Abbiamo letto ieri su questo giornale
l’intervista al ragazzo che era ai domiciliari per la rissa avvenuta a
Mondello. È riuscito a dimostrare, ricorrendo alla posizione del suo cellulare,
e grazie a un bravo difensore, ma non è detto che ogni ragazzo sia nelle
condizioni di trovare quello adeguato, che quella sera non era a Palermo.
Adesso è libero. Vale la pena soffermarsi, al di là del fatto specifico, su
alcuni aspetti legati a queste circostanze. Collaterali per gli osservatori
esterni, molto meno per gli interessati, com'è facile intuire. Abbiamo letto
nomi e cognomi dei maggiorenni tirati in ballo, visto il filmato che li ritrae,
conosciuto le zone o vie di residenza. Tutto si sarà svolto nel pieno rispetto
delle regole. Quella che espongo è una sensazione personale. Ogni volta che
vedo i trasferimenti all'uscita dei luoghi di primo accesso degli indagati
(ricordiamolo, indagati, non condannati ancora da nessuno), mi chiedo se tali
sfilate aggiungano un senso più compiuto, più vero, più pregnante, alla parola
giustizia. Guardiamoci negli occhi. Sappiamo molto bene che queste cose
massaggiano la parte della nostra testa che ormai trova alimento nei social.
Dove in cinque minuti si arriva sino in cassazione e qualche volta pure oltre. Ma
dovremmo chiederci un po’ tutti, pure chi veicola informazione, se non si può
fare diversamente. Magari fornendo le identità e i volti in una fase
processuale più avanzata, un rinvio a giudizio o una condanna di primo grado.
Tanto, quello che inizialmente c’importa sapere sono i fatti, come si sarebbero
svolti in relazione a chi li avrebbe commessi, senza rivelare immediatamente
tutti i dati personali, e i luoghi dove si sono appalesati. Questa è la fase di
riscaldamento. Poi c’è la partita e occorrerà verificare le ipotesi accusatorie
nei diversi gradi di giudizio. Che gli indagati abbiano immediatamente nomi e
cognomi, determinate facce, soprattutto se si tratta di persone non note, non
ci dice nulla in più di quanto in quel momento è necessario sapere. Anzi, come
vediamo nel caso in questione, possiamo pure essere fuori strada. Sia chiaro,
se prendiamo il grande e conclamato super latitante, è successo tante volte, la
questione è diversa. Se il personaggio è una star scatteranno altri meccanismi.
Anche perché probabilmente sarà lui stesso a esporsi. Capisco che parliamo di
aspetti delicati e non voglio farla più facile di come in effetti è. Però
ecco, dovremmo ricordarci come popolo, nel cui nome è celebrata la giustizia,
che il garantismo non è una malattia. Si sostanzia nel chiedere vera giustizia
e non altro. Anche perché poi capitano casi come quello di cui parliamo e
allora uno pensa a quante possibilità abbiamo che a noi stessi o qualche nostro
familiare possa accadere. Quando le cose diventano personali, si comprende
molto meglio tutto. Allora forse è meglio porsi di fronte alla persona indagata
come se fosse nostro fratello o un congiunto. Parola intorno alla quale in
tempi di Covid abbiamo avuto modo di ragionare a lungo.Repubblica - Centonove - LiveSicilia - PalermoToday - Porta di Servizio - il Mediterraneo 24 - Rosalio Il Blog di Palermo - Città Nuove Corleone - Maredolce
domenica 26 luglio 2020
La giustizia e le persone: facciamo molta attenzione ed evitiamo i tribunali dei social.
Abbiamo letto ieri su questo giornale
l’intervista al ragazzo che era ai domiciliari per la rissa avvenuta a
Mondello. È riuscito a dimostrare, ricorrendo alla posizione del suo cellulare,
e grazie a un bravo difensore, ma non è detto che ogni ragazzo sia nelle
condizioni di trovare quello adeguato, che quella sera non era a Palermo.
Adesso è libero. Vale la pena soffermarsi, al di là del fatto specifico, su
alcuni aspetti legati a queste circostanze. Collaterali per gli osservatori
esterni, molto meno per gli interessati, com'è facile intuire. Abbiamo letto
nomi e cognomi dei maggiorenni tirati in ballo, visto il filmato che li ritrae,
conosciuto le zone o vie di residenza. Tutto si sarà svolto nel pieno rispetto
delle regole. Quella che espongo è una sensazione personale. Ogni volta che
vedo i trasferimenti all'uscita dei luoghi di primo accesso degli indagati
(ricordiamolo, indagati, non condannati ancora da nessuno), mi chiedo se tali
sfilate aggiungano un senso più compiuto, più vero, più pregnante, alla parola
giustizia. Guardiamoci negli occhi. Sappiamo molto bene che queste cose
massaggiano la parte della nostra testa che ormai trova alimento nei social.
Dove in cinque minuti si arriva sino in cassazione e qualche volta pure oltre. Ma
dovremmo chiederci un po’ tutti, pure chi veicola informazione, se non si può
fare diversamente. Magari fornendo le identità e i volti in una fase
processuale più avanzata, un rinvio a giudizio o una condanna di primo grado.
Tanto, quello che inizialmente c’importa sapere sono i fatti, come si sarebbero
svolti in relazione a chi li avrebbe commessi, senza rivelare immediatamente
tutti i dati personali, e i luoghi dove si sono appalesati. Questa è la fase di
riscaldamento. Poi c’è la partita e occorrerà verificare le ipotesi accusatorie
nei diversi gradi di giudizio. Che gli indagati abbiano immediatamente nomi e
cognomi, determinate facce, soprattutto se si tratta di persone non note, non
ci dice nulla in più di quanto in quel momento è necessario sapere. Anzi, come
vediamo nel caso in questione, possiamo pure essere fuori strada. Sia chiaro,
se prendiamo il grande e conclamato super latitante, è successo tante volte, la
questione è diversa. Se il personaggio è una star scatteranno altri meccanismi.
Anche perché probabilmente sarà lui stesso a esporsi. Capisco che parliamo di
aspetti delicati e non voglio farla più facile di come in effetti è. Però
ecco, dovremmo ricordarci come popolo, nel cui nome è celebrata la giustizia,
che il garantismo non è una malattia. Si sostanzia nel chiedere vera giustizia
e non altro. Anche perché poi capitano casi come quello di cui parliamo e
allora uno pensa a quante possibilità abbiamo che a noi stessi o qualche nostro
familiare possa accadere. Quando le cose diventano personali, si comprende
molto meglio tutto. Allora forse è meglio porsi di fronte alla persona indagata
come se fosse nostro fratello o un congiunto. Parola intorno alla quale in
tempi di Covid abbiamo avuto modo di ragionare a lungo.mercoledì 1 luglio 2020
Viale Regione Siciliana, un antico biglietto di presentazione sbiadito e pericoloso di Palermo
La Repubblica Palermo – 30 giugno 2020
Perché Viale Regione assomiglia a una
roulette russa
Francesco Palazzo
La morte di un ragazzo in Viale della Regione Siciliana, investito mentre attraversava, pone ancora una volta sotto la luce dei riflettori le condizioni di agibilità di questa strada. Pensata un tempo per circumnavigare Palermo e che invece la taglia a metà come un’anguria. I pedoni dovrebbero trovare riparo nei sottopassi e sui ponti pedonali. Solo che i primi, costruiti tra gli anni ottanta e novanta, secondo una ricostruzione di fine 2019 non sono, tranne qualcuno, percorribili. I secondi sono presenti in un numero limitato per quella che è la lunghezza di questo asse viario. Un tempo si parlò dei ponti pedonali Perrault, poi si ebbero quelli che conosciamo, non proprio il massimo esteticamente. È evidente, considerato che in diversi punti il viale viene interrotto da attraversamenti pedonali, che le cose non sono messe come dovrebbero. All’altezza di Via Perpignano, dove è stata interrotta l’esistenza del giovane abitante nel quartiere Noce, è previsto un sottopasso per le auto, bloccato nel 2008, ripreso con un nuovo appalto ad inizio 2019 e ancora invisibile ai nostri occhi. Pare che per i fondi già stanziati si stiano chiedendo lumi a Roma. Chi vuole andare da una parte all’altra deve poterlo fare in assoluta sicurezza. Un normale spostamento da un marciapiede a quello opposto non può essere pericoloso alla stregua di una roulette russa. Così come va sistemata tutta l’arteria. Per un lungo periodo mancante o carente di segnaletica orizzontale, corsie d’emergenza comprese. Recente l’idea di disegnare tre corsie per senso di marcia. Vedremo l’effetto quando tutto sarà a regime. Ma si registrano pure interventi che lasciano dubbi. Per esempio la realizzazione, di fronte al carcere Pagliarelli, della fiera di Natale con annesso lunapark, che dura mesi. Le persone accedono a questa cittadella posteggiando pericolosamente ovunque, rallentando peraltro in maniera vistosa il traffico. E quindi appesantendo un punto già complicato per la presenza del Ponte Corleone. Per il quale si attende il raddoppio, che eliminerebbe tale tappo. Sembra che anche in questo caso sia stata attivata nella capitale la stessa ricerca dello stanziamento preesistente. In entrambi i casi, raddoppio del ponte di Corleone e svincolo di via Perpignano, le somme erano contenute nel patto per Palermo, firmato dal governo Renzi con il comune nel 2016. È molto meglio dare infrastrutture, locali, nazionali o internazionali che siano, piuttosto che distribuire assistenzialismo. Poi va detto che è fisiologico in Viale Regione superare, scansati i punti fissi di rilevazione, i limiti di velocità. Gli automobilisti evidentemente pensano che siccome congiunge due autostrade, è consentito mantenere alte andature, che raggiungono picchi altissimi in orari notturni. Tornando al nostro Viale, c’è la storia. Questi dodici chilometri sono stati pianificati negli anni 50 del secolo scorso. Se si trattasse di una persona, il serpentone di asfalto sarebbe già in pensione e invece ne parliamo, visto gli ampi margini di miglioramento che presenta, come se stesse emettendo i primi vagiti. Nel frattempo la grande storia ha macinato ben più di una dozzina di chilometri. È stato eretto ed abbattuto il muro di Berlino. È finita la guerra fredda. E noi non siamo stati capaci di dare un’identità precisa e sicura ad un semplice viale che porta il nome della nostra terra.
martedì 16 giugno 2020
La cultura e la pratica ciclabile popolare a Palermo tutte da costruire
sabato 30 maggio 2020
Il ponte sullo stretto di Messina e l'eterno, ed imbattibile, virus del prima ci vuole altro.
Dunque l’alta velocità, con
"Italo" e "Frecciarossa", si fermerà a Reggio Calabria. Non
potrà avere accesso all’Isola perché non c’è un collegamento stabile tra Scilla
e Cariddi che lo permette. Conosciamo a memoria, e sino alla noia per la verità,
le motivazioni dei noponte. Per la verità ne è rimasta in piedi soltanto una.
Prima si diceva che quest’opera non si potesse realizzare da un punto di vista
tecnico. Come se cinquanta e più anni fa non fossimo andati persino sulla luna
e come se nel frattempo non fossimo stati travolti positivamente
dall’innovazione digitale, che ci è alleata in periodo di lavoro agile. Poi si
aggiungeva che siamo carenti di altre cose. Questo è un classico. Più de I
Promessi sposi. Prima queste e poi il ponte, si afferma a tutt’oggi. Come se il
collegamento stabile tra Messina e Reggio Calabria rendesse impossibile tutto
il resto. Cosa palesemente fuori contesto logico. Visto che pur non essendoci
il ponte non c’è neppure il resto. Ma ai no ponte a prescindere, come direbbe
Totò, non importa la razionalità. Che invece farebbe arrivare al pensiero
opposto. E cioè che la messa in cantiere di un manufatto così importante e
imponente, unico al mondo per le caratteristiche che presenterebbe, si
porterebbe dietro per forza di cose, ci vuole davvero molto poco a capirlo,
tutto il resto. Ma è difficile farlo intendere ai no ponte per partito preso.
Forse occorrerebbe uno di quei disegnini, non so se avete presente, è un
classico della Settimana Enigmistica, che si ottengono facilmente collegando i
puntini numerati. Tra l’altro, visto lo scenario di forte crisi economica
mondiale, determinata dalla pandemia in corso, della quale abbiamo iniziato a
vedere soltanto la punta dell’iceberg, e che farà soffrire di più le zone
economiche già deboli prima del coronavirus, e la Sicilia e la Calabria sono
tra queste, un’infrastruttura di questo tipo metterebbe al centro del mondo il
nostro paese e in primo luogo il meridione. Con tutti i vantaggi che possiamo
immaginare da un punto di vista dell’attrattività turistica. Che farebbe da
portentoso volano per tutti gli altri assi sociali ed economici. Nei momenti di
forte crisi, e quello che abbiamo solo iniziato a vedere lo è senza dubbio
alcuno, occorre essere in grado di volare alto. Solo così si può spostare l’attenzione
verso uno scenario positivo invece di accontentarsi di navigare nello stretto,
ora ci vuole, necessario per sopravvivere ai colpi della gelata che il virus ha
messo sopra a tutte le economie, ed a quelle malconce in particolare. Ai
nostalgici della traversata potremmo promettere, facendo ricorso al solenne
giuramento dei boy scout, di lasciare comunque alcuni collegamenti romantici e
teneri con i ferryboats. Noi, col loro permesso, e considerando soprattutto che
il ponte non sarebbe soltanto il semplice ma già fondamentale collegamento tra
due sponde, ma si iscriverebbe in una strategia fondamentale di collegamenti
internazionali, vorremmo andare avanti.martedì 26 maggio 2020
Il virus mafioso che non dobbiamo più nutrire nella vita quotidiana.
Quest’anno il 23 maggio è stato diverso. Palermo
ha chiamato l’Italia al balcone. Non tantissimi i lenzuoli nei prospetti
palermitani, nonostante i ripetuti appelli sui social di personaggi noti, molto
pochi in Sicilia oltre il capoluogo e nel resto d’Italia. E qualcosa vorrà pur
dire. Stanchezza, disincanto, sottovalutazione, timore? La giornata è stata
dedicata, oltre a chi ha lottato contro i sistemi criminali mafiosi, pure a chi
durante l’emergenza Covid si sta spendendo per senso del dovere e spirito di
servizio. Che fu la risposta data da Falcone a chi gli chiedeva chi glielo
facesse fare. Lenzuoli a parte, siamo sempre chiamati a ragionare intorno
all’ordinario senso del dovere che ciascuno mette in campo nel contrastare le
mafie. Non ci sono scorciatoie. Questa è l’unica strada. Si può supporre che in
diversi contesti, sia popolari che borghesi, il quotidiano consenso, tacito o
esplicito, verso la criminalità organizzata sia ancora in agenda? Dovrà in
qualche modo essere così se la mafia ce la troviamo spalmata nell’arco di tre
secoli, sofferente ma viva e destinataria di un certo gradimento. Come ci
mostrano le operazioni antimafia, sino all’ultima. Estorsioni a tappeto senza
denunce, imposizioni di materie prime agli esercenti, in qualche caso
addirittura obblighi sugli orari di apertura e su cosa vendere. E ciò accade
pure nei quartieri residenziali. Per consistenti strati di borghesia, il pizzo,
praticato sotto diverse forme, è ancora un costo sostenibile. Il contagio zero,
a 28 anni dalle stragi del 1992, a 40 anni dall’uccisione di un presidente di
Regione, a quasi 27 anni dall’eliminazione di un prete, e potremmo proseguire
in questa via crucis, è ancora distante. Molto vicina a noi è invece la gara
febbrile tra chi ce l’ha più blasonato, il medagliere, nel campo dell’antimafia
militante. Professionistica, dilettante o mistificatoria che sia. Non abbiamo
più bisogno di paladini ma della consapevolezza sempre più matura di un intero
popolo. C’è dunque questo trinomio, mafia, popolo e antimafia. Due a uno, partita
vinta di poco, ma sempre i tre punti portati a casa. Così sarebbe stato da
tempo se oltre la mafia, che fa la mafia, ci fossero stati in campo un popolo
che in ogni sua propaggine avesse fatto il proprio dovere e un’antimafia che
non si fosse spesso distratta. Col coronavirus stiamo facendo il possibile, in
pochi mesi, per fargli il vuoto attorno. Mentre di tempo, soprattutto nel
mezzogiorno, ne è trascorso parecchio senza riuscire a recidere questo legame
perverso con le cosche. Cosa nostra non ha bisogno della crisi sanitaria per
operare, l’habitat dove vive le consente di essere pervasiva con o senza
pandemia. Questa colpevole sudditanza, che spesso non diminuisce con i titoli
di studio posseduti, ce la porteremo appresso ancora per chissà quanto. E non
basterà nessun 23 maggio, 19 luglio, 15 settembre o 6 gennaio, date insieme
alle altre in cui ci si batte il petto per commemorare persone che hanno dato
la vita per liberarci dal pizzo eretto a sistema di vita da un consistente
numero di cittadini, carnefici della loro stessa libertà, per venirne fuori. A
meno che non si decida finalmente, emulando proprio le persone che contro il
coronavirus stanno dando tutto, ad affrontare Cosa nostra, e le altre mafie,
come se fossero, e in effetti lo sono, una grande e strutturale patologia
endemica criminale, politica, sociale, economica, esistenziale e culturale. Che
non viene però da posti lontani questa volta. Ma che abbiamo creato nella
nostra terra e che continuiamo a nutrire. La mafia c’è oltre le ricorrenze,
dentro le quali, oltre la genuinità di tanti, cresce forte la foresta della
retorica. La vigilia del 23 maggio la RAI ha ritrasmesso il film sulla mamma di
Peppino Impastato. Occorre avere, nel quotidiano, giorno per giorno, la
tenacia, la forza, il coraggio, la lucidità, gli argomenti, in qualsiasi ambito
ci troviamo, di Felicia Bartolotta e di coloro che l’aiutarono nella ricerca
della verità. Di tanti veri impegni come il suo è fatta la strada che
può portarci alla fine della pandemia mafiosa.mercoledì 13 maggio 2020
Dopo il Covid 19 cercheremo il passato o andremo avanti?
Tutti sentiamo la necessità di una
vita con ritmi diversi e nuove consapevolezze. Non possiamo proseguire
come se la pandemia non ci stesse interpellando nel profondo. La tecnologia, in
questo passaggio storico, è una fondamentale alleata. Sarebbe, ad esempio, non
comprensibile se ritornassimo alla vita lavorativa con i vecchi arnesi. Stiamo
scoprendo, ma in fondo lo sapevamo già, che si può lavorare dalle nostre
dimore. Per le pubbliche amministrazioni questo vorrebbe dire, pensando al
dopo, se ben gestito, un aumento della qualità del lavoro e un risparmio di
risorse. I bilanci sono ingessati da spese correnti, legate anche al
funzionamento delle strutture. Lo smart working consentirebbe di avere notevoli
abbattimenti in termini di possesso e mantenimento di tali luoghi. Rendendoli
più snelli e liberando fondi da destinare allo sviluppo. Si dovrebbe procedere
a una riorganizzazione del lavoro. Siamo in emergenza, ma successivamente si
potrà pianificare meglio il lavoro agile, sfruttando a pieno regime reti,
piattaforme, software e processori, al fine di rendere più agevoli e veloci
servizi ai cittadini. Anche l’aspetto spirituale ha mutato forma. Grazie a
dispositivi sempre più sofisticati, che ormai pure i nostri anziani maneggiano
bene, abbiamo visto che la religiosità può essere vissuta pur nel
distanziamento fisico. Prendiamo atto che la Chiesa cattolica, la quale con le
chiese vuote è riuscita a parlare al mondo meglio di prima, anche a coloro che
non le frequentano, si sta mettendo al sicuro tornando il 18 maggio alle
celebrazioni, legittime e necessarie per i credenti, sia chiaro, nei templi con
i fedeli. In un momento, però, in cui nessuna assemblea pubblica è autorizzata
e non attendendo dunque che tutto il popolo fuori dalle sagrestie sia nelle
stesse condizioni di agibilità. A parte la forma, c’è sostanza sulla quale
riflettere. Tornare a chiudersi nelle chiese è uno schema vincente? Sarebbe più
conducente aggiungere altre dimensioni più orizzontali nel rapporto
Chiesa-mondo, tema centrale del Concilio Vaticano II. Un sacerdote, in questi
mesi, ha mandato messaggi segnalando le letture domenicali da meditare nello
stesso momento e poi commentare condividendo i pensieri. È un modo, tra i
tanti, per rendere la vita delle comunità cattoliche sempre meno legata alle
gerarchie clericali. Un altro settore toccato dall’impossibilità di stare
insieme è quello della scuola. Limitandoci alle superiori e alle università,
perché per i più piccoli il ragionamento sarebbe complesso, si è visto che
l’insegnamento e l’apprendimento possono essere validati senza l’interazione
fisica. Che non va eliminata, ma tarata secondo criteri che non siano "io
parlo e voi ascoltate", perché si può fare pure da casa. Risparmiando,
pure in questo caso, soldi pubblici, da investire sempre nella scuola, per
utilizzare al meglio le tecnologie e consentirne a tutti l’accesso. Chiedevo
l’altro giorno a mio nipote se i video delle lezioni rimangono memorizzati per
approfondire meglio in seguito. No, la cosa finisce, da quello che ho capito,
col bello della diretta. Il dopo-coronavirus dovrà farci ricalibrare pure le
istituzioni scolastiche, la didattica, i modi con i quali viene proposta e
probabilmente molti suoi contenuti. Il tutto va riconsiderato più a misura di
chi apprende, pensando che può farlo in tanti modi e che i banchi e le
cattedre sono soltanto un approccio. Lavoro, spiritualità e scuola sono tre
aspetti. Altri ne potremmo introdurre, sempre parlando del dopo, su ambiti non
meno importanti, come salute e cultura rispetto alle conquiste tecnologiche che
permettono accessi dalle proprie abitazioni, per citare altri due soli settori.
Accanto a questi percorsi da remoto, occorre poi costruire in tutti gli ambiti
rinnovati momenti di contatto fisico, sviluppando più la qualità che la
quantità. Il Covid ci ha fatto mettere il piede sull’acceleratore dell’innovazione.
Sarebbe non saggio, quando tutto sarà finito, che scendessimo dall’auto
ripercorrendo a piedi all’indietro le nostre passate orme.mercoledì 15 aprile 2020
Tutti cittadini che capiscono, non insegnanti e mischini.
Nella vicenda delle arrostute fuori ordinanza nei
quartieri popolari, Sperone, Zen o altri luoghi (ma ci sono state pure le
silenziose riunioni familiari sotto i tetti o in ville esclusive di famiglie
borghesi), registriamo il giustificazionismo avanzato da più parti. Storia
vecchia, che ci ritroviamo servita pure in tempo di pandemia, tra una fetta di
cassata, un pezzo di salsiccia e un bicchiere di vino. Insomma, ci risiamo. La
gente dei quartieri periferici e/o popolari, mischina, lo fa sempre
per necessità. Gli strati popolari sono innocenti per definizione. E invece,
visto il momento di frontiera che stiamo vivendo, occorre ragionare. Sine ira
et studio, senza simpatia e pregiudizio, come dicevano i latini. Capiamoci. Il
filone è stato ampiamente visitato pure su una tematica più decisiva di alcune
semplici, ma potenzialmente contagiose, grigliate di gruppo. Ad esempio, nei
confronti degli atteggiamenti che si tengono verso Cosa nostra. Da una parte
abbiamo la colpevole borghesia mafiosa, la sua parte connivente e complice dei
mafiosi, che secondo lo schema in uso non ha attenuanti. Dall’altra il popolo
dei quartieri che appoggia, parliamo sempre di una parte, le cosche perché
minacciato e povero di poderosi strumenti culturali ed economici per tentare
una contrapposizione. Scuserete una divagazione personale. I miei nonni sono
nati a Brancaccio e hanno sempre lavorato spaccandosi la schiena. E tanti della
zona come loro. Mio padre, che non era professore universitario, ma lavorava la
terra e commerciava in frutta e verdura, nato e vissuto a Brancaccio, si alzava
alle 4 e tornava dal lavoro alle 21. E tanti come lui. Io sono nato a
Brancaccio, come tanti di diverse generazioni. Non ci siamo mai sentiti
giustificati di nulla. Nessuno nasce giustificato. Se cominciassimo a fare
mente locale su questo, anche in un momento d’emergenza, forse ci troveremmo
tra le mani una chiave di lettura diversa di Palermo, per costruire il dopo
coronavirus. Magari abbattendo gli angusti e obsoleti steccati tra centro e
periferie, dirigendoci verso una moderna città multicentrica. E chissà quando
sul decentramento amministrativo si passerà dalle parole ai fatti. Il
giustificazionismo è secondo me fondato su una questione. Negare che i
comportamenti delle persone, allo Sperone o in altri posti, siano coscienti.
Non ritenere che le persone possano essere in grado di capire ciò che fanno è
per me davvero guardare gli altri dall’alto in basso. Forse si tende a
considerare alcuni strati sociali non in grado di autodeterminarsi perché così
si può reiterare all’infinito "l’aiuto" compassionevole. Occorre
ammettere che, in Via Libertà, allo Sperone, dove abita tanta gente perbene,
colta e onesta, o in qualsiasi altro posto a Palermo, si possono mettere in
campo, attraverso modalità palesi o discrete, giusti o errati comportamenti
deliberati e consapevoli. Va detto, infine, che occorre evitare l’altra faccia
del giustificazionismo, che è il colpevolismo ad ogni costo. L’approccio deve
essere diverso. A tutti i cittadini e le cittadine di Palermo devono essere
riconosciute le capacità di contribuire a modellare una città sempre migliore.
Cercando di abbandonare i pulpiti dai quali si pretende d’insegnare, fornendo
magari alibi perniciosi che diventano montagne, a esseri umani che capiscono
molto bene.venerdì 3 aprile 2020
Cambieremo dopo il virus? Proviamoci.
Molto interessante la riflessione sulle città
post epidemia di Maurizio Carta, pubblicata su queste pagine. In queste
settimane vedo un frammento di Palermo da una finestra che guarda una grande
piazza, in genere è caotica, disordinata, piena di smog. Adesso è lineare,
silenziosa, pulita, percorsa dai mezzi che hanno davvero necessità di essere su
strada. La stessa cosa, penso, si possa dire di altre parti del capoluogo e
della Sicilia. Ci sono le foto che impazzano sui social a dimostrarlo. E allora
ti fai due domande. Ci voleva un impercettibile virus per farci vivere in
maniera più ecologica, rispettosa del territorio, di noi stessi e degli altri?
La risposta al primo quesito è semplice e dolorosa. Più creativa può essere la
reazione alla seconda domanda. Cosa possiamo fare come palermitani (ma simili
riflessioni si possono avanzare per ogni parte del pianeta tenendo conto delle
specifiche differenze), per non tornare a come eravamo prima, portandoci
appresso le, poche, virtù, e lasciando per strada i, tanti, vizi? Ci sono due
dimensioni che si intrecciano. Una legata alla vita personale, familiare,
sociale e l’altra alle dinamiche che possono innescare le amministrazioni
cittadine, centrale e circoscrizionali. Ecco, una prima cosa che si potrebbe
mettere in campo da parte del consiglio comunale è quella di portare finalmente
a compimento il decentramento. Che significa municipalità e capacità più
attente e tempestive di intervento sui territori. Perché dobbiamo ricordarci
che una città, a maggior ragione una metropoli, è fatta di tante realtà, tutte
bisognose di cure e interventi differenti. Un altro aspetto che ci possiamo
portare nel bagaglio amaro, drammatico, di queste settimane, che forse saranno
mesi, è che c’è bisogno di più controllo del territorio. Se è possibile
metterlo in campo in un periodo d’emergenza, si può continuare a farlo pure
dopo. Un altro punto che l’amministrazione di questa città deve continuare a
curare, come si fa in questo periodo attraverso i video, è il dialogo costante
con le persone, i cittadini. Anche attraverso, quando recupereremo la
socialità, assemblee pubbliche nelle varie zone della città. Per raccontarsi
questo brutto frangente e capire come ripartire. Insieme e meglio. Dicevamo che
c’è pure una dimensione personale, familiare, sociale che il virus ci impone di
rivedere non soltanto adesso. Innanzitutto l’uso scriteriato dei mezzi privati.
Dopo tutto questo dovremmo imparare a chiederci se tutti i nostri spostamenti
inquinanti sono sempre necessari. Ma anche nell’uso del territorio, nel quale
ciascuno fa ciò che vuole, dovremmo portarci appresso qualche fermo immagine
delle strade come sono ora. Senza seconde o terze file, senza mezzi davanti
agli scivoli o sulle strisce pedonali. Comportamenti che a Palermo sono la
norma. Un terzo ambito, tra i tanti sia chiaro, ciascuno faccia la sua analisi,
su cui sostare bene dopo, a prescindere dai divieti, è il concetto di
divertimento. Che non può essere selvaggio, predatore e non rispettoso delle
altrui esigenze di vita. Proviamo dopo a mettere in campo una movida gentile e
non selvaggia. Una vita relazionale, anche diurna, improntata all’empatia, alla
comprensione che non siamo da soli e non possiamo salvarci da soli ma
attraverso un’ordinata vita comunitaria. Dovremmo curare l’esterno come
facciamo con le nostre case. Anche collaborando a segnalare sia ciò che non va
che i comportamenti sbagliati. Come facciamo adesso. Non è fare le spie. E’ costruire civiltà. Ma prima di
fare tutto ciò, di vedere la speranza in fondo al tunnel, di uscire fuori da
esso e respirare a pieni polmoni, dobbiamo fare in modo, altrimenti chissà
quando rivedremo la luce, di mettere in sicurezza, per tutto il tempo che
occorre, chi ci sta aiutando, ossia il personale sanitario. Se cadono coloro
che ci vengono in soccorso, che non sono eroi, ma professionisti che devono
essere messi in condizione di svolgere al meglio il loro lavoro, avremo molte
difficoltà a riveder le stelle, come scrive il sommo poeta alla fine
dell’inferno. E di conseguenza a immaginare e vivere un futuro migliore del
tempo che ha anticipato la venuta del coronavirus.venerdì 28 febbraio 2020
Le tante vasate di troppo che il coronavirus ci aiuta a non dare.
Saranno stati gli Arabi o gli
Spagnoli? Certamente non i Normanni o i Savoia. Oppure, chissà, l’origine
potrebbe sorprenderci. Prima o poi si dovrà scrivere, se già non c’è, o
aggiornarla, se c’è, al tempo del coronavirus, la storia
della vasata siciliana. Servirebbe a rispondere alla seguente
domanda: quando c’è stata la vasata zero? Ci farebbe capire quando
abbiamo iniziato a sentire il bisogno di strusciare le nostre guance, talvolta
allungando pure furtivi baci, su quelle di parenti, amici, colleghi, semplici conoscenti
o estranei. Perché capita pure questo. Dopo aver parlato, durante una cena di
gruppo o una serata in compagnia, con una persona, sino a quel momento
sconosciuta, si sente l’irrefrenabile trasporto, quando si passa ai saluti
finali, di lasciarsi reciprocamente il bollo sulle guance. Pure nelle funzioni
religiose abbiamo trasportato la vasata, arricchendo di siciliano
affetto il segno della pace. Ma cosa fu tutto questo baciare? Diciamo fu, visto
che in tempi di coronavirus (che dobbiamo però affrontare con le giuste
contromisure senza farci prendere dal panico e tornando a fare una vita
normale), sembra che la pratica venga messa da parte. La stessa chiesa, è
accaduto durante una celebrazione eucaristica a Sciacca, raccomanda di
surrogare la stretta di mano del segno della pace con uno, seppur partecipato,
sguardo. La Conferenza episcopale siciliana ha emanato una direttiva che
sospende il segno di pace o invita a sostituirlo con un inchino che odora di
cultura giapponese. Forse sentiremo la mancanza esteriore di questo gesto. Ma
nella sostanza? Torniamo alla nostra domanda, allora. Cosa
c’è dietro questo vasa vasa generalizzato che ci segue come un’ombra
sin dalla nascita e che ora viene messo in discussione? Forse non molto in
termini di condivisione esistenziale e di capacità empatica verso l’evangelico
o laico prossimo. Probabilmente c’è tanto di una grossolana percezione degli
universi familiari, amicali o di colleganza. Come fanno ad altre latitudini, si
può allo stesso modo partecipare la presenza bilaterale scambiandosi sguardi,
sorrisi, saluti, senza passare all’approccio fisico. Magari comportandosi così
non soltanto nelle proprie cerchie, che spesso somigliano a piccole tribù, ma
estendendo a tutti i nostri incontri un approccio cordiale non vasativo. Sì,
certo, ci sono baci, pardon, vasate, dati con vero trasporto e
sentimento. Questa categoria non può essere messa in discussione da nessuno.
Possiamo invece, in questo frangente nel quale ci accorgiamo che abbiamo un
corpo oltre la rete e i social, procedere a una verifica virtuosa
della vasatina sicula sparsa dappertutto. Insomma, che l’industria
del vasa vasa possa avere un momento di crisi non è affatto detto che
sia un male. Anche senza le vasate verremo fuori presto da questo
periodo, in cui non sta accadendo nulla di così grave, con molta più umanità.
Basta vedere come ci guardiamo nelle ultime settimane. Da quando abbiamo
scoperto che gli altri non sono soltanto like, commenti, post o messaggi. Ma
esseri viventi. Proprio come noi.domenica 16 febbraio 2020
Baby gang, quartieri da leggere bene e i ritardi e gli errori della politica.
martedì 11 febbraio 2020
Il maxiprocesso, il dopo stragi e la mafia ancora tra noi.
domenica 19 gennaio 2020
Fiducia nell'impresa privata e grandi opere e infrastrutture per tenerci i giovani.
Un grande spettro si aggira per
Palermo, il ricorso al privato. Ogni volta che si parla di qualcosa da
realizzare o da assegnare attraverso la concessione di un servizio o la
cessione di uno spazio pubblico, si agita sotto i nostri occhi questa
ancestrale paura. Del resto comprensibile in un posto dove la mano pubblica
deve entrare su tutto. Con le storture e i problemi finanziari che questo modo
di reagire alla modernità ha creato nel tessuto politico, sociale ed economico.
Ciò non ha fortificato nessuno, rendendo debole la sfera pubblica e pressoché
assente quella privata. Lo sanno molto bene i nostri giovani neo-specializzati
in altri atenei dopo il triennio fatto a Palermo, che vanno via dopo il periodo
delle feste. Vacanze trascorse in una città che li ha visti nascere e nella
quale ormai, te lo dicono chiaramente, non riuscirebbero più a vivere a causa,
innanzitutto, di un sistema quotidiano di vita abbastanza lontano da quello
delle fredde, ma funzionanti, città del Nord dove hanno piantato tende e futuro.
Perché poi le cose, a proposito di privato che non riesce a emergere oltre che
per propri limiti anche per le difficoltà che trova a esprimersi, le toccano
con mano. Alcuni curriculum presentati in maniera spontanea, visto che spesso
le posizioni aperte non vengono inserite, e nessuna risposta. Mentre in
Emilia-Romagna, in Lombardia, nel Nord in generale, vedono tutto chiaro online
e poi ricevono conferme con immediati inserimenti nel mondo del lavoro,
addirittura potendo scegliere. Da noi, per affrontare la questione, c’è sempre
la richiesta di favorire il trapianto di grandi realtà imprenditoriali, che
dovrebbero essere favorite attraverso varie misure, per generare lavoro. Può
funzionare? Qualche esperienza passata ci dice che sono più i problemi che a lungo
andare si hanno, anche ambientali e come snaturamento delle vocazioni
territoriali, che i benefici. Pure sul piano occupazionale (un esempio è
Termini Imerese). Un privato endogeno, certamente con collegamenti nazionali e
internazionali, che traesse dalla Sicilia la sua ragion d’essere, potrebbe
essere la chiave. Purché la smettiamo di considerarlo un nemico da combattere.
Magari non fissandoci soltanto sul comparto turistico. Che va utilizzato al
massimo, senza però veicolare la leggenda che una città metropolitana di un
milione e duecentomila abitanti e una regione di cinque milioni di residenti
possano vivere soltanto di questo. Anche se la costruzione di una grande
infrastruttura come il ponte sullo Stretto, che non sarebbe soltanto il
collegamento tra due rive, significherebbe mettere le basi per l’alta velocità
pure in Sicilia, portandosi dietro per induzione tutte le infrastrutture
interne che mancano o che sono carenti, con formidabili ricadute sul comparto
turistico. Ma non soltanto. Ci sarebbe una generale iniezione di fiducia sia
per il privato che opera in Sicilia, sia per chi ci guarda da oltre Stretto. Su
tutto va allontanata, altrimenti davvero sarà impossibile dirigerci verso mete
diverse se non quelle asfittiche che ben conosciamo, la predisposizione al
vittimismo, al sicilianismo piagnone, a quello che ci hanno tolto, retrodatando
in alcuni casi il datario al periodo dell’Unità d’Italia. Un piatto ormai rotto, ammesso che sia mai
stato sano, dove non può più mangiare nessuno.domenica 12 gennaio 2020
Palermo: ZTL notturna, movida selvaggia, panormosauri diurni e carenza di controlli.
La Ztl notturna c’è in altre città,
così come ci sono comunità che di sera la sospendono. Magari a Palermo ci
potevamo evitare annunci e retromarce che hanno creato il minimo di
cambiamento, anzi sinora nessuno, e il massimo di malcontento, come ha scritto giovedì
scorso su Repubblica Palermo Fabrizio Lentini. Limitare l’uso dei
mezzi privati è un modo di gestire una grande metropoli del tutto
condivisibile. L’aria che respiriamo, la salute, le strade, i monumenti non
possono che guadagnarci. Così come dovrebbe essere conseguente dare a tutti i
cittadini, sia che stiano in zona Libertà, sia che abitino alla Bandita, la
possibilità di muoversi senza dovere ricorrere al proprio manufatto di latta.
Va detto perché tutte le discussioni su Palermo sembrano riguardare solo un
piccolo quadrilatero. Il resto rimane fuori, lontano, sbiadito, quasi
inesistente. Nello specifico della Zona a traffico limitato serale e notturna i
punti di confronto ci sembrano due. Prima questione. Si può affrontare la
"movida selvaggia", che mette insieme i vizi, il non rispetto delle
norme di alcuni locali, abusivi o autorizzati, e quelli dei palermitani
incivili, con un rimedio che attiene alla mobilità? Secondo punto. Queste
modalità "selvagge" di comportamento sono esclusive dei luoghi della
movida, oppure tali modi di essere sono la risultante aberrante di prassi che
riguardano tutta la città e gran parte dei palermitani? Se la "movida
selvaggia", che rende la vita difficile ai residenti che non riescono a
dormire o addirittura a uscire e a rientrare nelle proprie abitazioni, è una
questione di ordine pubblico, deve essere affrontata con il controllo costante
del territorio. Perché chi non può riposare di notte, o non riesce a prelevare
l’auto dal garage, non aggiunge nulla alla propria qualità della vita se a
porre in essere comportamenti assurdi è chi ha pagato l’ingresso notturno
nel recinto della Ztl. Una cosa è la mobilità, ed è giusto indirizzare le
nostre vite, dando però alternative vere e agibili, al centro come in periferia,
verso l’utilizzo dei mezzi pubblici. Un’altra la sorveglianza da parte delle
forze dell’ordine chiamate a verificare chi rispetta le regole e chi no. Confondere
i due livelli porta confusione e rischia di non risolvere né i problemi della
mobilità né quelli della movida. Che ci introduce all’altro punto della
riflessione. La chiamiamo "selvaggia", ma dobbiamo riflettere su un
aspetto fondamentale che ci sta dietro. Non è che il palermitano diventi
"selvaggio" nell’utilizzo della propria libertà territoriale soltanto
di sera. L’indecente, invadente e rumoroso panormosauro notturno non è molto
diverso da quello diurno. Per gli esempi non abbiamo che l’imbarazzo della
scelta. Se fai notare criticamente a qualcuno ciò che è la norma per quasi
tutti, rischi insulti o, peggio, un’aggressione, come è capitato al giornalista
tedesco picchiato nel novembre scorso in piazza San Francesco d’Assisi. La
"movida selvaggia", che rende la vita impossibile a tanti, è dunque
soltanto la risultante, il prodotto finale, di un uso poco urbano e
generalizzato del territorio. Dove ciascuno nel quotidiano fa, praticamente
indisturbato, ciò che vuole. Va detto che, talvolta, anche segnalare illegalità
lampanti e a favore di telecamere, non porta a nulla. Come diceva il principe
Antonio de Curtis, in arte Totò, è la somma che fa il totale. È il mettere uno
dietro l’altro, sommandoli, i modi di fare giornalieri, da quando si esce di
casa la mattina a quando si rientra la sera, che fa materializzare ai nostri
occhi il risultato complessivo. Per curare e sconfiggere la movida incivile
dobbiamo contemporaneamente affrontare e risolvere, con i controlli quotidiani
di chi è preposto a tali operazioni, le tante modalità non urbane che
costituiscono l’intero mosaico delle giornate di moltissimi panormosauri. Rispetto
a questo mosaico la tessera della "movida selvaggia" che toglie la
pace e il sonno a tanta gente costituisce soltanto l’ultimo, in ordine
temporale, coerente tassello.venerdì 27 dicembre 2019
Le messe nei luoghi pubblici e ciò che occorre ai ragazzi, come esempi e insegnamenti sulle spiritualità.
Le messe natalizie celebrate nelle scuole, o in
altri luoghi che hanno carattere laico, non fanno del male a nessuno. Ma,
considerata la quantità di chiese dove giornalmente si ripercorre il mistero
eucaristico, pure non farne una in un posto non dovrebbe essere una pietra
d’inciampo colossale. Nel nostro caso ci riferiamo all’istituto comprensivo
"Agrigento centro", nel quale, su richiesta di alcuni genitori atei e
per la presenza di bambini di religioni diverse, è stata annullata la
celebrazione già autorizzata. Chi l’aveva organizzata e quanti volevano
partecipare, alunni e famiglie, potevano comunque recarsi nel duomo della città
o in una chiesa capiente per assolvere l’atto di precetto cattolico legato al
Natale. Il cattolicesimo merita rispetto né più né meno di altre confessioni. Certo,
sarebbe interessante verificare le reazioni alle richieste di far svolgere in
locali scolastici riti o momenti di preghiera appartenenti ad altre
religioni. Anche se, essendo l’aspetto religioso un tratto peculiare della storia
umana, si dovrebbero piuttosto fornire ai discenti approfondimenti completi
sulle diverse spiritualità. Sarebbe un serio arricchimento formativo non
soltanto per loro ma pure per le famiglie. Quando una messa viene sospesa per
motivi di pluralismo, da più parti si afferma che si mette in discussione la
"nostra" tradizione. Importantissime le tradizioni, sia chiaro: su di
esse troviamo impiantate forti radici, dei singoli e di intere comunità.
Tuttavia, a parte il fatto che presentano pure delle innovazioni nel tempo,
bisognerebbe capire e interrogarsi su quanto ci sia di formale e di sostanziale
nel professare il cristianesimo nell’alveo del cattolicesimo. Davvero i
comportamenti quotidiani dei cittadini siciliani esprimono sempre la parte più
bella della tradizione cristiano-cattolica cui la quasi totalità dei
nostri conterranei dice di ispirarsi? Sia consentito qualche piccolo dubbio,
che è sempre l’anticamera non della verità, materia incandescente, ma della
tolleranza e della vera comprensione. Se quanti seguono il credo cattolico,
pieno di aspetti molto profondi, andassero alla sostanza del loro essere al di
fuori dei riti, magari si litigherebbe meno intorno alle celebrazioni. Le
religioni, non solo quella cattolica, si vivono soprattutto fuori dai templi.
Guardiamo l’esempio del Cristo narrato dai quattro Vangeli. Visse i suoi ultimi
anni di vita pubblica tra la gente, immerso nella vita di tutti i giorni. Con
la sua testimonianza ci dice che è nel quotidiano, non nei riti, pure densi di
significati, che va cercato il senso di quanto si pone in essere come umanità
in cammino. Considerato che durante la veglia natalizia del 24 abbiamo
ricordato la nascita di un bimbo in una mangiatoia, il quale ci insegna a
guardare poco alle forme e alle formule, e molto agli esseri viventi e alle
loro storie, può essere utile riflettere sul nocciolo della fede cristiana.
Evitando di perdersi nei dettagli e di far smarrire in essi i più piccoli.giovedì 26 dicembre 2019
Un Gesù nero a Palermo nasce in cattedrale durante la veglia di Natale.
https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/12/25/news/palermo_alla_messa_di_natale_di_cattedrale_il_piccolo_gesu_e_di_colore-244322915/
e il video da me effettuato mentre il bambinello raggiunge in processione l'altare
https://video.repubblica.it/edizione/palermo/palermo-alla-messa-di-natale-il-piccolo-gesu-e-nero-il-corteo-in-cattedrale/350943/351516?fbclid=IwAR28qifdwxqHaa4Sv1JastiuPACK9KY8dcipk2pnQnc4nJJ8dIKCRrfgqvc
Con alcuni screenshot dei siti nazionale e siciliano di Repubblica:
martedì 17 dicembre 2019
La Villa Deliella delle sorelle Pilliu.
C ’è una sorta di Villa Deliella
nella zona residenziale, borghese, della città di Palermo. A cento metri circa
dallo stadio Barbera, a pochissimi passi dal nostro bel parco della Favorita,
che aspettiamo diventi il nuovo Teatro Massimo con l’istituzione di una
fondazione che lo gestisca. In realtà non trattiamo di un accadimento ignoto ai
più. Anzi è abbastanza noto. E la cosa paradossale, incredibile, è proprio
questa. Che pur essendo straconosciuti i fatti, siamo ancora lì, di fronte a
una matassa irrisolta, come lo eravamo 20 e passa anni fa. Transitando da
Piazza Leoni sarà a tutti capitato, impossibile non accorgersene, di vedere dei
ruderi e chiedersi come mai in mezzo ai palazzoni c’è una situazione di
questo tipo. La vicenda delle sorelle Pilliu, di origini sarde ma palermitane
di nascita, viene fuori ogni tanto, ultimamente è stata la trasmissione de Le
Iene a rimetterla in evidenza. Ed ogni volta, come i bambini che fanno oh
della famosa canzone, c’è una levata di scudi, una chiamata alle armi dell’indignazione,
per poi fare tornare tutto nella panchina senza tempo dell’oblio. Sarà
così pure questa volta? Vedremo. È una storia di straordinaria opposizione,
tenace e coraggiosa, a rendere indisponibili delle proprietà sull’altare del
sacco di Palermo, che spesso vide in scena interessi di vario tipo, da parte
delle sorelle Savina e Rosa. I due fabbricati nel frattempo hanno ceduto, le
proprietarie sono state riconosciute non responsabili ma tutto rimane come
incantato, congelato. Le Pilliu gestiscono da diversi decenni un’attività di
generi alimentari e prodotti sardi nella vicinissima Via del Bersagliere al
civico 5. Dove sono stati organizzati in questi giorni un raduno per un saluto
e un aperitivo solidale. Cose che non possono che essere condivise, è ovvio, ma
una cena di solidarietà si svolse nel 2006, chi scrive la ricorda bene
perché pubblicò un commento per questo giornale. Ma siamo ancora qua con le
mani in mano e lo stupore di fronte al già visto e saputo. La vera svolta
concreta, non sappiamo bene da chi dipenda ma è incredibile che dopo alcuni
decenni non si riesca a intervenire in nessun modo, sarebbe quella di dare
seguito, concretamente, abbassando a zero i decibel delle parole, al volere
delle due congiunte. Che sarebbe quello di destinare tale proprietà,
ricostruendola per come era, a delle attività artigianali per chi si trova
senza lavoro e non è disposto a pagare il pizzo.giovedì 12 dicembre 2019
Quelli che vedono i muretti di Mondello e non le montagne e il pontile mai nato di Romagnolo.
A Mondello si è
sviluppata una protesta operativa, fatta anche di manifestazioni sul posto, su
un muro provvisorio — ma pare che sarà rimontato in estate — che ostacola la
veduta di un tratto di mare. Che ci sia un controllo da parte dei cittadini,
per mettere in evidenza ciò che non si ritiene adeguato o bello, è cosa buona. Questa
attenzione però riguarda tutto il fronte mare palermitano? Se paragoniamo la
blasonata costa nord e la sorellastra costa sud meno fortunata (ma il destino
dei luoghi lo creano gli umani), notiamo una bella differenza. Non c’è stato,
ad esempio, nessun movimento di opinione pubblica simile per le sorti del
pontile in legno costruito a poca distanza dall’ospedale Buccheri La
Ferla, nel luogo che ospitò un famoso lido. Non si voleva chiudere lo sguardo,
in questo caso: tutt’altro. Se le procedure fossero andate nel giusto verso,
avremmo una prospettiva invidiabile sul golfo e una passeggiata a ridosso del
mare molto suggestiva. Ma oggi siamo davanti a un obbrobrio, sequestrato e
recintato dalla forza pubblica per due volte, l’ultima a inizio mese. Una
chiusura che somiglia a un muro, seppure innalzato per motivi di sicurezza. Una
struttura che avrebbe valorizzato la costa sud sta finendo i suoi giorni in
silenzio, senza essere mai stata utilizzata. È stata incendiata e vandalizzata
più volte, giace in stato di abbandono. Corretto prestare attenzione a
quanto allontana la nostra vista dal mare, ma dovremmo difendere tutto ciò che
muro non è. Anche se sorge in un luogo che non ha i quattro quarti di nobiltà
di Mondello. Non manca nel quartiere la sensibilità verso la cura e la
promozione dei luoghi. Nel mese scorso è nata la Pro Loco Romagnolo. Ma ci
vorrebbe anche il coinvolgimento di altri pezzi di città. Più in generale, il
punto è che le due aree, Mondello e costa sud, hanno conosciuto storie
ambientali molto diverse. La borgata marinara piena di liberty, meta di
palermitani e turisti, da zona paludosa è diventata un luogo verso il
quale la parte più agiata della città ha puntato gli occhi. La costa sud, che
un tempo aveva un mare di eccellente qualità e un litorale da sogno, è divenuta
durante il sacco di Palermo una discarica. Altro che muri ad altezza umana: si
sono generate delle montagne, chiamate "mammelloni". La mobilitazione
per Mondello, e il silenzio verso questo altro pezzo di costa da parte della
stessa opinione pubblica, corrispondono a tale stato di cose, ormai dato per
assodato. Difficile sperare, una volta archiviata la mobilitazione a Valdesi,
che le stesse sensibilità si rivolgano, come simbolo di tutta la costa sud,
verso il pontile di Romagnolo. Che non è mai nato ed è quasi morto.








