giovedì 27 marzo 2014

Consenso alle mafie: classe dirigente e popolo dei quartieri.

La Repubblica Palermo
26 marzo 2014- Pag. I
IL CONSENSO ALLA MAFIA NON E' SOLO DI NECESSITA'
Francesco Palazzo

Ogni volta che il popolo dei quartieri si mobilità, vuoi per un funerale dopo un omicidio di mafia, vuoi per difendere quanti delinquono scagliandosi contro le forze dell'ordine o semplicemente appoggiando nella vita quotidiana la cultura e le prassi mafiose, si rimane stupefatti. In realtà, il quadro che si presenta fa parte di una lunga storia e non è affatto una sorpresa. Si tratta del consenso sociale che Cosa nostra continua ad avere presso ampi strati della società siciliana. Disseminato un po' ovunque, sia nelle classi dirigenti, sia negli strati popolari. Questa constatazione dovrebbe interrogarci sulla presa che il movimento antimafia ha avuto in Sicilia. Occorrerebbe dire con onestà che solo una parte non maggioritaria, localizzabile nell'asse che parte dalla borghesia e arriva nei quartieri, ha fatto effettivi passi in avanti circa l'opposizione al potere mafioso, nelle diverse forme in cui esso continua a declinarsi. Ora, il punto è che quasi sempre si assiste a una sorta di interpretazione di classe un po' curiosa. Capita di leggere condivisibili analisi quando si punta la classe dirigente, ovviamente una sua parte, posizionata in politica o nelle professioni, come lo strato sociale che va a braccetto con le mafie, nutrendole e nutrendosi del potere economico e sociale da esse derivante. Quando si passa a esaminare l'altra parte di questo filo continuo, e ben più numeroso, ossia quella parte di classe popolare che fa esattamente la stessa cosa, seppure con diverse finalità, si ha come uno scarto nella valutazione. Mentre i primi, cioè quei membri collusi della classe dirigente, sarebbero, come effettivamente sono, dei consapevoli sostenitori delle cosche, per vari motivi - voti, soldi, appalti - il popolo minuto che appoggia le mafie lo farebbe in stato di costrizione. Perché senza lavoro, senza casa, senza soldi, con pochi diritti, a causa dello stato non molto presente e via elencando. Non è che questi aspetti siano del tutto infondati. Ma non possono essere degli alibi. Non si riflette sino in fondo su una possibile opzione complementare e non completamente alternativa. Cioè che anche nei quartieri, tra la gente non dotata di cospicui conti in banca, ma non necessariamente indigente, in quanto avente un lavoro, un ambiente familiare sano o una pensione rispettabile o tra gli stessi nullatenenti, possa esserci un appoggio deliberato, convinto, consenziente, lucido alle cosche mafiose. Perché negare che nei rioni ci possano essere teste pensanti che si cibano e alimentano le mafie scegliendo questa opzione come fa uno spaccato della classe dirigente? Allora, più che veicolare una sorta di giustificazionismo della necessità, ci si deve chiedere perché ciò succede e come fare per capire, prima, e affrontare, dopo, tale situazione. Ammesso che le cose stiano così. Perché, se invece è l'indigenza o la non ricchezza, a generare mafia in maniera innocente, allora lasciamo le cose come stanno e continuiamo ad accontentarci delle analisi consuete. Bisognerebbe però spiegarsi e spiegare perché mai, strati sociali non poveri, tutt'altro, continuino a foraggiare i poteri criminali. Se fosse vera l'equazione niente povertà, niente mafia, non dovremmo assistere al fenomeno di membri della classe dirigente, dunque per definizione forti sia culturalmente che economicamente già di loro, che si mettono al servizio della parte peggiore della società siciliana. Se ci convinciamo di questi ragionamenti, dobbiamo ammettere che Cosa nostra, nella sua lunga vita, che ancora non ci siamo messi alle spalle forse anche perché non sempre ne abbiamo letto le dinamiche in maniera corretta, abbia sempre pescato e raccolga tuttora approvazione non forzata in tutti i settori della società siciliana. E tale gradimento è tutto grave allo stesso modo. Forse, come suggeriva don Ciotti nell'intervista a Repubblica in cui commentava le parole che papa Francesco ha rivolto ai mafiosi, è necessario “rovesciare schemi vecchi e datati”. Non è semplice farlo, tuttavia può rivelarsi necessario e urgente. 









mercoledì 12 marzo 2014

Foro Italico: cuscini, birilli e altre storie.

La Repubblica Palermo
11 marzo 2014 - Pag. I
I pezzi mancanti del panorama urbano
Francesco Palazzo


I cuscini mancanti sono trentaquattro, uno in più di quanti ne avevamo contati nel 2011. In parte è una buona notizia. Significa che negli ultimi tempi la voglia distruttiva dei palermitani non ha quasi causato altri danni. Non è migliorata, invece, l'attenzione di chi sarebbe stato preposto alla sostituzione dei guanciali scomparsi. Erano cinquantasette all'inizio, di un bel blu elettrico, rivolti verso il mare insieme ai divani allegramente colorati nella passeggiata in fondo al prato del Foro Italico. Oddio, chiamarlo prato, visto le condizioni in cui versa, è arduo. Pure quello che circonda la Cala pare consumato. Ma torniamo ai cuscini. E poi parleremo dei birilli. Ok. Il parco della Favorita non può essere chiuso. Resta un interrogativo. Quando si promettono le cose nelle campagne elettorali, si verifica prima la fattibilità di ciò che si vuole fare? Per carità, la realizzazione tecnica di certi progetti è più facile a dirsi che a farsi. Ma con i cuscini sarebbe più semplice. Uno va lì, conta quelli che sono passati a peggior vita, al posto dei quali vi sono delle sgradevoli macchie di cemento, e ne ordina degli altri. Restaurando quelli rimasti e rinfrescando i colori delle panchine. Se per caso non andassero di corsa, gli addetti potrebbero pure notare che lo spazio adiacente, che una volta era bianco e celeste, è tutto crepato e scolorito. E se poi si volesse esagerare, si potrebbe pensare pure di mettere dei comodi sedili (che i divani sono, anzi erano, belli ma poco confortevoli), rivolti verso il mare. Non sia presa come superflua quest'ultima precisazione. Ma sul lungomare di Villagrazia di Carini ci sono panche in cui uno si può certo comodamente sedere, ma sono messe curiosamente al contrario, danno le spalle al mare. Sicché in estate vedo gente che prende un gelato o fa due chiacchiere guardando non il blu delle acque, ma l'asfalto e le auto che transitano. A Palermo non potrebbe mai succedere una cosa del genere. Capitano però cose come il ratto dei cuscini non rimpiazzati. Per la verità, altri pezzi erano presenti sul prato del Foro Italico, sono spariti (ricordo i totem di ceramica che avevano vinto un premio a Verona), e col tempo che trascorre ne avremo una memoria sempre più sbiadita. Ma almeno rendiamo dignitosi quelli rimasti. Altrimenti li si tolga e li si sostituisca con altro. E non è finita meglio ai birilli colorati che fanno da dissuasori lungo il perimetro del prato. La loro forma prende spunto dal profilo del busto marmoreo di Eleonora d'Aragona. All'inizio erano di colori brillanti, belli da vedere. Adesso i più di mille e cinquecento rimasti non si possono più guardare. Poi ci sono quelli che mancano. Ne abbiamo contati più di duecento. L'effetto complessivo è davvero brutto. Possibile che nessuno di quelli che dovrebbero assicurare l'integrità del luogo se ne sia accorto e abbia rimediato? Parliamo di un sito tra i più frequentati, mica di qualche angolo buio dello ZEN o di Ballarò. La “scomparsa” dei cuscini l'avevamo vanamente denunciata, da queste pagine, tre anni addietro, in vigenza della passata amministrazione, ma vediamo che nemmeno con l'attuale si è provveduto a intervenire. Ora, il punto è che possiamo anche farcene una ragione se sul sogno del Parco della Favorita chiuso al traffico dobbiamo metterci una croce. Forse dobbiamo pure farlo con la chiusura da Piazza Croci alla Stazione Centrale. Anche sul porticciolo di Sant'Erasmo risanato nutriamo a questo punto poche speranze. Si tratta di cose non viste e alle quali non ci si è potuti affezionare. Ma la passeggiata al Foro Italico l'abbiamo immagazzinata come un fermo immagine che fa parte dei momenti di svago. Almeno quella curiamola, vista che ce l'abbiamo già. Non vorremmo che, un pezzo mancante dietro l'altro, ci restasse solamente il bel panorama, quello per fortuna nessuno lo può toccare, e il liquido marino. Che possiamo solamente guardare e annusare a debita distanza. E lo facciamo con rassegnazione. Visto che nemmeno li ascoltiamo più i propositi di recupero della costa palermitana e del suo mare.

mercoledì 5 marzo 2014

Il PD e la litania della Sicilia offesa.

Repubblica Palermo
4 marzo 2014 - Pag. 1

L'inutile stupore per l'assenza del PD siciliano a Palazzo Chigi
Francesco Palazzo

La mancata nomina nel governo Renzi di esponenti democratici isolani sta causando malumori e acuendo le consuete lotte all'interno del PD. Leggendo le natalità di ministri, vice e sottosegretari, mancano del tutto all'appello cinque regioni: Val D'Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Marche e Molise. Non ci pare di aver sentito chissà quali lamentele provenienti da queste realtà. La stessa Sardegna ha un solo sottosegretario, identico trattamento per la “rossa” Umbria. Solo dalla Sicilia viene fuori la stanca recriminazione sull'isola lasciata ai margini. Peraltro, va detto che, oltre ad un ministro e due sottosegretari (benché targati centrodestra), nella squadra del segretario nazionale del PD figura, con un incarico di peso il palermitano Faraone. Prevale la convinzione che più ministri e sottosegretari hai, più premiata è la tua regione in termini di politiche da mettere in atto. Ma potrebbe risultare più convincente un altro filo logico. E cioè, che più una regione riesce a brillare di suo nel lungo periodo, più è facile che emergano biografie in grado di imporsi sullo scacchiere nazionale. Ma perché mai Renzi avrebbe dovuto premiare esponenti del PD siculo? Il solo ad aver creduto al percorso del rottamatore è stato Faraone e il suo entourage. Bastava respirare il clima dell'incontro svoltosi a Palermo, prima delle primarie, con Renzi, per capire che si cercavano posizionamenti più che una nuova e convinta prospettiva politica. Ma, a parte ciò, non si riflette sul fatto che questo partito, (PCI, PDS, DS e ora PD), da decenni non esprime una classe dirigente di livello. Tra le figure più importanti, dagli anni settanta ad oggi, si piazzano due esponenti inviati dall'esterno, Achille Occhetto e Pietro Folena. Tutto il resto è stato, tranne una biografia imponente e abbastanza isolata, perché senza veri eredi della stessa caratura, come quella di Pio La Torre, lotta tra correnti. Che ha sfornato una teoria di funzionari, ma nessuno nelle condizioni di brillare di luce propria oltre lo stretto per analisi politica e leadership. Che tutto ciò sia vero ce lo mostra la cronaca. I sindaci di centrosinistra che guidano le due città più importanti, Palermo e Catania, Orlando e Bianco, che erano riusciti a emergere nel panorama nazionale negli anni ottanta/novanta, sono tornati a guidare le due metropoli proprio per mancanza, in primo luogo in casa democratica, di figure fresche e riconosciute come tali dall'elettorato. Anche le primarie per la corsa alla segreteria regionale, non ce ne vogliano gli eletti, hanno premiato un riposizionamento strategico di aree e non nuova classe dirigente. Se la nuova segreteria saprà diventarlo lo vedremo misurando il lavoro che sarà in grado di svolgere. Ma non è certo cominciando con le rampogne contro Roma che strapazza la Sicilia che esordisce con il piede giusto. Questa considerazione sulla dirigenza politica dei partiti siciliani, va fatta anche per tutte le altre formazioni politiche. Non è che manchino giovani capaci nei partiti. Ma essi, tranne qualche caso, fanno evidentemente fatica a venire fuori. E quando ci riescono, devono guardarsi da un doppio pericolo. Quello di essere emanazione di qualche gruppo che ne sfrutta la carta d'identità continuando a comandare il gioco, oppure di perdersi nel labirinto della politica di piccolo cabotaggio. I trentenni, in Sicilia, dovrebbero avere molto più coraggio. Gli ultimi profili importanti che scorgiamo nella vita politica siciliana sono quelli del citato La Torre e di Piersanti Mattarella. Se vogliamo, potremmo aggiungere un nome in odore di beatificazione, il siciliano Giorgio La Pira, non dimenticato sindaco di Firenze. Quando nell'orizzonte siciliano cominceranno a nascere figure come quelle di La Torre, Mattarella e La Pira, ce ne accorgeremo subito. Purtroppo, al momento, tra le giovani generazioni, non se ne scorgono. E non sono certo due coccarde da sottosegretario, in più o in meno, che possono smuovere di un millimetro tale stato di cose.

domenica 16 febbraio 2014

I muri della Vucciria e la difesa del prosecco.

La Repubblica Palermo 
15 Febbraio 2014 - Pag. I

Quel muro che divide due città colpevoli

(Le parti in neretto non sono state pubblicate per motivi di spazio)
Francesco Palazzo

Passato il miraggio di essere città della cultura, ci proviamo con l'UNESCO, per diventare patrimonio dell'umanità. Ma la percezione è di avere smarrito il senso di essere comunità dove prevalga la normalità e non l'inseguimento di eccezionalità. È  giusto, in tale situazione, chiamare in causa la politica che ci rappresenta nelle istituzioni e che governa. Ma il quadro va completato. Quel rudere della Vucciria,e i tanti altri sparsi per i quattro mandamenti, era da tempo sotto gli occhi di tutti. Forse quelli della movida palermitana pensavano che potesse risorgere da solo tra un aperitivo e un drink? Come mai s'indignano soltanto adesso? Una residente del centro storico, riferendosi alla movida, ha dichiarato a Repubblica che le sembra di vivere all'interno della sezione gastronomica della fiera del mediterraneo (buonanima). Le sere e le notti dei fine settimana questi luoghi della goduria si riempiono di gente che è assolutamente indifferente al contesto. Gli basta premere sull'acceleratore del divertimento. Ma come si fa a divertirsi in luoghi degradati? Lo schema di gioco sembra il seguente. Da un lato il disinteresse, direi l'ammutinamento, di larga parte dei cittadini palermitani, frequentatori delle movide o meno, dall'altra l'amministrazione che interviene quando i balatoni vengono giù e, in questo caso, che potrebbe ripetersi visto le condizioni di altri stabili, per sì e per no, erige muri. E magari saranno stati necessari nel caso specifico. Però, a parte il fatto che gli spazi chiusi risultano un terreno fertile per i malintenzionati,  sono il simbolo più efficace che si accoppia all'altra dimensione di cui parlavamo prima. L'indifferenza e i muri, quelli visibili e quelli invisibili, quest'ultimi i più rognosi, rischiano di diventare le impronte di una città. Stretta tra la logica del non vedo, a meno che non mi caschi addosso, e quella del tufo. Chi comanda in questa città, si chiede Enrico del Mercato, in un sintetico ed efficace editoriale? Dobbiamo rispondere, purtroppo, che ciascuno ha in mano un piccolo pezzo del mosaico del presente e del futuro di Palermo e lo gestisce come un diritto inalienabile. Una città divisa in tribù. Ognuna ne tira giù un pezzo quotidianamente ed è pronta ad scandalizzarsi a corrente alternata. E' questa la malattia del capoluogo. E' un veleno che non uccide Palermo, perché, certo, una città non muore mai. Ma i suoi abitanti si. Magari, tra un passo di movida e un altro, pensano di vivere in una metropoli viva e moderna. In realtà tra l'olivetta che annega nel bicchiere e un'azione politica che non ce la fa, pur con tutta la buona volontà di questo mondo, dobbiamo raccontarci una storia che difficilmente può avere un decorso diverso che non sia il sopravvivere annaspando. A meno che non si abbia la volontà di riscrivere un nuovo patto di cittadinanza. Ma, occorre dire onestamente, la situazione appare molto compromessa. E non si pensi che tale smarrimento della bussola riguardi soltanto il centro antico (su quello moderno, poi, meglio non parlare). Fatevi una passeggiata nelle periferie e la sensazione di spaesamento sarà ancora più netta. Passo spesso da Brancaccio e la situazione, più di vent'anni addietro descritta da don Puglisi, è peggiorata, ormai costituisce la prassi alla quale più nessuno si oppone. Insomma, tra centro storico, zone residenziali e periferie emerge il tesserino di riconoscimento di una città in cui comandano tutti e non comanda nessuno. Su un aspetto, tuttavia, bisogna essere chiari. A Palermo non può primeggiare la violenza, il far west. Chi mesi addietro ha creato disordini a Piazza San Domenico e quelli che a Piazza Garraffello hanno abbattuto i muri nottetempo, non possono pensare di essere in qualche modo giustificati. Se dobbiamo scegliere, non sottacendo le lacune di una giunta municipale da rivedere e di un consiglio comunale di livello non certo eccellente, stiamo dalla parte di chi ha la legittimazione popolare per agire, purché non innalzi il vessillo dell'antimafia anche nei casi dove nulla c'entra. Non stiamo affatto con chi ha scambiato le proprie opinioni in pietre da scagliare contro un muro che non è certo quello di Berlino. Lì si difendeva la libertà, qui, con tutto il rispetto, solo un prosecco.

lunedì 10 febbraio 2014

Testimoni di giustizia. Qualche spiraglio e una vita difficile.

La Repubblica Palermo

9 Febbraio 2014

I TESTIMONI DI GIUSTIZIA E I RITARDI DELLO STATO

Francesco Palazzo

Grazie all'associazione nazionale dei testimoni di giustizia, i quali quasi sempre vivono lontani dalla loro terra — e già questa è una sconfitta per tutti — che non hanno voluto più essere rappresentati da nessuno se non da loro stessi, è stata approvata la legge numero 125, di conversione del decreto legge 101 del 2013. Il percorso è stato favorito da pezzi di politica sensibili all’argomento. L’articolo 7 consente ai testimoni di lavorare negli uffici pubblici. Parliamo non di mafiosi pentiti, anche se per lungo tempo sono stati trattati allo stesso modo, ma di semplici cittadini che hanno deciso di non girare la testa dall'altra parte quando si è trattato di rivelare fatti o denunciare i loro estorsori. Le crude storie di abbandono, raccontate il 20 gennaio scorso in un programma RAI (Presa Diretta) a loro dedicato, parlano da sole e sono disarmanti. Soprattutto perché ben conosciute dalle istituzioni e dalla politica. Del resto, che questo ultimo passaggio, ossia l’arruolamento tra le file della pubblica amministrazione, sia stato atteso da più di vent’anni, la dice lunga su come sono stati trattati questi cittadini e cittadine che hanno semplicemente deciso, da incensurati, di fidarsi dello stato. Attualmente non superano le cento unità. La norma, che va a modificare una legge del lontanissimo 1991, dispone che queste persone, in analogia a quanto già in atto per i familiari delle vittime di mafia e terrorismo, anche se non più sottoposte al programma di protezione, ma non per questo non più in pericolo, possono accedere a un percorso di inserimento nei pubblici uffici, rispettando titoli di studio e professionalità posseduti. Ora si attendono i provvedimenti attuativi, in particolare, sembra, un decreto che il Ministero degli Interni dovrebbe inviare al Ministero della Funzione Pubblica. Un buon risultato, dunque. Che rischia di risultare problematico nella sua applicazione.

mercoledì 29 gennaio 2014

Il merito in Sicilia viaggia sott'acqua e non si vede.

La Repubblica Palermo

28 Gennaio 2014 - Pag. I

In morte di un ricercatore precario

Francesco Palazzo




La morte del ricercatore messinese, la settimana scorsa, tra le acque dell'Antartide, ci consegna la figura di un appassionato del suo lavoro che a quaranta anni, con un curriculum eccellente, era un precario che guadagnava, così leggiamo, 800 euro al mese con contratto a tempo determinato. Un suo collega ha dichiarato che «il mondo universitario avrebbe dovuto da tempo riconoscere le doti, la passione, la preparazione di un ricercatore che proseguiva tra la nebbia delle mille promesse, concorsi, finanziamenti e contrattini: la sua caparbietà non doveva essere esaltata postuma». invece è andata così. Continua una collega. «Era il migliore tra di noi, sarebbe potuto andare ovunque, invece ha scelto di restare in Italia perché ci credeva e aspettava fiducioso che arrivasse il suo momento, vista la sua evidente competenza». È morto sott'acqua Luigi Michaud. Quest'immagine ci consegna, ad di là della casualità del fatto specifico, la condizione di quanti in Sicilia studiano, si specializzano, accumulano master e, sol perché non hanno mai rovesciato un cassonetto sotto i palazzi del potere, rimangono invisibili, sotto il livello del liquido quotidiano della cronaca. Forti del loro sapere e saper fare, ma con un presente di stenti e poco futuro. Sono tantissimi ma non contano nulla. Un giovane agronomo mi raccontava che lui ormai vive di contratti derivanti dai finanziamenti europei. È anch'esso competente, aggiornato, parla con cognizione di causa della sua professione, ma deve vivere alla giornata. C'è anche quella ragazza che non ce l'ha fatta più ad inseguire il sogno della docenza universitaria, troppo pochi i fondi e nulle le speranze. Alla soglia dei quaranta anni vive con un contratto in un altro ente, che spera possa essere rinnovato più volte possibile affinché possa ambire alla stabilizzazione. Che magari giungerà quando lei veleggerà verso i cinquanta. Del resto, anche chi ancora è ai primi passi nel mondo universitario sa che qui c'è poco da sperare. E allora a cena ti racconta di quel fratello trentenne del suo conoscente, ingegnere gestionale, che qui non aveva niente e che a Los Angeles guadagna 14 mila dollari. Anche lei pensa di fare la stessa cosa. E ne discute come se la città californiana fosse proprio dietro l'angolo. E forse, nell'immaginario di una giovane ragazza, proprio lo è per chi già ha capito che terra amara è la Sicilia per chi ha troppo studiato. È meglio non avercela in Sicilia una professionalità che ti fa essere un mago del computer, un esperto di finanziamenti internazionali, un onesto e preparato consulente nel E campo della comunicazione. Perché è proprio di questi profili, che talvolta fanno crescere solo per breve tempo le pubbliche amministrazioni, lo spazio di qualche contrattino annuale, dove magari non ti pagano per mesi, che la Sicilia, forse l'Italia intera, non sa che farsene. Giocando tutto il suo orizzonte, angusto e pieno di tante giovani e preparate teste che vanno via, nel rinnovare, stabilizzare, creare questo o quel pezzo di precariato. Dicendo sempre che è l'ultima volta e dove l'ultima cosa che conta non è quello che sai fare, come lo sai fare e quanto hai studiato. E non si pensi, troppo semplicisticamente, che le colpe ricadono tutte sul sistema politico e universitario. È la società siciliana, fatta da diverse generazioni, che ha creato un sistema di questo tipo. Ciascuno ci ha messo del suo. La filosofia è quella del che male c'è se anch'io inserisco il mio piccolo pezzo nel grande mosaico della spesa pubblica che deve garantire stipendi e non selezionare per meriti. Ma sono discorsi di poco momento. Che ti vengono in testa quando senti di un giovane professionista siciliano che ci rimette la vita per passione, non pensando al magro bottino degli ottocento euro mensili e alla sua precarietà lavorativa. Oggi è un altro giorno. Anzi, acqua passata. Il gioco può continuare a procedere per come lo conosciamo già.

lunedì 27 gennaio 2014

La Teologia della Liberazione. Dall'America latina a Brancaccio.


La Repubblica Palermo

26 Gennaio 2013 - Pag. 12

LA CHIESA CHE VERRÀ CON LE NUOVE REGOLE

Francesco Palazzo

LA TEOLOGIA della liberazione, (TdL), Rosario Giuè l'ha sperimentata nella seconda metà degli anni Ottanta, da parroco, a Brancaccio prima che a San Gaetano giungesse Puglisi. L' autore parte da due punti fermi. Qualsiasi cambiamento non può considerare con sufficienza le religioni. Riflettendo sulla fede dal quotidiano, si fa teologia. Il libro passa in rassegna la TdL, nata in America Latina, dal 1960 a oggi. Il punto di vista di ogni teologia non è neutrale. Quello della TdL sono i poveri. In occidente sul pubblico prevale il privato. Nella TdL, la salvezza è nella storia. Partendo dai conflitti, si aiutano vittime e carnefici a liberarsi, rispettivamente, da oppressioni e peccati. La lettura della Bibbia muove dal concreto (salari, scuole, territorio), privilegiando il Cristo politico. Sul monoteismo, prevale la trinità, simbolo di partecipazione. Se il popolo vive la democrazia, chiosa Giuè, perché non lo fa anche la chiesa? In tale percorso le comunità di base lavorano al cambiamento, senza attenderlo dall'alto. Dagli anni Ottanta, nella TdL, donne sempre più protagoniste, contro il maschilismo dei linguaggi e dei ruoli. Giuè ricorda che Roma ha punito le migliori teste della TdL. Alla fine auspica che con Francesco possa esserci una chiesa che, senza trionfalismi, annunci un vangelo di liberazione.


Chiesa e Liberazione, Tau Editrice, 2013, 104 pagine, 8 euro

sabato 4 gennaio 2014

Peppino Impastato e gli occhiali, proviamo a vederla diversamente.

La Repubblica Palermo

3 Gennaio 2014 - Pag. I
Grazie a quel video le parole di Peppino diventano globali
Francesco Palazzo

Si contano ormai sulle dita di molte mani le polemiche sull'utilizzo di simboli mafiosi o antimafiosi. Ogni qualvolta, ad esempio, va in onda una ricostruzione che racconta con la lente d'ingrandimento le gesta degli esponenti di Cosa nostra, opposti ai pochi che nello Stato o nella società l'hanno combattuta, si sottolinea, quasi sempre, che non è corretto fare emergere queste forti personalità criminali in quanto si rischia che l'opinione pubblica ne abbia un'immagine positiva e che i più giovani si sentano portati quasi ad emularli. Stesso discorso, mutatis mutandis, quando ci si cimenta nel tentativo di raccontare, mettendole in primo piano, le vittime della criminalità mafiosa. Coloro che sono stati più vicini a tali biografie, talvolta con buone ragioni, parlano sovente di mistificazioni o tradimenti. Il punto, in entrambi i casi, è che ci si scorda che tali opere parlano non ai vicini, ossia a coloro che possono, sulle singole vicende, spaccare il capello in quattro, ma a spettatori generalisti. Ai quali alcuni concetti, che richiederebbero un fiume di convegni per essere esplicitati a dovere, devono per forza di cosa essere trasferiti con poche immagini e con un certo trascinamento emotivo. Altrimenti si cambia canale o non si staccano i biglietti dei cinema. Anche la pubblicità ha sovente utilizzato questo tipo di medium per propagandare prodotti. Sinora, se ricordiamo bene, è accaduto che si sia fatto l'occhiolino compiaciuto alla cultura e alle parole del lessico mafioso. E ciò, ogni volta, è stato fatto notare con robuste rivendicazioni. Ora, proprio in questi giorni, si sta discutendo di un video pubblicitario in cui transita un messaggio sulla bellezza appartenuto (in realtà è un passaggio della sceneggiatura del giustamente fortunato film "I cento passi" ripreso dagli autori dello spot trasmesso in tv) a Peppino Impastato, ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio del 1978. In questo caso il tentativo è opposto. Non si fa la corte al sentire mafioso ma si utilizza una frase di un antimafioso vero come Impastato. La cosa può essere valutata sotto diversi aspetti. I familiari di Peppino, il centro a lui intestato a Palermo, altre voci vicine all'antimafia militante, hanno espresso parole di forte critica verso l'accaduto. Che però, senza contrapporsi ad esse, può essere guardato anche da un altro punto di vista. Quello del grande pubblico, non infarinato in cose di mafia e antimafia, a cui lo slogan è principalmente diretto. È una cosa negativa che milioni di persone abbiano potuto ascoltare l'inno alla bellezza di Impastato, che altrimenti sarebbe rimasto conosciuto ai pochi che hanno approfondito la sua vita? Ciascuno può dire la sua. Tenendo conto della considerazione che l'arte pubblicitaria è un prodotto dell'ingegno umano, come può esserlo un film, un saggio, un romanzo, un racconto, un fumetto, un documentario, un videogioco. Prodotti, anche questi, che vengono realizzati per essere venduti. Si esprime nelle sue proprie forme, ossia cercando di convincere gli acquirenti della bontà di un prodotto, altrimenti non esisterebbe come genere. Va giudicata nelle sue singole manifestazioni. Così come ci esprimiamo criticamente nei confronti di un film, di uno sceneggiato televisivo o di una fiction. Non deve, quindi, essere ritenuta un'espressione artistica di serie b, solo perché cerca di piazzare sul mercato della merce. Da biasimare a prescindere se vuole intestarsi in maniera palese, senza sotterfugi, come in questo caso, l'operazione di utilizzo di un pensiero. Che era certo stato coniato con diverse finalità. Ma che può essere riproposto pure in contesti diversi, essendo ormai divenuto patrimonio dell' umanità. Così come le vite e le gesta di quanti hanno contribuito a rendere migliore questo mondo contrapponendosi alla signoria mafiosa. Basti pensare alla frase "E se ognuno fa qualcosa", di Don Puglisi, utilizzata ormai dappertutto. Ho guardato diverse volte lo spot sulla marca di occhiali in questione. Devo dire che, alla fine, potrebbe essere preferibile che passino certi messaggi, pur con tutte le cautele, i distinguo del caso e il massimo rispetto delle ragioni di coloro che si oppongono, che altre forme di sponsorizzazione in cui, passata la réclame, non rimane assolutamente nulla.

venerdì 20 dicembre 2013

Bene gli appelli ai palermitani, ma il comune faccia di più.

Repubblica Palermo
19 - 12 - 2013 - Pag. I

Francesco Palazzo

In genere un' amministrazione convince i cittadini al virtuosismo civile con le pratiche di governo quotidiane. Che, di norma, sono il frutto del mantenimento degli impegni programmatici sui quali si era chiesto il voto all' elettorato. Quando, invece, si arriva ad un drammatico appello pubblico quale quello lanciato dal sindaco Orlando ai palermitani sul fronte raccolta rifiuti, con in più il fatidico riferimento a quelli che c' erano prima, che magari sarà realistico ma è sempre percepito come una excusatio non petita, si capisce che siamo su un versante di non ritorno, una specie di ultima spiaggia. A cui si arriva, peraltro, non a fronte di una mega evasione contributiva dei palermitani, ma proprio nel momento in cui con la Tares si sta chiedendo un corposo aiuto finanziario alle casse del Comune. Per carità, i nostri concittadini, sul fronte dell' utilizzo selvaggio del territorio, non si fanno mancare niente. Proprio l' altro ieri, una distinta signora, entrando in un rinomato bar del centro con pelliccia indosso, lanciava la cicca accesa senza guardare chi c' è dietro facendomela passare a qualche centimetro dal volto. Sarà la stessa proprietaria della lussuosa Mercedes che vedo quasi sempre parcheggiata sulle strisce pedonali? Potrebbe essere pure quella che porta a passeggio il cane e lascia il suo ricordino a futura memoria. No, saranno tre persone diverse. Che si danno il cambio in città, sino a raggiungere una grossa fetta di popolazione che quando è fuori fa quello che gli capita. L' appello del sindaco, perciò, è sacrosanto. Ma il punto è che cade in un momento in cui, raccolta dell' immondizia a parte, la città non brilla di certo per pulizia e decoro, in luoghi dove il Comune, e non certo i cittadini, dovrebbe intervenire. Faccio solo tre esempi su tre luoghi precisi, ma è chiaro che la casistica si potrebbe ampliare sino a farne un saggio, non un articolo. Primo esempio: viale Regione Siciliana, asse viario dal quale giornalmente transitano tantissimi palermitani. Ebbene, da tanto tempo ormai, le aiuole, si fa per dire, spartitraffico tra le due strade sono piene di rifiuti vari. E qui è colpa degli automobilisti, esperti nel lancio dal finestrino di ogni cosa che ritengano sovrabbondante nelle loro vite. Ma i sotto marciapiedi sono pieni di aghi di pino, lasciati li, suppongo, da quella volta in cui qualcuno del Comune li raccolse, scordandosi poi di portare via i vari cumuli che aveva creato durante la generosa spazzatura. Che si aspetta a raccoglierli? Questi aghi aiutano in occasione di piogge abbondanti o sono da ostacolo? Sono un deterrente per gli automobilisti incivili o un incoraggiamento? Secondo esempio: la prima fermata della linea 101 di viale Croce Rossa. Alcune basole del marciapiede sono, da mesi e mesi, divelte, creano uno squarcio di polvere sul terreno e una vista davvero da città di quart' ordine. In questo contesto, secondo voi, agli utenti che prendono i vari autobus, risulta più facile o più difficile gettare mozziconi, cartacce e quant' altro nei dintorni? Inoltre, molti cestini adiacenti alla zona non esistono più, e quei pochi ancora esistenti sono spesso strapieni. Terzo esempio: si sa che le foglie cascano dagli alberi e difficilmente vogliono saperne di risalire. Dunque vanno raccolte, ma non certamente dai passanti. Mi capita, in via Trinacria, nella strada della mia edicola, di vedere, e la scena si ripete davanti ai miei occhi da ottobre sino a oggi, un tappeto fitto di fogliame, che le piogge fanno diventare fango e che costituisce anche un pericolo per chi deambula. È semplice o arduo mimetizzare, nel sottobosco che è diventato un pezzo di strada di Palermo, gli escrementi dei nostri amati compagni canini? Non c' è dubbio che è una facilmente percorribile istigazione a delinquere. In definitiva, il nocciolo della questione, per come la vedo io, è il seguente. Prima di chiedere a chicchessia il giusto assolvimento dei propri doveri di cittadinanza, ci si deve sempre accertare che una pubblica istituzione abbia già provveduto, sullo stesso asse di ragionamento, a fare il possibile affinché l' appello non sia quello che potrebbe sembrare a prima vista. Un buco nell' acqua.

domenica 8 dicembre 2013

La Sicilia che attende immobile la politica e qualcuno che non ci sta.

La Repubblica Palermo

7 Dicembre 2013 - Pag. 1 

La lezione del commerciante su politica e società civile

Francesco Palazzo

Leggendo la bella esortazione di Dell'Oglio, pubblicata il 5 dicembre, ai suoi colleghi imprenditori, ho pensato a Kennedy. Non chiederti quello che il tuo paese può fare per te, chiedi quello che puoi fare tu per il tuo paese. Una prospettiva diversa. L'unica possibile e percorribile ad ogni latitudine. Anche quella sciroccosa, latitante e piena di pietose scusanti, come la nostra. La rivoluzione della normalità. Che non si attende che prima cambi la politica, in quanto costituisce l'aspetto essenziale della vita nella polis. La politica, viziosa o proba che sia, non può essere l'unico propellente della società e comunque ne è lo specchio. «Chiediamo al mercato, chiediamo ai politici, chiediamo alle banche, chiediamo lavoro e aspettiamo che arrivi la risposta facendo poco o nulla di nuovo o di diverso per andare verso la direzione che vogliamo». Questo scrive l'imprenditore palermitano e non c'è frase migliore per descrivere una società come quella siciliana che arretra nella qualità della vita, come dimostrano le recenti classifiche, ed è da retrocessione anche per il grado d'istruzione che fornisce nelle scuole. Una società che chiede, non si sa bene a chi, e che non fa. Domanda, innanzitutto, alla politica. Sempre pronta a sfruttare la scorciatoia del potente per scavalcare qualcuno e per attingere alle risorse pubbliche. Se c'è una fetta di torta per gli altri, perché non deve esserci pure per me puro e duro? Morale pubblica e vizi privati. E' la traiettoria che porta dritta a dipingere un quadro secondo il quale la politica è brutta e la società civile è il crogiolo di tutte le virtù. Mario Dell'Oglio ci dice che se continuiamo a pensarla in tal modo, andiamo tutti a fondo. Mi pare che l'appello dell'imprenditore sia il seguente. Ciascuno, in qualsiasi parte è chiamato a svolgere la propria attività, deve metterci del suo sino in fondo. Cosa hanno fatto i miei colleghi, si chiede l'esponente della rinomata famiglia di commercianti palermitana, per affrontare la crisi? Hanno capito come reagire in tempo, predisponendo correttivi alla loro azione d'impresa, o hanno atteso che la marea travolgesse tutto? Estendendo la riflessione alla società siciliana, si può chiedere la stessa cosa a tutti noi, senza attendere che siano i partiti o le istituzioni rappresentative a sbrogliare la matassa, che certo devono fare la loro parte, ma da soli non ce la fanno. Nella nostra regione si vive e si muore di risorse pubbliche. Ma questa è una caratteristica tipica delle società sottosviluppate. La Sicilia lo è in tanti suoi aspetti peculiari? Può essere. Ma se così fosse, come uscirne? «La verità è che qui è diffusa la mentalità di chiedere al di fuori di noi stessi». Ecco, questa altra affermazione di Dell'Oglio mi pare che evidenzi il grosso limite che un po' tutti quanti dobbiamo superare. Anche quando non chiediamo alla politica e ci comportiamo peggio di essa, la scusa è quella che tanto gli altri fanno in un certo modo e questo pare un alibi perfetto. Nelle grandi come nelle piccole cose. L'altro giorno, ad ora di pranzo, ho fatto un tratto a piedi a Palermo, dalla zona dell'Ospedale Civico alla Stazione Centrale, strade popolari, e, nel tardo pomeriggio, mi sono ritrovato a fare la stessa cosa nella zona residenziale. Ebbene, in entrambi i luoghi, come cartoline fotocopia, ho contato una ventina di auto parcheggiate sopra le strisce pedonali, quasi tutte chiudevano i varchi di transito alle carrozzine. C'entra la politica? Occorre mettere un vigile a presidiare ogni attraversamento pedonale? Utilizzando le ultime parole dell'intervento di Dell'Oglio, questo ragionamento su noi stessi lo dobbiamo fare assieme onestamente. Senza giri di parolee inutili appigli. Tipo: "io che c'entro", "non tocca a me", "la politica ci deve pensare", "cosa vuoi che cambi". Dobbiamo cominciare da subito a modificare i nostri angusti orizzonti di ragionamento. Prima che la realtà, oltre che le amare classifiche, ci cacci più in fondo di dove già siamo.

venerdì 29 novembre 2013

Lo ZEN 2 e l'arte di creare ghetti.



La Repubblica Palermo

 28 Novembre 2013 - Pag. VIII 

LE 'DEPORTAZIONI' DEI SENZA CASA CHE HANNO CREATO IL MODELLO ZEN 2

Francesco Palazzo


I fatti verificatisi allo ZEN 2, tre gambizzazioni e l' occupazione di una casa come ritorsione verso una famiglia, ci consegnano, ancora una volta, il quadro di un luogo in cui tutto è possibile e la legge è solo quella del più forte, del clan. Ricorderete, ed è notizia del febbraio 2013, che, secondo le indagini che hanno portato a degli arresti, l'acqua e la luce allo ZEN 2 si pagavano (si pagano?) direttamente alla mafia. Per un affare che è stato stimato in più di 800 mila euro l' anno. Pare che la stessa organizzazione lavorasse (lavora?) anche all' occupazione delle case. Sembra che la tariffa per prenderne abusivamente una, fosse (è?) di 15 mila euro. Parlarne da lontano o dietro una scrivania, di simili scenari, è niente. Per avere un' idea precisa di quanto accade in questa parte di Palermo, e in altre simili, che teniamo lontane come se fossero enclave straniere con le quali non abbiamo niente da spartire, noi che ci sentiamo al di là della cortina di ferro del degrado, basterebbe che ci mettessimo in confronto con chi per lavoro va spesso in quelle vie lontane e perdute della nostra città. Dove anche portare un semplice soccorso è un rischio fisico per gli operatori. Contesti urbanisti e abitativi simili, nel capoluogo, aventi un' estensione più o meno grande, ve ne sono diversi. Nel caso dello ZEN 2, si tratta di un luogo pensato con l'intento di dare ordine e bellezza. In altre parti della città vi sono stabili in cui sono state mandate centinaia di famiglie provenienti dal centro storico. Il risultato, in termini di invivibilità, non muta. Perché non ha funzionato l' idea di sistemare in contesti simili tanta gente con lo scopo di aumentare la loro qualità di vita? Una risposta l' ha data chi ha ritenuto errata l' idea di partenza, ossia il mettere insieme, come in un laboratorio, persone estranee tra loro, le quali non potevano che costruire microcosmi di quotidiana disperazione, conditi da violenze verbali e fisiche. C' è chi addossa la colpa alla mancanza di servizi e non all' idea urbanistica e architettonica. Chi propone, per questa come per altre realtà, l'abbattimento, in quanto siamo di fronte a consistenti emergenze umanitarie. Ora, il problema è proprio quest' ultimo ed è davanti agli occhi di tutti. Come risolverlo? Una politica attenta, oltre a dire che la musica sta cambiando anche per quartieri come lo ZEN 2 (ma a noi non pare proprio), dovrebbe proporre, a medio e a lungo termine, una fuoriuscita da questo stato di cose. Prendendo atto di un fallimento, anzi di molteplici disfatte. Che hanno genesi e storie diverse. Con esperimenti davvero sconcertanti. Ne cito uno ad esempio. Tutti conosciamo, seguendo le vicende di don Puglisi, l' insediamento di via Hazon a Brancaccio. Dove, all' inizio degli anni Ottanta, si deportarono decine e decine di famiglie provenienti dal centro storico in immobili acquistati dal Comune. Con il risultato, ancora visibile a occhio nudo, di appesantire un rione già con molti problemi e di renderne ardui i tentativi di risalire la china. La microcriminalità diffusa, portata da tale insediamento di massa, ha dato negli ultimi tre decenni nuove braccia alla mafia. Padre Pino muore perché schiacciato in questa tenaglia di piccola e grande criminalità, con la complicità, da una parte, e nell'assenza, dall'altra, della politica. Ormai dovrebbe essere a tutti palese che la mafia colpisce in una seconda fase, quando già una politica disattenta ha fatto il grosso del lavoro. Allora, per uscirne senza ipocrisie e inutili rimandi, occorrono decisioni drastiche. Qual è la strada percorribile? Penso che sia alquanto improbabile pensare di abbattere e ricostruire negli stessi luoghi. Se le famiglie bisognose di una casa s' integrassero singolarmente nel tessuto cittadino, nei luoghi dove già esiste una socialità in grado di rendere migliore la loro vita, la storia di questa città potrebbe essere diversa e migliore. Si può pensare, per gli attuali abitanti dello ZEN 2, ma non soltanto, ad una graduale prospettiva di questo tipo guidata da una politica dalla mano ferma?

mercoledì 6 novembre 2013

Il PD e le pratiche democristiane.

La Repubblica Palermo
5 Novembre 2013 - Pag. I

Il PD delle tessere 
Francesco Palazzo

Nel Partito Democratico si vota per individuare le cariche politiche. Non è cosa da poco. In un momento, abbastanza lungo ormai, in cui nella storia repubblicana prevalgono i partiti personali, il fatto che ci si conti, senza costringere gli iscritti a ratificare scelte provenienti dall'alto, non può che essere sottolineato con favore. Magari a volte si esagera. E dunque a Trapani sono stati eletti ben due segretari cittadini. A partire da questo fatto, penso unico in tutta Italia, pure in un partito travagliato un po' in tutto lo stivale, viene naturale porsi qualche domanda. Circoscriviamo la nostra analisi al partito siciliano. Esso, oggi, è qualcosa di diverso da quello che era sino a ieri, ossia, un agglomerato di correnti, o si è trasformato in qualcos'altro, più inclusivo e meno belligerante al suo interno? Basta il voto degli iscritti a trasformare in veramente democratico quello che, sino a qualche ora prima, era un mosaico di generali con gruppi di seguaci al seguito? E ancora. Questa formazione politica, si avvia a diventare una comunità, dove si discute ma ci si riconosce in un cammino comune, oppure è tuttora un insieme di frammenti, ognuno con il suo pennone e il proprio schema di gioco? Ci sia consentito di formulare, su tali quesiti, delle risposte tendenti, se non al negativo, quantomeno al grigio. Un'altra questione riguarda l'elettorato che attribuisce il consenso. La base. Parola vecchia come il cucco e svuotata di significato, visto che spesso consiste in masse di donne e uomini che al massimo possono mettere una x. Dalle cronache regionali abbiamo appreso, ed è una questione che riguarda non soltanto la nostra regione, del boom d'iscritti dell'ultima ora in vista della conta interna per l'individuazione dei segretari provinciali e dei circoli. Pratica antica, quella di gonfiare i numeri in vista dei congressi, durante la prima repubblica veniva eseguita ad arte dai democristiani. Ora, è mai possibile ammettere l'iscrizione al partito sino al momento della votazione e non fissarla ad un certo punto, in modo da non consentire exploit di sospette adesioni last minute? Che tipo di consenso è quello pescato così? Aumenta la quantità, certo. Ma quanto durerà? E la qualità di tali conversioni, garantisce un passo in avanti del partito o è la premessa per fargliene compiere altri indietro? Poi c'è la questione dei circoli, che un tempo si chiamavano sezioni. E che sono state, soprattutto in riferimento al PCI, con tutti i limiti di un tempo passato per sempre, palestre di crescita, sul campo, di nuova classe dirigente. Cosa sono diventati tali circoli? Pare che la maggior parte di essi in Sicilia siano riferibili a questo o a quell'eletto nelle istituzioni sotto la targa PD. E' stato infatti abbastanza curioso notare che in alcuni circoli si votava in maniera bulgara un candidato, in altri quasi all'unanimità il suo concorrente. Come mai, posti che dovrebbero disegnare sul territorio la democrazia e il confronto, diventano sedi in cui ci si muove all'unisono tutti da una parte o da un'altra? Ci pare che sullo scacchiere insanguinato di questa ondata elettiva democratica, la politica regionale e la società siciliana rimangano sullo sfondo. E, del resto, un partito che si presenta con queste credenziali, ha residue possibilità di apportare qualche virtù benefica alla politica della nostra regione. Anzi, rischia di appesantirne i vizi. Ed è molto difficile che la società siciliana che non vive di pane e politica, cioè milioni di persone, possa mostrare un pur minimo interesse verso un partito che parla a se stesso e rimane eternamente fermo sui conflitti. Insomma, cari democratici siciliani, votare e scegliere al proprio interno non è il punto di caduta finale dell'azione politica di un partito. Ma solo una premessa. Non appena avrete finito di accapigliarvi, se rimane tempo, ricordatevi di pronunciare qualche parola comprensibile sul futuro della Sicilia. 

domenica 27 ottobre 2013

L'emozione non basta. Seminario Immigrazione 1-3 Novembre 2013.

Associazione di volontariato culturale
SCUOLA DI FORMAZIONE ETICO-POLITICA “G. FALCONE”


I FLUSSI MIGRATORI MONDIALI: L’EMOZIONE NON BASTA.

Hotel Villa Sant’Andrea di Valderice (TP) - Via Enrico Toti, 87
1- 3 Novembre 2013

Prima sessione - Venerdì 1 novembre ore 16,30 – 19,30
(Coordinata da Pietro Spalla)
Perché ci difendiamo? Basi biologiche, etologiche e antropologiche dell’aggressività umana nella difesa dei propri spazi vitali.
Introduce
Andrea Cozzo
(Docente universitario di teoria e pratica della nonviolenza)


Seconda sessione - Sabato 2 novembre ore 9, 30 – 12,30
(Coordinata da Annamaria Pensato)
L’attuale normativa europea e italiana a difesa dei confini nazionali e gli interessi della criminalità sul traffico degli esseri umani.
Introduce
Daniele Papa
(Delegato per la Sicilia dell’Associazione giuristi per i diritti degli immigrati)


Terza sessione sabato 2 novembre ore 17 – 19
(Coordinata da Francesco Palazzo)
Possono le persone circolare come le merci?
Considerazioni divergenti dal punto di vista politico.
Confronto tra
Giusto Catania (Assessore Comune di Palermo – Partito Rifondaziome Comunista)
                                                              e
Raoul Russo (Movimento Fratelli d'Italia – già Assessore Comune di Palermo)


Quarta sessione - domenica 3 novembre ore 9,30 – 12,30
(Coordinata da Daniela Aquilino)
Dalla conoscenza dei numeri reali a cosa può fare il cittadino ‘comune’ qui e ora.
Introduce
Mario Affronti
(Responsabile Unità Operativa Medicina dei Viaggi, del Turismo e delle Migrazioni - Policlinico di Palermo – Presidente Società Italiana di Medicina delle Migrazioni)



Indicazioni tecniche:· I lavori si svolgeranno presso l’Hotel Villa Sant’Andrea di Valderice (TP): Via Enrico Toti 87.
· Chi vuole può prenotare (tel: 0923 891774 - 348 1482898) una singola (euro 25,00) o una doppia (euro 40,00): la cifra è a notte + prima colazione.
Per comunicare l'iscrizione agli organizzatori acavadi@alice.it, francipalazzo@gmail.com

mercoledì 23 ottobre 2013

Una pietra per don Puglisi a Brancaccio e poi pensa a Dio.

La Repubblica Palermo 
22 ottobre 2013
Per aprire un cantiere non basta la provvidenza
Francesco Palazzo



http://palermo.repubblica.it/cronaca/2013/10/22/news/per_aprire_un_cantiere_non_basta_la_provvidenza-69208419/



Un laureando è colui che sta per concludere il proprio percorso di studi. Una chiesa erigenda  -  così è stato chiamato nel corso della cerimonia di domenica il luogo di culto con altre strutture ad esso legate che, come è stato annunciato, sorgerà a Brancaccio nel nome di Puglisi  -  doveva essere qualcosa in più di una, pur gioiosa, mattina di festa. Con un progetto esecutivo già convalidato in tutte le sue parti e un corrispondente finanziamento per porlo in essere in maniera completa.
Magari, non sarebbe stato male, con un preventivo confronto con la gente del luogo per capire di cosa avevano davvero bisogno e come immaginavano l'opera. Con l'apposizione della prima pietra, con tanto di bollo papale, avvenuta appunto il 20 ottobre, in realtà, da quello che abbiamo capito, non è stato presentato il progetto, come si fa in genere in queste occasioni, in quanto è ancora in via di definizione. Né è stato chiarito con quali fondi si realizzerà quello che era un intendimento del beato, di cui ieri è ricorso il primo festeggiamento in termini di calendario. Come si legge in cronaca, ci sarebbero disponibili fondi derivanti dall'otto per mille. Vedremo come, in che quantità e con quali tempi verranno utilizzati allo scopo. Il resto dovrebbe venire fuori dalle donazioni dei fedeli e di quanti vorranno contribuire.
Insomma, siamo davanti ad un proponimento ancora, in larga parte, in divenire, dunque non quantificabile nella sua effettiva realizzazione in termini monetari e a un finanziamento che, per forza di cose, non può essere definito nella sua interezza se prima il disegno di tutta l'opera non sarà stato completato con tutte le previste autorizzazioni degli organi competenti. Perché allora, viene da chiedersi, la Curia ha manifestato tutta questa premura nell'iniziare un percorso, presentandolo quasi in via di realizzazione agli abitanti di Brancaccio e a tutta l'opinione pubblica? Ovviamente, ci auguriamo che tra alcuni mesi i lavori abbiano davvero inizio. Ma qualche punto interrogativo è lecito porselo. È vero che anche don Puglisi fece riferimento e affidamento alla provvidenza quando si trattò di acquistare, per quasi trecento milioni di lire, la palazzina di fronte la chiesa dove situare il centro Padre Nostro. Ma, in quel caso, si trattò di un cammino che venne sostenuto con azioni specifiche e coinvolgenti tutto il territorio. Quanti preti delle altre parrocchie della zona erano presenti domenica nel grande spiazzo di Via Fichidindia? E quelli delle altre parrocchie della città? Pochi, riteniamo, visto che la manifestazione è avvenuta in un orario domenicale in cui nelle comunità parrocchiali sono in corso le celebrazioni eucaristiche.
Non sarebbe stato meglio convocare lì, in un altro orario o in un giorno diverso, tutto il presbiterio palermitano, in modo che oltre la pietra ci fossero i corpi dei sacerdoti a testimoniare l'avvio di un sentiero comune della chiesa palermitana? In altre parole: si tratta di un'azione corale, sentita, della comunità cattolica del capoluogo, che con questo tempio e con gli spazi connessi intende muoversi tutta nella direzione di Puglisi, o di qualcosa calato dall'alto, utile a completare il tragitto iniziato con la beatificazione di maggio? 
Va ricordato, peraltro, proprio per sottolineare la concretezza e la sobrietà di un tipo come don Pino Puglisi, che egli inaugurò ufficialmente e in pompa magna solo nel gennaio del 1993, pochi mesi prima di morire, il Centro di accoglienza Padre Nostro. Quando quella struttura era già operante dal 1991 e aveva cominciato a porre da diverso tempo segni evidenti di cambiamento a Brancaccio. 

domenica 13 ottobre 2013

Il Beato Pino Puglisi e la religiosità popolare.

Repubblica Palermo
Sabato 12 Ottobre 2013
Pag. XII

Se portassimo in processione don Puglisi

Francesco Palazzo
 
Avere un beato nuovo di zecca e portare in giro il simulacro del solito santo. Ho pensato questo quando, recentemente, ho visto a Brancaccio la statua di S. Gaetano. Sbucata dalla chiesa dove visse l'ultima parte della sua vita don Puglisi. Magari, come testimoniano coloro che lo hanno conosciuto, don Pino era allergico a processioni e reliquie. Adesso pare che la curia palermitana stia facendo circolare tra le parrocchie proprio una reliquia del novello beato. Eppure, non sono così sicuro che un segno corporeo del martire antimafia che giri tra le famiglie possa avere lo stesso effetto di quello rappresentante, con tutto il rispetto, Padre Pio. Sino a quando sono San Gaetano, Santa Rita, Cosma e Damiano, madonne piangenti, cristi morti e via elencando, a essere condotti in processione, si tratta di storie e biografie così slegate dalla contemporaneità, da essere commestibili per qualsiasi versione del credo cattolico. Anche per quella dei mafiosi. Che infatti, ancora oggi, come ci conferma una delle ultime operazioni di polizia in uno storico quartiere palermitano, non disdegnano d'infilarsi nelle confraternite per confermare il possesso del territorio pure in tali occasioni. Si correrebbe lo stesso pericolo se fosse la statua di Padre Puglisi a girare per le vie del quartiere dove è stato ucciso, per le strade dei rioni palermitani e in altri contesti della nostra regione? La caratteristica peculiare di 3P è stata quella di incarnare una chiesa dalla quale la criminalità mafiosa si mantenne ben distante. Perché la comunità cristiana, attraverso quel piccolo prete, mostrava un volto irriconoscibile ai componenti del consorzio criminale. Sino a spingerli a farla finita una volta per tutte. Molto si è detto e scritto sulla scomunica da comminare a coloro che sono condannati per reati di mafia. Ma resta il fatto che gli stessi mafiosi, siano o meno messi all'indice formalmente o a parole, continuano a chiedere sacramenti e sentirsi a loro agio dentro le mura ecclesiastiche. Sino a quando, però, qualcuno, e sinora se ne contano pochi, non mette in campo un certo tipo di chiesa dalla quale gli stessi mafiosi si tengono lontani. Se così è, non sono tanto convinto che portare in giro la statua di Puglisi, o una sua reliquia, ne depotenzi il messaggio profetico e lo riduca a innocuo santino, come molti temono. Perché c'è devozionismo e devozionismo. E' possibile immaginare le congregazioni che portassero avanti il culto del prete ucciso per mano mafiosa il 15 settembre 1993, infestate dagli appartenenti a cosa nostra? Perché una cosa è reggere sulle spalle, come succede ad esempio a Catania, il fercolo di Sant'Agata (ma la stessa cosa si potrebbe dire per Santa Rosalia a Palermo), cioè la rappresentazione scultorea di una persona nata quasi mille e ottocento anni addietro, che non interessa e non coinvolge più di tanto la vita delle persone, tranne i giorni in cui si festeggia. Un'altra è fare camminare l'effige di un contemporaneo santificato contro i meccanismi perversi e violenti della mafia. Poi è così vero che Puglisi nutrisse antipatia verso questa forma di religiosità che nasce dal basso? Voleva soltanto, e ci provò sia a Godrano che a Brancaccio con la confraternita legata al nome di San Gaetano, riempirla di autentici percorsi di fede e di spiritualità. Per dirla tutta, più pernicioso del pericolo che Puglisi venga ridotto a santino, scorgo quello che sia il santo di una piccola minoranza che si restringerà sempre più con il passare del tempo. Tanto che, parlando di don Puglisi a Catania o a Messina, ho appurato che della sua vicenda si ha una conoscenza molto limitata già nella stessa terra di Sicilia. Mentre, invece, anche celebrandolo all'interno della religiosità popolare, con tutto quello che ha voluto dire la sua vita e il modo come è morto, lo si farebbe entrare veramente nel vivo della comunità cattolica siciliana.

venerdì 27 settembre 2013

Don Pino a Messina il 30 settembre. Invito e intervista.


Padre Puglisi “Beato tra i mafiosi”, lunedì 30 l’incontro

Rosaria Cascio con Gregorio Porcaro, ex vice parroco di Puglisi

“Si può testimoniare di un prete che la Chiesa cattolica proclama ‘beato’ senza cedere alla retorica, alla falsificazione storica, al buonismo interpretativo?” è la domanda della quarta di copertina di “Beato tra i mafiosi” che verrà presentato al Feltrinelli Point Messina lunedì 30 settembre alle ore 17,45.
La risposta è che in “Beato fra i mafiosi” (Di Girolamo Editore) i tre autori ci provano (nella foto sopra una degli autori, Rosaria Cascio, insieme con Gregorio Porcaro, vice parroco di Puglisi a Brancaccio sino al giorno della sua morte, nella foto in basso gli altri due autori, da sinistra: Augusto Cavadi e Francesco Palazzo, ndr).

Francesco Palazzo è stato presidente della Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone di Palermo, scrive per Repubblica Palermo, per il settimanale messinese Centonove e per il quotidiano online LiveSicilia. Nel libro ricostruisce i tre anni di Don Puglisi a Brancaccio, con qualche cenno a quanto accaduto dopo e traccia inoltre una storia recente, sino all’arrivo di Don Pino, della parrocchia di S. Gaetano e del quartiere. Augusto Cavadi scrive per Repubblica Palermo, è autore di vari libri sul rapporto fra le chiese cristiane e le mafie, tra i quali “Strappare una generazione alla mafia, Di Girolamo editore, e “Il Dio dei mafiosi”, San Paolo edizioni. Cavadi riflette sul significato teologico e filosofico di questo martirio evidenziando soprattutto come esso costituisca la spia eloquente di una comunità ecclesiale spesso indifferente. Rosaria Cascio, insegnante di lettere in un liceo di Palermo, è cresciuta nei gruppi giovanili di padre Puglisi ed è Presidente dell’Associazione “Padre Giuseppe Puglisi. Sì, ma verso dove?”. Cascio ricostruisce la metodologia pastorale di Don Pino alla luce della sua formazione teologica e psicologica e delle diverse esperienze nel corso della sua generosa esistenza.

Lunedì 30 al Feltrinelli Point i tre autori incontreranno i loro lettori. Con loro interverranno Nino Mantineo, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Messina e il giornalista di Centonove Michele Schinella.
L’idea del libro, spiega Francesco Palazzo, “è nata dalla considerazione che occorresse raccontare in maniera non agiografica alcuni aspetti di Puglisi e del contesto storico in cui visse i suoi ultimi tre anni a Brancaccio. Anche mettendo in evidenza, oltre le sue giuste intuizioni, la sua coerenza, il suo coraggio, anche qualche aspetto più critico del suo operato su cui discutere serenamente”. Nel libro, ricorda, si ricostruiscono in maniera approfondita i decenni precedenti dell’arrivo di Puglisi a Brancaccio, perché “la sua azione a Brancaccio aveva già avuto delle premesse nello stesso senso, anche se con diversa intensità esistenziale, con altri parroci”. Poi, scandagliando le precedenti esperienze di Puglisi, viene fuori il suo metodo: coerenza, ascolto, coinvolgimento nell’azione, studio dell’ambiente, programmazione. Inoltre, “si avanzano alcune interpretazioni teologiche e pastorali sul suo impegno a Brancaccio, come ad esempio il suo metodo genuinamente nonviolento. Infine, dei suoi tre anni a Brancaccio si mette in evidenza che egli fu ucciso dalla mafia non tanto per la sua azione nei confronti dei bambini ma per il suo coinvolgimento diretto e costante con un gruppo di adulti del quartiere che combatteva per diritti e strutture pubbliche”.

“Nei mesi di stesura del libro – aggiunge Rosaria Cascio – ho capito che in fin dei conti non stavo solo scrivendo un libro ma provavo a mettere pace dentro di me dopo il furto affettivo subìto con l’uccisione di padre Puglisi. Mi sono sentita un fiume in piena. Perchè si uccide un prete? Cosa poteva aver fatto in soli tre anni? Capirlo, approfondirlo e renderlo imitabile e riproducibile, questo ho tentato di fare con il libro, scrivendo quanto avevo appreso in anni e anni di confronto con gli amici e collaboratori più intimi che lui aveva avuto. Questo libro si pone dentro un processo di conoscenza che porta fino al cuore del suo modo di abbattere le pareti del tempio per consentire l’incarnazione del Bene nella storia degli uomini”. Complessa la scrittura a sei mani? “Si, ma coinvolgente e appagante. Ciascuno ha dovuto limare e collocare al meglio il proprio contributo”, dicono gli autori. Ciascuno dei quali ha un aneddoto o un momento topico del periodo della stesura da raccontare. Compresa la “crisi” al momento di scegliere il titolo. “Il momento più critico – racconta Augusto Cavadi – è stato quando si decideva il titolo. C’era il timore che il titolo ‘Beato tra i mafiosi’ potesse essere inteso ‘Beato fra gli abitanti di Brancaccio’ e che la gente del quartiere potesse urtarsi per la generalizzazione. Ma il titolo è paradossale, e certo a Brancaccio la popolazione non è costituita tutta da mafiosi, esattamente come non lo è la popolazione siciliana. Sono felice che il titolo scelto sia stato questo. Attira più lettori di quanti si temesse ne potesse respingere”.
E sull’incontro messinese, una conclusione, soprattutto. Per Palazzo l’auspicio è che “ispiri la voglia di leggere il libro, di fare in modo che si capisca che la vicenda di padre Puglisi non è un fatto lontano, un fatto ‘palermitano’; e soprattutto che aiuti a capire come può essere diversa e più incisiva la chiesa locale, messinese”. “Ho imparato – aggiunge Cavadi – molto dalle parti scritte da Francesco e da Rosaria. Tanti dettagli della vicenda Puglisi ne fanno un anticipatore dello stile dell’attuale papa Francesco”. “Sento forte – conclude Cascio –il bisogno di non fermarmi, vivo questo libro come tappa di un percorso di impegno che mi porterà a costruire, con tantissimi altri amici, il puglisianesimo”.
Cavadi - Palazzo






giovedì 19 settembre 2013

San Saverio: il volontariato che sorregge, promuove e sa farsi da parte.

La Repubblica Palermo

 18 settembre 2013 —   pagina 15  

QUEL VOLONTARIATO VIRTUOSO PRESO A MODELLO DA PADRE PUGLISI

Francesco Palazzo

Recentemente abbiamo appreso che il ristorante Il Vicoletto dell'Albergheria ha tagliato il nastro dei venticinque anni. Se fosse una semplice attività commerciale, potremmo semplicemente complimentarci della longevità. Ma visto che si tratta di un'impresa che ha avuto una genesi particolare, è una specie di miracolo. Davanti al quale non possiamo sottrarci ad alcune rapide riflessioni sul ruolo del volontariato sociale e sulle sue finalità. Il Vicoletto è una delle realtà concrete (insieme ad un'agenzia di viaggi e a un bar gelateria) messe in campo, in un quartiere molto difficile, l'Albergheria, dal Centro Sociale San Saverio, nato a Palermo nella primavera del 1986. Quando la città si apprestava a vivere un'altra primavera, politica, ormai facente parte dell'album dei ricordi. Tante le azioni poste in essere dal San Saverio, associazione di volontariato aconfessionale e apartitica. Che, come tutte le cose umane, ha avuto certo dei limiti. Soggettivi ed oggettivi. Ma che almeno per quanto riguarda alcuni aspetti, fondamentali, è da prendere ad esempio per chi prova in Sicilia ad agire nel tessuto sociale in zone multiproblematiche. Intanto, è un riferimento per quanti appendono la vita associativa alla continua erogazione di risorse pubbliche. Al San Saverio sono riusciti a sopravvivere anche nei frequenti, e lunghi, periodi di tagli. Che poi bisognerebbe riuscire a capire se davvero tutti questi fondi trasferiti producano sempre utilità sociali, culturali e, perché no, economiche. O se talvolta servono per curare pezzi di elettorato, fornendo titoli, prebende e appagamenti personali per pochi. Inoltre, il Centro San Saverio è stato gestito in questi decenni da persone che si sono date il cambio nella direzione. La circolarità negli incarichi di vertice è importante. Fa crescere nuove levee allena alla democrazia. Per di più, i soggetti che hanno svolto funzioni di guida avevano già una loro professione privata. Quindi, l'impegno che hanno assicurato al sodalizio è stato davvero a titolo gratuito. Infine, cosa più importante, nelle tre esperienze imprenditoriali promosse, tra cui appunto Il Vicoletto, hanno dato a un gruppo di persone la canna per pescare e non il pesce, avariato, in quanto sovvenzionato con i soldi di tutti. Tale aspetto va sottolineato con forza. La promozione sociale nei confronti di terzi che versano in condizioni precarie, deve, o dovrebbe, sempre avere questa finalità. Ossia, favorire operosità e saper fare che poi abbiano la capacità di camminare con le proprie gambe, vedendosela con il mercato e con la concorrenza. Non ci sono scuse che tengano. Se lo hanno fatto all'Albergheria, si può fare ovunque. Invece, quasi sempre, l' assistenzialismo rimane fine a se stesso e genera clientele a lunga scadenza, in territori dove i bisogni contano più degli ideali. E sappiamo che nella nostra regione questi contesti sono davvero tanti. Inutile sottolineare che ciò vale sempre, ma in misura maggiore quando le realtà associative nascono sulla memoria dei morti di mafia. Che lo si voglia ammettere o no, i meccanismi della signoria mafiosa e della malapolitica ad essa collegata pescano nella stessa acqua di coltura della dipendenza infinita, che non riscatta ma fa rimanere piccini. Dobbiamo, perciò, essere tutti contenti del successo di questi imprenditori che sono riusciti ad attecchire all' Albergheria. La promozione dei cittadini, senza che essi dovessero inchinarsi al potere, divenendo al contrario protagonisti del loro futuro, era lo scopo principale dell'azione del Beato Pino Puglisi. Di cui si è celebrato il ventennale della morte per mano mafiosa. E che, significativamente, come del resto aveva fatto il suo predecessore nella chiesa di San Gaetano, Rosario Giuè, guardò proprio al Centro San Saverio come modello per la sua azione a Brancaccio.

giovedì 5 settembre 2013

Palermo, la buona amministrazione come vero capitale culturale.

Repubblica Palermo

 04 settembre 2013 —   pagina 1  

Se la candidatura a capitale è un terno giocato al lotto

Francesco Palazzo

Cosa significa per una città candidarsi a capitale europea della cultura? Offrire alla comunità internazionale quanto si è realizzato nel medio-lungo periodo, oppure tentare una specie di puntata al lotto sperando di azzeccare i numeri giusti? Il termine cultura riguarda tutto il vivere quotidiano. Non è il grande evento o il racconto di mutamenti posti nel domani. È un mostrare quello che si è, oggi, in quanto singoli e come comunità. Forse è utile paragonare Trieste e Palermo, adagiate sul mare e capitali di regioni autonomistiche. A pochi passi dall'elegante piazza centrale del capoluogo friulano, dove non c' è ombra di mezzi pubblici o privati, vi sono dei gradini che portano dentro il porto. A Palermo, il porto ti respinge. Trieste, che stava per presentare anch'essa la candidatura a capitale della cultura 2019, è piena di insenature che ospitano imbarcazioni da diporto. Pure sotto il Castello di Miramare, simbolo dei triestini e a ridosso del centro storico. Qui abbiamo paura. Sul porticciolo di Sant'Erasmo c'è un'eterna battaglia. Niente attracchi turistici, snaturerebbero il luogo. Che sta morendo tra i rifiuti, invaso dalle auto, oscurato da due pompe di benzina e da gente che arrostisce carne e pesce. Trieste e Palermo si somigliano anche per l'estensione dei centri storici. Quello triestino è un delizioso e solido susseguirsi di aree pedonali. A Palermo, le isole pedonali, o falliscono una dietro l'altra o non si sa bene cosa siano, più stati d'animo che frutto di pianificazione. Tutti i palazzi del centro sono curati, a Palermo, basta guardarne alcuni in zone centralissime, che viene da piangere. Impietoso il confronto tra i mezzi di trasporto. L'Amat fornisce un servizio sempre più carente. A Trieste vengono indicati, e rispettati, in centro e in periferia, gli orari in cui passeranno i bus. Che hanno una frequenza lontana anni luce dalle nostre eterne attese alle fermate. Non parliamo dell'accoglienza turistica. Nella città di Svevo puoi comprare, anche online, una card a prezzi contenuti e usufruire di circa novanta offerte in tutta la regione. In un posto così, rivedi qualche provinciale convinzione. A Trieste, che non ha il clima di Palermo, non c'è un gazebo. Solo ombrelloni e qualche sottofondo musicale sino ad un certo orario. E i locali non chiudono, ma sono pieni. Una delle cose che ti comunicano certe città è il gusto della pulizia. Aiuole spartitraffico profumate e ricche di vegetazione dappertutto. Non si vedono sacchetti d'immondizia. Lì i musei sono ben tenuti e sempre aperti non perché pienissimi, ma in quanto l'investimento culturale viene curato a 360 gradi. Ciò che non guadagno dal museo torna indietro in termini di ricchezza. E nessuno che cerca di fregarti. In albergo un distributore erogava bevande a prezzi modici. In un ospedale palermitano una lattina l'ho pagata quasi il doppio. Non devi mendicare gli scontrini fiscali, come sovente a Palermo. Non vedi, del resto, il professionista pagare ottanta euro dal pescivendolo e andarsene allegro senza ricevuta. Di posteggiatori abusivi neanche l'ombra. Non esiste il concetto di abusivismo. Neppure nella scelta dei colori esterni delle abitazioni. Che presentano un cromatismo simile. A Palermo ognuno realizza il proprio pezzo di mondo a sua immagine. Il confronto potrebbe proseguire. Ma è meglio fermarsi. A Trieste, chiunque sia al governo, lo sanno veramente fare da sempre. Tutti i giorni. A Palermo ci vogliono quasi due anni per arruolare degli ascensoristi per i sovrappassi di Viale Regione e ancora di più per approvare il mitico e ancora assente piano urbano del traffico. Una città può essere un punto di riferimento culturale se fonda la propria vita su decennali e costanti pratiche di buona amministrazione. Senza politiche virtuose di lunga durata, che devono vedere in campo sia gli amministratori che gli amministrati, non si è capitali di nulla.