sabato 12 aprile 2008

LEGGE ABORTO: L'IDEOLOGIA E LA REALTA'

Sebbene sia oggi un giorno di silenzio elettorale e di valutazione, anzi proprio per questo, può essere utile riflettere su un fatto accaduto negli ultimi giorni di campagna elettorale. Anche a Palermo il comizio di Giuliano Ferrara, leader della lista “Aborto? No grazie”, ha causato disordini. Con lanci di uova, pomodori, accensione di fumogeni e slogan di antico conio. L’incontro di martedì si è svolto grazie alle forze dell’ordine, che hanno tenuto a bada i manifestanti, non più di trenta. L’otto marzo, festa della donna, sempre nel capoluogo è accaduto un fatto simile. Alcune militanti del PD e della CGIL, che senza dubbio difendono pienamente la legge 194, sono state aggredite verbalmente. Torniamo a Ferrara. Che in una democrazia una persona non possa avere la possibilità di esprimersi liberamente, senza che sia costretto a muoversi in uno stato d’emergenza, è una cosa gravissima. E sarebbe ancora più grave se i trenta palermitani volevano rappresentare, come immaginiamo, pezzi della sinistra politica. Dove dovrebbe essere fuori discussione l’opportunità per tutti di potersi muovere serenamente nello scenario politico, soprattutto se ci si trova a pochi giorni dalle elezioni. Ogni forma di critica va salvaguardata. Ma un conto è esporre un cartello di protesta, un altro è volere impedire lo svolgimento di un incontro. Detto ciò, due considerazioni e una constatazione. In primo luogo, è giusto chiedersi per conto di chi si agitavano quei ragazzi e quelle ragazze che hanno preferito gridare piuttosto che confrontarsi civilmente. Avendone le occasioni, gli spazi e, speriamo, anche gli argomenti. Forse rappresentavano le donne che ricorrono dolorosamente all’aborto? Volevano per caso rendere evidente il disagio delle siciliane? Le quali, come riportato il 27 marzo su Repubblica Palermo da Vincenzo Borruso, si rivolgono, per un buon quaranta per cento delle interruzioni di gravidanza ufficiali, al mercato clandestino. Oppure passano lo stretto per affrontare questo momento delicatissimo in altre regioni. No, le persone che lanciano ortaggi hanno un approccio ideologico, fuori tempo massimo, a un problema serio. Un ideologismo che non porta a misurarsi, in concreto, con una legge che in Sicilia è applicata male. Tanto che, come riportato sempre da Borruso, le adolescenti e le donne in età feconda che si rivolgono ai consultori costituiscono una piccola minoranza, per insufficienza di strutture e carenza di personale sanitario. Seconda considerazione. Uno stato laico deve avere la forza di ridiscutere su tutto. Tanti sostengono che la legge regolante l’aborto andrebbe applicata in tutte le sue forme. Quasi nessuno mette in discussione la norma, che costituisce il male minore, e non si vuole calpestare l’autodeterminazione delle donne. Ma una cultura riformista, ha diritto di affermare che l’aborto non può essere concepito come un semplice metodo contraccettivo? Noi pensiamo di sì. Il concetto della laicità deve espandersi a tutto campo, non possono esistere santuari laici intoccabili. Infine, una presa d’atto. Diversamente da quanto accaduto altrove, leggendo i giornali che in questi giorni hanno dato conto dei fatti regionali, non ci è parso di notare dichiarazioni sull’accaduto da parte dei tantissimi candidati alle elezioni. I quali, tra un brunch e un party, hanno trovato il tempo di fare e dire tante cose. Niente hanno detto neppure i difensori, evidentemente a giorni alterni, della democrazia che albergano nella società che si muove fuori dai partiti. Come se per tutti fosse normale, e non lo è affatto, che una manifestazione elettorale possa svolgersi in un clima da guerriglia.

venerdì 11 aprile 2008

VIA DALLA SICILIA, CERVELLI IN FUGA

CENTONOVE
11 APRILE 2008
GOODBYE SICILIA INGRATA
Francesco Palazzo



La sua lettera è stata inviata ai giornali e ad alcuni siti dei candidati alle elezioni politiche e regionali. E’ apparsa sull’edizione nazionale di un grande quotidiano il 29 marzo. Il caso non è nuovo. Parla di un’ordinaria storia di fuga dalla nostra terra. Molti vanno via in silenzio, altri, come Rossella Amato, vogliono almeno lasciare una traccia pubblica del loro gesto, un po’ come gettare la classica bottiglia in mare con dentro un messaggio. Poiché siamo vicinissimi al voto, ci pare che questa vicenda dica molto di più dei tanti programmi elettorali scritti sulla sabbia e dei manifesti con i faccioni che parlano di lavoro, libertà e famiglia. Nella lettera dice di avere, oltre che un nome e un cognome, anche un compagno e un figlio, una laurea, un dottorato di ricerca e venti anni di esperienza. Ma “non basta per questa terra, la Sicilia, perché io non appartengo a nessuno”. Dove si trova adesso l’architetto paesaggista Rossella Amato che ama Gesualdo Bufalino? “In questo momento vivo a Parma – ci dice al telefono - ma ora andrò a Roma, sono in contatto anche con altre regioni, oggi ad esempio sono a Milano”. E se andasse male? “C’è sempre la possibilità di andare fuori dall’Italia, in Spagna, ad esempio ci sono molte possibilità”. Al nord non ci sono proprio problemi? ”No, non è così, se sei un operaio va bene, se esibisci una qualifica più alta è molto più complicato. Poi c’è la questione dell’età, io l’ho eliminata dal mio curriculum”. A 43 anni, età in cui in Sicilia si vive ancora con mamma e papà, al nord ti ritengono già vecchia. Guai poi ad avere un curriculum molto ampio, bisogna ridurre anche quello. “Solo che quì – sottolinea la Amato - almeno ì colloqui nel privato sono delle cose serie, il centro per l’impiego funziona, nessuno si permette di chiederti a chi appartieni”. Laureata a Palermo, ha fatto il dottorato in città, poi una serie di esperienze. Tra il 2001 e il 2003 lavora in Toscana e in Umbria, nasce un figlio. A Palermo restano i genitori e una sorella. L’altra è a Roma da parecchi anni. “All’inizio la criticai, ora ho capito il senso e la necessità della sua scelta”. Nel 2003 sente forte il richiamo della sua terra. “Ho cercato di riprendere i contatti con l’università ma è stato impossibile, ho ottenuto qualche consulenza, poi il buio”. Il suo compagno è umbro, adora la Sicilia, ma non vuole sentirne parlare più, verrà solo per le vacanze. “In realtà - rileva l’architetto - bisogna fare delle distinzioni tra le diverse parti della Sicilia. Nel modicano, a esempio, la realtà produttiva è ben diversa, ma ancora caratterizzata da assetti proprietari familiari troppo legati al locale”. Lei è specializzata nel settore dei programmi comunitari che riguardano il territorio: riqualificazione urbana, centri storici e sviluppo sostenibile. “In Sicilia se il privato guarda solo al contesto locale, senza misurarsi con la globalizzazione, è inutile che si lamenti. Altrove qualunque azienda guarda e interagisce almeno con il mercato europeo”. Assicura di averne incrociati tanti di colleghi che sono rimasti giù, che si arrabattano e non fanno il loro mestiere. “La Sicilia è una terra straordinaria, non si può lasciare in mano a poche persone, una risorsa di tutti è diventata un affare per pochi”. Afferma con sicurezza che la sua è una scelta definitiva, non tornerà più. “In Sicilia bisogna lottare anche per le cose normali. Non puoi fare finta che va tutto bene perché ci sono il sole e il mare. Da quando sono qui, non ho mai preso l’automobile per i miei spostamenti”. Una parte della lettera dice: “L'esilio di necessità trasmette tutta l’amarezza di un sud geniale e incolto. Il tempo umano non è bastato a migliorare il triangolo galleggiante, bisogna forse aspettare un tempo geologico, una nuova era glaciale che azzeri tutto per poi ricominciare”. E finisce. “A voi gente di cultura, che intendete dare un nuovo volto alla Sicilia, cercate tra la folla i nuovi emigranti, scovateli tra i mille sguardi appassiti sotto un sole cocente, e quando li troverete ponetegli una sola domanda: quali sono i vostri sogni? La loro forza e la loro intelligenza vi stupiranno e allora la rinascita sarà davvero possibile. Goodbye Sicilia”.

mercoledì 9 aprile 2008

IMPIEGATI REGIONE SICILIANA: TRA IPOCRISIE E FINTI SCANDALI


LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 09 APRILE 2008

Pagina XV
Le promozioni dei regionali
FRANCESCO PALAZZO


Quando si parla di impiegati regionali, ossia a ogni rinnovo di contratto, scatta il solito gioco delle parti, fatto soprattutto d´ipocrisia. Appena la notizia evapora, tutto rientra, sino alla prossima bolla di sapone travestita da emergenza. Alla regola non è sfuggita la questione riguardante la progressione economica all´interno delle fasce d´appartenenza per i dipendenti del comparto. Si è gridato alla vergogna, affermando che le somme per fronteggiare i passaggi decurterebbero il Famp, Fondo di amministrazione per il miglioramento delle prestazioni. Che peraltro prevede espressamente di finanziare tali progressioni economiche. Tuttavia il timore è che vengano meno fondi da destinare alla produttività dei più bravi. Ma è mai accaduto che il Famp abbia premiato qualcuno? Ovviamente no, se non in qualche sporadico caso. Se si va un attimo oltre la superficie della polemica elettorale, ci si rende conto che l´unico strumento che, teoricamente, è previsto dal Famp per premiare la produttività dei singoli, è il piano di lavoro. Un programma lavorativo che si aggiunge alla normalità, grazie al quale dovrebbero scattare delle valutazioni individuali e relative diversificate retribuzioni aggiuntive. Molto spesso, per non dire sempre, le attività elencate in questi piani non sono molto diverse dal lavoro normalmente retribuito con lo stipendio mensile. Ma la vera questione è che non c´è valutazione, tutte le somme dei vari piani sono distribuite, a pioggia, in relazione alle qualifiche. Le quali, alla Regione siciliana, servono a individuare un bel niente. La gestione delle risorse umane ha poca cittadinanza negli uffici regionali. La differenza sta solo negli stipendi, poi ognuno, in mezzo al groviglio del comparto, si ritaglia un ruolo a piacere. Spesso senza carichi di lavoro formali, sia per il lavoro routinario, sia per quello incasellabile in qualche modo nei piani di lavoro dipartimentali. Questi ultimi coprono una percentuale del Famp non irrilevante, visto che non può essere inferiore al 70 per cento. Ma il vero orizzonte del caso in questione è ben più ampio e rimanda ad altre responsabilità. Bisogna guardare la luna. E non solo il dito che la indica perché risulta più comodo. L´ultima legge di riforma dell´amministrazione, la numero 10 del 2000, voluta fortemente da un governo di centrosinistra, non ha fatto altro che disegnare, con una forte rottura all´interno della Cgil, il quadro che abbiamo innanzi. Si voleva rendere autonoma l´amministrazione dalla politica esaltando il ruolo della dirigenza. Si è finito per legare sempre più i due versanti, che ormai costituiscono le due leve possenti di un enorme schiaccianoci. In mezzo al quale il comparto, che corrisponde alla quasi totalità degli impiegati regionali, è stato relegato in una sorta di limbo. Dove non di rado c´è gente che avrebbe l´esperienza e i titoli per occupare, se veramente alla Regione contasse il merito, posizioni in grado di modificare radicalmente e in meglio l´amministrazione. E ciò accadrebbe per un unico semplice motivo: i ruoli non dirigenziali dell´amministrazione sono poco influenzabili dalla politica, di qualsiasi colore e tendenza essa sia. La Regione siciliana, non solo nel senso dell´amministrazione, veramente cambierà se un giorno si troverà il modo, che non potrà essere indolore per tutti i dipendenti, di premiare veramente i soli capaci e meritevoli. Pure tra i dirigenti e non solo nel comparto. Facendo in modo che chi non sa o non vuole non sia sempre uguale a chi vuole andare avanti e sa come fare. Questa sarebbe la vera rivoluzione siciliana. Ma chi avrà il coraggio di fare ciò? Sino a oggi, stando ai fatti e tralasciando le pie intenzioni delle campagne elettorali, compresa quella in corso, nessuno intende concretamente modificare tale aspetto fondamentale della vita pubblica regionale. Allora, e sappiamo d´essere facili profeti in patria, ci possiamo dare un sicuro e immancabile appuntamento al prossimo finto scandalo sugli impiegati regionali.

sabato 5 aprile 2008

LA POLITICA BLOCCATA NUOCE ALLA SICILIA

CENTONOVE
4 APRILE 2008
ALTERNANZA ANCHE IN SICILIA
di Francesco Palazzo
Tra pochi giorni sapremo i risultati siciliani delle elezioni politiche e regionali. I voti che usciranno dalle urne ci diranno chi sarà a guidare il governo della regione, come sarà composta la nuova assemblea regionale e quale sarà l’apporto che la Sicilia darà agli schieramenti in campo che, a livello nazionale, si sfidano per la guida del paese. Alle ultime politiche, sino al giorno prima del voto, pareva che la coalizione guidata da Romano Prodi potesse contare su parecchi punti di vantaggio. Invece la lunga notte dello spoglio ci consegnò un quasi pareggio. In Sicilia difficilmente si assiste a questo tipo di sorprese, almeno per quanto riguarda le elezioni politiche e quelle regionali. Nei comuni e nelle province talvolta s’insinuano, vuoi per i ballottaggi, vuoi per situazioni locali particolari, alcuni elementi di sorpresa. Ma stiamo a quello che ci attende nei prossimi giorni, avremo modo e tempo per ragionare sul voto amministrativo. La domanda allora è la seguente. E’ possibile sperare che nella nostra regione vi sia qualche inversione di tendenza rispetto alle politiche e alle regionali che, nel 2001 e nel 2006, hanno dato al centrodestra delle sicure e larghe vittorie? In altre parole. E‘ possibile che la nostra isola si possa avviare a essere, al pari di tante altre regioni, un luogo dove è possibile sperimentare l’alternanza? Capite bene che questo è un aspetto cruciale della vita pubblica di qualsiasi comunità. Soprattutto se questa, come la nostra, presenta problemi di portata storica che non ci permettono di fare sostanziali passi in avanti. Anzi, ci fanno restare costantemente al palo, se consideriamo indicatori fondamentali, contemplati costantemente nelle varie classifiche sulla qualità della vita. E’ abbastanza comprensibile a tutti i nostri lettori che un gruppo di partiti, che ha vinto le elezioni e che sa di potere essere scalzato dalla parte avversa alla prossima tornata elettorale, farà il possibile per impedire tale evenienza, governando al meglio e cercando di farsi confermare o aumentare il consenso dal corpo elettorale. Nelle democrazie normali funziona così. Ma come si comporterà quella maggioranza la quale ha capito che invece è indifferente per i cittadini il modo in cui governa, tanto sarà sicuramente sempre vincente? E’ chiaro che in essa presto prevarranno fatalmente le sole logiche di potere, dei meccanismi tendenti a far perdere di vista il bene pubblico e a far prevalere un sistema di spartizione, per fini personali o di gruppo, delle risorse che fanno capo ai pubblici poteri. Assisteremo, dunque, al continuo svuotamento delle assemblee rappresentative, degli stessi partiti, della società più diffusa, con gli interessi legittimi che la caratterizzano. Al loro posto, più o meno visibili, anzi spesso più che sommersi nelle loro reali intenzioni, conteranno i pochi che sapranno sempre più entrare nelle stanze dove si decide. Che siano eletti dal popolo, potentati economici, gruppi di pressione o altro, poco importa. Alla lunga costituiranno un sistema ben strutturato e difficilmente scalfibile. In esso cercheranno di trovare spazio i poteri mafiosi, alla ricerca di denaro fresco a buon mercato, proveniente dagli ambiti regionale, nazionale ed europeo. In un quadro siffatto, che ruolo si ricaverà un’opposizione destinata per lunghissimo tempo a restare tale? Prima o poi cercherà di entrare nel sistema o sarà costretta a partecipare al gioco, non essendovi altre possibilità per continuare ad esistere. E’ questa la situazione della politica siciliana di oggi e di ieri? E’ difficile sostenere il contrario. Sarà anche quella del dopo 13 e 14 aprile? Non bisogna essere dei veggenti per sapere che difficilmente i risultati delle regionali e delle politiche potranno modificare una contesto che conosciamo sin troppo bene. Quando la Sicilia diverrà una regione con due parti che si contendono di volta in volta la vittoria, avremo la possibilità di sperimentare le virtù della democrazia dell’alternanza. E conosceremo parti politiche che cercheranno di fare bene quando governano, perché sapranno che altrimenti altri saranno chiamati dal popolo a occupare il loro posto. Sino a quel momento non potremo che sperimentare una democrazia politica che, pur rispettando la lettera della Costituzione Repubblicana, che quest’anno compie sessanta anni, ne tradisce in maniera clamorosa e quotidiana la sostanza.

sabato 29 marzo 2008

Musica e Pizzo

CENTONOVE
28 Marzo 2008
PALERMO, CONCERTI CON IL PIZZO
Francesco Palazzo


Ebbene sì, anch’io sono un pagatore di pizzo. Non mi riferisco a quello che, “normalmente”, i posteggiatori abusivi ti chiedono per le vie della città a qualsiasi ora del giorno. E, in prossimità dei locali alla moda, anche della notte. Dove da certi macchinoni vedi uscire mani ben curate che consegnano l’obolo. Su queste vessazioni, dopo anni di esercizio, sono riuscito ad averla vinta. Dove ancora non ho mietuto successi apprezzabili, anzi possiamo parlare di completo fallimento, è in occasione dei concerti palermitani al palasport. Nell’ultimo anno, tra Guccini, Max Pezzali e, quindici giorni fa, Venditti, mi è capitato di recarmi lì almeno tre volte. Ed è stata sempre la stessa storia. Giovanotti aitanti, o adolescenti quasi bambini, coprono i chilometri di marciapiede a destra e a sinistra della struttura. Non c’è verso di sfuggirgli. Si avvicinano e chiedono se vuoi dare un contributo per il caffè (che è un argomento come un altro, equivale a domandare la quota mensile ai commercianti per i poveri carcerati). In questo caso, a differenza dei ristoranti, dei cinema o di altri locali pubblici, la tempistica è diversa. Se in quelle circostanze la convenzione è che si paga dopo, e all’inizio c’è solo il riconoscimento ufficiale dell’uomo col berretto e fischietto, per cui alla fine puoi simulare un’amnesia, un’ubriacatura, o semplicemente ignorare la cosa, per i concerti al palasport i soldi devono essere anche pochi (e qui devi quartiarti), maledetti (per chi li sgancia) e subito. Perché poi, all’uscita, non trovi più nessuno. Questo tipo di pizzo non riesco ancora a sopraffarlo. L’ultima volta, appunto due settimane addietro, pur provando sempre fastidio, avevo già preparato, prima di scendere dall’amata quattro ruote, i due pezzi da cinquanta centesimi in una tasca del jeans dedicata, per l’occasione, solo a questa funzione. In modo da evitare che dal buio serale uscisse fuori inavvertitamente un pezzo da due euro e i caffè diventassero quasi tre. La qual cosa avrebbe fatto ancora più male al mio fegato, pur non avendone bevuto neanche uno. Dunque, confesso, pago e, appena inizia il concerto, non ci penso più. E quel che scrivo appresso non serve a giustificarmi. Nel tragitto che dal posteggiatore mi porta al tempio palermitano della musica moderna, ci rimugino sopra. Allora cerco di puntare i rappresentanti delle forze dell’ordine per comunicare timidamente, sentendomi colpevole e senza alibi per aver sborsato l’euro, che lì fuori è tappezzato di gentili soggetti che pretendono il pagamento forzato. Facendoti capire, platealmente, con sottili doti di comunicatori non verbali, che tu vai, ma la tua auto rimane lì. Più in particolare ho cercato, sinora vanamente, di comprendere che bisogno c’è, invece di presidiare soprattutto il territorio esterno al luogo del concerto ingaggiando la battaglia con i posteggiatori, di militarizzare abbondantemente solo le immediate adiacenze di un posto frequentato, in larga parte, da quaranta-cinquantenni e da ragazzi. I quali, come impellenza irrinunciabile e imperativa, spentesi le voglie rivoluzionarie per grandi e piccoli, possono avere quella di andare in bagno. Se la prostata protesta o se il pargolo fa la cacca. Oppure di mandare messaggini innocui e costosi in continuazione. Tutte attività che difficilmente possono ricadere sotto le attenzioni dell’ordine pubblico. L’ultima volta, un omone in borghese e con un medaglione, forse un ispettore, mi ha consigliato di chiamare i carabinieri, che avrebbero arrestato i rei per pizzo. Addirittura! Aveva un accento napoletano, era simpatico e l’ho presa bene. Nel concerto precedente un altro uomo, questa volta in divisa, è stato almeno più diretto. Chiedendomi retoricamente e con un certo implicito sfottò, visto che il mio accento non è affatto sud tirolese, se vivevo a Palermo. E perché mai non avevo ancora capito, da siculo purosangue, come funzionano le cose a certe latitudini.

sabato 22 marzo 2008

POLITICA SICILIANA BLOCCATA


LA REPUBBLICA PALERMO – SABATO 22 MARZO 2008

Pagina I
L´ISOLA NELLO STAGNO
FRANCESCO PALAZZO



Le considerazioni che seguono si potrebbero fare a urne aperte e a risultati acquisiti. Avremo tempo per dilungarci su di essi. Nel frattempo un dato emerge, ancora una volta, in questa doppia campagna elettorale. Non è legato al momento presente o alle persone proposte oggi dal centrodestra e dal centrosinistra per governare l´Isola o per sbarcare a Roma. Il punto è che in Sicilia le regole dell´alternanza non riescono ad attecchire. Tale problema investe in pieno quella parte, il centrosinistra, che si trova perennemente a sostenere sfide impossibili. Dove il dilemma non è se si sarà sconfitti, ma come si perderà, se meglio o peggio dell´ultima volta. Alla Regione il centrosinistra ci ha provato e ci prova, nelle ultime tre tornate elettorali, compresa anche questa, con personalità molto diverse, come Leoluca Orlando, Rita Borsellino e Anna Finocchiaro. Il centrodestra può avanzare qualsiasi nome e gli va sempre bene, prima ancora che si incrocino le armi della dialettica politica e a prescindere da queste. A livello nazionale, dal 1994, i governi non sono mai riusciti a confermarsi la volta successiva. La Sicilia, tranne qualche aggiustamento, non si è accorta di niente, il centrodestra ha sempre brindato. Nelle regioni a noi vicine c´è stato il ricambio. È accaduto, per citare i casi più eclatanti, in Calabria, in Puglia e in Campania. Dove il centrosinistra è riuscito, oltre che a prevalere nel voto politico del 2006, cedendo soltanto il premio al Senato in Puglia, a imporsi alla guida di quelle Regioni. Parliamo sempre di società meridionali, luoghi dove, a differenza che da noi, la struttura del consenso è evidentemente mobile. Prendiamo la Campania. È amministrata da molto tempo dal centrosinistra. Pensate che, se votassero domani per la Regione, i campani non si ricorderebbero della questione rifiuti votando in massa per il centrodestra? Pare che lo faranno a cominciare dalle politiche.In Sicilia, se prendiamo il voto regionale e politico, tralasciando gli enti locali che meritano un discorso a parte, non c´è mai vera gara. L´abbiamo detto altre volte, pesa molto la debolezza strutturale dei partiti del centrosinistra. Ma detta così è sin troppo banale, bisognerebbe capire perché ciò accade sistematicamente soltanto per una parte. In fondo, tutti i partiti hanno problemi simili. Pure altri argomenti sono deboli, come quelli che si soffermano sull´esiguo reddito pro capite, sul basso tasso di occupazione, sul clientelismo o sulla presenza invasiva della criminalità. Forse che in Calabria, in Campania e in Puglia si è più ricchi, si lavora di più o c´è meno clientelismo? Si può affermare che in quei territori le mafie siano meno presenti?Del resto, è impensabile che, appena passato lo Stretto, i partiti del centrosinistra acquistino doti di acchiappavoti da noi irraggiungibili. A confermare il ragionamento c´è la cronaca politica recente. Le rovinose dimissioni del governo nazionale hanno dato una spinta verso l´alto, probabilmente quella decisiva, al centrodestra. Evento normale. Da noi neanche un´interruzione drammatica della legislatura, dopo le dimissioni del governatore per i noti motivi, riesce a produrre un calo di gradimento per la parte politica che ha subito l´evento. È come se niente fosse accaduto. Insomma, pure in questo aspetto della vita sociale siamo davvero speciali e poco comprensibili. A noi stessi, prima ancora che agli altri. Tale quadro bloccato è quello che genera, come sottoprodotti, le distorsioni che conosciamo e che si duplicano costantemente nelle viscere della vita pubblica regionale. Una società statica politicamente non può che crogiolarsi nei suoi peggiori difetti, i quali non appartengono solo alla maggioranza, ma anche all´opposizione. Che, stando così le cose, finisce per cadere in un fatale circolo vizioso. Solo un continuo ricambio nella gestione della cosa pubblica può fare intravedere le luci della buona amministrazione. Unica via d´uscita per far compiere ai siciliani, non retoricamente, passi in avanti. Ma per raggiungere tale fine è tutta una società, non solo quella partitica, che deve muoversi. Sinora le bocce sembrano ferme. Qualche onda che si muove di tanto in tanto si rivela, quando si contano i voti, solo una fugace e superficiale increspatura. In un mare che circonda l´Isola e che sembra essere sempre più uno stagno.

I VOLI DELLA POLITICA SICILIANA

CENTONOVE
21 3 2008
Pag. 2
SE LA POLITICA VOLA VIA
Francesco Palazzo




Una volta si diceva che il miglior medico per i malati siciliani di una certa gravità era l’aereo. Salirci su, verso traguardi terapeutici più efficaci, significava avere più speranze di guarigione. Non sappiamo se sia ancora così. Certamente questo è un rimedio ancora praticato, molto più che in passato, dalla politica siciliana d’ogni colore. Si prende l’aeroplano e si va nella capitale per capire chi devono essere i candidati alla presidenza della regione. Si passa dal check-in per farsi dettare le liste dei candidati per camera e senato. Ovviamente ciò serve poi, appena scesa la scaletta dell’aeromobile che riporta in “patria”, per dire che “sono stati loro”, “noi non c’entriamo niente”, “io gliel’avevo detto”, “era un errore”. E via scusandosi. Eppure concetti come autonomismo e partito federale sono utilizzati a piene mani, ma solo nei periodi in cui non c’è niente d’importante da decidere. Quando il momento si fa topico, si stacca il biglietto e si torna tra le nuvole verso la città eterna. E’ vero, di tanto in tanto, qualcuno giunge da Roma per portare il nuovo verbo. In questi casi tripudi di bandiere, gazebo, ovazioni e quant’altro si sprecano. Una volta è l’unità quella che conta, la volta successiva è l’andare da soli il nocciolo della questione. Prima si fa passare come vitale la scelta di non entrare in un partito più grande, dopo qualche mese contrordine, avevamo scherzato. Qui va bene l’una e l’altra cosa, il più e il meno, il bianco e il nero. Franza o Spagna, basta che se magna. Certo, questo modo ottocentesco di intendere la politica, grosso modo, varrà pure per le altre realtà regionali. Ma ci vuol poco a capire che in Sicilia, al di là del dato geografico, c’è un qualcosa in più che si aggiunge al quadro. Perché è da decenni che da noi non vengono fuori, dalla società più diffusa e dai partiti, persone in grado di porre qualcosa di particolare, di nuovo, di appena interessante, nell’agenda politica del paese in maniera duratura. In modo che qualcuno, da Roma, possa anche venire per apprendere. E quando in un passato, anche recente, è capitato, non è durato molto. Molto presto il centralismo, i personalismi, le incertezze, il clientelismo più sfrenato, hanno finito per prevalere su tutto, lasciando spesso il deserto. Tuttavia, è meglio comunque provarci, che stare sempre ad aspettare il momento dell’imbarco verso il continente, come gli studenti il suono liberatorio della campanella. Ma oggi non ci si prova più. Gli uomini e le donne siciliani che vivono di partiti e di politica passano, più che in Sicilia, molto del loro tempo nelle aerostazioni. E anche quando ottengono qualche incarico di un certo rilievo a livello nazionale, ciò non accade in forza di elaborazioni politiche originali nate nell’isola, ma in quanto sono riusciti ad attaccarsi a catene di comando che tengono altrove, ben lontano dalla Sicilia, l’anello attaccato al muro che tiene tutto in piedi. Dobbiamo anche rilevare che pure le esperienze che nascono inizialmente fuori dai partiti, sul territorio, finiscano per sciogliersi tra un volo e un altro. O tra una candidatura al senato e una alla camera. Volare, quindi, canterebbe il grande Modugno, come contrassegno e marchio di una politica isolana che solo così riesce a staccarsi da terra, dalla monotonia, dalla mediocrità. Non importa se si faccia parte dello schieramento vincente, o che ci si sbatta per anni la testa sul muro di sconfitte ripetute e sempre più rovinose. E non si tratta di questa o quella legge elettorale che riserva ai partiti, e quindi alle centrali romane, più o meno influenza. No, è un modo d’essere, una disposizione dell’anima. Talvolta un modo, l’unico, per continuare ad esistere. Immaginate solo quanti decolli e atterraggi hanno dovuto sommare coloro i quali si trovano inseriti nei posti giusti nelle liste di camera e senato. Chissà quanti anni di voli occorrano per ottenere un sicuro scranno parlamentare. La cui conquista forse nasconde, più che la voglia di entrare nei luoghi principali del potere, la certezza che per cinque anni si potrà continuare a volare.

venerdì 14 marzo 2008

Sicilia, Partito Democratico: quale rinnovamento nelle liste per Roma?

CENTONOVE
14 MARZO 2007
PAG. 46
LISTE DEL PD, SEMPRE PIU' FUSI E CONFUSI
di
Francesco Palazzo




Scorrendo i cognomi delle liste che il partito democratico ha ufficializzato per Camera e Senato, intendiamo dire le posizioni che prevedono una sicura o probabile elezione, giacché tutto il resto è ornamento, difficilmente si può contestare che si tratta di un’operazione ben lontana da quel modo diverso di fare politica che la neonata formazione aveva promesso di rappresentare in Sicilia. La percentuale degli esponenti dei due partiti che si sono fusi, DS e Margherita, è altissima, diciamo quasi totale. Ovviamente, un partito ha tutto il diritto di mettere in lista chi vuole. E noi non interverremmo se solo, lo stesso partito, non ci avesse nei mesi scorsi martoriato, un giorno sì e uno pure, sulla novità sconvolgente che avrebbe significato per la nostra regione. Dove sta, dunque, tale novità? E’ possibile che quando si lanciano slogan si è super bravi e nel momento in cui si deve quagliare, la musica cambia improvvisamente? Si pensa davvero che mettere un’operatrice di un call center in lista, che serve peraltro a coprire ben altre pratiche spartitorie, significa rinnovarsi o catturare il voto dei disoccupati e dei precari siciliani? Non siamo ingenui, immaginiamo quali umani appetiti, di corrente, di cordata, persino familiari, si scatenino intorno ad uno scranno parlamentare. Succede in tutti i partiti, a maggior ragione in una formazione appena formatasi dalla fusione di due grandi tradizioni politiche. Nel caso specifico, ipotizziamo, le liste avranno dovuto tenere conto delle diverse sensibilità, degli ambiti di provenienza dei singoli gruppi, che ancora, evidentemente, non si sentono un partito unico. E’ accaduto pure con l’elezione dei segretari regionali. In quella regione toccava alla Margherita, in quell’altra ai DS. Per la Sicilia la casella doveva essere occupata dai petali del delicato fiore e non dai rami della possente quercia. E così è stato. Una volta si chiamava centralismo democratico, che almeno aveva dei criteri di orientamento, adesso, che i partiti devono essere leggeri, non si sa come chiamarlo. Dovremmo dotarci di un nuovo vocabolario della politica. Nel frattempo sarebbe il caso che un partito come quello democratico, dopo un primo periodo di comprensibili incertezze seguite alla nascita, si avviasse ad essere qualcosa di meno sfuocato. Tale operazione, nella misura in cui avverrà, non sarà univoca su tutto il territorio nazionale, avendo ogni realtà la sua specificità. In Sicilia, dove spesso e volentieri ci sono da amministrare sconfitte, sarà più difficile che altrove. Nel governare l’abbondanza può essere che i cordoni della borsa si aprano, e riesca ad uscire fuori, o ad entrare dentro, qualche sprazzo di trasformazione sostanziale. Che non vuol dire affatto che la società civile è migliore di quella politica, questa è una banalità. Ma sta a significare che i due mondi, quello di coloro che fanno della politica una professione e quello di quanti fanno principalmente altro, ma vogliono impegnarsi nella gestione della cosa pubblica, riescono in qualche modo a parlare un linguaggio che si riconosca in alcuni fondamenti comuni. Non è proprio questo, in fondo, il compito che dovrebbe intestarsi, forse più in Sicilia che altrove, un partito come quello democratico? Ma fare i conti con una dote di consenso non proprio esaltante, ed è quello che accade da noi, e abbiamo l’impressione che tra regionali e politiche non assisteremo a sostanziali cambiamenti in positivo, significa che i posti sono sempre di meno, le opportunità poche, le certezze rare. Ecco, allora, ed è ciò che è accaduto nella composizione delle liste, che si ha la frenesia di occupare i pochi spazi che contano. Il Partito Democratico siciliano ci proverà la prossima volta a lanciare un concreto messaggio di cambiamento. Stavolta non è andata molto bene. I dirigenti siciliani del partito comprenderanno che, con queste liste, non daranno, a chi ha votato sinora centrodestra, molti motivi per cambiare rotta il 13 e il 14 aprile.

mercoledì 12 marzo 2008

SICILIA, REGIONALI 2008: IL CENTROSINISTRA TORNA SUL VOTO DISGIUNTO

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 12 MARZO 2008

Pagina I
L´ANALISI
L´errore del centrosinistra puntare sul voto disgiunto
FRANCESCO PALAZZO




A ogni elezione regionale, sulla ruota del centrosinistra, c´è un numero fisso che immancabilmente esce. Ha fatto il suo esordio domenica mattina in un incontro del Pd. È il voto disgiunto. Il primo voto per un candidato del centrodestra all´Ars, il secondo per il candidato alla presidenza del centrosinistra. Nelle due elezioni svolte col metodo dell´elezione diretta del presidente, ciò non è servito al centrosinistra per vincere. Nel 2001 Orlando ottenne un 6,4 per cento in più del suo schieramento. Nel 2006 Rita Borsellino totalizzò il 5,53 per cento in più. In entrambe le tornate elettorali vi fu però un piccolo inconveniente. La distanza tra centrodestra e centrosinistra era talmente marcata (nel 2001, 30,2 centrosinistra, 65,2 per cento centrodestra, nel 2006 quest´ultimo 61,6 e centrosinistra 36,1 per cento), che il risultato finale era già scritto in partenza. La richiesta di voto disgiunto ha senso solo quando i due schieramenti sono vicini e non è il caso della nostra regione. Ora, dunque, ci risiamo. E ogni volta è come se implicitamente si comunicasse il seguente ragionamento: guardate che le nostre liste non sono granché, lo sappiamo bene, noi che le facciamo, meglio di voi, non vi chiediamo perciò di votarle ma di riempire di consensi il nostro uomo o la nostra donna in cima alla piramide. Il risultato, viste le condizioni di partenza, non può che essere sempre deludente. Ma l´operazione voto disgiunto serve a tenere artificialmente viva la corsa sino alla fine presso l´elettorato di riferimento. Il centrodestra, dal canto suo, sapendo come stanno realmente le cose, lascia fare. Alla vigilia delle regionali del 2006 si fantasticava intorno a un voto disgiunto a due cifre, che l´apertura delle urne lasciò nel mondo dei sogni. C´è peraltro da rilevare che un invito pressante all´elettorato a esprimersi in maniera sconclusionata, indica un´azione politica basata non sul consenso diffuso, ma solo sulla forza del leader. Una prospettiva che dovrebbe essere molto distante dal centrosinistra. Che inoltre sia anche un tentativo inutile elettoralmente, bastano i numeri citati a dimostrarlo abbondantemente. Ovviamente l´elettore ha il diritto di votare come vuole. Tuttavia, una coalizione che vuole costruire un serio progetto politico dovrebbe invitare alla coerenza delle scelte. Il punto è che questo non può essere fatto perché le liste siciliane del centrosinistra sono, tranne poche individualità, deboli. E qui non c´entra niente il Mezzogiorno che vota centrodestra. Nelle altre regioni del Sud governano maggioranze di centrosinistra che hanno saputo vincere, non in forza del voto disgiunto o indicando salvatori della patria, ma cercando e ottenendo un quadro politico omogeneo. Perché in Sicilia il centrosinistra non riesce a mettere in campo liste forti? Un indizio ci viene dalla provincia di Caltanissetta e riguarda una polemica di questi giorni sulla composizione della lista provinciale del Partito democratico. A un deputato regionale uscente, con molte legislature alle spalle, viene osteggiata la candidatura perché deve fare spazio a uno più giovane. Ci chiediamo: essendoci il voto di preferenza e non i vergognosi elenchi bloccati del porcellum, non si può mettere in lista tutto quello che si ha per aumentare il consenso? Non fa così il centrodestra? Fare questo ragionamento logico viene evidentemente difficile perché, più che aumentare i voti, si tende ad amministrare gelosamente quelli che già si hanno, con la conseguenza di viaggiare elettoralmente sempre a scartamento ridotto. Allora, non rimane altro da fare che innalzare sistematicamente il vacuo totem del voto disgiunto. Una specie di mantra recitato collettivamente, un rimedio in grado forse di liberare la mente dai pensieri. Ma una pistola scarica sul tavolo elettorale e un messaggio sbagliato e fuorviante su quello della politica.

martedì 11 marzo 2008

POLITICHE 2008, IL VOTO SICILIANO

REPUBBLICA PALERMO - SABATO 08 MARZO 2008

Pagina XIV
La partita a scacchi per Camera e Senato

FRANCESCO PALAZZO

Pare che il risultato delle politiche sarà influenzato da ciò che accadrà in Sicilia. Non sappiamo se andrà così. Per farsi un´idea occorre entrare nelle dinamiche elettorali delle due maggiori parti in causa e tenere in considerazione quanto si muoverà al loro esterno. Si dice che Pdl ed MpA rischiano di non raggiungere, a causa dell´Udc, il premio in seggi al Senato, previsto a livello regionale, che la volta scorsa andò al centrodestra. Se guardiamo i numeri del 2006 relativi al Senato, il centrodestra con l´Udc prese il 57,8 per cento, aggiudicandosi 15 senatori. Il centrosinistra, allora Unione, si attestò sul 40,5, prendendo gli undici senatori restanti. L´Udc ottenne il 9,6 per cento. Ammesso che si riconfermi, superando comunque l´8 per cento occorrente a far suo qualche seggio, ciò non procurerebbe al Pdl alcun danno numerico sostanziale. Male che vada, quest´ultimo, dovrebbe attestarsi tra il 48 e il 50 per cento. La legge elettorale assicura, al Senato, il 55 per cento dei seggi a chi, pur non avendo raggiunto dopo il conto dei voti tale percentuale, ottenga il miglior piazzamento. In entrambi i casi il Pdl dovrebbe confermare lo stesso numero di senatori del 2006, considerata anche la parte importante che avrà il Movimento per l´autonomia, apparentato con Berlusconi e compagni. Mentre sarà il Pd, congiunto con Italia dei Valori, a pagare dazio, essendo quel 40,5 per cento di due anni fa, in concreto insuperabile dalle due forze politiche. Veltroniani e dipietristi si dovranno, nella peggiore delle ipotesi, spartire gli undici seggi rimanenti con la Sinistra Arcobaleno e con l´Udc. Oppure, ma è molto difficile che accada, riconfermare gli undici senatori se Udc e Sinistra Arcobaleno non dovessero raggiungere l´8 per cento a testa. In ciascuno dei due casi il premio di maggioranza, a meno di rivolgimenti elettorali, non dovrebbe essere in discussione. Per la Camera il premio di maggioranza si conteggia in ambito nazionale. La coalizione di centrodestra, anche per la corsa verso questo ramo del Parlamento, si presenta mancante dell´Udc, ma sempre forte dell´accordo con il movimento autonomistico, che neutralizzerà, sostituirà o supererà il consenso cuffariano. Anche il raggruppamento Pd-Italia dei Valori, che contende in tutta Italia il premio di maggioranza al Pdl, ha nella Sinistra Arcobaleno un concorrente nel suo stesso campo paragonabile elettoralmente all´Udc. Solo che il Pd non ha un corrispettivo riequilibrante come il partito di Lombardo, non essendo paragonabile Italia dei Valori al movimento autonomista. Nel 2006, nelle due circoscrizioni della Camera prevalse il centrodestra. Con un distacco compreso tra il 12,5 per cento, nella circoscrizione avente come centro Palermo (43,5 centrosinistra, 56 per cento centrodestra), e il 19, verificatosi nella circoscrizione catanese (59,5 centrodestra, 40,5 per cento centrosinistra). Il 13 e 14 aprile prossimi, una parte di questo consenso andrà all´Udc e alla Sinistra Arcobaleno, che al suo interno ospita peraltro il numero più consistente, rispetto alle altre regioni, di ex Ds che non hanno aderito al Partito democratico. È, perciò, ipotizzabile che, mentre i voti che l´Udc sottrarrà al Pdl saranno più che recuperati dall´Mpa, quelli che lasceranno sul terreno i veltroniani a favore della Sinistra Arcobaleno, saranno solo in una piccola parte reindirizzati alla causa di Veltroni dalla lista di Italia dei Valori. Ed è verosimile, quindi, che il Pdl siciliano e gli autonomisti fortificheranno ancora il risultato positivo che Berlusconi si aspetta nel resto del paese. Mentre invece il Pd-Idv siciliano potrebbe costituire per la Camera uno degli anelli più deboli del progetto di Veltroni.

sabato 1 marzo 2008

ELEZIONI SICILIANE 2008: CENTROSINISTRA INCERTO


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 01 MARZO 2008

Pagina I

CENTROSINISTRA VIA LE INCERTEZZE

FRANCESCO PALAZZO




La campagna elettorale per le regionali vede i due schieramenti affrontare l´evento nei modi che seguono. Nel centrodestra hanno bisticciato per settimane, con strappi, anatemi e candidature che non hanno visto sorgere il sole del giorno dopo. Alla fine si è arrivati al nome forte, quello dell´autonomista Lombardo. Spentasi, o messa sotto il tappeto, la guerra intestina, sono cominciate le grandi manovre. Nel centrodestra si discute sino a un certo punto, poi si comincia a lavorare per il risultato. Molti manifesti già inondano le nostre città. Tra qualche giorno faranno il loro esordio, anche per le elezioni regionali, quelli del Partito delle libertà. Anche da noi i simboli di An e Forza Italia vanno in soffitta. Non sappiamo se per sempre. Il Pdl ancora ci appare una trovata elettorale, non un vero nuovo partito. Sembra però certo che la formidabile macchina del consenso di cui il centrodestra dispone in Sicilia sia stata appena scalfita dai brutti pensieri e dalle male parole. Peraltro riuscirà a trarre nuova linfa dalla bagarre scatenatasi intorno alla mancata candidatura di Miccichè, la cui probabile lista non farà che portare del sangue fresco alla coalizione. Il centrosinistra, nel frattempo, ha ricominciato a questionare su tutta la linea. La causa scatenante dell´ennesima querelle, una dichiarazione della candidata presidente, che invita a votare i due grandi partiti a livello nazionale, il cosiddetto voto utile. Che la Sinistra Arcobaleno non l´avrebbe presa bene, ci voleva poco a prevederlo. Ogni elettore ha diritto a vedersi riconosciuta la dignità del consenso che mette dentro l´urna. La reazione del blocco più a sinistra della compagine pro Finocchiaro è comprensibile. Cominciamo a pensare che al fondo di tutto ci sia un equivoco, che si dovrà diradare. Probabilmente ciò sarà fatto sullo sfondo della Valle dei templi, nel discorso che oggi pomeriggio la Finocchiaro rivolgerà ai siciliani. La senatrice catanese è una delle dirigenti più apprezzate del Partito democratico e della politica italiana. Solo che non si può combattere la difficilissima battaglia siciliana e nello stesso tempo occuparsi della politica nazionale da protagonisti. La candidatura per la Regione deve essere una scelta esclusiva. Non può convivere con una candidatura al Senato, seppure in un´altra regione. Chi perde le elezioni in Sicilia deve poi guidare l´opposizione, per preparare le prossime elezioni. D´altra parte, a meno di non esserci distratti, lo stesso Lombardo, che è addirittura segretario di un movimento politico di un certo peso, non sarà candidato contemporaneamente ad alcunché. Insomma il centrosinistra, a oggi, se consideriamo anche le infinite titubanze e le divisioni sul numero di liste da presentare, non si trova in una situazione ideale, pur essendo partito mentre il centrodestra litigava. Considerata la debolezza che lo contraddistingue in Sicilia, il quadro è preoccupante, tenuto conto che alle elezioni non mancano sei mesi, ma sei settimane. Del resto, la distanza tra le due coalizioni ci viene rivelata da un sondaggio recentissimo della Crespi Ricerche. Che assegna a Lombardo il 58 per cento, alla Finocchiaro il 42. Che non sia solo un sondaggio, ma un responso molto vicino alla realtà precedente, non c´è bisogno di dirlo. Il centrosinistra dunque dovrebbe cercare di cambiare presto marcia. Non può trascorrere la fase decisiva della campagna elettorale tra un summit di riconciliazione e un altro. Altrimenti la partita delle regionali rischia di giocarsi, ancora una volta, a una sola porta. E i siciliani invece hanno diritto a una vera competizione.

CHIESA: IL RUOLO DEI CREDENTI

SETTIMANALE CENTONOVE
29 2 08

LE DUE FACCE DELLA CHIESA


FRANCESCO PALAZZO


La settimana scorsa a Palermo c’è stata una forte polemica, ancora forse non spentasi, su un incontro pubblico sul pizzo organizzato dall’Azione Cattolica di una parrocchia palermitana, poi non più svoltosi per l’indisponibilità dei locali di culto decisa dal parroco. L’avvenimento può servirci, al di là del caso specifico, perché in esso si possano rilevare due atteggiamenti contrapposti dei fedeli. Che denotano due modalità diverse di vivere la chiesa e di sentirsi ecclesia, ossia comunità di credenti. Una prima reazione, di fronte alla disposizione di un parroco, giusta o sbagliata non importa, può essere quella di chi sostiene, come pure ha affermato un gruppo di frequentatori della parrocchia, che il presbitero è la principale autorità della chiesa locale. Quindi, quello che può dire la prima e l’ultima parola su tutto. Nella chiesa cattolica, tranne qualche rarissima eccezione, che come sappiamo conferma la regola, le cose vanno quasi sempre in tal modo. Se ad un parroco non va giù una cosa può anche chiudere il portone della chiesa, come si farebbe, in questo caso legittimamente, con una qualsiasi proprietà privata. Addirittura, si può arrivare a ritenere, ed è una dichiarazione di uno dei relatori del mancato incontro, che il parroco sia il dominus della situazione, il signore, se vogliamo tradurre letteralmente dal latino. Il padrone, se gradiamo utilizzare un termine più moderno e vicino al nostro vocabolario. In questa concezione di chiesa, la comunità di fede non che non ci sia, ma è relegata ai margini quando c’è da prendere una decisione importante. Una parrocchia così concepita non funziona, ad esempio, come la rettoria palermitana di S. Francesco Saverio. Nella quale si sono svolti recentemente due referendum tra i partecipanti alle funzioni liturgiche, su argomenti non proprio secondari, quali il celibato dei preti e le unioni di fatto, i famosi e ormai sepolti DICO. Un altro atteggiamento, molto differente, nei confronti del clero lo traiamo sempre dal mancato dibattito sul pizzo, e corrisponde a quello degli organizzatori dello stesso, che non sono stati zitti e hanno deciso, si può discutere se a ragione o a torto nel caso in questione, non è questo il punto, di informare la stampa dell’accaduto. Diciamo che tale gruppo di persone si è posto su un piano paritario, circolare, comunitario, rispetto all’autorità presbiterale. Ecclesiale, potremmo ben dire, pur non essendo esperti di sagrestie e teologie varie. Da laici, più teorici che praticanti, e quindi in qualche modo peccatori, se dovessimo scegliere quale tipo di comunità è più vicina alla fede che dice di professare, non avremmo dubbi. Ci pare più vicina al vangelo una comunità dove si dibatte tra pari, senza dominus o autorità, nella quale qualche volta pure si litiga e possono volare persino i piatti. Senza evitare i conflitti che fisiologicamente sorgono nelle chiese parrocchiali, oppure vivendoli nel pettegolezzo continuo, dove solo le apparenze rimangono intatte e si lascia un uomo solo al comando. Solo dominus e neanche, se vogliamo allargarci col latino, primus inter pares, primo tra pari, che almeno identifica una persona sì egemone, ma in un gruppo di altre che sono sostanzialmente al suo stesso livello decisionale. Capite bene che qui il problema non sono più i singoli parroci, uomini che, pensiamo, ce la mettano tutta per portare avanti al meglio il loro incarico. Qui tutta la problematica investe in pieno i fedeli, non genericamente i credenti, ma soprattutto i praticanti assidui. Uomini e donne che dovrebbero sentirsi protagonisti delle comunità di fede, facendo pesare sino in fondo, anche arrivando al contrasto pubblico, i loro punti di vista. Magari non la chiameranno e non la chiameremo democrazia, ma dovrebbe essere qualcosa che molto le si avvicina. Cristiani adulti, quindi, occorrono nelle nostre chiese. Non solo meri ascoltatori di prediche domenicali e consumatori, più o meno convinti, di sacramenti.

domenica 24 febbraio 2008

Regione Siciliana e Centrosinistra: Liste, Termovalorizzatori e Ponte

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008

Pagina XIX


Un centrosinistra unito nella sfida per lo sviluppo

FRANCESCO PALAZZO


La tempestiva virata del centrosinistra siciliano, che ha recuperato lo stallo in cui si era cacciato in un primo momento, pur avendo fatto fare un passo fondamentale in avanti nel sancire definitivamente il tandem Anna Finocchiaro-Rita Borsellino, lascia sul terreno due nodi problematici, elettorali e programmatici, destinati ad avere un peso rilevante. Sul primo versante, quello elettorale, si temeva che le tre liste che il Partito democratico voleva presentare potessero prendere troppi voti, e questa, che sarebbe una condizione invidiabile in qualsiasi parte del globo, impauriva i partiti della Sinistra Arcobaleno. I quali, invece di rispondere a tono, mettendo anche loro in campo almeno due liste altamente competitive, giocano al ribasso. Se il Pd si è fatto davvero convincere a mettere in campo due liste solo per accontentare i compagni di viaggio dell´altra parte della coalizione, così come pare dalle prime dichiarazioni, non comincia con il passo giusto. Sul tema c´è un´esperienza recentissima, che dovrebbe consigliare comportamenti diversi. Si dice infatti che nel 2006 la stessa cosa capitò alla lista che portava il nome di Rita Borsellino. Non si voleva che quella lista fosse molto forte perché poteva fare ombra a sinistra. Come andò a finire lo sappiamo. La lista Borsellino non arrivò al minimo del 5 per cento, quella di Uniti per la Sicilia superò di pochissimo lo sbarramento. Ovviamente si persero le elezioni. E siccome si tende a ripetere le belle esperienze, si è pronti a riprovarci. Con gli stessi identici argomenti. L´altro versante problematico è, dicevamo, quello programmatico. La Finocchiaro ha detto che utilizzerà, aggiornandolo, il programma messo su dai cantieri della Borsellino nel 2006. Tuttavia, ci sono aspetti di un certo rilievo che, se sottovalutati oggi, potrebbero costituire un grosso problema domani, se si dovesse veramente amministrare la Regione. C´è a esempio la storia dei termovalorizzatori. Da sinistra si vorrebbe che il Pd, che dice sì a queste strutture fondamentali in tutto il resto d´Italia, cambi idea in Sicilia. A noi pare che questa battaglia sul no agli inceneritori stia diventando, senza offesa per nessuno, sempre più lo spaccato di un ritardo culturale, politico e ambientale, che dovrà essere superato al più presto. E la stessa cosa vale per il ponte sullo stretto, che, se vincerà il centrodestra alle nazionali, così come annunciato da Berlusconi, tornerà prepotentemente nell´agenda politica. Se così sarà, gli scontri tra Pd e Sinistra Arcobaleno non mancheranno neanche in questo caso. Citiamo due problemi simili quanto ad approccio politico. Sugli inceneritori si dice che prima di realizzarli occorra una seria raccolta differenziata. Con il risultato che non si fanno né i primi né la seconda. E con il rischio di ritrovarci invasi dalla spazzatura come in Campania. La stessa logica vale per il ponte sullo stretto. Prima del ponte, si afferma, ci vogliono le infrastrutture di cui la Sicilia è carente. Se si continua così, il resto della vita non ci basterà per ammirare né il ponte, né le infrastrutture. Se riflettiamo sulle due tematiche evidenziate, e se ne potrebbe aggiungere qualche altra d´importanza strategica, ci rendiamo conto del perché il Partito democratico abbia deciso, per le politiche, di separare il suo destino da quello della Sinistra Arcobaleno. In Sicilia la strada da seguire deve essere un´altra, si deve stare insieme, da noi il centrosinistra è già debole pure se va unito, figuriamoci diviso. Non possiamo che augurarci quindi, non per fare il tifo per qualcuno, ma perché ciò farebbe bene ai siciliani, che in questa parte di schieramento prevalgano due concetti, elettorali e programmatici. Primo: più liste forti si presentano più voti si prendono, non si deve avere timore della competizione interna, solo alzando l´asticella della gara si può prendere molto consenso. Secondo: non si può governare una regione difficile come la Sicilia con i no e i divieti incondizionati e ideologici. Perché in qualche modo si può forse anche provare a vincere, ma la vera sfida sta poi nel governare i processi. In maniera coerente, unitaria e moderna.

mercoledì 20 febbraio 2008

La candidatura di Miccichè in Sicilia. Si può fare?


REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 20 FEBBRAIO 2008

Pagina XI

La resistenza dell´ex leader forzista

FRANCESCO PALAZZO


Nel panorama politico siciliano post Cuffaro, la novità vera nell´ambito del centrodestra, e in un certo senso in assoluto anche riguardo al centrosinistra, è la volontà di Gianfranco Miccichè di candidarsi per ricoprire la poltrona più alta di Palazzo d´Orleans. Un proposito confermato e fattosi sempre più determinato giorno dopo giorno. Al punto che, vista la disponibilità dell´Udc siciliana di appoggiare Lombardo e quella di Miccichè di non recedere dalle sue intenzioni in presenza del partito di Casini nella coalizione siciliana, appare una cocente sconfitta per l´ultimo presidente dell´assemblea regionale un passo indietro dell´ultimo minuto. Peraltro determinato dai centri di potere romani del suo partito, che sacrifica l´autore del 61 a 0 del 2001 sull´altare del risultato delle politiche nazionali che torna a farsi incerto, o non più tanto sicuro, dopo la decisione dell´Udc di correre da sola alle politiche. L´argomento potrebbe interessare i siciliani e le siciliane perché, al contrario di quanto si possa pensare frequentando i più affollati luoghi comuni della politica siciliana, fatti più di taglio e cucito che di certezze, quella di Miccichè ci parrebbe, o ci sarebbe parso, come un autentico tentativo di discontinuità rispetto alle politiche che il centrodestra ha incarnato dal 2001 nell´isola. Allo stesso modo, ci sembrava non di poco momento il nome avanzato in un primo momento, e subito ritirato, di Stefania Prestigiacomo. O quello dello stesso coordinatore regionale Angelo Alfano. Del resto, Miccichè, Prestigiacomo e Alfano non sono i soli nomi spendibili dall´ex Forza Italia in Sicilia. Della partita, tra gli altri, poteva essere, e non ricordiamo se la sua candidatura sia venuta fuori in qualche frangente nelle ultime settimane, pure il senatore Carlo Vizzini, che negli ultimi anni ha intrapreso un percorso di moralizzazione della vita politica siciliana. Insomma, il partito forte dell´isola aveva al suo arco alcune frecce non proprio secondarie per porre, autorevolmente e legittimamente, il proprio cappello sulla poltrona più alta della politica siciliana. Ora è rimasto il solo Miccichè, che al momento in cui scriviamo ancora resiste e il cui frequentatissimo blog rivela che la sua candidatura ha (o poteva avere nel momento in cui leggete) qualche seguito anche all´esterno del Partito delle libertà. Forse ci sbagliamo clamorosamente, ma leggendo quello che Miccichè scrive e dice, ci pare che il suo desiderio di cambiamento possa essere accreditato seriamente, senza retropensieri o chissà quali dietrologie. Perché non riconoscere che in ambedue gli schieramenti in campo possono esserci delle aspirazioni non disprezzabili di modernizzazione della nostra regione? Così com´è corretto rilevare che, sia nel centrodestra sia nel centrosinistra, vi siano delle forze obiettivamente conservatrici dell´esistente, pur professando amore sviscerato per l´autonomismo da un lato, o, dall´altro, rivendicando percorsi non del tutto chiari di democrazia partecipata. Forse per una parte del centrodestra, anche mancante del Movimento per l´autonomia e dell´Udc (che probabilmente sostenendo Lombardo alle condizioni date e abbandonando l´ipotesi di un proprio nome per la presidenza, s´indebolisce ancora di più), era il caso di andare a vedere le carte di Miccichè sperimentando sino in fondo la sua voglia di esserci. Invece sembra ormai certo che da quelle parti ci sorbiremo la stessa minestra di prima. Quella degli ultimi sette anni di governo, che difficilmente ricorderemo per qualcosa di positivo. Ma questa volta la pietanza sarà riscaldata e rimasticata secondo criteri spartitori ben più saldi. E quindi si rivelerà ancora più immangiabile per tutti. E allora, se egli non ha già desistito definitivamente, diremmo a Miccichè di provarci lo stesso. Forse anche per lui, utilizzando lo slogan veltroniano, si può fare.

domenica 17 febbraio 2008

Sicilia: Finocchiaro, Borsellino e la politica gentile


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008

Pagina I
LA POLITICA GENTILE
FRANCESCO PALAZZO

La candidatura di Anna Finocchiaro alla presidenza della Regione, tanto attesa e richiesta da uno spaccato trasversale del centrosinistra che va ben al di là del Partito democratico, temuta e rispettata da settori non marginali del centrodestra siciliano, si è infine materializzata nella forma più solenne durante i lavori della costituente romana del Pd. Le poche ma significative parole con cui la Finocchiaro ha dato la propria disponibilità ridanno alla Sicilia delle risse, in cui il centrodestra si arrovella a causa di ingombranti quanto vani personalismi, una dimensione nazionale di dignità. Ora per la senatrice, che ha chiesto la collaborazione di Rita Borsellino, comincia la parte più difficile. Anche per l´esiguo tempo che ha a disposizione per la campagna elettorale. In Sicilia - ha detto la neo-candidata - tutto è più difficile, e perciò è più bello quando si riesce a cambiare. La Sicilia ha bisogno disperato di un cambiamento vero, non di facciata, che non si fermi agli slogan e alle buone intenzioni. Difficilmente, vista la situazione in cui si muove, può provarci il centrodestra. Non ne è capace perché non riesce a sganciarsi dal clientelismo sistematico e dalla spartizione di tutto. Chi ha avuto modo di vedere all´opera qualche ramo dell´amministrazione regionale, anche qualcuno di quelli che si ponevano all´inizio della legislatura regionale come innovativi e competenti, ha visto una volontà e una prassi tendenti a fare della cosa pubblica un ambito per pochi, per coloro che arrivano a lambire, in qualche modo, il mantello del potere. Questo sistema non è solo siciliano, d´accordo. Ma in Sicilia mostra il suo volto più protervo e inconcludente, sprecone e nello stesso tempo incapace di porre anche le appena sufficienti condizioni di sviluppo. Lo abbiamo visto con Agenda 2000, che non ha prodotto avanzamenti strutturali, ma che è andata ad alimentare la spesa corrente. Una grande opportunità sprecata. Ed è inutile sapere se si è speso tutto o poco: quello che conta per i comuni cittadini è che quel poco o molto lo si è speso male. Chi si candida a governare la Sicilia deve subito porre le condizioni affinché i prossimi fondi europei siano utilizzati bene. Così come chi si appresta a tentare la conquista del governo regionale deve sapere che senza una vera riforma dell´amministrazione non si possono porre condizioni, neanche minime, di vero avanzamento in settori strategici delle politiche pubbliche. La Regione ha in sé, senza foraggiare consulenze d´oro o alimentare società che si sovrappongono a quanto può essere fatto già bene negli uffici regionali, le condizioni per fare un grande balzo in avanti. Chi si candida a governare la Sicilia deve mettersi nelle condizioni di andare molto al di là della parte politica che esprime la candidatura. Deve essere in grado di individuare le intelligenze e i saperi migliori di questa terra, presenti certo anche nei partiti, ma anche fuori di essi. Presenti pure in quanti, quasi tutti giovani, hanno dovuto e continuano ad andarsene lontano dalla nostra regione per sfruttare competenze e professionalità. Non è un compito facile quello che attende Anna Finocchiaro se vuole provarci, come crediamo, sino in fondo. Crediamo lei lo sappia bene. Come siciliani dobbiamo augurarci che sappia presto andare oltre il giustificato entusiasmo che certo accoglierà la sua disponibilità a misurarsi nella sua e nella nostra terra. C´è comunque già un dato incontrovertibile. Per la seconda volta consecutiva il centrosinistra siciliano candida una donna alla poltrona politica più importante della regione. E la cosa più bella e significativa è che ciò avviene non nelle liti che caratterizzano in questo momento il centrodestra. Ma in un clima che vede la candidata del 2006, Rita Borsellino, pronta a collaborare e a raccogliere la richiesta di aiuto che la Finocchiaro le ha lanciato ufficialmente ieri mattina. Non sappiamo come andrà a finire. Ci pare che tuttavia il centrosinistra, forse con qualche settimana in più del necessario, stia mostrando che alla politica cannibale del centrodestra si può contrapporre una politica gentile, forse perché vede protagoniste due donne. Speriamo anche che sia una politica capace di andare alla sostanza delle cose e di far voltare pagina alla Sicilia.

mercoledì 13 febbraio 2008

Regionali siciliane 2008: le finte liti nel centrodestra, le estenuanti attese nel centrosinistra


LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 13 FEBBRAIO 2008

Pagina I
L´ANALISI
La guerra del centrodestra spiazza l´opposizione
FRANCESCO PALAZZO




Forse pecca d´ingenuità chi non crede alla ferocia guerresca che caratterizza il centrodestra isolano sulla scelta del candidato alla guida della Regione nelle elezioni di aprile. Ci sembra di sentire gli stessi strali che a livello nazionale, qualche mese addietro e non dieci anni fa, caratterizzavano i rapporti tra Forza Italia, An e Udc. L´idea berlusconiana di cancellare - in quei gazebo rimasti poi desolatamente vuoti - Forza Italia e fondare il Partito unico del popolo della libertà provocò reazioni durissime degli alleati. Il quadretto che ammiriamo oggi è cambiato. La forza del potere attenua gli spigoli finti, accorcia distanze inventate e relativizza di molto improbabili identità. Vedrete che l´Udc, nel panorama nazionale, starà dove deve stare. E che in ambito regionale il centrodestra riuscirà nella quadratura del cerchio, individuando un solo candidato che riuscirà a mietere a piene mani da quel granaio di voti che la Sicilia continua a essere per la parte conservatrice dello schieramento politico.Una cosa intanto è certa. E qui entra in ballo anche l´altra parte dello schieramento politico. Le scelte per la Sicilia, ossia di quale governo dare a questa regione e di che qualità dovrà essere, non sono né al primo, né al secondo, né al terzo punto dell´agenda politica odierna. Agli scontri personali, secondo noi fittizi e solo buoni per lo spettacolo, all´interno del centrodestra, fanno da contraltare le dilazioni, i rimandi che caratterizzano il centrosinistra isolano. Quello che conta, per ambedue le parti, è lo scenario nazionale. Prima si debbono sistemare le cose a Roma e poi si penserà alla Sicilia. Scenario consueto, tutto già visto, non ci meravigliamo più. Il punto è che il centrodestra può permetterselo, visto che poi chiunque candidi in Sicilia, se unito, vince, preso atto che ha dalla sua un paccone di voti che attualmente supera il 65 per cento. Forse il Partito democratico, che giustamente e legittimamente intende porre la candidatura per la presidenza, anziché subirla come nel 2006, dovrebbe presto rendersi conto che il tavolo su cui gioca il centrodestra non è lo stesso sul quale giochicchia il centrosinistra. Allora non è il caso di inseguire il centrodestra dilatando ancora le attese di chi vorrebbe sapere, a due mesi dalle elezioni, con quale candidato o candidata si cercherà di conquistare Palazzo d´Orleans. E, soprattutto, con quante liste, e se ben assortite, si affronterà il bastimento di consensi dell´ex Casa delle libertà. Che sarà ancor più alimentato dalla voglia che ciascun partito avrà di rivelarsi indispensabile elettoralmente. A Palermo come a Roma. Si dice che non c´è più tempo per le primarie, e questa ormai è un´evidenza. Anche se di tempo per dire che non c´era tempo se n´è sprecato parecchio lo stesso. Quello che può accadere è che il centrodestra nel giro di qualche giorno, ossia più o meno lo stesso spazio temporale che impiega per creare partiti nuovi di zecca, risolva le sue apparenti guerre intestine, posizionandosi su un unico nome. In questo caso il centrosinistra potrebbe rimanere con il cerino delle infinite discussioni acceso in mano. Se così sarà, si potrà dire che le dimissioni di Cuffaro hanno colto più di sorpresa il centrosinistra, che le aveva chieste a gran voce smuovendo anche le piazze e che quindi doveva essere subito lesto a indicare una forte e prestigiosa candidatura, che non il centrodestra, che le ha subite.

venerdì 8 febbraio 2008

Le omelie del Cardinale Pappalardo rivolte a Palermo


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 08 FEBBRAIO 2008

Pagina XI
Le denunce di Pappalardo

La mafia: Il vescovo di "Sagunto" ha fatto sentire spesso la sua voce per denunciare i boss
La politica: Tante accuse per carenze e ritardi ma anche attenzione per i segnali di svolta
FRANCESCO PALAZZO





"Un vescovo, Palermo e S. Rosalia". È il titolo scelto dall´Arcidiocesi di Palermo per la raccolta delle omelie rivolte alla città fuori dal tempio, dal 1976 al 1996, dal cardinale Salvatore Pappalardo, morto nel dicembre del 2006. Le occasioni sono quelle delle festività di luglio e settembre dedicate alla santa e gli appuntamenti, il primo gennaio e per il Festino, con l´amministrazione cittadina. Il primo giorno del 1976, a Palazzo delle Aquile, l´arcivescovo sferza la politica palermitana. «Sarei venuto più volentieri se avessi trovato un´amministrazione che, risolti i suoi ricorrenti problemi, si presentasse in un momento di intensa applicazione ai gravi compiti che le spettano». Pappalardo è passato alla storia per l´omelia di Sagunto, pronunciata durante i funerali di Dalla Chiesa. Ma leggendo questa antologia, si vede come sempre ha denunciato la presenza mafiosa. Lo fa, ad esempio, da piazza Marina il 15 luglio del 1978. «In questa città si commettono, da soggetti che spesso restano impuniti, tante prepotenze riconducibili al modello mafioso, tanta paura di ritorsioni e vendette, tanta omertà». L´attenzione alle dinamiche politiche è informata, mai sommaria. Nella stessa omelia la constatazione che «c´è un governo regionale che vuole operare efficacemente; gli auguriamo di portare avanti concreti e coraggiosi programmi». Non sfugge al presule che alla guida del governo regionale c´è Piersanti Mattarella. Parlando della città il cardinale indica problemi specifici: il risanamento del centro storico, tema spesso ripreso, la disoccupazione, la carenza di case, i poveri. Il 9 maggio del 1980, alla vigilia delle amministrative, invia una lettera ai candidati. Soffermandosi su circostanziate questioni: l´edilizia urbana, le infrastrutture, i pubblici servizi, la scuola, i problemi giovanili e la pubblica amministrazione. Il 15 luglio dello stesso anno, da piazza Tredici Vittime, sottolinea che «la nostra città, la città di Rosalia, si è, purtroppo, distinta per tanti delitti, assassini politici, mafiosi o di entrambi i tipi». Sono trascorsi pochi mesi dagli omicidi Mattarella e Basile. Il 15 luglio del 1981 torna sulla città, che può risorgere «eliminando una strana caratteristica: riuscire a rendere complicate anche le cose che dovrebbero essere, ed altrove sono, facili». Il 15 luglio del 1983, da piazza Marina, un´analisi economica. «Salvezza di Palermo non possono essere i facili guadagni disgiunti da vera attività produttiva; se Palermo consuma tre volte più di quanto riesce a produrre, voi comprenderete che questa non è una situazione di sanità economica e morale». Il 15 luglio del 1985 una nuova strigliata agli amministratori: «La gestione commissariale (a Palermo si erano succeduti, dal dicembre 1984, i due commissari Scialabba e Vitocolonna) ha fatto vedere a tutti che a Palermo si possono affrontare i problemi, dimostri ora la stessa cosa la nuova amministrazione comunale». Comincia la stagione di Leoluca Orlando. E da piazza Marina, il 15 luglio 1986, giunge un apprezzamento per il nuovo corso. Il 1° gennaio del 1987, da Palazzo delle Aquile, una previsione di quella che poi sarà la stagione dei sindaci degli anni Novanta. «Anche le leggi stanno dando ai comuni piena responsabilità non sono più lo Stato o la Regione che ci devono pensare. Un cambio di mentalità si richiede alle amministrazioni comunali, che devono farsi più coraggiose». Nelle omelie c´è un costante richiamo per tutti a fare il proprio dovere. Dopo le elezioni del 1990 una lettera agli eletti, dove afferma che «un´amministrazione spedita, un meccanismo di decisioni pubbliche non influenzato da interessi oscuri, una forte creatività locale, sono risorse altrettanto importanti contro la mafia quanto le pur fondamentali esigenze di repressione e di giustizia». C´è anche la conoscenza di specifiche vertenze. Il 15 luglio 1990, da piazza Marina, parla dei Cantieri navali e della Keller, dove si temono licenziamenti. Il 13 luglio del 1991 dal palazzo di città un rimprovero esplicito, per «far sì che entro tempi brevi, e senza le remore che gli interessi di parte troppo spesso hanno comportato, si portino a compimento, nella legalità e nell´efficienza, i punti nei quali Palermo deve realizzare irrinunciabili progressi». Il 4 settembre da Monte Pellegrino ricorda Libero Grassi. Il 13 luglio del 1993 nuovamente sulle difficoltà comunali. «Questa celebrazione si verifica, ancora una volta, in un momento in cui la vita del comune naviga in acque talora burrascose». È del 1° gennaio del 1996 l´ultima omelia di Pappalardo contenuta nel volume, dopo ventisei anni lascerà la diocesi. Torna sulla mafia. «Iniziamo il nuovo anno desiderando che si convertano quanti impegnati nelle nefaste attività dell´illegalità, della corruzione e della criminalità». Dalla lettura del volume emerge un Pappalardo inedito, attento osservatore e fine politico, forse sconosciuto ai più. Un vescovo che è stato capace di andare al di là di Sagunto.

mercoledì 6 febbraio 2008

Regionali 2008, per il centrosinistra una candidatura di partito

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 06 FEBBRAIO 2008

Pagina XVII

La partita più difficile del centrosinistra siciliano

FRANCESCO PALAZZO



Le elezioni regionali non potevano capitare in un momento peggiore per il centrosinistra. Già la quantità di consenso di questa parte politica è abbastanza anemica in condizioni normali, figuriamoci se a ciò si aggiunge un quadro nazionale che vede spazzato via un governo dello stesso colore. Il 64 per cento che Demopolis attribuisce al centrodestra in Sicilia per le politiche, va probabilmente ritoccato verso l´alto se guardiamo alle regionali che si basano di più sul consenso personale dei candidati. La Cdl potrebbe superare il 65 per cento. Volete che un qualsiasi candidato alla presidenza, anche il più anonimo, non vinca ad occhi chiusi? Alle regionali del 2006 Cuffaro, che anonimo non era, perse quasi otto punti sul totale del suo schieramento, vincendo senza troppi patemi. E allora il centrosinistra era prevalso nelle elezioni nazionali d´aprile, e un qualche riflesso si ebbe anche in Sicilia nelle regionali di maggio. L´accorciamento della distanza elettorale in termini assoluti, che allora si registrò tra centrodestra e centrosinistra, si può più spiegare in tal modo. Oggi quelle condizioni non ci sono più. Del resto, che la cosa funzioni così, lo si può vedere guardando le regionali del 2001, dove la forte candidatura di Leoluca Orlando scontò la preponderanza schiacciante che in quel momento il centrodestra aveva in tutto il Paese. I nomi, quindi, contano ben poco. Possono solo incidere, anche se in maniera non decisiva, se sono l´espressione di un forte partito che si mobilita attorno a una candidatura. In tal senso va la presa di posizione del Partito democratico di voler scegliere il nome per la presidenza della regione. Non avere dietro un´organizzazione stabile e una deputazione folta in un´assemblea rappresentativa, rende oggettivamente deboli. Sia che si debba governare (la caduta del governo Prodi insegna), sia che si venga chiamati a gestire l´opposizione. Il centrodestra, presentando Cuffaro nel 2001 e nel 2006, e apprestandosi nuovamente a porre una candidatura proveniente dal mondo partitico, va nella direzione giusta, cioè quella di personaggi forti. Che possono contare su un consenso radicato nei partiti che li esprimono e non solo su spinte ideali, grandi e nobili quanto vogliamo, ma abbastanza inconsistenti in quanto a voti. Anche le stesse primarie sono da prendere come un passaggio, che dovrebbe essere al più presto reso obbligatorio per sottrarlo agli umori cangianti, e non come la soluzione. In genere l´elezione primaria, a meno che non si riesca a mettere su un palcoscenico ammaliante come quello americano, riesce soltanto a mobilitare lo zoccolo duro dell´elettorato di riferimento, difficilmente sposta un solo voto dal fronte avverso. Per fare questa operazione ci vogliono partiti solidi e liste forti. Se su questi ultimi s´innesta poi una candidatura autorevole e partitica per la guida dell´esecutivo, si può provare a chiudere il cerchio. C´è pressing su Anna Finocchiaro. E comunque è giusto che il Pd ci provi, anche con un altro nome. In questo caso Rita Borsellino potrebbe essere il naturale punto di riferimento, la leader, dello schieramento che si muove più a sinistra. Dalla percentuale di questo raggruppamento dipenderà se per le regionali ci sarà partita o no. E a tutti gli elettori siciliani, da qualsiasi parte indirizzino il loro voto, farebbe bene partecipare finalmente a un vero confronto elettorale.

mercoledì 30 gennaio 2008

1947-2006: il declino del parlamento siciliano

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 30 GENNAIO 2008

Pagina X

Il declino legislativo dell´Assemblea regionale
FRANCESCO PALAZZO




Recentemente si era parlato della scarsa produttività, in termini di leggi approvate, del parlamento siciliano nella quattordicesima legislatura, prematuramente chiusa con le dimissioni del presidente Salvatore Cuffaro. Qualsiasi comparazione con le tredici legislature precedenti, che hanno concluso senza sorprese la loro storia, è quindi impossibile. Si è come creato un baratro storico tra il prima e il dopo. Come spartiacque gli eventi di questi giorni. È quindi possibile tracciare un primo schizzo, almeno a livello di grandi numeri e fermandoci alla produzione legislativa parlamentare, di quella che possiamo forse definire la prima repubblica dell´autonomia. Ma come sono andate le cose dalla prima legislatura, iniziata nel 1947, all´ultima che è terminata regolarmente, cioè quella precedente a questa che si spegne traumaticamente? Le leggi licenziate dal parlamento più antico d´Europa sono state, dal luglio del 1947 alla legislatura 2001-2006, 2.876. Numero che, diviso per tredici, fornisce una media di oltre 221 leggi per legislatura. Ma non sempre è andata così, c´è quando si è lavorato alacremente, ci sono stati i periodi in cui si è un po´ battuta la fiacca. Basta confrontare la legislatura che va dal 1976 al 1981, dove si conseguono più di quattrocento leggi, a quella appena trascorsa (2001-2006), nella quale il totalizzatore legislativo ha superato di poco le cento unità. È il risultato più scarso dell´intera storia autonomistica, ma non potremo mai sapere se nella legislatura appena troncata si poteva fare peggio. Nella storia del parlamento siciliano la produzione legislativa segue un andamento altalenante. S´inizia di gran carriera nella prima legislatura (1947-1951) con più di duecentocinquanta provvedimenti aventi valore di legge. Non è da meno la seconda (1951-55), seppure leggermente in flessione. Si scende ancora nella terza tornata parlamentare 1955-59. Flessione significativa nella quarta e quinta legislatura (1959-63, 63-67), dove si è rimasti al di sotto dei 200 provvedimenti per anno. Numeri simili nel quinquennio successivo (1967-71). Nella legislatura 1971/1976 (da quel momento durano cinque anni e non più quattro), si torna su e si superano nuovamente e abbondantemente le duecentocinquanta leggi. Ci si prepara al periodo d´oro 1976/1981 di cui già si è detto. Momento di grazia che continua anche nella prima metà degli anni ottanta (1981-86) con più di trecento leggi licenziate dall´Assemblea regionale. Da quel momento un lento ma inarrestabile declino. Nelle tre legislature ricadenti nella seconda metà degli anni ottanta e in tutti gli anni novanta del secolo scorso (1986-91, 91-96 e 96-2001) c´è stata una forte flessione rispetto al quindicennio iniziato nel 1971. Come prova che il periodo più nero è stato sinora quello della legislatura precedente all´attuale, anche il fatto che nel quinquennio ricade l´anno, il 2001, in cui le leggi approvate dall´assemblea regionale hanno quasi toccato il fondo, non superando le 15 unità. Il risultato più scarso di quest´ultimo, il peggiore in assoluto, è di dieci leggi, raggiunto proprio nell´anno in cui cade la prima repubblica, cioè nel 1992. Ma anche nell´anno in cui questa volta è il mondo ad essere sconvolto da un cambiamento epocale, come la caduta del muro di Berlino, Sala d´Ercole dorme. Nel 1989, infatti, solo 18 leggi partono dai banchi del parlamento siculo. La media più bassa per anno è comunque detenuta dalla legislatura archiviata nel 2006. A conferma che la legislatura del quinquennio 1976-81 è stata la più prolifica, registriamo il record in fatto di leggi nel 1977, con 121 provvedimenti, dove in un solo anno si supera tutta la legislatura 2001/2006, e nel 1979, che con 104 leggi è raggiunto ed eguagliato solo dal 1950. Si potrà dire che fare molte leggi non significa farle tutte buone. E su questo si può discutere. Ma farne poche e male, come negli ultimi venti anni, e nessuna in grado di rimettere in cammino la Sicilia, è un segno inequivocabile del declino dell´istituto autonomistico e di un parlamento così blasonato come quello siciliano. Ormai la politica, più che fare la storia, si limita a seguire la cronaca. Che sia rosa o giudiziaria poco importa ai fini del nostro discorso.

venerdì 25 gennaio 2008

Il centrosinistra siciliano, la politica e i tribunali dopo la sentenza Cuffaro

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 25 GENNAIO 2008

Pagina I

L´ANALISI

Per il centrosinistra la sfida è alle urne

FRANCESCO PALAZZO




Le decisioni del potere giudiziario sul fronte della politica - in Sicilia la sentenza di condanna a carico del presidente Cuffaro, ma non si può non ricordare il caso Mastella in campo nazionale - hanno scatenato polemiche, richieste di dimissioni, voti di fiducia, presentazione e discussione di mozioni. Quando la marea emergenziale del dopo sentenza si ritirerà, com´è naturale che sia, a Palermo rimarremo con molte parole e poca politica. Eppure solo quest´ultima è la leva in grado di porre per domani condizioni strutturali di miglioramento per la nostra regione, così come sino a oggi ha posto solo situazioni d´arretramento e di malgoverno. La politica che si ritiene inadatta, e quella che si vede in Sicilia lo è a molti livelli di rappresentanza, si combatte con la politica. Una politica in grado di cambiare segno e di rappresentare qualcosa di diverso per i siciliani e per le siciliane. Una politica che non sia solo testimonianza o la ricerca della migliore sconfitta, ma che si metta a cercare il consenso per vincere e governare la Sicilia, a prescindere e al di là delle sentenze della magistratura. Nei confronti delle quali tutti, soprattutto i condannati, dovremmo trarne giusto giudizio, più che nella forma, nella sostanza delle cose per come le conosciamo. Purché non si pensi che questa sia la strada giusta per dare alla nostra regione quello slancio che non ha e non ha mai avuto dall´istituzione dell´autonomia a oggi. Forse al popolo siciliano, in alcuni momenti, si può tentare di far credere che tutto quanto hanno di negativo dipenda dalla biografia di determinati personaggi. Ma tutti sappiamo che non è così. In fondo è un gioco abbastanza agevole da mettere in campo. Regala qualche settimana di gloria e di frenetica mobilitazione prima che tutto rientri nell´alveo del già visto. Quando poi si ritira la marea ci si accorge che la Sicilia è sempre lì, che la vita dei siciliani e delle siciliane non si è spostata di niente, non è migliorata. I tribunali non possono guidare o determinare la vita politica. Non è il loro compito. Questo deve valere sempre. Solo le scelte politiche e amministrative, le campagne elettorali, le urne, i voti, il confronto democratico, l´impegno coerente di chi vuole davvero cambiare non solo a parole, contano. Se il centrosinistra siciliano vuole davvero fare imboccare alla Sicilia la strada di un domani migliore, si attrezzi utilizzando meglio le armi della politica. Se è questo centrodestra siciliano il problema della Sicilia, lo si sconfigge solo in libere elezioni. Qualsiasi altra strada, per quanto avvincente e appagante, è una scorciatoia inutile, perché non sposta di un millimetro la situazione per come la vediamo ogni giorno. Se il centrosinistra vuole dare una svolta alla Regione e mettere in un angolo questo centrodestra, basterà che vinca le prossime elezioni regionali. E che cominci a tentarci tra qualche mese, quando si voterà per sette delle nove province siciliane. Oppure quando, tra breve, si tornerà al voto amministrativo al comune di Messina. Sappiamo sin troppo bene, e la storia elettorale passata e recente è stata in questo davvero maestra, che l´indignazione e la tensione morale non bastano a costruire politica in grado di affermarsi a suon di preferenze. Bisogna essere in grado di vincere i confronti democratici ed essere poi coerenti nel governo della cosa pubblica. Dimostrando a tutti che è possibile nominare i primari, i manager delle aziende sanitarie, i dirigenti nei comuni, nelle province e alla regione, i responsabili delle varie propaggini di sottogoverno, solo tenendo in conto la competenza e non l´appartenenza a quel partito o a quella corrente di quel partito. Solo perché sono i migliori e non in quanto hanno votato e fatto votare per questo o quel potente. Il centrodestra in Sicilia non si è dimostrato in grado di saperlo fare. Più della condanna che grava su Cuffaro, è questa la sua vera sconfitta. Se il centrosinistra riuscisse a rendere palpabile, prima ponendo le condizioni per vincere e poi non perdendo la bussola governando, che è possibile disegnare una Sicilia diversa, i siciliani e le siciliane lo capirebbero. Ma quando comincerà seriamente a cimentarsi nell´impresa?

lunedì 21 gennaio 2008

Mafia e politica: siamo sempre al punto di partenza

CENTONOVE
19 Gennaio 2008
Pag. 18

AL DI SOTTO DI OGNI SOSPETTO
di Francesco Palazzo




“Adesso tocca alla politica”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Dopo l’ennesima positiva svolta sul pizzo delle associazioni rappresentanti gli industriali, gli artigiani, le piccole imprese e gli esercenti, esponenti del centrodestra e del centrosinistra, pochissimi per la verità, rilanciano il solito appello. Citando il Manzoni, si potrebbe dire che “s'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo”. Ma è uno squillo, quello della politica, già troppe volte rimbombato a vuoto per avere un minimo d’attendibilità. Rappresenta ormai una campana stonata che rintocca, a scadenze fisse, un rumore di fondo fastidioso. Le scadenze abituali sono le campagne elettorali, dove ci si giura a vicenda di non candidare più persone al di sotto d’ogni sospetto, e i momenti forti in cui altri soggetti, ed è il caso appunto del decalogo antiracket firmato dalle associazioni di categoria, cercano di percorrere una strada di riscatto. Siamo all’inizio non c’è dubbio, il cammino è ancora lungo, ma è una pietra angolare di un nuovo edificio quella che viene posta. Che i produttori siciliani di economia e di lavoro veri, sappiano davvero edificarla tale nuova costruzione, lo vedremo. Gli edifici della politica siciliana appaiono invece vecchi, gestiti con metodi che poco o nulla concedono alla buona e trasparente amministrazione. Che la mafia trovi un terreno più che fertile tra le pieghe dei bilanci pubblici, veri e propri buchi neri, tra le curvature che portano ad assegnare gli appalti, oppure nel clientelismo che crea lavoro inutile per fortificare bacini elettorali, non può sorprendere nessuno. Le risorse finanziarie, siano esse comunali, regionali, nazionali o europee, normalmente sono terreno di caccia di faccendieri e croupier della spesa pubblica, per i quali il primo obiettivo è accaparrare fette sempre più consistenti di denaro “manzo”. Non importa se speso per fini di solito impalpabili, quando non inutili. “Piccioli manzi”, simili a quelli che le cosche mafiose si procurano con il pizzo. L’importante è essere legati al carro giusto, all’onorevole potente, all’assessore, al suo portaborse. Che si faccia parte della maggioranza o dell’opposizione non importa. La pentola deve continuare a bollire per tutti, e se non è così, diceva un vecchio saggio, pasta non se ne cala. Ma la pasta si cala. E chi può mangia. Certo, lo fanno anche le mafie. Perché dovrebbero astenersi dal banchetto? I rapporti mafia politica si realizzano e si consolidano in questi ambiti rarefatti e pur concretissimi. Se i rappresentanti delle pubbliche istituzioni vengono presi con le mani nella marmellata e sottoposti a processo, generalmente non collaborano. Resistono, resistono, resistono. Pur non riuscendo a smentire fatti gravissimi, anzi confermandoli persino nelle aule dei tribunali, cercano di trovarsi buoni avvocati per uscire meno “mascariati” da vicende più che scabrose. L’importante è rimanere nel giro. E i partiti che li candidano e li sostengono elettoralmente, si fanno qualche problema? Assolutamente no. Bastano le dita di una mano per contare quelli che, in Sicilia, pubblicamente hanno consigliato di non candidare, e comunque di non votare, certi personaggi del proprio schieramento. Eppure, se proprio si vuole seguire l’esempio degli imprenditori che denunciano, si dovrebbe sapere che ogni singolo attore economico che si ribella al pizzo deve indicare con nome e cognome il proprio estortore. La politica siciliana, piuttosto, fa proclami generici e attende. Che sia la prossima iniziativa da commentare o una sentenza della magistratura, poco interessa. E, allora, quell’“adesso tocca alla politica”, è ormai solo un modo per prendere o perdere altro tempo. Ma non si può più parlare a vuoto di un futuro che non viene mai. Vorrà dire che quando si sostituiranno gli sterili annunci con i comportamenti coraggiosi e puntuali dei singoli, così come fa il singolo imprenditore che punta il dito, se ne potrà riparlare.

domenica 13 gennaio 2008

La clemenza e la lotta alla mafia

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA, 13 GENNAIO 2008

Pagina XIII
Antimafia, la lotta politica che ancora non comincia
FRANCESCO PALAZZO




Ho ricevuto da alcuni giorni una mail da far girare e inoltrare al Quirinale, al governo e al ministro della Giustizia. Chiede di non concedere la grazia a Bruno Contrada. Me l´aspettavo una simile esortazione, già tardava. L´antimafia prêt-à-porter, letteralmente "pronta da indossare", ci sta poco ad attivarsi e a coinvolgere le solite due-trecento persone del consueto giro di posta elettronica. Ormai rispondo e inoltro sempre meno, certamente non lo farò in questo caso. Bruno Contrada si è sottoposto per quindici anni ai suoi giudici, mai ha cercato di sottrarsi ai processi e agli arresti, alla fine è stato condannato. Perché un cittadino non può soggettivamente ritenersi privo di colpe pur se già sanzionato dalla legge? Per quale motivo il suo avvocato non può inoltrare istanza di clemenza al capo dello Stato? Perché tutto questo crea scandalo? Non si tratta di fare il tifo per il sì o per il no. Non si tratta neanche di rifare processi sui quali la macchina giudiziaria ha messo il bollo definitivo. Dovrebbe aiutarci nella riflessione la necessità di capire andando oltre il momento presente.Ciò che si muove sotto traccia nella questione è una certa percezione della lotta alla mafia. Che preferisce, su tutto, gli aspetti giudiziari e repressivi. Quasi che tutto si possa risolvere con le indagini, le manette, le sentenze e gli anni di carcere. Ciò, sono per primi i magistrati a dirlo, è poco conducente al fine di arrivare alla sconfitta delle mafie. Ma che sia ancora così concepita la contrapposizione al crimine organizzato, lo capiamo da come viene affrontato l´argomento da molti degli attori in gioco. Anche dal governo nazionale in carica.Nella conferenza stampa di fine anno, le mafie sono state definite un cancro da estirpare e sono stati ricordati gli arresti eseguiti nel 2007. Definire le mafie un cancro, una patologia disseminata, quindi una specie di piovra, senza declinarne le cause politiche e sociali che ne fanno sistemi di potere abbastanza individuabili nelle società meridionali, significa avvolgerle in un´aura di mistero impenetrabile. Che solo dentro i tribunali può essere dipanato. Così come ricordare gli arresti dei latitanti, seppure eccellenti, finisce per tratteggiare le mafie esclusivamente come bande di assassini, prima o dopo destinati a marcire nelle patrie galere.Le mafie non sono un cancro o l´antistato, ma strutture di potere che intrattengono rapporti bilaterali con la politica e la società più diffusa. Sorvolare su questo significa lasciare alla giustizia e alle forze dell´ordine compiti impropri, che non sono in grado di svolgere, pure se agiscono in nome del popolo italiano. Compiti che invece sono tutti della politica partitica e istituzionale e dei corpi intermedi, collettivi o individuali, popolari o borghesi, che formano quotidianamente il tessuto sociale. Lo ha ricordato il presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno, citando gli imprenditori siciliani che provano a ribellarsi al pizzo.Il potere mafioso non coincide affatto con le posizioni penali singole, che compete alla magistratura chiarire, ma è immerso, nella quasi totalità e con una certa circoscrivibile evidenza, nella vita di tutti i giorni e lì deve essere affrontato. Per dirla tutta. Cosa è più inquietante: la clemenza chiesta per un detenuto o il fatto che la Regione siciliana nella sua massima espressione istituzionale, ossia il Parlamento insediatosi da più di un anno e mezzo, non abbia ancora, in una terra in cui Cosa nostra rimane solidissima, una credibile commissione Antimafia?Chissà se riceverò la mail che invita a sottoporre alle massime cariche del Paese tale gravissimo buco della politica istituzionale siciliana. Questa la inoltrerei e la farei girare. Perché parlerebbe di una classe dirigente, composta di eletti e di elette, distratta, quando va bene, sulla lotta alla mafia e della società siciliana che l´ha scelta in libere elezioni. E non dell´imputato, che va lasciato al suo giudice, o del condannato, che ha il diritto di continuare a credersi innocente e sperare anche in una revisione del processo, come previsto dall´ordinamento. Parlerebbe di una lotta politica alla mafia che ancora non si vuole cominciare seriamente.

domenica 6 gennaio 2008

Centrosinistra in Sicilia, politiche e voti al posto dei nomi


LA REPUBBLICA PALERMO – DOMENICA 06 GENNAIO 2008
LA POLEMICA
Ma adesso il centrosinistra cerchi consensi e non nomi
FRANCESCO PALAZZO


In vista di possibili e molto ipotetiche elezioni regionali, essendo la sentenza Cuffaro in dirittura d´arrivo, il centrosinistra comincia a farsi del male da solo. Come tradizione vuole. Invece di sfruttare le tensioni che dilaniano il centrodestra siciliano, cercando di rafforzarsi al proprio interno, si ricomincia dai nomi, creando non poche divisioni e polemiche. Il capogruppo del Partito democratico all´Ars, Antonello Cracolici, prendendo le mosse dall´esigenza del nuovo, fa il nome di Anna Finocchiaro come possibile candidata di tutto il centrosinistra alla presidenza della Regione. È chiaro che la proposta viene fatta avendo come meta elezioni imminenti. Giacché non avrebbe senso avanzare adesso un nome così autorevole, se la legislatura dovesse concludersi naturalmente nel 2011. Sappiamo, tuttavia, quale ruolo delicato svolge la Finocchiaro quale presidente al Senato della rappresentanza parlamentare del Partito democratico. Fare adesso il suo nome equivale praticamente a supporre una caduta a breve del governo Prodi e un liberi tutti nei due rami del Parlamento. Può essere che così sarà, e che c´è chi la sa più lunga di tutti noi. Ma se invece dovesse andare al contrario, ossia che il governo Cuffaro rimanga in sella e che l´esecutivo Prodi abbia filo politico da tessere ancora per qualche anno, ecco che sul terreno della politica siciliana, oltre i cocci delle divisioni che in questo momento caratterizzano quella che fu la Casa delle libertà, occorrerà raccogliere anche quelli del centrosinistra. Che però rispetto all´altra coalizione, seppure al momento frammentata, ha un piccolo problema in più. Quello del consenso. È facile, infatti, ritenere che qualsiasi nome dovesse succedere, domani o fra tre anni, al presidente Cuffaro, quale candidato alla guida del governo regionale, avrebbe dalla sua uno schieramento in grado di raccogliere voti a sufficienza per garantire l´elezione a chiunque. L´abbiamo visto alle ultime regionali e alle amministrative palermitane, sono i partiti del centrodestra a trainare e non coloro che rivestono i panni di primo piano. Ciò dovrebbe caratterizzare anche il centrosinistra siciliano, affinché possa avere qualche chance di vittoria a qualsiasi livello di rappresentanza in Sicilia, e ci riferiamo anche alle vicine elezioni provinciali. Creare spaccature ora, proponendo nomi al momento improbabili, e che comunque non risolvono il problema anche quando sono pure autorevoli (vedi, nel recente passato, Leoluca Orlando e Rita Borsellino), pone le condizioni e prepara il terreno a nuove sconfitte. Mentre invece non si è ancora capito quali siano in Sicilia la consistenza e le politiche delle due gambe del centrosinistra, l´appena nato Partito democratico e l´ancora più giovane aggregazione che è stata battezzata La Sinistra-L´arcobaleno. Così come non ci perviene da tempo lo stato di salute del movimento Un´altra storia, nato intorno a Rita Borsellino. La cui visibilità acquisita tra l´elettorato sarebbe insensato disperdere senza neanche farla passare dalle primarie. Senza, ovviamente, strapparsi le vesti se dovesse venire fuori una candidatura più legata al mondo partitico. Se magari, piuttosto che parlare di nomi, destinati in ogni caso a perdere in Sicilia, stante l´attuale quadro di forze in campo, si capisse un po´ di più chi sono, cosa vogliono e quale forza elettorale sono in grado di mettere insieme queste tre parti del centrosinistra siciliano, si potrebbe fare qualche passo in avanti. Sia che si voti per la Regione tra qualche mese, sia che, come ragionevolmente si può pensare, si arrivi alla scadenza naturale del governo Cuffaro e dell´imponente maggioranza parlamentare che almeno formalmente lo sostiene. In Sicilia al centrosinistra, più che il leader, servono la politica e i voti. Quando ci saranno questi ultimi, ci si accorgerà che i nomi hanno molta meno importanza di quanto si è generalmente portati a credere.

giovedì 20 dicembre 2007

Gli alibi della cattiva politica

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 19 DICEMBRE 2007

Pagina XV
L´alibi della cattiva politica è dare la colpa agli altri
FRANCESCO PALAZZO





Scaricare le responsabilità politiche sulle istituzioni immediatamente sovraordinate è uno sport diffusissimo in Sicilia. Sin dove può arrivare questo modo di fare, che si può benissimo definire a scatole cinesi, non c´è modo di definirlo una volta per tutte. Prendendo a prestito un adagio popolare, potremmo ben dire che in questo campo al peggio non c´è mai fine. Il governo regionale e il parlamento siciliano non riescono a cavare un ragno dal buco sgovernando e non mettendo in essere i provvedimenti legislativi di cui avrebbe bisogno la Sicilia? Ecco che, invece di ammettere le proprie responsabilità, la classe politica che governa la Sicilia, disponendo peraltro una corposa maggioranza, non trova di meglio che prendersela con il governo Prodi. Che non darebbe alla Sicilia quanto avrebbe bisogno in termini di risorse. Come se nella nostra terra non fossero giunti, dall´istituzione dell´autonomia a oggi, fiumi di denaro. Come sono stati spesi, o meglio dilapidati, è sotto gli occhi di tutti. Ma tant´è. La frase che disimpegna, che giustifica, che crea alibi, inconsistenti quanto ben spesi nei confronti dell´opinione pubblica, è sempre la stessa. A Roma ci trattano male. E spesso tale asserzione è utilizzata pure da esponenti politici siciliani contro i governi dello stesso colore. L´importante è togliersi d´impiccio nelle situazioni più fastidiose. La regola vale anche per i governi nazionali. Quando c´è un deficit d´azione politica e si deve prendere qualche decisione impopolare, il ritornello che si attiva automaticamente è conosciuto: c´è lo impone l´Europa. E, a questo punto, non c´è modo di replicare. Tornando a noi, non è difficile vedere sindaci siciliani, assessori, consiglieri comunali, di amministrazioni civiche piccole e grandi, prendersela con la Regione per mettere una pezza su quanto non hanno la capacità di fare o di programmare con i mezzi, e non sono pochi, di cui già dispongono. Dove però lo show raggiunge livelli tra il comico e il surreale è nei consigli circoscrizionali. Sappiamo che sostanzialmente sono delle inutili e costose propaggini istituzionali. È vero che non hanno poteri né risorse finanziarie. Ma ciò non toglie che potrebbero organizzare, qualora lo volessero, iniziative politiche nel territorio di competenza a costo zero. Cosa che non avviene quasi mai. L´unico compito a cui assolvono tali organismi è quello di essere i terminali della spartizione delle cariche tra i partiti e luoghi di faide negli scontri per fazioni contrapposte all´interno delle formazioni partitiche. L´altro giorno, durante la presentazione di alcune iniziative volontaristiche di un gruppo di cittadini della seconda circoscrizione palermitana, che da anni stampano un giornale senza prendere soldi pubblici, hanno allestito un sito web e pubblicato un calendario, due consiglieri circoscrizionali, uno della maggioranza di centrodestra e uno dell´opposizione, hanno lanciato il solito grido di dolore. Se non riescono a realizzare un tubo, la colpa è dell´amministrazione comunale. I due, da veri tribuni del popolo, arringano la folla infreddolita con parole tanto roboanti quanto incomprensibili. E il bello è che il pubblico presente crede a tali rivendicazioni che nascondono un vuoto assoluto d´iniziativa politica. Il problema è proprio questo, che la tattica di scaricare su altri le proprie inconcludenze amministrative e politiche fa sempre presa sui siciliani. È un argomento che va a toccare, a qualsiasi livello venga agitato, quel vittimismo sicilianista di cui sono pieni i libri di storia e che ancora invade la nostra quotidianità. Basta leggere i giornali. Nel caso specifico, i nostri due consiglieri di circoscrizione parlano mentre i volontari aprono panettoni e predispongono bevande e altro cibo per festeggiare insieme ai convenuti. Evidentemente una circoscrizione non riesce a fare neanche questo. Anche per comprare dei panettoni e festeggiare con i cittadini ci vuole una delega del Consiglio comunale?