domenica 24 febbraio 2008

Regione Siciliana e Centrosinistra: Liste, Termovalorizzatori e Ponte

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008

Pagina XIX


Un centrosinistra unito nella sfida per lo sviluppo

FRANCESCO PALAZZO


La tempestiva virata del centrosinistra siciliano, che ha recuperato lo stallo in cui si era cacciato in un primo momento, pur avendo fatto fare un passo fondamentale in avanti nel sancire definitivamente il tandem Anna Finocchiaro-Rita Borsellino, lascia sul terreno due nodi problematici, elettorali e programmatici, destinati ad avere un peso rilevante. Sul primo versante, quello elettorale, si temeva che le tre liste che il Partito democratico voleva presentare potessero prendere troppi voti, e questa, che sarebbe una condizione invidiabile in qualsiasi parte del globo, impauriva i partiti della Sinistra Arcobaleno. I quali, invece di rispondere a tono, mettendo anche loro in campo almeno due liste altamente competitive, giocano al ribasso. Se il Pd si è fatto davvero convincere a mettere in campo due liste solo per accontentare i compagni di viaggio dell´altra parte della coalizione, così come pare dalle prime dichiarazioni, non comincia con il passo giusto. Sul tema c´è un´esperienza recentissima, che dovrebbe consigliare comportamenti diversi. Si dice infatti che nel 2006 la stessa cosa capitò alla lista che portava il nome di Rita Borsellino. Non si voleva che quella lista fosse molto forte perché poteva fare ombra a sinistra. Come andò a finire lo sappiamo. La lista Borsellino non arrivò al minimo del 5 per cento, quella di Uniti per la Sicilia superò di pochissimo lo sbarramento. Ovviamente si persero le elezioni. E siccome si tende a ripetere le belle esperienze, si è pronti a riprovarci. Con gli stessi identici argomenti. L´altro versante problematico è, dicevamo, quello programmatico. La Finocchiaro ha detto che utilizzerà, aggiornandolo, il programma messo su dai cantieri della Borsellino nel 2006. Tuttavia, ci sono aspetti di un certo rilievo che, se sottovalutati oggi, potrebbero costituire un grosso problema domani, se si dovesse veramente amministrare la Regione. C´è a esempio la storia dei termovalorizzatori. Da sinistra si vorrebbe che il Pd, che dice sì a queste strutture fondamentali in tutto il resto d´Italia, cambi idea in Sicilia. A noi pare che questa battaglia sul no agli inceneritori stia diventando, senza offesa per nessuno, sempre più lo spaccato di un ritardo culturale, politico e ambientale, che dovrà essere superato al più presto. E la stessa cosa vale per il ponte sullo stretto, che, se vincerà il centrodestra alle nazionali, così come annunciato da Berlusconi, tornerà prepotentemente nell´agenda politica. Se così sarà, gli scontri tra Pd e Sinistra Arcobaleno non mancheranno neanche in questo caso. Citiamo due problemi simili quanto ad approccio politico. Sugli inceneritori si dice che prima di realizzarli occorra una seria raccolta differenziata. Con il risultato che non si fanno né i primi né la seconda. E con il rischio di ritrovarci invasi dalla spazzatura come in Campania. La stessa logica vale per il ponte sullo stretto. Prima del ponte, si afferma, ci vogliono le infrastrutture di cui la Sicilia è carente. Se si continua così, il resto della vita non ci basterà per ammirare né il ponte, né le infrastrutture. Se riflettiamo sulle due tematiche evidenziate, e se ne potrebbe aggiungere qualche altra d´importanza strategica, ci rendiamo conto del perché il Partito democratico abbia deciso, per le politiche, di separare il suo destino da quello della Sinistra Arcobaleno. In Sicilia la strada da seguire deve essere un´altra, si deve stare insieme, da noi il centrosinistra è già debole pure se va unito, figuriamoci diviso. Non possiamo che augurarci quindi, non per fare il tifo per qualcuno, ma perché ciò farebbe bene ai siciliani, che in questa parte di schieramento prevalgano due concetti, elettorali e programmatici. Primo: più liste forti si presentano più voti si prendono, non si deve avere timore della competizione interna, solo alzando l´asticella della gara si può prendere molto consenso. Secondo: non si può governare una regione difficile come la Sicilia con i no e i divieti incondizionati e ideologici. Perché in qualche modo si può forse anche provare a vincere, ma la vera sfida sta poi nel governare i processi. In maniera coerente, unitaria e moderna.

mercoledì 20 febbraio 2008

La candidatura di Miccichè in Sicilia. Si può fare?


REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 20 FEBBRAIO 2008

Pagina XI

La resistenza dell´ex leader forzista

FRANCESCO PALAZZO


Nel panorama politico siciliano post Cuffaro, la novità vera nell´ambito del centrodestra, e in un certo senso in assoluto anche riguardo al centrosinistra, è la volontà di Gianfranco Miccichè di candidarsi per ricoprire la poltrona più alta di Palazzo d´Orleans. Un proposito confermato e fattosi sempre più determinato giorno dopo giorno. Al punto che, vista la disponibilità dell´Udc siciliana di appoggiare Lombardo e quella di Miccichè di non recedere dalle sue intenzioni in presenza del partito di Casini nella coalizione siciliana, appare una cocente sconfitta per l´ultimo presidente dell´assemblea regionale un passo indietro dell´ultimo minuto. Peraltro determinato dai centri di potere romani del suo partito, che sacrifica l´autore del 61 a 0 del 2001 sull´altare del risultato delle politiche nazionali che torna a farsi incerto, o non più tanto sicuro, dopo la decisione dell´Udc di correre da sola alle politiche. L´argomento potrebbe interessare i siciliani e le siciliane perché, al contrario di quanto si possa pensare frequentando i più affollati luoghi comuni della politica siciliana, fatti più di taglio e cucito che di certezze, quella di Miccichè ci parrebbe, o ci sarebbe parso, come un autentico tentativo di discontinuità rispetto alle politiche che il centrodestra ha incarnato dal 2001 nell´isola. Allo stesso modo, ci sembrava non di poco momento il nome avanzato in un primo momento, e subito ritirato, di Stefania Prestigiacomo. O quello dello stesso coordinatore regionale Angelo Alfano. Del resto, Miccichè, Prestigiacomo e Alfano non sono i soli nomi spendibili dall´ex Forza Italia in Sicilia. Della partita, tra gli altri, poteva essere, e non ricordiamo se la sua candidatura sia venuta fuori in qualche frangente nelle ultime settimane, pure il senatore Carlo Vizzini, che negli ultimi anni ha intrapreso un percorso di moralizzazione della vita politica siciliana. Insomma, il partito forte dell´isola aveva al suo arco alcune frecce non proprio secondarie per porre, autorevolmente e legittimamente, il proprio cappello sulla poltrona più alta della politica siciliana. Ora è rimasto il solo Miccichè, che al momento in cui scriviamo ancora resiste e il cui frequentatissimo blog rivela che la sua candidatura ha (o poteva avere nel momento in cui leggete) qualche seguito anche all´esterno del Partito delle libertà. Forse ci sbagliamo clamorosamente, ma leggendo quello che Miccichè scrive e dice, ci pare che il suo desiderio di cambiamento possa essere accreditato seriamente, senza retropensieri o chissà quali dietrologie. Perché non riconoscere che in ambedue gli schieramenti in campo possono esserci delle aspirazioni non disprezzabili di modernizzazione della nostra regione? Così com´è corretto rilevare che, sia nel centrodestra sia nel centrosinistra, vi siano delle forze obiettivamente conservatrici dell´esistente, pur professando amore sviscerato per l´autonomismo da un lato, o, dall´altro, rivendicando percorsi non del tutto chiari di democrazia partecipata. Forse per una parte del centrodestra, anche mancante del Movimento per l´autonomia e dell´Udc (che probabilmente sostenendo Lombardo alle condizioni date e abbandonando l´ipotesi di un proprio nome per la presidenza, s´indebolisce ancora di più), era il caso di andare a vedere le carte di Miccichè sperimentando sino in fondo la sua voglia di esserci. Invece sembra ormai certo che da quelle parti ci sorbiremo la stessa minestra di prima. Quella degli ultimi sette anni di governo, che difficilmente ricorderemo per qualcosa di positivo. Ma questa volta la pietanza sarà riscaldata e rimasticata secondo criteri spartitori ben più saldi. E quindi si rivelerà ancora più immangiabile per tutti. E allora, se egli non ha già desistito definitivamente, diremmo a Miccichè di provarci lo stesso. Forse anche per lui, utilizzando lo slogan veltroniano, si può fare.

domenica 17 febbraio 2008

Sicilia: Finocchiaro, Borsellino e la politica gentile


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 17 FEBBRAIO 2008

Pagina I
LA POLITICA GENTILE
FRANCESCO PALAZZO

La candidatura di Anna Finocchiaro alla presidenza della Regione, tanto attesa e richiesta da uno spaccato trasversale del centrosinistra che va ben al di là del Partito democratico, temuta e rispettata da settori non marginali del centrodestra siciliano, si è infine materializzata nella forma più solenne durante i lavori della costituente romana del Pd. Le poche ma significative parole con cui la Finocchiaro ha dato la propria disponibilità ridanno alla Sicilia delle risse, in cui il centrodestra si arrovella a causa di ingombranti quanto vani personalismi, una dimensione nazionale di dignità. Ora per la senatrice, che ha chiesto la collaborazione di Rita Borsellino, comincia la parte più difficile. Anche per l´esiguo tempo che ha a disposizione per la campagna elettorale. In Sicilia - ha detto la neo-candidata - tutto è più difficile, e perciò è più bello quando si riesce a cambiare. La Sicilia ha bisogno disperato di un cambiamento vero, non di facciata, che non si fermi agli slogan e alle buone intenzioni. Difficilmente, vista la situazione in cui si muove, può provarci il centrodestra. Non ne è capace perché non riesce a sganciarsi dal clientelismo sistematico e dalla spartizione di tutto. Chi ha avuto modo di vedere all´opera qualche ramo dell´amministrazione regionale, anche qualcuno di quelli che si ponevano all´inizio della legislatura regionale come innovativi e competenti, ha visto una volontà e una prassi tendenti a fare della cosa pubblica un ambito per pochi, per coloro che arrivano a lambire, in qualche modo, il mantello del potere. Questo sistema non è solo siciliano, d´accordo. Ma in Sicilia mostra il suo volto più protervo e inconcludente, sprecone e nello stesso tempo incapace di porre anche le appena sufficienti condizioni di sviluppo. Lo abbiamo visto con Agenda 2000, che non ha prodotto avanzamenti strutturali, ma che è andata ad alimentare la spesa corrente. Una grande opportunità sprecata. Ed è inutile sapere se si è speso tutto o poco: quello che conta per i comuni cittadini è che quel poco o molto lo si è speso male. Chi si candida a governare la Sicilia deve subito porre le condizioni affinché i prossimi fondi europei siano utilizzati bene. Così come chi si appresta a tentare la conquista del governo regionale deve sapere che senza una vera riforma dell´amministrazione non si possono porre condizioni, neanche minime, di vero avanzamento in settori strategici delle politiche pubbliche. La Regione ha in sé, senza foraggiare consulenze d´oro o alimentare società che si sovrappongono a quanto può essere fatto già bene negli uffici regionali, le condizioni per fare un grande balzo in avanti. Chi si candida a governare la Sicilia deve mettersi nelle condizioni di andare molto al di là della parte politica che esprime la candidatura. Deve essere in grado di individuare le intelligenze e i saperi migliori di questa terra, presenti certo anche nei partiti, ma anche fuori di essi. Presenti pure in quanti, quasi tutti giovani, hanno dovuto e continuano ad andarsene lontano dalla nostra regione per sfruttare competenze e professionalità. Non è un compito facile quello che attende Anna Finocchiaro se vuole provarci, come crediamo, sino in fondo. Crediamo lei lo sappia bene. Come siciliani dobbiamo augurarci che sappia presto andare oltre il giustificato entusiasmo che certo accoglierà la sua disponibilità a misurarsi nella sua e nella nostra terra. C´è comunque già un dato incontrovertibile. Per la seconda volta consecutiva il centrosinistra siciliano candida una donna alla poltrona politica più importante della regione. E la cosa più bella e significativa è che ciò avviene non nelle liti che caratterizzano in questo momento il centrodestra. Ma in un clima che vede la candidata del 2006, Rita Borsellino, pronta a collaborare e a raccogliere la richiesta di aiuto che la Finocchiaro le ha lanciato ufficialmente ieri mattina. Non sappiamo come andrà a finire. Ci pare che tuttavia il centrosinistra, forse con qualche settimana in più del necessario, stia mostrando che alla politica cannibale del centrodestra si può contrapporre una politica gentile, forse perché vede protagoniste due donne. Speriamo anche che sia una politica capace di andare alla sostanza delle cose e di far voltare pagina alla Sicilia.

mercoledì 13 febbraio 2008

Regionali siciliane 2008: le finte liti nel centrodestra, le estenuanti attese nel centrosinistra


LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 13 FEBBRAIO 2008

Pagina I
L´ANALISI
La guerra del centrodestra spiazza l´opposizione
FRANCESCO PALAZZO




Forse pecca d´ingenuità chi non crede alla ferocia guerresca che caratterizza il centrodestra isolano sulla scelta del candidato alla guida della Regione nelle elezioni di aprile. Ci sembra di sentire gli stessi strali che a livello nazionale, qualche mese addietro e non dieci anni fa, caratterizzavano i rapporti tra Forza Italia, An e Udc. L´idea berlusconiana di cancellare - in quei gazebo rimasti poi desolatamente vuoti - Forza Italia e fondare il Partito unico del popolo della libertà provocò reazioni durissime degli alleati. Il quadretto che ammiriamo oggi è cambiato. La forza del potere attenua gli spigoli finti, accorcia distanze inventate e relativizza di molto improbabili identità. Vedrete che l´Udc, nel panorama nazionale, starà dove deve stare. E che in ambito regionale il centrodestra riuscirà nella quadratura del cerchio, individuando un solo candidato che riuscirà a mietere a piene mani da quel granaio di voti che la Sicilia continua a essere per la parte conservatrice dello schieramento politico.Una cosa intanto è certa. E qui entra in ballo anche l´altra parte dello schieramento politico. Le scelte per la Sicilia, ossia di quale governo dare a questa regione e di che qualità dovrà essere, non sono né al primo, né al secondo, né al terzo punto dell´agenda politica odierna. Agli scontri personali, secondo noi fittizi e solo buoni per lo spettacolo, all´interno del centrodestra, fanno da contraltare le dilazioni, i rimandi che caratterizzano il centrosinistra isolano. Quello che conta, per ambedue le parti, è lo scenario nazionale. Prima si debbono sistemare le cose a Roma e poi si penserà alla Sicilia. Scenario consueto, tutto già visto, non ci meravigliamo più. Il punto è che il centrodestra può permetterselo, visto che poi chiunque candidi in Sicilia, se unito, vince, preso atto che ha dalla sua un paccone di voti che attualmente supera il 65 per cento. Forse il Partito democratico, che giustamente e legittimamente intende porre la candidatura per la presidenza, anziché subirla come nel 2006, dovrebbe presto rendersi conto che il tavolo su cui gioca il centrodestra non è lo stesso sul quale giochicchia il centrosinistra. Allora non è il caso di inseguire il centrodestra dilatando ancora le attese di chi vorrebbe sapere, a due mesi dalle elezioni, con quale candidato o candidata si cercherà di conquistare Palazzo d´Orleans. E, soprattutto, con quante liste, e se ben assortite, si affronterà il bastimento di consensi dell´ex Casa delle libertà. Che sarà ancor più alimentato dalla voglia che ciascun partito avrà di rivelarsi indispensabile elettoralmente. A Palermo come a Roma. Si dice che non c´è più tempo per le primarie, e questa ormai è un´evidenza. Anche se di tempo per dire che non c´era tempo se n´è sprecato parecchio lo stesso. Quello che può accadere è che il centrodestra nel giro di qualche giorno, ossia più o meno lo stesso spazio temporale che impiega per creare partiti nuovi di zecca, risolva le sue apparenti guerre intestine, posizionandosi su un unico nome. In questo caso il centrosinistra potrebbe rimanere con il cerino delle infinite discussioni acceso in mano. Se così sarà, si potrà dire che le dimissioni di Cuffaro hanno colto più di sorpresa il centrosinistra, che le aveva chieste a gran voce smuovendo anche le piazze e che quindi doveva essere subito lesto a indicare una forte e prestigiosa candidatura, che non il centrodestra, che le ha subite.

venerdì 8 febbraio 2008

Le omelie del Cardinale Pappalardo rivolte a Palermo


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 08 FEBBRAIO 2008

Pagina XI
Le denunce di Pappalardo

La mafia: Il vescovo di "Sagunto" ha fatto sentire spesso la sua voce per denunciare i boss
La politica: Tante accuse per carenze e ritardi ma anche attenzione per i segnali di svolta
FRANCESCO PALAZZO





"Un vescovo, Palermo e S. Rosalia". È il titolo scelto dall´Arcidiocesi di Palermo per la raccolta delle omelie rivolte alla città fuori dal tempio, dal 1976 al 1996, dal cardinale Salvatore Pappalardo, morto nel dicembre del 2006. Le occasioni sono quelle delle festività di luglio e settembre dedicate alla santa e gli appuntamenti, il primo gennaio e per il Festino, con l´amministrazione cittadina. Il primo giorno del 1976, a Palazzo delle Aquile, l´arcivescovo sferza la politica palermitana. «Sarei venuto più volentieri se avessi trovato un´amministrazione che, risolti i suoi ricorrenti problemi, si presentasse in un momento di intensa applicazione ai gravi compiti che le spettano». Pappalardo è passato alla storia per l´omelia di Sagunto, pronunciata durante i funerali di Dalla Chiesa. Ma leggendo questa antologia, si vede come sempre ha denunciato la presenza mafiosa. Lo fa, ad esempio, da piazza Marina il 15 luglio del 1978. «In questa città si commettono, da soggetti che spesso restano impuniti, tante prepotenze riconducibili al modello mafioso, tanta paura di ritorsioni e vendette, tanta omertà». L´attenzione alle dinamiche politiche è informata, mai sommaria. Nella stessa omelia la constatazione che «c´è un governo regionale che vuole operare efficacemente; gli auguriamo di portare avanti concreti e coraggiosi programmi». Non sfugge al presule che alla guida del governo regionale c´è Piersanti Mattarella. Parlando della città il cardinale indica problemi specifici: il risanamento del centro storico, tema spesso ripreso, la disoccupazione, la carenza di case, i poveri. Il 9 maggio del 1980, alla vigilia delle amministrative, invia una lettera ai candidati. Soffermandosi su circostanziate questioni: l´edilizia urbana, le infrastrutture, i pubblici servizi, la scuola, i problemi giovanili e la pubblica amministrazione. Il 15 luglio dello stesso anno, da piazza Tredici Vittime, sottolinea che «la nostra città, la città di Rosalia, si è, purtroppo, distinta per tanti delitti, assassini politici, mafiosi o di entrambi i tipi». Sono trascorsi pochi mesi dagli omicidi Mattarella e Basile. Il 15 luglio del 1981 torna sulla città, che può risorgere «eliminando una strana caratteristica: riuscire a rendere complicate anche le cose che dovrebbero essere, ed altrove sono, facili». Il 15 luglio del 1983, da piazza Marina, un´analisi economica. «Salvezza di Palermo non possono essere i facili guadagni disgiunti da vera attività produttiva; se Palermo consuma tre volte più di quanto riesce a produrre, voi comprenderete che questa non è una situazione di sanità economica e morale». Il 15 luglio del 1985 una nuova strigliata agli amministratori: «La gestione commissariale (a Palermo si erano succeduti, dal dicembre 1984, i due commissari Scialabba e Vitocolonna) ha fatto vedere a tutti che a Palermo si possono affrontare i problemi, dimostri ora la stessa cosa la nuova amministrazione comunale». Comincia la stagione di Leoluca Orlando. E da piazza Marina, il 15 luglio 1986, giunge un apprezzamento per il nuovo corso. Il 1° gennaio del 1987, da Palazzo delle Aquile, una previsione di quella che poi sarà la stagione dei sindaci degli anni Novanta. «Anche le leggi stanno dando ai comuni piena responsabilità non sono più lo Stato o la Regione che ci devono pensare. Un cambio di mentalità si richiede alle amministrazioni comunali, che devono farsi più coraggiose». Nelle omelie c´è un costante richiamo per tutti a fare il proprio dovere. Dopo le elezioni del 1990 una lettera agli eletti, dove afferma che «un´amministrazione spedita, un meccanismo di decisioni pubbliche non influenzato da interessi oscuri, una forte creatività locale, sono risorse altrettanto importanti contro la mafia quanto le pur fondamentali esigenze di repressione e di giustizia». C´è anche la conoscenza di specifiche vertenze. Il 15 luglio 1990, da piazza Marina, parla dei Cantieri navali e della Keller, dove si temono licenziamenti. Il 13 luglio del 1991 dal palazzo di città un rimprovero esplicito, per «far sì che entro tempi brevi, e senza le remore che gli interessi di parte troppo spesso hanno comportato, si portino a compimento, nella legalità e nell´efficienza, i punti nei quali Palermo deve realizzare irrinunciabili progressi». Il 4 settembre da Monte Pellegrino ricorda Libero Grassi. Il 13 luglio del 1993 nuovamente sulle difficoltà comunali. «Questa celebrazione si verifica, ancora una volta, in un momento in cui la vita del comune naviga in acque talora burrascose». È del 1° gennaio del 1996 l´ultima omelia di Pappalardo contenuta nel volume, dopo ventisei anni lascerà la diocesi. Torna sulla mafia. «Iniziamo il nuovo anno desiderando che si convertano quanti impegnati nelle nefaste attività dell´illegalità, della corruzione e della criminalità». Dalla lettura del volume emerge un Pappalardo inedito, attento osservatore e fine politico, forse sconosciuto ai più. Un vescovo che è stato capace di andare al di là di Sagunto.

mercoledì 6 febbraio 2008

Regionali 2008, per il centrosinistra una candidatura di partito

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 06 FEBBRAIO 2008

Pagina XVII

La partita più difficile del centrosinistra siciliano

FRANCESCO PALAZZO



Le elezioni regionali non potevano capitare in un momento peggiore per il centrosinistra. Già la quantità di consenso di questa parte politica è abbastanza anemica in condizioni normali, figuriamoci se a ciò si aggiunge un quadro nazionale che vede spazzato via un governo dello stesso colore. Il 64 per cento che Demopolis attribuisce al centrodestra in Sicilia per le politiche, va probabilmente ritoccato verso l´alto se guardiamo alle regionali che si basano di più sul consenso personale dei candidati. La Cdl potrebbe superare il 65 per cento. Volete che un qualsiasi candidato alla presidenza, anche il più anonimo, non vinca ad occhi chiusi? Alle regionali del 2006 Cuffaro, che anonimo non era, perse quasi otto punti sul totale del suo schieramento, vincendo senza troppi patemi. E allora il centrosinistra era prevalso nelle elezioni nazionali d´aprile, e un qualche riflesso si ebbe anche in Sicilia nelle regionali di maggio. L´accorciamento della distanza elettorale in termini assoluti, che allora si registrò tra centrodestra e centrosinistra, si può più spiegare in tal modo. Oggi quelle condizioni non ci sono più. Del resto, che la cosa funzioni così, lo si può vedere guardando le regionali del 2001, dove la forte candidatura di Leoluca Orlando scontò la preponderanza schiacciante che in quel momento il centrodestra aveva in tutto il Paese. I nomi, quindi, contano ben poco. Possono solo incidere, anche se in maniera non decisiva, se sono l´espressione di un forte partito che si mobilita attorno a una candidatura. In tal senso va la presa di posizione del Partito democratico di voler scegliere il nome per la presidenza della regione. Non avere dietro un´organizzazione stabile e una deputazione folta in un´assemblea rappresentativa, rende oggettivamente deboli. Sia che si debba governare (la caduta del governo Prodi insegna), sia che si venga chiamati a gestire l´opposizione. Il centrodestra, presentando Cuffaro nel 2001 e nel 2006, e apprestandosi nuovamente a porre una candidatura proveniente dal mondo partitico, va nella direzione giusta, cioè quella di personaggi forti. Che possono contare su un consenso radicato nei partiti che li esprimono e non solo su spinte ideali, grandi e nobili quanto vogliamo, ma abbastanza inconsistenti in quanto a voti. Anche le stesse primarie sono da prendere come un passaggio, che dovrebbe essere al più presto reso obbligatorio per sottrarlo agli umori cangianti, e non come la soluzione. In genere l´elezione primaria, a meno che non si riesca a mettere su un palcoscenico ammaliante come quello americano, riesce soltanto a mobilitare lo zoccolo duro dell´elettorato di riferimento, difficilmente sposta un solo voto dal fronte avverso. Per fare questa operazione ci vogliono partiti solidi e liste forti. Se su questi ultimi s´innesta poi una candidatura autorevole e partitica per la guida dell´esecutivo, si può provare a chiudere il cerchio. C´è pressing su Anna Finocchiaro. E comunque è giusto che il Pd ci provi, anche con un altro nome. In questo caso Rita Borsellino potrebbe essere il naturale punto di riferimento, la leader, dello schieramento che si muove più a sinistra. Dalla percentuale di questo raggruppamento dipenderà se per le regionali ci sarà partita o no. E a tutti gli elettori siciliani, da qualsiasi parte indirizzino il loro voto, farebbe bene partecipare finalmente a un vero confronto elettorale.

mercoledì 30 gennaio 2008

1947-2006: il declino del parlamento siciliano

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 30 GENNAIO 2008

Pagina X

Il declino legislativo dell´Assemblea regionale
FRANCESCO PALAZZO




Recentemente si era parlato della scarsa produttività, in termini di leggi approvate, del parlamento siciliano nella quattordicesima legislatura, prematuramente chiusa con le dimissioni del presidente Salvatore Cuffaro. Qualsiasi comparazione con le tredici legislature precedenti, che hanno concluso senza sorprese la loro storia, è quindi impossibile. Si è come creato un baratro storico tra il prima e il dopo. Come spartiacque gli eventi di questi giorni. È quindi possibile tracciare un primo schizzo, almeno a livello di grandi numeri e fermandoci alla produzione legislativa parlamentare, di quella che possiamo forse definire la prima repubblica dell´autonomia. Ma come sono andate le cose dalla prima legislatura, iniziata nel 1947, all´ultima che è terminata regolarmente, cioè quella precedente a questa che si spegne traumaticamente? Le leggi licenziate dal parlamento più antico d´Europa sono state, dal luglio del 1947 alla legislatura 2001-2006, 2.876. Numero che, diviso per tredici, fornisce una media di oltre 221 leggi per legislatura. Ma non sempre è andata così, c´è quando si è lavorato alacremente, ci sono stati i periodi in cui si è un po´ battuta la fiacca. Basta confrontare la legislatura che va dal 1976 al 1981, dove si conseguono più di quattrocento leggi, a quella appena trascorsa (2001-2006), nella quale il totalizzatore legislativo ha superato di poco le cento unità. È il risultato più scarso dell´intera storia autonomistica, ma non potremo mai sapere se nella legislatura appena troncata si poteva fare peggio. Nella storia del parlamento siciliano la produzione legislativa segue un andamento altalenante. S´inizia di gran carriera nella prima legislatura (1947-1951) con più di duecentocinquanta provvedimenti aventi valore di legge. Non è da meno la seconda (1951-55), seppure leggermente in flessione. Si scende ancora nella terza tornata parlamentare 1955-59. Flessione significativa nella quarta e quinta legislatura (1959-63, 63-67), dove si è rimasti al di sotto dei 200 provvedimenti per anno. Numeri simili nel quinquennio successivo (1967-71). Nella legislatura 1971/1976 (da quel momento durano cinque anni e non più quattro), si torna su e si superano nuovamente e abbondantemente le duecentocinquanta leggi. Ci si prepara al periodo d´oro 1976/1981 di cui già si è detto. Momento di grazia che continua anche nella prima metà degli anni ottanta (1981-86) con più di trecento leggi licenziate dall´Assemblea regionale. Da quel momento un lento ma inarrestabile declino. Nelle tre legislature ricadenti nella seconda metà degli anni ottanta e in tutti gli anni novanta del secolo scorso (1986-91, 91-96 e 96-2001) c´è stata una forte flessione rispetto al quindicennio iniziato nel 1971. Come prova che il periodo più nero è stato sinora quello della legislatura precedente all´attuale, anche il fatto che nel quinquennio ricade l´anno, il 2001, in cui le leggi approvate dall´assemblea regionale hanno quasi toccato il fondo, non superando le 15 unità. Il risultato più scarso di quest´ultimo, il peggiore in assoluto, è di dieci leggi, raggiunto proprio nell´anno in cui cade la prima repubblica, cioè nel 1992. Ma anche nell´anno in cui questa volta è il mondo ad essere sconvolto da un cambiamento epocale, come la caduta del muro di Berlino, Sala d´Ercole dorme. Nel 1989, infatti, solo 18 leggi partono dai banchi del parlamento siculo. La media più bassa per anno è comunque detenuta dalla legislatura archiviata nel 2006. A conferma che la legislatura del quinquennio 1976-81 è stata la più prolifica, registriamo il record in fatto di leggi nel 1977, con 121 provvedimenti, dove in un solo anno si supera tutta la legislatura 2001/2006, e nel 1979, che con 104 leggi è raggiunto ed eguagliato solo dal 1950. Si potrà dire che fare molte leggi non significa farle tutte buone. E su questo si può discutere. Ma farne poche e male, come negli ultimi venti anni, e nessuna in grado di rimettere in cammino la Sicilia, è un segno inequivocabile del declino dell´istituto autonomistico e di un parlamento così blasonato come quello siciliano. Ormai la politica, più che fare la storia, si limita a seguire la cronaca. Che sia rosa o giudiziaria poco importa ai fini del nostro discorso.

venerdì 25 gennaio 2008

Il centrosinistra siciliano, la politica e i tribunali dopo la sentenza Cuffaro

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 25 GENNAIO 2008

Pagina I

L´ANALISI

Per il centrosinistra la sfida è alle urne

FRANCESCO PALAZZO




Le decisioni del potere giudiziario sul fronte della politica - in Sicilia la sentenza di condanna a carico del presidente Cuffaro, ma non si può non ricordare il caso Mastella in campo nazionale - hanno scatenato polemiche, richieste di dimissioni, voti di fiducia, presentazione e discussione di mozioni. Quando la marea emergenziale del dopo sentenza si ritirerà, com´è naturale che sia, a Palermo rimarremo con molte parole e poca politica. Eppure solo quest´ultima è la leva in grado di porre per domani condizioni strutturali di miglioramento per la nostra regione, così come sino a oggi ha posto solo situazioni d´arretramento e di malgoverno. La politica che si ritiene inadatta, e quella che si vede in Sicilia lo è a molti livelli di rappresentanza, si combatte con la politica. Una politica in grado di cambiare segno e di rappresentare qualcosa di diverso per i siciliani e per le siciliane. Una politica che non sia solo testimonianza o la ricerca della migliore sconfitta, ma che si metta a cercare il consenso per vincere e governare la Sicilia, a prescindere e al di là delle sentenze della magistratura. Nei confronti delle quali tutti, soprattutto i condannati, dovremmo trarne giusto giudizio, più che nella forma, nella sostanza delle cose per come le conosciamo. Purché non si pensi che questa sia la strada giusta per dare alla nostra regione quello slancio che non ha e non ha mai avuto dall´istituzione dell´autonomia a oggi. Forse al popolo siciliano, in alcuni momenti, si può tentare di far credere che tutto quanto hanno di negativo dipenda dalla biografia di determinati personaggi. Ma tutti sappiamo che non è così. In fondo è un gioco abbastanza agevole da mettere in campo. Regala qualche settimana di gloria e di frenetica mobilitazione prima che tutto rientri nell´alveo del già visto. Quando poi si ritira la marea ci si accorge che la Sicilia è sempre lì, che la vita dei siciliani e delle siciliane non si è spostata di niente, non è migliorata. I tribunali non possono guidare o determinare la vita politica. Non è il loro compito. Questo deve valere sempre. Solo le scelte politiche e amministrative, le campagne elettorali, le urne, i voti, il confronto democratico, l´impegno coerente di chi vuole davvero cambiare non solo a parole, contano. Se il centrosinistra siciliano vuole davvero fare imboccare alla Sicilia la strada di un domani migliore, si attrezzi utilizzando meglio le armi della politica. Se è questo centrodestra siciliano il problema della Sicilia, lo si sconfigge solo in libere elezioni. Qualsiasi altra strada, per quanto avvincente e appagante, è una scorciatoia inutile, perché non sposta di un millimetro la situazione per come la vediamo ogni giorno. Se il centrosinistra vuole dare una svolta alla Regione e mettere in un angolo questo centrodestra, basterà che vinca le prossime elezioni regionali. E che cominci a tentarci tra qualche mese, quando si voterà per sette delle nove province siciliane. Oppure quando, tra breve, si tornerà al voto amministrativo al comune di Messina. Sappiamo sin troppo bene, e la storia elettorale passata e recente è stata in questo davvero maestra, che l´indignazione e la tensione morale non bastano a costruire politica in grado di affermarsi a suon di preferenze. Bisogna essere in grado di vincere i confronti democratici ed essere poi coerenti nel governo della cosa pubblica. Dimostrando a tutti che è possibile nominare i primari, i manager delle aziende sanitarie, i dirigenti nei comuni, nelle province e alla regione, i responsabili delle varie propaggini di sottogoverno, solo tenendo in conto la competenza e non l´appartenenza a quel partito o a quella corrente di quel partito. Solo perché sono i migliori e non in quanto hanno votato e fatto votare per questo o quel potente. Il centrodestra in Sicilia non si è dimostrato in grado di saperlo fare. Più della condanna che grava su Cuffaro, è questa la sua vera sconfitta. Se il centrosinistra riuscisse a rendere palpabile, prima ponendo le condizioni per vincere e poi non perdendo la bussola governando, che è possibile disegnare una Sicilia diversa, i siciliani e le siciliane lo capirebbero. Ma quando comincerà seriamente a cimentarsi nell´impresa?

lunedì 21 gennaio 2008

Mafia e politica: siamo sempre al punto di partenza

CENTONOVE
19 Gennaio 2008
Pag. 18

AL DI SOTTO DI OGNI SOSPETTO
di Francesco Palazzo




“Adesso tocca alla politica”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Dopo l’ennesima positiva svolta sul pizzo delle associazioni rappresentanti gli industriali, gli artigiani, le piccole imprese e gli esercenti, esponenti del centrodestra e del centrosinistra, pochissimi per la verità, rilanciano il solito appello. Citando il Manzoni, si potrebbe dire che “s'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo”. Ma è uno squillo, quello della politica, già troppe volte rimbombato a vuoto per avere un minimo d’attendibilità. Rappresenta ormai una campana stonata che rintocca, a scadenze fisse, un rumore di fondo fastidioso. Le scadenze abituali sono le campagne elettorali, dove ci si giura a vicenda di non candidare più persone al di sotto d’ogni sospetto, e i momenti forti in cui altri soggetti, ed è il caso appunto del decalogo antiracket firmato dalle associazioni di categoria, cercano di percorrere una strada di riscatto. Siamo all’inizio non c’è dubbio, il cammino è ancora lungo, ma è una pietra angolare di un nuovo edificio quella che viene posta. Che i produttori siciliani di economia e di lavoro veri, sappiano davvero edificarla tale nuova costruzione, lo vedremo. Gli edifici della politica siciliana appaiono invece vecchi, gestiti con metodi che poco o nulla concedono alla buona e trasparente amministrazione. Che la mafia trovi un terreno più che fertile tra le pieghe dei bilanci pubblici, veri e propri buchi neri, tra le curvature che portano ad assegnare gli appalti, oppure nel clientelismo che crea lavoro inutile per fortificare bacini elettorali, non può sorprendere nessuno. Le risorse finanziarie, siano esse comunali, regionali, nazionali o europee, normalmente sono terreno di caccia di faccendieri e croupier della spesa pubblica, per i quali il primo obiettivo è accaparrare fette sempre più consistenti di denaro “manzo”. Non importa se speso per fini di solito impalpabili, quando non inutili. “Piccioli manzi”, simili a quelli che le cosche mafiose si procurano con il pizzo. L’importante è essere legati al carro giusto, all’onorevole potente, all’assessore, al suo portaborse. Che si faccia parte della maggioranza o dell’opposizione non importa. La pentola deve continuare a bollire per tutti, e se non è così, diceva un vecchio saggio, pasta non se ne cala. Ma la pasta si cala. E chi può mangia. Certo, lo fanno anche le mafie. Perché dovrebbero astenersi dal banchetto? I rapporti mafia politica si realizzano e si consolidano in questi ambiti rarefatti e pur concretissimi. Se i rappresentanti delle pubbliche istituzioni vengono presi con le mani nella marmellata e sottoposti a processo, generalmente non collaborano. Resistono, resistono, resistono. Pur non riuscendo a smentire fatti gravissimi, anzi confermandoli persino nelle aule dei tribunali, cercano di trovarsi buoni avvocati per uscire meno “mascariati” da vicende più che scabrose. L’importante è rimanere nel giro. E i partiti che li candidano e li sostengono elettoralmente, si fanno qualche problema? Assolutamente no. Bastano le dita di una mano per contare quelli che, in Sicilia, pubblicamente hanno consigliato di non candidare, e comunque di non votare, certi personaggi del proprio schieramento. Eppure, se proprio si vuole seguire l’esempio degli imprenditori che denunciano, si dovrebbe sapere che ogni singolo attore economico che si ribella al pizzo deve indicare con nome e cognome il proprio estortore. La politica siciliana, piuttosto, fa proclami generici e attende. Che sia la prossima iniziativa da commentare o una sentenza della magistratura, poco interessa. E, allora, quell’“adesso tocca alla politica”, è ormai solo un modo per prendere o perdere altro tempo. Ma non si può più parlare a vuoto di un futuro che non viene mai. Vorrà dire che quando si sostituiranno gli sterili annunci con i comportamenti coraggiosi e puntuali dei singoli, così come fa il singolo imprenditore che punta il dito, se ne potrà riparlare.

domenica 13 gennaio 2008

La clemenza e la lotta alla mafia

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA, 13 GENNAIO 2008

Pagina XIII
Antimafia, la lotta politica che ancora non comincia
FRANCESCO PALAZZO




Ho ricevuto da alcuni giorni una mail da far girare e inoltrare al Quirinale, al governo e al ministro della Giustizia. Chiede di non concedere la grazia a Bruno Contrada. Me l´aspettavo una simile esortazione, già tardava. L´antimafia prêt-à-porter, letteralmente "pronta da indossare", ci sta poco ad attivarsi e a coinvolgere le solite due-trecento persone del consueto giro di posta elettronica. Ormai rispondo e inoltro sempre meno, certamente non lo farò in questo caso. Bruno Contrada si è sottoposto per quindici anni ai suoi giudici, mai ha cercato di sottrarsi ai processi e agli arresti, alla fine è stato condannato. Perché un cittadino non può soggettivamente ritenersi privo di colpe pur se già sanzionato dalla legge? Per quale motivo il suo avvocato non può inoltrare istanza di clemenza al capo dello Stato? Perché tutto questo crea scandalo? Non si tratta di fare il tifo per il sì o per il no. Non si tratta neanche di rifare processi sui quali la macchina giudiziaria ha messo il bollo definitivo. Dovrebbe aiutarci nella riflessione la necessità di capire andando oltre il momento presente.Ciò che si muove sotto traccia nella questione è una certa percezione della lotta alla mafia. Che preferisce, su tutto, gli aspetti giudiziari e repressivi. Quasi che tutto si possa risolvere con le indagini, le manette, le sentenze e gli anni di carcere. Ciò, sono per primi i magistrati a dirlo, è poco conducente al fine di arrivare alla sconfitta delle mafie. Ma che sia ancora così concepita la contrapposizione al crimine organizzato, lo capiamo da come viene affrontato l´argomento da molti degli attori in gioco. Anche dal governo nazionale in carica.Nella conferenza stampa di fine anno, le mafie sono state definite un cancro da estirpare e sono stati ricordati gli arresti eseguiti nel 2007. Definire le mafie un cancro, una patologia disseminata, quindi una specie di piovra, senza declinarne le cause politiche e sociali che ne fanno sistemi di potere abbastanza individuabili nelle società meridionali, significa avvolgerle in un´aura di mistero impenetrabile. Che solo dentro i tribunali può essere dipanato. Così come ricordare gli arresti dei latitanti, seppure eccellenti, finisce per tratteggiare le mafie esclusivamente come bande di assassini, prima o dopo destinati a marcire nelle patrie galere.Le mafie non sono un cancro o l´antistato, ma strutture di potere che intrattengono rapporti bilaterali con la politica e la società più diffusa. Sorvolare su questo significa lasciare alla giustizia e alle forze dell´ordine compiti impropri, che non sono in grado di svolgere, pure se agiscono in nome del popolo italiano. Compiti che invece sono tutti della politica partitica e istituzionale e dei corpi intermedi, collettivi o individuali, popolari o borghesi, che formano quotidianamente il tessuto sociale. Lo ha ricordato il presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno, citando gli imprenditori siciliani che provano a ribellarsi al pizzo.Il potere mafioso non coincide affatto con le posizioni penali singole, che compete alla magistratura chiarire, ma è immerso, nella quasi totalità e con una certa circoscrivibile evidenza, nella vita di tutti i giorni e lì deve essere affrontato. Per dirla tutta. Cosa è più inquietante: la clemenza chiesta per un detenuto o il fatto che la Regione siciliana nella sua massima espressione istituzionale, ossia il Parlamento insediatosi da più di un anno e mezzo, non abbia ancora, in una terra in cui Cosa nostra rimane solidissima, una credibile commissione Antimafia?Chissà se riceverò la mail che invita a sottoporre alle massime cariche del Paese tale gravissimo buco della politica istituzionale siciliana. Questa la inoltrerei e la farei girare. Perché parlerebbe di una classe dirigente, composta di eletti e di elette, distratta, quando va bene, sulla lotta alla mafia e della società siciliana che l´ha scelta in libere elezioni. E non dell´imputato, che va lasciato al suo giudice, o del condannato, che ha il diritto di continuare a credersi innocente e sperare anche in una revisione del processo, come previsto dall´ordinamento. Parlerebbe di una lotta politica alla mafia che ancora non si vuole cominciare seriamente.

domenica 6 gennaio 2008

Centrosinistra in Sicilia, politiche e voti al posto dei nomi


LA REPUBBLICA PALERMO – DOMENICA 06 GENNAIO 2008
LA POLEMICA
Ma adesso il centrosinistra cerchi consensi e non nomi
FRANCESCO PALAZZO


In vista di possibili e molto ipotetiche elezioni regionali, essendo la sentenza Cuffaro in dirittura d´arrivo, il centrosinistra comincia a farsi del male da solo. Come tradizione vuole. Invece di sfruttare le tensioni che dilaniano il centrodestra siciliano, cercando di rafforzarsi al proprio interno, si ricomincia dai nomi, creando non poche divisioni e polemiche. Il capogruppo del Partito democratico all´Ars, Antonello Cracolici, prendendo le mosse dall´esigenza del nuovo, fa il nome di Anna Finocchiaro come possibile candidata di tutto il centrosinistra alla presidenza della Regione. È chiaro che la proposta viene fatta avendo come meta elezioni imminenti. Giacché non avrebbe senso avanzare adesso un nome così autorevole, se la legislatura dovesse concludersi naturalmente nel 2011. Sappiamo, tuttavia, quale ruolo delicato svolge la Finocchiaro quale presidente al Senato della rappresentanza parlamentare del Partito democratico. Fare adesso il suo nome equivale praticamente a supporre una caduta a breve del governo Prodi e un liberi tutti nei due rami del Parlamento. Può essere che così sarà, e che c´è chi la sa più lunga di tutti noi. Ma se invece dovesse andare al contrario, ossia che il governo Cuffaro rimanga in sella e che l´esecutivo Prodi abbia filo politico da tessere ancora per qualche anno, ecco che sul terreno della politica siciliana, oltre i cocci delle divisioni che in questo momento caratterizzano quella che fu la Casa delle libertà, occorrerà raccogliere anche quelli del centrosinistra. Che però rispetto all´altra coalizione, seppure al momento frammentata, ha un piccolo problema in più. Quello del consenso. È facile, infatti, ritenere che qualsiasi nome dovesse succedere, domani o fra tre anni, al presidente Cuffaro, quale candidato alla guida del governo regionale, avrebbe dalla sua uno schieramento in grado di raccogliere voti a sufficienza per garantire l´elezione a chiunque. L´abbiamo visto alle ultime regionali e alle amministrative palermitane, sono i partiti del centrodestra a trainare e non coloro che rivestono i panni di primo piano. Ciò dovrebbe caratterizzare anche il centrosinistra siciliano, affinché possa avere qualche chance di vittoria a qualsiasi livello di rappresentanza in Sicilia, e ci riferiamo anche alle vicine elezioni provinciali. Creare spaccature ora, proponendo nomi al momento improbabili, e che comunque non risolvono il problema anche quando sono pure autorevoli (vedi, nel recente passato, Leoluca Orlando e Rita Borsellino), pone le condizioni e prepara il terreno a nuove sconfitte. Mentre invece non si è ancora capito quali siano in Sicilia la consistenza e le politiche delle due gambe del centrosinistra, l´appena nato Partito democratico e l´ancora più giovane aggregazione che è stata battezzata La Sinistra-L´arcobaleno. Così come non ci perviene da tempo lo stato di salute del movimento Un´altra storia, nato intorno a Rita Borsellino. La cui visibilità acquisita tra l´elettorato sarebbe insensato disperdere senza neanche farla passare dalle primarie. Senza, ovviamente, strapparsi le vesti se dovesse venire fuori una candidatura più legata al mondo partitico. Se magari, piuttosto che parlare di nomi, destinati in ogni caso a perdere in Sicilia, stante l´attuale quadro di forze in campo, si capisse un po´ di più chi sono, cosa vogliono e quale forza elettorale sono in grado di mettere insieme queste tre parti del centrosinistra siciliano, si potrebbe fare qualche passo in avanti. Sia che si voti per la Regione tra qualche mese, sia che, come ragionevolmente si può pensare, si arrivi alla scadenza naturale del governo Cuffaro e dell´imponente maggioranza parlamentare che almeno formalmente lo sostiene. In Sicilia al centrosinistra, più che il leader, servono la politica e i voti. Quando ci saranno questi ultimi, ci si accorgerà che i nomi hanno molta meno importanza di quanto si è generalmente portati a credere.

giovedì 20 dicembre 2007

Gli alibi della cattiva politica

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 19 DICEMBRE 2007

Pagina XV
L´alibi della cattiva politica è dare la colpa agli altri
FRANCESCO PALAZZO





Scaricare le responsabilità politiche sulle istituzioni immediatamente sovraordinate è uno sport diffusissimo in Sicilia. Sin dove può arrivare questo modo di fare, che si può benissimo definire a scatole cinesi, non c´è modo di definirlo una volta per tutte. Prendendo a prestito un adagio popolare, potremmo ben dire che in questo campo al peggio non c´è mai fine. Il governo regionale e il parlamento siciliano non riescono a cavare un ragno dal buco sgovernando e non mettendo in essere i provvedimenti legislativi di cui avrebbe bisogno la Sicilia? Ecco che, invece di ammettere le proprie responsabilità, la classe politica che governa la Sicilia, disponendo peraltro una corposa maggioranza, non trova di meglio che prendersela con il governo Prodi. Che non darebbe alla Sicilia quanto avrebbe bisogno in termini di risorse. Come se nella nostra terra non fossero giunti, dall´istituzione dell´autonomia a oggi, fiumi di denaro. Come sono stati spesi, o meglio dilapidati, è sotto gli occhi di tutti. Ma tant´è. La frase che disimpegna, che giustifica, che crea alibi, inconsistenti quanto ben spesi nei confronti dell´opinione pubblica, è sempre la stessa. A Roma ci trattano male. E spesso tale asserzione è utilizzata pure da esponenti politici siciliani contro i governi dello stesso colore. L´importante è togliersi d´impiccio nelle situazioni più fastidiose. La regola vale anche per i governi nazionali. Quando c´è un deficit d´azione politica e si deve prendere qualche decisione impopolare, il ritornello che si attiva automaticamente è conosciuto: c´è lo impone l´Europa. E, a questo punto, non c´è modo di replicare. Tornando a noi, non è difficile vedere sindaci siciliani, assessori, consiglieri comunali, di amministrazioni civiche piccole e grandi, prendersela con la Regione per mettere una pezza su quanto non hanno la capacità di fare o di programmare con i mezzi, e non sono pochi, di cui già dispongono. Dove però lo show raggiunge livelli tra il comico e il surreale è nei consigli circoscrizionali. Sappiamo che sostanzialmente sono delle inutili e costose propaggini istituzionali. È vero che non hanno poteri né risorse finanziarie. Ma ciò non toglie che potrebbero organizzare, qualora lo volessero, iniziative politiche nel territorio di competenza a costo zero. Cosa che non avviene quasi mai. L´unico compito a cui assolvono tali organismi è quello di essere i terminali della spartizione delle cariche tra i partiti e luoghi di faide negli scontri per fazioni contrapposte all´interno delle formazioni partitiche. L´altro giorno, durante la presentazione di alcune iniziative volontaristiche di un gruppo di cittadini della seconda circoscrizione palermitana, che da anni stampano un giornale senza prendere soldi pubblici, hanno allestito un sito web e pubblicato un calendario, due consiglieri circoscrizionali, uno della maggioranza di centrodestra e uno dell´opposizione, hanno lanciato il solito grido di dolore. Se non riescono a realizzare un tubo, la colpa è dell´amministrazione comunale. I due, da veri tribuni del popolo, arringano la folla infreddolita con parole tanto roboanti quanto incomprensibili. E il bello è che il pubblico presente crede a tali rivendicazioni che nascondono un vuoto assoluto d´iniziativa politica. Il problema è proprio questo, che la tattica di scaricare su altri le proprie inconcludenze amministrative e politiche fa sempre presa sui siciliani. È un argomento che va a toccare, a qualsiasi livello venga agitato, quel vittimismo sicilianista di cui sono pieni i libri di storia e che ancora invade la nostra quotidianità. Basta leggere i giornali. Nel caso specifico, i nostri due consiglieri di circoscrizione parlano mentre i volontari aprono panettoni e predispongono bevande e altro cibo per festeggiare insieme ai convenuti. Evidentemente una circoscrizione non riesce a fare neanche questo. Anche per comprare dei panettoni e festeggiare con i cittadini ci vuole una delega del Consiglio comunale?

sabato 15 dicembre 2007

Palermo, un calendario senza maggiorate


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 15 DICEMBRE 2007

Pagina I

LA CITTÀ

Ogni mese un´immagine, da San´Erasmo alla Bandita

L´itinerario del degrado attraverso un calendario

FRANCESCO PALAZZO


A dicembre l´offerta di calendari per il nuovo anno è stratosferica. Le protagoniste più gettonate, si sa, appartengono all´universo femminile. Chissà poi dove vengono appesi questi calendari, in nessuna casa capita di vederne. È più facile trovare nelle cucine il calendario del supermercato di fiducia, della farmacia, del macellaio della strada accanto. I mesi in questi casi procedono senza scariche d´adrenalina. Anche i ristoranti dei cinesi omaggiano calendari contenenti i segni zodiacali della loro cultura. Una volta i barbieri porgevano furtivi il prezioso cimelio. Si trattava di calendarietti profumati, con signorinelle pallide in pose scollacciate. Un appuntamento fisso con il coiffeur di fiducia, dopo l´ultimo taglio o l´ultima barba prima delle feste. Allora il pudore vinceva su tutto, oggi si mostra quasi tutto. C´è chi riesce a mettere a nudo altre cose, che spesso guardiamo distrattamente. Ci ha provato la rivista palermitana "Maredolce", che presenta, insieme al sito giornalemaredolce.it e all´ultimo numero del giornale, il proprio calendario e una mostra di foto. L´appuntamento è per oggi alle 17 presso lo Stand Florio di via Messina Marine, 40, meglio conosciuto come "Tiro al piccione". Si tratta di dodici istantanee scattate da cinque fotografi (Inzerillo, Lena, Marguglio, Nastasi e Zanghì). Ritraggono luoghi di una fetta consistente di Palermo, ricadente nella circoscrizione della città che racchiude da una parte la Bandita e dall´altra l´Orto Botanico. Non sono sempre immagini belle da vedere. Basta guardare il mese di settembre per «ammirare» i rifiuti d´ogni tipo, compresi i copertoni di camion, che fanno bella mostra sotto gli archi romanici. Nella stessa foto si può vedere lo sfacelo in cui giace la vicinissima chiesa di San Ciro. Tutti e due i siti sono visibili all´imbocco dell´autostrada per Catania. Andando verso Ciaculli c´è una chicca quasi sconosciuta. È il Baglio di Santo Spirito (mese di marzo), già sede estiva dei monaci olivetani. C´è un incantevole baglio con un pozzo al centro e una strada alberata che nell´Ottocento portava i monaci direttamente al mare. Ecco, il mare, pur segnando tutto il litorale della circoscrizione sino a Sant´Erasmo, arrivando a lambire il Foro Italico e giungendo dall´altra parte sino alla Bandita, manca dal calendario. E non c´è perché ormai per gli abitanti della zona e per i palermitani tutti è come se non contenesse liquido, ma fosse la continuazione della terra. Un mare che non è più mare, tanto è inquinato per colpa del cattivo governo della cosa pubblica. Ci si può consolare tornando sulla terraferma e ammirando, siamo a gennaio, San Giovanni dei Lebbrosi. Non mancano Villa Giulia a luglio e l´Orto Botanico a febbraio. Tornando in periferia il mese di maggio ci mostra il Ponte dell´Ammiraglio. Costruito nel 1125 per oltrepassare il fiume Oreto, (che poteva essere un´altra istantanea del calendario se fosse ancora un fiume), passato ai posteri per le gesta garibaldine durante la presa di Palermo. Il mese di giugno è dedicato al famoso Castello della Favara. Gioiello arabo che poi i normanni ampliarono e trasformarono, aggiungendo la bella cappella di San Giacomo e Filippo, che troviamo nel mese di dicembre. Originariamente il castello era circondato da un lago e da giardini rigogliosi. Da molti decenni si parla di recuperare il tutto, gli ultimi anni hanno fatto registrare qualcosa di concreto, ma ancora siamo all´alba. Seguono nei mesi restanti altri siti, meno conosciuti ma molto affascinanti. Per un calendario che non regala le pose delle maggiorate , ma che traccia l´itinerario artistico monumentale di un pezzo di territorio del capoluogo. Per ricordarne, durante tutto un anno, le parti conservate e quelle abbandonate o non più fruite. In modo che, avendole per mesi davanti agli occhi, queste ultime possano essere sempre meno trascurate.

sabato 8 dicembre 2007

Dipendenti Regione Siciliana, meritocrazia solo a parole

REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 08 DICEMBRE 2007

Pagina I

Il rinnovo del contratto negli uffici dei privilegi

FRANCESCO PALAZZO




Il 12 dicembre ci sarà lo sciopero dei 15 mila regionali non dirigenti. L´argomento del contendere è presto detto. Il governo regionale non ha messo insieme la somma occorrente per il rinnovo del contratto e per il pagamento della seconda quota annuale del salario accessorio. I soldi magari spunteranno. Il punto è che ciò avviene mentre si dibatte su un allarme di Confindustria. Gli industriali hanno mostrato, dati alla mano, l´assenteismo nelle pubbliche amministrazioni e la mancanza di meritocrazia che le pervade. Alla Regione assenteismo e mancanza di criteri meritocratici sono diffusi. L´assenteismo può avere diversa natura. A volte è un semplice darsi malati quando si è sani come pesci, tanto non ci sono controlli. Poi abbiamo le motivazioni più «giustificate», quali incarichi sindacali e congedi per motivi vari. C´è un giorno che batte anche l´odiato lunedì. È il mercoledì, che obbliga al recupero pomeridiano. In questo giorno in molti uffici si crea un silenzio che neanche nei conventi si apprezza più. Tuttavia, non si può affermare che presenza vuol dire lavoro. Timbrare il cartellino è solo la condizione necessaria per esserci, non il presupposto sufficiente per produrre. Ecco l´altro tema sollevato da Confindustria, ossia il merito. Nell´amministrazione regionale il merito non esiste. Se nel tempo c´è chi è riuscito a raggiungere un´elevata professionalità, utilizzando titoli scolastici e capacità personali per i quali la Regione non ha sborsato un solo euro, ciò conta quanto il due di mazze quando la briscola è a denari. Per fare un esempio, le ore pomeridiane non sono assegnate a chi ha più lavoro da svolgere. Lo straordinario è distribuito a molti uffici. Ed è inutile chiedersi se sia sempre necessario. È più importante avere le conoscenze giuste per farsi trasferire in queste oasi. Oppure negli uffici di gabinetto, in quelli speciali e nelle società legate alla Regione. Luoghi dove la retribuzione mensile lievita soavemente. Gli straordinari sono pagati dal Famp, fondo accessorio miglioramento prestazioni. Che serve pure a liquidare le varie indennità, alcune distribuite a pioggia, e il piano di lavoro. Una figura, quest´ultima, che non si capisce cosa sia, visto che lo stipendio normale dovrebbe proprio servire a mandare avanti il lavoro quotidiano. Per quel che ne sappiamo è un´invenzione tutta siciliana. Siccome con l´ordinario non riesci a fare bene quello che dovresti, invece di punirti e toglierti soldi, te ne metto altri in busta paga e così ti premio. Il piano di lavoro è come il sole, che spunta per tutti allo stesso modo, lavoratori e sfaticati. Ma è difficile pensare che sia mai servito a migliorare alcunché. Lo sciopero del 12 dicembre non tocca i temi dell´assenteismo e della meritocrazia. È vero che la piattaforma rivendicativa è abbellita da concetti come «valorizzazione delle professionalità e individuazione dei percorsi di carriera». Ma è altrettanto vero che i sindacati ben si guardano dal prospettare un concreto riconoscimento del merito. Che dovrebbe prevedere selezioni severe, per titoli ed esami, e verifica non sulla carta del lavoro svolto negli anni. Il tutto affidato a soggetti autonomi ed esterni. Quello che invece governo regionale e sindacati non vogliono mettere in discussione è la distribuzione su tutti di qualsiasi riconoscimento o avanzamento economico. I partiti non possono certo inimicarsi un bacino elettorale così corposo e le sigle sindacali non possono rischiare di perdere iscritti, privilegi e la stessa loro sopravvivenza negli uffici regionali. C´è da ritenere, ma è facile previsione, che a contratto rinnovato e a salario accessorio pagato tutto continui come prima e come sempre. Per cominciare a migliorare davvero le cose ci vorrebbero un governo regionale che sappia cosa fare dei propri dipendenti e sindacati in grado di affrontare l´impopolarità. Per il momento non disponiamo né del primo né dei secondi.

giovedì 29 novembre 2007

Mafia: fiction e realtà

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 29 NOVEMBRE 2007

Pagina VIII

Se la pubblica educazione viene affidata alle fiction

FRANCESCO PALAZZO

Da una fiction dibattuta a una negata. Oggi vedremo sicuramente l´ultima puntata de "Il capo dei capi", anche se proseguono gli interventi che vorrebbero impedirlo. Martedì sera non c´è stato dato di vedere lo sceneggiato imperniato sulla figura di Graziella Campagna, la diciassettenne uccisa in provincia di Messina dalla mafia. Era il 12 dicembre del 1985. Una prima sentenza ha inflitto due ergastoli e due condanne per favoreggiamento. Il ritardo del deposito delle motivazioni della sentenza ha consentito la scadenza dei termini di custodia cautelare per uno dei condannati all´ergastolo. La causa del blocco della produzione televisiva risiede nel fatto che essa potrebbe influenzare la Corte d´appello che dal 13 dicembre tornerà a giudicare gli imputati. Il provvedimento ha il bollo del ministero di Grazia e giustizia. Se tutto ciò l´avesse raccontato una fiction l´avremmo definito un´esagerazione. Perché è incredibile che, dopo 22 anni, non solo non ci sia stata giustizia per la morte violenta e atroce di una giovane innocente. Ma che, in aggiunta, si vieti di raccontare in televisione un fatto ormai così lontano nel tempo. Per la Rai c´è un precedente abbastanza recente. Nel maggio del 2006 si era a ridosso del voto regionale e s´impedì la visione di una fiction che parlava anche di Paolo Borsellino. Motivo: la sorella Rita era candidata per la guida del governo regionale. Potenza delle fiction, potremmo dire. Strapotenza del mezzo televisivo, dovremmo aggiungere. Perché ci sono ancora molti che credono nel forte impatto emotivo, positivo o negativo non importa, che tali produzioni artistiche possono avere sul popolo siciliano non colto e sull´immaginario collettivo nazionale e internazionale. Come se il problema vero non sia ciò che è successo e succede ancora, con la mafia che entra nei palazzi della politica e infila pure le talpe nelle procure, ma consista nell´operazione del raccontare il passato. È bene dirlo con chiarezza. Il male ha già esercitato la sua azione nella realtà dei fatti, per come sono avvenuti e nella misura in cui sono accaduti, e in ogni caso ben prima dell´operato di sceneggiatori, registi e attori. Se collochiamo prima ciò che temporalmente viene dopo, ossia la finzione artistica, la prospettiva diviene sfuocata e falsata. C´è chi poi avanza il pericolo che le scene di violenza possano scatenare una sorta di consenso interiore nei confronti del fascino perverso del male. Qui entra in gioco la funzione pedagogica del mezzo televisivo, che deve stare attento a non turbare un pubblico che non riuscirebbe a distinguere, sostanzialmente, il bene dal male, aderendo a quest´ultimo quando viene raccontato nel dettaglio in tutta la sua lucida efferatezza. Con tutto il rispetto verso chi sostiene una simile tesi, ci pare una posizione difficilmente difendibile con buoni argomenti. Se il cittadino ha aderito alla mentalità mafiosa, se la sostiene con piccoli e grandi comportamenti quotidiani, assume tali condotte ancor prima che la televisione veicoli il proprio messaggio. Alla base del ragionamento può celarsi un punto di vista preciso. Che coincide nel non attribuire ai ceti popolari, che magari non hanno letto una valanga di libri, una deliberata e consapevole decisione in ordine a ciò che la mafia è. Ma non è solo la borghesia mafiosa che sceglie per convenienza da che parte stare. Lo fa anche il popolo nella sua accezione più diffusa, con meno ingenuità e sprovvedutezza di quanto si voglia immaginare, e senza alcuna costrizione, almeno nella maggior parte dei casi. E non certo a causa di uno sceneggiato. Così come non sono le riproduzioni televisive a veicolare agli inermi e innocenti spettatori l´immagine di una mafia immortale. I prodotti televisivi o cinematografici, lungi dal mettere le cose in maniera più pesante di quanto non siano, risultano essere, in ordine alla durata storica delle mafie, meno fondamentali e decisivi della lettura dei giornali, dell´ascolto dei telegiornali e della stessa vita quotidiana. La realtà purtroppo supera sempre, e di gran lunga, la fantasia.

sabato 24 novembre 2007

Le firme in Sicilia di Forza Italia: chi ha visto le code?

Della questione ne parlava l’altro giorno, in splendida solitudine, Michele Serra sulla sua rubrica quotidiana su Repubblica. Parliamo dell’iniziativa “Una firma e un euro per mandare a casa il governo Prodi”. L'obiettivo di Forza Italia, dal 16 al 18 novembre, era quello di raccogliere in Sicilia 375 mila firme da aggiungere a quelle che contemporaneamente si stavano racimolando nel resto d’Italia. L’avvenimento era annunciato in 320 comuni dell’isola, i gazebo dovevano essere 700. Solo a Palermo si contava, stando alle dichiarazioni degli organizzatori, di raccogliere 65 mila firme. Non uno scherzo, se pensiamo che alle primarie palermitane che incoronarono Orlando sfidante di Cammarata si scomodarono in ventimila circa. Ma è più conducente fare un raffronto con le primarie del partito democratico del 14 ottobre scorso, svoltesi, come la manifestazione di Forza Italia, su tutto il territorio regionale. In Sicilia comparirono 574 gazebo e i votanti, a fronte di un dato nazionale che si attestò sui tre milioni e mezzo, furono poco più di 180 mila. Quindi appena la metà di quelli previsti da Forza Italia. Senonché, dell’afflusso alle primarie del partito democratico diedero conto i mezzi d’informazione, la televisione mostrò in abbondanza quanto c’era da vedere, ne parlarono diffusamente i giornali regionali e locali, molti giorni prima e molti giorni dopo. Basta fare una breve ricerca per recuperare tutte le informazioni che occorrono, comune per comune, seggio per seggio. Ci sono, in sostanza, le prove che qualcosa è accaduto. Alla manifestazione di Forza Italia pare abbiano aderito, firmando personalmente nei gazebo, sei milioni e ottocentomila militanti in tutto il territorio nazionale. Prendendo per buono tale risultato, ci saremmo attesi in Sicilia lunghe teorie di votanti fuori e dentro i gazebo. Tra l’altro si trattava di un voto di protesta, non c’era da scegliere, la strada era in discesa. Inoltre, le giornate in cui si poteva firmare erano tre e non una, come accaduto per le primarie del partito democratico. Abbiamo perciò sfogliato i giornali stampati in Sicilia del 17, 18 e 19 novembre e dei giorni seguenti, al fine di abbeverarci copiosamente di informazioni circa l’esito della consultazione in quanto a presenze. Per sapere, come avviene di solito per gli eventi della stessa natura del centrosinistra, il dato regionale e gli afflussi nelle varie province. Siamo rimasti delusi e interdetti. Non un titolo di prima pagina è stato dedicato dai giornali siciliani più letti alla questione, non un articolo interno, non una breve, niente di niente. Andando a memoria, ma potremmo sbagliarci, non ricordiamo nemmeno un servizio televisivo. Distrazione? Cattiva Informazione? Abbiamo, almeno in questo caso, forti dubbi nel dare una risposta affermativa ai due interrogativi. Se i votanti in Sicilia fossero stati anche la metà dei 375 mila ipotizzati, non potevano sfuggire a nessuno, neanche al più distratto e prevenuto dei giornalisti, più di centoottantamila persone che inondavano le piazze delle città e dei paesi siciliani. Avidi comunque di notizie, anche strettamente di parte, facciamo una ricerca nei siti dell’ormai ex Forza Italia. In quello nazionale non troviamo alcun riferimento locale o regionale, pur approssimativo o sommario, ci saremmo accontentati pure di un semplice numerino che ci desse conto di quanto accaduto in Sicilia. Non ci scoraggiamo è andiamo alla ricerca dei siti ufficiali siciliani dedicati al partito che fu. Quello più accreditato è azzurriweb.net, che però è fermo alla venuta nel capoluogo di Berlusconi in occasione della campagna elettorale per le amministrative palermitane di maggio. Sui siti locali del partito di alcune città siciliane la stessa cosa. Così come su quelli di alcuni esponenti di punta siciliani di Forza Italia. Il sito regionale di Forza Italia giovani per la libertà canalizza le nostre fatiche telematiche su una chat palermitana, che ti promette momenti molto rilassanti, ma non è attrezzata per sganciare i numeri che inseguiamo. Chiediamo a destra e a manca se hanno visto file consistenti o appena modeste nella tre giorni suddetta ma non riusciamo a sfondare il muro del silenzio. A questo punto ci arrendiamo. Ci confortiamo pensando ai prossimi mesi. Se abbiamo ben compreso, per il futuro, il partito del popolo, o come si chiamerà, ha già messo in cantiere primarie a raffica. Ci faremo trovare pronti e staremo sulla notizia.

domenica 18 novembre 2007

Contro la mafia proviamo con S. Francesco

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 17 NOVEMBRE 2007

Pagina XIX

Raccontare Cosa nostra è necessario per sconfiggerla
FRANCESCO PALAZZO




Sull´argomento mafia c´è una polemica che non passa di moda. Cova sotto la cenere, pronta a riemergere in qualsiasi momento. L´eterna disputa sulla Sicilia offesa ogni qualvolta si parla di mafia, attraverso film, fiction, documentari e via elencando, è un classico del quale mai vorremmo privarci. Le feroci invettive sulla Piovra televisiva sono lontane nel tempo, tuttavia vivono e lottano ancora insieme a noi. Sulla decima edizione, l´ultima, nell´agosto del 2000, quando si giravano le ultime scene in Sicilia, registrammo le proteste del centrodestra. Che riteneva la serie troppo di sinistra perché difendeva i giudici. E siccome doveva andare in onda a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2001, poteva sconvolgere il corpo elettorale. Poi la serie fu trasmessa regolarmente e il centrodestra vinse comunque le elezioni. E tutti tirammo un sospiro di sollievo. Già nel 1994 si sosteneva che la Piovra oltraggiava la Sicilia e offuscava l´immagine dell´Italia all´estero. È accaduto pure con una puntata di Report, sulla mafia che non spara, del gennaio 2005. C´è andata di mezzo una trasmissione riparatrice di un altro programma Rai, che ci ha profondamente confortati. L´elenco delle produzioni artistiche travolte da discussioni sarebbe lungo, ma non tanto sterminato come la lista di coloro che a turno s´indignano non appena qualcuno, chissà perché, collega la parola mafia alla Sicilia. In un articolo uscito lo scorso anno la chiamavamo la compagnia dei difensori. Che è tornata alla carica prendendo di mira la fiction "Il capo dei capi". Anche questa volta lo spunto polemico è trasversale agli schieramenti politici, toccando sinora il Partito autonomista siciliano, Italia dei valori e il Partito democratico. Ma non è escluso che altri si accodino, visto che lo sceneggiato prevede altre due puntate. L´oggetto della discussione è sempre l´onore infangato della Sicilia, con una variazione creativa sul tema. Ossia il fatto che la finzione televisiva riprodurrebbe un Totò Riina dalla faccia simpatica, un personaggio quasi da imitare. Se tale pericolo fosse fondato, ci sarebbe da ipotizzare che i mafiosi siano tutti nati e cresciuti guardando la televisione, anche quando questa non era ancora entrata nelle nostre famiglie. Scoperta sconvolgente. Alla quale si abbina una notizia che giunge dalla provincia di Caltanissetta, precisamente da Niscemi. Pare che lì i ragazzi si rincorrano appellandosi con i nomignoli dei protagonisti mafiosi dello sceneggiato. Chi ha notato tali comportamenti, un consigliere comunale autonomista, ha dichiarato che la saga, al fine di evitare tali spiacevoli conseguenze, non si doveva trasmettere. Punto e basta. Poiché non ci facciamo mancare niente, le cronache c´informano di un´eguale presa di posizione di un deputato regionale del Partito democratico, che addirittura proporrebbe, ma stentiamo a crederci, di vietare l´installazione di set cinematografici sul bel suolo regionale nei casi di film che parlano di mafia. I due erano stati preceduti da un parlamentare nazionale di Italia dei valori. Ai tre uomini politici, e a quanti a loro vorrebbero accodarsi, diciamo che noi comprendiamo il problema. Effettivamente, non si spiegherebbe come mai in Sicilia la mafia abbia messo radici così forti se non avesse saputo creare dei seguaci. Pronti a ricalcare e ripetere, se possibile più ferocemente, le orme dei progenitori. Il punto è che non è stato purtroppo l´etere a causare tutto ciò, bisogna farsene una ragione. Altrimenti basterebbe spegnere i ripetitori in tutto il territorio regionale per risolvere definitivamente il problema. Oppure, in alternativa, trasmettere incessantemente produzioni televisive che invitino a comportamenti virtuosi. Un soggetto di sicura presa potrebbe essere San Francesco d´Assisi, che ci scuserà per l´irrispettosa citazione. Ma può essere che, dopo qualche mese, i ragazzi e le ragazze della nostra regione comincino, guardando sino a stordirsi, a parlare con gli uccelli e ad ammansire i lupi. Si può provare.

domenica 11 novembre 2007

Dopo cattura dei Lo Piccolo, mafia alle corde?

LA REPUBBLICA PALERMO – DOMENICA - 11 NOVEMBRE 2007

Pagina I

L´ANALISI

Il coraggio di una svolta, la politica rimane assente

FRANCESCO PALAZZO





Mafia alle corde o in buona salute? Il dibattito non è nuovo. Ogni volta che le forze della repressione giungono a risultati eclatanti si parla di mafia moribonda, da abbattere con una spallata, l´ultima. È accaduto con la cattura di Riina, con quella di Brusca, poi Provenzano e adesso di Lo Piccolo. Dopo l´ondata emotiva seguita alle stragi del ‘92 e agli attentati dell´estate del ‘93, a cui si accompagnò un fiorire sterminato di collaborazioni con la giustizia, si sentenziò che si era prossimi alla vittoria. Nel corso degli anni abbiamo avuto la brutta notizia di una mafia sempre più ricca. È datato 22 ottobre, non di un anno del secolo scorso ma del 2007, un rapporto di Sos Impresa che stima, molto per difetto, la ricchezza prodotta dalle mafie intorno a 90 miliardi di euro. Dati simili avevamo registrato nel 2005 e nel 2006. Non sembra la cifra di una holding in piena crisi. Equivale a tre-quattro finanziarie del governo di questo Paese. La fetta che la mafia siciliana prende da tale monte premi criminale, che corrisponde al 6-7 per cento del prodotto interno lordo, pare si avvicini a 30 miliardi di euro. Cifra superiore alla finanziaria regionale per l´anno in corso. La mattina del 23 ottobre scorso, quando i dati vennero presentati, vi furono commenti giustamente allarmati sullo stato di salute finanziario delle mafie in generale e di Cosa nostra in particolare. Dopo alcune settimane, ma non è una novità, essendo il registro emotivo totalmente mutato, si dice che la mafia è sostanzialmente all´ultimo respiro. La mattina del 6 novembre, ossia il giorno seguente alla cattura dei Lo Piccolo, i festeggiamenti hanno travolto tutto. Si prospetta una nuova era dell´antimafia, una sorta di anno zero. Se proprio vogliamo guardare ciò che abbiamo davanti, qualche novità importante occorre registrarla. I commercianti e gli imprenditori pronti a sganciarsi dalla vessazione del pizzo, che aumentano numericamente ogni giorno, rappresentano una svolta. Se definitiva o provvisoria, lo vedremo. Non sono però più i cortei oceanici che esprimevano solo una rivolta morale ma non mutavano molto. Qui ci troviamo di fronte a concrete, coraggiose, scelte individuali. In tal senso c´è da accogliere con soddisfazione la prima associazione antiracket di imprenditori palermitani, Libero Futuro, che già ha raccolto l´adesione di un buon numero di soggetti. Detto questo, non può essere taciuto che l´altissima percentuale di coloro che pagano il pizzo è stata appena scalfita. Così come non può sfuggire, a un´analisi che non si fa irretire nella rete dell´entusiasmo pur comprensibile in taluni momenti, che nell´ampia fascia popolare la mafia, come mentalità e come concreta opportunità di vita quotidiana, è una scelta che non è messa minimamente in discussione. Va aggiunto che la politica, partiti e istituzioni regionali, nel migliore dei casi, sta ancora a guardare. Ripetiamo ancora una volta l´incredibile vergognosa assenza di una commissione Antimafia regionale seria, competente, che aiuti i processi di cambiamento che pur s´intravedono. Inoltre, taluni comportamenti di uomini politici, oggettivamente incompatibili con una decisa lotta al potere mafioso, non sono perseguiti dalla politica come occorrerebbe. Anzi, a fronte di processi, rinvii a giudizio, requisitorie di pubblici ministeri che descrivono contesti incredibilmente gravi, ammissioni degli stessi protagonisti, si assiste alla solidarietà, siciliana e romana, nei confronti degli imputati. Come se la magistratura esercitasse il proprio potere al di fuori del dettato costituzionale e chiunque è raggiunto dai suoi provvedimenti debba essere confortato. Come si fa quando la vecchietta subisce uno scippo o un negoziante una rapina. In ultimo, se vogliamo rimanere nell´ambito criminale, va ricordato che le patrie galere sono sempre state piene di mafiosi, piccoli e grandi. Ma la mafia, dall´unità d´Italia ad oggi, ha saputo tenere ferma la barra del crimine. Modificando quanto necessario e mantenendo quanto fondamentale per essere ancora presente e forte. È corretto quindi rallegrarsi quando si raggiungono risultati. Non si dovrebbe tuttavia permettere a questi ultimi di buttare fumo, pena lo scoramento successivo, sulla realtà dei fatti. Che ancora oggi rimane pesante e resta, per il domani, molto incerta sui possibili esiti.

giovedì 8 novembre 2007

Giornata della memoria, deserto in cattedrale

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 08 NOVEMBRE 2007
Pagina X

Niente folla alla giornata della memoria

FRANCESCO PALAZZO







Magari il prossimo anno la messa in cattedrale per ricordare le vittime del potere mafioso andrà meglio. Quella di lunedì scorso era deserta. Non c´erano le folle delle notti sante pasquali o natalizie. Neanche il normale afflusso domenicale. Nemmeno il minimo sindacale. Erano più i celebranti e le autorità che i presenti per convinzione, questi ultimi una trentina in tutto.Il Comune ha puntato molto sull´iniziativa, insieme alla curia palermitana. Sembra che di mattina in un liceo palermitano i numeri fossero diversi. Ma si sa, è facile coinvolgere in ore scolastiche gli studenti. Il vero banco di prova era l´incontro in cattedrale. Gli unici ad animare la ricorrenza erano i senzatetto che occupano Palazzo delle Aquile. Partecipavano alla celebrazione e attendevano al varco i rappresentanti del governo cittadino. I quali, alla fine, hanno cercato di dribblare nervosamente il problema, ma si sono trovati lo stesso davanti a una manifestazione di protesta muta ma efficace. Mancavano le parrocchie della diocesi, i parroci, i fedeli, le associazioni cattoliche. A parte quello di Palermo, presente anche con il gonfalone, erano assenti tutti i comuni della diocesi. Non capiamo che senso possa avere avuto per la curia e l´arcivescovo Romeo un´iniziativa di questo tipo. Se questo è il livello di sensibilità antimafia della chiesa nel capoluogo, c´è da stare freschi. La curia dovrebbe riflettere sul perché tutta la chiesa locale abbia clamorosamente disertato l´appuntamento. Che non avveniva in un giorno qualunque, ma nella stesse ore in cui la polizia otteneva un risultato notevolissimo con la cattura dei Lo Piccolo. Si presupponeva, perciò, che dalle parrocchie potesse partire un flusso di partecipazione, se non proprio oceanico almeno consistente, se non maturo almeno emotivo. Lo stesso intervento dell´arcivescovo non ci ha convinto appieno. Sono state scelte due letture simboliche. La prima parlava della storia di Caino e Abele, la seconda del passo evangelico sulla necessità del perdono. L'omelia si è incentrata sulla violenza che il criminale esercita contro il suo simile e sull´importanza di credere alla conversione del reo. Una chiesa misericordiosa che non abbandona l´omicida Caino. Una lettura che si è soffermata sul solo aspetto criminale della mafia. Nessun accenno all´aspetto politico della questione. Sarebbe forse bastato ricordare l´esperienza di don Puglisi a Brancaccio. Come si comportava Puglisi di fronte agli amministratori della cosa pubblica? Non li accarezzava per il verso giusto. Una volta li rimproverò d´inettitudine quando si erano presentati per raccogliere applausi e consensi durante una manifestazione teatrale di bambini. La chiesa, quella palermitana in particolare, dovrebbe fuggire da rappresentazioni rituali. C´è da augurarsi che il prossimo anno la celebrazione in cattedrale della giornata della memoria sia il momento conclusivo di un percorso di approfondimento di tutto il mondo cattolico. E non una vacua vetrina da offrire alla politica su un piatto d´argento

martedì 6 novembre 2007

Lo straniero e il mafioso

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 06 NOVEMBRE 2007
Pagina X
Se i reati degli stranieri indignano più di Cosa nostra
FRANCESCO PALAZZO




Faceva impressione l´altro giorno sentire delle persone, intervistate ad Alcamo, ma può accadere ovunque, che si dichiaravano contro lo «straniero», possibilmente dell´Est, perché si sono verificati brutti episodi di aggressioni in ville, ancora peraltro non chiariti in quanto ai responsabili. Dopo il tragico e luttuoso fatto di Roma che ha visto protagonista il rumeno che ha brutalmente causato la morte di una donna, si cavalca la tigre. Ed ecco che anche in Sicilia spunta la psicosi dello sconosciuto che può farti del male. Porgendo distrattamente l´orecchio al bar o al supermercato, capita di sentire lamentele: dovrebbero andarsene tutti da dove sono venuti, tuonava una signora domenica mattina inzuppando la brioche nel latte macchiato. Ma lei ha subito aggressioni, fa il barista. No, risponde, ma ho paura. Paura dell´ignoto. A Palermo, ad Alcamo, a Catania, in Sicilia. Si teme lo straniero, colui che può fare del male, pure se non ti ha mai tolto un pelo. Anche se sono altri i soggetti da temere. C´è la mafia che tiene sotto controllo il territorio siciliano, paese per paese, città per città, via per via. Che controlla l´economia, apre negozi e centri commerciali, distribuisce sotto le nostre case persino i posteggiatori abusivi. In alcuni luoghi, addirittura per comprarsi una casa bisogna chiedere il permesso. Non al rumeno, ma alla cosca locale. Non parliamo poi se devi aprire un qualsiasi esercizio commerciale. E anche se hai già un appartamento tuo e non vuoi entrare nel mondo del commercio, puoi verificare senza problemi nel territorio la presenza dei mafiosi e dei loro consistenti interessi economici. Ammesso che non ti vada di passeggiare e te ne voglia stare a casa, ecco che vieni informato dell´ultimo omicidio mafioso, avvenuto a Borgetto. Vi pare normale che nessuno in questi casi si senta preoccupato per la propria incolumità o per quella dei propri familiari, quando si uccide in pieno giorno? Come del resto accaduto il 17 ottobre al Cep, un quartiere palermitano. Evidentemente tutto questo viene percepito dal ventre molle del nostro popolo, lasciamo perdere per un attimo la borghesia mafiosa, come una presenza rassicurante, un punto di riferimento esistenziale che non lambisce il senso di sicurezza, anzi, quasi lo rafforza. Sapere che in giro, per venticinque anni o quaranta, vi sono terribili criminali mafiosi, l´ultimo della serie catturato ieri, non indispone più di tanto. Piuttosto, in molti casi, scatta una sorta di protezione. Andate in qualsiasi paese della Sicilia e fate qualche domanda sui mafiosi che comandano e sui loro referenti politici. Vedrete che il volto pieno di paura irrazionale nei confronti dello straniero si trasformerà in un sorriso da sfinge. Signor mio, ma quale mafia, ormai è solo delinquenza, una volta sì che erano uomini d´onore e d´ordine. Risposte di un tempo passato? Se la pensate così andate a leggervi alcune risposte delle interviste fatte ad alcuni preti palermitani. Sono contenute nel libro "Le sagrestie di cosa nostra", in commercio da qualche mese (Newton Compton Editore autore Vincenzo Ceruso). Oppure ponete attenzione alle dichiarazioni di qualche sindaco siciliano, che ritiene la delinquenza immigrata il più grande problema della nazione e, quindi, siciliano. Insomma, nascere e abitare in una regione, di fatto, a sovranità limitata per la presenza diffusa del potere mafioso, nei cui confronti non pochi esponenti di partiti e istituzioni si mostrano più che vicini, è qualcosa che permette di vivacchiare tranquilli a tantissimi siciliani e siciliane, che sono molti più di quanti immaginiamo. La quiete non è scossa nemmeno, ed è accaduto pochi mesi fa alla Noce, per un uomo crivellato di colpi, sempre alle nove di mattina, appena uscito da un commissariato di pubblica sicurezza. La Noce è un altro quartiere popoloso e popolare di Palermo, quasi al centro cittadino del quinto comune italiano. Se qualcuno, però, rubasse in quel rione in un appartamento, e si facesse sfuggire, scappando, qualche parola straniera, ecco che le invettive contro la delinquenza feroce degli stranieri non si conterebbero più. Tutti pronti a farsi intervistare. Forse si attiverebbero delle ronde notturne. Non c´è dubbio che qualcuno punterebbe sulla mafia. Per ristabilire l´ordine e riguadagnare, finalmente, la tranquillità.

domenica 4 novembre 2007

Il calcio a Palermo: la massa e il singolo

Le dichiarazioni di fuoco del rosanero Barzagli, in seguito ai fischi e alle contestazioni durante e dopo la partita con il Parma, erano diventate un incidente diplomatico. Ora il calciatore ritira i toni e i modi ma conferma la sostanza. La tifoseria palermitana si sentiva ferita. La cosa, insomma, era seria. Non solo giocano male, sostenevano i molto competenti tifosi, ma pure reagiscono ai fischi e alle male parole che giungono dalle curve, dalla gradinata e dalla tribuna. E chi si credono di essere! Chi paga ha sempre ragione, ecco il punto filosofico della questione. E’ la stessa massima che sino a qualche tempo addietro si poteva leggere in certi negozi. Il cliente ha sempre ragione. Basta pagare e si può dire, fare e pretendere di tutto. Se è il caso, se la misura è colma, anche mettere a ferro e fuoco uno stadio. E successo, succede, accadrà di nuovo. Del resto, se uno paga avrà pur diritto a sfogarsi nell’arena. D’altra parte, urlare insieme alla folla indistinta e irresponsabile, cosa costa? Si può facilmente tirare, più o meno metaforicamente, il sasso e ritirare la mano. Senza essere legati ad un minimo di coerenza. La domenica la squadra si porta alle stelle, il mercoledì è pezza di piedi, da oggi pomeriggio vedremo. Da tale posizione d’estrema forza tutto appare giustificato. Quindi viene considerato il massimo della civiltà, per esempio, dire cornuto all’arbitro. Chi lo fa conigliescamente, immerso e coperto dalla massa, dovrebbe però avere il coraggio di recarsi dal suddetto e comunicargli personalmente la pietosa situazione che lo riguarda circa le sue estremità. Così com’è ritenuto dalla tifoseria normale, sportivo, sommergere di fischi la formazione avversaria quando viene annunciata, o accogliere l’altra squadra con insulti di straordinaria quanto gratuita gravità. Fa anche parte del quadretto “ospitare” i tifosi nemici in una gabbia, sorvegliata a vista, altrimenti chissà cosa accade. Va bene tutto, tanto si paga. Per la cronaca, quasi tutti i tifosi palermitani pagano, oltre il biglietto, anche i posteggiatori abusivi per farsi “custodire” auto e motori. In questo caso però lo fanno a capo chino, senza fischiare chi estorce loro del denaro. Dovrebbero vedersela di persona, senza l’ausilio e il sostegno del gruppo. Allora le aspettative del tifoso tipo calano bruscamente. Meglio trasferire il malcontento dentro lo stadio, tanto nessuno dei protagonisti in campo replica, tranne qualche mugugno tra le righe. Stavolta è andata diversamente, anche con le scuse di venerdì. Il capitano del Palermo ha deciso, e ciò gli fa onore, di metterci la faccia. Non si è nascosto dietro il dito o in mezzo alla curva, non ha usato mezze parole e quelle che ha utilizzato non comprendono nessuno degli epiteti compresi nell’elegante e aristocratica miscellanea tifosesca, che qui non stiamo ad elencare perché ci vorrebbe un saggio che si dovrebbe vietare ai minori. Il messaggio che ha lanciato è il seguente: cercate di darvi una regolata perché il Palermo non è l’Inter, la Juve o la Roma, ma una compagine di mezza classifica che, viste le forze attualmente presenti in serie a, può aspirare ad un onesto piazzamento in zona uefa. Fascia dentro la quale sostanzialmente bazzica, insieme al blasonato Milan. Inoltre. Si afferma che la squadra è senza gioco? Ma i quattordici punti sinora accumulati, non proprio pochi vista le difficoltà del campionato in corso, non stanno a dimostrare che non è così? Tuttavia, al di là delle interpretazioni su ciò che ha dichiarato il capitano e delle valutazioni tecniche, sulle quali, com’è noto, tutti in Italia ci esercitiamo come oracoli, c’interessa sottolineare quanto detto in precedenza. Ossia il coraggio del singolo che afferma il proprio pensiero, scusandosi soltanto per le modalità espressive, contro una moltitudine senza volto. Che, nella stragrande maggioranza, si reca allo stadio non per godersi serenamente uno spettacolo, sia che si vinca sia che si perda. Ma per ululare dagli spalti senza essere (quasi) mai chiamata a rispondere di nulla. Francesco Palazzo

mercoledì 24 ottobre 2007

La lezione del Pastore Valdese Pietro Valdo Panascia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 24 OTTOBRE 2007

Pagina I

IL DIBATTITO

Il ruolo della Chiesa sul fronte antimafia

FRANCESCO PALAZZO

Chissà che impatto potrebbe avere un manifesto contro la mafia se l´autore fosse non un partito o un´associazione, ma la chiesa cattolica. Ci sono gesti che segnano le persone, la vita di una comunità, e entrano dritti nella storia. Il pastore valdese Pietro Valdo Panascia, morto a 97 anni sabato scorso, è per esempio una figura che rimarrà nella storia siciliana perché il 7 luglio 1963 scrisse stampò e divulgò sui muri di Palermo un appello contro la violenza mafiosa. Che una settimana prima, il 30 giugno, si era manifestata in tutta la sua violenza con la strage di Ciaculli. A rileggerle, quelle poche righe conservano tutta la forza di allora. Soprattutto quando invitano le autorità civili e religiose a prendere opportune iniziative per prevenire ogni forma di delitto. L´appello si concludeva con un non uccidere, richiamo alla legge divina, al codice penale e all´umanità di tutti. Sono trascorsi più di quarantaquattro anni. Quel manifesto, che dall´allora cardinale Ernesto Ruffini fu considerato poca cosa, tanto da rispondere stizzito persino alla Santa Sede, che gli chiedeva se per caso anche lui non potesse prendere una simile iniziativa, è rimasto uno stimolo che la chiesa palermitana e siciliana non ha saputo cogliere per intero. Anche nel dopo Ruffini. Dopo la stagione di Salvatore Pappalardo, la morte di don Pino Puglisi, l´impegno di tanti sacerdoti e laici, potrebbe sembrare un´affermazione infondata. Quando, tuttavia, la chiesa siciliana si è mossa coralmente ed efficacemente contro la mafia come allora fece la chiesa valdese? La lotta al potere mafioso è fatta pure d´iniziative simboliche. Da sole non bastano, d´accordo. Immaginate, però, se entrando in tutte le chiese cattoliche, che sono infinitamente di più dei luoghi di culto valdesi, i fedeli si trovassero di fronte a un messaggio, semplice ed esplicito, contro le cosche. Non solo intese come criminalità presente e visibile sul territorio, ma anche declinate nelle forme che esse assumono nei legami con la politica e l´economia. Non mettiamo in dubbio e non sottovalutiamo i documenti che la Conferenza episcopale siciliana ha licenziato sull´argomento negli ultimi anni. Sono certamente importanti e pieni di spunti. Ma quanti li hanno letti, a parte la ristretta cerchia di teologi, critici e commentatori? Pochi, senza dubbio. Nelle chiese non sono arrivati neanche per sbaglio, figuriamoci se c´è stato dibattito su di essi nelle assemblee parrocchiali. I mezzi comunicativi più diretti sono meglio accessibili alla stragrande maggioranza dei fedeli, i quali, non ce ne vogliano i vescovi, forse neanche sanno cosa è e se esiste la Conferenza episcopale regionale. Giusto alcune settimane addietro Rosario Giuè, dalle pagine di Repubblica Palermo, avanzava una proposta e si poneva un interrogativo. Si chiedeva perché nelle chiese si fanno raccolte domenicali per tutte le sacrosante cause e non si pensa anche a promuoverne qualcuna i cui proventi siano destinati, a esempio, ai commercianti che si ribellano al racket delle estorsioni. Non sappiamo se la proposta sia caduta nel vuoto. Quanti dotti documenti varrebbe un´iniziativa di questo tipo? Qualcuno non entrerebbe più in chiesa? E non sarebbe, quello, un segno che si è sulla strada giusta? Se avesse voluto riempire il tempio valdese di folle, il compianto Pietro Valdo Panascia si sarebbe disinteressato, insieme alla sua comunità di fede, al sangue che in quel momento scorreva a Palermo. Invece se la pensò nel senso che sappiamo e che ancora oggi ricordiamo. Forse per la chiesa cattolica siciliana è giunto il tempo, non fosse altro che per onorare la memoria di un grande uomo, di colmare quel ritardo e rispondere a quel documento pubblico, che il tempo trascorso non ha mandato per niente in archivio, facendone affiggere, finalmente, uno simile e aggiornato ai fatti di oggi su tutti i portoni delle parrocchie e sui muri delle città.

lunedì 22 ottobre 2007

Contratto Impiegati Regionali

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 20 OTTOBRE 2007
Pagina I
L´ANALISI
Contratto dei regionali la rivoluzione impossibile
FRANCESCO PALAZZO





Si riapre per i dipendenti regionali la battaglia per il rinnovo del contratto. In genere il governo si muove in ritardo, in questo caso siamo alla soglia dei due anni dalla scadenza. L´esercito dei 12.500 dipendenti strutturati, più i 2.500 degli enti collegati, più i 5 mila precari stabilizzati, fanno la bella somma di 20 mila persone. Spesso si è paragonato tale numero a quello di regioni simili alla nostra per estensione e popolazione, dove gli impiegati sono molti di meno. In Lombardia gli impiegati non sono più di tremila. Si dice, a giustificazione, che essendo la Sicilia a statuto speciale, molte delle funzioni che nelle regioni «normali» sono svolte dallo Stato, da noi le assicura la Regione. Per questo motivo c´è bisogno di tanti impiegati. La scusante tiene sino a un certo punto e comunque non giustifica una cifra così alta. Alla quale, se aggiungiamo i 2.150 dirigenti (in Lombardia sono 213), uno ogni sei-sette dipendenti - anche questo un record mondiale - ci rendiamo immediatamente conto di cosa esattamente si dovrebbe intendere quando si parla di costi della politica. Perché è chiaro che dalla nascita dell´istituto autonomistico a oggi, il grande calderone degli uffici regionali è servito anche da ammortizzatore sociale, pozzo senza fondo per clientelismi vari, fattore d´innalzamento sostanzioso del reddito regionale pro capite. La Regione nel corso dei decenni si è trasformata in un mega stipendificio. Tutto ciò ha fatto aumentare a dismisura la spesa, senza peraltro che la Regione si sia mai dotata di strumenti di verifica veri, sia per il comparto sia per la dirigenza. Per carità, la carta viaggia in dimensioni stratosferiche, tutte le dimensioni lavorative sono percentualizzate con precisione svizzera. Ma i controlli di carta sono atti meramente formali, in cui ognuno si compiace del proprio lavoro, giudicando di fatto se stesso. In realtà, lo sappiamo sin troppo bene, negli uffici regionali chi vuole lavorare può accomodarsi, chi non intende muovere un muscolo o attivare un neurone può accomodarsi lo stesso. C´è spazio per tutti e per tutto. Coloro che fanno il proprio dovere, non di rado in misura maggiore di quanto sarebbe richiesto, non sono pochi. Vi sono collaboratori, contrattisti, borsisti, istruttori, funzionari e dirigenti che danno tanto. A volere essere onesti, si dovrebbe tuttavia ammettere che con la metà del personale, quindi con 11 mila impiegati compresi i dirigenti, si potrebbe lo stesso far marciare la macchina regionale. In fondo gli addetti sarebbero ancora quasi il quadruplo di quelli della Lombardia. È scomodo dirlo, nessun sindacato, rivoluzionario o integrato nel sistema, lo ammetterà mai. E anche quando qualche coraggioso lo ammettesse, lo stato dell´arte non si modificherebbe di un pelo. L´operazione più saggia sarebbe quella di chiamare a raccolta sindacati, partiti, impiegati e amministrazione affinché si possa iniziare un nuovo corso. Non parliamo di quei contratti giuridici in cui c´è tutto e poi non cambia niente, come accaduto negli ultimi anni. Ma di una vera e propria rivoluzione copernicana all´interno dell´amministrazione. Dove finalmente contino i meriti, ci siano controlli, si possa pervenire a effettivi avanzamenti di carriera, non dati a pioggia o perché spetta di diritto - non esiste un diritto alla carriera - ma per la ragione che il singolo ha prodotto molto e lo ha fatto con un alto livello qualitativo e professionale. Che motivazioni può avere un dipendente se vede coloro che fanno pochissimo prendere lo stesso stipendio scaricandosi, peraltro, da qualsiasi responsabilità? Oggi un funzionario o un dirigente che si impegnano godono di una considerazione e un trattamento identici a quelli di coloro che non si spendono molto. Non parliamo di bazzecole, non è una questione irrilevante. Non siamo di fronte a una piccola azienda familiare. Un corretto e virtuoso funzionamento della macchina regionale è la condizione, necessaria e sufficiente, perché si possano introdurre, nel vivo del tessuto connettivo isolano, elementi profondi di cambiamento. In questo senso i sindacati storici per primi, Cgil Cisl e Uil, e quelli nati dopo, insieme ai partiti siciliani, a cominciare dal neonato Partito democratico, dovrebbero capire che questa è una frontiera prioritaria per la Sicilia. Che non è più tempo di difendere l´indifendibile. A essere sinceri, temiamo che da tutte le parti in commedia, per vari motivi, non ci sia l´interesse a scoperchiare il pentolone. E così si va avanti, da un contratto a quello successivo e da un ritardo all´altro. Fino a quando il sistema garantirà ogni appetito si proseguirà così. Ma un giorno, e forse è già successo guardando le magre finanze regionali, la campana suonerà un po´ per tutti.