mercoledì 8 agosto 2007

Rodolfo Guajana, un borghese anomalo

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 08 AGOSTO 2007
Pagina I

L´ANALISI

Un borghese anomalo
FRANCESCO PALAZZO



Lunedì, in un´intervista televisiva, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha indicato come modello di palermitano l´imprenditore Rodolfo Guajana, la cui impresa una settimana addietro è stata distrutta dal fuoco appiccato dal racket delle estorsioni. A caldo il titolare dell´azienda annientata dichiarò di avere la consapevolezza di essere una persona diversa, in quanto gli sembra normale non pagare il pizzo alla mafia. Adesso Rodolfo Guajana lancia un appello, dove spiega le ragioni del suo essere «diverso», mostrando le sue profonde radici di credente cattolico, praticante e fortemente impegnato nella sua comunità cristiana come ministro straordinario dell´eucaristia e volontario all´azienda ospedaliera Villa Sofia. Nello stesso tempo il suo è un robusto invito alle chiese a prendere posizione dai pulpiti, a non essere tiepide. Siamo di fronte a una novità per la Chiesa palermitana e siciliana. Un semplice credente chiede conto e ragione ai cristiani, alle gerarchie che li guidano, del loro porsi nei confronti della signoria mafiosa. Non si può, egli scrive, finanziare la criminalità e prendersi la comunione la domenica. Alla luce di ciò possiamo integrare la considerazione del procuratore, affermando che Rodolfo Guajana non è solo da prendere a riferimento come modello di cittadinanza laica, ma è anche un credente come dovrebbero esserlo tutti in terra di mafia. Il punto è, purtroppo, che tra i cittadini, laici o credenti che siano, non si intravedono molti esemplari umani anche vagamente simili all´imprenditore palermitano. Gli ambiti civili e quelli religiosi, a parte una ristrettissima cerchia di persone, sono in realtà permeati dalla cultura del lasciarsi vivere senza esporsi più di tanto. Si accetta qualsiasi forma di appropriazione illegale del territorio e, in definitiva, della propria libertà. Gli esempi possono essere tanti, sia in ambito civile sia in quello religioso. Quando si assiste al comportamento di professionisti i quali non solo non trovano disdicevole pagare i posteggiatori abusivi sotto casa, che spesso sono le vedette sul territorio delle cosche in quanto da esse autorizzati, ma che con loro intrattengono rapporti più che amichevoli, quasi di fiducia, si capisce quanto lontano possiamo essere da una classe dirigente che si muova secondo i criteri trasparenti di Guajana. Il vero guaio non è costituito dalla cosiddetta borghesia mafiosa, ma da quella fascia molto più ampia di borghesia, che attraversa trasversalmente tutti i settori pubblici e privati, la quale sta semplicemente a guardare e si schiera silenziosamente, ma molto concretamente, con i sistemi di potere illegali. Di qualsiasi natura essi siano, in primo luogo quelli mafiosi. Spostandoci, poi, sul versante religioso, se solo riflettiamo che dai pulpiti delle omelie domenicali vengono talvolta pressanti richiami a evitare quelli che sarebbero le piaghe dell´umanità - nell´ordine aborto, divorzio e omosessualità - o, bene che vada, si esortano i fedeli a votare quei partiti che non vanno contro la Chiesa, come ancora continua ad accadere, ci accorgiamo che la comunità di fede palermitana si muove complessivamente a distanza di anni luce da come la vorrebbe l´imprenditore nella sua lettera aperta. La quale, molto probabilmente, sarà ignorata dalle parrocchie. Dovrebbe invece essere riprodotta in milioni di copie dalla Curia palermitana, distribuita con la stessa meticolosità del foglietto contenente le letture domenicali e mandata a memoria come una litania. Ciò che spesso fa problema ammettere, soprattutto a quanti si beano dell´antimafia dei pochi, è che l´affermazione che Cosa nostra in Sicilia è composta di circa cinquemila affiliati organici che soggiogherebbero più di cinque milioni di siciliani puri come gigli non corrisponde minimamente alla verità per come la conosciamo. Perché prima bisognerebbe dimostrare che almeno altri cinquemila cittadini e cittadine, credenti e no, in tutta l´Isola abbiano lo stesso spessore etico, civile o religioso dell´imprenditore Rodolfo Guajana. Cinquemila, pur violenti, contro altri cinquemila, pur pacifici, già sarebbe un punto di partenza. Ma tale inizio è ben lontano dall´essere raggiunto.

giovedì 2 agosto 2007

Se la politica facesse il test sul tasso di onestà e buona amministrazione

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 02 AGOSTO 2007
Pagina I
LA POLEMICA
E se facessero il test sul tasso di onestà?
FRANCESCO PALAZZO




Eravamo sicuri che la politica siciliana, con qualche timido distinguo, si sarebbe accodata al controllo antidoping per gli eletti. Gli strali che provengono, più da destra che da sinistra, contro l´uso di droghe e sulla negativa influenza che esse possono avere nell´azione politica, sono encomiabili. In effetti, da tempo sospettavamo che il popolo siciliano sentisse come impellente la necessità di sapere quanti dei loro rappresentanti fanno uso di droghe e, se possibile, anche le loro abitudini sessuali e il conseguente ménage familiare. E poi, perché fermarsi a questo? Anche il tasso alcolico potrebbe costituire ostacolo a una sana e corretta azione politica. Quindi, che so, prima di entrare a Palazzo delle Aquile o all´Assemblea regionale si potrebbe sottoporre tutti alla prova del palloncino. In modo da verificare lo stato d´ebbrezza o la totale astemia di quanti si apprestano a mettersi al volante della macchina politica. Chi risulterà pulito e in regola su tutti questi fronti sarà senz´altro in grado di rappresentare degnamente il popolo siciliano. Il quale si sentirà molto più sicuro, avendo la certezza di essere guidato da simili rappresentanti, i quali, lontani dai fumi dell´alcol, distanti anni luce da cocaina e simili, con famiglie ufficialmente sane, stile Mulino bianco, sapranno legiferare e mettere in atto tutte le azioni di governo utili per fare finalmente migliorare questa terra. Che stiamo parlando d´aria fritta non c´è bisogno di sottolinearlo. Ma è proprio perché si parla del nulla, senza alcun rischio vero per nessuno, che si registra questa sorta di campagna moralistica contro i "vizi" dell´umanità. Ben altre reazioni, ovviamente, ci sarebbero se ci si proponesse di verificare il tasso reale, vissuto esistenzialmente e politicamente, non quello parlato, di antimafiosità. Difatti ancora oggi, così come nel passato recente e remoto, accade che di fronte a quadri politici più che imbarazzanti, che talvolta diventano anche gravi configurazioni giudiziarie o condanne definitive, si gridi al garantismo a squarciagola quando si vorrebbe impedire ad alcuni di entrare dentro le istituzioni o si pretenderebbe che taluni ne uscissero perché impresentabili. In questi casi la campagna inquisitoria, che vorrebbe combattere i vizi e i peccati privati, miseramente svanisce di fronte a colpe che hanno pesantissime rilevanze pubbliche.
In futuro potrà quindi capitare che un deputato regionale, un sindaco, un assessore, un consigliere comunale, un presidente della Regione, siano messi alla berlina per qualche spinello o per notturni incontri amorosi fuori dai canoni. Mentre invece, facile previsione, continuerà a non accadere niente se i soggetti di prima si impegneranno in non casuali e accertate frequentazioni con gente al di sotto di ogni sospetto. Ancora più complicato sarebbe un altro tipo di controllo, ossia quello sulla buona o cattiva amministrazione. Il nero diventa bianco sovente in quest´ambito, soprattutto in campagna elettorale, quando si deve dare conto di quanto già fatto e si deve prospettare quanto si vorrà fare. Dopo le elezioni tutto sfugge e torna a farsi impalpabile, proprio come la cattiva aria che respiriamo a Palermo. Che ha il pregio, rispetto agli stupefacenti, di essere smerciata gratuitamente per tutti e di avere quasi lo stesso effetto. Non ci illudiamo, quindi. In Sicilia non troveremo, sull´antimafia non di facciata e sulle capacità amministrative, cioè su quegli aspetti della vita associata che veramente interessano i cittadini, folle di classe dirigente disposte ad afferrare la scimitarra di serrati e seri controlli, come oggi si vuole fare per questioni che attengono solo ed esclusivamente alla sfera personale e intima del singolo. Per parte nostra continueremo senz´altro a preferire un politico magari un po´ vizioso, ma onesto e preparato, a uno apparentemente virtuoso ma disonesto o mafioso.

venerdì 20 luglio 2007

Pubblico e Privato

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ, 20 LUGLIO 2007

Pagina I

IL CASO
L´esempio di Cinisi: due lidi attigui, due destini opposti

La spiaggia si pulisce soltanto se è privata
FRANCESCO PALAZZO



Il dibattito sui beni comuni, consistente nel capire se tali risorse debbano rimanere in mani pubbliche o possano transitare, almeno per la gestione, in quelle dei privati, va condotto caso per caso. Evitando gli ideologismi fini a se stessi e confrontandosi con la concretezza degli eventi per come vengono percepiti e vissuti dai comuni mortali. Per orientarsi meglio è forse utile partire descrivendo piccole storie. Non eccezionali prese singolarmente, ma abbastanza diffuse e quotidiane come tipologia e perciò indicanti un modello che appare abbastanza sperimentato. Una è questa. L´ultima uscita dell´autostrada prima di raggiungere l´aeroporto Falcone e Borsellino indica l´attraente meta di "Marina di Cinisi". Due spiaggette pubbliche si trovano appena usciti a sinistra, divise dalla Torre Pozzillo. Struttura, quest´ultima, esternamente integra e abbandonata, quando invece potrebbe essere meta di bagnanti e turisti per la vista invidiabile che si scorgerebbe dalla sua sommità. Nello spazio a destra della torre troviamo due piccole calette davvero spettacolari e un mare cristallino. Ma con un arenile pieno d´immondizia, dove è possibile catalogare tutti i tipi di rifiuti. Non solo: basta girarsi un attimo, ed ecco che il rudere di una villa abbandonata e ormai vandalizzata fa bella mostra di sé. Questo lo spettacolo che si presenta giornalmente. Ovviamente non c´è neanche l´ombra di un contenitore per i rifiuti. Spettacolo deprimente, se non fosse che le calde e pulite acque e un bagno ristoratore attenuano per qualche minuto la consapevolezza che, pure con una natura così benevola, riusciamo a fregarci con le nostre mani. Cambiamo scenario. A sinistra della torre si apre un altro spazio balneabile, sempre molto bello, anche se spesso battuto sino a riva dalle alghe. A un certo punto, sembra quasi un miraggio, scorgiamo un ragazzo che pulisce accuratamente, e allora quasi ci pentiamo di aver pensato male. Ecco il Comune di Cinisi all´opera con un suo operatore. Prima questa spiaggia e poi quella di prima, pensiamo ingenuamente. Ci avviciniamo e ricacciamo in gola la soddisfazione: il ragazzo è un impiegato della struttura attrezzata e privata che sorge sulla spiaggia. I cui gestori, evidentemente, hanno tutto l´interesse a pulire non solo lo spazio di loro competenza, ma anche tutto il resto, in modo da rendere gradevole la zona a più gente possibile e così realizzare un guadagno maggiore. Una convenienza economica spinge quindi costoro a tenere il territorio accogliente. Il fine è comunque quello auspicabile, ossia il miglioramento della qualità della vita per tutti e il rispetto scrupoloso dell´ambiente. Il ragazzo ci dice che il Comune si fa vedere poco. Non sappiamo se è veramente così. Certo, guardando l´altra spiaggia, che ha la "fortuna" (per gli ecologisti duri e puri) o la "sfortuna" (per i cittadini normali) di non essere curata da privati, abbiamo la conferma della scarsa presenza dell´ente locale. E non finisce così. Il giovanissimo addetto si spinge pure, con scopa e paletta, a pulire la strada carrozzabile oltre lo spazio sabbioso, guadagnandosi la nostra definitiva ammirazione. Ci spostiamo di qualche centinaio di metri verso Villagrazia di Carini, a ridosso di un albergo. I cui proprietari, sempre seguendo un ragionamento strettamente imprenditoriale, curano molto bene la zona costiera di loro competenza, altrimenti i turisti non li vedrebbero più neanche con il cannocchiale. Anche in questo caso un´altra incantevole caletta pubblica si porge alla vista dei visitatori. Peccato sia occupata da montagne d´alghe secche e putrescenti che si depositano durante i mesi invernali. Sino allo scorso anno e per circa un biennio il Comune, questa volta quello di Carini, aveva rimosso le alghe e attrezzato il luogo con sdraio e bagnini. Quest´anno ha deciso che l´operazione non doveva essere ripetuta. Ci rendiamo conto che questi fatti non spiegano il mondo. Tuttavia, ci appaiono esemplari. Lo slogan "pubblico bello-privato cattivo" può essere, più o meno acriticamente, agitato nelle manifestazioni di piazza. Bisogna però vedere se poi ha rilevanza tangibile, in termini di efficacia ed efficienza, nella vita di tutti i giorni.


mercoledì 18 luglio 2007

L'allarme di Paolo Borsellino venti anni dopo

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDI’ 18 LUGLIO 2007 – PAG. XI
Quel grido di Borsellino e l´allarme del procuratore
FRANCESCO PALAZZO




Alla vigilia dell´anniversario in cui si ricorderanno Paolo Borsellino e la sua scorta, Francesco Messineo, procuratore della Repubblica di Palermo, ossia il vertice dell´ufficio giudiziario più esposto in Italia nella lotta a Cosa nostra, viene sentito dalla commissione Antimafia nazionale, in visita in città. Non da quella regionale, perché ancora, a più di un anno dell´insediamento dell´Ars, è ingiustificatamente inesistente. L´alto magistrato dice, senza giri di parole, che tra qualche mese il suo ufficio potrebbe essere decapitato. La causa è una norma transitoria contenuta nel nuovo ordinamento giudiziario in fase d´approvazione, che prevede la variazione d´incarico per quei magistrati che prestano servizio da più di otto anni nelle stesse funzioni. Una previsione molto preoccupante proprio perché fondatissima. Il giorno dopo ci si aspetterebbero prese di posizione a raffica, almeno dello stesso tenore di quelle che hanno accompagnato l´esilarante e innocua, a dire il vero, battuta siculo-pakistana del ministro dell´Interno. Invece silenzio, tranne una vaga rassicurazione dai membri della commissione Antimafia. Non è la prima volta che da Palermo giunge un segnale di questo tipo. Proprio Paolo Borsellino, il 20 luglio del 1988, da procuratore di Marsala, lanciò un allarme fortissimo sul fatto che c´era il pericolo di una demolizione del pool antimafia istituito da Rocco Chinnici e poi perfezionato e portato alle sue massime potenzialità da Antonino Caponnetto. «Ci sono tentativi seri - rivelò il magistrato a l´Unità e a Repubblica - per smantellare definitivamente il pool antimafia dell´ufficio istruzione e della Procura di Palermo. Stiamo tornando indietro come dieci o venti anni fa». L´intervista suscitò scalpore in tutto il Paese, e Borsellino rischiò pure un procedimento disciplinare. Ci volle un intervento del presidente della Repubblica per aprire una procedura d´approfondimento su quanto stava accadendo o rischiava di succedere all´interno degli uffici giudiziari palermitani. Poco prima di morire, il 25 giugno del 1992, alla Biblioteca comunale, nel suo ultimo incontro pubblico, Borsellino spiegò perché aveva rilasciato quell´intervista: «Rischiai conseguenze professionali gravissime. E forse questo lo avevo messo nel conto. Mi dissi che l´opinione pubblica almeno doveva sapere e conoscere. Il pool doveva morire davanti a tutti». Sono trascorsi quasi vent´anni da quegli eventi, ricordarli oggi serve non tanto per giudicare il passato ma per guardare al presente. Quasi due decenni addietro, davanti a un forte monito lanciato da un magistrato, si mosse tutta l´Italia sino al capo dello Stato. Palermo faceva notizia. Oggi il procuratore capo di Palermo può affermare tranquillamente che tra alcuni mesi il suo ufficio sarà costretto a fare a meno di quasi tutte le professionalità più significative, e ciò "scatena" solo qualche riga di cronaca sui quotidiani e non smuove dalla quiete tombale la cosiddetta società civile. le istituzioni e le formazioni politiche d´ogni risma e colore. I tempi che cambiano, si potrebbe dire. Evidentemente non in meglio. Per finire, una banale considerazione. Che la commissione Antimafia venga a Palermo è un evento sicuramente positivo. Un po´ meno lo è la circostanza che senta soltanto il bisogno di verificare il lavoro degli apparati giudiziari e investigativi. Ma una commissione che nasce dal Parlamento, e che quindi è espressione a tutto tondo della politica, non doveva in primo luogo prendere perlomeno un caffè con i vertici della politica regionale e con i rappresentanti dei partiti? Perché così non facendo dà l´errata impressione che la lotta alla mafia sia circoscrivibile all´azione giudiziaria e a quella delle forze dell´ordine. Mentre invece è la politica che una simile commissione deve centrare sempre più nel mirino. Sarà per la prossima volta.

lunedì 9 luglio 2007

CENTONOVE DEL 6 LUGLIO 2007 - Pag. 38

L'omosessualità e la scuola in castigo
di Francesco Palazzo



A bocce ferme è forse utile tornare sul caso dello studente palermitano, punito dalla professoressa perché ha offeso e discriminato un compagno etichettandolo come omosessuale. Se bastasse far scrivere come castigo “sono un deficiente” su un quaderno, come accaduto in questo caso, per risolvere i problemi della scuola, e di conseguenza quelli della società, avremmo fatto tutti un passo in avanti dopo l’assoluzione della docente. Quest’ultima era stata accusata dai genitori del ragazzo, pensiamo un tipo abbastanza normale, che tanti se ne possono incontrare fuori e dentro gli istituti scolastici. Ragazzi che, pur volenterosi nello studio e magari anche rispettosi dei propri simili in quasi tutti i contesti esistenziali, si lasciano andare in alcuni momenti a parolacce e insulti quasi per gioco, volendo in questo imitare gli adulti, che consegnano loro esempi di deficienza a palate. Volendo contestualizzare l’argomento specifico, terreno dell’offesa del ragazzo al suo compagno, ossia l’omosessualità, come non dire di quanto la tematica sia, in tutti gli spaccati sociali, oggetto di battutine e derisioni feroci, soprattutto da parte del settore mascolino dell’umanità siciliana? Quante ammissioni di deficienza dovrebbero essere trascritte fuori dalle aule scolastiche? Non basterebbero i quaderni di tutte le cartolerie presenti nella regione. E come non rilevare che la stessa chiesa cattolica ha un atteggiamento di biasimo nei confronti degli omosessuali? Nel migliore dei casi addolcito con sospirata misericordia, come se ci si trovasse di fronte a degli appestati da capire e compatire. Deficiente anche la chiesa? Se ne può discutere. Chissà se mai troverà qualche insegnante che la metta per questo dietro la lavagna. Possiamo fortemente dubitare che ciò accadrà e se si verificasse già si possono immaginare le critiche che pioverebbero addosso ad un simile atto pedagogico, altro che la solidarietà espressa nei confronti dell’insegnante in questione. Con i forti è più conveniente essere deboli e chinare la testa. Più agevole per l’opinione pubblica mettere al centro un ragazzo, l’ultimo anello, il più debole della catena, sul quale quindi si può essere forti. In fondo, definire bullo un adolescente è la cosa più facile di questo mondo, ormai è quasi una moda, praticata in massa perché mette tutte le cosiddette agenzie educative con la coscienza a posto. Prendersela con i genitori è poi ancora più semplice. Immaginate, però, se vostro figlio tornasse a casa con un quaderno pieno di “sono un deficiente”. Parola che significa anche lacunoso, carente, d’accordo, ma nel linguaggio comune, come sappiamo, vuole dire principalmente cretino. Volendo, comunque, prescindere dal caso specifico, ci pare che, nella sostanza e nella forma, si potrebbero approntare metodi diversi per affrontare vicende simili. Sulla sostanza si è già detto prima. Non si può far pagare ad un ragazzo tutta la cultura omofobica che pervade la società e l’istituzione religiosa più rappresentativa del paese. Per quanto riguarda la forma si dovrebbe, invece di procedere a interventi sanzionatori diretti, individuali e bruschi, attivare tutti i meccanismi collettivi e democratici interni alle scuole. Nel rapporto con i ragazzi non si può pensare che i fini giustifichino i mezzi. Fini e mezzi devono essere condivisi il più possibile da tutta la comunità scolastica, comprese ovviamente le famiglie. Perché se il mezzo è sbagliato, e far scrivere cento volte la frase “sono deficiente” lo è, il fine della convivenza civile difficilmente si potrà raggiungere. Il ragazzo, se proprio è una sua convinzione, continuerà a ritenere che un gay non possa entrare nel bagno degli uomini (torna alla mente l’uguale divieto, brandito per motivi opposti, contro l’onorevole Luxuria alla Camera dei Deputati). L’adolescente oggetto dell’insulto, la prossima volta, in assenza di regole certe e solo in presenza di reattive azioni personali, non saprà a che santo rivolgersi. La fine auspicabile di questa storia, se ci pensiamo bene, doveva essere quella di far riavvicinare i due adolescenti in modo che si potessero parlare e, se possibile, chiarire. E questo si può sempre fare, ed è compito della scuola e delle famiglie impegnarsi in tal senso. Per il momento si brinda ad una sentenza d’assoluzione che, pur corretta in termini di diritto e condivisibile in quanto al buon senso, non permette a nessuno di fare anche un minimo passo in avanti.

sabato 7 luglio 2007

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 07 LUGLIO 2007
Pagina XV
La grande incognita siciliana del nuovo Partito democratico
FRANCESCO PALAZZO


Il segretario regionale dei Democratici di sinistra, Tonino Russo, nel commentare ieri il fresco e deludente sondaggio che darebbe il Partito democratico in Sicilia al 21 per cento, oppone argomenti assolutamente condivisibili: trattasi, afferma, di un partito che ancora non c´è e del quale, per giunta, non si conosce a tutt´oggi il simbolo. C´è da aggiungere che anche a livello nazionale il partito che non c´è viaggia su numeri bassi, giungendo appena al 24 per cento. Bisogna però dire che il Pd ha davvero ampi margini di crescita, soprattutto adesso che è sceso in campo Walter Veltroni. Da noi, al contrario, quella frontiera del 21 per cento rischia di essere più che un punto di partenza una montagna difficilmente valicabile. Va tenuto in grande considerazione il fatto che in Sicilia la fetta di Ds che sta per approdare nella Sinistra democratica è più consistente che in altre regioni. Se a questo si aggiunge che ciò avviene in un contesto elettorale quale quello siciliano, che vede il centrodestra sempre con il vento in poppa, ci rendiamo conto che il Partito democratico in salsa siciliana dovrà fare sforzi ulteriori per raggiungere quel 30 per cento che pure qualche altro sondaggio gli assegna. La verità è che questo partito non è ancora riuscito a scaldare i cuori e le teste delle persone che non si occupano tutti i giorni di politica. Certo, questa considerazione non riguarda solo la Sicilia, ma qui da noi vale ancora di più. Se non riesci almeno a intiepidire chi non ha mai votato per te, anzi addirittura fai raffreddare o allontanare chi sino a questo momento aveva ritenuto di assegnarti il consenso, retrocedendo da tre a più di cinque punti rispetto ai risultati fatti registrare nelle due circoscrizioni siciliane per le politiche del 2006, qualche problema, al di là dei sondaggi ballerini, c´è. E il problema è capire cosa significa un nuovo partito come quello democratico per le donne e gli uomini della nostra terra, cioè quale percorso specifico potrà far intravedere nel quotidiano quando il dibattito uscirà all´esterno dei luoghi quasi sacrali, seppure necessari, della politica come professione. Al momento sappiamo che in Sicilia 52 persone si occuperanno delle fasi iniziali che porteranno alla nascita del partito vero e proprio. La composizione del parlamentino è stata fatta nel rigido rispetto di quote suddivise tra Ds, Margherita e soggetti esterni alle due formazioni. Il metodo attraverso il quale si è giunti alla nomina dei 52 non è sembrato ai più comprensibile. Ma poco conta, il rischio è che non siano visibili elementi di novità in grado di motivare le masse e determinare uno spostamento significativo della lancetta elettorale. Vorremmo ascoltare idee, analisi e proposte concrete che rompano gli schemi. Per far questo potrebbero tornare utili gli esterni ai partiti inseriti nel gruppo dei 52. Ma anche in tale operazione la sensazione è che si sia pescato in un mondo già fortemente politicizzato, con codici culturali e linguaggio simili, e in alcuni casi uguali, a quelli dei due partiti prossimi allo sposalizio. Sarà capace il nuovo partito di produrre idee originali e trascinanti? Lo si vedrà nei prossimi mesi. Il rischio è che ci si limiti a «copiare» il dibattito sul Partito democratico che si andrà sviluppando a livello nazionale, navigando a vista nel mare più o meno agitato della politica regionale. Sperando, oltre ogni speranza, che un realistico 21 per cento si trasformi come per magia in un portentoso 30 per cento.






mercoledì 4 luglio 2007

I tempi della politica tra Palermo e la Francia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 04 LUGLIO 2007

Pagina I

L´INTERVENTO

La fumata nera a Sala delle Lapidi
FRANCESCO PALAZZO


Sono trascorsi quasi due mesi dalle elezioni e lo spettacolo al quale i cittadini palermitani assistono in questi giorni è davvero pessimo. Proteste anti Tarsu a parte, si è arrivati appena all´insediamento del nuovo Consiglio e per giunta con il sindaco assente. Non abbiamo un governo completo, un presidente e i vicepresidenti di Sala delle Lapidi, non si vede nemmeno l´ombra del bilancio. Nel centrodestra vincente si litiga a tutto spiano sul vicesindaco, su chi dovrà guidare l´assemblea consiliare, sulla guida di qualche municipalizzata e chissà su quanto altro ancora che ai poveri mortali non è dato conoscere. In effetti c´è da spartirsi molto. Non per servire la città, questo sembra l´ultimo dei problemi. Il primo è quello di accontentare tutti i singoli appetiti, le infinite correnti ricorrenti d´ogni formazione politica, la pletora dei vari parlamentari regionali e nazionali sponsor di questo o di quell´eletto. Del resto, ormai la campagna elettorale è abbastanza lontana. I gonfaloni e i mega poster sono in soffitta, compresi le inutili frasi e i falsi sorrisi che ci hanno accompagnato e torturato per mesi. Giusto per fare un paragone spropositato, si potrebbe guardare ad altre elezioni avvenute due mesi fa, le presidenziali francesi. In Francia dopo poco più di una decina di giorni dal ballottaggio per le presidenziali erano già stati nominati il presidente del Consiglio e il governo, composto quest´ultimo per quasi metà dei quindici designati da donne. Ma ci rendiamo conto che il paragone con Palermo non è proponibile. Anche all´interno dell´Unione c´è un certo travaglio. C´è poco da spartire, ma ci si accapiglia comunque. In questo caso lo strapuntino è una delle due vicepresidenze del Consiglio comunale, quella che spetta all´opposizione. È davvero così importante quella poltrona per gli elettori del centrosinistra? Forse no, sarebbe meglio che l´opposizione desse di sé un´immagine più sobria, più unita. Tuttavia, a leggere le cronache che davano conto della prima seduta, si fa per dire, del Consiglio comunale, si registrano almeno tre posizioni sulla questione, tante quante sono le parti in cui si è diviso il centrosinistra all´interno dell´assise cittadina. Abbiamo un candidato del Partito democratico, uno dei consiglieri orlandiani e un altro della parte radicale dello schieramento, in cui si giura che si voterà per una donna. Vedano loro. Come prima botta unitaria non c´è male. Insomma, per non tradire una tradizione ormai largamente consolidata, il primo Consiglio comunale si è concluso con un nulla di fatto. Una fumata nera che si proverà a schiarire lunedì prossimo, data della prossima, si fa sempre per dire, seduta pubblica. I gettoni di presenza per i consiglieri comunali, ma questo è solo un dettaglio, saranno già due. E non sarebbe peregrina l´innovazione di non assegnare alcun compenso per le convocazioni che vanno sostanzialmente a vuoto. Torniamo un attimo alla Francia - forse il paragone serve solo a mostrare quanto siamo lontani dall´Europa - e ricordiamo che, mentre noi a Palermo siamo bloccati sul nome di un possibile presidente della ex municipalizzata dei rifiuti urbani, si sono svolte pure le legislative, primo turno il 10 giugno e secondo il 17. Per la verità anche noi disponiamo di certezze assolute, non dobbiamo buttarci così in basso. Dal 9 al 15 luglio, caschi il mondo, si deve festeggiare da par sua Santa Rosalia. Alla faccia dei francesi e di chi ci vuole male.

giovedì 28 giugno 2007

Via Matteo Bonello

LA REPUBBLICA - GIOVEDÌ, 28 GIUGNO 2007

Pagina XIV

LA POLEMICA

LA STRADA INTESTATA A UN OMICIDA
Il protagonista: Via Matteo Bonello ricorda il capopopolo che uccise il Gran Cancelliere Maione
Il contesto: Il fatto è accaduto per contrasti tra nobili nel XII secolo ai tempi di Guglielmo il Malo

FRANCESCO PALAZZO

A proposito di strade palermitane intestate o meno per vari motivi, nei giorni scorsi "Repubblica" ha ricordato la campagna di stampa per non fare intitolare una via a Giuseppe Maggiore (rettore fascista propugnatore delle leggi razziali, che aveva sottoscritto la cacciata dall´Ateneo di cinque docenti ebrei) e ha sottolineato invece che ad Alfredo Cucco è andata meglio, non si capisce per quale motivo. Per lui un posticino nello stradario si è trovato. Sull´argomento, alcuni mesi addietro, si è appreso che, per decisione della commissione toponomastica del Comune, duecento strade e piazze palermitane, vecchie e nuove, stanno cambiando denominazione o sono in procinto di avere un nome nuovo di zecca al posto di molte incomprensibili sigle anonime. Giovanni Paolo II ha già impalmato la piazza antistante lo stadio scalciando lo statista Alcide de Gasperi, che però ancora gode di un posto al sole nella strada vicina. Tra i nuovi arrivati avremo anche il cardinale Pappalardo, il filosofo Norberto Bobbio, madre Teresa di Calcutta e altri personaggi più o meno noti. È nota e già archiviata la giusta polemica di alcuni familiari di vittime della mafia, che non hanno gradito la periferica dislocazione delle vie assegnate ai loro cari. In qualche caso il Comune ha già fatto marcia indietro. Parlando di strade, credo sia interessante riflettere su un altro caso, non so se unico, ma certamente molto raro. Una delle vie più conosciute di Palermo è dedicata a chi una sera di tanti secoli addietro, con tutti i dubbi che una ricostruzione storica di un fatto così lontano nel tempo presenta, avrebbe pugnalato a morte una persona. Parliamo della Via Matteo Bonello, che scorre non in una landa desolata del territorio palermitano, ma in un luogo centralissimo, ossia tra il palazzo arcivescovile e la cattedrale. I fatti sono (o sarebbero) questi. Siamo nel dodicesimo secolo, capo del regno normanno di Sicilia è Guglielmo I, asceso al trono dopo la morte di re Ruggero II. Passa alla storia come "Il Malo", chiamato così dai baroni ai quali limita i privilegi feudali. Per perseguire tale obiettivo politico da carta bianca al suo Gran Cancelliere, Maione da Bari, di estrazione plebea. Quest´ultimo per un periodo è primo ministro e quindi la persona più potente dopo il re stesso, al quale si suppone volesse subentrare. Su di lui gravano le accuse, non si sa quanto fondate, di tirannia e malgoverno. Avvia comunque varie riforme che colpiscono economicamente i baroni. Tutto questo sfocia in un rivolta, guidata da Matteo Bonello e progettata dai nobili nel castello di Caccamo. Il 10 novembre 1160, come capro espiatorio della crisi, Maione è assassinato in pubblico. Una tradizione popolare vuole che sia stato ucciso proprio dal Bonello davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi, sul portone d´ingresso, si troverebbe infissa l´elsa della spada del suo giustiziere. L´impugnatura nel portone c´è davvero, non coinciderebbe tuttavia con quelle in uso al tempo dei fatti. Sulla vicenda storica c´è, inoltre, da dire che Bonello è imparentato con Maione, questi infatti gli ha promesso la mano della figlia. Sembra pure che l´agguato mortale avviene con il silenzio, forse complice, dell´arcivescovo di Palermo Ugo. Il quale, poco prima dell´uccisione di Maione, pare intrattenga con lui un dialogo molto duro, accusandolo di non proteggere i baroni. In ogni caso la vittima è malvista sia alla nobiltà che dal clero. In qualsiasi modo siano andate le cose, pare dunque che il "merito" più grande per il quale è ricordato Matteo Bonello, a torto o a ragione, è quello di aver ucciso un esponente delle istituzioni, amato o odiato non è questo che importa. Ed è davvero singolare che, non solo gli sia stata dedicata una via, ma che questa ricada proprio nel luogo dove s´ipotizza sia avvenuto il delitto, sottolineando di fatto il motivo dell´intitolazione. Forse è ormai giunto il tempo di rimediare, magari intestando la strada che passa nel cuore della cattolicità palermitana proprio al Cardinale Salvatore Pappalardo. In quanto all´elsa ancora piantata nel portone dell´arcivescovado, pur non essendo riconducibile a quell´agguato, ma ricordando a tutti un eclatante omicidio politico (oggi, forse, diremmo anche mafioso), non sarebbe male che dalla curia partisse l´iniziativa di estirparla definitivamente.

martedì 26 giugno 2007

Abolire l´ergastolo scelta sbagliata

LA REPUBBLICA PALERMO MARTEDÌ, 26 GIUGNO 2007
Pagina IX
Abolire l´ergastolo la scelta sbagliata
Cosa nostra ne trarrebbe un vantaggio non tanto nell´impunità quanto nell´immagine
FRANCESCO PALAZZO


I rapporti tra Cosa nostra e lo Stato vivono anche di segnali e di percezioni. Quasi sempre questi ultimi incidono, in positivo o in negativo, soltanto all´interno della sfera emotiva di entrambi i soggetti, altre volte generano sostanziali modifiche. Non sappiamo in quale versante collocare la proposta dell´abolizione dell´ergastolo, che potrebbe inserirsi nella più generale riscrittura del codice penale. Che l´argomento sia sensibile non ci vuole molto a dimostrarlo. Si sostiene che i mafiosi non hanno mai avuto problemi a stare in cella. Non si può negare, tuttavia, che se qualche decina d´anni può addirittura costituire una medaglia al valore, quando il tempo reclusivo è senza fine la cosa comincia a farsi seria anche per le pelli più dure. Del resto, che il numero dei collaboratori di giustizia sia stato notevole proprio nel periodo in cui lo Stato è riuscito ad attuare un giro di vite sulla situazione carceraria e repressiva in generale, qualcosa vorrà pur dire. L´argomento cancellazione ergastolo, insomma, è di quelli sensibili e potrebbe essere interpretato dalla mafia, a torto o a ragione, come una risposta a esigenze non secondarie. E ciò a prescindere dalla volontà e dalle motivazioni della politica, sicuramente adeguate e convincenti in punta di diritto. L´abolizione del 41 bis e dell´ergastolo, oltre che la revisione dei processi per cancellare appunto le pene più pesanti, stavano in cima al famoso papello che Cosa nostra avrebbe agitato sotto il naso delle istituzioni repubblicane dopo le stragi di Capaci e di via D´Amelio. Papello firmato platealmente con gli attentati dinamitardi dell´estate del 1993 sull´asse Roma-Firenze-Milano. Le altre emergenze per il governo mafioso erano la confisca dei beni e la delegittimazione dei collaboratori di giustizia. Sullo stato dell´arte concernente questi due ultimi temi ognuno può farsi l´opinione che vuole, a un occhio profano sembra che non si navighi nell´oro. Tornando all´ergastolo, che comunque nell´ipotesi di riforma sarebbe sostituito con la pena di 38 anni, è giusto pure soffermarsi sull´impatto che la sua cancellazione può avere su un comune cittadino, magari nato in un quartiere periferico ad esclusiva signoria mafiosa. Vedere tornare i mafiosi che contano a spadroneggiare nel territorio, dopo che ci si era affrancati definitivamente almeno della loro presenza fisica, può motivare e giustificare nel popolo minuto, il quale pure esso vive di segnali e percezioni, la consapevolezza, grezza ed errata finché si vuole, che alla fine vincono sempre loro. Avranno tempo i giuristi a spiegargli che oggi l´ergastolo non se lo fa più nessuno e che dopo 26 anni si può ottenere la libertà condizionata. Ci sarà pure modo di tirare in ballo la Costituzione nel punto dove parla di rieducazione del condannato, affermando che la frase "fina pena mai" non prevede nessun tipo di recupero del reo. Ma alla fine prevarrà il ragionamento spicciolo, il capomafia era in carcere e adesso è di nuovo tra i piedi, non tanto per redimersi, ma per riacciuffare il potere e guadagnarne ancora. Capiamo che una riforma di questo tipo non può essere letta solo attraverso le deformanti e deformate lenti siciliane o meridionali. Inoltre, ci paiono discutibili le ragioni di coloro che ipotizzano una nuova guerra di mafia dopo un´eventuale revoca degli ergastoli. Di guerre di mafia ve ne sono state in abbondanza, sostengono alcuni, anche in presenza del carcere a vita. Detto tutto questo, non si può eludere una questione politica generale, che va al di là dei codici. Da un governo di centrosinistra, pur se azzoppato in uno dei due rami del parlamento, ci si attende molto contro le mafie. Che si esordisca mettendo sul piatto del confronto politico la forte pietanza dell´abolizione dell´ergastolo non è un buon segno. Nelle intercettazioni i mafiosi si dichiarano contrariati degli effetti seguiti all´indulto. Possiamo star certi che questa discussione sull´abrogazione della massima pena detentiva li stia rendendo un po´ più contenti e meno contrariati.

mercoledì 20 giugno 2007

L'antimafia oltre le date

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 20 GIUGNO 2007

Pagina XV
Una casa delle associazioni nell´antimafia senza date
FRANCESCO PALAZZO


Quando ricordare le vittime di mafia? C´è proprio bisogno di un giorno del calendario in cui far ricadere la memoria unificante che onori tutti coloro che sono caduti sotto la violenza mafiosa? Giuseppe Casarrubea sollevava ieri sul nostro giornale polemicamente e giustamente la questione. Ogni vittima ha una sua peculiarità, rappresenta un percorso particolare, che dovrebbe semmai essere enfatizzato più che riprodotto recitando interminabili elenchi. Anche se questi ultimi sono utili a consegnarci il quadro unitario di una lotta che non è vacuo rappresentarsi in maniera sincronica. Si devono fare ambedue le cose, ma sappiamo che le vittime non sono tutte uguali. Per alcune c´è stata negli anni una sovraesposizione mediatica, altre sono sostanzialmente scomparse, se non nella memoria dei loro cari, in quella più grande e significativa della pubblica opinione. Allora non ci sarà mai nessuna data in grado di accontentare tutti, e del resto ci pare che tale problematica ha a che fare soltanto con una parte dell´antimafia, ossia la memoria. Trarre dall´oblio le vittime, tutte, è esercizio che mai può essere disatteso, anche se talvolta prevale la retorica sulla sostanza. E la retorica prevale, e a volte inonda qualche iniziativa. Se a primeggiare fossero i progetti comuni, portati avanti in nome di chi non può più farlo, ecco che il problema delle date diverrebbe davvero relativo. Ognuno potrebbe valorizzare come meglio crede la biografia che più ritiene consona al proprio percorso o al mandato dell´associazione o del gruppo di cui fa parte, per poi ritrovarsi, anno dopo anno, passo dopo passo, nel realizzare un pezzo di percorso collettivo e concreto. Partendo dalla considerazione che trascorse le date, finite le partite dell´impegno e della solidarietà, spentisi insomma le luci dei riflettori, ciò che resta in mano è davvero poco. E ciò che rimane è la ripartenza della macchina organizzativa per la ricorrenza del prossimo anno e così via, sino al punto da ripetere stessi tragitti e uguali parole. Ricordiamo le grandi manifestazioni seguite alle stragi del 1992, centinaia di migliaia di persone per le strade, sembrava un punto di non ritorno e invece poi c´è stato il riflusso. La mafia che non spara (ma sembra che negli ultimi tempi stia cambiando idea) e l´antimafia impegnata nel territorio che si ritrova a litigare sul come, sul quando e sul chi commemorare. Senza che si colga il frutto di attività autonome che non siano solo delle risposte di secondo livello, di pura reazione, quali possono essere le pur meritorie e coraggiose attività poste in essere, a esempio, da quanti lavorano sui terreni confiscati o nell´antiracket. Per dirla tutta, invitare il presidente della Repubblica a visitare il giardino della memoria sorto a Ciaculli è sicuramente un fatto significativo. Molto più prosaicamente fattivo, anche se meno coinvolgente emotivamente, sarebbe stato, che so, fargli inaugurare un luogo, che d´ora in avanti avesse potuto chiamarsi casa delle associazioni impegnate comunque nel far sorgere germogli di vita normale nel territorio palermitano. Si può sempre cominciare, anche con poco dal punto di vista dell´investimento economico, non è neanche necessario, in un primo momento, l´aiuto delle istituzioni. Ogni anno si potrebbero misurare i passi in avanti compiuti per rendere tale luogo sempre più catalizzante e concreto nella lotta alle mafie. E in che giorno farlo, se per ricordare l´uno o l´altro, ne converrete, sarebbe veramente una questione di secondaria importanza. "La memoria e il progetto" è una proposta molto concreta che due anni addietro ha lanciato il Centro Impastato, e che mira alla creazione di uno spazio polivalente che sia mostra permanente su mafia e antimafia, biblioteca-emeroteca, casa delle associazioni e laboratorio per la progettazione di nuove iniziative. Se si vuole è possibile lavorare sfruttando questa proposta. E lo si può fare a partire da qualsiasi data.

sabato 16 giugno 2007

Palermo, l'Unione nel pantano dei brogli

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 16 GIUGNO 2007

Pagina XV

I rischi del centrosinistra sul caso dei brogli elettorali

FRANCESCO PALAZZO

Sembra che Palermo sia diventata nuovamente un caso nazionale, stavolta non per fatti di mafia ma per i dubbi legati al risultato delle elezioni amministrative. Quella sui «brogli» sembrava una reazione comprensibile e circoscritta ai giorni successivi al voto, legata forse anche alla delusione per un´affermazione che si credeva vicina. Ma adesso - al di là delle giuste verifiche sulle irregolarità del conteggio dei voti - c´è il rischio che sul piano politico la protesta diretta a invalidare le elezioni si riveli una sorta di boomerang per il centrosinistra. L´ultima denuncia riguarda la presunta sostituzione o manomissione delle urne. Diciamo subito che la parola «broglio» è di per sé da utilizzare con molta cautela. Perché broglio vuol dire che si è in presenza di manipolazioni dolose, che in questo caso avrebbero stravolto il consenso depositato dai palermitani nelle urne. Se questa non fosse la convinzione di una parte del centrosinistra non si capirebbero la mobilitazione e la protesta giunte fino al presidente della Repubblica in visita a Palermo, al quale è stato consegnato un dossier sulla vicenda. E non si comprenderebbe la restituzione simbolica dei certificati elettorali, gesto estremo che presuppone una situazione di legittimità democratica davvero lacerata. Senza contare l´allarme sulla vicenda palermitana lanciato da parlamentari regionali, nazionali ed europei. Tale quadro fa propendere verso un´ipotesi di broglio generalizzato. Dall´appello presentato ai vertici istituzionali da quasi tutti i consiglieri comunali eletti nelle file dell´Unione, ma anche dalle ultime denunce sulla mancata corrispondenza tra schede elettorali utilizzate e numero di votanti, emergerebbero tuttavia irregolarità che, se confermate, sembrano più addebitabili a meri errori materiali e a incompetenze diffuse, che a volontarie azioni tese a pilotare verso un risultato omogeneo la consultazione elettorale. Forse si pensa che un possibile totale riconteggio esatto delle schede possa schiudere le porte verso una messa in discussione di quanto sancito dalle urne. Anche se, generalmente, l´assestamento del flusso elettorale, successivo a una riconsiderazione delle schede, porta a premiare statisticamente la coalizione che ha già avuto di più dall´elettorato. Di questa ferrea legge numerica ha già fatto esperienza il centrodestra a livello nazionale, quando si è accorto che, dopo un primo parziale riconteggio, addirittura era l´Unione ad averci guadagnato ancora. In quel caso si partiva da una differenza minima tra centrodestra e centrosinistra. A Palermo la differenza tra le coalizioni è stata maggiore di 23 punti a favore del centrodestra e quella tra i due candidati alla sindacatura ha superato gli otto punti, premiando il sindaco uscente. Un responso abbastanza chiaro politicamente. Peraltro, lo stesso rappresentante del governo, nel rispondere alla Camera dei deputati sulla questione, ha rassicurato che sostanzialmente il voto è stato regolare. Insomma, semplicemente il centrosinistra ha perso le elezioni. Prima se ne fa una ragione, meglio è. Solo il prendere atto di tale solare evidenza può stimolare un approfondito confronto politico, unica via da percorrere se si vuole provare a capovolgere tra cinque anni la sconfitta di oggi. A tal fine non serve - a meno di numeri certi che dimostrino il contrario - agitare l´ipotesi del broglio generalizzato. In Sicilia il centrodestra ha dalla sua una lunga teoria di vittorie, conseguite con metodi preelettorali magari discutibili. Sono, però, successi maturati a suon di voti reali raccolti uno per uno, non inventati da oscuri soggetti armati di gomme e bianchetti in azione nelle notti elettorali.

lunedì 11 giugno 2007

Palermo, i brogli e la politica

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 09 GIUGNO 2007

Pagina XIII

Una strategia nell´Unione per riconquistare la città
FRANCESCO PALAZZO


C´è il rischio che il centrosinistra palermitano trascorra i prossimi cinque anni a parlare dei brogli elettorali che avrebbero condizionato e pilotato verso l´esito finale le elezioni amministrative di maggio. Intendiamoci, che anche un solo voto possa essere stornato verso altri lidi e che non si rispetti la precisa volontà dell´elettore, è un fatto che va approfondito affinché non ci si abitui a tali prassi. Che però quella dei brogli sia stata sinora l´unica cifra di confronto politico dalle parti dell´Unione, a quasi un mese dal risultato elettorale, pensiamo non porti da nessuna parte. Sia chiaro, se fossimo davanti ad irregolarità tali da mettere in dubbio i 31.131 voti in più di Diego Cammarata rispetto a Leoluca Orlando e gli 82.662 voti che dividono la coalizione di centrodestra da quella di centrosinistra, ci sarebbero da fare tutte le battaglie di questo mondo. Ci pare, invece, che i fatti portati dal centrosinistra a sostegno delle anomalie non possano alimentare l´aspettativa che il risultato del voto venga sostanzialmente modificato. Ci penseranno, in ogni caso, gli organi preposti a mettere in atto i controlli dovuti per dirimere i singoli casi sospetti e per chiarire alcuni evidenti e incredibili errori. I partiti del centrosinistra farebbero bene, nel frattempo, a tornare alla politica. Prima che la questione brogli si trasformi in un grande alibi, utile per non confrontarsi sulla sconfitta e per non discutere del lavoro che c´è da fare al fine di conquistare democraticamente il governo cittadino alle prossime elezioni. Su tutto questo, per primo, dovrebbe riflettere Leoluca Orlando, che a suon di consenso personale si è dimostrato vero leader, in grado di ingaggiare da solo una battaglia, tanto titanica quanto ardua, contro i battaglioni elettorali della Casa della libertà. Cosa intende fare politicamente l´ex sindaco a Palermo e per Palermo nel futuro immediato e prossimo? È ovvio che Orlando non è l´unico soggetto in grado di riprendere il ragionamento sul filo della politica. Punti di domanda collettivi e possibili risposte pubbliche dovrebbero provenire anche dai diciannove consiglieri comunali che l´opposizione schiererà a Palazzo delle Aquile. Come valutano il risultato elettorale? Come intendono interpretare il ruolo che l´elettorato ha ad essi assegnato? Che programmi comuni hanno? Come intendono interagire con la società palermitana? Cosa impedisce loro di parlare unitariamente alla città in un luogo pubblico prima dell´insediamento al Palazzo di città? È possibile sperare, visto che hanno avuto la soddisfazione di essere eletti, che almeno loro non siano impantanati esclusivamente nella controversia sulle scorrettezze elettorali. Vi sono altri due attori dai quali è lecito attendersi nel capoluogo qualche parola di lucida analisi dopo la sconfitta e più di qualche pensiero sul futuro: i partiti dell´Unione e la cosiddetta società civile a loro esterna. Ma i primi non sanno sfuggire alla consegna del silenzio che li ha contraddistinti durante la campagna elettorale e dopo le elezioni. Alcuni sono muti perché sono quasi scomparsi, gli altri, per intenderci i maggiori azionisti del Partito democratico, non si capisce cosa attendano per uscire fuori dalla lunga notte elettorale. I componenti della società che formalmente agiscono fuori dai partiti, pur avendo spesso casacche politiche ben riconoscibili, si sono tuffati come un sol uomo nella confortante e rassicurante piscina dei brogli. Invece di avviare e stimolare una riflessione stringente sulla presenza a Palermo del centrosinistra e sul ruolo che essi stessi vogliono ritagliarsi al suo interno, hanno costituito un comitato a difesa della democrazia. Benemerito quanto si vuole, ma che non costruirà un briciolo d´alternanza nei prossimi anni. E invece di quest´ultima la città ha fortemente bisogno, più di qualsiasi altra cosa. Il clientelismo e le storture elettorali si sconfiggono e la democrazia si difende con la politica, non crogiolandosi al sole nel ruolo di vittime sacrificali.

mercoledì 6 giugno 2007

Il Traffico in Sicilia un grande problema è!!!!

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 06 GIUGNO 2007

Pagina I

LA CITTÀ’
Secondo una ricerca i siciliani sono penultimi per disciplina

Gli "artisti" palermitani del posteggio in terza fila

FRANCESCO PALAZZO


Certo nessuno può spingersi ad affermare che il problema più grave della Sicilia è il traffico. Tuttavia la rilevazione dell´osservatorio Audimob sul posteggio selvaggio, resa nota in questi giorni, merita qualche riflessione. Non fosse altro che per la posizione di testa - o di coda - del Mezzogiorno in questa speciale classifica.A fronte di un 54 per cento d´italiani che dichiara di imbattersi sistematicamente in veicoli che sostano in doppia fila, nel Sud si arriva all´81,1 per cento della Campania e al 76,9 della Sicilia. Penultimi o secondi, fate voi. Il dato siciliano ci pare sospetto. Potrebbe essere il frutto di poco sinceri exit-poll registrati all´uscita dei negozi durante lo shopping del sabato pomeriggio. L´avremmo pronosticato vicino al 100 per cento. A chi non è capitato, almeno una volta nell´ultima settimana, di essere intralciato nei movimenti da chi ha deciso di posteggiare a due passi dal panificio o dalla salumeria di fiducia? Un´esperienza personale. Domenica mattina, dalle parti del mercato del Capo, trovo una macchina situata dietro il mio mezzo. Provo a chiedere in un locale se l´auto era di qualcuno dei presenti. Il segno della testa scrollata verso l´indietro dagli astanti segna un no deciso. Già so che l´operazione è inutile. Il palermitano in questione sarebbe uscito dall´esercizio commerciale giusto nel momento in cui poteva ritenere di aver sbrigato i propri affari. Così accade. L´autista sbuca dopo qualche minuto proprio da quel posto, motivando il suo comportamento con il fatto che non aveva visto le decine di macchine posteggiate regolarmente. E sin qui può scapparci un sorriso. C´è chi s´infila nel proprio bolide facendo finta di non accorgersi che sei lì ad aspettare da un quarto d´ora. In quel caso te la prendi, senza però insistere, ci sono stati casi in cui queste diatribe sono finite male. In fondo ci sono ideali più importanti per cui eventualmente rischiare la pelle. La casistica del posteggio selvaggio è davvero ampia. E vogliamo fermarci alla seconda fila. Perché c´è anche quella disciplina viaria che può paragonarsi alle arti marziali più spericolate. La terza fila. Qui, lo ammettiamo, occorre una particolare preparazione teorica e psicologica. Perché bisogna trovare due giustificazioni diverse. La prima per chi ha fermato la macchina correttamente, la seconda da contrapporre alle proteste di chi si è limitato alla seconda fila e, solo per questo, pensa di potere esprimere un duro giudizio di condanna. Quando si è fortunati può capitare di sorprendere il reo mentre cerca di intrappolare il prossimo. Le soluzioni sono due. O lui si sposta andando a ostruire qualcun altro. Oppure, se è già in procinto di entrare in un luogo, mettiamo al bar, sgancia l´indice che vuole significare un minuto, unità di misura siciliana del tempo che tutto comprende. E allora devi attendere. A chi si è mai negato un fumante caffè? Proseguendo nella casistica, non possiamo non citare le resse di mezzi mobili che si creano davanti alle scuole patrie d´ogni ordine e grado. Se uno non c´è abituato potrebbe pensare a un incidente gravissimo oppure a un agguato mafioso stile vecchi tempi. Niente di tutto questo. È solo l´irrefrenabile voglia dei genitori di parcheggiare le quattro ruote a due centimetri dall´entrata delle scuole per accompagnare o riprendersi i pargoli. A volte la scusa è che non c´è un parcheggio vicino. Trattasi di alibi quasi sempre inconsistente. Basta vedere cosa succede davanti la scuola vicina a un mega parcheggio gratuito, quello di piazzale Giotto a Palermo, dove non si registra affatto nessuna modifica di tale modo di fare. Per il resto, è difficile abituarsi alla visione di auto che bloccano sovente la vita di una città come Palermo, e non in luoghi periferici, ma nell´asse viario principale. Solitamente senza vedere polizia urbana nel raggio di un chilometro. Talvolta le doppie e le triple file sono «custodite» dai posteggiatori abusivi, veri professionisti del settore. Basta lasciare le chiavi e il gioco è fatto.

martedì 5 giugno 2007

Matteo Bonello


Il mese scorso abbiamo appreso che prossimamente più di duecento strade palermitane, vecchie e nuove, cambieranno o avranno un nome. Così ha deciso la commissione toponomastica del comune. Tra i nuovi arrivati il cardinale Pappalardo, il filosofo Norberto Bobbio, madre Teresa di Calcutta e altri personaggi più o meno noti. Sull’argomento è interessante riflettere su un caso, non sappiamo se unico, ma certamente molto raro. Una delle vie più conosciute di Palermo è dedicata a chi una sera di tanti secoli addietro, con tutti i dubbi che una ricostruzione storica di un fatto così lontano nel tempo presenta, avrebbe pugnalato a morte una persona. Parliamo della Via Matteo Bonello, che scorre tra il palazzo arcivescovile e la cattedrale. I fatti sono (o sarebbero) questi. Siamo nel dodicesimo secolo, capo del regno normanno di Sicilia è Guglielmo I, asceso al trono dopo la morte di re Ruggero II. Egli passa alla storia come "Il Malo", chiamato così dai baroni ai quali limita i privilegi feudali. Per perseguire tale obiettivo politico da carta bianca al suo Gran Cancelliere, Maione da Bari, di estrazione plebea. Quest’ultimo per un periodo è primo ministro e quindi la persona più potente dopo il re stesso, al quale si suppone volesse subentrare. Su di lui gravano le accuse, non si sa quanto fondate, di tirannia e malgoverno. Avvia comunque varie riforme che colpiscono economicamente i baroni. Tutto questo sfocia in un rivolta, guidata da Matteo Bonello e progettata dai nobili nel castello di Caccamo. Lo stesso Bonello era stato inviato in Calabria, come ambasciatore dalla corte normanna, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà locale, anche lì in subbuglio. Proprio durante la missione cambia idea. Il 10 novembre 1160, come capro espiatorio della crisi, Maione è assassinato in pubblico. Una tradizione popolare vuole che sia stato ucciso davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi sul portone d'ingresso si troverebbe infissa l'elsa della spada del suo giustiziere. L’impugnatura nel portone c’è davvero, non coinciderebbe tuttavia con quelle in uso al tempo dei fatti. Il popolo va in soccorso del Re, che è stato fatto prigioniero, lo libera e costringe Bonello e i baroni a rifugiarsi nel castello di Caccamo, di proprietà della famiglia dei Bonello. Guglielmo I giura vendetta, organizza un esercito e attacca il castello, ma quest’ultimo risulta inespugnabile. Allora fa credere a Bonello di averlo perdonato, cancella le riforme contro i baroni e gli permette di frequentare nuovamente la corte. Bonello casca nel tranello, è assalito, rinchiuso e torturato sino alla morte. Una leggenda vuole che lo spettro di Matteo Bonello vaghi per le stanze del castello di Caccamo. Sulla vicenda storica c’è, inoltre, da dire che Bonello è imparentato con Maione, questi infatti gli ha promesso la mano della figlia. Sembra pure che l’agguato mortale avviene con il silenzio, forse complice, dell’arcivescovo di Palermo Ugo. Il quale, poco prima dell’uccisione di Maione, pare intrattenga con lui, che sembra volesse avvelenarlo, un dialogo molto duro, accusandolo di non proteggere i baroni. In ogni caso la vittima è malvista sia alla nobiltà che dal clero. In qualsiasi modo siano andate le cose, pare dunque che il “merito” più grande per il quale è ricordato Matteo Bonello, a torto o a ragione, è quello di aver ucciso un esponente delle istituzioni, amato o odiato non è questo che importa. Ed è davvero singolare che, non solo gli sia stata dedicata una via, ma che questa ricada proprio nel luogo dove s’ipotizza sia avvenuto il delitto, sottolineando di fatto il motivo dell’intitolazione. Questo è accaduto in quella che ancora oggi si chiama Via Matteo Bonello e che, a prescindere da chi sia stato il suo uccisore, dovrebbe almeno, più correttamente, chiamarsi "Del Gran Cancelliere Maione", al quale comunque è stata dedicata una via ricadente nel quartiere Brancaccio. Oppure si potrebbe intestare la strada, che passa nel cuore della cattolicità palermitana, proprio al Cardinale Salvatore Pappalardo. In quanto all’elsa ancora piantata nel portone dell’arcivescovado, pur non essendo riconducibile a quell’agguato, ma ricordando a tutti un eclatante omicidio politico, non sarebbe male che dalla curia partisse l’iniziativa di estirparla definitivamente. Francesco Palazzo

lunedì 4 giugno 2007

Chi determina i costi della politica

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 02 GIUGNO 2007

Pagina I

L´INTERVENTO

I costi della politica nel sistema clientelare
FRANCESCO PALAZZO


In questo momento il primo posto nella classifica dello sdegno popolare è rappresentato dai costi della politica. È in corso - il tema l´ha lanciato proprio "Repubblica" - la polemica sulla scarsa produttività dei deputati regionali a fronte di emolumenti non proprio da fame. Le accuse in realtà colpiscono tutti i livelli di rappresentanza, dalle circoscrizioni al parlamento. Certo, non siamo di fronte a quella che si direbbe una novità assoluta. Il primo atteggiamento dei cittadini, quando si parla di politica, è di disgusto per gli alti guadagni e ai privilegi di chi abita i palazzi del potere. Ciò che difficilmente si ammette, da parte di coloro che s´indignano per stipendi e prebende altrui, sono i conti salatissimi che a volte essi stessi presentano alle pubbliche amministrazioni. Talvolta nel rispetto formale delle regole, spesso ricorrendo a procedure illegali. In ogni caso facendo lievitare in maniera esponenziale e davvero insostenibile le spese pubbliche che in teoria si vorrebbero ridimensionare. Proprio l´altro giorno abbiamo appreso che l´Inps, che gestisce soldi di tutti, ha subito un danno di circa 3 milioni di euro a causa dei falsi braccianti scoperti in provincia di Palermo. Superfluo sottolineare che si tratta della punta di un enorme iceberg. In Sicilia c´è un fiume di gente che ha mani illibate eppure certifica decenni di lavoro nei campi. In fondo è facile puntare ferocemente i costi delle istituzioni pubbliche, è come sparare sulla Croce rossa. Basta che poi le vite private di ciascuno possano muoversi liberamente alimentando la prassi predatoria di tutto ciò che ricade sulle tasche della collettività. Se passiamo dall´agricoltura alla formazione professionale, perché non riflettere sull´enorme spesa pubblica che finanzia corsi che mai hanno prodotto un solo posto di lavoro? E non ci sono solo le risorse interne. Ci si potrebbe chiedere, a esempio, quanto denaro, dell´enorme flusso arrivato con Agenda 2000, è andato ad alimentare rivoli minuscoli o grossi torrenti di spesa inutile fine a se stessa. E se i fondi che arriveranno nei prossimi anni seguiranno la stessa strada. Scendendo poi nello spicciolo, si possono citare i tantissimi, e in Sicilia ne vengono scoperti continuamene, che dichiarano un reddito inferiore per non pagare il ticket sulle medicine, aggravando il buco profondo del settore che poi le casse pubbliche devono in qualche modo coprire. Oppure i giovani che certificano stati patrimoniali da fame per evitare di pagare le tasse universitarie. O quelli che certificano stati familiari inesistenti per incassare corposi assegni. Non parliamo, poi, della ricerca spasmodica di entrare, da parte di molti giovani della nostra regione, tra le fila del precariato. Dove tale approdo non è inteso come la ricerca di un vero lavoro e il premio alla propria professionalità da mettere al servizio della comunità, ma come la possibilità di ottenere un gratuito assegno mensile proveniente sempre dal forziere pubblico. Gli esempi potrebbero proseguire all´infinito. Ricordiamo le continue truffe scoperte nella nostra regione sull´utilizzo dei fondi della legge 488. Che, da strumento per distribuire aiuti statali alle aziende, si trasforma di sovente in un grande supermercato del raggiro e della distrazione di milioni di euro. In tutti gli ambiti citati c´entra sempre la politica, certo. Ma nel senso che i rappresentanti del popolo dirigono un´orchestra sociale che già conosce a memoria lo spartito. Il popolo, da parte sua, critica aspramente chi dirige la compagnia. Guai però a mettere in discussione la musica, perché ciò significherebbe la fine dei tanti pezzetti di spreco individuale che compongono un totale gigantesco. Al cui confronto anche i costi, pur esosi, delle istituzioni impallidiscono. Quante volte ci capita di assistere a veementi proteste corporative davanti agli assessorati regionali contro chi intende abbattere, anche di poco, qualche spesa? Basta ricordare, per tutti, il settore della sanità. In genere l´approccio è il seguente: si tagli pure, si tagli tutto, purché non si tratti del mio orticello. Vista così, la vicenda dei costi della politica assume una dimensione diversa. È più complessa da affrontare, ma lo si può fare con meno ipocrisia.


mercoledì 30 maggio 2007

Comunali 2007: Ballottaggi Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 30 MAGGIO 2007

Pagina I

L´ANALISI

Le differenze tra i poli nella tornata elettorale
FRANCESCO PALAZZO

Com´è andato il turno di ballottaggio di domenica e lunedì in Sicilia? Guardando i numeri si evidenziano alcune conferme e qualche novità. Intanto si può dire che il centrodestra si è attrezzato meglio per disputare i secondi turni. I quali, esprimendo in genere un voto più d´opinione e meno clientelare, non sono proprio lo scenario adatto per l´esibizione muscolare del consenso. Ad Agrigento al primo turno il centrodestra si è attestato oltre il 70 per cento e può adesso contare sull´apporto in Consiglio comunale di ben ventidue consiglieri su trenta. Basterebbe questo dato per ridimensionare di molto quella vittoria. Per l´Unione in Sicilia questo è stato presentato dai media come l´unico risultato positivo, anche se esso va preso davvero come un fatto molto anomalo e difficilmente replicabile. Va sottolineato tuttavia che quella di Agrigento è l´unica provincia dove il secondo turno è complessivamente favorevole al centrosinistra (29.375 voti all´Unione e 24.714 alla Cdl). Per il resto abbiamo il quasi pareggio nella provincia trapanese (Unione 49.046 voti contro i 51.900 del centrodestra) e di quella ennese (466 voti in più a favore della Cdl, che prende 9.189 consensi contro gli 8.723 dell´Unione). Nelle province di Ragusa, Messina e Siracusa si votava in un solo comune a testa, il dato complessivo non è quindi molto significativo e in due casi su tre (Pozzallo e Avola) difficilmente valutabile in termini di coalizioni contrapposte. I consensi ottenuti nelle tre province dal centrodestra sono certamente superiori di quelli conseguiti dall´Unione. Nella provincia nissena il vantaggio del Polo non è marcato, anche se la distanza tra le due coalizioni supera il 3 per cento. Il dato più significativo è invece quello dei due ambiti provinciali più grandi, il Catanese e il Palermitano. Nei due territori, ma questo è un evento ormai consueto, la distanza tra i due schieramenti assume dimensioni proibitive. Distacco che è molto vicino a quello registrato nella recente tornata elettorale palermitana, a quanto verificatosi nella più lontana elezione svoltasi nel comune di Catania, ed è molto simile ai dati usciti fuori alle regionali dello scorso anno in relazione alle due province. In provincia di Catania il centrodestra si attesta intorno al 68 per cento, il centrosinistra non arriva quindi al 33. Un po´ meglio va nel Palermitano, dove però si mantiene una distacco notevole tra la Cdl, che sfiora il 64 per cento, e l´Unione, che si ferma perciò leggermente sopra il 36 per cento. Viene, insomma, confermato, seppure con soli ventuno comuni al voto e tenendo in considerazione la particolarità elettorale dei ballottaggi, che l´Unione soffre molto nelle due grandi circoscrizioni elettorali che hanno come centro le due metropoli siciliane. Ciò vale anche, escluse in questi casi le comunità circostanti ricadenti nelle province, per altri centri medi quali Trapani e Messina e, come già detto, per Agrigento. E, paradossalmente, proprio nel capoluogo agrigentino, dove l´Unione è ai minimi termini come consenso trascinato dai partiti, ecco che riesce a vincere la sfida per il governo della città. Volendo, infine, fare un calcolo complessivo, viene fuori che tra centrodestra e centrosinistra il distacco a favore del primo è di circa quarantamila voti in tutto il territorio regionale. Se consideriamo che i voti validi sono stati in questo turno di ballottaggio 290.346, non è una differenza da poco.

giovedì 24 maggio 2007

Antimafia ruolo associazioni

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 24 MAGGIO 2007

Pagina I
LA PROPOSTA

Fronte comune delle associazioni per la legalità
FRANCESCO PALAZZO

Un altro 23 maggio di manifestazioni è alle nostre spalle. Parole, cortei, musica, messe, dichiarazioni di esponenti partitici e di figure istituzionali. E poi tutto il resto. Ogni anniversario è come quello dell´anno precedente. Diciamolo francamente, nel campo dell´antimafia niente più sorprende, gli anniversari si rincorrono con parole e azioni sempre uguali a se stesse. Si deve tuttavia ricordare, fare memoria, sappiamo quanto sia importante strappare le vittime all´oblio.
Ma ormai sembra una memoria inchiodata su uno spartito che non riesce più a suonare una musica che davvero costituisca un problema per le mafie. Certo, c´è la confisca e l´utilizzo delle risorse che prima erano mafiose. Tanta gente fa lavoro meritorio in questo campo e sempre più Cosa nostra minaccia e interviene. Ma il sottrarre alla mafia i beni e poi riutilizzare gli stessi per fini sociali, cosa che peraltro si fa con incredibili ritardi e omissioni, è un processo che interviene solo e sempre dopo che il danno è stato fatto. A parte il fatto che, se proprio vogliamo dirla tutta, è davvero risibile il volume di ricchezza che si riesce a togliere al potere mafioso rispetto a quello che già si è consolidato e legalizzato. Bisogna, quindi, intervenire prima. Lasciando stare per un attimo il modo di porsi delle pubbliche istituzioni e dei partiti nei confronti della mafia, è bene concentrarsi su quello che la cosiddetta società civile legata al mondo dell´associazionismo riesce a mettere in campo collettivamente. La somma delle tante, e pur meritorie, azioni singole, rischia di avvicinarsi drammaticamente allo zero. Ognuno va per proprio conto, mai si prospetta la possibilità di una sintesi, di un´azione comune, di momenti programmati di confronto e verifica. Del resto sarebbe pure molto complicato, se non impossibile, mancando un luogo fisico (presente in molte città del resto d´Italia) dove conoscersi e riconoscersi per mettere insieme tutto l´immenso bacino di saperi e pratiche in questi decenni accumulato da tanti. I mafiosi tra loro si conoscono, a volte si combattono e per ora non lo fanno, sono in grado di approntare strategie di media e lunga durata. Viste le ricchezze che hanno accumulato, pare non siano tanto scarsi nel raccogliere i frutti del loro operato. Gli antimafiosi che operano nella società non sono invece capaci di aggregarsi e continuano a dare alle mafie un vantaggio immenso. Capita, talvolta, alle persone che pure operano genericamente nell´ambito di quella che possiamo chiamare genericamente antimafia, di non vedersi per mesi. Quando si parla, nel corso di fugaci e occasionali incontri, si tocca con mano quanto sarebbe importante potere lavorare insieme. E non che nel frattempo ognuno stia con le mani in mano. Si organizza, si commemora, si studia, si marcia, si polemizza. Solo che ciascuno lo fa in solitudine. E non si sente il limite di tutto ciò. In una città come Palermo ogni protagonista dell´antimafia, singolo o collettivo che sia, spesso è polemico con gli altri schierati sullo stesso fronte. Tutto ciò fa comodo al potere mafioso. Di chi è la colpa di questa disgregazione? Forse della tanto vituperata politica? Forse è il destino cinico e baro? Che cosa impedisce all´associazionismo antimafioso palermitano di agire come forte lobby di pressione? Non ci sono colpevoli esterni. Bisogna attrezzarsi per costruire la politica sociale antimafia del prima e non sempre quella repressiva del dopo. Altrimenti, a lungo andare, anche le commemorazioni annuali saranno sempre più sterili. La mafia fa bene il proprio lavoro, l´antimafia che opera nella società dovrebbe fare bene insieme il suo. Solo allora potrà veramente presentare

domenica 20 maggio 2007

Centrosinistra siciliano e patti centrsiti

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA, 20 MAGGIO 2007

Pagina I
L´INTERVENTO
Il patto centrista indebolisce il Pd

FRANCESCO PALAZZO

Vi sono tanti modi per leggere in positivo una sconfitta elettorale. In Sicilia il centrosinistra, perdendo spesso, si è specializzato in analisi consolanti a urne aperte. Su Palermo, a esempio, si fanno paragoni con il 2001. C´è stato davvero questo recupero? A prima vista sembrerebbe di sì. L´Unione ha preso 17 punti in più. Tuttavia, questo 37,84 per cento è davvero un´altra cosa rispetto alla prima sconfitta contro Cammarata e compagni? Si può ritenere di no. Perché il numero sia raffrontabile vanno eseguite infatti due sottrazioni. Tolto il 13,57 per cento delle liste orlandiane, cifra elettorale occasionale e perciò già evaporata, si arriva al 24,27 per cento. Non è finita, bisogna togliere quelle piccole liste che non rivedremo più e che non hanno portato grandi consensi. Via un altro 1,3 per cento e arriviamo al 22,97. Volendo, è questo il numero da paragonare al 2001. Allora si arrivò al 20,55. Ci sarebbe un 2,42 per cento di scarto, su cui intavolare discussioni sul miglioramento rispetto al terribile anno. E qualcuno ci prova, non soltanto sotto i fumi stordenti della sconfitta, ma anche dopo alcune notti di sonno ristoratore. Bisogna però dire che, partendo dal rappresentare strutturalmente meno di un quarto dell´elettorato, neanche si fosse candidata Santa Rosalia in persona l´Unione sarebbe riuscita a cavare un ragno dal buco nel capoluogo. Non ci sono ricette miracolistiche per uscire da tutto ciò. Certo, fa specie che il giorno dopo la batosta partano «segnali» di fidanzamento nei confronti dell´Udc e del Movimento per l´autonomia. Ciascuno è libero di immaginare tutti gli accordi possibili. Però, quando fai delle avance da una posizione di forza puoi immaginare di essere al centro del gioco. Quando ti sbilanci da una situazione di debolezza, la cosa migliore che ti può capitare è quella di dirigere il traffico ritenendo che tutte le macchine in circolazione ti appartengano. Ma non è così, a meno di non avventurarsi, ancora una volta, in improbabili letture di avvenimenti elettorali e inaugurando un nuovo genere letterario. Non più sconfitte che cercano di trasformarsi in vittorie, ma vittorie che perdono di vista la politica. È stato fatto ad Agrigento e a Cefalù, che non sono esattamente due piccoli borghi, dove in genere si sperimentano tutti gli incroci possibili. Ad Agrigento, Ds e Udeur, insieme a tre liste civiche, distaccandosi da altri pezzi dell´Unione, hanno sostenuto un uomo sino a ieri nell´Udc e vanno al ballottaggio contro il candidato del centrodestra. Il centrosinistra che va al secondo turno non arriva al 18 per cento, mentre lo schieramento compatto del centrodestra che sostiene l´altro candidato supera il 70 per cento. Non capiamo dunque in che cosa esattamente consista la contentezza di andare al ballottaggio in queste condizioni di forza residuale. Analogo ragionamento si può fare per Cefalù, dove il candidato sostenuto da Ds e Udc ha vinto. Anche in questo caso festeggiamenti, ma in una situazione in cui i Ds, che superano di poco il 9 per cento, per giunta insieme allo Sdi, sono al seguito e non protagonisti, in un´alleanza che vede l´Udc superare pure Forza Italia, obiettivo mancato in tante realtà. Insomma, per il centrosinistra la via per uscire dal collo della bottiglia non può intravedersi minimizzando sconfitte politiche pesanti o brindando dove si è marginali e divisi, anche se vincenti o speranzosi di esserlo tra una settimana grazie ad alleanze improvvisate e spregiudicate. Su tali basi le fondamenta siciliane, già gracilissime, del Partito democratico e della Sinistra europea, non potranno che indebolirsi ancora di più.

sabato 19 maggio 2007

La fiaccolata per Peppino Impastato

Da Terrasini a Cinisi solo "stranieri"
Pubblicato su Centonove del 18 maggio 2007
A ventinove anni dall’omicidio di Giuseppe Impastato, si è svolta mercoledì 9 maggio la solita marcia da quella che fu la sede di radio aut, a Terrasini, alla Casa Memoria di Cinisi, dove ha abitato sino alla morte Felicia, la mamma del militante ucciso dalla mafia. La cosa davvero impressionante, a quasi trent'anni dal fatto, è l’indifferenza degli abitanti dei due paesi. Gli abituali frequentatori del consueto appuntamento annuale, dicono rassegnati che ormai è un fatto scontato, non ci fanno più caso. Anzi, prima dell’uscita del film “I cento passi”, ci raccontano, i partecipanti si erano davvero ridotti a poche decine. Solo sulla scia dell’opera cinematografica si è registrata una certa partecipazione giovanile. L’altro giorno c’erano ragazzi e ragazze di Bergamo, Lecce, Caltanissetta, Catania, ovviamente Palermo, ma neanche uno della zona, o se c’era si nascondeva bene. I pochi adulti del luogo partecipanti sono quelli che hanno conosciuto il militante di Democrazia Proletaria. Oltre c’è il deserto. Persiane che si chiudono come un effetto domino al passaggio della fiaccolata, occhi che spuntano furtivi dagli orifizi delle imposte, una signora chiusa in macchina con la sicura azionata. “Uno, due, tre…..cento passi”, cantano a squarciagola i giovani. Ma quanti passi in avanti sono stati realmente fatti in paesi come Cinisi o Terrasini da quel maggio del 1978? Eppure Palermo, con le sue mobilitazioni e indignazioni pubbliche, sicuramente adesso in ribasso ma sempre covanti sotto la cenere, non è molto lontana. Ancora più vicino è quel pezzo d’autostrada, dalle parti di Capaci, dove, sempre di maggio, quindici anni addietro, Falcone saltò in aria con la moglie e la scorta. “Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”, ci mettono tutto il fiato che hanno i giovani presenti. Slogan di forte impatto emotivo. Poi rifletti che è solo un grido di persone che dopo qualche ora saranno lontane. E allora non sai più cosa significa fare baldanzosamente, lontani dalle proprie contrade, la lotta alla mafia al posto di altri che rimangono a casa. Una dirigente del comune di Cinisi sussurra triste che l’indomani sarà un giorno amaro, in ufficio sarà silenziosamente ignorata o visibilmente sfottuta. Non sappiamo se esagera, ci racconta però della figlia che va alla scuola media del paese. Lo scorso anno andava in seconda, è rimasta in classe quasi da sola a difendere Peppino, tutti gli altri compagnetti e compagnette sostenevano che era uno spostato. Ci chiediamo come fanno ad esprimere un giudizio così brutale e ingiusto dei bambini, la risposta potrebbe essere che l’hanno appreso dagli adulti e lo ripetono meccanicamente. “Una mattina mi son svegliato…bella ciao, bella ciao”, con pugni chiusi ormai deposti negli scaffali della storia, i giovani proseguono la loro litania civile. Sono persone sveglie, avvertite, molte di loro scattano foto dappertutto, chissà se guardandole a casa riusciranno a valutare meglio la giornata e a smorzare il loro entusiasmo. “Oggi e sempre resistenza” esce fuori dalle casse. Certo, tuttavia sono passati più di sei decenni da quella lotta di liberazione, forse si dovrebbe contestualizzare un attimino meglio. La concretezza ci viene dal Sindaco di Anzola dell’Emilia in provincia di Bologna, da tre anni presente alla fiaccolata. Hanno dato la cittadinanza onoraria a mamma Felicia e le hanno dedicato un giardino pubblico. Ma non porta solo parole e bei gesti nel percorso che si snoda da Terrasini a Cinisi. Il paese che amministra conta poco più di undicimila anime e registra mille imprese, ossia un’unità produttiva ogni undici abitanti. Ecco il suo biglietto da visita. A lui che sa cos’è stata la resistenza, perché dalle sue parti non è un sentito dire come in Sicilia, preme solo segnalare la solidità economica della città che rappresenta. Per il resto, va dritto e silenzioso con la sua bella fascia tricolore in mezzo al deserto siciliano.

martedì 15 maggio 2007

Comunali Palermo 2007

LA REPUBBLICA MARTEDÌ, 15 MAGGIO 2007
Pagina I
L´ANALISI
Dalla "primavera" a oggi troppe stagioni di sprechi
FRANCESCO PALAZZO

Il risultato delle amministrative palermitane si poteva già registrare domenica mattina facendo un giro davanti ai seggi elettorali nei quartieri periferici della città. Dappertutto pizzini elettorali di candidati del centrodestra, galoppini che invitavano a votare candidati del centrodestra alle circoscrizioni e al Comune. Segni evidenti di forza della macchina elettorale della Cdl. Segni che non devono certo far perdere di vista il risultato che viene fuori dalle urne. Orlando e il suo schieramento denunciano brogli elettorali. E certo nei seggi si saranno verificate criticità. Tuttavia i brogli - a meno di clamorosi esiti delle inevitabili e doverose indagini - non bastano a spiegare il risultato elettorale. Si tratta per l´Unione di una sconfitta che deve indurre a riflessioni approfondite, senza superficialismi o isterie. Come il tentativo di volgere tutto al positivo, facendo un confronto con il risultato disastroso del 2001. Quando i due candidati del centrodestra, Cammarata e Musotto, arrivarono quasi al 75 per cento. I dati definitivi li conosceremo meglio e su essi rifletteremo nelle prossime ore. Quello di cui già abbiamo contezza va detto. Intanto si può sottolineare che questa sconfitta parte da lontano. E cioè dalla capacità del centrosinistra di buttare al vento quell´onda gigantesca di consenso che, dal 1993 al 2000, gli consentì di governare Palermo con numeri bulgari. Il capitale di quella stagione è stato dilapidato. Si diceva in campagna elettorale che dalla "primavera" si sarebbe passati all´estate dopo l´inverno del centrodestra. In realtà, la brutta stagione è iniziata quando, nel 2001, il centrosinistra non pose le pur minime basi per non interrompere bruscamente la stagione degli anni Novanta. Leoluca Orlando, che va ringraziato per aver dato ai palermitani una concreta alternativa di scelta, aveva promesso di riaprire, se vincente, quel portone di Palazzo delle Aquile, rimasto a suo giudizio chiuso durante la legislatura passata. Ma quel portone si era già chiuso da tempo e il lucchetto lo aveva proprio messo il centrosinistra sbattendo fortemente la porta del passato, così pregiudicandosi il futuro. Se vuole trovare la combinazione per riaprire quell´ingresso, l´Unione deve essere capace di inaugurare una stagione profondamente diversa. Sul risultato elettorale, pare che la coalizione di centrosinistra possa sfiorare il 40 per cento, ossia un dato che alla vigilia era ritenuto una soglia più che accettabile. Tuttavia è quasi certo che una parte consistente di tale consenso sia da attribuire alle liste che Leoluca Orlando ha messo in pista, le quali si attesterebbero intorno (con Italia dei valori) al 16 per cento. Se così fosse i partiti «storici» dell´Unione, non arrivando neanche al 25 per cento, confermerebbero la forte anemicità strutturale che li caratterizza da tempo e dalla quale non accennano a guarire. Il voto disgiunto, apparentemente, pare attestarsi intorno al 6 per cento, di poco superiore a quello che premiò la Borsellino alle regionali del 2006 e leggermente sotto di quello che lo stesso Orlando ottenne alla regionali del 2001. Va tuttavia sottolineato che anche le liste messe in campo dallo stesso Orlando sono da conteggiare come un valore aggiunto comparabile al voto disgiunto. Sintetizzando, si può dunque affermare che Orlando ha avuto un´eccellente affermazione, donando con le liste circa sedici punti al suo schieramento e togliendo sei punti al suo avversario. Un´enormità. Per ciò che riguarda Diego Cammarata, egli alla vigilia era accreditato, da parte di ambienti vicini al centrodestra, di un risultato di poco superiore al 50 per cento, dunque vicino al rischio ballottaggio che l´avrebbe visto quasi sicuramente soccombente. Invece l´elettorato palermitano ha espresso un sostanziale assenso verso l´amministrazione uscente. La distanza a favore del concorrente della Casa delle libertà, mediamente nove punti netti, e quella ancor più ampia che divide i due schieramenti, circa venti punti, non lasciano spazio ai soliti distinguo del giorno dopo. Peraltro, pare che lo stesso Orlando sia stato battuto da Cammarata proprio nei quartieri popolari, dove sembrava che il primo andasse a vele spiegate. Gestire una vittoria è assai più semplice che amministrare una sconfitta. Quest´ultimo è il compito arduo che attende il centrosinistra. Ci vorrà del tempo per leccarsi le ferite, questa sconfitta per i partiti dell´Unione pesa forse più di quella del 2001. C´è da augurarsi che l´Unione prosegua con speditezza nella costruzione dei due poli, Partito democratico e Sinistra europea, in grado di costituire una doppia forza d´attrazione capace di trovare la via per non soccombere sistematicamente sotto i colpi del centrodestra siciliano. Non più però guardando al passato, seppure glorioso, ma cercando di aprire nuove strade, con nuove biografie e una rinnovata comprensione della società palermitana.

lunedì 14 maggio 2007

Voto a Palermo: come potrebbe andare

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 12 MAGGIO 2007

Pagina I

L´ANALISI

La variabile popolare nella partita delle liste
FRANCESCO PALAZZO

Tecnicamente il giorno che precede le elezioni è il momento della riflessione e del silenzio, prima che il corpo elettorale decida come comportarsi alle urne. Ma è anche la giornata in cui più convulse si succedono le telefonate, gli sms, le mail e gli incontri. Nel tentativo di tirare su la rete del consenso lanciata - in modo più o meno legittimo - nelle settimane precedenti. Per chi ha puntato sulla compravendita del voto - l´indagine della Digos è in corso e ne sapremo presto i risultati - è facile immaginare che oggi è il momento dell´ultimo richiamo, o magari quello dei pagamenti, della messa a punto dei meccanismi pur collaudati del controllo delle schede. Dopo la defezione televisiva di Cammarata lo si può dire ufficialmente: questa campagna elettorale nel capoluogo si è svolta senza confronti diretti tra i due candidati maggiori, né tantomeno sono stati affrontati in un qualunque contraddittorio i temi cruciali che ancora attanagliano Palermo. Sono prevalse le accuse e le invettive. Sembra che per questa città, o forse per la Sicilia tutta, le tornate elettorali debbano sempre essere uno scontro quasi tribale tra il bene e il male. Non c´è spazio per altro. Non c´è stata neanche una pur formale legittimazione reciproca tra Orlando e Cammarata, come avviene in tutte le democrazie mature. C´è da credere che difficilmente vi sarà il classico scambio di telefonate distensivo tra il perdente e il vincitore. Perché alla fine ci sarà un perdente e un vincitore. E Palermo riprenderà a vivere la sua problematica quotidianità. Per tornare all´agone elettorale, in questo momento, pare si vivano in due modi contrapposti le ultime ore nel centrosinistra e nel centrodestra. Nell´Unione circola un certo ottimismo. E molti si dicono convinti che si vada al ballottaggio. Se il candidato a sindaco dell´Unione vuole essere competitivo deve attestarsi attorno al 48 per cento, cioè prendere sette o otto punti in più del miglior risultato della sua coalizione, atteso intorno al 40-41 per cento. Il voto disgiunto - basandosi sui precedenti «storici» - può anche arrivare a lambire i sette punti in più per il candidato del centrosinistra. Dalle parti del centrodestra ci sarebbe invece viva preoccupazione, non tanto per il risultato delle liste, che appare scontato con la vittoria della Cdl, ma per quello del candidato sindaco. Diego Cammarata, anche se non ce la farà a passare al primo turno, dovrebbe attestarsi non al di sotto del 49 per cento, ossia prendere sette punti in meno rispetto al risultato meno favorevole della sua coalizione, che viene stimato attorno al 56 per cento. Per esperienza di precedenti elezioni, sappiamo che lo scostamento al negativo di un candidato del centrodestra, rispetto alle liste che lo sostengono, può andare, anche se di poco, oltre gli otto punti. Se questo è lo scenario la disputa è sul filo di lana. Un secondo schema, forse più realistico, potrebbe portare l´Unione a rimanere dentro la forbice che va da 37 al 39 per cento, mentre la coalizione di centrodestra potrebbe muoversi tra il 58 e il 59 per cento. In tal caso a Orlando, per arrivare alla soglia competitiva del 48 per cento, occorrerebbero mediamente 10 punti netti in più. E Cammarata, per scendere sotto il 50, dovrebbe perderne mediamente altrettanti. Cosa non impossibile ma più complicata. Questo scenario statistico, chiamiamolo così, non tiene tuttavia conto del fatto che nelle elezioni fanno talvolta irruzione eventi inattesi. E in questo caso l´elemento difficilmente valutabile, che in qualche modo potrebbe far saltare il banco, è proprio il candidato Orlando, visto ancora soprattutto tra le fasce popolari come il sindaco di Palermo. In questi mesi Orlando si è mosso fuori dai partiti che lo sostengono e viene percepito, da sinistra a destra, come un valore aggiunto, nelle condizioni di determinare sorprese in grado di sgretolare tutti i dati consolidati. Vedremo, a urne aperte e a voti contati uno per uno, se è corretta l´impressione di coloro che ritengono aperta la partita o se sono nel giusto quanti pensano di non dovere registrare sostanziali novità rispetto al recente passato.

Voto nelle circoscrizioni

Pubblicato sul numero di maggio della Rivista Maredolce

Francesco Palazzo

Il 13 e 14 maggio si voterà a Palermo. Si eleggeranno il sindaco e i consiglieri comunali. Si rinnoveranno pure i consigli circoscrizionali, un tempo consigli di quartiere. Come si sa, dai venticinque piccoli parlamenti si è passati alle attuali otto porzioni di territorio che dovrebbero assicurare il decentramento. Decentrare, in questo caso, dovrebbe coincidere con l’avvicinare l’istituzione comunale ai cittadini, con conseguente accrescimento di partecipazione e di pronta soluzione dei problemi specifici che ogni fetta di territorio cittadino presenta. Ma nel corso degli anni non si è mai dato corpo a queste strutture intermedie. Attualmente le circoscrizioni non hanno sostanzialmente nessun potere, né in termini di possibilità di spesa, né in termini di deleghe, cioè di tematiche su cui lavorare autonomamente senza dovere chiedere favori quando si tratta di aggiustare un marciapiede o riattivare un lampione spento. E’ opinione diffusa che, così come attualmente sono strutturati, i consigli circoscrizionali servono a poco, se non a spendere soldi pubblici, e non pochi, per il loro funzionamento. Il Comune di Agrigento ha afferrato il toro per le corna, con una delibera votata dal consiglio comunale ha recentemente cancellato le cinque circoscrizioni esistenti. A maggio, pertanto, gli agrigentini non voteranno per le circoscrizioni. Fuori dalla nostra regione, città come Roma sono andate avanti, istituendo le municipalità, veri e propri comuni dentro la città, in grado di funzionare perfettamente come la struttura amministrativa centrale. A Palermo, come dicevamo, invece si andrà al voto per le circoscrizioni senza poteri. E nella seconda, quindi quella in cui ricade l’azione informativa di questo giornale, ogni cittadino e ogni cittadina in possesso dei requisiti, cioè il corpo elettorale, dovrà scegliere, tra centinaia di facce, quella verso cui indirizzare la propria preziosa preferenza unica. Compito non facile. Se a livello comunale le pressioni che si riceveranno saranno grandi, in ambito rionale la caccia al voto assume dimensioni quasi familiari, essendoci in quasi tutti i nuclei di parentela almeno un candidato o una candidata. Come orientarsi? Innanzitutto, si dovrebbe valutare la possibilità, da non considerare mai remota in qualsiasi consultazione elettorale, di un impegno in prima persona nello schieramento più vicino alle proprie idee politiche e all’interno della lista che più direttamente si percepisce prossima al proprio modo di intendere la vita pubblica. Questo aspetto è molto importante. La politica si vive spesso assegnando deleghe in bianco a gente che vediamo solo per il voto e poi mai più. Dobbiamo sempre aver presente che le elezioni non sono soltanto l’esercizio legittimo del voto, ma possono rivelarsi anche un momento in cui assumersi una responsabilità personale e diretta. Se scartiamo tale ipotesi, non possiamo che orientarci verso uno dei tantissimi candidati in campo nella circoscrizione. I criteri di scelta possono essere diversi. Mettiamo in evidenza quelli che, a nostro avviso, sono i più importanti. Per cominciare, non bisognerebbe nemmeno lontanamente considerare coloro che hanno avuto o intrattengono dei rapporti con la mafia, oppure che frequentano senza problemi persone legate a quel mondo. E non solamente per un ragionamento etico, già in sé molto importante. Ma perché non conviene essere governati da eletti che non fanno gli interessi di tutti, ma quelli delle cosche mafiose che li hanno assoldati e alle quali rispondono in ogni parola e in ogni gesto politico che compiono. Poi, non sono molto appetibili i candidati e le candidate che vi promettono qualcosa di personale, tipo un posto di lavoro, un sussidio una tantum, una banconota di cento euro o altre cosette di questo tipo. Perché anche in questo caso, prescindendo dal fatto che quasi sempre si tratta di promesse fondate sul nulla e che valgono sino al giorno del voto, non c’è convenienza, queste persone infatti non lavorano per l’interesse di tutti, ma solo per favorire pochi. Solo se si lavora per l’interesse collettivo c’è possibilità per tutti. A cominciare dai giovani, i quali, pur studiando con impegno e raggiungendo spesso titoli di studio prestigiosi, sono poi costretti ad andare via dalla Sicilia per trovare un lavoro dignitoso. C’è un altro criterio, che riguarda chi si ricandida. Bisogna chiedere a questi soggetti cosa hanno fatto nei cinque anni precedenti per il territorio della circoscrizione e quali azioni politiche abbiano intrapreso per chiedere con forza, e non solo con i lamenti, una modifica strutturale delle circoscrizioni stesse. Se hanno fatto poco o niente è meglio indirizzare altrove il voto. Ma anche per quelli che si presentano per la prima volta, occorre informarsi della loro vita, chi sono, cosa hanno fatto, perché si candidano. Inoltre, poiché tutti i candidati nelle circoscrizioni appoggiano almeno una candidatura al consiglio comunale, bisogna capire chi sono questi loro referenti cittadini. Senza dimenticare che, pur votando per la persona a livello di quartiere, bisogna avere presente il quadro complessivo della città. E allora, se si voterà per il candidato a sindaco di una determinata parte politica, occorrerà anche preoccuparsi, nei limiti del possibile, di muoversi coerentemente con tale scelta. A questo punto i nostri lettori si chiederanno perché ci accaloriamo tanto per un voto responsabile nelle circoscrizioni se poi sono inutili. Ed è qui che scatta il criterio più importante per orientarsi. Si dovrebbero premiare quelle persone e quella coalizione che più seriamente s’impegneranno, con progetti concreti già in mano, nel trasformare le circoscrizioni da insignificanti, come attualmente sono, a utili, come dovrebbero diventare per migliorare la vita di tutti. E questo è forse l’aspetto più complesso della questione. In quanto tutti, candidati a sindaco, al consiglio comunale e alle circoscrizioni, diranno che certamente si prodigheranno per fare diventare i consigli circoscrizionali degli organismi rappresentativi veri. L’unica strada è informarsi bene per formarsi un’opinione precisa sull’argomento. In modo da poter capire chi vuole fare sul serio e chi intende continuare a perdere tempo su questa fondamentale questione della vita di una città come Palermo.

martedì 8 maggio 2007

Leoluca Orlando al Palasport

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 08 MAGGIO 2007

FACCE NUOVE ALL´ORLANDO DAY

FRANCESCO PALAZZO

Al comizio di Leoluca Orlando domenica al palasport non era possibile avere bandiere di parte. Quelle poche che sventolavano poco prima dell´inizio poi sono scomparse, essendo presenti anche elettori della Casa delle libertà. Un palco pieno di uomini con qualche spruzzo di rosa ha accolto il candidato sindaco del centrosinistra. Segretari di partito muti, sorridenti e applaudenti, facevano corona, insieme ai candidati, all´oratore unico. Il pubblico ha interrotto numerose volte Orlando durante il suo appassionato intervento. Non c´è più il clima delle due tornate elettorali cittadine degli anni Novanta, che videro Orlando trionfare nel 1993 e nel 1997. Molte facce sono scomparse, c´è stato un ricambio: uno spostamento - si dice - verso le fasce popolari della città. I ragionamenti innovativi non mancano. Come quello di adottare una politica policentrica che metta in primo piano non solo il centro storico conosciuto, ma anche quelli dei quartieri periferici. Chiedendo in giro si ricavano timide o baldanzose speranze. La speranza di andare al ballottaggio e quella, molto meno gettonata, di una vittoria al primo turno. L´analista dei voti vicino a Orlando ci mostra delle tabelle, dallo studio delle quali, dice, si evince che si va certamente al secondo turno. Enzo fa il farmacista, prevede una buon risultato di Orlando ma non una vittoria, dalla sua postazione continua a registrare una massiccia tendenza verso il centrodestra. Un esponente dell´Arciragazzi è convinto che vi siano sacche di trenta o quarantamila voti che possono essere comprate all´ultimo momento. Lamenta anche un clientelismo dalle parti del centrosinistra. Pare che molti propongano la creazione di cooperative per la raccolta di cartone. In ogni caso si augura di avere una coalizione unita, capace di portare avanti un progetto anche in caso di sconfitta. C´è Mariella, un´impiegata comunale, che è molto preoccupata, spera soltanto in uno scatto d´orgoglio della parte migliore della città. Un candidato della Margherita al consiglio comunale ci racconta che a Brancaccio un voto si vende a 50 euro, lì le parrocchie hanno avuto molto e sarà molto difficile arrivare al ballottaggio. Un rappresentante di un´associazione del centro storico, con una smorfia dolorosa, rivela che all´inizio era più fiducioso, adesso teme una sconfitta. Una candidata di Italia dei valori riferisce che alla Marinella i prezzi sono un po´ più alti di Brancaccio, evidentemente trattasi di una piazza difficile. Un voto costa 75 euro. Lei si dichiara convinta del fatto che gli elettori prendono i soldi e poi votano con la loro testa. Sarà. Una commerciante ci presenta suo genero, candidato nella lista di Italia dei valori e banconista nella salumeria di un grande magazzino. La sua analisi atterra su una vittoria secca dell´Unione a primo turno su tutta la linea. Un candidato al Comune della lista Udeur lamenta il fatto che in città si vedono solo facce del centrodestra, pensa sia dovuto al fatto che l´Unione sta spendendo pochi soldi per la pubblicità elettorale. Per Simona e Marco, due esponenti di Addiopizzo, il confronto è alla pari, ma dall´altra parte ci sono più soldi e questi alla fine saranno decisivi. Uno della lista Orlando ritiene impossibile un ballottaggio, chi vincerà lo farà al primo turno. In generale le persone meno politicizzate si lasciano trasportare dal sentimento speranzoso, quelle più navigate guardano a quanto realmente può accadere. Dappertutto si raccolgono risposte sulla frase provocatoria di Berlusconi, che il giorno prima ha definito infermi mentali quanti non voteranno Cammarata. Con la sanità che abbiamo, vallo a trovare, sussurra Anna, un posto per ricoverare tutti.