domenica 21 luglio 2013

La questione morale e i democratici.

LiveSicilia - Domenica 21 Luglio 2013

Il Pd e la questione morale

Francesco Palazzo


 

Ogni tanto spunta fuori la “questione morale”. A voi pare di averla messa definitivamente in archivio. Come avete fatto per la rosolia o il morbillo. Invece è lì. Quando ne sento parlare, provo un senso di tenerezza. Non ci pensi più per un periodo, ed eccola che ti prende di sorpresa. E' una dinamica rassicurante. Sai che, seppure da qualche tempo la politica la osservi con un'attenzione minore, non ti sei perso niente d'importante. Puoi saltare qualche giro ed essere sempre in partita. Perché, prima o dopo, la vedrai galleggiare in qualche dichiarazione, sarà la conseguenza di indagini della magistratura oppure il risvolto di una lotta tra fazioni, l'una che la sventola sotto il naso dell'altra.

Ora, la domanda che LiveSicilia mi pone è la seguente. C'è una questione morale nel PD siciliano? 

giovedì 18 luglio 2013

Festino: polemiche inutili e questioni importanti.

La Repubblica Palermo 

17 luglio 2013 —   pagina 1

I valori cattolici e i diritti di tutti

Francesco Palazzo

L'omelia pronunciata a Palazzo delle Aquile dal cardinale Romeo per la ricorrenza della santa patrona pone tre questioni sulle quali riflettere. In primo luogo, perché si continua a mandare avanti questa usanza della celebrazione eucaristica dentro il palazzo di città, che si ripete il primo dell' anno? Fa parte della tradizione, si obietterà. Ma tutte le tradizioni sono passibili di aggiornamenti. E se non ci riesce la politica a far passare il minimo sindacale in quanto a laicità delle pubbliche istituzioni, spero lo capisca la diocesi. E la sua guida pro tempore si limiti, in futuro, durante la visita all'amministrazione in occasione del Festino o del Capodanno, a qualcos'altro che non sia la celebrazione di un rito. Altre espressioni religiose della città vivono ricorrenze. Non per questo i rappresentanti del popolo approntano, nel palazzo di tutti, altari o cose simili. La seconda riflessione si riferisce all'agire che deve essere osservato nei rapporti istituzionali. Sindaco e assessore alla Cultura, per mostrare il programma dei festeggiamenti per Rosalia, vanno al palazzo arcivescovile. Lo fanno in punta di piedi, com' è corretto che sia. Nessun sindaco, in tale occasione, si è mai messo a leggere una sorta di omelia politico-religiosa di rivendicazioni verso la Chiesa di Palermo e di consigli non richiesti dai cattolici su come vivere meglio il Vangelo. Allo stesso modo gli arcivescovi, una volta varcata la soglia di Palazzo delle Aquile, non dovrebbero elencare alla politica memorandum su cui attestarsi per non dispiacere la Chiesa. Non deve, allora, il cattolicesimo rivolgersi alla politica utilizzando il proprio linguaggio e il proprio modo di vedere il mondo? Certo che deve farlo. In libertà e sincerità. Ma, oltre che nei giusti contesti, ricordandosi, e veniamo al terzo punto, che i rispettabili concetti sulla vita umana che il cattolicesimo veicola non è detto che debbano essere gli unici scritti nell'agenda politica. Che, invece, deve farsi carico di regolamentare una società plurale. Parliamo di democrazia. Una prassi che ancora la Chiesa non pratica del tutto. Che ha tante lacune, però sinora è il miglior rimedio per disciplinare la vita collettiva nel rispetto di tutti. Il presule nell'omelia ha rimproverato, tra le righe ma in maniera abbastanza esplicita e con parole forti, il Consiglio comunale di Palermo e la giunta di avere traviato sui veri valori. Il supporto al Pride e l'avere approvato l'istituzione del registro delle unioni civili non sono andati giù. Che queste tematiche siano un nervo scoperto lo si capisce dalla reazione, molto sopra le righe, proveniente da ambienti curiali e poi esplosa in un florilegio di dichiarazioni, dopo la proiezione di alcune immagini (gameti di due uomini, di due donne, di un uomo e di una donna e dell'asterisco simbolo del Pride), insieme con altre inneggianti all' amore, sulla facciata della cattedrale durante i festeggiamenti. Ma allora cosa dovrebbero pensare i palermitani della circostanza che una delle musiche di accompagnamento dei giochi pirotecnici al Foro Italico era tratta da un brano cattolico molto conosciuto, esattamente "Santa Chiesa di Dio"? Lasciamo da parte gli inutili pretesti usati per polemiche di poco momento e andiamo all'essenziale. Il punto è che il tipo di famiglia che il primate di Sicilia difende, e che sente minacciata dal Pride e dal riconoscimento di semplici diritti a famiglie che non rientrano nello schema padre-madre-prole, a noi va benissimo. Non crea nessun problema, né alla giunta comunale che ha sponsorizzato il Pride, né al Consiglio comunale che ha votato la delibera sulle unioni civili. Solo che esistono altri segmenti di vita che non possono essere definiti «confusione» o portatori di «valori avariati», e la politica che se ne occupa non lascia alle giovani generazioni «orientamenti socio-culturali viziati». Bisogna farsene una ragione. E confrontarsi serenamente con una società che non è più a trazione confessionale, ma che si è da tempo secolarizzata. Non ci rimetterà la Chiesa e non ci perderanno la politica e il popolo che la esprime.

lunedì 8 luglio 2013

Le due città e le due chiese di fronte alla mafia.

La Repubblica Palermo

 07 luglio 2013 —   pagina 17   

 LE DUE PALERMO DI FRONTE ALLA MAFIA

Francesco Palazzo

A ogni retata, l' ultima nel quartiere di Ballarò, pare che si scopra un dato nuovo. Che invece è abbastanza vecchio e strutturale da almeno un secolo e mezzo. Un pezzo ampio di Palermo è ancora ai piedi dei boss mafiosi. Quanto è ampio questo pezzo di città? O, se vogliamo, questo pezzo di Sicilia? Temo che in questi ultimi decenni, ci siamo raccontati la storia di una città, e di una regione, risanate e finalmente indipendenti. Se non dall'economia criminale, perché in fondo ogni giorno ci può capitare di fare la spesa o la benzina in esercizi commerciali legali provenienti da soldi sporchi, almeno dalla cultura mafiosa. Dopo l'ultima operazione di polizia, dalla Procura fanno giustamente notare che siamo in presenza di due città. La prima ancora legata alla mafia e l' altra sempre più rispettosa del vivere civile. Ma dobbiamo anche ammettere che la prima comunità, quella che risponde alle coppole storte, è molto più numerosa e forte. Potremmo, come abbiamo sovente fatto, liquidare questo ampio strato di società siciliana succube dei boss come preda della subcultura. E magari ci sarà anche questo. C'è chi però, non necessariamente povero, culturalmente ed economicamente, per fare quel tal lavoro si rivolge alla ditta raccomandata, o imposta, dal ras del rione. Poi c' è l'altra città. Quella che si è liberata. Una piccola enclave, a mio parere, che forse pensa di essere numerosa perché si conta sempre nei posti sbagliati, e invece è numericamente ancora poco consistente. Ma la città virtuosa, come esercita questa diversità rispetto al potere criminale? Forse non chiede più raccomandazioni e favori al potere politico? Forse utilizza sempre i soldi pubblici in maniera virtuosa, senza sprechi, mettendo in campo buona politica? E rispetta sempre le elementari regole del vivere civile? Se cominciassimo a rispondere ci renderemmo conto, probabilmente, che quell'altra città, contrapposta alla mafia, è ancora più sottile in qualità e quantità. E, ampia o stretta che sia, prima o poi dovrà porsi il problema di confrontarsi con i tanti che ancora sono devoti al padrino di turno. Non si può certo pensare che queste due città siano irriducibili l'una all' altra e possano continuare a ignorarsi pur calpestando le stesse strade. Così non può funzionare. Altro fronte di discussione che esce dalle ultime vicende è legato alla Chiesa cattolica. Sempre più spesso vediamo che le processioni rionali ospitano tra le loro file persone con curriculum penali abbastanza consistenti. La Chiesa lo sa che accadono queste cose? E se ne è a conoscenza, come è logico che sia, cosa fa per arginare questo fenomeno, invero abbastanza diffuso e di lunga durata? Così come si fa con Palermo, si possono ipotizzare due Chiese. Da una parte quella di don Puglisi, appena beatificato, oppure quella di Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, che ha vietato i funerali dei mafiosi condannati in via definitiva. Dall'altra, quella di chi ancora non è in grado di prendere provvedimenti altrettanto decisie non vigila, o chiude un occhio, sull' infiltrazione di elementi poco raccomandabili dentro le espressioni delle religiosità popolare. Quanto pesano queste due Chiese? Ho l'impressione che la vicenda di don Pino Puglisi abbia in qualche modo oscurato la tanta strada che anche la Chiesa cattolica siciliana deve fare su questo fronte.

domenica 23 giugno 2013

Sfilata Gay Pride: ovvero, corpi che parlano.

 La Repubblica Palermo - 22 Giugno 2013 - Pag.I
 Sua maestà il corpo padrone della scena

Francesco Palazzo

La manifestazione del Pride, che dal 14 giugno vede Palermo ospitare l' evento nazionale, ha il suo momento centrale nella parata finale dei carri. Tanti, che pur sono inclini a vedere di buon occhio le rivendicazioni del movimento Lgbti, leggono nella sfilata solo la volontà di cercare l' esibizione spettacolare a tutti i costi. Credo che la cosa possa essere vista e considerata da altri punti di vista. Che potrebbero farci scoprire la questione centrale dell' avversione, piùo meno strisciante, che in molti continuano ad avere verso questo mondo. A nzitutto, se questa è, fra le altre, la forma espressiva con la quale i Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali) decidono di presentarsi pubblicamente, bisogna prenderne atto. Non si può dire loro: fate altro o rinunciate per essere più compresi e non fischiati o derisi. Sarebbe come se, alle processioni del Venerdì santo, si chiedesse alle chiese di starsene rintanate all' ombra dei campanili e di non fare scendere per le vie le solite teorie di cristi sofferenti e madonne piangenti, ma altre manifestazioni del loro credo, perché ormai le modalità comunicative sono mutate rispetto all' inizio di questa pratica pietistica e popolare, che affonda a diversi secoli fa. È solo un esempio, fra i tanti che si potrebbero fare, per dire che occorre lasciare sempre ai protagonisti la possibilità di rappresentarsi come meglio credono. Perché è pur sempre una violenza, magari travestita da dichiarazioni politicamente corrette, quella di indicare all' altro le modalità con le quali deve apparire. Non è una questione di forma, ma di sostanza. Lo sbattere in faccia il proprio modo di vivere il sesso, certo non nella quotidianità ma in un momento altamente simbolico, provoca imbarazzo. Perché tocca un tema che molti, uomini e donne, diciamo così normali, tendono a dissimulare per non affrontare ferite ed evitare conflitti. Certo, ci vuole anche altro, affinché certi diritti siano riconosciuti. Ma quell' altro non può essere messo al posto della questione principale. Che è il corpo. I corpi. La carne. C' è tutto un universo, non necessariamente cattolico o confessionale, ma anche laico, non solo di destra ma pure di sinistra, per il quale la corporeità, se non un peccato, è comunque un problema. Da tenere lontano. Ma in quei corpi, che una lunga storia ha voluto negare a se stessi e che parlano senza parole, stanno scritte tante cose. Valgono molto più di tanti convegni, pur partecipati, e di tante idee, pur espresse lucidamente. Nessun altro medium potrebbe sostituirsi a persone che comunicano direttamente ciò che sono con quello che c' è di più sacro e inviolabile. Cioè se stessi. È vero che ai vari appuntamenti nel village del Pride ai Cantieri culturali della Zisa si è visto tanto pubblico, abbastanza trasversale nella sua composizione. Ma si tratta di persone, generalmente, già sensibilizzate al riconoscimento dei diritti verso i Lgbti. È come sfondare una porta aperta, che non sposta di molto lo stato delle cose. Mentre, al contrario, il corteo dei carri con le persone festantia bordoè una manifestazione popolare, di strada, che tutti possono vedere e che rimane nell' immaginario collettivo. Più che guardare cosce, seni e paillette, proviamo a scrutare gli occhi delle persone che sfilano. Quelli non mentono e narrano sofferenze che vengono da lontano. E se qualcuno fischia e altri sfottono non è perché ci si trova di fronte a fenomeni da baraccone. Ma in quanto quei corpi che si mostrano vanno a toccare livelli di consapevolezza profonda e pongono domande dirette. Alle quali non si sa rispondere se non con lo sberleffo. E ciò significa che ancora molta strada è da fare. Anche attraverso una sfilata piena di colori e di vita.

domenica 16 giugno 2013

Cosa chiede il Gay Pride?

 LiveSicilia
16 Giugno 2013

La politica aperta del Gay Pride. E quella chiusa del Family Day.

Francesco Palazzo

Parliamoci chiaro. L'omosessualità, la trasnsessualità, la bisessualità, sono ancora viste da un'ampia parte di opinione pubblica come problemi. Situazioni esistenziali da cui stare alla larga. Pregando Iddio che non capiti proprio a me, a mio figlio, a mia figlia, alla mia famiglia più stretta. Chi vive una vita sessuale e sentimentale diversa da quella della maggioranza, incontra ostracismi di vario tipo. C'è chi li esprime in maniera eclatante e chi si limita a farlo, e sono tantissimi, con sorrisini e battutine spalmate nel quotidiano. Tante piccole ferite che non si vedono e che fanno ancora più male.

Anche il Gay Pride, che si sta celebrando a Palermo dal 14 al 23 giugno, suscita avversione. Proveniente, in maniera trasversale, da destra a sinistra. Basterebbe leggersi i commenti su questo giornale, farsi un giro su facebook o semplicemente parlare con la gente per strada. Insomma, il problema esiste e va affrontato. Non lanciando generiche fatwe contro coloro che hanno posizioni chiuse sull'argomento. Ma ragionando. Nel chiedermi il contributo che leggete, LiveSicilia mi fa una domanda precisa. Che tipo di politica esprime il Gay Pride?

Sono andato a guardare la piattaforma politica sul sito palermopride.it/2013 e l'ho incrociata con quella del Family Day, che si svolgerà, volutamente, a Palermo, il 22 e il 23 prossimi. In questo volutamente c'è la profonda differenza politica tra i due eventi. Il Gay Pride non nasce in contrapposizione a qualcosa, il Family Day, sì. E' vero che un rappresentante della conferenza episcopale siciliana ha voluto sottolineare che la manifestazione non è contro qualcuno. Ma, ancorché proveniente tale dichiarazione da una voce autorevole (ma isolata), tutto lascia presagire che così non è. Si è voluto mettere in scena una specie di derby a Palermo.

Come se la vita sessuale, in tutte le sue manifestazioni, non facesse già parte delle nostre famiglie. Normali e più che normali. Al fondo c'è una questione che richiama due diverse tipologie di società e quindi di politiche. Le rivendicazioni del Gay Pride intendono conquistare diritti senza che questi significhi toglierne ad altri. Quali sono queste rivendicazioni? Riconoscimento del matrimonio civile per coppie formate da persone dello stesso sesso e delle unioni civili per coppie formate da persone dello stesso sesso o di sesso diverso, attraverso una normativa diversa da quella del matrimonio. Estensione al partner o al genitore non biologico della co-responsabilità sul minore, possibilità di adozione ai singoli o alle coppie formate da persone dello stesso sesso, definizione di una nuova legge che permetta l’accesso alla procreazione assistita per singoli e coppie, anche dello stesso sesso.

Si chiede, inoltre, che la discriminazione sia combattuta attraverso interventi formativi per i dipendenti degli uffici pubblici e con percorsi educativi rivolti alle scuole. Si auspica che la transizione di genere sia erogata dal sistema sanitario nazionale e che la transessualità sia rimossa dal manuale diagnostico dei disturbi mentali. Dal punto di vista della politica internazionale, si vuole la depenalizzazione in alcune nazioni dell'omosessualità e l’abolizione della pena di morte, che in taluni paesi è prevista anche per i reati di omosessualità e transessualità. Questo, più o meno, è quanto. Concordi o discordi che ci si trovi sui singoli punti, mi pare un percorso che intende costruire e non distruggere.

Il complesso della privazione e dell'invasione di campo mi pare che, al contrario, contraddistingua il Family Day. Programmato “per non lasciare la città in mano al Gay Pride”. Vogliono dire no, così scrivono nel loro sito, alle adozioni e al matrimonio gay e dire sì alla bellezza della famiglia naturale. Intendono, cosi aggiungono, aiutare i palermitani a farsi gli anticorpi. Come se si trattasse di una pericolosissima malattia da scongiurare. C'è l'accusa contro le istituzioni, che non farebbero molto per tutelare la famiglia composta da un padre, da una madre e dalla prole.

Ma non vi è traccia di puntuali richieste, da inoltrate alle forze politiche e istituzionali, così come invece fa il Gay Pride con i punti che ho sinteticamente riportato. Dunque, cosa è la politica del Gay Pride? Dal mio punto di vista è una politica che tende ad allargare diritti e dunque la democrazia. Mentre, viceversa, mi sembra che l'atteggiamento del Family Day inviti a circoscrivere, a chiudere. La famiglia è bella, non vi è dubbio. Ci forma e ci protegge. E, quando è veramente sana, sa difendere e potenziare le differenze. Farne un fortino, scavando trincee, per salvaguardarla non si sa bene da cosa, visto che il Gay Pride non intende minacciarla in alcun modo, è un modo di fare incomprensibile. Come sanno bene quelle famiglie, composte da padre, madre e prole, che si trovano a vivere delle differenze sessuali che crescono e che chiedono, spesso implorano, solo di poter vivere dignitosamente. Preservando le proprie e le altrui libertà.

venerdì 14 giugno 2013

Palermo, Registro Unioni Civili: il PD non c'era e se c'era dormiva.

La Repubblica Palermo - 13 giugno 2013 —   pagina I 

La fuga dei democratici che sa tanto di autogol

Francesco Palazzo

HO DOVUTO rileggere due volte l'articolo di cronaca del nostro giornale che dava conto dell'approvazione, da parte del consiglio comunale di Palermo, del registro delle unioni civili. e coppie di fatto avranno, non appena si modificherannoi regolamenti comunali, e vedremo quanto saranno lunghi i tempi in cui ciò avverrà, gli stessi diritti dei coniugati su asili nido, buoni casa e altri aspetti assistenziali riguardanti la vita quotidiana. L'ho dovuto leggere ancora, perché la prima volta pensavo di aver letto male. L' accaduto è alquanto strano. Come l' uomo che morde il cane. Il Pdl e l' Udc, che teoricamente avrebbero dovuto essere contrari, hanno votato il provvedimento. Addirittura, un esponente del partito di Casini, nel sottolineare che il consesso cittadino stava parlando semplicemente d' amore tra una persona e un' altra, ha regalato ai colleghi una copia del Simposio di Platone. È vero che ormai sono saltati tutti gli schemi ideologici novecenteschi, ma questa è davvero una bella sorpresa. E non sono stati da meno i consiglieri del Pdl. «È un atto di civiltà», ha chiosato un esponente del gruppo dei berlusconiani, nella nostra terra, come altrove, elettoralmente in caduta libera. I consiglieri del Partito Democratico, al contrario, non erano presenti in aula al momento del voto. Non è la prima volta che il consiglio comunale di Palermo si esprime in tal senso. Era già accaduto nel novembre del 2011, con l' approvazione di una mozione, evidentemente rimasta lettera morta se c'è stato bisogno di questo ulteriore passaggio, che impegnava il sindaco di Palermo ad istituire un simile registro. E, pensate un po' , la proposta, che aveva successivamente trovato un relativo appoggio bipartisan, era partita proprio dai democratici. Allora le cose si erano sviluppate nel senso che più conosciamo. Con esponenti di spicco del Pdl, del Pid e dell' Mpa che avevano valutato il registro come fumo negli occhi. La delegazione democratica a Palazzo delle Aquile ha certamente avuto buoni motivi per non presentarsi alla chiama. Pare che si sia posto l'accento sul fatto che al momento siano altre le emergenze a Palermo. Non sappiamo se si tratta di una decisione concordata con il partito, se l' hanno presa come gruppo o se, invece, ciascuno è andato per proprio conto. Visto lo stato liquido dei partiti attuali, in cui contano più gli eletti che gli iscritti, supponiamo che potrebbero essere buone sia la seconda che la terza ipotesi. In altri tempi non sarebbe andata così. All'interno delle due formazioni politiche che hanno composto il Pd, cattolici democratici e sinistra riformista, si sarebbe avviato un dibattito su una materia così delicata e sensibile. E il voto in consiglio comunale sarebbe stato prima comunicato alla città e poi esposto ufficialmente nell' assemblea rappresentativa. Ma anche se adesso le dinamiche all'interno dei partiti sono cambiate, non necessariamente in meglio, visto che proprio il Pd viene descritto come una sommatoria confusa e convulsa di molteplici correnti personali, sarebbe stato molto meglio che i tre consiglieri democratici, attraverso una dichiarazione congiunta in consiglio, o con tre prese di posizione diverse esplicitate dagli scranni di Sala delle Lapidi, avessero chiarito prima del voto il loro pensiero. Motivando un'assenza che a prima vista è sbalordente. Nel frattempo, quello che appare all'opinione pubblica è questo. I democratici, anziché allargare il consenso su un tale provvedimento ad altre sensibilità politiche, un tempo contrarie, si sono fatti scippare da queste ultime una norma che sino a qualche anno addietro li aveva visti addirittura tra i primi e più convinti promotori. Non volendo ingigantire più di tanto una singola circostanza, possiamo però senz' altro ritenere che sia stata mancata, da parte del Partito Democratico, in uno scenario importante come il capoluogo, a pochi giorni dall' inizio del Pride, che catalizza su Palermo l'attenzione di tutta l'Italia, un'importante occasione.

venerdì 7 giugno 2013

Beatificazione di Don Puglisi, tra l'erba e il mare.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
7 Giugno 2013 - Pag. 39
Beato Puglisi palpita al Foro Italico
Francesco Palazzo
Nei grandi eventi, per chi scrive, c'è una dimensione critica, che ho già avuto modo di affrontare altrove, e una dimensione intima, alla fine la più importante per te come persona. Che sei costretto, per forza di cose, a tenerti per te. Ma in questo caso, la beatificazione di don Puglisi, come persona nata e vissuta a Brancaccio e avendo conosciuto don Pino, l'occasione è troppo particolare per lasciare tutto dentro. Ho vissuto questi ultimi mesi, da ottobre dello scorso anno, approfondendo la figura di 3P per scrivere insieme ad Augusto Cavadi e Rosaria Cascio un libro uscito nel mese in corso (Beato fra i mafiosi, Ed. Di Girolamo). E' stata una lunga tappa di avvicinamento al giorno della beatificazione. Ho vissuto la vigilia come la preparazione di una festa. Cosa può uscire di buono da un quartiere come Brancaccio? Tanta gente perbene, ieri e oggi, insieme a tanta mafia e a fasce di degrado ma anche di ceto medio e professionale molto presenti nel rione di diecimila persone. Adesso, dalle strade dove hai vissuto la tua infanzia, che ancora percorri, viene fuori nientemeno che un santo. Il sabato mattina del giorno previsto (il 25 maggio) la giornata è una delle migliori che Palermo sa sovente regalarti. Un sole splendido, cielo terso e quel venticello che non ti fa sentire neanche caldo. La colazione sotto casa e il giornale in edicola quel giorno hanno un sapore diverso. L'autobus che dalla zona residenziale ti porta nel cuore del centro storico scivola nel lungo viale semivuoto. Via Libertà, il salotto di Palermo, ti sembra più bello del solito. Scendo ai quattro canti di città, a due passi dall'imponente Palazzo Comunale. La discesa verso il mare da Corso Vittorio Emanuele, il vecchio Cassaro, dove la nobiltà palermitana festeggiò il suo splendore e visse la sua decadenza, la faccio in compagnia di gruppetti o singoli che vanno verso il palco del Foro Italico. Innalzato fra l'erba e il mare. E, forse, Don Puglisi un primo miracolo lo sta già compiendo. Decine di migliaia di palermitani, dopo che per tanto tempo hanno dato le spalle al mare, saranno costretti a guardarlo tutti insieme e nello stesso momento. Il clima è da subito rilassato, non c'è grande folla all'inizio e non vi sarà sino alla fine. Tutto si svolge in un'intimità che dona alla celebrazione un fascino particolare. L'erba, il mare, le navi che passano dietro il bianco del palco-altare, il telo bianco che copre la gigantografia del beatificando. E le colombe bianche che vengono fatte volare nel momento in cui viene scoperta la grande immagine sorridente di don Pino, cioè nell'attimo in cui viene proclamato servo di Dio. Le lacrime in quel momento non sono facili da trattenere. Ed anche nella tribuna dei giornalisti si segue il tutto non soltanto come un normale evento su cui poi riferire agli altri, ma cercando una dimensione personale che possa rimanere incisa nell'anima. Brancaccio, la mafia, Palermo, la Sicilia In quelle dure ore, dalle 10 e 30 alle 12 e 30, non pensi ad altro che a quella figura che ti sorride. Vestito come lui si vestiva. Un semplice indumento nero, che era maglietta in estate e maglioncino in inverno. Un prete che non si vestiva da prete. Così conciato si presentò una volta ad un gruppo di ragazzi che giocavano a pallone. Sono Padre Puglisi, disse. Gli risposerò. Padre di chi? Non generò figli biologici 3P. Ma un sabato di maggio migliaia di suoi figli che egli ha seminato per le strade di Palermo, della Sicilia e del mondo, erano lì a piangere e basta. E a ridere. Perché è soprattutto un giorno di festa. Da ricordare. In mezzo alla folla c'è anche un figlio particolare di don Pino. Un ragazzo di Brancaccio, era un ragazzo adesso è un uomo, che da giovane studente in medicina assistette alla sua autopsia e ora vive, da quasi vent'anni, fuori dalla Sicilia perché testimone di giustizia. Le sue lacrime e la sua gioia sono le più vere. Perché le più sofferte. La messa è finita. Così presto? La tranquillità connota anche l'allontanamento della folla dal Foro Italico Umberto I, che d'ora in poi dovrebbe chiamarsi Foro Italico Beato Puglisi. Alla fine, tornando a casa, ripenso a quel colpo alla nuca del 15 settembre 1993. Tutto ebbe inizio quella sera. Lui stava per mettere le chiavi nella serratura del portone e quei due lo fermano. Padre è una rapina. Lo avevo capito dice lui e si rigira incredibilmente per completare l'apertura dell'uscio di casa. Come se quei due non esistessero. Gregorio Porcaro, viceparroco di don Puglisi a Brancaccio, legge questa cosa in tal modo. “Io me lo spiego quel gesto, lui magari già aveva pensato di invitarli su a discutere”. E, aggiungo io, a convincerli che quella non era vita. Non gliene hanno dato il tempo, i due assassini, perché tutto doveva compiersi. Tra l'erba e il mare. 

lunedì 27 maggio 2013

Don Puglisi: niente pienone per un martire antimafia. Perchè?

LiveSicilia
26 maggio 2013

Per il beato antimafia la folla resta a casa
Francesco Palazzo
 
http://livesicilia.it/2013/05/26/per-il-beato-antimafia-la-folla-resta-a-casa_322600/
 

“Le più belle calamite”, grida un venditore alla fine del rito di beatificazione. Con un euro puoi appiccarti dove vuoi l'immagine del prete di Brancaccio. Ma quanto rimarrà addosso alla chiesa palermitana e siciliana dell'azione di don Pino? Nella pur vibrante omelia, pronunciata dal cardinale di Palermo, nessuna traccia di un piano pastorale organico da proporre alla chiede di Sicilia. C'era tutto il tempo per pensarlo ed annunciarlo alla folla che ha assistito all'evento, ai prelati di ogni ordine e grado e ai milioni che seguivano in televisione. Folla sino ad un certo punto. Non ci sono stati i centomila annunciati. Nemmeno gli ottantamila di cui parlano alcuni organi d'informazione. Il deflusso, a fine cerimonia, si è completato in non più di dieci minuti. Alcune foto scattate dall'alto ci consegnano una presenza di non più di sessantamila persone.

E non è solo un fatto di audience, per dire la manifestazione è riuscita o no. Sarebbe banale, non era un comizio. Un beato antimafia entra in ogni caso dritto nelle pagine della grande storia. Ma non si può che fare un paragone con i 250 mila che nell'ottobre 2010 tributarono onori a Benedetto XVI, il papa del gran rifiuto, nella stessa spianata, tra l'erba e il mare. Dove sono gli altri 190 mila? Ed anche se vi fossero state centomila presenze, come pur leggo da qualche articolista in rete, evidentemente rimasto legato al palo delle previsioni della vigilia, sarebbe rimasto da chiedersi sugli altri 150 mila rimasti a casa. Insomma, a mio parere, il fatto che c'era di mezzo non un semplice giubilo da tributare ad un santo qualsiasi, ma un riconoscimento a un martire per mano di mafia, ha fatto smuovere direttamente soltanto una minoranza dei milioni di cattolici che si contano nell'isola.

Non è un fatto da trascurare ed è quello che c'era da aspettarsi. Anche tra i presenti, non appena chiedevi cosa può fare da domani di concreto la chiesa contro la mafia, molti come prima reazione si giravano dall'altra parte. A una ventina di persone, rappresentanti di realtà regionali e parrocchiali diverse, ho fatto la stessa domanda. Sapete dirmi una cosa anche piccola contro la criminalità organizzata che voi domani potete mettere in campo nella vostra realtà? Ebbene, da Brancaccio allo Sperone, da Patti a Favara, da Porticello a Godrano, da Marineo a Ciaculli, per fare solo alcuni esempi, non ho ascoltato nessuna risposta puntuale. Sì, ora Puglisi si trova tra Crisostomo e Cosma e Damiano, tra Barnaba e Marcellino, tra Cecilia e Anastasia. Ma, va detto, ad oggi non è linfa che scorre fluida nella chiesa di Sicilia. Forse lo sarà domani o dopodomani. Ma sino a quando i cattolici, attraverso le migliaia di luoghi di culto disseminati capillarmente sul territorio, non decideranno di entrare veramente in campo contro Cosa nostra, Puglisi rimarrà più o meno un santino.

Questo rischio, che era quello più pernicioso, da evitare, non è stato scongiurato del tutto nel prato del Foro Italico. Quello che, se vogliamo tagliare con l'accetta parole e gesti, esce fuori da questo 25 maggio 2013, è che lui è lì e al resto dei prelati e dei fedeli non rimane che affidarsi alla sua intercessione. Beato Puglisi Martire, prega per noi, è stato gridato dall'altare. Ed è come stabilire una distanza siderale tra il quaggiù ed il lassù. Senza contare che ci si è stranamente scordati, nell'elenco delle altre vittime di mafia che pur si è fatto dall'altare, l'altro prete caduto, in Campania, per mano di camorra, nel marzo del 1994, ossia Don Peppe Diana. C'è anche da dire che i mezzi d'informazione nazionali non colgono quanto avvenuto a Palermo. Se ieri visitavate i siti dei tre maggiori riferimenti informativi italiani, la notizia della beatificazione stava al nono, al decimo e al dodicesimo posto. Dopo lo sport, l'Iva e Cannes.

Per finire, l'auspicio è che la chiesa siciliana torni a Puglisi non per alzare gli occhi al cielo ma per comprendere, qui ed ora, come deve posizionarsi con un piano preciso e condiviso contro la mafia e contro la politica che la foraggia. E tornare a Puglisi significa anche riscoprire la sua umiltà e la sua allergia alle cariche e alle onorificenze. Ieri ho sentito che più di un prelato è stato chiamato con il termine di eccellenza. Ecco, Don Pino, oggi beato, quando qualcuno voleva per scherzo affibbiargli un titolo di questo tipo, così rispondeva. “Monsignore a to patri”.

venerdì 24 maggio 2013

Don Puglisi: la grande chiesa e il piccolo centro.


La Repubblica - Palermo
Giovedì 23 Maggio
Pag. I

Le cose da costruire nel nome di don Puglisi
Francesco Palazzo
 
Dopo la manifestazione di massa, con le centomila persone previste per la beatificazione, ci sarà pure l'imponente chiesa da costruire a Brancaccio nel nome di don Puglisi. Certo, il progetto era stato pensato da don Pino, intorno ad essa doveva pure sorgere un centro aggregativo peri giovani e per tutto il quartiere. pare che così sarà. Ma va anche sottolineato che per lui erano più importanti le piccole cose. Somiglianti alla pietra evangelica scartata diventata pietra d' angolo, di cui ci parla il vangelo di Matteo. Come quei due piani quasi cadenti di fronte la chiesa di San Gaetano. Nessuno ci avrebbe scommesso una lira, lui li pagò quasi trecento milioni di lire. Via Brancaccio, 461. Quel numero civico corrisponde all' ingresso del Centro Padre Nostro inaugurato dal parroco il 29 gennaio del 1993 di fronte la parrocchia. Non era una vicinanza soltanto logistica. Il centro doveva essere, rigorosamente senza ricorrere a finanziamenti pubblici di alcun tipo, il braccio caritatevole e sociale della parrocchia. Una povertà sfrontata. Il niente che diventa tanto e che fa paura. Al malaffare e alla malapolitica. Una profezia che viene costruita con l' ausilio fondamentale di alcune suore. Che qualche anno dopo la morte di Puglisi andranno via. Da alcuni mesi la diocesi di Palermo, e per essa la parrocchia di San Gaetano, ha ripreso possesso di quei locali. Ma da allora quella porta rimane sostanzialmente chiusa. Piccolo, o se volete grande, paradosso all' ombra di una beatificazione. Qualcuno dice che torneranno le suore, tuttavia ad oggi non c' è niente di sicuro. A dire il vero, non è l' unica stranezza che si può registrare nei giorni di vigilia dell' evento che si celebrerà al Foro Italico. Proprio sulla facciata della chiesa dove Puglisi visse gli ultimi suoi tre anni di vita e di sacerdozio, c' è una composizione di piastrelle in ceramica. Riproduce l' immagine del presbitero e quella che fu la sua frase che più è conosciuta a livello internazionale: «E se ognuno fa qualcosa». Se la digitate su internet, otterrete 497 mila risultati. Ebbene, sulla facciata della chiesa quella frase è diventata «e se qualcuno fa qualcosa». Che, ovviamente, ha un senso completamente diverso. Pare che voglia invitare a cercare il singolo che, eroicamente, e forse in partenza già sconfitto, voglia impegnarsi a suo rischio e pericolo. Ora, dopo il partecipatissimo momento di sabato, durante il quale avremo sicuramente la possibilità di ascoltare anche pennellate di parole intrise nell' inchiostro sempre fluido e copioso della retorica, è augurabile che da parte della curia diocesana e della chiesa parrocchiale si pensi a come stare ancora più vicini all' eredità e al messaggio di don Pino. Proprio nel quartiere dove egli visse la sua ultima testimonianza fino a cadere con un colpo alla nuca quel 15 settembre 1993. Un martirio maturato non soltanto in odio alla sua fede, ma in quanto quella fede era diventata ricerca di verità, giustizia e diritti, perseguiti con coerenza, perseveranzae coraggio. Edè giusto rimanere fedeli sino in fondo al lascito di un uomo di questo tipo. Ecco, per prima cosa, quando si sarà chiuso il periodo forte della beatificazione, che almeno quel qualcuno ridiventi ognuno. E che ciascuno si ricordi, passando davanti la chiesa di San Gaetano, che don Puglisi intendeva chiamare proprio tutti, indistintamente, alla vocazione di uomini e donne autentici per lasciare tanti segni, piccoli ma decisivi, nel libro della storia. Per questo è stato ucciso. E che, secondo auspicio, quella porta verde, quella persiana, quel balcone della sede storica del Centro Padre Nostro vengano riaperti. Riprendendo e continuando, lì prima che in altri luoghi, il disegno di povertà e di profezia che il piccolo prete delle grandi orecchie volle comunicare con la propria esistenza e attraverso il modo con il quale è stato fatto fuori.

venerdì 10 maggio 2013

Un esercito di maestri e di sindaci contro la mafia.

La Repubblica Palermo
9 Maggio 2013 - Pag. I
La frontiera mafiosa lontana dai riflettori
Francesco Palazzo
«COSA nostra condiziona ancora pesantemente le strutture politiche locali», dice il procuratore Messineo. nei confronti dei piccoli Comuni, insiste il capo della Direzione distrettuale antimafia, i boss hanno «un interesse spiccato». Una fotografia che, pur con tutte le lotte alle cosche fatte negli ultimi decenni, fa capire quanti passi in avanti in effetti abbiamo fatto su uno spaccato fondamentale del problema. Ossia i rapporti tra mondo criminale e ceto politico. E non parliamo degli enti maggiormente in vista, qualii grandi Comunio la stessa Regione, dove forse è più semplice mettere in atto azioni di contrasto. Ma a quanti dei trecentonovanta Comuni siciliani si può applicare l' amara constatazione del numero uno della Procura di Palermo? Tolte, appunto, le più grandi municipalità e alcune comunità di media grandezza, nelle quali magari ci sono interessi concreti delle cosche, ma questi non assumono le caratteristiche belluine e predatorie che invece contraddistinguono i comuni minori, possiamo ipotizzare che ci sia un tessuto molto esteso di democrazia siciliana gravemente malato all' origine. Non possiamo sperare di debellare il rapporto tra mafia e politica se trascuriamo questo aspetto fondamentale della vita istituzionale della regione. Ciò deve far riflettere sul metodo, diciamo così deduttivo, sinora applicato. Viene infatti facile pensare che, immettendo semi legalitari nelle macrostrutture istituzionali, poi questi debbano attecchire, quasi come un implicito e assodato automatismo, nella realtà piccole e piccolissime. Non funziona così se è vera la riflessione, basata su dati di fatto e non su astratti sociologismi sui quali spesso ci attardiamo, del procuratore capo. Lo scrittore Gesualdo Bufalino diceva che per liberarsi dalla mafia basterebbe un esercito di maestri. A lungo termine, suggerire di lavorare sui bambini, sulle nuove generazioni, può essere un giusto e ineliminabile approccio. Ma se a questo versante educativo dei piccoli non si associa un cambiamento nelle teste e nelle azioni degli adulti, a breve e a medio termine, non si va molto lontano. E allora, oltre che un esercito di maestri e maestre, occorre un altro esercito, che in parte è già in campo, nutrito e coraggioso, di amministratori locali, sindaci, assessori, consiglieri comunali, funzionari che facciano funzionare correttamente la cosa pubblica nei luoghi dove non arrivano i riflettori dell' opinione pubblica. A meno che non vengano accesia giorno, per poi spegnersi subito dopo, da indagini e arresti. Ma a quel punto non rimarrebbe che prendere mestamente atto che il danno è stato fatto. È questo, d' altra parte, il lavoro delle forze dell' ordine e della magistratura. Il resto tocca, o toccherebbe, alla politica e alla società che contribuisce a formarla con il consenso elettorale. Quasi sempre siamo interessati ai macrosistemi. Chi vincerà le elezionia Catania?E a Palermo che accade? Sulle amministrazioni regionali che si succedono, poi, il dibattito non conosce sosta. Tutto giusto, per carità. Ma quello che si perde di vista, interessandosi per grandi linee e per massimi sistemi al destino dei pubblici poteri, è che la robustezza del tessuto democratico, e quindi il vero contrasto alle consorterie criminali, si decide, giorno per giorno, direi ora per ora, su un' altra dimensione. Quella che vive all' ombra dei tanti gonfaloni di centinaia di Comuni siciliani. Che piaccia o no, è lì che si gioca tutto, o quasi tutto.

venerdì 3 maggio 2013

Soprattutto nei piccoli comuni si gioca il futuro della Sicilia.

 CENTONOVE
Settimanale di Politica, Economia, Cultura
3 maggio 2013
Pag. 38
UN ESERCITO DI SINDACI E MAESTRI
Francesco Palazzo

"Cosa nostra continua a influenzare e condizionare pesantemente le strutture politiche locali verso le quali ha un interesse spiccato". Questo il commento sintetico del procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, uomo di poche ma significative parole, in occasione dell'ultima operazione antimafia in provincia. Una fotografia che, pur con tutte le lotte antimafia fatte negli ultimi decenni, ci trasferisce un'istantanea che fa capire quanti passi in avanti in effetti abbiamo fatto su uno spaccato fondamentale del problema. Ossia i rapporti tra mondo criminale e ceto politico. E non parliamo degli enti maggiormente in vista, quali i grandi comuni o la stessa regione, dove è forse più semplice mettere in atto azioni di contrasto. Ma a quanti dei trecentonovanta comuni di cui è composta la nostra regione si può applicare l'amara constatazione del dottor Francesco Messineo? Tolte, appunto, le più grandi municipalità e alcune comunità di media grandezza, nelle quali magari ci sono interessi concreti delle cosche, ma questi non assumono le caratteristiche belluine e predatorie che invece contraddistinguono i comuni minori, possiamo ipotizzare che c'è un tessuto molto esteso di democrazia siciliana che è gravemente malato all'origine. Non possiamo sperare di debellare il rapporto mafia politica se trascuriamo questo aspetto fondamentale della vita istituzionale della nostra regione. Ciò deve far riflettere sul metodo, diciamo così deduttivo, sinora applicato. Viene, infatti, facile pensare che immettendo dei semi legalitari nelle macrostrutture istituzionali poi questi debbano attecchire, quasi come un implicito e assodato automatismo, nella realtà piccole e piccolissime. Non funziona così se è vera, come è vera, la riflessione, basata su dati di fatto e non su astratti sociologismi, sui quali spesso ci attardiamo, del procuratore capo del capoluogo. Lo scrittore Gesualdo Bufalino diceva che per liberarsi dalla mafia basterebbe un esercito di maestri. A lungo termine, suggerire di lavorare sui bambini, sulle nuove generazioni, può essere un giusto e ineliminabile approccio. Ma se a questo versante educativo dei piccoli non si associa un cambiamento nelle teste e nelle azioni degli adulti, a breve e a medio termine, non si va molto lontano. E allora, oltre che un esercito di maestri e maestre, occorre un altro esercito, che in parte è già in campo, nutrito e coraggioso, di amministratori locali, sindaci, assessori, consiglieri comunali, funzionari che facciano procedere correttamente la cosa pubblica nei luoghi dove non arrivano i riflettori dell'opinione pubblica. A meno che non vengano accesi a giorno, per poi spegnersi subito dopo, da indagine e arresti. Ma a quel punto non rimane che prendere mestamente atto che il danno è stato fatto. E' questo, d'altra parte, il lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura. Il resto tocca, o toccherebbe, alla politica e alla società che contribuisce a formarla con il consenso elettorale. Quasi sempre siamo interessati dai macrosistemi. Chi doveva essere eletto alla presidenza della Repubblica? E per Palazzo Chigi, quale sarebbe stata la scelta migliore? Chi vincerà a Catania? E a Palermo che accade? Sulle amministrazioni regionali che si succedono, poi, il dibattito non conosce sosta. Tutto giusto, per carità. Ma quello che si perde di vista, interessandosi per grandi linee e per massimi sistemi al destino dei pubblici poteri, è che la robustezza del tessuto democratico, e quindi il vero contrasto alle consorterie criminali, si decide in massima parte, giorno per giorno, direi ora per ora, su un'altra dimensione. Quella che vive all'ombra dei gonfaloni di centinaia di piccoli comuni siciliani. Che piaccia o no, è lì che si gioca tutto, o quasi tutto.

domenica 28 aprile 2013

Non pagare in autobus? Sai che novità per i palermitani.

LiveSicilia
28 aprile 2012

Chi non paga sugli autobus e non vuole la rivoluzione
Francesco Palazzo
     
http://livesicilia.it/2013/04/28/chi-non-paga-sugli-autobus-e-non-vuole-la-rivoluzione_305732/

Sfondano una porta aperta gli studenti palermitani delle scuole superiori che all'inizio della settimana scorsa, annunciando un corteo poi svoltosi venerdì, hanno appeso dei cartelli dentro gli autobus invitando a non timbrare il biglietto. E' come chiedere agli italiani se vogliono pagare le tasse o ai commercianti se sono felici di emettere lo scontrino fiscale. I passeggeri si sono uniti alla protesta. Figuriamoci. Magari gli studenti non lo sanno, ma quello di non obliterare il ticket nei mezzi Amat è uno sport diffusissimo. La protesta ha al centro la precarietà economica ed esistenziale che ci sta investendo in pieno. Su uno dei cartelli esposti c'era scritto che si vuole il reddito minimo garantito, case, trasporti e sanità gratuiti per tutti i disoccupati e i precari. Anzi, un altro messaggio inneggiava a trasporti pubblici gratuiti e funzionanti garantiti a tutti e tutte indiscriminatamente.

Forse ai ragazzi sfugge un piccolo particolare. Non pagare un servizio pubblico di base, come quello del trasporto, è un danno e non un favore che si fa alle categorie svantaggiate che la loro iniziativa intende proteggere. Se facciamo andare in default, e già la situazione dell'Amat è abbastanza pesante anche per altre ragioni, il trasporto pubblico, esortando la gente a non obliterare il tagliando, cosa resterà per muoversi, se non i mezzi privati? E chi può permettersi, secondo i nostri studenti, di spostarsi a piacimento sul proprio mezzo giornalmente, con quello che costa il carburante, se non chi appartiene a quelle fasce di reddito che si possono ancora consentire uno stile di vita al di sopra della media? Probabilmente i nostri studenti dovrebbero rendersi conto che solo diminuendo quell'ampia fascia di portoghesi che giornalmente bivaccano sui mezzi Amat a scrocco, e non estendendola come loro propongono di fare, si può permettere all'azienda di percepire più incassi e così pensare, eventualmente, ad una riduzione dei costi per l'utenza.

Inoltre, propendere ancora per una politica dell'assistenzialismo di massa (case, reddito e servizi gratis) non è, come quella di non sborsare un centesimo per il biglietto, esattamente una novità. Quell'assistenzialismo che loro vorrebbero è lo stesso, che lo sappiano o no, che ha fregato e sta fregando la loro generazione. Il precariato a vita in cui si dibattono i loro genitori è la prima causa del futuro incerto che li attende e delle tante porte chiuse che troveranno non appena finiranno di studiare. A meno che non cambino registro valutando la possibilità di vederla in un altro modo. Lasciando per sempre il solco già arato molto bene dalle generazioni precedenti, iniziando a pretendere il riconoscimento del merito e mettendo in circolo idee nuove. Cercando di non lisciare il lupo per il verso del pelo (incoraggiando a non pagare il biglietto fanno proprio questo), ma affrontando con coraggio i veri nodi della questione che li vede coinvolti.

Non sarebbe male, ad esempio, presentarsi in piazza insieme ai tanti lavoratori dei vari bacini di precariato che protestano e chiedere alla politica di mettere, per sempre, un punto a tutto ciò. Sia chiaro, chi non ce la fa va aiutato. Ma la vera rivoluzione, cari ragazzi e ragazze, se proprio volete farla, è quella della normalità. Vi conviene. Una normalità dove il lavoro e il reddito derivano dallo studio, dall'impegno e non sono il risultato di un assistenzialismo fine a se stesso. Una normalità in cui pagare il biglietto dell'autobus è solo un gesto di civiltà. Se per caso cambiaste idea, provate a risalirci, sugli autobus, dicendo ai presenti che devono pagare perché quello è un servizio da tutelare. Troverete certamente meno accoglienza. Non preoccupatevi. Quello sarà il segnale che siete sulla strada giusta. 

sabato 13 aprile 2013

Associazioni antimafia: una casa comune per contare.

LA REPUBBLICA-PALERMO
12/4/2013 - PAG. I
Anche l'antimafia è rimasta senza casa
Francesco Palazzo
 
Il progetto di una casa comune delle associazioni antimafia palermitane esiste da tempo. Durante le due legislature degli anni novanta dell'attuale sindaco, si arrivò anche a trovare un luogo. Se ricordiamo bene il cosiddetto palazzo Barone di via Lincoln, dove sorgono uffici comunali. La cosa non ebbe seguito perché gli spazi offerti non sembrarono adeguati. Nel 2004 l'Osservatorio sulla Partecipazione, una delle tante aggregazioni che durano da Natale a Santo Stefano, cercò invano di arrivare ad un protocollo d'intesa da sottoporre all'amministrazione comunale. Ogni realtà associativa, più che guardare al percorso comune, si limitò a scrutare il proprio ombelico. Nel giugno del 2005 il Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato ha formalizzato una proposta articolata e interessante, chiamando a raccolta associazioni, scuole, università, forze politiche e sindacali. Si proponeva uno spazio polivalente che potesse essere mostra permanente sul fenomeno mafioso e sull'antimafia sviluppatasi in Sicilia, biblioteca emeroteca su mafia e antimafia, con una raccolta di atti giudiziari e di documentazione, casa delle associazioni e laboratorio di nuove iniziative. Nel luglio successivo alcuni consiglieri comunali presentarono una mozione con la proposta di utilizzare per tale finalità Palazzo Tarallo, di proprietà comunale, sito nel quartiere Albergheria. Umberto Santino, fondatore del Centro Impastato, su questo giornale, nel 2006, si chiedeva che fine avesse fatto quella mozione. Palazzo Tarallo è stato restaurato e riaperto nel dicembre 2012 con due mostre riguardanti l'arte contemporanea e la fotografia. Per la verità una proposta alternativa dell'amministrazione comunale c'era stata. Ai Centri Impastato, Terranova, Pio La Torre e alla Fondazione Costa era stata messa a disposizione Villa Pantelleria per realizzare la Biblioteca della Legalità. Ma i sodalizi associativi si sarebbero dovuti occupare delle ingenti spese di restauro. Insomma, l'aspirazione ad una casa comune dell'antimafia è tutt'oggi all'anno zero. Nei due decenni che ci separano dalle stragi del biennio 1992/1993 tanto lavoro, teorico e pratico, si è fatto nel mondo dell'associazionismo, ma ciascuno per conto proprio, senza la possibilità di fare sintesi e di sommare i percorsi anziché disperderli in mille rivoli. Il progetto di una casa comune dell'antimafia e della legalità poteva e potrebbe essere un solido e duraturo punto di riferimento per andare oltre l'emotività dei grandi fatti di sangue e dell'emergenzialismo che ne è sempre seguito. Siamo ancora alla ricerca di un'antimafia in grado di fare tesoro dei tanti carismi e dei molti saperi che una lunga storia di lotta ai poteri mafiosi, iniziata sul finire dell'ottocento ci ha tramandato. Ciò porta a sottovalutare e a non combattere, in quanto comunità che riesce a fare fronte comune, prescindendo dalle azioni della magistratura e dalla debolezza della politica su questa tematica, la forza che Cosa nostra è ancora in grado di esercitare. E si tratta di aspetti finanziari internazionali, di inserimento nell'economia pulita visto che i capitali sporchi in un momento di crisi di liquidità s'impongono più facilmente e di controllo del territorio che non disdegna il ricorso alle armi, come anche accaduto recentemente pare per il commercio di droga. Senza contare che un'antimafia sociale polverizzata contribuisce a isolare, di fatto, quanti sono in prima fila a investigare sulle cosche e sui loro rapporti con il potere politico ed economico. La pianificazione dell'attentato contro il sostituto procuratore Nino DI Matteo può essere, in questo senso, più di un campanello d'allarme. Speriamo di non doverci ritrovare nuovamente nelle condizioni di chi si mobilita, collettivamente, sempre un minuto dopo.

giovedì 28 marzo 2013

Il PUT d'aprile. Qualcuno ci crede?

LA REPUBBLICA PALERMO
27 MARZO 2013
PAG. 1
L'inutile gazeboclastia dell'amministrazione
Francesco Palazzo



DEVO ammettere che del PUT (per gli amici meno avvezzi agli acronimi Piano Urbano del Traffico) mi ero quasi dimenticato. Assurse all'onore delle cronache panormite ai tempi delle ZTL (per i più affezionati le Zone a Traffico Limitato). Ricorderete quel cartoncino che per averlo ci siamo dovuti fare ore di code, pagando. Una fatica immane. Sarà per questo che ancora molti palermitani lo esibiscono come uno scalpo intoccabile, ancorché inutile, sui parabrezza delle auto. Non si sa mai. Dovesse tornare di moda, uno così è pronto. Le ZTL, appunto, non si poterono fare perché mancava il PUT. Almeno così decisero i giudici del Tar Sicilia nel giugno del 2008. Sono trascorsi cinque anni, che in politica sono un'eternità, e apprendo che il PUT, nella mia mente già in cammino, ancora non c'è. Anzi, per la verità, verrà presentato oggi dall'amministrazione comunale. Era ora, visto che la prima proposta di delibera sul PUT è del 1999. Alcuni di voi portavano ancora i calzoni corti e non c'era nemmeno l'euro. La notizia del PUT ancora non nato è venuta fuori come corollario del provvedimento preso dagli amministratori palermitani contro quei locali che hanno dei gazebo o cose simili nelle sedi stradali. Li devono, o dovrebbero visto che si annuncia una proroga, togliere, altrimenti multe a tempesta. Ma, è questo il punto, la norma antigazebo (che a me ricordano le primarie e dunque mi fanno simpatia a prescindere) non è percorribile al momento non essendo vigente il PUT. L'ultima notizia è del gennaio scorso. Annunciava che il nostro PUT sarebbe arrivato in consiglio comunale che lo dovrebbe modificare in parti importanti, visto che l'amministrazione in carica non lo condivide così come è stato predisposto dalla precedente amministrazione. Adesso si attende la sua presentazione in programma per oggi, (nel corso della presentazione sindaco e assessori hanno assicurato che sarà pronto ad aprile, dopo il passaggio in consiglio comunale). Per la verità qualcosa di simile la leggemmo pure a maggio 2011. Il PUT aveva appena avuto l'avallo dalla regione, era stato adottato dalla giunta comunale e inviato a Sala delle Lapidi per l'approvazione definitiva entro il 15 giugno di quell'anno. Secondo un'ottimistica previsione dell'assessore alla mobilità di allora «i consiglieri comunali daranno senz'altro il loro valido contributo». Evidentemente, se siamo ancora a discutere del PUT non venuto alla luce, senz'altro il contributo (anche invalido) i consiglieri non lo diedero. Dal sito del comune di Palermo leggo una notizia del 4 marzo 2013 nella quale si riporta che il sindaco ha voluto sottolineare l'importanza della collaborazione tra la giunta e il consiglio comunale «perché è quest'ultimo che è chiamato a pronunciarsi su importanti provvedimenti amministrativi che avranno un grande impatto sulla vita dei cittadini, a partire per esempio dal PUT, il piano urbano del traffico». Nella stessa nota leggiamo che il presidente del consiglio comunale «ha voluto sottolineare l'impegno del consiglio ad esaminare in tempi più brevi possibili i grandi provvedimenti oggi all'esame». Siamo certi (come potremmo pensare il contrario!) che tra questi "grandi provvedimenti" vi sia pure il nostro piccolo PUT. Che ormai ci fa quasi tenerezza pur non avendolo mai visto all'opera. E ancora di più gli vorremo bene quando lo vedremo in carne e ossa. Quasi sento nei suoi confronti uno spirito di protezione. Sono pronto a giurare che d'ora in poi non lo perderò più di vista. Per finire, una sola domanda di merito sulla gazeboclastia alla giunta in carica. Ma siete proprio così sicuri che, nella situazione non brillante in cui si trova oggi il capoluogo, e usiamo un pietoso eufemismo, ciò che attenta al decoro della città siano, per primi, i gazebo di bar, pub, ristoranti e pizzerie?




giovedì 14 marzo 2013

Noi siamo gente che paga le tasse!


La Repubblica Palermo
14 Marzo 2013 - Pag. 1
Il piacere e la sorpresa dell'onestà fiscale
Francesco Palazzo
 
E' un'esperienza comune in Sicilia frequentare un locale o usufruire di mano d'opera e non trovarsi poi con niente in mano. Se vai al Capo, ad esempio, uno dei mercati più importanti di Palermo, avere uno scontrino è un'impresa titanica. Qualche esercente ti risponde di non avere nemmeno la cassa per emettere il prezioso bigliettino. Ogni volta che la guardia di finanza effettua dei controlli a tappeto, purtroppo sporadici e quindi sostanzialmente inutili, la percentuale di infedeltà fiscale in Sicilia si avvicina a percentuali stellari. Ovviamente, il torto sta anche dalla parte di chi non chiede lo scontrino o la ricevuta, pensando di fare solo un favore all'evasore di turno e non un danno a se stesso e a tutta la società. E non pensate che si tratta soltanto di appartenenti al ceto popolare, che magari possono non sapere come vanno le cose nel mondo. Ho visto fior di professionisti sganciare banconote da cinquanta euro ai banconi delle pescherie o nei ristoranti e non avvertire l'esigenza di avere indietro una pezza d'appoggio comprovante quanto sborsato. Se questo è il quadro, quando capita qualcosa che ti colpisce in senso contrario, è il caso di segnalarla. Un sabato di marzo andiamo a cenare in un ristorante di un paese delle Madonie, Castelbuono. La cittadina degli asini che raccolgono l'immondizia. E, in effetti, se ne vede poca in giro. Strade pulite e tirate a lucido. Una comunità che nell'ultimo decennio ha valorizzato molto il proprio territorio e ciò, inevitabilmente, è diventato un importante volano economico, che porta visitatori e quindi soldi. Ma non divaghiamo. Al momento di pagare chiediamo lo scontrino perché quello portato al tavolo non contiene estremi fiscali, ma soltanto l'avvertenza di ritirare la ricevuta dopo l'avvenuto pagamento. Così facciamo, tuttavia torna indietro un altro pezzo di carta senza estremi fiscali. Mostriamo un minimo di disappunto, ma ci viene detto che la cassa ha dei problemi tecnici e non è possibile in quel momento eseguire l'operazione. Prendiamo atto. Veniamo invitati comunque a passare l'indomani a ritirare quanto ci spetta, nel frattempo abbiamo lasciato l'indirizzo di posta elettronica per essere avvertiti delle iniziative gastronomiche che si svolgono all'ombra del Castello dei Ventimiglia. La mattina successiva ci passiamo davanti ma è ancora presto. Ci godiamo una bella giornata di sole per le vie del paese e non ci pensiamo più. In ogni caso, avendo pagato con carta di credito, c'è traccia fiscale dell'avvenuta transazione. Arrivati a Palermo, sono già le ventitré e trenta, ricevo sul palmare la notifica di una mail. Proviene dal ristorante e contiene il seguente sorprendente messaggio: “ci scusi per l'inconveniente, non è stata una cosa voluta ma abbiamo avuto problemi col registratore di cassa. In allegato può trovare anche la nostra serietà e il modo in cui lavoriamo con onestà e professionalità! Noi siamo gente che paghiamo le tasse! Ci perdoni. Noi cerchiamo in tutti i modi di essere sempre corretti, non solo verso il cliente ma anche verso la società che ci circonda. Grazie per averci scelto. L'aspettiamo nuovamente a Castelbuono”. In allegato il file con la foto del nostro scontrino e, come se non bastasse, un secondo file con l'immagine di una ricevuta fiscale dello stesso importo. E le sorprese non finiscono. C'è anche un terzo file dove vengono riprodotti alcuni scontrini emessi, a pranzo e a cena, sempre quel sabato. Non so a voi, ma al sottoscritto non è mai capitata una cosa del genere. Né in Sicilia, né altrove. Noi siamo gente che paga le tasse! Quale miglior slogan pubblicitario può esserci per convincere le persone a visitare, tornandoci, la Sicilia?


mercoledì 20 febbraio 2013

Via D'Amelio vietata. Tutto il resto si può fare.

LA REPUBBLICA PALERMO
19 FEBBRAIO 2013 - PAG. I
Francesco Palazzo
 
Ma insomma, se una forza politica, in questo caso Futuro e Libertà, che domenica pomeriggio si è ritrovata in Via D'Amelio per una manifestazione, decide di fare un'iniziativa di questo tipo, si può sapere che male c'è? Subito sono scattati, come un sol uomo, i difensori non si capisce di che cosa. La motivazione della critica, che sembra nobile e invece non lo è affatto, è che siamo in piena campagna elettorale per le politiche. E allora? Non è forse in campagna elettorale che si devono lanciare messaggi forti e precisi all'elettorato? Cosa sono le campagne elettorali se non il momento in cui ciascuno si presenta con la propria identità, cercando il consenso, al cospetto del corpo elettorale. O è forse meglio i leader di partito comizino in luoghi neutri senza dire una sola volta la parola mafia e parlando di ponti sullo stretto e amenità varie? No. Le critiche, piuttosto a chi va in certi posti della memoria, vanno rivolte a chi si tiene lontano da certi contesti e preferisce uscirsene pulito pulito. Perché in realtà, il tema della criminalità organzzata, che intanto è tornata platealmente a sparare in un quartiere in cui niente accadde per caso, e potrebbe farlo ancora, è il grande assente in questo mese di surreale propaganda politica in Sicilia. Sullo sfondo primeggia la vittoria al Senato in terra sicula, che pare sia il viatico più importante per avere la maggioranza in quel ramo del parlamento oppure impedirla comunque ai vincitori. E siccome ogni voto può essere utile e decisivo nella battaglia campale, non si butta via niente. Ma proprio niente. Al tavolo si chiamano commensali d'ogni tipo. Presentabili o meno, non importa. Si arruolano, dall'una e dall'altra parte, capibastone con i loro nutriti e pasciuti battaglioni di consenso al seguito. Quanto stia costando, e costerà, tutto questo, proprio in termini di legalità e lotta alla mafia, lo sapremo molto presto. Non appena, dopo domenica e lunedì prossimi, si sarà depositata tutta la fitta nuvola di polvere di un confronto elettorale all'ultimo sangue. Sarebbe proprio questo il problema da porsi. Come si sta raccogliendo il consenso in Sicilia per arrivare vittoriosi alla conta del Senato? Quali e quanti patti a futura memoria si stanno facendo? E chi li pagherà? E quanto costeranno a tutti noi? Sono domandine, secondo me, di un certo rilievo. Ma pochissimi se le sono poste e ancora meno sono coloro che hanno risposto. Diciamolo. Proprio in terra di Sicilia stiamo assistendo a un brutto e indigeribile confronto elettorale. Non si parla non soltanto di mafia e dei suoi legami ancora vivi e vegeti con la politica, ma neppure di uno solo dei tanti gravi e drammatici problemi che sta vivendo l'isola. Se questo è lo scenario, davvero si può pensare di alzare la polemica al vetriolo sull'innocente e persino troppo ingenuo comizio di Gianfranco Fini in via D'Amelio? Almeno quella è stata un'iniziativa elettorale chiara e ben leggibile da tutti. Uno afferra il micorofono, dice delle cose e fa della lotta alla mafia la cifra del proprio impegno politico. E la cosa finisce lì. Almeno così potremo misurare parole e comportamenti futuri di quanti hanno parlato nel luogo dove morì Paolo Borsellino. Dovremmo preoccuparci, o almeno occuparci, invece, di quanto sta avvenendo, non nelle pubbliche piazze, in cui ciascuno può essere giudicato da tutti, ma nelle segrete stanze della politica siciliana in questi ultimi giorni che ci separano dall'ingresso nei seggi elettorali. Ma questa è una cosa più complicata e dunque su di essa si preferisce sorvolare.

domenica 10 febbraio 2013

La guerra contro i magistrati. Vivi.

LiveSicilia
10 Febbraio 2013
Su Falcone Ingroia non sbaglia

Francesco Palazzo

 
 
Ovviamente, chi dice che non va toccata la memoria dei morti di mafia ritiene, ciascuno per suo conto, perché ogni testa è tribunale, di avere una sorta di copyright, un diritto d'autore scolpito sulle dieci tavole della legge. Quanti nei comizi, in vista delle varie tornate elettorali, hanno usato i loro nomi per diffondere idee politiche di parte? Quanti hanno fatto parlare i morti di mafia in questi ultimi venti anni? Solo ogni tanto alcuni di loro, detentori di un passato che evidentemente custodiscono in cassaforte, alzano il ditino e dicono a qualcuno che no, quello proprio non può. Ora è il turno del processo inquisitorio contro Antonio Ingroia. Avrebbe sbagliato ad accostare le critiche, che lo stanno investendo in misura industriale, in quanto candidato premier di una coalizione, a quelle che un tempo ricevette Giovanni Falcone. Quando era a Palermo e veniva accusato di tenere le prove dei cassetti e quando andò a Roma e venne sfregiato con l'epiteto di venduto ai voleri del principe. Accusato da chi? Non mi dite che anche voi avete dimenticato. Ma accusato dagli stessi, per lo meno dalla maggior parte di questa squadra formatasi dopo il 23 maggio del 1992, che oggi ne conservano e ne difendono dagli usurpatori infedeli le sacre gesta.

E tutto questo per quella bomba esplosa in quel tratto di autostrada. Perché se i boia di Capaci non avessero azionato il timer, quel pomeriggio di ventuno anni addietro, Falcone lo avrebbero continuato a massacrare quasi tutti quelli che appartengono al fiume di amici che si è ritrovato ad avere da defunto. E che dicono pure quella frasetta quasi buona per i baci Perugina. La conoscete. L'antimafia appartiene a tutti, i morti di mafia appartengono a tutti. Che è un po' la lotta alla mafia a bagnomaria. Appartiene a tutti e quindi a nessuno. Ma state attenti al gioco di prestigio. Coloro che affermano che l'antimafia, e i suoi morti, sono patrimonio di tutti avrebbero bisogno di un traduttore simultaneo. Perché in realtà stanno dicendo che la vera antimafia appartiene solo a loro. Che rilasciano licenze e attestati di benemerenza.

Ma non eludiamo la domanda attuale. Ha sbagliato Antonio Ingroia a dire che le critiche da lui ricevute sono della stessa specie di quelle che coprirono Falcone da vivo? No, non ha sbagliato. Così come il magistrato vivente, perché se fosse già morto tutti ne difenderebbero la memoria dall'oblio, viene apostrofato di fare politica con ancora fresca la divisa di magistrato, così a Falcone si oppose la stessa critica, ossia che aveva venduto la sua casacca e la propria autonomia. Nel primo caso alla sinistra, nel secondo a Roma, ai socialisti, in ultima analisi diventando un amico del malaffare. Perché anche questo è stato detto. Non parliamo degli ostacoli che tanti misero gli misero in mezzo ogni qual volta doveva raggiungere qualche carica più che meritata. Non è il caso di fare nomi, ma qualche cognome lo si può fare. I riformisti del PD di oggi, che lanciano strali contro Ingroia in difesa del martire Falcone, potrebbero, ad esempio, spiegarci perché ieri, quando non si chiamavano più PCI ed erano diventati PDS, si opposero affinché Falcone diventasse capo della superprocura. E mancava poco al botto di Capaci. Perché dopo, è chiaro, Falcone diventò l'eroe di tutta la nazione.

Dottor Ingroia, io non la voterò alle elezioni. Il suo progetto elettorale, Rivoluzione Civile, non mi convince. Ciò per ragionamenti politici che richiederebbero molte parole e non è il caso di tediare i lettori. Ma questo è un altro discorso. Il problema delle querelle che la vede contrapposta ai difensori (quasi tutti postmortem, dunque a vanvera) di Falcone e Borsellino, è invece abbastanza semplice, in fin dei conti, da decifrare. Bastano, in questo caso, poche sillabe. Che mi permetterà di fare uscire fuori per come le penso. Lei è vivo, dunque colpevole. Se ne faccia una ragione. 

domenica 20 gennaio 2013

Porticciolo di S. Erasmo. Quando l'ottimo e nemico del bene. Ovvero, mentre il medico studia...


La Repubblica Palermo
20 gennaio 2013
Francesco Palazzo
 
Quando mi trovo a passare nei pressi del porticciolo di S. Erasmo, mi rendo conto che a volte, a forza di lottare per il bello, ci teniamo per decenni il pessimo e ci conviviamo. Non so che fine ha fatto l'annosa diatriba tra chi vorrebbe realizzare in quel sito un attracco per imbarcazioni da diporto e chi teme che questo sia un modo per snaturare il luogo. Ho visto una stampa d'inizio 900. L'acqua arrivava a toccare la strada, il fronte del mare era molto più largo e nella caletta soggiornavano più di quaranta barche. Andateci oggi. Intanto, è quasi occultato alla vista. Dopo il prato del Foro Italico e l'Istituto fondato da Padre Messina, vi trovate davanti due pompe di benzina, prima erano tre, una delle quali non più funzionante. Se vi mettete tra le pompe e l'inizio dello specchio d'acqua, la vista è desolante. Una specie di parcheggio per auto e mezzi più grossi. Immondizia ovunque, resti di barche, pneumatici, sacchetti, bottiglie di plastica, rifiuti organici. Una parte di quella che una volta era un'estremità del porticciolo, è adesso una montagnola, formatasi nel tempo non certo per opera meritoria di chi ha scambiato quel posto per una discarica. Attorno al nostro (ex) porticciolo molte costruzioni cadenti e una palazzina in fase di ristrutturazione abbandonata da tempo. Ci da qualche informazione l'unico pescatore che incontriamo. Pescatore si fa per dire. Ha più di settantanni e sta aggiustando delle reti per il figlio che continua a fare il mestiere che fu suo e prima ancora di suo padre. E' all'interno di una casetta al cui esterno compare la scritta OPA (Organizzazione Pescatori Associati). Ma è ben chiaro che di pescatori da associare ve ne sono ormai ben pochi. Nell'altra facciata della casupola si può leggere “Centro raccolta del pesce”, ma buttandoci un occhio dentro si vede una specie di piccolo deposito pieno di tutto tranne che di pescato. Lui si ricorda di quando la cooperativa, fondata nel 1954, era molto numerosa e tanti palermitani andavano a rifornirsi di pesce. Dice che ogni tanto viene qualcuno. Misura, progetta, ipotizza e promette. Tanti posti barca per i turisti e altrettanti per chi vuole ancora vivere di pesca. Poi continua l'agonia. Alcuni cani e decine di colombi, gli unici che apprezzano il contesto, annusano e volteggiano. Ora il punto è questo. In attesa di sapere chi vincerà la lotta, tra gli amanti del diportismo e quelli del partito contrario, si può tentare di non fare morire il malato? Ci vuole molto ad abbattere la pompa di benzina non funzionante e a trasferire quella attiva di qualche centinaio di metri? E' un impresa titanica, fatta questa operazione, recintare tutta l'area in modo che non vi possa più entrare alcun mezzo privato? E' fantascienza ripulire la zona sistematicamente, così come si fa con altri luoghi molto meno belli di Palermo? E' cosa da pazzi mettere alcune panchine intorno a questo affascinante balcone sul mare? Del resto, si è dimostrato che quando si vuole si può. Si sono tolte le giostre dal Foro Italico e abbiamo avuto il prato e la passeggiata sul golfo. Si è sistemato in maniera egregia lo spazio adiacente la cala. Quasi trent'anni addietro hanno sloggiato i polipari dalla piazza di Mondello e da allora si vede ciò che prima era occultato alla vista. Insomma, c'è uno dei posti più belli di Palermo che sta morendo. Chi può fare qualcosa, si faccia avanti. Intanto salviamogli la vita, con piccoli ma decisivi interventi. Poi ci sarà tempo per continuare a discutere di tutto il resto.

venerdì 11 gennaio 2013

La chiesa e quei due bambini.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 1 - 11 gennaio 2013 - Pag. 46
SE IL PRETE ASPETTA UN FIGLIO
Francesco Palazzo
 
Che ne penserebbe quel bimbo nato nella stalla più famosa dell'universo, del suo quasi coetaneo che verrà chiamato al mondo in conseguenza dell'unione tra un ministro della chiesa e la sua compagna di vita? Forse capirebbe. Visto che lui viene dentro la storia in una situazione molto più unica che rara. Sa che la vita segue percorsi tortuosi e la salvezza può anche venire da un bue e da un asinello che fanno da scaldino. Il vertice della diocesi di Trapani, invece, non ha avuto dubbi. Ha definito dolorosa, anche se onesta (ma pare l'onestà di chi confessa pubblicamente un crimine), la scelta di un prete di seguire la sua donna che attende un figlio. Ma può essere mai doloroso l'amore per una compagna e per il frutto a venire di tale sentimento? Si è aggiunto che il presbiterio e la chiesa locale vivono con grande sofferenza e lacerazione quanto accaduto. Ma per quale motivo dovrebbe sentirsi ferita una comunità che registra una scelta d'amore di un suo membro? Non è forse lo stesso bambino, nato simbolicamente il 24 notte in tutte le chiese del mondo, a porre l'amore come primo comandamento? Il punto è che in ambito cattolico si vive sempre con grande imbarazzo quanto accade nelle camere da letto. Sia che vengano frequentate da laici sia, a maggior ragione, che siano visitate dai chierici. I pastori di anime intendono porsi da guida per le vite dei fedeli, ma non appena si trovano a vivere un normalissimo sentimento all'interno del loro mondo, vanno in tilt. Non sarebbe stato del tutto umano, da parte della chiesa, anziché definire in termini luttuosi l'evento, declinarlo con gioia, nella certezza, e nella speranza, che due persone hanno intrapreso una strada di condivisione scegliendo di costruire una famiglia? Anzi, il giubilo doveva essere ancora più grande proprio perché la famiglia, composta da un uomo, una donna e dalla prole, viene additata dal cattolicesimo come il parametro più perfetto di una società ordinata. Su questa storia, troppo si è detto dell'uomo, pochissimo della donna, quasi un dettaglio la sua esistenza, niente del nascituro. Tuttavia, proprio su una vita che esordisce la cristianità ha fondato il suo essere più profondo e la sua giustificazione storica più certa. Una contraddizione troppo stridente. Eppure, come dice il prologo del vangelo di Giovanni, il verbo si fece carne. Ma una cosa è la teoria, un'altra la pratica. Se il presbitero avesse rinunciato all'abito talare per fare l'ingegnere, il politico, il medico, il commercialista, o qualsiasi altra cosa che fosse stata mille miglia lontana dal corpo di una femmina e dal frutto che porta in grembo, non sarebbe diventato il caso che abbiamo letto sugli organi d'informazione. Quindi il nocciolo della vicenda non è che una persona ha scelto una vocazione anziché un'altra, ciò avrebbe meritato soltanto qualche riga in cronaca. Ma che c'entrino in maniera diretta i versanti sessuale e procreativo. E' questo che crea scandalo agli occhi degli uomini di chiesa. Uomini. Perché se il ponte di comando ecclesiastico fosse composto anche da donne, si sarebbe reagito in maniera diversa di fronte ad un affetto che si consolida. Ciononostante, la scala gerarchica della diocesi di Trapani, i preti che la compongono e i fedeli che si sentono turbati, proprio in relazione al Natale appena trascorso, che altrimenti è davvero vuoto formalismo, hanno la possibilità di modificare il loro stato d'animo in relazione a quanto accaduto al loro compagno di fede. Non è una tragedia né una vergogna, non un trauma, né un dramma. Pensateci. Nel trionfo dell'amore che avete festeggiato nella famiglia che a Betlemme ha accolto un pargolo, ci sta tutta la storia, che quindi è di gioia, non di mestizia, di questo vostro confratello. E sin troppo facile venerare la notte e il giorno di Natale colui che, già si sa, è diventato Dio. Più difficile sarebbe stato entrare in quella stalla, più di duemila anni fa, e riconoscere, oltre le apparenze, il miracolo del divino che è nella vita. Avere fede, al netto di tutti i dogmatismi, forse significa solo questo.

domenica 23 dicembre 2012

Cu acchiana acchiana un m'interiessa, basta ca un acchiana u cuntrulluri.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Economia, Cultura
N. 48 del 21 Dicembre 2012
Pag. 46
Amat senza controlli
Francesco Palazzo
 
L'AMAT, l'azienda di trasporto pubblico palermitana, ha avuto difficoltà nel pagare gli stipendi di novembre. Non è la prima volta che accade. Pare che il deficit sia di 20 milioni. Somma che si aggiunge ai 140 milioni che il comune deve all'Azienda. Sono già state tagliate delle linee. Ci sono vie d'uscita da questa situazione? Si potrebbe iniziare, banalmente, controllando sempre e facendo pagare tutti i viaggiatori. Perché ciò, incredibilmente, non avviene. E' come se al supermercato o al bar pagasse solo chi ne ha voglia o chi incappa in un episodico controllo. Tali esercizi commerciali calerebbero le saracinesche nel giro di niente. Mi è capitato di prendere il 101, alle 11 e 30, dallo stadio sino al Teatro Massimo. Alle fermate che intercorrono tra i due punti citati, si sono imbarcate novanta persone. Sono stato attento, le obliteratrici hanno emesso il loro particolare suono, tipico di quando si infila dentro il biglietto, quindici volte. Come viaggiavano gli altri 75? Non lo sapremo mai, nessuno ha controllato. Nella migliore delle circostanze avrebbero potuto avere ciascuno o un abbonamento, oppure essere in possesso di un biglietto in corso di validità. A Oslo o a Londra l'avremmo chiusa così. Ma basta avere un minimo di esperienza di viaggi in autobus a Palermo, per potere invece pensare che gran parte di essi viaggiavano a scrocco. Del resto, quasi tutti quelli che salivano e non obliteravano, avevano quell'aria circospetta e indagante che ha il palermitano quando cerca di scrutare se ci sono controllori in vista. Una della massime più gettonate nel capoluogo in vista delle elezioni è “cu acchiana acchiana un m'interiessa, basta ca un acchiana u cuntrulluri”. Se fosse vero che gran parte dei non obliteranti in realtà stava utilizzando in maniera gratuita un mezzo pubblico, dalle 11 e 30 alle 11 e 50 di un sabato mattina l'AMAT ha perso dei soldi. E' possibile quantificare? Una stima di qualche tempo addietro individuava in un 35 per cento la pattuglia dei portoghesi. Ci sembra al ribasso, ma diamola ancora per buona. Ciò potrebbe significare che trentadue passeggeri dei novanta non hanno pagato. Moltiplichiamo tale cifra per un euro e trenta, il costo del singolo biglietto. In venti minuti, l'AMAT ha presumibilmente perso, in un sola linea, per un breve tratto di una sola corsa, quasi 41 euro. Se proiettiamo tale passivo su un'intera giornata e poi a livello mensile e quindi a livello annuale, considerando tutte le linee e tutte le corse, ci rendiamo conto di come un privato avrebbe già chiuso da tempo i battenti. Ma, statene certi, un privato non lascerebbe margini così ampi di libertà agli utenti. Evidentemente ci sono abitudini difficili da scalfire. Nei mezzi dell'AMAT si continua ad accedere da tutte le bussole, cioè non si applica una disposizione della stessa azienda che obbligherebbe, se ricordiamo bene, ad entrare dalla porta anteriore. In tal modo, come succede in altre città europee e italiane, recentemente l'ho sperimentato a Como, i conducenti potrebbero essere autorizzati, attraverso una disposizione di servizio, a controllare i titoli di viaggio. Attualmente ignorano se gli utenti sono in regola o no. Ma il mancato incasso, oltre a riguardare tutti, qualcuno dovrebbe spiegarglielo, minaccia anche il loro stipendio. Cosa che, infatti, sta avvenendo. E qui l'esempio è limitato ad una linea del centro città. Dove, anche quando sale a bordo il controllo, è sempre composto da due impiegati, a volte anche tre. Ciò che altrove fa una sola persona, abbattendo del tutto il numero dei non paganti, da noi viene svolto da tre o quattro, che però, complessivamente, non fanno scendere complessivamente di molto l'asticella di quanti utilizzano gratuitamente un mezzo pubblico. Se ci trasferiamo in periferia, è facile ipotizzare che il picco degli evasori sia notevolmente più pesante. Si può cominciare, dunque, per tentare di colmare almeno in parte il disavanzo finanziario della partecipata comunale, col mettere in pratica un sistema che permetta di controllare sistematicamente tutti coloro che usufruiscono dei mezzi AMAT?

domenica 9 dicembre 2012

ARS: se questo è solo l'inizio, come sarà la fine?

LiveSicilia
 
9 Dicembre 2012
Se all'ARS si litiga già dal primo giorno
 
Francesco Palazzo
 

 
 

Da che mondo è mondo, al primo appuntamento si è galanti sino all'inverosimile, è tutto uno sfolgorare di sorrisi e ammiccamenti. Ciò vale anche nelle dinamiche istituzionali. Avete mai visto gli inquilini delle aule di camera e senato guadarsi in cagnesco già al primo round? Certo, durante la legislatura il clima si surriscalda, i cambi di casacca si susseguono, le vicende politiche si alternano. E allora si passa alle maniere forti. Sino ad arrivare alla fine, dove neanche ci si guarda più in faccia. Ma, suvvia, il primo giorno di scuola no. Eppure all'Assemblea Regionale Siciliana, neanche il tempo di suonare la campanella del primo giro di pista, che sembrava di essere ancora a quell'altra assise. Quella appena sciolta. Dove se ne sono viste di tutti i colori. Ma solo da un certo punto in poi. Qui invece da subito spintoni e parole infuocate. E se questo è l'inizio, cioè una maggioranza, seppure relativa, che si squaglia come neve al sole, e un'altra minoranza, più coesa, farla subito da padrone, ci potrebbero attendere cinque anni scintillanti. Da ricordare e tramandare ai posteri. E dire che la più alta assemblea rappresentativa siciliana era partita con più di un buon auspico.

Tante facce nuove, ma veramente, molti giovani e tante, tantissime, donne che viene il cuore solo a dirlo. Uno, con tali premesse, si aspettava non dico il gol di tacco o la rovesciata in piena area tipo Pelè nel film Fuga per la Vittoria. Ma almeno qualche buona azione manovrata e schemi aggiornati. Macché. Siamo rimasti a bocca aperta. Appena il tempo dei sorrisi di circostanza dei parlamentari, con familiari al seguito che, in quello che dovrebbe essere il campo centrale della politica siciliana, si è alzato un gran nuvolone di polvere come nemmeno nei campetti di periferia. Dove tra i dilettanti è facile che subito il clima si surriscaldi sino ad arrivare a cose grosse. Non so se riesco a spiegarmi. Ma già si parla nella maggioranza-minoranza, senza mezzi termini, del bisogno di un “chiarimento politico”. Non so se la locuzione vi ricorda qualcosa. Ci fa cascare dritti dritti nei nostri teneri ricordi della prima repubblica. Quando nella Dc, ma dopo un interminabile periodo di lunghi coltelli e di sangue che colava a rivoli, non certo dopo la prima stretta di mano, si registrava un impazzimento generale. Qualcuno allora chiamava il time out del chiarimento politico, ossia si ridistribuiva il potere utilizzando il buon vecchio manuale Cencelli. E a questo punto, dopo che ciascuno aveva avuto quel che gli spettava, non un grammo in più, né un pelo in meno, tornava la pace guerreggiata. Sino al successivo redde rationem.

Però, ecco, i democristiani, grandi maestri nella cucina del potere, facevano di tutto per evitare che si arrivasse a tal punto. La nuova legislatura siciliana esordisce invece, senza preamboli (altro termine di democristiana memoria), con uno scenario di questo tipo. Insomma, manco si inaugura la nuova casa, che sin dal fischio d'inizio dell'arbitro volano i piatti in aria e quelli dei piani di sotto e di sopra sentono grida, accuse e offese alle rispettive famiglie.

Quando si aspettavano il suono del dolce amore appena consacrato davanti all'altare elettorale al cospetto del celebrante corpo votante. Abbiamo la sensazione, così, ad occhio e croce, speriamo di sbagliarci, che il “chiarimento politico”, (a menza palora...), sarà il primo di una lunga serie. E siccome, come detto e come ci dice il calendario, siamo solo e soltanto all'inizio, temiamo che i “chiarimenti politici” (capisci a me) potrebbero essere la cifra del quinquennio che attende i siciliani e le siciliane che hanno appena votato i loro deputati.

Tanto che corriamo il pericolo di svegliarci una mattina e chiederci non cosa farà per noi quel giorno il parlamento regionale, ma come è finito, e se è finito, il trentanovesimo o il cinquantesimo “chiarimento politico” della notte prima.         

venerdì 16 novembre 2012

Regionali: il mercato del consenso.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
N. 43 del 16 Novembre 2012
Pag. 46
Il voto che costa
Francesco Palazzo
 
Tre episodi vissuti direttamente, uno prima delle elezioni e due la settimana successiva al 28 ottobre, possono servire a capire come si è raccolto il consenso di una parte (residuale, piccola, ampia?) della minoranza di siciliani che è andata al voto. Sabato mattina, vigilia delle elezioni. Presso il popolare mercato palermitano del Capo due galoppini fermano diversi conoscenti ai quali si rivolgono in maniera concitata. Il messaggio è che recandosi in una determinata piazza di Palermo, portando la fotocopia della scheda elettorale, si potranno ricevere due buste di spesa senza uscire un centesimo dalla tasca. Alcune persone assicurano che è tutto vero. Uno del piccolo capannello che si forma, assicura che suo cugino c'è andato il giorno prima e ha ricevuto quanto promesso. Un altro suona alla moglie e sale a casa per prendere la scheda elettorale. Un commerciante rientra in negozio e dice che lui andrebbe, ma due pacchi di spesa sono pochi. Se si trattasse di cinquecento euro si potrebbe cominciare a discutere. A un certo punto i galoppini vanno via di corsa. Occorre battere altre zone e portare altrove la lieta notizia della spesa a sbafo in cambio del voto. Avrà funzionato tale metodo di raccolta del consenso last minute? Qui siamo allo scambio che precede il voto. Tutto si basa sulla fiducia. Coloro i quali riceveranno il “dono” poi non sgarreranno dentro la cabina elettorale. “Ma come fanno a controllare”? Uno del Capo se lo chiede, i galoppini assicurano che ci riescono, ottenendo l'assenso preoccupato dei presenti. Un anziano zittisce tutti. “Io se mi danno la spesa ci voto, è una questione d'onore”. Altro scenario a tre giorni dal voto. Siamo nella zona vicina al Civico e al Policlinico. Tre giovani discutono animatamente, i decibel aumentano man mano che la discussione entra nel vivo. In questo caso niente fiducia. Il “dono”, sotto forma di moneta sonante, sarebbe stato consegnato dopo aver contato i voti. I tre ventenni ne fanno una questione basilare per la consistenza delle loro finanze. Dovrà trattarsi di una somma non trascurabile. Il problema è concreto e va risolto. Il tipo che ha chiesto, secondo questi giovani, raccolta di voti in cambio di soldi non ha pagato. Malgrado, dice il più nervoso dei tre, abbia preso migliaia di preferenze. Uno dei tre sembra saperla più lunga. Annuncia che comunque lui tornerà tra qualche giorno e a muso duro andranno ad affrontare la questione. Ad un certo punto si coglie la motivazione del mancato pagamento. I voti spuntati dalle urne in quella zona non sono stati numericamente quelli pattuiti. Pochi voti, niente denaro. Perché, secondo quanto sostiene uno dei tre, chi è stato fedele alla promessa ha già ricevuto quanto stabilito. Ma loro sostengono che i voti li hanno capitati. A un certo punto siamo costretti ad allontanarci, ma da lontano vediamo che il teso simposio continua. Riceveranno i nostri racimolatori di voti quanto ritengono di avere diritto? Il terzo episodio, che probabilmente spiega il primo e il secondo, è un dialogo carpito, a sette giorni dalle elezioni, tra professionisti che vorrebbero una politica pulita e sanno però come funziona quella sporca. Andrebbe così, spiega quello che sembra il più esperto. Chi raccoglie voti con metodi, diciamo, discutibili, fa un ragionamento molto semplice. In una zona mobilita i galoppini e sa che deve aspettarsi un certo numero di voti. Se ne arrivano due, tre in meno, va bene, può essere che ci sia qualche malato che proprio non può recarsi al seggio. Ma se ne mancano qualche decina, ecco che paga tutto il gruppo a cui, in quella zona, nei diversi seggi, è stato assegnata la missione di convincere, distribuendo beni di ogni tipo, la gente a votare per il candidato. Allora, forse, i tre ragazzi hanno svolto bene il loro compito, ma il gruppo a cui appartengono non ha lavorato complessivamente bene e quindi niente corrispettivo pure per loro. Se questa è la regola, chissà come è finita ai galoppini del Capo. Avranno ricevuto il compenso dopo aver piazzato le buste di spesa all'ombra del Teatro Massimo?