La
Repubblica Palermo – 14 novembre 2020
“Chiusura
sì, ma non a casa mia”. I veti corporativi che aiutano il virus
Francesco
Palazzo
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La
Repubblica Palermo – 14 novembre 2020
“Chiusura
sì, ma non a casa mia”. I veti corporativi che aiutano il virus
Francesco
Palazzo
La Repubblica Palermo - 21 ottobre 2020
L’antimafia proclamata dalla Chiesa non sempre arriva
nelle parrocchie
Francesco Palazzo
La Repubblica Palermo – 9 settembre 2019
La proposta per non disperdere la lezione di Cosimo
Scordato
Francesco Palazzo
Sul ritiro di Cosimo Scordato dalla guida profetica della Rettoria di
San Francesco Saverio all’Albergheria, mi sento di avanzare una domanda sul
passato, una considerazione sul presente e una doppia proposta sul futuro. Su
quanto è stato va osservato che se più presbiteri acquisiscono sul territorio
dei meriti particolari, sarebbe giusto che chi è preposto a tali nomine si
ponesse la domanda di scegliere tra loro la guida della diocesi. Non sono uno
storico della chiesa palermitana, ma non so a quale periodo bisogna risalire,
ammesso che sia mai accaduto, ma dovrebbe essere la norma, per trovare un prete
che formatosi e operante a Palermo sia diventato arcivescovo. Insomma, mi
chiedo, è stato corretto, per quanto poteva dare a tutta la diocesi, avere
tenuto per quasi un quarantennio un eccellente sacerdote e un teologo di
rilievo come Scordato, in una posizione significativa ma non di primo piano?
Per ciò che concerne il presente osserviamo reazioni solite in questi casi. Ci
si augura che mandino uno simile come sostituto, poi ci sono quelli che lo
seguiranno dovunque andrà. I più saggi sperano che vi siano in giro sempre più
presbiteri di qualità come lui. Ma quella che, anche involontariamente, si
dipinge in tal modo è una chiesa gerarchicocentrica, dove tutto dipende dalla
cultura, dal carattere, dalle aperture, dallo spirito democratico dei parroci.
Ma a San Francesco Saverio, certo anche per merito di Scordato, ma con
l’apporto di tante donne e tanti uomini, come ricordato dallo stesso
nell’intervista pubblicata su Repubblica il 6 settembre e durante l’ultima
celebrazione, è accaduta una cosa diversa. Si è formata una comunità di fede
matura, laica direi, dove per laicità si deve intendere un modo non rigido di
affrontare i ragionamenti intorno a tematiche complesse. Allora quello che si
deve auspicare è che questa comunità prosegua e rafforzi il cammino intrapreso
e che l’arcidiocesi faccia in modo di replicare simili percorsi in tutte le
parrocchie. Che non possono essere sacerdoti dipendenti, come quasi sempre
capita. Se il presbitero continua ad essere il tutto e il capo, tanta strada è
da fare. L’insegnamento di Cosimo, così semplicemente in tanti lo chiamano, è
proprio questo. Essere diventato parte, non comandante, del luogo che gli è
stato assegnato. E a questo punto, come proposta, inseriamo un doppio auspicio.
E cioè che Don Scordato abbia, non per mero titolo ma perché potrebbe ancora
dare molto, una posizione nella diocesi di ampia visibilità. Si potrebbe
pensare alla doppia carica di vescovo ausiliare, non ha ancora 72 anni e
potrebbe stare sino a 75, e di stimolatore nelle parrocchie di comunità di
fedeli che abbiano lo stesso approccio, non gli stessi pensieri, di quello nato
in questi decenni a San Francesco Saverio. Sarebbe un buon modo per non disperdere
il suo apporto dentro la chiesa palermitana. E per affermare che i cattolici
faranno molti passi in avanti se metteranno in campo non soltanto preti di
spessore, ma soprattutto ottime comunità di credenti.
La Repubblica Palermo – 1 settembre 2020
La politica dei sussidi che fa fuggire i nostri giovani
Francesco Palazzo
Quasi tutte le famiglie, in questi mesi d’emergenza sanitaria,
hanno fatto, e in parte continuano a fare, un’esperienza particolare. Che non
era messa nel conto a inizio 2020. Convivere con i giovani tornati,
temporaneamente, in terra sicula e più in generale nel meridione. Sia per
completare gli studi in vista di una laurea magistrale, ma già pronti sulla
rampa di lancio per tornarsene al nord o in giro per l’Europa. Sia per lavorare
in smart working o per una pausa, pronti a continuare o ricominciare altrove ora
che l’economia, in timida ripresa nelle regioni forti, sta consentendo loro di
staccare l’ennesimo biglietto di sola andata. Del resto, solo da sistemi
economici produttivi e solidi hanno continuato a ricevere in questi mesi
offerte lavorative qualificate da aziende di alto livello pur in un periodo di
forte crisi come quello che ci tocca vivere e che durerà non sappiamo ancora
quanto. Qua al massimo, e mi riferisco a un fatto realmente accaduto, un
ingegnere gestionale, che ha completato triennio e biennio magistrale, può
vedersi proporre uno stratosferico porta a porta. Guardiamoli negli occhi,
queste donne e questi uomini, perché tali ormai sono, finiamola di chiamarli
ragazzi, che sono tornati per poco tempo a viverci accanto. Respiriamo la loro
freschezza mentale e impariamo dalla loro voglia implicita di non voler più
sentire parlare di sussidi. Sanno quanto valgono e vogliono dimostrarlo. Ma non
riusciamo a fare loro strada. Fermi come siamo, purtroppo, ad ascoltare,
ancora, nel 2020, sirene che inneggiano al solito schema di gioco che guarda
all’assistenzialismo del socialmente utile. Con il quale si è sempre vinto
facile a queste latitudini. Relegando queste terre ad un destino non bello
e portandole fuori dalla strada dello sviluppo. Ma come ha detto Mario Draghi
al recente Meeting di Rimini, c’è bisogno d’investire su di essi, facendo in
modo che le varie forme di assistenza siano di breve periodo e non strutturali
e di lunga durata. Anche perché, ha chiosato l’ex presidente della Banca
Centrale Europea, abbiamo un obbligo morale verso di loro, visto che saranno
quelli che dovranno onorare i debiti che stiamo necessariamente contraendo in
questo momento drammatico. Confrontarsi con loro, con questi nostri figli,
figlie e nipoti, in questi mesi, è stato ed è utile per chi ha i piedi piantati
anagraficamente nel ‘900, ma la testa nel domani. Per coloro che ancora
affondano in una società che ha prodotto a piene mani e produce ancora
interventi paternalistici e caritatevoli, la via è sempre la stessa. Nel
volume, pubblicato da Rubbettino, da poco in libreria, "Divario di
cittadinanza - Un viaggio nella nuova questione meridionale", Antonio
Fraschilla e Luca Bianchi, dopo un’analisi accurata anche di questa
problematica, riportano la cifra che il sud ha perso negli ultimi 20 anni per
questa fuoriuscita migratoria. Circa 30 miliardi. Come società siciliana
dovremmo farci guidare da queste giovani colte generazioni. Convincerle con
tutti i mezzi a riprovarci nella loro terra. Ma occorre mutare mentalità, cambiare
scenari, capovolgere la clessidra. Lo capirebbero subito loro. Quando
inizieremo a vederli alla guida della nostra società meridionale, in tutti gli
ambiti, vorrà dire che gli avremo fatto veramente spazio. Se non lo sapremo
fare i divari di cittadinanza, rispetto alla parte più ricca del paese saranno
sempre più evidenti e marcati.
La Repubblica Palermo – 1 agosto 2020
Un manifesto davanti a tutte le chiese per
rilanciare l’antimafia senza retorica
Francesco Palazzo
L’antimafia dev’essere ripensata? Sì, nel profondo. L’argomento non è nuovo. E riguarda una minoranza di soggetti e realtà associative. Ci sono tantissime persone le quali, pur non avendo nulla a che fare con le mafie e ad esse contrapponendosi, non vanno alle commemorazioni e non vivono la militanza. Sfuggendo ai vizi ad essa talvolta connessi, che vanno uniti ai meriti. Occorre circostanziare analisi e proposte, evitando di far coincidere una piccola parte col tutto. Dobbiamo tenerci il prezioso bambino della memoria, fatta di storie, luoghi, e verità ancora negate, continuando ad aggiungere studi aggiornati e azioni sempre più specifiche, ed eliminare l’acqua sporca di un’antimafia inzuppata di retorica, personalismi e mere celebrazioni. Anche perché ad alto rischio infiltrazioni. Le persone, e il coraggio che ci hanno messo, rimangono punti di riferimento. Dobbiamo fare in modo che resistano alle postume debolezze umane, senza però ritenere che si ricominci ogni volta da capo e senza porsi come quelli che hanno in mano le dieci tavole della legge. Tenendo presente che in moltissimi casi il dopo non conosce problematiche particolari. Come quello del pastore della Chiesa valdese Pietro Valdo Panascia. La circostanza che gli sia stato dedicato, il 5 luglio, a tredici anni dalla scomparsa, un tratto di via Isidoro La Lumia, a due passi dal bel tempio valdese, ci consente di riflettere su due versanti del suo operato. Durante il periodo in cui fu pastore, dal 1956 al 1970, rese la sua Chiesa autonoma, l’unica da Roma in giù in grado di eleggersi il pastore. Quello che in questo mese s’insedia in via dello Spezio è stato votato dai credenti. Nei primi secoli del cristianesimo i vescovi e i diaconi erano scelti dai fedeli. Non è una cosa slegata dalla lotta alla criminalità. Dove c’è condivisione e democrazia, il percorso di contrasto non bacato ha più possibilità di attecchire. L’altro aspetto che ha reso Panascia riconoscibile, in ambito non soltanto locale, visto che della vicenda si interessò Paolo VI, è il manifesto, apparso all’alba del 7 luglio 1963 (una copia si trova dentro il luogo di culto), contro la violenza mafiosa, firmato dalla comunità valdese. Condannava l’uccisione di nove uomini in due attentati commessi il 30 giugno, tra cui sette rappresentanti delle forze dell’ordine, caduti a Ciaculli nello scoppio di una Giulietta piena di tritolo. Rimandava all’importanza della vita, chiedeva provvedimenti, trasmetteva solidarietà alle vittime e faceva un forte richiamo a non uccidere. Era, 41 anni prima, anche per il bianco e il nero, un appello alla dignità di tutti che nel 2004 utilizzerà Addiopizzo. Attaccando in una notte di fine giugno degli adesivi per spingerci a lottare contro le estorsioni di Cosa nostra. L’ecatombe di Ciaculli costituì l’apice della prima guerra di mafia. Vi fu sdegno, lo Stato intervenne e la mafia entrò in crisi. Ma non vennero inflitte condanne significative, come quelle del maxiprocesso degli anni Ottanta contro gli esponenti della seconda guerra di mafia. Le cosche vissero da protagoniste gli anni Settanta e Ottanta sino al periodo stragista. La domanda è la seguente. Servirebbe, oggi, un manifesto, questa volta firmato da tutte le comunità dei credenti, contro la mafia? Sì, ci sono i documenti. Ma a quanti arrivano? Il fatto che quel foglio di 57 anni fa, e non i tanti scritti ecclesiali contro Cosa nostra, abbia avuto un’eco così duratura, sta a significare che il metodo è giusto. Con una mafia che ancora ha consensi trasversali in tutte le fasce sociali, un manifesto in pianta stabile all’ingresso di tutte le chiese, che indicasse pure comportamenti quotidiani, sarebbe di sicuro effetto. Nel nome di Panascia. Ma soprattutto avendo presente i nostri giorni. Nel discorso alla città per il non-Festino 2020, l’arcivescovo Lorefice ha lanciato un allarme a proposito di una mafia che potrebbe tornare protagonista. Insieme a Rosalia tutti i protettori e le protettrici delle nostre polis ci guardano beati. Il resto dipende da noi. Anche la continuazione della costruzione di una diffusa, popolare e non elitaria antimafia. Che costituisca sempre più un’altra forte gamba, autonoma e sana, in aggiunta a quella della magistratura e delle forze dell’ordine.
Abbiamo letto ieri su questo giornale
l’intervista al ragazzo che era ai domiciliari per la rissa avvenuta a
Mondello. È riuscito a dimostrare, ricorrendo alla posizione del suo cellulare,
e grazie a un bravo difensore, ma non è detto che ogni ragazzo sia nelle
condizioni di trovare quello adeguato, che quella sera non era a Palermo.
Adesso è libero. Vale la pena soffermarsi, al di là del fatto specifico, su
alcuni aspetti legati a queste circostanze. Collaterali per gli osservatori
esterni, molto meno per gli interessati, com'è facile intuire. Abbiamo letto
nomi e cognomi dei maggiorenni tirati in ballo, visto il filmato che li ritrae,
conosciuto le zone o vie di residenza. Tutto si sarà svolto nel pieno rispetto
delle regole. Quella che espongo è una sensazione personale. Ogni volta che
vedo i trasferimenti all'uscita dei luoghi di primo accesso degli indagati
(ricordiamolo, indagati, non condannati ancora da nessuno), mi chiedo se tali
sfilate aggiungano un senso più compiuto, più vero, più pregnante, alla parola
giustizia. Guardiamoci negli occhi. Sappiamo molto bene che queste cose
massaggiano la parte della nostra testa che ormai trova alimento nei social.
Dove in cinque minuti si arriva sino in cassazione e qualche volta pure oltre. Ma
dovremmo chiederci un po’ tutti, pure chi veicola informazione, se non si può
fare diversamente. Magari fornendo le identità e i volti in una fase
processuale più avanzata, un rinvio a giudizio o una condanna di primo grado.
Tanto, quello che inizialmente c’importa sapere sono i fatti, come si sarebbero
svolti in relazione a chi li avrebbe commessi, senza rivelare immediatamente
tutti i dati personali, e i luoghi dove si sono appalesati. Questa è la fase di
riscaldamento. Poi c’è la partita e occorrerà verificare le ipotesi accusatorie
nei diversi gradi di giudizio. Che gli indagati abbiano immediatamente nomi e
cognomi, determinate facce, soprattutto se si tratta di persone non note, non
ci dice nulla in più di quanto in quel momento è necessario sapere. Anzi, come
vediamo nel caso in questione, possiamo pure essere fuori strada. Sia chiaro,
se prendiamo il grande e conclamato super latitante, è successo tante volte, la
questione è diversa. Se il personaggio è una star scatteranno altri meccanismi.
Anche perché probabilmente sarà lui stesso a esporsi. Capisco che parliamo di
aspetti delicati e non voglio farla più facile di come in effetti è. Però
ecco, dovremmo ricordarci come popolo, nel cui nome è celebrata la giustizia,
che il garantismo non è una malattia. Si sostanzia nel chiedere vera giustizia
e non altro. Anche perché poi capitano casi come quello di cui parliamo e
allora uno pensa a quante possibilità abbiamo che a noi stessi o qualche nostro
familiare possa accadere. Quando le cose diventano personali, si comprende
molto meglio tutto. Allora forse è meglio porsi di fronte alla persona indagata
come se fosse nostro fratello o un congiunto. Parola intorno alla quale in
tempi di Covid abbiamo avuto modo di ragionare a lungo.La Repubblica Palermo – 30 giugno 2020
Perché Viale Regione assomiglia a una
roulette russa
Francesco Palazzo
La morte di un ragazzo in Viale della Regione Siciliana, investito mentre attraversava, pone ancora una volta sotto la luce dei riflettori le condizioni di agibilità di questa strada. Pensata un tempo per circumnavigare Palermo e che invece la taglia a metà come un’anguria. I pedoni dovrebbero trovare riparo nei sottopassi e sui ponti pedonali. Solo che i primi, costruiti tra gli anni ottanta e novanta, secondo una ricostruzione di fine 2019 non sono, tranne qualcuno, percorribili. I secondi sono presenti in un numero limitato per quella che è la lunghezza di questo asse viario. Un tempo si parlò dei ponti pedonali Perrault, poi si ebbero quelli che conosciamo, non proprio il massimo esteticamente. È evidente, considerato che in diversi punti il viale viene interrotto da attraversamenti pedonali, che le cose non sono messe come dovrebbero. All’altezza di Via Perpignano, dove è stata interrotta l’esistenza del giovane abitante nel quartiere Noce, è previsto un sottopasso per le auto, bloccato nel 2008, ripreso con un nuovo appalto ad inizio 2019 e ancora invisibile ai nostri occhi. Pare che per i fondi già stanziati si stiano chiedendo lumi a Roma. Chi vuole andare da una parte all’altra deve poterlo fare in assoluta sicurezza. Un normale spostamento da un marciapiede a quello opposto non può essere pericoloso alla stregua di una roulette russa. Così come va sistemata tutta l’arteria. Per un lungo periodo mancante o carente di segnaletica orizzontale, corsie d’emergenza comprese. Recente l’idea di disegnare tre corsie per senso di marcia. Vedremo l’effetto quando tutto sarà a regime. Ma si registrano pure interventi che lasciano dubbi. Per esempio la realizzazione, di fronte al carcere Pagliarelli, della fiera di Natale con annesso lunapark, che dura mesi. Le persone accedono a questa cittadella posteggiando pericolosamente ovunque, rallentando peraltro in maniera vistosa il traffico. E quindi appesantendo un punto già complicato per la presenza del Ponte Corleone. Per il quale si attende il raddoppio, che eliminerebbe tale tappo. Sembra che anche in questo caso sia stata attivata nella capitale la stessa ricerca dello stanziamento preesistente. In entrambi i casi, raddoppio del ponte di Corleone e svincolo di via Perpignano, le somme erano contenute nel patto per Palermo, firmato dal governo Renzi con il comune nel 2016. È molto meglio dare infrastrutture, locali, nazionali o internazionali che siano, piuttosto che distribuire assistenzialismo. Poi va detto che è fisiologico in Viale Regione superare, scansati i punti fissi di rilevazione, i limiti di velocità. Gli automobilisti evidentemente pensano che siccome congiunge due autostrade, è consentito mantenere alte andature, che raggiungono picchi altissimi in orari notturni. Tornando al nostro Viale, c’è la storia. Questi dodici chilometri sono stati pianificati negli anni 50 del secolo scorso. Se si trattasse di una persona, il serpentone di asfalto sarebbe già in pensione e invece ne parliamo, visto gli ampi margini di miglioramento che presenta, come se stesse emettendo i primi vagiti. Nel frattempo la grande storia ha macinato ben più di una dozzina di chilometri. È stato eretto ed abbattuto il muro di Berlino. È finita la guerra fredda. E noi non siamo stati capaci di dare un’identità precisa e sicura ad un semplice viale che porta il nome della nostra terra.
Dunque l’alta velocità, con
"Italo" e "Frecciarossa", si fermerà a Reggio Calabria. Non
potrà avere accesso all’Isola perché non c’è un collegamento stabile tra Scilla
e Cariddi che lo permette. Conosciamo a memoria, e sino alla noia per la verità,
le motivazioni dei noponte. Per la verità ne è rimasta in piedi soltanto una.
Prima si diceva che quest’opera non si potesse realizzare da un punto di vista
tecnico. Come se cinquanta e più anni fa non fossimo andati persino sulla luna
e come se nel frattempo non fossimo stati travolti positivamente
dall’innovazione digitale, che ci è alleata in periodo di lavoro agile. Poi si
aggiungeva che siamo carenti di altre cose. Questo è un classico. Più de I
Promessi sposi. Prima queste e poi il ponte, si afferma a tutt’oggi. Come se il
collegamento stabile tra Messina e Reggio Calabria rendesse impossibile tutto
il resto. Cosa palesemente fuori contesto logico. Visto che pur non essendoci
il ponte non c’è neppure il resto. Ma ai no ponte a prescindere, come direbbe
Totò, non importa la razionalità. Che invece farebbe arrivare al pensiero
opposto. E cioè che la messa in cantiere di un manufatto così importante e
imponente, unico al mondo per le caratteristiche che presenterebbe, si
porterebbe dietro per forza di cose, ci vuole davvero molto poco a capirlo,
tutto il resto. Ma è difficile farlo intendere ai no ponte per partito preso.
Forse occorrerebbe uno di quei disegnini, non so se avete presente, è un
classico della Settimana Enigmistica, che si ottengono facilmente collegando i
puntini numerati. Tra l’altro, visto lo scenario di forte crisi economica
mondiale, determinata dalla pandemia in corso, della quale abbiamo iniziato a
vedere soltanto la punta dell’iceberg, e che farà soffrire di più le zone
economiche già deboli prima del coronavirus, e la Sicilia e la Calabria sono
tra queste, un’infrastruttura di questo tipo metterebbe al centro del mondo il
nostro paese e in primo luogo il meridione. Con tutti i vantaggi che possiamo
immaginare da un punto di vista dell’attrattività turistica. Che farebbe da
portentoso volano per tutti gli altri assi sociali ed economici. Nei momenti di
forte crisi, e quello che abbiamo solo iniziato a vedere lo è senza dubbio
alcuno, occorre essere in grado di volare alto. Solo così si può spostare l’attenzione
verso uno scenario positivo invece di accontentarsi di navigare nello stretto,
ora ci vuole, necessario per sopravvivere ai colpi della gelata che il virus ha
messo sopra a tutte le economie, ed a quelle malconce in particolare. Ai
nostalgici della traversata potremmo promettere, facendo ricorso al solenne
giuramento dei boy scout, di lasciare comunque alcuni collegamenti romantici e
teneri con i ferryboats. Noi, col loro permesso, e considerando soprattutto che
il ponte non sarebbe soltanto il semplice ma già fondamentale collegamento tra
due sponde, ma si iscriverebbe in una strategia fondamentale di collegamenti
internazionali, vorremmo andare avanti.
Quest’anno il 23 maggio è stato diverso. Palermo
ha chiamato l’Italia al balcone. Non tantissimi i lenzuoli nei prospetti
palermitani, nonostante i ripetuti appelli sui social di personaggi noti, molto
pochi in Sicilia oltre il capoluogo e nel resto d’Italia. E qualcosa vorrà pur
dire. Stanchezza, disincanto, sottovalutazione, timore? La giornata è stata
dedicata, oltre a chi ha lottato contro i sistemi criminali mafiosi, pure a chi
durante l’emergenza Covid si sta spendendo per senso del dovere e spirito di
servizio. Che fu la risposta data da Falcone a chi gli chiedeva chi glielo
facesse fare. Lenzuoli a parte, siamo sempre chiamati a ragionare intorno
all’ordinario senso del dovere che ciascuno mette in campo nel contrastare le
mafie. Non ci sono scorciatoie. Questa è l’unica strada. Si può supporre che in
diversi contesti, sia popolari che borghesi, il quotidiano consenso, tacito o
esplicito, verso la criminalità organizzata sia ancora in agenda? Dovrà in
qualche modo essere così se la mafia ce la troviamo spalmata nell’arco di tre
secoli, sofferente ma viva e destinataria di un certo gradimento. Come ci
mostrano le operazioni antimafia, sino all’ultima. Estorsioni a tappeto senza
denunce, imposizioni di materie prime agli esercenti, in qualche caso
addirittura obblighi sugli orari di apertura e su cosa vendere. E ciò accade
pure nei quartieri residenziali. Per consistenti strati di borghesia, il pizzo,
praticato sotto diverse forme, è ancora un costo sostenibile. Il contagio zero,
a 28 anni dalle stragi del 1992, a 40 anni dall’uccisione di un presidente di
Regione, a quasi 27 anni dall’eliminazione di un prete, e potremmo proseguire
in questa via crucis, è ancora distante. Molto vicina a noi è invece la gara
febbrile tra chi ce l’ha più blasonato, il medagliere, nel campo dell’antimafia
militante. Professionistica, dilettante o mistificatoria che sia. Non abbiamo
più bisogno di paladini ma della consapevolezza sempre più matura di un intero
popolo. C’è dunque questo trinomio, mafia, popolo e antimafia. Due a uno, partita
vinta di poco, ma sempre i tre punti portati a casa. Così sarebbe stato da
tempo se oltre la mafia, che fa la mafia, ci fossero stati in campo un popolo
che in ogni sua propaggine avesse fatto il proprio dovere e un’antimafia che
non si fosse spesso distratta. Col coronavirus stiamo facendo il possibile, in
pochi mesi, per fargli il vuoto attorno. Mentre di tempo, soprattutto nel
mezzogiorno, ne è trascorso parecchio senza riuscire a recidere questo legame
perverso con le cosche. Cosa nostra non ha bisogno della crisi sanitaria per
operare, l’habitat dove vive le consente di essere pervasiva con o senza
pandemia. Questa colpevole sudditanza, che spesso non diminuisce con i titoli
di studio posseduti, ce la porteremo appresso ancora per chissà quanto. E non
basterà nessun 23 maggio, 19 luglio, 15 settembre o 6 gennaio, date insieme
alle altre in cui ci si batte il petto per commemorare persone che hanno dato
la vita per liberarci dal pizzo eretto a sistema di vita da un consistente
numero di cittadini, carnefici della loro stessa libertà, per venirne fuori. A
meno che non si decida finalmente, emulando proprio le persone che contro il
coronavirus stanno dando tutto, ad affrontare Cosa nostra, e le altre mafie,
come se fossero, e in effetti lo sono, una grande e strutturale patologia
endemica criminale, politica, sociale, economica, esistenziale e culturale. Che
non viene però da posti lontani questa volta. Ma che abbiamo creato nella
nostra terra e che continuiamo a nutrire. La mafia c’è oltre le ricorrenze,
dentro le quali, oltre la genuinità di tanti, cresce forte la foresta della
retorica. La vigilia del 23 maggio la RAI ha ritrasmesso il film sulla mamma di
Peppino Impastato. Occorre avere, nel quotidiano, giorno per giorno, la
tenacia, la forza, il coraggio, la lucidità, gli argomenti, in qualsiasi ambito
ci troviamo, di Felicia Bartolotta e di coloro che l’aiutarono nella ricerca
della verità. Di tanti veri impegni come il suo è fatta la strada che
può portarci alla fine della pandemia mafiosa.
Tutti sentiamo la necessità di una
vita con ritmi diversi e nuove consapevolezze. Non possiamo proseguire
come se la pandemia non ci stesse interpellando nel profondo. La tecnologia, in
questo passaggio storico, è una fondamentale alleata. Sarebbe, ad esempio, non
comprensibile se ritornassimo alla vita lavorativa con i vecchi arnesi. Stiamo
scoprendo, ma in fondo lo sapevamo già, che si può lavorare dalle nostre
dimore. Per le pubbliche amministrazioni questo vorrebbe dire, pensando al
dopo, se ben gestito, un aumento della qualità del lavoro e un risparmio di
risorse. I bilanci sono ingessati da spese correnti, legate anche al
funzionamento delle strutture. Lo smart working consentirebbe di avere notevoli
abbattimenti in termini di possesso e mantenimento di tali luoghi. Rendendoli
più snelli e liberando fondi da destinare allo sviluppo. Si dovrebbe procedere
a una riorganizzazione del lavoro. Siamo in emergenza, ma successivamente si
potrà pianificare meglio il lavoro agile, sfruttando a pieno regime reti,
piattaforme, software e processori, al fine di rendere più agevoli e veloci
servizi ai cittadini. Anche l’aspetto spirituale ha mutato forma. Grazie a
dispositivi sempre più sofisticati, che ormai pure i nostri anziani maneggiano
bene, abbiamo visto che la religiosità può essere vissuta pur nel
distanziamento fisico. Prendiamo atto che la Chiesa cattolica, la quale con le
chiese vuote è riuscita a parlare al mondo meglio di prima, anche a coloro che
non le frequentano, si sta mettendo al sicuro tornando il 18 maggio alle
celebrazioni, legittime e necessarie per i credenti, sia chiaro, nei templi con
i fedeli. In un momento, però, in cui nessuna assemblea pubblica è autorizzata
e non attendendo dunque che tutto il popolo fuori dalle sagrestie sia nelle
stesse condizioni di agibilità. A parte la forma, c’è sostanza sulla quale
riflettere. Tornare a chiudersi nelle chiese è uno schema vincente? Sarebbe più
conducente aggiungere altre dimensioni più orizzontali nel rapporto
Chiesa-mondo, tema centrale del Concilio Vaticano II. Un sacerdote, in questi
mesi, ha mandato messaggi segnalando le letture domenicali da meditare nello
stesso momento e poi commentare condividendo i pensieri. È un modo, tra i
tanti, per rendere la vita delle comunità cattoliche sempre meno legata alle
gerarchie clericali. Un altro settore toccato dall’impossibilità di stare
insieme è quello della scuola. Limitandoci alle superiori e alle università,
perché per i più piccoli il ragionamento sarebbe complesso, si è visto che
l’insegnamento e l’apprendimento possono essere validati senza l’interazione
fisica. Che non va eliminata, ma tarata secondo criteri che non siano "io
parlo e voi ascoltate", perché si può fare pure da casa. Risparmiando,
pure in questo caso, soldi pubblici, da investire sempre nella scuola, per
utilizzare al meglio le tecnologie e consentirne a tutti l’accesso. Chiedevo
l’altro giorno a mio nipote se i video delle lezioni rimangono memorizzati per
approfondire meglio in seguito. No, la cosa finisce, da quello che ho capito,
col bello della diretta. Il dopo-coronavirus dovrà farci ricalibrare pure le
istituzioni scolastiche, la didattica, i modi con i quali viene proposta e
probabilmente molti suoi contenuti. Il tutto va riconsiderato più a misura di
chi apprende, pensando che può farlo in tanti modi e che i banchi e le
cattedre sono soltanto un approccio. Lavoro, spiritualità e scuola sono tre
aspetti. Altri ne potremmo introdurre, sempre parlando del dopo, su ambiti non
meno importanti, come salute e cultura rispetto alle conquiste tecnologiche che
permettono accessi dalle proprie abitazioni, per citare altri due soli settori.
Accanto a questi percorsi da remoto, occorre poi costruire in tutti gli ambiti
rinnovati momenti di contatto fisico, sviluppando più la qualità che la
quantità. Il Covid ci ha fatto mettere il piede sull’acceleratore dell’innovazione.
Sarebbe non saggio, quando tutto sarà finito, che scendessimo dall’auto
ripercorrendo a piedi all’indietro le nostre passate orme.
Nella vicenda delle arrostute fuori ordinanza nei
quartieri popolari, Sperone, Zen o altri luoghi (ma ci sono state pure le
silenziose riunioni familiari sotto i tetti o in ville esclusive di famiglie
borghesi), registriamo il giustificazionismo avanzato da più parti. Storia
vecchia, che ci ritroviamo servita pure in tempo di pandemia, tra una fetta di
cassata, un pezzo di salsiccia e un bicchiere di vino. Insomma, ci risiamo. La
gente dei quartieri periferici e/o popolari, mischina, lo fa sempre
per necessità. Gli strati popolari sono innocenti per definizione. E invece,
visto il momento di frontiera che stiamo vivendo, occorre ragionare. Sine ira
et studio, senza simpatia e pregiudizio, come dicevano i latini. Capiamoci. Il
filone è stato ampiamente visitato pure su una tematica più decisiva di alcune
semplici, ma potenzialmente contagiose, grigliate di gruppo. Ad esempio, nei
confronti degli atteggiamenti che si tengono verso Cosa nostra. Da una parte
abbiamo la colpevole borghesia mafiosa, la sua parte connivente e complice dei
mafiosi, che secondo lo schema in uso non ha attenuanti. Dall’altra il popolo
dei quartieri che appoggia, parliamo sempre di una parte, le cosche perché
minacciato e povero di poderosi strumenti culturali ed economici per tentare
una contrapposizione. Scuserete una divagazione personale. I miei nonni sono
nati a Brancaccio e hanno sempre lavorato spaccandosi la schiena. E tanti della
zona come loro. Mio padre, che non era professore universitario, ma lavorava la
terra e commerciava in frutta e verdura, nato e vissuto a Brancaccio, si alzava
alle 4 e tornava dal lavoro alle 21. E tanti come lui. Io sono nato a
Brancaccio, come tanti di diverse generazioni. Non ci siamo mai sentiti
giustificati di nulla. Nessuno nasce giustificato. Se cominciassimo a fare
mente locale su questo, anche in un momento d’emergenza, forse ci troveremmo
tra le mani una chiave di lettura diversa di Palermo, per costruire il dopo
coronavirus. Magari abbattendo gli angusti e obsoleti steccati tra centro e
periferie, dirigendoci verso una moderna città multicentrica. E chissà quando
sul decentramento amministrativo si passerà dalle parole ai fatti. Il
giustificazionismo è secondo me fondato su una questione. Negare che i
comportamenti delle persone, allo Sperone o in altri posti, siano coscienti.
Non ritenere che le persone possano essere in grado di capire ciò che fanno è
per me davvero guardare gli altri dall’alto in basso. Forse si tende a
considerare alcuni strati sociali non in grado di autodeterminarsi perché così
si può reiterare all’infinito "l’aiuto" compassionevole. Occorre
ammettere che, in Via Libertà, allo Sperone, dove abita tanta gente perbene,
colta e onesta, o in qualsiasi altro posto a Palermo, si possono mettere in
campo, attraverso modalità palesi o discrete, giusti o errati comportamenti
deliberati e consapevoli. Va detto, infine, che occorre evitare l’altra faccia
del giustificazionismo, che è il colpevolismo ad ogni costo. L’approccio deve
essere diverso. A tutti i cittadini e le cittadine di Palermo devono essere
riconosciute le capacità di contribuire a modellare una città sempre migliore.
Cercando di abbandonare i pulpiti dai quali si pretende d’insegnare, fornendo
magari alibi perniciosi che diventano montagne, a esseri umani che capiscono
molto bene.
Molto interessante la riflessione sulle città
post epidemia di Maurizio Carta, pubblicata su queste pagine. In queste
settimane vedo un frammento di Palermo da una finestra che guarda una grande
piazza, in genere è caotica, disordinata, piena di smog. Adesso è lineare,
silenziosa, pulita, percorsa dai mezzi che hanno davvero necessità di essere su
strada. La stessa cosa, penso, si possa dire di altre parti del capoluogo e
della Sicilia. Ci sono le foto che impazzano sui social a dimostrarlo. E allora
ti fai due domande. Ci voleva un impercettibile virus per farci vivere in
maniera più ecologica, rispettosa del territorio, di noi stessi e degli altri?
La risposta al primo quesito è semplice e dolorosa. Più creativa può essere la
reazione alla seconda domanda. Cosa possiamo fare come palermitani (ma simili
riflessioni si possono avanzare per ogni parte del pianeta tenendo conto delle
specifiche differenze), per non tornare a come eravamo prima, portandoci
appresso le, poche, virtù, e lasciando per strada i, tanti, vizi? Ci sono due
dimensioni che si intrecciano. Una legata alla vita personale, familiare,
sociale e l’altra alle dinamiche che possono innescare le amministrazioni
cittadine, centrale e circoscrizionali. Ecco, una prima cosa che si potrebbe
mettere in campo da parte del consiglio comunale è quella di portare finalmente
a compimento il decentramento. Che significa municipalità e capacità più
attente e tempestive di intervento sui territori. Perché dobbiamo ricordarci
che una città, a maggior ragione una metropoli, è fatta di tante realtà, tutte
bisognose di cure e interventi differenti. Un altro aspetto che ci possiamo
portare nel bagaglio amaro, drammatico, di queste settimane, che forse saranno
mesi, è che c’è bisogno di più controllo del territorio. Se è possibile
metterlo in campo in un periodo d’emergenza, si può continuare a farlo pure
dopo. Un altro punto che l’amministrazione di questa città deve continuare a
curare, come si fa in questo periodo attraverso i video, è il dialogo costante
con le persone, i cittadini. Anche attraverso, quando recupereremo la
socialità, assemblee pubbliche nelle varie zone della città. Per raccontarsi
questo brutto frangente e capire come ripartire. Insieme e meglio. Dicevamo che
c’è pure una dimensione personale, familiare, sociale che il virus ci impone di
rivedere non soltanto adesso. Innanzitutto l’uso scriteriato dei mezzi privati.
Dopo tutto questo dovremmo imparare a chiederci se tutti i nostri spostamenti
inquinanti sono sempre necessari. Ma anche nell’uso del territorio, nel quale
ciascuno fa ciò che vuole, dovremmo portarci appresso qualche fermo immagine
delle strade come sono ora. Senza seconde o terze file, senza mezzi davanti
agli scivoli o sulle strisce pedonali. Comportamenti che a Palermo sono la
norma. Un terzo ambito, tra i tanti sia chiaro, ciascuno faccia la sua analisi,
su cui sostare bene dopo, a prescindere dai divieti, è il concetto di
divertimento. Che non può essere selvaggio, predatore e non rispettoso delle
altrui esigenze di vita. Proviamo dopo a mettere in campo una movida gentile e
non selvaggia. Una vita relazionale, anche diurna, improntata all’empatia, alla
comprensione che non siamo da soli e non possiamo salvarci da soli ma
attraverso un’ordinata vita comunitaria. Dovremmo curare l’esterno come
facciamo con le nostre case. Anche collaborando a segnalare sia ciò che non va
che i comportamenti sbagliati. Come facciamo adesso. Non è fare le spie. E’ costruire civiltà. Ma prima di
fare tutto ciò, di vedere la speranza in fondo al tunnel, di uscire fuori da
esso e respirare a pieni polmoni, dobbiamo fare in modo, altrimenti chissà
quando rivedremo la luce, di mettere in sicurezza, per tutto il tempo che
occorre, chi ci sta aiutando, ossia il personale sanitario. Se cadono coloro
che ci vengono in soccorso, che non sono eroi, ma professionisti che devono
essere messi in condizione di svolgere al meglio il loro lavoro, avremo molte
difficoltà a riveder le stelle, come scrive il sommo poeta alla fine
dell’inferno. E di conseguenza a immaginare e vivere un futuro migliore del
tempo che ha anticipato la venuta del coronavirus.
Saranno stati gli Arabi o gli
Spagnoli? Certamente non i Normanni o i Savoia. Oppure, chissà, l’origine
potrebbe sorprenderci. Prima o poi si dovrà scrivere, se già non c’è, o
aggiornarla, se c’è, al tempo del coronavirus, la storia
della vasata siciliana. Servirebbe a rispondere alla seguente
domanda: quando c’è stata la vasata zero? Ci farebbe capire quando
abbiamo iniziato a sentire il bisogno di strusciare le nostre guance, talvolta
allungando pure furtivi baci, su quelle di parenti, amici, colleghi, semplici conoscenti
o estranei. Perché capita pure questo. Dopo aver parlato, durante una cena di
gruppo o una serata in compagnia, con una persona, sino a quel momento
sconosciuta, si sente l’irrefrenabile trasporto, quando si passa ai saluti
finali, di lasciarsi reciprocamente il bollo sulle guance. Pure nelle funzioni
religiose abbiamo trasportato la vasata, arricchendo di siciliano
affetto il segno della pace. Ma cosa fu tutto questo baciare? Diciamo fu, visto
che in tempi di coronavirus (che dobbiamo però affrontare con le giuste
contromisure senza farci prendere dal panico e tornando a fare una vita
normale), sembra che la pratica venga messa da parte. La stessa chiesa, è
accaduto durante una celebrazione eucaristica a Sciacca, raccomanda di
surrogare la stretta di mano del segno della pace con uno, seppur partecipato,
sguardo. La Conferenza episcopale siciliana ha emanato una direttiva che
sospende il segno di pace o invita a sostituirlo con un inchino che odora di
cultura giapponese. Forse sentiremo la mancanza esteriore di questo gesto. Ma
nella sostanza? Torniamo alla nostra domanda, allora. Cosa
c’è dietro questo vasa vasa generalizzato che ci segue come un’ombra
sin dalla nascita e che ora viene messo in discussione? Forse non molto in
termini di condivisione esistenziale e di capacità empatica verso l’evangelico
o laico prossimo. Probabilmente c’è tanto di una grossolana percezione degli
universi familiari, amicali o di colleganza. Come fanno ad altre latitudini, si
può allo stesso modo partecipare la presenza bilaterale scambiandosi sguardi,
sorrisi, saluti, senza passare all’approccio fisico. Magari comportandosi così
non soltanto nelle proprie cerchie, che spesso somigliano a piccole tribù, ma
estendendo a tutti i nostri incontri un approccio cordiale non vasativo. Sì,
certo, ci sono baci, pardon, vasate, dati con vero trasporto e
sentimento. Questa categoria non può essere messa in discussione da nessuno.
Possiamo invece, in questo frangente nel quale ci accorgiamo che abbiamo un
corpo oltre la rete e i social, procedere a una verifica virtuosa
della vasatina sicula sparsa dappertutto. Insomma, che l’industria
del vasa vasa possa avere un momento di crisi non è affatto detto che
sia un male. Anche senza le vasate verremo fuori presto da questo
periodo, in cui non sta accadendo nulla di così grave, con molta più umanità.
Basta vedere come ci guardiamo nelle ultime settimane. Da quando abbiamo
scoperto che gli altri non sono soltanto like, commenti, post o messaggi. Ma
esseri viventi. Proprio come noi.
Un grande spettro si aggira per
Palermo, il ricorso al privato. Ogni volta che si parla di qualcosa da
realizzare o da assegnare attraverso la concessione di un servizio o la
cessione di uno spazio pubblico, si agita sotto i nostri occhi questa
ancestrale paura. Del resto comprensibile in un posto dove la mano pubblica
deve entrare su tutto. Con le storture e i problemi finanziari che questo modo
di reagire alla modernità ha creato nel tessuto politico, sociale ed economico.
Ciò non ha fortificato nessuno, rendendo debole la sfera pubblica e pressoché
assente quella privata. Lo sanno molto bene i nostri giovani neo-specializzati
in altri atenei dopo il triennio fatto a Palermo, che vanno via dopo il periodo
delle feste. Vacanze trascorse in una città che li ha visti nascere e nella
quale ormai, te lo dicono chiaramente, non riuscirebbero più a vivere a causa,
innanzitutto, di un sistema quotidiano di vita abbastanza lontano da quello
delle fredde, ma funzionanti, città del Nord dove hanno piantato tende e futuro.
Perché poi le cose, a proposito di privato che non riesce a emergere oltre che
per propri limiti anche per le difficoltà che trova a esprimersi, le toccano
con mano. Alcuni curriculum presentati in maniera spontanea, visto che spesso
le posizioni aperte non vengono inserite, e nessuna risposta. Mentre in
Emilia-Romagna, in Lombardia, nel Nord in generale, vedono tutto chiaro online
e poi ricevono conferme con immediati inserimenti nel mondo del lavoro,
addirittura potendo scegliere. Da noi, per affrontare la questione, c’è sempre
la richiesta di favorire il trapianto di grandi realtà imprenditoriali, che
dovrebbero essere favorite attraverso varie misure, per generare lavoro. Può
funzionare? Qualche esperienza passata ci dice che sono più i problemi che a lungo
andare si hanno, anche ambientali e come snaturamento delle vocazioni
territoriali, che i benefici. Pure sul piano occupazionale (un esempio è
Termini Imerese). Un privato endogeno, certamente con collegamenti nazionali e
internazionali, che traesse dalla Sicilia la sua ragion d’essere, potrebbe
essere la chiave. Purché la smettiamo di considerarlo un nemico da combattere.
Magari non fissandoci soltanto sul comparto turistico. Che va utilizzato al
massimo, senza però veicolare la leggenda che una città metropolitana di un
milione e duecentomila abitanti e una regione di cinque milioni di residenti
possano vivere soltanto di questo. Anche se la costruzione di una grande
infrastruttura come il ponte sullo Stretto, che non sarebbe soltanto il
collegamento tra due rive, significherebbe mettere le basi per l’alta velocità
pure in Sicilia, portandosi dietro per induzione tutte le infrastrutture
interne che mancano o che sono carenti, con formidabili ricadute sul comparto
turistico. Ma non soltanto. Ci sarebbe una generale iniezione di fiducia sia
per il privato che opera in Sicilia, sia per chi ci guarda da oltre Stretto. Su
tutto va allontanata, altrimenti davvero sarà impossibile dirigerci verso mete
diverse se non quelle asfittiche che ben conosciamo, la predisposizione al
vittimismo, al sicilianismo piagnone, a quello che ci hanno tolto, retrodatando
in alcuni casi il datario al periodo dell’Unità d’Italia. Un piatto ormai rotto, ammesso che sia mai
stato sano, dove non può più mangiare nessuno.