giovedì 29 ottobre 2015

Città,antimafia e politica.Tre sfide per il nuovo arcivescovo di Palermo.

La Repubblica Palermo
28/10/2015 - Pag. I
Le sfide che lo attendono
Francesco Palazzo

La nomina della guida ecclesiale della più importante diocesi della Sicilia riveste un carattere di prima importanza pure per gli aspetti, sociali, culturali e politici che riguardano anche coloro che con la chiesa cattolica hanno poco a che fare. Piaccia o no, infatti, la curia arcivescovile palermitana, essendo la sede più importante della Sicilia in ambito cattolico, incrocia spesso tanti aspetti della vita civile e non soltanto del territorio in cui ha giurisdizione. Sulla nomina dell’ispicese Corrado Lorefice, e su ciò che lo attende, si può fare più di una riflessione. Innanzitutto è giovane, 53 anni, (ma non è un record, il cardinale Pappalardo fu nominato nel 1970 a 52 anni), quindi ha molto tempo davanti a se per lasciare il segno e per modificare alle radici la diocesi palermitana. E’ un parroco, e questa è una novità assoluta dovuta al nuovo corso di papa Francesco, che direttamente diventa generale, ossia s’insedia in una sede cardinalizia. Non è palermitano. E questa è ormai una prassi. Per rintracciare l’ultimo arcivescovo del capoluogo nato a Palermo, (mentre troviamo una sfilza di napoletani anche risalendo molto indietro nel tempo), dobbiamo fare un salto indietro di centoquarantaquattro anni quando, nel 1871, e sino al 1904, il palermitano Michelangelo Celesia salì sulla cattedra di San Mamiliano. Insomma, da quasi un secolo e mezzo la comunità cristiana palermitana non riesce a esprimere un vescovo che riesca a prendere la guida della diocesi. Non c’erano parroci a Palermo che potevano ambire alla stessa nomina che è caduta sul prete della parrocchia modicana? Forse sì. Se si fosse seguita questa strada, senza nulla togliere all’alto profilo, umano e pastorale, di cui è accreditato il novello vescovo, si poteva segnare un altro dato in controtendenza e valorizzare qualche esperienza che va avanti da decenni a Palermo e viene molto apprezzata da laici e cattolici. Ammesso che non ci sia religiosità nella laicità e profonda laicità nell’essere cattolici o credenti di qualche professione religiosa. Ma cosa attende il nuovo vescovo? O meglio, cosa può aspettarsi da lui il mondo che guarda ai fatti ecclesiali dall’esterno? Vogliamo segnalare tre aspetti. Il primo. Innanzitutto occorre stabilire un nuovo rapporto con la città, in tutte le sue articolazioni. Bisogna risalire al cardinale Pappalardo, che andò via dalla sede cardinalizia quasi vent’anni addietro, per trovare la Missione Palermo con l’accattivante slogan “Palermo salva Palermo”. Le ultime due esperienze cardinalizie non si sono contraddistinte in questo senso. E’ vero, c’è stata la beatificazione di don Pino Puglisi, nel cui nome ogni anno in cattedrale s’inaugura l’anno pastorale. Ma la figura del prete ucciso a Brancaccio dalla mafia, che ha cercato un costante rapporto con i territori dove è stato mandato, è rimasta un punto di riferimento senza nessuna azione strutturale. E proprio quest’aspetto, definire una volte per tutte una pastorale antimafia organica, che non lasci più spazio ai tiepidi e agli indifferenti nelle parrocchie della diocesi, è uno dei compiti più importanti che attendono Lorefice, ed è il secondo tema che vogliamo segnalare. Se ogni parrocchia mettesse in campo segni chiari, precisi, quotidiani contro la criminalità organizzata, sarebbe un bel colpo per i mafiosi che credono che in fondo dentro la chiesa ci si sta ognuno a suo modo. Anche da criminali patentati. Infine, terzo aspetto, occorre ristabilire un nuovo rapporto con la politica rappresentata nelle sedi istituzionali. Un rapporto che non sia ricerca di finanziamenti da un lato e rampogne generiche nelle omelie dall’altro. Semplici da fare quanto facili da dimenticare. Un rapporto adulto della chiesa nei confronti della politica significa capacità di analisi, studio, esempio, denunce precise. Mettendo in campo iniziative che durino. Dimostrando che con la gratuità e la povertà di mezzi si può fare molto dove la politica non riesce pur spendendo spesso ingenti fondi.

giovedì 22 ottobre 2015

L'avventura di un viaggio in Sicilia

La Repubblica Palermo

21/10/2015 - Pag. I

Un tranquillo weekend di ritardi e disagi sulle strade siciliane

FRANCESCO PALAZZO

Un bel sabato mattina pieno di sole una coppia di palermitani decide di recarsi a Catania. Si vuole sperimentare il treno veloce, quello messo su in fretta e furia, per ovviare, in parte, alla chiusura dell'autostrada causata dal cedimento del viadotto Himera. Veloce consultazione del sito di Trenitalia, il primo convoglio parte alle 13 e 38 e arriva alle 16 e 25. Due ore e quarantasette, si può fare. Il treno precedente parte alle ore 10 e 05, ma è quello ancien regime , ci impiega quasi cinque ore. Nel sito non è specificato nulla, sembra che la corsa non nasconda alcun problema. Sembra. Si esce da casa alle ore 11 e 30, si prende il 101, si scende in Via Roma, il tempo c'è e si fanno due passi senza fretta. Arrivati alle 12 e 20 nell'atrio della stazione, diamo uno sguardo ai treni in partenza e accanto al nostro e a quello per Agrigento leggiamo " servizio bus". Che vuol dire? Ci avviciniamo alla biglietteria e un'impiegata ci informa che, a causa del deragliamento di un treno nei pressi di Caltanissetta la linea è interrotta, avremmo dovuto prendere un pullman sino a Caltanissetta Xirbi per poi imbarcarci sul treno sino a Catania. Prendiamo atto, potevano scriverlo sul sito dove invece, se vuoi acquistare il biglietto elettronico, c'è scritto che si tratta di un regionale veloce. Sì, ma quanto tempo occorre per fare tutta l'operazione? Non si può sapere, ci viene risposto in biglietteria, dipende dal traffico che incontra il pullman. Sì, ma un tempo ipotetico? Niente pronostici, pare che qualche giorno prima ci sono volute anche dieci ore. Come non detto, si opta per il classico torpedone che almeno non prevede trasbordi e in tre ore e mezza, compreso il pittoresco giro turistico sulle Madonie, ti scarica a Catania. Solo che il prossimo parte alle 14 e 30. Vabbè, a questo punto non c'è possibilità di scelta. A Catania si arriva alle 18, considerato che siamo usciti da casa alle 11 e 30, se eravamo all'EXPO potevamo completare la coda per visitare l'ambitissimo stand del Giappone. Ma non è finita qui. Poiché avevamo pagato fatto anche il biglietto di ritorno, domenica alle 18 e 30 ci presentiamo alla fermata di Piazza Alcalà, nei pressi della caratteristica pescheria catanese e a due passi dal Duomo. Arriva il mezzo e scopriamo che c'è solo un posto libero. Il secondo, vicino all'autista, abbastanza scomodo, si libera perché una ragazza scende all'aeroporto di Fontanarossa. Ma la sorpresa maggiore ce l'hanno una decina di utenti che vorrebbero salire alla fermata dell'aeroporto. L'autista scende e informa che non ci sono più posti. Pare che in aggiunta a quest'ultima corsa ce ne sarà una straordinaria alle 20 e 30, che depositerà i malcapitati, che avevano previsto di arrivare alle dieci, nel capoluogo siciliano verso mezzanotte. La società di trasporti rilascia evidentemente tagliandi in overbooking, cioè in numero maggiore di quanti passeggeri può contenere un pullman pieno come un uovo. Chiediamo all'autista se è la prima volta che capita. Non è la prima volta. Sui tornanti delle Madonie, che da Tremonzelli s'inerpicano sino a Polizzi Generosa per poi ridiscendere verso l'autostrada, il posto vicino all'autista, l'unico che ho trovato disponibile, non è il massimo. Vengo sballottolato da una parte all'altra anche con la cintura di sicurezza ben stretta. Arrivati a Palermo, che ve lo dico a fare, abbiamo ancora a confrontarci con i mezzi di trasporto. Un autista dell'AMAT c'informa che la nostra linea, il 101, la domenica dimezza il numero degli autobus su strada, e che dopo le 20 il numero si dimezza a sua volta. Qui ci voleva una mente matematica tendente all'infinito per stabilire quanto avremmo dovuto aspettare. Ma siamo stanchi e non ce la sentiamo di arrivare ai massimi sistemi. Perciò prendiamo il primo autobus che copre quasi lo stesso tragitto del 101. Ah, Catania era bella e piena di sole. Palermo è bella, la Sicilia è bellissima. Ma amministratori e amministrati, non vale per tutti ma per quasi tutti, non sono all'altezza di cotanto splendore.

mercoledì 14 ottobre 2015

Palermo: la politica dei cinque minuti pagati a peso d'oro.

Repubblica Palermo
13/10/2015 - Pag. I
La politica lontana dei gettoni d'oro
Francesco Palazzo

Centocinquantasei euro per cinque minuti per i consiglieri comunali più pagati d’Italia. Fanno trentuno euro e venti centesimi al minuto, cinquantadue centesimi al secondo. Al mese arriviamo all’iperbolica cifra di 1 milione trecentonovantaduemila settecentosessantotto euro. All’anno siamo a quasi sedici volte di quanto prende a stagione l’attaccante di punta del Palermo. Sono queste le quote d’ingaggio per gli abitanti di Palazzo delle Aquile affinché una loro, seppur fuggevole, presenza in commissione sia pagata per intero.  In nessuna attività lavorativa, pubblica o privata, è permesso un simile stato di cose. Ce li vedete un banconista di un bar, una commessa, un operatore di un call center, un operaio edile, un impiegato di banca, e non proseguiamo l’elenco perché sarebbe interminabile, che si assentano giornalmente dopo pochi minuti per poi pretendere l’intero ammontare delle giornate lavorative? Sarebbero licenziati, a ragione e con fondati motivi riconosciuti dalla legge, nel giro di niente. Quando si parla, a volte qualunquisticamente, ma spesso con fondati motivi, della distanza che c’è tra la politica e la vita normale delle persone, s’intende esattamente questo baratro, questa incolmabile distanza tra gli abitanti delle assemblee elettive e i normali cittadini. Come si può pretendere dai componenti di una comunità il rispetto delle regole se poi alle latitudini istituzionali valgono prassi, incredibilmente consentite dalla legge, che fanno a pugni con qualsiasi concetto di produttività? Senza contare che vi sono casi in cui l’elezione a uno scranno comunale coincide, ancora più assurdamente, con il miracoloso materializzarsi di un posto di lavoro super retribuito, dove il lauto stipendio viene posto a carico delle amministrazioni pubbliche, ossia grava sulle tasche di tutti noi. Ci troviamo, così, a pagare due volte una politica la cui efficienza, in molti casi, è tutta da dimostrare. Oltre il danno, la beffa. Non solo paghiamo i cinque minuti a peso di diamante, ma dobbiamo pure farci carico di attività lavorative che devono essere rimborsate alle aziende di appartenenza dei sin troppo fortunati eletti dal popolo. E’ difficile, così stando le cose, non dare fiato alle trombe del disinteresse dei componenti di una comunità verso ciò che appartiene a tutti. Perché, potrebbe dire un palermitano, io che mi sudo sino alla fine il mio magro stipendio, dovrei interessarmi del benessere collettivo se c’è chi guadagna più di centro cinquanta euro per cinque minuti di “lavoro”? Volete dargli torto? Ma è proprio impossibile immaginare che un consigliere comunale di una città come Palermo abbia soltanto un mensile (bastano due mila euro? Sono molto di più di quanto prende un insegnante a fine carriera, il quale non se ne può uscire allegramente dalla classe dopo cinque minuti piantando in asso lezione e alunni) per tutta l’attività che pone in essere sia in aula che nelle commissioni in cui è impegnato? Credo che sia più che possibile e chi può dovrebbe porre in essere delle modifiche normative, in modo che non vi sia quest’oceano di differenze tra chi vive di politica e i comuni mortali. E’ possibile che se faccio il consigliere comunale di una grande città possa prendere solo quanto mi spetta senza che la mia azienda, che magari mi assume miracolosamente un minuto dopo la mia elezione, abbia un solo centesimo? I costi della politica sono davvero un buco nero. Dentro il quale è possibile trovare una buona parte di quello che occorre per sanare i conti.  Basta puntare lo sguardo sulle più di cinquemila società partecipate in mano agli enti locali. Secondo la Corte dei Conti pesano in Italia per 26 miliardi. Realtà che talvolta paghiamo due volte, nel loro normale funzionamento e quando, in crisi, devono essere rimboccate dal pubblico con ulteriori finanziamenti. Ma questo è un tema più complesso. Nell’immediato ci si potrebbe accontentare di superare la filosofia dei “cinque minuti”, ricostruendo un rapporto di parità tra la politica del palazzo e la vita di tutti gli altri. Che giornalmente scorre su altri binari. 

sabato 3 ottobre 2015

Il sud decolla o sprofonda?

La Repubblica Palermo 
02/10/2015 - Pag. 1
Se del sud si parla soltanto nei titoli
Francesco Palazzo

Il titolo della festa nazionale dell’unità sul mezzogiorno, Il sud decolla, era accattivante e in controtendenza. E’ del maggio scorso la rilevazione annuale dell’Istat che, registrando l’aumento dello 0,3 per cento del PIL nel primo trimestre 2015, mostra un paese che sta riemergendo dalla crisi. Ma tutto ciò riguarda il centro nord. Perché il mezzogiorno va giù decisamente con una perdita di mezzo milione di occupati da quando la crisi ha esordito. Al nord, in particolare, il tasso di occupazione è del 64,3 per cento, al sud si arresta al 41,8. Anche rispetto al centro (60,9 per cento di occupati) rimane un baratro. Ma non solo questo. Scrive l’Istat che “le aree del mezzogiorno si caratterizzano per una consolidata condizione di svantaggio legata alle condizioni di salute, alla carenza di servizi, al disagio economico, alle significative disuguaglianze sociali e alla scarsa integrazione degli stranieri residenti”. I dati sono abbastanza chiari: il reddito è più basso del 18 per cento rispetto alla media nazionale (nelle aree con più difficoltà si arriva al 30). Minore reddito significa minori consumi. Infatti, gli abitanti del sud tirano fuori dalle tasche il 70 per cento della media riguardante il centro e il nord. Peraltro, il 28 per cento viene speso in beni alimentari (al centro-nord il 13). Più un sud che decolla, sembra un sud che sprofonda e che da, casomai, qualche segno non decisivo di vitalità. Nel secondo trimestre 2015 si è registrato un incremento nei dati occupazionali del sud, ma si rimane ancora molto distanti dall’area più progredita del paese. Inoltre sono aumentate le vendite sui mercati esteri. Ma ciò non sposta di molto il problema se il segretario nazionale di un sindacato (UIL), a inizio settembre, si mostrava preoccupato per il divario crescente tra nord e sud. Preoccupazione confermata dall’Istat sempre a inizio settembre, visto che, pur con un PIL raddoppiato rispetto a pochi mesi addietro (0,6 per cento), aumentano le differenze territoriali sulla disoccupazione. Perché se al nord la disoccupazione in effetti scende (0,3 per cento), al sud la situazione rimane stabile. Così le differenze aumentano: al nord 7,9 per cento di disoccupati, 10,7 al centro e 20,2 nel mezzogiorno. Mettiamoci pure gli ultimissimi dati ISTAT di questi giorni, con la Sicilia, (22,3 per cento), seconda sola alla Calabria (25,2) per tasso di disoccupazione e con Palermo prima città (dati Svimez) in quanto a fuga verso il nord. Da una festa nazionale sul sud non poteva mancare una lettura attenta di questi dati da parte di esperti. Invece non è accaduto. Assente pure un’analisi approfondita di quello che è lo stato delle mafie che infestano questa parte molto ampia dell’Italia. Nessun confronto tra esperti del settore e magistrati che si occupano della lotta alle mafie. Dicevamo, comunque, che il titolo era accattivante perché ci si aspettava che si mettessero in luce le attività imprenditoriali che nel sud vanno bene, e certamente ve ne sono, e che possono essere prese a modello. Ma anche questo aspetto non è stato trattato. Dal punto di vista politico è mancato del tutto un confronto tra i vari presidenti di regione e tra i sindaci, almeno, delle città capoluogo delle realtà regionali del mezzogiorno.  Insomma, ci si poteva aspettare molto di più, visto che la questione meridionale è ancora sotto gli occhi di tutti e condiziona i numeri di tutto il paese quando deve confrontarsi con gli altri stati dell’Unione Europea. Non basta, allora, il simpatico logo della festa (una lambretta con un’Italia capovolta, la Sicilia e il mezzogiorno che cambiano latitudini e un nord che va sotto), per mutare le cose. Che, invece, vanno capite sino in fondo per fare in modo che questa parte dell’Italia continui a non essere più la palla al piede di tutta la realtà nazionale. Da questo punto di vista sarebbe stato, ad esempio, interessante uno zoom sulle classi dirigenti del sud. Che è sempre stato il vero nodo della questione mezzogiorno. Ma non abbiamo trovato neppure questo. Sarà per la prossima volta. 

mercoledì 23 settembre 2015

L'antimafia del gambero

La Repubblica Palermo
22 9 2015 - Pag. I

Il gioco dell'oca chiamato antimafia

Francesco Palazzo

Sul fronte mafia-antimafia proviamo a ragionare intorno a cinque circostanze. Confindustria Sicilia dilaniata sul fronte antimafia, l’inchiesta sulla gestione dei beni confiscati (sulla quale è eclatante il silenzio della classe politica e della società civile), il processo per la strage di Via D’Amelio in cui si è toppato alla grande. Poi, la mafia che non permette, con ripetuti attentati l’apertura di un pub a Ballarò in locali confiscati, infine interi quartieri dediti allo spaccio di droga, l’ultima operazione alla Zisa, attività cui non può mancare il benestare di Cosa nostra e nella quale il ricambio di persone dedite allo spaccio avviene dopo ogni retata. Cinque quadri diversi tra loro, i primi tre che riguardano la classe dirigente di questa regione, i secondi riguardano le leve mafiose sul territorio, il popolo che si muove nell’interesse e per conto della criminalità organizzata o avendone preventivamente il consenso. Classe dirigente e mafia. Cominciamo da questa. I mafiosi, si sa, fanno il loro lavoro. Controllano il territorio, fanno affari, cercano e trovano rapporti con il mondo di fuori, sia esso politico, economico o sociale. Sono capaci di autorigenerarsi, di cambiare pelle, di mutare nomi e facce. Anche la microcriminalità a essi legata si muove con una certa coerenza. Sta sul territorio, crea enclave quasi inespugnabili, pratica, come dicevamo, un efficace turnover dopo ogni operazione di polizia. Sappiamo poco, al momento, della struttura apicale di Cosa nostra. Secondo la Direzione Investigativa Antimafia, attualmente coesistono un aspetto verticistico e una rigida compartimentazione di molte famiglie mafiose. Sopravvive, quindi, la dimensione verticale e contemporaneamente si registra lo sviluppo orizzontale, quindi parcellizzato, delle varie consorterie mafiose. Anche dal punto di vista del contrasto coesistono due aspetti che pare vadano ognuno per proprio conto. Da una parte la DIA sottolinea l’importanza, ai fini di una reazione che definisce immunitaria contro il potere mafioso, delle tante iniziative a favore della legalità. Dall’altra, rileva, che il legame mafia-corruzione è fortissimo. Sia quando si esplicita nella forma di vincolare le istituzioni e l’apparato burocratico, sia quando si estrinseca nell’inserimento presso il circuito economico sano. La saldatura tra mafia-politica-imprenditoria, rileva ancora la DIA (citiamo la relazione relativa al secondo semestre 2014), punta ad alterare le dinamiche della pubblica amministrazione in favore di un’elite di soggetti. Tra le principali voci attive si evidenzia il racket delle estorsioni. Per ricollegarci al nostro ragionamento e spostarci dalla mafia alla classe dirigente, Cosa nostra – scrive la DIA - è in grado di estendere i propri interessi verso qualsiasi distretto produttivo. Noi aggiungiamo una considerazione abbastanza nota, ossia che la perdita dei beni per un mafioso è ben più grave, perché ne intacca il vero potere, di un’eventuale e anche prolungata permanenza nelle patrie galere. Ecco perché, quando i beni passano allo Stato non è accettabile che il 90% di essi, qualora costituiscano attività imprenditoriali e commerciali, arrivino, nel giro di poco tempo, al fallimento.  Allora, tenuto conto che i mafiosi fanno quello che sanno fare da sempre, e lo fanno bene anche quando, come adesso, non sono proprio nelle migliori condizioni, è la classe dirigente, in ogni posizione dislocata -  imprenditoria sana, tribunali, palazzi di giustizia, società civile, università, chiese, mondo sanitario, istituzioni pubbliche, partiti, associazioni, professioni varie - che deve porre in essere comportamenti limpidi, procedure trasparenti e coerenze inattaccabili. Non applicando i quali la lotta alla mafia si trasforma in una specie di gioco dell’oca. Dove fai quattro passi in avanti e poi sei costretto a farne più di cinquanta indietro tornando all’inizio. Condivido, in tal senso, la parte finale dell’articolo di Enrico Del Mercato del 13 settembre. Chi si occupa di antimafia deve essere più puro di un bambino appena nato. E, se possibile, anche di più. 

sabato 5 settembre 2015

Palermo 2017. Cominciamo a parlarne?

La Repubblica Palermo
3 settembre 2015 - Pag. I

Il silenzio sul futuro di Palermo

Francesco Palazzo

Nel capoluogo siciliano, poiché si è votato nel maggio 2012, si andrà a nuove elezioni esattamente tra ventuno mesi, nella primavera del 2017. Troppo presto per parlarne? Non sappiamo. E’ molto strano comunque il silenzio assoluto che avvolge la città in vista di tale appuntamento. Non andò così per le ultime elezioni. Almeno nel centrosinistra. Già a inizio settembre del 2010, quando dunque c’era lo stesso spazio di tempo che ci separa dalle future elezioni, c’era un certo fermento in giro e si cominciavano a delineare, seppure con mille distinguo, le primarie. C’erano già dei candidati in campo a quella data, il renziano, anche all’epoca, Davide Faraone e Ninni Terminelli. Ma non solo nel PD c’era movimento. Anche Italia dei Valori si era mossa concretamente. Dialogando con un ampio movimento civico palermitano, che puntava al governo della città, composto da dodici associazioni. Anche da parte di Sinistra Ecologia e Libertà c’era stata una risposta positiva alla chiamata al risveglio da parte di Italia dei Valori. Ora non sappiamo se le primarie, visto com’è finita l’ultima volta, con polemiche al vetriolo e la candidatura successiva di Orlando, siano lo strumento giusto da mettere sul tavolo. Ma, al di là dello strumento concreto con il quale poi si arriverà a un nome, quello che sorprende è il silenzio politico che pervade la città. A parlare è soltanto l’amministrazione in carica, poche e scarne notizie ci giungono dal consiglio comunale. Potremmo trovarci di fronte alla replica, mutatis mutandis, di quanto avvenne nel centrosinistra tra il 2000 e il 2001. Quando ci s’incartò sino alla fine nell’individuazione del successore di Orlando, dimessosi perché intenzionato a candidarsi alle regionali, e si consegnò con un plebiscito la città al centrodestra dell’era Cammarata. Questa volta i conquistatori potrebbero essere quelli del Movimento Cinque Stelle, i grillini, che pare godano di un consenso presso l’elettorato siciliano sempre più radicato e motivato. Ma a prescindere da chi poi conquisterà lo scettro di guida della città, che è una cosa di cui potremmo prendere solo atto, sarebbe interessante, oltre che utile, che qualcuno, almeno nel centrosinistra, buttasse una pietra nello stagno e cominciasse a riparlare di Palermo, anche in vista dell’appuntamento elettorale. Ma né dalla cosiddetta società civile, né dai partiti, né dai singoli sentiamo giungere nulla che assomigli a un pur timida volontà di protagonismo. Eppure Palermo avrebbe bisogno, per tanti motivi, non ultimo il fatto che pare una comunità in cerca di una nuova identità, di una rinnovata lettura, di una giovane classe dirigente che possa mettersi in cammino per governare con nuove idee una metropoli che non più identificarsi soltanto con il proprio passato e che non sappiamo cosa potrà diventare in futuro. Il presente quadro politico che l’amministra, che sta cercando di mettere a posto i conti e sta tentando di condurre la città verso mete che le facciano compiere qualche passo in avanti, è fermo, probabilmente, a una gestione dell’esistente. Non riesce a spiccare il volo, sconta anni di amministrazione non proprio virtuosa e non è capace di dare ai palermitani una meta, un sogno, dei veri segnali di cambiamento effettivo che segnino uno scarto deciso rispetto al passato e facciano vedere che si va verso un futuro diverso. Chi potrebbe, ci chiediamo e chiediamo, fare un primo passo, sia esso un singolo, sia una forza politica, sia la cosiddetta società civile, rompere questo silenzio e cominciare pubblicamente a percorrere questi ventuno mesi che ci separano dal voto? Palermo ha bisogno di essere amministrata adesso, e stiamo vedendo che la cosiddetta primavera è ormai consegnata per sempre alla storia che fu, ma ha ancora più bisogno di un percorso che la porti sempre più a essere una città europea. E, per tanti versi, troppi, ancora non lo è. 

venerdì 28 agosto 2015

Palermo, quei muri sporchi e Viale Regione non curato.

La Repubblica Palermo
27 agosto 2015 - Pag. I
Gli inutili acronimi non coprono il degrado
Francesco Palazzo

Non c’è più la GESIP e ora abbiamo la RESET (Rete Servizi Territoriali). Ai cambiamenti di sigle di precari, socioutili e affini siamo abituati ormai da decenni. Quanto nel tempo è cambiato nella sostanza già lo sappiamo. Cosa muterà adesso con questa nuova configurazione societaria lo vedremo. Fermo restando che parliamo sempre di assistenzialismo rivolto verso la parte più debole della società e non di progetti che vedano entrare nelle pubbliche amministrazioni giovani laureati che potrebbero portare competenze, freschezza d’idee e nuova linfa. Tutto ciò mentre non si finisce d’ipotizzare la nascita di nuove sacche di precariato. Andando in un ufficio pubblico comunale, situato a pochi metri del bel ponte bianco sul fiume Oreto, da poco inaugurato, ho visto pareti nere, immortalate in alcune foto, perciò una stanza dentro la quale non è dignitoso accogliere l’utenza. Quanti uffici cui accede il pubblico, di pertinenza del comune, sono in queste condizioni? Il mio accesso presso detto piccolo ufficio decentrato comunale accade perché al momento la sede della seconda circoscrizione, sita a Brancaccio, risulta chiusa per dei lavori. Ma non si può continuare a tenere aperto un ufficio pubblico mentre si realizzano delle opere, a meno che non si stia buttando tutto giù per rifarlo da capo? E comunque, non so di chi sia il compito, operai della RESET o altri, sarebbe il caso di inviare un imbianchino per rendere quelle pareti pulite e quella stanza un minimo vivibile. La zona, peraltro, visto che a pochi passi sorge il Ponte dell’Ammiraglio, è dentro il percorso arabo-normanno che è appena divenuto patrimonio dell’umanità. Ma ciò è secondario, i muri degli uffici pubblici non dovrebbero ridursi in questo stato in nessun luogo che sia di pertinenza dell’amministrazione comunale palermitana. Tornando, poi, la stessa mattina al centro città, imbocco Viale Regione Siciliana dalla fine dell’autostrada Palermo-Catania per uscire quasi all’imbocco della Palermo-Trapani-Mazara del Vallo. Ebbene, solito spettacolo. Questo lungo anello, taglia di fatto in due la città, e che è il biglietto d’ingresso a Palermo, è sostanzialmente abbandonato a se stesso. Erbacce ovunque, alberi e piante non curati, aghi di pino disseminati lungo tutti i bordi della strada, detriti che volano giù dai finestrini delle auto che stazionano per settimane. Insomma, davvero una bella presentazione per chi entra nel capoluogo siciliano. E non è una cosa degli ultimi tempi, sono anni che va avanti così. Non sappiamo se la RAP (ex AMIA), la RESET (ex GESIP) o altre sigle presenti o future dovrebbero occuparsi della pulizia di tale lungo e principale tratto viario. Ma è chiaro che non è decoroso lasciare Viale Regione Siciliana in queste condizioni. Tutte queste cose, piccole o grandi che siano, ti stridono dentro quando capita, nel periodo estivo, di essere reduce dalla visita in qualche capitale europea. Dove il dibattito non si svolge attorno alle trazzere regie, all’immondizia che non si raccoglie, ai precari che vengono passati da un contenitore a un altro. A Oslo hanno realizzato negli ultimi anni, vicino alla zona portuale, un maestoso, portentoso, panoramicissimo e architettonicamente modernissimo teatro lirico. Come dire, una città che guarda avanti e che non mira a rimescolare solo il proprio passato, visto che già avranno avuto un teatro lirico in funzione. A Copenaghen, oltre le migliaia di biciclette che vedi posteggiate ovunque, trovi stazioni di bici elettriche che puoi affittare e farti un bel giro della città. Da noi il bike sharing inizierà tra qualche mese. Ma sulle piste ciclabili siamo ancora all’alba. In questo caso si sta andando molto stranamente al contrario. Prima le bici e poi le strade. Vedremo dove viaggeranno le 420 bici che il comune metterà in campo e le altre dei privati. 

giovedì 6 agosto 2015

Sicilia: trazzera Borbonica e dintorni.

La Repubblica Palermo 
6 Agosto 2015 - Pag. I

Non basta la trazzera a fare uscire la Sicilia dal tunnel

Francesco Palazzo

La politica siciliana, al momento, gira attorno ai lavori realizzati su una trazzera regia. Che farà risparmiare qualcosa in termini di tempo (sedici minuti ha documentato Repubblica) dopo il cedimento del viadotto Himera, avvenuto nel mese di aprile. Questo è un fatto. Sul breve tratto di strada inaugurato e voluto dai grillini si è già detto, in rete e sui giornali, praticamente di tutto. Dagli elogi più sperticati alle critiche più severe. Due aspetti coniugati sempre all’insegna dell’esagerazione, che noi siculi mai ci facciamo mancare. Difficile stabilire, per uno che non ne capisce un’acca su tale argomento, qualcosa sui vari aspetti tecnici che sono stati sollevati, pro e contro, dagli esperti del settore. Ma non è questo il nostro compito. Dobbiamo soltanto prendere atto che quattordici deputati siciliani, non gravando sulle casse pubbliche, ma piuttosto mettendo mano ai portafogli privati, hanno permesso la realizzazione, in tempi rapidissimi, di un pezzo di strada. Questo è un fatto, e prescinde dalle varie, e pur significative e accreditate, opinioni sull’opera realizzata. E’ la prima volta che accade in Sicilia una cosa del genere. Cioè che dei rappresentanti del popolo utilizzino parte dei loro emolumenti per fare qualcosa. C’è un’altra prima volta che proviene dal parlamento siciliano, un deputato, Fabrizio Ferrandelli, si è dimesso perché crede che ormai la legislatura sia alla frutta, rinunciando allo stipendio da parlamentare, che non è proprio da fame, per i restanti due anni abbondanti che mancano alla fine del mandato quinquennale. Ed anche questo è un fatto, sul quale si possono esprimere tutte le valutazioni di questo mondo, ma ciò non sposta di una virgola l’inedito gesto del giovane deputato democratico. Che ha inaugurato un percorso politico chiamando in causa i coraggiosi che vogliono lavorare per una nuova Sicilia. Come mettere insieme i due aspetti, ricordando che lo SVIMEZ, ed anche questo è un fatto, ha impietosamente descritto la situazione drammatica in cui si trova tutto il mezzogiorno, Sicilia ovviamente, e per prima, compresa? Può una trazzera regia smuovere di un solo millimetro la pesante situazione sociale ed economica siciliana? Arduo dare una risposta positiva. Lo sanno per primi i grillini. Ai giovani con lauree e specializzazioni in tasca, la cui formazione c’è costata e ci costa un patrimonio, che vanno via per trovare il giusto riconoscimento ai loro meriti, visto che da noi il merito viene in coda a tutto, servirebbero velocità, tessuti sociali, umani e politici d’eccellenza, che riconoscano e utilizzino i loro saperi. A loro la trazzera proveniente dai Borboni serve a ben poco. Forse può fare vincere le prossime elezioni, ma serve tutt’altro per fornire alle giovani generazioni quanto serve per sovvertire le sorti, a oggi nere, di questa terra. E quest’altro ancora non si vede o non si ha la forza della normalità per metterlo in campo. E qui torniamo alle dimissioni di Ferrandelli, che vanno apprezzate perché parlano il linguaggio della sincerità e rinunciano a una posizione personale di grande rilievo qual è quella di parlamentare regionale. Lui adesso chiama a raccolta i coraggiosi per elaborare delle azioni coraggiose per cambiare la Sicilia. Può essere che riesca nel suo intento. Ma quello di cui la Sicilia, i giovani e le giovani siciliani soprattutto, avrebbe innanzitutto bisogno è una “noiosa e duratura normalità amministrativa”, che ci allinei con le regioni più avanzate del paese, che crei lavoro, che dia la possibilità ai cervelli di rimanere. Che provi a sovvertire le nere constatazioni degli istituti di ricerca. Di questo abbiamo bisogno. Troveremo anche il coraggio di percorrere la ormai celebre e utile trazzera. Che per il momento serve a qualcosa, non c’è dubbio. Per domani e per il futuro di questa terra, per i ragazzi che crescono, per i lavoratori che cercano o perdono il lavoro, servirà tutt’altro che una strada stretta.

venerdì 31 luglio 2015

Posteggiatori abusivi: Il pizzo che si paga senza problemi.

Repubblica Palermo 
30 luglio 2015
Pag. I
La dittatura dei posteggiatori
Francesco Palazzo

Sul fronte posteggiatori abusivi, abbiamo appena registrato la protesta degli stessi perché all’Ospedale Cervello di Palermo si è deciso di far pagare il parcheggio, assicurando alla struttura ospedaliera un canone superiore al milione di euro in cinque anni. Novecento posti auto che non andranno più ad alimentare le tasche di quanti pretendono di guadagnarci sin dentro un nosocomio, ma quelle di una struttura pubblica. Ora, capiamo lo “sdegno” degli abusivi, ma non abbiamo compreso, al di là dei piccoli disagi iniziali, la protesta degli altri. Avete mai sentito di ribellioni quando nel grande piazzale suddetto si doveva dare l’obolo ai parcheggiatori “proprietari” del suolo?  In questa città, quando si converge verso la legalità, guadagnandoci pure, ecco che sorgono le invettive. Prima avevo un atteggiamento di contesa con questa gente, che non è messa lì per caso, ma deve farsi autorizzare dalla “ditta” che ha il controllo del territorio, ossia Cosa nostra. Ora, faccio semplicemente finta di non vederli. Pago, se la sosta è a pagamento, nelle macchinette o acquistando i tagliandi, oppure lasciando l’auto se la sosta è libera, imponendomi di non sentire la frase “duttù, u cafè nu pighiamu uora o dopo?”. L’altro giorno, zona Politeama, un panormosauro imponente, vedendo che sto pagando alla macchinetta, mi dice di stare tranquillo, di non farlo, ci avrebbe pensato lui. Rispondo che sono tranquillo, preferisco pagare ciò che devo e che si tranquillizzi pure lui. Capisce l’antifona e corre verso altre auto, sapendo che qualcosa, pur trattandosi di zone blu al centro città, racimolerà. Perché a Palermo coloro che pagano questo pizzo all’aria aperta sono in tantissimi e lo fanno senza fiatare. Sino a quando, ovviamente, non c’è che da prendersela con il muro basso di una pubblica istituzione che decide di cambiare radicalmente questo stato di cose. A quel punto il coraggio dell’invettiva si trova. Del resto, lo vedo ogni giorno in zona residenziale, con questa gente, che subappalta nelle ore serali le zone di’influenza a extracomunitari, molta classe dirigente socializza alla grande, paga, sorride, ricambia il saluto, che è come riconoscere la signoria territoriale a chi non ha nessun titolo per esercitarla, se non la violenza che può mettere in atto contro il tuo mezzo. E’ questa paura che va superata, perché se fossero sempre di più quelli che non pagano, il fenomeno si eliminerebbe da solo. Ovviamente, occorre che l’esempio sia dato anche da chi rappresenta le forze dell’ordine. Un piccolo esempio. Nelle adiacenze di un bar del centro residenziale, ogni mattina, si creano sino a tre strati di macchine che formano una pericolosa barriera di lamiere in prossimità di una curva obbligata. Ebbene, sovente è possibile scorgere pure auto pubbliche adagiate sull'asfalto, diciamo così, in maniera creativa. Un giorno faccio notare la cosa a un agente. “Guardi che quelle macchine messe in quel modo sono pericolose”. Fa un cenno al gentile posteggiatore di farle spostare. Insisto. “Guardi che quello è un parcheggiatore abusivo”. Risposta. “Non mi dica niente, stendiamo un velo pietoso”. Una possibilità di mostrare che cambiare si può, potrebbe essere messa in mostra durante le partite del Palermo. I dintorni del Barbera si riempiono di posteggiatori abusivi che stanno a pochi passi dalle forze dell’ordine. Non si potrebbe tentare, lo diciamo a prefetto, sindaco e questore, dal prossimo anno una vigilanza “pubblica” dei mezzi lasciati dai tifosi che si recano a vedere la partita? Non si stratta di un territorio sterminato. Chissà se assisteremo mai a un miracolo del genere. Intanto, proprio a pochi metri e sin dentro il glorificato percorso arabo-normanno, uno lo abbiamo visto l’altra sera esattamente a ridosso di S. Giovanni degli Eremiti, i posteggiatori abusivi, forse anche loro promossi a patrimonio dell’umanità, continuano a imperversare. 

domenica 19 luglio 2015

Lotta alla mafia: ripartiamo dalle periferie.

Repubblica Palermo 
17 luglio 2015 - Pag. I
Un nuovo inizio senza carrierismi
Francesco Palazzo


La mafia dentro l’antimafia, l’antimafia dentro la mafia, l’antimafia per fare carriera, i proclami sulla legalità che nascondono atteggiamenti contrari, l’antimafia come metallo non più coniabile. Niente di nuovo sotto il sole. Da quando esiste la mafia vivono anche queste eterne querelle. Si giunge così a questo 19 luglio 2015. Che sia un passo indietro o l’uscita necessaria per andare altrove ce lo dirà il tempo. Sembra, intanto, che la profezia di Sciascia sui professionisti dell’antimafia, che nel 1987 infiammò il dibattito pubblico, sia ormai moneta corrente. Pare che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche loro accusati, sappiamo quanto ingiustamente, di carrierismo da vivi, per farne eroi da morti, non pronunciarono mai il termine antimafia. Anche se al loro tempo, quando ancora qualcuno diceva che la mafia non esisteva quel suffisso, anti, poteva avere un senso. Oggi non l’ha più quel senso? Difficile rispondere alla domanda. Sulla lapide di San Domenico, sotto la quale giace da alcune settimane il corpo di Falcone, c’è scritto “eroe della lotta alla mafia”, che si può tradurre “eroe dell’antimafia”. Mettiamo da parte una domanda cui, al momento, non sappiamo rispondere. Forse quello che può dare fastidio, sono le parate istituzionali che nei giorni delle due ricorrenze principali, il 23 maggio e il 19 luglio, e già qui c’è una graduatoria di fatto rispetto alle altre vittime, si sciorinano nei due luoghi simbolo, l’Albero Falcone e Via D’Amelio. Ma insieme con esse, lo sappiamo, ci sono centinaia, migliaia di persone per le quali l’essere in quei luoghi ha il senso di una testimonianza civile, di una rinnovata memoria, di un tentativo di sottrarre tutto all’oblio. Ma poi si dice un’altra cosa. La lotta alle mafie è fare ogni giorno il proprio dovere, nei luoghi in cui ci si trova, contro le prepotenze, gli intrighi, le corruzioni, contro il malaffare che ci si presenta davanti. Questo il senso che la famiglia Borsellino vuole dare all’assenza di quest’anno da via D’Amelio. E non si può che essere d’accordo con questa declinazione del proprio impegno personale, che non ha bisogno di fanfare, lustrini e parole roboanti. Tuttavia, in questa vicenda c’è anche un aspetto collettivo, corale, di popolo, da salvaguardare. Cosi mi pare. Magari non coincide con le navi della legalità o con i cortei che giungono in Via D’Amelio, né con le rappresentazioni che in quel luogo si svolgono nei dintorni del 19 luglio. Ma le mafie, nel loro agire, sono sì legate alle male azioni dei singoli, ma sono anche un fatto collettivo, di sistema, strutturale, di lungo periodo. Quindi, oltre l’impegno personale e privato, primario e importantissimo, occorre che contro di esse si agisca come sistema che ha altri valori e altri scopi. Non la vogliamo chiamare antimafia? Il problema è relativo, i nomi contano sino a un certo punto. Tuttavia, quello che ci sta dietro importa eccome. E allora la si potrebbe mettere più o meno così. Almeno provarci. Ogni anno si potrebbero scegliere più periferie, luoghi spesso abbandonati e dove forse il discrimine tra mafia e antimafia può essere meno evanescente di quello consunto che si celebra nel salotto cittadino. Andare lì a manifestare e contemporaneamente, e in primo luogo, dare vita a strutture pubbliche, collettive, che rimangano, in cui la politica, il volontariato locale e il movimento anti quello che volete provino a lasciare segni concreti da curare e salvaguardare nel tempo. Può essere un nuovo inizio. Che non elimina i rischi del carrierismo, delle ambiguità, delle parole che nascondono azioni contrarie. Dobbiamo, però, sapere, questo ce lo dice una lunga storia, che la mafia, proprio per non essere una forma semplice di criminalità, ma un sistema che ha rapporti duraturi e bilaterali con politica, economia e società, non è semplice da affrontare. Possiamo pure eliminare la parola anti. Ma le mafie rimangono e per essere spazzate via richiedono una duplice azione: personale e collettiva. 

mercoledì 8 luglio 2015

Chiesa e democrazia: come si potrebbe eleggere un cardinale.

La Repubblica Palermo

7 luglio 2015
SE IL VESCOVO FOSSE SCELTO DAI FEDELI
                                                                   Francesco Palazzo


L'UNIVERSITÀ di Palermo, chiamando a raccolta 2.559 elettori, ha un nuovo rettore. Un esercizio di democrazia che darà forza e autorevolezza, anche per il grande consenso raccolto alla nuova guida dell'Ateneo palermitano. C'è un'altra istituzione, la diocesi di Palermo, che, dopo le dimissioni per limiti di età dell'attuale arcivescovo Paolo Romeo, attende da tempo l'indicazione del nuovo pastore della Chiesa. Non sappiamo che tipo di riforma e con quali tempi si potrebbe configurare una situazione in cui una platea di sacerdoti, religiosi e religiose, laici che hanno incarichi nelle parrocchie, diaconi, ministri straordinari dell'eucaristia, catechisti e catechiste, capi di gruppi scout presenti in vari contesti parrocchiali, rappresentanti di parrocchie e altre figure interne alla gerarchia ecclesiastica palermitana, possano eleggere da una rosa di nomi, proposti da Roma, almeno tre, di cui uno espressione della Chiesa locale, il loro capo spirituale. L'attuale Pontefice ci sta abituando a tante novità teoriche e pratiche su diversi campi. In questo settore, peraltro, non ci sarebbe da inventarsi nulla di nuovo. Né dal punto di vista della prassi né da quello teologico. Nella Chiesa delle origini il vescovo era eletto dal clero e dal popolo. Non si tratterebbe di consentire a chiunque di partecipare alle elezioni: l'elettorato attivo sarebbe composto soltanto da alcune migliaia di votanti che vivono, con diversi carismi e funzioni, la realtà ecclesiale di determinati contesti geografici, sociali e pastorali. Spesso dai pulpiti delle cattedrali si ascoltano condivisibili critiche, da parte di vescovi e cardinali, nei confronti del potere civile eletto nelle istituzioni che talvolta, e in Sicilia spesso, non fa il proprio dovere di amministratore oculato ed efficiente. Ma ci si dimentica in questi casi che, pur proferendo parole di vera e viva preoccupazione verso le comunità civili, si considera il proprio essere immersi nel mondo e nella società come un qualcosa di distaccato, che non è tenuto a rispettare neppure l'elementare regola della democrazia interna nella scelta dei vertici delle diocesi. Conosciamo le obiezioni principali a questa proposta. La prima è che la fase elettorale tende a essere divisiva e che la Chiesa deve conservare, apparentemente, l'unità attraverso una scelta proveniente dall'alto. Sennonché le divisioni all'interno delle varie comunità diocesane, e persino parrocchiali, sono all'ordine del giorno. Spesso si alimentano di dicerie e anonimi che confermano l'esistenza di un universo frammentato di fatto. La scelta dal basso comunque avrebbe il timbro di un corpo elettorale che potrebbe rafforzarsi e trovare unità praticando un metodo condiviso e inclusivo, rispettando poi l'esito della consultazione. Una seconda obiezione è che questa pratica sarebbe uno scimmiottamento della politica, dove non sempre gli eletti sono i migliori, sia dal punto di vista dello spessore umano e morale che da quello professionale e operativo. Questo può rispondere talvolta a verità. Ma sarebbe un buon motivo per sospendere i procedimenti elettorali e accettare nominati dall'alto a tutti i ruoli di vertice, solo per scongiurare il rischio che i peggiori abbiano la meglio sui migliori? E poi chi lo dice che un nominato, seppure dal soglio papale, sia più adeguato di un eletto? Insomma, questo papato potrebbe (re)introdurre, anche in tempi non necessariamente lunghi, una pratica di questo tipo. Darebbe un ruolo non di mero esecutore a un vasto potenziale elettorato cattolico e avvicinerebbe, in un frammento cruciale, la democrazia praticata, e anche rischiosa, le istituzioni civili e quelle religiose. E renderebbe anche più credibili le critiche che spesso i principi della Chiesa svolgono nei confronti degli amministratori della cosa pubblica.

lunedì 23 febbraio 2015

Il giovane medico, quel calcio nella notte e Palermo.

La Repubblica Palermo - Pag. I
Venerdì 20 Febbraio 2015
Il dramma di una città nella guerra fra tribù
Francesco Palazzo



Della vicenda del giovane medico morto a 25 anni a Palermo per un gesto assurdo, sul quale è persino inutile cercare la definizione più appropriata che possa descriverne la ferocia, mi ha colpito la lucidità del padre, un uomo delle forze dell’ordine, durante la fiaccolata in ricordo del figlio Aldo. Si augura che la sua morte possa in qualche modo fare da campanello d’allarme e interrogare tutti, dando risposte nell'ambito della legalità, perché certi fatti non accadano più. Pur sapendo, tuttavia, che nessuno può in assoluto scongiurare la violenza del singolo, è nostro compito accettare questo invito di un genitore il quale, pur nel momento di uno sterminato dolore, prova a indicare un percorso di riflessione che porti a concreti cambiamenti. L’omicidio del giovane Naro è accaduto a Palermo, in una zona ai margini della città, dove politiche abitative e urbanistiche dissennate hanno creato delle zone dl’illegalità oramai vissuta a cielo aperto. Sia chiaro, non si vuole fare del facile sociologismo. La responsabilità penale è personale e niente giustifica un accadimento di questo tipo. Ma proviamo a ragionare, sulla scia del genitore di Aldo. Dunque, Palermo. Una città che da parecchio tempo non è più una comunità in cui tutti i suoi membri si riconoscono in un comune percorso. E’, è tornata ad essere, un insieme di tribù, di pezzi che non riescono a dialogare, dunque un mosaico fatto di non luoghi, che siano centrali e periferici. Ad un certo punto, tra una luce psichedelica e una consumazione, spunta il calcio feroce che chiude una vita che voleva dedicarsi ad altre vite. Siamo così sicuri che possiamo tutti girare la faccia dall'altra parte come se fosse un alieno e non un abitante di questa città colui che l’ha sferrato? Se lo guardassimo come uno diverso da noi, non potremmo che attendere il prossimo calcio, o colpo di bottiglia in testa o coltellata nell'addome. Se, invece, almeno in una parte della nostra mente comincia a farsi spazio il ragionamento sul futuro che ci propone il padre di Aldo, dobbiamo ammettere che ciascun gesto, dal più bello e nobile, al più infame e sporco, ci pone domande su quanto abbiamo fatto di positivo nel primo caso e di negativo nel secondo in termini di indifferenza e distrazione. Non comprendendo che se insieme non costruiamo la città della convivenza e del rispetto, prima o poi arriva un calcio nella notte che ci fa annaspare e non comprendere più quello che siamo e dove viviamo. Che la giustizia faccia il suo corso, ma non possiamo accontentarci. Così come sarebbe facile il gioco dello scaricare ad altri responsabilità che certamente hanno, chiedendo tutto alle istituzioni. No, qui occorre fare un passaggio ulteriore, e parlare di cittadinanza. Quante volte ci si gira la testa dall'altra parte, come cittadini e cittadine, osservando e quasi inciampando nelle tante illegalità che misuriamo a vista o contribuiamo a creare nella nostra città? Una comunità, Palermo, dove il rispetto delle regole civiche e di convivenza riguarda sempre l’altro, l’altra, il prossimo, preferibilmente sporco brutto e cattivo, che così possiamo gestire meglio il nostro vivere quotidiano guardando dall'alto della nostra torre l’alieno, il delinquente, l’altro da noi. E dimenticare che l’altro, quello che lascia a terra, mentre la musica impazza, una vita, fa parte di un modo d’essere e di vivere che ci può essere completamente distante nella misura in cui ci accontentiamo di rimanere con le mani in mano e il viso contratto dall'orrore. Ma facendo così, come teme il papà di Aldo, questa morte servirà a poco. E non vogliamo che sia così. Nel 2017 in questa dolorosa e bellissima città si tornerà a votare. Mancano due anni. I partiti, in prossimità della scadenza elettorale, faranno la loro parte e non cominceranno certo a scaldarsi i muscoli adesso. Può farlo, invece, un cospicuo gruppo di persone che volesse, da oggi, cominciare a percorrere Palermo in lungo e in largo, ricapirla, vedere cosa è adesso questo grosso gigante adagiato sul mare, mettere insieme, rivitalizzare, creare, in ogni angolo del capoluogo, percorsi di vera cittadinanza, ingrossare le fila e poi proporre alla città un percorso che arrivi, perché no, al Palazzo di Città nel 2017. Ciò magari non ci garantirà in assoluto che quel calcio nella notte non partirà più per sempre. Ma ci permetterà almeno di provare a risentirci una comunità vera. In cui sarà più facile che due ragazzi, pur venendo da mondi diversi, finiscano la serata prendendo un drink al bar. Senza che l’uno spenga per sempre l’altro, spegnendo pure se stesso. 

venerdì 27 giugno 2014

Francesco,Wojtyla e la scomunica ai mafiosi. E il verbo non si è fatto ancora carne.

La Repubblica Palermo

26 giugno 2014 - Pag. I

Scomunica ai boss. Se l'anatema diventasse norma.

Francesco Palazzo

Se volessimo stare ai fatti, potremmo affermare che i comunisti ieri (ma pare che la scomunica del 1949 non sia mai stata ritirata) e i divorziati/risposati oggi, in buona compagnia dei contestatori dell'attuale Chiesa (come ricordava Vito Mancuso lunedì su Repubblica parlando della scomunica alla leader del movimento "Noi siamo chiesa"), siano più pericolosi dei mafiosi. Questi ultimi, infatti, non sono mai stati raggiunti da un formale divieto sui sacramenti. Siccome vogliamo procedere con prudenza, di fronte a un papato nei confronti del quale non si può che essere ben disposti, dobbiamo svolgere ragionamenti diversi. Parliamo della condanna che Francesco ha rivolto agli 'ndranghetisti e a tutti i componenti della criminalità organizzata. La quale ha generato la stessa reazione che si è avuta verso il grido agrigentino lanciato nel maggio del 1993 da Giovanni Paolo II nella Valle dei templi, di fronte al Tempio della Concordia, dove adesso sorge in ricordo di quell'evento una grande croce. Come si fa a definire prime volte, punti di non ritorno, due eventi simili accaduti a meno di venticinque anni l'uno dall'altro? Dobbiamo forse pensare che, dal maggio del 1993 al giugno del 2014, poco è stato fatto di concreto da parte della Chiesa contro le mafie, tanto da avere bisogno di un'altra prima volta, di un altro vescovo di Roma proveniente dalla fine del mondo, che ripeta i gesti e le frasi del Papa polacco? E, in effetti, guardando le cose per come sono, compito cui non dobbiamo mai sottrarci, pena la propaganda e la mistificazione che possono sfociare anche nel culto della singola persona e nella deresponsabilizzazione dell'intera comunità cattolica, non possiamo che prendere atto che, dalla Valle dei templi a oggi, a parte singole e sparute scelte individuali di alcuni prelati, la Chiesa non ha varato alcun provvedimento normativo. Che neghi, ad esempio, la comunione, il padrinato, la cresima, il matrimonio o le esequie a chi si è macchiato di reati di mafia o ai colletti bianchi che sono stati condannati per aver favorito in qualche modo le cosche. Non solo non si è agito su aspetti così importanti, ma addirittura non si è proceduto su ambiti meno dirompenti. Come il non consentire a pregiudicati di far parte di congregazioni religiose. Ora, per evitare di doverci trovare, tra dieci o trent'anni, a definire nuovamente «storico» o a marchiare ancora come prima volta l'intervento, a parole, di un Papa contro le mafie, ci auguriamo che stavolta, parafrasando il prologo del Vangelo di Giovanni, si passi dal verbo alla carne. Lo diciamo anche perché, già all'indomani del monito calabrese di Francesco, sulla cui autenticità e importanza nessuno vuole disquisire, qualche alto prelato ha sottolineato due passaggi che lo renderebbero meno storico. Il primo è che delle applicazioni pratiche di questa scomunica orale dovrebbero occuparsi i singoli preti, non avendo dunque le spalle coperte dall'istituzione che rappresentano. Il secondo è che il monito del Pontefice ha caratteristiche essenzialmente teologiche. Se fosse così, sintetizzando, potremmo senz'altro dire che si tratta di acqua fresca, ancorché benedetta. Per evitare tale doppio epilogo della vicenda, non sarebbe male che le Chiese del Mezzogiorno, a partire da quella siciliana, che più vivono la presenza delle cosche mafiose e più dovrebbero sentire la necessità di andare oltre il verbo che non si fa carne, si facessero carico di un'azione chiara e diretta. Chiedendo con forza, questa volta, visto che non l'hanno fatto con Giovanni Paolo II, cosa deve significare in concreto, ossia con disposizioni aventi carattere di norme inserite nel diritto canonico, che i mafiosi e coloro che li appoggiano nel mondo politico ed economico sono posti fuori dalla comunione con la Chiesa.

lunedì 23 giugno 2014

Giovanni Falcone, sereno e amato negli anni trapanesi.

La Repubblica Palermo

22 Giugno 2014 - Pag. XII

Il Falcone mai visto di Trapani circoli, cene e feste di Carnevale

FRANCESCO PALAZZO


Le foto poste alla fine del libro di Salvatore Mugno Quando Falcone incontrò la mafia (Di Girolamo Editore), ci rimandano un Falcone trapanese (1967/1978) poco noto. Rotariano, aderente ai Lions, impegnato sul referendum a favore del divorzio. «Sereno e amato, non perché Falcone, ma perché Giovanni: un asso nel lavoro ma anche semplice compagno di battute e goliardia». Parole dalla prefazione di Dino Petralia. Giovanni e Rita hanno molte conoscenze. Cene e balli. Ama San Vito, dove prende casa. Difficile immaginarlo vestito, per carnevale, da Tarzan, infermiere, matricola con un grosso lecca lecca. Fa parte del Nuovo Circolo, frequenta il "Light Ball", discoteca in voga. In un procedimento è a Roma per sentire Almirante. Nel 1976 è sequestrato nel carcere di Favignana con un coltello alla gola. Davanti a una Porsche sequestrata prova il piacere di mettersi al volante sino al garage dove deve essere custodita.

domenica 22 giugno 2014

PD siciliano: chiudo la sede e tengo aperte le correnti.

La Repubblica Palermo

21 giugno 2014 - Pag. I

La chiusura della sede come metafora del PD

FRANCESCO PALAZZO

La chiusur della sede regionale del PD è la logica conclusione per una formazione politica che in Sicilia, pur bagnata da un forte consenso elettorale alle europee, non rappresenta da tempo una comunità coesa e riconosciuta di donne e di uomini riuniti attorno ad un'idea e ad un impegno. Ma un agglomerato di leader, più o meno dotati di forza elettorale, con al seguito dei seguaci che seguono le orme dei capi corrente, ne sposano le convinzioni e stanno sulla scia mutevole delle cangianti alleanze che si compongono e si frantumano, raramente o quasi mai per ragioni ideali, continuamente dentro il partito. Se il quadro è più o meno questo, in effetti non c'è motivo di tenere aperta anche fisicamente una sede regionale. Una famiglia che non è più tale, non ha affatto bisogno di un tetto comune sopra la testa. Infatti, dentro il PD, ci si duole, giustamente, per le sorti dei lavoratori che vanno in cassa integrazione, ma nessuno si è dispiaciuto per la chiusura della saracinesca politica. Quasi fosse alla stregua di uno dei tanti esercizi commerciali che giornalmente a Palermo abbassano le loro saracinesche. E questo perché tutti sanno, e sappiamo, che non viene a mancare nulla d'importante. Bastano a disegnare le pratiche politiche dei democratici siculi le varie segreterie dei tanti eletti o eleggibili nelle varie assemblee rappresentative. Le leve del comando e i rapporti di forza stanno altrove, le assemblee plenarie servono soltanto a ratificare quanto deciso in altre stanze. Bisogna prendere atto che al partito degli iscritti, il quale una volta tanto deve farsi bastare e avanzare un gazebo, si è sostituito il partito dei ras del consenso. Basta dirlo una volta per tutte e non pensarci più. Una volta c'erano le sezioni, situate pure nei paesini più sperduti, e le sedi centrali del partito, dove cresceva e si temprava classe dirigente. Magari ammorbata di ideologie, ma certamente con davanti a sé il senso di una missione che non corrispondeva con l'orticello angusto della corrente di riferimento o con quello ancora più claustrofobico del leader di riferimento. Adesso la misura del ricambio sarà, è, la fedeltà non ad un percorso collettivo, ma alla singola persona. Non ci giungono notizie di chiusure simili dalle altre regioni, una specie di record di cui avremmo fatto volentieri a meno. Soprattutto in una Sicilia che avrebbe bisogno di un forte e unito Pd per fare qualche passo in avanti. Dalla sede di Via Bentivegna fanno sapere che ci sarà qualcuno che risponderà al telefono (ma per dire cosa? Mica è un call center) e che comunque la struttura rimane disponibile per le riunioni dei politici. E quest'ultima chiosa è la conferma che un partito può essere concepito come una sommatoria di individualismi che si riuniscono, pezzo per pezzo, per discutere delle loro cose. In futuro può essere che si ritrovino i fondi per ristabilire un minimo di funzionalità alla sede regionale. Ma anche se si dovessero trovare gli importi necessari, questi non potranno certo comprare la presenza di una politica partitica condivisa negli aspetti essenziali, la cui assenza ha portato alla cancellazione di una storia senza che qualcuno abbia alzato un solo sopracciglio. Una volta, più di trent'anni addietro, un assessore del comune di Palermo, a me giovane attivista politico di quartiere, disse che avevo qualche buona idea ma che non sarei mai andato avanti se non mi legavo a qualche corrente politica. Gli dissi che non ne avevo bisogno e che una nuova politica avrebbe polverizzato le sue errate e medievali convinzioni. Aveva ragione lui.

domenica 15 giugno 2014

Mondello e Favorita: appuntamento all'anno prossimo.

La Repubblica Palermo

14 giugno 2014 - Pag. XII

MONDELLO, CABINE E FAVORITA, LA “TRINITÀ” DELL’EMERGENZA

Francesco Palazzo

Mondello, cabine, Favorita. Un trinomio che sta tenendo banco in questo inizio estate. Ed è come se scoprissimo questa trinità laica all’ultimo momento. E, invece, ci confrontiamo ogni anno con tali “emergenze”. Che è il modo rassicurante, tutto siculo, di chiamare ciò che non si vuole, o non si sa, risolvere per decenni. Ora sentiamo che questi mesi saranno una preparazione per la prossima bella stagione. Quando avremo Mondello pedonalizzata e ciclabile, ma si diceva la stessa cosa lo scorso anno, niente cabine, e non ricordiamo più da quanto se ne parla, e il Parco della Favorita completamente chiuso, ed anche questo è un romanzo che ormai conta parecchi capitoli. Non sarebbe scommessa temeraria ipotizzare che, più o meno tra dodici mesi, ci ritroveremo a discutere di tali argomenti rimandando, ovviamente, al divenire la loro radicale e definitiva soluzione. Perché è proprio questa la nostra dimensione, il non mettere mai un punto definitivo su nulla. Ed anche quando gli attuali governanti palermitani, alcuni dei quali per inciso hanno già amministrato in passato non modificando di una virgola ciò che ora intendono rivoluzionare, dovessero in qualche modo trovare delle soluzioni non dell’ultimo momento, e perciò condivise e ragionevoli, state pur certi che una prossima giunta cambierebbe nuovamente le regole del gioco. Questo è il baratro che ci divide dalle città che funzionano. Nella quali, ogni passo avanti che si fa, diventa patrimonio di tutti e non si mette più in discussione.

domenica 1 giugno 2014

I disagi che fanno rumore e quelli che non si vedono.

La Repubblica Palermo
31 maggio 2014 - Pag. I

I SENZA TETTO NÉ LEGGE E I POVERI SILENZIOSI

Francesco Palazzo

Le occupazioni dei senzatetto si prestano a qualche lettura. In primo luogo si registrano contrasti tra gli occupanti, in qualche caso un gruppo avrebbe deciso arrivi e partenze. Inoltre, gli stessi sostenitori degli occupanti temono infiltrazioni mafiose. Un altro problema è relativo al fatto che alcuni beni storici e artistici presenti nei siti oggetto di occupazione, ancorché abbandonati, corrono ulteriori pericoli, vedi la vicenda dell'Istituto Sacro Cuore, dove sarebbe stato portato via di tutto. Ovviamente, non si può generalizzare, tante famiglie vogliono soltanto un tetto sopra la testa. Ma, prevaricazioni tra gli occupanti, possibile utilizzo del disagio abitativo da parte delle cosche, alta probabilità di mettere in pericolo l'integrità dell'esistente, sono caratteristiche di cui abbiamo preso atto e vediamo in altri luoghi di Palermo. Spostandoci su un altro versante della questione, occorre segnalare che la pratica delle occupazioni ha inaugurato a Palermo una variante inquietante. Si prendono di mira direttamente, magari già usufruendo di alloggi popolari, non beni pubblici o appartenenti a enti vari, ma le stesse proprietà private di singoli, procedendo direttamente alle ristrutturazioni. Al fondo di molte di queste azioni, si sostiene legittimamente con l'intento di giustificarle, sta la crisi con l'impoverimento di tante famiglie, le quali non possono più sostenere gli affitti. Dovremmo riflettere, tuttavia, sul perché anziché pochi nuclei familiari, non si mobilitino tutti quelli che sono investiti dalla penuria di liquidità. Al contrario, la stragrande maggioranza della famiglie a rischio povertà campano con modestissimi redditi, riuscendo pure a mandare i figli all'università con mille sacrifici. Poiché non si fanno sentire, non fanno notizia, rimanendo invisibili. Giusto affermare che le istituzioni devono fare la loro parte nei confronti di chi non ha un giaciglio. Ma nel frattempo si fa tutto il possibile per cominciare a uscire con le proprie risorse dall'indigenza o si attende che il manto assistenzialista si faccia carico di tutto? Ciò va detto perché in questa terra, è sotto gli occhi di tutti, c'è una fascia di precariato senza titoli di studio che pretende e ottiene, andando in piazza e trovando orecchie politiche più che "attente". È una minoranza, ma sa farsi sentire. Poi c'è una moltitudine di giovani silenziosi con titoli di studio che non prendono un euro da nessuno, pur presentando curriculum di peso a destra e a manca. Sono costretti ad andarsene o a sbarcare il lunario con poco, senza mai bloccare un solo viottolo di campagna. È bene allora, senza rivolgere lo sguardo soltanto a coloro che possono diventare un problema di ordine pubblico o cospicui bacini elettorali finanziati dalle casse pubbliche, che si abbia uno sguardo a 360 gradi sul disagio. Che è reale e al quale la politica deve fornire le risposte che può dare. Senza che tuttavia si pretendano miracoli da essa e ci si impegni ad aiutarsi con una seppur minima entrata finanziaria. Per tornare alle occupazioni, nel chiedere disponibilità di immobili alla curia e ai vari enti religiosi, si cita l'invito di papa Francesco a condividere con gli ultimi i beni inutilizzati dalla chiesa. Non sarebbe male, adottando lo stesso criterio, se pure qualche frammento di gerarchia laica, che può permetterselo, cominciasse a donare qualche metro quadro per i fratelli e le sorelle che stanno messi male. Così, per dare il buon esempio e per vedere l'effetto che fa.

giovedì 29 maggio 2014

Cosa ne faranno i democratici siciliani del miracolo di San Matteo?


Repubblica Palermo
28 5 2014 - Pag. I

Matteo il taumaturgo copre le “magagne” dei dem siciliani

Francesco Palazzo

Nel Pd siciliano ricominciano da dove avevano lasciato alla vigilia delle elezioni, cioè litigando e dandosele di santa ragione. Ed è la dimostrazione più evidente che il merito di essere diventato il più votato partito in Sicilia è tutto di Matteo Renzi. Perché giammai una formazione politica così rissosa avrebbe potuto, con le sue sole forze, raggiungere un risultato simile. Quello che è accaduto dentro le file dei democratici in questa campagna elettorale per le Europee era un viatico certo per una sconfitta. L'ennesima. Evitata perché il presidente del Consiglio si è caricato tutti sul groppone e li ha posati in una dimensione percentuale che non li rappresenta affatto. Il tema dell'antimafia e la spinta ad appoggiare questo o quel candidato, per mettere la propria bandiera su diversi frammenti del consenso, sono stati la carta d'identità del Pd siculo nelle settimane passate. E non si fermano. Dopo il responso delle urne si è ripreso il tema dell'antimafia e si è rivendicato questo o quel risultato positivo, questo o quel fallimento elettorale, per continuare il gioco. Ma a chi serve tutto ciò? Certamente non al popolo siciliano. Che con il suo voto si è dimostrato più avanti di tutta la classe dirigente democratica siciliana. E ha indicato, come del resto ha fatto nella parte restante del Paese, una chiara direzione di marcia. Che, al momento, è abbastanza chiaro, chi dirige questo partito in Sicilia, chi lo rappresenta nelle istituzioni, non è in grado di cogliere. Eppure, almeno questa volta, non si può rimproverare al corpo elettorale siciliano, almeno a quella esigua parte che ha espresso voti validi, di andare da un'altra parte, di non aver visto e capito. È accaduto tante volte, ma questa volta è andata diversamente. Nel giorno delle elezioni mi è capitato di incontrare diverse persone che solitamente votano a destra, altre che di consueto scelgono l'estrema sinistra e altri ancora che non andavano da tempo alle urne rivelare di aver messo un segno sul simbolo del Pd senza indicare preferenze, quindi sorvolando sulle tribù e sulle fazioni in cui è attualmente diviso il partito siciliano e senza che si fossero accorti di questa querelle stucchevole e incomprensibile a un'intelligenza media sull'antimafia. I democratici hanno a disposizione oggi, ma non è detto che sarà così anche domani o dopodomani, un grande pezzo di Sicilia che ha dato una generosa quanto immeritata, per le ragioni esposte, apertura di credito. E anche fra i tanti che non si sono recati alle urne si può mutarne in positivo lo scontento, portandoli a credere che qualcosa è ancora possibile sperare. Anche in Sicilia. Solo il Partito democratico, l'unico vero partito rimasto in Italia, al momento può, se smetterà di guardarsi l'ombelico e di scannarsi dentro le segrete stanze e poi in piazza, indicare ai siciliani un percorso di modernità, non passiva — quella la conosciamo già sin troppo bene, come scrive Emanuele Felice nel suo libro "Perché il Sud è rimasto indietro" (Il Mulino) — ma attiva, partecipe, condivisa. Fatta di governo concreto e accorto della cosa pubblica e di politica che si sviluppa nel territorio. Non è difficile. Si chiama politica. O, meglio, si potrebbe rivelare oltremodo arduo, se si continuerà a mostrare un partito che cannibalizza se stesso e non riesce neppure a sfruttare, perché questa è l'impressione che abbiamo al momento, un consenso che lo ha baciato pur avendo fatto di tutto per non coglierlo. Non durerà molto, nella nostra terra, questa luna di miele. Riuscirà il Pd oggi, perché domani potrebbe essere tardi, a mostrare ai siciliani il volto di una comunità coesa, attenta, preparata e responsabile? Possiamo augurarcelo. E non per mere questioni elettoralistiche. Che il Pd prenda il 35 o il 50 per cento in Sicilia, non servirà a nulla se non sarà capace di portare questa regione e i suoi abitanti verso un miglioramento delle loro condizioni sociali ed economiche. Che, allo stato, rimangono pessime e non miglioreranno certo perché il Partito democratico è primo in Sicilia. Questa è ormai storia di ieri. 

mercoledì 14 maggio 2014

Palermo-Catania: il pallone e altre storie.

La Repubblica Palermo
Pag. XV - 14 maggio 2014
L'altro derby per lo sviluppo
Francesco Palazzo

Durante i festeggiamenti per la promozione del Palermo, il coro “chi non salta è catanese”, si è sprecato. Così come le battute sulla precarietà della classifica, calcistica, degli etnei. Ma il calcio è una ruota che gira e può riservare, ad ogni curva, sconfitte o vittorie. Questa regola vale meno se guardiamo agli assetti che la politica, l'economia e la società riescono a dare alle città. In tale contesto contano aspetti meno effimeri di un pallone che rotola in rete. Qui temiamo che la classifica si capovolga. Se vi recate nel capoluogo catanese troverete una pulizia delle strade e dei marciapiedi notevole. Anche le erbacce sono oggetto di una certa attenzione. Non si vedono sacchetti d'immondizia. Per quanto a Palermo la situazione della raccolta dei rifiuti sia migliorata, cartacce, bottiglie, buste di plastica, pacchi di sigarette e mozziconi, per limitarci ad un elenco sobrio, si fanno notare ovunque. Non parliamo della situazione dell'asfalto. Buche e sconnessioni ci accompagnano ad ogni passo. All'ombra del vulcano, confrontando le zone centrali delle due città, abbiamo strade lisce e marciapiedi integri e larghi. Se poi paragoniamo le chiusure dei centri storici, a Catania la grande piazza dove sorge la cattedrale da la sensazione di un'area pedonale tranquilla e condivisa. Non ci sono piante o dissuasori. A Palermo, gli spazi secondari tolti alle auto, Piazze San Domenico e Bologni, devi difenderli manu militari e comunque è davvero poca roba. Ben altra cosa sarebbe chiudere tutta Piazza Politeama, la zona adiacente la cattedrale o quella circostante il Teatro Massimo. Se ci riferiamo ad un'importante infrastruttura quale l'aeroporto, registrando che Fontanarossa è stato promosso scalo strategico, come Punta Raisi, possiamo notare la sua agibilità e la confusione che persiste al Falcone-Borsellino. Con lavori che non ricordiamo più quando sono iniziati e non sappiamo quando finiranno. Altra questione è il mare. Mentre a Palermo si svolge il dramma scespiriano intorno al dilemma cabine si o no a Mondello, ma in realtà si continua a non utilizzare il mare che costeggia la parte centrale della città, a Catania il mare che vedi non appena entrato in centro è tutto balneabile. Intorno ad esso tanti stabilimenti balneari, con indotto di alberghi, ristoranti, bar e pizzerie. Non va peggio nel circondario catanese, Acireale, Acitrezza e le frazioni di Catania. L'utilizzo e il rispetto delle bellezze naturali e la pulizia risultano sempre ben visibili. Se guardiamo a destra e a sinistra della città di Palermo, non è difficile, soprattutto nei primi paesi verso Trapani scorgere immondizia e coste martoriate. Ma anche verso Messina, a parte eccezioni, bisogna arrivare a Cefalù per trovare un'economia basata sulle bellezze storiche, artistiche e naturali. A proposito, inoltre, di un altro dubbio esistenziale palermitano, l'infinita storia dei gazebo, dando un veloce sguardo alle vie centrali di Catania ci è parso di non vederne. Sicuramente, per le strade catanesi, non c'è la teoria di saracinesche chiuse che si registra a Palermo. Segno di un'economia fatta di piccoli negozi che ancora regge pur sotto i colpi della crisi. E pensare che soprattutto nel catanese, visto che la morte dei piccoli esercizi si attribuisce ai mega centri commerciali, sono presenti i colossi della grande distribuzione. Resistono anche i marchi che hanno fatto la storia culturale della città, come le librerie Cavallotto. A Palermo sappiamo cosa accade alle insegne storiche. Forse che a Catania politica, economia e società civile sono avanti rispetto a Palermo? Probabilmente per questo, nel distretto catanese si produce l'80% del PIL isolano. Una volta un detto catanese recitava: Si Catania avissi portu, Palermu saria mortu. Ma oggi il porto catanese ha superato per traffico quello palermitano. Per riprendere e rovesciare lo slogan dei rosanero, non sarebbe male se riuscissimo a saltare insieme ai cugini catanesi.