come dire, la mafia colpisce velocemente, l'antimafia e la legalità camminano come le tartarughe. Merito a chi ha comunque risolto la vicenda. Il problema è che per quella struttura adesso il Comune non parla più di centri di aggregazione o presidi sanitari. È stata assegnata e consegnata alla polizia municipale. Apprendiamo pure che la stanzetta promessa al Comitato intercondominiale non è più disponibile. Si provvederà cercando qualche altro immobile a Brancaccio. Campa cavallo. In quell'edificio, per primi, dovevano entrare questi collaboratori di Puglisi. Al quale, se ancora fosse tra noi, diventerebbero le orecchie rosse come il fuoco. Come quando si incavolava.

venerdì 19 febbraio 2010

Tifosi in fuga

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 7 del 19 2 2010
Pag. 54
Palermo, quegli strani tifosi
Francesco Palazzo

Si può essere tifosi sfegatati, di quelli che mai al mondo si perderebbero la partita interna della squadra del cuore, andando allo stadio col solleone e con la tempesta, e disinteressarsi del risultato finale? Per quanto riguardi solamente lo sport e non i massimi sistemi, l’enigma deve essere in qualche modo affrontato. Almeno da quanti, come me, abitano nei dintorni dello stadio palermitano. Perché già subiamo l’inconveniente di non vivere le sorprese legate allo sviluppo dei momenti più avvincenti. Guardi un’azione importante in televisione e cinque secondi prima, a causa del lieve ritardo con cui giungono le immagini, sai come finisce. Un boato assordante e prolungato vuol dire che i nostri hanno segnato. Uno secco e brevissimo, sottolinea un tiro che non si è insaccato nella porta avversaria. In mezzo vi sono tanti rumori gutturali che descrivono, prima ancora che il video rimandi le immagini, un fallo non fischiato, un’azione capovolta e via dicendo. Sino ad arrivare al silenzio assordante che fa capire, sempre anzitempo, al malcapitato telespettatore che dimora nei pressi dello stadio, che la squadra avversaria ha fatto gol. Tanto che nell’ultimo quarto d’ora, visto che l’acustica precede la visione diretta, preferisco affacciarmi in balcone e percepire da quella postazione come sta andando a finire nel catino del Barbera. Ed è proprio in quel frangente finale della partita, dove in genere la tifoseria si scalda tantissimo, soprattutto se il risultato è in bilico, che vedo uscire dallo stadio almeno un migliaio di persone. Non tutte insieme, ma è un flusso costante. Si allontanano senza girarsi, alcuni sveltissimi, sembra che fuggano dal luogo del delitto. Ora, posso capire se lasci un cinque a zero contro e mandi tutti a quel paese. Oppure se ti basta un tre a zero a favore e non vuoi più umiliare gli avversati. Lo capisco, ovviamente, sino a un certo punto. Perché per un tifoso doc, per il quale i colori rosanero, o di qualsiasi altra formazione, sono qualcosa che si avvicina alla religione, la partita è qualcosa da assaporare sino all’ultimo nanosecondo. Come il ghiacciolo che si è soliti consumare sugli spalti succhiando pure il legnetto e che il venditore-titatore scelto ti fa planare sulle mani, a molti metri di distanza, non sbagliando mai mira. Ma una partita, e ve ne sono tante, quasi tutte, il cui esito è in bilico sino all'ultimo secondo, che non ti fa respirare sino all’ultimo, come si fa ad abbandonarla sul più bello? Ci vogliono motivi più che seri. Può essere che i nostri circa mille tifosi, (saranno, poi, sempre gli stessi?), si ricordino improvvisamente che a loro del destino calcistico dei rosanero non gliene può fregare di meno. Sono lì per caso (il nipote o il cognato cui non si poteva dire di no, ma che a un certo punto si abbandonano furtivamente avanzando poi malori incontenibili) o per abitudine familiare, di quelle che si tramandano di generazione in generazione. Che il Palermo vinca, perda o pareggi, non importa loro più del buco nell’ozono. Oppure, seconda ipotesi, tra le tante possibili, un sms perentorio della consorte comanda il rientro precipitoso perché la suocera aspetta. Forse questi sono quelli che vengono fuori dal campo sportivo a testa china, visibilmente frustrati. C’è anche da considerare, come terza possibile supposizione, che i mille in fuga non escano affatto dallo stadio. Potrebbero essere i posteggiatori abusivi, presenti in massa e in alta uniforme per onorare l'evento. Nell’attesa che i possessori dei mezzi, lasciati in loro custodia dietro pagamento del pizzo, vengano a riprendersi quanto di loro proprietà, tornano alle loro postazioni di lavoro dopo la consueta riunione sindacale quindicinale. Tutte queste domande, ovviamente, non ho motivo di farmele quando il Palermo gioca lontano dal Barbera. Nessun boato, proveniente dallo stadio, che spezza un’emozione, che anticipa la traiettoria di un tiro in porta, di un cross. Ogni azione è una sorpresa, sino alla conclusione dell’incontro. A meno che non decida, così, improvvisamente, per vedere l’effetto che fa, di spegnere tutto un quarto d’ora prima della fine.

venerdì 12 febbraio 2010

La doppia scheda e l'elettore sdoppiato

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 6 del 12 /02/2010
Pag. 2
DOPPIA SCHEDA DAL CILINDRO
Francesco Palazzo

Il Partito Democratico siciliano chiederà, con il supporto dell'UDC, l'introduzione della doppia scheda per l'elezione di sindaci e presidenti di provincia, adesso eletti, in tutta Italia, in un'unica scheda insieme ai consigli comunali e provinciali. Tale iniziativa, così è stato detto, è ritenuta una delle riforme più ambiziose che il partito si propone. Per i democratici, la legge attuale mortifica la volontà degli elettori. Sotto c'è la convinzione, che sino ad oggi attribuivamo solo al credo berlusconiano, che l'elettore medio abbia la cultura di un bambino undicenne neanche tanto intelligente. Al momento di votare, infatti, non si renderebbe conto che la preferenza per il candidato al consiglio comunale e provinciale, ove non esprima una scelta per un candidato sindaco o presidente di provincia, vada direttamente al candidato alla carica di primo cittadino o presidente di provincia legato automaticamente alla lista del candidato consigliere prescelto. Sembra uno scioglilingua, in realtà sta a significare che, per beata ignoranza, l'elettore finisce per mandare sugli scranni più alti delle amministrazioni gente che mai voterebbe se avesse a disposizione una seconda scheda. Ma è proprio così? La nostra ipotesi, al contrario, è che il corpo elettorale sappia moto bene quello che fa e che se il centrosinistra perde, per fare un esempio, otto province su nove, come accaduto nell'ultima tornata elettorale, si deve non già alla mancanza della doppia scheda, ma ad una scarsa appetibilità politica presso l'elettorato. Le leggi elettorali non possono surrogare un consenso deficitario. La questione, a volerla esaminare nella sua completezza, investe non soltanto la possibilità di scelta dell'elettore, cui si lancia il messaggio dissociante del voto disgiunto come regola fissa, ma essenzialmente la politica. In sostanza, si vogliono sempre più sganciare sindaci e presidenti di provincia dalle maggioranze che li portano alla vittoria. Il momento è quello giusto. Cosa sta accadendo alla regione, garante il PD, se non una prova generale di quella che si immagina dovrebbe essere la vita in comuni e province se dovesse passare la norma della doppia scheda? C'è lo spappolamento della maggioranza uscita dalle urne e la permanenza del presidente che da quella maggioranza è stato eletto con la stessa scheda elettorale. E meno male che sinora c'è la scheda unica anche alla Regione. Perché il PD vuole lo sdoppiamento pure in questo caso. Chissà cosa avremmo visto con un capo dell'esecutivo regionale eletto con una scheda tutta sua. Se così siamo “solo” al terzo governo di legislatura, con un presidente della regione del tutto autonomo dai partiti saremmo ai governi settimanali. E' questo che si vuole per gli enti locali? Avremmo in giro per la Sicilia tanti sceriffi, sindaci o presidenti di provincia, che cambierebbero esecutivi e maggioranze come la mattina noi ci cambiamo la camicia. E ciò delineerebbe un maggiore rispetto della volontà popolare e più stabilità nella gestione della cosa pubblica? Ci pare strada che non spunta. C'è invece bisogno, proprio per garantire meglio il cittadino-elettore, di un più stretto rapporto tra i partiti, le liste, gli eletti nelle assemblee rappresentative e le cariche monocratiche, siano esse quelle di sindaco, presidente di provincia o di regione. Senza fare di questi ultimi, come già in qualche caso comincia ad avvenire, variabili impazzite, che a tutto rispondono, tranne che al cittadino elettore. Se proprio si vuole favorire l'elettorato attivo, si dovrebbero inserire, casomai, dei paletti legislativi più stretti. Due proposte. Presentare subito, in campagna elettorale, la squadra degli assessori al completo, eventuali sostituzioni dovrebbero essere dei fatti straordinari, non la norma, come ormai è diventato. Con azzeramenti progressivi di giunte e stravolgimenti completi delle coalizioni premiate nei seggi. Per evitare quest'ultima evenienza, seconda proposta, si dovrebbe inserire nella legge elettorale una piccola postilla, semplice e lineare: se perdi la maggioranza si torna al voto. L'elezione diretta ad una carica non è affatto un mandato divino, da difendere con i denti qualsiasi cosa accada. Ovunque in Italia negli enti locali, per ultimo a Bologna, si torna a votare quando non vi sono più le condizioni per andare avanti. Non ci pare che sino a oggi siano successi cataclismi.

sabato 6 febbraio 2010

Chiesa e mafia. Fermi a Giovanni Paolo II?

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 06 FEBBRAIO 2010
Pagina XIX
SE LA CHIESA PASSA DALLE PAROLE AI FATTI
Francesco Palazzo


La chiesa italiana, per bocca del siciliano Mariano Crociata, segretario generale della CEI, torna ad affermare solennemente che i mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa e che a loro deve essere rivolto l'invito a ravvedersi e a cambiare vita. Molti osservatori, a ragione, vedono in questi pronunciamenti dei vescovi una continuità con il monito lanciato da Giovanni Paolo II da Agrigento. Era il maggio del 1993 e si era all'indomani delle stragi. Dal 1993 sono trascorsi ben diciassette anni e la Chiesa italiana sul tema della lotta alle mafie - nonostante il sacrificio di preti eroici come don Pino Puglisi - è ancora ferma alle dichiarazioni di principio. Affermare, come fa monsignor Crociata, che "l'atteggiamento della Chiesa verso i mafiosi è l'invito al ravvedimento e alla conversione", significa tutto e niente. Nel senso che si tratta di un generico appello, un mero auspicio, che non sposta di un millimetro l'azione della pastorale ecclesiastica sulla lotta al potere mafioso. Così come mi pare del tutto ovvio sottolineare, ancora una volta, che i mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa. Eppure si continuano ad amministrare i sacramenti anche a persone che hanno alle spalle sentenze per mafia passate in giudicato. Siano esse appartenenti alla mafia militare, che facenti parte di quanti appoggiano e aiutano le mafie con l'attività politica e professionale. Anche per la Chiesa è tempo di lasciare al loro destino le reprimende generiche contro le cosche e passare a un'azione quotidiana di contrasto. Fatta magari non di dichiarazioni astratte, ma di tangibili e concreti segnali da incarnare nelle parrocchie. Perché è facile sostenere da Roma tesi condivise. Più complicato è mettere in atto nelle comunità parrocchiali alcune iniziative più incisive. Due proposte potrebbero essere subito attuate, una sul piano della comunicazione e un'altra nell'ambito della liturgia. La prima. Provi la chiesa a comporre un manifesto di condanna alle mafie e lo faccia esporre, bello incorniciato, quindi in pianta stabile, all'ingresso delle chiese. Non è difficile immaginare l'effetto che una simile iniziativa potrebbe avere sull'opinione pubblica e su quanti frequentano i luoghi di culto cattolici. Una seconda, palese e duratura, presa di posizione potrebbe arrivare sin dentro le celebrazioni liturgiche. Sappiamo che durante le messe sono promosse raccolte per i fini più svariati e nobili. Bene. Se ne potrebbe aggiungere un'altra. Si faccia girare un cestino in tutte le chiese, promuovendo una raccolta di denaro il cui ricavato andrà a quelle associazioni che si oppongono al pizzo e a quei commercianti e imprenditori che hanno trovato la forza e il coraggio di denunciare. Sono solo due esempi, tra gli altri, di cose che la Chiesa potrebbe subito fare. Piccole cose, mi rendo conto. Ma che varrebbero, a mio avviso, molto di più di una condanna verbale dei mafiosi. Dalla durata sui portoni delle chiese di quel manifesto incorniciato, soprattutto nei quartieri periferici e nei paesini, e da quanto si riempirebbero quei cestini antipizzo potremmo capire se davvero i mafiosi sono fuori dalla comunione con i cattolici.

venerdì 29 gennaio 2010

La sfiducia è una cosa seria, anzi impossibile

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 4 del 29/1/2010 - Pag. 13
Come ti azzero la sfiducia
Francesco Palazzo

A proposito di particolarità sicule, vale la pena segnalare una chicca che il legislatore regionale, bontà sua, ha voluto regalarci. Partiamo da un esempio abbastanza noto. A Palermo, tutti lo sappiamo, la maggioranza che ha vinto le elezioni da tempo è andata a farsi benedire. Niente di anomalo, sia chiaro. Se accade allegramente alla regione, perché non può verificarsi negli enti locali? Del resto, per mandare a casa un sindaco che ha perso di vista la sua coalizione, è prevista la mozione di sfiducia. Nel capoluogo se ne è tornato a parlare recentemente. Dopo la bocciatura della manovra di assestamento al comune di Palermo, venticinque voti contro l'amministrazione, diciassette a favore, dal centrosinistra è stata rispolverata, appunto, l'opportunità di tale mozione. L'unico elemento in grado di fare chiarezza in una situazione divenuta, e da tempo, praticamente all'indomani delle elezioni, ingovernabile e ingestibile. Se non facendo pagare un caro prezzo ai palermitani. Al momento la mozione, già presentata dal Partito Democratico, Italia dei Valori e Un'Altra Storia, è arrivata a diciannove firme, che non bastano a metterla in discussione. A tal fine, infatti, ne occorrono venti, i due quinti dell'assemblea, composta da cinquanta eletti. Ma non è questo il punto, la ventesima firma pare che ci sia. D'altra parte, attualmente, gli anti Cammarata sono i quindici consiglieri del centrosinistra, PD, IDV e Un'Altra Storia, i cinque lombardiani dell'MPA e i sei del PDL Sicilia, facenti capo a Miccihé. Ventisei voti su cinquanta sono un blocco consistente, una maggioranza assoluta in grado di chiudere la partita e permettere che si faccia chiarezza. Cosa che solo nuove elezioni, e non solo al comune, possono determinare. Il problema è che la regione siciliana nella legge del settembre 2004, che contiene “Disposizioni concernenti l'elezione dei consigli comunali e provinciali”, all'articolo 31 ha confermato la modifica ad una legge del 1997, che era già stata variata nel dicembre del 2000. In poche parole, la soglia di approvazione della mozione di sfiducia ai sindaci e ai presidenti di provincia è fissata al 65 per cento dei consiglieri assegnati. Quindi, fermandoci alle città, per mandare a casa un sindaco siciliano, questa è la sostanza della norma, occorre molto di più del suo pari grado che si trovi in un'altra città italiana. Dove, al contrario, con una maggioranza assoluta, 50 per cento più uno, secondo la legge nazionale dell'agosto 2000, varata quattro mesi prima di quella dell'ARS, un primo cittadino può essere messo, democraticamente s'intende, alla porta. A Palermo il numero, invero proibitivo, è di 33, i due terzi del consiglio comunale. La regione, nel dicembre 2000, poteva adeguarsi a una norma appena esitata a livello nazionale. Ha preferito proseguire per la sua strada. Questo serve a farci capire come, talvolta, e sicuramente in casi come questo, la legislazione regionale, a regime autonomistico, crea più problemi di quanti invece ne risolva. Non si capisce davvero la razionalità di una tale disposizione. Se non quella d'incollare un sindaco su una sedia, qualsiasi cosa combini. Tra l'altro è davvero strano che a un sindaco per essere eletto, e prevalere sui suoi concorrenti, basti la maggioranza assoluta dei votanti al primo turno, che scende qualitativamente e quantitativamente nell'eventuale ballottaggio, e che invece si debba prevedere la maggioranza dei due terzi per sfiduciarlo. In tal modo si consente che un primo cittadino possa perdere allegramente pezzi della sua maggioranza iniziale, come sta accadendo nel capoluogo e altrove in Sicilia, e rimanere sempre in sella. Si capisce bene che in tal modo la democrazia rappresentativa negli enti locali siciliani viene stravolta. A questo punto l'Assemblea Regionale Siciliana, non appena si ricorderà di essere un parlamento legislatore, oltre che un teatro di guerra, dovrebbe porsi il problema di fare rientrare tale incomprensibile anomalia rispetto al resto d'Italia. In questo momento, applicando la legge che c'è, paradossalmente, un sindaco che a Milano o a Roma dovrebbe dimettersi avendo contro la maggioranza semplice su una mozione di sfiducia, a Palermo o a Catania potrebbe addirittura trarne nuova forza. Prevalendo sugli oppositori che, pur essendo in maggioranza, anche larga, non riescono a raggiungere la proibitiva vetta del 65 per cento.

venerdì 22 gennaio 2010

Numeri e politica

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 3 - Pag. 13 - 22/1/2010
Quelle virtuose taroccate
Francesco Palazzo

Una delle prime notizie di quest'anno ha sorpreso un po' tutti. Se eravamo ad aprile si poteva pensare al classico pesce che tradizionalmente apre il mese. Ma è tutto rigorosamente vero. I conti del comune di Palermo e Catania, riferiti al bilancio del 2008, sono tra i più virtuosi, come certificato da un decreto ministeriale. Si tratta di un provvedimento che notifica dei bonus di spesa che il governo ha ricevuto dall'Europa in deroga al patto di stabilità. Opportunità che Roma ha trasferito ai comuni. Stilando una graduatoria su chi può spendere più e chi può farlo in misura minore. Vediamo di ragionarci su un attimo. Le valutazioni sui bilanci degli enti pubblici, come dimostrano le proteste dei sindaci di Reggio Emilia e Bergamo, premiate incredibilmente, insieme a Firenze e a Bolzano, in misura minore rispetto a Catania e a Palermo, risultano, almeno nel caso specifico, abbastanza controverse. Pare che, infatti, ad esempio, il comune palermitano si sia classificato ai primi posti perché gli è stato consentito di non inserire le somme stanziate per i tremila precari stabilizzati. Ma, in ogni caso, così come le classifiche sulla qualità della vita, che spesso ci penalizzano, e che commentiamo in tal senso, pur esponendosi anch'esse a valutazioni critiche circa i parametri utilizzati, anche quest'ultima graduatoria va presa per come ci si presenta. Comprendiamo, quindi, il fatto che l'amministrazione del capoluogo di regione, (e possiamo supporre anche quella catanese), sia contenta di tale attestazione. Ma lo sono allo stesso modo i palermitani? Domanda non oziosa. Visto che chi guida l'amministrazione ha dovuto ammettere che, a fronte di improbabili virtuosismi sui numeri, “le nostre disponibilità finanziarie ci hanno costretto a ridurre i fondi destinati alle attività sociali, alla cultura, alle manutenzioni”. Cioè il comune di Palermo si trova talmente messo male in quando a disponibilità finanziare che è stato costretto a penalizzare quelli che sono i tre motori principali di ogni ente locale. Scommettiamo che a Bergamo, Reggio Emilia, Bolzano e Firenze ciò non è avvenuto? Se i tre ambiti vengono sacrificati, la comunità soffre nelle fasce più deboli, non cresce quel bene immateriale, ma fondamentale, che è la cultura, in qualsiasi forma si possa essa intendere, e non si mette mano, per come si dovrebbe, a interventi ordinari di manutenzione. I conti dei bilanci, più o meno taroccati, e quelli della politica dovrebbero procedere di pari passo. Se c'è un allineamento tra i primi e i secondi, allora c'è ragione di essere contenti della propria azione. Ma se si butta a mare la politica, cioè se si mortificano aspetti essenziali della comunità che si governa, i conti non tornano più. Nel senso che se il comune di Palermo avesse tenuto il livello delle attività sociali, di quelle culturali e delle manutenzioni, per tacere d'altro, in una posizione non diciamo eccellente, ma appena discreta, ecco che i conti della politica avrebbero affogato nella disperazione i conti di carta. Può essere che questa sia un'ipotesi di lavoro utile anche per il comune di Catania? Se io ho solo qualche euro al giorno per campare, e non spendo nulla neanche per nutrirmi, per paura di rimanere completamente al verde, posso ben dire di avere i conti a posto, ma posso anche candidarmi per occupare un bel loculo al cimitero. A questi ragionamenti è legato un altro problema politico, che, pur essendo basilare, non trova posto nel dare e avere dei bilanci. Palermo e Catania sono metropoli in cui, nell'ultimo decennio, è tornata a prevalere la sommatoria, confusa e predatoria, di tanti egoismi personali. Non c'è un'idea condivisa di città. Se un visitatore prova a farsi una passeggiata, nei vari salotti dei due centri, così come nelle tante periferie, vedrà tanti soggetti che si riconoscono solo in se stessi. Ora, chi governa deve indicare quale città ha in mente. Deve trasmettere questa idea e farla capire a tutti. E', questo, un contributo importante affinché un insieme indistinto di persone diventi una comunità viva, unita. Anche, e soprattutto, in questo si misura la presenza di quanti sono chiamati ad amministrare. Possiamo essere ragionevolmente sicuri che a Reggio Emilia, Bolzano, Firenze e Bergamo i conti della politica e quelli finanziari vadano di pari passo. E che non si cerchi di apparire in regola con i bilanci a scapito dei diritti elementari di cittadinanza. E che, soprattutto, nelle città citate esiste un tessuto di condivisione urbana collettiva che è il vero identikit di una comunità. A noi rimane soltanto, quando ci riesce, tappare, attraverso equlibrismi di bilancio o piani di rientro, le falle di una spesa pubblica in perenne bolletta. E' quello che ci resta. Perché i buchi della politica, ormai, sono talmente compromessi che neanche li mettiamo più nel conto.

sabato 16 gennaio 2010

Mercati e mercanti

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 16 GENNAIO 2010
Pagina XXIII
LA BANDIERA DELL´AUTONOMIA NON CI SALVERÀ DAL TRACOLLO
Francesco Palazzo

L´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, stavolta da Detroit, è stato più chiaro e meno caustico dell´ultima volta. Qualche settimana fa aveva chiosato che tutto si poteva risolvere spostando la Sicilia e portandola vicino al Piemonte e alla Lombardia. Adesso ci dice che spesso i produttori non fanno sino in fondo i conti con la crisi, al posto di chiudere gli impianti li tengono aperti in cambio di fondi pubblici. Ha parlato di nazionalismo economico. Nel caso della Regione siciliana, che ha già sventolato sotto il naso della Fiat un assegno da quattrocento milioni di euro, da investire in infrastrutture, per scongiurare la chiusura dello stabilimento di Termini, si può parlare di regionalismo economico guidato dalla mano pubblica. Su questo la politica regionale si trova sempre tutta d´accordo. Ne è una prova l´ordine del giorno che dà mandato al governatore di andare a Roma e provare a fermare le intenzioni, pare definitive, che provengono da Torino. Sembra l´ennesima puntata della fiction sulla Sicilia offesa e umiliata dal Nord, dopo che noi abbiamo dato braccia e menti negli anni dell´emigrazione. Che per la verità non sono finiti. E certo non per colpa della Fiat. Un flusso inarrestabile di giovani che vanno via, spesso con percorsi scolastici eccellenti. A quante fabbriche chiuse equivale tutto questo? Difficile fare una stima, si tratta di numeri comunque elevatissimi. Solo che siccome il fenomeno avviene goccia a goccia, e non in maniera traumatica come nel caso di Termini, nessuno se ne fa carico. Quando i nodi verranno tutti al pettine, perché prima o poi accade qualcosa, un punto di non ritorno, come il niet di Marchionne, e ci ritroveremo sempre più lontani dalle regioni più produttive, potremo sempre affermare che da Roma, dal Nord, da chissà dove, siamo sfruttati e lasciati a noi stessi. Ora abbiamo ritirato fuori dalla soffitta la nostra bella bandiera autonomistica. Che se ne faranno gli operai di Termini e le ragazze e i ragazzi che vanno via, di questo particolarismo anacronistico, retorico e sprecone, è facile immaginarlo. Non gliene può importare di meno. La politica siciliana, ovviamente, fa finta di non accorgersene, come quei passeggeri che ballavano mentre la nave affondava. Se ne esce tirando fuori la moneta sonante e non capisce che non possono essere risolti sempre così i problemi. Lo puoi fare per decenni e affondare le casse pubbliche per salvare questo e quello, ma principalmente per salvare una politica indecente. Il gioco riesce quasi sempre. Tuttavia, a un certo punto ti trovi davanti uno che ragiona da imprenditore e ti dice, né più né meno, che non può sostituirsi alla mano pubblica nel creare o conservare il lavoro. Ma la politica siciliana non vuole sentire ragioni. Sbraita, si sbraccia, protesta, si appella, marcia a fianco dei lavoratori. Come se fosse la spettatrice e non la causa di questo deserto. Dall´altra parte ancora niente. Insomma, ogni tanto qualcuno ci ricorda che stiamo affondando. Oggi è Marchionne a farlo, domani accadrà qualcos´altro, dopodomani ancora un´altra sberla di questo tipo. Abbiamo l´impressione che, d´ora in poi, accadrà sempre più spesso. E la classe dirigente di quest´isola, come quel pugile dal volto tumefatto dai cazzotti che non vuole ammettere la sconfitta, rimarrà sempre sul ring. Progettando Partiti del Sud, Pdl Sicilia, Pd a vocazione regionalista e quant´altro occorre a fare di noi, più che un laboratorio, quasi macchiette nel panorama politico nazionale. Maggioranze che si sciolgono, opposizioni che ondeggiano, governi che passano, senza problema alcuno, dalla fase uno a quella due per approdare a un bell´esecutivo di minoranza che cercherà di sopravvivere qualche mese. Non è vero che tutto ciò avviene per salvaguardare gli interessi della Sicilia. Perché, come dimostra la chiusura di Termini, gli interessi della nostra regione stanno andando a farsi benedire. Quello di cui abbiamo bisogno non è più Sicilia, ma più Italia e più Europa. Poiché, però, sul ponte di comando la festa deve continuare, nessuno si rende conto che la bandiera della Sicilia vittima ormai è un inutile passatempo di società. Che serve a raccogliere qualche voto e a far appassionare ancora molti ingenui. Ma che alla fine è il lacero vessillo della nostra inadeguatezza sociale, economica e politica.

venerdì 15 gennaio 2010

Attenzione, piovono riforme.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 2 del 15 gennaio
Pagg. 10 e 11
Se il riformismo è una scialuppa
Francesco Palazzo

Quando non si riesce a fare politica ci si appiglia alle riforme, come il naufrago al pezzo di legno che forse lo salverà o il malato al simulacro del santo protettore. Da decenni il riformismo delle parole è un’arma formidabile, utilizzata per distrarre le masse. Chi è incapace di affrontare i settori essenziali della vita pubblica, per rendere efficienti i quali già ci sarebbero tutti gli strumenti ordinari, basterebbe volerli e saperli applicare, rivernicia tutto con rivoluzioni copernicane. Le quali, nove volte su dieci, non risolvono proprio un bel niente e si sostanziano, basta non farsi distrarre dai giochi di prestigio, in un aumento di costi, un peggioramento dei servizi e nuovo clientelismo. Ora l'orizzonte riformistico sta colorando la crisi in cui agonizza l'amministrazione regionale, giunta al terzo governo di legislatura, e non è finita qui. Roba che fa impallidire la prima repubblica. Periodo che si è aperto all'indomani delle elezioni. Con un presidente delle regione e una maggioranza non in grado di gestire i numeri sovrabbondanti di cui disponevano. Se le parole e i comportamenti di questi ultimi mesi avessero un minimo senso condiviso, si sarebbe già spenta la luce e convocate le elezioni. Le regole sono queste, ma in Sicilia valgono altri parametri. Non si capisce, peraltro, come una parte consistente di coloro che non sono stati capaci di svolgere un compito preliminare a qualsiasi azione politica, ossia tenere unita una coalizione, possano presentarsi come gli alfieri del riformismo in salsa siciliana. Lo scacchiere riformista è ormai affollato all'inverosimile, come i bus nelle ore di punta. Infatti, pure l'UDC e il PDL lealista, rimasti fuori dai giochi, si dichiarano devoti alle riforme. Poiché noi non ci facciamo mai mancare niente, sotto il nostro cielo accade anche un'altra stranezza. L'opposizione, che in qualsiasi altro posto al mondo chiederebbe di tornare al corpo elettorale, vuole aiutare, e lo ha fatto, come diremo, una prima volta già in campagna elettorale, il governatore siciliano senza maggioranza. Cosa che in una democrazia, anche la più scalcagnata, può creare problemi insormontabili. Per realizzare, of course, le riforme che occorrono alla Sicilia. Ma un conto è discutere con una maggioranza in grado di badare a se stessa, un altro è farlo con una minoranza. Perché, in tal caso, si tratta di un pieno sostegno politico-parlamentare. E del resto proprio tale viene considerato dal presidente Lombardo, che ha già incorporato pubblicamente il PD, arruolandolo senza se e senza ma. I democratici possono utilizzare tutti gli eufemismi possibili, ma, se non vogliamo girare intorno alle parole e cadere nel ridicolo, la sostanza politica è che ormai la maggioranza comprende anche loro. Il punto è capire se il gioco vale la candela. Il terzo esecutivo regionale ricorda i governi balneari del bel tempo andato, quando la DC litigava con tutti e con se stessa, mettendo in campo governicchi e cercando poi in parlamento i voti per sopravvivere qualche mese. In questo caso, visto che la bella stagione è alle spalle, si tratterebbe di un esecutivo inverno-primavera. Giacché esponenti del Partito Democratico hanno fatto capire che a giugno si procederà con un ingresso organico in giunta di chi ha perso le ultime elezioni con un cappotto di proporzioni gigantesche. E con una candidatura alla presidenza inconsistente e senza reali motivazioni. Ed ancora il presidente ringrazia di questo primo grazioso contributo alla causa. Resterebbe da capire, rimarrà un mistero, gaudioso o doloroso fate voi, perché mai i democratici si sono tanto accapigliati nel congresso che è seguito alle primarie, se adesso le due principali aree che hanno incrociato le armi sono d'accordo nel lanciare questa ciambella di salvataggio a Lombardo. Che è stata infiocchettata, il periodo era quello giusto, come un pacco regalo di natale, con dentro la solita invocazione retorica che si perseguono gli interessi dei siciliani. Che, però, non hanno bisogno di un riformismo prêt-à-porter, ma di un governo e una maggioranza stabili. Che, dopo aver vinto le elezioni, sappiano realizzare, semplicemente, i punti programmatici esposti in campagna elettorale. Il Partito Democratico intende allearsi strutturalmente con gli autonomisti e con altri pezzi di ceto politico vicini a Lombardo? Lo faccia pure, ma presentandosi al più presto alle urne. Chi sostiene che il voto sarebbe una sciagura, ha davvero uno strano rapporto con la democrazia. Coloro che affermano che tornerebbe a vincere il centrodestra, hanno pure tormentati rapporti con se stessi. E non capiscono che se il centrodestra vince sempre alla grande, probabilmente è perché quando si sbaglia la prima, la seconda, la terza campagna elettorale, magari è il caso di farsi un attimino da parte. O la Sicilia potrà tornare al voto quando il centrosinistra sarà pronto a vincere? Non vorremmo che la situazione politica siciliana trovasse descrizione nella famosa battuta del cabarettista Makaresko. “Molti dei nostri uomini politici sono degli incapaci. I restanti sono capaci di tutto”.

venerdì 8 gennaio 2010

Baci vietati e la bufala dell'influenza

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
8 1 2010 - n. 1 - Pag. 55
INFLUENZA, FUNERALI CON DIVIETO
Francesco Palazzo

Anche se molti avevano avvertito che era tutta una bufala, si temeva lo stesso che il picco dell'influenza suina potesse verificarsi intorno alla fine del mese e dell’anno. Niente da fare, sinora calma piatta. Vedremo cosa accadrà nei mesi più freddi. E dire che per gli abitanti di Favara il coprifuoco è iniziato il 10 dicembre. L’ordinanza dell'amministrazione comunale, supponiamo ancora in vigore, vieta, per scongiurare la trasmissione del virus, baci, abbracci e strette di mano durante i funerali, sia presso la casa dei defunti che dentro il cimitero. Abbiamo appreso della cosa prima che il provvedimento entrasse in funzione. Ma, ci chiediamo, la disposizione sta trovando applicazione? Perché dalla penna di un sindaco può uscire di tutto, come la multa alla dirigente scolastica di Chiusa Sclafani, rea di non avere appeso il crocifisso a scuola. Ma poi occorre misurare gli effetti, dalla carta alla vita, di queste iniziative. La moltiplicazione dei registri, al fine di evitare contatti fisici, dove segnalare il proprio cordoglio, è indiscutibilmente adeguata. Purtroppo la perentoria prescrizione lascia drammaticamente scoperte altre fonti di contagio. Per i siciliani la “vasata” non è certo praticata nei soli frangenti di dolore. Ci sono tanti altri momenti in cui i baci, gli abbracci, le strizzate corporee sino a farsi male, si sprecano. Basta pensare a matrimoni, battesimi, cresime, prime comunioni, compleanni. L’amministrazione di Favara non poteva pensare a tutto. Altri primi cittadini, se il virus dovesse ripensarci e presentarci il conto nei primi mesi del 2010, dovranno coprire gli eventi, questa volta lieti, in cui un certo numero di persone viene a stretto contatto. Certo, bisognerà prepararsi ad affrontare qualche attimo d’imbarazzo. Prendete il rito matrimoniale. Nel momento in cui il sacerdote dice agli sposi di baciarsi, ecco il sacrestano che passa il registro ove trasferire lo schioccare del bacio non dato. Non sarebbe un buon inizio. E all’uscita della chiesa, o in sala, come si potrebbe fare per scansare le veementi manifestazioni d’affetto e le palesi felicitazioni? Un problema. Non parliamo, poi, delle statue dei santi, presenti in massa nelle chiese cattoliche. E' tutto un bacia-bacia promiscuo, il rischio contaminazione è altissimo. In questo caso, se qualche sindaco si facesse venire la felice idea di impedire le manifestazioni d'affetto verso i simulacri, sappia che rischia l’incidente diplomatico con uno stato straniero. Restando, per il momento, a Favara, ci si può chiedere come stanno agendo la polizia municipale e le forze dell’ordine, incaricate dell’esecuzione dell’ordinanza funebre. Immaginiamo pedinamenti sotto copertura nei dintorni della casa del soggetto passato a miglior vita, intercettazioni ambientali per incastrate i più esperti nella baciata a tradimento, nell’abbraccio furtivo, nella stretta di mano lampo. Poi si devono sorvegliare i camposanti. Vigili urbani con occhiali scuri, vestiti in borghese, all’ombra dei cipressi, che spiano i movimenti di chiunque intenda avvicinarsi per avvinghiare la vedova con la tripla infrazione. Stretta di mano iniziale, bacio d’ordinanza e abbraccio finale. Sarà una fatica immane interporre, tra il desiderio del contatto fisico e il corpo dolorante della signora, proprio all’ultimo momento, un bel registro immacolato su cui far scorrere l’inchiostro del dolore. Se si vuole evitare il parapiglia, si può procedere a funerali notturni e strettamente privati. Pubblicizzando discretamente le dipartite a cose fatte e dispensando, ovviamente, altrimenti saremmo punto e a capo, dalle visite. Oppure si può riproporre la visione degli ultimi minuti di Nuovo Cinema Paradiso. Il protagonista ha la possibilità di vedersi, uno dietro l’altro, tutti i baci che la censura del prete aveva fatto tagliare. Uno spezzone di pellicola di una bellezza unica e liberatoria. Perché i baci negati, più che scongiurare l’influenza, fanno male alla vita. Molto più di un termometro che segna un’alta temperatura.

venerdì 27 novembre 2009

Elezioni a perdere

CENTONOVE
27 11 2009
Pag. 55
Elezione diretta? Una finzione.
Francesco Palazzo

Con l'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di regione, e delle maggioranze a loro legate, si era pensato di fornire, da un lato, agli elettori una possibilità di scelta estremamente vincolante e diretta, dall'altro si era fatto in modo che ciò si traducesse in maggioranze ed esecutivi altamente autorevoli e stabili. Guardando a quanto succede,e da tempo, al comune di Palermo e alla Regione, per fare solo due esempi, ma come sappiamo sono casi “pesanti”, destinati ad avere ripercussioni sul quadro politico nazionale, possiamo senz'altro dire che i cittadini non hanno scelto un bel niente. Si è dato loro, è vero, la parvenza di decidere sindaco e presidente di regione, con i partiti che li sostenevano, ma era solo un gioco. A metà percorso, e per la verità già da tempo, al comune di Palermo non c'è più la maggioranza che era stata voluta dal corpo elettorale nelle amministrative del 2007. Il Movimento per l'Autonomia è fuori dalla giunta, e dalla maggioranza di allora, è ciò viene vissuto come un fatto del tutto normale. Senza contare che la nascita del PDL, targato Sicilia, non potrà che rendere più perigliosa la navigazione del centrodestra al comune. E' vero che c'è, con molti forse, una specie di maggioranza numerica in consiglio. Ma oramai la balcanizzazione del quadro politico è cosi evidente, oltre che le incapacità palesi del governo cittadino, che non si capisce a quale mandato rispondano coloro che attualmente amministrano la città. Certamente non a quello degli elettori, ma pare che questo sia l'ultimo problema. Qualche mese addietro l'opposizione a Cammarata, che non sta lavorando male, aveva in corso la raccolta di firme per presentare la mozione di sfiducia al sindaco. Se ricordiamo bene, per raggiungere il numero previsto, mancavano solo le sottoscrizioni dei consiglieri comunali facenti capo all'MPA. Non sappiamo che fine abbia fatto la cosa. Alla Regione la situazione, è sotto gli occhi di tutti, è ancora più paradossale. Basta solo riflettere sul fatto che all'ARS il gruppo più consistente, ammesso che non si divida come viene paventato da più parti, è quello del PD. Si è vista mai un assemblea rappresentativa, per di più che si fregia dell'appellativo di parlamento, dove è addirittura l'opposizione ad avere la maggioranza? In questo caso il governo in carica, a differenza di quanto accade nel capoluogo, non ha più nemmeno i numeri che lo sostengono. L'elezione diretta di presidente e maggioranza, che non a caso sono votati nella stessa scheda elettorale, è diventata una parodia di se stessa, un mero artificio dialettico, una scatola vuota. In un altra regione, il Lazio, un governo è caduto per motivi che attengono a vicissitudini personali del suo presidente, che hanno certo alla fine una rilevanza politica, ma che niente hanno a che fare con i provvedimenti messi in campo durante la legislatura, né con scollamenti nella coalizione che sosteneva quel governo. Ci chiediamo: non ha una rilevanza ben maggiore, tutta politica, e dunque ben più importante per i cittadini, il fatto che in Sicilia, dal giorno dopo le elezioni potremmo affermare, non c'è mai stata una maggioranza politica e adesso non c'è più neanche quella numerica? E perché sente l'impellente, e giusta, necessità di dimettersi colui che vede distrutta la sua vita strettamente personale, mentre non hanno il minimo retro pensiero di questo tipo coloro che, in tutta solare evidenza, non rappresentano più, e non da ora, il volere del corpo elettorale? Nelle cronache che davano conto della nascita del PDL Sicilia, colpiva una frase, “noi creeremo una maggioranza in 24 ore”, detta a quella parte del PDL che sta dentro il governo regionale, ma che si comporta, e parla, da opposizione. Negli ultimi giorni un esponente nazionale del PDL ribellista ha ripetuto che si è disposti a maggioranze alternative. Che vuol dire imbarcare il Partito Democratico. Questa provocazione rende chiaramente l'idea, più di qualsiasi nostra riflessione, di come ormai il quadro politico di regione ed enti locali sia nelle mani di poche persone. Che possono creare, ed evidentemente anche distruggere, nel giro di poche ore ciò che ai loro occhi non va bene. Se così stanno le cose, perché continuare con la finzione dell'elezione diretta di sindaci, presidenti di provincia e capo del governo regionale? Se la scatola ormai è vuota, prendiamone atto, senza per questo pensare a un ritorno al vecchio sistema. La via d'uscita è quella di rafforzare le leggi elettorali, rendendo più vincolante, con paletti strettissimi per eletti e partiti, il patto tra elettorato attivo ed elettorato passivo. Basterebbe una piccola postilla: chi non ha più la maggioranza uscita dalle urne deve mettersi da parte e la parola va restituita al corpo elettorale. Insomma, siamo stanchi di notabili, siciliani o romani, che decidono delle pubbliche istituzioni come se fossero il loro feudo. In ventiquattrore, se cambiassero le regole nel senso indicato, potrebbero solo dimettersi, non creare dal nulla maggioranze non uscite dalle urne.

venerdì 20 novembre 2009

Tempi dei palermitani, tra privato e pubblico

CENTONOVE
Settimanale di politica, cultura, economia
20 11 09
Pag. 53
Viabilità, il far west dei palermitani
Francesco Palazzo

Non so cosa accade a Catania, a Messina o a Trapani. Ma il tempo, pubblico e privato, dei palermitani presenta caratteristiche davvero strane. L’altro sera riprendo l’auto posteggiata davanti a un ristorante e a un pub, tra i più frequentati ed esclusivi. Una macchina non mi permette di uscire. Attendo una manciata di secondi e già mi pare di aver passato lì la giornata. Neanche il tempo di scendere dall’auto e si presenta il posteggiatore abusivo, con una tempistica da centometrista. Dotto’, un attimo. Entra nel ristorante super lussuoso. Passano due, tre minuti. Riesce fuori, l’orologio gira, non voglio fare questioni, mi limito a suonare timidamente il clacson e attendo. Il nostro uomo del fischietto entra nel pub ed ecco che esce fuori il nostro uomo. Civilmente stava sorseggiando il suo aperitivo. Ovviamente rinforzato. Sono già trascorsi cinque minuti. Faccio capire che qualche parola potrebbe spenderla. Allora, come trafitto da un raggio di luce, spadella con un ghigno, preparato alla colluttazione verbale, la frase tipica del palermitano. Ma perché, è assai che aspetta? Non ho mai capito quanto è questo assai, quanti giri d’orologio devono consumarsi perché il niente passi al poco e questo si trasformi in molto. Forse è solo questione di prospettive. Per esempio, quelle culinarie amplificano le sospensioni sino all’inverosimile. Il giorno successivo all’attesa, per me lunga, per il posteggiatore normale, per l’incivile bevitore di aperitivi inesistente, ecco che ci troviamo davanti a una bancarella di pane con la milza. Il "consatore"di panini si è allontanato da non più di cinque minuti. Facciamo l’ordinazione e attendiamo il suo ritorno per qualche minuto. Nel frattempo arriva una signora, attende meno di un giro d’orologio. Appena il nostro amico si ripresenta nella sua postazione, ecco che gli lancia la più classica tagliatina di faccia sicula. E’ mezz’ora che aspetto, me lo vuole dare questo panino? Il richiamare la mezz’ora è il segnale che fa capire quanto il palermitano sia infastidito oltre ogni limite e pazienza. Non ha importanza se è solo passato qualche minuto, la mezz’ora è una misura dell’anima, soprattutto quando a patirne è lo stomaco vuoto e le papille gustative della signora che già pregustavano la milza. Per la verità, l’imprecazione, per rendere al massimo, deve essere pronunciata in siciliano-panormita stretto. "Avi menzura c’aspiettu, cama a cumminari". Che dobbiamo combinare, deve proseguire ancora quest’offesa? E, arrivati a questo punto, quello cui la frase è diretta, o se la prende in criminale, oppure, come il nostro imprenditore della milza, risponde a tema con ironia. Signora, fa lui, se il tempo lo misurassimo così, camperemmo niente. La serve per prima, in pochi secondi, e la cosa si chiude lì. E sin qui siamo a questioni private. Perché va detto che anche nella dimensione pubblica il tempo è un fattore molto umorale. Prendete le “mezzorate” della legalità. Con esse si riempiono per giorni le pagine dei quotidiani. Sono quei brevissimi spazi temporali in cui qualcuno degli addetti ai controlli sul territorio, decide che in quel caso va sospeso il far west delle regole e si deve applicare la legge. Tutto dura mezz’ora, in questo caso reale. Se la eviti sei a posto. Un esempio. L’altro giorno passavamo dal mercato palermitano domenicale dell’usato di Piazza Marina. Alcuni mesi addietro, dopo una decina d’anni, dal comune avevano obiettato che lì non poteva più stare. Si alzò il fumo della polemica, poi non se n’è saputo più niente. Il tempo della legalità era già scaduto. Anche sulle regole più stringenti, tipo le zone blu a pagamento, a Palermo il tempo è abbastanza elastico. Ne hanno istituite di nuove nella zona residenziale. Perfettamente inutili, servono solo a fare cassa. Ma la data in cui inizieranno a serrare i controlli è stata posticipata. Multe per ora non se ne fanno se si trasgredisce. Serve un periodo di adattamento, come se quella del parcheggio a pagamento fosse una novità mondiale. Non si sa quanto durerà la fase buonista. Ancora continua. A meno che non si capiti nella mezz’ora sbagliata.

venerdì 13 novembre 2009

PD in Sicilia. Oltre il segretario c'è pure il partito?

CENTONOVE
Settimanale di politica, cultura, economia
n. 43 del 13/11/09
Pag. 10
Spaccature congressuali
Francesco Palazzo

Hanno perso la testa. Vedendo in rete alcuni spezzoni dell'assemblea regionale dei democratici, consumatasi, in tutti i sensi, domenica 8 novembre, non si può dire che questo. L'hanno persa, e alla grande, i vincitori e i vinti. Nel PCI e nella DC, che sono, grosso modo, i contenitori di provenienza degli iscritti al partito, mai sarebbe accaduta una cosa del genere. Almeno nella misura in cui è avvenuta questa spaccatura verticale, con un'intera mozione che lascia il campo e con il parapiglia che ne è conseguito. Insomma, se il Partito Democratico in Sicilia voleva trovare il modo migliore per farsi del male, c’è perfettamente riuscito. E ciò avrà senza dubbio conseguenze negli enti locali. Per fare un solo esempio, al comune di Palermo, dove l'opposizione nell'ultimo periodo ha fatto un buon lavoro, dopo questa vicenda sono già volate parole grosse tra chi ora si trova arroccato su fronti contrapposti. Sì, il partito ha un segretario, ma il partito c'è ancora? Crediamo che la domanda sia del tutto legittima. Soprattutto perché, dopo la nascita del PDL Sicilia, si parla del possibile varo del PD regionale. Non ci facciamo mai mancare niente. A livello nazionale, lo abbiamo visto, sabato 7 novembre sono riusciti a salvare, pur nel permanere di aspre e profonde contrapposizioni, la forma e, forse, pure la sostanza. In Sicilia, e pensiamo sia l'unico caso tra quelli in cui era previsto il ballottaggio, è andato in onda uno psicodramma che potrebbe pure fare ridere se non facesse solo piangere. Forma e sostanza sono andate a farsi benedire. Sembrava il congresso di un pezzo minoritario della più estrema sinistra, o destra se volete, e non la celebrazione di un momento fondamentale del secondo partito italiano. Facce paonazze, parole lanciate come clave, accuse da una parte e dell'altra che neanche i più acerrimi nemici usano rivolgersi. Non è neanche tanto importante capire i dettagli della lite, c'importa davvero poco pesare torti e ragioni. Non è questo il nostro compito. Anche perché in questa storia non pare ci siano state ragioni e ragionevolezza. Dobbiamo solo dire che non si doveva, e non si poteva, arrivare a tanto. Segno che l’elezione con il metodo delle primarie, giubilata in ogni dove, che in Sicilia ha portato dentro i gazebo a votare quasi duecentomila persone, non può essere una messa cantata per l'occhio delle telecamere, se poi è esclusivamente l’antefatto di uno scontro che non riguarda tanto il partito ma le persone. O, per meglio dire, i gruppi contrapposti di tifosi, possiamo ben dirlo, scesi nell’arena per darsele di santa ragione. Accecati dall'ira e non condotti dal ragionamento politico, dal rispetto di regole democratiche che senz'altro disciplinano tutto il percorso delle primarie. Ora la domanda è una sola. Diretta e brutale, se volete. Ma al momento non ce ne vengono di più interessanti. Cosa può farsene la politica siciliana, in un momento in cui anche dal centrodestra giungono forti segnali di ingovernabilità, di una formazione politica siffatta? Davvero molto poco. Eppure le premesse per scrivere una storia diversa c’erano tutte. Bastava vedere le file interminabili di uomini e donne che il 25 ottobre cercavano, imbucando le loro schede dentro le urne, un nuovo partito di cui fidarsi e su cui puntare per fare in modo che la politica dell’alternanza non sia nella nostra regione solo teoria, ma pratica da potere applicare. Altro che infiltrati di altri partiti del centrodestra, come si temeva, che avrebbero tirato la corsa a questo o a quel candidato. Qui il problema stava e sta altrove. E coincide nell’incapacità, per usare un pietoso eufemismo, di un’intera classe dirigente, di un pur grande partito, nel non sapersi porre nella lunghezza d’onda dei drammatici problemi che vive questa terra. Spiace dirlo. Ma un partito, che a quindici giorni da una giornata di democrazia partecipata e serena, non riesce a organizzare tra centoottanta delegati una semplice assemblea e un ballottaggio tra i due primi arrivati, è una collettività politica in cui non si salva proprio nessuno. Ora si cercherà di mettere una pezza a quanto accaduto. I pontieri, da una parte e dall'altra, proveranno a ricucire e a minimizzare. Temiamo però che la pezza sarà più visibile e dannosa del guaio procurato. Servirebbe personale politico autorevole, gente in grado di farsi capire da un partito che ancora non c'è. Oggi più di ieri. Ma all'orizzonte non si intravede niente di tutto ciò.

venerdì 6 novembre 2009

PD in Sicilia: segretario o partito?

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 42 del 6/11/09
Pag. 55
PD, evitiamo la resa dei conti
Francesco Palazzo

Le primarie del Partito Democratico, ancora una volta, hanno mostrato che la voglia di partecipazione dei cittadini è più forte delle paure e dei calcoli della vigilia. Non ci sono state, in primo luogo, le temute infiltrazioni esterne dei partiti del centrodestra. Alcuni osservatori e dirigenti del PD, paventavano che dal Movimento per l'Autonomia e dal PDL potessero partire indicazioni per sostenere il candidato più vicino all’una o all’altra formazione politica. Ma bastava solo vedere il flusso ininterrotto di gente che ha inondato i gazebo domenica 25 ottobre, guardare in faccia le persone, per verificare l’assoluta inconsistenza dell’angoscia della vigilia. Non si deve mai avere preoccupazione quando si chiama il popolo, per giunta pagante come in questo caso, a esprimersi. Si commette un errore se si vuole attivare qualsiasi forma di controllo per cercare di carpire la provenienza di chi si mette in fila, per ore, attendendo di depositare nell’urna le proprie intenzioni. Del resto, come si faceva a capire, tra i centonovantamila elettori ed elettrici, se c’era qualche simpatizzante del centrodestra? Mica camminano con il bollino in fronte. E anche se è accaduto, com’è verosimile che sia successo, che alcuni elettori che alle ultime regionali o politiche avevano votato centrodestra si siano presentati ai seggi, non sarebbe forse la dimostrazione migliore che le primarie possono allargare il consenso? Chi ancora ragiona presupponendo schemi inamovibili sullo scacchiere politico, soprattutto se riferiti alla volontà dei singoli individui, ragiona in modo davvero vecchio. Il consenso, ormai, è qualcosa di molto variabile, pure in una regione come la Sicilia dove il quadro elettorale è meno fluido che in altri posti. Ora bisogna capire se questo patrimonio di persone sarà fatto ammuffire in qualche scatolone, come dopo le elezioni primarie precedenti, oppure se si sarà capaci di valorizzarlo e farne un prezioso, e unico, giacimento di elaborazioni politiche e coinvolgimenti sempre più importanti e decisivi. Le analoghe esperienze del passato dovrebbero suggerire più di una cautela, non basta rallegrarsi per le primarie partecipate se poi non si recepisce il messaggio di rinnovamento che emana da esse e se ci si rinchiude, autisticamente, dentro ragionamenti asfittici, spenti. Senza prospettive. Se non quelle di garantirsi l’inizio di qualche luminosa carriera o di porre le condizioni affinché non si interrompa. Sul voto riguardante la segreteria regionale, il partito si è sostanzialmente spaccato in tre. Lupo, sostenitore di Franceschini, ha avuto un buon 40 per cento. Tuttavia, politicamente è, o dovrebbe essere, in una minoranza più forte di quanto i suoi numeri non dicano. Infatti, il secondo, che va al ballottaggio, e il terzo candidato, Lumia e Mattarella, sostenitori di Bersani, hanno totalizzato un più ampio e maggioritario 60 per cento. Logica politica voleva, ma sappiamo che la logica in politica spesso cede il posto a calcoli e interessi illogici o ambigui, che un bersaniano fosse il nuovo segretario regionale. Ma pare, appunto illogicamete, che i due sostenitori di Bersani non si parlino molto e quindi il franceschiano Lupo, anche perché così vorrebbero le divisioni fatte a livello nazionale, starebbe per fare propri tutti, o quasi, i delegati congressuali di Mattarella. D’altra parte, va anche detto che se la mozione Bersani in Sicilia fosse stata unità, avrebbe messo in pista per la segreteria regionale un solo candidato conseguendo una facile e incontrovertibile vittoria. Prenderemo atto delle deliberazioni dell'assemblea, convocata domenica 8 novembre, dei 180 grandi elettori siciliani del PD, eletti in liste bloccate proprio il 25 ottobre. Vedremo se, sulla scia del vento fresco delle primarie, i delegati sapranno porre in essere un ragionamento politico più complessivo e maturo sul partito e sulla Sicilia. Oppure se, banalmente, si procederà ad una banale e cruenta resa dei conti. Nel primo caso, molto remoto, si potrebbe cominciare a intravedere la formazione politica che cercano coloro che fanno la fila alle primarie. Nel secondo caso, molto più verosimile, se non certo, si riempiranno, calcolatrice alla mano, una serie di caselle di potere. Dando un segretario e un algido organigramma a un partito e non un partito alla Sicilia.

sabato 24 ottobre 2009

Chiudiamo il centro alle auto! Anzi, no.

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 24 OTTOBRE 2009
Pagina I
La chiusura del centro e l´impotenza del Comune
Francesco Palazzo


Tanto rumore per nulla. Come altre volte. Come sempre. A Palermo chi decide la chiusura del centro alle auto, anche solo per i fine settimana, alla fine è costretto a tornare indietro. Quante volte abbiamo sentito annunci come questo? L´esito è stato comunque sempre uguale. Al primo malumore serpeggiante tra i commercianti, ecco ammainate le bandiere dell´innovazione nel campo della mobilità. Il 7 ottobre i toni dell´amministrazione erano perentori. Chiudere l´asse che va da piazza Croci al Teatro Massimo, ogni sabato e domenica di novembre, dicembre e gennaio. Il piano doveva partire il 14 novembre e terminare domenica 17 gennaio. «Vorrei - dichiarava il vicesindaco Scoma, che ha la delega al traffico - che il centro fosse più vivibile. Il progetto, naturalmente, sarebbe sperimentale: due mesi di weekend a piedi per vedere come va. Se funzionasse, potremmo decidere di continuare». Nei giorni successivi la cosa era data per fatta. Anzi, il "potremmo" era diventato una certezza. Anche con l´assenso esplicito del sindaco, che spiegava spavaldo: «A me interessa cosa piace ai cittadini di Palermo, non quello che vogliono le lobby». Doveva essere solo il primo passo. Bene, avevamo pensato. Del resto, in tutte le grandi città del nostro Paese i centri storici chiusi sono la norma. Se ne avvantaggiano i cittadini, che possono usufruire delle vie centrali in tutta serenità, ma anche i commercianti, che hanno visto lievitare i loro affari. Non parliamo poi delle principali città europee, da Vienna a Madrid, da Barcellona a Praga. Nel resto del mondo la chiusura del centro storico è soltanto un ordinario atto di civiltà. Nella nostra città, invece, è un tabù che scatena guerre religiose, irrigidimenti incomprensibili, rapide inversioni di marcia. Come quest´ultima del Comune. Che non solo non è riuscito a fare il primo passo, ma neanche si è alzato dalla sedia. E´ bastato il nyet della Confcommercio, che è subito scattato il contrordine. Cittadini, abbiamo scherzato, se ne riparlerà l´anno prossimo, cioè mai più. Forse era solo un diversivo divertente. Come le fallimentari ZTL, le targhe alterne e i tanti provvedimenti di questa incredibile amministrazione comunale. Diciamolo chiaramente: questa città non può continuare ad essere trattata in questo modo. Ci ha messo del suo anche la Confesercenti. Che non si oppone alla chiusura del centro, ma lo fa slittare come un tapis roulant. Non da Piazza Croci al Teatro Massimo, ma da Piazza Verdi, sede del teatro, ai Quattro Canti, proprio a ridosso del palazzo comunale. Così, spingendo sempre più in là il problema, non ci vorrà molto ad arrivare all´estrema periferia. Ecco, per tenere tutti buoni e contenti, proprio da una strada sperduta dei nostri rioni popolari il comune potrebbe cominciare a esercitarsi. Con la dovuta discrezione. Verificando, prima di parlare con la stampa, se per caso non c´è, anche lì, qualcuno che si oppone. Fatto questo elementare controllo, si potrà poi procedere a ritroso. Indietreggiando lentamente, facendo finta di niente, se è possibile fischiettando e canticchiando per non dare nell´occhio. Di notte gli operai del comune potrebbero spostare verso il centro, millimetro dopo millimetro, la trincea della zona pedonale. Non scherziamo con le cose serie. Dalla Confcommercio l´hanno dichiarato più volte pubblicamente. Se le auto non possono arrivare in centro, non si può chiudere proprio niente. Che bisogno c´era di fare prima l´annuncio e poi sentire la categoria di rappresentanza? Non si sapeva già come la pensano? Ora il comune prova a mettere in campo un inutile piano B. Che non è l´iniziale del cognome dell´uomo politico più potente d´Italia. Ma, semplicemente, la chiusura delle corsie laterali di via Libertà, tra Piazza Croci e il Politeama. Solo che qui le due associazioni di categoria, Confcommercio e Confesercenti, all´unisono dicono no. Vedrete che si convincerà pure il Comune. Infischiandosene, ancora una volta, di ciò che vogliono i cittadini di Palermo.

venerdì 16 ottobre 2009

Un sindaco per Palermo

CENTONOVE del 16 10 2009
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
Pagg. 14 e 15
Palermo in ...Movimento
Francesco Palazzo


Nel momento in cui i palermitani stanno riscoprendo il gusto di scendere in piazza contro il governo della città, arrivando ad agitare barchette di carta contro il primo cittadino, una cinquantina di professionisti palermitani (medici, avvocati, commercialisti, farmacisti, artisti, professori) si sono riuniti in convento a Castelbuono per riflettere sul capoluogo. Addirittura con l’intenzione diretta di candidarsi a governare la città. La giornata è coincisa con il varo del Movimento per Palermo. Si potrebbe dire che la campana per il governo palermitano, non suona soltanto per mano delle fasce d’opposizione spontanee e da tempo politicizzate, ma anche per il ritrovato protagonismo di uno spaccato di quella borghesia professionale che in genere si disinteressa del governo della cosa pubblica. Se così stanno le cose, un bel pesante rintocco suona anche per i partiti che stanno all’opposizione. Il vero problema per il centrosinistra è quello di unire la parte borghese della zona centrale della città, che si confronta in convento o scende in piazza, e quella popolare dei rioni periferici. Quest’ultima si mobilità nel momento del voto e solitamente decide chi vince o chi perde. Non s’interessa né di convegni né di barchette, ed è molto sensibile ad altri, e ben più concreti, ragionamenti e convenienze. Da una decina d’anni il centrosinistra palermitano, di questi tre spezzoni, intercetta soltanto quello che ha portato le barchette davanti il municipio. Borghesia professionale e, ancor di più, ceti popolari, sfuggono alle capacità di analisi e d’intervento della classe dirigente delle formazioni politiche che dal 2001 gli elettori sistemano nei banchi dell’opposizione. Per dirla in estrema sintesi, si ha l’impressione, e questo è un ragionamento che si potrebbe estendere anche al livello regionale, che al momento nell’arena politica del capoluogo si fronteggino due debolezze. La lacerazione disarmante del centrodestra, che a Palermo ha davvero toccato punte impensabili di malgoverno e di scarsa competenza nel fare anche le cose più semplici e ovvie. Ma anche la spossatezza, che viene da lontano, del centrosinistra. Una debilitazione che ha bisogno di allargare decisamente il consenso e che non si cura con i momenti della protesta e dell’invettiva. Si tratta, come ben sappiamo, di fasi di una certa euforia, che tuttavia sono fine a se stesse e mai arrivano a varcare i seggi elettorali. Altra cosa sarebbe mettere subito in campo un’ipotesi di governo e incamminarsi verso le elezioni, forse non lontane, vista anche la situazione finanziaria del comune. Sì, proprio un candidato a sindaco, scelto col metodo che più aggrada, primarie o bussolotti, e una squadra di governo capace, giovane e motivata. Perché dal momento in cui si mettono in soffitta le barchette della ribellione, si deve offrire una possibilità concreta al corpo elettorale di guardare e scegliere da un’altra parte. Alternativa, a meno di non volersi prendere in giro, che a tutt'oggi, e da una decina d’anni, non esiste. Se non definisci il tuo percorso politico, se non raggiungi un’identità precisa dalla quale trattare con forza, tutto il resto somiglia al classico divertimento del gatto che gioca col topo. La fine dell’impari confronto è a tutti nota. Chi vuole mettere in campo una politica diversa nel capoluogo, ed il ragionamento si può estendere anche al versante regionale, deve essere capace di uscire dal pantano attuale con progettualità e percorsi chiari. Evitando di giocare esclusivamente nella metà campo altrui. Perché, cosi facendo, il centrodestra continuerà ad essere, un po’ ovunque nella nostra regione, maggioranza e opposizione a se stesso. E potrà seguitare a candidare chi vuole, anche chi ha amministrato in maniera pessima. Sapendo che l’altra parte, la presunta alternativa, è talmente debole che non va oltre la protesta occasionale. Impiegando esclusivamente in tale direzione le proprie residue forze. Tornandosene ogni volta a casa contenta per l’oggi e sempre più stordita sul futuro.

giovedì 15 ottobre 2009

PD, quest'anno niente festa

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 15 OTTOBRE 2009
Pagina I
I silenzi del Pd che ha perso la sua festa
Francesco Palazzo

Lo scorso anno l´orgogliosa parola d´ordine fu la seguente: a Palermo la Festa dell´Unità non si tocca, neanche a parlarne di Festa democratica. Almeno per un altro anno il nome storico sarebbe rimasto. Poi, passando dalle parole ai fatti, le cose andarono diversamente. Si chiamò Festa democratica e si tenne dal 21 settembre al 1° ottobre. Si parlava di Obama e vi furono più confronti con esponenti del centrodestra, presidente della Regione, della Provincia e assessore alla Sanità in testa. Nessuno con la parte a sinistra del Partito democratico. Segno dei tempi, quasi un´era fa. Era ancora vivo il mito dell´autosufficienza maggioritaria. Al di là di questi rilievi, e del nome, l´appuntamento tradizionale fu confermato. Quest´anno neanche a parlarne. Niente Festa, né dell´Unità, né democratica. In Sicilia l´appuntamento arrivò nel 1951, quattro anni dopo che nel resto d´Italia. È stato, da allora, un momento fisso di fine estate. Anche i più recalcitranti verso il centrosinistra, almeno per un dibattito o un concerto passavano da lì, dal Giardino Inglese. Ma ho anche un vivo ricordo di un concerto di Gino Paoli a Villa Giulia. La Festa a Palermo, vista la centralità politica della città, è sempre stata un evento che ha dato la linea su alcune tendenze del partito e dell´intero schieramento di centrosinistra. E dire che quest´anno non sarebbe mancata la carne al fuoco. Fra i tanti argomenti caldi se ne possono contare almeno tre. Basta pensare, per fare un primo esempio, alle primarie aperte a tutti che si svolgeranno il 25 ottobre per l´elezione del segretario regionale. I tre in lizza - Giuseppe Lumia, Giuseppe Lupo e Bernardo Mattarella - gravitano nel Palermitano. Sarebbe stata sia una buona occasione per conoscere meglio il tipo di partito che ognuno dei tre vorrebbe in Sicilia, sia un´importante cassa di risonanza per far avvicinare più gente possibile alle primarie. La cui campagna, detto per inciso, è abbastanza flebile e arriverà appena a sfondare, se va bene, il muro degli iscritti più legati al partito. In secondo luogo, altro tema ancora più scottante, la vicenda regionale. Il Partito democratico è l´unica forza d´opposizione presente all´Ars. C´è una spaccatura più che evidente tra delegazione parlamentare e partito, e all´interno dello stesso gruppo dei deputati regionali. Tra chi vuole vedere tutte le carte di Lombardo e chi legge in questo comportamento un´accondiscendenza incomprensibile sono volate parole grosse. Quale occasione migliore della Festa per far giungere all´opinione pubblica gli intendimenti del partito sulla politica regionale? Un terzo aspetto riguarda la vicenda palermitana. È fuor di dubbio che quanto accade politicamente a Palermo influenza largamente il quadro politico regionale e nazionale. Sinora l´opposizione alla giunta in carica ha avuto gioco facile. Sono stati tali e tanti gli svarioni amministrativi del centrodestra, che hanno prestato più di un fianco a critiche profonde ed efficaci. Fuori e dentro i luoghi istituzionali. Come non ricordare, per rifarci solo all´ultima vicenda, il gommone portato in piazza e le barchette agitate contro il primo cittadino? Però, dal momento in cui si sgonfia il gommone del malcontento e si mettono in soffitta le barchette della ribellione, si deve offrire una possibilità concreta al corpo elettorale di guardare e scegliere da un´altra parte. Alternativa, a meno di non volersi prendere in giro, che a tutt´oggi non esiste. Ecco, più di un approfondimento in tal senso sarebbe potuto venire durante la Festa, quest´anno in silenzio, insieme con qualche spunto concreto verso una democrazia dell´alternanza e non solo della protesta. Qualche mese addietro il Partito democratico ha invaso la città con un manifesto. Diceva che era pronto a governare Palermo. In un´affollata assemblea i toni erano stati bellicosi. Si annunciava un veloce raccordo con gli altri gruppi di centrosinistra presenti in Consiglio. Il fine era quello di arrivare a un piano comune per affrontare subito, e non come sempre all´ultimo momento, la prossima tornata amministrativa a Palermo. L´intenzione era buona. Eppure, dal giorno dopo, non se n´è saputo più niente. Del resto, basta andare sullo spazio web del Partito democratico palermitano per leggere un laconico «sito in costruzione, riprovare più tardi».

venerdì 9 ottobre 2009

La Sicilia che si offende da sola

CENTONOVE
9/10/2009
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 38 -Pag. 52
Alluvione il gioco delle parti
Francesco Palazzo

Sulla tragedia che ha colpito la provincia messinese, è iniziato sin da subito il solito gioco delle parti. Ci siamo abituati, ma ogni volta fa senso come fossa la prima. E sappiamo che è sempre la penultima. Si comincia con chi grida al dissesto idrogeologico. Il costruire dove non si potrebbe, ad esempio sul greto di un fiume, a lungo andare causa drammi come quello della provincia messinese. Il punto è che, se si vanno a vedere le carte, si scopre che sono in regola. Gran parte dell’assalto selvaggio al territorio siciliano ha le carte ha posto. Un castello di documenti che cade alla prima ondata di maltempo. Ma chi deve controllare questi abusi, prima che si legalizzino? La classe dirigente locale, fa per intero il proprio dovere? L’altro ritornello è proprio quello degli amministratori locali. Che denunciano la mancanza dei fondi. Aspetto certo importante. Ancora più rilevante sarebbe sapere se si fa prevenzione. Se sei abituato a chiudere entrambi gli occhi, ti posso pure riempire d’oro, ma siamo sempre punto e a capo. E anche qui, non mancano altri due tasselli, la Regione e il governo nazionale. Dalla regione informano che i finanziamenti ci sono stati e ancora ne verranno erogati. Noi però vorremmo sapere come sono stati impiegati quelli passati e come saranno utilizzati quelli futuri. Sappiamo bene che tali stanziamenti si disperdono in mille rivoli, solo una piccola parte va nella giusta direzione. Non ci interessa sapere quante centinaia di milioni sono presenti in un capitolo di spesa. C'importa capire quale era il piano per quella zona colpita, quali sono i programmi d’intervento per le altre zone siciliane che si trovano nella stessa situazione, e a che punto siamo con le concrete realizzazioni dei lavori previsti. E, visto che ci siamo, non pensiamo di essere importuni se chiediamo se è vero che in Sicilia non è ancora operativo il Centro Funzionale. Struttura che dovrebbe essere presente in tutte le regioni e che fa parte del sistema di monitoraggio e di allertamento, in collegamento con un centro funzionale centrale che fa capo al dipartimento della protezione civile. Insomma, le chiacchiere stanno a zero. Non si allevierà certo il dolore con le dichiarazioni a effetto. Casomai, bisognerà capire, e solo la magistratura potrà farlo, se corrisponde a verità il fatto che da Roma era stato diramato un allarme di grado elevato, ma pare che non sia così, e se questo è stato recepito con la giusta attenzione da quanti erano preposti a farlo. Qui abbiamo registrato uno smarcamento del governo nazionale. Ve l’avevamo detto, avevamo previsto. E una buona volta, ma sappiamo che è un vano desiderio, dovremmo eliminare dal nostro vocabolario frasi come “tragedia annunciata” e “l’avevo detto”, Soprattutto da parte di chi aveva il potere di agire dopo l’annuncio e di fare prima di dire. Infine, nella scena c’è sempre un protagonista fisso. Un filone di pensiero che alimenta il sentimento della Sicilia abbandonata e sfruttata. Ma quando si sarà stanchi di pronunciare questo mantra ormai vuoto dentro? Basta andare in giro per la nostra regione e rendersi conto di come gli abitanti trattano il territorio, di come lo piegano ai loro voleri ai loro egoismi più sfrenati. Sia nei luoghi di abitazione abituale, sia nei posti dove si è soliti trascorrere le vacanze. Ma di quali carnefici parliamo, se siamo i primi noi ad ammazzarci da soli. Perché è chiaro che se tu, a esempio, per decenni depositi dei detriti o altra roba a monte della tua casa. Se lo fa anche il tuo vicino e quello appresso ancora. Se diventa un’abitudine tramandata da padre in figlio. Cosa si pensa che succederà all’ennesima pioggia torrenziale? Semplice, che tutto le belle cosette che avevi messo qualche chilometro più in alto, le vedrai passare velocemente sotto casa tua. Distruggeranno case, automobili e, se va male, anche persone. Allora, più che fare, a tragedia avvenuta, ciascuno la parte di chi “l’aveva detto”, mirando a salvaguardare la propria poltrona o i propri privati interessi, piangendo sulla Sicilia vilipesa, dovremmo dare un senso preciso e non fumoso alla parola legalità. In questa regione più strombazzata, con i potenti megafoni della retorica, che praticata coerentemente e quotidianamente.

giovedì 24 settembre 2009

Le minoranze e gli azzeramenti progressivi

LA REPUBBLICA PALERMO – GIOVEDÌ 24 SETTEMBRE 2009
Pagina XV
Cosa viene dopo l´azzeramento
Francesco Palazzo

Il nuovo orizzonte della politica siciliana si chiama azzeramento. Ci si può chiedere che efficacia avranno le azioni nei rami delle amministrazioni, che vantaggi ne trarranno i cittadini, se si cambiano i vertici degli assessorati come le camicie. Ciò che, tuttavia, appare più dannoso è che la girandola nelle squadre di governo va di pari passo con l´azzeramento delle maggioranze uscite dalle urne. Come se il voto fosse solo un incidente di percorso. Celebrato il quale, iniziano i veri giochi, che poco hanno a che vedere con la gestione delle pubbliche istituzioni. Si azzera alla Regione, poi al comune di Palermo, quindi ripercussioni alla provincia. In seguito vedremo i contraccolpi negli altri enti locali, nelle società partecipate e in tutti gli enti di sottogoverno. Chi di azzeramento ha colpito, mettendo fuori intere famiglie politiche, di azzeramento sarà infilzato in altri luoghi. Quello che colpisce, e rende normale tale mortificazione del voto popolare, è che pure l´opposizione accetta tale modo di agire. Prendete il governo regionale e la (non) maggioranza che lo sostiene. Si è arrivati a questa situazione dopo che pure dal Partito Democratico erano partiti forti segnali. Se si voleva l´inizio di una stagione dai toni collaborativi dai banchi della minoranza, all´ARS rappresentata solo dal PD, si doveva procedere con la demolizione del primo esecutivo Lombardo e con la denuncia della coalizione che lo aveva sostenuto in campagna elettorale. Invito raccolto. Ed ecco che abbiamo una configurazione parlamentare confusa, dove l´approvazione di ogni singolo provvedimento è sottoposta alle più svariate prese di posizione dei singoli parlamentari. E non è finita qui. Dal gruppo parlamentare dei democratici, che ormai procede staccato dal partito, si torna a domandare, per iniziare una fase ancora più virtuosa, un nuovo rivolgimento del quadro politico regionale. In pratica, si chiede di abbandonare lo schema di centrodestra e fare qualcos´altro. Così, senza passare nuovamente dalle urne. C´è da rimanere più che perplessi di fronte a tale sorprendente uscita. Soprattutto se avviene durante una campagna elettorale per le primarie, non priva di colpi sotto la cintura, che vede fronteggiarsi quattro candidati per la corsa verso la segreteria regionale del PD. Ma poi, quale sarebbe la risultante politica della strategia degli azzeramenti progressivi? E inoltre, dopo il secondo passaggio di bianchetto sulla politica regionale, ammesso che davvero si arrivi a tanto, ne verrà chiesto un altro, e poi un altro ancora? E quanti azzeramenti occorrono, in una legislatura, per raggiungere la perfezione assoluta? Abbiamo, in definitiva, l´impressione che tutti questi scossoni interni al centrodestra siciliano, che ormai fa insieme da maggioranza e opposizione a se stesso, lungi dal giovare alle ragioni delle minoranze, ne attenuano sempre più la visibilità e la progettualità.

venerdì 18 settembre 2009

Padre Puglisi, la verità anche per lui

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
del 18 9 2009
Pag. 55
In memoria di Puglisi
Francesco Palazzo

Le circostanze che portarono all’eliminazione del giudice Borsellino, nel luglio del 1992, e alla strategia stragista di Cosa nostra in continente, nel 1993, sembrano oggi mettere in primo piano, sebbene molto sia ancora da chiarire e approfondire, la mafia di Brancaccio. Non è fuori luogo ricordarlo in questa settimana, in cui si è ricordato il sedicesimo anniversario della morte per mano mafiosa di Don Pino Puglisi. Egli, intendendo fare al meglio solo il prete, venne verosimilmente a scontrarsi non con una semplice cosca mafiosa. Questo già avveniva in altre parrocchie di Palermo. Nella stessa comunità cristiana di S.Gaetano, dove Puglisi spese i suoi ultimi tre anni di vita, vi era stato in precedenza, dal 1985 al 1989 un altro parroco, Rosario Giuè, che aveva, davvero per la prima volta in quel territorio, portato e costruito un sentire antimafioso, sia dentro il tempio che fuori. Solo che ai tempi di Puglisi, e oggi è possibile inquadrare meglio il tutto, lo scontro tra quanti volevano portare a Brancaccio un impegno cristiano, sociale e antimafioso e i cosiddetti uomini d’onore, non riguardava soltanto aspetti legati a pur importanti questioni locali. La rete della violenza mafiosa, che cade sull’inerme sacerdote la sera del 15 settembre 1993, mentre si apprestava a mettere le chiavi sull’uscio di casa dopo una giornata di duro lavoro, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, era stata il larga parte tessuta in un contesto molto più ampio. Che, da Brancaccio, attraversava tutta la Sicilia e aveva uno dei suoi punti di protezione, e anche qui speriamo presto di saperne di più, in qualche centrale di potere vestita esternamente di legalità, ma dentro pronta a trattare, coprire, suggerire. Puglisi, certo inconsapevole dello scacchiere immenso entro cui la sua azione si muoveva, restò schiacciato in questa enorme tenaglia criminale che non ci pensò due volte ad abbattere un rappresentante della chiesa. Non era la prima volta che accadeva e non sarebbe stata l’ultima. Ricordiamo che nel marzo dell’anno seguente cadrà, a Casal di Principe, Beppe Diana. Ma era la prima volta che un rappresentante del clero veniva eliminato all’interno di un disegno che trovava il pretesto omicidiario in un determinato quartiere periferico, ma che rispondeva a logiche molto più complesse e ingarbugliate. Certo, la cosca di Brancaccio, in quel momento nella stanza dei bottoni dell’ala più sanguinaria del potere mafioso, aveva qualche problema nel far passare l’omicidio come normale amministrazione. E’ noto a tutti il fatto che venne utilizzata un’arma che in genere i tiratori scelti del gruppo di fuoco disdegnavano per le esecuzioni, in modo che la morte di Puglisi potesse passare come il tragico epilogo di un tentativo di rapina. E’ forse meno noto che, per incoraggiare tale quadro investigativo, qualche tempo dopo, in una delle vie adiacenti Piazza Anita Garibaldi, dove cadde Puglisi, fu fatto trovare in un’auto il corpo senza vita di un anonimo delinquente di borgata. In modo da fornire a tutti la certezza che la mafia aveva fatto giustizia. Il fatto non balzò all’attenzione dell’opinione pubblica perché gli uomini delle cosche non riuscirono, all’inizio pare fosse questo il loro intendimento, a lasciare quel cadavere nella stessa piazza, dalla sera dell’omicidio costantemente presidiata. Ed era forse un tentativo messo in atto, non tanto e non solo per giustificarsi con la chiesa, ma per impedire che il tassello dell’omicidio Puglisi venisse posto nel giusto spazio. Ossia dentro quel piano di attacco frontale a certi uomini, compreso Puglisi, che difendevano, da postazioni diverse, lo Stato e la democrazia con la schiena dritta, mentre altri cercavano di porre in essere giochi oscuri. Messa così, la verità, tutta, su quegli anni, se mai si arriverà a conoscerla per intero, sarebbe un omaggio anche al prete Pino Puglisi. Morto, a prima vista, a Brancaccio e solo per Brancaccio. Ma anche e soprattutto per custodire, a mani nude, solo con l’ausilio della sua fede e della sua operosa speranza, in una battaglia molto più grande del suo esile corpo, il futuro di questo paese.