sabato 28 marzo 2009

Palermo: dagli zingari un esempio per riflettere

CENTONOVE
27 3 2009
Pag. 47
A LEZIONE DAI NOMADI
Francesco Palazzo

Quanti genitori palermitani, sapendo che un loro figlio si è reso protagonista di un atto violento, si presenterebbero alle forze dell’ordine consegnando il colpevole? Certo non molti, visto che ormai i pargoli sono difesi da tutto, a scuola come nella vita. E non solo quando hanno ragione, ma soprattutto quando hanno torto spacciato. Nel rispetto del vecchio adagio siciliano, “difenni u tuo o tortu o rittu”, per i continentali “difendi sempre ciò che ti appartiene, nel torto e nella ragione”. Detto nobilitato patriotticamente dagli inglesi con la frase “right or wrong it’s my country”, giusto o sbagliato è il mio paese, I nomadi palermitani, che vivono a due passi dallo stadio, hanno seguito un ragionamento diverso. Sia dalla cultura siciliana che da quella anglosassone. Alcune settimane addietro, tre giovani minorenni di quella comunità hanno aggredito e derubato una ragazza e un ragazzo palermitani alla fermata dell’autobus, nei pressi dello stadio delle palme. Attendevano il mezzo pubblico per tornarsene a casa dopo una rilassante oretta di corsa. Dopo che la notizia è diventata di dominio pubblico, con grande evidenza su diversi mezzi d’informazione, invece di girare le spalle dall’altra parte, due rappresentanti dei gruppi, cattolico e musulmano, e già tale integrazione meriterebbe un discorso a parte, hanno indagato e individuato i responsabili. Consegnando loro, accompagnati dai genitori, e la refurtiva, un giubbotto, un paio di scarpe, un cellulare e un orologio, alla polizia. Intanto, due notazioni a pelle. Se fosse accaduto il contrario, cioè se due minorenni palermitani si fossero resi protagonisti di un simile fatto, la cosa sarebbe finita sui giornali con questa rilevanza? Forse due righe tra le brevi. E poi. Siamo sicuri che dei genitori siculi, una volta venuti a conoscenza del misfatto, si sarebbero presentati alle forze dell’ordine con i colpevoli in lacrime e la refurtiva? Oppure avrebbero protetto omertosamente i rampolli, per evitare la vergogna e non macchiare il futuro dei figli? Difficile ritenere che sarebbe andata diversamente. Ogni giorno leggiamo di reati commessi da giovani siciliani. Mai registriamo questo comportamento collaborativo delle famiglie. Se si viene colti sul fatto, si paga mettendo in mezzo i migliori avvocati. Se si può sfuggire alla legge, lo si fa senza problema alcuno. Detto ciò, c’è poi da svolgere una riflessione più larga. Difendere il tuo, nel senso della tua famiglia, della tua comunità cittadina, regionale o nazionale, è un meccanismo che probabilmente sorge spontaneo, almeno quando il sangue è ancora caldo. E ciò vale anche per coloro che fanno parte di una maggioranza connotata dalle stesse radici culturali, storiche e sociali, i quali, dunque, giocano in casa. A maggior ragione, quindi, questi meccanismi di protezione sono ancora più forti nelle etnie che vivono in luoghi molto distanti da quelli di provenienza. Proprio perché largamente minoritarie rispetto al resto della popolazione locale e indubitabilmente isolate, culturalmente e socialmente. Invece, in questo caso, si è avuta una smentita. E proprio dalla parte da cui meno c’era da attenderselo. Di fronte a così gravi reati, pare, infatti, che non ci siano state solo la rapina e l’aggressione, ma che si siano consumati pure un palpeggiamento e un ricatto sessuale nei confronti della giovane palermitana, che possono comportare conseguenze giudiziarie pesantissime per i tre giovani nomadi, una sparuta minoranza non fa quello che poteva apparire più naturale in terra di mafia. Non solo le due famiglie dei tre ragazzi non hanno coperto i propri nuclei familiari. E già questo sarebbe troppo anche per noi. Ma non c’è stata neppure la tutela di un’intera etnia, residente in un paese straniero spesso ostile verso i nomadi. Il gruppo in questione ha assunto, quanto accaduto, non come un fatto privato riguardante, in fondo, le due famiglie interessate dalla vicenda. Ma come una circostanza verso la quale collettivamente provare vergogna, sentirsi feriti e chiedere scusa pubblicamente. C’è materiale in abbondanza per riflettere.

mercoledì 25 marzo 2009

Film sulla mafia: forma e sostanza


LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 25 MARZO 2009

Pagina XVII
Troppe critiche ai film sulla lotta alla mafia

Spesso per gli esperti o i familiari delle vittime il prodotto artistico non corrisponde alle attese. Ma per il grande pubblico il messaggio è quasi sempre efficace
Francesco Palazzo


La storia siciliana recente si è arricchita nel tempo di una particolare casistica, ormai talmente nutrita che potrebbe uscirne fuori qualche densa pubblicazione. Mi riferisco all´impallinamento sistematico dei registi che provano a portare sugli schermi, cinematografici o televisivi, vicende di mafia e antimafia. È ovvio che per quanti hanno conosciuto da vicino le storie - i familiari delle vittime, gli esperti che sanno pure le virgole della storia di Cosa nostra - difficilmente un prodotto artistico può corrispondere alle attese. Ci saranno sempre dei particolari, più o meno evidenti, che scontenteranno. Così come è naturale che non tutte le ricostruzioni siano qualitativamente di buon livello. Ma non è questo il punto, tutto può e deve essere sottoposto al vaglio critico. Bisogna però rendersi conto di quale prodotto artistico ci si trova davanti e quali sono le sue necessarie coordinate. Intanto c´è il bisogno di divulgare e far comprendere contenuti sconosciuti ai più e conosciuti solo da pochissimi. Non è un´operazione semplice. In quest´ottica, a esempio, ciò che può apparire essenziale a un familiare o a uno studioso, non lo è ai fini di una comunicazione generalista. Che deve raggiungere tutti e svolgersi secondo schemi che non possono essere quelli di un saggio storico o di un ragionamento tra esperti. In secondo luogo, si deve tenere presente che ogni ricostruzione portata sul grande o piccolo schermo è sempre una libera interpretazione. All´interno della quale elementi veri si mischiano a invenzioni oppure a esagerazioni di determinate circostanze che magari, quando i fatti si verificarono, si svolsero in maniera leggermente o profondamente diversa. Del resto, se provassimo ad andare, per fare un esempio, a Brancaccio e chiedessimo di padre Puglisi a quanti l´hanno conosciuto, otterremmo un insieme di impressioni davvero molto diverse le une dalle altre. Qual è il vero Puglisi? Ognuno ne metterà in rilievo un tratto. La stessa cosa, perché meravigliarsene, hanno fatto e faranno i registi, gli sceneggiatori, gli attori che hanno voluto e che vorranno rappresentare la storia di don Pino. C´è anche da considerare un terzo aspetto, ossia l´esigenza di brevità. Raccontare fedelmente diversi decenni di storia o complesse biografie, lo si può fare solo nei libri. E anche in questo caso, lo sappiamo bene, ci vogliono più volumi, diversi autori e tanto tempo affinché si abbia una ricostruzione che tende alla completezza. Tutte queste cose ho pensato dopo aver visto "La siciliana ribelle", il film liberamente ispirato alla storia di Rita Atria che il regista Marco Amenta ha portato nelle sale. Le ho pensate dopo, perché prima mi ero invece avvicinato alla visione del film negativamente condizionato dalle polemiche che hanno accompagnato l´opera cinematografica. Man mano che scorrevano le immagini e i dialoghi, cercavo conferma alle impressioni non positive e ai pregiudizi che avevo. Tuttavia, devo dire che alla fine si assiste a una narrazione senza fronzoli e senza retorica. Un racconto abbastanza asciutto. Che, a mio modo di vedere, anche se non sono un profondo conoscitore della vita di Rita Atria, e quindi corrispondo allo spettatore medio, cui sono dirette in primo luogo tali opere, veicola bene l´immagine e l´impegno di una ragazza coraggiosa che ha voluto lottare la mafia staccandosi dalla propria famiglia di sangue. Con, ben rappresentate, tutte le sofferenze e i drammi, vedi la vicenda di Peppino Impastato, che una tale scelta comporta. Questo è il messaggio che doveva passare. Penso che il film sia riuscito a comunicare quanto necessario per far capire quanto è assurda la vita dei mafiosi e quanto può essere dirompente il volto pulito di una ragazza che decide di rompere, per sempre, la catena della violenza. Ritengo che il grande pubblico, più attento alla sostanza delle cose e che sa di guardare un´interpretazione personale, come lo è qualsiasi opera artistica, sia sempre in grado di afferrare il nocciolo delle storie, andando oltre i dettagli e non perdendo di vista l´orizzonte complessivo.

lunedì 9 marzo 2009

Palermo: se non si sa rinunciare ai pass


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 08 MARZO 2009

Pagina XVII
Il centrosinistra alla prova dei pass
Francesco Palazzo



Ricorderete il film di Moretti in cui il protagonista grida a uno dei due ospiti televisivi di dire qualcosa di sinistra. In alternativa, almeno qualcosa. Ebbene, guardando qualche giorno addietro un titolo del nostro giornale, "Pd e Idv rifiutano il pass per i vip", avevo frettolosamente concluso che sulla questione permessi automobilistici al Comune di Palermo, qualcuno finalmente stesse dicendo qualcosa. E pure di sinistra. O di centrosinistra. Oppure, se lo schema vi sembra ormai sepolto, una semplice frase di civiltà sostanziale. Un buon motivo per iniziare come si deve la giornata. Tra macchine già in terza fila davanti alle scuole, dove i genitori sentono il bisogno di fermare il mondo per accompagnare i propri pargoli, e sull´uscio dei bar più rinomati del centro. Perché prendere il caffè senza, contemporaneamente, osservare il proprio bolide, non è proprio cosa che si può chiedere a un palermitano. In questo quadro, quel titolo letto di sfuggita senza guardare il contenuto, era dunque motivo di una piccola soddisfazione. Ecco, pensavo, alcuni del Palazzo che si rendono conto che è ora di finirla con la visione di una città che sopravvive ragionando per categorie o tribù. Niente di eccezionale, intendiamoci. Tuttavia, in tempo di vacche magre, soprattutto a sinistra, o centrosinistra se non si vuole esagerare, ci si deve accontentare. Leggendo l´articolo però mi sono reso conto che le cose stavano diversamente. I consiglieri comunali del Pd e Italia dei Valori, rifiutano sì i pass messi a disposizione dall´amministrazione. Ma non perché, come mi illudevo, intendano vivere la vita e le difficoltà dei comuni cittadini. Il problema è un altro. Prima di prendere i cartoncini, invocano un regolamento sulla materia. Il quale, statene certi, impegnerà in estenuanti dibattiti e sedute fiume un consiglio comunale per tanti versi, e per tante e impellenti questioni di massima importanza, inconcludente. Addirittura c´è chi, sempre nel centrosinistra, dichiara che deve consultarsi con il proprio gruppo prima di decidere se ritirare i pass. Come se stessimo parlando di testamento biologico o di modifiche costituzionali. Di tematiche, insomma, che presuppongono il massimo della concertazione e della condivisione politica. Chiediamo. Ci vuole proprio tanto per rinunciare completamente, senza condizione alcuna, a questi benedetti pass? Non è su simili argomenti, molto sentiti dalle persone che non hanno alcun beneficio, ossia quasi tutti, che si dovrebbe cominciare a impostare un tentativo per tornare a competere con il centrodestra alle prossime, forse non lontane, elezioni amministrative? Avanzo una proposta per i nostri consiglieri d´opposizione. Invece di reclamare regolamenti o attendere riunioni di gruppi consiliari, prendano questi pass e li restituiscano all´amministrazione durante una conferenza stampa. Poi vadano, sempre con telecamere e giornalisti appresso, agli sportelli dell´Amat, facciano tutti insieme la coda, e si paghino di tasca loro, tanto se lo possono permettere, un bell´abbonamento per tutte le linee. Salgano e scendano dagli autobus durante i loro spostamenti istituzionali, al centro come in periferia. Parlino con le persone, spieghino la loro trasparente scelta di civiltà e si risintonizzino con le diverse anime della città. Sarebbe un comportamento più fruttuoso e comprensibile di mille assemblee e di tanti inutili regolamenti. I quali ultimi, spesso, servono soltanto a cambiare la forma dei soprusi, confermando la sostanza delle cose.

giovedì 5 marzo 2009

Restituzione soldi all'ARS


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 05 MARZO 2009

Pagina I
La storia
Sprechi dell´Ars a colpi di "gettone"
FRANCESCO PALAZZO




Chi rinuncerebbe a 7.386,22 euro già depositati, comodi comodi, nel proprio conto? Non molti. Lo vuole fare Roberto Tagliavia, funzionario del gruppo parlamentare Pd all´Assemblea regionale. Palazzo dei Normanni gli ha accreditato la somma. Che corrisponde, sostiene Tagliavia, alla sua presenza alle riunioni del comitato per la valutazione degli eventi celebrativi il 60° anniversario dell´Assemblea, caduto nel 2007. Il punto è che la partecipazione al comitato doveva essere a titolo gratuito: come venne spiegato - rammenta Tagliavia - durante la seconda e terza riunione. Era previsto, sottolinea, solo un rimborso spese per quei soggetti che provenivano da fuori città. Siccome per lui, lavorando all´Ars, l´unico sforzo era di prendere l´ascensore, gli appariva scontato che la sua partecipazione fosse da considerare a titolo gratuito. Finite le celebrazioni, cominciò a giungergli voce che ci sarebbero stati compensi per il lavoro svolto. Confessa che una prima sollecitazione degli uffici per avere i suoi dati, gli sembrò un caso d´inerzia burocratica, ossia una mera verifica per capire chi avesse diritto al rimborso spese. Ma, un bel giorno, la richiesta di codice fiscale e coordinate bancarie si fece più stringente. Sino al punto in cui si trovò a compilare un modulo dove scrivere la cifra da chiedere. Perché chiedere, si domandò. Se l´Ars, cambiando opinione, aveva deciso di retribuire la consulenza, doveva stabilire essa stessa la quantità dovuta. A quel punto c´erano due alternative: o rinunziare, strappando il modulo di richiesta, oppure andare a vedere come sarebbe finita. Rimaneva un solo dilemma. Che cifra inserire? Gli fecero sapere che la richiesta doveva essere di diecimila euro. Nel frattempo, dopo le ultime elezioni del 2008, fu deciso che nessuna iniziativa programmata per il 60° anniversario dell´Ars,non ancora realizzata, poteva accedere a finanziamento. A quel punto, vista la stretta in corso, riteneva impossibile qualsiasi pagamento per quella consulenza, che del resto a lui non interessava proprio. Passato il 2008 Tagliavia pensava che quella strana vicenda fosse stata archiviata per sempre. Non è così. A gennaio l´ufficio amministrativo gli ha chiesto nuovamente il codice fiscale per completare la pratica. La procedura di pagamento era nella sua fase finale. Infatti, nell´estratto conto arrivato a metà febbraio, la cifra di diecimila euro, tolte le detrazioni, già era già sul conto, aumentando la sua disponibilità economica di euro 7.386,22, quale compenso per «lavoro occasionale». Sin qui la storia vissuta e raccontata da Roberto Tagliavia. È bene aggiungere che gli uffici liquidatori e chi ha preventivamente autorizzato la spesa, hanno certamente agito sulla base di pezze d´appoggio ineccepibili. Resta da capire perché ai componenti della commissione, durante i lavori e per ben due volte, era stata specificata la totale volontarietà del loro incarico. Se si trattò di un´informazione inesatta o se si verificò, e perché, un cambiamento in corso d´opera. Poiché, comunque, Tagliavia è rimasto nell´ottica della pura gratuità, si è chiesto, in un primo momento in privato, come utilizzare quei soldi. All´inizio l´unica cosa saggia gli era sembrata quella di tacere, tenere la retribuzione e spenderla per rafforzare la politica virtuosa che vorrebbe si realizzasse in Sicilia. Tuttavia, guardandosi intorno, e non vedendo come tradurre in un´iniziativa di qualche utilità questa piccola-grande cifra, ha deciso di donare pubblicamente il suo compenso. O sostenendo un caso d´indigenza, uno dei tantissimi, particolarmente evidente. Oppure, meglio ancora, contribuendo a far emergere una risorsa umana siciliana capace e preparata. Una tra le tante. Schiacciate da malgoverni, negligenze e sprechi d´ogni tipo.

mercoledì 25 febbraio 2009

Le due chiese



LA REPUBBLICA PALERMO MERCOLEDÌ 25 FEBBRAIO 2009

Pagina XVII
CHIESA E DEMOCRAZIA UN NODO IRRISOLTO
FRANCESCO PALAZZO





Quando si parla di Chiesa cattolica siciliana, ma il discorso vale per l´intero Paese, ci si presentano davanti diversi scenari. Spesso del tutto dissimili tra loro. Tanto che ci si potrebbe chiedere come fanno a convivere sotto lo stesso tetto. Noi dobbiamo capire quali aspetti sono maggioritari e quali rispecchiano percorsi di minoranze. Prendiamo due esempi. Il primo è un insieme di casi ascoltati o visti negli ultimi mesi. Durante un pranzo, una commensale riferiva di un parroco della provincia di Palermo che si è rifiutato categoricamente di battezzare una bimba. I genitori, anziché protestare pubblicamente, hanno alzato i tacchi e hanno risolto in città il loro problema. Cosa aveva la piccola che non andava? Apparteneva, per caso, a una famiglia mafiosa o era la rampolla di una dinastia di politici corrotti del luogo? Niente di tutto questo. Quando mai la Chiesa ha rifiutato, per simili motivi, la celebrazione di un sacramento? Il motivo del diniego è più banale. I genitori avevano deciso di darle un nome non gradito al ministro di Dio in questione. Negare il nome è come disconoscere l´identità, la vita stessa, di un essere umano. È più grave scoprire le abitudini sessuali di un sacerdote, oppure questo atteggiamento violento? Fate voi. Sempre in provincia, prima dell´«andate in pace», un parroco ha avvertito, paonazzo, che per quella volta, a quella ragazza vestita in modo per lui succinto, aveva dato la comunione. Ma, che lo si dicesse ai familiari, la prossima volta avrebbe opposto un rifiuto. Quest´episodio fa il paio con una scritta letta nella cappella del cimitero dei Rotoli: «È vietato accostarsi all´eucaristia con il ventre scoperto e altri indumenti indecorosi». Un altro sacerdote bolla il tesserino ai ragazzi e alle ragazze che si presentano, a quanto pare non con molta voglia se c´è bisogno del timbro, alla messa domenicale. Inoltre ci sono donne, e qui passiamo all´ultimo caso, che se vanno in chiesa da sole, senza il marito d´ordinanza, sono additate, senza giri di parole, come vedove direttamente dall´altare. Di preti come questi, che agiscono indisturbati, sia dalla gerarchia sia dal popolo dei fedeli, quanti ce ne sono nella Chiesa? Non pochi, da quel che sentiamo. La casistica potrebbe ampliarsi. Così come sono tanti coloro che concepiscono il loro ruolo di cattolici praticanti come quello di semplici esecutori di ammonimenti provenienti dall´altare. La gerarchia diocesana lo sa bene e infatti, quando si tratta di sostituire i parroci, ed è cronaca di questi giorni, non fa pesare più di tanto il parere delle comunità cristiane. Veniamo al secondo esempio e a un´altra tipologia di Chiesa. Le cronache ci informano che nella rettoria di San Francesco Saverio, all´Albergheria, si è svolto recentemente, dopo la drammatica vicenda di Eluana Englaro, un referendum sul testamento biologico. In passato era stato sottoposto ai fedeli quello sul celibato dei preti. Cosimo Scordato, il sacerdote-teologo che ha promosso assieme ad altri le due iniziative, ha sottolineato come sia giusto che su questi, come su altri argomenti delicati, anchenella Chiesa si svolga una libera discussione. La stessa cosa è avvenuta in un´altra parrocchia di Palermo. Non rimane che riagganciarci alla domanda iniziale. Quale percentuale della Chiesa attuale rappresentano i preti censori e i fedeli ubbidienti per timidezza e indifferenza? E quale spaccato quantitativo della stessa Chiesa è rappresentato dai sacerdoti democratici e dai credenti che vogliono potersi esprimersi su temi importanti e spinosi? Ognuno può dare la risposta che corrisponde alle proprie esperienze attuali e passate. Per parte nostra, ci pare che la Chiesa dei califfi e dei sudditi è oggi, e non sappiamo ancora per quanto tempo, ampiamente rappresentativa, accettata, ricercata e apprezzata. La Chiesa democratica, ovvero i luoghi dove si prova a dare dignità al dettato evangelico e a coloro che lo seguono, più o meno coerentemente, nelle loro vite, è ancora, oltre che largamente ininfluente sulle decisioni importanti della Chiesa stessa, abbondantemente minoritaria e riservata, non per sua colpa, veramente a pochissimi.

giovedì 19 febbraio 2009

Pass a Palermo, sommersi e salvati



LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2009

Pagina XV
LA INUTILE CORSA DEI POLITICI COL PASS
FRANCESCO PALAZZO



Dunque i pass automobilistici, come previsto, alla fine sono rispuntati. Consiglieri comunali, provinciali, deputati regionali e nazionali potranno quindi tornare a fregiarsi del prezioso cartoncino. Sono ancora in ansia i presidenti dei consigli di circoscrizione, fondamentali assi portanti della vita amministrativa e politica della città. Ovvero, a secondo dei punti di vista, consessi la cui inutilità politico-amministrativa è ben nota. Ma i cartoncini - è questione di tempo, si rilassino - spunteranno magicamente fuori anche per loro e per i vicepresidenti di tali non proprio imprescindibili organismi. E qui un´altra falla si apre. Perché, si chiederanno magari al Comune, non dare tali salvacondotti anche ai consiglieri di circoscrizione? Cosa hanno di meno? Niente, rispondiamo noi, non scherziamo con le cose importanti. È giusto, legittimo, costituzionale, che pure questi rappresentanti del popolo - appellativo che suona sempre bene - siano trattati alla stregua di tutti gli altri. Alla fine, questo primo plotoncino di salvati dalle grinfie del traffico, dalla tagliole delle corsie preferenziali e dal dramma umano di trovare posteggio, saranno circa quattrocento. Restano, al momento, sommersi e beffati, tanti altri. Siamo, tuttavia, sicuri che tra qualche tempo ci rioccuperemo di loro. Restiamo agli eletti e alle elette. La filosofia che sta dietro alla sconfessione delle linea dura, che in un primo momento era stata adottata dal sindaco, è abbastanza comprensibile. I tagliandi che permettono di scorrazzare in lungo e in largo sono un semplice strumento di lavoro. Come il bisturi per il chirurgo, il palcoscenico per l´attore, la cazzuola per il muratore, il pennello per il pittore, il fischietto per il posteggiatore abusivo e via dicendo. A nessuno verrebbe mai in mente di togliere lo strumento principale di lavoro a un professionista. Rischierebbe il malato in sala operatoria, non potremmo ammirare gli spettacoli teatrali, le nostre costruzioni verrebbero imperfette, così come i quadri. Non parliamo, poi, dei posteggiatori abusivi, se la cattiveria umana togliesse loro il fischietto. Potrebbe estinguersi un lavoro artigianale tramandato di generazione in generazione. Insomma, sono questioni serie, sulle quali c´è poco da scherzare. Anche se noi abbiamo finora scherzato. Resta solo da chiedersi, a volere discettare sull´impianto filosofico che regola i pass per gli amministratori pubblici, se davvero sia così essenziale all´attività politica correre, arrivare prima, posteggiare ovunque, transitare dappertutto. O se, invece, sia più necessario, per meglio amministrare le circoscrizioni, la città, la provincia, la regione, la nazione, studiare, capire, riflettere, osservare attentamente, con calma e ponderazione, prima di agire. A esempio: se invece di approvare, in maniera convulsa e scorretta, i provvedimenti sulle Ztl, i nostri amministratori cittadini si fossero fermati un attimo a leggersi meglio le carte, al posto di sfrecciare in qualche corsia preferenziale per andare chissà dove, non ci avrebbero risparmiato code, arrabbiature ed esborso inutile di pubblico denaro? Sarebbe andata esattamente così. E la stessa cosa si potrebbe affermare di quelle strisce gialle disegnate a Piazza Bellini, ottimamente pensate e realizzate per il posteggio a un tiro di schioppo di quanti occupano qualche scranno o poltrona presso Palazzo delle Aquile. Certamente è un provvedimento assunto di corsa, senza pensare cosa significa, storicamente e architettonicamente, quella bella piazza per Palermo. Per finire. Ci pare evidente che i veri strumenti di lavoro, per chi occupa una carica pubblica, siano la competenza, l´onestà, la capacità di realizzare quanto è meglio per tutta la collettività e non per il partito di appartenenza o la propria corrente di riferimento, la sobrietà e l´attenzione nello spendere i fondi pubblici, il non favorire gli amici ma quelli più bravi e preparati. Insomma, cose semplici. Che, purtroppo, non possono essere donate con un pass. Il quale può solo far correre l´eletto. Ma se non capisce il come e il perché della sua attività, che corre a fare?

sabato 7 febbraio 2009

Per un'antimafia matura, senza paure e senza censure


CENTONOVE

6 2 2009 - Pag. 46


Nel nome del padre


Francesco Palazzo



Ogni volta che un congiunto di un condannato per mafia si concede ai mezzi d’informazione, così come ha fatto la figlia di Riina, si registrano le repliche dei familiari di vittime della violenza mafiosa. Reazioni comprensibili e condivisibili, non stiamo qui a discutere, dovute e legittime. Ma che, secondo me, non colgono il senso dell’operazione che il giornalismo tenta, di volta in volta, di porre in essere. Chi prova a raccogliere notizie, deve solo farle parlare nella maniera più semplice e diretta. Non ci si deve aspettare che un cronista costringa con la forza uno stretto familiare di un capomafia, sulla cui testa gravano ormai più ergastoli, sanciti dai tre gradi di giudizio, e che non ha mai mostrato segni di ravvedimento, a pronunciare parole di condanna verso il congiunto. Il compito del giornalismo, in casi come questo, non è quello di imporre i propri schemi ideologici o morali, realizzando servizi addomesticati. Non è, il giornalista, il vendicatore di nessuno. Non è neppure il portavoce della rabbia che cova nella società contro l’arroganza sanguinaria e finanziaria delle mafie. Si pongono domande e si ottengono risposte, silenzi, mezze verità, bugie. Questo è tutto. Quello che esce fuori da questa interazione si mostra al pubblico, che poi si farà un’opinione sulla realtà presentata. In particolare, nel caso specifico, sarebbe stato opportuno che non ci si fosse limitato a leggere soltanto l’intervista sulla carta stampata. Contemporaneamente è stato realizzato un video. Che è possibile facilmente reperire e visionare su internet, e che qualitativamente, a mio avviso, supera qualsiasi parola impressa sulla carta di un quotidiano. Ebbene, in quelle riprese, oltre le frasi pronunciate dalla Riina, contano molto di più, e dicono molto di più, i ripetuti primi piani sul viso, sulle mani, sulla figura dell’intervistata. Sono dei segnali non verbali estremamente interessanti. Che ci provengono da un universo quasi sconosciuto. Ma prescindiamo dal caso in questione, del quale ciascuno ha potuto trarre giudizio leggendo e guardando. In generale, l’opinione pubblica non ha niente da perdere e molto da guadagnare nel sentir parlare i familiari dei mafiosi. Non perché ci dispensano teorie sociologiche o criminologiche, che siamo ben in grado di formulare da soli, né in quanto pronunciano riprovazioni pubbliche nei confronti dei loro familiari e della vita che hanno vissuto. Ovviamente, se ci sono ripensamenti esistenziali, che ben vengano. A noi interessa la testimonianza diretta di questi soggetti, la loro vita, non quello che pensano i giornalisti. Ciò aumenta il nostro bagaglio conoscitivo. Invece di sbarrare le porte a tali eventi, facendosi vincere da una prima, e ripetiamo giustificata, reazione a pelle, si accolga, quando accade, la loro volontà di raccontarsi. Senza pretendere che dicano esplicitamente ciò che noi vorremmo. Niente viene rimesso in discussione di quanto già acquisito. Le certezze storiche e processuali, sia chiaro, rimangono tali. Per ieri, per oggi e per domani. Qualcuno potrà, e con parecchie ragioni, ritenere che certe aperture alla stampa e alle televisioni siano funzionali e strumentali a qualcos’altro. Che concorrano, cioè, al fine di portare acqua al mulino di chi si espone e al contesto che, di fatto, rappresenta o condivide. Può essere. Non sarebbe, del resto, la prima volta. Tuttavia, un’antimafia matura, non emotiva, deve essere in grado di capire quando ciò accade. E lo può fare, compiutamente, ascoltando in presa diretta, senza i filtri interpretativi degli esperti di turno, chi decide di aprire, certo a modo suo, con schemi mentali propri, una finestra sul mondo, tra molte virgolette, normale. Perché una società come quella siciliana, che da 150 anni produce, nutre e fa crescere, sia nella sua parte borghese che in quella popolare, il sistema mafioso, di normale ha ben poco. Bisognerà vedere e valutare caso per caso. Lucidamente e senza eccessive paure. In ogni caso, il silenzio e la censura, comunque la si pensi sui singoli episodi, fanno più bene alla mafia che all’antimafia.

sabato 31 gennaio 2009

Religione civile e chiese di Sicilia

CENTONOVE
30 1 09
Pag. 47
PER UNA RELIGIONE CIVILE
Francesco Palazzo


Recentemente si è avviato il dibattito su come i cattolici italiani possono contribuire alla realizzazione di una religione civile. Intesa, quest’ultima, come principio unificatore, non confessionale, di un popolo. Una sorta di etica pubblica condivisa. Parlare di cattolicesimo italiano, come se fosse un blocco monolitico, può essere fuorviante. Occorre guardare da vicino le singole realtà regionali per farsi un’idea meno approssimativa. Concentriamoci sulla Sicilia. Sul piano teorico si possono avanzare tante considerazioni. Può essere, però, utile riferirsi a due casi concreti e recenti. Ciò consente di allargare subito il campo dal cattolicesimo al cristianesimo e di comparare due modi diversi di porsi nei confronti della società dei due spezzoni fondamentali del cristianesimo: quello cattolico e quello protestante. Cominciamo dal primo. Abbiamo appreso che l’arcivescovo di Palermo, durante un incontro con il rettore dell’ateneo del capoluogo, svoltosi qualche giorno dopo l’epifania, ha chiesto, per gli universitari, l’apertura al culto della cappella di S. Giuseppe, che si trova presso la facoltà di giurisprudenza, e l’individuazione di un simile presidio di fede in viale delle Scienze, dove sorge il principale polo dell’università palermitana. Entriamo nel merito. Se la religione cattolica fosse minoritaria, agente in territorio nemico, povera, il suo massimo rappresentante in città avrebbe tutta la necessità nel chiedere siti dove esercitare il culto. Si da, però, il caso, evidente a chi conosca anche solo superficialmente il centro antico di Palermo, che la zona compresa tra la facoltà di giurisprudenza e viale delle Scienze è piena di chiese cattoliche. Peraltro, nella stessa area si trovano pure la cattedrale, la curia, il seminario e la facoltà teologica. Posti che, in quanto a spazi per riti liturgici o incontri di altro tipo, potrebbero semmai ospitare altri che ne fossero sprovvisti. C’è anche da valutare la laicità dei luoghi pubblici. L’università è il luogo del sapere. Funzione che dovrebbe contemplare l’universalità e non sposarsi con frammenti, seppure maggioritari, come la chiesa cattolica. Infine. Perché i cattolici hanno sempre questa impellenza di chiedere pur avendo e ricevendo già in sovrabbondanza? Ci pare, quella descritta, una strada che difficilmente può portare alla creazione di una religione civile. Perché mostra una chiesa più attenta ad aumentare la quantità dei riti, delle strutture per sé e non la qualità della sobria contaminazione con il tessuto sociale. Guardiamo il versante protestante. Nella prima domenica di ogni mese, i Valdesi celebrano la cena del Signore. Non ci sono trasformazioni di sostanze, il pane e il vino rimangono tali. E’ un memoriale, vuole sottolineare la presenza del Cristo e la comunione con lui. A noi importa il modo con cui la chiesa Valdese vive tale momento. Ci interessa perché indica un possibile percorso, tra i tanti, verso una religione civile. Le parole del pastore Giuseppe Ficara, durante la celebrazione del 4 gennaio, nel tempio che sorge nel centro di Palermo, sono state le seguenti. “La tavola è apparecchiata, questa non è la cena dei valdesi, dei credenti, di alcuni e alcune, ma la cena del Signore, aperta a tutti, è lui che ci invita, avvicinatevi”. Si rimane colpiti nel profondo. Ci troviamo di fronte a una chiesa che dona e non chiede. Che accoglie e non discrimina. Che, pur essendo estremamente povera di mezzi, non ne domanda, ma estende a tutti quel poco che ha. Che pone, perciò, le basi per un discorso comune e non per ragionamenti di parte. In tal modo i Valdesi contribuiscono alla formazione di una cittadinanza responsabile, che potrebbe essere una traduzione della religione civile di cui parliamo. L’esortare tutti ad avvicinarsi per condividere qualcosa di cui nessuno è padrone, ma tutti responsabili e chiamati, stimola a una cittadinanza attiva e attenta nei confronti di quanti gestiscono la cosa pubblica. E ciò proprio perché insegna a non attendere passivi dal potere, religioso o civile che sia, un qualcosa che spetta in quanto esseri umani partecipanti liberamente a un’assemblea comune. Sono due esempi minimi. Ma a volte, partendo dal piccolo, si possono meglio osservare e capire i grandi processi.

mercoledì 28 gennaio 2009

Palermo, i consiglieri vogliono il pass

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 28 GENNAIO 2009

Pagina I
Una bici elettrica a Sala delle Lapidi
FRANCESCO PALAZZO

Dopo che è passata la fase acuta della patologia, ci riferiamo alla vicenda dei pass automobilistici rilasciati in passato con una certa allegria dal Comune di Palermo, apprendiamo che i consiglieri comunali sono sul piede di guerra. Sono convinti che a loro, in quanto personalità pubbliche, il pass per le corsie preferenziali spetta di diritto. La legge è legge e c´è poco da discutere. Ma non è un capriccio la loro impuntatura. Va compresa e analizzata. Per gli abitanti di Palazzo delle Aquile, grosso modo, abbiamo capito quali sono i punti critici. Il problema è serio. E come tale, si fa per dire, vogliamo prenderlo. Sembra sia un trauma quotidiano, difficile da vivere, quello di raggiungere con i mezzi privati le sedi delle varie commissioni e l´aula consiliare. Così come trovare posteggio nei pressi di Palazzo delle Aquile. Quello di sostare a pochi metri dal traguardo finale è, per tutti i palermitani, dobbiamo ammetterlo, un bisogno fondamentale. Quasi un diritto costituzionale. Che sia il panettiere, il macellaio, il tabacchi o l´ufficio tal dei tali, se non c´è il contatto fisico, sentimentale, potremmo dire religioso, con la meta di volta in volta prefissatasi dal guidatore, non si è palermitani purosangue. Perché gli eletti dal popolo dovrebbero sfuggire a tale ineliminabile impronta genetica? Siccome il dilemma è grave, come tutte le vere difficoltà, va affrontato proponendo, al posto dei pass, un ventaglio d´ipotesi alternative e, ora ci vuole, percorribili. Prima idea. Dotiamo tutti i consiglieri comunali di una bici elettrica. A Palermo il bel tempo è la norma, perciò il mezzo è fortemente indicato. Non inquina e può servire, durante gli spostamenti, per guardare meglio la città e i suoi infiniti problemi. Disciplina in cui i consiglieri dovrebbero già essere esperti, ma non si sa mai. Come ritorno d´immagine per i singoli amministratori, visto che molti ci tengono parecchio, sarebbe portentoso e gratuito. Seconda soluzione, non necessariamente alternativa alla prima. Si mettano in circolazione dei piccoli bus dell´Amat, esclusivamente destinati agli spostamenti dei consiglieri. Tre o quattro navette sempre circolanti con fermate prefissate, distribuite in tutta la città, dovrebbero bastare alla bisogna. Anche in tal modo si potrebbe osservare attentamente e serenamente la città, che vive o boccheggia, e tutti ci guadagneremmo nell´avere amministratori aggiornati sulla vita ordinaria della comunità. Una terza via d´uscita alle antipatiche difficoltà motorie di quanti occupano gli scranni del palazzo di città è, ci rendiamo conto, più popolare. Si potrebbero fornire ai cinquanta soggetti due abbonamenti ciascuno, uno per gli autobus e un altro per la metropolitana. Dice, ma questa idea è banale, troppo semplice. Scusate, ma mica stiamo parlando della fusione nucleare a freddo. Vogliamo un esito ragionevole a una questione abbastanza minuscola, converrete, se guardiamo agli equilibri mondiali. Peraltro, il viaggiare su tali mezzi, consentirebbe ai nostri amici di rendersi conto di come funzionano i pubblici servizi nel campo della mobilità e cercare, se non altro per interesse personale, di migliorali. E poi negli autobus e in metropolitana si fanno un sacco d´incontri, tutti buoni per discutere di politica e cercare voti. Resta, ovviamente, sullo sfondo, un quarto scenario. Non dare salvacondotti automobilistici personali, neanche ai consiglieri, non prevedere misure alternative per questi ultimi e fare vivere a tutti la vita dei normali cittadini. Che comunque si spostano, talvolta con più profitto di quanti governano la cosa pubblica. Da quel che sappiamo nessuno è mai morto per questo. Quest´ultima evenienza è la meno probabile, la citiamo per puro diletto, non siamo certo a Stoccolma o a Oslo. Per dirla tutta, anche le prime tre proposte non ci aspettiamo che siano prese in considerazione. Ciò che più verosimilmente accadrà è che i pass ricominceranno a fiorire, forse non solo per i consiglieri, copiosi in primavera. Come le foglie degli alberi dopo il gelido inverno.

giovedì 22 gennaio 2009

Palermo, fenomenologia della munnizza


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 22 GENNAIO 2009

Pagina I

La montagna invisibile che cresce sotto casa
Francesco Palazzo


Già da alcune mattine uscendo in macchina trovo davanti al cancello i sacchetti d´immondizia. Qualche giorno fa i cassonetti erano già strapieni. Normale amministrazione, in una città che non è più una città, ma un insieme di tante cose che si muovono in modo disordinato e caotico. Di giorno in giorno la montagna è cresciuta in altezza, fino a raggiungere una decina di metri. E ha cominciato, minacciosa, a prendere piede anche nella dimensione orizzontale. Perché i sacchi tendono capricciosamente, seguendo chissà quale principio politico, a rotolare e a occupare territorio. Mi sono chiesto come mai io non mi sento così cool come la città che qualcuno continua a vedere nei suoi sogni, che per noi sono sempre più incubi. Quando mesi fa guardavo le immagini napoletane, mi chiedevo scandalizzato come si fosse arrivati a quel punto. Ora mi rendo conto che non è molto difficile rifare il Regno delle due Sicilie della munnizza. Non è che la storia si fa tutta in un giorno. Senza premura. A poco a poco, mattina dopo mattina. Oggi avranno già tolto tutto, dall´auto vedrò il palazzo di fronte o l´accumulo sarà ancora più evidente? E poi, finita questa, quanto durerà la prossima ondata di esalazioni? Vai a saperlo. Oppure ormai funziona tutto come le targhe alterne e non ce l´hanno fatto sapere? Ma non era pronto il nuovo piano della comunicazione? Qualche cartello tre per sei in più non costa molto. Lo slogan potrebbe essere formulato inventandosi qualcosa di nuovo. Non mancano, a Palermo, le menti geniali. Che so, potrebbe fare così: ritira il tuo personale gratta e vinci presso la tua delegazione comunale di fiducia e saprai in quale giorno di quale settimana del mese verremo a svuotare la tua strada. Volete mettere la sorpresa o la contentezza nello scoprire che proprio quella è la settimana e la giornata giusta per te. Andresti al lavoro più contento. Anche se la contentezza dei palermitani, dobbiamo dirlo, è difficilmente aggredibile. Ne prendo atto, mattina dopo mattina. Le persone che incrocio, mica si lamentano dell´immondizia sempre più a forma di Monte Pellegrino. Avevo sbrigativamente concluso, devo ammettere molto malignamente, che facevano finta di non vedere. Alcuni mettono il sacchetto, soddisfatti e per nulla circospetti, nella fascia oraria vietata. Ma vogliamo impiccarci alle regole al punto in cui siamo? Suvvia. Guardando le loro facce beate è come se sentissero il rumore che il loro prodotto fa sbattendo sul fondo del contenitore. Che percepiscono, evidentemente, veramente vuoto e invece non si scorge quasi più. Un´opinione me la sono fatta. Non è che lo fanno per male. Proprio vedono qualcos´altro, pare che di fronte abbiano un roseto dal quale fuoriesce un eccellente profumo e non un irresistibile e nauseabondo fetore. Chi non butta il sacchetto, passa con gli occhi sognanti, guardando altrove, anche se ogni giorno è sempre più difficile farlo. Pare che scruti qualcosa di bello in cielo, sempre leggermente più sopra dell´ultimo sacchetto. Ma alla fine, siamo onesti, mica l´immondizia ce la possiamo rimangiare. Bisogna pur liberarsi dei rifiuti. Forse allo stesso modo in cui nel giorno delle elezioni comunali ci si è liberati del voto dentro la cabina elettorale. Se aggiungo il mio voto a quello dei tanti palermitani che riconfermeranno in massa l´amministrazione uscente, che faccio di male? Siamo o non siamo diventati una città bella, giovane, fresca e sportiva, cool, appunto? Dice, ma forse non è proprio così. Sì, può essere, ma quanto è bello dirlo, signor mio. Vuoi vedere che, a forza di fare uscire simili parole vuote, queste si realizzano davvero? Il dubbio, primo o dopo, assale anche te. Non è, la nostra, la società dell´immagine? Certo, ma la montagna di bianchi sacchetti che immagine della città restituisce? Scusi, abbia pazienza, ma di quali sacchetti sta parlando, mi sussurra una vocina interna. Mi sto convincendo. Ho le visioni.

venerdì 16 gennaio 2009

L'antimafia degli scandali

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 16 GENNAIO 2009

Pagina XXIII
REGIME CARCERARIO E MAFIA LO STATO NON DEVE ARRETRARE
Francesco Palazzo

L´ennesima sospensione, poi revocata, del regime carcerario del 41 bis per un soggetto condannato a più ergastoli, ha fatto gridare ancora allo scandalo. La proposta di soppressione dell´ergastolo per la quale i detenuti italiani sono da qualche mese in sciopero della fame a staffetta, sembra invece non preoccupare più di tanto. Tale provvedimento fu sostenuto nella passata legislatura dal centrosinistra. Tanto che un suo esponente presentò, all´inizio del 2007, un disegno di legge per sostituire il carcere a vita con la pena di trent´anni. Sul tavolo di Prodi, a metà 2007, c´era anche un´ipotesi di riforma del codice penale. Anch´essa contemplava l´abolizione dell´ergastolo e la sua sostituzione con la carcerazione di 38 anni. La protesta attuale degli ergastolani vuole sensibilizzare l´opinione pubblica affinché si ritiri fuori il disegno di legge. Che non faceva alcuna differenza tra chi ha commesso un delitto per questioni personali, che niente hanno a che vedere con le mafie, e chi invece nel mettere in atto una strage per conto di un´organizzazione criminale ha fatto saltare in aria giudici e forze dell´ordine. Dunque si protesta opportunamente per un detenuto cui viene affievolito il regime carcerario, ma non si fa una piega nel pensare che un domani, quello stesso detenuto, se si cancellasse l´ergastolo, potrebbe addirittura essere scarcerato. Una palese contraddizione.Il famoso papello, ossia la lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato per finirla con la strategia stragista dei primi anni Novanta, prevedeva ai primi posti sia la cancellazione dell´ergastolo sia l´abolizione del regime carcerario speciale per i mafiosi. Partendo da questo dato storico, dobbiamo prendere atto - lo dicono gli esperti nonché diverse indagini - che i mafiosi continuano a comandare dal 41 bis. Che sembra ridotto a una specie di colabrodo, dove passa di tutto e di più. Dobbiamo altresì rilevare che il progetto di abrogazione dell´ergastolo ha fatto breccia culturalmente in tutte le forze politiche, anche in quelle più a sinistra. Sia chiaro. È giusto consentire il recupero alla società di persone che trenta o quarant´anni hanno spento una vita per questioni private. Ma è la stessa cosa se il carcere a vita è stato inflitto a soggetti che hanno portato avanti disegni criminosi legati alle mafie e che mai hanno collaborato con le istituzioni? Si potrebbe obiettare: ma i mafiosi non devono essere recuperati alla società? Certo, basta che collaborino pienamente con lo Stato. Il ragionamento dovrebbe essere scontato e lineare. Così, evidentemente, non è. In fondo, non ci troviamo in un periodo caldo. Le cosche hanno quasi del tutto abbassato, da più di un quindicennio, il mirino, un tempo puntato verso le istituzioni. Non pianificano stragi e quindi la fase è calante. Una storia sin troppo conosciuta. Che avrà il suo termine nella malaugurata ipotesi di un ritorno alle armi del potere mafioso. Evenienza che, visto l´attuale stato d´incertezza che pervade Cosa nostra, gli inquirenti non escludono affatto. Se accadesse, state sicuri che tutti, nessuno escluso, ricomincerebbero a stracciarsi le vesti, invocando le più severe misure repressive. Non si parlerebbe più della cancellazione indiscriminata dell´ergastolo e il carcere duro tornerebbe a essere tale. In attesa, beninteso, della risacca successiva. Quando si torneranno a chiudere uno o entrambi gli occhi. O ad aprirli a giorni alterni, seguendo ciò che più impressiona l´opinione pubblica. Ci chiediamo. È proprio così difficile, una volta per tutte, attuare un metodo coerente e di lungo periodo contro le mafie? In 150 anni non si è mai fatto. Sino a quando non ci si metterà nella lunghezza d´onda che le mafie non sono un´emergenza, ma una drammatica quotidianità, sarà pure inutile continuare a chiedersi perché abbiano avuto sinora così lunga vita.

sabato 10 gennaio 2009

Partito Democratico siciliano, bello e impossibile

CENTONOVE
9/1/09
Pag. 47
IL PD E LE GEOMETRIE VARIABILI
Francesco Palazzo
Dalla vicenda, tra il giudiziario e il mediatico, chiamata questione morale, che interessa il Partito Democratico in diverse regioni del sud, la Sicilia rimane fuori. Non governando città importanti o la regione, i democratici siciliani sono impelagati in faccende, a prima vista, meno deflagranti. Si tratta di fatti noti. Possiamo trarne qualche riflessione. I filoni, non comunicanti, sono due. Il primo attiene alle presenze di esponenti democratici nelle sedi rappresentative, tipo l’Assemblea Regionale. Il secondo aspetto è relativo alla vita del partito. Per quanto riguarda il frangente istituzionale, isoliamo le dinamiche politiche all’ARS. I parlamentari del PD ritengono che avranno buon gioco domani, in termini elettorali, nell’evidenziare oggi, votando alcuni provvedimenti del governo in aula, le palesi lacerazioni che il centrodestra presenta. Si chiamano “geometrie variabili”. Che, però, il nocciolo duro che cementa la maggioranza sia rimasto intatto, è agevole scoprirlo. Recentemente leggevamo di una riunione del governo regionale. Nel corso della quale, “senza strascichi di polemica”, come riferito dai protagonisti, si è cominciato a mettere mano al destino del precariato siciliano. L’ARS, inoltre, ha dato mandato al governo di promulgare la legge sui precari negli enti locali senza le parti impugnate dal Commissario dello Stato. Ecco, allora, il punto, che dovrebbe essere motivo di riflessioni per i deputati del PD. Una coalizione divisa su tante cose, e che su alcune trova l’appoggio della minoranza, si muove poi compatta quando tratta argomenti più “sensibili”, in termini di voti, come il grande numero di precari, (sessantamila?), che ingrossano gli uffici pubblici. La domanda è: il corpo elettorale siciliano, quando si tratterà di votare, si ricorderà delle battaglie in aula dell’opposizione su questioni che non sono giunte all’orecchio dell’elettore medio, o punterà l’attenzione verso l’interesse mostrato dalla maggioranza, senza bisticciare, sul fiume inarrestabile del precariato di marca sicula? La risposta è, ovviamente, scontata. La strada parlamentare, da sola, senza un forte partito alle spalle che affronti unito le questioni strategiche (e il precariato è un ambito intorno al quale un partito riformista dovrebbe saper dire parole non intrise di populismo), rischia di costruire tante vittorie di Pirro. Che non tolgono un solo voto alla platea vastissima di consenso sulla quale il centrodestra può contare in Sicilia. Vedrete che la maggioranza troverà la quadratura del cerchio anche in altri settori scottanti, come la sanità o la riformulazione dell’amministrazione regionale. E al Pd rimarrà ben poco in mano. Le geometrie possono anche temporaneamente variare. Abbiamo, tuttavia, l’impressione che il bottino elettorale non si è mosso di un millimetro dal giorno del cappotto che il centrosinistra ha subito alle regionali. Veniamo al partito. Nell’ultima riunione dell’assemblea costituente, svoltasi il 13 dicembre, il clima, nei volti e nelle dichiarazioni dei partecipanti, era quello di un partito che si scioglie e implode. Le accuse reciproche tra le fazioni sono continuate. Solo il periodo natalizio ha imposto una tregua, come in tutte le contese che si rispettino. Il prossimo ennesimo appuntamento, pare quello definitivo, è fissato per il 17 gennaio. Ci si arriva senza un minimo di entusiasmo. Vedremo. Il pomo, apparente, della discordia è lo statuto. La Sicilia è l’unica regione in cui ancora non è stato votato. Ora, anche in questo caso, il punto di domanda è chiaro. Pensate che alle prossime elezioni, mettiamo le europee, il corpo elettorale siciliano terrà conto dello statuto, arnese di potere per pochi intimi, per esprimere il proprio consenso verso il PD, oppure punirà un partito senza identità, che discute sino a sfinirsi e a sfinirci, presente solo sui giornali, ma assente dal territorio? Il responso non è difficile neppure in questo caso. Per giustificarsi si afferma che il partito, appena nato, presenta ovunque le stesse difficoltà. Non è così. In molte regioni il partito esiste e lavora. In Sicilia, se aggiungiamo a quanto detto il tesseramento fantasma e l’azione politica impalpabile dei circoli territoriali, il quadro si completa. E dipinge un partito che sarà pure giovane e nuovo, ma che ancora non vuole mostrarci queste belle qualità.

sabato 20 dicembre 2008

Il gioco dell'oca dell'antimafia

CENTONOVE
19 12 2008
Pag. 39
ERGASTOLO, QUANDO SERVE
Francesco Palazzo
Gli uomini (e le donne) di Cosa nostra, delle mafie di qualsiasi risma e colore, resisi protagonisti di fatti di sangue gravissimi e dichiarati colpevoli in via definitiva, per tali reati, dai tribunali italiani, hanno un solo modo per far diventare la loro pena rieducativa, nel rispetto del relativo principio costituzionale. Devono collaborare con lo Stato in maniera piena e incondizionata. Rivelando fatti, complicità, relazioni politiche, consegnando ricchezze e svelando i rapporti delle organizzazioni criminali con il mondo dell’economia, delle professioni e con il popolo minuto. Questo è il primo pensiero che viene sapendo che è ricominciata, da inizio dicembre, con lo sciopero della fame a staffetta dei detenuti, la protesta degli ergastolani di tutta Italia, tra cui, evidentemente, anche tanti mafiosi condannati alla massima pena per reati gravissimi. L’oggetto del malcontento in Italia, che si inserisce nell'ambito della campagna internazionale per l'abolizione dell'ergastolo, la sua finalità immediata, è premere affinché sia discusso in parlamento il disegno di legge, presentato al Senato, all’inizio del 2007, da un’esponente di Rifondazione Comunista. Partito che ancora sostiene fortemente tale battaglia, pure a livello delle istituzioni europee, in nome della considerazione che qualsiasi pena deve tendere alla riabilitazione del condannato, e l’ergastolo non prevede alcuna fuoriuscita dalle prigioni per i condannati a vita. Il disegno di legge citato mira all’eliminazione dell’ergastolo e alla sua sostituzione con la pena massima di anni trenta. Senza differenze, questo è il punto, tra chi ha ucciso la moglie, il marito o i vicini in un momento di rabbia, o anche con netta volontarietà o lucida premeditazione, e coloro che, programmandole in ogni punto, si sono resi partecipi, in nome e per conto di un’organizzazione criminale, di stragi mafiose, omicidi singoli o delitti particolarmente efferati. Ricordiamo solo le stragi del 92, quelle nel continente del 93 o la soppressione del piccolo Di Matteo. Perché il disegno di legge, quando parla di abolizione dell’ergastolo, non pone differenze tra un delitto occasionale, sia pure culminato nell’uccisione di una o più persone, e le azioni più gravi delle organizzazioni mafiose? Vorremmo ricordare che l’abolizione della massima pena detentiva era, a quanto risulta da svariate fonti, uno dei punti principali, forse il vero obiettivo, del famoso papello. Cioè della lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato, dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, per finirla con la strategia stragista dei primi anni novanta. Mi pare corretto non dimenticare tale frangente della storia siciliana e italiana, perché altrimenti la lotta alle mafie si trasforma in una specie di gioco dell’oca. Dove a un certo punto, chissà per quale motivo, si è costretti a resettare tutto, come si fa con i computer, e ricominciare da capo. Sino al prossimo periodo emergenziale, al successivo omicidio eclatante di qualche esponente delle istituzioni e, perché no, sino alla prossima strage. In questi frangenti, è già successo diverse volte, molti si stracciano le vesti e invocano strumenti legislativi, penali e restrittivi particolarmente duri. Poi passano gli anni, il pendolo torna indietro, si attraversa una fase di bonaccia con una mafia silente per fatti di sangue, e proprio per questo, lo sappiamo, più forte e ricca, e si allenta la tensione. Tanto da proporre, ed è stato per primo il centrosinistra a farlo in Italia nel corso della passata e breve legislatura nazionale, l’abolizione del “fine pena mai”. Riteniamo che tale discussione vada fatta con responsabilità, distinguendo tra i reati e tenendo presente l’agenda storica di questo paese, molto diverso dagli altri. Perché, se è vero che negli altri paesi europei l’ergastolo o non è previsto (in verità in poche nazioni, se non erriamo tre) o è attuato ricorrendo a misure sostitutive dopo un determinato numero di anni, è anche lapalissiano, assodato, indiscutibile, che nessuna nazione dell’Unione Europea è segnata dalle mafie come l’Italia. Le quali mafie hanno in pugno, oggi non vent’anni addietro, che lo si voglia ammettere o meno, metà del paese e sono già ben insediate nell’altra metà. Non si possono chiudere gli occhi davanti a ciò. Dunque, più che chiederci quando ci sarà la cancellazione del “fine pena mai”, senza distinguere tra mafiosi e non, dovremmo sposare la campagna: “fine mafie, quando”?

Da Brancaccio al Brancaccio

LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ 19 DICEMBRE 2008

Pagina XVI
L´ANTIMAFIA DI BRANCACCIO
Francesco Palazzo


Da Brancaccio al Brancaccio sembra un facile gioco di parole. Solo che Brancaccio è un quartiere conosciuto dall´opinione pubblica per la criminalità mafiosa e il Brancaccio è uno dei teatri più prestigiosi d´Italia. L´incontro tra le due realtà non è neppure facile pensarlo, figuriamoci realizzarlo concretamente. L´associazione Quelli della Rosa Gialla (www.quellidellarosagialla.it) è riuscita a creare questo ponte Palermo-Roma. Un gruppo che, da anni, partendo da un quartiere difficile del capoluogo, sempre che ve ne siano di facili, fa del musical impegnato una sorta di missione. Il 22 dicembre, come già anticipato dal nostro giornale, calcherà le scene del teatro romano, diretto da Maurizio Costanzo, con la favola musical "Father Joe". La sceneggiatura parte dall´attentato alle torri gemelle. Un ragazzo americano intende arruolarsi per vendicare il suo paese. Il destino lo porta in un´isola del mediterraneo, scopre la tragedia dei profughi clandestini e il messaggio di Padre Puglisi. Questa la trama. Ma conta, forse di più, un altro copione. Con una mafia che tenta di rialzare la testa, ammesso che l´abbia mai calata, e non ci pare proprio, è importante sottolineare che Brancaccio giunga nella capitale non per un omicidio di mafia, ma perché esporta cultura. La sede dell´associazione è nei locali attigui a quelli dove Puglisi celebrò messa per qualche anno. I locali della chiesa di San Gaetano erano in ristrutturazione e un auditorium si riempì di panche, sedie e un altare per celebrare messa. È una prossimità non soltanto logistica quella del gruppo con don Pino. Proprio la rosa gialla era il fiore che più piaceva al parroco ucciso dalla mafia. Molti dei centonove protagonisti del musical, che partiranno con due pullman dal rione, sono ragazzi e ragazze battezzati da Puglisi. Sono, questi, dei segni che vanno colti con attenzione, perché la sola repressione, anche quella pur significativa di questi giorni, poco può fare per risanare un tessuto sociale che rigenera continuamente criminalità. La tela va ricucita facendo tesoro di queste significative esperienze locali, periferiche e incoraggiandole. A Palermo ve ne sono altre. Che rimangano spesso nell´anonimato. La sfida per il gruppo di Brancaccio non è semplice. Se finora è stato agevole riempire diversi teatri palermitani, come il Politeama o l´Orione, non sarà così agevole mettere insieme 1.400 spettatori, quanti ne può contenere il Brancaccio, a circa mille chilometri di distanza. Allora è partita l´iniziativa "Manda un amico al Brancaccio". Chi ha parenti o conoscenti nella capitale è invitato a convincerli a staccare un biglietto d´ingresso (10 euro). Daranno una mano le tre pasticcerie romane Ciuri Ciuri, che producono prelibatezze sicule. Anche un membro di Economia Alternativa, con sede presso la casa generale di Roma dei Padri Comboniani, raccoglie i soldi, si reca al botteghino e poi consegna i tagliandi ai destinatari. Ai Comboniani è legato il finanziamento di un progetto. Con una parte dell´incasso, l´associazione contribuirà ad assistere, in Uganda, un gruppo di bambini che hanno fatto, come soldati, l´esperienza della guerra. «C´è chi potrebbe dire: non dovrebbe pensarci lo Stato? Intanto pensiamoci noi. Se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto». Così soleva dire lucidamente don Puglisi. La mafia è ancora forte come ai tempi in cui lui fu fatto fuori. Non bisogna farsi illusioni. Tante retate, nel passato, hanno fatto sperare che fosse suonata la campana dell´agonia sulle cosche. Poi, anno dopo anno, si scopre che il crimine fattura decine di miliardi di euro e quindi tanto male in salute non starà. Allora ci vuole la fatica delle formiche per invertire il senso di questa storia. In tal senso può capitare, in attesa che le istituzioni facciano per intero il loro lavoro, che un gruppo consistente di cittadini, sulla scia del lascito di Puglisi, muovendo dal quartiere dove egli verso il suo sangue, invece di attendere con le mani in mano lagnandosi in continuazione per l´assenza dello stato, decida di prendere in mano il proprio destino. Facendo diventare percorribile lo slogan «da Brancaccio al Brancaccio».

sabato 13 dicembre 2008

Palermo, cimitero Rotoli, divieti eucaristici

CENTONOVE
12 12 08
GALEOTTO IL PANCINO SCOPERTO
Francesco Palazzo


Al cimitero palermitano dei Rotoli, da più di un anno, c’è una zona chiusa per sicurezza dopo la caduta di un roccione dalla montagna sovrastante il camposanto. Di fronte a un pericolo fisico è giusto prendere le dovute precauzioni. Una notizia come tante. Anche se non si capisce come mai ci voglia quasi un anno e mezzo (i lavori di messa in sicurezza termineranno a marzo 2009) da parte dell’amministrazione comunale per appaltare e fare eseguire lavori di questo tipo. Ma, andandoci recentemente, abbiamo visto che, oltre l’impedimento per visitare i corpi dei defunti che si trovano nell’area interessata, c’è pure un inciampo pesantissimo per lo spirito. Che però, a differenza del primo ostacolo, non ha scadenze, pare rivolto all’eternità e non a qualche mese di qualche anno a venire. I cartelli affissi dentro la cappella del camposanto sono chiari: “E’ vietato accostarsi all’eucaristia con il ventre scoperto e altri indumenti indecorosi”. L’eucaristia è, per i cattolici, il momento più denso di significati religiosi ed esistenziali. Non occorre essere fini teologi o biblisti per saperlo. Bloccarne l’accesso, per futili e inconsistenti motivi, è cosa di una certa gravità. Sarebbe come vietare il voto, momento più alto della vita civile, a chi non è vestito nel modo che piace al presidente del seggio. Al cimitero non si va per fare scampagnate o rimpatriate tra compagni di scuola. Non si entra al camposanto con l’ombrellone in una mano e la teglia con la pasta al forno nell’altra. Ci si trova tra quei viali per accompagnare o visitare un nostro caro. O per mostrare solidarietà a qualcuno colpito da un lutto. A tutto si pensa, tranne che a scoprirsi il ventre, o qualcos’altro, indossando indumenti indecorosi. Che vorremmo capire, poi, in cosa consistano. Quando, esattamente, scatta il limite e un abito diventa, da decente, non più dignitoso? E il ventre, di quanto deve essere scoperto, per incappare nell’impossibilità di prendere l’eucaristia? Tuttavia, un cartello, a volerlo leggere bene, dice sempre più cose di quelle scritte. E, nel caso specifico, l’obiettivo del severo richiamo, preventivo e definitivo, è solo una parte dell’universo sessuato, la donna. I riferimenti al ventre scoperto, che ci destano alla mente la relativa danza, e agli abiti indecorosi, lasciano intuire che potrebbe venire fuori qualche pezzo di carne femminile di conturbante ammirazione. Tale da impedire ai fedeli più casti, e ovviamente integralmente abbigliati, che ad altro dovrebbero pensare al cospetto della morte, di accostarsi all’eucaristia senza sussulti ulteriori se non quelli determinati dalla fede. Che, evidentemente, se basta qualche centimetro di pelle a traviarla, così tanto granitica non dovrà essere. In genere, queste cose vengono fatte notare da chi, e sono tra quelli, non frequenta abitualmente le chiese. Coloro che ci vanno spesso, hanno fatto l’abitudine a questo tipo d’imposizioni. Tanto che ci raccontavano di un parroco siciliano di un piccolo comune della provincia di Palermo. Un sacerdote di quelli sanguigni e ieratici. Il quale, durante la più importante messa domenicale, ha tuonato dall’altare, rosso in volto, intimorendo tutta l’assemblea, nel seguente modo: “Per questa volta, a quella ragazza vestita in quel modo, ho concesso l’ostia consacrata. La prossima volta, ditelo ai familiari, non se ne parla nemmeno". Senza che ciò abbia provocato, non dico i fischi che si rivolgono all’arbitro che non assegna il rigore evidente, ma almeno un leggero malumore o un turbamento esplicito, nei presenti. Se i fedeli si abituano a tutto, speriamo che non lo facciano gli arcivescovi. Quando c’è capitato di leggere il cartello ai Rotoli, tutto era pronto per la visita di colui che attualmente guida la diocesi palermitana. Speriamo, ma ci permettiamo di nutrire fondati dubbi, che abbia convinto chi di dovere a togliere quell’avviso. Se è ancora lì, vuol dire che lo condivide. Non è il modo di vestirsi a violare i luoghi sacri. Non è il corpo scoperto che li offende. Ma il cuore, la mente, lo spirito, la fede di chi vi sta da padrone e giudica chi e come possa entravi.

giovedì 11 dicembre 2008

Madonie: cosa fanno i privati?


LA REPUBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 11 DICEMBRE 2008

Pagina XVI

DECLINO TURISTICO SULLE MADONIE
Francesco Palazzo



Le Madonie sono in ginocchio, quest´anno non sarà possibile sciare. Molti alberghi e ostelli chiudono o già da tempo hanno abbandonato il campo. Da un articolo pubblicato su questo giornale il 6 dicembre, firmato da Ivan Mocciaro, apprendiamo che lo skilift, cioè l´impianto di risalita per gli sciatori, non sarà riaperto per la scadenza delle autorizzazioni. Pare che occorrerebbe un provvedimento della Regione per consentire alla Provincia di realizzare la seggiovia. Dunque, le istituzioni hanno le loro colpe, forse non tutte le amministrazioni locali hanno fatto il possibile per rilanciare l´area. Ma, si sa, la neve in Sicilia rappresenta un evento tutto sommato eccezionale. La stagione sciistica, chiamiamola così, nelle Madonie dura solo per un breve periodo. Da dicembre a febbraio, skilift funzionanti o meno, si registra una certa affluenza di un turismo giornaliero, mordi e fuggi, proveniente da tutta la provincia di Palermo. Un afflusso che non è in grado di risollevare le sorti di alberghi, rifugi, ostelli e ristoranti. Occorrerebbe essere capaci di attirare un flusso turistico diverso, più strutturato, più fidelizzato, in grado di fare da cassa di risonanza per nuovi arrivi anche durante gli altri mesi dell´anno, quando la neve si scioglie e c´è solo il deserto. Come quello che potete ammirare se vi capita di percorrere, in estate, in primavera o in autunno inoltrato, la suggestiva strada che collega Collesano alle Petralie. Ora, il punto sembra essere il solito. Gli imprenditori turistici, che operano nella zona, lamentano una scarsa presenza delle istituzioni, vicine e lontane. Non mettiamo in dubbio che ciò corrisponda a (parziale) verità. Tuttavia, per completare il ragionamento, e non limitarsi al solito deresponsabilizzante piagnisteo, bisognerà pure chiedersi cosa fanno, mentre le istituzioni latitano, gli operatori del settore. Facciamo solo due esempi, che non vogliono certo descrivere la totalità di quanti sono impegnati a fornire accoglienza ai visitatori. Qualche anno addietro alla Montanina, un tempo splendido albergo e oggi abbandonato, nei giorni intorno a ferragosto c´è capitato di vivere un´esperienza allucinante. A fronte di un pacchetto che comprendeva per alcuni giorni vitto e alloggio, ci siamo trovati a dovere fare i conti con una pessima e improvvisata gestione. Tanto che per la cena della sera di ferragosto ciascuno degli ospiti ha dovuto darsi da fare per racimolare qualche cosa da mangiare, improvvisandosi anche alla brace, tra le poche cibarie proposte. Un altro esempio, recentissimo, riguarda un bed and breakfast di un paese madonita. La struttura è nuova e carina. Solo che, al momento di pagare, il gestore, senza alcun motivo, applica una maggiorazione di dieci euro sul prezzo abituale, giustificando la cosa con il fatto che in particolari occasioni, era in corso una sagra, c´era un accordo tra gli esercenti in tal senso. A parte il fatto che, proprio in occasione di eventi particolari, si dovrebbe cercare di attrarre turismo con prezzi ancora più bassi del solito, abbiamo avuto poi modo di appurare, informandoci altrove e con lo stesso sindaco, che non era stata pattuita alcuna maggiorazione. E anche quando fosse stata concordata, era corretto avvisare la clientela al momento della prenotazione. Lo stesso sindaco ci assicurava che si era recato presso tutti gli addetti per accertarsi che i prezzi non avrebbero subito variazione alcuna. A dimostrazione che talvolta gli amministratori sono più avanti, come mentalità, degli operatori sul territorio. Del resto, proprio in quei due giorni, l´amministrazione aveva dato modo ai ristoratori e agli albergatori di riempirsi di clienti. Andando spesso nelle Madonie, qualche altro caso, simile ai due di prima, potremmo citarlo. Così come è giusto riferire, ma dovrebbe essere la norma, che non mancano casi di corretta e gentile ospitalità. Ma il succo del discorso è il seguente: più che lamentare continuamente l´assenza dello Stato, specialità tipicamente siciliana e del Sud in genere, ci si dovrebbe impegnare a fare per intero il proprio dovere. Proponendo e attuando progetti di sviluppo e promozione, senza aspettare che sia sempre ed esclusivamente la mano pubblica a intervenire. Soprattutto, offrendo qualità e sapendola vendere. Con la neve e con il sole.

sabato 6 dicembre 2008

Natale, Palermo al buio metafora della Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 6 DICEMBRE 2008

Pagina XXII
LE LUCI SPENTE SULLA SICILIA
Francesco Palazzo


Né gli alberi di Natale maestosi nel centro delle città, né le sgargianti luminarie per le vie più gettonate, hanno mai cambiato la vita a nessuno. Tuttavia, il buio in cui a meno di sorprese sarà avvolto il capoluogo per le festività natalizie e di fine anno, è un simbolo, se volete forse il più banale, del fosco presente che vivono Palermo e la Sicilia. Segno che la politica non viaggia più sul piano del consenso e su questo costruisce buona amministrazione. Perché, se così fosse, l´amministrazione palermitana, ossia la maggioranza che la sostiene, che ha ottenuto alle ultime elezioni più del 60 per cento e oltre 216 mila voti, distanziando i secondi di più di ottantamila voti e sommergendoli con una differenza percentuale del 23,1, potrebbe lavorare con la necessaria serenità per illuminare, non solo a Natale, la comunità palermitana. Il fatto è che ciò non succede. E allora potremmo, con molte ragioni, dire che il voto degli elettori non è deriso solo dalle liste bloccate, senza possibilità di scelta alcuna, che hanno formato il parlamento nazionale. Ma è altresì, e forse in maniera più grave, disprezzato anche quando si può esprimere una preferenza tra le mille e più che si propongono per amministrare un grande comune, quale è il capoluogo della quinta regione del paese. Se a ciò aggiungiamo che la legge elettorale prevede un´ulteriore elasticità a favore del votante, cioè la possibilità di dare due voti diversi per i candidati a sindaco e i concorrenti al consiglio comunale, abbiamo la prova del nove che neanche le leggi elettorali più coinvolgenti, in termini di scelte potenziali, garantiscono un fico secco. Dopo le elezioni l´assetto amministrativo-politico, messi in cantiere gli slogan, se ne va per i fatti suoi e risponde solo ed esclusivamente a logiche di spartizione tra i partiti, nei partiti e tra i singoli. Solo queste contano. Basti pensare, per dirne una, che la lista degli assessori che un sindaco mette in campo durante la campagna elettorale è solo una disposizione di pedine che descrive i rapporti di forza nello schieramento che lo rappresenta. Non appena si vince tutto cambia, altri nomi entrano in scena. E non finisce qui. Durante la legislatura gli assessori si alternano con la stessa turbinosa velocità che hanno le pale di un impianto eolico durante una bufera di vento. Non parliamo poi dei programmi. Anche lì siamo nel campo della pura finzione letteraria, oltre che politica. Le cose fondamentali, le più incisive, che si faranno durante un mandato, saranno non già le conseguenze di un patto con gli elettori, ma la risultante di improvvisate decisioni. Che maturano per assecondare dinamiche che via via mutano sull´altare degli scontri tra fazioni. La legge elettorale dovrebbe prevedere non solo la libertà di scrivere un nome o di mettere la croce su uno dei candidati a sindaco. Gli elettori dovrebbero eleggere una vera e definitiva squadra di assessori e scegliere un chiaro programma politico fatto di pochi e qualificanti punti sugli ambiti strategici delle città. Si dirà che distorsioni simili accadono anche negli altri livelli di rappresentanza regionale. E questo conferma e aggrava il ragionamento che stiamo facendo. Forse qualcuno si prenderà la briga di andare a vedere quali erano i nomi che ufficialmente erano stati avanzati, prima delle elezioni, per la giunta della Provincia di Palermo e come poi essa è stata effettivamente composta. Così come molti si chiederanno che senso ha avuto eleggere un governo regionale con un quasi plebiscito. Per poi ritrovarcelo, scogli scogli, a non avere la forza di portare avanti un programma, non di altissimo livello per la verità, se non cercando i voti dell´opposizione. Che forse può festeggiare le cadute del governo regionale all´Ars, ma non si rende conto che dovrebbe, in primo luogo, preparare l´alternativa. Insomma, il buio natalizio di Palermo, ancorché triste, viene forse al momento giusto per farci riflettere sul senso che diamo alle parole democrazia e rappresentanza. Non a livello planetario, ma in ambito locale e regionale.

sabato 29 novembre 2008

Rifondazione Comunista in Sicilia, due per cento diviso cinque

CENTONOVE
28 novembre 2008
Pag. 2
Sinistra, facciamoci del male
Francesco Palazzo
Dunque, Rifondazione Comunista siciliana esce dal congresso regionale, svoltosi lo scorso fine settimana a Pergusa, divisa in cinque. Per una formazione politica che, per citare un dato elettorale vicino e significativo, non è andata oltre la media del 2,095 per cento in occasione delle provinciali siciliane del 2008, nelle sei province dove ha presentano una lista autonoma, è una sorta di record assoluto. Tale frammentazione, è bene dirlo, non è figlia delle discussioni siciliane interne al partito, ma è la fotocopia, precisa, senza nemmeno un’imperfezione, di quanto accaduto a livello nazionale nell’ultimo congresso di fine luglio. Ma con un peggioramento rispetto al quadro nazionale. Perché almeno lì si è riuscito a eleggere un segretario. Da noi l’individuazione della guida regionale è stata demandata a un organismo politico, suddiviso in cinque, nominato dai congressisti. Per intenderci sullo spessore quantitativo di Rifondazione in Sicilia, diciamo subito che i voti ottenuti dalla falce e martello rifondarla alle ultime provinciali, sempre nelle sei province in cui è andata da sola, risultano essere 32.573. Lo stesso ordine di grandezza che, alle regionali del 2006, in una sola provincia, quella di Palermo, ha totalizzato il candidato più votato, Antonello Antinoro, che ha intercettato 30.302 preferenze. Lo stesso si è poi quasi ripetuto alle ultime regionali, superando ventottomila voti. Facciamo questo riferimento comparativo per mostrare quale è la dimensione del confronto politico siciliano. Un solo candidato, di una sola provincia, di un partito, l’UDC, il terzo, non il primo, per dimensione di consenso, della maggioranza che governa alla regione, equivale, pressappoco, alla diffusione regionale del secondo partito della coalizione di centrosinistra. Chissà se ci hanno pensato i protagonisti delle cinque mozioni che hanno incrociato le armi dialettiche a Pergusa. Eppure, basterebbe una semplice calcolatrice, e non l’elaborazione di chissà quali geniali tesi politiche, per capire quanto sia improduttivo, dannoso, arduo trovare il termine giusto, guardarsi l’ombelico minoritario scavandosi la fossa con lacerazioni interne sino a scomparire in esse o cercare di trovare la risultante perfetta di cinque pezzi di un microscopico due per cento. Lo diciamo da tempo. La possibilità di un’alternanza in Sicilia, oltre che dalla solidità del Partito Democratico, che certo al momento non naviga in buone acque, anzi pare proprio segnato dalla burrasca, passa dalla consistenza numerica, non inferiore al 15 per cento, di una gamba sinistra che torni a farsi capire, e soprattutto a farsi votare, dal corpo elettorale siciliano. Al momento tale parte di centrosinistra, composto, oltre che da Rifondazione, dalla Sinistra Democratica, il cui leader nazionale è un siciliano, Claudio Fava, dal Movimento un’Altra Storia di Rita Borsellino, dai Comunisti Italiani e dai Verdi, pare non interrogarsi, unito, su ciò che occorrerebbe alla Sicilia. Se non da prospettive troppo parziali, sovente, come il caso di Rifondazione mostra, dilaniate e polverizzate oltre ogni ragionevole e comprensibile misura. Il punto è che qui ci va di mezzo non tanto il destino del centrosinistra, che può interessare solo chi lo vota, ma la stessa qualità della democrazia in Sicilia. Senza alternanza vincono sempre gli stessi. La maggioranza di centrodestra che oggi cerca di governare (e di non litigare) alla regione, costituisce, da sola, una forza autoreferenziale. Nel senso che incorpora, basta guadare gli scontri all’arma bianca sul comparto sanità, sia la maggioranza sia l’opposizione. Osservando ciò, ci perdonino gli amici siciliani di Rifondazione, non riusciamo proprio a capire l’utilità, per la nostra regione, dell’ultimo congresso che li ha visti protagonisti.

sabato 22 novembre 2008

Intellettuali e società in Sicilia

CENTONOVE
21 11 2008
A che servono gli intellettuali
Francesco Palazzo


Da più parti torna a farsi viva la questione del silenzio degli intellettuali in Sicilia. Qualcuno ha detto chiaramente di non credere al ruolo di trascinamento degli intellettuali. Tra questi, gettando uno sguardo al passato, potremmo citare Sciascia. Tuttavia, molti pensano, e scrivono, che se questo silenzio finisse, si potrebbe porre mano ai tanti guai in cui siamo immersi. Il dibattito, è bene ricordarlo, è abbastanza ciclico e non riguarda ovviamente la sola società siciliana. Ogni tanto spunta fuori questa storia degli intellettuali, per alcune settimane s’incrociano le “armi” del pensiero e della parola scritta. Poi si torna al quotidiano. Senza che niente sia cambiato. E del resto non può che essere così. E ciò accade perché si sconta, con tutto il rispetto per chi la pensa diversamente, un ritardo culturale antico. In sostanza, si continua a pensare che la società abbia bisogno di qualcuno che pensi per tutti, che formi le coscienze, che suoni la sveglia, che indichi le risposte alle più spinose domande. Abbiamo ancora bisogno di persone siffatte? E quando abbiamo pensato di averne bisogno, ed esse si sono rivelate in carne e ossa, hanno contribuito forse a spostare di qualche centimetro la comprensione e il cambiamento della realtà quotidiana? Con tutta evidenza, pare di no. E se ciò è accaduto ha riguardato una cerchia ristretta di soggetti e non il tessuto vivo di una società come quella siciliana. Il problema è che si ha ancora una visione elitaria, minoritaria, aristocratica, della cultura. Con questo termine s’intende, infatti, un sapere (che spesso non è un saper fare) circoscritto a poche individualità e staccato dal resto del mondo. Che cosa è in questo momento la cultura siciliana, che fattezze presenta? Sta nelle stanze degli intellettuali, sia che parlino sia che stiano in silenzio, o la troviamo in una sommatoria infinita, sempre da ricomprendere, di mille sfaccettature difficili da vedere? Le città delle nostra regione, la Sicilia intera, non stanno mai silenti. Parlano in continuazione, comunicano sempre qualcosa, in un flusso ininterrotto di decisioni e di modi di essere e di fare. Bisognerebbe intendere meglio le une e gli altri. Non auspicando la nascita o la scoperta di una o più guide intellettuali, oppure di quartieri generali da dove emanare direttive al popolo bue, ma spalmando la parola cultura, democraticamente, su tutta la società, per afferrare quale è la risultante, sempre provvisoria, del ragionamento complessivo. O meglio, cercando di scoprire quante culture ha un popolo come quello siciliano, in quali luoghi e in che maniera si esprimono. Cosa lasciano nel terreno della storia e della società negli anni e cosa trattengono. Forse, dopo aver fatto tale operazione, ci si renderà conto che non sono gli intellettuali (o gli scrittori) a produrre cultura, ma un intero popolo. E allora gli intellettuali (o gli scrittori), o il ceto medio riflessivo, apprenderanno cultura dalla parte restante della società siciliana. E non se ne sentiranno una parte staccata che deve far finta di capire tutto, standosene in silenzio o parlando, fate voi, anche quando niente hanno compreso. Se deve esserci cambiamento in questa terra, e certamente tanto va nel verso sbagliato, questo non può prefigurarsi trainato da presunte menti illuminate. Ma deve fare i conti con la società siciliana così com’è. Cercando di trovare in essa, e insieme con essa, i frammenti culturali, cioè schegge di vita vissuta, per mettere insieme qualcosa di diverso e di più civile. Se si farà il contrario, come sinora sempre accaduto, cioè se si penserà che pochi devono pensare e decidere per tutti, perché hanno letto più libri o sono più intelligenti, ecco che gli intellettuali, ammesso che esista ancora questa figura ottocentesca, potranno anche parlare sino a sfinirsi e a sfinirci. La storia andrà dove decideranno il 99.9 per cento dei siciliani. Che sono, piaccia o meno, i veri produttori di cultura, in quanto sono loro che hanno il timone dell’oggi e del domani tra le mani. Chi si vuole mettere in ascolto, che si senta un intellettuale o meno, cominci a farlo. Senza assumere atteggiamenti pedagogici verso chi si pensa non elabori pensieri e visioni del mondo e che invece, con nostra grande sorpresa, potrebbe donarci gli occhiali per guardare meglio.

giovedì 20 novembre 2008

La chiesa logorroica sul sesso degli altri, in silenzio su se stessa


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 20 NOVEMBRE 2008

Pagina X
I PRETI DELLO SCANDALO NEL SILENZIO DEI CATTOLICI
FRANCESCO PALAZZO


Possibile che un uomo di chiesa per dare risposta alle proprie normali pulsioni amorose e sessuali, debba essere costretto a percorsi clandestini? La vicenda del sacerdote siciliano che ha denunciato la sua presunta ricattatrice, al di là dei risvolti penali che interessano solo il versante giudiziario, investe ancora una volta un problema che la chiesa, ovviamente non solo quella siciliana, finge di non vedere. Quanti uomini e donne di chiesa, religiosi, parroci, suore e quant´altro, vivono la dimensione sentimentale e affettiva in segreto, nel terrore di essere scoperti? C´è chi sostiene che sono moltissimi. C´è chi, se la cosa resta in un ambito ristretto, viene dissuaso nelle segrete stanze. Le conseguenze sono praticamente nulle sul piano ecclesiale o personale. Ci dicevano tempo fa che si può anche arrivare, senza che quella «macchia» passata crei problemi, al soglio vescovile, pure di grandi diocesi: basta che non si sappia in giro e che, soprattutto, non ne scrivano i giornali. C´è chi continua cercando di non farsi scoprire. Con mille, possiamo facilmente ipotizzare, sotterfugi, precauzioni, ansie, sensi di colpa. Quale serenità e realizzazione personale possano avere, in tali casi, un uomo o una donna che hanno fatto della fede il loro unico motivo di vita, è facile immaginare. Ma non tutti ce la fanno. La sofferenza non più sopportabile può portare alla scelta deliberata di rompere con una vita impossibile e fa allontanare molti dalla vita religiosa consacrata. In questi ultimi casi si tratta di veri legami. Molti nomi ci vengono in mente di conoscenti che hanno lasciato per questo motivo. Talvolta sono i migliori. Uomini e donne di chiesa che non avrebbero avuto nessuna difficoltà a continuare la loro vita di fede nell´istituzione chiesa e, contemporaneamente, senza togliere niente a nessuno, come avviene nelle chiese protestanti, avere una famiglia, dei figli, una vita propria. Per alcuni, pochi (ma costituiscono solo la punta di un gigantesco iceberg) prima o dopo la vicenda balza fuori nel modo peggiore, senza che loro lo vogliano o l´abbiano scelto. In questi casi la situazione può presentare, oltre alla sanzione ufficiale dei vertici cattolici, qualche complicazione. La donna può essere a sua volta sposata, può trattarsi di sesso mercenario, di relazioni omosessuali che la chiesa continua a mettere al bando. Oppure la pulsione sessuale repressa può anche prendere strade che portano a circuire minori. Cioè quei soggetti con i quali può essere più semplice, in ambito religioso, venire in contatto. Cose risapute. Tuttavia sorprende il silenzio (possiamo chiamarla omertà?) che ogni volta c´è negli ambiti ecclesiastici. Nessuno, diciamo nessuno, zero, tra i parroci, le suore, i vescovi, i diaconi, i seminaristi fa sentire la propria voce in proposito. Pensate che dopo quest´ultimo episodio qualcuno dirà cosa pensa dell´argomento in generale? Siamo facili profeti in patria. Non ascolteremo niente. Possiamo solo dire che abbiamo pena di chi vive in un contesto simile. In cui non è concesso, pena l´epurazione, l´allontanamento definitivo o la punizione, dissentire pubblicamente, e non clandestinamente, su temi cruciali quali l´amore e la sessualità.

domenica 16 novembre 2008

Palermo-Berlino: andata e ritorno


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 16 NOVEMBRE 2008

Pagina I
La polemica
Capi e capetti litigano mentre la città affonda

FRANCESCO PALAZZO


Il mugnaio prussiano che si rivolse all´imperatore e fu trattato con sufficienza, nel salutarlo gli disse: «Ci sarà pure un giudice a Berlino». E il giudice a Berlino c´era, ed era giusto. Noi potremmo parafrasare, leggendo della trasferta bipartisan nella capitale tedesca, appena conclusa, dei sette consiglieri comunali palermitani, scrivendo: «Ci sarà pure un amministratore a Berlino». E l´amministratore a Berlino c´è, ed è evidentemente capace, se si va da lui per imparare Le cronache ci informano che i sette rappresentanti istituzionali sono stati intrattenuti sul trasporto pubblico berlinese, sulla finanza e sull´ordinamento degli enti locali e sullo smaltimento dei rifiuti. Insomma, su aspetti fondamentali e strategici del governo locale. Che da noi, con evidenza solare, funzionano in maniera pessima da tempo, senza che si intraveda una qualche luce. Le uniche due competenze in cui sembrano, invece, esperti e rodati i governanti palermitani sembrano essere il valzer degli assessori e le liti perenni nella maggioranza bulgara (o siciliana) di cui dispongono. Bisticciano per trovare le migliori soluzioni ai tanti incancreniti problemi della città? Sostituiscono, alla velocità della luce, gli assessori perché, via via, individuano personalità sempre più preparati nei vari settori? Ciò accadrà certamente a Berlino. A Palermo primeggiano le faide tra i partiti, nei partiti, tra le singole correnti, tra capi e capetti soggiornanti tra Roma e la Sicilia. Qualche giorno fa pure i lavori del Senato si sono bloccati per alcuni minuti a causa delle turbolenze palermitane. Possiamo supporre che i sette consiglieri, dei quali lodiamo la volontà di apprendere e praticare in teoria percorsi virtuosi, saranno tornati come quei turisti, cioè come tutti noi, che lodano gli altri tornando dai viaggi estivi, per poi ricominciare e continuare con le solite abitudini quotidiane, utili per sopravvivere nella giungla palermitana. Dubitiamo che sette amministratori berlinesi, parigini o londinesi, fate voi, potrebbero trovare interesse a trascorrere, se non per un´esaltante vacanza di sole e mare, alcuni giorni a Palermo al fine di importare qualche buona pratica nelle loro realtà territoriali. Una volta eravamo il caso Palermo, sperimentavamo inedite e apprezzabili, seppur controverse e criticabili, configurazioni politiche. Ci si scontrava e si polemizzava sulla città. Oggi stiamo diventando un caso patologico. Oppure grottesco. Basta pensare alla vicenda delle zone a traffico limitato. Possibile che in otto anni di governo non si sia ancora in grado di predisporre provvedimenti, un minimo funzionanti, nel settore della mobilità che non siano le solite, estenuanti, estemporanee e perciò inutili soluzioni tampone? I consiglieri comunali berlinesi, su questo e altri aspetti della vita pubblica palermitana, rimarrebbero a bocca aperta. Lo stesso farebbero quelli parigini e londinesi. E dopo il prolungato stupore, come si fa per tutti i casi anomali, comincerebbero ad analizzarci attentamente. Per studiarci bene e capire cosa va evitato accuratamente quando si governa una grande città. «Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: ecco il titolo che politici stranieri, ma anche solo emiliani, toscani o lombardi, potrebbero dare a un loro eventuale (e improbabile) stage nella Palermo che affonda.

giovedì 13 novembre 2008

Antimafia differente tra Comiso e Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 13 NOVEMBRE 2008

Pagina XV
SOCIETÀ CIVILE SILENZIOSA SUL FRONTE DELL´ANTIMAFIA

FRANCESCO PALAZZO

C´era un tempo in cui il sostegno della società civile palermitana, organizzata o meno, ai magistrati antimafia era scontato e palesato con partecipatissime manifestazioni di piazza. Bastava un minimo accenno di attacchi alla Procura perché si mettesse in moto la macchina organizzativa. Negli anni successivi alla morte di Falcone e Borsellino ci è capitato molte volte di assistere a eventi del genere organizzati davanti al palazzo di giustizia, soprattutto, ma non solo, in occasione degli anniversari delle due stragi del 1992. Nel corso di quest´anno due appelli accorati e allarmati del procuratore Francesco Messineo sembrano invece caduti nel vuoto. Il primo a gennaio: il procuratore si chiedeva, parlando di «genocidio giudiziario», come si potevano mandare avanti gli uffici con una riforma dell´ordinamento giudiziario che stava facendo decadere uno dietro l´altro buona parte dei magistrati che avevano già maturato, come procuratori aggiunti, otto anni sempre nello stesso posto. Con, in più, una stretta alle risorse che per il 2008 avrebbe decurtato del 90 per cento i fondi destinati allo straordinario del personale. E tenendo conto che ai giovani magistrati - freschi vincitori di concorso - il nuovo ordinamento impediva di chiedere come prima sede la procura. Per la verità, già nel luglio del 2007, il procuratore Messineo aveva parlato di una procura che nel giro di pochi mesi sarebbe stata decapitata. Il mese seguente aveva lamentato che il disegno di legge del centrosinistra, che riduceva a tre mesi le intercettazioni ambientali utilizzate nelle indagini antimafia, dava una mazzata alle indagini che invece arrivano anche a oltre i due anni. Leggendo un articolo di questo giornale del 6 novembre abbiamo appreso che i pericoli previsti dal procuratore hanno infine preso corpo. In procura sempre più stanze restano vuote, solo uno dei dieci posti vacanti è stato assegnato. Nessuno vuole più venire a Palermo. Quelli che c´erano, a parte i limiti posti dall´ordinamento, sono andati via sfiduciati. Ci pare una circostanza di un peso enorme. Perciò è ancora più pesante il silenzio, pubblico ma anche privato, di quella che un tempo era la società civile impegnata sul fronte dell´antimafia. Possibile che nessuno senta il bisogno di chiamare pubblicamente a raccolta associazioni, movimenti e singoli? Come mai non si vedono, come in passato, striscioni, cortei, fiaccolate? E non è che, per altre questioni, si sia persa la forza della mobilitazione. Recentemente si è svolta a Comiso una sacrosanta manifestazione affinché l´aeroporto della cittadina torni a chiamarsi Pio La Torre. Se sia più pesante il deserto attuale della procura, o la condannabile reintroduzione del vecchio nome all´aeroporto di Comiso in sostituzione di quello di Pio La Torre non lo sappiamo. Certo lo stesso La Torre se oggi vedesse lo svuotamento degli uffici giudiziari palermitani preposti a perseguire Cosa nostra, dopo essere andato a protestare a Comiso, correrebbe di corsa a Palermo per tentare di affrontare l´emergenza antimafia.

sabato 8 novembre 2008

Mafia e politica: quando la seconda scompare

CENTONOVE
Settimanale regionale di politica, cultura ed economia
7 novembre 2008
Mafia e politica, binomio in crisi
Francesco Palazzo
Bisogna capirlo una volta per tutte. Oppure processo dopo processo. Come vi torna più semplice. Il rapporto che lega la mafia alla politica si risolve e si affronta esclusivamente nei tribunali. Quando si è assolti, vince la politica, quando si è condannati, hanno la meglio le toghe. Che poi le sentenze contengano verità tecniche, ossia che si muovano in una sfera del tutto diversa da quella della politica, nel cui ambito conta più la sostanza che la forma, passa in secondo piano. Quando c’è il bollo della giustizia, non c’è spazio per nessun’altra riflessione, che non sia la beatificazione dell’assolto o la discesa agli inferi del condannato. Ma non sempre, in quest’ultimo caso. Perché si può sempre gridare al complotto giudiziario pur dopo pesantissime condanne. O leggere le sentenze, anche dopo l’ultima parola della cassazione, secondo quanto conviene alla politica. Stando così le cose, non ci rimane che leggere e registrare passivamente, da parte della politica, le calorose dichiarazioni di plauso, che non mancano mai, dopo ogni operazione di polizia contro le cosche. Oppure la solidarietà, anche questa sempre presente, nei confronti di coloro che subiscono minacce. Ultimo, il caso Saviano. Poi la vita prosegue, come sempre. Con la politica, e con essa, non dimentichiamolo, tutta una società, borghese e popolare insieme, che ne elegge i rappresentanti, più attente a non incappare nelle grinfie, nel mirino, della macchina giudiziaria che a sciogliere veramente e autonomamente il nodo, importante, fondamentale, decisivo, che lega le mafie alla politica. Ogni tanto qualcuno, soprattutto se si avvicinano le elezioni e di entrambi le coalizioni che si fronteggiano, tira fuori l’amuleto del codice di autoregolamentazione. Mai usanza fu più inutile, ipocrita e retorica. Perché i codici, cui i partiti dicono sorridendo di aderire, ma solo per non fare brutta figura con il mondo intero, sono come le preghiere di penitenza che il nostro buon parroco una volta, non so se ancora è così, perché è da molto che sono fuori esercizio, ci appioppava dopo la confessione come espiazione dei nostri piccoli e grandi peccati. Con il tacito accordo, tra peccatore appena perdonato e sacerdote assolvente, che all’uscita della chiesa si azzerava il contatore e tutti peccatori come prima. E così è per buona parte dei partiti e per quasi tutto il corpo elettore. Una cosa sono le roboanti parole, delle quali ormai l’antimafia teorica del giorno dopo è satura sino alla nausea. Un’altra è l’antimafia praticata del giorno prima, quella quotidiana, fatta di frequentazioni non sospette, limpide azioni amministrative, cittadinanze responsabili, sulla quale dovrebbero esercitarsi, ma non lo fanno quasi mai, la politica e la società che la esprime. Poiché bisogna pragmaticamente fare i conti con ciò che si ha davanti e non con il migliore dei mondi possibili, che alberga nei nostri migliori sogni notturni, prendiamo atto che ormai il legame mafia politica non esiste più, se non, appunto, nelle aule giudiziarie, ma con le conseguenze aberranti che assegnano paradisi eterni agli assolti e inferni temporanei, e sempre riducibili, ai condannati. Non c’è molto altro. Uno dei due termini della relazione mafia-politica, il secondo, è sparito come in un gioco di prestigio. Riappare unicamente durante le udienze, stringendo in mano qualche portafortuna per scongiurare pronunciamenti ostili da parte delle toghe. Le quali, supponiamo, da rosse diventano bianche quando liberano la gioia degli imputati. Ci rimane in mano, sola e sconsolata, l’altra parte del binomio, la mafia, Cosa nostra. Che per l’opinione pubblica si riduce a mera criminalità organizzata, quella che piace tanto a tanta parte di società politica, cui tutti apparteniamo, di ogni tempo, risma e colore. I cattivi, ladri, assassini, estorsori che, prima o dopo, cadranno nella rete della repressione. Tirati fuori, magari, da covi situati in quartieri degradati, in modo che il quadretto sia completo. Il resto, ossia tornare a far vedere e sanzionare quella parte di società politica che sostiene le cosche al di là delle vuote parole, è nelle mani degli elettori. Le lancette del rinnovamento della politica passano dal tribunale del consenso. Che sinora, in Sicilia, sembra emettere sempre la stessa sentenza. Senza, al momento e chissà per quanto ancora, possibilità di alternanza tra i due schieramenti in campo.