mercoledì 23 novembre 2011

Spremuta libera.

REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 23 NOVEMBRE 2011
Pagina XV
BEVIAMO SUCCO D´ARANCIA PURCHÉ NON SIA UN ORDINE
Francesco Palazzo

Tutto si poteva aspettare un commissario dello Stato in Sicilia. Ma impugnare una norma sulla Coca-Cola, no. E pare che all´Ars vogliano stare sul punto. Riscriveranno il testo e se la vedranno con la Costituzione. Che, all´articolo 120, dice chiaramente che le Regioni non possono ostacolare la libera circolazione delle cose. Sarebbe l´abc dei sostenitori del libero mercato e della concorrenza, concetti di cui è pieno il dibattito politico. Soprattutto dalle parti dei liberali, liberisti e riformisti. O sedicenti tali. Sulla norma in sé, che al fine di lottare l´obesità giovanile vorrebbe vietare la somministrazione di bevande gassate nei distributori delle scuole siciliane, a favore dei prodotti siciliani, in primis il succo di arancia - potremmo chiamarlo riformismo naturale o sgasato - alcune considerazioni si possono fare. Intanto c´è un problema pedagogico. Ne ha fatto cenno Fabrizio Lentini, in una sua "Bussola". Chi conosce bambini e adolescenti sa che c´è un solo modo per stimolarne la trasgressione: impedirgli categoricamente qualcosa. Che puntualmente faranno. Tanto che questa campagna anticoca (Cola), con l´aggiunta mediatica della doverosa impugnativa, rischia di far innamorare della famosa bevanda anche i pargoli che sino a oggi l´hanno tenuta a debita distanza. Passiamo al metodo comunicativo. Nei media basta parlare di qualcosa per indurre un effetto contrario a quello che si vuole perseguire. La multinazionale, più che prendersela, dovrebbe ringraziare l´Ars per la legge su agricoltura e pesca che contiene l´emendamento antigas impugnato, visto che si tratta di un enorme spottone gratis. Andando oltre, a parte il problema costituzionale, non si può non notare un errore di strategia, di marketing, nel voler piazzare gli alimenti siciliani nei distributori facendo sparire gli altri. Si intravede, in questo atteggiamento protezionistico, una conoscenza quanto meno problematica di quelle che sono le leggi di un mercato globalizzato. Un produttore acquisisce fette di compratori mettendo sullo stesso scaffale il suo bene accanto a quello che vuole sostituire. Se lo supera per prezzo e qualità, allora il secondo scomparirà dalle priorità dei consumatori. Ma non basta ciò. Occorre assicurare anche la continuità. Non si può, senza prima avere sperimentato sul campo un´alternativa valida e duratura, procedere con una specie di pianificazione commerciale regionale forzata, proveniente da un Parlamento. Roba che neanche nell´Unione Sovietica dei tempi migliori (o peggiori, a seconda dei punti di vista). Peraltro c´è pure un certo disorientamento per ciò che riguarda l´aspetto medico. Secondo gli esperti in dietologia, non ci sono alimenti di per sé nocivi, ma abitudini alimentari giuste o sbagliate. L´acqua fa bene, ma provate a berne cinque litri di seguito. Allora, più che terrorizzare in maniera non giustificata i ragazzi, provocando l´effetto contrario, si introducano corsi di educazione alimentare nelle scuole. Poi ciascuno, ben informato, deciderà in piena libertà se continuare ad aprire lattine o passare ad altro. Se si seguita a puntare sulla pericolosità dei singoli alimenti, che dire delle merendine, delle patatine fritte, del pane e panelle, specialità tutta locale, e di altra roba simile? Infine c´è l´argomento politico, sicilianista, che così arriva sino a tavola, speriamo che almeno rimanga fuori dalle camere da letto. La somministrazione di succo d´arancia e frutta fresca tagliata, attraverso i distributori automatici, dovrebbe indurre a mangiare e bere siculo. Non solo nelle scuole, ma in ogni luogo pubblico. Una sorta di dieta monotematica ideologica, proprio adesso che le ideologie sembrano passate a miglior vita. Commissario o non commissario, attendiamo di vedere tutto questo ben di Dio aggiungersi negli erogatori alle bevande gassate e agli altri snack. Ma, chissà perché, il tutto ci sembra una di quelle cose che durano da Natale a Santo Stefano, ossia il tempo dell´inutile polemica. Intanto, nell´attesa di sapere se la Regione insisterà nel proposito, beviamoci pure un salutare succo d´arancia. Senza però far diventare la nostra pratica l´undicesimo comandamento.

venerdì 11 novembre 2011

La crisi secondo l'arcivescovo. E secondo noi.

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 11 NOVEMBRE 2011
Pag. I
Ristoranti pieni? No, cervelli in fuga e negozi chiusi
Francesco Palazzo


Il cardinale di Palermo, Paolo Romeo, sposando quanto detto dal premier a un summit internazionale, dove si parlava della nostra sopravvivenza come paese, ha affermato che è vero, la crisi, anche da noi, non si vede poi mica tanto, visto che la gente affolla le pizzerie, si muove in aereo e in auto senza pensare ai costi che deve sostenere, affolla gli autogrill spendendo denaro per cose futili. Certamente l´analisi dell´arcivescovo è stata più complessa e, del resto, egli stesso ha avuto modo di rettificarla, nei giorni successivi calibrando meglio il suo intervento e sfrondandolo di quelli che potevano apparire come giudizi assolutamente in linea con la tesi del presidente del Consiglio. Tuttavia, appare fuorviante attribuire, di fronte a dati oggettivi più che evidenti, al comportamento dei consumatori una sorta di corresponsabilità circa il grave momento finanziario che stiamo vivendo. Soprattutto se guardiamo alla Sicilia. Un primo dato palese l´ha fornito lo stesso cardinale quando ha ricordato, contestualmente alle dichiarazioni sopra riportate, il cospicuo numero di giovani costretti ad andare via negli ultimi anni per provare a cercare lavoro da qualche altra parte. Perché tante intelligenze fuggono? Delle due l´una. O la crisi è impalpabile, una specie di leggenda metropolitana, (ma, a parte Berlusconi, non lo pensano più neanche a Roma non si capisce perché si deve iniziare a dirle proprio in Sicilia certe cose) o questi giovani varcano lo stretto perché la toccano, e non da oggi, drammaticamente con mano. Certo, magari la sera prima, ciascuno di loro avrà "festeggiato" la partenza, più o meno definitiva, proprio in pizzeria, visto che non si potevano permettere altro. Ma davvero andare a prendere una pizza, recarsi al ristorante, o addirittura fermarsi a una stazione di servizio, dà il segno di una crisi di cui non si vuole prendere irresponsabilmente atto? Difficile sostenerlo. Tanto più che proprio queste abitudini, basta farsi un giro d´orizzonte tra le proprie conoscenze più strette, vengono sempre più diradate nel tempo dalle famiglie con redditi non proprio da sopravvivenza. Che in realtà, spesso, hanno quasi eliminato, o rivisto drasticamente, altre inveterate, e non per questo irresponsabili, abitudini, come l´andare al cinema o, in molti casi, partire per le vacanze estive. Senza contare che un certo stile di vita è (o era) proprio solo di una piccola parte, molto ristretta, di società siciliana. Mentre, se ci trasferiamo negli affollati quartieri popolari, questa presunta frenesia consumistica è difficile registrarla. Del resto, che ci sia stata una modifica nelle priorità di spesa, vista l´impossibilità, nella maggior parte dei casi, di arrivare alla quarta settimana, in alcuni casi alla terza, del mese, è dimostrato da altre circostanze abbastanza visibili. Di cui le cronache ci danno, ogni giorno, notizia. Tante aziende chiudono i battenti perché non ce la fanno a sostenere i costi di gestione, tanti padri e madri di famiglia perdono il lavoro a cinquanta anni, ogni volta che facciamo una passeggiata in centro, anche a due passi dal Palazzo Arcivescovile, vediamo sempre più saracinesche tristemente abbassate. Anche la grande distribuzione ha qualche problema. Tanti ipermercati, in giro per la Sicilia, nati nella speranza di un mercato in continua e inarrestabile espansione, sono in forte crisi. Perché le imprese, piccole e grandi, gettano la spugna in numero sempre maggiore, se la gente continua a spendere in maniera scriteriata? Evidentemente, al contrario, dai bilanci familiari le non faraoniche risorse disponibili vengono destinate sempre più alle poche cose importanti e necessarie per cercare di vivere una vita dignitosa. Per il resto si è chiuso il rubinetto o quasi. Almeno questa è la nostra impressione. Temiamo, quindi, che il ritenere l´ansia consumistica al centro dei pensieri del compratore siciliano, volutamente sordo alle sirene devastanti della crisi economica, non tenga sino in fondo conto del quadro che abbiamo, purtroppo, e non da oggi, davanti. Soprattutto in Sicilia e nel meridione.

venerdì 4 novembre 2011

La coerenza del PD siciliano.

4 Novembre 2011
Francesco Palazzo

Alle regionali del 2006 la subirono. Nel 2008, quando si andò al voto dopo le dimissioni di Cuffaro, la scartarono per dar vita a una delle esperienze elettorali più umilianti del centrosinistra siciliano. Per la primavera del 2012, quando si andrà al voto nel capoluogo siciliano, l'hanno pregata di scendere in pista e risolvere un bel po’ di problemi interni ed esterni al centrosinistra. Insomma, la storia del PD e della Borsellino conosce un altro capitolo. Che era già scritto nelle cose e nell’incapacità palese del centrosinistra di trovare, nel corso di un’intera legislatura, il bandolo della matassa e preparare il ricambio a Palermo dopo la disastrosa e decennale performance del centrodestra. Ma questa volta tutta l'operazione, per il PD, dall'inizio alla fine, è così controversa e ingarbugliata da apparire incomprensibile. Almeno, ragionando con gli schemi usuali della politica. La cosa è presto detta. I democratici sono così, evidentemente, poco convinti della loro esperienza alla regione, che quando si presenta la prima occasione importante, anzi importantissima, come il rinnovo dell'amministrazione nella quinta città d'Italia, invece di prendere il coraggio a quattro mani e dare una prosecuzione logica e conclusiva al loro ragionamento, propongono la candidatura alla persona che, più di tutte, ha avversato l'appoggio del PD a Lombardo. Misteri della politica. E il bello è che sono stati in religiosa attesa dello scioglimento dell'arcano, sperando chissà cosa. Che risposta si aspettavano? Che l'eurodeputata facesse clamorosamente un'inversione a U e imbarcasse allegramente il terzo polo con annessi e connessi? Ma i democratici sono ingenui sino all'inverosimile, oppure hanno perso la bussola? Ci sono o ci fanno. Il punto è che adesso, al netto di tutti i dettagli secondari, questa nomination, offerta su un piatto d'argento alla fondatrice di Un'Altra Storia, si sta rivelando un boomerang per i bersaniani di Sicilia. Che arriveranno alle primarie ancora più divisi e lacerati di come si presentano adesso. Teoricamente, hanno tre candidati, Faraone, Terminelli e la stessa Borsellino. Di fatto, è come se non ne avessero nessuno, considerato che ciascuno dei tre nomi in campo giocherà in proprio, attingendo da questo o da quel leader democratico una parte dei voti che racimolerà ai gazebo. Mentre, invece, coloro che hanno più soffiato per lo sganciamento dal terzo polo, SEL, sinistre, IDV, Movimenti, si trovano serviti dallo stesso PD una scala reale senza neanche aver faticato più di tanto. Se la situazione è quella descritta, non si capiscono più le remore dell'ex sindaco della primavera Leoluca Orlando. Che attende chiarimenti dal PD in ordine all'alleanza con MPA e compagnia. E non si rende conto che la risposta l'ha già avuta, e nel modo più chiaro, avendo il PD, proprio con la candidatura Borsellino, sconfessato, nella sostanza e nella forma, la propria politica alla regione dell'ultimo anno e mezzo. Che ha dato vita al quarto governo regionale, cosiddetto tecnico, e che si preparava a sentire i primi vagiti del governo politico. E non c'è soltanto quest’aspetto da tenere presente in quanto a contraddizioni dei democratici. In risposta alla loro prima candidatura interna, quella di Davide Faraone, da tempo in campo, hanno sempre posto il problema del progetto da anteporre al nome. Ipotesi di lavoro gettata alle ortiche, senza neanche pensarci, nel giro di niente. Contrordine. Prima la faccia, il nome, importante e autorevole, quello dell'eurodeputata appunto, e poi s’inizia a parlare di cosa fare a Palermo e per Palermo. I due aspetti evidenziati, candidatura offerta a una persona che si è mossa proprio in direzione opposta a quella auspicata dalla maggioranza degli esponenti democratici e abbandono del metodo di scelta, che prevedeva prima le cose da fare e poi i nomi, sono il segno di un partito davvero in stato confusionale. Forse Santa Rita salverà Palermo. Ma per questo PD siciliano, ci vuole direttamente l'intervento dell'Altissimo.

venerdì 28 ottobre 2011

Lotta alla mafia. Fatti e parole.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
28 10 2011
Pag. 47
La mafia ringrazia
Francesco Palazzo

Si fa presto a dire lotta alla mafia. Ma se dalla retorica si passa alla concretezza quotidiana, quella che importa in una simile secolare battaglia, ci si imbatte in una casistica che lascia stupefatti. Non c'è che l'imbarazzo della scelta. Un bar palermitano, Ciro's Spritz, a due passi dal porto, ha dovuto chiudere, licenziando otto impiegati, perché il fondo di solidarietà per le vittime del racket tarda ad attivarsi. Dietro ci saranno tutte le giustificazioni che volete. Ma che i mafiosi, a un anno e mezzo dall'attentato, vedano chiuso un locale che non si è piegato alle richieste estorsive, è una sconfitta per tutti. Inutile catturare latitanti, se poi non si azionano velocemente le leve dello sviluppo e dell'imprenditoria libera. Altro esempio. La certificazione antimafia. A parte la boutade di Brunetta, detta attestazione, per giudizio unanime, giunge, anch'essa, con notevole ritardo. Penalizzando, ancora una volta, gli onesti. Possibile che in tempi di informatizzazione avanzata, non si riesca a fare più velocemente? Possibile. Proseguiamo. I collaboratori di giustizia si sentono abbandonati. Alcuni di loro hanno attuato la decisione più drammatica, suicidandosi. La loro parabola discendente è iniziata negli anni novanta. A un certo punto si decise che erano troppi. Invece di rallegrarsi di avere tante voci provenienti dall'interno, le uniche che possono tracciare scenari e raccontare responsabilità, anche esterne all'organizzazione, si mise in quel meccanismo il bastone tra le ruote. Imponendo pure un tempo limite entro il quale il collaborante deve dire tutto. Risultato: è di molto diminuita la qualità, oltre che la quantità, delle collaborazioni. Sullo stesso filone, uguale riflessione si può fare sui testimoni di giustizia, persone che non hanno commesso reati, ma hanno visto, o sanno comunque qualcosa, su dinamiche criminali. Il loro numero si è quasi completamente azzerato. Ad agosto, una testimone di Rosarno, di 31 anni, si è suicidata. Ma anche se non si arriva a gesti estremi, la vita dei testimoni è comunque un inferno. Come quello di un ragazzo, allievo di padre Puglisi a Brancaccio, che a metà degli anni novanta decise di raccontare ai magistrati quanto sapeva della cosca del rione. La sua vita è stata, è, molto difficile, per usare un eufemismo. Quanti, in queste condizioni, si sentiranno di fare un gesto di civiltà, raccontando alla Stato fatti e nomi? La mafia allegramente ringrazia. Altra storia. Antonio Ingroia, in un'intervista del 28 settembre, afferma che se davvero si vogliono aiutare gli uffici giudiziari, si dia loro la connessione con le banche dati del sistema bancario e finanziario. Non è incredibile che, in tempi di mafia finanziaria, le toghe non abbiano questo strumento? Incredibile, ma vero. Le imprese criminali si spostano col jet e noi le inseguiamo col carretto. Anche in questo fondamentale ambito di contrasto, la mafia sentitamente ringrazia. L'elenco è abbastanza corposo. Comprende le procure con pochi magistrati. Oppure la circostanza che a Catania cinque cancellieri vanno in pensione e non vengono sostituiti. E che dire delle forze dell'ordine a cui spesso mancano benzina e altri elementari presidi. Per non parlare della legge sulle intercettazioni. A molti misfatti di mafia, dicono gli esperti, si arriva attraverso altri reati, cosiddetti satelliti, che sarebbe difficile perseguire se il provvedimento sulle intercettazioni divenisse legge dello stato. Da una norma, invece, già pubblicata, il “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione”, nasce la novità della confisca da attuare entro due anni e mezzo dal sequestro. Pena la riconsegna dei beni ai possessori originari. Non c'è dubbio che c'è chi non mancherà di apprezzare questa chicca. Che arriva direttamente dalle aule parlamentari. E qui siamo al cuore del problema. Perché non si può tralasciare un nodo che non viene ancora sciolto, i rapporti mafia-politica. Pare di essere tornati a decenni addietro. Se un esponente istituzionale viene investito da pesanti sospetti di rapporti con mafiosi, o perché ha chiesto loro voti o in quanto ha fatto con loro affari, situazioni avallate da indagini, intercettazioni e da richieste di rinvii a giudizio, non si prendono provvedimenti di allontanamento. In alcuni casi si festeggia. State certi che la mafia, insieme agli altri, non mancherà di cogliere questo segnale, forse il più dirompente. Ed anche in tal caso, silenziosamente, ringrazierà.

venerdì 14 ottobre 2011

Palermo, il PD torna al passato

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Economia, Cultura
N. 39 del 14/10/2011
Pag. 2
Se il PD gioca la carta Borsellino
Francesco Palazzo

Che qualcuno abbia messo un segno sul calendario, il 29 gennaio del 2012, per la celebrazione delle primarie del centrosinistra a Palermo è già un, faticoso per i tempi di gestazione, passo in avanti. Un punto fermo nel tempo e nello spazio. Restano da risolvere i nodi politici della questione. In primo luogo, ovviamente, i rapporti con il PD di questa area comprendente IDV, SEL, Sinistre e Movimenti vari. Va detto che la galassia democratica, più che un partito, è ormai un insieme di fazioni e ci ha messo molto di suo per arrivare disorientata a questa fase. Il problema che pone, in una città come Palermo, e in una Sicilia dove il centrosinistra ha sempre perso di brutto nell'ultimo decennio, è reale. Senza un allargamento della base elettorale, difficilmente alle prossime amministrative, a Palermo e altrove, il centrosinistra potrà raccogliere risultati soddisfacenti e favorire il ricambio. Come questa nuova messe di voti vada cercata, se mettendo dentro parti di ceto dirigente di altri partiti, come sembra voler fare il PD, oppure cercando di parlare alle città, è il punto della questione. Su tutto il ragionamento pesa come un macigno il modo con il quale i democratici, da una direzione all'altra, stanno gestendo gli equilibri politici alla regione. Ora che il terzo polo dice sì al governo politico, la frantumazione di questo partito è ancora più evidente. Ma anche negli enti locali, questo accordo con il terzo polo per la tornata amministrativa non si capisce bene cos'è. Quando ne parlano, i democratici non citano un solo abboccamento su Palermo, che è la posta in gioco più importante, con queste forze che vorrebbero fare entrare nel recinto. Come si fa a proporre agli altri qualcosa che neanche si conosce nella sua reale portata? Detto questo, le primarie di gennaio, senza il PD, costituirebbero la conta interna a una minoranza che non avrebbe i numeri per arrivare lontano. E' appena il caso di ricordare che questa area, alle regionali del 2008, complessivamente, non ha superato in tutta la Sicilia l'otto per cento. Diciamo in tutta la regione, perché va ricordato che si voterà non solo a Palermo, che come al solito sta fagocitando tutte le attenzioni, ma in 150 enti locali. Si dirà che dal 2008 i contorni politici locali, regionali e nazionali sono molto mutati. E questo è vero. Quel consenso sarà di certo aumentato. Ma è molto difficile, per non dire impossibile, che quella percentuale si sia moltiplicata in maniera miracolosa. Con tutti i movimenti, che però sono una caratteristica soltanto palermitana, da non spalmare su tutta la regione, questo raggruppamento politico, anch'esso abbastanza diviso ed eterogeneo al suo interno, anche volendo attribuire ai partiti più strutturati, IDV e SEL, il massimo di quanto ipotizzato su tutto il territorio nazionale dagli ultimi sondaggi, e sappiamo che è una forzatura quasi inammissibile, perché in Sicilia i numeri sono ben altri, non andrebbe oltre il 20 per cento. Con questa percentuale non si vincono le elezioni, persino banale scriverlo. Ora, molto dipende dalle prossime mosse dei democratici su Palermo. Se riescono a dare un segnale meno confuso, cercando di costruire un percorso unitario con questo schieramento alla sua sinistra, che intanto esiste, possono, eventualmente, porre le condizioni non già per includere il terzo polo, che appare poco interessato a primarie e quant'altro, ma per proporre un cammino che potrebbe, casomai, in un secondo momento, per esempio nell'eventuale molto possibile ballottaggio, attrarre fette di elettorato esterne. E contemporaneamente, perché no, qualche forza politica. A cominciare dai finiani. La kermesse organizzata sabato 8 ottobre, in occasione della visita del presidente della camera nel capoluogo,si è caratterizzata, almeno a parole, per un chiaro messaggio di legalità e rinnovamento. Non c'è motivo per non raccoglierlo da parte di forze che aspirano al cambiamento. Pare che negli ultimi giorni, con l'ipotesi della candidatura Borsellino a sindaco di Palermo, il PD, o una sua parte, stia imprimendo una svolta alla discussione. A meno che ciò non significhi anestetizzare o mandare a monte le primarie, (cosa già attuata con risultati fallimentari per le regionali del 2008, quando il PD impose la Finocchiaro), potrebbe questa soluzione favorire un confronto aperto con quanti, magari di un'altra generazione rispetto all'eurodeputata (o allo stesso Leoluca Orlando), volessero cimentarsi dentro i gazebo.

venerdì 23 settembre 2011

Elezioni a Palermo, si decidano i percorsi e si discuta della città.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultuta, Economia
23 settembre 2011
Quel responso tradito (e l'altro che viene chiesto agli elettori)
Francesco Palazzo

L'apertura al PD del terzo polo in vista delle amministrative del 2012, seppure avvenuta dopo tanti tira e molla, e ammesso che non vi siano marce indietro, a cui siamo ormai abituati, costituisce un fatto nuovo. Rispetto al quale le altre forze politiche del centrosinistra dovrebbero confrontarsi. IDV e SEL hanno già detto che non se ne può fare niente e si riferiscono soprattutto a Palermo. Tuttavia, la Sicilia non è solo Palermo, la prossima primavera si voterà in tanti altri enti locali. E' chiaro che comunque, quanto avverrà nel capoluogo, finirà per influenzare tutte le decisioni che verranno prese negli altri centri. C'è da dire che questo accordo a livello regionale, da spalmare come la marmellata su tutto il territorio siciliano, sconta tutti i limiti del centralismo. Bisognerà vedere, caso per caso, cosa ne pensano e quali sintonie troveranno le classi dirigenti locali. Perché altrimenti si rischia di imporre ovunque un modello che può andare bene per una città e meno per un'altra. Prima di dire si o no, occorre dunque discutere. Sono comprensibili le titubanze di vendoliani e dipietristi. La vicenda regionale, per come si è sviluppata, e per le fortissime ambiguità che ancora presenta, vedi l'ultima infuocata direzione regionale del PD sull'argomento, non è certo un buon viatico per un confronto sereno. Dobbiamo ricordare che la (giusta) critica che si è rivolta a questa esperienza è quella di non essere nata dalle urne. Passaggio fondamentale in democrazia. Da una parte il PDL, che aveva sostenuto Lombardo contro il PD e la propria candidata, e dall'altra IDV e SEL, che si erano spesi con i propri voti per la Finocchiaro contro Lombardo, hanno sempre sostenuto il tradimento del risultato uscito dalle urne nel 2008. C'è poco da aggiungere. Ora che, però, questa alleanza chiede, tra pochi mesi, il riscontro delle urne, cade la motivazione principale e dovrebbe subentrare il ragionamento politico, non pregiudiziale o ideologico. IDV e SEL, sono così sicuri che, ad esempio su Palermo, non si possa proprio discutere con autonomisti, casiniani e finiani? Può essere che abbiano ragione. Ma come fanno a dirlo prima ancora di avere verificato un qualsiasi abboccamento e organizzato un serio tavolo di discussione e confronto sul futuro della città? Occorre, prima di qualsiasi discorso, capire se davvero MPA, UDC e FLI, sono disponibili, e in quali tempi, alle primarie, che ci auguriamo più aperte e partecipate possibili. Metodo di scelta irrinunciabile per il PD, IDV e SEL. Da questo punto di vista, non sembra fuori luogo l'esortazione di Vladimiro Crisafulli ad individuare una data per le primarie, altrimenti, afferma il senatore “ci troveremmo di fronte alla solita manfrina”. Non gli si può dare torto. Peraltro, una data per le primarie, metterebbe un po' tutti di fronte a qualcosa di ineludibile e non spostabile nel tempo. Poi IDV, SEL, sinistre e movimenti vari potrebbero sempre mantenere il punto e differenziarsi da questa prospettiva, organizzando, se vorranno, la conta ai gazebo in maniera autonoma. Del resto, avrebbero dovuto farlo già il 27 febbraio scorso. Non cascherebbe il mondo. Si arriverebbe comunque ad avere delle coordinate certe nel tempo e nello spazio, sperando che nello stesso tempo anche il centrodestra arrivi a chiarirsi sui nomi e sul percorso. Magari celebrando anch'esso le primarie lo stesso giorno in cui lo farà l'altro schieramento, come si ventila. In modo che si possa, finalmente, cominciare a parlare di Palermo. Che è la grande e sofferente assente, eppure dovrebbe essere la protagonista, da questo dibattito, sinora svoltosi soltanto sui sui nomi che vanno e vengono e sulle alleanze. Che i cittadini, elettori ed elettrici, possano iniziare a capire, con poche e semplici parole, evitando inutili enciclopedie, cosa li attende nella prossima legislatura, per quanto riguarda immondizia, periferie, viabilità, servizi, stato sociale e via discorrendo, non sarebbe male. In fondo, la politica, se non ricordiamo male, serve proprio a questo. Dare risposte, più o meno immediate, ai problemi delle comunità.

domenica 18 settembre 2011

Antimafia: le verità sepolte e le giovani generazioni.

LA REPUBBLICA PALERMO – DOMENICA 18 SETTEMBRE 2011
Pagina XII
LE PAGINE BUIE DELL´ANTIMAFIA
Francesco Palazzo

Dalla mafia che spara abbiamo imparato negli ultimi decenni a difenderci. Dalla politica che la fa ingrassare, attraverso voti richiesti in cambio di favori e appalti pubblici, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, quasi mai dei partiti, possiamo prendere le distanze con il voto e comunque siamo in grado di capire personaggi e comportamenti. Anche quando non c´è un pronunciamento dei giudici. Ma come si fa a cautelarsi di fronte agli sviamenti provenienti dagli stessi apparati statali che dovrebbero indagare, sanzionare e valutare per tutti noi? Quando si fa educazione alla legalità nelle scuole, e si dice ai ragazzi che devono combattere i mafiosi nella quotidianità e non possono svendere il loro voto, una volta adulti, si dovrebbe aggiungere un altro capitolo. Dicendo loro di non fidarsi troppo, almeno non sempre, delle azioni di chi la mafia è preposto a combatterla con investigazioni e sentenze. Di quanto sta avvenendo, da tempo, intorno alla strage di via D´Amelio è difficile trovare una definizione che possa descrivere lo sconforto. Si dirà che non è la prima volta che accade. Per citare solo due casi, distanti tra loro nel tempo, avvenne qualcosa di simile per la strage di Portella della Ginestra e per l´omicidio a Cinisi di Peppino Impastato. Ma la cosa più scoraggiante è che mai al pozzo della verità si viene condotti dagli uomini delle istituzioni che si fossero resi colpevoli e che poi maturino un ripensamento pubblico sul loro operato. Prendete, appunto, la strage in cui morirono il giudice Borsellino e la sua scorta. Undici processi, sentenze passate in giudicato e sette persone in carcere. La Procura di Caltanissetta lo definisce, pare con carte molto robuste alla mano, un colossale depistaggio e chiede la revisione dei procedimenti. Vedremo il seguito della vicenda. Il punto è che a farci da guida, novello Virgilio, non sono gli apparati istituzionali, ma un collaboratore di giustizia. Forse che ci sia più moralità in un mafioso che torna sui suoi passi criminali, prendendo un´altra strada, che in soggetti che teoricamente, vestendo gli abiti della democrazia repubblicana, dovrebbero essere più inclini ai sensi di colpa che ai tombali ed eterni silenzi? E qui le cose si fanno ancora, se è possibile, più oscure e sconcertanti. È lecito chiedersi, infatti, se depistaggi di questo tipo, beninteso, ci furono, se si possano essere fermati soltanto a livello operativo, locale, e non abbiano avuto coperture politiche ad alto livello? Un punto di domanda che riguarda tanti capitoli dolorosi e che forse non conoscerà mai la luce del sole. Troppi «non ricordo», memorie che riaffiorano dopo decenni, mezze frasi, ambiguità da parte di soggetti che hanno rivestito (ancora rivestono?) ruoli importanti nello scacchiere politico del nostro Paese. Quest´oblio istituzionale della memoria riguarda, soprattutto, la famosa trattativa, o le trattative, tra Cosa nostra e pezzi dello Stato. Questi accordi inconfessabili, proprio per la reticenza del secondo soggetto, lo Stato, a collaborare, mentre i mafiosi, se cambiano vita, lo fanno, difficilmente potranno essere dimostrati una volta per tutte. Possono esserci alcuni indizi, tuttavia. Ad esempio: se per caso fosse vero che su via D´Amelio vi fu ammoina, e il garantismo ci impone di aspettare i nuovi eventuali gradi di giudizio, sarebbe sbagliato ipotizzare che ci troveremmo di fronte a una tessera, non secondaria, dell'entente cordiale tra cosche e Stato? È un dettaglio rispondere al quesito? Pensiamo di no. Ulteriori risposte, su altre pagine buie, dobbiamo darle alle giovani generazioni. Altrimenti, con questi pesanti scheletri nell'armadio, sarà meglio che per un po' non parliamo loro di antimafia.

domenica 11 settembre 2011

E se provassimo a essere molto meno speciali e un po' più normali?

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 11 SETTEMBRE 2011
Pagina I
L´analisi
La democrazia bloccata dallo Statuto
Francesco Palazzo

La visita del presidente della Repubblica a Palermo ha evidenziato, con coro di voci unanimi, l´occasione perduta dell´autonomismo regionale e la necessità di una sua futura attuazione per garantire sviluppo alla Sicilia. Non è la prima occasione solenne, anzi è l´ennesima, in cui si ascoltano simili parole. Ogni volta è un piagnisteo irrefrenabile e, francamente, non più sostenibile. Interpretato, in primo luogo, dai massimi rappresentati pro tempore della politica siciliana e dai siciliani che siedono nei due rami del parlamento. Mai che qualcuno di loro, fosse ministro, presidente di commissione parlamentare, presidente dell´Ars o governatore, ci dicesse dove è stato sino a questo momento e cosa ha fatto lui affinché lo statuto non fosse soltanto un pezzo di carta stropicciato, dentro il quale nascondere le incapacità della classe dirigente locale e di chi, di volta in volta, l´ha votata. Mai che ci fosse un´assunzione di responsabilità circoscritta, un mea culpa specifico e soggettivo, quanto meno riguardante il partito che si rappresenta. L´autonomia non ha funzionato e la colpa è di nessuno, perché pare sia di tutti e quindi la prossima volta, in occasione di un altro evento ai massimi livelli, risentiremo le stesse stanche e abusate frasi buttate al vento. L´altra teoria di parole che ci tocca ascoltare è che per far funzionare il regime autonomistico ci volevano, e ci vorrebbero, le riforme. L´unica vera riforma, adatta non a far funzionare un assetto istituzionale speciale, ma la normale democrazia rappresentativa e decidente, coincide con il «correggere profondamente la gestione dei poteri regionali e degli enti locali». Sono parole di Napolitano, riprese da Sebastiano Messina nell´editoriale di ieri. Quello che ci vorrebbe, e che non abbiamo, è far funzionare correttamente le assemblee rappresentative e gli organi di governo negli enti locali e alla Regione. Siccome, al contrario, la gestione del potere politico in questi decenni è stata dissennata, ecco il motivo per cui non lo statuto siciliano inattuato, ma la politica in Sicilia ha creato sottosviluppo, clientele, malaffare e, quando è andata bene, qualche leggero passo in avanti. Travestito subito, però, da propaganda sfrenata e populismo di bassa lega. Queste prerogative statutarie regionali, delle quali si favoleggia la completa applicazione, questo continuare a dirsi che Roma e il Nord non hanno fatto quanto era necessario per la Sicilia, sono solo degli appigli che tentano, miseramente, di nascondere che volevamo essere speciali e non siamo riusciti nemmeno a essere normali. E poi c´è lo strumento in sé da considerare. Se qualcosa non funziona per più di 65 anni, oltre i limiti della classe dirigente e di chi l´ha eletta, sopra accennati, vuol dire che quella cosa non è buona, non serve. Per dirla con una frase molto eloquente, utilizzata da Gianni Puglisi davanti al Capo dello Stato, il privilegio si è trasformato in castigo. E forse lo era sin dall´inizio. Era una sberla ed è sembrata una carezza. Un castigo per tutti i siciliani e un´opportunità di nascondersi, ancora chissà per quanto tempo, per coloro che ancora tracciano non credibili disegni di rilancio della particolarità sicula. Senza contare che lo statuto autonomistico è stato il propulsore che ha determinato in Sicilia, dal dopoguerra a oggi, una sorta di democrazia bloccata. Sino all´inizio degli anni Novanta ha governato la Dc, nel ventennio successivo ha sempre vinto il centrodestra. Tanto che l´alternanza, e vale anche per la maggioranza che oggi sostiene il governo cosiddetto tecnico, si è sempre raggiunta, quelle poche volte in cui è stato possibile, attraverso colpi di palazzo, manfrine e trasformismi di varia natura. E mai come conseguenza di libere elezioni. Noi vi diamo lo statuto bello infiocchettato, questo l´implicito patto, e voi ci garantite lo status quo, tranne qualche variazione sul tema. Se questo è vero, inutile chiedersi perché il Trentino ha un rating finanziario da tre A e la Sicilia no. La risposta è semplice. Lì lo sviluppo è venuto prima del particolarismo, quando già avevano imparato ad essere efficienti. Da noi si è pensato, al contrario, che siccome non ce la facevamo da soli a raggiungere, non diciamo la sufficienza, ma la mediocrità, ecco che un pezzo di carta, avente rango costituzionale, con scritto dentro tutto e di più, potesse servire alla bisogna. Così non poteva essere e così non è stato. Come si dice, non è l´abito che fa il monaco. Ma, oggi, nel 2011, quel sontuoso vestito pieno di inutili medaglie va messo in soffitta. Provando, appunto, ma a quanto pare è una fatica immane, ad essere un po´ più normali e molto meno speciali.



venerdì 9 settembre 2011

Elezioni a Palermo, il centrosinistra pensa.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
9 settembre 2011
Pag. 10
Se il PDL spiazza il PD
Francesco Palazzo

Il centrodestra, con il consueto metodo democratico, che è una fotocopia di quello che portò dieci anni addietro alla scelta del sindaco di Palermo in carica, sta cercando di chiudere la quadra sul nome da proporre per la poltrona più alta dell'amministrazione cittadina. Sul nome del rettore Lagalla, in pochi giorni si è passati dal lancio della candidatura, all'accettazione dell'interessato, all'accoglimento dei partiti che dovranno sostenerne la corsa, ad una specie di marcia indietro. C'è, tuttavia, da ritenere che l'operazione sia riuscita. Non è il massimo della partecipazione, veramente neanche il minimo, ma almeno non si può dire che abbiano perso tempo a mettere in soffitta, in un sol colpo, l'era Cammarata e il toto candidato che impazzava da mesi. Il profilo proposto è di peso ed è verosimile che farà suonare più di una sirena nel fronte opposto, leggasi terzo polo. Il centrodestra è partito e ha lasciato il centrosinistra sul posto. Uno a zero e palla al centro. Anche se, vista la caratura della candidatura di cui parliamo, potrebbe già essere un tre a zero difficilmente recuperabile. Era del tutto logico attendersi che, dopo dieci anni di riscaldamento dei motori, fosse proprio l'opposizione, in primo luogo il PD, a scattare per prima dai blocchi di partenza. Ma i democratici, siccome sono impegnati a salvare la Sicilia e non avendo ancora deciso se rompere il fidanzamento con Lombardo, oppure arrivare a un molto tardivo matrimonio d'interesse, hanno scelto proprio la tornata elettorale a Palermo come location per il viaggio di nozze. Perciò, per rispondere ad Alfano che ha incoronato il rettore, una parte del PD cerca qualche nome di peso che possa zittire tutti, trovare una condivisione del terzo polo e mandare in soffitta le primarie. Visto che UDC, MPA e FLI non ne vogliono sapere della conta ai gazebo. Non si capisce bene come possa coesistere questo epilogo con il fatto che il PD conferma che le primarie di coalizione, con dentro IDV, SEL, Federazione delle sinistre e la mitica società civile, si faranno. Pare, tra dicembre e gennaio. Ma IDV, SEL e company le vogliono pure. Niente terzo polo. Quindi il PD rischia di farsele da solo. Ma, ammesso che alla fine riesca a trovare qualcuno con cui farle, ha già posto un altro piccolo problema. I democratici devono avere un solo candidato, per cui si dovrebbe prima procedere alle preprimarie o primarine interne, chiamatele come volete, per stabilire il nome unico del partito. Intanto, la segreteria provinciale, seguendo una consolidata tradizione, ha già provveduto a spostare dal 12 al 23 settembre la riunione della direzione in cui si dovrebbe attivare l'iter per indire le primarie. Insomma, un bel programmino. Agile e, soprattutto, veloce. Non è che le cose vadano meglio nello spezzone di centrosinistra comprendente IDV, SEL sinistre e movimenti vari. A dire il vero, loro, le primarie le avevano pure convocate nel corso di un'infuocata assemblea svoltasi sul finire del 2010. Dovevano svolgersi il 27 febbraio di quest'anno. Ma sfortuna ha voluto che quel giorno passasse senza che nessuno si accorgesse di niente. Ma non si sono arresi. Ora è prevista un'altra assemblea al calor bianco, che si terrà a fine settembre, per decidere una prossima data nella quale svolgere le primarie. Anche qui, dunque, si va celeri e determinati verso l'obiettivo. Come se non bastasse questo travaglio interiore, che ben conosciamo, giunge anche la candidatura di Leoluca Orlando. Ma non da subito, se ne riparlerà il 21 marzo del 2012, se per caso le primarie fallissero. Al momento, dunque, per giocare la partita che avrà il suo culmine tra otto mesi, che al centrosinistra evidentemente sembrano un'eternità, solo una parte politica, quella che teoricamente avrebbe dovuto avere più difficoltà, ha impresso la propria zampata, forse quella decisiva, sul confronto elettorale. IDV, SEL, sinistre e movimenti navigano a vista. Nel PD, azionista di maggioranza dello schieramento, il pallino dell'immobilismo è al momento nella mani di coloro che hanno consentito al governatore di stravincere le regionali del 2008. Il rettore, insomma, ammesso che alla fine, come crediamo, sarà lui il candidato del centrodestra, può dormire sonni tranquilli. Si guardi più dagli amici, che i nemici sinora giocano per lui.

mercoledì 31 agosto 2011

Soldi a palate e sottosviluppo

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 31 AGOSTO
PAG. VIII

NUMERI
Quanto ci da' lo Stato
Francesco Palazzo

Spesa statale nelle regioni nel 2009: nel Lazio 30 miliardi 481 milioni. In Sicilia 24 miliardi 26 milioni. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: seconda.

venerdì 26 agosto 2011

FUGA PER LA VITTORIA

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 26 AGOSTO 2011
Pagina XIII

NUMERI

CERVELLI IN FUGA
Francesco Palazzo


Saldo migratorio intellettuale nelle regioni tra il 2004 e il 2007: in Emilia Romagna più 31 per cento di giovani laureati, in Sicilia meno 21 per cento. Posizione della Sicilia nella classifica: sedicesima.

sabato 13 agosto 2011

Putìn e picciriddi.

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 12 AGOSTO 2011
Pagina XIX

NUMERI

Gli asili fantasma
Francesco Palazzo

Presa in carico negli asili nido pubblici ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni: in Emilia Romagna il 29,5%, in Sicilia il 5,2. Media italiana: 13,6%. Posizione Sicilia nella classifica: diciassettesima.

lunedì 8 agosto 2011

Noi siciliani ci differenziamo. Sempre.

LA REPUBBLICA PALERMO – DOMENICA 07 AGOSTO 2011
Pagina XIX
NUMERI
LE CIFRE DEL BIDONE
Francesco Palazzo

Raccolta differenziata rifiuti nel 2010: in Sicilia 7,7%, in Piemonte 54,3%. Media italiana: 31,7%. Posizione Sicilia: ultima. Incrementi raccolta differenziata dal 2000 al 2010: Sicilia + 5,1%, Sardegna + 48,8. Media italiana: 22,8%. Posizione Sicilia: ultima

lunedì 1 agosto 2011

Borsellino, le scomode parole dimenticate dalla classe dirigente che lo commemora il 19 luglio.

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 31 LUGLIO 2011
Pagina X

IL METODO BORSELLINO
Francesco Palazzo


«L´equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice che quel politico era vicino al mafioso, però la magistratura non l´ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va». Sono le parole di un giustizialista, di un esponente di estrema sinistra, di un forcaiolo, di un antimafioso da salotto? No, sono parole di Paolo Borsellino. Era il 26 gennaio 1989, doveva ancora cadere il muro di Berlino, e il magistrato si rivolgeva così agli studenti di Bassano del Grappa: «La magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, però siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri poteri dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati dati perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza». Sono trascorsi più di ventidue anni da quella conferenza, diciannove da via D´Amelio, eppure siamo sempre allo stesso punto. Queste riflessioni di Paolo Borsellino, non un giustizialista, non un forcaiolo, non un esponente di estrema sinistra, ma un uomo delle istituzioni, sono ancora più che mai valide. Dovrebbero ormai costituire solo memoria. Come mai, da allora, nei fatti, oltre la retorica, non si è fatto alcun passo in avanti, anzi si è, per certi versi, come tornati indietro? I partiti sono ancora lì, trepidanti e afasici, che discettano, ogni volta che se ne presenta l´occasione, sui tre gradi dell´ordinamento giudiziario, sui rinvii a giudizio. Mai che riescano ad intervenire prima. Salvo poi mischiare, confusamente, politica e giustizia. Spaccando in quattro, a secondo di come conviene, il capello della cronaca e dei fatti, per trovare un cantuccio, sempre più piccolo e buio, dove ripararsi e aspettare che passi la piena. In attesa che il giudice entri in aula per leggere la sentenza, che una Procura compia un atto, in un verso o in un altro, che si vada o meno a processo. Ecco qual è il vero uso politico della giustizia. Non sono le toghe che invadono il campo, ma è la politica che vuole utilizzarne, per propria interna incapacità ad autodeterminarsi, l´operato. Troppi, al cospetto delle parole limpide e senza sconti di Borsellino, sembrano tanti azzeccagarbugli del fatuo. Che affogano, nel bicchiere del potere, le parole semplici che dovrebbero pronunciare e che non sanno o non possono dire, se non quando è ormai troppo tardi per evitare gli schizzi di fango. E cioè che non importano i giudizi dei tribunali sui singoli, ma i loro comportamenti sulla scena pubblica e privata. Che talvolta emergono da circostanze acclarate e dalle stesse dichiarazioni dei protagonisti. Ma, insomma, si può ancora sostenere in buona fede, nel 2011, che si possono stringere tutte le mani e che non ci s´impiccia più di tanto della caratura criminale delle persone con le quali si viene a contatto? Chi non è in grado di distinguere tra una crocerossina e un criminale, seppure incravattato e profumato, non può ambire ad occupare ruoli istituzionali.




venerdì 22 luglio 2011

Paolo Borsellino: mafia e politica. Le idee dimenticate di un moderato.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
22 7 2011
Pag. 46
La lezione di Paolo Borsellino
Francesco Palazzo


“L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice che quel politico era vicino al mafioso, però la magistratura non l'ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va”. Sono le parole di un giustizialista, di un esponente di estrema sinistra, di un forcaiolo, di un antimafioso da salotto? Era il 26 gennaio 1989, doveva ancora cadere il muro di Berlino. Un'altra era. Paolo Borsellino, è sua la frase, si rivolgeva così agli studenti di Bassano del Grappa. Il giudice proseguiva. “La magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, però siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri poteri dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati dati perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza”. Sono trascorsi più di ventidue anni da quella conferenza, diciannove da Via D'Amelio, eppure siamo sempre allo stesso punto. Queste riflessioni di Paolo Borsellino, non un giustizialista, non un forcaiolo, non un esponente di estrema sinistra, ma un uomo delle istituzioni, alle quali ha consegnato consapevolmente la propria vita, sono ancora più che mai valide. Dovrebbero ormai costituire solo memoria. Come mai, da allora, nei fatti, oltre la retorica, non si è fatto alcun passo in avanti, anzi si è, per certi versi, come tornati indietro? I partiti sono ancora lì, trepidanti e afasici, che discettano, ogni volta che se ne presenta l'occasione, sui tre gradi dell'ordinamento giudiziario, sui rinvii a giudizio. Mai che riescano ad intervenire prima. Salvo poi mischiare, confusamente, politica e giustizia. Spaccando in quattro, a secondo di come conviene, il capello della cronaca e dei fatti, per trovare un cantuccio, sempre più piccolo e buio, dove ripararsi e aspettare che passi la piena. In attesa che il giudice entri in aula per leggere la sentenza, che una procura compia un atto, in un verso o in un altro, che si vada o meno a processo. Ecco qual è il vero uso politico della giustizia. Non sono le toghe che invadono il campo, ma è la politica che vuole utilizzarne, per propria interna incapacità ad autodeterminarsi, l'operato. Troppi, al cospetto della parole limpide e senza sconti di Borsellino, che ogni anno viene osannato il 19 luglio, tanto ormai è morto e non può più ridire quelle frasi, ma chissà quanti attacchi riceverebbe ancora se fosse vivo, sembrano tanti azzeccagarbugli del fatuo. Che affogano, nel bicchiere del potere, le parole semplici che dovrebbero pronunciare e che non sanno o non possono dire, se non quando è ormai troppo tardi per evitare gli schizzi di fango. E cioè che non importano i giudizi dei tribunali sui singoli, ma i loro comportamenti sulla scena pubblica e privata. Che talvolta emergono da circostanze acclarate e dalle stesse dichiarazioni dei protagonisti. Ma, insomma, si può ancora sostenere in buona fede, nel 2011, che si possono stringere tutte le mani e che non ci s'impiccia più di tanto della caratura criminale delle persone con le quali si viene a contatto? Chi non è in grado di distinguere tra una crocerossina e un criminale, seppure incravattato e profumato, non può ambire ad occupare ruoli istituzionali. Dobbiamo forse credere che, così come si paga una prostituta per non farla più andare sulla strada, si frequentino mafiosi per redimerli e portarli sulla buona via della legalità? Lasciamo che a rispondere sia Paolo Borsellino, con un altro passaggio del discorso rivolto sempre agli studenti di Bassano del Grappa. “Ma tu non ne conosci gente che è disonesta ma non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto, che dovrebbe indurre soprattutto i partiti non soltanto a essere onesti ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti?”.

lunedì 18 luglio 2011

Centrosinistra a Palemo: i pezzi che non combaciano.

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
15 7 2011
Elezioni, i nani a Palermo
Francesco Palazzo

Il dibattito nel centrosinistra, per le prossime amministrative a Palermo, si riaccende. Il nodo del perimetro dell’alleanza ha ripreso il sopravvento. Quello che crea problemi è lo schieramento che sostiene il governo regionale. I democratici intendono portare la coalizione che appoggia Lombardo negli enti locali, cominciando da Palermo. IDV, Sinistra e Libertà e movimenti, con qualche sensibile distinzione, vedono come il fumo negli occhi tale prospettiva. Tanto che avevano solennemente convocato le primarie per il 27 febbraio. La data è alle nostre spalle. Ormai siamo alla politica degli annunci. Un po' come il referendum su Lombardo, che una parte del PD estrae o rimette nel fodero a giorni alterni. Nel frattempo si è consumata una spaccatura nei movimenti civici. C'è chi vuole subito andare al confronto elettorale e c'è chi invece vuole seguire un metodo più partecipato e lento per la scrittura del fatidico programma. Non sappiamo se la nuova legge elettorale, che prevede il segno confermativo per il candidato sindaco e neutralizza il voto di trascinamento, cambierà qualcosa rispetto alla tradizionale anemia di voti che, dopo l'esperienza orlandiana, caratterizza il centrosinistra. Quel che è certo è che si voterà la prossima primavera, restano una manciata di mesi per definire convergenze possibili o spaccature definitive. A occhio e croce, l'alleanza PD-MPA non sembra una gioiosa macchina di consenso. Se vediamo i risultati delle amministrative del 2007, sommando i voti presi dagli autonomisti a quelli di DS e Margherita, allora ancora divisi, non si va oltre il 20 per cento. Ci sarebbero gli altri tre partner della maggioranza regionale, UDC, FLI e API. Ma anche il loro peso, considerato che dall'UDC sono andati via quelli che i voti ce l'hanno e che FLI e API non dovrebbero fare sfracelli, non appare in grado di apportare percentuali consistenti. Facendo alcuni calcoli con i risultati del 2007, se aggiungiamo un altro 10 per cento, è già tanto. Dall'altra parte, nel centrosinistra, abbiamo IDV e SEL. La prima, già alle elezioni del 2007, considerate le tre liste che presentò, si posizionò al 12 per cento. Sinistra e Libertà pare in grado, secondo un sondaggio di Demopolis, di sommare ai propri voti anche un sensibile pacchetto di suffraggi che preleverebbe direttamente dal PD. Nel 2007, le liste di sinistra andarono oltre il 5 per cento. Sinistra e Libertà dovrebbe aggiungere un paio di punti in più. Poi c'è da considerare che la miriade di movimenti che pullula a Palermo, identificabile in massima parte come di area centrosinistra, può essere nelle condizioni di spostare almeno un 5 per cento. Allora, diciamo che il PD, dal lato dell'attuale maggioranza all'ARS, se dovesse limitarsi a questa, non dovrebbe andare oltre il 30 per cento. Dalla parte, invece, scaricando MPA e compagni, potrebbe attestarsi intorno al 35 per cento se privilegiasse IDV, SEL e Movimenti. Che, però, da soli, non supererebbero il 25 per cento. In tutti i casi, tenendo presenti i tre scenari separati, si è ben lontani dalla maggioranza assoluta dell'elettorato, ed è difficile che il voto confermativo per il candidato sindaco possa trasformare i nani in giganti. Anzi, è pure probabile che se il centrosinistra si presentasse spaccato, rischierebbe di non arrivare neanche al ballottaggio. Ora, il punto è capire se si possa tornare a ragionare. Lo deve fare il PD, portando il discorso su un piano non meramente elettoralistico, che è di corto respiro, oltre che debole. Lo devono fare IDV, SEL, movimenti e quant’altro, guardando la realtà palermitana per quella che è, mettendo da parte le tentazioni frontiste di stagioni passate e confrontandosi sulle cose concrete. Bisognerebbe muoversi in fretta. Ma è probabile che lo stallo, o meglio la guerra fredda, proseguirà ancora per un tempo indefinito.

venerdì 15 luglio 2011

Dopo dieci anni ci riprovano.

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 15 LUGLIO 2011
Pagina I
Le primarie a sinistra servono solo per litigare

Francesco Palazzo

Tutti nel centrosinistra vogliono le primarie per decidere la candidatura a sindaco di Palermo. Le desiderano talmente tanto che non riescono a identificare una data per celebrarle. Strano, no? Ma il centrosinistra palermitano ci ha abituati a questo e altro. All´inizio del decennio, correva l´anno 2001, si doveva individuare il successore di Leoluca Orlando. Un sindaco, al di là delle controverse opinioni sul suo operato, molto popolare, soprattutto nei quartieri periferici. Dunque un´esperienza facile da difendere in campagna elettorale. Sapete come andò. I tanti egocentrismi si misero subito all´opera e si confezionò il delitto politico perfetto. Si arrivò all´ultimo minuto e si consegnò allegramente per più di due lustri la città al non governo. Dopo dieci anni tornano sul luogo del misfatto. E ci riprovano. Questa volta il punto di partenza non è l´era orlandiana da monetizzare ai seggi. Il compito sarebbe ancora più semplice. Devono solo passare all´incasso, sfruttando il baratro di una doppia legislatura disastrosa. Tanto Orlando aveva raggiunto l´apice del gradimento nei rioni popolari, quelli dove si vincono e si perdono le elezioni, tanto è netta l´avversione di quella grande fetta di elettorato verso il sindaco in carica, le sue molteplici giunte e i partiti che ancora lo sostengono. Forse stando fermo il centrosinistra riuscirebbe a vincere senza faticare più di tanto. Invece no. Hanno iniziato da tempo ad agitarsi l´un contro l´altro armati. Se non è una replica del 2001, poco ci manca. Vedremo quanto ci metteranno per individuare un giorno in cui chiamare i votanti ai gazebo. I malpancisti verso le primarie affermano che esse sono soltanto uno strumento. Benissimo, lo utilizzino. Non garantiscono la vittoria? Ma chi ha mai detto che l´elezione primaria è un viatico sicuro per alzare la coppa al cielo? Del resto, neanche il non farle porta bene. Prendete le regionali del 2008, quando una parte del Pd, quella che oggi benedice Lombardo, impose la candidatura alla presidenza infischiandosene di gazebo con annessi e connessi. L´attuale governatore vinse facile, rifilando al centrosinistra un cappotto molto presto dimenticato e per il quale nessuno ha pagato alcun prezzo politico. La segreteria provinciale del Pd sarebbe d´accordo, a parole, sulle primarie. Vedremo se lo stimolo lanciato da tre deputati regionali democratici servirà al partito per cimentarsi nell´immane sforzo di indicare un giorno del calendario nel prossimo autunno. Rispetto al quale chi deve risolvere le contraddizioni, per primi gli stessi democratici, avrà un limite temporale certo e improcrastinabile per farlo. Questo dovrebbe capirlo anche Italia dei valori, che prima di indire le primarie vuole il programma. Di simili pezzi di carta son piene le fosse. L´impressione che si ha, e non è la prima volta, che l´elezione primaria, da possibilità di scelta in mano agli elettori, si voglia trasformare in un corpo contundente che il ceto politico si lancia contro nella lotta tra partiti e ra correnti interne. Piuttosto che perdersi ancora in chiacchiere inutili, il centrosinistra metta in campo tutte le candidature e dia una vera possibilità di scelta al popolo dei gazebo. Non ci si trinceri a oltranza dietro la situazione politica che si è venuta a creare alla Regione. Quest´ultima, infatti, può essere un doppio comodo alibi per restare immobili. Sia per chi l´appoggia, e intende aspettare chissà cosa per sbloccare la situazione, sia per coloro che non la digeriscono. I quali, paradossalmente, rischiano di alimentare lo stesso gioco dell´attendismo a oltranza già praticato, per altre ragioni, nel 2001. Non vorremmo che il centrosinistra, come dieci anni addietro, perso alla ricerca dell´ottimo e smarrito nel dedalo dei molteplici e vani ultimatum, lanciati da una parte all´altra, dimentichi il drammatico presente di questa città e la riconsegni, come un pacco regalo, alla stessa parte politica che l´ha malamente, o per nulla, amministrata.

lunedì 11 luglio 2011

Elezioni a Palermo: il centrosinistra e Santa Rosalia.

LIVESICILIA
lunedì 11 luglio 2011



Francesco Palazzo

Il dibattito nel centrosinistra, per le prossime amministrative a Palermo, si riaccende e si spegne come l’albero di natale, a intermittenza. A fiammate improvvise, fanno seguito settimane di silenzio. Ogni volta che lo intravediamo, si parla incessantemente del perimetro dello schieramento da presentare alle urne, senza arrivare mai a un punto fermo. E’, diciamocelo, un problema per il quale i palermitani di questa area politica, e anche gli altri che potrebbero votarla, non ci dormono la notte. Stolti come sono, mica vorrebbero avere un sindaco vero, degli assessori competenti e non dei prestanome, un consiglio comunale efficiente e non un’accozzaglia politica indistinta. Non vogliono proprio sentire ragioni. Si sono fissati con questo fatto delle alleanze e non ci può niente per smuoverli. E’ inutile dirgli che si voterà tra nove mesi e che ci vuole più concretezza e velocità nel delineare l’ampiezza della compagnia, dei candidati a sindaco che non indichino la luna, ma pochi e qualificati punti programmatici, la possibilità di sceglierne uno attraverso le primarie e poi iniziare la navigazione, per vedere cosa è rimasto di Palermo dopo dieci anni di non governo e capire da dove cominciare per recuperare qualcosa. Niente ci può. Loro continuano a interrogarsi sui massimi sistemi dell’aritmetica politica. Quanto farà questo più quello? Sempre a perdete tempo con queste quisquilie. Anche a Borgo Nuovo e allo Zen. Nei bar di quei rioni non si parla d’altro. Meno male che almeno i partiti e i movimenti hanno le idee chiare. Il Pd, per dire, ha già fissato improrogabilmente, nel periodo compreso tra settembre 2011 e gennaio 2012, un’assemblea cittadina di partito per decidere senza mezzi termini il da farsi. Lo sforzo è serio. L’incontro, come da tradizione consolidata, sarà opportunamente spostato di mese in mese, sino alla vigilia delle elezioni, quando si svolgerà alla presenza del solito inviato da Roma. Per non perdere ulteriore tempo, mica stanno ad asciugare le balate della Vucciria, come direbbe Bersani, è già pronto l’ennesimo fondamentale comunicato. Che solo all’apparenza non dirà nulla, ma sarà capito senz’altro dagli abitanti di Brancaccio e del Capo. Così la smetteranno di riunirsi quotidianamente nelle ridenti e fiorite piazze dei loro quartieri prendendosi a male parole dalle tribune contrapposte di riformisti, rivoluzionari e inciucisti. Stanno lavorando alacremente pure Idv, Sel e Movimenti vari. Quest’ultimi così osmoticamente uniti che manco si parlano più. Ma lo fanno per disorientare meglio l’avversario. Tutti insieme, Idv, Sel e movimenti, vogliono le primarie ad ogni costo. Legittimamente, le pretendono però allo stato puro, senza pericolose contaminazioni. Ciò forse aiuterà gli abitanti del Cep e dello Sperone a smetterla di pensare ossessivamente, come fanno da mesi, al temuto ingresso delle truppe finiane, casiniane e lombardiane nel sacro recinto dei gazebo. Insomma, mentre i cittadini perdono tempo affogati nel politichese, disinteressandosi beatamente dei problemi della città, i partiti e i movimenti del centrosinistra lavorano sodo e mirano alla sostanza, alla celerità e alla chiarezza. Ciò contribuirà a far dirottare verso un atteggiamento più costruttivo anche Santa Rosalia, lassù sul Monte Pellegrino. Sembra che negli ultimi tempi la santuzza sia distratta e non si interessi più del destino di Palermo. Incredibilmente, ci dicono, la vedrebbe bella e fiorente. Tutto perché si è incaponita a meditare giorno e notte sul regolamento delle primarie perfette.



Sicilia: mezzi pubblici cercasi.

La Repubblica Palermo
09 luglio 2011 — pagina 21

NUMERI
L' AUTOBUS CHE NON C' È
Francesco Palazzo

 
Offerta di mezzi pubblici urbani ogni diecimila abitanti: Milano 20,9, Venezia 16,5, Torino 15,8. Sicilia: Catania 11,7, Palermo 8,5, Messina 3,4.

giovedì 9 giugno 2011

AMAT, tre al posto di uno.

LiveSicilia
Ma non c’è solo la Gesip…

Francesco Palazzo

giovedì 9 giugno 2011


Non solo Gesip. Non abbiamo, ad esempio, più notizie dell’Amat dopo che è stato bocciato dal consiglio comunale, era il 12 maggio, il piano industriale dell’azienda. Da Palazzo delle Aquile avevano chiesto che quel budget venisse ripresentato dopo quindici giorni con opportuni tagli. Forse ci siamo distratti, ma ci pare che niente è più accaduto. E magari domani, passato (ma passerà?) il ciclone Gesip, ci ritroveremo con il tornado Amat. Difficile capire di chi è la colpa di ciò che non funziona in una grande metropoli dopo dieci anni di triste disamministrazione. Da tempo la politica è fuggita da Palermo. Diventa dunque ardua ogni puntuale analisi dei torti e delle ragioni. Ci sono, tuttavia, nella gestione di un’azienda, aspetti che forse non dipendono dalla politica, almeno non direttamente, ma innanzitutto dall’ordinaria e corretta gestione delle risorse umane. Confindustria Sicilia ha recentemente affermato che bisognerebbe privatizzare i servizi che forniscono, si fa per dire, le società partecipate dal Comune. Non sappiamo se questa potrebbe essere la soluzione. E’ certo, però, che con una gestione davvero privata, alcune prassi consolidate non si vedrebbero neanche con il cannocchiale. Chi fa impresa, rischiando di proprio e non mettendo continuamente le mani nei fondi pubblici, deve fare degli utili. E i profitti si raggiungono, in primo luogo, ottimizzando, e non sprecando, le risorse umane di cui si dispone. Sia chiaro, in Sicilia questo sciupio è la norma, neanche ce n’accorgiamo più. L’altra settimana, in un ufficio comunale, cinque impiegati discutevano, nell’atrio, amabilmente e calorosamente, dell’ultima sfortunata impresa calcistica del Palermo. Poi, all’interno, l’impiegata è stata cordiale ed efficiente. Insomma, alle nostre latitudini ci siamo abituati a vedere, per ogni servizio reso dagli uffici pubblici, un numero di stipendiati largamente superiore alla bisogna. E’ come quando piove a Londra o c’è nebbia in Val Padana. Ma in certi giorni, forse perché sei più libero da altri pensieri, ci fai caso. Il fatto è il seguente. Nell’ora di punta, circa le 13, di un giorno feriale e assolato di quasi estate, dunque con tantissima gente in giro, improvvisamente, nel bus 102, una delle due linee, insieme al 101, più servite e utilizzate della città, si materializza un controllo dei titoli di viaggio. Normale amministrazione, o quasi, visto che i tantissimi che non pagano a Palermo hanno molte probabilità di farla franca. Chi ha il biglietto lo esibisce, c’è chi si affretta tumultuosamente a compilarlo a penna e chi serenamente prepara direttamente il documento per la multa in arrivo, senza scomporsi più di tanto. Tutto si svolge in un silenzio e in una compostezza quasi nordici. L’unica cosa che stona è il numero d’uniformi in giro. Tre. Tanti sono gli addetti che si prodigano a verificare paganti ed eventuali portoghesi. Perché un drappello così consistente di controllori, in un tratto al centro del capoluogo e in un’ora tra le meno solitarie? Non siamo mica in un quartiere dell’estrema periferia palermitana in orario serale e durante un temporale invernale. E anche in quel caso tre impiegati, ne converrete, sarebbero pure troppi. Due basterebbero. Ma ci troviamo nel salotto di Palermo, dove è facile far convergere, se ve ne fosse bisogno, quasi istantaneamente le forze dell’ordine. Ora, noi non siamo esperti di conti e di strategie aziendali. Sarà per questo che ci sembra semplice pensare che se nelle due linee di trasporto pubblico solitamente più affollate della quinta città d’Italia, si riuscisse, sempre, a fare pagare tutti, i conti dell’Amat non potrebbero che averne giovamento, prendendo un po’ di respiro. Allora, se invece di tre addetti nello stesso autobus, nelle due linee suddette, se ne facesse salire uno per ogni vettura che transita, si potrebbero controllare, praticamente a tappeto, e comunque più rapidamente e con più efficacia, quasi tutti i passeggeri. Elementare, Watson! Probabilmente, tuttavia, incompetenti come siamo di piani aziendali, tanto elementare non sarà.



venerdì 3 giugno 2011

Sicilia: assistenzialismo senza assistenza.

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 03 GIUGNO 2011
Pagina XI

NUMERI
L´ASSISTENZA SOCIALE

Francesco Palazzo


Spesa pro-capite annuale per l´assistenza sociale: in Val d´Aosta 263 euro, in Sicilia 70,3. Media italiana: 111 euro. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: quindicesima.

venerdì 27 maggio 2011

Sicilia: più autoscuole meno controlli.

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 27 MAGGIO 2011
Pagina XVIII
NUMERI
AUTOSCUOLE E PATENTI
FRANCESCO PALAZZO



Autoscuole in Italia: 7.140. In Lombardia ce ne sono 976, una ogni 10.109 abitanti. In Sicilia 793, una ogni 6.362 abitanti. Idonei agli esami ogni 10.000 abitanti: in Lombardia 13, in Sicilia 19.

Festa sotto la Mole, annacamenti sotto Monte Pellegrino.

CENTONOVE
27 5 2011
Pag. 47
Se Milano è un altro pianeta
Francesco Palazzo

Il risultato elettorale che giunge da Milano, in attesa di conoscere l'esito del ballottaggio, sembra provenire da un altro pianeta rispetto al dibattito intorno al quale ci si arrovella a Palermo. Governo tecnico o politico alla regione? Primarie o no per le amministrative palermitane? Chi si credeva d'essere l'avanguardia dell'azione politica italiana, potrebbe scoprirsi oggi a gestire l'ultimo scampolo di passato. Il 15 e il 16 maggio la capitale morale ha cominciato a disegnare il futuro. Ci ritroviamo, ad esempio, ad alimentare una spinta autonomista che ha trovato più di una sponda in casa democratica. Addirittura si afferma che la Sicilia potrebbe farcela da sola. Una battuta, sconcertante, che fa il paio con la solita litania del “non faremo più un solo precario”, recitata mentre si fanno altri precari. E ciò mentre il leghismo comincia a mostrare i primi segni di seria incrinatura nella sua città simbolo e in altri comuni dove prima spopolava. Coltivando il particolarismo sicilianista, come si faceva nell'ottocento, fatto tra l'altro di pianti, sprechi e incapacità a spendere i fondi comunitari, più che moderni sembriamo fuori tempo massimo. Si deve evidenziare un altro aspetto. Mentre nella città di Palermo, il PD aspetta chissà cosa per procedere verso le primarie, magari per giungere all'ultimo momento presentando un candidato e delle liste deboli, a Milano, ma non solo, proprio i gazebo hanno salvato, individuando una figura convincente e convinta come Pisapia, tutto il centrosinistra. Si badi bene, senza l'apporto del terzo polo. E non è che nel capoluogo lombardo siamo in Emilia Romagna. L''ultimo sindaco non di centrodestra si è avuto vent'anni fa. Al momento il PD, in Sicilia, può dire più di una parola. Sia perché senza il suo apporto il governo regionale non campa più di cinque minuti, sia per il motivo che il voto di metà maggio da ai bersaniani nuova linfa. Una riflessione va fatta su questa storia che il tracollo berlusconiano al nord abbia avuto inizio in Sicilia e ne sia diretta conseguenza. Chi nel PD sostiene questa tesi, dimentica che a Milano, Berlusconi ha perso le elezioni, in Sicilia ancora no. A Palermo e Catania da un decennio il centrodestra esce vittorioso dalle urne. Alla Regione la coalizione berlusconiana ha stravinto nel 2001, nel 2006 e nel 2008, in quest'ultimo caso umiliando l'avversario. Il PD è al governo, forse ogni tanto se lo scorda, attraverso un'operazione di palazzo. A Milano è accaduto esattamente il contrario. Tutto si sta svolgendo fuori dal palazzo. La trama del film, dunque, è un po' diversa da come ci viene raccontata dai democratici siculi. E forse lo sanno bene pure loro, visto che vanno a festeggiare Fassino nel capoluogo piemontese, e non sanno, a dieci mesi dal confronto elettorale, che pesci prendere in quello siciliano. In coda al ragionamento, va inserita una chiosa sulla legge elettorale. Quella siciliana per gli enti locali è stata riformata. Il voto di lista non trascinerà più il candidato sindaco verso cui l'elettore non esprimerà un segno di approvazione. Una possibilità in più di scelta. Tutta salute. I democratici sostengono che si avranno migliori sindaci e il centrodestra non sarà più favorito dalle liste forti che in genere presenta. Allora si potrebbe pensare che è per questo che a Milano, Bologna, Torino, Cagliari e altrove, si sono registrati risultati soddisfacenti. Si sorprenderanno, quelli del PD, nel sapere che i milanesi, i bolognesi, i torinesi, i cagliaritani e tanti altri, hanno votato, nei comuni con più di quindicimila abitanti, con la regola elettorale che in Sicilia è stata appena abrogata. Significa che l'elettorato siciliano è analfabeta, non sa votare, appoggia inconsapevolmente sindaci che mai voterebbe, mentre in tutto il resto d'Italia sono tutti più intelligenti? No, vuol dire soltanto che se riesci a cambiare la proposta politica l'elettorato lo capisce. Dove non sei in grado di farlo, come a Napoli, vieni punito. Il PD e il centrosinistra, in Sicilia, sono più vicini a Milano o a Napoli? 

venerdì 20 maggio 2011

Religione, le masse e il potere

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
20 maggio 2011
Pag. 47
Omofobia, la veglia negata
Francesco Palazzo


La querelle sulla veglia contro l'omofobia, negata dalla curia palermitana e svoltasi lo stesso il 12 maggio, di fronte ad un portone chiuso che faceva intravedere una chiesa illuminata, rimanda, a ben vedere, al di là delle controversie dialettiche sulla circostanza in questione, circa la quale è stato detto più o meno tutto, a una storia di ordinario rapporto con il potere. Sì, proprio così. Né più, né meno. Tutta la storia traccia, infatti, una dinamica, sin troppo conosciuta e assai antica, circa il nesso perverso tra chi il potere, compreso quello religioso, esercita, e chi il potere, sempre compreso quello religioso, subisce. Se la chiesa cattolica autorizza, per ben due anni di seguito, ossia nel 2008 (4 aprile) e nel 2009 (17 maggio), la veglia contro l'omofobia a Palermo, dentro una chiesa cattolica, quella di San Saverio all'Albergheria, due eventi abbastanza pubblicizzati, va benissimo che ciò accada. Tutti allineati e coperti i credenti in Dio, Patria e famiglia eterosessuale di stretta osservanza. L'ha detto il capo e non è il caso di scomodare né la linea ufficiale del cattolicesimo sugli omosessuali, meglio omoaffettivi, visto che il sesso non copre certo tutta la gamma dell'affettività umana, come tendono a credere i cattolici, né quel documento del 1986 dell'attuale papa Benedetto XVI, quando ancora c'era, pensate un po', tutto intero il muro di Berlino. Se nel 2011, due anni dopo, non dopo due secoli, sempre la stessa chiesa, e sempre lo stesso arcivescovo di Palermo, divenuto nel frattempo cardinale, dice che no, quel momento di preghiera non si può più celebrare, almeno non dentro un luogo cosiddetto sacro, ecco che quei fedeli, che nel 2008 e 2009 non avevano avuto niente da obiettare, si ricordano che in effetti a Roma c'è un certo orientamento sull'omosessualità che bisogna rispettare alla lettera. E che il cardinale non aveva alternative. Dimenticando, il potere è così, basta un suo pronunciamento per cancellare pure la memoria recente e far cambiare la curva da cui tifare, che due e tre anni prima l'alternativa c'era stata eccome. E poi rispolverano, sempre i fedeli, che forse lo sconoscevano del tutto un minuto prima, ma solo perché il potere lo tira questa volta giù da uno scaffale impolverato, quel preziosissimo e inestimabile documento del 1986 sull'atteggiamento da tenere verso chi ama persone dello stesso sesso. Che ogni cattolico, palermitano e siciliano, terrà senz'altro sopra il comodino per le riflessioni serali, dopo le preghiere di rito. Magari prendendo casualmente di esso quella parte che più conviene citare al potere per confermare se stesso e confermarsi agli occhi e alle orecchie dei credenti e praticanti più sensibili alle direttive che provengono dall'alto a corrente alternata. Cosa ricavare, infine, da questa vicenda? Non so voi, ma io una certa idea me la sono fatta. Talvolta, per non dire sempre, ci perdiamo in analisi e contro analisi, polemiche e contro polemiche. Guardiamo il dito e non scrutiamo più la luna. Smarriamo, così facendo, quelle che si presentano a noi come evidenze macroscopiche e di lunga, lunghissima, durata. E il rapporto delle masse con il potere, qualsiasi sia la forma in cui esso si incarna storicamente, sacro o profano che sia, qualsiasi sia la forma che le massa assume di volta in volta, è certamente una di queste. Le masse, senza neanche accorgersene, quasi in maniera istintiva, imitano e lusingano il potere, o il più forte che è lo stesso, nelle sue, ondivaghe e interessate, piroette. Nel caso specifico, se domattina dalle stanze papali uscisse fuori la buona novella che l'omoaffettività è benedetta da Dio, al pari di tutte le altre manifestazioni d'amore, state certi che un miliardo di cattolici si convincerebbe dopo un paio di minuti e si farebbe alfiere irremovibile del nuovo verbo. La prossima volta che ci accapiglieremo su qualcosa, ricordiamocelo questo umanissimo aspetto che copre millenni di storia umana. Ci servirà a non disperdere fiumi di parole che disorientano e ci aiuterà a focalizzare l'essenziale.

sabato 7 maggio 2011

Sei omosessuale? E io, in nome di Cristo, ti chiudo la porta in faccia.

LiveSicilia
7 5 2011


Francesco Palazzo


Il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, ha proibito la celebrazione di una veglia in una chiesa palermitana, quella di Santa Lucia, prevista e già autorizzata da un padre comboniano per il 12 maggio, organizzata per ricordare, in vista della giornata mondiale che si terrà il 17, le vittime dell’omofobia. Questa è la notizia. La veglia, che comunque i richiedenti sono intenzionati a fare pure in piazza, davanti la chiesa chiusa, precede il Gay Pride Palermo, che si svolgerà, con tante iniziative, dal 14 al 21 maggio. Proprio il 21 ci sarà, come nel 2010, il corteo e già alcuni manifesti che lo pubblicizzano sono stati imbrattati con scritte offensive. Si suppone da parte di eterosessuali maschi, perché le donne queste cose non le fanno, che hanno evidentemente più testosterone in circolo che neuroni nel cervello. Una non meglio precisata, da parte dell’ufficio stampa della curia, norma del diritto canonico e un documento del 1986 dell’attuale papa, impediscono che tale momento si svolga dentro una chiesa. Resta da capire perché altrove, in Italia e nel resto del mondo, si può e a Palermo no. Dagli ambienti curiali fanno sapere che i cattolici sono sempre vicini alle persone omosessuali, ma non possono che opporsi al male, al peccato, al vizio. La paura, inoltre, è quella che si utilizzi, ci è stato incredibilmente detto, un momento di preghiera per farsi pubblicità. Difficile capire che marchio o che prodotto pubblicizzino gli omosessuali, questo ce lo faremo spiegare meglio la prossima volta. Ci pare, invece, che una richiesta proveniente da credenti, perché di questo stiamo parlando, in qualsiasi modo essi esprimano la loro sessualità, non dovrebbe che trovare pronta accoglienza da parte di chi guida la chiesa palermitana e da parte di tutti i fedeli che ad essa fanno riferimento. Qui, si badi bene, non si chiede all’alto prelato, o alla chiesa locale, di rivedere la dottrina sull’omosessualità, ammesso che quest’ultima abbia un senso scientifico e sia radicata nella predicazione del Gesù dei vangeli. Semplicemente, alcuni credenti vorrebbero utilizzare un luogo di culto per esprimere, con il linguaggio tipico di chi ha il dono della fede, la condanna verso ogni forma di discriminazione omofobica. In qualsiasi modo essa si presenti. Anche se si concretizza sotto la sembianza, non se l’abbia a male la chiesa di Palermo e il suo capo, della negazione di uno spazio. Perché, a volte, o quasi sempre, negare un luogo fisico, che in questo caso è anche un luogo spirituale, può coincidere, certo senza che se ne abbia la volontà specifica, con il negare l’identità più intima di ogni singola persona che ne fa richiesta. La quale non può essere esclusa, perché questo di fatto accade nel caso in questione, solo perché non se ne condivide la condotta sessuale. La vicinanza dei cattolici alla vita degli esseri umani, non può essere soltanto teorica e poi infrangersi miseramente nel momento in cui essa deve palesarsi con una visibile azione pastorale di accoglienza. Non possiamo che augurarci, quindi, anche se è molto difficile, che il cardinale Romeo ci ripensi. Sappia che non ci perderebbe nessuno. Insieme a lui, infatti, ci guadagnerebbe tanto non soltanto la collettività dei cattolici, ma tutta la comunità cittadina. Purtroppo, l’unico precedente non è incoraggiante in tal senso. Pure lo scorso anno un parroco aveva accettato di ospitare la veglia, ma a pochi giorni dall’evento venne richiamato dalla gerarchia a fare un passo indietro, adducendo come motivazione di facciata che la porta della chiesa non voleva più saperne di aprirsi. Non è una barzelletta, è andata proprio così. In quell’occasione i partecipanti furono ospitati nel vicino tempio dei valdesi. Anche quest’anno, c’informa il pastore Giuseppe Ficara, il 22 maggio sarà ricordata solennemente la giornata mondiale contro l’omofobia durante il culto domenicale, quindi nel momento centrale per i valdesi palermitani. Che pregano lo stesso Cristo dei cattolici, ma indiscutibilmente, o almeno in questa vicenda, con diverso profitto.



venerdì 6 maggio 2011

Tabella H: cambiare nome ma non abitudini

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
6 maggio 2011
Pag. 46
Se la Tabella H cambia nome
Francesco Palazzo

Quando non si possono, e non si vogliono, cambiare le cose, si cambiano le parole. Se non ci si vuole neanche sobbarcare la fatica di mutare i vocaboli, basta utilizzare qualche altra lettera dell'alfabeto. E il gioco è  fatto. In fondo è abbastanza semplice. Uno strumento di spartizione, ad personam e ad associazionem, che prima si chiamava tabella H, è stato chiamato tabella B. Un balzo all'indietro di ben sei caselle nel gioco dell'oca alfabetico, per quella che comunque, e chissà per quanto tempo ancora, si continuerà a chiamare tabella ex H o direttamente H. Ma è solo un gioco di prestigio. Uno dei tanti a cui ci ha abituato il parlamento più vecchio d'Europa. La sostanza è sempre la stessa. Piccioli mansi, soldi facili, da spendere più o meno allegramente. Pare che dietro ad ogni finanziamento, a questa o quella realtà associativa, certo con qualche eccezione, si possa pure mettere la fotografia sorridente di questo o quel deputato. Ogni sodalizio ha un big sponsor, i più importanti ne hanno più d'uno. Chi non riesce a trovare un santo in paradiso, che in questo caso coincide con gli scranni dell'ARS, è tagliato fuori dalla suddivisione della succulenta torta. Perché, diciamolo chiaramente, tanti ci provano ad entrare nel circo del finanziamento facile. Tuttavia. per molti, pur sforzandosi al massimo, è più facile passare dalla cruna dell'ago che entrare nel regno dei salvati. Come si legge nel vangelo di Matteo, “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”. E non ci riferiamo ai novanta onorevoli dell'ARS, che invece sono tanti e dei quali occorre placare i diversi appetiti, talvolta, come abbiamo visto ultimamente, graziosamente contemplati pure dal codice penale, ma proprio a coloro che accedono a questo tipo di finanziamenti. Che non si pongono il problema di modificare questo osceno mercato delle vacche. Grasse. E non se lo pongono perché chi è dentro il sistema ha raggiunto il suo scopo e chi non c'è tenta di entrarci con gli stessi criteri. Qualcuno si oppone. Conosco un solo caso, il Centro siciliano di documentazione Impastato, che scrive nella homepage del sito: “Il centro è autofinanziato perché contesta le pratiche clientelari di erogazione del denaro pubblico”. Ma è talmente isolato, anche se autorevole, che non da alcun fastidio al meccanismo ben oleato che ogni anno si mette in moto con scientifica precisione. Poi, magari, così va la vita, ci tocca di assistere a lezioni di moralità, e di richiamo alla buona politica, proprio dalle stesse realtà che ricevono i soldi, pubblici lo sottolineiamo ancora, seguendo una prassi che è giusto chiamare con il nome corretto: clientelare. Né più, né meno. Si tratta, poi, di contributi con molti zeri, a fondo perduto. Non si capisce come si fa, in tempi di crisi, con le casse regionali in quasi bancarotta, quando a molti si chiede di tirare la cinghia, a scucire cinquanta milioni di euro in questo modo. Anni addietro, proprio per garantire risorse a chi ne ha veramente bisogno, si era avanzata la proposta che, ove possibile, la regione fornisse esclusivamente beni e servizi, garantendo controlli serrati nelle rendicontazioni. Ovviamente, non se ne fece niente. Il perché è possibile comprenderlo da un frangente della seduta dell'ARS di giovedì 28 aprile. A un certo punto, un deputato, agitando la lista con la rimodulazione dei fondi, ha esclamato: “qui c'è la prossima campagna elettorale”. Ogni tanto un po' di verità è possibile rintracciarla pure negli atti parlamentari.

giovedì 5 maggio 2011

PD Sicilia: sino alle elezioni non ci meniamo più

LiveSicilia
4 5 2011
Francesco Palazzo

L’esito dell’ultima assise del PD siciliano conferma quanto già sapevamo e ci racconta una sola verità. Intanto, abbiamo l’assemblea regionale del partito spostabile a piacimento di mese in mese. La prossima data è il 19 giugno. Una seconda, risaputa, questione è costituita dalla partecipazione al governo cosiddetto tecnico. Ebbene, tale esecutivo è stato presentato dal PD come quello che stava cambiando le sorti della Sicilia. Tuttavia, per coerenza, se ne dichiarava il de profundis già qualche mese dopo averlo formato. Ora siamo giunti alla celebrazione del funerale. Si aggiunge, nel comunicato doroteo diramato dopo l’incontro svoltosi sotto la supervisione dell’inviato romano, che nell’azione di governo, il quarto, vi sono state luci e ombre. Se consideriamo che si è consentito ad esso, proprio dal suo più convinto sostenitore, il PD, soltanto otto mesi di vita stentata, criticandolo un giorno sì e uno pure, è a tutti chiaro che né di luci, né di ombre, dobbiamo parlare. Ma di buio pesto. I siciliani lo sanno da tempo, adesso anche i democratici lo confermano ufficialmente. Un terzo aspetto, che conoscevamo pure prima del conclave, viene fuori dalla riunione dei democratici. Si tratta del referendum elasticizzato, deformabile nel tempo e nello spazio, che adesso accontenterà un po’ tutti. Pro lombardiani e tifosi della parte avversa. Guelfi e ghibellini, palermitani e catanesi. Quelli che non lo volevano ma che ora si sono convinti, tanto non conta più un tubo, e quelli che hanno raccolto cinquemila firme per farlo celebrare, tanto lo hanno già venduto al miglior offerente sull’altare del possibile governo politico. Si svolgerà a settembre. Sul mese e sull’anno è consigliabile non scommettere un solo euro. Proprio sul futuro, le frasi del comunicato del Partito Democratico, centonovantuno parole per quattordici righe, raggiungono il top del già sentito e del paradossale. Perché ora si tratterebbe di verificare “se esistono le condizioni per una nuova fase politica delle forze progressiste, moderate e autonomiste all’insegna dell’innovazione”. Uno, a questo punto, potrebbe ricordare che proprio sullo strumento principale dell’eventuale coesione della coalizione, il bilancio della regione, è appena franato miseramente lo schieramento (MPA, PD, FLI, UDC e API) che sostiene il governatore e il suo quarto governo ormai passato a miglior vita. Invece di prendere atto di questo fallimento, ossia un esecutivo che campa niente e un bilancio che fa venire i brividi, cosa fanno i democratici? Tentano di allargare questa esperienza, già rotolata nel burrone, per bocca e per mano degli stessi piddini, anche alle altre forze del centrosinistra assenti nel parlamento siciliano, Sinistra e Libertà e Italia dei Valori. Come se fosse stata non una Caporetto, ma una limpida e trionfale affermazione sui fondamentali assi dei provvedimenti governativi e dei conti del bilancio. Che si sono potuti chiudere soltanto mettendo in conto risorse finanziarie che ancora il governo nazionale deve scucire, mentre i fondi europei 2007-2013 non riusciamo a spenderli. Veniamo all’unica parte del comunicato, per il resto fatto di aria fritta, credibile e al vero motivo del chiarimento tra i capoccia democratici. “Un banco di prova importante – leggiamo - saranno le prossime elezioni amministrative”. Ecco qual è il punto. Siccome a fine mese si vota, è stata semplicemente siglata una sospensione delle ostilità sino ai ballottaggi. Per dirlo, al segretario regionale del Partito Democratico, bastavano soltanto diciassette parole. Le seguenti: “speriamo di non prendere una bella botta alle amministrative, firmata tregua, incrociamo le dita, passo e chiudo”.

mercoledì 27 aprile 2011

Molti cento e pochi stranieri

LA REPUBBLICA PALERMO
MERCOLEDÌ 27 APRILE 2011
Pag. X
                                                                        
NUMERI

SICILIANI E NAPOLETANI

Francesco Palazzo


Diplomati con il massimo dei voti (100): 28.809. In Campania 3.960, in Sicilia 3.248. Posizione della Sicilia nella classifica nazionale: seconda. Studenti non italiani nelle scuole superiori: 130.012. In Lombardia 28.292, in Sicilia 3.156. Posizione della Sicilia: tredicesima.