giovedì 28 giugno 2007

Via Matteo Bonello

LA REPUBBLICA - GIOVEDÌ, 28 GIUGNO 2007

Pagina XIV

LA POLEMICA

LA STRADA INTESTATA A UN OMICIDA
Il protagonista: Via Matteo Bonello ricorda il capopopolo che uccise il Gran Cancelliere Maione
Il contesto: Il fatto è accaduto per contrasti tra nobili nel XII secolo ai tempi di Guglielmo il Malo

FRANCESCO PALAZZO

A proposito di strade palermitane intestate o meno per vari motivi, nei giorni scorsi "Repubblica" ha ricordato la campagna di stampa per non fare intitolare una via a Giuseppe Maggiore (rettore fascista propugnatore delle leggi razziali, che aveva sottoscritto la cacciata dall´Ateneo di cinque docenti ebrei) e ha sottolineato invece che ad Alfredo Cucco è andata meglio, non si capisce per quale motivo. Per lui un posticino nello stradario si è trovato. Sull´argomento, alcuni mesi addietro, si è appreso che, per decisione della commissione toponomastica del Comune, duecento strade e piazze palermitane, vecchie e nuove, stanno cambiando denominazione o sono in procinto di avere un nome nuovo di zecca al posto di molte incomprensibili sigle anonime. Giovanni Paolo II ha già impalmato la piazza antistante lo stadio scalciando lo statista Alcide de Gasperi, che però ancora gode di un posto al sole nella strada vicina. Tra i nuovi arrivati avremo anche il cardinale Pappalardo, il filosofo Norberto Bobbio, madre Teresa di Calcutta e altri personaggi più o meno noti. È nota e già archiviata la giusta polemica di alcuni familiari di vittime della mafia, che non hanno gradito la periferica dislocazione delle vie assegnate ai loro cari. In qualche caso il Comune ha già fatto marcia indietro. Parlando di strade, credo sia interessante riflettere su un altro caso, non so se unico, ma certamente molto raro. Una delle vie più conosciute di Palermo è dedicata a chi una sera di tanti secoli addietro, con tutti i dubbi che una ricostruzione storica di un fatto così lontano nel tempo presenta, avrebbe pugnalato a morte una persona. Parliamo della Via Matteo Bonello, che scorre non in una landa desolata del territorio palermitano, ma in un luogo centralissimo, ossia tra il palazzo arcivescovile e la cattedrale. I fatti sono (o sarebbero) questi. Siamo nel dodicesimo secolo, capo del regno normanno di Sicilia è Guglielmo I, asceso al trono dopo la morte di re Ruggero II. Passa alla storia come "Il Malo", chiamato così dai baroni ai quali limita i privilegi feudali. Per perseguire tale obiettivo politico da carta bianca al suo Gran Cancelliere, Maione da Bari, di estrazione plebea. Quest´ultimo per un periodo è primo ministro e quindi la persona più potente dopo il re stesso, al quale si suppone volesse subentrare. Su di lui gravano le accuse, non si sa quanto fondate, di tirannia e malgoverno. Avvia comunque varie riforme che colpiscono economicamente i baroni. Tutto questo sfocia in un rivolta, guidata da Matteo Bonello e progettata dai nobili nel castello di Caccamo. Il 10 novembre 1160, come capro espiatorio della crisi, Maione è assassinato in pubblico. Una tradizione popolare vuole che sia stato ucciso proprio dal Bonello davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi, sul portone d´ingresso, si troverebbe infissa l´elsa della spada del suo giustiziere. L´impugnatura nel portone c´è davvero, non coinciderebbe tuttavia con quelle in uso al tempo dei fatti. Sulla vicenda storica c´è, inoltre, da dire che Bonello è imparentato con Maione, questi infatti gli ha promesso la mano della figlia. Sembra pure che l´agguato mortale avviene con il silenzio, forse complice, dell´arcivescovo di Palermo Ugo. Il quale, poco prima dell´uccisione di Maione, pare intrattenga con lui un dialogo molto duro, accusandolo di non proteggere i baroni. In ogni caso la vittima è malvista sia alla nobiltà che dal clero. In qualsiasi modo siano andate le cose, pare dunque che il "merito" più grande per il quale è ricordato Matteo Bonello, a torto o a ragione, è quello di aver ucciso un esponente delle istituzioni, amato o odiato non è questo che importa. Ed è davvero singolare che, non solo gli sia stata dedicata una via, ma che questa ricada proprio nel luogo dove s´ipotizza sia avvenuto il delitto, sottolineando di fatto il motivo dell´intitolazione. Forse è ormai giunto il tempo di rimediare, magari intestando la strada che passa nel cuore della cattolicità palermitana proprio al Cardinale Salvatore Pappalardo. In quanto all´elsa ancora piantata nel portone dell´arcivescovado, pur non essendo riconducibile a quell´agguato, ma ricordando a tutti un eclatante omicidio politico (oggi, forse, diremmo anche mafioso), non sarebbe male che dalla curia partisse l´iniziativa di estirparla definitivamente.

martedì 26 giugno 2007

Abolire l´ergastolo scelta sbagliata

LA REPUBBLICA PALERMO MARTEDÌ, 26 GIUGNO 2007
Pagina IX
Abolire l´ergastolo la scelta sbagliata
Cosa nostra ne trarrebbe un vantaggio non tanto nell´impunità quanto nell´immagine
FRANCESCO PALAZZO


I rapporti tra Cosa nostra e lo Stato vivono anche di segnali e di percezioni. Quasi sempre questi ultimi incidono, in positivo o in negativo, soltanto all´interno della sfera emotiva di entrambi i soggetti, altre volte generano sostanziali modifiche. Non sappiamo in quale versante collocare la proposta dell´abolizione dell´ergastolo, che potrebbe inserirsi nella più generale riscrittura del codice penale. Che l´argomento sia sensibile non ci vuole molto a dimostrarlo. Si sostiene che i mafiosi non hanno mai avuto problemi a stare in cella. Non si può negare, tuttavia, che se qualche decina d´anni può addirittura costituire una medaglia al valore, quando il tempo reclusivo è senza fine la cosa comincia a farsi seria anche per le pelli più dure. Del resto, che il numero dei collaboratori di giustizia sia stato notevole proprio nel periodo in cui lo Stato è riuscito ad attuare un giro di vite sulla situazione carceraria e repressiva in generale, qualcosa vorrà pur dire. L´argomento cancellazione ergastolo, insomma, è di quelli sensibili e potrebbe essere interpretato dalla mafia, a torto o a ragione, come una risposta a esigenze non secondarie. E ciò a prescindere dalla volontà e dalle motivazioni della politica, sicuramente adeguate e convincenti in punta di diritto. L´abolizione del 41 bis e dell´ergastolo, oltre che la revisione dei processi per cancellare appunto le pene più pesanti, stavano in cima al famoso papello che Cosa nostra avrebbe agitato sotto il naso delle istituzioni repubblicane dopo le stragi di Capaci e di via D´Amelio. Papello firmato platealmente con gli attentati dinamitardi dell´estate del 1993 sull´asse Roma-Firenze-Milano. Le altre emergenze per il governo mafioso erano la confisca dei beni e la delegittimazione dei collaboratori di giustizia. Sullo stato dell´arte concernente questi due ultimi temi ognuno può farsi l´opinione che vuole, a un occhio profano sembra che non si navighi nell´oro. Tornando all´ergastolo, che comunque nell´ipotesi di riforma sarebbe sostituito con la pena di 38 anni, è giusto pure soffermarsi sull´impatto che la sua cancellazione può avere su un comune cittadino, magari nato in un quartiere periferico ad esclusiva signoria mafiosa. Vedere tornare i mafiosi che contano a spadroneggiare nel territorio, dopo che ci si era affrancati definitivamente almeno della loro presenza fisica, può motivare e giustificare nel popolo minuto, il quale pure esso vive di segnali e percezioni, la consapevolezza, grezza ed errata finché si vuole, che alla fine vincono sempre loro. Avranno tempo i giuristi a spiegargli che oggi l´ergastolo non se lo fa più nessuno e che dopo 26 anni si può ottenere la libertà condizionata. Ci sarà pure modo di tirare in ballo la Costituzione nel punto dove parla di rieducazione del condannato, affermando che la frase "fina pena mai" non prevede nessun tipo di recupero del reo. Ma alla fine prevarrà il ragionamento spicciolo, il capomafia era in carcere e adesso è di nuovo tra i piedi, non tanto per redimersi, ma per riacciuffare il potere e guadagnarne ancora. Capiamo che una riforma di questo tipo non può essere letta solo attraverso le deformanti e deformate lenti siciliane o meridionali. Inoltre, ci paiono discutibili le ragioni di coloro che ipotizzano una nuova guerra di mafia dopo un´eventuale revoca degli ergastoli. Di guerre di mafia ve ne sono state in abbondanza, sostengono alcuni, anche in presenza del carcere a vita. Detto tutto questo, non si può eludere una questione politica generale, che va al di là dei codici. Da un governo di centrosinistra, pur se azzoppato in uno dei due rami del parlamento, ci si attende molto contro le mafie. Che si esordisca mettendo sul piatto del confronto politico la forte pietanza dell´abolizione dell´ergastolo non è un buon segno. Nelle intercettazioni i mafiosi si dichiarano contrariati degli effetti seguiti all´indulto. Possiamo star certi che questa discussione sull´abrogazione della massima pena detentiva li stia rendendo un po´ più contenti e meno contrariati.

mercoledì 20 giugno 2007

L'antimafia oltre le date

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 20 GIUGNO 2007

Pagina XV
Una casa delle associazioni nell´antimafia senza date
FRANCESCO PALAZZO


Quando ricordare le vittime di mafia? C´è proprio bisogno di un giorno del calendario in cui far ricadere la memoria unificante che onori tutti coloro che sono caduti sotto la violenza mafiosa? Giuseppe Casarrubea sollevava ieri sul nostro giornale polemicamente e giustamente la questione. Ogni vittima ha una sua peculiarità, rappresenta un percorso particolare, che dovrebbe semmai essere enfatizzato più che riprodotto recitando interminabili elenchi. Anche se questi ultimi sono utili a consegnarci il quadro unitario di una lotta che non è vacuo rappresentarsi in maniera sincronica. Si devono fare ambedue le cose, ma sappiamo che le vittime non sono tutte uguali. Per alcune c´è stata negli anni una sovraesposizione mediatica, altre sono sostanzialmente scomparse, se non nella memoria dei loro cari, in quella più grande e significativa della pubblica opinione. Allora non ci sarà mai nessuna data in grado di accontentare tutti, e del resto ci pare che tale problematica ha a che fare soltanto con una parte dell´antimafia, ossia la memoria. Trarre dall´oblio le vittime, tutte, è esercizio che mai può essere disatteso, anche se talvolta prevale la retorica sulla sostanza. E la retorica prevale, e a volte inonda qualche iniziativa. Se a primeggiare fossero i progetti comuni, portati avanti in nome di chi non può più farlo, ecco che il problema delle date diverrebbe davvero relativo. Ognuno potrebbe valorizzare come meglio crede la biografia che più ritiene consona al proprio percorso o al mandato dell´associazione o del gruppo di cui fa parte, per poi ritrovarsi, anno dopo anno, passo dopo passo, nel realizzare un pezzo di percorso collettivo e concreto. Partendo dalla considerazione che trascorse le date, finite le partite dell´impegno e della solidarietà, spentisi insomma le luci dei riflettori, ciò che resta in mano è davvero poco. E ciò che rimane è la ripartenza della macchina organizzativa per la ricorrenza del prossimo anno e così via, sino al punto da ripetere stessi tragitti e uguali parole. Ricordiamo le grandi manifestazioni seguite alle stragi del 1992, centinaia di migliaia di persone per le strade, sembrava un punto di non ritorno e invece poi c´è stato il riflusso. La mafia che non spara (ma sembra che negli ultimi tempi stia cambiando idea) e l´antimafia impegnata nel territorio che si ritrova a litigare sul come, sul quando e sul chi commemorare. Senza che si colga il frutto di attività autonome che non siano solo delle risposte di secondo livello, di pura reazione, quali possono essere le pur meritorie e coraggiose attività poste in essere, a esempio, da quanti lavorano sui terreni confiscati o nell´antiracket. Per dirla tutta, invitare il presidente della Repubblica a visitare il giardino della memoria sorto a Ciaculli è sicuramente un fatto significativo. Molto più prosaicamente fattivo, anche se meno coinvolgente emotivamente, sarebbe stato, che so, fargli inaugurare un luogo, che d´ora in avanti avesse potuto chiamarsi casa delle associazioni impegnate comunque nel far sorgere germogli di vita normale nel territorio palermitano. Si può sempre cominciare, anche con poco dal punto di vista dell´investimento economico, non è neanche necessario, in un primo momento, l´aiuto delle istituzioni. Ogni anno si potrebbero misurare i passi in avanti compiuti per rendere tale luogo sempre più catalizzante e concreto nella lotta alle mafie. E in che giorno farlo, se per ricordare l´uno o l´altro, ne converrete, sarebbe veramente una questione di secondaria importanza. "La memoria e il progetto" è una proposta molto concreta che due anni addietro ha lanciato il Centro Impastato, e che mira alla creazione di uno spazio polivalente che sia mostra permanente su mafia e antimafia, biblioteca-emeroteca, casa delle associazioni e laboratorio per la progettazione di nuove iniziative. Se si vuole è possibile lavorare sfruttando questa proposta. E lo si può fare a partire da qualsiasi data.

sabato 16 giugno 2007

Palermo, l'Unione nel pantano dei brogli

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 16 GIUGNO 2007

Pagina XV

I rischi del centrosinistra sul caso dei brogli elettorali

FRANCESCO PALAZZO

Sembra che Palermo sia diventata nuovamente un caso nazionale, stavolta non per fatti di mafia ma per i dubbi legati al risultato delle elezioni amministrative. Quella sui «brogli» sembrava una reazione comprensibile e circoscritta ai giorni successivi al voto, legata forse anche alla delusione per un´affermazione che si credeva vicina. Ma adesso - al di là delle giuste verifiche sulle irregolarità del conteggio dei voti - c´è il rischio che sul piano politico la protesta diretta a invalidare le elezioni si riveli una sorta di boomerang per il centrosinistra. L´ultima denuncia riguarda la presunta sostituzione o manomissione delle urne. Diciamo subito che la parola «broglio» è di per sé da utilizzare con molta cautela. Perché broglio vuol dire che si è in presenza di manipolazioni dolose, che in questo caso avrebbero stravolto il consenso depositato dai palermitani nelle urne. Se questa non fosse la convinzione di una parte del centrosinistra non si capirebbero la mobilitazione e la protesta giunte fino al presidente della Repubblica in visita a Palermo, al quale è stato consegnato un dossier sulla vicenda. E non si comprenderebbe la restituzione simbolica dei certificati elettorali, gesto estremo che presuppone una situazione di legittimità democratica davvero lacerata. Senza contare l´allarme sulla vicenda palermitana lanciato da parlamentari regionali, nazionali ed europei. Tale quadro fa propendere verso un´ipotesi di broglio generalizzato. Dall´appello presentato ai vertici istituzionali da quasi tutti i consiglieri comunali eletti nelle file dell´Unione, ma anche dalle ultime denunce sulla mancata corrispondenza tra schede elettorali utilizzate e numero di votanti, emergerebbero tuttavia irregolarità che, se confermate, sembrano più addebitabili a meri errori materiali e a incompetenze diffuse, che a volontarie azioni tese a pilotare verso un risultato omogeneo la consultazione elettorale. Forse si pensa che un possibile totale riconteggio esatto delle schede possa schiudere le porte verso una messa in discussione di quanto sancito dalle urne. Anche se, generalmente, l´assestamento del flusso elettorale, successivo a una riconsiderazione delle schede, porta a premiare statisticamente la coalizione che ha già avuto di più dall´elettorato. Di questa ferrea legge numerica ha già fatto esperienza il centrodestra a livello nazionale, quando si è accorto che, dopo un primo parziale riconteggio, addirittura era l´Unione ad averci guadagnato ancora. In quel caso si partiva da una differenza minima tra centrodestra e centrosinistra. A Palermo la differenza tra le coalizioni è stata maggiore di 23 punti a favore del centrodestra e quella tra i due candidati alla sindacatura ha superato gli otto punti, premiando il sindaco uscente. Un responso abbastanza chiaro politicamente. Peraltro, lo stesso rappresentante del governo, nel rispondere alla Camera dei deputati sulla questione, ha rassicurato che sostanzialmente il voto è stato regolare. Insomma, semplicemente il centrosinistra ha perso le elezioni. Prima se ne fa una ragione, meglio è. Solo il prendere atto di tale solare evidenza può stimolare un approfondito confronto politico, unica via da percorrere se si vuole provare a capovolgere tra cinque anni la sconfitta di oggi. A tal fine non serve - a meno di numeri certi che dimostrino il contrario - agitare l´ipotesi del broglio generalizzato. In Sicilia il centrodestra ha dalla sua una lunga teoria di vittorie, conseguite con metodi preelettorali magari discutibili. Sono, però, successi maturati a suon di voti reali raccolti uno per uno, non inventati da oscuri soggetti armati di gomme e bianchetti in azione nelle notti elettorali.

lunedì 11 giugno 2007

Palermo, i brogli e la politica

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 09 GIUGNO 2007

Pagina XIII

Una strategia nell´Unione per riconquistare la città
FRANCESCO PALAZZO


C´è il rischio che il centrosinistra palermitano trascorra i prossimi cinque anni a parlare dei brogli elettorali che avrebbero condizionato e pilotato verso l´esito finale le elezioni amministrative di maggio. Intendiamoci, che anche un solo voto possa essere stornato verso altri lidi e che non si rispetti la precisa volontà dell´elettore, è un fatto che va approfondito affinché non ci si abitui a tali prassi. Che però quella dei brogli sia stata sinora l´unica cifra di confronto politico dalle parti dell´Unione, a quasi un mese dal risultato elettorale, pensiamo non porti da nessuna parte. Sia chiaro, se fossimo davanti ad irregolarità tali da mettere in dubbio i 31.131 voti in più di Diego Cammarata rispetto a Leoluca Orlando e gli 82.662 voti che dividono la coalizione di centrodestra da quella di centrosinistra, ci sarebbero da fare tutte le battaglie di questo mondo. Ci pare, invece, che i fatti portati dal centrosinistra a sostegno delle anomalie non possano alimentare l´aspettativa che il risultato del voto venga sostanzialmente modificato. Ci penseranno, in ogni caso, gli organi preposti a mettere in atto i controlli dovuti per dirimere i singoli casi sospetti e per chiarire alcuni evidenti e incredibili errori. I partiti del centrosinistra farebbero bene, nel frattempo, a tornare alla politica. Prima che la questione brogli si trasformi in un grande alibi, utile per non confrontarsi sulla sconfitta e per non discutere del lavoro che c´è da fare al fine di conquistare democraticamente il governo cittadino alle prossime elezioni. Su tutto questo, per primo, dovrebbe riflettere Leoluca Orlando, che a suon di consenso personale si è dimostrato vero leader, in grado di ingaggiare da solo una battaglia, tanto titanica quanto ardua, contro i battaglioni elettorali della Casa della libertà. Cosa intende fare politicamente l´ex sindaco a Palermo e per Palermo nel futuro immediato e prossimo? È ovvio che Orlando non è l´unico soggetto in grado di riprendere il ragionamento sul filo della politica. Punti di domanda collettivi e possibili risposte pubbliche dovrebbero provenire anche dai diciannove consiglieri comunali che l´opposizione schiererà a Palazzo delle Aquile. Come valutano il risultato elettorale? Come intendono interpretare il ruolo che l´elettorato ha ad essi assegnato? Che programmi comuni hanno? Come intendono interagire con la società palermitana? Cosa impedisce loro di parlare unitariamente alla città in un luogo pubblico prima dell´insediamento al Palazzo di città? È possibile sperare, visto che hanno avuto la soddisfazione di essere eletti, che almeno loro non siano impantanati esclusivamente nella controversia sulle scorrettezze elettorali. Vi sono altri due attori dai quali è lecito attendersi nel capoluogo qualche parola di lucida analisi dopo la sconfitta e più di qualche pensiero sul futuro: i partiti dell´Unione e la cosiddetta società civile a loro esterna. Ma i primi non sanno sfuggire alla consegna del silenzio che li ha contraddistinti durante la campagna elettorale e dopo le elezioni. Alcuni sono muti perché sono quasi scomparsi, gli altri, per intenderci i maggiori azionisti del Partito democratico, non si capisce cosa attendano per uscire fuori dalla lunga notte elettorale. I componenti della società che formalmente agiscono fuori dai partiti, pur avendo spesso casacche politiche ben riconoscibili, si sono tuffati come un sol uomo nella confortante e rassicurante piscina dei brogli. Invece di avviare e stimolare una riflessione stringente sulla presenza a Palermo del centrosinistra e sul ruolo che essi stessi vogliono ritagliarsi al suo interno, hanno costituito un comitato a difesa della democrazia. Benemerito quanto si vuole, ma che non costruirà un briciolo d´alternanza nei prossimi anni. E invece di quest´ultima la città ha fortemente bisogno, più di qualsiasi altra cosa. Il clientelismo e le storture elettorali si sconfiggono e la democrazia si difende con la politica, non crogiolandosi al sole nel ruolo di vittime sacrificali.

mercoledì 6 giugno 2007

Il Traffico in Sicilia un grande problema è!!!!

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 06 GIUGNO 2007

Pagina I

LA CITTÀ’
Secondo una ricerca i siciliani sono penultimi per disciplina

Gli "artisti" palermitani del posteggio in terza fila

FRANCESCO PALAZZO


Certo nessuno può spingersi ad affermare che il problema più grave della Sicilia è il traffico. Tuttavia la rilevazione dell´osservatorio Audimob sul posteggio selvaggio, resa nota in questi giorni, merita qualche riflessione. Non fosse altro che per la posizione di testa - o di coda - del Mezzogiorno in questa speciale classifica.A fronte di un 54 per cento d´italiani che dichiara di imbattersi sistematicamente in veicoli che sostano in doppia fila, nel Sud si arriva all´81,1 per cento della Campania e al 76,9 della Sicilia. Penultimi o secondi, fate voi. Il dato siciliano ci pare sospetto. Potrebbe essere il frutto di poco sinceri exit-poll registrati all´uscita dei negozi durante lo shopping del sabato pomeriggio. L´avremmo pronosticato vicino al 100 per cento. A chi non è capitato, almeno una volta nell´ultima settimana, di essere intralciato nei movimenti da chi ha deciso di posteggiare a due passi dal panificio o dalla salumeria di fiducia? Un´esperienza personale. Domenica mattina, dalle parti del mercato del Capo, trovo una macchina situata dietro il mio mezzo. Provo a chiedere in un locale se l´auto era di qualcuno dei presenti. Il segno della testa scrollata verso l´indietro dagli astanti segna un no deciso. Già so che l´operazione è inutile. Il palermitano in questione sarebbe uscito dall´esercizio commerciale giusto nel momento in cui poteva ritenere di aver sbrigato i propri affari. Così accade. L´autista sbuca dopo qualche minuto proprio da quel posto, motivando il suo comportamento con il fatto che non aveva visto le decine di macchine posteggiate regolarmente. E sin qui può scapparci un sorriso. C´è chi s´infila nel proprio bolide facendo finta di non accorgersi che sei lì ad aspettare da un quarto d´ora. In quel caso te la prendi, senza però insistere, ci sono stati casi in cui queste diatribe sono finite male. In fondo ci sono ideali più importanti per cui eventualmente rischiare la pelle. La casistica del posteggio selvaggio è davvero ampia. E vogliamo fermarci alla seconda fila. Perché c´è anche quella disciplina viaria che può paragonarsi alle arti marziali più spericolate. La terza fila. Qui, lo ammettiamo, occorre una particolare preparazione teorica e psicologica. Perché bisogna trovare due giustificazioni diverse. La prima per chi ha fermato la macchina correttamente, la seconda da contrapporre alle proteste di chi si è limitato alla seconda fila e, solo per questo, pensa di potere esprimere un duro giudizio di condanna. Quando si è fortunati può capitare di sorprendere il reo mentre cerca di intrappolare il prossimo. Le soluzioni sono due. O lui si sposta andando a ostruire qualcun altro. Oppure, se è già in procinto di entrare in un luogo, mettiamo al bar, sgancia l´indice che vuole significare un minuto, unità di misura siciliana del tempo che tutto comprende. E allora devi attendere. A chi si è mai negato un fumante caffè? Proseguendo nella casistica, non possiamo non citare le resse di mezzi mobili che si creano davanti alle scuole patrie d´ogni ordine e grado. Se uno non c´è abituato potrebbe pensare a un incidente gravissimo oppure a un agguato mafioso stile vecchi tempi. Niente di tutto questo. È solo l´irrefrenabile voglia dei genitori di parcheggiare le quattro ruote a due centimetri dall´entrata delle scuole per accompagnare o riprendersi i pargoli. A volte la scusa è che non c´è un parcheggio vicino. Trattasi di alibi quasi sempre inconsistente. Basta vedere cosa succede davanti la scuola vicina a un mega parcheggio gratuito, quello di piazzale Giotto a Palermo, dove non si registra affatto nessuna modifica di tale modo di fare. Per il resto, è difficile abituarsi alla visione di auto che bloccano sovente la vita di una città come Palermo, e non in luoghi periferici, ma nell´asse viario principale. Solitamente senza vedere polizia urbana nel raggio di un chilometro. Talvolta le doppie e le triple file sono «custodite» dai posteggiatori abusivi, veri professionisti del settore. Basta lasciare le chiavi e il gioco è fatto.

martedì 5 giugno 2007

Matteo Bonello


Il mese scorso abbiamo appreso che prossimamente più di duecento strade palermitane, vecchie e nuove, cambieranno o avranno un nome. Così ha deciso la commissione toponomastica del comune. Tra i nuovi arrivati il cardinale Pappalardo, il filosofo Norberto Bobbio, madre Teresa di Calcutta e altri personaggi più o meno noti. Sull’argomento è interessante riflettere su un caso, non sappiamo se unico, ma certamente molto raro. Una delle vie più conosciute di Palermo è dedicata a chi una sera di tanti secoli addietro, con tutti i dubbi che una ricostruzione storica di un fatto così lontano nel tempo presenta, avrebbe pugnalato a morte una persona. Parliamo della Via Matteo Bonello, che scorre tra il palazzo arcivescovile e la cattedrale. I fatti sono (o sarebbero) questi. Siamo nel dodicesimo secolo, capo del regno normanno di Sicilia è Guglielmo I, asceso al trono dopo la morte di re Ruggero II. Egli passa alla storia come "Il Malo", chiamato così dai baroni ai quali limita i privilegi feudali. Per perseguire tale obiettivo politico da carta bianca al suo Gran Cancelliere, Maione da Bari, di estrazione plebea. Quest’ultimo per un periodo è primo ministro e quindi la persona più potente dopo il re stesso, al quale si suppone volesse subentrare. Su di lui gravano le accuse, non si sa quanto fondate, di tirannia e malgoverno. Avvia comunque varie riforme che colpiscono economicamente i baroni. Tutto questo sfocia in un rivolta, guidata da Matteo Bonello e progettata dai nobili nel castello di Caccamo. Lo stesso Bonello era stato inviato in Calabria, come ambasciatore dalla corte normanna, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà locale, anche lì in subbuglio. Proprio durante la missione cambia idea. Il 10 novembre 1160, come capro espiatorio della crisi, Maione è assassinato in pubblico. Una tradizione popolare vuole che sia stato ucciso davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi sul portone d'ingresso si troverebbe infissa l'elsa della spada del suo giustiziere. L’impugnatura nel portone c’è davvero, non coinciderebbe tuttavia con quelle in uso al tempo dei fatti. Il popolo va in soccorso del Re, che è stato fatto prigioniero, lo libera e costringe Bonello e i baroni a rifugiarsi nel castello di Caccamo, di proprietà della famiglia dei Bonello. Guglielmo I giura vendetta, organizza un esercito e attacca il castello, ma quest’ultimo risulta inespugnabile. Allora fa credere a Bonello di averlo perdonato, cancella le riforme contro i baroni e gli permette di frequentare nuovamente la corte. Bonello casca nel tranello, è assalito, rinchiuso e torturato sino alla morte. Una leggenda vuole che lo spettro di Matteo Bonello vaghi per le stanze del castello di Caccamo. Sulla vicenda storica c’è, inoltre, da dire che Bonello è imparentato con Maione, questi infatti gli ha promesso la mano della figlia. Sembra pure che l’agguato mortale avviene con il silenzio, forse complice, dell’arcivescovo di Palermo Ugo. Il quale, poco prima dell’uccisione di Maione, pare intrattenga con lui, che sembra volesse avvelenarlo, un dialogo molto duro, accusandolo di non proteggere i baroni. In ogni caso la vittima è malvista sia alla nobiltà che dal clero. In qualsiasi modo siano andate le cose, pare dunque che il “merito” più grande per il quale è ricordato Matteo Bonello, a torto o a ragione, è quello di aver ucciso un esponente delle istituzioni, amato o odiato non è questo che importa. Ed è davvero singolare che, non solo gli sia stata dedicata una via, ma che questa ricada proprio nel luogo dove s’ipotizza sia avvenuto il delitto, sottolineando di fatto il motivo dell’intitolazione. Questo è accaduto in quella che ancora oggi si chiama Via Matteo Bonello e che, a prescindere da chi sia stato il suo uccisore, dovrebbe almeno, più correttamente, chiamarsi "Del Gran Cancelliere Maione", al quale comunque è stata dedicata una via ricadente nel quartiere Brancaccio. Oppure si potrebbe intestare la strada, che passa nel cuore della cattolicità palermitana, proprio al Cardinale Salvatore Pappalardo. In quanto all’elsa ancora piantata nel portone dell’arcivescovado, pur non essendo riconducibile a quell’agguato, ma ricordando a tutti un eclatante omicidio politico, non sarebbe male che dalla curia partisse l’iniziativa di estirparla definitivamente. Francesco Palazzo

lunedì 4 giugno 2007

Chi determina i costi della politica

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 02 GIUGNO 2007

Pagina I

L´INTERVENTO

I costi della politica nel sistema clientelare
FRANCESCO PALAZZO


In questo momento il primo posto nella classifica dello sdegno popolare è rappresentato dai costi della politica. È in corso - il tema l´ha lanciato proprio "Repubblica" - la polemica sulla scarsa produttività dei deputati regionali a fronte di emolumenti non proprio da fame. Le accuse in realtà colpiscono tutti i livelli di rappresentanza, dalle circoscrizioni al parlamento. Certo, non siamo di fronte a quella che si direbbe una novità assoluta. Il primo atteggiamento dei cittadini, quando si parla di politica, è di disgusto per gli alti guadagni e ai privilegi di chi abita i palazzi del potere. Ciò che difficilmente si ammette, da parte di coloro che s´indignano per stipendi e prebende altrui, sono i conti salatissimi che a volte essi stessi presentano alle pubbliche amministrazioni. Talvolta nel rispetto formale delle regole, spesso ricorrendo a procedure illegali. In ogni caso facendo lievitare in maniera esponenziale e davvero insostenibile le spese pubbliche che in teoria si vorrebbero ridimensionare. Proprio l´altro giorno abbiamo appreso che l´Inps, che gestisce soldi di tutti, ha subito un danno di circa 3 milioni di euro a causa dei falsi braccianti scoperti in provincia di Palermo. Superfluo sottolineare che si tratta della punta di un enorme iceberg. In Sicilia c´è un fiume di gente che ha mani illibate eppure certifica decenni di lavoro nei campi. In fondo è facile puntare ferocemente i costi delle istituzioni pubbliche, è come sparare sulla Croce rossa. Basta che poi le vite private di ciascuno possano muoversi liberamente alimentando la prassi predatoria di tutto ciò che ricade sulle tasche della collettività. Se passiamo dall´agricoltura alla formazione professionale, perché non riflettere sull´enorme spesa pubblica che finanzia corsi che mai hanno prodotto un solo posto di lavoro? E non ci sono solo le risorse interne. Ci si potrebbe chiedere, a esempio, quanto denaro, dell´enorme flusso arrivato con Agenda 2000, è andato ad alimentare rivoli minuscoli o grossi torrenti di spesa inutile fine a se stessa. E se i fondi che arriveranno nei prossimi anni seguiranno la stessa strada. Scendendo poi nello spicciolo, si possono citare i tantissimi, e in Sicilia ne vengono scoperti continuamene, che dichiarano un reddito inferiore per non pagare il ticket sulle medicine, aggravando il buco profondo del settore che poi le casse pubbliche devono in qualche modo coprire. Oppure i giovani che certificano stati patrimoniali da fame per evitare di pagare le tasse universitarie. O quelli che certificano stati familiari inesistenti per incassare corposi assegni. Non parliamo, poi, della ricerca spasmodica di entrare, da parte di molti giovani della nostra regione, tra le fila del precariato. Dove tale approdo non è inteso come la ricerca di un vero lavoro e il premio alla propria professionalità da mettere al servizio della comunità, ma come la possibilità di ottenere un gratuito assegno mensile proveniente sempre dal forziere pubblico. Gli esempi potrebbero proseguire all´infinito. Ricordiamo le continue truffe scoperte nella nostra regione sull´utilizzo dei fondi della legge 488. Che, da strumento per distribuire aiuti statali alle aziende, si trasforma di sovente in un grande supermercato del raggiro e della distrazione di milioni di euro. In tutti gli ambiti citati c´entra sempre la politica, certo. Ma nel senso che i rappresentanti del popolo dirigono un´orchestra sociale che già conosce a memoria lo spartito. Il popolo, da parte sua, critica aspramente chi dirige la compagnia. Guai però a mettere in discussione la musica, perché ciò significherebbe la fine dei tanti pezzetti di spreco individuale che compongono un totale gigantesco. Al cui confronto anche i costi, pur esosi, delle istituzioni impallidiscono. Quante volte ci capita di assistere a veementi proteste corporative davanti agli assessorati regionali contro chi intende abbattere, anche di poco, qualche spesa? Basta ricordare, per tutti, il settore della sanità. In genere l´approccio è il seguente: si tagli pure, si tagli tutto, purché non si tratti del mio orticello. Vista così, la vicenda dei costi della politica assume una dimensione diversa. È più complessa da affrontare, ma lo si può fare con meno ipocrisia.


mercoledì 30 maggio 2007

Comunali 2007: Ballottaggi Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ, 30 MAGGIO 2007

Pagina I

L´ANALISI

Le differenze tra i poli nella tornata elettorale
FRANCESCO PALAZZO

Com´è andato il turno di ballottaggio di domenica e lunedì in Sicilia? Guardando i numeri si evidenziano alcune conferme e qualche novità. Intanto si può dire che il centrodestra si è attrezzato meglio per disputare i secondi turni. I quali, esprimendo in genere un voto più d´opinione e meno clientelare, non sono proprio lo scenario adatto per l´esibizione muscolare del consenso. Ad Agrigento al primo turno il centrodestra si è attestato oltre il 70 per cento e può adesso contare sull´apporto in Consiglio comunale di ben ventidue consiglieri su trenta. Basterebbe questo dato per ridimensionare di molto quella vittoria. Per l´Unione in Sicilia questo è stato presentato dai media come l´unico risultato positivo, anche se esso va preso davvero come un fatto molto anomalo e difficilmente replicabile. Va sottolineato tuttavia che quella di Agrigento è l´unica provincia dove il secondo turno è complessivamente favorevole al centrosinistra (29.375 voti all´Unione e 24.714 alla Cdl). Per il resto abbiamo il quasi pareggio nella provincia trapanese (Unione 49.046 voti contro i 51.900 del centrodestra) e di quella ennese (466 voti in più a favore della Cdl, che prende 9.189 consensi contro gli 8.723 dell´Unione). Nelle province di Ragusa, Messina e Siracusa si votava in un solo comune a testa, il dato complessivo non è quindi molto significativo e in due casi su tre (Pozzallo e Avola) difficilmente valutabile in termini di coalizioni contrapposte. I consensi ottenuti nelle tre province dal centrodestra sono certamente superiori di quelli conseguiti dall´Unione. Nella provincia nissena il vantaggio del Polo non è marcato, anche se la distanza tra le due coalizioni supera il 3 per cento. Il dato più significativo è invece quello dei due ambiti provinciali più grandi, il Catanese e il Palermitano. Nei due territori, ma questo è un evento ormai consueto, la distanza tra i due schieramenti assume dimensioni proibitive. Distacco che è molto vicino a quello registrato nella recente tornata elettorale palermitana, a quanto verificatosi nella più lontana elezione svoltasi nel comune di Catania, ed è molto simile ai dati usciti fuori alle regionali dello scorso anno in relazione alle due province. In provincia di Catania il centrodestra si attesta intorno al 68 per cento, il centrosinistra non arriva quindi al 33. Un po´ meglio va nel Palermitano, dove però si mantiene una distacco notevole tra la Cdl, che sfiora il 64 per cento, e l´Unione, che si ferma perciò leggermente sopra il 36 per cento. Viene, insomma, confermato, seppure con soli ventuno comuni al voto e tenendo in considerazione la particolarità elettorale dei ballottaggi, che l´Unione soffre molto nelle due grandi circoscrizioni elettorali che hanno come centro le due metropoli siciliane. Ciò vale anche, escluse in questi casi le comunità circostanti ricadenti nelle province, per altri centri medi quali Trapani e Messina e, come già detto, per Agrigento. E, paradossalmente, proprio nel capoluogo agrigentino, dove l´Unione è ai minimi termini come consenso trascinato dai partiti, ecco che riesce a vincere la sfida per il governo della città. Volendo, infine, fare un calcolo complessivo, viene fuori che tra centrodestra e centrosinistra il distacco a favore del primo è di circa quarantamila voti in tutto il territorio regionale. Se consideriamo che i voti validi sono stati in questo turno di ballottaggio 290.346, non è una differenza da poco.

giovedì 24 maggio 2007

Antimafia ruolo associazioni

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ, 24 MAGGIO 2007

Pagina I
LA PROPOSTA

Fronte comune delle associazioni per la legalità
FRANCESCO PALAZZO

Un altro 23 maggio di manifestazioni è alle nostre spalle. Parole, cortei, musica, messe, dichiarazioni di esponenti partitici e di figure istituzionali. E poi tutto il resto. Ogni anniversario è come quello dell´anno precedente. Diciamolo francamente, nel campo dell´antimafia niente più sorprende, gli anniversari si rincorrono con parole e azioni sempre uguali a se stesse. Si deve tuttavia ricordare, fare memoria, sappiamo quanto sia importante strappare le vittime all´oblio.
Ma ormai sembra una memoria inchiodata su uno spartito che non riesce più a suonare una musica che davvero costituisca un problema per le mafie. Certo, c´è la confisca e l´utilizzo delle risorse che prima erano mafiose. Tanta gente fa lavoro meritorio in questo campo e sempre più Cosa nostra minaccia e interviene. Ma il sottrarre alla mafia i beni e poi riutilizzare gli stessi per fini sociali, cosa che peraltro si fa con incredibili ritardi e omissioni, è un processo che interviene solo e sempre dopo che il danno è stato fatto. A parte il fatto che, se proprio vogliamo dirla tutta, è davvero risibile il volume di ricchezza che si riesce a togliere al potere mafioso rispetto a quello che già si è consolidato e legalizzato. Bisogna, quindi, intervenire prima. Lasciando stare per un attimo il modo di porsi delle pubbliche istituzioni e dei partiti nei confronti della mafia, è bene concentrarsi su quello che la cosiddetta società civile legata al mondo dell´associazionismo riesce a mettere in campo collettivamente. La somma delle tante, e pur meritorie, azioni singole, rischia di avvicinarsi drammaticamente allo zero. Ognuno va per proprio conto, mai si prospetta la possibilità di una sintesi, di un´azione comune, di momenti programmati di confronto e verifica. Del resto sarebbe pure molto complicato, se non impossibile, mancando un luogo fisico (presente in molte città del resto d´Italia) dove conoscersi e riconoscersi per mettere insieme tutto l´immenso bacino di saperi e pratiche in questi decenni accumulato da tanti. I mafiosi tra loro si conoscono, a volte si combattono e per ora non lo fanno, sono in grado di approntare strategie di media e lunga durata. Viste le ricchezze che hanno accumulato, pare non siano tanto scarsi nel raccogliere i frutti del loro operato. Gli antimafiosi che operano nella società non sono invece capaci di aggregarsi e continuano a dare alle mafie un vantaggio immenso. Capita, talvolta, alle persone che pure operano genericamente nell´ambito di quella che possiamo chiamare genericamente antimafia, di non vedersi per mesi. Quando si parla, nel corso di fugaci e occasionali incontri, si tocca con mano quanto sarebbe importante potere lavorare insieme. E non che nel frattempo ognuno stia con le mani in mano. Si organizza, si commemora, si studia, si marcia, si polemizza. Solo che ciascuno lo fa in solitudine. E non si sente il limite di tutto ciò. In una città come Palermo ogni protagonista dell´antimafia, singolo o collettivo che sia, spesso è polemico con gli altri schierati sullo stesso fronte. Tutto ciò fa comodo al potere mafioso. Di chi è la colpa di questa disgregazione? Forse della tanto vituperata politica? Forse è il destino cinico e baro? Che cosa impedisce all´associazionismo antimafioso palermitano di agire come forte lobby di pressione? Non ci sono colpevoli esterni. Bisogna attrezzarsi per costruire la politica sociale antimafia del prima e non sempre quella repressiva del dopo. Altrimenti, a lungo andare, anche le commemorazioni annuali saranno sempre più sterili. La mafia fa bene il proprio lavoro, l´antimafia che opera nella società dovrebbe fare bene insieme il suo. Solo allora potrà veramente presentare

domenica 20 maggio 2007

Centrosinistra siciliano e patti centrsiti

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA, 20 MAGGIO 2007

Pagina I
L´INTERVENTO
Il patto centrista indebolisce il Pd

FRANCESCO PALAZZO

Vi sono tanti modi per leggere in positivo una sconfitta elettorale. In Sicilia il centrosinistra, perdendo spesso, si è specializzato in analisi consolanti a urne aperte. Su Palermo, a esempio, si fanno paragoni con il 2001. C´è stato davvero questo recupero? A prima vista sembrerebbe di sì. L´Unione ha preso 17 punti in più. Tuttavia, questo 37,84 per cento è davvero un´altra cosa rispetto alla prima sconfitta contro Cammarata e compagni? Si può ritenere di no. Perché il numero sia raffrontabile vanno eseguite infatti due sottrazioni. Tolto il 13,57 per cento delle liste orlandiane, cifra elettorale occasionale e perciò già evaporata, si arriva al 24,27 per cento. Non è finita, bisogna togliere quelle piccole liste che non rivedremo più e che non hanno portato grandi consensi. Via un altro 1,3 per cento e arriviamo al 22,97. Volendo, è questo il numero da paragonare al 2001. Allora si arrivò al 20,55. Ci sarebbe un 2,42 per cento di scarto, su cui intavolare discussioni sul miglioramento rispetto al terribile anno. E qualcuno ci prova, non soltanto sotto i fumi stordenti della sconfitta, ma anche dopo alcune notti di sonno ristoratore. Bisogna però dire che, partendo dal rappresentare strutturalmente meno di un quarto dell´elettorato, neanche si fosse candidata Santa Rosalia in persona l´Unione sarebbe riuscita a cavare un ragno dal buco nel capoluogo. Non ci sono ricette miracolistiche per uscire da tutto ciò. Certo, fa specie che il giorno dopo la batosta partano «segnali» di fidanzamento nei confronti dell´Udc e del Movimento per l´autonomia. Ciascuno è libero di immaginare tutti gli accordi possibili. Però, quando fai delle avance da una posizione di forza puoi immaginare di essere al centro del gioco. Quando ti sbilanci da una situazione di debolezza, la cosa migliore che ti può capitare è quella di dirigere il traffico ritenendo che tutte le macchine in circolazione ti appartengano. Ma non è così, a meno di non avventurarsi, ancora una volta, in improbabili letture di avvenimenti elettorali e inaugurando un nuovo genere letterario. Non più sconfitte che cercano di trasformarsi in vittorie, ma vittorie che perdono di vista la politica. È stato fatto ad Agrigento e a Cefalù, che non sono esattamente due piccoli borghi, dove in genere si sperimentano tutti gli incroci possibili. Ad Agrigento, Ds e Udeur, insieme a tre liste civiche, distaccandosi da altri pezzi dell´Unione, hanno sostenuto un uomo sino a ieri nell´Udc e vanno al ballottaggio contro il candidato del centrodestra. Il centrosinistra che va al secondo turno non arriva al 18 per cento, mentre lo schieramento compatto del centrodestra che sostiene l´altro candidato supera il 70 per cento. Non capiamo dunque in che cosa esattamente consista la contentezza di andare al ballottaggio in queste condizioni di forza residuale. Analogo ragionamento si può fare per Cefalù, dove il candidato sostenuto da Ds e Udc ha vinto. Anche in questo caso festeggiamenti, ma in una situazione in cui i Ds, che superano di poco il 9 per cento, per giunta insieme allo Sdi, sono al seguito e non protagonisti, in un´alleanza che vede l´Udc superare pure Forza Italia, obiettivo mancato in tante realtà. Insomma, per il centrosinistra la via per uscire dal collo della bottiglia non può intravedersi minimizzando sconfitte politiche pesanti o brindando dove si è marginali e divisi, anche se vincenti o speranzosi di esserlo tra una settimana grazie ad alleanze improvvisate e spregiudicate. Su tali basi le fondamenta siciliane, già gracilissime, del Partito democratico e della Sinistra europea, non potranno che indebolirsi ancora di più.

sabato 19 maggio 2007

La fiaccolata per Peppino Impastato

Da Terrasini a Cinisi solo "stranieri"
Pubblicato su Centonove del 18 maggio 2007
A ventinove anni dall’omicidio di Giuseppe Impastato, si è svolta mercoledì 9 maggio la solita marcia da quella che fu la sede di radio aut, a Terrasini, alla Casa Memoria di Cinisi, dove ha abitato sino alla morte Felicia, la mamma del militante ucciso dalla mafia. La cosa davvero impressionante, a quasi trent'anni dal fatto, è l’indifferenza degli abitanti dei due paesi. Gli abituali frequentatori del consueto appuntamento annuale, dicono rassegnati che ormai è un fatto scontato, non ci fanno più caso. Anzi, prima dell’uscita del film “I cento passi”, ci raccontano, i partecipanti si erano davvero ridotti a poche decine. Solo sulla scia dell’opera cinematografica si è registrata una certa partecipazione giovanile. L’altro giorno c’erano ragazzi e ragazze di Bergamo, Lecce, Caltanissetta, Catania, ovviamente Palermo, ma neanche uno della zona, o se c’era si nascondeva bene. I pochi adulti del luogo partecipanti sono quelli che hanno conosciuto il militante di Democrazia Proletaria. Oltre c’è il deserto. Persiane che si chiudono come un effetto domino al passaggio della fiaccolata, occhi che spuntano furtivi dagli orifizi delle imposte, una signora chiusa in macchina con la sicura azionata. “Uno, due, tre…..cento passi”, cantano a squarciagola i giovani. Ma quanti passi in avanti sono stati realmente fatti in paesi come Cinisi o Terrasini da quel maggio del 1978? Eppure Palermo, con le sue mobilitazioni e indignazioni pubbliche, sicuramente adesso in ribasso ma sempre covanti sotto la cenere, non è molto lontana. Ancora più vicino è quel pezzo d’autostrada, dalle parti di Capaci, dove, sempre di maggio, quindici anni addietro, Falcone saltò in aria con la moglie e la scorta. “Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”, ci mettono tutto il fiato che hanno i giovani presenti. Slogan di forte impatto emotivo. Poi rifletti che è solo un grido di persone che dopo qualche ora saranno lontane. E allora non sai più cosa significa fare baldanzosamente, lontani dalle proprie contrade, la lotta alla mafia al posto di altri che rimangono a casa. Una dirigente del comune di Cinisi sussurra triste che l’indomani sarà un giorno amaro, in ufficio sarà silenziosamente ignorata o visibilmente sfottuta. Non sappiamo se esagera, ci racconta però della figlia che va alla scuola media del paese. Lo scorso anno andava in seconda, è rimasta in classe quasi da sola a difendere Peppino, tutti gli altri compagnetti e compagnette sostenevano che era uno spostato. Ci chiediamo come fanno ad esprimere un giudizio così brutale e ingiusto dei bambini, la risposta potrebbe essere che l’hanno appreso dagli adulti e lo ripetono meccanicamente. “Una mattina mi son svegliato…bella ciao, bella ciao”, con pugni chiusi ormai deposti negli scaffali della storia, i giovani proseguono la loro litania civile. Sono persone sveglie, avvertite, molte di loro scattano foto dappertutto, chissà se guardandole a casa riusciranno a valutare meglio la giornata e a smorzare il loro entusiasmo. “Oggi e sempre resistenza” esce fuori dalle casse. Certo, tuttavia sono passati più di sei decenni da quella lotta di liberazione, forse si dovrebbe contestualizzare un attimino meglio. La concretezza ci viene dal Sindaco di Anzola dell’Emilia in provincia di Bologna, da tre anni presente alla fiaccolata. Hanno dato la cittadinanza onoraria a mamma Felicia e le hanno dedicato un giardino pubblico. Ma non porta solo parole e bei gesti nel percorso che si snoda da Terrasini a Cinisi. Il paese che amministra conta poco più di undicimila anime e registra mille imprese, ossia un’unità produttiva ogni undici abitanti. Ecco il suo biglietto da visita. A lui che sa cos’è stata la resistenza, perché dalle sue parti non è un sentito dire come in Sicilia, preme solo segnalare la solidità economica della città che rappresenta. Per il resto, va dritto e silenzioso con la sua bella fascia tricolore in mezzo al deserto siciliano.

martedì 15 maggio 2007

Comunali Palermo 2007

LA REPUBBLICA MARTEDÌ, 15 MAGGIO 2007
Pagina I
L´ANALISI
Dalla "primavera" a oggi troppe stagioni di sprechi
FRANCESCO PALAZZO

Il risultato delle amministrative palermitane si poteva già registrare domenica mattina facendo un giro davanti ai seggi elettorali nei quartieri periferici della città. Dappertutto pizzini elettorali di candidati del centrodestra, galoppini che invitavano a votare candidati del centrodestra alle circoscrizioni e al Comune. Segni evidenti di forza della macchina elettorale della Cdl. Segni che non devono certo far perdere di vista il risultato che viene fuori dalle urne. Orlando e il suo schieramento denunciano brogli elettorali. E certo nei seggi si saranno verificate criticità. Tuttavia i brogli - a meno di clamorosi esiti delle inevitabili e doverose indagini - non bastano a spiegare il risultato elettorale. Si tratta per l´Unione di una sconfitta che deve indurre a riflessioni approfondite, senza superficialismi o isterie. Come il tentativo di volgere tutto al positivo, facendo un confronto con il risultato disastroso del 2001. Quando i due candidati del centrodestra, Cammarata e Musotto, arrivarono quasi al 75 per cento. I dati definitivi li conosceremo meglio e su essi rifletteremo nelle prossime ore. Quello di cui già abbiamo contezza va detto. Intanto si può sottolineare che questa sconfitta parte da lontano. E cioè dalla capacità del centrosinistra di buttare al vento quell´onda gigantesca di consenso che, dal 1993 al 2000, gli consentì di governare Palermo con numeri bulgari. Il capitale di quella stagione è stato dilapidato. Si diceva in campagna elettorale che dalla "primavera" si sarebbe passati all´estate dopo l´inverno del centrodestra. In realtà, la brutta stagione è iniziata quando, nel 2001, il centrosinistra non pose le pur minime basi per non interrompere bruscamente la stagione degli anni Novanta. Leoluca Orlando, che va ringraziato per aver dato ai palermitani una concreta alternativa di scelta, aveva promesso di riaprire, se vincente, quel portone di Palazzo delle Aquile, rimasto a suo giudizio chiuso durante la legislatura passata. Ma quel portone si era già chiuso da tempo e il lucchetto lo aveva proprio messo il centrosinistra sbattendo fortemente la porta del passato, così pregiudicandosi il futuro. Se vuole trovare la combinazione per riaprire quell´ingresso, l´Unione deve essere capace di inaugurare una stagione profondamente diversa. Sul risultato elettorale, pare che la coalizione di centrosinistra possa sfiorare il 40 per cento, ossia un dato che alla vigilia era ritenuto una soglia più che accettabile. Tuttavia è quasi certo che una parte consistente di tale consenso sia da attribuire alle liste che Leoluca Orlando ha messo in pista, le quali si attesterebbero intorno (con Italia dei valori) al 16 per cento. Se così fosse i partiti «storici» dell´Unione, non arrivando neanche al 25 per cento, confermerebbero la forte anemicità strutturale che li caratterizza da tempo e dalla quale non accennano a guarire. Il voto disgiunto, apparentemente, pare attestarsi intorno al 6 per cento, di poco superiore a quello che premiò la Borsellino alle regionali del 2006 e leggermente sotto di quello che lo stesso Orlando ottenne alla regionali del 2001. Va tuttavia sottolineato che anche le liste messe in campo dallo stesso Orlando sono da conteggiare come un valore aggiunto comparabile al voto disgiunto. Sintetizzando, si può dunque affermare che Orlando ha avuto un´eccellente affermazione, donando con le liste circa sedici punti al suo schieramento e togliendo sei punti al suo avversario. Un´enormità. Per ciò che riguarda Diego Cammarata, egli alla vigilia era accreditato, da parte di ambienti vicini al centrodestra, di un risultato di poco superiore al 50 per cento, dunque vicino al rischio ballottaggio che l´avrebbe visto quasi sicuramente soccombente. Invece l´elettorato palermitano ha espresso un sostanziale assenso verso l´amministrazione uscente. La distanza a favore del concorrente della Casa delle libertà, mediamente nove punti netti, e quella ancor più ampia che divide i due schieramenti, circa venti punti, non lasciano spazio ai soliti distinguo del giorno dopo. Peraltro, pare che lo stesso Orlando sia stato battuto da Cammarata proprio nei quartieri popolari, dove sembrava che il primo andasse a vele spiegate. Gestire una vittoria è assai più semplice che amministrare una sconfitta. Quest´ultimo è il compito arduo che attende il centrosinistra. Ci vorrà del tempo per leccarsi le ferite, questa sconfitta per i partiti dell´Unione pesa forse più di quella del 2001. C´è da augurarsi che l´Unione prosegua con speditezza nella costruzione dei due poli, Partito democratico e Sinistra europea, in grado di costituire una doppia forza d´attrazione capace di trovare la via per non soccombere sistematicamente sotto i colpi del centrodestra siciliano. Non più però guardando al passato, seppure glorioso, ma cercando di aprire nuove strade, con nuove biografie e una rinnovata comprensione della società palermitana.

lunedì 14 maggio 2007

Voto a Palermo: come potrebbe andare

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 12 MAGGIO 2007

Pagina I

L´ANALISI

La variabile popolare nella partita delle liste
FRANCESCO PALAZZO

Tecnicamente il giorno che precede le elezioni è il momento della riflessione e del silenzio, prima che il corpo elettorale decida come comportarsi alle urne. Ma è anche la giornata in cui più convulse si succedono le telefonate, gli sms, le mail e gli incontri. Nel tentativo di tirare su la rete del consenso lanciata - in modo più o meno legittimo - nelle settimane precedenti. Per chi ha puntato sulla compravendita del voto - l´indagine della Digos è in corso e ne sapremo presto i risultati - è facile immaginare che oggi è il momento dell´ultimo richiamo, o magari quello dei pagamenti, della messa a punto dei meccanismi pur collaudati del controllo delle schede. Dopo la defezione televisiva di Cammarata lo si può dire ufficialmente: questa campagna elettorale nel capoluogo si è svolta senza confronti diretti tra i due candidati maggiori, né tantomeno sono stati affrontati in un qualunque contraddittorio i temi cruciali che ancora attanagliano Palermo. Sono prevalse le accuse e le invettive. Sembra che per questa città, o forse per la Sicilia tutta, le tornate elettorali debbano sempre essere uno scontro quasi tribale tra il bene e il male. Non c´è spazio per altro. Non c´è stata neanche una pur formale legittimazione reciproca tra Orlando e Cammarata, come avviene in tutte le democrazie mature. C´è da credere che difficilmente vi sarà il classico scambio di telefonate distensivo tra il perdente e il vincitore. Perché alla fine ci sarà un perdente e un vincitore. E Palermo riprenderà a vivere la sua problematica quotidianità. Per tornare all´agone elettorale, in questo momento, pare si vivano in due modi contrapposti le ultime ore nel centrosinistra e nel centrodestra. Nell´Unione circola un certo ottimismo. E molti si dicono convinti che si vada al ballottaggio. Se il candidato a sindaco dell´Unione vuole essere competitivo deve attestarsi attorno al 48 per cento, cioè prendere sette o otto punti in più del miglior risultato della sua coalizione, atteso intorno al 40-41 per cento. Il voto disgiunto - basandosi sui precedenti «storici» - può anche arrivare a lambire i sette punti in più per il candidato del centrosinistra. Dalle parti del centrodestra ci sarebbe invece viva preoccupazione, non tanto per il risultato delle liste, che appare scontato con la vittoria della Cdl, ma per quello del candidato sindaco. Diego Cammarata, anche se non ce la farà a passare al primo turno, dovrebbe attestarsi non al di sotto del 49 per cento, ossia prendere sette punti in meno rispetto al risultato meno favorevole della sua coalizione, che viene stimato attorno al 56 per cento. Per esperienza di precedenti elezioni, sappiamo che lo scostamento al negativo di un candidato del centrodestra, rispetto alle liste che lo sostengono, può andare, anche se di poco, oltre gli otto punti. Se questo è lo scenario la disputa è sul filo di lana. Un secondo schema, forse più realistico, potrebbe portare l´Unione a rimanere dentro la forbice che va da 37 al 39 per cento, mentre la coalizione di centrodestra potrebbe muoversi tra il 58 e il 59 per cento. In tal caso a Orlando, per arrivare alla soglia competitiva del 48 per cento, occorrerebbero mediamente 10 punti netti in più. E Cammarata, per scendere sotto il 50, dovrebbe perderne mediamente altrettanti. Cosa non impossibile ma più complicata. Questo scenario statistico, chiamiamolo così, non tiene tuttavia conto del fatto che nelle elezioni fanno talvolta irruzione eventi inattesi. E in questo caso l´elemento difficilmente valutabile, che in qualche modo potrebbe far saltare il banco, è proprio il candidato Orlando, visto ancora soprattutto tra le fasce popolari come il sindaco di Palermo. In questi mesi Orlando si è mosso fuori dai partiti che lo sostengono e viene percepito, da sinistra a destra, come un valore aggiunto, nelle condizioni di determinare sorprese in grado di sgretolare tutti i dati consolidati. Vedremo, a urne aperte e a voti contati uno per uno, se è corretta l´impressione di coloro che ritengono aperta la partita o se sono nel giusto quanti pensano di non dovere registrare sostanziali novità rispetto al recente passato.

Voto nelle circoscrizioni

Pubblicato sul numero di maggio della Rivista Maredolce

Francesco Palazzo

Il 13 e 14 maggio si voterà a Palermo. Si eleggeranno il sindaco e i consiglieri comunali. Si rinnoveranno pure i consigli circoscrizionali, un tempo consigli di quartiere. Come si sa, dai venticinque piccoli parlamenti si è passati alle attuali otto porzioni di territorio che dovrebbero assicurare il decentramento. Decentrare, in questo caso, dovrebbe coincidere con l’avvicinare l’istituzione comunale ai cittadini, con conseguente accrescimento di partecipazione e di pronta soluzione dei problemi specifici che ogni fetta di territorio cittadino presenta. Ma nel corso degli anni non si è mai dato corpo a queste strutture intermedie. Attualmente le circoscrizioni non hanno sostanzialmente nessun potere, né in termini di possibilità di spesa, né in termini di deleghe, cioè di tematiche su cui lavorare autonomamente senza dovere chiedere favori quando si tratta di aggiustare un marciapiede o riattivare un lampione spento. E’ opinione diffusa che, così come attualmente sono strutturati, i consigli circoscrizionali servono a poco, se non a spendere soldi pubblici, e non pochi, per il loro funzionamento. Il Comune di Agrigento ha afferrato il toro per le corna, con una delibera votata dal consiglio comunale ha recentemente cancellato le cinque circoscrizioni esistenti. A maggio, pertanto, gli agrigentini non voteranno per le circoscrizioni. Fuori dalla nostra regione, città come Roma sono andate avanti, istituendo le municipalità, veri e propri comuni dentro la città, in grado di funzionare perfettamente come la struttura amministrativa centrale. A Palermo, come dicevamo, invece si andrà al voto per le circoscrizioni senza poteri. E nella seconda, quindi quella in cui ricade l’azione informativa di questo giornale, ogni cittadino e ogni cittadina in possesso dei requisiti, cioè il corpo elettorale, dovrà scegliere, tra centinaia di facce, quella verso cui indirizzare la propria preziosa preferenza unica. Compito non facile. Se a livello comunale le pressioni che si riceveranno saranno grandi, in ambito rionale la caccia al voto assume dimensioni quasi familiari, essendoci in quasi tutti i nuclei di parentela almeno un candidato o una candidata. Come orientarsi? Innanzitutto, si dovrebbe valutare la possibilità, da non considerare mai remota in qualsiasi consultazione elettorale, di un impegno in prima persona nello schieramento più vicino alle proprie idee politiche e all’interno della lista che più direttamente si percepisce prossima al proprio modo di intendere la vita pubblica. Questo aspetto è molto importante. La politica si vive spesso assegnando deleghe in bianco a gente che vediamo solo per il voto e poi mai più. Dobbiamo sempre aver presente che le elezioni non sono soltanto l’esercizio legittimo del voto, ma possono rivelarsi anche un momento in cui assumersi una responsabilità personale e diretta. Se scartiamo tale ipotesi, non possiamo che orientarci verso uno dei tantissimi candidati in campo nella circoscrizione. I criteri di scelta possono essere diversi. Mettiamo in evidenza quelli che, a nostro avviso, sono i più importanti. Per cominciare, non bisognerebbe nemmeno lontanamente considerare coloro che hanno avuto o intrattengono dei rapporti con la mafia, oppure che frequentano senza problemi persone legate a quel mondo. E non solamente per un ragionamento etico, già in sé molto importante. Ma perché non conviene essere governati da eletti che non fanno gli interessi di tutti, ma quelli delle cosche mafiose che li hanno assoldati e alle quali rispondono in ogni parola e in ogni gesto politico che compiono. Poi, non sono molto appetibili i candidati e le candidate che vi promettono qualcosa di personale, tipo un posto di lavoro, un sussidio una tantum, una banconota di cento euro o altre cosette di questo tipo. Perché anche in questo caso, prescindendo dal fatto che quasi sempre si tratta di promesse fondate sul nulla e che valgono sino al giorno del voto, non c’è convenienza, queste persone infatti non lavorano per l’interesse di tutti, ma solo per favorire pochi. Solo se si lavora per l’interesse collettivo c’è possibilità per tutti. A cominciare dai giovani, i quali, pur studiando con impegno e raggiungendo spesso titoli di studio prestigiosi, sono poi costretti ad andare via dalla Sicilia per trovare un lavoro dignitoso. C’è un altro criterio, che riguarda chi si ricandida. Bisogna chiedere a questi soggetti cosa hanno fatto nei cinque anni precedenti per il territorio della circoscrizione e quali azioni politiche abbiano intrapreso per chiedere con forza, e non solo con i lamenti, una modifica strutturale delle circoscrizioni stesse. Se hanno fatto poco o niente è meglio indirizzare altrove il voto. Ma anche per quelli che si presentano per la prima volta, occorre informarsi della loro vita, chi sono, cosa hanno fatto, perché si candidano. Inoltre, poiché tutti i candidati nelle circoscrizioni appoggiano almeno una candidatura al consiglio comunale, bisogna capire chi sono questi loro referenti cittadini. Senza dimenticare che, pur votando per la persona a livello di quartiere, bisogna avere presente il quadro complessivo della città. E allora, se si voterà per il candidato a sindaco di una determinata parte politica, occorrerà anche preoccuparsi, nei limiti del possibile, di muoversi coerentemente con tale scelta. A questo punto i nostri lettori si chiederanno perché ci accaloriamo tanto per un voto responsabile nelle circoscrizioni se poi sono inutili. Ed è qui che scatta il criterio più importante per orientarsi. Si dovrebbero premiare quelle persone e quella coalizione che più seriamente s’impegneranno, con progetti concreti già in mano, nel trasformare le circoscrizioni da insignificanti, come attualmente sono, a utili, come dovrebbero diventare per migliorare la vita di tutti. E questo è forse l’aspetto più complesso della questione. In quanto tutti, candidati a sindaco, al consiglio comunale e alle circoscrizioni, diranno che certamente si prodigheranno per fare diventare i consigli circoscrizionali degli organismi rappresentativi veri. L’unica strada è informarsi bene per formarsi un’opinione precisa sull’argomento. In modo da poter capire chi vuole fare sul serio e chi intende continuare a perdere tempo su questa fondamentale questione della vita di una città come Palermo.

martedì 8 maggio 2007

Leoluca Orlando al Palasport

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 08 MAGGIO 2007

FACCE NUOVE ALL´ORLANDO DAY

FRANCESCO PALAZZO

Al comizio di Leoluca Orlando domenica al palasport non era possibile avere bandiere di parte. Quelle poche che sventolavano poco prima dell´inizio poi sono scomparse, essendo presenti anche elettori della Casa delle libertà. Un palco pieno di uomini con qualche spruzzo di rosa ha accolto il candidato sindaco del centrosinistra. Segretari di partito muti, sorridenti e applaudenti, facevano corona, insieme ai candidati, all´oratore unico. Il pubblico ha interrotto numerose volte Orlando durante il suo appassionato intervento. Non c´è più il clima delle due tornate elettorali cittadine degli anni Novanta, che videro Orlando trionfare nel 1993 e nel 1997. Molte facce sono scomparse, c´è stato un ricambio: uno spostamento - si dice - verso le fasce popolari della città. I ragionamenti innovativi non mancano. Come quello di adottare una politica policentrica che metta in primo piano non solo il centro storico conosciuto, ma anche quelli dei quartieri periferici. Chiedendo in giro si ricavano timide o baldanzose speranze. La speranza di andare al ballottaggio e quella, molto meno gettonata, di una vittoria al primo turno. L´analista dei voti vicino a Orlando ci mostra delle tabelle, dallo studio delle quali, dice, si evince che si va certamente al secondo turno. Enzo fa il farmacista, prevede una buon risultato di Orlando ma non una vittoria, dalla sua postazione continua a registrare una massiccia tendenza verso il centrodestra. Un esponente dell´Arciragazzi è convinto che vi siano sacche di trenta o quarantamila voti che possono essere comprate all´ultimo momento. Lamenta anche un clientelismo dalle parti del centrosinistra. Pare che molti propongano la creazione di cooperative per la raccolta di cartone. In ogni caso si augura di avere una coalizione unita, capace di portare avanti un progetto anche in caso di sconfitta. C´è Mariella, un´impiegata comunale, che è molto preoccupata, spera soltanto in uno scatto d´orgoglio della parte migliore della città. Un candidato della Margherita al consiglio comunale ci racconta che a Brancaccio un voto si vende a 50 euro, lì le parrocchie hanno avuto molto e sarà molto difficile arrivare al ballottaggio. Un rappresentante di un´associazione del centro storico, con una smorfia dolorosa, rivela che all´inizio era più fiducioso, adesso teme una sconfitta. Una candidata di Italia dei valori riferisce che alla Marinella i prezzi sono un po´ più alti di Brancaccio, evidentemente trattasi di una piazza difficile. Un voto costa 75 euro. Lei si dichiara convinta del fatto che gli elettori prendono i soldi e poi votano con la loro testa. Sarà. Una commerciante ci presenta suo genero, candidato nella lista di Italia dei valori e banconista nella salumeria di un grande magazzino. La sua analisi atterra su una vittoria secca dell´Unione a primo turno su tutta la linea. Un candidato al Comune della lista Udeur lamenta il fatto che in città si vedono solo facce del centrodestra, pensa sia dovuto al fatto che l´Unione sta spendendo pochi soldi per la pubblicità elettorale. Per Simona e Marco, due esponenti di Addiopizzo, il confronto è alla pari, ma dall´altra parte ci sono più soldi e questi alla fine saranno decisivi. Uno della lista Orlando ritiene impossibile un ballottaggio, chi vincerà lo farà al primo turno. In generale le persone meno politicizzate si lasciano trasportare dal sentimento speranzoso, quelle più navigate guardano a quanto realmente può accadere. Dappertutto si raccolgono risposte sulla frase provocatoria di Berlusconi, che il giorno prima ha definito infermi mentali quanti non voteranno Cammarata. Con la sanità che abbiamo, vallo a trovare, sussurra Anna, un posto per ricoverare tutti.

lunedì 7 maggio 2007

Scontrino fiscale come conquista civica

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 05 MAGGIO 2007

Odissea del consumatore dal barbiere al pollivendolo

Se il commerciante si offende alla richiesta dello scontrino

FRANCESCO PALAZZO

Forse è la reazione irrazionale alla possibile chiusura degli esercizi commerciali nei casi di infrazioni. Certo è che farsi rilasciare lo scontrino fiscale o una ricevuta di pagamento a Palermo è diventato davvero arduo. O meglio, se chiedi poi ottieni. Ma se va bene devi sopportare l´occhiataccia di certi esercenti. Se va male devi pagare di più perché in nero non si calcola l´Iva. È il ragionamento di un meccanico che ha rimesso a nuovo un´auto. Un venditore di polli allo spiedo, già arrivato a dieci euro alla faccia dell´influenza aviaria, utilizza un metodo niente male. Lo scontrino effettivamente esce dalla cassa, ma quasi sempre rimane lì svettante, lui dà soltanto un pezzo di carta con la quantità di ciò che ti spetta. Per molti parrucchieri per signora è prassi rilasciare una ricevuta di importo molto inferiore alla spesa effettiva. Dal barbiere la cosa può ripetersi, in modo leggermente più fastidioso, essendo quello un luogo dove si va pure per rilassarsi un attimo. Dopo la classica spazzolata finale, il capo cerca di capire che tipo sei e mentre da il resto si prepara a ogni evenienza. Quando dici la frase, per favore la ricevuta, ecco che improvvisamente si ricorda, con un plateale gesto che mima una dimenticanza occasionale. In due secondi ottieni ciò che hai chiesto. Insieme ai silenziosi insulti che il nostro artigiano del capello ti starà certo indirizzando e che ti pare di sentire in stereofonia. Anche in certe pescherie non si sfugge al giochetto. Scegli ciò che desideri, gentilmente il pescivendolo incarta, ti pare che tutto fili liscio. Ma al momento di incassare devi «ricordargli» che l´operazione si può dire conclusa con una piccola aggiunta di buona volontà da parte sua. Ti accontenta senz´altro, ma quando giri le spalle ti porti dietro uno strano sguardo gelido che ti fa sentire un verme e che ti accompagnerà sino a sera. E dei bar, cosa possiamo dire? Ne conosciamo uno dove in certi momenti della giornata, quando c´è poca gente e tutto è sotto controllo, il cassiere chiama le ordinazioni senza impegnare più di tanto la cassa, prende i soldi e avverte in viva voce che hai pagato ciò che stai mangiando e che hai diritto al caffè. Ti soffermi un attimo, neanche parli perché hai la bocca impegnata con il cornetto, guardi con compassione, lui capisce e sgancia l´agognato pizzino. Anche nel campo della ristorazione con servizio ai tavoli si può allestire una certa rispettabile casistica. Qualche giorno addietro all´uscita dal Massimo, nelle vie adiacenti, si è consumato il rito del kebap. Al momento del conto ti si presenta il classico anonimo foglio di carta sventolato dal ragazzo impegnato in sala. Ogni volta la solita, e quasi isolata, richiesta del documento ufficiale, che in genere arriva dopo minuti di incomprensibile attesa. In questo caso c´è stata una variante sul tema. «Se vuole lo scontrino vada alla cassa». Al nostro perché, nessuna risposta: in fondo non stiamo chiedendo i documenti a nessuno. Dall´esigua coda che umilmente attende, capisci che il gestore a uno a uno vuole conoscerli quei pochi screanzati che non hanno la serietà civica di uniformarsi al comportamento della massa, che paga senza fare tante storie. L´elenco potrebbe essere lungo, ma qui ci fermiamo. Dicendo che non si vuole fare di tutta l´erba un fascio, tanti commercianti si comportano bene. Tuttavia il gruppo dei furbi è bello grosso. Ed è anche difeso, non tanto per l´evasione sfacciata che tende a umiliare chi acquista, ma per gli aumenti sconsiderati dei prezzi seguiti all´introduzione dell´euro. Che è poi l´altra faccia della medaglia, in cui a perderci è sempre chi consuma. Qualche settimana addietro, in una dichiarazione televisiva, un esponente cittadino della categoria degli esercenti, giustificava la forte lievitazione dei prezzi al consumo con il fatto che è alla filiera, cioè nel percorso che dal produttore porta al venditore, che si determinano gli aumenti spropositati. E quando c´era la lira, avremmo chiesto, perché gli importi delle merci al consumo non aumentavano in maniera così galoppante? Ma i giornalisti, si sa, spesso non fanno la seconda domanda, si perde troppo tempo.

Don Puglisi e Don Diana

Giornale Centonove del 4 maggio 2007

La fede contro la mafia

Francesco Palazzo

Si chiamavano tutti e due Giuseppe, il primo inteso Pino o 3P, il secondo Peppe. Il primo di cognome faceva Puglisi, il secondo Diana. Erano due sacerdoti del sud, di generazioni diverse e di regioni diverse. Quando morì, don Puglisi aveva cinquantasei anni, don Diana trentasei. Tutti e due uccisi, il primo dalla mafia, l’altro dalla camorra. Il parroco palermitano di Brancaccio nel giorno del suo compleanno, il 15 settembre 1993, il sacerdote di Casal di Principe nella giornata del suo onomastico, il 19 marzo 1994. Sul sacerdote campano è uscito per i tipi delle Paoline (€ 12 – pagg. 203) un libro di Rosario Giuè , “Il costo della memoria – Don Peppe Diana il prete ucciso della camorra”. Un lavoro da cui emerge la figura di don Diana, un uomo che ha combattuto la camorra e che per questo è stato ucciso. Questa potrebbe sembrare un’ovvietà. Così non è stato nel corso delle vicende processuali, descritte negli ultimi capitoli. E proprio da qui partiamo per leggere parallelamente le due biografie. Nel processo di primo grado, Don Diana è descritto come un soggetto che sì ha combattuto la camorra, ma che per ingenuità si è trovato a custodire un carico d’armi di uno dei due clan che si contendevano, agli inizi degli anni novanta, il potere camorristico nella zona. Un fatto non provato, che poi sarà smontato in appello e in cassazione, ma che negli anni ha gettato una coltre d’opacità sul giovane prete. Nel caso di Puglisi, invece, è emersa sin da subito nelle aule di tribunale il suo spessore di pastore. Tuttavia, a ben conoscere i fatti, anche per don Pino si tentò di mettere in giro voci su vicende passionali o peggio, che fortunatamente non trovarono terreno fertile. La stessa cosca di Brancaccio volle far apparire l’assassinio come un fatto non riconducibile a sé. Per questo utilizzò il silenziatore, un’arma con un calibro diverso rispetto al solito e tentò di fare apparire l’agguato come la degenerazione di uno scippo. Se in Sicilia fu semplice capire di cosa si trattava, forse fu determinato dal fatto che nella nostra regione, a differenza che in Campania, si era tristemente abituati a delitti di un certo tipo. Dal lavoro di Giuè si rintraccia l’atteggiamento della chiesa nei confronti della giustizia, uguale a quello tenuto per Puglisi. In un caso come nell’altro non si è costituita parte civile, avanzando la tesi che solo ai fatti di fede è interessata. L’autore ricorda che la chiesa, quando si tratta di difendersi in sede giudiziaria per fare valere quelle che ritiene le proprie ragioni su argomenti di carattere economico, non esita ad adire le vie legali. Sulle posizioni assunte dalla chiesa, Giuè stesso rammenta con disappunto il diverso trattamento questa volta attribuito da una parte a Puglisi, di cui si persegue con convinzione la beatificazione, e dall’altra a Diana, sostanzialmente dimenticato dalla chiesa, prima e dopo i processi. Probabilmente, ci pare ipotizzi Giuè, in questo comportamento opposto ha influito l’essere in qualche modo critico nei confronti della sua stessa chiesa di Don Diana e, al contrario, la dimensione più “canonica” di don Puglisi. Un altro dato parallelo che riguarda le due vicende è il ruolo di coloro che materialmente portarono a termine gli omicidi. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due collaboratori di giustizia. Ma qui le somiglianze si fermano. Il killer reo confesso di Puglisi, con la sua testimonianza, ha contribuito a rafforzare l’immagine positiva del parroco palermitano, oltre che svelare il contesto del fatto delittuoso. Invece, quello che la cassazione indica come l’esecutore materiale dell’omicidio di don Diana, ha contribuito in prima persona a distorcere in negativo la sua immagine. Non ammettendo direttamente, peraltro, il ruolo centrale avuto nell’azione di morte, che solo la giustizia ha infine sanzionato. L’autore del libro smonta un luogo comune, ossia che le sentenze non si commentano. Invece, proprio la lettura critica delle motivazioni della sentenza di primo grado, che prende per buono il ruolo incerto di Diana, fa venire fuori le contraddizioni delle stessa, poi capovolte in appello e in cassazione. Da dove viene fuori tutta la dimensione anticamorra del parroco napoletano. Con una differenza sostanziale rispetto al percorso di Puglisi. Dove quest’ultimo è sostanzialmente isolato nel territorio in cui si muove, non trovando (e forse non cercando) la collaborazione degli altri parroci delle parrocchie vicine, don Diana invece cerca (e trova) una complicità dei suoi confratelli. Sul sacerdote campano tante cose si potrebbero ancora dire, chi vorrà potrà approfondirne la conoscenza leggendo di persona il lavoro davvero interessante e ben scritto di Giuè. Noi, proseguendo, in questo viaggio parallelo, altri tre aspetti. Il primo. Le dinamiche mafiose che portano ai due crimini sono diverse. Nel caso di Pino Puglisi la cosca di Brancaccio si muove senza altri fini, vuole stroncare definitivamente l’operato del parroco e dare una lezione alla chiesa italiana dopo il grido contro la mafia di Giovanni Paolo II del maggio 1993 ad Agrigento. Per don Diana la cassazione ha definitivamente stabilito che il parroco viene eliminato nell’ambito della lotta tra le due cosche che in quel momento si contendono il governo criminale di Casal di Principe. Il clan perdente progetta ed esegue l’omicidio di un parroco impegnato tenacemente a combattere la camorra per creare problemi d’ordine pubblico al gruppo criminale egemone. Un altro tema parallelo riguarda le testimonianze successive al delitto. A Casal di Principe coloro che hanno visto testimoniano senza difficoltà e danno un aiuto decisivo alle indagini, soprattutto nell’individuazione dell’esecutore materiale. A Palermo, considerato che l’omicidio è avvenuto in una zona popolare e in una serata calda di metà settembre, non sono mai giunte testimonianze oculari decisive. L’ultimo accostamento sono i luoghi diversi dove sono stati commessi i due omicidi. Don Diana è ucciso dentro la sua chiesa. Con Puglisi Cosa nostra non è entrata nel tempio. Ha preferito inondare di sangue un marciapiede qualunque di un’anonima e problematica periferia palermitana.

mercoledì 2 maggio 2007

Quella ragazza dello ZEN che parla alla politica

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ, 01 MAGGIO 2007

L´ANALISI

Quella baby lucciola parla alla politica
FRANCESCO PALAZZO

La vicenda della ragazzina dello Zen costretta a prostituirsi, che pare allargarsi ad altri uomini e ad altre giovanissime obbligate a vendersi, più che motivarci a esprimere inutili sanzioni morali, ci interroga amaramente sullo stato in cui versano le periferie più disagiate e i rioni popolari di Palermo. Con una premessa, utile a constatare un disarmante dato di fatto. Forse ci è sfuggito qualcosa. Ma, a fronte di una notizia per giorni in bella evidenza sui mezzi d´informazione, non ci pare che i candidati e le candidate alle prossime amministrative palermitane abbiano sentito il bisogno di dire qualcosa, di sinistra o di destra non importa, di recarsi sul luogo, di prospettare un seppur discutibile ventaglio di soluzioni a tale stato di degrado. Che non ricade soltanto sulle persone invischiate nel drammatico fatto di cronaca, ma investe pesantemente tutta la comunità cittadina. E ci dice, innanzitutto, dell´abbandono, ammesso che vi sia mai stato un vero interessamento, di certe periferie e dei quartieri popolari da parte della politica. Porzioni consistenti di territorio ridotti a non luoghi, dove tutto può accadere. Possiamo raccontarcela in tanti modi, sappiamo però bene che la mala politica, talvolta stretta parente della criminalità organizzata, trova in quei posti inesauribili stazioni di facile rifornimento. Allora è corretto condannare la borghesia mafiosa e chiamare a raccolta la borghesia antimafiosa. È giusto affermare che alla mafia vanno tolti i soldi e i patrimoni, cosa che peraltro si fa con incertezze e ritardi incredibili. Ma sino a quando non si comincerà a togliere a Cosa nostra e alla mala politica la più importante ricchezza in loro possesso, ossia l´infinito esercito umano disposto a sostenerle nei non luoghi senza diritti, avremo tempo di parlarci addosso. In tal senso, una ragazzina che dona il suo corpo senza amore ci dice molto di più di quanto siamo disposti ad ammettere. Probabilmente si archivierà il tutto come un problema di ordinaria o straordinaria cattiveria umana. I candidati in corsa per il Comune, nelle ultime e decisive settimane di campagna elettorale, serreranno i ranghi, con più forza continueranno a battere tutte le vie non illuminate dai bagliori del centro città per chiedere voti. Sanno che in quelle zone sta la vera cassaforte del consenso, è lì che si vince o si perde. Moltissimi, certo non tutti, se ne usciranno candidi come gigli, scrollando i calzari pieni di polvere o sporchi di fango. Tanto, finché certe zone rimarranno deserti umani, culturali ed economici, per tanti sarà sempre possibile ripetere l´operazione comprando il consenso. Dare in cambio denaro o illusioni, o tutte e due le cose insieme, in fondo è lo stesso.Chissà cosa ne sarà di quella ragazzina quattordicenne non appena si saranno spente le luci dei riflettori. Chissà quale sarà il futuro della giovane madre se davvero è stata lei a venderla per pochi euro. Se ha agito così, prima ancora di fare violenza sulla figlia l´ha fatta a se stessa. Prescindendo dal caso specifico, in un mondo dove l´unica cosa che veramente ti appartiene è il tuo corpo o quello degli affetti più cari, non ti rimane altro da mettere all´asta, anche se si tratta del tuo sangue. Comportamento colpevole, certo, così come le azioni delle belve di sesso maschile pronte ad approfittarne. Tuttavia, non sono meno responsabili coloro i quali, senza sporcarsi le mani, hanno lasciato che una ragazzina arrivasse a quattordici anni senza offrirle una sola pur piccola possibilità di crescere in un luogo dignitoso e libero da ricatti e paure.Ci diranno che le persone devono avere anche la capacità di liberarsi dalle catene, senza farsi complici di quanti vogliono usarne i corpi e le coscienze. Perché anche questo accade, e va detto senza buonismi. Quando verrà quel giorno, la nostra regione sarà molto diversa. Il fatto è che mentre i compratori della carne sono, tutto sommato, facilmente individuabili, i cinici accaparratori di futuro non hanno tute da meccanico ma cravatte e vestiti costosi. Da loro è veramente difficile difendersi. Soprattutto se sei poco più di una bambina e davanti hai una vita che potrebbe essere bellissima. E invece è già un immenso baratro di dolore, dal quale sarà molto arduo risalire per vedere la luce del sole.

giovedì 26 aprile 2007

Il voto disgiunto a Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO GIOVEDÌ, 26 APRILE 2007

Pagina XV
La corsa al voto disgiunto flop dei partiti dell´Unione
FRANCESCO PALAZZO

In vista delle amministrative palermitane il centrosinistra ci riprova con il voto disgiunto, invitando apertamente gli elettori e le elettrici a praticare questa modalità di espressione del proprio consenso. In sé la cosa è tecnicamente corretta, la legge elettorale consente di esprimere due voti diversi, uno per il Consiglio comunale e uno per il sindaco, è perciò comprensibile che si usi questo strumento di persuasione insieme a tanti altri. Resta da comprendere che senso ha politicamente tale pratica e prima ancora bisogna capire da dove nasce l´esigenza di portare il corpo elettorale a esprimere un consenso di questo tipo. È chiaro a tutti, e lo confermano a ripetizione i sondaggi di questi ultimi giorni, che la coalizione di centrodestra a Palermo viaggia mediamente con un vantaggio di almeno diciotto punti sullo schieramento di centrosinistra. È ormai un dato di lunga durata, che, solo per rimanere agli eventi elettorali più conosciuti, ha fatto perdere l´Unione nelle amministrative catanesi e alle regionali del 2001 e del 2006. La malattia è quindi stata già diagnosticata da tempo. I partiti che contendono il campo al centrodestra in Sicilia sono molto deboli. Fatta la diagnosi bisognerebbe approntare una cura che risolva alla radice la patologia strutturale e non episodica. Diciamo subito che non è semplice nella nostra regione invertire il senso di tale situazione, tuttavia qualche timido e parziale ragionamento si può fare. Su due versanti. Intanto occorrerebbe registrare, certo non sotto elezioni, la capacità dei partiti dell´Unione di essere radicati sul territorio di una città come Palermo. Se ciò è più semplice nel centro borghese del capoluogo, diviene un compito di lunga lena nei quartieri periferici, dove spesso, certo non in tutti i luoghi, assistiamo a un´assenza delle strutture di base, quelle che una volta si chiamavano sezioni. Alcuni partiti del centrosinistra nei luoghi non centrali della città si vedono soltanto quando è ora di raccogliere il consenso: il quale, viste le premesse, non potrà certo essere confortante e infatti non lo è quasi mai. Cominciata questa operazione, ci rendiamo conto per niente facile, si potrebbero affrontare le varie tornate elettorali cercando di mettere in campo il meglio che si ha e non facendo liste che garantiscono gli uscenti e qualche probabile entrante. In assenza di questi due momenti è fisiologico che la coalizione di centrodestra, più abituata a raccogliere il voto porta a porta, risulti sempre lontana e irraggiungibile. Allora, così stando le cose, ci si rifugia nel voto disgiunto, che pur legittimo per chi volesse esercitarlo, non ci pare il trionfo della politica per coloro che esplicitamente lo chiedono. In una città come Palermo significa, infatti, accettare senza combattere la sconfitta politica, prepararsi, bene che vada, a essere minoranza nel Consiglio comunale e cercare di governare una città complessa solo con le armi, certo importanti, della giunta che si formerà in caso di riuscita dell´operazione voto disgiunto. Diciamo pure, peraltro, che la prassi non è per niente semplice. Prendere una decina di punti in più del proprio schieramento, tanti grosso modo ce ne vorrebbero per vincere a Palermo per il candidato a sindaco dell´Unione, può sembrare un gioco da ragazzi. Ma solo a urne ancora chiuse. Perché poi, in tal senso abbiamo già una nutrita casistica, tale vantaggio in più del candidato del centrosinistra rispetto alla sua coalizione rischia di non colmare il divario. È accaduto, solo per ricordare l´ultima vicenda elettorale, nelle regionali dello scorso anno, quando pareva che Rita Borsellino fosse in grado di prendere parecchi punti ricorrendo al voto disgiunto. Ciò che poi rimane in mano è molto poco. Si perdono le elezioni sul fronte del Consiglio e su quello del governo e si ricomincia un altro giro. Perdendo altri cinque anni senza assumere l´iniziativa politica e poi presentandosi regolarmente alla successiva scadenza elettorale con una ancora più anemica forza elettorale e con un candidato alla carica più alta che invita, immemore di quanto già accaduto nelle votazioni precedenti, a votare in maniera strabica. A questo punto è chiaro a tutti che il leader può servire, come valore aggiunto, per cementare e valorizzare una forza elettorale e politica che già c´è. Non può essere utilizzato da solo come testa d´ariete per sfondare il muro del centrodestra: perché appunto è molto difficile che l´assalto vada a buon fine.

sabato 14 aprile 2007

Il rebus dei Ds sul Partito democratico in Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 14 APRILE 2007
Pagina XVII

FRANCESCO PALAZZO
Il congresso regionale dei Democratici di sinistra, che si terrà oggi e domani a Palermo, segue quello della Margherita e segna un altro passo verso il partito democratico. Sappiamo bene che il dibattito sulla nuova formazione partitica è influenzato notevolmente da quanto avviene oltre lo stretto. In una regione come la nostra, dove il centrosinistra riformista deve fare i conti con consensi non maggioritari, il rischio è che si ripropongano in fotocopia, senza un minimo d´originalità locale, le divisioni in correnti che registriamo a livello nazionale. Per la costruzione del partito democratico ciò, per la verità, accade più nei Democratici di sinistra che nella Margherita. In quest´ultima, in ambito regionale, al di là delle dispute interne sui posti di comando, non c´è parso di registrare divisioni nette circa la nascita del nuovo partito. Al contrario di ciò che accade nella Quercia siciliana, come riflesso appunto di quanto avviene altrove: qui la porzione di partito che si oppone al matrimonio con i moderati ha addirittura la sua roccaforte, e quella che senz´altro aderisce al nuovo percorso presenta numeri minori rispetto a quanto accade in altre regioni. Un fatto del genere potrebbe essere fisiologico in una regione con un partito robusto. Accade invece in un contesto che vede i Ds oscillare dal 14 per cento delle regionali del 2006 al 12,7 per cento delle ultime politiche. Numeri non certo fallimentari, ma sicuramente non entusiasmanti. Allora, il pericolo di questo congresso regionale che va ad aprirsi è di guardare più a Roma e agli equilibri in formazione nella capitale che a Palermo e alla Sicilia. Eppure, la nascita di un nuovo partito potrebbe dire e dare tanto in una regione nella quale l´asse del consenso di massa è quasi costantemente sul centrodestra. Non è di grande rilievo sapere se il nuovo partito vedrà la luce nel corso di una fusione a freddo tra gruppi dirigenti. Questa, peraltro, è una lettura parziale, essendosi svolti tutti i congressi e i dibattiti intermedi con la partecipazione degli iscritti. Poi c´è da rilevare che l´appuntamento storico tra le due eredità politiche, lungi dall´apparire una forzatura, come taluni vorrebbero far credere, giunge con un ritardo di almeno dieci anni rispetto a ciò che negli ultimi tempi è accaduto nella base dei due partiti e nella consapevolezza dell´elettorato di riferimento. Quindi, è forse anche un processo a freddo in alcune sue parti, ma è connotato geneticamente della calda e pressante esortazione a fare presto che giunge dal basso. Ora occorre trasformare quella che sino a oggi è stata una precaria ed episodica alleanza elettorale, in un progetto politico forte e aperto a quanto di meglio si esprime nella società. Questo lo chiede, soprattutto, una regione come la Sicilia. Nella quale, più che il muro di divisioni ideologiche, si stagliano quelli ben più spessi e visibili di altre situazioni strutturali e quotidiane. Un consenso malato di favori e ricatti, una politica che non sa spogliarsi della connivenza con la sfera criminale, un territorio che viene utilizzato per fini personali o di gruppo e non per farne motore di sviluppo, un mondo giovanile che può solo staccare il biglietto d´andata verso un lavoro dignitoso e non clientelare, periferie abbandonate per farne facili serbatoi di voti in cambio di elementari diritti. Su tutte queste cose, e su tanto altro, c´interessa sapere cosa si propongono i futuri azionisti di maggioranza del Partito democratico siciliano e, in primo luogo, un grande partito come i Democratici di sinistra. Tutto il resto, ci perdonino coloro che s´interessano d´alchimie partitiche e posizionamenti individuali vari, c´importa poco. Come singoli e come popolo siciliano.

venerdì 6 aprile 2007

Elezioni Palermo 2007 - Cuore, passione, amore sentimenti in cambio di voti

LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ, 06 APRILE 2007
Pagina I
LA CURIOSITÀ
FRANCESCO PALAZZO
In questa campagna elettorale sono pochi quelli che ci mettono sobriamente solo la faccia. Per tutti gli altri, su manifesti e gonfaloni al vento, è stato difficile sottrarsi alla frase a effetto, al motto da tramandare, al programma personale condensato in poche parole. Ce n´è per tutti i gusti. C´è chi addirittura, come fa un candidato del centrosinistra, mette in campo il Vangelo, il quale condannerebbe chi si arricchisce sul lavoro degli altri. Mancano le citazioni circa la pagina e il versetto dove rintracciare tale monito, ma ci fidiamo senz´altro. Anche dall´altra parte dello schieramento qualcuno non si è fatto mancare il riferimento al versante etico-religioso. Il manifesto di un giovane esponente del centrodestra richiama, infatti, addirittura i Dico. Affermando, manco a dirlo, il valore universale della famiglia. Almeno una volta, seppure nella finzione, c´era il candidato sindaco Isidoro che prometteva case popolari per tutti. Forse era un po´ troppo, ma almeno si trattava di un impegno concreto e misurabile. Oggi, invece, trionfa lo slogan generico, utilizzabile a Palermo come a Oslo.
Certo, alcuni assicurano pubblicamente di amare la propria città. Ma di che genere d´amore si tratti, se platonico o concreto, non è dato sapere. Eppure sono tanti i nodi problematici di una metropoli su cui promettere un impegno continuo e verificabile, nel caso si riuscisse a mettere insieme il consenso sufficiente per accedere a Palazzo delle Aquile. Traffico, aria, acqua, verde pubblico, decentramento, politiche culturali e per le associazioni, lavori pubblici, politiche giovanili, mafia, antimafia e via elencando. Sui manifesti ci si poteva sbizzarrire. Invece trionfano le frasi stile Baci Perugina. Come «Uniti si vince», e vorrei vedere. Oppure il più filosofico e impegnativo «La forza della verità». C´è anche il genere che mette in rilievo le virtù personali dei candidati, sulle quali, non conoscendoli, occorre esercitare un atto d´incondizionata fiducia. E allora, via con l´impegno, la serietà, l´esperienza, la correttezza, il servizio del bene comune e storie simili. Non manca la parola passione. C´è quella naturale (cosa vorrà mai dire?) e quella degli autonomisti. Esattamente «Autonomisti per passione», ed è, nel suo piccolo, una buona notizia: sino a oggi avevamo conosciuto una marea di autonomisti per calcolo. Di tanto in tanto lo sguardo si posa su facce non collegabili con le prossime elezioni. Un´occhiata più attenta e ti rendi conto che sono resti propagandistici di tornate elettorali passate, rimasti intatti come certi corpi senza vita che si tirano fuori dopo anni dalla scomparsa. Non dobbiamo dimenticare il cuore. Ed è normale che nel cuore ci sia Palermo. Anche la parola futuro è molto gettonata. C´è il candidato che invita a guardare al futuro senza se e senza ma, c´è chi più saggiamente si limita solo a quello prossimo. Di tanto in tanto, da lontano, scambiamo un manifesto pubblicitario per propaganda elettorale. Una ditta, con un solo misero euro in più, ti regala un televisore Lcd. Non c´entra niente con la politica, ma ecco cosa significa parlare chiaro. Visto che di elezioni comunali si tratta, sono comprensibili, benché non originalissimi, i calembour con la parola «comune». Da un amico comune a una storia comune, da un comune amico a un progetto comune, a voi la scelta. Ma la politica è anche partecipazione, non si può negare. Forse è esagerato accostarla esclusivamente con la propria faccia, come fa un candidato in un gonfalone. Chiaramente la casistica aumenterà man mano che ci avvicineremo al 13 maggio, abbiamo fornito solo un primo e parziale assaggio. Siamo sicuri che i messaggi delle prossime settimane faranno impallidire, per singolarità e iperbolicità politica, quelli che abbiamo sommariamente citato. E forse avremo la gradita sorpresa di qualcuno che prometterà, semplicemente, di piantare un albero in un determinato, piccolo e ben identificabile fazzoletto di terreno. Magari non ci emozioneremo più di tanto, però dopo potremo almeno andare a vedere se davvero l´albero c´è. Dimenticavamo una parola d´ordine fondamentale che non può mancare assolutamente da una campagna elettorale: il centro. È lì, lo sospettavamo e lo conferma un manifesto, che stanno i valori.

mercoledì 4 aprile 2007

La mafia senza la borghesia

LA REPUBBLICA PALERMO MARTEDÌ, 03 APRILE 2007

Pagina I
LA POLEMICA


FRANCESCO PALAZZO

Discutendo di mafia ci è ormai noto il concetto di borghesia mafiosa. Che sarebbe, se abbiamo ben capito, quella parte di classe dirigente variamente dislocata che garantisce a Cosa nostra protezione, consentendone l´azione nei campi che essa ritiene essenziali per i suoi affari al di là della sua azione militare. Ovviamente la borghesia mafiosa non presterebbe tale supporto in maniera gratuita e disinteressata. In cambio ne avrebbe a sua volta arricchimenti facili, consenso elettorale e potere a palate. Anzi, viene evidenziato il fatto che tale borghesia mafiosa sia sempre stata alla guida dello spaccato di società che ha prodotto e produce mafia. La mafia, come sappiamo, è un sistema di potere, militare, economico, politico, sociale che taglia trasversalmente la società in cui vive. Perciò è abbastanza comprensibile che nella classe borghese si possano rintracciare soggetti pronti a sostenerla in vari modi. Sarebbe strano se ciò non avvenisse. Così come è talvolta possibile che alcuni esponenti della borghesia si trovino alla guida diretta di famiglie mafiose o siano in esse organicamente inseriti: medici, avvocati, eletti nelle istituzioni, gruppi imprenditoriali. Chi parla di borghesia mafiosa afferma sostanzialmente che, essendo la mafia un´espressione delle classi dirigenti, sta nel fondamentale contributo di queste ultime il vero nocciolo duro che ha permesso alle cosche di diventare un potere strutturale e di lunga durata. Ma siamo sicuri che la mafia sia stata generata e si nutra soltanto dell'apporto decisivo e consapevole delle classi dirigenti? Oppure, in prospettiva storica e attuale, è da considerare d´eguale importanza, se non maggiore come estensione numerica e pratiche quotidiane, il consenso sociale e il sostegno che Cosa nostra raccoglie tra gli strati popolari. Probabilmente molti risponderebbero di sì e senza difficoltà alla domanda. Per tutti è pacifico che senza il consenso tra la gente che non corrisponde alla definizione di classe dirigente, difficilmente Cosa nostra riuscirebbe a trovare nutrimento e forza. Così come è un dato di fatto che anche tra le classi popolari, così come nella borghesia mafiosa, si possano identificare capi militari e teste pensanti. Solo che quando si parla delle classi popolari come uno dei corollari non marginali del sistema mafioso, ci si riferisce a esse attraverso analisi che mettono in evidenza la loro subalternità quasi incolpevole. A fronte di una borghesia mafiosa volutamente responsabile dei propri atti, il popolo agirebbe in stato di necessità, preso per la gola dalla mala politica che genera il bisogno non facendo per intero il proprio dovere e dai sodalizi criminali che danno risposte drogate e illegali. Difficilmente si ammette, forse per un ben dissimulato atteggiamento ideologico, che anche una grossa fetta del popolo spicciolo può, al pari della borghesia mafiosa, deliberatamente e con convinzione meditata, ritenere di dovere costituire il cuore pulsante del supporto territoriale ed economico di cui Cosa nostra dispone. C´è una lunga teoria di ricerche, trasmissioni televisive e interviste giornalistiche che dimostrano quanto sia ancora maggioritario in Sicilia il blocco sociale popolare che assicura alla mafia, alle varie mafie, una legittimazione senza se e senza ma. In termini di qualità e quantità di gran lunga superiore a quella che le forniscono le parti della borghesia vicine o interne ai sodalizi criminali. Basta farsi una passeggiata nei quartieri distanti dal centro per capire che se l´antimafia seguita ai grandi momenti emergenziali è caduta in un lungo sonno, il percorso culturale mafioso dì ampi strati popolari è stato solo minimamente intaccato. Anche se ci si vuole illudere che così non sia. Non in base a ricostruzioni scientifiche o ricerche sociologiche. Ma solo convincendosi che l´ottimismo della volontà, un atteggiamento pedagogico ed educativo verso le masse, presunti e improbabili cambiamenti politici e un generico richiamo alla legalità bastino per affrontare tale nodo strategico. Prima o dopo, tuttavia, se si vorrà vedere la luce nella lotta al crimine organizzato, si dovranno fare duramente i conti con le fasce popolari per le quali la mafia non è mai stata e non è un problema: senza giustificarne, per debolezza o incapacità d´analisi, tutte le manifestazioni mafiose o mafiogene.