venerdì 17 giugno 2016

Palermo 2017. Cominciamo a parlarne?


La Repubblica Palermo 
16 giugno 2016
Dopo Orlando il vuoto, a sinistra servono subito le primarie 
FRANCESCO PALAZZO 
Su Palermo la politica politicante del centrosinistra ha già iniziato le grandi manovre di avvicinamento alle amministrative del prossimo anno. Per il momento solo qualche movimento di posizione, che guarda più altrove che al capoluogo, e molti silenzi che però celano, neanche troppo per la verità, tutto un lavorio che potrebbe interessare poco i cittadini palermitani e il futuro di questa comunità. Francamente, non ci pare un modo conducente di cominciare a parlare della prossima legislatura della quinta città d’Italia. Il quinquennio che si concluderà nella prossima primavera non è stato contrassegnato da grandi unità d’intenti nello schieramento di centrosinistra nella capitale dell’isola. Il Pd, se vogliamo iniziare a circostanziare, non ci è sembrato molto presente. Se non nella duplice versione, vecchia come il cucco, di avvicinamenti o allontanamenti dal sindaco. Eppure, dal partito primo in Italia ci si poteva attendere un protagonismo diverso che doveva portare, ma sino a oggi nessun segnale c’è, a costruire una proposta di governo per Palermo. Se guardiamo al consiglio comunale, ed alla maggioranza bulgara che nel 2012 approdò tra i banchi di Sala delle Lapidi, negli anni disintegratasi, pochi segni di vita. Nella giunta di governo, il sindaco, l’uomo politico certamente più rappresentativo degli ultimi decenni, ha stabilito un rapporto diretto con la città, tanto che tra gli assessori che si sono susseguiti non è venuto fuori nessun nome che possa vivere di luce propria proponendosi alla città come primo cittadino. Poche e scarne notizie abbiamo delle opposizioni a Palazzo delle Aquile. Questo, più o meno, lo stato dell’arte a meno di un anno dalle elezioni. C’è una sola figura che emerge, quella di Orlando. E’ sua la colpa se non c’è sostanzialmente molto altro? Assolutamente no. Orlando ha fatto Orlando, ha sempre interpretato la sua figura istituzionale sapendo che riesce a parlare con la città e avendo la certezza che i palermitani, dallo ZEN al salotto di Via Libertà, sanno ascoltarlo.Sono gli altri che in questi ultimi trentadue anni, tanti saranno nel 2017, perché questa vicenda esordisce nel 1985, non hanno fatto la loro parte. Visto che ancora si avanza un appoggio ad Orlando per le prossime amministrative. Come se il sindaco in carica, conosciuto in ogni angolo di Palermo, avesse bisogno di qualcheendorsement, e lo abbiamo visto nel 2012, per riproporsi, queste le sue intenzioni, alla città tra pochi mesi. Ora, il punto è se c’è una modalità per capire se la parte politica centrale e sinistra della città può offrire, in extremis, a Palermo anche un’alternativa rispetto allo spartito sul quale si è suonata gran parte della musica politica in questa città per più di tre decenni. Tenendo conto che non si gareggia certo per essere sconfitti, e che quindi occorre andare uniti, e che i grillini, oltre che il centrodestra che ha già deciso le principali candidature, pure a Palermo faranno sentire il loro peso alle urne. L’unico modo per confermare la continuità, o registrare un cambiamento, è l’appuntamento ai gazebo. E, visto che abbiamo fatto il primo nome della contesa, già in campo da tempo, non resta che fare il secondo, che corrisponde a Fabrizio Ferrandelli, la cui candidatura ci sembra avanzata più o meno ufficialmente. Si tratta di un trentenne del PD, che si è già misurato con le elezioni amministrative, perdendole, con le primarie, vincendole, e che ha avuto il coraggio, caso unico nella storia siciliana, di rinunciare al ruolo e al connesso stipendio che contraddistinguono coloro che siedono sui banchi della deputazione all’ARS. Rappresenterebbe un salto generazionale nell’anno in cui Palermo si candida a capitale italiana 2017 dei giovani. Non resta dunque che consegnare ai cittadini delle primarie lo scioglimento di questo nodo. Evitando i contorcimenti, talvolta abbastanza eccentrici, di apparati partitici, silenti o parlanti, che vorrebbero giocarsi la partita di Palermo nel chiuso di una stanza e scrutando altrove. Considerato che si voterà nella primavera 2017, aprire i gazebo in autunno non sarebbe una brutta idea.

giovedì 9 giugno 2016

Pride Palermo: l'asterisco che da fastidio ai laici.

SE IL SESSO FA SCANDALO

La Repubblica Palermo - 8 giugno 2016
FRANCESCO PALAZZO


Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi”. Nel caso del gadget messo in rete dagli organizzatori del Pride palermitano 2016, (“Ognuno cia ficca a cu voli”), il cui momento principale sarà la marcia del 18 giugno, si è capovolto il senso e la sostanza della frase. Parafrasandola, potremmo coniarne una nuova: “Gioca con i santi, ma tieniti lontano dai fanti”. E sì, perché quando si gioca con i santi, la coccarda dei libertari è facile un po’ per tutti indossarla. Certamente i lettori ricorderanno il dopo Pride di qualche anno addietro. In occasione dei festeggiamenti laici per Santa Rosalia, venne proiettato un video sul portale del duomo di Palermo. Per pochi secondi comparivano l’asterisco, simbolo del Pride stesso, e i gameti maschili e femminili accoppiati anche in versione omo. Correva l’anno 2013. La levata di scudi in ambito cattolico fu istantanea. “Vergogna. - scrisse un prete – L’ideologia omosessualista proiettata sul nobile porticato meridionale della cattedrale di Palermo…”. In quell’occasione, i fanti ebbero gioco facile nel puntare l’occhiolino pieno di disgusto contro quella parte del mondo cattolico fermo a chissà quando. Solo che la ruota gira e, nel volgere di qualche anno, proprio i fanti laicisti, quelli che sono, o sarebbero, anni luce avanti sui diritti civili, si inalberano, da destra a sinistra, da sopra a sotto, dall’alto in basso e dal basso in alto, verso una frase provocatoria, che somiglia appunto all’asterisco puntato sulla cattedrale. Solo che questa volta il fascio di luce è puntato altrove. E illumina, come meglio non si potrebbe, i limiti non del mondo cattolico questa volta, che in gran parte si tiene lontano, coerentemente, dai cortei del Pride, ma di quella galassia che esordisce con la tipica frase: “Premetto che ho rispetto per il mondo LBGT e sarò presente il 18 giugno ma…”. Seguono una valanga di sottolineature, distinguo, moralismi degni di miglior fortuna, verso un gioco apparso prevalentemente su facebook, dove tante facce appaiono con un gadget in cui appare la scritta sopra richiamata. Un gioco che però, visto le reazioni che sta provocando, non si sta rivelando solo un modo per strappare un sorriso, e penso che solo questo voleva essere, ma un poderoso scompaginamento, una specie di strike, verso quel muro che ancora è, in campo laico, l’emarginazione sessuale del mondo LBGT. Perché, capite, in fondo lo schema è facile da comprendere. Sui diritti civili per carità, per voi ci faremmo pure ammazzare. Ma sul sesso, che è poi il vero tabù che unisce l’ostracismo ancora virulento che proviene dai campi confessionali e laici, state un attimino calmi. Quello che avviene nelle camere da letto sia separato da ciò che succede nelle piazze. E, invece, il problema inizia proprio da lì, dal privato, dalla carne, dai corpi. Poi vengono i riconoscimenti giuridici e tutto il resto. Allora, se è servito a far venire fuori il retroterra culturale nel quale ci muoviamo, benvenuto all’innocente gadget. Del quale, peraltro, non c’è traccia nel sito ufficiale del Pride palermitano, a significare che solo di un piccolo divertimento provocatorio si trattava. Una minuscola provocazione che, tuttavia, ha attirato, come una potente calamità, i tanti che si sono sentiti puntati addosso il potente faro di un grande asterisco. Che si sono subito premurati di cancellare, agitandosi a più non posso sulle tastiere e consegnando ai social network un pezzo di verità. Che solo per ipocrisia, o per sposare sino in fondo il politicamente corretto, si è soliti tenere sotto il tappeto. Un pezzo di verità che si portano appresso, appunto come un grande asterisco, anche tanti di coloro che andranno alla marcia di metà giugno. Ci dice, questo tassello fondamentale di verità, che la strada da fare è ancora lunga. E, prima ancora di transitare dalle leggi, passa dalla testa delle persone. 

domenica 29 maggio 2016

Amat: non pagare e sorridere.


La Repubblica Palermo 
28 maggio 2016
La guerra perduta ai portoghesi sul bus
FRANCESCO PALAZZO

Negli ultimi tempi mi è capitato di vedere diverse volte la stessa scena. Nei bus Amat si tende ad affrontare i portoghesi, o meglio, per non offendere un popolo civilissimo, i palermitani incivili, in maniera più dialogante. Chi non ha obliterato viene invitato a sanare la “dimenticanza”. Chi è senza biglietto viene sollecitato a scendere alla fermata successiva. In quest’ultimo caso il soggetto si limiterà a inforcare la corsa seguente, arrivando indenne da sanzioni al traguardo. Ciò può avere due motivazioni. In primo luogo, le multe evidentemente difficilmente vengono pagate. Inoltre, proprio per porle in essere non è raro che gli addetti siano oggetto di pesanti aggressioni fisiche. Cosa non accettabile per chi si limita a fare solo il proprio dovere. Serve questo approccio morbido a sensibilizzare i cittadini al pagamento del biglietto? Può essere. Potrebbe determinare la circostanza che infilare il tagliando nell’obliteratrice si trasformi per i più resistenti, che in tal modo potrebbero aumentare, e già sono tantissimi, in un gesto del tutto facoltativo? Molto probabile anche questo. Nel frattempo, chi deve imbarcarsi e chiede all’autista se può acquistare da lui il biglietto, 9,9 volte su dieci riceve un no come risposta. Tutto ciò può far desistere dalle buone intenzioni quei pochi che il biglietto continuano a farlo senza pressioni di sorta. Se non rischio nulla, potrebbero cominciare a pensare gli stakanovisti del rispetto delle regole, mi conviene tenermi il biglietto intonso in mano oppure salire senza neppure quello. Un rimedio più conducente ci sarebbe. Lo aveva messo nero su bianco la stessa Amat. E’ durato, come le tante grida manzoniane, tipiche dei posti dove i precetti si annunciano e si moltiplicano per l’inchiostro dei giornali, da Natale a Santo Stefano. Obbligava all’ingresso esclusivamente dalla bussola anteriore. Si potrebbe ripristinare e obbligare l’autista, come avviene normalmente in altre città italiane ed europee, a verificare il possesso e la regolarità dei titoli di viaggio. Nessun privato potrebbe stare più di qualche mese sul mercato se si permettesse la licenza poetica di avere un altissimo numero di non paganti, di non controllare gli utenti a tappeto e di non far pagare dazio una volta verificata la scorrettezza dei viaggiatori. Chi si reca al Falcone - Borsellino o torna in città dall’aeroporto con il pullman, può verificare quanto un privato, se vuole garantire gli stipendi ai propri addetti e fare utili, deve legittimamente, per prima cosa, anche se usufruisce di un ristoro pubblico, pretendere da tutti il pagamento di un corrispettivo per il servizio, in questo caso sempre puntuale e con ottimi mezzi, che fornisce. Questo va detto perché spesso, quando si parla di privatizzazioni, si grida al lupo al lupo. Ma ai cittadini interessa avere servizi che non costino un occhio della testa come contribuenti, che siano efficienti, pagando il giusto.Un’altra cosa va rilevata. Durante la querelle sulle zone a traffico limitato, che ha avuto una nuova puntata scritta dal CGA, c’è stata la conferma che l’introito andrebbe anche a finanziare l’Amat. Ma si finanzia in sovrappiù una realtà che si fa pagare sempre, senza se e senza ma, la prestazione che rende. Altrimenti dire servizio pubblico è solo un modo per sventolarci sotto il naso una vetusta bandiera ideologica da socialismo reale. Che, in soldoni, vuol dire soltanto che occorre pagare diverse volte. Prima come contribuenti, poi come viaggiatori paganti, poi ancora per riempire i buchi che un’azienda dovrebbe cominciare a colmare da sola. Facendo intanto non fuggire, in larga parte, l’incasso dovuto dagli utenti. Insomma, veda l’azienda come fare. Ma si deve trovare un modo, perché altrove, non sulla luna, ci riescono, per riscuotere, senza che nessuno sfugga, quanto dovuto dai passeggeri. Non bisogna neppure guardare lontano. Ciò che si fa, bene, sulle quattro linee del tram, con introiti non trascurabili da quel che leggiamo, deve potersi fare anche sugli autobus.

lunedì 16 maggio 2016

Ecumenismo a Palermo: forma e sostanza.

La Repubblica Palermo
15 maggio 2016
Cosa ci insegnano i Valdesi
Francesco Palazzo

La visita ufficiale dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, presso il luogo di culto dei Valdesi e Metodisti, avvenuta domenica 8 maggio, come ricordato su queste pagine da Augusto Cavadi, segna certamente un punto importante nel dialogo tra credenti nello stesso dio. Vedere un porporato predicare dal pulpito della chiesa valdese faceva un certo effetto. Non sappiamo chi ha fatto il primo passo, ma il nuovo arcivescovo di Palermo non ha fatto certo valere la forza dei numeri ed è andato lui. La piccola comunità valdese e metodista ha svolto negli ultimi decenni un ruolo culturale di rilievo a Palermo. Basti pensare alle centinaia di incontri, di tutti i tipi, con persone orientate nei più diversi modi, che si sono svolti nell’auditorium che si trova alle spalle del luogo di culto, dietro il Teatro Garibaldi. Tale apertura non vi è stata nei luoghi di pertinenza della diocesi di Palermo. Basta ricordare che la Scuola di Formazione etico- politica Giovanni Falcone venne, di fatto, allontanata da ambienti cattolici per avere invitato l’ex abate Franzoni, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, poi sospeso a divinis. Sull’avvicinamento cattolici- valdesi vorremmo sottolineare un aspetto critico e individuare un futuro. La comunità cattolica palermitana, a parte qualche sparuta presenza, si è tenuta sostanzialmente lontana da questo importantissimo evento. La piccola chiesa valdese era piena un po’ più del solito, ma erano quasi tutti fedeli protestanti. Per il resto giornalisti e cineoperatori. Nello spiazzo antistante la chiesa, che è rimasto vuoto, ipotizzando un accesso cospicuo, era stato data la possibilità di ascoltare attraverso un altoparlante. Che ha parlato al vento. Ciò per dire che il limite di queste iniziative è che sono gestite dai vertici, senza che la base sia sulla stessa linea. Quasi tutti i cattolici praticanti palermitani neppure sanno dove sorgono i luoghi di culto valdesi e metodisti. Eppure, passarci ogni tanto (la funzione domenicale è alle 11) non farebbe male al fedele cattolico. Così come, per gli adepti delle altre confessioni religiose esistenti a Palermo, potrebbe costituire motivo di formazione e di vero avvicinamento intrufolarsi ogni tanto in cattedrale o in altre chiese parrocchiali durante i riti cattolici. In tal modo si potrebbero creare percorsi condivisi e allargati. Ma è chiaro, detto ciò, che questi primi passi (Lorefice è andato anche presso gli anglicani di Via Roma, di fronte l’Hotel delle Palme), vanno tenuti nella giusta e importante considerazione. E, anzi, siccome questa contaminazione può senz’altro costituire un modo per scambiarsi buone pratiche, utili non solo alla città di dio, ma anche a quella degli uomini, e qui veniamo al futuro, chissà se ci saranno dei frutti più maturi. Per esempio pastorali comuni sul come affrontare in maniera sistematica la criminalità organizzata, o riflessioni congiunte sulla morale sessuale e familiare. Su quest’ultimo argomento, il mercoledì successivo all’incontro tra Valdesi e Cattolici, un vescovo importante di una rilevante diocesi siciliana, quella di Monreale, esprimeva, nel giorno dell’approvazione definitiva della legge sulle unioni civili, la posizione più dura della chiesa cattolica. Definendo da “fascismo strisciante”, parole che neppure la più acerrima delle opposizioni politiche ha pronunciato, il voto di fiducia chiesto dal governo su tale norma. Niente di più distante dal modo di operare dei Valdesi e Metodisti, che preferiscono parlare di famiglie, tutte con la stessa dignità, e offrono alle coppie omoaffettive la possibilità di essere benedette in chiesa. Insomma, non bastano i riti, per quanto storici. Occorre mettersi al lavoro, magari coinvolgendo tutte le comunità di fede e non soltanto le punte più avanzate.

giovedì 28 aprile 2016

Antimafia? Houston, abbiamo un problema.

La Repubblica Palermo
27 aprile 2016 - Pag. I

Perché l'antimafia segna il passo

Francesco Palazzo

 È da rifondare l’antimafia? Se Cosa nostra ci fa compagnia da tre secoli, possiamo dire, parafrasando l’astronauta,«Houston, abbiamo un problema». Come si affronta? Innanzitutto, con spirito laico. Ha ripreso vigore la polemica sul libro di Fiandaca e Lupo, “La mafia non ha vinto”. Gli autori mettono in discussione l’esistenza di una trattativa Stato-mafia. La querelle nasce dal fatto che i due sono stati invitati a corsi per magistrati. Molti testi che si schierano per l’esistenza della trattativa sono stati pubblicati. Fiandaca e Lupo forniscono due punti di vista che ci servono. Poi, occorre non ritenere l’antimafia un blocco monolitico, di fronte al quale trovare la chiave per risolvere il problema. Dovremmo tornare a riflettere sulle antimafie. Concretamente, senza perdersi nei labirinti delle parole. Del resto, se dovessimo non chiamarla più antimafia, ma in altro modo, si risolverebbe forse l’intreccio problematico? Vediamo, dunque, di mostrare alcuni tornanti di questa antimafia che mostra la corda. Cominciamo da quella fatta di emotività. Risposta comprensibile, che spesso nulla lascia sul campo e casistica ampia. Citiamo la polemica sugli occhiali con una frase di Impastato come messaggio pubblicitario, che alla fine portò al ritiro dello spot, e la fiction “Il capo dei capi”. Due messaggi diversi, su un eroe e su un mafioso. Entrambi non sono andati giù a un’antimafia che si ferma all’irritazione. E’ un atteggiamento seriale, che si ripeterà. Dicono gli studiosi che l’emotività contro la mafia non serve. Il secondo lato debole di questa crisi, ha la stessa sindrome. Ci riferiamo alla politica, sia quando si esprime con norme (di solito approvate reattivamente dopo gravi fatti di mafia), sia nella sua vita quotidiana (per i partiti la mafia esiste quando arrestano un loro esponente o i tribunali parlano). Non c’è visione di lungo periodo. Anzi, quando il vento del sangue si placa, si torna indietro. Vedi la modifica alla legge sui collaboratori di giustizia, che ha reso problematica la loro gestione. Erano troppi, adesso sono pochi e l’emergenza è finita. Mentre il parlamento non si pronuncia sul concorso esterno in associazione mafiosa. Spesso la politica ascolta più i Porta a Porta che i servitori dello Stato. Difficile dimenticare il trattamento riservato al prefetto Giuseppe Caruso sui beni confiscati. Un terzo atteggiamento è quello di affidare alla magistratura e alle forze dell’ordine la lotta alla mafia. Un altro sintomo di un’antimafia che ansima è il versante degli affari. Tenendo ferme le garanzie per i singoli, a molti non pare infondata l’ipotesi che talvolta, dietro ai proclami sulla legalità, si possano annidare interessi personali. Un altro aspetto si riferisce all’azione amministrativa. Talvolta si sbarra la strada a valutazioni sulle cose concrete - le uniche che interessano che si facciano, bene, ai contribuenti - innalzando il verbo dell’antimafia. Sciascia, al di là dei casi specifici citati allora, individuava i professionisti dell’antimafia. Il grande scrittore fu insignito, dall’antimafia emotiva, era il 1987, della medaglia di quaquaraquà e posto ai margini della società civile. E chiudiamo con la società civile, la sesta antimafia che segna il passo. Quella delle realtà che campano di finanziamenti pubblici. Qui basta ricordare don Puglisi. Contro la mafia stragista innalzò il vessillo della gratuità, lontana dai soldi pubblici e dalle segreterie dei notabili. Lo abbiamo già scritto. Solo beni e servizi alle associazioni. Se si hanno buone idee, cammineranno lo stesso. Come vediamo da questi pochi spunti, non si tratta di malattie recenti. Occorrono dunque delle cure non episodiche. E l’antimafia virtuosa? Non manca, ma ha il piombo sulle ali messo da quella che non funziona e che spesso crea più icone inamovibili che buone pratiche condivise. Ma c’è. Può avere il volto di Santi Palazzolo, l’imprenditore di Cinisi che ha denunciato un’estorsione. Intervenendo alla Leopola sicula ci pone una domanda. «E’ più antimafia fare le marce o alzarsi alle quattro del mattino, indossare gli indumenti da pasticciere, e dare ogni giorno lavoro onesto a cinquanta persone?». Tale interrogativo ci indica quanto un’antimafia non parolaia debba per forza passare dall’imperativo categorico di creare, ed è compito soprattutto della politica, ma non soltanto, le precondizioni di lavoro vero e non assistito.

giovedì 14 aprile 2016

Riina jr, la televisione, la mafia e noi.

La Repubblica Palermo
14 aprile 2016 - Pag. I
Il figlio di Riina e quelli delle vittime
Francesco Palazzo
(la parte in neretto non è stata pubblicata per motivi di spazio)

Sull’intervista al figlio di Riina, una considerazione preliminare, di serenità mentale. Prima conoscere, poi parlare. Nei giorni precedenti il Porta a Porta un fiume di dichiarazioni ci ha invaso. La politica ha fatto quello che sa fare. Mettere le mani nella RAI. Che va lasciata libera. Anche di sbagliare. Non abbiamo bisogno di una televisione che nasconda il male sotto il tappeto. Sarà sempre tardi il giorno in cui la RAI diventerà un servizio pubblico autonomo. Cane da guardia della democrazia, e nelle democrazie si sbaglia, solo nei totalitarismi non si fanno errori, che sbatta il telefono in faccia a chi pretende di dire ciò che deve andare in onda. Molte volte è accaduto, sui prodotti che parlano di mafia, che ci siano state lamentele. Tutto lecito. Va ricordato, perché si è affermato il contrario, che Enzo Biagi, quando nel 1989 intervistò Liggio, un capo, fu apostrofato con violente critiche. Lui rispose che faceva il giornalista e questo era tutto. Insomma, niente di nuovo. I mafiosi raccontano sempre le loro storie. Se non che spesso alte volano le nubi della retorica e gli sbuffi a perdere della locomotiva Sicilia offesa. Il figlio del capo di cosa nostra mostra il volto familiare di un periodo della sua vita. Difende il padre e non esprime giudizi sul suo spessore criminale. Vespa ha chiarito subito di cosa si trattava (“Trasmetteremo ora l’intervista a un mafioso”). Potevano essere poste altre domande? Tutti gli italiani, come quando gioca la nazionale, sono diventati esperti. E’ bello scoprire, peraltro, che l’Italia è piena di cronisti coraggiosi che sanno fare domande sconvolgenti ai mafiosi. Come mai ancora le mafie stanno in piedi, con tutti questi giornalisti di razza in azione, non riusciamo a spiegarcelo. Chi ha decrittato l’intervista dice che qualche grosso messaggio è partito. Ci troveremmo quasi di fronte ad uno scoop. Tutti abbiamo visto e possiamo valutare se è stata o no bella la figura fatta dal Riina. Dal mio punto di vista è emerso un altro lineamento, quello dell’allievo ufficiale figlio di Vito Schifani, agente morto a Capaci. Il tono della sua voce, le sue parole, il suo volto, la sua emozione. C’è chi dice che sarebbe meglio il silenzio, come condanna alla dannazione della memoria cui i mafiosi dovrebbero essere destinati. Ma anche quando della mafia non si parlava, negandone l’esistenza, pure nelle procure, questa continuava a rafforzarsi. Ed è sopravvissuta lungo tre secoli. E’ questa la vera vergogna, di cui tutti portiamo il peso. Il problema non è raccontare ventiquattro anni di latitanza di Riina, ma che questa ci sia stata. Magari coperta ai massimi livelli. Forse un giorno sapremo perché e come è avvenuto tutto questo dai mafiosi. Sono gli unici che parlano. Non l’hanno fatto, e non lo fanno, pezzi importanti di classe dirigente. E quando la classe dirigente migliore di questo paese, vedi il prefetto Giuseppe Caruso sulla gestione dei beni confiscati, dei quali si è parlato nel Porta a Porta “incriminato”, denuncia e propone, la si guarda con sospetto. C’è pure chi teme il fascino che i giovani subirebbero dall’esposizione mediatica dei mafiosi. Ma i ragazzi non sono scemi e la mafia ha arruolato nuove leve anche quando non c’erano televisione e internet. Hannah Arendt, a proposito dei nazisti, (“La banalità del male”), scrisse che “le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressocché normale, né demoniaco, né mostruoso”. Le vie d’uscita, che la filosofa e giornalista tedesca vede, sono la facoltà di pensare e la distinzione tra giusto e sbagliato. La forza del giudizio. Facoltà che dovrebbero essere nella disponibilità di tutti. La politica, anziché occuparsi di palinsesti televisivi, ponga le condizioni affinché tutti diventino cittadini senza catene. Non servono né balie, né divieti, come i libri che non si vendono. La politica lotti la mafia. Cittadini liberi e responsabili e politica seria possono sconfiggerla.  Il resto, talvolta, è solo fumo che vola. 

giovedì 7 aprile 2016

ZTL a Palermo. Qualche proposta dopo la botta.

La Repubblica Palermo
6 aprile 2016

Il divieto e il rischio dell'effetto calamita
Francesco Palazzo
Sulle Ztl palermitane, a prescindere dai problemi sulle modalità di pagamento, rispetto alle quali non si capisce come si potrà ovviare in otto giorni (dal 7 al 14 aprile), ammesso che il Tar sia in «sinergia » con il Comune nel giorno del giudizio, si può avanzare un’ipotesi che cercheremo di dimostrare. La vasta area interessata può determinare una specie di effetto calamita. Abbiamo già detto che questa Ztl palermitana è differente in un punto fondamentale rispetto a quelle conosciute, pagando un abbonamento annuale, un semplice cittadino non appartenente a particolari categorie, può accedere indisturbato da non residente. Questo è il discrimine tra ciò che si può chiamare Ztl e ciò che si deve nominare necessariamente in un altro modo. E ciò fa del messaggio che il comune vorrebbe inviare, ossia meno inquinamento, un qualcosa di profondamente diverso. Cominciamo dal numero di auto che comunque non potranno entrare. A questa quantità vanno tolti i mezzi che appartengono ai residenti abitanti dentro il grande perimetro. Che sono messi con le spalle al muro. Anche se non prendono le macchine, tenendole posteggiate e dunque per nulla minacciose per i livelli di smog, devono pagare l’obolo annuale, novanta euro. Molti residenti se la sono pensata. Giungendo alla conclusione che, visto che devono pagare, l’auto la utilizzeranno sempre. Anche se magari in genere molti di loro preferirebbero, anche per scelte ambientaliste, servirsi dei mezzi pubblici. Invece di fare muro contro muro, mostrando che il vero problema è fare cassa, si poteva, e si potrebbe ancora, optare per un sistema misto per i residenti. Dando loro la possibilità di pagare la quota annuale, se vogliono, oppure di non pagare e lasciare la macchina ferma nelle ore proibite o al massimo usufruire di permessi giornalieri al bisogno. Insomma, a quest’ampia fascia di abitanti palermitani il messaggio che si manda vira più sull’istigazione a prendere, compulsivamente e quasi per dispetto, l’auto, che verso il convincimento a non prenderla senza pagare nulla. Anche per i non residenti, il dispaccio dell’amministrazione, che li vorrebbe tutti paganti, giunge forte e chiaro. A tutti, anche a coloro che al centro non ci vanno quasi mai e che, pagando, si sentirebbero nel diritto di fare ripetuti giri di giostra da abbonati con il posto in prima fila. Anche in questo caso, per fare le cose senza radicalismi e singolarità rispetto a quanto avviene nelle altre metropoli, si poteva, e si può, eliminare la quota annuale e consentire, sempre con i cento euro, un certo numero d’ingressi, mettiamo venti, da spendere in un anno. Dopo si inizia a pagare ad accesso. Se si vuole dissuadere davvero e non invitare a fare giri di giostra. Per chi nello sterminato ring lavora, fa impresa, ha studi professionali occorre trovare delle soluzioni che non pregiudichino un’economia che già non gira a mille. Fa male l’amministrazione a liquidare questo problema con un’alzata di spalle. Vanno potenziati i mezzi pubblici che convergono verso le zone a traffico limitato. A meno che, ma sarebbe una scelta da suicidio, non si ritengano già sufficienti i percorsi dei tram che portano dritti a due centri commerciali. Ora, sia che il Tar faccia passare o che blocchi, c’è il tempo di tornare a logiche più ragionevoli, se davvero si ha a cuore l’aria che respiriamo. Se invece il solo problema è fare incasso facile, tacciando per giunta i palermitani di essere duri ai cambiamenti, si prosegua nella strada intrapresa. In questo caso, però, potrebbero essere i palermitani a dare ai governanti una lezione di maturità. E la cosa stava già avvenendo prima del blocco dei pagamenti. Come leggere, infatti, l’enorme divario tra coloro, pochi, che stavano pagando, quasi sempre perché obbligati, e i tantissimi, la stragrande maggioranza, che hanno deciso di accettare la sfida di un’aria più pulita e perciò non pagando stavano, stanno, utilizzando questo provvedimento come una vera e seria Ztl? Insomma. Per chi suona la campana? Per gli amministratori, che si sentono moderni, o per gli amministrati, che si vorrebbero antichi e resistenti?

giovedì 31 marzo 2016

Fenomenologia dei marciapiedi palermitani.

La Repubblica Palermo
30 marzo 2016
Come è difficile andare a piedi
Francesco Palazzo

Com’è andare a piedi a Palermo? Bello. Ogni volta vedi una città diversa, anche se passi dagli stessi luoghi. E sì, Palermo è bella, talmente bella che, pur essendo stata trattata male, riesce ancora a esprimere fascino a residenti e turisti. Basta che non vi soffermiate a guardare il terreno in cui poggiate le suole delle scarpe. Sì, si fa a tutto l’abitudine. Però c’è un momento in cui cominci a guardare e ti chiedi: ma è possibile? Io ho iniziato a metà di Via Sciuti, la vigilia di Pasqua, da un tratto di marciapiede dissestato. L’ho fotografato. Torno alla strada che avevo finora fatto, da Via Empedocle Restivo, e mi viene il dubbio che questa scena l’ho già vista. Comincio a fotografare tutti le imperfezioni, chiamiamole così, dei marciapiedi che sto percorrendo. Ben presto devo arrendermi. Finisco via Sciuti, percorro via Terrasanta e poi giro a sinistra per via La Farina. Ho ripreso solo un dieci per cento delle cose che non vanno e sono a una ventina di foto. Smetto di riprendere e continuo a vedere. Devo arrivare sino allo stadio. Non cambia la situazione, difficile fare più di pochi metri e non vedere buche, fessure, manti divelti, rattoppi più brutti di quello che dovevano coprire, un campionario di tutto rispetto. Se avessi continuato a fotografare, mi si sarebbe esaurita la memoria del cellulare. Stiamo parlando di un lungo tratto che sta al centro della città. Mi convinco, però, di avere sbagliato percorso. L’indomani pomeriggio, giorno di Pasqua, provo a farne uno diverso e più lungo. Viale Croce Rossa, Via Libertà, Via Ruggero Settimo, Via Maqueda sino alla stazione e poi ritorno da via Roma. Tranne qualche eccezione, la situazione dei marciapiedi, in cui camminano non solo coloro che possono stare attenti a non finire con la faccia a terra, ma anche tanti anziani, bambini e portatori di handicap, è pessima. Stessa cosa nel giorno di Pasquetta. Dopo pranzo decido di percorrere Viale del Fante, Via Imperatore Federico, costeggio la fiera, poi Via Autonomia Siciliana e risalgo verso il punto di partenza. Non cambia la situazione di una virgola. Ma coloro che devono curare questo aspetto non secondario della città, che riguarda non solo la sicurezza, ma anche il decoro, la bellezza, hanno mai passeggiato a piedi sui marciapiedi della zona centrale di Palermo? Non parlo delle periferie perché apriremmo, più che un capitolo, un baratro. L’hanno mai fatto gli amministratori e i consiglieri comunali? E se si, hanno visto qualcosa di diverso e di più decente rispetto a quanto descritto? Si può porre rimedio a tutto ciò? Ha la stessa importanza del Parco della Favorita? Certo, è più complicato, ma è anche più urgente. Ed è incomprensibile come quest’amministrazione, che già è a fine legislatura, non abbia messo mano a rendere sicuri e decenti, ai palermitani e ai turisti, gli spostamenti a piedi. Adesso, con l’istituzione delle ZTL, si chiede a tutti di servirsi dei mezzi pubblici e delle gambe per spostarsi nel cuore della città. Si cominci, allora, dal perimetro che costeggia l’ampio tratto delle due zone a traffico limitato e si prosegua poi andando verso l’interno. Si potrebbe utilizzare personale precario. Armato di macchine fotografiche, dovrebbe immortalare tutto ciò che non va e girarlo all’amministrazione. Che, utilizzando le maestranze a stipendio, potrebbe provvedere a sistemare tutto. Da qui alle elezioni manca più di un anno, almeno per la zona centrale ce la dovremmo fare. Potrebbe poi nascere, a supporto della prossima campagna elettorale, una mostra sui marciapiedi di una parte consistente del capoluogo. Com’erano e come sono diventati dopo la cura. Non sappiamo se davvero la Favorita, per la quale manca comunque anche un generico programma di come potrebbe diventare, sia il nuovo Teatro Massimo. Al momento non pare. In fondo, tenere pulito dovrebbe essere la norma. Lascerei, pertanto, perdere gli acuti, per utilizzare un termine lirico, e mi concentrerei sulla normalità. Cominciando da dove tutti ogni giorno mettiamo i piedi (La parte in neretto non è stata pubblicata per motivi di spazio).  

mercoledì 16 marzo 2016

Il parroco, le confraternite, il vescovo, i vivi e i morti.

La Repubblica Palermo
16 marzo 2016
I "torti" del sacerdote di Augusta e i peccati impuniti della chiesa siciliana
(alcune parti non sono state pubblicate)
Francesco Palazzo

In Sicilia pare che ci siano più di mille e settecento parrocchie, quindi ci saranno, più o meno, altrettanti parroci. Nella provincia di Siracusa le chiese parrocchiali sono 120. In questa provincia ricade la città di Augusta, dove svolge il presbiterato don Palmiro Prisutto. Al quale il vescovo aveva dato cinque giorni per dimettersi da parroco della chiesa madre. Ora la cosa è rientrata. Ma a noi pare nel modo peggiore. Quale sarebbe stata la colpa di questo prelato? Non avrebbe buoni rapporti con alcune confraternite. E questo, considerato che tali sodalizi sono spesso portatori di un cristianesimo fatto di devozionismo esteriore, potrebbe essere un titolo di merito. E, casomai, dovrebbero essere attenzionati tutti quei parroci che invece con le confraternite fanno pappa e ciccia, visto che talvolta vi si annidano presenze non proprio specchiate. Va ricordato che Don Puglisi, appena arrivato a Brancaccio, con la confraternita ebbe il suo primo contrasto. Tentò di rifondarla, ma fu lasciato solo anche in questo. In un’intervista a Repubblica, don Prisutto afferma, sulle confraternite, che “non ho tempo da perdere con un’idea di religiosità che, peraltro, non condivido affatto. Ho cose ben più importanti da fare”. Le cose più importanti da fare sono quelle che queste confraternite, che evidentemente hanno molto potere tanto da convincere un vescovo ad intervenire duramente, rimproverano al prelato. Dicono che pensa più ai morti che ai vivi. L’arciprete legge in chiesa la lista di quanti sono morti per patologie tumorali in quelle zone. Non solo Augusta, ma anche Melilli, Priolo e parte della stessa Siracusa. Quasi 180 mila persone. In questo distretto, dal 1949 a oggi, si è impiantato di tutto. Parliamo di quello che è stato il polo petrolchimico più grande d’Europa. Uno studio presentato nel 2013, e non è il primo, ci consegna dei dati. Alcune tipologie tumorali sono risultate in eccesso nella zona. Dunque un problemino un po’ più serio del portare in giro per le vie dei simulacri. Ci pare un pensare ai morti che si occupa di preservare quelli che sono ancora vivi. E pare che anche lo stesso vescovo e altri parroci condividano queste problematiche. Solo che don Palmiro non si è limitato a generiche esortazioni, ma ne ha fatto un tratto fondamentale del suo impegno. Come Don Puglisi. Quanti predicavano contro la mafia dopo le stragi del 92-93? Ma soltanto don Pino prese sul serio, portandola sino in fondo, la sua vocazione. Disturbando, come adesso il parroco di Augusta, come egli stesso sospetta, interessi forti. Ora don Palmiro intende portare tale pratica di leggere i nomi dei morti per cancro nella piazze. Per il vescovo, il quale afferma che le ultime parole concilianti pronunziate da don Palmiro durante una messa “sono il chiaro segno della sua volontà di comunione alla quale da tempo con paterna fermezza lo esortavo”, la vicenda è chiusa. Dal suo punto di vista nel migliore dei modi. Ma non dal nostro punto di osservazione. Ci sembra come la parabola del figliol prodigo che è tornato alla casa del padre. Ma quale sarebbe questo smarrimento della comunione da parte del sacerdote? Forse i mugugni delle confraternite? Possibile che il vescovo abbia parole cosi nette sul “ravvedimento” del suo confratello e non dica nulla a queste confraternite? Hanno tanto potere da zittire pure un principe della chiesa. E perché? La vicenda lascia l’amaro in bocca. E allora diciamola tutta. Possibile che tra tutte le incoerenze che possono essere addebitate al clero siciliano, non tutto è ovvio, ci sono tanti buoni parroci, proprio si deve colpire un prete come questo facendo di fatto vincere il potere di una religiosità molto discutibile? Ma non ce ne sono preti attaccati al denaro, che fanno finta di non vedere i mafiosi nelle confraternite, che vanno a passeggio con la politica diventandone clienti per ottenere finanziamenti, che diffondono dai pulpiti messaggi che fanno a pugni con il rinnovamento propugnato da papa Francesco? Perché questi vengono lasciati in pace? Ho appena visto il film Il caso Spotlight, sui casi di pedofilia nella chiesa. Un prodotto cinematografico che andrebbe proiettato in tutte le chiese. Ecco un campo dove la chiesa siciliana, invece di puntare un uomo di fede che svolge bene il proprio compito, potrebbe esercitarsi per vedere quanto e se è ampio nella nostra isola questo gravissimo problema.

domenica 13 marzo 2016

I bus e il Caravaggio. Ecco perché non pagherò la ZTL.



La Repubblica Palermo
12 marzo 2016 – Pag. I
I bus scomparsi come il Caravaggio
Francesco Palazzo

Può darsi che corrisponda al vero il rimprovero di chi amministra questa città circa l’abitudine dei palermitani che non vogliono staccarsi dalle proprie automobili per andare in centro. Se la decisione di lasciare a casa l’auto è più facile da prendere quando non si devono rispettare orari, nel momento in cui si ha un impegno, è più difficile rischiare. Anche se abiti non in periferia, ma a due passi dallo stadio. Ma tant’è. Domenica pomeriggio, per recarci a vedere l’ottimo spettacolo sul Caravaggio rubato, decidiamo di metterci alla fermata del 101, inizio di Viale Croce Rossa, alle 16 e 45. Lo spettacolo inizia alle 17 e 30, e anche se la vettura non passa ogni tre minuti, come in teoria dovrebbe accadere nei giorni feriali, contiamo sul fatto che in dieci minuti dovremmo essere a bordo e arrivare dunque in orario a Piazza Verdi. Dopo avere atteso il primo quarto d’ora, sono già le 17, cominciamo a fremere. Andiamo a prendere l’auto? No, attendiamo. Chiediamo a uno dei tanti che attendono. Aspetta da mezz’ora, dunque dalle 16 e 30. Ci rassegniamo. L’autobus transita dopo dieci minuti, alle 17 e 10, dopo venticinque minuti di attesa. Appena a bordo chiedo all’autista ogni quanto passa il 101, visto che l’amministrazione comunale aveva sbandierato che proprio questa linea era stata potenziata. Il conduttore risponde: «Il bus passa ogni quanto ce n’è». Come scusi? Scioglie il senso dell’arcana frase spiegandoci che mancano alla conta quattro vetture, forse guaste le vetture, forse assenti gli autisti, non l’abbiamo capito. Il bus, dopo tanta attesa, inutile dirlo, è pieno sino all’inverosimile, sembra più un carnaio che un mezzo di trasporto. In tutto il tragitto salgono almeno 150 persone, solo una piccola parte, una ventina in tutto, timbra il biglietto. Il resto viaggia gratis e sa di rischiare non più di tanto. Dei controllori neppure l’ombra. Eppure siamo in un orario di punta, con tanta gente che si reca al centro a passeggiare. Ma anche quando salgono, lo abbiamo visto altre volte, invece di sanzionare chi è senza tagliando, annunciano prima di salire a bordo la loro presenza, così chi è senza biglietto, ossia la stragrande maggioranza, ha il tempo di abbandonare il luogo del delitto. Insomma, per chi viaggia a sbafo, il massimo di disagio è rimettersi sul marciapiede e attendere il prossimo mezzo. Sperando che “gli sceriffi”, come li chiamano i nostri concittadini abituati a fare i portoghesi, non si rifacciano vivi. Intanto, dal finestrino, in mezzo a tutto questo casino, vediamo una stazione del bike sharing. Non abbiamo il pane e ci offrono il caviale e lo champagne. E il Caravaggio che ci attende? Può aspettare. Sono già le 17 e 30, lo spettacolo sta per iniziare e siamo ancora a Piazza Castelnuovo. A quel punto, visto che il bus deve fare ancora fare il giro della piazza, percorrere Via Amari, immettersi in Via Roma e percorrerne un bel tratto e che comunque non appena a terra ci attende il tratto alto di Via Cavour a piedi, decidiamo di scendere e di incamminarci a passo super svelto e col cuore in gola verso il Teatro Massimo. Entriamo trafelati nel nostro palco alle 17 e 45, perdendoci la parte iniziale della rappresentazione e dopo un’ora esatta da quando c’eravamo messi alla fermata. Questi i fatti, mentre sono ancora in ballo le ZTL, che si sostanziano nel pagare per inquinare o non pagare e affidarsi ai mezzi pubblici. Che, come vediamo, muovendoti in zona centrale, perché delle periferie è meglio non parlare, riescono a farti fare pochi chilometri in non meno di un’ora, con l’ultimo miglio fatto a passo da centometrista. Per quel che mi riguarda, ho già deciso. Non scucirò un solo euro per andare al centro con la quattro ruote. Perché lo vivrei come un ricatto, visto che i mezzi pubblici funzionano in tal modo. E i quattro bus desaparecidos? Chissà se sono ricomparsi. O forse è più facile ritrovare il Caravaggio?

giovedì 3 marzo 2016

Brancaccio: la mafia a fumetti e l'altro che si può dire del quartiere.

La Repubblica Palermo
3 marzo 2016 - Pag. IX
Mafia a Fumetti
Francesco Palazzo



Claudio Stassi (38 anni) e Giovanni Di Gregorio (42) sono due palermitani, il primo disegnatore, il secondo sceneggiatore. Stanno in Spagna da diversi anni. Claudio, che è originario di Brancaccio, dice che Barcellona è una Palermo che funziona. Entrambi sono dovuti andare fuori per vedere riconosciuti i loro talenti. Giovanni è chimico, comincia a lavorare con la Sergio Bonelli editore, scrivendo storie di Dampyr e Dylan Dog. Anche Claudio è nello staff di Dampyr come disegnatore. Ha al suo attivo anche il fumetto tratto dal libro Per questo mi chiamo Giovanni, che si rifà alla storia di Giovanni Falcone. Il loro ultimo lavoro, da poco nelle librerie e nei negozi specializzati, èBrancaccio. Storie di mafia quotidiana, edito dalla casa editrice milanese Bao Publising(14 euro). La prefazione è affidata a Rita Borsellino. Che ricorda quando, a un mese dalla morte di don Puglisi, un corteo a Brancaccio venne preso a colpi di pietre provenienti da un garage. Il racconto si snoda attraverso le strade di Brancaccio e le storie parallele di tre personaggi, Nino, Pietro e Angelina. Siamo nel settembre del 1994, a un anno dall’uccisione di don Puglisi, fatto fuori il 15 settembre del 1993. Nino va a scuola, frequenta il doposcuola nella chiesa di San Gaetano, quella dove operò Don Pino, deve confrontarsi con i coetanei che gravitano nel giro della malavita. Poi prende un motorino di un amico, ma in realtà sogna di imbarcarsi in un treno per andare via e lo scrive a don Pino. Ci riuscirà? Pietro è un venditore ambulante di pane e panelle, onesto ma legato alla cosca locale. A un certo punto lo convoca il medico capofamiglia, lo costringe a portare da mangiare a un latitante, che gli consegna un pizzino di ritorno. Ma sulla strada verso il quartiere l’imprevisto è in agguato. Angelina è una casalinga, la sua vita scorre tra la casa, la ricerca di una raccomandazione per un conoscente, le prescrizioni dal medico-boss, che le dice pure per chi votare. Poi va a sbattere in una Tac di un ospedale pubblico che non funziona perché gestito in maniera clientelare-mafiosa. Belli i disegni e coinvolgenti i dialoghi di questo lavoro. Ovviamente, Brancaccio non è solo quella descritta nel fumetto. C’è molto altro. Tanti laureati e diplomati, diversi professionisti, qualche professore universitario, famiglie che mandano i figli regolarmente a scuola, un reddito procapite medio non da terzo mondo, qualche associazione che svolge bene il proprio compito da molti anni. Ma, a 22 anni dal 1994, si avverte ancora la presenza asfissiante della mafia, così come la si sentì durante la seconda guerra di mafia con i morti a ogni angolo di strada. Coesistono, insieme alla parte più sana, che rappresenta la stragrande maggioranza, due sacche evidenti di disagio e marginalità. La prima creata ad arte trasferendo, all’inizio degli anni Ottanta, gli sfrattati del centro storico. Che oggi stanno condizionando negativamente una parte consistente del quartiere. La seconda parte complicata è quella storica, i cosiddetti Stati Uniti. Una realtà complessa il quartiere Brancaccio, che va letta a diversi livelli, così come tutti i quartieri che si definiscono difficili. Chi scrive ci è nato e lì ha vissuto sin quasi ai 30 anni, andando regolarmente a scuola e socializzando in ambienti sani. Come me tantissimi altri della mia generazione, ma anche di quelle precedenti e successive. Anche se è realtà accertata, da quello che ci dicono le indagini e i processi in corso, che il quartiere è stato l’epicentro della stagione stragista dell’inizio degli anni Novanta. Il fumetto, molto abilmente, mette in luce alcuni spaccati sicuramente presenti del rione, sia nell’immediato dopo Puglisi che oggi. E l’oggi spagnolo lo descrivono Stassi e Di Gregorio nell’ultima storia del fumetto, quella a colori. È il loro oggi di professionisti affermati che vivono nella vivace Barcellona non scordandosi delle loro radici. Vedono il mare e riflettono sul fatto che c’è pure a Palermo, ma non si vede. Rimpiangono solo il buon caffè palermitano. Ma in fondo, nello scegliere il nome a una bambina che deve nascere, quasi vorrebbero darle quello di una ragazza siciliana della giovinezza. Dalla quale sono stati traditi. Il suo nome, dice l’ultima vignetta del fumetto, è Palermo.

giovedì 18 febbraio 2016

Don Puglisi, la Rosa Gialla e lo scantinato. Sindaco Orlando, che facciamo?

Repubblica Palermo - 17 febbraio 2016
L'aiuto che serve a chi si impegna
Francesco Palazzo

Signor sindaco, può il Comune di Palermo “perdere” 3.500 euro all’anno per far sì che continui il sogno di don Puglisi a Brancaccio attraverso l’operato, quasi ventennale, di un’associazione culturale? Non si tratta di dare l’ennesimo contributo, tra i tanti in genere non rendicontati, che sono trasferiti a realtà che si fregiano, non sempre a proposito, dei nomi di caduti sotto la violenza mafiosa. Quella dei contributi a pioggia (solo una realtà vi ha rinunciato, il Centro Impastato di Palermo guidato da Umberto Santino), è una brutta pratica che crea dipendenza dalle casse pubbliche e dalla politica clientelare e non emancipazione. L’unico modo di spezzare questo circolo vizioso, sarebbe quello di fornire alle associazioni beni e servizi. Ossia gli strumenti basilari per camminare poi da soli, questo dovrebbe essere il fine dell’aiuto pubblico. Non tenere in piedi carrozzoni sorretti a vita dalla mano pubblica. Un bene in comodato d’uso chiede al comune l’Associazione Quelli della Rosa Gialla di Brancaccio, che si richiama a quel fiore perché piaceva a Don Pino, il resto lo sanno fare, molto bene, da soli. Hanno da tempo in gestione un locale di proprietà del Comune, a pochi metri da dove dovrebbe sorgere la nuova chiesa voluta da don Puglisi. L’hanno messo a nuovo, ci hanno speso risorse finanziarie proprie e tante energie. Ma devono pagare all’amministrazione, appunto, 3 mila e 500 euro l’anno, che con la TARSU arrivano a oltre quattromila. Parliamo di uno scantinato di cento metri quadri, il comune dunque incassa 35 euro per metro quadro in estrema periferia dal volontariato. Da un’inchiesta recente di Repubblica Palermo, è venuto fuori che, non in periferia ma in zona residenziale, non per azioni di volontariato ma per lucro, in qualche caso il Comune riscuote sei euro all’anno a metro quadro. L’amministrazione ha promesso, ma si tratta di passato remoto, poi non ha più dato seguito alla cosa, che avrebbe modificato il contratto abbonando l’affitto. Come corrispettivo l’associazione, che produce musical seguitissimi, avrebbe fornito gratuitamente alla città due spettacoli annuali. Ora il punto è che l’associazione, che ha prodotto lavori per il Teatro Brancaccio di Roma, che si è esibita anche a Brescia e Verona, oltre che a Palermo, ad esempio al Teatro di Verdura, e in altre città siciliane, che andrà il 21 marzo a Milano, siccome vive di cinque per mille, non sa più dove prendere i soldi per pagare la pigione. Anche perché proprio in questo periodo, per mandare in scena al Teatro Orione (11, 12 e 13 febbraio), lo spettacolo “Nasci, cresci e vivi”, con tremila spettatori tra ragazzi delle scuole e adulti, ha affrontato più di diecimila euro di spese. Compresa l’ospitalità a diverse famiglie bresciane con bambini non vedenti. In questi casi, le amministrazioni pubbliche, larghe nel distribuire i fondi a pioggia prima citati, scompaiono dalla circolazione quando c’è da sostenere con servizi le singole iniziative. Ora, signor sindaco, a lei non può certo sfuggire cosa significa che a Brancaccio, estrema periferia, continui ad esistere una realtà del genere, perché, fra le altre cose, l’opera di questi nostri concittadini rientra nel «se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto», regola di vita di don Puglisi. Alla sua amministrazione, poiché le vittime della mafia si onorano con gesti concreti, si chiede appunto di fare un “qualcosa” che ha già promesso. Quei tremila e cinquecento euro annuali, 9,58 euro al giorno, che l’amministrazione non incasserà, a fronte di un bene comunale tenuto in piedi e curato da privati che non ci guadagnano nulla, saranno investiti in termini di cittadinanza attiva e di promozione della persona. Con risparmio in termini di sicurezza e crescita di generazioni dedite all’arte e quindi al rispetto reciproco e dei beni comuni. Perciò, alla fine, tutti ci guadagneremo. In uno dei luoghi dove è più importante che si continui a seminare sulle orme del beato. Ucciso dai padrini. Ma lasciato solo, nelle sue pressanti richieste di diritti per il quartiere, dalla malapolitica.

venerdì 5 febbraio 2016

Chiesa, pedofilia e giustizia terrena.

Repubblica Palermo - 4/2/2016
Ma non basta chiedere scusa
Francesco Palazzo



Basta chiedere scusa senza criticare chi aveva trasferito il parroco palermitano, accusato di violenza sessuale, evitando però di denunciarlo alla magistratura? Me lo chiedo mentre ascolto l’omelia che don Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, rivolge nel giorno della Candelora ai consacrati religiosi, una platea composta al novanta per cento da monache anziane. Nell’omelia il vescovo non fa cenno all’ultimo gravissimo fatto, a Palermo almeno altri due casi simili sono arrivati alle cronache. Tre casi per i quali la chiesa di Palermo, così come succede nel vituperato mondo della politica, ha atteso procure e forze dell’ordine senza fare nessun passo verso le une o le altre. Caro don Corrado che percorso pensa di proporre alla diocesi che guida affinché la questione possa essere affrontata, magari portando alla luce del sole altri casi adesso ignoti? A proposito di luce del sole (il titolo di un film che parla di Puglisi), anche per don Pino la chiesa di Palermo mostrò una netta chiusura dopo il suo omicidio nei confronti di chi indagava, non costituendosi parte civile nel processo e per questo venne pesantemente redarguita dal pubblico ministero. Del resto nel periodo in cui il parroco di Brancaccio veniva minacciato e anche aggredito fisicamente, nessuna richiesta di protezione verso gli organi preposti partì da Via Matteo Bonello, nelle cui stanze certamente si conoscevano le angustie, via via sempre crescenti in cui don Pino era costretto a dibattersi nella sua solitaria lotta al potere mafioso. Insomma, una chiesa che si rivolge allo Stato quando ci sono da chiedere e mettere dentro finanziamenti e nel momento in cui, vedi l’intervista al Giornale di Sicilia si domenica 31 gennaio al vescovo di Monreale, c’è da difendere la cosiddetta famiglia tradizionale. Definendo, come dichiarato letteralmente dal prelato, un «grave regresso antropologico » la legge sulle unioni civili in discussione nel parlamento della Repubblica. Se proprio si vogliono preservare la tranquillità e la serenità delle famiglie, e soprattutto i bambini, si guardi bene la chiesa siciliana, e non solo questa ovviamente, di non comprometterne la vita quotidiana con comportamenti che cominciano ad essere troppi per essere considerati casi isolati. Da questo punto di vista, caro don Corrado, il suo pur apprezzabile comunicato dopo l’arresto del suo confratello, sembra rimandare ad una richiesta di scuse per un’eccezione. Quando invece bisognerebbe, a nostro avviso, prendere atto che occorre formare meglio e con più oculatezza i propri ministri. Cosa non sempre facile, ce ne rendiamo conto, vista la difficoltà nel trovare vocazioni. Allora, più che guardare alle famiglie e sentenziare, senza ben conoscere l’esperienza genitoriale, le chiese locali, e lei sicuramente, don Corrado, ne ha le capacità, comincino a guardare le proprie famiglie di fede e capire se non è meglio dare, più che buoni consigli, ottimi esempi di vita. E un buon esempio, don Corrado, potrebbe essere quello di annunciare la volontà di costituirsi parte civile in ogni processo, presente e futuro, che veda implicati presbiteri o religiosi della diocesi di Palermo. Sarebbe un primo concreto modo di passare dalle belle e condivisibili parole ai fatti. 

giovedì 31 dicembre 2015

Il bel tram e la ZTL alla pasta con le sarde.

La Repubblica Palermo - 30 12 2015
Ma per inquinare basterà pagare
FRANCESCO PALAZZO

Pagare per inquinare o non pagare e scordarsi tram, Amat e ogni parvenza di trasporto pubblico. Sembra questa la scelta che si troveranno davanti i palermitani nel 2016. Il tram è realtà ma, oltre che sui binari, scorre su due aspetti connessi che vale la pena evidenziare. Parliamo della Ztl e della tariffa che si dovrà sborsare. Prima domanda. Cosa è una Ztl? Cosa accade a Torino, Milano, Genova, Verona, Roma, Firenze, Bari e Bologna? Abbiamo l’impressione che, rispetto a Palermo, ci troviamo di fronte a due concetti di Ztl. Nelle città citate, come giustamente indica il termine limitato, non si può assolutamente, da non residenti, accedere in queste zone se non si è in possesso di specifiche autorizzazioni. A Bologna e a Milano un non residente sgancia cinque euro al giorno se vuole accedere, ed è chiaro che lo farà solo per eventi particolari. Non è che paghi cento euro una volta ogni 365 giorni ed entri per un anno intero 24 ore su 24. Se così fosse ovunque, andrebbe a farsi benedire l’ambiente e salirebbe ancora di più il picco di polveri velenose che stanno mettendo in ambasce molte città italiane, costringendo a targhe alterne o a chiusure totali. Per mettere in campo Ztl vere, devi fornire servizi di trasporto adeguati. Se non puoi fare questo, ti inventi la Ztl alla pasta con le sarde. Che consiste nel dire all’automobilista che ha acquistato la sua auto anche sedici anni addietro: vuoi entrare sempre dentro il cerchio magico anche se non sei residente? Pagare e sorridere. Con una somma la tua auto diventa pura come un giglio e ci scorderemo che in realtà inquina lo stesso. È vero che vengono fatte fuori le auto da Euro 0 a 2. Ma non cambia la struttura della Ztl palermitana, che non trova repliche in Italia. Sul fronte della spesa privata va detto che molte famiglie dovranno sborsare trecento o quattrocento euro. A ciò va aggiunto l’aumento del costo della sosta nelle strisce blu, portato dappertutto a un euro, anche se l’attuale amministrazione nel 2012 voleva eliminarle del tutto. Messa così, non ce ne voglia il Consiglio comunale che ha fatto nottate per tutti noi, sembra un modo di fare cassa. E qui siamo al secondo aspetto che vorremmo sottolineare. Non parliamo di un’imposta che viene raccolta da tempo, della quale si conosce la consistenza e che a un certo punto si destina a qualcosa. Ciò che andrà a saziare il tram, l’Amat e tutto il sistema di trasporto pubblico è una posta di bilancio di cui ancora non si conosce l’ammontare. Non è leggermente imprudente far dipendere tutto il sistema di trasporto pubblico della quinta città d’Italia da un’entrata ancora largamente incerta che dovrebbe andare a decrescere in condizioni ottimali? C’è infatti da augurarsi che, mettendo in campo condizioni migliori di mobilità nel tempo, solo una minima quota di palermitani pagheranno. Ma se ciò accadesse, visto che tutto è appeso al pagamento dell’obolo, che fine farebbero il tram, l’Amat e tutto il potenziamento della mobilità alternativa alle auto? Inoltre, non è leggermente temerario caricare su un’unica azienda, l’Amat, al momento pare in sofferenza, tutte le modalità di trasporto pubblico? Tutto ciò senza considerare che la Ztl potrebbe essere impugnata, come accadde nel 2008 con la Ztl venuta meno prima di emettere il primo vagito. Siamo contenti che il tram parta. Siamo pure disposti a non pensare che ci è costato quasi 18 milioni a chilometro. Vorremmo vederle sempre piene, quelle vetture, e non sappiamo se lo saranno subito. Cioè prima ancora che si completino le altre opere (anello ferroviario e passante). In atto pare che i numerosi semafori aggiunti nelle strade interessate al transito del tram creino non pochi ingorghi. Destinati ad aumentare ora che i convogli aumenteranno la loro frequenza. Altri punti di domanda, questi ultimi, che si sommano ai precedenti. Il 2016 si farà carico di diradare o confermare i dubbi.

venerdì 18 dicembre 2015

Tram a Palermo: l'ideologia e la concorrenza.

La Repubblica Palermo - 17/12/2015 - Pag. I
Le domande da porsi aspettando il tram
Francesco Palazzo
Che il tram riesca entro dicembre a imbarcare utenti, pena la restituzione di fondi e una penale giornaliera alla ditta che ha svolto i lavori, dipende da un voto del Consiglio comunale.Il giocattolo è pronto, ma non è ancora stabilito chi debba gestire il servizio. Non ci si poteva pensare prima? Certo, dice l'opposizione di Forza Italia. Altri consiglieri comunali del centrosinistra sono sul piede di guerra. Affermano di non conoscere lo stato patrimoniale dell'Amat e di non essere, perciò, nelle condizioni di votare il contratto di servizio con l'azienda. Vedremo come andrà a finire. Ma lo spettacolo non è dei migliori. Già c'è un primo intoppo. Tre commissioni di Palazzo delle Aquile hanno bocciato il contratto di servizio dell'Amat e il suo piano industriale, rimandando la patata bollente in Consiglio. La battaglia è sulla Ztl. Da settimane c'è un movimento di cittadini. Chiede che le linee del tram entrino subito in funzione. In effetti, nel vedere tutto pronto, con queste luccicanti vetture che transitano senza passeggeri, un po' d'impazienza è normale che prevalga. E sono pure disposti ad accettare, i palermitani, che quanto spenderanno per le zone a traffico limitato andrà a foraggiare il sistema tranviario, pagando dunque due volte il servizio. Per la cui gestione l'amministrazione comunale ha individuato l'Amat. Si tratta di un'azienda florida, che gestisce in maniera ottimale il servizio degli autobus, per cui è logico affidarle un altro asse di mobilità pubblica di primaria importanza qual è il tram? Su questo punto, stando a quanto affermano i consiglieri del centrosinistra, non siamo in grado di dire molto. Come cittadini utenti non possiamo certo trarne giudizi superlativi. Basta vedere il numero di vetture che ogni giorno sono su strada e lo stato dei mezzi, il numero di portoghesi, le attese alle fermate. Si può dare a un'azienda già zoppicante un altro carico di lavoro molto pesante? Perché non veniva svolta, in tempi utili, non con l'acqua alla gola, una gara pubblica per vedere chi offriva la gestione migliore del tram e una spesa minore da parte dei viaggiatori? In fin dei conti all'utente interessa che i mezzi passino con una frequenza temporale accettabile e che il tagliando e gli abbonamenti costino il giusto. Per dire, se tutti pagassero sui bus dell'Amat, il biglietto costerebbe di più o di meno di un euro e 40? Con i soldi incassati si potrebbero comprare più o meno autobus? La risposta non è complicata. Qui, però, entra in gioco il classico schema che consiste nel mettere sull'avviso, contro quanti vogliono liberalizzare questo tipo di servizi, che sarebbero alle porte, pronti a buttarsi sull'osso, quei cattivoni dei privati. Non parliamo di scuola, di sanità, di acqua, ambiti in cui in occorre fare molta attenzione tra pubblico e privato. Si parla d'altro. E gridare al lupo sembra fuori luogo. Per carità. Dove il pubblico riesce a gestire in maniera ottimale il servizio di trasporto, nulla quaestio. Ma se non ci trovassimo in questa condizione a Palermo, e più di qualcosa ci dice che così è, aprire le porte alla concorrenza per offrire un servizio migliore, e che costi meno alle tasche dei contribuenti, dovrebbe essere assolutamente un percorso naturale. O no?

mercoledì 9 dicembre 2015

Vecchioni, nessuno ci può giudicare. Semu troppu tochi.

La Repubblica Palermo 
 8/12/2015
L’errore di Vecchioni? Considerare i siciliani i più intelligenti.
Francesco Palazzo


Gentile Roberto Vecchioni, lei non poteva sapere che in Sicilia c’è un esercito che in passato su queste colonne ho chiamato compagnia dei difensori. Il quale non aspetta altro che qualcuno scopra l’acqua calda su di noi per scatenarsi. E’ difficile spiegare a un brianzolo il senso di una frase che definisce la compagnia dei difensori: “difenni u to o tortu o rittu”. Una reazione belluina, intrisa nel sangue, che porta a proteggere ciò che è tuo quando altri, “stranieri”, invadono il campo. E come si permette, uno di fuori, a dirci cose che solo noi, veri amanti di questa terra, possiamo pensare? Perché noi siamo amanti senza rivali. Amiamo tanto che soffochiamo per troppo ardore il nostro oggetto d’amore. Se l’avesse detta un siciliano quella frase, peraltro in un discorso ampio, che esortava alla reazione contro l’inciviltà, per non essere un’isola di merda, non ci sarebbe stata alcuna replica sdegnata. L’ottima platea che l’ascoltava avrebbe applaudito. L’opinione pubblica avrebbe calato umilmente la testa. Nelle nostre discussioni capita spesso che esprimiamo lo stesso concetto. Cosa dovremmo dire, del resto, con una regione che soffre da tanti punti di vista e che si trova in fondo alle classifiche di importanti indicatori, dove non i giovani meritevoli sono premiati, ma migliaia di lavoratori assistiti, che portano voti. E che talvolta devono completare i giorni lavorativi, non il lavoro, si badi bene. Dove le regole del vivere quotidiano, dallo buttare le cicche a terra al depredare tutto ciò che è pubblico, dal pagare i posteggiatori abusivi al parcheggiare ovunque, dal sostare sulle strisce pedonali allo sfrecciare lungo le corsie riservate, sono piegate verso l’interesse personale. E meno male che è venuto ad autunno inoltrato. Se fosse atterrato a Palermo in estate avrebbe ammirato montagne d’immondizia lungo il percorso che unisce il Falcone-Borsellino al capoluogo. Vicino all’aeroporto, inoltre, nei mesi caldi, i palermitani che si recano al lavoro dall’abitazione estiva, lanciano a due passi dallo svincolo autostradale sacchetti d’immondizia. E come vogliamo chiamarli, se non uomini e donne di merda, coloro che trattano la Sicilia come una pattumiera, che sfregiano le coste, il mare, il territorio, chi non controlla o si gira dall’altra parte? Ci sono tanti siciliani perbene, mi scrive un amico. E chi lo mette in dubbio. Ma se fossero molti e non una piccola minoranza non saremmo a questo punto. Ma sa cos’è, Vecchioni, che mi ha fatto sobbalzare? Lei ci definisce i più intelligenti al mondo. Le sembrano intelligenti persone che hanno pasciuto per più di un secolo e mezzo la mafia? Le pare dotato di grandi quantità di materia grigia un popolo che si crede furbo ricorrendo spesso alle raccomandazioni e invece è solo fesso? Le sembriamo così brillanti quando facciamo fuggire le teste migliori, che formiamo spendendo un fiume di soldi? Davvero siamo dotati di grande intelletto visto che riusciamo a esprimere una classe dirigente che, quando va bene, governa mediocremente la cosa pubblica? Ne è certo che siamo così acuti considerato che non riusciamo a valorizzare economicamente un tesoro, la Sicilia, che la storia ci ha messo tra le mani? Mi fermo qui. La ringrazio, ci ha aiutato a riflettere per qualche giorno. Ogni tanto qualche tumpulata a sorpresa ci vuole. Non che cambierà molto nella sostanza. Scorrendo i social network ho però l’impressione che molti abbiano capito la teoria. Un siciliano scrive: “Il mio paese è sul mare in un golfo splendido. Ma abbiamo il 70 per cento di disoccupati che del mare e del sole non se ne fanno niente”. L’altra sera, sull’autobus, (sa che a Palermo in pochi pagano il biglietto?) noto un ragazzo con i piedi sul sedile. Gli dico di metterli giù. Un suo amico sussurra che le mie parole gli ricordano l’intervento di quel cantante il giorno prima all’università. Insomma, almeno nella testa di un diciassettenne il suo discorso è entrato. Può essere un buon inizio. 

giovedì 29 ottobre 2015

Città,antimafia e politica.Tre sfide per il nuovo arcivescovo di Palermo.

La Repubblica Palermo
28/10/2015 - Pag. I
Le sfide che lo attendono
Francesco Palazzo

La nomina della guida ecclesiale della più importante diocesi della Sicilia riveste un carattere di prima importanza pure per gli aspetti, sociali, culturali e politici che riguardano anche coloro che con la chiesa cattolica hanno poco a che fare. Piaccia o no, infatti, la curia arcivescovile palermitana, essendo la sede più importante della Sicilia in ambito cattolico, incrocia spesso tanti aspetti della vita civile e non soltanto del territorio in cui ha giurisdizione. Sulla nomina dell’ispicese Corrado Lorefice, e su ciò che lo attende, si può fare più di una riflessione. Innanzitutto è giovane, 53 anni, (ma non è un record, il cardinale Pappalardo fu nominato nel 1970 a 52 anni), quindi ha molto tempo davanti a se per lasciare il segno e per modificare alle radici la diocesi palermitana. E’ un parroco, e questa è una novità assoluta dovuta al nuovo corso di papa Francesco, che direttamente diventa generale, ossia s’insedia in una sede cardinalizia. Non è palermitano. E questa è ormai una prassi. Per rintracciare l’ultimo arcivescovo del capoluogo nato a Palermo, (mentre troviamo una sfilza di napoletani anche risalendo molto indietro nel tempo), dobbiamo fare un salto indietro di centoquarantaquattro anni quando, nel 1871, e sino al 1904, il palermitano Michelangelo Celesia salì sulla cattedra di San Mamiliano. Insomma, da quasi un secolo e mezzo la comunità cristiana palermitana non riesce a esprimere un vescovo che riesca a prendere la guida della diocesi. Non c’erano parroci a Palermo che potevano ambire alla stessa nomina che è caduta sul prete della parrocchia modicana? Forse sì. Se si fosse seguita questa strada, senza nulla togliere all’alto profilo, umano e pastorale, di cui è accreditato il novello vescovo, si poteva segnare un altro dato in controtendenza e valorizzare qualche esperienza che va avanti da decenni a Palermo e viene molto apprezzata da laici e cattolici. Ammesso che non ci sia religiosità nella laicità e profonda laicità nell’essere cattolici o credenti di qualche professione religiosa. Ma cosa attende il nuovo vescovo? O meglio, cosa può aspettarsi da lui il mondo che guarda ai fatti ecclesiali dall’esterno? Vogliamo segnalare tre aspetti. Il primo. Innanzitutto occorre stabilire un nuovo rapporto con la città, in tutte le sue articolazioni. Bisogna risalire al cardinale Pappalardo, che andò via dalla sede cardinalizia quasi vent’anni addietro, per trovare la Missione Palermo con l’accattivante slogan “Palermo salva Palermo”. Le ultime due esperienze cardinalizie non si sono contraddistinte in questo senso. E’ vero, c’è stata la beatificazione di don Pino Puglisi, nel cui nome ogni anno in cattedrale s’inaugura l’anno pastorale. Ma la figura del prete ucciso a Brancaccio dalla mafia, che ha cercato un costante rapporto con i territori dove è stato mandato, è rimasta un punto di riferimento senza nessuna azione strutturale. E proprio quest’aspetto, definire una volte per tutte una pastorale antimafia organica, che non lasci più spazio ai tiepidi e agli indifferenti nelle parrocchie della diocesi, è uno dei compiti più importanti che attendono Lorefice, ed è il secondo tema che vogliamo segnalare. Se ogni parrocchia mettesse in campo segni chiari, precisi, quotidiani contro la criminalità organizzata, sarebbe un bel colpo per i mafiosi che credono che in fondo dentro la chiesa ci si sta ognuno a suo modo. Anche da criminali patentati. Infine, terzo aspetto, occorre ristabilire un nuovo rapporto con la politica rappresentata nelle sedi istituzionali. Un rapporto che non sia ricerca di finanziamenti da un lato e rampogne generiche nelle omelie dall’altro. Semplici da fare quanto facili da dimenticare. Un rapporto adulto della chiesa nei confronti della politica significa capacità di analisi, studio, esempio, denunce precise. Mettendo in campo iniziative che durino. Dimostrando che con la gratuità e la povertà di mezzi si può fare molto dove la politica non riesce pur spendendo spesso ingenti fondi.

giovedì 22 ottobre 2015

L'avventura di un viaggio in Sicilia

La Repubblica Palermo

21/10/2015 - Pag. I

Un tranquillo weekend di ritardi e disagi sulle strade siciliane

FRANCESCO PALAZZO

Un bel sabato mattina pieno di sole una coppia di palermitani decide di recarsi a Catania. Si vuole sperimentare il treno veloce, quello messo su in fretta e furia, per ovviare, in parte, alla chiusura dell'autostrada causata dal cedimento del viadotto Himera. Veloce consultazione del sito di Trenitalia, il primo convoglio parte alle 13 e 38 e arriva alle 16 e 25. Due ore e quarantasette, si può fare. Il treno precedente parte alle ore 10 e 05, ma è quello ancien regime , ci impiega quasi cinque ore. Nel sito non è specificato nulla, sembra che la corsa non nasconda alcun problema. Sembra. Si esce da casa alle ore 11 e 30, si prende il 101, si scende in Via Roma, il tempo c'è e si fanno due passi senza fretta. Arrivati alle 12 e 20 nell'atrio della stazione, diamo uno sguardo ai treni in partenza e accanto al nostro e a quello per Agrigento leggiamo " servizio bus". Che vuol dire? Ci avviciniamo alla biglietteria e un'impiegata ci informa che, a causa del deragliamento di un treno nei pressi di Caltanissetta la linea è interrotta, avremmo dovuto prendere un pullman sino a Caltanissetta Xirbi per poi imbarcarci sul treno sino a Catania. Prendiamo atto, potevano scriverlo sul sito dove invece, se vuoi acquistare il biglietto elettronico, c'è scritto che si tratta di un regionale veloce. Sì, ma quanto tempo occorre per fare tutta l'operazione? Non si può sapere, ci viene risposto in biglietteria, dipende dal traffico che incontra il pullman. Sì, ma un tempo ipotetico? Niente pronostici, pare che qualche giorno prima ci sono volute anche dieci ore. Come non detto, si opta per il classico torpedone che almeno non prevede trasbordi e in tre ore e mezza, compreso il pittoresco giro turistico sulle Madonie, ti scarica a Catania. Solo che il prossimo parte alle 14 e 30. Vabbè, a questo punto non c'è possibilità di scelta. A Catania si arriva alle 18, considerato che siamo usciti da casa alle 11 e 30, se eravamo all'EXPO potevamo completare la coda per visitare l'ambitissimo stand del Giappone. Ma non è finita qui. Poiché avevamo pagato fatto anche il biglietto di ritorno, domenica alle 18 e 30 ci presentiamo alla fermata di Piazza Alcalà, nei pressi della caratteristica pescheria catanese e a due passi dal Duomo. Arriva il mezzo e scopriamo che c'è solo un posto libero. Il secondo, vicino all'autista, abbastanza scomodo, si libera perché una ragazza scende all'aeroporto di Fontanarossa. Ma la sorpresa maggiore ce l'hanno una decina di utenti che vorrebbero salire alla fermata dell'aeroporto. L'autista scende e informa che non ci sono più posti. Pare che in aggiunta a quest'ultima corsa ce ne sarà una straordinaria alle 20 e 30, che depositerà i malcapitati, che avevano previsto di arrivare alle dieci, nel capoluogo siciliano verso mezzanotte. La società di trasporti rilascia evidentemente tagliandi in overbooking, cioè in numero maggiore di quanti passeggeri può contenere un pullman pieno come un uovo. Chiediamo all'autista se è la prima volta che capita. Non è la prima volta. Sui tornanti delle Madonie, che da Tremonzelli s'inerpicano sino a Polizzi Generosa per poi ridiscendere verso l'autostrada, il posto vicino all'autista, l'unico che ho trovato disponibile, non è il massimo. Vengo sballottolato da una parte all'altra anche con la cintura di sicurezza ben stretta. Arrivati a Palermo, che ve lo dico a fare, abbiamo ancora a confrontarci con i mezzi di trasporto. Un autista dell'AMAT c'informa che la nostra linea, il 101, la domenica dimezza il numero degli autobus su strada, e che dopo le 20 il numero si dimezza a sua volta. Qui ci voleva una mente matematica tendente all'infinito per stabilire quanto avremmo dovuto aspettare. Ma siamo stanchi e non ce la sentiamo di arrivare ai massimi sistemi. Perciò prendiamo il primo autobus che copre quasi lo stesso tragitto del 101. Ah, Catania era bella e piena di sole. Palermo è bella, la Sicilia è bellissima. Ma amministratori e amministrati, non vale per tutti ma per quasi tutti, non sono all'altezza di cotanto splendore.

mercoledì 14 ottobre 2015

Palermo: la politica dei cinque minuti pagati a peso d'oro.

Repubblica Palermo
13/10/2015 - Pag. I
La politica lontana dei gettoni d'oro
Francesco Palazzo

Centocinquantasei euro per cinque minuti per i consiglieri comunali più pagati d’Italia. Fanno trentuno euro e venti centesimi al minuto, cinquantadue centesimi al secondo. Al mese arriviamo all’iperbolica cifra di 1 milione trecentonovantaduemila settecentosessantotto euro. All’anno siamo a quasi sedici volte di quanto prende a stagione l’attaccante di punta del Palermo. Sono queste le quote d’ingaggio per gli abitanti di Palazzo delle Aquile affinché una loro, seppur fuggevole, presenza in commissione sia pagata per intero.  In nessuna attività lavorativa, pubblica o privata, è permesso un simile stato di cose. Ce li vedete un banconista di un bar, una commessa, un operatore di un call center, un operaio edile, un impiegato di banca, e non proseguiamo l’elenco perché sarebbe interminabile, che si assentano giornalmente dopo pochi minuti per poi pretendere l’intero ammontare delle giornate lavorative? Sarebbero licenziati, a ragione e con fondati motivi riconosciuti dalla legge, nel giro di niente. Quando si parla, a volte qualunquisticamente, ma spesso con fondati motivi, della distanza che c’è tra la politica e la vita normale delle persone, s’intende esattamente questo baratro, questa incolmabile distanza tra gli abitanti delle assemblee elettive e i normali cittadini. Come si può pretendere dai componenti di una comunità il rispetto delle regole se poi alle latitudini istituzionali valgono prassi, incredibilmente consentite dalla legge, che fanno a pugni con qualsiasi concetto di produttività? Senza contare che vi sono casi in cui l’elezione a uno scranno comunale coincide, ancora più assurdamente, con il miracoloso materializzarsi di un posto di lavoro super retribuito, dove il lauto stipendio viene posto a carico delle amministrazioni pubbliche, ossia grava sulle tasche di tutti noi. Ci troviamo, così, a pagare due volte una politica la cui efficienza, in molti casi, è tutta da dimostrare. Oltre il danno, la beffa. Non solo paghiamo i cinque minuti a peso di diamante, ma dobbiamo pure farci carico di attività lavorative che devono essere rimborsate alle aziende di appartenenza dei sin troppo fortunati eletti dal popolo. E’ difficile, così stando le cose, non dare fiato alle trombe del disinteresse dei componenti di una comunità verso ciò che appartiene a tutti. Perché, potrebbe dire un palermitano, io che mi sudo sino alla fine il mio magro stipendio, dovrei interessarmi del benessere collettivo se c’è chi guadagna più di centro cinquanta euro per cinque minuti di “lavoro”? Volete dargli torto? Ma è proprio impossibile immaginare che un consigliere comunale di una città come Palermo abbia soltanto un mensile (bastano due mila euro? Sono molto di più di quanto prende un insegnante a fine carriera, il quale non se ne può uscire allegramente dalla classe dopo cinque minuti piantando in asso lezione e alunni) per tutta l’attività che pone in essere sia in aula che nelle commissioni in cui è impegnato? Credo che sia più che possibile e chi può dovrebbe porre in essere delle modifiche normative, in modo che non vi sia quest’oceano di differenze tra chi vive di politica e i comuni mortali. E’ possibile che se faccio il consigliere comunale di una grande città possa prendere solo quanto mi spetta senza che la mia azienda, che magari mi assume miracolosamente un minuto dopo la mia elezione, abbia un solo centesimo? I costi della politica sono davvero un buco nero. Dentro il quale è possibile trovare una buona parte di quello che occorre per sanare i conti.  Basta puntare lo sguardo sulle più di cinquemila società partecipate in mano agli enti locali. Secondo la Corte dei Conti pesano in Italia per 26 miliardi. Realtà che talvolta paghiamo due volte, nel loro normale funzionamento e quando, in crisi, devono essere rimboccate dal pubblico con ulteriori finanziamenti. Ma questo è un tema più complesso. Nell’immediato ci si potrebbe accontentare di superare la filosofia dei “cinque minuti”, ricostruendo un rapporto di parità tra la politica del palazzo e la vita di tutti gli altri. Che giornalmente scorre su altri binari. 

sabato 3 ottobre 2015

Il sud decolla o sprofonda?

La Repubblica Palermo 
02/10/2015 - Pag. 1
Se del sud si parla soltanto nei titoli
Francesco Palazzo

Il titolo della festa nazionale dell’unità sul mezzogiorno, Il sud decolla, era accattivante e in controtendenza. E’ del maggio scorso la rilevazione annuale dell’Istat che, registrando l’aumento dello 0,3 per cento del PIL nel primo trimestre 2015, mostra un paese che sta riemergendo dalla crisi. Ma tutto ciò riguarda il centro nord. Perché il mezzogiorno va giù decisamente con una perdita di mezzo milione di occupati da quando la crisi ha esordito. Al nord, in particolare, il tasso di occupazione è del 64,3 per cento, al sud si arresta al 41,8. Anche rispetto al centro (60,9 per cento di occupati) rimane un baratro. Ma non solo questo. Scrive l’Istat che “le aree del mezzogiorno si caratterizzano per una consolidata condizione di svantaggio legata alle condizioni di salute, alla carenza di servizi, al disagio economico, alle significative disuguaglianze sociali e alla scarsa integrazione degli stranieri residenti”. I dati sono abbastanza chiari: il reddito è più basso del 18 per cento rispetto alla media nazionale (nelle aree con più difficoltà si arriva al 30). Minore reddito significa minori consumi. Infatti, gli abitanti del sud tirano fuori dalle tasche il 70 per cento della media riguardante il centro e il nord. Peraltro, il 28 per cento viene speso in beni alimentari (al centro-nord il 13). Più un sud che decolla, sembra un sud che sprofonda e che da, casomai, qualche segno non decisivo di vitalità. Nel secondo trimestre 2015 si è registrato un incremento nei dati occupazionali del sud, ma si rimane ancora molto distanti dall’area più progredita del paese. Inoltre sono aumentate le vendite sui mercati esteri. Ma ciò non sposta di molto il problema se il segretario nazionale di un sindacato (UIL), a inizio settembre, si mostrava preoccupato per il divario crescente tra nord e sud. Preoccupazione confermata dall’Istat sempre a inizio settembre, visto che, pur con un PIL raddoppiato rispetto a pochi mesi addietro (0,6 per cento), aumentano le differenze territoriali sulla disoccupazione. Perché se al nord la disoccupazione in effetti scende (0,3 per cento), al sud la situazione rimane stabile. Così le differenze aumentano: al nord 7,9 per cento di disoccupati, 10,7 al centro e 20,2 nel mezzogiorno. Mettiamoci pure gli ultimissimi dati ISTAT di questi giorni, con la Sicilia, (22,3 per cento), seconda sola alla Calabria (25,2) per tasso di disoccupazione e con Palermo prima città (dati Svimez) in quanto a fuga verso il nord. Da una festa nazionale sul sud non poteva mancare una lettura attenta di questi dati da parte di esperti. Invece non è accaduto. Assente pure un’analisi approfondita di quello che è lo stato delle mafie che infestano questa parte molto ampia dell’Italia. Nessun confronto tra esperti del settore e magistrati che si occupano della lotta alle mafie. Dicevamo, comunque, che il titolo era accattivante perché ci si aspettava che si mettessero in luce le attività imprenditoriali che nel sud vanno bene, e certamente ve ne sono, e che possono essere prese a modello. Ma anche questo aspetto non è stato trattato. Dal punto di vista politico è mancato del tutto un confronto tra i vari presidenti di regione e tra i sindaci, almeno, delle città capoluogo delle realtà regionali del mezzogiorno.  Insomma, ci si poteva aspettare molto di più, visto che la questione meridionale è ancora sotto gli occhi di tutti e condiziona i numeri di tutto il paese quando deve confrontarsi con gli altri stati dell’Unione Europea. Non basta, allora, il simpatico logo della festa (una lambretta con un’Italia capovolta, la Sicilia e il mezzogiorno che cambiano latitudini e un nord che va sotto), per mutare le cose. Che, invece, vanno capite sino in fondo per fare in modo che questa parte dell’Italia continui a non essere più la palla al piede di tutta la realtà nazionale. Da questo punto di vista sarebbe stato, ad esempio, interessante uno zoom sulle classi dirigenti del sud. Che è sempre stato il vero nodo della questione mezzogiorno. Ma non abbiamo trovato neppure questo. Sarà per la prossima volta.